Francia-Israele. Lobby o non lobby? Come Israele sviluppa Scorpion, nel futuro al centro della difesa francese

Jean Stern

30 marzo 2021 – Orient XXI

Inchiesta. Nella totale opacità, militari e ingegneri francesi e israeliani collaborano per la guerra del futuro, unificando informatica, droni e robot, anche se sul fronte della vendita di armi i due Paesi sono concorrenti, soprattutto in Africa.

Se la Francia è il terzo esportatore di armi al mondo, Israele è attualmente all’ottavo posto, ‘performance’ piuttosto notevole, tenuto conto delle dimensioni del Paese. E se le due Nazioni hanno rapporti amichevoli in molti settori, la cosa è più complicata nell’ambito della difesa. Da un lato, perché i loro industriali si trovano a volte in concorrenza e gli israeliani hanno la reputazione di “abbassare” il prezzo per accaparrarsi i mercati di armi. Ma d’altro lato, e soprattutto, perché gli israeliani puntano insistentemente gli occhi su un terreno di caccia tradizionalmente controllato dai militari e dai trafficanti d’armi francesi: l’Africa. Dopo gli accordi di Oslo Israele ha investito molto sul continente africano, in particolare nella “protezione” dei governi in carica.

Certo, ufficiali e agenti francesi e israeliani cooperano con discrezione su alcuni fronti, per esempio con l’esercito camerunense nel nord- Camerun nella lotta contro Boko Haram. Ma nella stessa Yaoundé, la capitale del Paese, uno dei pilastri dell’Africa francofona, mercenari israeliani sono inseriti da tempo nel battaglione di intervento rapido (BIR), un’unità d’élite posta agli ordini del presidente Paul Biya. E imprese israeliane equipaggiano il BIR, soprattutto con fucili d’assalto. C’è di che far innervosire gli industriali francesi degli armamenti, di cui il Camerun è un tradizionale cliente. “Siamo in forte concorrenza sul mercato africano, sottolinea un ingegnere del settore militare, “ma al momento siamo in difficoltà. In alcune aree a rischio, la Nigeria, l’Africa dei laghi, lo Zimbabwe e il Malawi Israele ha conquistato i mercati. Le nostre industrie, soprattutto Thales e Safran, sono in concorrenza tra loro, mentre gli israeliani sono molto compatti.”

Infine, e forse soprattutto, perché i rapporti si sono invertiti: negli anni ‘50 e ‘60 la Francia vendeva armi a Israele. Oggi Israele le vende sistemi di ciber-sorveglianza, droni e anche robot soldati. Un po’ seccante per l’orgoglio maniacale dei militari e degli industriali della difesa. E se i lobbisti di Elnet e i rappresentanti del commercio franco-israeliano non smettono di lodare la qualità del “dialogo strategico” tra i due Paesi, che si può tradurre fuori dal politichese con “chi vende quali armi a chi non deve calpestare troppo le mie aiuole”, le voci diventano sussurri quando si tratta di parlarne più in dettaglio. “Oh no, non vi darò dei numeri, anzitutto perché non li conosco”, dice un deputato. “Sapete, tutto ciò va avanti per conto proprio, non sappiamo granché,” aggiunge un’altra parlamentare. “Vi è scambio di informazioni”, spiega Arie Bensemhoun, direttore di Elnet France. “Sul piano militare e strategico e della lotta contro il terrorismo c’è buona collaborazione tra i due Paesi”, aggiunge senza ulteriori dettagli. “La palese mancanza di trasparenza che caratterizza il settore militare – con la motivazione della segretezza relativa alla difesa unita al ‘segreto commerciale’ – è particolarmente problematica”, nota Patrice Bouveret, dell’Osservatorio sugli armamenti.

L’interfaccia di Scorpion sviluppata con Elbit

Così sia i deputati che l’opinione pubblica ignorano tutto sulla partecipazione israeliana al programma riservato “Sinergia del contatto rafforzato dalla polivalenza e dall’info-valorizzazione” (Scorpion), al centro della strategia dell’esercito di terra francese per i prossimi decenni. La parte visibile consiste in un rinnovamento dei veicoli blindati, con il lancio di Griffon, che sarà impiegato nel Sahel nell’autunno 2021. Ma la forza trainante di Scorpion consiste nella messa a punto di un controllo digitale unico basato su un’interfaccia comune che consente ai soldati impiegati sul terreno, ma anche ai nuovi mezzi militari come i droni e i robot, di essere connessi simultaneamente e di anticipare così le reazioni del nemico.

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Al centro della guerra del futuro, spiega un’esperta, si trova un soldato più leggero, perché oggi porta un carico di 38 chili, contro i 40 durante la guerra del 1914-1918. Il margine di progresso è ancora enorme. A regime, non avrà altro che uno schermo GPS, la sua arma e la sua borraccia. Sarà guidato da un’interfaccia e assistito da droni per una visione ampia e da robot-muli incaricati di trasportare i carichi pesanti e eventualmente evacuare i feriti.” Le informazioni di cui il soldato disporrà sul suo navigatore GPS tramite Scorpion sono quindi determinanti e la messa a punto dell’interfaccia è al centro della cooperazione segreta franco-israeliana.

L’idea centrale di Scorpion è la guerra senza rumore e se possibile evitare la guerra cruenta, cioè avere il minimo numero possibile di soldati uccisi, prosegue. Scorpion organizza l’interoperatività tra un carro armato, un battello, una moto, un drone, un robot, un soldato a terra. È un programma molto importante, a cui partecipano tutti i grandi industriali francesi di armamenti, ma anche l’israeliana Elbit, che ha acquisito una grande esperienza nei sistemi autonomi.”

Integrano i droni nella natura”

Questa competenza che facilita l’analisi precisa di un determinato terreno, Israele l’ha acquisita grazie ai suoi droni impiegati nei territori palestinesi occupati. “Israele è molto avanti su tre punti chiave, aggiunge l’ingegnera. Anzitutto l’annullamento del rumore del motore dei droni. È un grande progresso, si sta per arrivare all’impercettibilità del rumore, punto sul quale si lavora molto anche in Francia.” E poi la miniaturizzazione dei droni. I droni insetti che ci divertono in un film di James Bond sono già in servizio e testati dall’esercito israeliano a Gaza. “Integrano i droni nella natura”, precisa l’esperta. Infine la cancellazione delle tracce digitali e l’individuazione dei segnali “nemici” è strategica, perché la guida digitale è al cuore di Scorpion.

Non bisogna essere intercettati, mentre si intercetta il nemico. Gli israeliani sanno nascondere, localizzare, interpretare, analizzare, confondere. L’idea, anche qui, è di essere invisibili ed estremamente silenziosi, continua la stessa esperta. Ciò che sta alla base delle nostre collaborazioni con Israele sono tutte queste invenzioni, semplici, prodotte dai migliori ingegneri che hanno acquisito le proprie capacità nel controllo e nella repressione nei territori palestinesi e a Gaza.”

Scorpion è così importante per l’industria bellica francese che, al di là dell’esercito, suo cliente di riferimento insieme all’esercito belga, il programma mira all’esportazione. Non sorprende quindi venire a sapere che il primo acquirente di Scorpion è Abu Dhabi. Gli Emirati Arabi Uniti sono da tempo ottimi clienti per le armi francesi e anche, più di recente, amici di Israele.

Fuori dalle statistiche ufficiali

Al di fuori di Scorpion, di cui non si conosce l’importo finanziario derivante dall’apporto degli ingegneri israeliani di Elbit, i volumi degli scambi di armi sono controllati dal parlamento. Secondo il rapporto consegnato al parlamento dal Ministero della Difesa francese, nel periodo 2010-2019 le armi inviate dalla Francia a Israele hanno rappresentato 208 milioni di euro, il che è ben poco in confronto all’Arabia Saudita (8,7 miliardi), agli Emirati Arabi Uniti (4,7 miliardi), al Qatar (4,1 miliardi) o all’Egitto (6,6 miliardi). Non si conosce invece l’ammontare delle vendite di armamenti e di sistemi di sicurezza militare e di polizia da Israele alla Francia. L’opacità mondiale del mercato della ciber-sicurezza, nel quale Israele è un attore importante, non consente di avere la minima idea dei volumi delle vendite. “Le collaborazioni militari e sulla sicurezza non rientrano nelle statistiche ufficiali”, precisa senza ironia Henri Cukierman, presidente della camera di commercio e dell’industria franco-israeliana.

La svolta degli anni 2000

Prima di buttarsi sul digitale, è nel settore dei droni che la cooperazione militare tra i due Paesi si è rilanciata all’inizio degli anni 2000. “La Francia allora non era molto avanti a questo proposito, precisa un esperto militare. Adesso deve avanzare in materia di guerre urbane, particolarmente sensibile in Africa, dove gli elicotteri sono soluzioni sia costose che rumorose. Israele è all’avanguardia nei droni. Anche se la meccanica spesso è tedesca e i componenti cinesi o francesi, loro sanno ideare e assemblare delle macchine efficienti.”

Di fronte al palese ritardo della sua industria, la Francia allora aveva urgente bisogno di importare droni. Contrariamente a quanto si crede, non fu il presidente Nicolas Sarkozy, noto per i suoi sentimenti filoisraeliani, a provocare questa importante svolta nei rapporti politico-militari autorizzando l’esercito a procurarsi droni israeliani. “Di fatto il vero cambiamento, spiega Frédéric Encel, che ha lavorato come “consulente” per degli “organismi autorizzati” del Ministero della Difesa, è avvenuto con Jacques Chirac e Dominique de Villepin nel 2005-2006. Chirac era stato stupito da Ariel Sharon, che aveva mantenuto la sua promessa di evacuare le colonie israeliane da Gaza nell’estate del 2005. Il Primo Ministro Villepin convinse il presidente Chirac che i Paesi arabi non erano affidabili e la Francia era all’epoca molto in ritardo sui droni. Grazie al pragmatismo di Chirac, furono firmati in modo riservato degli accordi commerciali.”

Fu anche il momento in cui Chirac, dopo la guerra in Iraq, tentò un avvicinamento a Israele per facilitare il dialogo con gli Stati Uniti. Da allora, la Francia iniziò ad acquistare e commercializzare droni israeliani con il sistema delle licenze. Questi accordi con Dassault, Airbus, Sagem (predecessore di Safran) consentirono anche l’acquisto di droni israeliani Eagle nel 2007 e Heron nel 2009 e 2010. Villepin e Chirac trarranno profitto da questo rinnovamento della cooperazione militare autorizzando la vendita da parte di Eurocopter (una filiale di Airbus) di sei elicotteri Panther alla marina israeliana, che li ha ribattezzati Atalef (pipistrello). Ciascuno di questi costosi aeromobili costa, missili compresi, decine di milioni di euro. MBDA, leader europeo in missili, di cui Airbus è azionista a parità di quote con la britannica BEA (37,5% del capitale ciascuno) vendette a Israele anche munizioni teleguidate e il missile anticarro Spike.

