Rapporto OCHA del periodo 21 maggio- 3 giugno 2019 (due settimane)

Durante il periodo di riferimento, 234 palestinesi sono stati feriti dalle forze israeliane nel corso delle manifestazioni della “Grande Marcia di Ritorno” (GMR) che, dal 30 marzo 2018, si svolgono vicino alla recinzione perimetrale israeliana [sul lato interno a Gaza].

Per oltre il 16% dei feriti è stato necessario il ricovero in ospedale.

Presso la recinzione perimetrale e al largo delle coste di Gaza, in almeno sette casi non riferibili alle manifestazioni GMR, le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento nell’apparente tentativo di far rispettare [ai palestinesi] le restrizioni di accesso a tali zone; due palestinesi sono stati feriti ed il lavoro di agricoltori e pescatori è stato interrotto. Non sono state segnalate incursioni.

In Cisgiordania, il 31 maggio, in due separati episodi accaduti a Gerusalemme e nei dintorni, due palestinesi, tra cui un ragazzo di 16 anni, sono stati colpiti e uccisi dalle forze israeliane [segue dettaglio]. Il ragazzo è stato ucciso vicino al checkpoint di An Nu’man (Betlemme) quando le forze israeliane hanno aperto il fuoco contro un gruppo di palestinesi che tentavano di attraversare la Barriera ed entrare in Gerusalemme senza permesso. Antecedentemente, quello stesso giorno, in due diversi punti della Città Vecchia di Gerusalemme, un palestinese 19enne aveva pugnalato e ferito due israeliani, tra cui un ragazzo di 16 anni; l’aggressore era stato successivamente colpito e ucciso dalla polizia israeliana. Secondo quanto riferito, si tratterebbe di un palestinese residente nel villaggio di Abwain (Ramallah), entrato in Gerusalemme Est senza permesso. Alla chiusura del presente bollettino il suo corpo risulta ancora trattenuto dalle autorità israeliane. Dall’inizio del 2019, in attacchi e/o presunti attacchi palestinesi, sono stati uccisi due israeliani e cinque aggressori e/o presunti aggressori palestinesi.

Sempre in Cisgiordania, durante proteste e molteplici scontri, le forze israeliane hanno ferito 114 palestinesi, tra cui 53 minori: un incremento significativo rispetto ai due precedenti periodi di riferimento, quando la media era stata di 44 feriti [segue dettaglio dei 114 feriti]. Ventitré feriti sono stati registrati il 2 giugno, in scontri scoppiati nella Città Vecchia di Gerusalemme durante due distinte proteste tenute contro l’ingresso nel Complesso della Moschea di Al Aqsa / Monte del Tempio di coloni e altri gruppi israeliani entrati per commemorare l’anniversario di ciò che, in Israele, viene definita “la riunificazione di Gerusalemme” [avvenuta in seguito alla “Guerra dei sei giorni” del 1967]. Altri 70 palestinesi, tra cui 30 minori, hanno inalato gas lacrimogeno ed hanno avuto necessità di cure mediche dopo che le forze israeliane hanno sparato lacrimogeni contro palestinesi che, nei pressi del checkpoint di Qalandiya (Gerusalemme), tentavano di attraversare la Barriera ed entrare, senza permesso, in Gerusalemme Est per partecipare alla preghiera di mezzogiorno del venerdì. Altri tre ferimenti sono stati registrati in scontri scoppiati in due operazioni di ricerca-arresto; nel complesso, le forze israeliane hanno condotto 110 di tali operazioni, arrestando oltre 146 palestinesi, tra cui almeno otto minori. Altri nove palestinesi sono rimasti feriti, nella città di Nablus, in scontri con le forze israeliane conseguenti all’ingresso di coloni israeliani al sito religioso della Tomba di Giuseppe. Quasi il 71% delle [114] lesioni è stato provocato dall’inalazione di gas lacrimogeno richiedente cure mediche, il 20% è stato causato da aggressioni fisiche, il 7% da proiettili di gomma e il 2% da proiettili di armi da fuoco.

Nella Valle del Giordano, per consentire esercitazioni militari, le forze israeliane hanno sfollato temporaneamente, per quattro volte, 12 ore ogni volta, 141 palestinesi; l’80% di essi è costituito da donne e minori. Si tratta dei residenti delle Comunità di pastori di Tell al Khashaba, Lifjim e Humsa al Bqai’a, costretti a lasciare incustodito il loro bestiame e, nella maggior parte dei casi, costretti a trascorrere la notte all’aperto o presso Comunità vicine. Tali Comunità sono esposte al rischio di trasferimento forzato e i ripetuti sfollamenti per esercitazioni militari fanno parte del contesto coercitivo.

In Area C, citando la mancanza di permessi di costruzione, le autorità israeliane hanno demolito o sequestrato dodici strutture di proprietà palestinese; otto di queste erano state fornite come assistenza umanitaria. Di conseguenza, 19 persone, tra cui nove minori, sono state sfollate e 107 persone sono state altrimenti coinvolte. Delle otto strutture donate, tre strutture abitative e quattro tende per animali, erano state fornite in risposta a precedenti demolizioni avvenute nelle Comunità di pastori di Al Hadidiya e Khirbet ar Ras al Ahmar, nella parte settentrionale della Valle del Giordano, in un’area designata come “zona per esercitazioni a fuoco” per addestramento militare. La restante struttura donata, una sezione di una conduttura idrica di nuova costruzione, era destinata al rifornimento di acqua per l’area di Khallet al Foron a sud di Hebron. Le altre [4] strutture demolite includevano una casa in costruzione a Khallet al Louza, una struttura agricola ad Al Khader (entrambe a Betlemme), un deposito ad Az Za’ayyem (Gerusalemme) e un recinto per animali a Khirbet ar Ras al Ahmar, nella parte settentrionale della Valle del Giordano.

Secondo fonti ufficiali israeliane, il terzo e il quarto venerdì di Ramadan, le autorità israeliane hanno permesso, rispettivamente a 61.597 e 90.254 palestinesi in possesso di documenti della Cisgiordania, di entrare in Gerusalemme Est per le preghiere. Complessivamente, ogni venerdì di Ramadan, una media di 79.946 palestinesi ha attraversato uno dei tre checkpoint di ingresso in Gerusalemme Est; l’anno scorso la media era stata di 87.075. I maschi sopra i 40 anni, o sotto i 16, e le donne di tutte le età hanno potuto attraversare i checkpoint senza alcun permesso. Quest’anno, ai residenti di Gaza non sono stati rilasciati permessi per il Ramadan.

Coloni israeliani hanno provocato il ferimento di quattro palestinesi e danni a proprietà palestinesi in sette circostanze [segue dettaglio]. Tre palestinesi sono stati aggrediti fisicamente e feriti da coloni in due distinti episodi verificatisi nella zona H2 [a controllo israeliano] della città di Hebron. Un altro palestinese è stato ferito nella Città Vecchia di Gerusalemme dal lancio di pietre da parte di coloni. Nella zona di Wad Al Hussain (Hebron), secondo fonti locali palestinesi, coloni israeliani di Kiryat Arba hanno distrutto un tratto di una recinzione in pietra (lunga 200 metri) che circonda un terreno agricolo, hanno incendiato raccolti e danneggiato tre ulivi e un fico. A quanto riferito, in altri due episodi, coloni israeliani hanno danneggiato una casa disabitata di proprietà di palestinesi e spruzzato scritte tipo “questo è il prezzo” sui muri di un distributore di carburante palestinese nel villaggio di Kafr Laqif (Qalqiliya).

Secondo fonti israeliane, in almeno un caso, palestinesi hanno lanciato pietre e danneggiato un veicolo privato israeliano vicino a Gerusalemme, mentre un colono israeliano è stato ferito, sempre per lancio di pietre da parte di palestinesi, nella Città Vecchia di Gerusalemme.

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nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it




Rapporto OCHA del periodo 7 – 20 maggio 2019

Il 10 maggio, nella Striscia di Gaza, vicino alla recinzione israeliana che la delimita, durante proteste avvenute ad est di Rafah nell’ambito della “Grande Marcia di Ritorno” (GMR), un palestinese di 24 anni è stato ucciso ed altri 425 circa sono stati feriti.

Oltre il 47% dei feriti sono stati ospedalizzati; 56 di questi erano stati colpiti con armi da fuoco.

In aree [di terraferma] adiacenti alla recinzione perimetrale [sul lato interno della Striscia] e [di mare,] al largo della costa di Gaza, le forze israeliane, per far rispettare le restrizioni di accesso [imposte ai palestinesi], hanno aperto il fuoco di avvertimento in almeno 21 occasioni non collegate a proteste per la GMR, provocando tre feriti, tra cui un contadino e un pescatore. In tre occasioni, le forze israeliane sono entrate a Gaza, vicino a Beit Hanoun (Nord della Striscia), Deir al Balah (Area Centrale) e Rafah [Area Sud], ed hanno effettuato operazioni di spianatura del terreno e di scavo vicino alla recinzione perimetrale.

In Cisgiordania, durante proteste e numerosi scontri, le forze israeliane hanno ferito 24 palestinesi, tra cui quattro minori [dettaglio nel paragrafo seguente]; questo numero rappresenta una riduzione significativa, di circa l’85%, rispetto alla media quindicinale di 155 feriti registrata nei primi mesi di quest’anno. Sei palestinesi [dei 24] sono rimasti feriti durante scontri con le forze israeliane verificatisi nei pressi dell’area di Bab al Amud nella Città Vecchia di Gerusalemme. Altri due palestinesi sono stati aggrediti fisicamente e feriti dalle forze israeliane vicino all’area di Beit Hanina, a Gerusalemme Est, mentre tentavano di attraversare la Barriera senza autorizzazione. Il 10 maggio, a due ambulanze palestinesi è stato negato l’accesso alla Città Vecchia di Gerusalemme e due paramedici sono stati fermati, aggrediti fisicamente e feriti dalla polizia israeliana; questo episodio è avvenuto successivamente ad una intesa con le autorità israeliane che prevedeva l’attenuazione delle restrizioni di accesso a Gerusalemme Est durante il mese musulmano del Ramadan [vedi più avanti]. Un altro palestinese è stato ferito nel villaggio di Kafr Qaddum (Qalqiliya) negli scontri scoppiati durante la protesta settimanale contro le restrizioni di accesso e contro l’espansione degli insediamenti [colonici israeliani]. Altri tre palestinesi sono stati feriti dalle forze israeliane durante scontri scoppiati dopo l’accesso di coloni israeliani alla sorgente di Ein Harrasheh ed in un parco pubblico nella zona B del villaggio di Al Mazra’a al Qibliya (Ramallah). Secondo fonti della Comunità locale, i coloni israeliani avevano sparato in aria ed avevano istituito un checkpoint improvvisato, impedendo ai palestinesi l’accesso alla zona. Due palestinesi sono stati arrestati.

In Cisgiordania, le forze israeliane hanno condotto 81 operazioni di ricerca-arresto ed hanno arrestato 110 palestinesi. La quota maggiore di operazioni (21) è stata compiuta nel governatorato di Hebron mentre il più alto numero di arresti (30) è stato effettuato nel governatorato di Gerusalemme.

