È una nuova era, ma gli esercizi di equilibrismo della Cina in Medio Oriente non funzioneranno

Ramzy Baroud

30 ottobre 2018, Palestine Chronicle

Benché i legami tra Washington e Tel Aviv siano più che mai forti, i dirigenti israeliani sono consci di un contesto politico in grande mutamento. Lo stesso fermento politico negli USA e la ridefinizione del potere globale – che è molto evidente in Medio Oriente – indicano che effettivamente si sta realizzando.

Com’era prevedibile, questa nuova era coinvolge la Cina.

Il 22 ottobre il vicepresidente cinese Wang Qishan è arrivato in Israele per una visita di 4 giorni per presiedere la quarta “Commissione per l’Innovazione Cina-Israele”. Si tratta del più alto dirigente cinese a visitare Israele in quasi vent’anni.

Nell’aprile del 2000 l’ex-presidente cinese Jiang Zemin fu il primo leader cinese ad essere andato in Israele, ad aver visitato il museo dell’Olocausto “Yad Vashem” e ad aver reso omaggio diplomatico alle sue controparti israeliane. Allo stesso tempo parlò delle intenzioni della Cina di rinsaldare i legami tra i due Paesi.

Tuttavia la visita di Wang Qishan è diversa. I “legami” tra Pechino e Tel Aviv sono molto più forti di allora, come evidenziato dalle cifre. Poco dopo che i due Paesi scambiarono gli ambasciatori nel 1992 i dati commerciali salirono alle stelle. Anche le dimensioni degli investimenti cinesi in Israele sono cresciute in modo esponenziale, da 50 milioni di dollari all’inizio degli anni ’90 ai clamorosi 16,5 miliardi di dollari, secondo stime del 2016.

I crescenti investimenti cinesi e i rapporti strategici con Israele si basano su forti interessi di entrambi i Paesi nell’innovazione tecnologica, così come nella cosiddetta ferrovia “Red Med”, una rete regionale di infrastrutture marittime e ferroviarie intese a collegare la Cina con l’Europa passando per l’Asia e il Medio Oriente. Inoltre la ferrovia collegherebbe anche i due porti israeliani di Eilat e Ashdod. Notizie sul progetto cinese di gestire il porto israeliano di Haifa hanno già sollevato le ire degli USA e dei loro alleati europei.

Certo i tempi sono cambiati. Sebbene in passato Washington abbia ordinato a Tel Aviv di smettere immediatamente di scambiare tecnologia militare americana con la Cina, obbligandola ad annullare la vendita del sistema di volo di allerta rapida “Phalcon”, ora sta assistendo a come i dirigenti israeliani e cinesi stiano gestendo l’inizio di una nuova era politica che – per la prima volta – non include Washington. Per la Cina il recente amore per Israele è parte di una più complessiva strategia globale che può essere considerata la gemma della rivitalizzata politica estera cinese.

La visita di Qishan in Israele segue immediatamente i serrati tentativi di Pechino di promuovere il suo gigantesco progetto economico da trilioni di dollari, la “Belt and Road Initiative” [nota in Italia come “Nuova Via della Seta”, ndtr.] (BRI).

La Cina spera che il suo grande progetto contribuisca ad aprire nuove opportunità nel mondo e possibilmente a garantire il suo predominio in varie regioni che dalla Seconda Guerra Mondiale ruotano nella sfera di influenza americana. La BRI intende mettere in comunicazione Asia, Africa ed Europa attraverso una “cintura “di strade per il trasporto via terra e un “percorso” marittimo di rotte di navigazione.

La competizione tra la Cina e gli USA si sta accentuando. Washington vuole conservare il più possibile il proprio predominio globale, mentre Pechino sta lavorando con impazienza per soppiantare lo status di superpotenza degli USA, in primo luogo in Asia, poi in Africa e in Medio Oriente. La strategia cinese per raggiungere i suoi obiettivi è assolutamente chiara: a differenza degli sproporzionati investimenti Usa nella potenza militare, la Cina è propensa a conquistarsi lo status a cui ambisce usando, almeno per ora, solo un potere pacifico.

Tuttavia il Medio Oriente è più ricco e quindi più strategico e conteso di ogni altra regione al mondo. Pieno di conflitti e di diversi schieramenti politici, è probabile che più prima che dopo faccia fallire la strategia cinese di un potere pacifico. Mentre la politica estera cinese ha cercato di sopravvivere alla guerra con effetti di polarizzazione in Siria coinvolgendo tutte le parti e giocando in secondo piano rispetto al ruolo guida della Russia nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU, l’occupazione israeliana della Palestina è una sfida politica totalmente diversa.

Per anni la Cina ha mantenuto una posizione coerente di appoggio al popolo palestinese, chiedendo la fine dell’occupazione israeliana e la fondazione di uno Stato palestinese indipendente. Tuttavia la ferma posizione di Pechino riguardo ai diritti dei palestinesi sembra avere pochi effetti sui suoi rapporti con Israele, in quanto la collaborazione tecnologica congiunta, il commercio e gli investimenti continuano ad incrementarsi senza ostacoli.

I responsabili cinesi della politica estera operano con l’errata convinzione che il loro Paese possa essere allo stesso tempo filo-palestinese e filo-israeliano, criticando l’occupazione pur appoggiandola; chiedendo ad Israele di rispettare le leggi internazionali mentre al contempo rafforza Israele, anche senza volerlo, nelle sue continue violazioni dei diritti umani dei palestinesi.

L’hasbara [propaganda, ndtr.] israeliana ha perfezionato l’arte dell’acrobazia politica, e trovare un equilibrio tra il discorso occidentale degli USA e quello cinese non dovrebbe essere un compito troppo difficile.

In effetti sembra che il cliché spesso ripetuto di Israele come “l’unica democrazia del Medio Oriente” venga leggermente corretto per rispondere alle aspettative di una nascente superpotenza, esclusivamente interessata alla tecnologia, al commercio e agli investimenti. I dirigenti israeliani vogliono che la Cina e i suoi investitori pensino ad Israele come l’unica economia stabile in Medio Oriente.

Come prevedibile, le priorità palestinesi sono totalmente diverse.

Con la lotta palestinese per la libertà e i diritti umani che cattura l’attenzione internazionale con la crescita del movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS), sempre più Paesi sono sotto pressione perché esprimano una posizione chiara sull’occupazione israeliana e sull’apartheid.

Per la Cina entrare nella mischia con una strategia indecisa ed egoista non è solo moralmente discutibile, ma anche strategicamente insostenibile. I popoli palestinese e arabo sono poco interessati a sostituire la dominazione militare americana con l’egemonia economica cinese che fa poco per cambiare o, al massimo contesta lo status quo prevalente.

Tristemente, mentre Pechino e Tel Aviv lavorano per raggiungere il necessario equilibrio tra politica estera e interessi economici, la Cina si trova senza particolari obblighi di schierarsi con una ben definita posizione araba sulla Palestina, semplicemente perché quest’ultima non esiste. La divisione politica tra i Paesi arabi, le guerre in Siria e altrove hanno allontanato la Palestina dall’essere una priorità araba in uno strano patto che coinvolge la “pace regionale” come parte del cosiddetto “Accordo del Secolo” di Trump.

Questa penosa realtà ha indebolito la posizione palestinese in Cina, che, almeno finora, valuta i propri rapporti con Israele più importanti dei legami storici con la Palestina e con il popolo arabo.

Ramzy Baroud è giornalista, autore e editore di Palestine Chronicle. Il suo prossimo libro è The Last Earth: A Palestinian Story (Pluto Press, Londra). Baroud ha conseguito il dottorato di ricerca in Studi Palestinesi presso l’Università di Exeter ed è studioso non residente presso il Centro Orfalea per gli Studi Globali e Internazionali, Università della California a Santa Barbara. Il suo sito web è www.ramzybaroud.net.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Guai ai vinti

Ahron Bregman, La vittoria maledetta. Storia di Israele e dei Territori occupati. Einaudi, Torino 2017, pp. XXXVII – 340, 33 €.

Recensione di Francesco Ciafaloni

Ahron Bregman, nato nel ‘58 in Israele, ha partecipato come ufficiale di artiglieria dell’esercito israeliano – é facile scoprirlo in rete – alla campagna del Litani nel 1978 e alla Guerra del Libano del 1982. In un’intervista ad Haaretz nel 1988 dichiarò che avrebbe rifiutato di presentarsi se fosse stato richiamato come riservista nei territori occupati, emigrò in Inghilterra e condusse al King’s College il suo lavoro di storico, soprattutto sulle guerre di Israele e sulle politiche dell’occupazione, che aveva direttamente conosciuto e rifiutato.

La vittoria maledetta, quella di Israele del ‘67, è la storia delle politiche di occupazione e repressione, area per area, periodo per periodo, nei territori occupati, da Gerusalemme Est alla Cisgiordania, al Golan. A differenza di Cinquant’anni dopo di Chiara Cruciati e Michele Giorgio, non ha due soggetti in conflitto, gli israeliani, occupanti, e i palestinesi, occupati, ma un solo soggetto: Israele. La vittoria maledetta, secondo l’autore, e come sembra evidente a tutti col senno di poi, non è mai messa in forse da rivolte o scelte degli occupati. Il libro sostiene che Israele, in 50 anni di occupazione, di rivolte, conflitti, trattative, Camp David 1 e 2, Oslo, governi di destra e di sinistra, Rabin, Begin e Dayan, non ha mai veramente pensato di rinunciare a parte della sua sovranità sui territori tra il Giordano ed il mare. Carter pensò che la rinuncia su alcuni territori fosse possibile; lo pensò il ministro degli Esteri marocchino. Ceausescu, dopo un incontro, sostenne che “Begin vuole la pace ed è sufficientemente forte per concederla.” Sadat, alla Knesset, offrì pace e accoglienza in cambio della restituzione dei territori occupati. Ma il Governo di Israele non ha mai pensato a una cessione di sovranità. “Al cuore – scrive Bregman – vi era l’idea che, mentre Israele avrebbe garantito l’autonomia personale delle popolazioni palestinesi che vivevano in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, grazie alla quale esse avrebbero potuto condurre la propria vita senza alcuna ingerenza israeliana, i palestinesi da parte loro non avrebbero detenuto alcun controllo del territorio perché questo sarebbe rimasto proprietà di Israele e sottoposto esclusivamente alla sua sovranità.” Il programma di Begin per l’autonomia palestinese prevedeva un consiglio amministrativo di 11 membri eletti a suffragio universale diretto, paritario e segreto: “la sicurezza e gli affari esteri, gli attributi della sovranità più importanti, avrebbero continuato ad essere materia di Israele.”

Il libro racconta le trattative, gli accordi di Oslo, i mutamenti di maggioranze, ma come schermaglie all’interno di una posizione inamovibile della potenza vincitrice, Israele, sulla sovranità. La documentazione, in parte di colloqui e posizioni riservate, è abbondante. È il contrario di molte cronache giornalistiche secondo cui il rifiuto a impegnarsi in una firma definitiva è stato sempre dei palestinesi, per diffidenza, per timore di perdere consensi. L’autore sostiene che non di un ingiustificato rifiuto si è trattato, ma dell’impossibilità di accettare la pura e semplice rinuncia all’indipendenza, anche solo di una parte, dei territori occupati.

In questo quadro complessivo, le storie delle singole aree sono storie di scelte arbitrarie di Israele subite dagli abitanti dei territori occupati; o, peggio, di trattamenti inumani e degradanti di prigionieri. Il controllo della forza ha sempre permesso ai vincitori di consentire o proibire, secondo la propria convenienza del momento, senza possibilità per i palestinesi di ricorrere ad una autorità imparziale, come avviene oggi con la dichiarazione di importanza militare di una certa area. Come è avvenuto anche nel Golan, che è territorio siriano, in cui spostamenti ritenuti temporanei si sono rivelati deportazioni permanenti.

Il libro ha un solo protagonista vero, ma dà voce a innumerevoli testimoni della parte sconfitta; testimoni della umiliazione, dell’impossibilità di prevedere, di conoscere i criteri del giusto e dell’ingiusto in base a cui dovevano comportarsi; dell’impossibilità di considerare sicuro neanche lo spazio della propria casa, il percorso dei propri figli.

È difficile per gente civile credere a quello che succede laggiù. L’umiliazione, la paura, le difficoltà materiali, l’angoscia del sapere che, senza alcuna ragione, puoi venir trattenuto, rimandato indietro, indurre la tua famiglia a pensare che, forse, come migliaia di altre persone, sei stato arrestato.” (citato da Izzeldin Abuelaish, Non odierò).

La distruzione delle case, su cui molto si è battuto e molto ha scritto Jeff Halper, è uno dei temi ricorrenti.

Sono particolarmente dettagliate le descrizioni di maltrattamenti e torture di detenuti: “Si picchiava il detenuto appeso a un sacco chiuso, con la testa coperta e le ginocchia legate; lo si legava tutto contorto a una conduttura esterna, con le mani dietro la schiena per ore.” (da un rapporto dell’asociazione israeliana per i diritti umani “B’Tselem”).

Non è un libro che si proponga di raccontare una storia equilibrata di un lungo conflitto in cui non si è direttamente coinvolti. È il libro di un cittadino dello Stato vincitore, che ha combattuto per il proprio Stato, ha partecipato all’ oppressione, si rifiuta di continuare a farlo e sceglie l’esilio per non farlo più. È un libro di denuncia non solo del proprio governo ma anche del proprio Stato, perché se ne denunciano gli atti costitutivi. Bregman non accetta l’apartheid costitutivo dello Stato di Israele, non crede alla possibilità di una via di uscita e perciò se n’è andato.

Il libro si legge con angoscia perché è il racconto di una serie di trappole a cui i palestinesi (o i siriani che abitavano le alture del Golan), una volta sconfitti e occupati, non hanno avuto la possibilità di sottrarsi. Le situazioni sono presentate dal punto di vista di chi le subisce, come mi sembra giusto.

L’autore, come è immaginabile data la sua storia, deve aver avuto accesso a fonti interne riservate, a testimonianze di chi ha condotto le trattative e preso le decisioni. Ha sostenuto che Ashraf Marwan, egiziano, genero di Nasser, nel ‘70 si arruolò nel Mossad, il servizio segreto israeliano, ma poi lo ingannò nel ‘73, durante la guerra dello Yom Kippur. Marwan fu trovato morto sotto la finestra della sua casa a Londra, il giorno in cui doveva incontrare Bregman, che ne ha raccontato la storia in un suo libro, The spy that fell to earth.

Vorrei aggiungere che La vittoria maledetta non è una storia di complotti ma la storia di una tragedia sociale, una delle molte di questo nostro secolo. È una storia di fatti evidenti interpretati secondo una tesi molto netta. Che l’oppressione ci sia e i fatti siano veri non è in dubbio. Che le trattative siano fallite è storia nota. Che siano fallite per la inflessibile volontà di Israele di non rinunciare alla sovranità su tutti i territori tra il Giordano e il mare, e quindi sulle popolazioni che li abitano, è la tesi che l’autore ritiene dimostrata dalle sue fonti.




Dare lavoro al nemico: la storia dei lavoratori palestinesi nelle colonie israeliane

Middle East Monitor

Editore: Zed Books

Data di pubblicazione: 15 July 2017

Autore: Matthew Vickery

Recensione di: Mustafa Fatih Yavuz

Chi fa ricerca e discute del conflitto tra Palestina e Israele scoprirà che persino l’argomento più specifico è stato ben indagato. Tuttavia temi quali la soluzione dei due Stati, le questioni riguardanti la sicurezza, lo status di Gerusalemme e persino i rifugiati palestinesi riflettono discussioni dell’élite che non fanno riferimento a quelli che rimangono ai margini del discorso – le vittime dell’occupazione. Questi sono i lavoratori palestinesi che non hanno altra alternativa che lavorare nelle colonie israeliane in Cisgiordania a causa degli alti tassi di disoccupazione e delle restrizioni israeliane.

Quando ero a Tel Aviv ho chiesto dei palestinesi a una delle mie amiche che si definisce sionista. Mi ha risposto in modo generico: “A me vanno bene, e costruiscono la mia strada, lavorano per me.” Anche se la risposta mi ha deluso per il suo tono altezzoso, c’era una realtà nascosta dietro di essa. L’espansione delle colonie israeliane e della popolazione ebraica ha raggiunto più di 600.00 [abitanti] dal 1967, ed anche la conseguente involuzione economica palestinese è cresciuta in questo periodo. Ci sono 37.000 palestinesi in Cisgiordania obbligati a guadagnarsi da vivere lavorando in quelle colonie a causa dello sviluppo agricolo ed economico degli insediamenti. Ma quelle storie di palestinesi sono state per lo più ignorate, e quel che è peggio i lavoratori sono stati etichettati dai loro connazionali come “traditori” o “parte del problema”.

Invece il libro di Matthew Vickery offre indicazioni in merito alla loro vita quotidiana, alle principali difficoltà che devono affrontare, a come i coloni li trattano e alle loro condizioni di vita. In quanto giornalista, Vickery sceglie una narrazione non accademica per far entrare il lettore nelle storie dei lavoratori palestinesi. Ha realizzato una serie di interviste con lavoratori palestinesi in Cisgiordania ed ha utilizzato queste interviste come base per il suo libro. Poiché credono che quello che fanno sia sbagliato, lavorare per la gente che sta rubando la loro terra è diventata una vergogna per loro e non ne parlano facilmente.

Il libro di Vickery è diviso in due parti principali, in cui intende mostrare come i coloni abbiano dato lavoro ai palestinesi e come il loro impiego diventi sfruttamento. Nella prima parte il lettore viene introdotto alle varie discussioni riguardo allo status giuridico ed ai sentimenti dei palestinesi che lavorano nelle colonie – vergogna, disperazione, umiliazione ed alienazione. Vickery evidenzia soprattutto le cattive condizioni di lavoro, come il fatto di essere pagati sotto il salario minimo e lo status giuridico dei palestinesi. In base alla legge israeliana, ogni lavoratore nelle colonie ha diritto a un minimo di 214,62 shekel (circa 50 €) al giorno. Ma i palestinesi che non possono avere dalla polizia israeliana un permesso di lavoro sono pagati 140 shekel (circa 33 €) e anche meno.

