Il veterano della lotta contro l’apartheid Ronnie Kasrils dice di resistere agli sforzi di mettere fuorilegge il BDS

Article 1 Collective

8 giugno, 2016

Door Adri Nieuwhof

Il veterano della lotta contro l’apartheid Ronnie Kasrils ritiene che i tentativi per mettere fuorilegge il movimento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni (BDS) contro Israele siano “assolutamente assurdi” e che i militanti dovrebbero opporsi a tali tentativi.

Lo scorso mese ho intervistato Kasrils sulle sue opinioni in merito al BDS e all’apartheid durante la sua visita ad Amsterdam.

Per decenni Kasrils ha lottato contro l’apartheid come membro dell’African National Congress (ANC) [il partito sudafricano di Nelson Mandela. Ndtr.] e del Partito Comunista. Ha partecipato ad operazioni dell’ala militare dell’ANC, Umkhonto we Sizwe [letteralmente “Lancia della Nazione. ndtr.]. Dopo la caduta dell’apartheid, è stato deputato e vice-ministro in molti governi.

Kasrils è nato a Johannesburg nel 1938, nipote di ebrei lituani e lettoni immigrati in Sudafrica alla fine del XIX° secolo per sfuggire ai pogrom zaristi.

Il BDS ha contribuito al cambiamento

“Ha funzionato a meraviglia,” risponde subito Kasrils alla mia domanda se il BDS contro l’apartheid sudafricano sia stato efficace.

“Il BDS ha fatto arrabbiare moltissimo i bianchi in Sudafrica. Ma con il BDS li avete sfiancati. Si è arrivati al punto che non ne potevano più e allora hanno desiderato un cambiamento.”

Un membro del Partito Nazionale [sudafricano, partito nazionalista di destra sostenitore dell’apartheid. Ndtr.] al governo disse a Kasrils che la decisione di Barclays [grande banca britannica. Ndtr.] di lasciare il Sudafrica nel 1988, dopo una presenza di oltre 150 anni, “è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso.” Ricorda che l’attivismo internazionale del BDS cominciò con un boicottaggio di frutta sudafricana come le arance Outspan, l’uva e le mele da parte dei consumatori. Negli anni ’70 Peter Hain in Gran Bretagna iniziò a interrompere manifestazioni sportive. Con un gruppo scese sul campo di tennis a Bristol e bloccò la squadra sudafricana. “Si è diffuso a macchia d’olio ed ha raggiunto altri Paesi.” Il boicottaggio era aperto a interpretazioni creative e diventò un modo importante di comunicare e di coinvolgere la gente.

Allora fondi pensione delle chiese e dei sindacati in tutto il mondo iniziarono a disinvestire dalle imprese sudafricane o da quelle che investivano in Sudafrica. Ciò ebbe un grande effetto.

Nel 1985 in America i lavoratori della Kodak si resero conto fino a che punto i sudafricani neri stessero soffrendo. Gli afro-americani divennero determinanti nella mobilitazione anti-apartheid. Attraverso i loro senatori e deputati al Congresso, la lobby nera iniziò ad esercitare pesanti pressioni contro imprese e banche. La Chase Manhattan fu la prima banca a interrompere i rapporti con il Sudafrica.

Proibire il BDS è assurdo

Kasrils afferma di sostenere al cento per cento l’attivismo BDS contro Israele. Aggiunge che bisogna resistere ai tentativi di metterlo fuorilegge negli Stati Uniti, in Canada, in Francia e nel Regno Unito.

“E’ totalmente assurdo che i governi utilizzino la legge per negare il diritto di parola della gente che crede che il BDS sia un mezzo pacifico per fornire appoggio e solidarietà al popolo palestinese.”

“Quei governi dovrebbero appoggiare l’intero processo. Allora ci sarebbe una grande tranquillità e pace per il popolo in Palestina, in Israele e in tutto il Medio oriente. Israele è una potenza nucleare con un numero considerevole di bombe nucleari e con estremisti di destra al potere. La popolazione sta chiedendo sangue, non solo quello palestinese ma anche dei popoli della regione e di persone come Omar Barghouti, che sta semplicemente parlando del diritto al BDS.”

“Israele è un Paese che sta mostrando le peggiori forme di ingiustizia, di massacri che abbiamo visto da molto tempo. Paesi che, detto per inciso, sono spesso definiti fascisti.”

Peggio dell’apartheid

Kasrils ha visitato Israele e Palestina varie volte. Quando gli ho chiesto delle sue esperienze, mi ha risposto: “Ci sono sicuramente delle somiglianze.” Nel 1984 il Consiglio di Sicurezza appoggiò la definizione adottata dall’Assemblea Generale nel 1966, secondo cui l’apartheid è un crimine contro l’umanità. La “Convenzione sull’Apartheid” non parla di “apartheid sudafricano”, è più ampia, osserva Kasrils.

La definizione di apartheid parla di azioni inumane commesse con lo scopo di stabilire e mantenere il dominio di un gruppo razziale su un altro e di opprimerlo sistematicamente. Si deve applicare quella definizione per stabilire se Israele sta praticando l’apartheid.

Qualunque sudafricano che sia stato coinvolto nella lotta per la libertà e che abbia visitato Palestina e Israele dice: “Questo è proprio come l’apartheid,” continua Kasrils. “La separazione delle persone, le misure applicate, quelle code ai checkpoint, l’umiliazione, sono come l’apartheid.”

L’arcivescovo Desmond Tutu e molte altre persone dicono che è addirittura peggio dell’apartheid.

“Raramente abbiamo visto l’apartheid lanciare bombe sulla gente o entrare nelle township [i ghetti per i sudafricani neri. Ndtr.] con carri armati e sparare con artiglieria pesante come a Gaza. In Sudafrica abbiamo visto massacri atroci e ci sono state occasioni in cui è stato dichiarato lo stato d’emergenza, il movimento dei neri controllato, lo stato d’assedio in township come Soweto. Durava qualche settimana. Non per anni come in Cisgiordania o a Gaza,” ricorda Kasrils.

Ci sarà un cambiamento

Molti dubitano che Israele cambierà e che rispetterà i diritti del popolo palestinese.

Tuttavia Kasrils è sicuro che questo cambierà: “Israele è un esempio di ultimo Stato coloniale, ha portato via la terra al popolo palestinese, lo ha spogliato di terra e diritti, ha utilizzato i metodi più terribili durante tutta la sua storia. Noi sudafricani abbiamo attraversato un processo agonizzante sotto l’apartheid. Capiamo quello che sta succedendo al popolo palestinese. Noi siamo totalmente solidali e chiediamo ai governi di rispettare le risoluzioni dell’ONU. Ciò significa: la fine dell’occupazione, la fine dell’assedio di Gaza, il diritto al ritorno dei rifugiati. L’unico modo in cui gli ebrei di Israele possono avere la garanzia di vivere in sicurezza è riconoscendo i diritti degli altri esseri umani, il popolo palestinese.”

C’è stato un tempo in cui la gente sentiva che non ci sarebbe stata una fine dell’apartheid in Sudafrica, prosegue Kasrils. Lo Stato dei bianchi era molto forte. Aveva molte risorse ed era appoggiato dall’Occidente, compresi gli stessi Paesi che oggi stanno appoggiando Israele.

E’ stato sconfitto, perché la gente in Sudafrica era decisa. Per ottenere un cambiamento ci vogliono unità, determinazione, buoni dirigenti, la strategia corretta, una visione per il futuro. Alla fine, l’esito per una giusta causa è certo, non importa quanto tempo ci vorrà. Il Sudafrica lo dimostra.

(Traduzione di Amedeo Rossi)




Io c’ero

di Uri Avnery

21 maggio, 2016  Gush Shalom

“Per favore non scrivere di Ya’ir Golan!”, mi ha pregato un amico. “Qualunque cosa scriva uno di sinistra come te non farà che danneggiarlo!”