Nella Valle del Giordano settentrionale, per consentire una esercitazione militare israeliana, in sei occasioni le forze israeliane hanno sfollato, per 7-20 ore ogni volta, 125 palestinesi (per l’80% donne e minori) appartenenti a due Comunità di pastori, Tell al Khashaba (Nablus) e Humsa al Bqai’a. Le famiglie hanno dovuto stazionare all’aperto o trovare ricovero presso Comunità vicine; nella maggior parte dei casi lo sfollamento è avvenuto di notte, ed hanno dovuto lasciare sul posto le greggi ed il bestiame. Il 16 maggio, l’Associazione per i Diritti Civili in Israele, ha presentato una petizione all’Alta Corte di Giustizia israeliana contro lo sgombero della Comunità di Humsa al Bqai’a. Il 22 maggio, l’Alta Corte di Giustizia ha respinto la petizione. Entrambe le Comunità devono affrontare sistematiche demolizioni e restrizioni di accesso che, insieme ai ripetuti sfollamenti temporanei dovuti all’addestramento militare, destano preoccupazioni sul rischio di trasferimento forzato dei residenti.

Citando la mancanza di permessi di costruzione rilasciati da Israele, le autorità israeliane hanno demolito una struttura di sussistenza di proprietà palestinese, situata nella zona C del villaggio di Haris (Salfit), colpendo una famiglia di sette persone, tra cui quattro minori.

In concomitanza con il mese musulmano del Ramadan, iniziato il 6 maggio, le autorità israeliane hanno annunciato l’attenuazione delle restrizioni di accesso. Il provvedimento include l’emissione di circa 150.000 permessi per visite familiari in Gerusalemme Est e Israele; inoltre, per le preghiere del venerdì, agli uomini sopra i 40 anni, ai minori di 16 anni e alle donne di tutte le età è consentito l’ingresso a Gerusalemme Est senza necessità di permesso. I residenti di Gaza non hanno avuto permessi per il Ramadan. Secondo il Distretto di Coordinamento israeliano (DCL), per le preghiere del primo e del secondo venerdì di Ramadan, le forze israeliane hanno consentito l’ingresso in Gerusalemme Est, attraverso tre checkpoints circostanti, a circa 75.744 palestinesi il 10 maggio e circa 92.188 il 17 maggio. Nel 2018 i permessi per il primo e secondo venerdì di Ramadan erano stati, rispettivamente, circa 39.300 e 87.085.

Il 13 maggio, Israele ha riaperto entrambi i valichi sotto suo controllo al transito sia di persone che di merci: il valico passeggeri di Erez ed il valico merci di Kerem Shalom. Il provvedimento ha fatto seguito alle severe restrizioni che avevano accompagnato la recente ondata di violenza [vedi il Rapporto precedente] ed alla successiva chiusura generale praticata durante le festività nazionali israeliane.

Durante il periodo di riferimento sono stati segnalati tredici attacchi di coloni israeliani: sette palestinesi sono rimasti feriti e 60 alberi di proprietà palestinese sono stati vandalizzati o incendiati [seguono dettagli]. Tre degli episodi si sono verificati nelle vicinanze dei villaggi di Asira al Qibliya, Qiryat e Yanun (entrambi a Nablus) e Marda (Salfit). In queste località cinque alberi, almeno 50.000 m2 di coltivazioni e un veicolo sono stati vandalizzati, a quanto riferito, da coloni provenienti dagli insediamenti di Yitzhar, Shilo, Itamar, Ariel e Mitzpe Ya’ir. Altri tre attacchi incendiari portati nei villaggi di Asira al Qibliya e Burin (entrambi a Nablus) e Izbat Shufa (Tulkarm), secondo quanto riferito, ancora ad opera di coloni israeliani, hanno provocato estesi danni a terreni coltivati e ad almeno 20 ulivi. Dall’inizio del 2019, l’Ufficio per il Coordinamento degli Affari Umanitari nei Territori palestinesi occupati (OCHAoPt) ha registrato lo sradicamento, l’incendio o la vandalizzazione di 1.845 alberi da parte di coloni israeliani. Tuttavia, rispetto alla media mensile [di fatti analoghi avvenuti nel] 2018 e nel 2017, il numero sopraccitato rappresenta una riduzione del 44% e del 22% rispettivamente. Nell’area H2 di Hebron, controllata da Israele, coloni israeliani hanno aggredito e ferito tre palestinesi, tra cui due minori, in quattro distinti episodi. Inoltre, secondo il Consiglio del villaggio di Qaryut (Nablus), il 20 maggio, coloni israeliani dell’insediamento di Eli hanno scaricato liquami su terreni palestinesi coltivati ad ulivi; 10.000 m2 di terreni e 40 ulivi sono stati contaminati. Altri quattro palestinesi sono stati aggrediti fisicamente e feriti da coloni israeliani in due distinti episodi accaduti nel quartiere di Sheikh Jarrah e nella Città Vecchia di Gerusalemme.

In Cisgiordania, in almeno tre occasioni, palestinesi hanno lanciato pietre contro veicoli israeliani vicino a Gerusalemme, Betlemme e Ramallah; secondo fonti israeliane sono stati danneggiati almeno tre veicoli privati, ma non sono stati segnalati feriti.

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Ultimi sviluppi

Per la seconda volta in due settimane, il 23 maggio le autorità israeliane hanno ridotto l’ampiezza della zona di pesca consentita [ai palestinesi] lungo la costa meridionale di Gaza; a quanto riferito, la riduzione (da 15 a 10 miglia nautiche) è stata comminata come risposta al lancio di palloncini incendiari verso Israele.

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nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

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L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

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Rapporto OCHA del periodo 23 aprile – 6 maggio 2019 (due settimane)

Nella Striscia di Gaza e in Israele, tre giorni di intense ostilità hanno provocato l’uccisione di 25 palestinesi (tra cui tre minori e due donne incinte) e quattro civili israeliani. Tra i feriti 153 palestinesi e 123 israeliani.

Lo scontro ha raggiunto il culmine tra il 3 e il 6 maggio, in seguito al ferimento di due soldati israeliani durante le proteste settimanali per la “Grande Marcia di Ritorno” (GMR) del 3 maggio. A quanto riferito, il ferimento sarebbe stato opera di un cecchino palestinese, al quale ha fatto seguito l’attacco dell’aeronautica israeliana contro le postazioni di Hamas e l’uccisione di due suoi membri. Nei giorni successivi, le forze israeliane hanno colpito circa 320 obiettivi in Gaza, mentre gruppi armati palestinesi hanno sparato quasi 700 tra missili e proiettili di mortaio contro Israele. Secondo prime valutazioni, a Gaza sono state distrutte 41 abitazioni e altre 16 sono state gravemente danneggiate e rese inabitabili. Sono state danneggiate anche 13 strutture scolastiche, un centro sanitario e varie reti elettriche. Un accordo informale per il cessate il fuoco, raggiunto attraverso mediazione egiziana e delle Nazioni Unite, è entrato in vigore nella prima mattina del 6 maggio e risulta rispettato al momento della pubblicazione del presente rapporto.

Inoltre, in proteste svolte il 26 aprile ed il 3 maggio vicino alla recinzione israeliana di Gaza nell’ambito delle manifestazioni per la GMR, le forze israeliane hanno sparato e ucciso due palestinesi, ferendone altri 370 circa. Secondo fonti mediche palestinesi, di tutti i palestinesi feriti durante proteste tenute nel periodo di riferimento [del presente rapporto] , 237 sono stati ricoverati in ospedale; 91 di questi presentavano ferite da armi da fuoco.

Il 30 aprile, in risposta al lancio di missili da Gaza verso il mare, effettuato da gruppi armati palestinesi, le autorità israeliane hanno ridotto da 15 a 6 miglia nautiche la zona di pesca consentita lungo la costa meridionale di Gaza. Il 4 maggio, in un contesto di crescenti ostilità, le autorità israeliane hanno proibito tutte le attività di pesca al largo della costa di Gaza. Inoltre, il valico pedonale di Erez e il valico per le merci di Kerem Shalom, entrambi controllati da Israele, sono stati chiusi al transito di persone e merci; fanno eccezione determinati viaggiatori (internazionali) e l’importazione di carburante per la Centrale Elettrica di Gaza.

Il 20 aprile, al checkpoint di Za’tara (Nablus), le forze israeliane hanno sparato e ferito un 20enne palestinese che, presumibilmente, aveva tentato di pugnalare un soldato israeliano; per le ferite riportate, l’aggressore è deceduto il 27 aprile in un ospedale israeliano e il suo corpo è ancora trattenuto dalle autorità israeliane. Nessun israeliano risulta ferito nell’episodio. Ciò porta a sei, dall’inizio del 2019, il numero di palestinesi uccisi dalle forze israeliane in attacchi e presunti attacchi. In un altro episodio, avvenuto il 29 aprile, vicino al villaggio di Ya’bad (Jenin), un palestinese è stato colpito e ferito dalle forze israeliane, presumibilmente dopo aver aperto il fuoco contro una postazione militare israeliana.

In aree [di terra, interne alla Striscia e] adiacenti alla recinzione perimetrale ed [in aree di mare,] al largo della costa di Gaza, in circa 30 occasioni estranee alle proteste per la GMR, le forze israeliane, in applicazione delle restrizioni di accesso, hanno aperto il fuoco di avvertimento, provocando il ferimento di tre palestinesi. In uno degli episodi, due pescatori palestinesi sono stati arrestati e le loro imbarcazioni sono state confiscate dalle forze navali israeliane.

In Cisgiordania, durante il periodo di riferimento, in numerosi scontri con le forze israeliane, complessivamente sono rimasti feriti 63 palestinesi. Ciò rappresenta una riduzione significativa di circa il 63%, rispetto alla media quindicinale di 170 feriti registrata, fino ad ora, nel 2019. 17 palestinesi [dei 63] sono stati feriti nella città di Nablus, durante scontri con le forze israeliane che stavano accompagnando coloni israeliani in visita alla Tomba di Giuseppe. Altri due palestinesi sono rimasti feriti nel villaggio di Kafr Qaddum (Qalqiliya) durante scontri scoppiati nel corso della protesta settimanale contro le restrizioni all’accesso e l’espansione degli insediamenti. Altri 40 feriti si sono avuti ad Al ‘Eizariya, nella città di Abu Dis, nel Campo profughi di Qalandiya (Gerusalemme) e nella città di Qalqiliya, in scontri seguiti a cinque operazioni di ricerca-arresto condotte da forze israeliane. Nel complesso, le forze israeliane hanno condotto 141 di queste operazioni, il 4% delle quali ha provocato scontri.

A Gerusalemme Est e nella zona C della Cisgiordania, citando la mancanza di permessi di costruzione rilasciati da Israele, le autorità israeliane hanno demolito o sequestrato 41 strutture di proprietà palestinese, sfollando 38 persone e creando danno ad altre 121. 37 strutture [delle 41 citate] erano a Gerusalemme Est e 4 nella Zona C. Nella sola giornata del 29 aprile, le autorità israeliane hanno demolito 31 strutture in diversi quartieri di Gerusalemme Est, segnando il maggior numero di strutture demolite in un solo giorno a Gerusalemme Est da quando, nel 2009, l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari nei Territori palestinesi occupati (OCHAoPt) ha avviato sistematicamente il monitoraggio delle demolizioni. Il 3 maggio, il Coordinatore Umanitario Jamie Mc Goldrick, insieme ai Capi dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e il Lavoro per i Profughi della Palestina nel Vicino Oriente (UNRWA) e dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (OHCHR), hanno rilasciato una dichiarazione congiunta che invita Israele al rispetto del diritto internazionale e a porre fine alla distruzione di proprietà palestinesi a Gerusalemme Est.

Il 25 aprile, le autorità israeliane hanno demolito una casa nel villaggio di Az Zawiya (Salfit), nella zona B, con motivazione “punitiva”, sfollando una famiglia di sette persone, di cui cinque minori. La casa apparteneva alla famiglia di un palestinese di 19 anni accusato di aver ucciso, il 17 marzo 2019, vicino all’insediamento israeliano di Ariel (Salfit), un soldato israeliano e un colono israeliano, oltre ad aver ferito un altro soldato. Il giovane fu ucciso da forze israeliane in un successivo episodio. Dall’inizio del 2019, questa è la quinta demolizione del genere. Nel 2018 tali demolizioni furono sei e nove nel 2017.