Lo status giuridico dei palestinesi che lavorano nelle colonie è in realtà incerto. Secondo Vickery la loro condizione dovrebbe essere equiparata a quella dei lavoratori all’interno di Israele nel 2007. Tuttavia ciò non è mai stato applicato. Egli fornisce un interessante aneddoto dall’interno di una commissione della Knesset [il parlamento israeliano, ndtr.] nel 2013: “Il ministero dell’Economia ha detto che, quando si tratta di salute e controlli sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, non svolge alcuna attività nelle colonie perché non sa quali leggi applicare.”

Vickery dedica un capitolo ai mediatori di queste questioni di lavoro. I palestinesi vengono assunti attraverso caporali che fanno da intermediari tra i coloni e la forza lavoro palestinese. L’autore non evita di descrivere questi caporali palestinesi come strumenti per sfruttare la manodopera palestinese facendo riferimento a un’altra fonte: “Gli intermediari sono aggressivi, motivati dal denaro e non hanno nessun problema nello sfruttare i loro stessi connazionali.”

Con i dati da fonti affidabili utilizzati nella seconda sezione è ben descritto come Israele sfrutta la manodopera palestinese controllando la popolazione, realizzando colonie ebraiche e limitando gli investimenti palestinesi in Cisgiordania. L’autore pone il lettore nella prospettiva economica dell’occupazione. La segregazione nel mercato del lavoro e lo strangolamento dell’economia palestinese diventano lo strumento principale per controllare i palestinesi e non lasciar loro altre possibilità se non lavorare nelle colonie come operai di serie B. Dato che l’argomento riguarda soprattutto i “lavoratori”, l’autore evidenzia l’impostazione marxista e ne mette alla prova l’ideologia. Utilizza il [concetto di] “esercito industriale di riserva” per confrontare questa nozione con la situazione dei lavoratori palestinesi e scopre che la definizione marxista non è sufficiente per descrivere il rapporto tra lavoratori palestinesi e coloni ebrei capitalisti.

È evidente che la classe operaia israeliana e quella palestinese non sono la stessa cosa, divise semplicemente dallo sfruttamento capitalista. L’importanza di comprenderlo è che risulta possibile ridefinire e utilizzare i concetti marxisti riguardo ad Israele e all’occupazione dei territori palestinesi.” Vickery sostiene anche che i palestinesi che vivono nell’Area C della Cisgiordania [in base agli accordi di Oslo, sotto totale controllo temporaneo di Israele, ndtr.], sottoposti all’occupazione israeliana, sono in realtà lavoratori forzati. L’autore cita un certo numero di fonti che definiscono il lavoro forzato e sostiene che i palestinesi sono in realtà indirettamente lavoratori forzati a causa del fatto di non avere alternative.

Nella grande maggioranza dei casi i lavoratori palestinesi delle colonie in Cisgiordania non sono liberi nella scelta dell’impiego. Sono stati di fatto integrati nel settore attraverso politiche del governo israeliano riguardo ai lavoratori palestinesi, al regime dei permessi, al controllo del mercato e dell’economia palestinesi e alle restrizioni nella libertà di movimento all’interno della Cisgiordania.” scrive Vickery.

Le storie dei lavoratori palestinesi nelle colonie sono veramente molto tristi e non rare per la società palestinese in generale. Le persone sono in realtà abbandonate dalla loro amministrazione, dal loro popolo, dall’attenzione internazionale e lasciate nelle mani del loro aguzzino. Sono davvero, come afferma uno dei titoli dei capitoli del libro, i “miserabili della Terra Santa.” Questo saggio sarà una buona lettura per quanti sono curiosi riguardo la situazione dei lavoratori in Cisgiordania e a come i coloni, in quanto datori di lavoro, trattano i loro dipendenti palestinesi. Forse i lettori possono trovare storie simili a quelle dei palestinesi nei lavoratori in altre parti del mondo. Forse questa occupazione non è stata architettata attraverso la potenza dell’esercito e dei rapporti diplomatici ma del capitale. Chi lo sa?

(traduzione di Amedeo Rossi)




LA QUESTIONE PALESTINESE

Lelio Basso

Poche, fra le questioni oggi aperte sul piano internazionale, sono così semplici dal punto di vista giuridico, storico, morale, come quella palestinese, e poche appaiono invece così difficili a risolvere sul piano pratico.

Dal primo punto di vista non mi pare seriamente contestabile il buon diritto dei palestinesi che rivendicano il principio dell’autodeterminazione né seriamente difendibile la posizione di Israele, giustamente condannata ormai da decine di risoluzioni dell’ONU e dell’UNESCO; eppure ancor oggi la maggioranza della pubblica opinione occidentale – sia pure una maggioranza che tende lentamente a diminuire – sembra convinta del buon diritto d’Israele e ne accetta acriticamente la politica di forza. Quali ne sono le ragioni?In primo luogo l’affinità culturale. I primi ebrei immigrati in Palestina provenivano dall’Europa, cacciati dalle persecuzioni che vi subivano, ed europea è stata anche la prevalente colonizzazione successiva fino alla creazione dello stato di Israele. Europea comunque è la classe dirigente, proveniente in gran parte da territori dell’ex-impero zarista, ed europea la cultura, ciò che crea una profonda affinità di idee, di modo di pensare, di mentalità, di linguaggio. Viceversa gli arabi rimangono ancora per molti europei, ammalati di eurocentrismo, un popolo inferiore, coloniale, di cui si dimentica volentieri il contributo straordinario fornito nel corso dei secoli al progresso soprattutto scientifico dell’umanità. Perciò nel subcosciente di milioni di occidentali Israele, testa di ponte europea nel mondo arabo, soddisfa il complesso di superiorità e le ambizioni egemoniche che una volta trovavano piena soddisfazione negli imperi coloniali.

A ciò si deve aggiungere anche la presenza di molti ebrei sparsi ovunque in Occidente – e spesso in posizioni di autorità e di prestigio – che, nella quasi totalità, sono dei sostenitori di Israele, sovente anche dei propagandisti, mentre non c’è nulla di simile da parte araba. In alcuni casi, come particolarmente negli Stati Uniti, la presenza ebraica è così massiccia e così potente da poter influire decisamente sulle scelte politiche e sugli indirizzi della stampa, orientando tutta l’opinione del paese. E d’altra parte poiché l’opinione pubblica americana è abituata a una politica internazionale basata sul diritto del più forte, non trova nulla di scandaloso nel fatto che lo stesso criterio guidi la politica israeliana. E questi orientamenti americani, data la posizione egemonica degli USA nel mondo occidentale, sono poi facilmente ricevuti e accettati anche dall’opinione europea. Non ultimo motivo, infine, di questa propensione proisraeliana è il desiderio di liberarsi da complessi di colpa per le persecuzioni di cui per secoli la minoranza ebraica è stata fatta oggetto in Europa, ad opera della Chiesa cattolica e di varie monarchie cristianissime, nonché ad opera dei governi zaristi e, da ultimo, dei nazisti che hanno fatto della popolazione ebraica d’Europa un popolo martire per eccellenza. Ma è un curioso modo di liberarsi dai rimorsi per i torti fatti a un popolo quello di sacrificarne un altro. È di questo curioso modo, e del suo fondamento, che vorrei discorrere in termini obiettivi, convinto che la verità anche in questo caso serva la causa della pace e, quindi, la causa della stessa popolazione ebraica trapiantata in Palestina.

I titoli rivendicati dagli Ebrei sul territorio palestinese

 

Esisteva un diritto degli ebrei sul territorio palestinese? Evidentemente non può avere nessun senso sul piano internazionale l’argomento religioso della Terra Promessa, e non mette neppur conto di indagare sull’obiezione, che spesso viene mossa a questo argomento, e cioè che non esiste alcuna prova che gli ebrei che oggi vivono in Israele siano realmente i discendenti degli ebrei cui la promessa sarebbe stata fatta. Diciamo che non mette conto di indagare perché, se anche lo fossero, essi non possono certamente pretendere che la loro credenza religiosa, che la maggioranza dell’umanità non accetta, costituisca un titolo valido per occupare terre altrui.

Neppure può essere seriamente invocato l’argomento storico del fatto che la Palestina è stata per secoli la terra abitata dagli ebrei. A parte l’obiezione già avanzata più sopra sulla impossibilità di dimostrare che gli attuali israeliani siano i discendenti di quei lontani abitatori della Palestina e a parte la considerazione che la Palestina era abitata da altre popolazioni, prima che dagli Ebrei, che vi entrarono con la forza secondo quanto racconta la stessa Bibbia; a parte la considerazione che nessuno è in grado di stabilire se fra le popolazioni che hanno abitato la Palestina prima o contemporaneamente agli Ebrei non vi fossero anche antenati delle attuali popolazioni arabe, rimane l’obiezione fondamentale che gli Ebrei furono cacciati dalla Palestina 19 secoli fa e che 19 secoli di storia sono fonte di nuovi diritti che non possono essere annullati. In proposito un grande pensatore ebreo, Erich Fromm, ha pronunciato un giudizio al quale non possiamo non associarci: “La pretesa degli Ebrei sulla terra di Israele, quindi, non può essere pretesa politica realistica. Se, improvvisamente, tutti i paesi rivendicassero i territori dove i loro antenati sono vissuti duemila anni or sono, il mondo diventerebbe un manicomio”.

Vediamo allora se vi sono titoli validi più recenti, e in particolare esaminiamo la Dichiarazione Balfour e la risoluzione del 29 novembre 1947 dell’Assemblea dell’ONU sulla spartizione della Palestina. Per quanto riguarda la prima, è ovvio che essa non è che una dichiarazione unilaterale di intenzioni che non poteva creare situazioni giuridiche nuove, tanto più che, nel momento in cui fu fatta, l’Inghilterra non aveva alcun diritto di sovranità sulla Palestina, facente allora parte integrante dell’impero ottomanno e solo militarmente occupata da truppe britanniche. Ma è noto che l’occupazione militare di territori in tempo di guerra non attribuisce alcun diritto di sovranità e tanto meno la libertà di disporne. Ora fu solo con il Trattato di pace di Losanna del 1923 che la Turchia rinunciò ai suoi diritti sovrani su quel territorio. La stessa commissione reale inglese che esaminò il problema nel 1939 concluse che “secondo il parere della Commissione, è tuttavia evidente (…) che il governo di Sua Maestà non era libero di disporre della Palestina senza tener conto della volontà e degli interessi dei suoi abitanti”.

È bensì vero che la Dichiarazione Balfour fu fatta propria dalla Società delle Nazioni e inclusa nel Preambolo del mandato conferito all’Inghilterra sulla Palestina (peraltro in contraddizione con l’art. 22 dello stesso Patto della Società delle Nazioni), ma è chiaro in ogni caso – come ebbe ad affermare allora lo stesso Winston Churchill, che era ministro all’epoca della Dichiarazione – che questa non attribuiva la Palestina agli Ebrei, ma semplicemente stabiliva che una sede nazionale ebraica avrebbe potuto essere creata in Palestina, senza pregiudizio dei diritti dei suoi abitanti. Nulla più di questo può essere pertanto dedotto da quella dichiarazione.

Quanto alla risoluzione dell’ONU, che ha istituito lo Stato di Israele accanto a uno Stato arabo di Palestina, vale innanzi tutto lo stesso argomento che neppure l’ONU aveva la sovranità su quel territorio e che in nessun caso avrebbe potuto disporne violando il principio fondamentale dell’autodeterminazione del popolo. Di questa carenza di potestà l’ONU ebbe certamente coscienza perché respinse la proposta di interpellare in proposito la Corte di giustizia dell’Aia, che pure è un suo organo, con soli 25 voti su 54 (18 favorevoli e 11 astenuti), e respinse la contestazione della propria competenza con appena 21 voti su 54 (20 favorevoli e 13 astenuti).Del resto questa carenza assoluta di potere da parte dell’ONU di disporre delle sorti di un popolo risulta chiara non solo dal fatto che lo statuto non lo prevede, ma anche dalla considerazione che tutto lo spirito che ha presieduto alla creazione dell’ONU era proprio quello di por fine alla diplomazia della prepotenza – di cui Hitler era stato l’incarnazione – che trattava i popoli come oggetti.

Fin dalla prima guerra mondiale il presidente Wilson aveva proclamato alcuni principi fondamentali la cui realizzazione, a base dell’ordine internazionale, doveva costituire lo scopo di guerra degli Stati Uniti, e il dovere degli alleati vittoriosi. Fra questi principi, indicati nei quattordici punti e nelle quattro proposte complementari, uno suonava: “I popoli e le provincie non devono costituire oggetto di mercato e passare di sovranità in sovranità, come se fossero semplici oggetti o semplici pedine di un giuoco, sia pure del grande giuoco, ora screditato per sempre, dell’equilibrio delle forze”.

Esso veniva poi ribadito in maniera ancor più precisa dallo stesso presidente Wilson il 4 luglio 1918 con queste parole: “La sistemazione di ogni questione di territorio, di sovranità economica o politica, deve essere basata sulla libera accettazione da parte dei popoli interessati e non sugli interessi materiali o sul tornaconto di qualsiasi altra nazione o popolo che desideri una sistemazione diversa per imporre la propria influenza o il proprio dominio”.

Se comunque si volesse prendere come base giuridica valida la delibera dell’ONU, si dovrebbe considerare che essa prevedeva la creazione di due stati palestinesi, uno ebraico e uno arabo, e in più la garanzia dei diritti della popolazione araba, il divieto di discriminazioni, ecc., e che le varie parti della risoluzione costituiscono un tutt’uno.

Non credo pertanto che si possa parlare di una legittimità giuridica nascente dalla risoluzione di spartizione: del resto gli stessi israeliani lo hanno riconosciuto parlando del loro Stato come fondato sul diritto della forza. È questa anche la nostra opinione: anche il fatto compiuto crea situazioni nuove da cui nascono nuovi rapporti giuridici. Quando uno Stato esiste da circa trent’anni, riconosciuto dalla quasi universalità degli Stati e membro dell’ONU, non è più possibile contestarne la legittimità, anche se questa legittimità si basa sull’uso della forza. È questa la legittimità di Israele, ma poiché siamo in presenza di un uso della forza continuato, diretto ad allargare il territorio occupato, è forse opportuno vedere se possa attribuirsi eguale legittimità a tutte le diverse tappe dell’occupazione, o, in altre parole, quali debbano considerarsi territori su cui potrebbero esercitarsi i diritti di autodeterminazione del popolo palestinese.

È evidente che all’occupazione di territori effettuata con la forza nella guerra del 1967 non può essere attribuita validità alcuna perché gli altri paesi non l’hanno riconosciuta e il Consiglio di sicurezza dell’ONU l’ha condannata con la famosa risoluzione 242 del 22 novembre 1967. Questa risoluzione è stata approvata anche dagli Stati Uniti, che tuttavia si sono sforzati di introdurvi elementi di ambiguità per favorirne il non-rispetto da parte di Israele. Ben diverso era stato l’atteggiamento del presidente Eisenhower dieci anni prima, quando, dopo l’aggressione israeliana del ’56, aveva obbligato Israele ad evacuare i territori arbitrariamente occupati. “Forse che – aveva detto Eisenhower in quell’occasione – una nazione che attacca e s’impadronisce di territori stranieri, nonostante la disapprovazione delle Nazioni Unite, può pretendere d’imporre essa stessa le condizioni della sua evacuazione? Se dicessimo di sì, temo che avremmo fatto un passo indietro nell’ordine internazionale”. Fu appunto la fermezza di Eisenhower che obbligò Israele a sgombrare il Sinai e la striscia di Gaza. Purtroppo la stessa fermezza non si ripeté dopo la guerra del ’67, ché anzi gli Stati Uniti, pur votando la risoluzione 242, si adoperarono perché non fosse applicata. Il lobby israeliano, cui non mancano mezzi di agire, aveva nel frattempo lavorato molto bene.

L’espansionismo israeliano e i Palestinesi

 

Sono così passati trent’anni dalla risoluzione dell’ONU sulla spartizione della Palestina, e il popolo palestinese, dopo l’ingiustizia di quella prima risoluzione che lo spogliava senza consultarlo di metà del suo territorio, ha subìto quella ancor più pesante di vedersi privato anche del diritto di costituire questo Stato di dimensioni ridotte.