Così per alcune settimane ho evitato di farlo. Ma non posso tacere oltre.

Il Generale Ya’ir Golan, vice Capo di Stato Maggiore dell’esercito israeliano, ha tenuto un discorso in occasione del Giorno della Memoria dell’Olocausto. Indossando la sua uniforme, ha letto un testo preparato in anticipo e ben ponderato, che ha provocato uno scalpore non ancora sopito.

Decine di articoli sono stati pubblicati su di lui, alcuni di condanna, altri di lode. A quanto pare, nessuno ha potuto rimanere indifferente.

La frase principale è stata: “Se qualcosa mi terrorizza della memoria dell’Olocausto, è la consapevolezza dei terribili sviluppi verificatisi in generale in Europa, e particolarmente in Germania, 70, 80, 90 anni fa, e il ritrovarne traccia qui in mezzo a noi, oggi, nel 2016.”

Si è scatenato l’inferno. Come!!! Tracce di nazismo in Israele? Un paragone tra ciò che i nazisti hanno fatto a noi e ciò che noi stiamo facendo ai palestinesi?

Novant’ anni fa era il 1926, uno degli ultimi anni della repubblica tedesca. Ottant’ anni fa era il 1936, tre anni dopo l’ascesa al potere del nazismo. Settant’ anni fa era il 1946, all’indomani del suicidio di Hitler e della fine del Reich nazista.

Dopo tutto mi sento obbligato a scrivere riguardo al discorso del generale, perché io c’ero.

Da bambino sono stato testimone degli ultimi anni della Repubblica di Weimar (così chiamata perché la sua costituzione è stata stilata a Weimar, la città di Goethe e Schiller). In quanto ragazzo interessato alla politica, ho assistito alla Machtergreifung (“presa del potere”) nazista ed ai primi sei mesi di governo nazista.

So di che cosa parlava Golan. Benché apparteniamo a due differenti generazioni, condividiamo lo stesso background. Entrambe le nostre famiglie provengono da piccole cittadine della Germania occidentale. Suo padre ed io probabilmente abbiamo avuto molte cose in comune.

C’è un rigido precetto in Israele: nulla può essere paragonato all’Olocausto. L’Olocausto è unico. E’ successo a noi, gli ebrei, poiché noi siamo unici. (Gli ebrei religiosi aggiungerebbero: “Perché Dio ci ha prescelti”.)

Ho infranto quel precetto. Appena prima che Golan nascesse, ho pubblicato (in ebraico) un libro intitolato “La svastica”, in cui raccontavo i miei ricordi d’infanzia e cercavo di trarre da essi delle conclusioni. Era la vigilia del processo ad Eichmann ed io ero sconvolto dalla scarsa conoscenza riguardo al periodo nazista tra i giovani israeliani di allora.

Il mio libro non si occupava dell’Olocausto, che avvenne quando io ormai vivevo in Palestina, ma di una questione che mi ha turbato attraverso gli anni ed ancora oggi: come è potuto accadere che la Germania, forse la nazione più colta al mondo a quel tempo, la patria di Goethe, Beethoven e Kant, abbia eletto democraticamente come leader uno psicopatico delirante come Adolf Hitler?

L’ultimo capitolo del libro si intitolava “Può succedere qui!” Il titolo era preso da un libro dello scrittore americano Sinclair Lewis, intitolato ironicamente “Non può succedere qui”, in cui descriveva una ascesa nazista negli Stati Uniti.

In quel capitolo disquisivo sulla possibilità che un partito ebraico di tipo nazista arrivasse al potere in Israele. La mia conclusione era che un partito nazista può arrivare al potere in qualunque paese del mondo, se vi sono le condizioni giuste. Sì, anche in Israele.

Il libro fu ampiamente ignorato dal pubblico israeliano, che a quell’epoca era travolto dalla tempesta emotiva provocata dalle tremende rivelazioni del processo Eichmann.

Adesso arriva il generale Golan, uno stimato militare professionista, e dice le stesse cose.

E non con una considerazione estemporanea, ma in un’occasione ufficiale, indossando la sua uniforme di generale, leggendo un testo preparato e ponderato.

La tempesta è scoppiata, e non si è ancora calmata.

Gli israeliani hanno un atteggiamento autoprotettivo: quando si trovano di fronte a verità scomode, evitano di affrontare l’essenziale e si occupano di aspetti secondari e irrilevanti. Tra le decine e decine di reazioni sulla stampa, in televisione e sulle piattaforme politiche, quasi nessuna si è confrontata con la dolente opinione del generale.

No, l’accesa discussione che si è scatenata verte sulle seguenti questioni: è consentito ad un militare di alto grado dell’esercito esprimere un’opinione su questioni riguardanti l’istituzione civile? E farlo in uniforme militare? In un’occasione ufficiale?

Un ufficiale dell’esercito dovrebbe tacere le proprie convinzioni politiche? O esprimerle soltanto a porte chiuse – “in sedi appropriate”, come ha detto un furioso Benyamin Netanyahu?

Il Generale Golan gode di altissimo rispetto nell’esercito. Come vice capo di Stato Maggiore era finora quasi sicuramente candidato a capo di Stato Maggiore, quando il titolare lascerà la carica dopo i consueti quattro anni.

L’avverarsi di questo sogno, condiviso da ogni generale dello Stato Maggiore è ora molto lontano. Praticamente Golan ha sacrificato la sua prossima promozione per estrinsecare il suo allarme e dargli la più ampia risonanza.

Si può solo aver rispetto per un tale coraggio. Credo di non aver mai incontrato il generale Golan e non conosco le sue opinioni politiche. Però ammiro il suo gesto.

(In certo modo mi torna alla mente un articolo pubblicato dalla rivista inglese Punch prima della prima guerra mondiale, quando un gruppo di giovani ufficiali dell’esercito fece una dichiarazione contro la politica del governo in Irlanda. La rivista disse che, pur disapprovando l’opinione espressa dagli ufficiali ribelli, era orgogliosa del fatto che ufficiali così giovani fossero pronti a sacrificare la loro carriera per le proprie convinzioni.)

La marcia nazista verso il potere iniziò nel 1929, quando la Germania fu colpita dalla terribile crisi economica mondiale. Un minuscolo e irrisorio partito di estrema destra diventò una forza politica con cui fare i conti. Da allora in quattro anni divenne il più grande partito del paese e prese il potere (anche se ancora aveva bisogno di governare insieme ad altri partiti).

Io c’ero quando ciò accadde, un ragazzo di una famiglia nella quale la politica diventò il principale argomento a cena. Ho visto quando la repubblica è crollata, gradualmente, lentamente, passo dopo passo. Ho visto i nostri amici di famiglia sventolare la bandiera con la svastica. Ho visto il mio insegnante delle superiori alzare il braccio entrando in classe e dire “Heil Hitler” per la prima volta (per poi rassicurarmi in privato che niente era cambiato).

Ero l’unico ebreo in tutto il ginnasio (scuola superiore). Quando le centinaia di ragazzi – tutti più alti di me – alzarono le braccia e cantarono l’inno nazista, ed io non lo feci, mi minacciarono di rompermi le ossa se fosse successo nuovamente. Pochi giorni dopo lasciammo la Germania per sempre.

Il Generale Golan è stato accusato di paragonare Israele alla Germania nazista. Nulla del genere. Un’attenta lettura del suo discorso dimostra che ha paragonato gli sviluppi in Israele agli eventi che condussero alla disintegrazione della Repubblica di Weimar. E questo è un paragone fondato.

I fatti che accadono in Israele, soprattutto dopo le ultime elezioni, assomigliano paurosamente a quegli eventi. Certo, il contesto è totalmente diverso. Il fascismo tedesco nacque dall’umiliazione della resa nella prima guerra mondiale, dell’occupazione della Ruhr da parte di Francia e Belgio dal 1923 al 1925, dalla tremenda crisi economica del 1929, dalla miseria di milioni di disoccupati. Israele riporta la vittoria nelle sue numerose azioni militari, noi viviamo una vita agiata. I pericoli che ci minacciano sono di natura del tutto differente. Derivano dalle nostre vittorie, non dalle nostre sconfitte.