In Cisgiordania sono stati registrati tredici attacchi attribuiti a coloni israeliani, con conseguente ferimento di tre palestinesi e danni a proprietà palestinesi. Nel villaggio di Kafr Ni’ma (Ramallah), un gruppo di coloni israeliani, alcuni dei quali armati, hanno aggredito fisicamente e ferito tre palestinesi che stavano misurando terreni. Inoltre, in cinque episodi verificatesi nelle ultime due settimane, coloni israeliani, accompagnati dall’esercito israeliano, hanno vandalizzato proprietà palestinesi nella zona della sorgente di Ein Harrasheh, ed un parco pubblico nella zona B del villaggio Al Mazra’a Al Qibliya (Ramallah); secondo fonti della comunità locale, i coloni hanno lanciato pietre contro due case, hanno molestato palestinesi ed hanno vandalizzato tubature dell’acqua e infrastrutture del parco. Nel villaggio di ‘Urif (Nablus), dopo che coloni avevano lanciato pietre contro una scuola per ragazzi e contro le case circostanti, sono scoppiati scontri che hanno visto palestinesi contrapposti ai coloni ed alle forze israeliane che li accompagnavano. In altri cinque episodi verificatisi a Burqa (Ramallah), Isla (Qalqiliya), Huwwara (Nablus) ), al Ganoub (Hebron) e nella zona H2 della città di Hebron, coloni israeliani hanno vandalizzato 51 ulivi, hanno bucato le gomme di dodici veicoli palestinesi, hanno spruzzato scritte “questo è il prezzo” su quattro case palestinesi e danneggiato un negozio. Dall’inizio del 2019, la media bisettimanale [14 giorni] di attacchi di coloni (con vittime palestinesi o danni alle proprietà) ha registrato un aumento del 40% rispetto alla media bisettimanale [14 giorni] del 2018, e del 133% rispetto al 2017.

Media israeliani hanno riferito di nove episodi di lancio di pietre da parte di palestinesi contro veicoli di coloni israeliani; una colona israeliana è stata ferita e diversi veicoli sono stati danneggiati.

Durante il periodo di riferimento, il valico di Rafah tra Gaza e l’Egitto, controllato dall’Egitto, è rimasto aperto per tre giorni in entrambe le direzioni e quattro giorni in una direzione. Un totale di 2.662 persone, tra cui 1.451 pellegrini, sono entrati a Gaza e 2.466 ne sono usciti, tra cui 1.603 pellegrini.

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nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

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L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

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Rapporto sulla Protezione dei Civili nei Territori Palestinesi occupati

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Rapporto OCHA del periodo 9 – 22 aprile 2019 (due settimane)

Nella Striscia di Gaza, il 12 aprile, nei pressi della recinzione israeliana che delimita la Striscia, un 15enne è stato ucciso e circa 450 altri palestinesi sono stati feriti nel corso delle proteste tenute nel contesto delle manifestazioni per la “Grande Marcia di Ritorno”.

Secondo fonti mediche palestinesi, di tutti i palestinesi feriti nel corso delle proteste svolte durante il periodo di riferimento, 200 hanno richiesto un ricovero ospedaliero; 71 di questi presentavano ferite da armi da fuoco.

In aree [di terraferma] adiacenti alla recinzione perimetrale [lato interno della Striscia] e [di mare], al largo della costa di Gaza, le forze israeliane, per far rispettare le restrizioni di accesso [imposte ai palestinesi], hanno aperto il fuoco di avvertimento in almeno 35 occasioni non collegate a proteste, causando il ferimento di un palestinese. Un minore palestinese è morto per le ferite riportate il 4 aprile; secondo quanto riferito, era stato colpito durante il tentativo di infiltrarsi in Israele. In circostanze diverse, le forze israeliane hanno arrestato nove palestinesi, tra cui due minori; secondo quanto riferito, tentavano di entrare in Israele attraverso la recinzione perimetrale. Inoltre, in un’occasione, le forze israeliane sono entrate nella Striscia, ad est di Rafah, ed hanno effettuato operazioni di spianatura del terreno e di scavo vicino alla recinzione perimetrale.

In Cisgiordania, in numerosi scontri, sono stati feriti dalle forze israeliane 405 palestinesi. Sale quindi a oltre 1.400 il numero di palestinesi feriti dall’inizio dell’anno. In un episodio rilevante verificatosi il 9 aprile durante scontri nella zona di Hebron controllata da Israele (H2), le forze israeliane hanno sparato numerose bombolette lacrimogene all’interno di un complesso scolastico maschile. Come conseguenza, 350 palestinesi [dei 405 riportati sopra], prevalentemente studenti, hanno avuto bisogno di trattamento medico per inalazione di gas. Il 18 aprile, durante scontri con forze israeliane verificatisi nel Campo profughi di Qalandiya (Gerusalemme), una scuola femminile dell’UNRWA [Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi] è stata evacuata a causa delle bombolette di gas lacrimogeno cadute all’interno del complesso. Altri 13 palestinesi sono rimasti feriti nelle operazioni di ricerca-arresto condotte dall’esercito israeliano in Al ‘Eizariya ed Hizma a Gerusalemme, ed in An Nabi Saleh e Al Mazra’a al Qibliya a Ramallah. Complessivamente sono state condotte 170 operazioni di ricerca-arresto, durante le quali sono stati arrestati 155 palestinesi. Altri cinque palestinesi sono rimasti feriti nei villaggi di Kafr Qaddum (Qalqiliya) e di Ni’lin (Ramallah) nel corso delle proteste settimanali contro l’espansione degli insediamenti.

La maggior parte delle rimanenti lesioni (evidenziate nel prosieguo del rapporto) sono state prodotte nel corso di scontri che hanno visto il protagonismo di coloni.Complessivamente, quasi il 90% delle lesioni registrate nel periodo di riferimento sono state causate da inalazione di gas lacrimogeno richiedenti cure mediche, il 4% da proiettili di gomma, il 2% da aggressioni fisiche e l’1% da armi da fuoco.

Coloni israeliani hanno effettuato 12 aggressioni che hanno causato il ferimento di 23 palestinesi e danni a proprietà palestinesi [segue dettaglio]. In due distinti episodi verificatisi il 13 e il 18 aprile nella zona H2 della città di Hebron,  coloni hanno attaccato, con spray al peperoncino, quattro palestinesi, di cui due donne. Altri 19 palestinesi sono stati feriti da coloni (o da soldati che li accompagnavano) in scontri conseguenti all’ingresso di coloni in villaggi palestinesi; due di tali villaggi si trovano nel Governatorato di Ramallah (Turmus’ayya e Al Mazra’a al Qibliya) e due nel Governatorato di Nablus (Urif e Burin). Inoltre, coloni israeliani hanno vandalizzato quattro trattori nel villaggio di Qaryut (Nablus) e 23 auto in ‘Ein Yabrud (Ramallah); in quest’ultima località hanno anche spruzzato scritte sui muri di tre case. Ad ‘Asira al Qibliya (Nablus), nel tentativo di appropriarsene, coloni hanno recintato circa 50.000 m2 di terra attigua all’insediamento colonico di Yitzhar, ma di proprietà palestinese. Vicino all’insediamento-avamposto [cioé, non legalizzato da Israele] di Adei Ad (Ramallah), palestinesi hanno riferito che, in un’area il cui accesso richiede un preventivo accordo con le autorità israeliane, sono stati vandalizzati 55 ulivi.

In occasione delle festività pasquali, per facilitare l’ingresso dei coloni ad un sito archeologico interno al villaggio palestinese di Sabastiya (Nablus), dal 21 aprile, i soldati israeliani hanno chiuso una strada ed hanno preso il controllo dei tetti vicini come punti di osservazione; in conseguenza di ciò, i residenti sono costretti ad utilizzare strade alternative. Inoltre, durante il periodo di riferimento, vicino al villaggio di Tuqu’ (Betlemme), un palestinese è morto, a quanto riferito, dopo essere stato investito da un veicolo guidato da un colono (non incluso nel totale riportato sopra).

28 strutture di proprietà palestinese sono state demolite, sfollando 33 persone e colpendo i mezzi di sostentamento di altre 100; tutte le proprietà, tranne tre, sono state demolite per mancanza di permessi di costruzione rilasciati da Israele [segue dettaglio]. Dieci delle strutture erano situate in cinque Comunità dell’Area C; 15, tra cui sette abitazioni, si trovavano in diverse località a Gerusalemme Est. Sempre a Gerusalemme Est, una stalla per cavalli e un magazzino sono stati demoliti nel quartiere Silwan di Wadi Yasul; in questo caso la Corte distrettuale israeliana aveva respinto tre appelli presentati da residenti palestinesi che contestavano gli ordini di demolizione. Le altre demolizioni avvenute nel periodo di riferimento sono state eseguite per motivi “punitivi”: di queste, due appartamenti si trovavano nella zona A della città di Hebron ed appartenevano alla famiglia di un palestinese accusato di aver ucciso un colono israeliano il 7 febbraio. L’altra era una abitazione in zona B, nel villaggio di Kobar (Ramallah), appartenuta ad un palestinese accusato di aver perpetrato un attacco che, nei pressi dell’insediamento di Ofra (Ramallah), provocò la morte di un bambino e il ferimento di altri sette coloni israeliani; successivamente, il 12 dicembre, l’uomo fu ucciso dalle forze israeliane. Le demolizioni a Silwan e Kobar [di cui sopra] hanno innescato scontri con le forze israeliane, durante i quali due palestinesi sono rimasti feriti. Inoltre, il 15 aprile, le forze israeliane hanno confiscato un camion che trasportava materiale per un progetto idrico da realizzare nell’area di Tubas e finanziato da donatori.

Il 10 aprile, un colono che transitava vicino al villaggio di Tuqu’, in Hebron, è rimasto ferito nel suo veicolo, colpito da un martello lanciato da un palestinese. Secondo resoconti di media israeliani, tra il 20 e il 22 aprile, palestinesi hanno lanciato pietre contro veicoli israeliani che viaggiavano sulla strada 443, nell’area di Ramallah, e sulla strada 60, nelle aree di Hebron e Betlemme, causando danni ad almeno quattro veicoli.

Durante il periodo di riferimento, il valico di Rafah tra Gaza e l’Egitto (controllato dall’Egitto) è stato aperto per cinque giorni in entrambe le direzioni e quattro giorni in una direzione. Un totale di 3.387 persone, tra cui 1.510 pellegrini, sono entrati a Gaza; 3.244, tra cui 1.577 pellegrini, ne sono usciti.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it




Rapporto OCHA del periodo 26 marzo – 8 aprile 2019 (due settimane)

Nella Striscia di Gaza, nel contesto delle manifestazioni della “Grande Marcia di Ritorno” (GMR), quattro palestinesi, tra cui due minori, sono stati uccisi dalle forze israeliane e altri 1.456 sono rimasti feriti.

Tre dei quattro, tra cui due ragazzi 17enni, sono stati uccisi sabato 30 marzo, giornata anniversario sia del “Giorno della Terra” che dell’inizio, un anno fa, delle manifestazioni [per la GMR]. Il quarto uomo, ferito durante le manifestazioni, è morto tre giorni dopo. La mattina del 30 marzo, in un episodio non collegato alle manifestazioni della GMR, un altro uomo è stato colpito e ucciso vicino alla recinzione perimetrale.