Si obietta spesso, da parte israeliana, che la risoluzione dell’ONU sulla spartizione fu accettata da Israele ma non dagli Stati arabi né dai palestinesi, e che pertanto essa non avrebbe più valore. Ma le cose non stanno veramente così. Quanto ai palestinesi, essi non avevano ancora una propria autonomia giuridica come Stato e non avrebbero potuto esprimere immediatamente una loro volontà, ma avevano il diritto di essere tempestivamente consultati per esprimere questa volontà. Invece non lo furono né prima che la spartizione fosse decisa, né subito dopo. Il territorio che l’ONU aveva assegnato al costituendo Stato arabo di Palestina fu immediatamente invaso da Israele e dagli Stati arabi confinanti che su quel territorio combatterono la prima delle loro guerre, quella del 1948.L’occupazione da parte di Israele di territori che il piano di spartizione assegnava allo Stato arabo aveva avuto già inizio ancor prima della cessazione del mandato e dello sgombero britannico, prima dunque della proclamazione dello Stato di Israele, prima che scoppiasse la guerra del 1948. In quel periodo gli ebrei si impadronirono con la forza di città importanti come Jaffa e Acri lungo la costa e avanzarono verso Gerusalemme, occupando nella zona che il piano riservava all’internazionalizzazione il villaggio di Deir Yassin (9 aprile 1948) dove fu interamente massacrata la popolazione civile: un atto probabilmente premeditato che ebbe influenza determinante nel provocare la fuga della popolazione araba terrorizzata. Poco dopo scoppiò la prima guerra con i paesi arabi, e Israele ne approfittò per impadronirsi con la forza di altri territori compresi nella zona riservata allo Stato arabo, che fu ulteriormente ridotta, ma il possesso definitivo di queste terre non fu mai riconosciuto a Israele dai successivi accordi armistiziali, che definirono la linea di “cessate il fuoco” come una linea puramente militare, senza alcun carattere di frontiera politica fra Stati. Ma anche dopo la firma dell’armistizio (il 24 febbraio 1949 con l’Egitto, il 23 marzo con il Libano, il 3 aprile con la Giordania e il 20 luglio con la Siria), Israele continuò ad avanzare con la forza, in spregio agli impegni assunti con gli accordi stessi ed avallati dall’ONU: il 10 marzo 1949, due settimane dopo la firma dell’armistizio con l’Egitto, truppe israeliane attaccarono la parte meridionale del Negev – territorio egiziano -, si spinsero fino al golfo di Akaba, da cui furono espulsi gli abitanti arabi. Sull’antico villaggio arabo gli israeliani costruirono il porto di Eilath, sebbene l’accordo generale di armistizio stipulasse, al suo articolo IV: “È riconosciuto il principio che nessun vantaggio militare o politico deve essere conseguito durante la tregua ordinata dal Consiglio di Sicurezza”. È particolarmente importante mettere in rilievo l’assoluta illegittimità di questa occupazione, perché l’aggressione israeliana del 1967 fu giustificata soprattutto con la necessità di mantenere aperto lo stretto di Tirian, che dà accesso precisamente al golfo di Akaba e quindi al porto di Eilath: in altre parole l’aggressione, che aveva permesso agli israeliani di insediarsi illegittimamente sul golfo e di costruirvi un porto, diventava motivo di legittimazione per una nuova aggressione e per la conseguente occupazione di Sharm al Sheikh. E come tutti sanno, la guerra del 1967 ha permesso agli israeliani di estendere ulteriormente l’occupazione abusiva di altri territori, che dovrebbero costituire lo Stato palestinese, dove, nonostante le ripetute risoluzioni dell’ONU gli israeliani non solo continuano a rimanere, ma continuano a stabilire nuovi illegittimi insediamenti.

Questa politica di Israele indica chiaramente una volontà espansionistica permanente, in assoluto contrasto sia con la risoluzione del 1947 sia con le successive decisioni dell’ONU: anche se Israele non lo riconosce apertamente, è evidente che non ha rinunciato a costruire a poco a poco uno Stato ebraico dall’Eufrate al Nilo, secondo un progetto sionista di antica data. D’altra parte, finché Israele mantiene il suo proposito di far affluire nel suo territorio l’intera popolazione ebraica del globo, che è parecchie volte più numerosa di quella che attualmente vi abita, è chiaro che questa affluenza presupporrebbe una moltiplicazione del territorio corrispondente alla moltiplicazione della popolazione. Perciò se Israele ha titolo a reclamare frontiere sicure contro le minacce – che sono risultate essere dei semplici bluff propagandistici – di veder ricacciata in mare la popolazione ebraica, tanto maggior diritto a una garanzia delle frontiere hanno i paesi arabi, che hanno subìto tutta una serie di aggressioni e hanno assistito a un’espansione continua di Israele ben al di là delle frontiere originarie stabilite dall’ONU e che vedono tuttora pendere su di loro la minaccia di un’ulteriore espansione.

L’attuale posizione giuridica di Israele

 

Sulla base di queste premesse di fatto, come si presenta ora la questione palestinese? Dal punto di vista del diritto internazionale non possono esistere dubbi: Israele deve sgombrare i territori arbitrariamente occupati nel 1967 e su una parte di essi, cioè sul territorio cisgiordano e sulla striscia di Gaza, deve nascere lo Stato arabo palestinese.

Il primo punto non sembra poter dar luogo a contestazioni serie, essendo esso la conseguenza del principio generale, che è fondamento sia del diritto internazionale sia, in particolare, dello statuto dell’ONU, che non possono essere occupati territori di altri Stati con la forza. In particolare questo principio è stato riaffermato con la risoluzione 242 già richiamata e con una serie numerosa di altre risoluzioni successive.

È noto che Israele ha sempre potuto contare all’ONU sulla protezione degli Stati Uniti, che sono arrivati a mettere il veto su una serie di risoluzioni del Consiglio di Sicurezza che avevano il generale consenso. Ricordiamo la risoluzione del 10 settembre 1972 che condannava Israele per i suoi raids sui campi di rifugiati palestinesi in Libano e Siria; quella dell’8 dicembre 1975 che condannava severamente Israele per i suoi raids sui campi di rifugiati in Libano che avevano fatto numerose vittime innocenti; quella del 26 gennaio 1976 che affermava il diritto inalienabile dei Palestinesi all’autodeterminazione, il diritto dei rifugiati palestinesi al rimpatrio o alle riparazioni, e la necessità di garantire la sovranità di tutti gli stati della regione; quella del 25 marzo 1976 che condannava Israele per le sue attività a Gerusalemme e nei territori occupati, ecc. Quest’atteggiamento degli Stati Uniti, che è in palese contrasto con le dichiarazioni di Ford alla conferenza di Helsinki dove ha proclamato “la devozione profonda del popolo americano e del suo governo ai diritti dell’uomo e alle libertà fondamentali”, è stata spesso criticata da autorevoli personalità americane: il senatore William Fullbright, che fu per molti anni il presidente della Commissione degli affari esteri del Senato, ha detto: “Non siamo obbligati ad appoggiare Israele nella sua ostinazione a occupare terre arabe, compresa la vecchia Gerusalemme e la riva sinistra palestinese … Forse il diritto dei Palestinesi di rientrare nella loro patria, da cui sono stati cacciati, è meno fondamentale del diritto degli ebrei sovietici di stabilirsi in un paese nuovo?”.

Tuttavia, se gli Stati Uniti hanno potuto bloccare con il veto alcune risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, non hanno osato opporre un veto alla risoluzione 242 e ad altre che ordinavano a Israele di sgombrare i territori arbitrariamente occupati, e non hanno potuto bloccare – perché lo statuto non lo consente – le risoluzioni dell’Assemblea che ogni anno hanno rinnovato la condanna di Israele per l’occupazione arbitraria, per gli abusi commessi nei territori occupati, per le violazioni dei diritti dell’uomo a danno degli arabi, ecc. Si obietta talvolta che le risoluzioni dell’Assemblea non hanno valore vincolante, ma si dimentica che questa regola non è applicabile a Israele, perché Israele – unico fra tutti gli Stati – è stato ammesso all’ONU con l’esplicita condizione, da esso accettata, di attenersi alle risoluzioni dell’ONU. Si è trattato di una procedura speciale, usata solo in questo caso, e cioè un’ammissione condizionale e dopo lungo interrogatorio nella Commissione ad hoc sull’atteggiamento di Israele di fronte alle decisioni dell’ONU. In quella sede, il rappresentante di Israele, Abba Eban, dichiarò che se Israele fosse stata ammessa all’ONU, essa avrebbe contribuito ad accrescere la forza morale vincolante delle sue risoluzioni; a differenza degli arabi, aggiunse, Israele “non accetta la teoria (…) che le risoluzioni dell’Assemblea siano opzionali e che si possa sbarazzarsene a volontà”. È opportuno richiamare quest’impegno, la cui assunzione fu condizione di ammissione, proprio nel momento in cui Israele è lo stato che più di ogni altro ha sistematicamente disatteso le risoluzioni dell’ONU.

La situazione giuridica dei Palestinesi

 

Qual è oggi la situazione giuridica dei palestinesi?Dopo la risoluzione del 1947, e dopo la dispersione di larga parte del popolo palestinese a seguito della guerra del ’48, dopo l’occupazione del territorio dell’istituendo Stato da parte di Israele, Giordania ed Egitto, ci vollero molti anni prima che il popolo palestinese potesse darsi una struttura organizzata che gli consentisse di far sentire la sua voce nei consessi internazionali. Ciò è avvenuto solo nel 1964 con la costituzione dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), la quale è ormai ufficialmente riconosciuta come legittima rappresentante del popolo palestinese. I momenti più significativi di questo riconoscimento sono stati la conferenza di Rabat e l’invito dell’ONU ad Arafat: nella prima tutti gli Stati arabi, compresi quelli che avevano occupato i territori palestinesi, cioè Giordania ed Egitto, hanno riconosciuto il diritto del popolo palestinese a creare uno Stato indipendente sul territorio palestinese occupato da Israele nel 1967 e hanno riconosciuto all’OLP la legittima rappresentanza del popolo palestinese.

Quanto all’ONU, essa ha proclamato sempre il diritto all’autodeterminazione dei popoli, e lo ha precisato in un testo fondamentale: la risoluzione 1614 (XVI) dell’Assemblea generale del 14 dicembre 1960 sulla concessione dell’indipendenza ai paesi e ai popoli coloniali ha affermato testualmente che “tutti i popoli hanno un diritto inalienabile alla piena libertà, all’esercizio della loro sovranità”, e ha ribadito nelle conclusioni il diritto dei popoli a non sottostare a dominazione alcuna (“Tutti i popoli hanno il diritto di libera determinazione; in virtù di questo diritto essi determinano liberamente il loro statuto politico e perseguono liberamente il loro sviluppo economico, sociale e culturale”). Nessuno oggi contesta che questo principio sia diventato una norma vincolante di diritto: lo prova del resto il fatto che, attraverso la decolonizzazione, esso ha ormai ricevuto applicazione pressoché universale.

È vero che la delibera 242 del Consiglio di sicurezza non parve tenerne conto perché la formula di compromesso, che si dovette accettare per evitare il veto statunitense, parlava dei palestinesi come di “rifugiati”, ma a questa carenza l’ONU ha posto rimedio con una serie successiva di deliberazioni, fra cui quella dell’Assemblea dell’8 dicembre 1970, che riconoscevano il diritto del popolo palestinese a costituire uno stato indipendente sui territori che Israele deve sgombrare. In questo senso si è pronunciata anche la Comunità Economica Europea, e specificatamente, a più riprese, anche il governo italiano. Il fatto che Israele abbia continuato a rifiutarsi di adempiere ai suoi obblighi e abbia mantenuto l’occupazione arbitraria non modifica la situazione di diritto, anche se mantiene una situazione di fatto totalmente antigiuridica.

L’ONU poi, invitando Arafat a parlare alla tribuna dell’assemblea, e ammettendo un osservatore dell’OLP al Consiglio stesso di sicurezza, ha attribuito all’OLP lo status di rappresentante legittima del popolo palestinese.

La pretesa israeliana di non riconoscere l’OLP, accusandola addirittura di essere soltanto un’organizzazione terroristica, è chiaramente destituita di qualsiasi fondamento giuridico e anche di qualsiasi elemento di fatto. Certo ci fu un tempo in cui le organizzazioni ufficiali palestinesi sostenevano doversi ricacciare in mare gli ebrei e difendevano tutti gli atti di terrorismo ovunque compiuti. Questo tempo è passato. Da anni ormai l’OLP condanna gli atti terroristici compiuti da arabi fuori del territorio di Israele e ha punito essa stessa dei terroristi. Diverso naturalmente è l’atteggiamento per quanto riguarda atti compiuti sul territorio di Israele, cioè sul territorio dello Stato oppressore. Qui si tratta di guerriglia e la guerriglia è l’arma universalmente applicata in questi casi: non solo in Vietnam, in Algeria o nelle colonie portoghesi, per non parlare che dei casi più famosi, ma anche in Italia e negli altri paesi occupati dai nazisti, i popoli si sono difesi ricorrendo alla guerriglia. Comunque gli israeliani sarebbero gli ultimi a poter protestare contro il terrorismo, perché è noto che gli ebrei sono penetrati in Palestina con il terrorismo: la storia della colonizzazione ebraica in Medio Oriente è la storia del terrorismo ebraico contro arabi e inglesi. Le organizzazioni che l’hanno praticato (Hagana, Irgun, e Stern) sono celebrate come eroiche e diversi fra i dirigenti di queste organizzazioni, che avevano compiuto alcune fra le più gravi azioni terroristiche, sono diventati ministri o hanno occupato altre importanti cariche nello Stato. E d’altra parte non sono azioni terroristiche le ingiustificate rappresaglie massicciamente e spietatamente condotte dall’aviazione israeliana contro i campi di rifugiati?

I diritti dei palestinesi non si esauriscono però nel diritto alla creazione di uno Stato che costituisca la patria di questo popolo travagliato. Ci sono altri diritti che riguardano sia i palestinesi che vivono in Israele o in territori occupati da Israele che quelli che vivono in campi di rifugiati o, comunque, fuori dalla Palestina.

Per quanto riguarda i palestinesi che vivono entro i confini internazionalmente riconosciuti di Israele, il diritto principale è quello di essere trattati come cittadini di pieno diritto, senza discriminazioni, di avere scuole arabe con gli stessi diritti delle scuole ebraiche, di veder riconosciuto il diritto all’uso della lingua araba anche in sede ufficiale. In altre parole, come ogni altra minoranza etnica, linguistica o religiosa, gli arabi hanno diritto a vedere rispettata la loro identità nazionale, le loro pratiche religiose nonché l’insegnamento e l’uso della lingua. In uno Stato binazionale non possono sussistere né discriminazioni né privilegi, perché discriminazioni a carico di una parte e privilegi a favore dell’altra significherebbero una manifestazione di razzismo, condannato da tutta la gente civile.

Per quanto riguarda i territori occupati arbitrariamente, vale il principio generale che l’occupante non ha e non può esercitare diritti sovrani, non può alterare le forme di vita locale, insediando altre popolazioni o cacciando i legittimi abitanti, alterando il paesaggio, distruggendo abitazioni, luoghi di culto, ecc. Purtroppo tutto ciò è avvenuto largamente nei territori occupati, donde le ripetute condanne pronunciate dall’UNESCO.

Infine, per quanto riguarda i palestinesi che vivono fuori della Palestina, dev’essere riconosciuto il diritto di ritornare e di riottenere le proprietà confiscate, oppure di avere un adeguato indennizzo: diritto questo che spetta anche ai palestinesi che vivono in Israele e che sono stati espropriati. Ultimo, ma più importante diritto, è il diritto alla vita, che Israele nega con i bombardamenti sistematici sui campi dei profughi, sotto pretesto di esercitare un diritto di rappresaglia che non è ammesso dalle norme internazionali. La pretesa di Israele che i profughi palestinesi siano condannati a rimanere eternamente dei profughi, senza poter recuperare una patria, nasconde forse il proposito di massacrarli lentamente nei campi di rifugiati.

La situazione di fatto

 

Fin qui abbiamo esaminato i principali aspetti giuridici della questione palestinese; ma quale è la situazione di fatto?

Teoricamente dovrebbe tenersi a Ginevra una conferenza della pace cui dovrebbero partecipare tutte le parti interessate, sotto la copresidenza degli Stati Uniti e dell’URSS. In realtà Israele ha sollevato finora una serie di difficoltà pregiudiziali per rimandare la conferenza, nell’attesa della quale non solo continua a occupare i territori che dovrebbe rendere ma vi sviluppa una politica d’insediamento di colonie ebraiche in aperto contrasto con le norme di diritto internazionale e con le decisioni dell’ONU.

Il ritardo nell’avviare serie trattative di pace è stato favorito apertamente da Kissinger, che ha potuto così giocare sulla sua diplomazia dei piccoli passi, svolgendo un ruolo molto ambiguo nel Medio Oriente. In sostanza mi pare fuori di dubbio che la guerra civile in Libano e il successivo intervento siriano in appoggio alle forze cristiane di destra, contro i palestinesi e contro i progressisti libanesi, siano stati concordati con Washington e con Israele. Kissinger ha giocato la carta dell’arabizzazione del conflitto, come in Vietnam aveva giocato quella della vietnamizzazione: ottenere cioè che arabi combattano contro arabi come vietnamiti avevano combattuto contro vietnamiti e come pure in Angola tentò di mobilitare angolani (sia pure rafforzati da mercenari) contro il movimento di liberazione dell’Angola. È probabile che l’evoluzione della situazione abbia agevolato una pace diplomatica fra Israele e gli Stati arabi: se questa tuttavia dovesse realizzarsi ai danni del popolo palestinese, che fosse privato del suo diritto di avere un proprio Stato indipendente, potrebbe risultare una pace precaria e pericolosa.

Mi auguro che i dirigenti arabi, soprattutto egiziani e siriani, e i dirigenti israeliani abbiano sufficiente senso storico per rendersi conto che tutte le soluzioni tentate per fermare il movimento reale della storia (in questo caso il movimento di un popolo verso l’indipendenza) servono solo a protrarre l’inquietudine e, in ultima analisi, a provocare nuove guerre. Mi auguro soprattutto che i governanti di Israele si rendano conto che difficilmente potranno trovare un momento storico più favorevole per una soluzione definitiva che allontani minacce e pericoli. È chiaro che ormai non solo gli Stati arabi, ma lo stesso movimento palestinese sono pronti a riconoscere lo State di Israele, anche se non si può pretendere di farne una pregiudiziale alle trattative: il riconoscimento dovrà essere il risultato della trattativa, insieme però con la rinuncia definitiva di Israele ad ulteriori tentativi di aggressione e di espansione e quindi con la garanzia delle frontiere. E fra queste frontiere devono essere comprese anche quelle dello Stato arabo palestinese, che sarà necessariamente più piccolo di quello previsto dall’ONU nel 1947.