Certo, le differenze tra l’Israele di oggi e la Germania di allora sono molto più grandi delle similitudini. Ma queste similitudini esistono, e il generale ha fatto bene a segnalarle.

La discriminazione nei confronti dei palestinesi praticamente in tutte le sfere della vita può essere paragonata al trattamento degli ebrei nel primo periodo della Germania nazista. (L’oppressione dei palestinesi nei territori occupati ricorda di più il trattamento dei cechi nel “protettorato” dopo il tradimento di Monaco [cioé l’accettazione da parte di Francia e Gran Bretagna dell’occupazione della Cecoslovacchia da parte dei nazisti, ndt.].)

Il diluvio di leggi razziste alla Knesset (Parlamento israeliano), quelle già adottate e quelle in itinere, richiama fortemente le leggi adottate dal Reichstag nei primi giorni del regime nazista. Alcuni rabbini invitano al boicottaggio dei negozi arabi. Come allora. Il grido “Morte agli arabi” (“Judah verrecke”?) si sente sistematicamente durante le partite di calcio. Un membro del parlamento ha auspicato la separazione tra neonati ebrei ed arabi negli ospedali. Un capo rabbino ha dichiarato che i goyim (i non ebrei) sono stati creati da Dio per servire gli ebrei. I nostri ministri dell’educazione e della cultura sono impegnati a sottomettere scuole, teatri ed arti alla linea di estrema destra, cosa che era conosciuta in Germania come “Gleichschaltung”. La Corte Suprema, il vanto di Israele, viene attaccata senza sosta dal ministro della giustizia. La Striscia di Gaza è un enorme ghetto.

Ovviamente nessuno sano di mente potrebbe paragonare neanche lontanamente Netanyahu al Fuhrer, ma qui ci sono partiti politici che emanano un forte odore di fascismo. La marmaglia politica che occupa l’attuale governo Netanyahu avrebbe facilmente trovato posto nel primo governo nazista. 

Uno dei principali slogan del nostro attuale governo è sostituire la “vecchia dirigenza”, considerata troppo liberale, con una nuova. Uno dei principali slogan nazisti era sostituire “das System”.

Tra l’altro, quando i nazisti arrivarono al potere, quasi tutti gli ufficiali di alto grado dell’esercito tedesco erano convinti antinazisti. Presero anche in considerazione un putsch contro Hitler. Il loro leader politico fu giustiziato sommariamente un anno dopo, quando Hitler liquidò i suoi oppositori nel suo stesso partito. Ci viene detto che il generale Golan è ora protetto da una guardia del corpo personale, cosa mai accaduta ad un generale nella storia di Israele.

Il generale non ha menzionato l’occupazione e le colonie, che sono sotto il controllo dell’esercito. Ma ha ricordato l’episodio avvenuto poco prima che lui tenesse il suo discorso, e che sta ancora scuotendo Israele: nella Hebron occupata, sotto controllo dell’esercito, un soldato ha visto un palestinese gravemente ferito che giaceva senza aiuto a terra, si è avvicinato e lo ha ucciso con un colpo alla testa. La vittima aveva tentato di assalire alcuni soldati con un coltello, ma non costituiva più una minaccia per nessuno. Si è trattato di una chiara trasgressione agli ordini vigenti nell’esercito, ed il soldato è stato trascinato di fronte alla corte marziale.

Si è alzato un grido in tutto il paese: il soldato è un eroe! Dovrebbe essere decorato! Netanyahu ha telefonato a suo padre per assicurargli il suo appoggio. Avigdor Lieberman [leader di un partito ultranazionalista, ndt.] è entrato nell’affollata aula del tribunale per esprimere la propria solidarietà al soldato. Pochi giorni dopo Netanyahu ha nominato Lieberman ministro della difesa, il secondo più importante incarico in Israele.

Prima di ciò, il Generale Golan ha ricevuto un forte appoggio da parte del ministro della difesa, Moshe Ya’alon e del Capo di Stato Maggiore, Gadi Eisenkot. Probabilmente è stata questa la ragione immediata della revoca di Ya’alon e della nomina di Lieberman al suo posto. Assomiglia ad un putsch.

Sembra che Golan non sia solo un ufficiale coraggioso, ma anche un profeta. L’inserimento del partito di Lieberman nella coalizione di governo conferma i più neri timori di Golan. E’ un altro colpo fatale alla democrazia di Israele.

Sarò condannato ad assistere agli stessi sviluppi per la seconda volta nella mia vita?

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Come ho imparato ad innamorarmi delle sanzioni

Le sanzioni non hanno distrutto il Sud Africa e l’Iran; e non distruggeranno Israele. Soprattutto, libereranno Israele dalla trappola dalla quale non è in grado di uscire da solo.

di Shlomo Sand

 Haaretz

I media la definiscono l’intifada dei singoli. Ma tutti noi sappiamo che è innanzitutto un’ intifada dei giovani. La classe politica israeliana è convinta che [i giovani] vengano sobillati, ma chiunque voglia essere onesto con sé stesso sa che le ragioni reali della recente ondata di attacchi sono la persistente occupazione, le umiliazioni quotidiane, il vuoto esistenziale e la percezione di non avere nessuna via di uscita.

Poco distante dalle nostra vita quotidiana a Tel Aviv e a Haifa, un popolo privo dei diritti umani e privo dei più fondamentali diritti civili ha vissuto per circa mezzo secolo. Noi, gli israeliani, lavoriamo, studiamo e viviamo agiatamente e liberamente, mentre non lontano da noi un popolo è alla mercé dei soldati e della smisurata avidità per la terra dei coloni appoggiati dal governo.

Ogni volta che sento le notizie di un ragazzo o una ragazza palestinese che hanno buttato la loro vita per ammazzare degli israeliani, sono costernato per il gesto, ma allo stesso tempo non posso esimermi dal ricordare le dure parole di Alexander Penn [poeta israeliano di origine russa membro del partito comunista, ma anche sionista. ndt]: “Ed egli è stato incendiato, sta fiammeggiando e sacrifica se stesso per incenerire l’amara offesa della schiavitù”.

Naturalmente la resistenza armata non è di per sé qualcosa di nobile e di virtuoso. E’ difficile e spesso orrendo. Donne innocenti e bambini sono colpiti e persino uccisi.

Ma quelli che lo stanno perpetrando non sono nati assassini. In altre circostanze storiche, quei bambini e quei giovani che prendono un coltello da cucina, un’accetta o una vecchia auto e li trasformano in armi letali, avrebbero potuto finire i loro studi, diventare degli onesti professionisti, essere delle madri e dei padri, crescere dei bambini e invecchiare pacificamente.

Ma nella loro storia è stato danneggiato qualcosa che sta provocando disastri e che nella nostra storia israeliana sta diventando mostruoso.

Quando incontro all’estero dei colleghi , spesso mi chiedono come possa succedere che i discendenti degli ebrei perseguitati possano trasformarsi in così brutali persecutori. Io rispondo che la persecuzione non ha mai prodotto un automatico vaccino contro l’arbitrarietà e la cecità verso il destino dell’altro.

Tuttavia se l’insediamento dei profughi [ebrei] cacciati dall’Europa può essere considerata come una giustizia storicamente discutibile ( dopo tutto, i nativi non avrebbero dovuto pagare per quello che la civiltà cristiana ha fatto ai nostri genitori e ai nostri nonni) il continuo insediamento dei figli dei profughi che hanno già acquisito una sovranità è un male privo di qualsiasi giustizia.