Sempre nella Striscia di Gaza, per imporre [ai palestinesi] le restrizioni di accesso [stabilite da Israele] sia alle aree lungo la recinzione perimetrale [lato interno a Gaza] che a quelle di mare, le forze israeliane, in almeno 27 occasioni non legate agli eventi della GMR, hanno aperto il fuoco verso agricoltori e pescatori, senza provocare feriti. In altre quattro occasioni, le forze israeliane sono entrate nella Striscia ed hanno effettuato operazioni di spianatura del terreno e di scavo nelle vicinanze della recinzione perimetrale. In altri due episodi, cinque palestinesi, tra cui tre minori, sono stati arrestati mentre tentavano di infiltrarsi in Israele.

In Cisgiordania, in due operazioni di ricerca e arresto, le forze israeliane hanno ucciso due palestinesi [di seguito il dettaglio]. Un paramedico volontario palestinese 18enne è stato ucciso dalle forze israeliane il 27 marzo, con arma da fuoco: il giovane era in servizio nel Campo Profughi di Duheisheh, a Betlemme, mentre si svolgeva un’operazione militare. Secondo fonti palestinesi, nell’area interessata all’uccisione non erano in corso scontri. Il secondo palestinese, 24enne, è stato ucciso dai soldati israeliani il 2 aprile, nelle vicinanze del Campo Profughi di Qalandiya; qui erano scoppiati scontri tra palestinesi e l’esercito israeliano durante operazioni di ricerca-arresto. Nel contesto di questi due episodi sono stati feriti, con armi da fuoco, altri quattro palestinesi, tra cui due minori.

Ancora in Cisgiordania, in altri scontri, per lo più conseguenti a operazioni di ricerca-arresto e proteste, sono stati feriti dalle forze israeliane 304 palestinesi, tra cui 239 minori [78,6%]. Nel complesso, in Cisgiordania, le forze israeliane hanno condotto 169 operazioni di ricerca, otto di esse hanno provocato scontri nel corso dei quali sono stati feriti undici palestinesi [dei 304 riportati sopra]. I palestinesi arrestati sono stati 197, tra cui quindici minori. Il governatorato di Gerusalemme ha registrato il maggior numero di tali operazioni. In due distinti episodi, il 7 e l’8 marzo, nell’area a controllo israeliano della città di Hebron (zona H2), le forze israeliane, a quanto riferito facendo seguito al lancio di pietre da parte di minori palestinesi, hanno sparato bombolette lacrimogene all’interno di un complesso scolastico; come risultato 225 studenti e 35 insegnanti sono stati curati per inalazione di gas lacrimogeno. Altri otto palestinesi sono rimasti feriti durante scontri scoppiati nel contesto di diverse proteste: in commemorazione del “Giorno della Terra”e durante la protesta settimanale contro la violenza dei coloni e contro l’espansione degli insediamenti colonici nel villaggio di Al Mughayyir (Ramallah) e nell’area della Valle del Giordano. Complessivamente, il 90% delle lesioni sono state causate da inalazione di gas lacrimogeno richiedente cure mediche (o perché colpiti dalle bombolette contenenti il gas); il 7% da proiettili di gomma; il 2% da armi da fuoco.

Il 3 aprile, vicino al raccordo stradale di Beita (Nablus), un colono israeliano della colonia Elon Moreh ha aperto il fuoco per tre volte, ferendo due palestinesi. Uno dei due, un 23enne, è morto più tardi in ospedale; secondo Organizzazioni per i Diritti Umani, il giovane, quando è stato colpito, stava lanciando pietre contro veicoli israeliani. L’altro ferito palestinese è stato colpito mentre lavorava nella sua bottega situata nella zona. Non sono stati segnalati ferimenti di israeliani.

Altri undici attacchi da parte di coloni israeliani hanno provocato lesioni o danni a proprietà palestinesi. Tre degli episodi hanno visto la vandalizzazione di 35 ulivi nei villaggi di Buring e Yanun (entrambi a Nablus) e 400 alberi e alberelli in terreni privati del villaggio di Deir Jarir (Ramallah). Nel villaggio di Ras Karkar (Ramallah), coloni israeliani hanno distrutto, su terreno di proprietà privata, un edificio parte di un progetto agricolo; il danno causato ricade su nove persone. Un ragazzo palestinese è rimasto ferito e quattro veicoli sono stati vandalizzati in cinque distinti episodi di lancio di pietre da parte di coloni a Ya’bad (Jenin), e nei villaggi di Al Mughayyir, Beitin e An Nabi Salih (tutti a Ramallah). Vicino al villaggio di Jibiya (Ramallah), i componenti di una famiglia di tre persone, tra cui una ragazza di 17 anni, sono stati feriti da coloni mentre si stavano recando sui loro terreni. Nella città di Beit Hanina (Gerusalemme Est), coloni hanno forato le gomme di 15 veicoli ed hanno spruzzato scritte su veicoli e muri delle case; danneggiate 15 famiglie, per un totale di 75 persone. Nel 2019, OCHA [Office for the Coordination of Humanitarian Affairs] ha registrato 104 episodi in cui coloni israeliani hanno ucciso o ferito palestinesi o hanno danneggiato proprietà palestinesi (compresi oltre 2.500 alberi): un incremento del 53% del numero di episodi rispetto al corrispondente periodo del 2018.

I media israeliani hanno riferito di nove episodi di lancio di pietre, da parte di palestinesi, contro veicoli di coloni israeliani; non sono state riportate vittime, ma sono state danneggiati cinque veicoli.

A Gerusalemme Est, in sei diverse località, per mancanza di permessi di costruzione rilasciati da Israele, sono state demolite dieci strutture, sfollando nove palestinesi e colpendo i mezzi di sostentamento di altri 83. Delle dieci strutture demolite, cinque erano abitative e sono state autodemolite dagli stessi proprietari che avevano ricevuto ordini definitivi di demolizione; secondo quanto riferito, per evitare di incorrere in ulteriori multe. In Cisgiordania, dall’inizio del 2019, complessivamente, sono state demolite o sequestrate dalle autorità israeliane 145 strutture.

In concomitanza con le elezioni nazionali israeliane, il 9 aprile, le autorità israeliane hanno imposto ai Territori Palestinesi occupati la chiusura di un giorno. Il valico commerciale di Kerem Shalom e il passaggio pedonale di Erez con la Striscia di Gaza sono stati chiusi, fatta eccezione per i casi urgenti autorizzati. In Cisgiordania la chiusura ha comportato il divieto di accesso in Gerusalemme e in Israele per tutti i detentori di documento di identità della Cisgiordania e titolari di regolari permessi di ingresso rilasciati da Israele; è stata fatta eccezione per il personale ONU, delle Ong e per il personale diplomatico.

Il 1° aprile, le autorità israeliane hanno esteso a 15 miglia nautiche la zona di pesca permessa [ai palestinesi] lungo la parte meridionale della costa di Gaza: la più ampia consentita dal 2000 ad oggi. Lungo le aree settentrionale e centrale l’accesso rimane limitato a 6-12 miglia nautiche. Si prevede che l’ampliamento aumenterà il volume e la qualità del pescato.

Durante il periodo di riferimento, il valico di Rafah tra Gaza e l’Egitto, controllato dall’Egitto, è stato aperto per sei giorni in entrambe le direzioni e per quattro giorni in una direzione. Sono entrate a Gaza 3.267 persone e ne sono uscite 3.393.

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nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

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Rapporto OCHA del periodo 12- 25 marzo (due settimane)

In Cisgiordania, durante il periodo di riferimento, in cinque diversi contesti, sono stati uccisi sei palestinesi e due israeliani; pertanto il numero di palestinesi e israeliani uccisi nel corso di quest’anno sale rispettivamente a 16 e 3 [di seguito il dettaglio].

Il 17 marzo, al raccordo stradale che porta alla colonia di Ariel, vicino a Salfit, un palestinese ha ucciso un soldato e un colono israeliani; prima di fuggire, ha ferito un altro soldato israeliano nei pressi di un vicino incrocio. Dopo l’accaduto, le forze israeliane hanno avviato numerose operazioni di ricerca-arresto ed hanno dispiegato decine di posti di blocco volanti. Due giorni dopo, un’unità israeliana sotto copertura ha fatto irruzione in una casa nel villaggio di Abwein (Ramallah) in cui si nascondeva il presunto colpevole e lo hanno ucciso dopo uno scambio a fuoco. Durante le operazioni di ricerca-arresto, sono scoppiati scontri tra palestinesi e forze israeliane; otto palestinesi sono rimasti feriti nella stessa Abwein e altri 14 nella città di Salfit. Inoltre, in un precedente episodio accaduto il 12 marzo nella città di Salfit, un altro palestinese era stato ucciso, con arma da fuoco, dalle forze israeliane e 40 palestinesi erano rimasti feriti durante scontri scoppiati nel corso di un’operazione di ricerca-arresto. Nello stesso giorno, presso un checkpoint per l’accesso pedonale alla zona H2 di Hebron controllata da Israele, un palestinese di 41 anni è stato ucciso dalle forze israeliane di presidio: l’uomo avrebbe tentato di pugnalare un soldato israeliano (nel 2018, nella stessa zona H2, in accoltellamenti o tentati accoltellamenti, tre palestinesi furono uccisi dalle forze israeliane). Il 20 marzo, altri due palestinesi sono stati colpiti con arma da fuoco e uccisi in una zona in cui erano in corso scontri tra palestinesi e forze israeliane; queste ultime stavano scortando coloni israeliani in visita alla Tomba di Giuseppe, nella città di Nablus; nella circostanza anche un’ambulanza palestinese ha subito danni che le hanno impedito di raggiungere i feriti. In un altro episodio, accaduto il 20 marzo a Betlemme, le forze israeliane hanno sparato, uccidendo un palestinese e ferendone un altro; i due transitavano nelle vicinanze di una torretta militare ad un posto di controllo israeliano; non è chiaro perché i soldati abbiano aperto il fuoco.

Nella Striscia di Gaza, il 22 marzo, in due zone ad est di Gaza e di Al Bureij, in manifestazioni e scontri verificatisi lungo la recinzione perimetrale, due palestinesi sono stati uccisi e altri 350 sono rimasti feriti. Secondo fonti sanitarie palestinesi, 204 di tali feriti sono stati ricoverati in ospedale; tra questi, 93 presentavano ferite da armi da fuoco. In ulteriori proteste e attività riferibili alla “Grande Marcia di Ritorno”, un palestinese è stato ucciso nella zona di Beit Hanoun e altri 69 sono rimasti feriti: questi dati fanno riferimento alle dimostrazioni tenute sulla spiaggia, vicino alla recinzione perimetrale nella parte settentrionale di Gaza, oltre che al tentativo, da parte di una flottiglia di barche, di rompere il blocco navale e ad attività notturne presso la recinzione; nel corso di queste ultime sono stati lanciati ordigni esplosivi contro le forze israeliane. Le forze israeliane hanno lanciato un missile verso una postazione militare ed hanno sparato proiettili di carri armati contro un gruppo di persone che, a quanto riferito, stava lanciando palloni incendiari presso la recinzione: in queste due circostanze sono rimasti feriti altri quattordici palestinesi.

Il 14 marzo, per la prima volta dalle ostilità del 2014, due razzi lanciati dalla Striscia di Gaza hanno colpito Tel Aviv. In risposta, le forze aeree israeliane hanno attuato diversi attacchi aerei, prendendo di mira siti militari e aree aperte di Gaza; sono rimaste ferite quattro persone, tra cui un minore e due donne, una delle quali incinta; i bombardamenti hanno creato gravi danni. Secondo fonti militari israeliane, a Gaza sarebbero stati colpiti100 obiettivi.