Credo che una soluzione di questa natura è la sola che possa dare finalmente pace e tranquillità al Medio Oriente, e, in particolare, allo Stato di Israele che commetterebbe una follia se scegliesse la strada di una ulteriore tensione, necessariamente destinata ad aggravarsi, che rischierebbe di portarlo alla perdizione. Nessun uomo di buon senso, soprattutto se si è trovato ad aiutare gli ebrei nei momenti delle feroci persecuzioni, può desiderare che Israele rischi di essere distrutto da una guerra futura, ma nessun uomo di buon senso può pensare che i milioni di ebrei assassinati dai nazisti siano morti perché i loro correligionari si facessero a loro volta promotori dell’oppressione e della persecuzione di un altro popolo. Il modo migliore di onorare le vittime del nazismo è di lottare perché non ci siano più popoli eletti e popoli inferiori.




La stretta mortale di Israele sull’area C: lo sviluppo come resistenza

Ahmad El-Atrash

27 Settembre 2018, al-shabaka

Gli sforzi di Israele di stringere la sua presa sulla Cisgiordania sono senza precedenti da quando il governo israeliano attuale è stato formato nel 2015. L’anno scorso, per esempio, si è visto il numero più alto di bandi per la costruzione di colonie israeliane, con più di 3100 proposte governative rilasciate per la costruzione di unità abitative. Eppure tale situazione non è per niente nuova. Cinque decenni di occupazione israeliana – in particolare a partire dagli Accordi di Oslo firmati nel 1993 – hanno permesso a Israele di continuare la sua colonizzazione della terra palestinese stroncando, al contempo, lo sviluppo palestinese, distorcendolo, e rendendolo, addirittura, mitologico.

Tutto questo è particolarmente evidente nell’area C. Quest’area controllata da Israele, secondo l’impianto degli Accordi di Oslo, costituisce più del 60% della Cisgiordania. Israele l’ha sviluppata, in particolare, in funzione dei suoi interessi, cioè costruendoci colonie e infrastrutture militari.

Di fronte alle politiche israeliane in Cisgiordania i palestinesi considerano il loro proprio sviluppo come un mezzo di resistenza. Tuttavia, essi non sono stati in grado finora di realizzare un programma di sviluppo efficace che riesca ad opporsi a Israele. E questo non è una sorpresa: lo sviluppo sotto occupazione è tutto fuorché possibile. Tuttavia, i palestinesi possono lavorare collettivamente per realizzare le loro necessità attuali senza pregiudicare i loro diritti, incluso il diritto allo sviluppo di un futuro stato palestinese.

Questo articolo esamina come i palestinesi possono investire su, e promuovere ulteriore resistenza alla geopolitica attuale dello sviluppo, attraverso un focus sull’area C. Esso delinea la storia dell’area, analizza i modi in cui lo sviluppo palestinese è negato a beneficio dei coloni israeliani, e offre modi ai palestinesi per rivendicare progetti di sviluppo che servano loro per le future generazioni.

La Storia dell’area C

Come è ben noto, gli Accordi di Oslo, che cominciarono ad essere firmati nel 1993, crearono le aree A, B e C nel 1995, con l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) che controllava l’area A, mentre Israele e l’ANP condividevano il controllo dell’area B. Nonostante l’ANP sia responsabile, nella teoria, della vita civile nell’area C, inclusa l’educazione e la sanità, le autorità israeliane hanno totale controllo sulla sicurezza e sull’amministrazione [del territorio, ndt], inclusa la pianificazione e lo sviluppo.

La situazione doveva essere temporanea. In base a Oslo, tutte le aree dovevano essere assegnate ai palestinesi entro il 1998, ma l’accordo non si realizzò mai e l’intera Cisgiordania rimase sotto occupazione israeliana.

Il diritto umanitario internazionale definisce i palestinesi come “popolazione protetta” e Israele come “potenza occupante”, alla quale è proibito apportare cambiamenti permanenti [al territorio, ndt] e che è obbligata a proteggere lo status quo ante. Eppure, oggi i blocchi di colonie in costante crescita sono tutt’altro che temporanei. L’area C è attualmente abitata da solo il 6% dei palestinesi della Cisgiordania, cioè da circa 300.000 palestinesi e più di 340.000 coloni israeliani. Più di 20.000 dei palestinesi che vivono in area C sono beduini e comunità di pastori che vivono prevalentemente in tende, baracche di stoffa e metallo e caverne.

Le autorità israeliane hanno ostacolato lo sviluppo palestinese dell’area C e in molte altre parti della Cisgiordania attraverso ordini militari. Questi ordini impediscono ai palestinesi di registrare terre e di costruire, e vietano ai comitati locali e distrettuali la pianificazione. Come risultato, i palestinesi sono esclusi dalla partecipazione ai processi che guidano lo sviluppo territoriale, mentre Israele confisca terreni per presunti servizi pubblici quali le strade costruite per l’utilizzo esclusivo degli israeliani ebrei.
Il progetto israeliano non è temporaneo o casuale, ma è un sistema etno-nazionale e coloniale di insediamento.

Come tale, solo il 30% dei territori dell’area C sono designati per lo sviluppo a guida palestinese. Il restante 70% è classificato come zone militari chiuse che sono interdetti ai palestinesi, a meno che essi ottengano dei permessi dalle autorità israeliane. Queste gravi restrizioni sullo sviluppo territoriale dei palestinesi continuano ad intensificarsi nonostante il fatto che lo stato palestinese sarebbe impensabile senza l’area C. Infatti, l’area C contiene risorse naturali di grande valore e una ricca eredità culturale, e rappresenta la gran parte dell’area disponibile per lo sviluppo territoriale del futuro stato palestinese.

Coloro che si aggrappano al “processo di pace”, che ha prodotto la designazione dell’area C, continuano a nascondere ciò che sta avvenendo di fatto: politiche e pratiche israeliane che creano condizioni equivalenti ad un sistema di apartheid. Uno sguardo critico sull’area C conferma che il progetto israeliano non è semplicemente temporaneo e casuale – cioè un’occupazione militare – ma un sistema etno-nazionale e coloniale d’insediamento permanente. È il risultato dell’ideologia sionista e una pratica che aspira a stabilire uno Stato esclusivamente ebraico dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo.

Questo è evidente nello schema di controllo israeliano, che include il sistema di identificazione, le strade di circonvallazione israeliane, i checkpoint militari, l’implementazione di un sistema giuridico separato per palestinesi e coloni israeliani nei Territori Palestinesi Occupati (TPO), il monopolio israeliano sulle risorse naturali palestinesi, e il muro di separazione – tutti elementi che continuano a violare il diritto internazionale.

Chiaramente, come risultato, lo sviluppo palestinese è soffocato dalle demolizioni israeliane, dal divieto delle costruzioni palestinesi e dalla “cooperazione” idrica tra Israele e l’Autorità Nazionale Palestinese. Inoltre, per alcuni, anche i progetti di sviluppo e gli aiuti internazionali minano, invece di portare avanti, gli interessi palestinesi.

Sviluppo Represso

Distruzioni e restrizioni israeliane
Al momento sono imminenti più di 12.500 ordini di demolizione israeliani contro approssimativamente 13.000 strutture palestinesi nell’area C. Come risposta a queste demolizioni i palestinesi hanno preparato 116 piani generali che dovrebbero accomodare 132.000 palestinesi in 128 comunità. Questi piani delineano la costruzione di case e dei servizi sociali necessari, incluse le scuole e le cliniche. Nonostante il fatto che questi piani rispettino gli standard internazionali, l’Amministrazione Civile Israeliana (ICA), che amministra la pianificazione e l’urbanistica nell’area C in base all’impianto di Oslo, ha approvato solo 5 dei 102 [progetti] presentati, e 99 altri sono stati trattenuti per più di 18 mesi a causa di discussioni tecniche. Dal 2009 al 2013, sono stati approvati solo 34 permessi di costruzione su 2000 richieste per i palestinesi nell’area C.

Questo impedisce, chiaramente, lo sviluppo di infrastrutture essenziali per la comunità palestinese. Per esempio, l’area C ha una grave carenza di aule e di scuole primarie situate nelle comunità per i palestinesi, e questo influisce sull’accesso dei bambini all’educazione, in particolare quello delle bambine. Le restrizioni nell’area C impediscono anche la naturale espansione delle città urbane, dei centri e dei villaggi rurali. La comunità internazionale ha supportato l’agenda dello sviluppo compresa nei piani generali, e nonostante alcune infrastrutture sociali di vitale importanza siano state realizzate, il gap nello sviluppo rimane enorme.

In relazione a ciò, la densità della popolazione palestinese nelle zone costruite dell’area C è di 250 volte più alta di quella dei coloni israeliani. Questo contrasto, che rivela l’ampia differenza nell’accesso allo spazio vitale e alle risorse, è ancora più grande quando si comparano le densità di popolazione all’interno delle aree destinate allo sviluppo – cioè, come delineate nei piani generali presentati dai palestinesi alla luce delle attuali restrizioni israeliane. La densità della popolazione palestinese all’interno di questi piani proposti è quasi del 600% più alta della densità per i coloni israeliani nei piani per le colonie.

Inoltre, questa densità di popolazione palestinese è molto più alta della densità approvata nei piani generali delle aree A e B. Quest’alta densità pianificata per l’area C significa che c’è poco spazio per la crescita della popolazione, la fornitura dei servizi basilari, e l’agricoltura o qualsiasi altro mezzo di sviluppo economico. Limitare lo sviluppo delle comunità palestinesi nell’area C costringe i palestinesi a migrare verso i centri urbani e le comunità dell’area A e B, come parte dell’obiettivo israeliano di ridurre la popolazione palestinese nell’area C.

La “cooperazione” israelo-palestinese
La cooperazione israelo-palestinese nell’area C è tutto fuorché innocua. Nel gennaio del 2017, per esempio, l’Autorità Nazionale Palestinese e Israele hanno dichiarato che il conflitto che durava da 6 anni sulla cooperazione idrica tra di loro era finito. Il comitato congiunto israelo-palestinese per l’acqua di Oslo non si era incontrato dal 2010 quando l’Autorità Idrica Palestinese rifiutò di continuare a rilasciare permessi per progetti di infrastrutture idriche nelle colonie israeliane sparse nell’area C.

Il nuovo accordo approvato da entrambe le parti dà ai palestinesi il diritto di collegare le comunità palestinesi in area C alla rete idrica senza chiedere il permesso a Israele, ma non affronta i piani palestinesi per l’estrazione di ulteriore acqua dai pozzi, per l’aggiornamento dei pozzi o lo scavo di nuovi. Inoltre, permette anche agli israeliani di costruire infrastrutture idriche e tubature senza il permesso della parte palestinese – una pratica che essi avevano portato avanti nonostante lo scontro sulla questione della cooperazione idrica.

Fondamentalmente, l’accordo non riuscì ad affrontare le profonde diseguaglianze idriche evidenti sin dagli Accordi di Oslo. I coloni israeliani, per esempio, consumano più di 4 volte tanto quanto consumano i palestinesi in Cisgiordania, inclusa l’area C, e le famiglie palestinesi in difficoltà spendono un quinto del loro salario per l’acqua. Inoltre, le autorità israeliane non negano solo ai palestinesi l’accesso alle terre e alle risorse idriche, ma distruggono anche le strutture palestinesi, tra cui le infrastrutture idriche.

Lo sviluppo idrico nell’area C perciò si dimostra quasi impossibile per i palestinesi. Se vogliono costruire piccole tubature per l’acqua per una comunità palestinese remota e vulnerabile, devono farlo in mezzo alle grandi tubature delle colonie israeliane in costante crescita.

La complicità internazionale

Anche i piani ideati dalla comunità internazionale per e con le comunità palestinesi nell’area C e in partenariato con l’Autorità Nazionale Palestinese dimostrano come lo sviluppo territoriale sia limitato. Israele ha usato queste iniziative come strumento per controllare ulteriormente la Cisgiordania e Gerusalemme e i suoi dintorni.

Le autorità israeliane, per esempio, hanno approvato una rete di strade regionali che sono state riabilitate o costruite per i palestinesi con il supporto della comunità internazionale, dato che erano di beneficio anche per i coloni israeliani in Cisgiordania. Queste strade palestinesi sono di complemento per le strade designate per gli israeliani e che collegano le colonie israeliane in Cisgiordania con Israele stesso, aggirando le comunità palestinesi. Ciò comporta gravi ripercussioni sul diritto dei palestinesi alla libertà di movimento; questo tipo di infrastruttura pregiudica anche altri diritti palestinesi connessi, come il diritto al culto e all’educazione, in quanto li costringe a fare i pendolari utilizzando strade più lunghe e più costose.

I palestinesi devono affrontare la questione dello sviluppo nell’area C con strategie che vanno oltre il soccorso e i piccoli tentativi di sviluppo.

Inoltre, i programmi di emergenza, di soccorso e quelli umanitari hanno oscurato gli interventi in direzione dello sviluppo in Cisgiordania, in particolare nell’area C. Le necessità di sicurezza rivendicate da Israele hanno reso i palestinesi dipendenti dai donatori internazionali, e le decisioni chiave sono state spostate in modo crescente fuori dal controllo dei locali.

Queste politiche, sviluppate sulla base dello schema dei due Stati, permettono ai palestinesi nell’area C al massimo di sopravvivere. Sopravvivere – cioè semplicemente esistere – è essenziale per salvaguardare la soluzione dei due Stati. Ma sebbene i palestinesi trovino modi per rimanere resilienti sotto le immense pressioni e incertezze che caratterizzano il contesto di sviluppo nell’area C, sono sempre più insicuri.

Un esempio è il villaggio di Susiya, a sud di Hebron. I 340 abitanti di Susiya, che si procurano da vivere principalmente tramite la pastorizia, resistono alle pratiche israeliane sul terreno sin da quando i coloni israeliani hanno dichiarato che Susiya era stata costituita sulla loro terra, nel 1983. Nel 1986, l’ICA ha informato i residenti palestinesi di Susiya che il loro villaggio era stato appropriato “per scopi pubblici”, e l’esercito israeliano li ha espulsi dalle loro case. Le famiglie hanno spostato le loro dimore lì vicino. L’ ICA li ha spostati di nuovo nel 2001.

Oggi Susiya continua a sopravvivere, principalmente tramite interventi umanitari e misure di sostegno da parte di attori internazionali. I residenti del villaggio hanno pure sviluppato dei piani per il futuro, come il piano generale del 2013. L’ICA ha rifiutato di approvare il piano, il quale darebbe ai residenti la sicurezza e l’accesso alle tubature per la fornitura di acqua. In contrasto, ha emesso decine di ordini di demolizione. I coloni israeliani hanno limitato l’accesso degli abitanti del villaggio ad alcune delle loro terre agricole, e la loro violenza è spesso documentata.


Che cosa possono fare i palestinesi?

Se i palestinesi vogliono ottenere le loro terre e i loro diritti, devono affrontare lo sviluppo nell’area C con interventi che rispondono alle pratiche di occupazione israeliane. Queste strategie devono andare oltre gli sforzi di soccorso e di sviluppo di piccole dimensioni.

Preservazione
Innanzitutto i palestinesi devono preservare qualsiasi loro presenza [sul territorio, ndt] attuale. La società civile palestinese, l’Autorità Nazionale Palestinese e i donatori possono trovare modi in cui le comunità palestinesi nell’area C, inclusi i beduini e le comunità di pastori, continuino a crescere e a lavorare sulle loro terre. Questi gruppi hanno diritti codificati secondo il diritto umanitario internazionale ad utilizzare le risorse naturali della terra senza subire minaccia per la loro sicurezza, nonché a mantenere la loro proprietà e i loro legami storici con la terra così come i loro valori culturali.

La capacità di sostenere queste comunità può essere rafforzata attraverso il mantenimento dei legami di parentela e dei nessi economici tra palestinesi nelle aree A, B e C. Le autorità palestinesi competenti, per esempio, possono assicurare che le grandi municipalità nelle aree A e B forniscano i servizi basilari alle zone rurali dell’area C.

La società civile palestinese può anche supportare la preservazione della presenza palestinese in Cisgiordania creando e sostenendo la creazione di mappe di fonti disponibili che includano tutte le comunità palestinesi.

Legislazione
L’Autorità Nazionale Palestinese deve sbarazzarsi delle leggi e dei sistemi di regole arcaici in modo da incentivare la crescita tra le comunità palestinesi. Le politiche datate devono essere sostituite da criteri che enfatizzino i diritti umani e la partecipazione inclusiva. Una nuova legge palestinese sulle costruzioni e sulla pianificazione, per esempio, potrebbe sostituire le leggi sulla costruzione e sulla pianificazione in atto sin dai tempi del mandato britannico (gli anni ’40) e sin dall’amministrazione giordana (anni ’60). Queste leggi non danno più risposte utili alle sfide affrontate dai palestinesi nella vita reale. Una nuova legge dovrebbe aspirare ad assicurare processi di partecipazione pubblica, e dunque la titolarità locale dei piani e dei progetti, specialmente nell’area C.

La società civile palestinese e i leader politici devono riappropriarsi dello sviluppo attraverso piani che rispondono alle necessità della popolazione.

L’Autorità Nazionale Palestinese deve anche incoraggiare il lavoro di cooperazione e sviluppo tra le comunità palestinesi nelle aree A, B e C in modo da incrementare la crescita economica territoriale. Potrebbe supportare e creare delle unità amministrative più ampie, che connettano diverse aree, per esempio, come dei consigli congiunti per i servizi e delle municipalità congiunte.

Decolonizzazione
I palestinesi devono anche ideare dei piani di decolonizzazione per l’area C. Il Piano Territoriale Nazionale per la Palestina, a supporto europeo, del 2009, include una visione di sviluppo per l’area C nota come “Previsioni per la Palestina, 2025, 2050”. Il documento rappresenta una cornice di ampia prospettiva per sette principali settori: economia, sviluppo urbano, infrastrutture, demografia, relazioni internazionali, servizi e risorse naturali. L’Autorità Nazionale Palestinese deve ultimare e adottare la prospettiva dello sviluppo territoriale come piano ufficiale che offra procedure specifiche in merito a come affrontare le colonie israeliane nell’area C. Un manuale su come comportarsi con le colonie israeliane, per esempio, potrebbe essere sviluppato in collaborazione tra tutte le parti interessate palestinesi, inclusi i profughi nella diaspora. Le linee guida detterebbero a quali settori verrebbero allocate le colonie quando si sviluppasse uno Stato palestinese, come l’agricoltura o l’industria. Questi settori determinerebbero il destino delle colonie – cioè la demolizione o la conversione.