La maggior parte della società israeliana sostiene i mali dell’occupazione o indifferente riguardo ad essi. Alcuni pensano che è il prezzo da pagare per la lenta liberazione dell’immaginaria patria che la bibbia ha promesso loro. Altri traggono un beneficio da generosi finanziamenti e da beni reali; per la maggior parte di essi è semplicemente più comodo ignorare tutto quello che li circonda.

Le ferie incombenti, la carriera che è così difficile da preservare e sviluppare, le difficoltà economiche e gli ostacoli e altri simili cose ci impediscono di vedere e comprendere perché dei ragazzini diventano degli assassini. Perché tredicenni, quattordicenni, quindicenni hanno apparentemente perso interesse verso la loro vita e sono di conseguenza disposti a prendersi la vita di altri in un’esplosione di odio.

Non scrivo per convincere i coloni e i loro fanatici sostenitori. Non provo a cambiare il pensiero dei politici populisti che nuotano in un oceano di manipolazione del potere.

Cerco di rivolgermi a coloro che sono apatici o forse pigri, o semplicemente perché gli conviene non saperne niente. L’ondata di terrore degli ultimi mesi non ci ha ancora impedito dal condurre una vita normale. È ancora possibile vivere un’esistenza illusoria, nella convinzione che alla fine tutto in qualche modo si aggiusterà.

Se noi israeliani siamo riusciti fino ad ora a cavarcela da tutte le guerre e dalle intifade , sicuramente riusciremo a superare tutti i guai futuri.

Io, in dissenso con costoro, penso che la vita oggi in un Medio Oriente instabile e in un Paese ebraico in continua espansione è simile a una corsa senza speranza e condannata [in partenza]. Non solo stanno crollando i valori fondamentali, ma con loro è stata erosa anche la logica politica dei nostri stessi presunti interessi.

Penso che i miei contributi ingenui possano servire? Non proprio. Sono sempre più persuaso che la possibilità di un’opposizione politica capace di modificare la tendenza generatasi in Israele – che annunci che Israele non è interessato a nessuna sovranità oltre i confini del 1967 e che intenda rimandare indietro nelle loro precedenti patrie tutti i coloni; che i luoghi santi non devono essere sotto il controllo esclusivo di Israele e che Gerusalemme può essere la capitale dei due Stati – la probabilità che ciò avvenga sia prossima allo zero.

È possibile che, se il terrorismo aumenta e se, dio non voglia, gli assalitori suicidi più anziani si uniscono ai giovani di oggi, se non ora in futuro, più e più israeliani si stancheranno concretamente dell’occupazione. Ma se questo triste scenario si concretizzasse, ciò avverrebbe dopo dopo che ancora più sangue venga versato da entrambe le parti.

Proprio perché mi oppongo all’occupazione e alla negazione dei diritti degli altri, detesto anche il terrorismo e lo ripudio. Per questa ragione, sono sfortunatamente arrivato a una conclusione che precedentemente avevo rifiutato di fare o di esprimere pubblicamente. Non posso più continuare a criticare le pressioni sul governo israeliano.

Per anni mi sono opposto al boicottaggio e alle sanzioni, ma sono sempre più convinto che, come le sanzioni hanno funzionato quando sono state applicate contro il Sud Africa e contro l’Iran, possono essere efficaci se applicate contro Israele.

Le sanzioni non hanno distrutto il Sud Africa o l’Iran. Né distruggeranno Israele. Io, ovviamente, mi oppongo per principio a sanzioni il cui obiettivo sia quello di cambiare il regime e lo stile di vita in Israele. Nessuno se non gli israeliani ha il diritto di farlo.

Ma le sanzioni che sono intese a impedire il continuo controllo di Israele sulla vita degli altri, il che ha impedito a costoro di possedere la propria terra e gestire il proprio destino negli ultimi 50 anni, non contraddicono il principio democratico di autodeterminazione. È vero il contrario. Lo ampliano.

Questa è un’opportunità, e non piccola, che tali sanzioni salvino sia i ragazzi che commettono attacchi suicidi che le loro vittime. E oltretutto, potrebbero togliere Israele dalla trappola da cui, come dimostra ogni giorno che passa, non è in grado di uscire da solo. A mio modesto parere chiunque ami il Paese e si opponga al terrorismo non può più permettersi di continuare a protestare contro le pressioni e le sanzioni che divengono via via sempre più legittime

Il prof. Sand insegna nel dipartimento di storia dell’università di Tel Aviv. Il suo ultimo libro “History in the Shadows” [titolo originale “Crépuscule de l’histoire”, sull’insegnamento della storia, ndtr.] è stato pubblicato nel 2015.

(Traduzione di Carlo Tagliacozzo)




Che cosa spinge i funzionari della sicurezza palestinese a ribellarsi contro gli israeliani?

La situazione in Cisgiordania ha spinto alcuni palestinesi a perpetrare un’occupazione contro il loro stesso popolo

di Edo Konrad

+972 Magazine

Domenica mattina il 34enne Amjed Sakari, membro dei servizi di sicurezza palestinesi, ha guidato la macchina fino ad un checkpoint israeliano riservato esclusivamente al personale dell’Autorità Nazionale Palestinese. Alla richiesta di esibire il suo documento di identità, è saltato fuori dalla macchina ed ha aperto il fuoco, ferendo tre soldati israeliani. Come reazione, l’esercito israeliano ha posto Ramallah, la capitale politica e finanziaria della Cisgiordania, sotto assedio quasi totale.

Sakari, guardia del corpo del procuratore capo palestinese, è solo il secondo membro delle forze di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese ad aver compiuto un attacco da quando, lo scorso ottobre, è scoppiata l’ultima ondata di violenze. Il primo è stato Mazan Hasan Ariva, un funzionario dell’intelligence dell’ANP, che ha aperto il fuoco contro un civile israeliano ed un soldato al checkpoint di Hizma, vicino a Ramallah, nel dicembre dell’anno scorso.

Come ha sottolineato Amos Harel (uno dei più importanti commentatori israeliani in materia di difesa, ndt), è troppo presto per dire se le azioni di Sakari e Ariva preannunciano ciò che sta per accadere, e per ora l’attuale momento politico dovrebbe concedere una pausa.

Dall’inizio dell’occupazione nel 1967 fino al 1993, Israele ha costituito l’unico potere sovrano in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. Gli Accordi di Oslo hanno prodotto una serie di accordi politici ed economici tra Israele e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), il più importante dei quali è stato la creazione dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) – un’entità provvisoria di autogoverno insediata per gestire le questioni di sicurezza e civili in alcune parti della Cisgiordania e della Striscia di Gaza.

L’ANP, mentre non è stata autorizzata ad avere un esercito, ha potuto creare le proprie forze di sicurezza, comprese polizia e servizi segreti. Queste forze agiscono in collaborazione con lo Shin Bet (servizi di sicurezza israeliani, ndt.) e con l’esercito israeliano per sventare attacchi contro civili e militari israeliani, ed anche per impedire rivolte contro l’ANP nelle aree A e B.

Sulla carta, Oslo ha delineato un processo di anni per garantire un’autonomia graduale ai palestinesi nei territori occupati. In realtà, i successivi governi israeliani hanno usato l’ANP per affidare i compiti di sicurezza dell’esercito israeliano alla nascente polizia palestinese, addestrata dagli americani.

Intanto, la colonizzazione israeliana ha continuato ad erodere la già minacciata contiguità territoriale in Cisgiordania. Oggi si contano più di mezzo milione di coloni israeliani oltre la Linea Verde (linea di demarcazione stabilita con l’armistizio del 1949 tra Israele e i paesi arabi, ndt.), appoggiati da uno dei governi maggiormente favorevoli alle colonie della storia di Israele.

pa-policeLa polizia dell’Autorità palestinese cerca di impedire ai giovani del campo profughi Aida di scontrarsi con le forze israeliane, Betlemme, Cisgiordania , 27 settembre 2013.(Ryan Rodrick Beiler/Activestills.org)

I palestinesi della Cisgiordania hanno incominciato a provare rancore verso il proprio governo tanto quanto verso il potere israeliano. Secondo un sondaggio pubblicato a dicembre dal Centro Palestinese per la Politica e la Ricerca, due terzi dei palestinesi chiedono che il presidente Mahmoud Abbas si dimetta. Inoltre, il sondaggio rivela che se si tenessero oggi le elezioni presidenziali, un candidato di Hamas, la fazione avversa, otterrebbe una netta vittoria su Abbas.