Il 25 marzo, nell’area centrale di Israele, sette israeliani sono rimasti feriti ed una casa è stata danneggiata gravemente da un razzo lanciato da Gaza. In seguito a questo episodio, le autorità israeliane hanno chiuso i valichi di Kerem Shalom ed Erez fino a nuovo avviso, consentendo solo transiti di casi urgenti; la zona di pesca consentita è stata ridotta a zero miglia nautiche. Inoltre, l’aviazione israeliana ha colpito diverse località della Striscia di Gaza, tra cui edifici residenziali, uffici, siti militari e aree aperte; secondo i primi rapporti del Gruppo Ripari di Emergenza, due persone sono state ferite e sedici famiglie sono state sfollate, per un totale di 83 persone. Gruppi armati palestinesi hanno sparato decine di proiettili verso il sud di Israele, causando danni.

In situazioni non collegate a manifestazioni, ma contestuali all’applicazione delle restrizioni di accesso, in almeno nove occasioni le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento nelle aree adiacenti alla recinzione perimetrale e al largo della costa di Gaza; ferito un palestinese. In un’occasione, le forze israeliane sono entrate nella Striscia di Gaza ed hanno effettuato operazioni di spianatura del terreno e di scavo vicino alla recinzione perimetrale.

In Cisgiordania, durante il periodo di riferimento, in numerosi scontri, sono stati feriti dalle forze israeliane 75 palestinesi. Tra questi, 26 in due operazioni di ricerca-arresto nel Campo Profughi di Al Jalazoun a Ramallah e nella città di Salfit, rispettivamente il 15 e il 17 marzo. Complessivamente, [nel periodo di riferimento di questo Rapporto,] le forze israeliane hanno condotto 227 operazioni di ricerca-arresto, durante le quali sono state arrestate 200 persone. Il 20 marzo, altri 22 palestinesi sono stati feriti nella città di Al Bireh (Ramallah): protestavano contro l’uccisione di un palestinese, avvenuta il giorno prima ad Abwein [vedi sopra]. Inoltre, durante gli scontri verificatisi nell’area H2 di Hebron [vedi sopra], 20 studenti e cinque insegnanti hanno avuto bisogno di trattamento sanitario a seguito del lancio di lacrimogeni dentro la loro scuola da parte delle forze israeliane. Nella Città Vecchia di Gerusalemme, sette palestinesi sono stati aggrediti fisicamente e feriti dalle forze israeliane dopo che una stazione di polizia situata nel Complesso della Moschea di Al Aqsa aveva subito danni a causa di un incendio che, a quanto riferito, sarebbe stato appiccato deliberatamente da palestinesi. Il Complesso è stato chiuso per un breve periodo. Complessivamente, quasi due terzi delle lesioni provocate negli scontri verificatisi nel periodo di riferimento sono state causate da inalazione di gas lacrimogeno richiedente cure mediche, il 25% da proiettili di gomma, l’8% da aggressioni fisiche e il 3% da armi da fuoco.

Vi è stato un aumento della violenza dei coloni; sarebbe da collegare all’uccisione dei due israeliani avvenuta il 17 marzo [vedi sopra]; attribuiti a coloni 13 episodi che hanno portato al ferimento di cinque palestinesi e danni a proprietà palestinesi. In due di tali episodi, avvenuti a Nablus e Jenin, coloni hanno lanciato pietre contro veicoli palestinesi in transito sulla Strada 60 e vicino alla colonia di Homesh, ferendo quattro palestinesi, inclusa una donna. Un’altra donna è stata aggredita fisicamente da coloni nella zona di Tel Rumeida a Hebron. In altri otto episodi, coloni hanno fatto irruzione nei villaggi di Burqa, Burin e Asira al Qibliya (Nablus), Kifl Haris (Salfit), Jinsafut (Qalqiliya), Saffarin (Tulkarm) e Battir (Betlemme), vandalizzando almeno 30 auto di palestinesi e causando danni a tre case. Altri 28 veicoli [palestinesi] sono stati vandalizzati da coloni nel quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme Est.

Sempre in Cisgiordania, per la mancanza di permessi di costruzione rilasciati da Israele, le autorità israeliane hanno demolito 25 strutture di proprietà palestinese, sei delle quali erano state donate; le demolizioni hanno costretto allo sfollamento 35 persone e più di 500 altre sono state coinvolte. Nove delle strutture sono state demolite in Area C, in cinque Comunità dei governatorati di Betlemme e Hebron; le rimanenti si trovavano a Gerusalemme Est. In un caso, nel quartiere di Shu’fat, le forze israeliane hanno demolito una scuola elementare in costruzione; si trattava di un ampliamento di una scuola preesistente che, nel prossimo anno scolastico, avrebbe dovuto ospitare 450 studenti.

Secondo quanto riportato da media israeliani, in due episodi, palestinesi hanno causato danni a tre veicoli appartenenti a coloni israeliani [di seguito il dettaglio]. Il 20 marzo, palestinesi hanno lanciato pietre contro veicoli israeliani che viaggiavano nei pressi del villaggio di Beit Sira (Ramallah), causando danni a due auto; nello stesso giorno hanno lanciato pietre contro la metropolitana leggera a Shu’fat (Gerusalemme).

Secondo gruppi per i Diritti Umani, tra il 14 e il 18 marzo, nel corso di proteste a Gaza, centinaia di persone sono state arrestate e altre sono state aggredite fisicamente e ferite dalle forze di Hamas. Le manifestazioni erano state organizzate contro le condizioni disastrose e l’alto costo della vita ed hanno visto l’incendio di pneumatici, la costruzione di barricate, il lancio di pietre e scontri con le forze di Hamas.

Durante il periodo di riferimento, il valico di Rafah tra Gaza e l’Egitto, sotto controllo egiziano, è rimasto aperto in entrambe le direzioni per sette giorni e in una sola direzione per altri due giorni, per consentire l’uscita dei pellegrini. Un totale di 2.635 persone sono entrate a Gaza, tra cui 641 pellegrini, e ne sono uscite altre 3.714, tra cui 1.539 pellegrini.

Ultimi sviluppi

Nella Striscia di Gaza e nel sud di Israele si è registrata una significativa intensificazione delle ostilità: questo dopo che, il 25 marzo, da Gaza era stato lanciato un razzo che ha danneggiato gravemente una abitazione nell’area centrale di Israele ed ha ferito sette israeliani [vedi soprastante Rapporto]. Nonostante le segnalazioni di un cessate il fuoco negoziato dall’Egitto, le ostilità sono proseguite durante la notte del 26 marzo; dal 27 marzo pare subentrata una relativa calma.

Nelle prime ore del mattino del 27 marzo, durante scontri nel Campo Profughi di Duheisheh (Betlemme), un 18enne palestinese, in servizio sanitario volontario, è stato ucciso con arma da fuoco dalle forze israeliane.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

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nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

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Rapporto OCHA del periodo 26 febbraio – 11 marzo (due settimane)

A Gaza, durante il periodo di riferimento, le dimostrazioni e gli scontri del venerdì lungo la recinzione perimetrale, hanno provocato l’uccisione di due palestinesi, entrambi 23enni, ed il ferimento di altri 556; inoltre un palestinese di 22 anni è morto per le ferite riportate il venerdì precedente (22 febbraio).

I due palestinesi di cui sopra, sono stati uccisi con armi da fuoco l’1 e l’8 marzo, durante le proteste svolte nelle zone di Deir al Balah e di Rafah. Dal 30 marzo 2018, data di inizio delle proteste collegate alla “Grande Marcia di Ritorno”, 193 palestinesi sono stati uccisi e 26.625 sono stati feriti. Secondo il Ministero della Sanità palestinese, dei [556] feriti registrati nel periodo di riferimento, 269 sono stati ricoverati in ospedale; 79 di questi hanno riportato ferite da armi da fuoco. Al lancio da parte di palestinesi di proiettili, palloncini incendiari e ordigni esplosivi verso Israele, hanno fatto seguito diversi attacchi aerei israeliani e bombardamenti contro siti militari appartenenti, secondo quanto riferito, a gruppi armati palestinesi e contro porti: risultano danneggiati due siti e tre barche da pesca.

Il 6 marzo, nel corso di ulteriori proteste e azioni correlate con la “Grande Marcia di Ritorno”, è stato ucciso un 15enne e altri 66 palestinesi sono rimasti feriti. Queste ulteriori proteste includono le dimostrazioni tenute sulla spiaggia, vicino alla recinzione perimetrale, nella parte nord della Striscia, e il tentativo, da parte di una flottiglia di barche, di rompere il blocco navale, nonché le attività notturne presso la recinzione; nel corso di queste ultime si è fatto uso di ordigni esplosivi contro le forze israeliane.

Nelle Aree ad Accesso Riservato, imposte da Israele sia sulla terraferma che al largo della costa di Gaza, le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento in almeno 32 occasioni estranee alle dimostrazioni sopraccitate. In tre casi, quattro pescatori palestinesi sono stati feriti, altri sette pescatori sono stati arrestati e due imbarcazioni sono state confiscate dalle forze navali israeliane. In un altro caso, le forze israeliane hanno arrestato due palestinesi che, secondo quanto riferito, tentavano di infiltrarsi in Israele attraverso la recinzione perimetrale. In tre casi, le forze israeliane sono entrate nella Striscia, nelle aree di Beit Lahiya e Beit Hanoun, ed hanno effettuato operazioni di spianatura del terreno e scavi in prossimità della recinzione perimetrale.

In Cisgiordania, in due occasioni, tre palestinesi sono stati uccisi e due membri delle forze israeliane sono rimasti feriti [di seguito il dettaglio]. Nelle prime ore del 4 marzo, le forze israeliane hanno sparato e ucciso due palestinesi che percorrevano in auto la strada principale vicino al villaggio di Kafr Ni’ma (Ramallah). Le autorità israeliane sostengono che si sarebbe trattato di un tentativo deliberato di speronamento. Fonti locali palestinesi hanno segnalato che i due palestinesi, insieme ad un altro che è stato arrestato, hanno investito una jeep militare accidentalmente, provocando il ferimento di due membri delle forze israeliane. I corpi dei due palestinesi sono ancora trattenuti dalle autorità israeliane. Il 10 marzo, nella zona di Jericho, a un posto di blocco volante sulla strada 90, un altro automobilista palestinese di 22 anni è stato colpito ed ucciso dalla polizia israeliana; a quanto riferito, il giovane avrebbe ignorato l’alt della polizia. Altri due passeggeri sono fuggiti. Le autorità israeliane hanno aperto un’indagine, nella convinzione che l’autista non si sia fermato perché i passeggeri erano implicati in attività criminali. Queste ultime morti portano a dieci il numero di palestinesi uccisi in Cisgiordania dalle forze israeliane dall’inizio del 2019 ad oggi.

Il 5 marzo, nel quartiere di As Salaymeh nella zona H2 di Hebron controllata da Israele, tre minori, di età compresa tra uno e quattro anni, sono morti nell’incendio della loro casa. Secondo fonti palestinesi, i servizi di soccorso sono stati ritardati dal fatto che, per le ambulanze e i vigili del fuoco, l’accesso all’area richiede un coordinamento preventivo con le autorità israeliane.

In Cisgiordania, durante il periodo di riferimento, in numerosi scontri con le forze israeliane sono complessivamente rimasti feriti 26 palestinesi: un calo significativo di circa l’82%, rispetto alla media di ferimenti (146 ogni due settimane) registrata finora nel 2019. Dei 26 citati, 13 sono rimasti feriti negli scontri scoppiati nel villaggio di Kafr Qaddum (Tulkarm) durante le proteste settimanali contro l’espansione degli insediamenti israeliani; otto hanno subìto lesioni nel corso di un’altra protesta svolta a Beit Sira (Ramallah) per chiedere il rilascio dei corpi dei due palestinesi uccisi vicino a Kafr Ni’ma [vedi sopra]. Infine, altri cinque sono rimasti feriti negli scontri avvenuti durante due operazioni di ricerca-arresto condotte dalle forze israeliane nella città di Nablus. Complessivamente, le forze israeliane hanno condotto 173 operazioni di questo tipo, il 45% delle quali è culminato in scontri. La metà delle lesioni è stata causata da inalazione di gas lacrimogeno richiedente cure mediche, circa il 38% da proiettili di gomma, l’8% da aggressioni fisiche e il 4% da proiettili di arma da fuoco. Inoltre, le forze israeliane, sostenendo che erano stati piantati su “terra di stato” [dichiarata tale da Israele], hanno sradicato 135 ulivi appartenenti a [palestinesi del] Campo profughi di Arub e della zona di Khallet ad Dab’a.