I palestinesi e i loro alleati devono continuare a supportare il movimento di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) e lavorare con le organizzazioni internazionali per lottare per i diritti dei palestinesi allo sviluppo nell’area C. I partner di sviluppo e quelli multilateriali, incluse le Nazioni Unite, dovrebbero supportare tale sviluppo promuovendo costruzioni di grande scala nell’area C in accordo con i parametri della soluzione dei due Stati.

I passi proposti qui sopra non possono realizzare uno sviluppo palestinese sostenibile, ma possono aiutare a respingere l’occupazione militare israeliana nell’area C e oltre. Adottando queste e altre misure, la società civile palestinese e i leader politici devono prendere lo sviluppo nelle loro mani attraverso piani che rispondano alle necessità della popolazione e che la mantengano sulla sua terra, per contrapporsi ai piani coloniali di Israele.

Ahmad El-Atrash

Membro di Al-Shabaka, Ahmad El-Atrash è un pianificatore territoriale palestinese e uno specialista in sviluppo urbano. Ha avuto ampia esperienza nel lavoro con think-tank, istituzioni accademiche, ONG e agenzie ONU riguardo questioni relative alla pianificazione geopolitica e strategica, alla riforma della governance, la resilienza e lo sviluppo sostenibile nel contesto palestinese. Ahmad ha conseguito un dottorato in Pianificazione Territoriale all’Università TU-Dortmund in Germania.

Traduzione di Tamara Taher




Il “laboratorio” di Gaza aumenta i profitti dell’industria bellica israeliana

Gabriel Schivone

05.ottobre.2018, The Electronic Intifada

Dopo aver esplorato il vasto sistema di sorveglianza lungo il confine tra Stati Uniti e Messico e aver trovato sistemi di sicurezza israeliani installati ovunque, l’autore Todd Miller e io ci siamo interessati al ruolo assunto da Israele come la più grande industria di sicurezza nazionale al mondo. L’industria delle armi israeliana ha il doppio delle dimensioni della sua controparte statunitense in termini di esportazioni pro capite e impiega una percentuale della forza lavoro nazionale doppia rispetto a quella degli Stati Uniti o della Francia, due dei principali esportatori di armi a livello mondiale.

Durante il nostro viaggio del 2016, non è stato difficile individuare alcuni degli industriali più intraprendenti di Israele che ci hanno spiegato come controllano un’area grande approssimativamente quanto il New Jersey.

Il nostro primo giorno, partecipando a una conferenza annuale sui droni, abbiamo incontrato Guy Keren, un uomo di mezza età che è il carismatico amministratore delegato di un’azienda israeliana per la sicurezza interna chiamata iHLS. L’iHLS di Keren aveva organizzato la conferenza sui droni.

Alcuni giorni dopo, ci siamo seduti con Keren nell’allora nuovissima sede di iHLS nella città costiera mediterranea di Raanana, nota per il suo parco industriale ad alta tecnologia. Gli abbiamo parlato nella sala conferenze sopra il laboratorio informatico della società.

Sotto di noi, branchi di giovani tecnologi facevano rullare le loro tastiere. Questo complesso, ci ha detto Keren, potrebbe ospitare fino a 150 startup.

Keren ci ha spiegato come la striscia di Gaza offra a Israele – e a iHLS – un vantaggio competitivo rispetto ad altri paesi a causa delle opportunità di testare in tempo reale nuovi prodotti durante tutto l’anno. Israele ha guadagnato il soprannome di “start-up nation” tra le élite imprenditoriali di tutto il mondo.

Una provetta umana

Abbiamo chiesto a Keren perché l’industria tecnologica israeliana abbia prestazioni così sorprendenti, soprattutto nel settore militare.

“Perché mettiamo alla prova i nostri sistemi dal vivo”, ci ha detto. “Siamo sempre in una situazione di guerra. Se non sta succedendo in questo momento, accadrà tra un mese. “

“Non si tratta solo di costruire la tecnologia” e di dover aspettare anni per provare i sistemi, ci ha detto Keren. Il segreto del successo del settore tecnologico israeliano, ha spiegato, sta nel “mettere in pratica la tecnologia più velocemente di qualsiasi altro paese in situazioni reali”.

Keren non è il primo a fare questo ragionamento. Fra i protagonisti del settore israeliano di alta tecnologia militare, Gaza è ampiamente percepita come una provetta umana – dove si sperimentano metodi per migliorare la capacità di uccidere ma anche metodi di pacificazione.

Quando, durante una conferenza del 2012 a El Paso, in Texas, Roei Elkabetz, un generale di brigata dell’esercito israeliano, si è rivolto a una platea di specialisti in tecnologia di controllo delle frontiere, ha mostrato sullo schermo una foto del muro, costruito da Magal Systems, che isola Gaza dal mondo esterno.
“Abbiamo imparato molto da Gaza”, ha detto. “È un grande laboratorio.”

Leila Stockmarr, una studiosa danese, ha partecipato allo stesso tipo di esposizioni di sicurezza israeliane visitate da Todd Miller e dal sottoscritto. “Come sostengono la maggior parte dei rappresentanti delle compagnie che ho intervistato, è centrale per le capacità militari e di polizia all’avanguardia di Israele che i nuovi strumenti tecnologici siano sviluppati e testati in una situazione reale di controllo di una popolazione, come nella Striscia di Gaza “, scrive nel suo saggio del 2016 “Oltre le ipotesi di laboratorio: Gaza come cinghia di trasmissione della tecnologia militare e di sicurezza”.

Aggiustamenti in tempo reale

Come ha detto a Stockmarr il rappresentante di un’importante società di sicurezza: “Una volta che un ordine è stato fatto dall’esercito israeliano, e dopo il dispiegamento iniziale sul campo, i reparti tecnici dell’azienda sono spesso contattati con richieste di correzioni e modifiche basate sull’esperienza. Così ogni volta che l’esercito usa la tecnologia israeliana di sicurezza interna, la verifica automaticamente. Le aziende traggono grande beneficio da questo e ogni volta che viene effettuato un nuovo ordine, questo feedback dal campo di battaglia viene utilizzato per migliorare la competitività del prodotto e garantire qualità ed efficacia”.

Cosa insolita per l’industria delle armi di un paese, Israele ha un laboratorio in un territorio che occupa – Gaza – molto vicino agli impianti di produzione per le sue armi e la sua tecnologia di sorveglianza. Il coinvolgimento nella Striscia di Gaza, come notato da Stockmarr nel 2016, aiuta le aziende a creare e perfezionare nuove idee, facendo aggiustamenti fini alle linee di prodotto.

Nell’aprile 2018, Saar Koursh, allora CEO di Magal Systems – un contendente per aggiudicarsi gli appalti per le infrastrutture di sorveglianza aggiuntive sul confine tra Stati Uniti e Messico proposte dal presidente americano Donald Trump – avrebbe descritto Gaza come uno “showroom” per le “recinzioni intelligenti” dell’azienda, i cui clienti “apprezzano che i prodotti siano testati in battaglia”.

Stockmarr osserva che gli stessi palestinesi di Gaza svolgono un ruolo nella fase di test, eseguendo una “parte cruciale” di questo ciclo del settore della sicurezza nazionale: “Al fine di valutare un dato prodotto, la valutazione sistematica delle reazioni delle popolazioni prese di mira dalle nuove tecnologie di sicurezza è un dato cruciale per gli acquirenti stranieri”.

Moltissimi investitori da tutto il mondo apprezzano l’idea, almeno quando il margine di profitto è interessante. “Il valore delle azioni di Magal USA è schizzato in alto alla fine del 2016, quando Trump ha parlato di un muro di confine messicano”, secondo Bloomberg.

E durante il primo mese dell’attacco israeliano a Gaza del 2014, il prezzo delle azioni della più grande società israeliana di armi, la Elbit Systems, è aumentato del 6,1%. Più di 2.200 palestinesi sono stati uccisi in quell’attacco.

Un esperimento senza fine

Quest’anno, da quando è iniziata la protesta della Grande Marcia del Ritorno, il 30 marzo, l’ultima linea israeliana di droni per il controllo delle folle ha debuttato a Gaza. Fra questi il drone chiamato non a caso “Sea of ​​Tears” (mare di lacrime), un prodotto commerciale cinese modificato dalla polizia israeliana per scaricare gas lacrimogeni sulle folle umane sottostanti, e il drone “Shocko” che spruzza “acqua puzzolente” sui manifestanti.

Il ministero della salute di Gaza ha constatato negli ultimi sei mesi gli effetti sugli esseri umani delle “pallottole a farfalla” israeliane, che esplodono all’impatto. Si tratta di uno dei tipi di proiettili più mortali che Israele abbia mai usato.

Il personale di Medici Senza Frontiere ha trattato lesioni da proiettili a farfalla nel 50% degli oltre 500 pazienti trattati durante le proteste.

Molti dei manifestanti che non sono stati uccisi sul momento sono stati gravemente feriti, facendo dei proiettili a farfalla un nuovo capitolo nella lunga storia della pratica di sparare per mutilare adottata dall’esercito israeliano, che Jasbir K. Puar ha descritto in dettaglio nel suo libro “Il diritto di mutilare: infermità, capacità, disabilità”.

Al 1° ottobre, oltre 150 palestinesi sono stati uccisi nella Grande Marcia del Ritorno, tra cui oltre 30 bambini. Più di 10.000 sono stati feriti, metà dei quali da colpi d’arma da fuoco.

Nel frattempo, nel parco industriale di Raanana, negli uffici climatizzati di iHLS, Keren e il suo staff sono impegnati a sviluppare i prossimi strumenti nel settore delle armi israeliane, aggiornando i loro sistemi ed espandendo i loro margini di profitto.

Gabriel M. Schivone è un ricercatore esterno presso l’Università dell’Arizona e autore del libro di prossima uscita “Produrre i nuovi ‘clandestini’: come un decennio di coinvolgimento degli Stati Uniti in centro America ha scatenato la recente ondata di immigrazione” (Prometheus book).

 

Traduzione a cura dell’Associazione di Amicizia Italo-Palestinese Onlus, Firenze




L’agonia di Khan al Ahmar

Patrizia Cecconi

30/ 09/ 2018, Pressenza

Una delle ultime illegali prepotenze israeliane sta per avere, quasi certamente, il suo epilogo. Si tratta del villaggio beduino di Khan Al Ahmar a est di Gerusalemme, esattamente tra le due colonie – illegali come tutte le altre – di Ma’ale Adumin e Kfar Adumin.

La storia del villaggio non differisce molto da quella di altri villaggi rasi al suolo, in piena illegalità, da Israele, ma qui c’è qualcosa di speciale. C’è una scuola di gomme, cioè un’idea fantastica avuta dall’Associazione Vento di Terra che l’ha costruita e che ha richiamato l’attenzione, finalmente, anche delle istituzioni internazionali. Ma Israele, convinto di essere al di sopra di ogni legge che non sia la propria, dopo l’ultima sentenza della “sua” Corte suprema, ha deciso che la scuola e il villaggio vanno demoliti. Il perché è gravissimo, ma ce lo faremo spiegare da uno dei rappresentanti  nonché fondatore dell’associazione che al momento si trova nel villaggio a rischio demolizione: Massimo Annibale Rossi al quale abbiamo chiesto un’intervista.

La prima cosa che sembra normale chiedere a Massimo A. Rossi è come nasce l’idea di costruire una scuola di gomme e perché proprio lì.  Questa storia è la storia di una lunga battaglia e Massimo ci sta mettendo l’anima per riuscire a vincerla, ma mentre inizia a raccontare lo interrompo per chiedergli qualcosa di sé.

Non intendo una biografia ma almeno qualche notizia che faccia capire ai nostri lettori cosa c’è dietro tanto impegno.

La richiesta è accolta e Massimo dice di potersi definire “un figlio della rivoluzione basagliana”. Basaglia, lo psichiatra capace di far aprire i manicomi negli anni ’70, “era un grande innovatore e un grande rivoluzionario” mi dice e aggiunge “l’abbattimento dei muri di segregazione è una vera rivoluzione e i muri non sono solo quelli manicomiali, ma quelli discriminatori del ‘diverso’ in genere” e questa consapevolezza sarà un po’ l’imprinting del suo impegno sul sociale. Anche la sua tesi di laurea in Letteratura moderna riguarderà una ricerca sull’alterità. Quindi a pieno titolo può definirsi un figlio della rivoluzione basagliana.

Prima di arrivare in Palestina Massimo ha lavorato nelle periferie milanesi, poi in America Latina. Ha sempre scelto di fare lavoro in rete e ricorda la prima Cooperazione allo sviluppo come un ottimo strumento per operare nelle situazioni di svantaggio sociale. Non sarà più così quando la Cooperazione italiana inizierà una diversa metodologia operativa rifacendosi al modello anglosassone e “a quel punto nasce l’idea di formare una piccola ong indipendente che sia assolutamente radicata nella realtà, senza avere l’imprinting aziendalistico delle ong anglosassoni”.

Insomma, abbiamo davanti, o meglio “in linea” un uomo che una dozzina di anni fa, con un piccolo gruppo di amici, tra cui la sua compagna di vita Barbara Archetti, attuale presidente di VdT, costituisce un’associazione che ha come filosofia di fondo l’abbattimento della discriminazione sociale.

Vento di Terra verrà costituita nel 2006, ma già nel 2002 era avvenuto l’incontro con la Palestina, dice Massimo, “Inizialmente si trattava di interesse giornalistico. Osservare, descrivere e comunicare” poi però avverrà il coinvolgimento con “il mondo palestinese vero e il passaggio dal descrivere all’intervenire.”  Lavorerà con i progetti educativi con i centri Rousseau nel campo profughi di Shuafat in Cisgiordania e porterà in Italia, in sei anni di summer camp, 150 bambini accolti da una ventina di Comuni del milanese. “Ormai eravamo considerati come parte della comunità e in quel periodo Barbara (n.d.r. l’attuale presidente dell’associazione) gestì anche un asilo nido nel campo. Ma i beduini erano degli ‘invisibili’. Fu la coordinatrice del campo di Shuafat a farci conoscere la comunità beduina di Khan Al Ahmar, una tribù cacciata dalla propria terra, nel deserto del Negev nel 1952 e sistematasi in questo pezzetto di terra a est di Gerusalemme”.

Infatti, la comunità beduina degli Jahalin rappresenta uno dei casi di profughi nella loro stessa terra, ma Israele sta mettendo in pratica, totalmente fuori da tutte le leggi internazionali, il cosiddetto piano D già elaborato prima della sua autoproclamazione come stato nel maggio del “48 e cioè l’annessione di tutta la Palestina storica “rosicchiando” con le sue colonie illegali i territori palestinesi dell’area C, praticando quella che viene definita colonizzazione da insediamento e che va contro il Diritto internazionale.

Quindi la piccola comunità beduina deve sparire perché Israele deve unire le due colonie e tagliare in due la Palestina impedendo la nascita di uno Stato palestinese per mancanza, tra l’altro, di continuità territoriale.

Ma perché Khan al Ahmar ha pensato di fare una scuola proprio qui? Massimo A. Rossi risponde che “il lavoro di VdT in Palestina, compresa anche la Striscia di Gaza, riguarda sempre progetti educativi proprio per quell’esserci – alla base dell’associazione – del discorso di abbattimento muri discriminatori. Abbiamo deciso di fare qui la scuola perché la comunità infantile di Khan al Ahmar non aveva accesso ad altre scuole se non attraversando una pericolosissima autostrada scavalcando il guard rail. Quei bambini avevano il diritto di accedere all’istruzione, ma Israele non consentiva costruzioni che avessero delle fondamenta e così, con gli architetti dell’associazione Arcò di Milano, collegata con l’Università di Pavia si pensò di costruire una struttura già sperimentata in New Mexico. Le vecchie gomme di auto in Palestina non mancano, vengono usate come forma di riciclo un po’ ovunque. Venne preparato il progetto e la costruzione coinvolse tutta la comunità. Realizzammo la scuola, senza fondamenta in modo che Israele non potesse accampare giustificazioni per demolirla, in 14 giorni e 14 notti. Era il giugno del 2009”.

Ma conoscendo la storia di quella scuola sappiamo che Israele tentò da subito di abbatterla, dichiarandola illegale. Non potendo dire apertamente al mondo quale fosse il motivo dell’abbattimento e l’intenzione di demolire l’intero villaggio, la destra filoisraeliana in Italia mostrò la faccia buona di Israele e disse che la scuola era dannosa per la salute dei bambini. Chiedo se ricordo bene e Massimo mi conferma che sì, ricordo bene “in Italia i filoisraeliani  dissero che il ‘nero-fumo’ cioè una sostanza rilasciata dagli pneumatici, era dannosa per la salute dei bambini. Ma gli pneumatici erano coperti dalla malta e quindi la scusa venne abbandonata” poi continua dicendo che Israele non poteva neanche accampare il diritto di uso di suolo pubblico, comunque pretestuoso, perché il terreno era di proprietà privata della famiglia Anata e questa sembrava un’ottima forma cautelativa.

Dopo anni di dispute, di ricorsi al Tribunale e infine alla Corte suprema di Giustizia – l’organo giuridico israeliano che mette l’ultima parola alle sentenze dei precedenti tribunali – dopo l’intervento di parlamentari italiani ed europei, si sperava di potercela fare ma ormai la Corte Suprema – la cui composizione negli anni è cambiata seguendo l’andamento governativo sempre più a destra – ha dato il suo parere favorevole alla distruzione della scuola e del villaggio e il governo israeliano ha offerto uno spazio vicino a una discarica o un altro in prossimità di fognature per spostare tutta la comunità.