L’attuale compromesso è utile sia al governo israeliano che alle elite palestinesi a Ramallah: Abbas può utilizzare le sue forze di sicurezza per reprimere la violenza e il dissenso, da parte di singoli individui e di Hamas. Per Israele, Abbas è un capro espiatorio – colui che può essere biasimato per le mosse unilaterali per ottenere il riconoscimento internazionale o ogni volta che la violenza esplode in Cisgiordania. Nonostante ciò che Netanyahu possa far credere, comunque il governo di Abbas è la chiave del futuro dell’occupazione israeliana.

Allora che cosa fanno quei palestinesi che sono inseriti nell’apparato di sicurezza quando si rendono conto che la partita è truccata – che loro stessi stanno svolgendo il compito dei soldati occupanti contro il proprio popolo? Che cosa fanno quando capiscono che, di fatto, non c’è via d’uscita?

Un’occhiata alla pagina Facebook di Sakari getta una luce sul suo dilemma. Nelle prime ore di domenica mattina, Sakari ha pubblicato su Facebook una sua dichiarazione in cui afferma che non ha senso vivere “finché l’occupazione opprime le nostre anime ed uccide i nostri fratelli e sorelle.” La notte precedente, Sakari ha pubblicato un’affermazione, secondo cui “Ogni giorno abbiamo notizie di morti….Perdonatemi, forse io sarò il prossimo.”

Gli israeliani sono giustamente spaventati dalla prospettiva di ulteriori attacchi proprio da parte delle persone impegnate a proteggerli. Il collasso dell’ANP non è impossibile; un crescente numero di membri del servizio di sicurezza palestinese che si rivoltano contro i loro padroni israeliani, sostenuti da un’indomabile popolazione civile ormai sull’orlo di un’autentica rivolta popolare, potrebbe mettere fine al “coordinamento sulla sicurezza” su cui si basa Israele per mantenere lo status quo. Il problema è se la leadership israeliana possa offrire un progetto alternativo che garantisca reale potere ed autorità al popolo palestinese, non solo ai suoi subappaltatori.

 

Edo Konrad è uno scrittore, blogger e traduttore, che vive a Tel Aviv. Ha precedentemente lavorato come redattore di Haaretz, ed è attualmente vicedirettore di +972 Magazine.

( Traduzione di Cristiana Cavagna)

Riferimento Twitter: @edokonrad




L’alfabeto di Oslo, linguaggio della colonizzazione

Professor Kamel Hawwash –Middle East Monitor

Sabato 23 gennaio 2016

Le prime tre lettere dell’alfabeto, A, B e C, sono diventate il marchio dell’occupazione e della strisciante colonizzazione della Palestina da parte di Israele. Le linee che delimitano queste aree sono state tracciate negli accordi di Oslo II firmati a Taba nel 1995. Dividono la Cisgiordania in tre zone, con Israele e la Palestina che beneficiano di differenti livelli di diritti amministrativi e relativi alla sicurezza in ognuna di queste.

L’area che copre tutte le città della Cisgiordania e la maggior parte della popolazione palestinese è stata etichettata come A, con l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) che gode del controllo “integrale”, sia amministrativo che per quanto riguarda la sicurezza. L’area B include vaste zone rurali con l’ANP che ha diritto solo al controllo amministrativo. Il rimanente 60% è stato denominato area C e ricade sotto il totale controllo israeliano, tranne per quello che riguarda i servizi educativi e quelli medici. Significativamente, Israele controlla tutte le questioni relative alla terra, comprese l’assegnazione e le pratiche per la costruzione sia di strutture private che di infrastrutture.

Per completare il quadro del controllo coloniale che Israele esercita sulla Cisgiordania, bisogna aggiungere l’impatto del Muro o Barriera, che Israele ha costruito dopo gli accordi di Oslo e le strade che servono alle colonie, molte delle quali possono solo essere utilizzate dai coloni, nella versione israeliana dell’apartheid.

E’ importante capire che le aree A, B e C non sono tre zone geografiche separate che sono facilmente identificabili, ma piuttosto una divisione amministrativa definita in pratica da Israele per perseguire i propri progetti espansionistici e coloniali. Basta fare un passo fuori dalle città palestinesi e ci si trova quasi sicuramente nell’area C e quindi sotto il totale controllo israeliano. L’area C è abitata da un numero stimato di 300.000 palestinesi, che vivono per lo più in piccoli villaggi e comunità, e di 350.000 coloni israeliani, che vivono in 135 insediamenti e 100 avamposti. Una parte delle terre palestinesi più fertili si trova nella valle del Giordano, che rientra nell’area C.

I 22 anni da Oslo e gli inutili negoziati per raggiungere un accordo finale sono passati con Israele che non ha rispettato neppure questa vergognosa divisione della Cisgiordania. Ogni pretesa di una zona palestinese libera dalle ingerenze israeliane è un mito.

Questa è la terza Intifada?

Le crescenti tensioni nei Territori Occupati hanno portato a dozzine di morti e a centinaia di scontri. Stiamo assistendo ad una terza Intifada?

Prendiamo l’area A, che include tutte le città palestinesi. L’ANP è responsabile della sicurezza e pertanto si potrebbe presumere che le forze di occupazione israeliane non possano entrarvi in nessun caso. Tuttavia si tratta di un mito. Le forze [di sicurezza] israeliane entrano regolarmente a Ramallah, Nablus, Hebron e Jenin per arrestare, ferire e mutilare. Hanno rapito membri del parlamento [palestinese], compreso la sua presidentessa e deputata del FPLP [Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, gruppo politico palestinese di sinistra. Ndtr.] Khalida Jarrar. Più di recente, il primo ministro israeliano Netanyahu ha detto di aver chiamato il presidente dell’ANP Abbas per scusarsi perché le forze di occupazione israeliane hanno condotto attività nei pressi della sua casa e si sono scontrate con la sua guardia presidenziale. Al tempo stesso, le forze di sicurezza palestinesi non possono arrestare nessun colono israeliano che abbia commesso violenze in qualunque parte della Cisgiordania e ogni colono che si sia casualmente avventurato nell’area A è stato rapidamente messo al sicuro e consegnato alle forze di occupazione.

Nell’area C le attività di colonizzazione di Israele abbondano, in quanto gode del controllo sia amministrativo che per la sicurezza. Qui la messa in pratica di alcune norme per i palestinesi e di altre per le colonie illegali è più evidente. I palestinesi non possono costruire, ampliare o migliorare le proprie case o le proprie attività senza l’interferenza da parte di Israele, che è spesso violenta. Il rifiuto praticamente certo da parte di Israele della concessione di autorizzazioni per la costruzione di case, scuole, strutture commerciali e agricole non lascia ai palestinesi altra possibilità che costruire senza permessi. Il risultato quasi inevitabile è la demolizione. L’ufficio dell’ONU per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA) ha descritto come 5.000 palestinesi dell’area C vivono nelle denominate “zone di fuoco” e si prevede che lascino le loro case per ore o giorni durante le esercitazioni militari israeliane. L’OCHA inoltre descrive la terribile situazione dei beduini, continuamente soggetti alla minaccia di deportazione dalle loro terre contro la loro volontà.

Anche altre comunità, oltre ai beduini, hanno ripetutamente subito la minaccia di ricollocamento. Un esempio particolarmente chiaro è stato quello della comunità di Susyia, sulle colline di Hebron, i cui membri hanno affrontato tre deportazioni in tre decenni per permettere che una colonia, che ha praticamente lo stesso nome, si installasse e poi che si espandesse.