Sarkozy promosse la cooperazione tra le polizie

Prima di litigare con Benjamin Netanyahu, da quando arrivò all’Eliseo nel 2007 Nicolas Sarkozy “non si sentiva limitato dalle vecchie burocrazie del Quai [d’Orsay, sede del Ministero degli Esteri francese, ndtr.] e dalle preoccupazioni degli alti ufficiali, spiega un ex ambasciatore. Sarkozy lanciò il “dialogo strategico” franco-israeliano nel 2008, un incontro annuale incentrato principalmente sullo scambio di informazioni tra i militari e le spie dei due Paesi. L’ex primo gendarme di Francia, che nel 2006 aveva istituito una carica di addetto alle questioni di sicurezza all’ambasciata di Francia a Tel Aviv, voleva sviluppare soprattutto la cooperazione tra le polizie dei due Paesi. Durante la sua visita ufficiale nel 2008 firmò un accordo relativo alla lotta contro la criminalità e il terrorismo. Questo accordo, dai contorni abbastanza vaghi, sollevò parecchie riserve in parlamento e non venne ratificato. Tuttavia la cooperazione tra polizie tra i due Paesi si instaurò con discrezione, attraverso incontri regolari e scambi di informazioni.

Dal lato dell’industria militare gli affari per la produzione di droni sono andati intensificandosi, “avendo ogni drone le proprie specificità e utilità, per la sorveglianza dei territori o per operazioni più offensive”, precisa un ingegnere del genio militare. I due modelli israeliani di punta nel mercato sono anzitutto l’Hermes 900 di Elbit, commercializzato dal 2012, venduto al Messico, alla Colombia, al Brasile e al Cile, ma anche a Svizzera e Azerbaigian, specializzato nella sorveglianza e repressione “delle sommosse”. L’altro è Heron di Israel Aerospace, venduto in tutto il mondo, compresi il Marocco e la Turchia. Il suo principale vantaggio sta nel disporre di un’autonomia di volo di 48 ore. Questi droni sono stati la base della collaborazione tra Thales e Elbit per i modelli Watchkeeper ed Hermes, e tra Airbus e Israel Aerospace Industries per Harfang, Heron 1 e Heron TP. Il Patroller, un drone costruito da Safran, deve molto agli accordi conclusi nel 2010 dalla Sagem (vecchio nome di Safran) con Elbit.

E gli affari vanno avanti, a livello francese ed europeo. Molto di recente l’Agenzia Europea per la Sicurezza Marittima ha ordinato ad un consorzio, formato da un lato da Airbus e Israel Aerospace Industrie e dall’altro da Elbit, droni Heron e Hermes per individuare nel Mediterraneo le imbarcazioni che trasportano migranti. Secondo il quotidiano britannico The Guardian i due contratti valgono fino a 50 milioni di euro ciascuno.

Muli-robot israeliani nel Sahel

Infine l’esercito francese ha anche ordinato all’impresa israeliana Roboteam dei robot militari chiamati “muli Probot”, destinati al trasporto di materiale e all’evacuazione di feriti, che sarebbero stati utilizzati nel Sahel nell’estate 2020 nel quadro dell’operazione “Barkhane”. La rivista Challenges, che ha rivelato l’esistenza di questo contratto, riferisce che esso è stato oggetto dietro le quinte di una feroce lotta di pressioni ad alto livello tra i sostenitori di Roboteam e coloro che preferivano il modello prodotto dal gruppo francese CNIM, associato al gruppo estone Milrem, che produce già il robot Themis, un modello di successo venduto in parecchi Paesi, tra cui Stati Uniti e Regno Unito.

Secondo Challenge, sembra che per conquistare il mercato Roboteam, appoggiandosi a un prestanome francese, abbia abbattuto i prezzi, una pratica corrente degli industriali israeliani della difesa per conquistarsi mercati. Ma, secondo una fonte ben informata, ha anche condotto un’intensa campagna di lobbying. La collera degli industriali e di alcuni militari francesi si spiega anche con un altro motivo: Roboteam, che ha inizialmente venduto i suoi robot all’esercito israeliano, recentemente ha ottenuto finanziamenti in Cina e Singapore. Ora, gli ambienti della difesa si preoccupano per nuove alleanze tra certi Paesi africani, la Cina e Israele nel settore della sicurezza e della vendita di armi.

Le due marine alle manovre militari

Tutto ciò è avvenuto dietro le quinte e ufficialmente tutto è andato per il meglio nel campo della cooperazione militare tra i due Paesi. Grande mercante d’armi, la Francia ama organizzare fiere commerciali: Eurosatory, Euronaval, Le Bourget, come anche il Milipol dedicato al controllo dell’ordine pubblico. E Israele adora esserci: secondo i dati raccolti da Patrice Bouveret, 51 imprese israeliane erano presenti a Eurosatory nel 2016, contro le 17 nel 1998. Stesso incremento spettacolare a Milipol: 16 imprese presenti nel 1997, 57 nel 2015. L’ingegnera del settore bellico che abbiamo intervistato racconta del resto che i colleghi israeliani che lei frequenta durante queste fiere sono “dei ragazzi piuttosto simpatici, spesso abbastanza pacifisti, che parlano dei loro figli, non sono del tutto coscienti di quello di cui si occupano.”

I militari francesi adorano anche le manovre. Nel luglio 2018 delle operazioni comuni delle marine francese e israeliana si sono svolte al largo di Tolone e della Corsica, alla presenza dei loro capi di stato maggiore, gli ammiragli Eli Shavit e Christophe Prazuck. Era la prima volta per le due marinerie dal 1963, anche se manovre aeree comuni avevano già avuto luogo sempre in Corsica nel novembre 2016.

Nonostante le dispute (essenzialmente in Africa), Israele è molto amico dell’esercito francese. La lobby non può che rallegrarsene. Perché al riguardo la Palestina è “un non-argomento”… Mi era già stato detto.

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)




Intervista: Quegli israeliani che si battono a fianco dei palestinesi

Hassina Mechaï

16 marzo 2021 – Orient XXI

Mentre si preparano le elezioni legislative israeliane del 23 marzo 2021, dominate dalla competizione tra partiti di destra estrema e di estrema destra, qualche voce dissidente si fa sentire. Parliamo con una di loro, Tali Shapiro.

Visto dalla Francia il campo politico [israeliano] può sembrare totalmente dominato da un misto di nazionalismo e religione, testimoniato dalle alleanze del Likud al potere con diversi piccoli partiti religiosi. Questa ideologia si incarna in Benjamin Netanyahu. Egli è stato primo ministro senza interruzione dal 2009, ma la sua prima elezione a questa carica risale al 1996.

Di fronte a quello che si potrebbe vedere come un blocco politico monolitico, la società civile israeliana offre delle sfumature che la dicono lunga sulle sfide che il Paese si trova ad affrontare, così come sulle sue contraddizioni. In questa società civile si distinguono i militanti israeliani che hanno scelto di agire, o di vivere, a fianco dei palestinesi. A volte definiti smolanim (estremisti di sinistra), detestati dalla destra e dall’estrema destra, propongono una voce dissidente che contraddice il discorso dominante, praticano la disobbedienza civile o l’obiezione di coscienza. Tra loro Tali Shapiro, una cittadina israeliana il cui percorso, anche se particolare, illustra una tendenza sicuramente minoritaria, ma che resiste.

Hassina Mechaï. — Come e perché è diventata una militante?

Tali Shapiro. — Sono cresciuta con una certa forma di ignoranza politica, più precisamente in una famiglia ashkenazita [ebrei di origine centro-europea, ndtr.] in cui i miti sionisti erano considerati scontati. A 20 anni circa ho avuto un fidanzato cresciuto in una famiglia più a sinistra della mia. È grazie a questo rapporto che ho sentito per la prima volta un discorso diverso, contrastante con quello con cui ero cresciuta. Mi ci sono voluti parecchi anni per mettere insieme i pezzi del puzzle. Ci è voluto del tempo, perché tentavo di mettere insieme i frammenti di informazioni che mi arrivavano. Non affrontavamo la questione in modo formale. Non erano che chiacchierate, in genere commenti sulle notizie che vedevamo o uno sguardo diverso sui media israeliani. Nel 2009, quando Israele bombardò Gaza [operazione Piombo Fuso, dal dicembre 2008 al gennaio 2009, ndtr.] tutto divenne chiaro. Lo choc e la rabbia mi spinsero ad avviare un processo di comprensione più rigorosa della situazione. Da allora lì mi sono rapidamente unita alle manifestazioni a Bil’in e in altri villaggi della Cisgiordania e grazie ad amicizie e rapporti stretti laggiù, al movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS).

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H. M.Perché questo tipo di impegno?

T. S. — Partecipare alle manifestazioni nei villaggi è stato soprattutto un atto spontaneo. Volevo incontrare queste persone che soffrono perché io possa vivere una vita soddisfacente. Volevo essere veramente lì per loro, in un modo che avesse un senso per loro. Volevo anche, in modo molto viscerale, esprimere il mio rifiuto di partecipare alla distruzione, il mio rifiuto di fronte al meccanismo di cancellazione e di controllo sistematico che è l’occupazione.

Unirmi al movimento BDS si è inserito nella logica di questo impegno. Il BDS mina il cuore stesso del sistema israeliano di oppressione attraverso il ricorso a un’analisi economica, istituzionale e culturale. Mettiamo in evidenza il modo complesso con cui le imprese, le istituzioni educative e culturali, il governo, l’esercito e le colonie sono collegati all’oppressione e la perpetuano. Esigiamo la fine di questa complicità, sottolineando che il quadro giuridico, politico e sociale esistente deve essere messo in pratica perché questa situazione cessi.

H. M.Durante queste manifestazioni come agiscono i soldati israeliani con voi? C’è una differenza di trattamento tra voi e i manifestanti palestinesi?

T. S.— La prima cosa da capire è che gli israeliani e gli attivisti internazionali non sono un bersaglio dei soldati. Quando sparano i soldati praticano il profilamento etnico, con una preferenza per i ragazzi e gli uomini. Se hai la pelle scura o la barba sei un bersaglio privilegiato. Tuttavia il solo fatto di stare insieme ai palestinesi durante una manifestazione può avere delle gravi conseguenze. Se sei troppo vicino rischi di essere arrestato o picchiato. In generale i soldati sono estremamente ostili e le loro reazioni vanno dalla villania alla brutalità. Gli israeliani che manifestano con i palestinesi sono considerati dei traditori. Ma nel complesso le conseguenze per noi sono meno pesanti e gli arresti più brevi e meno brutali.

Ciò detto, le conseguenze personali non sono trascurabili. Nei miei otto anni di proteste sono stata ferita, arrestata, imprigionata e ho visto degli amici feriti con danni permanenti. Un momento particolarmente significativo è stato quando sono stata liberata sotto cauzione grazie ad amici palestinesi. Mentre uscivamo dal posto di polizia, il comandante che mi aveva arrestata mi ha detto che avrebbe preferito sparare a me piuttosto che a loro, perché loro li capiva, mentre io ai suoi occhi ero una traditrice.