L’Alto rappresentante per gli affari esteri della UE, Federica Mogherini, su sollecitazione del direttore di B’Tselem, ha preso posizione dichiarando che abbattimento e deportazione potrebbero configurarsi come crimini di guerra e creare seri problemi ad Israele. B’Tselem è stata la prima  associazione israeliana democratica ad esprimersi in tal senso e seguita a dare il suo supporto sapendo che  domani, 1° ottobre, le ruspe dovrebbero entrare in azione.

Chiedo a Massimo A. Rossi cosa faranno loro di VdT e mi risponde “noi saremo accanto alla comunità comunque. A noi questo progetto ha cambiato la vita, non possiamo abbandonare bambini e famiglie  all’arbitrio israeliano. Peraltro, la sentenza della Corte Suprema parla di demolizione e non di deportazione degli abitanti.” In effetti il capo villaggio ha inviato una lettera aperta alle autorità israeliane ed all’esercito dicendo che da lì loro non si sposteranno e che chiunque agirà contro di loro, dall’ultimo conducente di ruspa al primo generale, sarà ritenuto responsabile di crimini contro l’umanità e si chiederà contro ognuno di loro l’intervento delle organizzazioni giuridiche internazionali.

Domani, 1° ottobre, sarà pure giorno di sciopero nazionale in tutta la Palestina, proclamato dall’Anp contro la legge che trasforma, anche giuridicamente, lo Stato israeliano in Stato ebraico rendendo di fatto e di diritto Israele uno Stato di apartheid. Cosa succederà domani al villaggio di Khan Al Akhmar? Si spera nel miracolo, visto che lo strapotere di Israele va al di sopra dell’Onu al punto di permettersi di non far entrare in Palestina parlamentari e rappresentanti Onu, in quanto, sia chiaro, tutta la Palestina è assediata, anche se Gaza lo è in modo più esasperato, tutta la Palestina è assediata e le chiavi d’entrata e d’uscita per il fondo chiuso e occupato chiamato Palestina le tiene l’assediante.

Si spera nel miracolo.

Intanto Vento di Terra non cede come non ha ceduto dopo che l’esercito israeliano ha demolito con precisione certosina quello che Massimo A. Rossi chiama il “nostro vero gioiello, la ‘Terra dei bambini’ di Um al Naser nella Striscia di Gaza, costruita in un posto in cui c’era solo liquame, un gioiello di architettura biodinamica. Il nostro materiale di base erano sacchi di sabbia. La costruimmo nel 2011, offriva educazione e gioia a 150 bambini. A inaugurarla fu Laura Bodrini. Quando l’esercito israeliano invase la Striscia di Gaza, nel 2014, La terra dei bambini fu il primo edificio ad essere demolito”.

Chi scrive lo sa bene e visitò quel che ne restava un anno dopo il massacro israeliano detto “margine protettivo”. Non c’era più niente se non qualche pezzo di tondino di ferro sfuggito ai bulldozer.  Massimo racconta della distruzione “del loro gioiello” con un tono profondamente amaro ma poco dopo aggiunge “Ora però la stiamo ricostruendo. Non è proprio la stessa cosa ma il nuovo asilo ha preso già a funzionare e poi abbiamo il progetto Zeina per le donne. No, ormai non ci fermiamo. Le nostre scuole, i nostri centri sono tutti costruiti con i parametri della bio-architettura, leghiamo insieme ambiente e istruzione in un progetto che vede la pace e il rispetto per la vita come percorso e come obiettivo”.

Chi ha visitato i centri di Umm Al Naser sa che non c’è una parola di troppo in queste affermazioni, e la ex-direttrice della Terra dei bambini che ora dirige il nuovo asilo e che è a sua volta membro di una famiglia beduina, è una delle giovani donne più determinate e intelligenti incontrate nella Striscia di Gaza.

Da questa conversazione con il co-fondatore di VdT emerge quanto affermato nelle prime battute : un figlio della rivoluzione basagliana che vede nell’abbattimento dei muri di segregazione la propria mission che VdT realizza come e dove può.

Israele probabilmente domani metterà in pratica quel che rappresenterà, per il momento, la sua ultima vergogna oltre che il suo ultimo crimine, ma Israele cammina esattamente come i suoi bulldozer: distrugge tutto ciò che confligge col suo piano di annessione illegale della Palestina, sapendo che finora ha potuto contare sulla tolleranza delle istituzioni internazionali ed ora può addirittura contare sul sostegno immediato, totale e dichiarato senza pudore del presidente degli USA, l’uomo che si pone come padrone del mondo e che, nella sua rozzezza politica oltre che umana, ha affermato la sua intenzione di sostenere Israele al di là di ogni legalità internazionale.

Sappiamo che Khan Al Ahmar non è che l’ennesimo passo di pulizia etnica, del resto il colonialismo da insediamento non può sopportare un’interruzione “araba” nella sua continuità etnicamente “ebraica” ma, come gli abitanti di altri villaggi, distrutti e immediatamente ricostruiti per tre, quattro, dieci  volte o addirittura, come Al Aragib per oltre 130 volte, anche Khan Al Ahmar verrà ricostruito una, due, dieci volte a meno che Israele non si macchi ancora una volta del crimine di deportazione caricando gli abitanti a forza sui  camion, come ci ricordano antiche e tristi immagini in cui i caricati erano ebrei, per allontanarli definitivamente dalla loro terra.

Il portavoce della comunità Jahalin ha detto chiaramente che accetteranno di essere spostati solo a patto che possano tornare nella loro terra, cioè solo a patto che venga data almeno parziale attuazione alla Risoluzione Onu 194. Cosa che Israele con farà.

Faccio un’ultima domanda a Massimo chiedendogli cosa faranno domani se il miracolo non si avvererà e arriveranno i bulldozer. Mi risponde che “faremo resistenza passiva, non offriremo la possibilità di sparare e, come ti ho già detto, noi non abbandoneremo la comunità e la sosterremo ovunque, ma soprattutto contiamo su quanto esposto dall’associazione B’Tselem e dall’Alto commissario Federica Mogherini sul piano giuridico: questa volta, forse per la prima volta, Israele avrà qualcosa da perdere. Se Israele seguiterà a non subire sanzioni, seguiterà ad applicare la legge della giungla. Contiamo su questo”.

Chiudiamo così l’intervista telefonica, noi, osservatori a distanza e con il compito di informare, e Massimo A. Rossi da Khan Al Ahmar, in mezzo a “tanta energia, tanta volontà …ma poco realismo” come mi dice con un po’ di amarezza salutandomi e aggiungendo di essere, ovviamente, molto preoccupato.

Chiudiamo augurandoci che avvenga “il miracolo” e che Israele per una volta capisca che deve arrendersi al Diritto e accantonare la legge del più forte.  Lo capirà solo se realmente scatteranno le sanzioni previste dal Diritto internazionale, quelle di cui, fino ad oggi, ha potuto farsi beffe sapendo che alle enunciazioni non seguiva altro che un inutile quanto ridicolo rimprovero.




Ho chiesto all’unica giornalista israeliana in Palestina di mostrarmi qualcosa di scioccante – e questo è ciò che ho visto

Robert Fisk

 a Bir Naballa, Cisgiordania

18 settembre, The Indipendent 

È la vecchia strada da Ramallah a Gerusalemme, lungo la quale si trovano ricchezze perdute, speranze dimenticate e case una volta amate. Tutto ciò ora finisce, ovviamente, al muro

Mostrami qualcosa che mi scioccherà, ho detto ad Amira Hass. Così l’unica giornalista israeliana nella Cisgiordania palestinese – o in Palestina, se si crede ancora a una parola così in disuso – mi ha portato lungo una strada fuori Ramallah che ricordavo come un’autostrada che portava a Gerusalemme. Ma ora, appena sopra una collina, si trasforma in una strada semi-asfaltata, una serie di porte arrugginite di negozi chiusi e spazzatura. Lo stesso vecchio odore estivo di scarichi fognari si insinua su per la strada. Giace, verde e tranquillo, in uno stagno alla base del muro.

O il “Muro”. O, per scribacchini più prudenti, il “Muro di Sicurezza”. O, per anime più delicate, la “Barriera di Sicurezza”. O per penne ancora più sciatte la “Barriera”. O, se ti preoccupi davvero delle implicazioni politiche, la “Recinzione”. La Recinzione – come i familiari pali e travi di legno che si possono trovare lungo il confine di un campo. O – se vuoi davvero spaventare i direttori di televisione e far arrabbiare gli israeliani – il “Muro della Segregazione”, o persino il “Muro dell’apartheid”. Perché presto parleremo dei “Bantustan” palestinesi che si ritrovano tagliati fuori dal Muro, da strade solo per israeliani e dal vasto impero delle colonie israeliane su terra araba.

Fidati di Amira perché ti dia degli spunti. Della frase “Bantustan palestinese” è disseminata la sua irata digressione mentre mi porta in giro nelle enclave palestinesi in Cisgiordania e, dopo un’ora o due, al Muro: torreggiante otto metri sopra di noi, severo, mostruoso nella sua determinazione, ritto e serpeggiante tra blocchi di abitazioni e che si insinua in uad [letti asciutti di torrenti, ndtr.] e si ritorce indietro su se stesso finché trovi due muri uno dietro all’altro, un muro doppio ma lo stesso muro, così sono i tornanti alpini di questa creatura. Scuoti la testa per un momento quando – improvvisamente, sicuramente per via di qualche errore di calcolo – non c’è assolutamente nessun muro ma una via commerciale o una semplice collina di boscaglia e pietre. E poi il massiccio progetto colonialista degli insediamenti israeliani, tutto alberi verdi e case con il tetto rosso e strade ordinate e, sì, più muri e recinzioni di filo spinato e muri ancora più grandi. E poi la bestia vera e propria. Il Muro.

Ma la parte di muro a cui Amira Hass mi porta – guida turistica e analista della società israeliana, ammette, non vanno insieme – è un posto veramente miserabile. Non epico come Dante. Forse un corrispondente di guerra potrebbe descriverlo meglio. È la vecchia strada tra Ramallah e Gerusalemme, lungo la quale si trovano ricchezze perdute, speranze dimenticate e case una volta amate, che ora finisce, ovviamente, al Muro.

“Ora, se questo non è scioccante, non so cosa lo possa essere,” dice Amira. “Questa è la distruzione della vita della gente – è la fine del mondo. Vedi qui? Andavamo dritti verso Gerusalemme. Ora non più. Questa era una via trafficata e qui puoi vedere come la gente ha investito in case con un po’ di grazia, la solidità delle case, la pietra. Guarda i cartelli in ebraico – perché questi palestinesi solevano avere molti clienti israeliani. Persino il nome ‘falegname’ è in ebraico.”

Ma quasi tutti i negozi sono chiusi, le case sprangate, erbacce e rami secchi lungo i marciapiedi rotti. I graffiti sono patetici, il sole senza pietà, il cielo così incrostato di calore che il grigio del muro a volte si fonde nel grigio pietra del cielo. “È penoso” dice Amira Hass, senza emozione. “Questo posto – ho sempre mostrato questo alla gente; sempre, sai, probabilmente un centinaio di volte ormai, e non smette mai di scioccarmi.”

Il liquame, una volta che ci fai l’abitudine, è in qualche modo adeguato. È come un posto in cui l’immaginazione si è esaurita, lasciando dietro solo uno squallido stagno, il verde sempre più luminoso perché il Muro sta acquisendo la patina del tempo.

Il silenzio non è opprimente – come potrebbe essere in un romanzo – ma richiede una risposta. Chiedo ad Amira cosa ci dice il Muro. “Penso a quello che dice a me…”, comincia. “Poiché si rende conto di non poter cacciare via i palestinesi, deve nasconderli. Deve occultarli ai nostri occhi. Qualcuno deve uscire per lavorare là per gli ebrei. E ciò è visto come se gli si facesse un favore. Gli israeliani non entrano, perché noi israeliani non abbiamo bisogno di queste zone – non ci servono – questa è spazzatura, questo è liquame. Il Muro dice quanto forte è la necessità di essere puri – e quante persone hanno preso parte a questo atto di violenza? Dicono che è a causa degli attacchi suicidi, ma l’infrastruttura giuridica e amministrativa per questa separazione esisteva da prima del Muro, per cui il Muro è una specie di manifestazione grafica o concreta o tangibile di leggi di separazione che c’erano già.”

Ed è un’israeliana che mi parla, la tenace e instancabile figlia di una madre partigiana bosniaca che dovette consegnarsi alla Gestapo e di un ebreo rumeno sopravvissuto all’Olocausto, e il cui socialismo, penso, le ha dato un coraggio forte, marxista.

Lei probabilmente non è d’accordo, ma penso a lei come a una figlia della Seconda Guerra Mondiale, anche se è nata 11 anni dopo la morte di Hitler. Suppone che le siano rimasti da 100 a 500 lettori israeliani; grazie a dio, dicono molti di noi, il suo giornale, “Haaretz”, esiste ancora.

La madre di Amira rimase colpita, lungo la strada dalla stazione del treno di Bergen Belsen nel 1944, dalle casalinghe tedesche che arrivavano per vedere la fila di prigionieri distrutti, da come le donne tedesche “stavano lì a guardare”. Amira Hass, sospetto, non starà mai lì a guardare. È cresciuta abituandosi all’odio e alla violenza del suo stesso popolo. Ma lei è realista.

“Guarda, non possiamo ignorare che per un certo periodo (il Muro) è servito alla funzione immediata della sicurezza,” dice. Ed ha ragione. La campagna palestinese di attentati suicidi è stata stroncata. Ma il Muro è stato anche una macchina per l’espansione [territoriale]; si è insinuato nelle terre arabe che non erano parte dello Stato di Israele più di quanto lo fossero le vaste colonie che ora ospitano circa 400.000 ebrei in Cisgiordania. Non ancora, in ogni caso.

Amira porta occhiali rotondi che la fanno sembrare un po’ come uno di quei dentisti che tutti abbiamo incontrato, che studiano con disappunto, cinismo e una certa demoralizzazione il terribile stato dei nostri denti. Scrive così. Ha appena finito un lungo articolo per Haaretz – sarà pubblicato tra due giorni, una feroce dissertazione sugli accordi di Oslo del 1993 che arriva quasi a provare che gli israeliani non hanno mai inteso l’accordo di “pace” come finalizzato a dare uno Stato ai palestinesi.

“La situazione dei Bantustan, riserve o enclave palestinesi,” scrive nel triste venticinquesimo anniversario degli accordi di Oslo, “è un fatto concreto… contrariamente a quello che avevano ritenuto i palestinesi, molte persone nel campo pacifista israeliano all’epoca e i Paesi europei, da nessuna parte [Oslo] stabiliva che l’obiettivo fosse la fondazione di uno Stato palestinese nei territori occupati nel 1967.” Amira dice che ad ‘Haaretz’ “il problema è che i correttori di bozze – li chiamo i ragazzi – cambiano ogni paio di anni e ogni volta mi chiedono: ‘Come sai che Oslo non riguardava la pace?’…Ora il giornale è orgoglioso perché ha qualcuno che aveva ragione. Vent’anni fa pensavano che fossi matta.”

Il giro di Hass continua attorno a quella che definisce come “la prigione a 5 stelle”. Ci soffermiamo sulla città di Ramallah, temporanea pseudo-capitale dell’inesistente Stato palestinese. Lei immagina – lo fa spesso – che un marziano arrivi in Cisgiordania dallo spazio. Il marziano, dice, noterebbe che le case palestinesi hanno cisterne nere sul tetto – perché la loro acqua arriva razionata dall’Autorità Nazionale Palestinese – mentre le colonie ebraiche hanno un acquedotto. “Non hanno di che preoccuparsi.” Le colonie sulle colline – “così lussureggianti, così attraenti, con un’aria molto buona” – hanno tetti rossi spioventi, in stile europeo. Ora le famiglie palestinesi più ricche stanno imitando i tetti rossi dei loro occupanti.

Il marziano di Amira Hass ricompare: “Vede una città tentacolare (Ramallah), edifici eleganti…ci sono cinema, negozi e commerci. Laggiù vede le auto. Il nostro extraterrestre dice: ‘Qual è il problema? Perché vi lamentate dell’occupazione?’ Per cui il problema è che c’è l’illusione di non essere sotto occupazione in questo spazio limitato, in un luogo in gabbia, in questa prigione a cinque stelle…I contorni, i confini sono molto chiari. Ma le persone all’interno dei confini si sono abituate a un certo tipo di normalità che adesso per loro è molto difficile lasciare.”

“Fondamentalmente sanno che se si impegnano in un’altra ondata di resistenza possono perdere persino questo – persino il poco che hanno, questa normalità… Per me una delle prove migliori che qui c’è un certo tipo di normalità sono i palestinesi con cittadinanza israeliana che ogni fine settimana vengono in questo bantustan palestinese per sfuggire al razzismo israeliano e all’arroganza che affrontano quotidianamente in Israele – e vengono qui per sfuggirvi, per trovarsi in un ambiente totalmente palestinese.”

L’analisi è severa e con una prospettiva storica. “I palestinesi sanno che questa non è l’indipendenza. Ma ora ritengono che non ne varrebbe la pena. Durante gli ultimi due o tre anni, quando qualche giovane era impegnato in attacchi all’arma bianca e c’era qualche studente che veniva qui ai posti di blocco per scontrarsi con l’esercito israeliano, si emozionavano per loro. Ma non vedevi le masse uscire per affrontare l’esercito. Ora non si tratta di paura, non è la polizia palestinese che li blocca. Adesso, con la divisione palestinese tra Hamas e Fatah, i palestinesi nel fondo della loro ‘saggezza’ politica, e con l’America – Trump – e tutto questo, [sanno che] non c’è ragione di sacrificarsi per niente.”