In anni recenti, un certo numero di politici israeliani che si oppongono radicalmente all’esistenza di uno Stato palestinese hanno invocato l’annessione di ampie zone, se non di tutta l’area C. L’attuale ministro dell’Educazione, Naftali Bennet, ha persino chiesto che ai 300.000 palestinesi che vi vivono venga concessa la nazionalità israeliana. Pensa che il fatto che i rimanenti palestinesi della Cisgiordania potrebbero gestire i propri affari e una piena indipendenza sarebbe impossibile. Altri politici israeliani non sono magari stati altrettanto espliciti come Bennet nel chiedere l’annessione di aree della Cisgiordania, tuttavia è ora difficile trovarne uno che sostenga una onesta soluzione dei due Stati che porti ai palestinesi una qualche speranza della fine dell’occupazione.

Più di recente, il Coordinatore Israeliano delle Attività di Governo nei Territori (COGAT) ha annunciato che intende confiscare 370 acri [149 ettari. Ndtr.] di terra nel distretto di Gerico, dichiarandoli “terra dello Stato”. Questo tipo di iniziative rende la designazione di un lotto di terreno come A, B o C totalmente insensato. Israele agisce con totale impunità. Se decide di dichiarare la sede dell’Autorità Nazionale Palestinese a Ramallah zona militare chiusa o zona di fuoco, chi lo più impedire?

A Oslo i negoziatori palestinesi non solo hanno accettato di riconoscere Israele senza un concomitante riconoscimento della Palestina, hanno anche concordato l’ulteriore spartizione in queste tre aree del 22% di quella che hanno accettato come “Palestina”. La realtà è stata che palestinesi e coloni hanno vissuto in tutte e tre le aree e che Israele ha utilizzato questa designazione perché si adattasse ai propri piani. Gli accordi di Oslo sono stati pensati come temporanei, dovevano portare a un accordo negoziale entro cinque anni. A fronte di ciò, i negoziatori palestinesi devono aver pensato che tutte e tre le aree sarebbero state restituite alla fine dei cinque anni, libere di coloni, per far parte dello Stato funzionante e con continuità territoriale che loro avevano sognato. Tuttavia, 22 anni dopo, non è stato raggiunto nessun accordo e in pratica Israele ha quotidianamente violato l’accordo provvisorio indistintamente nelle aree A, B e C. Questa denominazione è diventata un ulteriore ostacolo per la pace e non cambierà rapidamente senza una pressione esterna. Perché si ottenga la pace in terra santa, devono essere esercitate su Israele chiare e non ambigue pressioni per porre fine all’occupazione, spedendo l’alfabeto della colonizzazione nella pattumiera della storia.

Il professor Kamel Hawwash è un docente universitario anglo-palestinese in ingegneria presso l’università di Birmingham. E’ un commentatore di questioni mediorientali e vice presidente della campagna di solidarietà con la Palestina. Qui ha scritto a titolo personale.

(Traduzione di Amedeo Rossi)




La rivolta dei giovani palestinesi – Quale ruolo per i partiti politici?

Parte 7

di Belal Shobaki

Maannews .  da Al-Shabaka

Al-Shabaka è un’organizzazione indipendente no profit che ha come obiettivo informare e stimolare il dibattito pubblico sui diritti umani e sull’autodeterminazione dei palestinesi nel contesto delle leggi internazionali.

Questa è la settima parte di una pubblicazione divisa in otto segmenti sull’attuale assenza di un’autentica dirigenza nazionale palestinese e sulla rivolta dei giovani contro la prolungata occupazione militare da parte di Israele e la negazione dei diritti umani nei Territori Palestinesi Occupati (TPO).

Questo pezzo è stato scritto da Belal Shobaki, assistente e professore nel Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Hebron, Palestina e membro dell’Associazione americana di studi politici

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L’attuale movimento popolare rende ancora più urgente che i partiti politici abbandonino i propri interessi e contribuiscano alla crescita della partecipazione della società civile. Fatah e Hamas hanno un’occasione d’oro per attivarsi al di là delle loro preoccupazioni riguardo alle questioni istituzionali della gestione dell’Autorità nazionale palestinese e per agire in modo consono alla loro identità di movimenti di liberazione sotto occupazione. Tutte le fazioni dovrebbero unirsi nel proporre un programma nazionale che faccia a meno di Oslo e delle strutture istituzionali che rendono inefficace la lotta dei palestinesi. Possono usare la loro struttura mediatica per ricostruire una cultura politica, economica e sociale che sostenga la sollevazione piuttosto che per opporsi uno all’altro e mobilitarsi per la propria fazione. Ciò comporterebbe un mutamento nelle tranquille abitudini consumistiche dei palestinesi specie in Cisgiordania.

Fatah potrebbe trovarsi in difficoltà ad agire in tal modo, dato che si identifica con le istituzioni dell’Autorità nazionale palestinese. Tuttavia, Fatah avrebbe ancora di più da perdere se non riuscisse a cambiare [atteggiamento]. L’umore complessivo dell’opinione pubblica palestinese, compreso l’elettorato di Fatah, dissente completamente dal pensiero della dirigenza politica secondo cui gli attuali avvenimenti sono solamente “un’ondata di rabbia” che può essere controllata dalle forze di sicurezza e sfruttata per riprendere i negoziati con Israele. L’incapacità delle fazioni palestinesi a mobilitarsi per un aperto scontro contro l’occupazione mentre la sollevazione dei giovani continua produrrà senza dubbio dei dirigenti sul campo che saranno più capaci di dirigere gli avvenimenti rispetto a quelli che siedono nei loro uffici. Ciò porterà a una divaricazione ancora più ampia tra le forze che stanno agendo senza condizionamenti, vincoli di appartenenza e burocrati governativi.

Un simile movimento dovrebbe guardare al di là dell’alternativa tra Fatah e Hamas. Il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina e la Jihad islamica potrebbero promuovere cortei e manifestazioni di grande impatto contro l’occupazione. Entrambi godono del rispetto del popolo palestinese e sono più liberi di Hamas, che in Cisgiordania è stato oggetto di una campagna di repressione sia da parte di Israele che dell’ANP. Queste due organizzazioni potrebbero lavorare con altre fazioni per sostenere un confronto aperto con l’occupazione israeliana e prendere l’iniziativa per la formazione di comitati di coordinamento per gestire la sollevazione. Questi comitati dovrebbero evolvere in seguito in una dirigenza condivisa che successivamente aderirebbe all’OLP come parte del programma per riformare l’organizzazione.

Tuttavia, creare una nuova area [politica] è condizionata rispetto al superamento della passata esperienza e in particolare della formula di Oslo per una soluzione a due Stati. Coloro che attualmente hanno il monopolio delle istituzioni politiche palestinesi sono gli stessi che sostengono ancora questa ipotesi. Se l’opinione pubblica trasforma la sollevazione in un rifiuto di Oslo, oltre alla lotta contro l’occupazione, o emergeranno nuovi dirigenti che perseguiranno nuove alternative oppure gli attuali dirigenti si sentiranno obbligati a cambiare il loro comportamento a parole e nella prassi politica.

Questo pezzo è parte della pubblicazione di una tavola rotonda di Al-Shabaka. La versione completa è stata originariamente pubblicata sul sito di Al-Shabaka il 23 novembre 2015.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono agli autori e non riflettono necessariamente la politica editoriale dell’Agenzia Ma’an News.

( Traduzione di Carlo Tagliacozzo)




La rivolta dei giovani palestinesi – Quale ruolo per i partiti politici?

Parte 3

di Nijmeh Ali

da Al-Shabaka Ma’an News

La gioventù palestinese che è scesa nelle strade sta dando inizio ad un’importante fase nella risposta all’occupazione israeliana e all’ingiustizia, indicando il ruolo significativo che la generazione dei più giovani potrebbe svolgere, sostituendo l’attuale leadership.