H. M.Che difficoltà e ostacoli ha trovato dal punto di vista personale, familiare, istituzionale? Il suo impegno ha avuto un impatto sulla sua vita?

T. S.— Io sono probabilmente più fortunata della maggioranza delle altre persone a questo proposito. Sono una libera professionista e non ho rapporti o legami istituzionali. Per quanto riguarda la mia famiglia ci siamo sforzati di mantenere la pace in casa. È tutt’altro che una situazione ideale, ma ci siamo posti dei limiti accettabili entro i quali possiamo vivere tutti. Il mio impegno è comunque cambiato perché, dopo aver preso coscienza della brutalità della colonizzazione, non potevo continuare lungo la strada che avevo intrapreso fino ad allora. Mi sono dedicata quasi interamente alla lotta palestinese contro la colonizzazione. Ciò ha cambiato la mia visione della vita, la cerchia di amici, il mio percorso professionale e il contesto in cui ho scelto di vivere. Sono diventata critica, non solo della violenza che mi circonda, ma anche del sistema socio-economico che la perpetua. I miei amici e le persone che mi sono vicine sono tutti militanti. Ho abbandonato il sogno della mia vita, diventare un’artista, per accettare un lavoro qualunque e poter agire in questo modo. Ho anche scelto di vivere a Ramallah. Se a 18 anni mi avessero detto che a 38 anni avrei vissuto lì sarei rimasta sconcertata.?

H. M.Nota dei punti in comune tra i militanti israeliani che frequenta?

T. S.— È un percorso molto personale, che resta unico per ciascuno di noi. Ognuno proviene da contesti socio-economici, razziali, sessuali e religiosi diversi. L’adesione al movimento è individuale, con punti di partenza differenti per ognuno. Se sapessimo come riprodurre dei fenomeni di dissidenza interna, lo faremmo.

H. M.Come siete accolti dai palestinesi? Come lavorate con militanti palestinesi?

T. S.— Viviamo una relazione tra gruppi oppressi e alleati privilegiati. I palestinesi sono stati molto gentili e pazienti. Hanno accettato le nostre azioni di solidarietà e ci hanno permesso di partecipare direttamente alle loro campagne. È un rapporto molto delicato, che si basa sul nostro impegno a non tradirli, e sulla loro fiducia. È anche un rapporto diseguale, in cui loro hanno tutto da perdere e in cui noi arriviamo con un “credito di militanza”. È una realtà che deve essere riconosciuta. Noi rifiutiamo ogni approccio feticista e insulso, che il più delle volte serve a depoliticizzare i rapporti e a perpetuare la supremazia e gli abusi. Quando gli israeliani si guadagnano la fiducia dei palestinesi stringono delle vere amicizie.

H. M.La società israeliana è ricettiva nei confronti delle vostre azioni?

T. S.— Un maggior numero di persone firma il nostro appello al boicottaggio dall’interno. Attraverso le reti sociali abbiamo anche osservato che sempre più gente di sinistra è d’accordo con l’idea del boicottaggio. Tuttavia osservo un’evoluzione nella sinistra israeliana: oggi essa ha una comprensione più vasta del rapporto tra la colonizzazione e l’economia. Ci sono delle voci nuove, delle nuove alleanze, una maggiore apertura al movimento BDS. Ciononostante, anche se la sinistra si è evoluta, rimane ancora una parte marginale della società israeliana. D’altronde è questa constatazione che può portare molti ad unirsi al movimento BDS.

H. M.Le istituzioni israeliane (polizia, esercito, servizi di sicurezza) vi permettono di agire liberamente?

T. S.— Non penso che le autorità israeliane accordino per loro stessa natura questa libertà. Per quanto riguarda il modo in cui ostacolano le nostre libertà, ciò dipende. Diverse leggi impediscono la libertà di espressione, in particolare la legge che definisce il BDS un “reato civile”. Ciò ci può portare a dover pagare multe di decine di migliaia di shekel [1 shekel = 0,25 euro]. La questione della nostra possibilità di agire dipende molto dalla visibilità o meno delle nostre azioni per le autorità. Ci sono più probabilità di essere arrestati durante una manifestazione che per aver scritto una mail nell’intimità della nostra casa a un fondo pensioni per chiedergli di disinvestire dal mercato israeliano. I meccanismi di dissuasione ci sono. Poi è solo una questione di impegno.

H. M.Lei osserva un allontanamento morale e politico degli ebrei americani rispetto alla politica israeliana?

T. S.— Non penso affatto che gli ebrei americani siano disinteressati alla politica israeliana. Sono stati educati nel sionismo quasi quanto gli israeliani. Ciò avviene attraverso la famiglia, ma anche attraverso le organizzazioni religiose e le ramificazioni dell’Agenzia Ebraica. Tra il campo filoisraeliano e i dissidenti non penso che si possa trovare un solo ebreo americano che non abbia in realtà un’opinione in proposito.

H. M.La società israeliana è comunque più complessa di come la si percepisce a volte all’estero, in particolare riguardo alla vivacità del dibattito…

T. S.— Se la società israeliana fosse disponibile alla discussione su queste questioni il dibattito ci sarebbe. Penso che ciò che è tabù viene sanzionato in modo aggressivo. È così in tutte le società. Questo non significa che noi non dovremmo cercare e che non cerchiamo di creare le condizioni per poter fare questa discussione. Ciò significa anche che, in base alle nostre risorse limitate, dobbiamo scegliere le nostre battaglie. Una vittoria ne porta un’altra. Ogni coscienza politica non è una cosa statica, ma piuttosto una dinamica continua.

H. M.Pensa che la soluzione a due Stati sia ancora possibile?

T. S.— Penso che il paradigma dei due Stati non avrebbe mai dovuto essere messo sul tavolo. È un consolidamento della colonizzazione. Ora, la colonizzazione è la dominazione o l’espulsione di una popolazione etnicamente identificata e la sua sostituzione con un’altra popolazione. Questo paradigma fallisce dopo il 1949. Israele, nonostante le apparenze, è uno Stato fallito che non riesce ad assicurare il benessere e neppure la sopravvivenza di milioni di esseri umani sotto il suo regime. Tuttavia pretende di non aver alcun obbligo giuridico nei loro confronti. Avrebbe dovuto essere creata una missione di pace per proteggere le popolazioni, permettere il ritorno immediato dei rifugiati. Avrebbero dovuto essere intraprese delle iniziative diplomatiche serie per giudicare gli autori di quei crimini. Tutto il paradigma della partizione era destinato a fallire.

H. M.Cosa pensa dell’attuale contesto politico israeliano? Sembra in grado di proporre una soluzione?

T. S.— L’attuale contesto israeliano non sembra in grado di proporre altro che un genocidio. Non è un’iperbole. Le elezioni si giocano tra Netanyahu, il promotore del piano di annessione Trump-Kushner, e Benny Ganz, che si vanta di aver “riportato Gaza all’età della pietra”, come se fosse un merito politico. Non penso che si debba chiedere a loro di trovare delle soluzioni al problema delle violenze che stanno perpetrando.

L’unica soluzione è la cessazione immediata della violenza e la rimozione dal potere degli autori di questi atti. Benché ci siano forze di opposizione, principalmente i partiti palestinesi, è poco, è come tappare con un dito una diga che sta crollando. Ma non è che a questa condizione che si potrà cominciare a prendere in considerazione delle azioni di riparazione e di responsabilizzazione. Tutto ciò dovrà essere fatto dalle vittime e incoraggiato dalla comunità internazionale.

Hassina Mechaï

Giornalista, coautrice con Sihem Zine de L’état d’urgence (permanent) [Lo stato d’emergenza (permanente)], uscito nell’aprile 2018, Edizioni Meltingbook (Parigi).

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)




Palestina. Macchinazioni contro un diplomatico svizzero dell’UNRWA

Baudouin Loos

11 gennaio 2021 – Orient XXI

Documentario

La carriera di Pierre Krähenbühl alla testa dell’agenzia dell’ONU per l’aiuto ai rifugiati palestinesi si è brutalmente interrotta nel 2019. In gioco c’erano accuse che si sono dimostrate ampiamente infondate, come ha appena dimostrato un documentario della televisione svizzera. Il contesto pone interrogativi, dal momento che l’UNRWA è presa di mira dall’amministrazione Trump e dal governo Netanyahu.

Questo articolo è stato integrato, per maggiori dettagli, l’11 gennaio 2021.

Può succedere che informazioni importanti per la reputazione di alcune persone rimangano confidenziali, provocando loro un grave danno. È quanto è avvenuto nel 2020 con le conclusioni di un’inchiesta commissionata dal segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres riguardo alle gravi accuse rivolte contro lo svizzero Pierre Krähenbühl, all’epoca commissario generale dell’agenzia ONU per i rifugiati palestinesi, UNRWA secondo l’acronimo inglese. Quest’ultimo aveva finito per dare le dimissioni nel novembre dello stesso anno in seguito a pressioni da parte dei suoi capi. Un’inchiesta giornalistica della televisione svizzera RTS [radiotelevisione pubblica svizzera in lingua francese, ndtr.] ha recentemente svelato le conclusioni dell’inchiesta dell’ONU mai divulgate, che abbiamo potuto leggere e dalle quali risulta che l’alto funzionario svizzero è stato assolto dalla maggior parte delle accuse che pesavano su di lui, salvo qualche inadempienza di scarsa importanza. Un ritorno a una questione da cui emana un forte fetore geopolitico.

Nepotismo, discriminazioni, abuso d’autorità…”

Il primo rapporto data dicembre 2018. Interno all’UNRWA, doveva quindi rimanere confidenziale e finire solo nell’ufficio di António Guterres, che ha peraltro rapidamente deciso di avviare un’inchiesta per verificare le accuse imbarazzanti che conteneva. Queste accuse sono state comunque divulgate e la stampa se ne è appropriata, perché era una bomba: in effetti l’autore del testo, l’olandese Lex Takkenberg, capo dell’ufficio etico dell’UNRWA, vi denunciava tra le altre cose “comportamenti inopportuni di carattere sessuale, nepotismo, rappresaglie, discriminazioni e altri abusi d’autorità, commessi per fini personali, per reprimere legittime divergenze d’opinione.”

principale accusato: Pierre Krähenbühl, a cui inoltre è stato rimproverato di intrattenere una relazione sentimentale con una collaboratrice. In tutto il mondo la stampa lo ha dovuto constatare: “L’UNRWA è nella tormenta,” come hanno titolato numerosi giornali. Esortato dal segretario generale dell’ONU perché si mettesse in aspettativa in attesa delle conclusioni dell’inchiesta da lui promossa, Krähenbühl si è sentito sconfessato e il 6 novembre 2019 ha preferito dare le dimissioni. Fine della vicenda.