Lei guida, supera una base militare dove evidenzia le parole scritte – in inglese – con la bomboletta su un muro. “Gli ebrei hanno fatto l’11 settembre.” Con simili parole i palestinesi non potrebbero incolpare in modo più assoluto la loro società agli occhi dell’Occidente? Ma ci sono altre scritte. In un piccolo villaggio palestinese, forse a 200 metri dalla colonia ebraica di Beit El – telecamere puntate verso l’esterno lungo la sua recinzione – [Amira] sottolinea le parole scritte con lo spray sul muro di una casa palestinese dopo che i coloni hanno fatto un’incursione nel villaggio. “Giudea e Samaria”, dice in ebraico, riferendosi alla Cisgiordania. “Verrà versato sangue.” Aisha Fara ci mostra il tetto della sua casa, dove il pannello solare è stato rotto da piccole pietre – sparate con la fionda da studenti religiosi, dice, solo tre giorni prima – e nonostante i suoi 74 anni non usa mezzi termini. Intuisco in silenzio che è nata nel 1944 nella Palestina originaria del Mandato [britannico], lo stesso anno in cui la madre di Amira è stata mandata a Bergen-Belsen.

“I ladri sono arrivati prima del tramonto,” dice Fara dei lanciatori di pietre. “Hanno bruciato per tre volte i nostri alberi. Ma i ladri non restano per sempre. E la gente spaventata tornerà alle proprie case, se dio vuole…Mi chiedi chi sono (i coloni)? Voi li avete mandati. Voi li avete tutti nelle vostre telecamere…Voglio che i porci americani lo sappiano – non siamo pellerossa!” Amira ascolta con attenzione. “Per lei la storia è una lunghissima catena di espulsioni,” dice di Aisha Fara. “Ci sono cose su cui smetti di scrivere. La solita routine.”

Ciò, penso, ha ferito Amira Hass, il modo in cui una storia giornalistica viene lasciata perdere una volta che diventa un avvenimento quotidiano. Un lancio di pietre, un incendio, un’altra colonia. E i privilegi di essere cittadino israeliano sono sempre presenti. “In certo modo, quando siamo stati bombardati, era più facile perché ero con gli altri. È una cosa che posso percepire – la paura delle bombe, ovviamente, la condivido. Ma per esempio il fatto di essere rinchiusi, è una cosa che non posso capire. Non posso comprenderlo. Per me un muro è semplicemente una cosa brutta lungo la strada per Gerusalemme. Ma per i palestinesi è dove finisce il mondo. Quando vado a Gerusalemme non posso dire ai miei vicini che ci vado – mi vergogno. Mi sento in imbarazzo… perché per loro Gerusalemme è come la luna.”

Quindi vivrà tutto il resto della sua vita tra i palestinesi della Cisgiordania, l’unica inviata israeliana dalla parte dura della storia? “Non avrei mai pensato che avrei vissuto a El-Bireh, ma ora è la città dove ho vissuto più a lungo che in qualunque altro posto,” risponde. “Non l’ho mai pianificato – ma è quello che è successo. E so che se dovesse succedere qualcosa – se me ne dovessi andare, sia perché smetto di lavorare o gli israeliani mi dicono di andarmene o me lo dicono i palestinesi, fa lo stesso, non riuscirò mai a tornare in un quartiere esclusivamente ebraico. Andrò ad Acri o ad Haifa [città israeliane, ndtr.]…Ad Haifa ci sono palestinesi.”

Quando mi appresto a tornare a Gerusalemme, sulla “luna”, ringrazio Amira Hass per il suo tour istruttivo, accademico ed anche giornalistico e – agli occhi dei suoi non-lettori israeliani – per un commento altrettanto terribile delle mail di odio che le hanno mandato. “Ho la tendenza a dire alla gente quello che non vuole sentire,” dice. A me sembra una vera giornalista. E capisco allo stesso tempo che lei non sarà mai una spettatrice.

(traduzione di Amedeo Rossi)

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Un “accordo tra gentiluomini”: come Israele ha ottenuto quello che voleva a Oslo

Jonathan Cook

14 settembre 2018,Midddle East Eye

Venticinque anni dopo, alcuni analisti ritengono che Oslo non sia stato un fallimento: in realtà l’accordo ha offerto ad Israele una formula per bloccare la nascita di uno Stato palestinese e rafforzare la sua occupazione.

Questa settimana non ci sono state commemorazioni per ricordare la firma del primo accordo di Oslo a Washington 25 anni fa. Si tratta di nozze d’argento per le quali non ci sono festeggiamenti pubblici, né tazze commemorative, né monete coniate appositamente.

I palestinesi hanno praticamente ignorato questo anniversario storico, mentre la commemorazione di Israele non è stata altro che una manciata di tristi articoli sulla stampa israeliana su quello che è andato storto.

L’avvenimento più importante è il documentario “I diari di Oslo” (“Al cuore degli accordi di Oslo”), trasmesso dalla televisione israeliana e la cui diffusione è prevista questa settimana negli Stati Uniti. Ripercorre gli avvenimenti riguardanti la creazione degli accordi di pace, firmati dal dirigente palestinese Yasser Arafat e dal primo ministro israeliano Yitzhak Rabin a Washington il 13 settembre 1993.

Secondo la maggior parte degli osservatori l’euforia causata dal processo di pace iniziato dalla Norvegia un quarto di secolo fa sembra ormai del tutto superata. Il ritiro per fasi dai territori palestinesi occupati promesso da Israele è rimasto fermo ad uno stadio iniziale.

E i poteri dell’Autorità Nazionale Palestinese, futuro governo palestinese creato da Oslo, non sono mai andati oltre la gestione dell’assistenza sanitaria e la raccolta della spazzatura nelle zone palestinesi densamente popolate, garantendo al contempo il coordinamento con Israele in materia di sicurezza.

Tutti gli sforzi attuali per trarre una lezione da questi sviluppi sono giunti alla stessa conclusione: Oslo fu un’occasione mancata per la pace, gli accordi non sono mai stati correttamente applicati e i negoziati sono stati spazzati via dagli estremisti palestinesi ed israeliani.

Una riorganizzazione dell’occupazione

 

Tuttavia gli analisti interpellati da Middle East Eye adottano un punto di vista molto diverso.

È errato pensare che Oslo sia fallito o cercare di identificare il momento in cui il processo di Oslo è morto”, sostiene Diana Buttu, avvocatessa palestinese ed ex-consigliera dell’Autorità Nazionale Palestinese. “Oslo non è mai morto. Continua a fare oggi esattamente quello per cui è stato creato.”

Michel Warschawski, attivista israeliano per la pace che ha sviluppato stretti legami con i dirigenti palestinesi nel corso degli anni di Oslo, concorda totalmente.

Quasi tutti quelli che conoscevo all’epoca ed io stesso siamo rimasti sedotti dal battage mediatico che annunciava che l’occupazione sarebbe ben presto finita. Ma in realtà Oslo stava per riorganizzare l’occupazione, non per farla terminare. Ha creato una nuova divisione del lavoro.

A Rabin non importava sapere se i palestinesi avrebbero ottenuto una sovranità simbolica – una bandiera e forse persino un seggio all’ONU.

Ma Israele era determinato a continuare a controllare le frontiere, le risorse dei palestinesi, la loro economia. Oslo ha cambiato la divisione del lavoro, subappaltando ai palestinesi stessi la parte difficile della sicurezza di Israele.”

Gli accordi sono stati firmati all’indomani di parecchi anni di rivolta palestinese nei territori occupati – la prima Intifada – che si sono rivelati costosi per Israele, sia in termini di vittime che di denaro.

Grazie ad Oslo, le forze di sicurezza palestinesi si sono messe a pattugliare le strade delle città palestinesi, sotto la supervisione e in stretto coordinamento con l’esercito israeliano. Quanto al conto, è stato pagato dall’Europa e da Washington.

In un’intervista rilasciata la settimana scorsa al giornale [israeliano di centro sinistra, ndtr.] “Haaretz”, Joel Singer, l’avvocato del governo israeliano che ha contribuito alla stesura degli accordi, ha ammesso la stessa cosa. Rabin, ha dichiarato, “pensava che, se fossero stati i palestinesi a combattere Hamas, ciò avrebbe rafforzato la sicurezza (israeliana).”

Come ha fatto notare l’ex primo ministro israeliano, l’occupazione non sarebbe più stata considerata responsabile davanti ai “cuori sensibili” della Corte Suprema israeliana e della comunità attiva a favore dei diritti dell’uomo in Israele.

Non un vero Stato

Secondo Buttu, anche l’ipotesi largamente diffusa secondo la quale Oslo avrebbe dato come risultato uno Stato palestinese era errata.

L’avvocatessa rileva che da nessuna parte negli accordi veniva menzionata l’occupazione, uno Stato palestinese o la libertà per i palestinesi. E non venne presa nessuna misura contro le illegali colonie di insediamento di Israele – il principale ostacolo alla creazione di uno Stato palestinese.

Invece l’obiettivo dichiarato del processo di Oslo era l’applicazione di due risoluzioni delle Nazioni Unite [rimaste] in sospeso – la 242 e la 338. La prima riguardava il ritiro dell’esercito israeliano dai ‘territori’ occupati durante la guerra del 1967, mentre la seconda esortava a negoziati che portassero a una ‘pace giusta e durevole’.

Ho parlato con Arafat e con Mahmoud Abbas (suo successore alla presidenza palestinese) a questo proposito,” spiega Buttu. “Essi pensavano che un linguaggio più esplicito riguardo allo Stato palestinese e all’indipendenza non sarebbe mai stato approvato dalla coalizione di Rabin.

Dunque Arafat ha trattato le risoluzioni 242 e 338 come parole in codice. I dirigenti palestinesi hanno definito Oslo ‘un accordo tra gentiluomini’. Il loro approccio andava oltre l’ingenuità: era sconsiderato. Si sono comportati come dilettanti.”

Secondo Asad Ghanem, professore di scienze politiche all’università di Haifa ed esperto del nazionalismo palestinese, fin dall’inizio i dirigenti palestinesi erano coscienti che Israele non offriva un vero Stato.

Nelle sue memorie Ahmed Qoreï (uno dei principali architetti di Oslo per quanto riguarda i palestinesi) ha ammesso il suo stupore quando ha cominciato ad incontrare il gruppo di negoziatori israeliani”, spiega Ghanem.

Uri Savir (il capo negoziatore israeliano) ha dichiarato con tutta franchezza che Israele non era favorevole a uno Stato palestinese e che proponevano qualcosa di meno. L’atteggiamento degli israeliani era ‘prendere o lasciare’.”

Simpatia verso i coloni

Tutti gli analisti concordano che fin dall’inizio era del tutto evidente una mancanza di buona fede da parte d’Israele, in particolare per quanto riguardava la questione delle colonie.

Così, invece di bloccare o d’invertire l’espansione delle colonie durante il presunto periodo di transizione di cinque anni previsto dall’accordo, Oslo ha permesso alla popolazione di coloni di crescere a un ritmo notevolmente accelerato.

L’incremento quasi del doppio del numero di coloni in Cisgiordania e a Gaza per raggiungere i 200.000 alla fine degli anni ’90 è stato spiegato in un’intervista del 2003 da Alan Baker, consigliere giuridico del ministero israeliano degli Affari Esteri dopo il 1996 e lui stesso colono.

La maggior parte delle colonie è stata presentata all’opinione pubblica israeliana come dei ‘blocchi’ israeliani, fuori del controllo della neonata Autorità Nazionale Palestinese. Con la firma degli accordi, ha dichiarato Baker, “noi non siamo più una potenza occupante, ma siamo presenti nei territori con il loro (dei palestinesi) consenso e in base al risultato dei negoziati.”

Recenti interviste realizzate da “Haaretz” a dirigenti dei coloni lasciano ugualmente trasparire la simpatia ideologica tra il governo cosiddetto di sinistra di Rabin e il movimento dei coloni.

Israel Harel, che all’epoca dirigeva il Consiglio Yesha, l’organismo dirigente dei coloni, ha giudicato Rabin “molto disponibile”. Ha sottolineato che Zeev Hever, un altro leader dei coloni, aveva lavorato con i responsabili della pianificazione dell’esercito israeliano quando crearono una ‘carta di Oslo’ tagliando la Cisgiordania in diverse aree di controllo.

In merito alle colonie che, secondo la maggior parte degli osservatori, sarebbero state smantellate in base agli accordi, Harel ha constatato: “Quando (Hever) è stato accusato (da altri coloni) di collaborazionismo, ha risposto che ci aveva salvati da un disastro. Loro (l’esercito israeliano) hanno segnato le zone che avrebbero potuto isolare dalle colonie e farle scomparire.

L’avvocato israeliano di Oslo, Joel Singer, ha confermato la reticenza dei dirigenti israeliani ad affrontare il problema delle colonie.

Ci siamo battuti con i palestinesi, per ordine di Rabin e di (Shimon) Peres, contro un congelamento delle colonie,” ha dichiarato ad “Haaretz”. “Fu un grave errore consentire alle colonie di continuare ad espandersi.”

Il rifiuto di Rabin ad agire

Neve Gordon, professore di scienze politiche all’università Ben Gurion, nel sud di Israele, spiega che la prova fondamentale della volontà di Rabin di occuparsi delle colonie si è presentata meno di un anno dopo il processo di Oslo, quando Baruch Goldstein, un colono, ha ucciso e ferito più di 150 musulmani palestinesi durante una preghiera nella città palestinese di Hebron.

Ciò forniva a Rabin l’occasione per espellere i 400 coloni estremisti che si trovavano nel centro di Hebron,” ha detto Gordon a MEE. Ma non lo fece. Gli permise di restare.”

La mancata risposta di Israele alimentò ‘come rappresaglia’ una campagna di attentati suicidi organizzati da Hamas, attentati che a loro volta vennero utilizzati da Israele per giustificare il suo rifiuto di ritirarsi dalla maggior parte dei territori occupati.

Warschawski afferma che Rabin avrebbe potuto smantellare le colonie se avesse agito rapidamente. “I coloni erano in ritirata all’inizio di Oslo, ma egli non agì contro di loro.”

Dopo l’assassinio di Rabin alla fine del 1995 da parte di un ebreo israeliano contrario a Oslo, il suo successore Shimon Peres, anche lui considerato l’architetto del processo di Oslo, secondo Warschawski cambiò tattica: “Peres preferì mettere l’accento sulla riconciliazione interna (tra israeliani) invece che sulla riconciliazione con i palestinesi. Dopo di che il discorso religioso dei coloni estremisti diventò dominante.”

Ciò diede luogo qualche mese più tardi al trionfo elettorale della destra sotto l’egida di Benjamin Netanyahu.

Il differenziale demografico

Gordon sostiene che, per quanto Netanyahu avesse fatto una violenta campagna elettorale contro gli accordi di Oslo, questi ultimi si rivelarono perfetti per il genere di politica di rifiuto che egli coltivava.

Dietro la facciata di vaghe promesse in merito a uno Stato palestinese, secondo il docente universitario “Israele poté rafforzare il progetto di colonizzazione. Le statistiche mostrano che quando ci sono dei negoziati, la crescita demografica della popolazione delle colonie in Cisgiordania aumenta. I coloni crescono rapidamente. E quando c’è un’intifada, le cose rallentano.

Dunque Oslo era ideale per il progetto israeliano di colonizzazione.”

E ciò non è semplicemente dovuto al fatto che, sotto la pressione di Oslo, i coloni religiosi si affrettarono ad ‘appropriarsi delle colline’, come lo presentò Ariel Sharon, celebre generale diventato più tardi primo ministro. Gordon fa riferimento a una strategia del governo, consistente nel reclutare dei coloni di un tipo nuovo nel corso dei primi anni successivi ad Oslo.

All’inizio degli anni ’90, dopo la caduta dell’Unione Sovietica, Sharon e altri responsabili tentarono di sistemare dei nuovi immigrati russofoni nelle grandi colonie come quella di Ariel, nel centro della Cisgiordania. “Il problema era che molti russi avevano un solo figlio,” spiega Gordon.

Così, al loro posto, Israele iniziò a spostare degli ultraortodossi nei territori occupati. Questi ebrei fondamentalisti che fanno parte della comunità più povera di Israele hanno in genere sette o otto figli. Cercavano disperatamente delle soluzioni abitative, sottolinea Gordon, e il governo non esitò a mettere in opera degli incentivi per attirarli in due nuove colonie ultraortodosse, Modiin Illit e Beitar Illit.

In seguito a questo fatto,” continua Gordon, “Israele non ebbe più bisogno di reclutare molti nuovi coloni. Bastava solo guadagnare tempo con il processo di Oslo e la popolazione dei coloni si sarebbe sviluppata da sola.

Gli ultraortodossi diventarono la principale arma demografica di Israele. In Cisgiordania, i coloni ebrei hanno in genere due figli in più rispetto ai palestinesi – questo differenziale demografico ha un impatto enorme nel corso degli anni.”

Dipendenza palestinese

Secondo Diana Buttu un altro fattore mostra che Israele non ha mai voluto che gli accordi di Oslo dessero luogo a uno Stato palestinese. Poco prima di Oslo, a partire dal 1991, Israele introdusse delle restrizioni alla circolazione dei palestinesi molto più rigide, soprattutto un sistema di permessi sempre più perfezionato.

Gli spostamenti da Gaza verso la Cisgiordania diventarono impossibili se non in caso di necessità,” spiega. “Non erano più un diritto.”

Questo processo, rileva il professor Ghanem, si è radicato nel corso dell’ultimo quarto di secolo e alla fine ha dato come risultato una completa separazione fisica e ideologica tra Gaza e la Cisgiordania, ormai governate rispettivamente da Hamas e dal Fatah di Abbas.