Sette attacchi attribuiti a coloni israeliani hanno provocato il ferimento di tre palestinesi e danni a proprietà palestinesi [di seguito il dettaglio]. Nel villaggio di Jaba (Gerusalemme), coloni israeliani hanno lanciato pietre contro un veicolo che viaggiava sulla Strada 60, ferendo due palestinesi, mentre nella zona H2 della città di Hebron hanno causato lesioni ad un altro palestinese spruzzandogli liquido al peperoncino. In altri tre episodi, i residenti di Burin e di Urif (entrambi a Nablus) e Far’ata (Qalqiliya) hanno riferito che i coloni hanno danneggiato circa 50 ulivi di proprietà palestinese. Nell’episodio avvenuto in ‘Urif, dopo che coloni avevano lanciato pietre contro la scuola e case circostanti, si sono innescati scontri tra palestinesi e coloni sostenuti dalle forze israeliane che li accompagnavano. In un altro caso nel villaggio di Far’ata, palestinesi hanno riferito che coloni provenienti dall’avamposto di Gilad hanno gettato diversi animali morti in un pozzo; sul caso i palestinesi hanno presentato una denuncia alle autorità israeliane. In un altro episodio, avvenuto in Khirbet nella zona di Tawamin, coloni israeliani dell’insediamento di Susiya (Hebron) hanno distrutto un tratto di una recinzione di 200 metri che delimitava terreni agricoli, un cancello e dieci serbatoi d’acqua; anche in questo caso il proprietario ha presentato una denuncia alla polizia israeliana. Nell’area della Valle del Giordano, un cane di proprietà di coloni ha attaccato e ferito un vitello di proprietà di una famiglia palestinese della comunità di Ein al Hilweh. Sono stati segnalati altri due episodi avvenuti il 10 ed 11 marzo nella zona H2 di Hebron: coloni israeliani hanno molestato attivisti internazionali che accompagnavano dei bambini alla scuola di Qurdoba. La polizia israeliana presente sul luogo ha disperso sia i coloni che gli attivisti.

Sono state demolite 18 strutture di proprietà palestinese, sfollando 42 persone e creando danno ad altre 67: tutte le strutture, tranne una, sono state demolite per la mancanza di permessi rilasciati da Israele. 12 di queste strutture, erano nell’Area C e 5 a Gerusalemme Est. La struttura rimanente, una abitazione situata nel villaggio di Kobar (Ramallah) in zona B, è stata demolita il 7 marzo; apparteneva alla famiglia di un palestinese arrestato e accusato di aver compiuto un attacco che, nel dicembre 2018, provocò la morte di due soldati israeliani: si è trattato quindi di una demolizione “punitiva”. Dall’inizio del 2019 questa è la seconda demolizione punitiva; nel 2018, con la stessa motivazione furono demolite sei abitazioni. Il 7 marzo, nella comunità beduina di Arab ar Rashaydiya (Betlemme) le forze israeliane hanno confiscato sette latrine ricevute in donazione.

Secondo quanto riportato da media israeliani, in tre diverse circostanze, il 26 febbraio e 6 il marzo, tre veicoli di coloni israeliani in transito nei pressi di Tur e Hizma (entrambi a Gerusalemme) e Deir Qaddis (Ramallah) hanno subìto danni per il lancio di pietre da parte di palestinesi. A seguito di tali episodi le forze israeliane hanno condotto operazioni di ricerca-arresto.

Per la prima volta in cinque anni, pellegrini diretti alla Mecca sono stati autorizzati ad attraversare il valico di Rafah (tra Gaza e l’Egitto) sotto controllo egiziano; durante il periodo di riferimento, il valico è stato aperto per nove giorni in entrambe le direzioni. Sono entrate a Gaza 1.413 persone e ne sono uscite 3.948, di cui 1.559 pellegrini.

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Ultimi sviluppi (fuori dal periodo di riferimento)

12 marzo: in due episodi, accaduti nella zona (H2) della città di Hebron e a Salfit, le forze israeliane hanno sparato, uccidendo due palestinesi di 41 e 23 anni.

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nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

la versione in italiano è scaricabile dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it




Rapporto OCHA del periodo 29 gennaio – 11 febbraio 2019 (due settimane)

Nella Striscia di Gaza, durante le proteste della “Grande Marcia di Ritorno”, le forze israeliane hanno ucciso due minori palestinesi; 530 i feriti registrati.

Altri due palestinesi sono morti per le ferite precedentemente riportate. I due ragazzi, di 14 e 17 anni, sono stati uccisi, venerdì 8 febbraio, con armi da fuoco, in due episodi verificatisi nei pressi della recinzione perimetrale. Secondo le Associazioni per i diritti umani, entrambi gli episodi si sono verificati ad una distanza compresa fra tra i 60 e i 250 metri dalla recinzione e i due ragazzi non rappresentavano una minaccia per le forze israeliane. Lo stesso giorno, secondo fonti israeliane, i palestinesi hanno lanciato ordigni esplosivi contro le forze israeliane ed hanno tentato di violare la recinzione con Israele, ma non vi sono stati ferimenti di israeliani. Gli altri due morti, entrambi uomini, non sono sopravvissuti alle ferite riportate nelle precedenti manifestazioni del 18 e 29 gennaio: uno era stato ferito con arma da fuoco e l’altro era stato colpito da una bomboletta di gas lacrimogeno. Una delle manifestazioni si era svolta sulla spiaggia per protestare contro il blocco navale. Dopo questi ultimi fatti, salgono a 263 le uccisioni di palestinesi nel contesto delle proteste tenute a Gaza dal marzo 2018; nel numero sono compresi 49 minori. Secondo il Ministero della Salute di Gaza, delle 530 persone ferite durante il periodo di riferimento 248 sono state ricoverate; tra queste 64 erano state colpite con armi da fuoco. I rimanenti sono stati assistiti sul campo.

A Gaza, nelle Aree ad Accesso Riservato (ARA) di terra e di mare, le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento in almeno 40 occasioni non riconducibili alle proteste [di cui sopra]. In uno degli episodi un palestinese è rimasto ferito. Inoltre, cinque ragazzi palestinesi sono stati arrestati, secondo quanto riferito, mentre tentavano di infiltrarsi in Israele. In altre tre occasioni, le forze israeliane sono entrate a Gaza e, nelle vicinanze del recinto perimetrale, hanno effettuato operazioni di spianatura del terreno e di scavo.

Il 10 febbraio, a sud-est di Rafah, in seguito all’inalazione di un gas tossico, effuso dagli egiziani all’interno di un tunnel per il contrabbando, due palestinesi (un lavoratore e un membro delle forze di sicurezza palestinesi) sono morti e altri due membri della sicurezza sono rimasti feriti. Dal 2013 la maggior parte dei tunnel per contrabbando sono stati distrutti o bloccati dalle autorità egiziane, tuttavia alcuni restano ancora operativi.

In Cisgiordania, in due presunte aggressioni avvenute nei pressi di checkpoint israeliani, due palestinesi, tra cui una ragazza, sono stati uccisi dal fuoco delle forze israeliane ed un altro ragazzo è rimasto ferito. Nel primo caso, il 30 gennaio, al posto di controllo di Az Zaayyem (Gerusalemme), una guardia di sicurezza privata israeliana ha sparato e ucciso una ragazza palestinese di 16 anni che, presumibilmente, aveva tentato di effettuare una aggressione con coltello; il suo corpo è stato trattenuto dalle forze israeliane. Nel secondo caso, avvenuto il 4 febbraio vicino al checkpoint di Al Jalama (Jenin), le forze israeliane hanno sparato e ucciso un 20enne e ferito un ragazzo di 16 anni. Secondo i media israeliani, le vittime avevano lanciato un congegno esplosivo artigianale da una motocicletta in transito. In entrambi i casi non è stato riferito alcun ferimento di israeliani. Dall’inizio del 2019, in attacchi o presunti attacchi effettuati in Cisgiordania, sono stati uccisi dalle forze israeliane tre palestinesi, tra cui un minore.

Il 7 febbraio, in un bosco alla periferia di Gerusalemme Ovest, una 19enne israeliana, proveniente dall’insediamento [colonico] di Teqoa, è stata violentata e accoltellata a morte. È accusato dell’omicidio un palestinese arrestato dalle forze israeliane a Ramallah il giorno seguente, nel corso di una operazione [di polizia].

In Cisgiordania, 35 palestinesi, tra cui almeno undici minori, sono stati feriti dalle forze israeliane durante proteste e scontri. Quasi la metà dei ferimenti (16) sono stati registrati nel villaggio di Al Mughayyir (Ramallah), durante la dimostrazione settimanale contro l’espansione degli insediamenti colonici su terra palestinese. In questo villaggio, durante il precedente periodo di riferimento (26 gennaio), coloni israeliani avevano ucciso un residente e ferito altre nove persone. Altri 13 palestinesi sono rimasti feriti in scontri verificatisi durante operazioni di ricerca-arresto tenute nei villaggi di Biddu e Al ‘Eizariya (entrambi a Gerusalemme), nel Campo profughi di Jenin e nei villaggi di Al Bireh e Abu Shukheidim (entrambi a Ramallah). Nel complesso, le forze israeliane hanno condotto 163 operazioni di ricerca-arresto ed hanno arrestato 117 palestinesi, tra cui nove minori. Delle lesioni registrate durante il periodo di riferimento, il 34% è stato causato da armi da fuoco, il 31% da inalazioni di gas lacrimogeno richiedenti cure mediche, il 31% da proiettili di gomma e il restante 4% da altri mezzi.

Sempre in Cisgiordania, le forze israeliane hanno predisposto almeno 68 checkpoint “volanti” e, in almeno 80 occasioni, hanno effettuato controlli tramite “checkpoint parziali” (checkpoint non presidiati in modo continuo), aumentando ritardi e tempi di percorrenza, e rendendo difficoltoso l’accesso delle persone ai servizi e ai luoghi di lavoro. Questi provvedimenti rappresentano un incremento del 110% rispetto alla media settimanale del 2018. In un caso, le forze israeliane, hanno negato a tre donne, insegnanti palestinesi, l’accesso alla loro scuola attraverso l’unico checkpoint di accesso al villaggio di Beit Iksa (Gerusalemme): la motivazione addotta era che i loro nomi non comparivano nell’elenco corrispondente al checkpoint.

A Gerusalemme Est e nella Zona C, a motivo della mancanza di permessi di costruzione rilasciati da Israele, sono state demolite o sequestrate quindici strutture: 39 palestinesi sono stati sfollati e sono stati [variamente] compromessi i mezzi di sussistenza di altri 70 circa. Secondo quanto riferito, sette delle dieci strutture prese di mira a Gerusalemme Est, tutte residenziali, sono state demolite dai proprietari al ricevimento delle ordinanze definitive di demolizione; questo ha evitato di incorrere in ulteriori multe. Le altre cinque strutture erano situate in Area C. Nel complesso, in Cisgiordania, dall’inizio del 2019 sono state demolite o sequestrate da Israele 48 strutture.