Durante l’estate 2020 il governo svizzero ha ricevuto il rapporto che ha chiuso l’inchiesta dell’ONU. Un lavoro serio di 129 pagine, nel quale ex-poliziotti analizzano in modo minuzioso le mail e gli SMS dei quadri dell’agenzia ONU coinvolti. Ma la gestione di Pierre Krähenbühl non è affatto rimessa in discussione. Niente corruzione, nessun rapporto sentimentale inopportuno. Tra tutte le accuse non restano da indagare che tre casi di reclutamento da parte dell’agenzia. Poca cosa, alla fine. Né il ministero degli Esteri svizzero né l’ufficio del segretario generale dell’ONU hanno reso pubblico questo rapporto d’inchiesta che ha liberato Pierre Krähenbühl dalla maggior parte delle colpe che gli erano state rimproverate. Certo, questo tipo di rapporti non è destinato ad essere reso pubblico, ma, poiché era in gioco l’onore di un uomo ed erano state rese note le accuse che avrebbero dovuto rimanere confidenziali e che doveva affrontare, sarebbe stato corretto fare altrettanto con le conclusioni dell’inchiesta ufficiale. È qui che intervengono Xavier Nicol e Anne-Frédérique Widmann, due giornalisti di RTS. Il loro reportage è stato trasmesso in Svizzera lo scorso 17 dicembre nel quadro del programma “Temps présent” [Tempo Presente]. Il documentario, intitolato Israël-Palestine : un Suisse dans la tourmente [Israele-Palestina: uno svizzero nella tormenta] dà ampiamente la parola, tra gli altri, a Pierre Krähenbühl.

Chi vuole togliere di mezzo l’UNRWA?

Il contesto geopolitico di questa vicenda potrebbe evocare un complotto. Contro Pierre Krähenbühl? Certamente, ma soprattutto, attraverso lui, contro l’UNRWA, che alcuni vogliono togliere di mezzo. Il governo israeliano di Benjamin Netanyahu da parecchio tempo non nasconde più che desidera la scomparsa dell’agenzia per i rifugiati palestinesi.

Per lui l’UNRWA incarna una causa: il diritto al ritorno di questi rifugiati, che egli rifiuta radicalmente. Ed essa rimane un richiamo perpetuo a un passato che si preferisce rimuovere: la partenza, il più delle volte obbligata, di oltre 700.000 abitanti palestinesi nel 1948 e la loro spoliazione durante avvenimenti che portarono alla creazione di Israele.

Ufficialmente Israele rimprovera invece alla rinfusa all’agenzia di perpetuare “l’illusione” di un ritorno dei rifugiati in quello che è diventato Israele, di avere al proprio interno numerosi militanti di Hamas, di fornire un’istruzione che sparge odio contro Israele, che promuove la lotta armata e persino il terrorismo, ecc.

Con l’arrivo di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti nel gennaio 2017 il governo israeliano si è trovato a godere di un sostegno politico americano di una portata senza precedenti su tutte le questioni, compresa quella dei rifugiati palestinesi. Il miliardario americano ha chiesto rapidamente a suo genero Jared Kushner, noto per la sua vicinanza con l’estrema destra israeliana, di concepire un “piano di pace” per risolvere finalmente il conflitto israelo-palestinese. Cosa aveva previsto per i rifugiati? Una mail dell’11 gennaio 2018 inviata a vari funzionari dell’amministrazione Trump, tra cui Jason Grenblatt, l’inviato speciale della Casa Bianca in Medio Oriente, presenta il pregio della chiarezza, come ha rivelato il 3 agosto 2020 il sito americano ForeignPolicy.com [autorevole bimestrale statunitense di politica internazionale, ndtr.]: “È importante fare un tentativo sincero ed onesto per ostacolare l’UNRWA”, scrive Kushner. “Questa agenzia perpetua lo status quo, è corrotta e non contribuisce alla pace. Il nostro obiettivo non può essere lasciare le cose stabili e come sono adesso. Forse bisogna rischiare di rompere le righe strategicamente per avanzare.”

È stato dato il via. Il governo americano è anzi passato ai fatti, riducendo nel 2018 in modo drastico il suo aiuto all’UNRWA, passando da un contributo di 364 milioni di dollari (296 milioni di euro) a 65 milioni (53 milioni), che l’anno successivo sono stati persino azzerati. Con un bilancio globale che superava gli 850 milioni di dollari (691 milioni di euro), la drastica riduzione del contributo americano si è dunque rivelata drammatica per il funzionamento dell’agenzia umanitaria, che dà lavoro a circa 30.000 palestinesi al servizio di 5.5 milioni di rifugiati distribuiti in tutto il Medio Oriente, dalla Siria a Gaza passando per il Libano, la Giordania, Gerusalemme est e la Cisgiordania. Ormai si sa anche quello che il “piano di pace” di Jared Kushner, reso pubblico in pompa magna il 28 gennaio 2020 a Washington, prevedeva per l’UNRWA, cioè la sua pura e semplice soppressione. Come volevasi dimostrare.

Un uomo da distruggere

Pierre Krähenbühl rappresentava un ostacolo incombente lungo il cammino degli americani e degli israeliani mobilitati per programmare la morte dell’agenzia specializzata dell’ONU? Il documentario non arriva fino a questo punto. Mostra il diplomatico ginevrino, solo in prima linea, schierato contro le mire ostili della potente coppia americano-israeliana. Una cosa sembra in ogni caso evidente: nel 2018 lo svizzero aveva moltiplicato i viaggi, le iniziative e le riunioni per rimpinguare le casse dell’UNRWA. E il suo successo si è rivelato altrettanto efficace quanto imprevisto, dato che quell’anno 43 Paesi o istituzioni avevano accettato di aumentare i propri finanziamenti per coprire il deficit. Per giunta Pierre Krähenbühl non ha esitato a difendere con le unghie e con i denti la sua agenzia, anche davanti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, dove, in diretta da Gaza, aveva contraddetto gli oratori americano e israeliano. Il diplomatico svizzero non si era quindi fatto solo degli amici dal suo arrivo alla testa dell’UNRWA il 1 aprile 2014, proveniente dal Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR).

D’altronde a partire dal 2018 aveva constatato che nel suo stesso Paese una personalità in vista, il ministro degli Affari Esteri Ignazio Cassis, si era schierato tra gli avversari dell’agenzia che dirigeva. Quest’ultimo era iscritto tra i membri del gruppo di amicizia con Israele nel parlamento svizzero. Aveva assunto il suo incarico il 1 novembre 2017. Nella primavera del 2018, di ritorno da un viaggio in Medio Oriente in cui aveva incontrato Pierre Krähenbühl a Amman, sull’aereo che li riportava a casa Ignazio Cassis ha confidato le sue impressioni ad alcuni giornalisti. “Per me si pone la domanda: l’UNRWA fa parte della soluzione del problema?” si era chiesto. Ed ha precisato la sua opinione: “Finché i palestinesi vivranno in campi di rifugiati, vorranno tornare nella loro patria. Appoggiando l’UNRWA, teniamo in vita il conflitto. È una logica perversa, perché in realtà tutti vogliono porre fine al conflitto.”

Affermazioni che avevano indignato l’ex-diplomatico svizzero Yves Besson, un ex-direttore dell’agenzia in questione: “Oggi l’UNRWA è ciò che rimane dell’interesse della comunità internazionale a favore dei palestinesi e dei loro rifugiati,” ha dichiarato al sito swissinfo.ch. “Inoltre dire una cosa simile non ha niente di oggettivo, perché questo argomento è stato un ritornello di Israele e degli Stati Uniti.”

Accuse fondate su … “timori”

Di fatto gli aspetti del linguaggio adottato dal ministro svizzero sembravano usciti direttamente dalle cancellerie israeliana e americana. Quindi molto logicamente quando nel 2019 il rapporto interno dell’UNRWA ha messo il capo dell’agenzia sul banco degli imputati, Ignazio Cassis non ha alzato un dito per aiutarlo: al contrario, ha ordinato la sospensione dell’aiuto svizzero all’UNRWA. D’altronde questo rapporto non presentava prove contro il diplomatico svizzero, ma diffondeva solo un certo numero di accuse raccolte all’interno dell’agenzia. Del resto Lex Takkenberg, che aveva firmato questo testo, che come si è visto non ha resistito al vaglio dell’indagine approfondita chiesta in seguito a New York da António Guterres, nel documentario di Xavier Nicol et Anne-Frédérique Widmann riconosce che le accuse che aveva ripreso si basavano soprattutto su conversazioni con una ventina di membri dell’UNRWA che facevano riferimento a “timori” (“concerns”).

Oggi Pierre Krähenbühl ha voltato pagina, non senza amarezza. “Sarebbe il minimo che gli Stati Uniti e la Svizzera prendessero posizione riguardo alla mancanza di fondamento del rapporto (che mi ha accusato) e riconoscessero quello che abbiamo passato,” dice alla fine del documentario sulla vicenda. Il pesante silenzio delle autorità svizzere e dell’ONU, che hanno rifiutato di parlare ai giornalisti svizzeri e che non volevano rendere pubbliche le conclusioni dell’inchiesta dell’ONU favorevole a Pierre Krähenbühl, non testimoniano in ogni caso a loro favore.

Quanto all’UNRWA, ora diretta da un altro svizzero, Philippe Lazzarini, continua più che mai a dibattersi in inestricabili problemi di bilancio, come dimostrano la sua impossibilità di pagare i salari del mese di novembre 2020 ai suoi dipendenti e i suoi dubbi riguardo a dicembre. L’arrivo di Joe Biden al governo a Washington il 20 gennaio 2021 porterà a una revisione della posizione americana riguardo all’agenzia umanitaria? La risposta, importante per la sua sopravvivenza, arriverà forse molto presto.

Baudouin Loos

Giornalista, Bruxelles.

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)




Boicottaggio di Israele. La Francia cerca di aggirare le decisioni della giustizia europea

François Dubuisson

14 dicembre 2020 – Orient XXI

Con una recente sentenza la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato la Francia ed ha confermato la legalità degli inviti al boicottaggio dei prodotti israeliani. Invece di adeguarsi a questa decisione, Parigi tenta di aggirarla in spregio alle leggi.

Nel giugno 2020, pronunciando una sentenza che condanna la Francia nella causa Baldassi [militante del BDS condannato da un tribunale francese, ndtr.], la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) ha posto fine, in linea di principio, ad una lunga controversia giudiziaria sulla legalità degli inviti al boicottaggio dei prodotti che arrivano da Israele lanciati da diverse ong nel quadro della campagna di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS), avviata nel 2005 dalla società civile palestinese.