Tuttavia rimane un problema: la nuova generazione è in grado di spostare la rivolta o l’ondata di rabbia dalle strade agli ambiti politici o diplomatici? Il problema sta nel fallimento della rivolta contro le tradizionali leadership palestinesi di Fatah, di Hamas e della sinistra: è questo ciò che occorre per trasformare lo spirito della rivoluzione in risultati diplomatici e politici.

I partiti politici palestinesi si comportano normalmente come i partiti di tutto il mondo: valutano i vantaggi politici che possono ricavare da questa ondata di rabbia, in termini di ripresa dei negoziati con Israele. Non agiscono come partiti rivoluzionari che combattono una lotta di liberazione, e non sono in linea con sentire popolare. Così, i partiti erigono ostacoli piuttosto che appoggiare la rivolta dei giovani o qualunque altra azione al di fuori della cornice istituzionale prestabilita, come i gruppi armati delle fazioni. Le azioni incontrollate non avvantaggiano i partiti politici, perché (i partiti) non possono dirigerle.

La questione non è creare un nuovo spazio all’interno o all’esterno dell’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina). Sta anche nel cambiare il comportamento politico dei palestinesi come popolo subordinato agli attuali apparati politici. E’ indispensabile superare le strette affiliazioni di parte che hanno rafforzato la divisione interna tra palestinesi ed indebolito l’OLP. L’ondata di rabbia popolare è un’aperta ribellione contro tali strette affiliazioni ed è un’espressione della necessità di rafforzare il livello nazionale in quanto opposto alle affiliazioni di parte.

Tuttavia, data la realtà esistente e la crescente divisione tra fazioni, sarebbe stato più opportuno che i giovani si fossero ribellati contro l’attuale leadership politica e l’avessero rimpiazzata con leader più giovani che avessero energia politica, credibilità e vigore.

I leader locali non sono mai stati isolati dalla loro leadership centrale: Fatah e Hamas, per esempio, sono movimenti politici di massa piuttosto che partiti politici in senso tradizionale. Perciò non ci si deve prospettare uno scenario in cui potrebbe emergere un movimento popolare indipendente, anche se possono essere istituiti dei comitati popolari, come successe nella prima intifada. Vale la pena di notare che la leadership nazionale unificata di quell’intifada era stata formata da attori politici che perseguivano obbiettivi politici comuni ed una visione incentrata sulla fine dell’occupazione come tappa fondamentale verso la liberazione.

In breve, abbiamo bisogno di una primavera palestinese all’interno dei partiti, piuttosto che di strutture politiche alternative che rafforzerebbero la divisione e la miope partigianeria. In assenza di una ribellione dei giovani all’interno dei partiti politici palestinesi, nessuna rivolta otterrà un reale cambiamento politico. I sacrifici del popolo palestinese andranno sprecati, aumentando la frustrazione ed il senso di impotenza. Sarebbe davvero preoccupante se questa frustrazione sopprimesse lentamente la fiducia dei palestinesi nella loro capacità di liberarsi.

Questo pezzo è parte della pubblicazione di una tavola rotonda di Al-Shabaka. L’intera versione è stata originariamente pubblicata sul sito di Al-Shabaka il 23 novembre 2015.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono agli autori e non riflettono necessariamente la politica editoriale dell’Agenzia Ma’an News.

Traduzione di Cristiana Cavagna




I residenti di Gerusalemme est sentono di non avere più niente da perdere

Anche quando non sono d’accordo con chi lancia pietre, i palestinesi di Gerusalemme est dicono che la loro esistenza è costantemente minacciata.

di Amira Hass

Haaretz

Rami ha ottenuto la cittadinanza israeliana due anni fa. E’ uno studente nel mezzo dei suoi vent’anni, nato e abitante a Gerusalemme est. Avverso al lancio delle pietre, ha intrapreso una cosciente e autonoma scelta di “israelizzazione” fin dalla scuola superiore.

Rami (non è il suo vero nome) è arrivato alla conclusione che non sarebbe andato avanti nella vita senza imparare l’ebraico, familiarizzare con la cultura ebraica e addirittura farsi degli amici ebrei, e proseguire gli studi e cercare opportunità di lavoro attraverso le istituzioni israeliane. Ha inoltrato due richieste di cittadinanza al Ministero dell’Interno, che le ha respinte entrambe. Solo dopo aver pagato ad un avvocato una cospicua cifra che lo ha indebitato, ha ottenuto la cittadinanza.

Non è patriottismo israeliano ciò che ha motivato Rami a diventare cittadino. Come tanti palestinesi di Gerusalemme che sono riusciti o hanno provato ad ottenere la cittadinanza israeliana, lo ha fatto per poter studiare e vivere all’estero senza il timore di non ricevere il permesso di ritornare alla sua città e alla sua casa. “La nostra esistenza a Gerusalemme è costantemente minacciata”, dice Rami, che si definisce un arabo di Gerusalemme, piuttosto che un palestinese.

Variazioni su questo tema emergono in ogni conversazione con residenti di Gerusalemme est, specialmente nel corso degli attuali ben noti scontri tra polizia e giovani. Giorno e notte, ogni palestinese di Gerusalemme vive e respira il desiderio degli israeliani, che si percepiscono nelle politiche dello Stato, che loro lascino la città e se ne vadano all’estero o a Ramallah. In quanto residenti ma non cittadini, sono soggetti alle leggi di ingresso israeliane – come se avessero chiesto di andare là e non fossero stati annessi. La residenza fuori città – per studio, lavoro o soggiorno in Cisgiordania – li mette a rischio di perdere lo status di residenti di Gerusalemme ed essere espulsi, con l’approvazione dell’Alta Corte.

La costante minaccia di Israele alla loro esistenza nella città è un punto cardine per capire la situazione di Gerusalemme est, anche se c’è chi dice – come la psicologa Rana Nashashibi, il dott. Muhammad Jadallah e Nasser Kos dell’associazione dei Prigionieri Palestinesi – che chiunque volesse e potesse andarsene lo ha già fatto. Così è. I 303.000 palestinesi che vivono a Gerusalemme est (il 75% di loro sotto la soglia di povertà) non se ne andranno, nonostante le pressioni e l’oppressione.

Sotto molti aspetti, Muhammad (ha chiesto di non rivelare il suo nome completo) è l’opposto di Rami, benché abbiano la stessa età. Ha tirato pietre, è stato ferito, catturato, arrestato e bandito dalla moschea di Al-Aqsa per un anno. La sua casa si trova a circa 50 metri da una delle entrate di Haram al-Sharif (Monte del Tempio). Al contrario di Rami, Muhammad ha dei dubbi sul legame ebreo con quel luogo.

Se una volta vi era un tempio, Allah ha voluto che fosse distrutto, e gli angeli hanno posto le fondamenta per una moschea”, ha detto questa settimana con convinzione.

Invece Rami ha scoperto in giovane età di non credere in dio, però entrambi parlano delle loro esperienze con il razzismo israeliano.

Gerusalemme est chiude alle cinque. Se vogliamo uscire un po’, è impossibile nella parte occidentale della città. Non è sicuro trovarsi là dopo le otto o le nove di sera. Quelli di destra danno la caccia ed inseguono chiunque identifichino come arabo, e di giorno qualunque poliziotto di frontiera può fermarti ed umiliarti”, dice Muhammad. “Perciò noi andiamo a Ramallah e a Betlemme.”

Ma la strada è piena di posti di blocco militari e di ingorghi di traffico a causa di essi, e quando riescono ad arrivare, la loro invidia è acuta. Nelle enclaves dell’Autorità Palestinese non si sperimenta ogni momento l’oppressione israeliana, come accade a Gerusalemme est. Là non c’è il timore di venire aggrediti. Nello scorso anno, dice Rami, tutti a Gerusalemme est hanno avvertito il razzismo e la discriminazione in due principali situazioni: in contrasto con le tempestive condanne comminate a palestinesi, i processi agli imputati per aver bruciato il giovane Muhammad Abu Khdeir a metà del 2014 sono ancora in corso. I palestinesi di Gerusalemme est traggono la conclusione che l’intenzione sia di emettere sentenze risibili. In secondo luogo, “una decina di palestinesi di Gerusalemme sono stati arrestati e processati per dei post su Facebook, mentre tutti sanno che i post razzisti degli ebrei non provocano arresti o processi”, dice Rami.