Come ha osservato Gordon, le disposizioni economiche di Oslo, rette dal Protocollo di Parigi del 1995, hanno privato i palestinesi anche della loro autonomia finanziaria.

I palestinesi non hanno ottenuto una moneta propria, hanno dovuto utilizzare lo shekel israeliano. Anche un’unione doganale ha relegato i palestinesi in un mercato dipendente dai prodotti israeliani e ha permesso a Israele di percepire dei diritti doganali per conto dell’Autorità Nazionale Palestinese. Il rifiuto di trasferire questo denaro è una minaccia che Israele brandisce regolarmente contro i palestinesi.”

Secondo gli analisti, i dirigenti palestinesi che, come Arafat, furono autorizzati dal processo di Oslo a ritornare dal loro esilio in Tunisia – a volte indicati come ‘stranieri’ – ignoravano totalmente la situazione sul terreno.

Neve Gordon, che all’epoca dirigeva la sezione israeliana di “Medici per i diritti umani”, si ricorda di aver incontrato al Cairo dei giovani americani e canadesi di origine palestinese per discutere di accordi ulteriori in materia di salute di cui sarebbe stata responsabile l’Autorità Nazionale Palestinese.

Erano colti e brillanti, ma ignoravano quello che succedeva sul terreno. Non avevano alcuna idea di quello che era necessario esigere da Israele,” afferma.

Invece Israele aveva degli esperti che conoscevano profondamente la situazione.”

Warschawski ha ricordi simili. All’epoca accompagnò un palestinese di alto rango appena arrivato da Tunisi per una visita alle colonie. Seduto in macchina, il responsabile rimase a bocca aperta durante tutto il percorso.

Conoscevano dei dati, ma non sapevano fino a che punto le colonie fossero radicate ed integrate nella società israeliana,” spiega. “Fu in quel momento che cominciarono a capire per la prima volta la logica delle colonie e a rendersi conto delle reali intenzioni di Israele.”

Attirati in una trappola

Warschawski osserva che l’unica persona del suo ambiente che aveva rifiutato fin dall’inizio il battage pubblicitario riguardo agli accordi di Oslo era Matti Peled, un generale diventato attivista pacifista che conosceva bene Rabin.

Quando ci incontrammo per discutere degli accordi di Oslo, Matti ci prese in giro. Disse che non ci sarebbe stato alcun Oslo, non ci sarebbe stato nessun processo che avrebbe portato alla pace.”

Secondo Ghanem, i dirigenti palestinesi finirono per rendersi conto di essere stati attirati in una trappola.

Non potevano procedere verso la formazione di uno Stato perché Israele gli sbarrava la strada,” spiega. “Ma allo stesso modo non potevano neppure rinunciare al processo di pace. Non osarono smantellare l’Autorità Nazionale Palestinese e quindi Israele prese il controllo della politica palestinese.

Se se ne va Abbas, qualcun altro prenderà il suo posto alla testa dell’Autorità Nazionale Palestinese e il suo ruolo continuerà.”

Perché i dirigenti palestinesi entrarono nel processo di Oslo senza prendere maggiori precauzioni?

Secondo Diana Buttu Arafat, come gli altri dirigente dell’OLP che vivevano in esilio a Tunisi, aveva motivi per sentirsi in pericolo all’idea di stare fuori dalla Palestina, una questione che sperava di veder risolvere con Oslo.

Voleva rimettere piede in Palestina,” sostiene. “Si sentiva gravemente minacciato dai dirigenti ‘dall’interno’, anche se gli erano fedeli. La prima Intifada aveva dimostrato la loro capacità di guidare una rivolta e di mobilitare il popolo senza di lui.

Aveva anche un grande bisogno di un riconoscimento internazionale e di legittimità.”

Una guerra di trincea

Secondo Gordon, Arafat pensava di poter ottenere alla fine delle concessioni da Israele.

La vedeva come una guerra di trincea. Una volta nella Palestina storica, avrebbe avanzato da trincea a trincea.”

Warschawski nota che Arafat e altri dirigenti palestinesi gli dissero che pensavano di poter esercitare un’influenza importante su Israele.

Pensavano che Israele avrebbe posto fine all’occupazione in cambio di una normalizzazione dei rapporti con il mondo arabo. Arafat si considerava come il ponte che avrebbe portato a Israele il riconoscimento che esso desiderava. La sua posizione era che Rabin avrebbe dovuto baciargli la mano in cambio di un successo così grande.

Aveva torto.”

Gordon fa riferimento al discorso iniziale sui vantaggi economici di Oslo, secondo cui si pensava che la pace avrebbe aperto il commercio di Israele con il mondo arabo trasformando Gaza nella Singapore del Medio Oriente.

Questo ‘dividendo della pace’ è stato tuttavia contrastato da un ‘dividendo della guerra’ altrettanto attraente.

Ancora prima dell’11 settembre, l’esperienza di Israele nei campi della sicurezza e della tecnologia si era dimostrata redditizia. Israele capì che c’era parecchio denaro da guadagnare nella lotta contro il terrorismo.”

In realtà Israele è riuscito a trarre vantaggio dal dividendo della pace come da quello della guerra.

Diana Buttu ha rilevato che più di 30 Paesi, tra cui il Marocco e l’Oman, avevano sviluppato rapporti diplomatici o economici con Israele in seguito agli accordi di Oslo. Gli Stati arabi rinunciarono alla loro politica di boicottaggio e di opposizione alla normalizzazione e le grandi compagnie straniere smisero di temere di essere penalizzate dal mondo arabo se avessero commerciato con Israele.

Il trattato di pace (del 1994) tra Israele e la Giordania non avrebbe mai potuto essere concluso senza Oslo,” sottolinea.

Invece di denunce chiare contro l’occupazione, i palestinesi si sono ritrovati di fronte al vocabolario dei negoziati e dei compromessi per la pace.

I palestinesi sono diventati un problema di carattere umanitario, chiedono l’elemosina al mondo arabo perché l’Autorità Nazionale Palestinese possa aiutare a mantenere l’occupazione invece di guidare la resistenza.

Grazie a Oslo, Israele ha normalizzato i suoi rapporti nella regione, mentre paradossalmente i palestinesi sono diventati un corpo estraneo.”

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




La lobby israeliana attacca un sopravvissuto di Auschwitz per diffamare Corbyn

Adri Nieuwhof

7 agosto 2018, Electronic Intfada

 

Nella loro campagna per diffamare in quanto antisemita il leader del partito Laburista Jeremy Corbyn, i media britannici hanno utilizzato in modo scorretto il mio defunto amico Hajo Meyer, sopravvissuto ad Auschwitz,.

Nel 2010 Corbyn ha ospitato a Londra un incontro del “Holocaust Memorial Day” [“Giorno di Commemorazione dell’Olocausto”], in cui Meyer era il principale oratore.

Negli scorsi giorni The Times ha suscitato scalpore con un articolo in cui si dichiarava che Meyer “aveva paragonato la politica israeliana al regime nazista.”

Deputati della destra laburista avversari di Corbyn sono partiti all’attacco.

Il parlamentare John Mann ha dichiarato che l’evento ha violato “qualunque forma di normale decenza”, mentre la sua collega Louise Ellman ha affermato che l’incontro l’ha portata a “chiedersi se questa è la ragione per cui il partito Laburista ha voluto attenuare tanto la definizione di antisemitismo.”

Ellman – da molto tempo apologeta delle violazioni israeliane dei diritti umani – è una funzionaria di “Labour Friends of Israel” [“Amici laburisti di Israele”], un gruppo lobbystico in stretti rapporti con l’ambasciata israeliana.

Ellman si riferiva alla definizione profondamente fallace di antisemitismo della “International Holocaust Remembrance Alliance [“Alleanza Internazionale per il Ricordo dell’Olocausto”] (IHRA), che cita come esempio di fanatismo antiebraico “paragoni tra l’attuale politica israeliana e quella dei nazisti”.

Sotto pressione da parte di gruppi della lobby filoisraeliana, il Comitato Esecutivo Nazionale del partito Laburista [NEC] ha adottato la definizione dell’IHRA come parte del regolamento del partito.

Ma il NEC non ha accolto uno degli esempi inclusi nella definizione dell’IHRA, secondo cui “sostenere che lo Stato di Israele è un’iniziativa razzista” è una forma di antisemitismo.

Alcuni attivisti hanno sottolineato che, se adottata dal partito, questa clausola avrebbe potuto essere usata per vietare un gran numero di critiche contro le politiche razziste di Israele e contro le violazioni dei diritti fondamentali dei palestinesi.

In un post su Twitter, Henry Zeffman, l’autore dell’articolo del Times, ha ringraziato “quanti hanno passato gli ultimi tre anni a impegnarsi per verificare cosa il possibile prossimo primo ministro ha fatto quando era un oscuro parlamentare di secondo piano” – una conferma che si tratta di una campagna di lungo corso contro Corbyn.

Zeffman segnala in particolare James Vaughan, che si autodefinisce “storico della propaganda e dei rapporti tra il Regno Unito e Israele.”

Corbyn cede

Gli ultimi attacchi contro Corbyn sottintendono che lo stesso Meyer fosse un antisemita – un’affermazione scandalosa ed assurda.

La calunnia di antisemitismo contro Meyer è disgustosa e dovrebbe essere trattata col massimo disprezzo.

Invece Corbyn ha fatto quello che continua a fare sistematicamente da quando è diventato capo del partito, cioè essere accomodante e battere in ritirata di fronte alle pressioni della lobby israeliana.

Il leader del partito Laburista ha chiesto scusa per il suo ruolo nell’evento e ha preso le distanze dalle opinioni esposte da Meyer nell’incontro, lasciando l’onere della difesa sulle spalle di Meyer.

Ma Hajo Meyer non può più difendersi perché è morto nel 2014.

Zittire un sopravvissuto

L’evento dell’” Holocaust Memorial Day” del 2010 ha avuto luogo un anno dopo l’attacco israeliano contro Gaza, che ha ucciso più di 1.400 palestinesi e ne ha ferite altre migliaia.

Meyer era molto turbato dall’attacco perché i palestinesi erano intrappolati a Gaza a causa del blocco imposto da Israele sul territorio dal 2007.

Non poteva fare a meno di fare un confronto tra gli ebrei rinchiusi dai nazisti in ghetti come quello di Varsavia e la situazione dei palestinesi intrappolati sotto l’occupazione e i bombardamenti israeliani.

L’incontro del 2010 era co-organizzato dalla IJAN, l’“International Jewish Anti-Zionist Network” [“Rete Internazionale degli Ebrei Antisionisti”].

In una dichiarazione della scorsa settimana, la IJAN ha evidenziato che un certo numero di dirigenti della lobby britannico-israeliana era presente all’incontro, ma che “la maggior parte di loro evidentemente non era andata per ascoltare.”

La maggior parte dei sionisti era chiaramente venuta per far tacere il dottor Meyer, sopravvissuto all’Olocausto,” ha scritto dopo l’evento una dei partecipanti, Yael Khan. “Appena ha iniziato a parlare si sono messi a gridare contro di lui.”

Il fanatico filoisraeliano Jonathan Hoffmanex-vicepresidente della Federazione Sionista, noto per la sua violenza, è stato uno dei molti disturbatori accompagnati fuori dalla polizia.

Secondo l’IJAN, un altro disturbatore, Martin Sugarman, è stato fatto uscire per aver gridato contro Meyer.

Mentre usciva [Sugarman] ha sbalordito tutti facendo il saluto nazista e gridando: ‘Sieg Heil’ [“Saluto alla vittoria”, slogan nazista, ndtr.],” ha affermato l’IJAN.

Non avevo mai visto un simile disprezzo e mancanza di rispetto nei confronti di un sopravvissuto all’Olocausto,” ha osservato Kahn. “Gli aggressori avrebbero etichettato un simile comportamento come antisemita, se Hajo non fosse stato un antisionista.”

Amanda Sebestyen, che aveva partecipato all’incontro del 2010, ha confermato a The Electronic Intifada che la deputata Louise Ellman era stata lì “per tutto il tempo.”

Infatti nel 2010 Sebestyen ha scritto una lettera al giornale del partito Laburista Tribune, mettendo in evidenza come Ellman e gli altri “siano rimasti seduti impassibili senza fare in minimo tentativo di calmare i loro colleghi sostenitori di Israele e per creare uno spazio di dibattito.”

Le annotazioni, registrate nel 2010, sulla presenza di Ellman sono significative, dato che otto anni dopo la deputata sostiene di aver appreso solo ora dell’evento.

Sono estremamente turbata nel sentire ora che ci sono le prove che Jeremy (Corbyn) era effettivamente presente all’incontro in cui sono state espresse simili opinioni,” ha detto Ellman a The Times la scorsa settimana.

Dato che anche Ellman era presente, perché ha aspettato fino ad ora per esprimere la propria indignazione? Potrebbe essere che tutta la vicenda sia un’altra crisi costruita ad arte per fare pressione su Corbyn per il suo tradizionale appoggio ai diritti dei palestinesi?

Ellman non ha risposto ad una richiesta di commenti inviatale via mail da The Electronic Intifada.

Lezioni dall’Olocausto

Le esperienze di Hajo Meyer con il nazismo tedesco lo hanno formato e reso sensibile alle sofferenze degli altri, soprattutto dei palestinesi.

Incontrai per la prima volta Meyer ad una riunione di “Una voce ebraica differente”, un gruppo di attivisti olandesi.

Mi presentai come figlia di genitori che avevano subito l’occupazione tedesca. Mio padre era stato obbligato a lavorare per i tedeschi e mia madre non poté terminare i suoi studi perché la sua scuola venne chiusa.

Durante la carestia olandese alla fine della Seconda Guerra Mondiale, doveva rimanere ore in coda ad una mensa per i poveri.

La lezione che ho imparato è di protestare quando viene commessa un’ingiustizia, dissi alla riunione.

Questa è la ragione per cui ho partecipato al sostegno della lotta contro l’apartheid sudafricano e di quella dei palestinesi per la libertà, la giustizia e l’uguaglianza.

Meyer ed io facemmo subito amicizia. Rimanemmo in contatto e l’intervistai varie volte per The Electronic Intifada.

Auschwitz

Dopo il pogrom della Notte dei Cristalli contro gli ebrei nel novembre 1938, Meyer dovette lasciare la scuola a Beilefeld, la sua città natale nella Germania occidentale.

Fu un’esperienza terribile per un ragazzo desideroso d’imparare e per i suoi genitori,” mi ha raccontato.

All’età di 14 anni dovette scappare da solo in Olanda.

Dopo che i tedeschi occuparono l’Olanda, Meyer si nascose con una carta d’identità falsa malfatta.

Venne catturato dalla Gestapo nel marzo 1944 e deportato nel campo di concentramento di Auschwitz. Lì i nazisti gli tatuarono sul braccio il numero “179679”.

L’istruzione era molto importante per la famiglia Meyer ed il suo desiderio di imparare si tradusse in un dottorato in fisica teorica dopo che venne liberato da Auschwitz.

Sua madre e suo padre tentarono di lasciare la Germania, ma non ci riuscirono.

Morirono dopo essere stati spediti al campo di concentramento nazista di Terezin.

L’identificazione con la gioventù palestinese

Riflettendo sulla sua vita, Meyer mi ha detto nel 2011: “Ho molto in comune con i giovani palestinesi.”

La mia sorte è molto simile a quella che stanno vivendo i giovani palestinesi in Palestina. Non hanno libero accesso all’istruzione. Impedire l’accesso all’istruzione è un omicidio al rallentatore,” ha detto Meyer.

Sono stato un rifugiato; loro sono rifugiati,” ha aggiunto. “Ho provato ogni sorta di campi che hanno limitato la mia possibilità di muovermi, proprio come i palestinesi.”

Ma riconoscere l’ingiustizia non era abbastanza.

Meyer non temeva di protestare per le responsabilità di Israele: “Non posso assolutamente identificarmi con i criminali che rendono impossibile ai giovani palestinesi ricevere un’istruzione.”

Era anche sgomento dal fatto che l’Unione Europea non imputasse a Israele i suoi crimini, soprattutto contro i palestinesi di Gaza.

Nel suo libro del 2005 “Das Ende de Judentums, Der Verfall der israelischen Gesellschaft” – “La fine dell’Ebraismo, la decadenza della società israeliana” – Meyer avvertì il pubblico tedesco che le politiche di Israele verso i palestinesi avrebbero potuto essere paragonate alle prime fasi della persecuzione nazista contro gli ebrei.

Questa osservazione venne fatta nel 2007 anche da Tommy Lapid, il defunto ex-capo del comitato consultivo del memoriale dell’Olocausto di Israele, lo “Yad Vashem”.

Meyer ha messo in chiaro che non intendeva tracciare un parallelo con l’Olocausto nazista.

Ma lui e il suo editore hanno comunque dovuto affrontare accuse di antisemitismo.

Simili accuse – soprattutto in Germania – possono far sì che le persone siano riluttanti a criticare il comportamento di Israele.

Tuttavia ciò non gli ha impedito di criticare le violazioni israeliane dei diritti dei palestinesi.

In risposta, Meyer ha pubblicato un opuscolo per controbattere all’abuso deliberato dei termini antisionismo e antisemitismo da parte dello Stato di Israele e dei suoi gruppi di pressione.

Ha chiesto la massima cautela nel sollevare accuse di antisemitismo – un termine che avrebbe dovuto essere riservato all’ostilità contro gli ebrei in quanto tali.

Eppure quelli che attaccano Corbyn oggi non hanno né ritegno né vergogna.

Chiamano antisemita persino un uomo sopravvissuto ad Auschwitz e che ha perso i propri genitori nell’Olocausto, se pensano che sia ciò che serve per difendere Israele dalle conseguenze dei suoi crimini.

Adri Nieuwhof è una sostenitrice olandese dei diritti umani ed ex-attivista contro l’apartheid del “Comitato Olandese sul Sud Africa”.

(traduzione di Amedeo Rossi)