Le autorità francesi si sono distinte a livello mondiale, avendo spinto il potere giudiziario ad applicare agli inviti dei cittadini al boicottaggio di prodotti israeliani la legislazione penale relativa all’ “incitamento all’odio e alla discriminazione” (articolo 4, comma 8 della legge del 29 luglio 1881 sulla libertà di stampa). Questa politica si è concretizzata il 12 febbraio 2010 con l’adozione della “circolare Alliot-Marie (dal nome dell’allora ministra della Giustizia Alliot-Marie) che chiedeva alle procure di equiparare gli appelli al boicottaggio a “istigazioni alla discriminazione” e di avviare sistematicamente delle azioni penali.

La giurisprudenza in materia si è rivelata piuttosto controversa, alcuni giudici hanno preferito in sostanza far prevalere la libertà d’espressione sui provvedimenti repressivi. La questione è stata regolamentata dalla Corte di Cassazione, che in una sentenza del 2015 ha confermato, con una motivazione piuttosto approssimativa, la sanzione penale nei confronti dell’appello al boicottaggio dei prodotti israeliani.

Libertà d’espressione

Avendo ricevuto un ricorso sulla questione, la CEDU ha ritenuto che la condanna di una serie di militanti per aver partecipato a un’azione di boicottaggio in un supermercato fosse contraria alla libertà d’espressione. La Corte ha rilevato che “secondo quanto interpretato e applicato nel caso specifico, il diritto francese vieta ogni appello al boicottaggio di prodotti in base all’origine geografica, qualunque sia il tenore di questo appello, i suoi motivi e le circostanze in cui si inscrive”, cosa che aveva portato il giudice nazionale a considerare “in linea generale che l’invito al boicottaggio costituisse un’esortazione alla discriminazione.” Ora, secondo la Corte Europea, nello specifico ci si trova in presenza di questioni relative “all’espressione politica e militante”, riguardante “un argomento di interesse generale, quello del rispetto del diritto internazionale pubblico da parte dello Stato di Israele e della situazione dei diritti dell’uomo nei territori palestinesi occupati”. Ciò implica “un notevole livello di protezione del diritto alla libertà d’espressione.”

La Corte ne ha concluso che “l’appello al boicottaggio”, anche se è “fonte di polemiche (…), non esclude l’interesse pubblico, salvo che esso degeneri in un appello alla violenza, all’odio o all’ intolleranza.” Per queste ragioni la CEDU ha stabilito che la Francia ha violato il diritto alla libertà d’espressione, in quanto il giudice nazionale non ha “applicato le norme conformi ai principi sanciti dall’articolo 10” e non si è “basato su una valutazione ammissibile dei fatti.

Parigi insiste e firma

Dopo questa sentenza ci si poteva aspettare che le autorità francesi abrogassero le circolari che raccomandavano di perseguire le azioni di boicottaggio e in cambio indicassero che in linea di principio esse sono protette dalla libertà d’espressione. Sarebbe stata così applicata la legge ordinaria riguardante ogni discorso politico: solo l’identificazione di affermazioni specifiche che degenerino nell’antisemitismo potrebbe portare all’avvio di un procedimento penale.

Invece è stata privilegiata un’altra via, che dà l’impressione che la Francia intenda minimizzare la sentenza della Corte e conservare, almeno in apparenza, il principio della perseguibilità dell’appello al boicottaggio dei prodotti israeliani. Infatti il 20 ottobre 2020 il ministro della Giustizia francese Éric Dupont-Moretti ha fatto diffondere una nuova circolare (una “nota”) “relativa alla repressione degli inviti discriminatori al boicottaggio dei prodotti israeliani” con la quale si riafferma la base giuridica delle azioni penali, semplicemente accompagnata dal requisito più stringente della “motivazione delle sentenze di condanna.” In modo piuttosto contorto questa circolare spiega che si dovranno avviare azioni penali solo se “i fatti, considerati in concreto, rappresentano un invito all’odio o alla discriminazione,” verificando come il “tenore” dell’appello al boicottaggio in questione, le sue “motivazioni” e le sue “circostanze” ne svelino la natura criminosa. Precisa inoltre che il “carattere antisemita dell’appello al boicottaggio” può derivare non solo da “parole, gesti e scritti” che l’accompagnino, ma si può altresì “dedurre dal contesto”.

La circolare conclude che “le azioni di boicottaggio dei prodotti israeliani sono, a queste condizioni, sempre suscettibili di rappresentare il reato di stampa di istigazione pubblica alla discriminazione nei confronti (…) di un gruppo di persone in base alla loro appartenenza ad una Nazione.”

Il ministro dunque della sentenza della CEDU non prende in considerazione che la necessità di motivare in modo più preciso le condanne, ma non mette in alcun modo in discussione più approfonditamente il principio stesso della repressione dell’invito al boicottaggio. Ora, come si è visto, la CEDU ha condannato precisamente l’interpretazione data dal diritto francese, che ha finito per vietare ogni appello al boicottaggio di prodotti “in base alla loro origine geografica”, motivata dal desiderio che il diritto internazionale venga applicato ad Israele, che beneficia di una protezione potenziata rispetto alla libertà d’espressione.

Da questo punto di vista la circolare non spiega affatto in cosa dovrebbero consistere gli elementi di contenuto o di contesto suscettibili di rendere “discriminatorio” o “antisemita” un appello al boicottaggio dei prodotti israeliani, che la Corte europea stima assolutamente leciti, essendo solo delle affermazioni o delle azioni diverse che possano farlo “degenerare” a causa della loro dimensione violenta, piena d’odio o intollerante.

Giocando costantemente sull’ambiguità, la direttiva ministeriale tenta di conservare immutata l’interpretazione riguardo all’intrinseca tendenza discriminatoria dell’appello al boicottaggio. Il giudice è semplicemente invitato ad esplicitare ulteriormente la sua motivazione.

Una definizione dell’antisemitismo al servizio della repressione

La circolare rinvia in particolare all’esame dei “motivi” e dell’“intenzione” dei militanti per valutare il carattere delittuoso dell’appello al boicottaggio. Nella sentenza Baldassi la Corte ha tuttavia constatato che la campagna BDS riguarda l’espressione di opinioni politiche che mirano al rispetto del diritto internazionale da parte di Israele, una questione di interesse generale. Si fa quindi fatica a comprendere quali motivi o intenzioni che animano normalmente i militanti potrebbero rendere discriminatorio l’invito al boicottaggio, o quale “contesto” lo renda antisemita, se non facendo riferimento a un giudizio generale sul movimento BDS come espressione di un soggiacente antisemitismo, sulla base della definizione di antisemitismo adottata nel 2016 da un’organizzazione internazionale, l’Alleanza Internazionale per la Memoria dell’Olocausto (l’International Holocaust Remembrance Alliance, IHRA), che riunisce 34 Stati membri, principalmente europei. I problemi posti da questa definizione riguardo alla libertà di critica della politica d’occupazione israeliana sono stati sottolineati molto spesso, tenendo conto del fatto che una maggioranza di esempi citati come forma contemporanea di antisemitismo è legata allo Stato di Israele “percepito come una collettività ebraica”. Ciò non ha impedito che la definizione venisse adottata in diverse forme e con una certa ambiguità in particolare da diversi Stati, istituzioni europee (parlamento e consiglio) o da partiti politici.

In Francia la “risoluzione Maillard” “intesa a lottare contro l’antisemitismo” presentata all’Assemblea Nazionale il 20 maggio 2019 intendeva confermare l’idea secondo la quale “l’antisionismo è una delle forme moderne dell’antisemitismo.” Alla fine la risoluzione è stata adottata il 3 dicembre 2019, ma in una versione mitigata, che non cita più espressamente l’antisionismo; ma essa accoglie comunque la definizione “operativa” dell’IHRA, presentata come “uno strumento efficace di lotta contro l’antisemitismo nella sua forma moderna e rinnovata, in quanto essa ingloba le manifestazioni di odio nei confronti dello Stato di Israele giustificate dalla sola percezione di quest’ultimo come collettività ebraica,” e destinata a “sostenere le autorità giudiziarie e repressive nei tentativi che esse compiono per individuare e perseguire gli attacchi antisemiti in modo più efficiente ed efficace.”

Si può quindi temere che il ragionamento che si trova alla base della nuova circolare ministeriale consista nell’isolare in modo artificioso elementi del linguaggio che accompagnano la campagna o le azioni del boicottaggio per farle corrispondere a certi esempi forniti a illustrazione della definizione dell’IHRA, e individuare così una dimensione discriminatoria o motivata dall’odio dei discorsi in questione. Senza entrare in troppi dettagli, si possono menzionare alcuni elementi degli esempi della definizione dell’IHRA che potrebbero essere attivati per tentare di “rimettere sotto accusa” gli inviti al boicottaggio.

Il trattamento discriminatorio nei confronti dello Stato di Israele”

Il primo luogo, in termini molto generali, le spiegazioni date dall’IHRA riguardo alla sua definizione suggeriscono che, certo, “criticare Israele non può essere considerato antisemita,” ma a condizione che la critica sia espressa “come si criticherebbe qualunque altro Stato.” Questa esigenza estremamente vaga è illustrata da uno degli esempi citati di seguito, che definisce antisemita “il trattamento discriminatorio nei confronti dello Stato di Israele, al quale si chiede di adottare dei comportamenti che non sono né previsti né richiesti a qualunque altro Stato democratico.” Un altro esempio è quello che rinvia al fatto di affermare che “l’esistenza dello Stato di Israele è frutto di un’impresa razzista,” consapevoli del fatto che la campagna BDS è ispirata a quella messa in pratica contro il regime razzista del Sudafrica e fa riferimento al carattere di apartheid che rappresenterebbe la politica israeliana di occupazione e di gestione della popolazione palestinese.

Questi esempi della definizione dell’IHRA sono ampiamente utilizzati dai difensori dello Stato di Israele per definire antisemiti discorsi o campagne che si limitano invece a una critica perfettamente legittima delle politiche concrete che violano il diritto internazionale e i diritti della popolazione palestinese. Il movimento BDS è spesso accusato di antisemitismo sulla base della definizione dell’IHRA. In modo significativo nel maggio 2019 il Bundestag [parlamento tedesco, ndtr.] ha adottato a larga maggioranza una risoluzione che dichiara che “le argomentazioni ed i metodi del movimento BDS sono antisemiti” e condanna “ogni dichiarazione ed aggressione antisemita che sia formulata come presunta critica alla politica dello Stato di Israele, ma che in realtà sia un’espressione di odio nei confronti degli ebrei,” in riferimento alla definizione dell’IHRA. E ancor più di recente, nel novembre 2020, il segretario di Stato americano Mike Pompeo ha reso pubblico un comunicato che afferma: “Come abbiamo detto chiaramente, l’antisionismo è antisemitismo. Gli Stati Uniti s’impegnano quindi ad opporsi alla campagna mondiale BDS in quanto manifestazione di antisemitismo.