Il 6 febbraio, nella Valle del Giordano settentrionale, per consentire all’esercito israeliano le esercitazioni di addestramento, le forze israeliane hanno sfollato circa 400 palestinesi, per tempi fino a 14 ore. Ciò ha interrotto le attività lavorative e l’accesso ai servizi di due Comunità di pastori, Khirbet ar Ras al Ahmar e Hammamat al Maleh, situate in un’area designata [da Israele] come “zona per esercitazioni a fuoco”. Le Comunità situate in tali zone vivono in un contesto coercitivo e sono sottoposte al rischio di trasferimento forzato.

Sempre in Area C, nella Valle del Giordano settentrionale, le autorità israeliane hanno sradicato circa 500 alberi, hanno spianato 4.000 m2 di terra coltivata e danneggiato una rete di irrigazione; la motivazione è che l’area è dichiarata [da Israele] “terra di stato”. L’episodio è avvenuto il 6 febbraio, nel villaggio di Bardala (Tubas) e ha colpito i mezzi di sostentamento di sette famiglie. In un episodio simile, accaduto il 22 gennaio durante il precedente periodo di riferimento, nel villaggio di Safa (Hebron), vicino all’insediamento di Bat Ayin, le autorità sradicarono 1.250 alberi di proprietà palestinese.

Altri 425 alberi e 14 veicoli sono stati vandalizzati e un palestinese è rimasto ferito, in aggressioni ad opera di coloni israeliani [segue dettaglio]. Nei pressi del villaggio di Jibiya (Ramallah), coloni israeliani hanno aggredito fisicamente e ferito un palestinese di 20 anni. Secondo fonti locali palestinesi, in tre diversi episodi accaduti in At Tuwani e Sa’ir (entrambi a Hebron) e Jalud (Nablus), un totale di 425 alberi di proprietà palestinese sono stati vandalizzati dai coloni israeliani. Inoltre, in altri quattro episodi separati accaduti nei villaggi di Al Lubban ash Sharqiya, Huwwara (entrambi a Nablus), Al Khalayleh e a Gerusalemme, coloni israeliani hanno forato le gomme di 14 veicoli palestinesi ed hanno spruzzato scritte offensive, mentre nel Villaggio di Deir Dibwan (Ramallah) hanno cercato di incendiare una moschea. La tendenza all’aumento delle violenze dei coloni registrata negli ultimi anni è continuata nel 2019 con una media di sette attacchi settimanali risultanti in lesioni o danni materiali, rispetto ai cinque nel 2018 e tre nel 2017.

Su strade prossime a Ramallah e Gerusalemme, secondo quanto riferito dai media israeliani, durante vari episodi di lancio di pietre da parte di palestinesi, sono rimasti feriti due coloni israeliani e almeno tre veicoli sono stati danneggiati.

Il valico di Rafah, tra Gaza e l’Egitto, sotto controllo egiziano, è rimasto aperto in entrambe le direzioni. 1.125 persone sono entrate a Gaza e 3.191 ne sono uscite. Dall’inizio dell’anno, il valico è rimasto aperto per 28 giorni.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

la versione in italiano è scaricabile dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

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Rapporto OCHA del periodo 15- 28 gennaio 2019 ( due settimane)

In Cisgiordania, in tre distinti episodi, tre palestinesi, tra cui un minore, sono stati uccisi dalle forze israeliane

[di seguito il dettaglio]. Il 21 gennaio, al posto di controllo di Huwwara (Nablus), i soldati hanno sparato e ucciso un palestinese che, a quanto riferito, avrebbe tentato di pugnalare un soldato; il suo corpo è ancora trattenuto dalle forze israeliane. Il 25 gennaio, vicino al villaggio di Silwad (Ramallah), un 16enne è stato ucciso con arma da fuoco ed un altro è stato ferito. Secondo fonti israeliane i ragazzi stavano lanciando pietre contro veicoli israeliani quando sono stati colpiti; fonti palestinesi affermano invece che i ragazzi stavano giocando. Lo stesso giorno, a Gerusalemme Est, la polizia israeliana, ha aperto il fuoco e ucciso un palestinese di 37 anni; questi era alla guida di un’auto e, secondo quanto riferito, non aveva rispettato l’ordine di fermarsi, destando il sospetto che l’auto fosse stata rubata. Questi episodi portano a 11 il numero di palestinesi uccisi in Cisgiordania dalle forze israeliane dall’inizio di dicembre 2018.

Nel corso di un attacco portato contro il villaggio di Al Mughayyir, vicino a Ramallah, coloni israeliani hanno sparato e ucciso un palestinese, ferendone altri nove [di seguito il dettaglio]. L’episodio si è verificato il 26 gennaio, quando coloni israeliani armati, provenienti dall’insediamento colonico avamposto di Adei Ad, hanno fatto irruzione nel villaggio provocando scontri con i residenti. Un palestinese di 38 anni è stato colpito alla schiena e ucciso, e altri 15 sono rimasti feriti: nove ad opera di coloni e altri sei per mano delle forze israeliane che sono arrivati sul posto e si sono scontrati con i residenti. Secondo i media, i coloni di Adei Ad hanno affermato che in quello stesso giorno palestinesi avevano accoltellato un residente dell’avamposto, tentando di trascinarlo all’interno del villaggio. Le autorità israeliane hanno avviato un’indagine. Negli ultimi anni, Al Mughayyir è stato obiettivo di attacchi sistematici e molestie provenienti dai vicini insediamenti colonici avamposti. Tali insediamenti sono stati realizzati senza autorizzazione ufficiale israeliana e senza permessi di costruzione; tuttavia sono protetti dalle autorità israeliane e provvisti di servizi.

Altri quattro attacchi da parte di coloni israeliani hanno provocato lesioni o danni a proprietà palestinesi. Due degli episodi hanno riguardato la vandalizzazione di 50 ulivi: il 18 gennaio ad Al Mughayyir ed il 19 gennaio nel villaggio di Surif a Hebron. Inoltre, nella Città Vecchia di Hebron ed in una zona agricola nei pressi del villaggio di Jibiya (Ramallah), tre palestinesi, tra cui un ragazzo, sono stati feriti dal lancio di pietre da parte di coloni. Nel corso del 2018, OCHAoPt [Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari nei Territori occupati] ha registrato 280 attacchi di coloni israeliani che hanno causato ferimenti o morte a palestinesi o danni a loro proprietà (tra cui oltre 8.000 alberi). Ciò significa, rispetto al 2017, un aumento del 77% del numero di episodi.

Complessivamente, nel corso di numerosi scontri avvenuti nelle città e nei villaggi della Cisgiordania, sono stati feriti dalle forze israeliane 115 palestinesi, tra cui 10 minori. Quasi la metà dei ferimenti (52) si sono verificati durante scontri provocati dall’ingresso in Nablus di un folto gruppo di israeliani in visita alla Tomba di Giuseppe, accompagnati da soldati. Altri 20 palestinesi sono rimasti feriti durante operazioni di ricerca-arresto condotte nella città di Abu Dis (Gerusalemme), nel Campo Profughi di Balata e nel villaggio di Tell (entrambi a Nablus). Nel complesso, le forze israeliane hanno condotto circa 150 di tali operazioni, 42 delle quali hanno provocato scontri. Nei villaggi Ras Karkar e Al Mughayyir (Ramallah), due delle proteste settimanali contro le attività dei coloni hanno provocato altri dieci feriti. Altre due proteste settimanali, tenute nel quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme Est contro l’imminente sfratto di una famiglia palestinese dalla loro casa, si sono concluse senza feriti. Del totale delle lesioni provocate durante il periodo, il 46% è stato causato da aggressioni fisiche ed il 34% da inalazione di gas lacrimogeno richiedente cure mediche; le rimanenti sono state provocate da proiettili di gomma (12%) e da proiettili di arma da fuoco (2%).

Nel corso di scontri avvenuti nella prigione israeliana di Ofer (Ramallah), sono rimasti feriti 150 prigionieri palestinesi e sei membri delle forze israeliane. L’episodio è avvenuto il 21 gennaio, quando le forze israeliane, alla ricerca di telefoni cellulari ed altri oggetti vietati, hanno fatto irruzione nella prigione scontrandosi con i prigionieri. Il numero di feriti palestinesi è stato riportato dalla Associazione dei prigionieri palestinesi e da mezzi di informazione palestinesi, mentre i ferimenti di israeliani sono stati riportati da media israeliani.

Nella Striscia di Gaza, la prosecuzione delle manifestazioni della “Grande Marcia di Ritorno”, tenute presso la recinzione, ha visto l’uccisione di un palestinese ed il ferimento di altri 703. L’uccisione del palestinese si è verificata il 25 gennaio, a est di Rafah; l’uomo è stato colpito con arma da fuoco. Da fine marzo 2018 sale quindi a 184 il totale di palestinesi uccisi nel corso di proteste. Secondo il Ministero Palestinese della Salute e le Organizzazioni per i Diritti Umani, dei 703 feriti durante il periodo di riferimento 319 sono stati ricoverati; 83 di questi erano stati feriti da armi da fuoco.

Sempre a Gaza, in episodi occorsi nei pressi della recinzione, un membro di un gruppo armato palestinese è stato ucciso, e altri quattro, oltre a un soldato israeliano, sono rimasti feriti. Gli episodi in questione sono avvenuti il 22 gennaio, ad est del Campo Profughi di Al Bureij: [ci sono stati] spari da parte palestinese e attacchi aerei israeliani diretti contro diversi siti militari e posti di osservazione dislocati in aree settentrionali e meridionali [della Striscia di Gaza].

Ancora a Gaza, in Aree ad Accesso Riservato di terra e di mare, le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento in almeno 27 occasioni, non riferibili alle manifestazioni. Un insegnante palestinese ed un membro di un gruppo armato sono rimasti feriti. In quattro occasioni, ad est della città di Gaza e di Rafah, le forze israeliane sono entrate nella Striscia ed hanno effettuato operazioni di spianatura del terreno e scavi in prossimità della recinzione perimetrale.

In Cisgiordania, le autorità israeliane hanno demolito 20 strutture di proprietà palestinese, sfollando 26 palestinesi e incidendo sui mezzi di sostentamento di altri 54. Diciannove strutture sono state demolite a causa della mancanza di permessi di costruzione rilasciati da Israele: sei a Gerusalemme est e 13 in Area C. La restante struttura era un appartamento nella città di Yatta (area A), che è stato fatto esplodere e distrutto per “motivi punitivi”. L’appartamento era l’abitazione di un palestinese che, nel settembre 2018, pugnalò mortalmente un colono israeliano, venendo a sua volta ferito con arma da fuoco ed arrestato.

Le autorità israeliane hanno sradicato 1.250 ulivi di proprietà palestinese, colpendo i mezzi di sostentamento di sei famiglie; gli ulivi erano stati piantati in un’area dichiarata [da Israele] “Terra di Stato”. L’episodio è avvenuto il 22 gennaio in un’area agricola vicino al villaggio di Beit Ummar (Hebron), nelle vicinanze dell’insediamento colonico di Bat Ayin. Gli alberi sradicati avevano tra i cinque e i nove anni. Un reclamo contro lo sradicamento degli alberi, presentato da due delle famiglie presso un tribunale militare israeliano, era stata precedentemente respinto.

Il 28 gennaio Israele ha annunciato che non rinnoverà il mandato degli osservatori internazionali nella zona H2 della città di Hebron, sotto controllo israeliano. La “Presenza Internazionale Temporanea in Hebron” (TIPH), creata nel 1994, è l’unica agenzia con un esplicito mandato finalizzato alla documentazione di quanto accade nella Zona H2; l’unica autorizzata ad accedere a piedi e con veicoli in qualsiasi parte della Città e in qualsiasi momento. Si teme che la sua partenza genererà un vuoto cui potrebbe conseguire un aumento della violenza di coloni e un deterioramento delle condizioni di vita di una popolazione già vulnerabile.