Rami non chiede ai ragazzi del vicinato che tirano pietre perché lo fanno, in quanto porre una simile domanda lo farebbe considerare uno fuori dal giro. Ma la verità è che lui si sente un estraneo nell’affollato quartiere in cui la sua famiglia si è trasferita 15 anni fa, quando lui era alle elementari, a causa dell’aumento dei prezzi di affitto nel loro vecchio quartiere. La costante minaccia all’esistenza dei palestinesi nella città si manifesta non solo nel precario status di residenza, ma anche della grave carenza di alloggi. Questo non avviene dal nulla. Israele ha espropriato circa un terzo delle riserve di terra che erano annesse a Gerusalemme nel 1967 ai loro proprietari palestinesi a beneficio dei quartieri ebraici e dei programmi pubblici al servizio soprattutto della popolazione ebraica. Sul terreno rimanente sono state imposte rigide restrizioni all’edificazione, probabilmente per preservare il “carattere rurale” dei quartieri, e nel centro di essi vi sono dei terreni destinati a costruzioni fortificate per gli ebrei.

La paura di perdere lo status di residenza e la costruzione del muro dopo il 2000 hanno riportato in città migliaia di persone che avevano migliorato la propria situazione abitativa trasferendosi nei quartieri adiacenti, come Bir Naballah e A-Ramm, che si trovano fuori dalla zona annessa a Gerusalemme. Il risultato è un’alta densità di popolazione, esorbitanti prezzi di acquisto o di affitto delle case, edificazioni senza permesso, ordini di demolizione e demolizioni di case.

Nasser Kos ricorda un ragazzino di 12 anni che al ritorno da scuola ha trovato la sua casa demolita. “Ha gridato ‘vendetta’ in modo che tutti potessero sentirlo e poi è andato a tirare una bomba incendiaria”, dice Kos. “Oggi ha 18 anni ed è ancora in prigione.” Anche chi non è d’accordo con la sua azione lo può capire. Persino Rami comprende quelli che tirano pietre.

Kos dice di essere diventato un militante di Fatah 30 anni fa, in modo che i suoi figli potessero vivere meglio. Non poteva mai immaginare che le loro vite non avrebbero avuto alcuna prospettiva né personale né politica di miglioramento o cambiamento.

Il ragazzo vede picchiare sua madre, vede il vecchio sulla via per Al-Aqsa colpito da un poliziotto”, dice Kos. “Non può sopportarlo. Dà sfogo alla sua rabbia.” Quindi i bambini e i giovani che tirano pietre finiscono per rappresentare tutta la popolazione.

Tutti noi sentiamo che abbiamo raggiunto il limite della nostra capacità di sopportare i sistematici attacchi contro di noi a Gerusalemme”, dice Nashashibi. “Israele è riuscita a far diventare le difficoltà della vita un problema quotidiano per ogni residente di Gerusalemme. Ogni conversazione inizia con ‘hai sentito lo sparo, ero soffocato dal gas, non ho potuto arrivare alla città vecchia, ho ricevuto una multa per niente, un funzionario comunale mi ha trattato sgarbatamente, il ragazzo ha abbandonato la scuola perché il livello è scarso e non ci sono i soldi per una scuola privata, la città non ripara il sistema delle acque di scarico.”

Lei è convinta che “se non fossimo così profondamente frustrati, andremmo tutti in strada.” Gli adulti hanno motivazioni concrete che impediscono loro di esprimere la propria continua rabbia, o come dice Nashashibi: “I bambini ed i giovani non sono condizionati dalle valutazioni e dalla paura degli adulti che non ci si guadagna niente, che si è ormai tentato di tutto e nulla è cambiato.”

La nuova politica israeliana di repressione delle manifestazioni e di punizioni più severe avrà effetto?

La morte non ci spaventa”, dice Kos. “Io sto parlando con te e sono morto. Io muoio mentre vivo. Noi moriamo ogni giorno. Perciò non abbiamo niente da perdere. Ecco perché i giovani sono pronti a morire.”

Sia Jadallah che Ziyyad Hammouri, direttore del Centro per i Diritti Sociali ed Economici di Gerusalemme, dicono che le autorità hanno già inasprito le misure punitive. “Anche persone che non hanno partecipato alle manifestazioni e al lancio di pietre sono state gravemente ferite dai colpi israeliani”, dice Hammouri. “Sono state comminate multe ed è stata cancellata l’assicurazione per le famiglie dei prigionieri. Quindi quale effetto deterrente potrà avere inserire queste misure in una legge?”

Nashashibi dice: “Quel che gli israeliani non capiscono è che nessun ragazzo tra i 12 e i 20 anni di età pensa che quello che è successo ad altri succederà a lui. Hanno la mentalità da “superpotere”. E’ tipico di quella fascia di età. Pensano che ciò che è successo agli altri (arresto, ferimento) è successo perché non hanno fatto le cose abbastanza bene, mentre loro possono fare meglio.

I genitori che hanno paura per i propri figli, per le multe o per la perdita di benefici sociali non possono fermare i ragazzi perché, secondo Nashashibi, “ il regime di discriminazione israeliano ha talmente indebolito l’istituzione familiare palestinese, l’autorità del padre, che essi per lo più non hanno influenza sui figli. Padri che non riescono a guadagnare il necessario per vivere, genitori picchiati dalla polizia di fronte ai loro figli, coppie che si sono sposate quando erano giovani e non lavorano. Tutto ciò ha condotto all’assenza di una figura autorevole all’interno della famiglia.”

Da un lato non vi è una famiglia forte. Dall’altro, non c’è un’organizzazione politica che coordini il lancio di pietre e le dimostrazioni, o che ordini di smettere. La gente ha perso fiducia nelle organizzazioni politiche, inclusa Fatah, dice Kos. I giovani decidono per conto loro.

Il poliziotto che picchia, il colono che visita la moschea di Al-Aqsa o controlla Silwan (quartiere alle porte di Gerusalemme, ndt.) e l’ispettore comunale che emette un ordine di demolizione sono quelli che hanno organizzato i ragazzi e li hanno mandati a tirare pietre”, dice. Rifiuta l’accusa che Fatah non sia interessata alla lotta e che i suoi membri pensino solo ai propri salari dell’Autorità Palestinese. La prova è che i segretari di Fatah nella città – precedente ed attuale – sono stati arrestati.

Molti dei dimostranti che dicono di manifestare per Al-Aqsa, compresi quelli che si sono scontrati coi poliziotti all’interno del cortile e della moschea, non sono particolarmente religiosi. “Alcuni di loro non sanno neanche come si prega”, dice Jadallah, che lavora in una clinica sul monte.

Gli arresti mostrano che non vi è un’associazione specificamente religiosa o organizzata”, concorda Kos. “La moschea di Al-Aqsa attira chiunque – il musulmano e il comunista, il militante e il commerciante, il tossicomane e l’insegnante.”

Diversamente dalle enclaves dell’Autorità Palestinese in Cisgiordania e Gaza, non c’è separazione tra i giovani e l’occupazione israeliana e non vi è luogo in cui sia possibile far finta che l’occupazione non esista. Non ci sono forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese che impediscano che i giovani palestinesi si scontrino con la polizia israeliana, come accade a Betlemme e Nablus.

Forse c’è qualcosa di più sano in questo”, conclude Nashashibi, “perché puoi sfogare la tua rabbia e dimostrare che non c’è nulla di normale in una città occupata.”

(Traduzione di Cristiana Cavagna)