Una discussione legittima

Si constata così la tendenza di alcuni Stati a utilizzare la definizione dell’IHRA per equiparare ogni azione di boicottaggio contro Israele a una forma di antisemitismo. In Francia non è pertanto da escludere l’utilizzazione di un argomento simile nel tentativo di conservare una forma di criminalizzazione delle campagne BDS. Questa dialettica si ritrova nei discorsi di una serie di personalità o di associazioni che difendono in modo quasi incondizionato la politica dello Stato di Israele, come il Consiglio Rappresentativo delle Istituzioni Ebraiche di Francia (CRIF).

Ed è in questa prospettiva che nell’ambivalenza della circolare del ministro della Giustizia si potrebbe vedere un invito a definire “discriminatori” o “mossi dall’odio” gli inviti al boicottaggio dei prodotti israeliani, considerando che si riferiscono al “razzismo” della politica di colonizzazione praticata da Israele, o che applicano nei suoi confronti un “doppio standard”, in quanto non chiedono il boicottaggio in altre situazioni di violazione del diritto internazionale nel mondo. In linea di principio la sentenza della CEDU dovrebbe aver comportato una chiara smentita di questi concetti, ma la circolare pubblicata nell’ottobre 2020 fa il possibile per instillare qualche dubbio.

Per il momento gli effetti prodotti dalla circolare ministeriale francese del 20 ottobre 2020 rimangono incerti. Scatenerà una nuova ondata di procedimenti penali contro le azioni di boicottaggio, attraverso un adeguamento della loro motivazione giuridica fondato se del caso sulla definizione di antisemitismo dell’IHRA? O il pubblico ministero opterà per la prudenza, tenendo conto delle indicazioni della sentenza Baldassi ed accettando il principio della legittimità e della legalità dell’invito al boicottaggio dei prodotti provenienti da Israele?

Sia chiaro, non è affatto escluso che possano esserci delle azioni o delle affermazioni effettivamente antisemite durante o con il pretesto di azioni BDS, ma la legge ordinaria permette facilmente di farvi fronte senza che ci sia bisogno di una circolare interpretativa arzigogolata. La CEDU aveva espressamente indicato che il limite da non oltrepassare non viene raggiunto che quando l’invito al boicottaggio “degenera in un appello alla violenza, all’odio o all’intolleranza.

In effetti è qui che si trova il limite che permette di conciliare la necessaria lotta contro l’antisemitismo e la critica alla politica di Israele, che rientra in un dibattito legittimo protetto dalla libertà d’espressione.

FRANÇOIS DUBUISSON

Professore di diritto internazionale all’università libera di Bruxelles (ULB).

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)




Israele. Jonathan Pollard, la spia che venne dal caldo

Sylvain Cypel

27 novembre 2020 – Orient XXI

Incarcerato nel novembre 1985 per spionaggio a favore di Israele e condannato all’ergastolo negli Stati Uniti nel marzo 1987, Jonathan Pollard ha goduto nel 2015 della libertà condizionata. Le restrizioni alla sua libertà di movimento sono state tolte questo 20 novembre dall’amministrazione Trump e ora può andare a vivere in Israele. Le reali motivazioni della sua incriminazione non sono mai state divulgate dalle autorità americane.

Siamo nell’ottobre 1998. Cinque anni dopo la firma degli accordi di Oslo, il 13 settembre 1993, il presidente americano Bill Clinton sogna di terminare il suo secondo mandato con un successo: far firmare una pace definitiva a israeliani e palestinesi. Ma in Medio Oriente niente sembra muoversi. O forse sì. Dopo l’arrivo al potere in Israele di un giovane politico ultranazionalista, Benjamin Netanyahu, le cose sembrano regredire. Non si negozia più niente e la colonizzazione dei territori palestinesi si rafforza ogni giorno. Quindi nella località di Wye River, in Maryland, Clinton riunisce Yasser Arafat e quello stesso Netanyahu, con cui ha pessimi rapporti. Era avvenuto lo stesso con il suo predecessore, George Bush padre (presidente dal 1989 al 1993), il cui segretario di Stato James Baker aveva fatto di Netanyahu una persona non grata, non benaccetta negli uffici di Washington.

Arafat va a Wye River sperando di firmare un accordo che estenda il suo potere e di far passare la zona di autogoverno palestinese in Cisgiordania, detta Zona A, almeno dal 13% al 30% del territorio. Ma Netanyahu è inflessibile. Propone di concedere ai palestinesi… l’1% di territorio in più. “È troppo,” avrebbe ironizzato Arafat, “perché non lo 0,1%?” I negoziati vanno male. Alla fine viene firmato un testo che promette di continuare le discussioni senza nessun progresso sostanziale. Ma, dopo aver firmato, Netanyahu torna da Clinton. “Presidente”, gli dice in sostanza, “ho da chiederle una cosa. Ho fatto tali e tante concessioni ad Arafat che mi sento in obbligo di tornare dal mio popolo con un elemento positivo. Mi conceda di portare con me Jonathan Pollard.”

Un “eroe” dell’estrema destra israeliana

Dopo qualche anno Pollard è effettivamente diventato un “eroe” dell’estrema destra israeliana, che presenta la sua incarcerazione come una manifestazione di antisemitismo. Di fatto il suo caso non sembra giustificare un ergastolo. In più, sostiene questa estrema destra, Pollard ha agito con l’unico obiettivo di proteggere Israele, un alleato incondizionato degli Stati Uniti. In breve diventa una sorta di prigioniero di coscienza. Se riuscisse a riportare in Israele Pollard insieme ai suoi bagagli, spiega Netanyahu a Clinton, riuscirà a farsi perdonare dalla tendenza colonialista israeliana più radicale per aver accettato di stringere la mano ad Arafat, questo “capo terrorista”, a Wye River. Ma Clinton rifiuta.

Il capo della CIA e il capo di stato maggiore della marina minacciano di dare le dimissioni se acconsento a questa richiesta,” avrebbe risposto. Le cose rimarranno così. Nessuno ha mai saputo se Clinton avesse veramente consultato quei due responsabili della sicurezza americana o se si fosse nascosto dietro la loro nota posizione per mascherare il suo rifiuto.

Chi è quindi questo Pollard, che marcisce in carcere e che ci deve passare trent’anni?

Analista nei servizi di informazione della marina americana, ha 31 anni quando viene arrestato nel 1985. È processato due anni dopo per “spionaggio a favore di uno Stato straniero” (in questo caso Israele). L’essenza dei motivi dell’accusa non viene specificata, ufficialmente per non divulgare i segreti che Pollard avrebbe reso noti. Gli anni passano, circolano voci: l’uomo, lasceranno filtrare i servizi americani, avrebbe fornito agli israeliani delle foto satellitari americane dei locali dell’OLP a Tunisi, che avrebbero consentito loro di assassinare in seguito alti dirigenti di quest’organizzazione. Un’accusa in verità poco plausibile: in primo luogo, la semplice divulgazione di quelle immagini difficilmente avrebbe potuto giustificare l’ergastolo. Inoltre, se è effettivamente avvenuto un bombardamento israeliano dei locali dell’OLP un mese prima dell’incarcerazione di Pollard, l’azione più grave, l’assassinio a Tunisi di Abu Jihad, il numero 2 dell’OLP, da parte di un commando israeliano è avvenuta…tre anni dopo il suo arresto. Infine i servizi israeliani disponevano verosimilmente di tutte le foto necessarie e non avevano bisogno dei loro alleati americani per agire. In breve la questione dei motivi reali per cui gli Stati Uniti hanno rifiutato per trent’anni di liberare questo “prigioniero di coscienza” un po’ particolare restano da scoprire.

Una volta che Pollard ha riconquistato appieno la sua libertà di movimento, un ex-capo della sede della CIA in Israele, Stephen Slick, ha dichiarato al Washington Post che “l’affaire Pollard è servito per dissuadere efficacemente i nostri alleati che sarebbero tentati di approfittare del loro rapporto bilaterale relativo alla sicurezza con noi.” In altri termini l’amministrazione americana al potere all’epoca del suo processo (in cui si era dichiarato colpevole) e tutte quelle che si sono succedute fino a Trump avrebbero ritenuto che la sua pena, indipendentemente dalle dimensioni e dal valore reale delle informazioni fornite da Pollard agli israeliani, dovesse servire da esempio. Attraverso Pollard, non è stata la sua persona ad essere presa di mira, ma in primo luogo la politica di uno Stato: Israele. Sulla base di questa ipotesi, il messaggio subliminale dell’atteggiamento inflessibile degli americani per trent’anni sarebbe che un alleato non può agire in modo così subdolo, qualunque sia la gravità del reato. Ci crede chi vuole credere che gli alleati non si spiino tra loro…

Un agente profumatamente pagato

Ma ci potrebbe essere di più. In primo luogo l’atteggiamento di Pollard prima della sua incarcerazione non favorisce la tesi del “prigioniero di coscienza”. È stato lautamente remunerato dal Mossad [servizio di intelligence estera di Israele, ndtr.] (si parla di 540.000 dollari dell’epoca, cioè 1.307.000 dollari attuali (1.097,000 euro), in sei o sette anni di “lavoro”). Ma prima di farsi pagare i suoi servigi dagli israeliani – è lui che si è rivolto a loro, non il contrario – aveva anche testato il terreno presso altri attori che immaginava fossero potenzialmente interessati alle sue informazioni: il Sudafrica dell’apartheid, la Cina popolare, il Pakistan, ricorda oggi Gideon Levy su Haaretz [giornale israeliano di centro sinistra, ndtr.].

Pollard sostiene di non aver agito che per motivazioni sioniste, ma ecco quanto valeva allora la sua coscienza”, ironizza il giornalista israeliano. Nel 1976, sette anni prima di diventare uno spione a pagamento, Pollard, uscito dall’università, aveva tentato di entrare nella CIA. Ammissione negata per non aver superato con successo il test con la macchina della verità. Un chiacchierone (blabbermouth) che parla a vanvera, avevano ritenuto i suoi esaminatori.

In seguito, contrariamente a quello che sostengono da trent’anni i circoli sempre più ampi dell’opinione pubblica israeliana (nel 1995 Pollard si è visto concedere la cittadinanza israeliana), forse è stato tenuto in carcere senza pietà (fino a Trump) non perché ha fornito ai suoi committenti solo delle informazioni di scarsa importanza, ma altre molto più critiche. È la tesi che aveva approfondito nel 1999 sul New Yorker [importante rivista USA, ndtr.] il giornalista d’inchiesta Seymour Hersh in un articolo intitolato “Il traditore”. All’epoca Hersh era una stella del giornalismo. Era stato lui che nel 1969 aveva rivelato il massacro commesso da un battaglione americano contro 300 civili vietnamiti nel villaggio di My Lai. Spesso discusso, questo giornalista d’inchiesta in acque profonde tornerà a ripetersi 34 anni dopo, quando nel maggio 2004 rivelerà, in tre successivi articoli, con testimonianze e foto a supporto, le terribili torture inflitte dai soldati americani a prigionieri irakeni ad Abu Ghraib.