A quanto riportato da media israeliani, in 11 casi, durante il periodo di riferimento, palestinesi hanno lanciato pietre e bottiglie incendiarie verso veicoli israeliani, provocando danni a quattro auto. Gli episodi si sono verificati sulle strade principali dei governatorati di Gerusalemme, Ramallah, Nablus, Betlemme ed Hebron.

Il valico di Rafah tra Gaza e l’Egitto, controllato dall’Egitto, è rimasto chiuso al transito delle persone in uscita [da Gaza]. La chiusura parziale è in atto dal 7 gennaio, in seguito all’allontanamento dal valico del personale dell’Autorità palestinese, conseguente a contrasti con Hamas. Durante il periodo di riferimento, per cinque giorni a settimana il valico è rimasto aperto all’ingresso in Gaza, consentendo l’accesso a 1.485 persone. Da maggio a dicembre 2018, il valico è stato aperto, di regola, cinque giorni alla settimana.

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Ultimi sviluppi (successivi al periodo di riferimento)

Il 30 gennaio, ad un posto di controllo ad est di Gerusalemme, una ragazza palestinese di 16 anni è stata colpita e uccisa dalle forze israeliane; secondo quanto riferito aveva tentato di pugnalare un soldato.

Il 29 gennaio, dopo una chiusura in uscita [da Gaza] di tre settimane, il valico di Rafah tra Gaza e l’Egitto, sotto controllo egiziano, è stato aperto eccezionalmente per consentire l’uscita di casi urgenti.

nota 1:

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a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

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Rapporto OCHA del periodo 1- 14 gennaio 2019 (due settimane)

Durante le manifestazioni del venerdì, tenute vicino alla recinzione perimetrale di Gaza, una donna di 44 anni e un tredicenne sono stati uccisi dalle forze israeliane e altri 528 palestinesi sono rimasti feriti.

La donna è stata colpita da un proiettile, mentre il ragazzo è stato colpito alla testa da una bomboletta lacrimogena. Entrambi partecipavano ad una manifestazione tenutasi l’11 gennaio, ad est della città di Gaza; il ragazzo è morto tre giorni dopo, a causa delle lesioni alla testa. Questi episodi portano a 36, da marzo 2018, il numero di minori uccisi a Gaza durante le proteste; nello stesso periodo sono state uccise 3 donne. Inoltre, il 13 gennaio, un uomo palestinese è morto per le ferite riportate durante le proteste di fine ottobre. Secondo il Ministero della Salute di Gaza, tra le persone ferite durante il periodo di riferimento [di questo Rapporto], 292 sono state ricoverate in ospedale; 67 di loro erano state colpite con armi da fuoco; i rimanenti sono stati soccorsi sul posto. Anche un soldato israeliano è rimasto ferito, colpito da pietre lanciate da manifestanti palestinesi.

A Gaza, nelle Aree ad Accesso Riservato (ARA) di terra e di mare, in almeno 27 occasioni, non riconducibili agli eventi della “Grande Marcia di Ritorno”, le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento, provocando il ferimento di tre agricoltori. In due distinti episodi, le forze navali israeliane hanno arrestato, per un breve periodo, quattro pescatori ed hanno confiscato due imbarcazioni. In altre quattro occasioni, le forze israeliane sono entrate a Gaza e hanno effettuato operazioni di spianatura del terreno e scavi in prossimità della recinzione perimetrale.

Il 6 gennaio, da Gaza è stato lanciato, ed è atterrato nel sud di Israele, un aerostato caricato con un ordigno esplosivo. Durante la sua neutralizzazione da parte delle forze israeliane, l’ordigno è esploso, senza provocare feriti o danni. Successivamente, le forze israeliane hanno effettuato diversi attacchi aerei contro strutture militari di Gaza; non sono stati segnalati feriti.

In Cisgiordania, durante numerose proteste e scontri sono stati feriti dalle forze israeliane 138 palestinesi, tra cui almeno 29 minori. Tre quarti di queste ferimenti (98) si sono verificati nelle città di Al Bireh e Ramallah, durante scontri innescati da operazioni di ricerca-arresto. Nel complesso, le forze israeliane hanno condotto 175 operazioni di questo tipo, in aumento del 2% rispetto alla media quindicinale del 2018. Altri 31 feriti sono stati registrati a Kafr Qaddum (Qalqiliya), Ras Karkar e Al Mughayyir (entrambi in Ramallah), durante proteste contro le restrizioni di accesso [ai palestinesi] e contro l’espansione degli insediamenti [colonici] su terreni palestinesi. Di tutti i feriti, 10 sono stati causati da armi da fuoco, 59 da proiettili di gomma e 57 da inalazione di gas lacrimogeno richiedente trattamento medico o colpiti direttamente da bombolette lacrimogene.

In due distinti episodi, due palestinesi, un uomo e una donna, sono stati colpiti e feriti da forze israeliane, a quanto riferito, mentre tentavano di pugnalare soldati; nessun israeliano è stato ferito. Gli episodi si sono verificati il 7 e l’11 gennaio, presso il checkpoint di Za’tara (Nablus) e nella zona H2 della città di Hebron, all’ingresso dell’insediamento colonico di Giv’at Ha’avot. I due sospetti aggressori sono stati arrestati.

Per mancanza di permessi di costruzione, sono state demolite o sequestrate 13 strutture di proprietà palestinese, sfollando dieci palestinesi e colpendo, in varia misura, altre 100 persone. Nella Comunità di As Simiya (Hebron), in Area C, le autorità israeliane hanno sequestrato, per la seconda volta, tre tende adibite a scuola per 45 studenti; le tende erano state montate per rimpiazzare una scuola demolita nel dicembre 2018, quando non era ancora operativa. Nella Comunità pastorale di Imreiha (Jenin) sono state anche sequestrate una roulotte residenziale e una latrina, fornite come assistenza umanitaria in risposta a precedenti demolizioni. Sempre in Area C, nel villaggio di Beit Iksa (Gerusalemme) sono state demolite sei strutture. A Gerusalemme Est, sul lato rivolto verso il villaggio di Qalandiya, una casa palestinese è stata demolita, mentre a Jabal al Mukabbir abitanti [palestinesi] sono stati costretti a demolire un ampliamento della loro casa.

A Gerusalemme Est, in conseguenza di una sentenza emessa da un tribunale israeliano a favore di un’organizzazione di coloni che rivendicava la proprietà del terreno, una famiglia di rifugiati palestinesi è esposta ad un aggravato rischio di sfratto forzato dalla propria casa. L’abitazione si trova nel quartiere di Sheikh Jarrah, dove, negli anni ’50, la famiglia si trasferì con il sostegno delle Nazioni Unite. A Gerusalemme Est circa 3.500 coloni israeliani, dopo aver preso il controllo delle proprietà con il supporto delle autorità israeliane, vivono attualmente in quartieri palestinesi. In tali aree, su oltre 800 palestinesi incombono cause di sfratto intentate da organizzazioni di coloni.

Gli scontri tra forze israeliane e coloni, avvenuti durante l’evacuazione di un avamposto [insediamento colonico non autorizzato dalle autorità israeliane] nella zona di Ramallah, hanno provocato il ferimento di 24 poliziotti e tre coloni. L’episodio è avvenuto, il 3 gennaio, nell’avamposto di Amona, che era stato parzialmente ricostruito dopo la sua evacuazione e demolizione avvenuta all’inizio del 2017. La demolizione era conseguita ad una sentenza di un tribunale israeliano che aveva stabilito che il terreno è di proprietà privata palestinese. Nonostante ciò, i palestinesi proprietari dei terreni non sono mai stati autorizzati ad accedere nuovamente alla propria terra.

Tre palestinesi sono rimasti feriti e più di 1.000 alberi e 11 veicoli sono stati vandalizzati o danneggiati nel corso di attacchi di coloni israeliani. Nel villaggio di Urif (Nablus), durante scontri scoppiati in seguito a un’incursione di coloni israeliani, un 11enne palestinese è stato ferito da un proiettile sparato da soldati israeliani. Altri due separati episodi, avvenuti nel governatorato di Hebron: a Khirbet Um al Imad, coloni israeliani hanno sguinzagliato un cane che ha ferito un palestinese; a Massafer Yatta, un altro uomo è stato fisicamente aggredito e ferito. In dieci episodi separati, secondo fonti della Comunità, coloni israeliani hanno vandalizzato almeno 1.030 ulivi e altri tipi di alberi nei villaggi di Battir (Betlemme), Ash Shuyukh, At Tuwani, Tarqumiya e nell’area H2 di Hebron (tutti a Hebron); Turmus’ayya (Ramallah); Wadi Qana e Deir Istiya (Salfit); e Burqa (Nablus). Cinque episodi di lancio di pietre da parte di coloni israeliani contro palestinesi hanno causato danni a 11 veicoli, ma nessun ferimento.

Secondo quanto riportato da media israeliani, durante diversi casi di lancio di pietre ed un episodio di spari da parte palestinese, sono rimasti feriti 4 coloni israeliani (tra cui una donna) e sono stati danneggiati almeno otto veicoli. I lanci di pietre si sono verificati lungo strade prossime a Ramallah, Betlemme, Hebron, Gerusalemme e Gerico. Nei pressi dell’insediamento di Beit El (Ramallah), l’autista israeliano di un autobus è stato ferito da schegge di vetro prodotte, a quanto riferito, dagli spari di palestinesi contro il veicolo mentre percorreva la strada 466.

Nella città di Ramallah sono state parzialmente riaperte due strade principali tenute chiuse [dalle forze israeliane] per quasi un mese [segue dettaglio:]. L’11 gennaio, per alcune categorie di palestinesi, il “checkpoint DCO”, principale ingresso della città da est, è stato parzialmente aperto in una direzione (in uscita da Ramallah). Il 14 gennaio è stato riaperto un cancello che bloccava la strada principale da ovest verso Ramallah (la porta di Deir Ibzi). Queste e altre strade verso Ramallah erano state chiuse il 6 e il 13 dicembre 2018; in quest’ultima data, a seguito di un attentato palestinese compiuto nell’area e in cui erano stati uccisi due soldati israeliani.

Il 2 gennaio, nella zona centrale della costa di Gaza, le autorità israeliane hanno esteso a 12 miglia nautiche la zona di pesca autorizzata. Lungo le aree settentrionale e meridionale l’accesso rimane limitato a sei miglia. Questa è la prima volta dal 2002 che i pescatori sono autorizzati a raggiungere tale distanza. Si prevede che l’estensione aumenti il volume e la qualità del pescato.

A Gaza sono scoppiati scontri tra la polizia di Hamas e gli attivisti di Fatah. Gli scontri si sono verificati il 1° gennaio, durante un evento che commemorava l’anniversario del movimento Fatah. Gruppi per i Diritti umani hanno riferito che decine di persone affiliate a Fatah sono state convocate dalle forze di sicurezza di Hamas.

Il valico di Rafah, tra Gaza e l’Egitto, sotto controllo egiziano, è stato aperto per 4 giorni in entrambe le direzioni e per altri 5 giorni in una sola direzione (verso Gaza). Quest’ultima apertura parziale ha fatto seguito alla decisione dell’Autorità Palestinese (il 7 gennaio) di ritirare il proprio personale dal valico, in conseguenza di un aumento delle tensioni con Hamas. Un totale di 1.781 persone sono entrate a Gaza e 990 ne sono uscite. Dal 12 maggio 2018 il valico è stato aperto, quasi continuamente, cinque giorni a settimana.

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