Durante la sua lunghissima carriera Hersh ha coltivato contatti di prim’ordine all’interno dei servizi di sicurezza americani, a cominciare dalla CIA. La tesi che ha sostenuto 22 anni fa non è stata né smentita né confermata da fonti ufficiali americane. Ha tuttavia come principale pregio il fatto di essere suffragata da numerose testimonianze e di fornire una spiegazione molto più plausibile della vendetta americana contro Pollard, ma anche contro l’atteggiamento generale dei dirigenti israeliani. In sintesi, questa tesi è la seguente: Pollard venne reclutato dagli israeliani nel momento in cui il regime sovietico cominciava a vacillare, poco prima dell’arrivo di Mikhail Gorbaciov al potere. È stato in grado di fornire al suo referente dell’Ufficio dei Contatti scientifici israeliani (Lakam in ebraico) Rafi Eitan (che in seguito diventerà capo del Mossad) informazioni di cruciale importanza, in particolare sui sistemi e codici della National Security Agency (NSA), la più grande agenzia americana di spionaggio e di intercettazioni.

Allora gli israeliani iniziarono negoziati per consentire l’uscita di ebrei sovietici verso il loro Paese. Hersh nota che in un primo tempo gli israeliani erano particolarmente interessati agli “scienziati ebrei che lavoravano sulle tecnologie missilistiche e sulle questioni nucleari,” un’informazione che gli era stata passata da “un alto grado che ha fatto una lunga carriera alla CIA come capo della sede in Medio Oriente.” Secondo questo responsabile dello spionaggio americano Israele avrebbe “barattato queste informazioni con l’uscita [dall’URSS] di persone che desiderava far arrivare.”

A favore dell’URSS?

Hersh cita le affermazioni di William Casey, capo della CIA all’epoca e personaggio fino ad allora molto vicino ai dirigenti israeliani. Un mese dopo l’arresto di Pollard, costui dichiarò stupefatto: “Gli israeliani hanno utilizzato Pollard per ottenere tutti i nostri piani di attacco contro l’URSS – le coordinate, le zone di tiro, le sequenze, tutto! E per darle a chi? Indovinate: ai sovietici!” Cita anche un ammiraglio in congedo che gli ha dichiarato: “Non c’è alcun dubbio che i russi siano entrati in possesso di molte delle informazioni che Pollard ha fornito. La sola domanda è: come hanno fatto?”

Secondo Hersh fu la NSA, l’agenzia delle intercettazioni, ad essere stata la più “saccheggiata” da Pollard. Il suo manuale di lavoro, il Rasin (acronimo in inglese di “notazione di radio-segnale”) è stato integralmente fotocopiato da Pollard, che l’ha fornito agli israeliani prima che finisse in un cassetto del KGB. Hersh sostiene che nella sua dichiarazione segreta consegnata ai giudici, il ministro della Difesa americano al momento del processo, Caspar Weinberger, evocò quest’ultimo fatto come l’elemento chiave per la richiesta del massimo della pena contro Pollard.

In fondo Hersh suggerisce non solo che Pollard non abbia agito solo per alti motivi morali, ma che il livello massimo di punizione che gli è toccato non fosse semplicemente dovuto alle sue azioni. Attraverso lui fu Israele ad essere preso di mira per aver rotto le regole usuali tra alleati e amici, come ha detto William Casey, con metodi inqualificabili persino agli occhi di agenti segreti professionali. Hersh racconta che, quando la Casa Bianca, sotto Clinton, chiese ai servizi di intelligence un rapporto sull’affare Pollard, tredici anni dopo il processo, uno degli estensori del rapporto dichiarò, “in modo un po’ scherzoso”: “Io avrei immediatamente tolto di mezzo ogni obiezione alla liberazione di Pollard se il governo israeliano avesse risposto a due richieste: primo, dateci la lista completa di tutto quello che avete ricevuto [da Pollard], poi diteci quello che ne avete fatto.” In altri termini: ammettete che l’avete dato ai sovietici.

E Mordechai Vanunu?

Oggi la destra nazionalista e colonialista israeliana festeggia la fine della libertà condizionata come se si trattasse di un atto di giustizia. Ma si levano alcune voci fuori dal coro. Gideon Levy nota che si fa di Pollard un “eroe di Sion”, quando si tiene in carcere in Israele persino uno che ha lanciato un allarme, Mordechai Vanunu, ex-tecnico della centrale atomica di Dimona, il cui unico reato è stato di aver rivelato la realtà delle ricerche nucleari militari israeliane. Condannato nel 1988 a 18 anni di carcere (ne passerà 11 in isolamento totale), dalla sua liberazione rimane sottoposto a molteplici divieti di esprimersi o di incontrare stranieri, motivo per cui è stato condannato di nuovo a varie riprese. Considerato un prigioniero d’opinione dalle associazioni per la difesa dei diritti umani, è costantemente perseguitato dalle forze di sicurezza israeliane.

Sylvain Cypel

È stato membro del comitato di redazione di Le Monde [principale giornale francese, ndtr.] e in precedenza direttore della redazione del Courrier international [settimanale francese simile ad Internazionale, ndtr.]. È autore de Les emmurés. La société israélienne dans l’impasse  [I murati vivi. La società israeliana a un punto morto] (La Découverte, 2006) e de L’État d’Israël contre les Juifs  [Lo Stato di Israele contro gli ebrei ](La Découverte, 2020).

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)




Cinema palestinese: Mai Masri, pioniera su tutti i fronti

Marina Da Silva

19 settembre 2020 – Orient XXI

Pubblicato in inglese, Love and resistance in the films of Mai Masri [Amore e resistenza nei film di Mai Masri] di Victoria Brittain rende finalmente omaggio al formidabile lavoro, ininterrotto, della prima regista palestinese.

Con 3000 notti, suo primo film di finzione uscito nel 2015, in cui tratta della detenzione delle donne palestinesi in Israele, Mai Masri ottiene un clamoroso successo. Del resto la carriera della prima regista palestinese, essenzialmente costituita da documentari e da opere impegnate, non è iniziata ieri. In ‘Love and resistance in the films of Mai Masri’, (purtroppo non ancora tradotto in francese [né in italiano, ndtr.], la giornalista Victoria Brittain si lancia in un’analisi appassionata del lavoro e del percorso della regista. Pubblicato per le edizioni Palgrave Macmillan, in una collana che si occupa di illustrare il cinema del mondo arabo nel suo contesto storico, geografico e culturale, la prefazione è dedicata “agli artisti, poeti, scrittori, registi palestinesi che hanno mantenuta viva la memoria e la speranza”. L’autrice sintetizza e spiega il percorso di Mai Masri e del suo compagno di lavoro e di vita Jean Chamoun, deceduto a Beirut nel 2017. Si erano incontrati nel 1981 nella capitale libanese, appena prima dell’invasione israeliana, e non si sarebbero più lasciati, legati dal loro amore e dalla certezza del potere di trasformazione del cinema, che avrebbero messo in pratica sul campo della guerra e dell’occupazione.

Nelle prigioni israeliane

Victoria Brittain ha scelto di ripercorrere l’opera di Mai Masri in modo non esaustivo né cronologico, come se volesse coglierne immagini dense, nei suoi film e nella sua vita, che gettano luce le une sulle altre. Il primo capitolo è ampiamente dedicato a 3000 notti, al suo processo di realizzazione – girato in un carcere dismesso in Giordania – e che ha maturato in lei per una ventina d’anni, alimentato dalla sua conoscenza intima della detenzione che mutila tutte le famiglie palestinesi, e che è una metafora dell’occupazione.

Quando era tornata a Nablus per filmare la prima intifada era già stata colpita dalla storia di una donna che aveva partorito in prigione, ammanettata e circondata da soldati, che si sarebbe incarnata nella figura di Layal, la protagonista: “Nel 2015, quando è stato realizzato il film, nelle prigioni israeliane si trovavano 6000 palestinesi, uomini, donne e minori. È la storia di una di loro.” Il film si avvale anche della sua relazione di vicinanza con ex detenute, tra cui Kifah Afifi o Soha Bechara, rinchiuse nel sinistro campo di tortura di Khyam nel sud del Libano. Mai Masri tornerà a girare con loro dopo la liberazione del sud del Libano, nel 2000 (Donne oltre la frontiera), conservando per sempre, contro l’oblio, le immagini e la memoria del campo che sarebbe stato distrutto dall’esercito israeliano durante l’invasione del 2006.

Donne e bambini in prima linea

Il capitolo intitolato “Gli israeliani e la mia casa – Nablus e Shatila: Sotto le macerie (1983); I bambini del fuoco (1990)” lega tra loro due opere a prescindere dalla data della loro realizzazione. La presenza di donne e bambini e la brutalità con cui vengono precipitati nella guerra sono ricorrenti nei film che spesso ha girato sotto il frastuono delle bombe e vivendo lei stessa le peggiori situazioni di esposizione al pericolo.

Che si tratti della Palestina occupata o dei campi dei rifugiati, non smette di mostrare il loro destino comune: in “Tortura e amore nel sud del Libano: Fiori selvatici donne del sud del Libano, 1986; Donne oltre le frontiere, 2004”, dove si ascolta Kifah Afifi rievocare la brutalità del campo di Khyam: “Sono morta cento volte ogni giorno in quella cella”, e Soha Bechara, che ha messo in gioco la propria vita per la liberazione del suo Paese, ripetere: “Non dimentichiamo la Palestina”.

La Linea Verde: la generazione della guerra – Beirut (1989)” documenta più da vicino la guerra civile libanese e gli scontri fratricidi al di là della linea di confine est-ovest della capitale, considerato “uno dei film contro la guerra più potenti del cinema arabo”, secondo il quotidiano L’Orient le jour.

Gli scomparsi della guerra civile libanese

Con “Gli scomparsi: Sogni sospesi (1992); Lanterne di memoria (2009)” entrano nell’obbiettivo della cinepresa i 17.000 scomparsi della guerra civile. A 25 anni di distanza i film testimoniano il lavoro accanito delle famiglie per ritrovare i loro cari. Wadad Hilwani, uno dei personaggi di Sogni sospesi, alla ricerca del suo sposo, crea insieme ad altri una dinamica che si ispira alla “lezione dell’Argentina, dove le madri di Plaza de Mayo hanno costretto il governo a rivelare ciò che sapeva.” La costruzione di questo processo politico di rivendicazione delle famiglie finirà per costringere a sua volta lo Stato libanese a porre la questione all’interno dell’agenda politica del Paese.

Lanterne di memoria è dedicato più specificamente al ritorno in Libano di Samir Qantar, militante del Fronte per la Liberazione della Palestina, liberato nel 2008 nel quadro di uno scambio di prigionieri negoziato da Hezbollah. Prigioniero per 27 anni, è accolto come un eroe nazionale. Verrà assassinato dagli israeliani durante un raid in Siria nel 2015.

La Palestina nei campi

In “La mia Palestina: I ragazzi di Shatila (1998)” Victoria Brittain spiega che Mai Masri indulge sul campo profughi palestinese più emblematico, presso il quale viveva, con l’obbiettivo di riferirsi ai massacri che vi furono commessi nel settembre 1982. Con tenacia, e il più delle volte con la complicità di Jean Chamoun, la regista esplora la memoria storica personale e collettiva dei palestinesi, la collega al presente, rifiuta di rinunciare al sogno e alla speranza del ritorno. In “E’ il mio Paese: Frontiere di sogni e di paure (2001)” accompagna nell’arco di cinque anni un percorso di incontro tra ragazzi dei campi di Shatila e di Dheisheh, vicino a Betlemme, descrivendo i legami che riescono a tessere al di là delle frontiere.

Contro la negazione e l’oblio

C’è poi “Museo della memoria: Diari di Beirut” (2006) sulla morte di Rafik Hariri; “Lasciate che gli arabi vedano: 33 giorni” (2007), sulla guerra del 2006. Mai Masri è dovunque, in tutti i momenti forti, quelli chiari e quelli bui. Farà anche il ritratto di Hanan Ashrawi, scrive l’autrice in “Andando avanti: Hanan Ashrawi – una donna del suo tempo (1995)”. Racconta non solo la storia delle persone, ma dà loro un volto e ci fa entrare in relazione con loro. Registra tutte le lotte, in Palestina e in Libano, accompagna una nuova generazione che lotta in continuità con coloro che hanno conosciuto il trauma del 1948, inventando forme artistiche per “prendere il controllo della narrazione”, contro la narrativa che nega la loro esistenza.

Nella sua conclusione Victoria Brittain mostra come, al di là di tutte le vicende di distruzione, violenza e tortura, Mai Masri si sia sempre sforzata di individuare i momenti di vita e di resistenza. “I suoi film sono l’antitesi degli stereotipi che disumanizzano e tolgono i loro diritti ai palestinesi”. Ciò rende uniche le sue immagini che, lungi dalla disperazione e dall’afflizione, si ostinano a cercare, anche nella più grande sofferenza, l’amore e la bellezza. In questo, dice Victoria Brittain, “lei non documenta solo ciò che viene fatto subire ai palestinesi dal 1948, ma mostra chi sono veramente.”

Marina Da Silva

Giornalista e militante di base.

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)




La bomba Peter Beinart: “Non credo più in uno Stato ebraico”

Sylvain Cypel

24 luglio 2020 – Orient XXI

È una bomba che l’accademico americano Peter Beinart ha lanciato all’inizio di luglio nel suo ambiente intellettuale ed affettivo con la pubblicazione uno dopo l’altro di due articoli nei quali mette in discussione l’esistenza stessa dello Stato di Israele. “Yavneh: A Jewish Case for Equality in Israel-Palestine” (Yavneh: un appello ebraico per l’uguaglianza in Israele – Palestina) è comparso il 7 luglio nel trimestrale progressista Jewish Currents, di cui Beinart è redattore capo. Il secondo, sotto il titolo più provocatorio “I No Longer Believe in a Jewish State” (Non credo più in uno Stato Ebraico), è uscito il giorno dopo sul New York Times.

Fortemente impregnato di cultura ebraica, osservante senza essere praticante, Peter Beinart (49 anni) è politologo, docente alla City University di New York. È anche giornalista, collaboratore fisso del mensile the Atlantic [rivista progressista USA di cultura, letteratura, politica estera, salute, economia, tecnologia e scienza politica, ndtr.] e del quotidiano ebraico di New York The Forward [storico giornale della comunità ebraica USA, ndtr.]. Si definisce da sempre sionista progressista (“liberal”). Nel suo articolo sul New York Times si rivolge direttamente a quelli che hanno la sua stessa affiliazione sionista, alla quale intende essere fedele, per dire a loro di aver aderito con entusiasmo all’idea degli accordi di Oslo, firmati nel 1993, quella dei due Stati per due popoli che vivessero in pace uno di fianco all’altro. Così, scrive, si poteva continuare ad essere “al contempo progressisti e sostenitori di uno Stato ebraico.” Ma “gli avvenimenti (che hanno fatto seguito ad Oslo) hanno spento questa speranza.” Non possiamo esimerci dal constatare che “nella pratica, Israele ha già annesso la Cisgiordania da molto tempo.” Quanto alla possibilità di due Stati sovrani separati, essa è svanita (è divenuta, precisa in un altro articolo, un “mascheramento” per meglio inasprire la spoliazione dei palestinesi occupati. Noi ebrei progressisti dobbiamo affrontare questa realtà e “deciderci”. Quanto a lui, la questione è risolta: bisogna, conclude, “sposare l’obiettivo non dei due Stati, ma quello dell’uguaglianza dei diritti per gli ebrei ed i palestinesi” che abitano questa stessa terra.

Israele, uno Stato intrinsecamente segregazionista

Sul piano politico questa uguaglianza, secondo lui, può prendere la forma di uno Stato unico con diritti uguali per tutti – un uomo, una donna, un voto -, oppure di una “confederazione di due Stati profondamente integrati” tra loro. In questi due casi, continua, Israele smetterà di essere uno Stato ebraico. A quelli che pretendono nel migliore dei casi che sia un utopista, e nel peggiore un traditore della causa sionista, Beinart ribatte in anticipo che in primo luogo Israele è già di fatto uno Stato binazionale, dove una nazione ne domina un’altra. E in secondo luogo che “la soluzione dell’uguaglianza dei diritti è diventata più realista di quella della separazione” dati gli sviluppi sul terreno, dove le due popolazioni vivono sempre più interconnesse, mentre ogni giorno tra loro si rafforza la segregazione. In breve, dato che lo Stato ebraico non potrà più essere altro che quello che è diventato, uno Stato intrinsecamente segregazionista, ritiene che sia venuto il momento di trarne le conseguenze: questo Stato non ha più un futuro, almeno un futuro degno di essere appoggiato.

Quale sarebbe pertanto il futuro politico degli ebrei su questa terra comune agli israeliani e ai palestinesi? In subordine, come rimanere sionisti rinunciando nel contempo allo Stato ebraico? Beinart tenta di rispondere più nel dettaglio a queste domande nell’altro articolo, più lungo e più intimo. Il nocciolo della sua risposta risiede in un’idea…a dir poco bizzarra: “L’essenza del sionismo, proclama, non è di costruire uno Stato ebraico sulla Terra d’Israele, ma di crearvi un focolare ebraico.” D’altra parte “i primi sionisti si preoccupavano, innanzitutto, di creare un posto che servisse come rifugio e un luogo di rivitalizzazione” dell’ebraismo, non uno Stato.

Egli fa appello ai mani di Ahad Haam (Asher Ginsburg), uno dei primi sionisti che, contro il fondatore del movimento Théodor Herzl, alla fine del XIX secolo sostenne la creazione non di uno Stato ebraico, ma di un centro culturale sulla terra d’Israele che costituisse essenzialmente un polo spirituale per gli ebrei di tutto il mondo. Ahad Haam criticò anche l’atteggiamento dei primi coloni ebrei in Palestina nei confronti della popolazione locale.

Beinart fa anche riferimento a Martin Buber, filosofo ebreo tedesco sionista che negli anni ’30 propugnava l’edificazione di uno Stato binazionale di ebrei e arabi palestinesi insieme. Promuovere l’uguaglianza tra ebrei israeliani e arabi palestinesi “non vuol dire necessariamente abbandonare il sionismo”, ma solo l’idea di uno Stato ebraico, sostiene Beinart. Meglio: sarebbe tornare in qualche modo a un sionismo originario. Preservare il futuro degli ebrei israeliani passerebbe per l’abbandono di un Stato ebraico a beneficio di uno Stato binazionale (o di una confederazione) in cui gli ebrei non avrebbero più a disposizione un loro Stato, ma un “focolare” culturale che potrebbero sviluppare in pace.

L’uguaglianza e la parità al cuore del progetto

Nell’immediato, è improbabile che l’argomento della preservazione del sionismo convinca i sionisti contemporanei, e neppure i palestinesi, in primo luogo perché il libro fondatore del sionismo non si intitola “Il focolare ebraico”, né “Il centro spirituale ebraico”, ma piuttosto “Lo Stato ebraico”, e che non si tratta di un equivoco. Inoltre perché i pensatori a cui Beinart fa riferimento rimasero entrambi estremamente marginali in seno al sionismo. Infine, e soprattutto, perché si può difficilmente cancellare più di un secolo di storia del sionismo “reale”, che ha costantemente mostrato che intendeva erigere uno Stato etnico ebraico a danno della popolazione autoctona della Palestina.

Ma in fondo la questione che sembra assillare Beinart, cioè la conservazione della legittimità iniziale del sionismo, non ha nessuna importanza pratica per l’oggetto stesso del suo articolo, perché l’essenziale è che egli colloca al centro delle sue preoccupazioni le nozioni di uguaglianza, di parità tra di due protagonisti del conflitto, gli ebrei israeliani e i palestinesi. Si può condividere o essere in disaccordo con la prospettiva di uno Stato in comune evocata da Beinart, o anche considerarla possibile ma irrealistica nell’immediato. In ogni caso, non si può eludere la questione della necessaria uguaglianza “in dignità e diritti”, come dice la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, dei palestinesi con i loro oppressori. Ponendo questo presupposto come la chiave per la fine del conflitto, Beinart ammette di giungere a una rottura radicale con lo Stato d’Israele e la sua politica segregazionista, e chiede ai suoi lettori di portare fino in fondo questa rottura insieme a lui.

Ciò che è necessario, ritiene, è uscire dalla trappola infernale che blocca ogni sviluppo della situazione. Perché, secondo lui, l’apparente status quo attuale porta al peggio, cioè all’esasperazione di una tendenza israeliana il cui vero obiettivo mira a una nuova “espulsione massiccia” dei palestinesi. L’annessione di una grande parte della Cisgiordania prevista da Israele, scrive, “non è la fine del viaggio. Non è che una stazione lungo la via che porta all’inferno.”

Una legge del ritorno per gli ebrei e i palestinesi

A partire da qui Beinart propone di promuovere lo Stato binazionale come unica opzione, innanzitutto perché una simile prospettiva, l’idea dell’uguaglianza, porta a pensare al suo contenuto. Così, a differenza del Sudafrica del dopo apartheid, l’uguaglianza dei cittadini in uno Stato comune tra palestinesi e israeliani dovrà non solo proteggere i diritti individuali di ognuno, ma anche i diritti nazionali delle due popolazioni. Beinart immagina una legge del ritorno che, contrariamente a quella che attualmente esiste in Israele a favore esclusivo degli ebrei, riguarderebbe sia gli ebrei che i palestinesi della diaspora, come l’aveva immaginata a suo tempo l’intellettuale palestinese Edward Said, E ne conclude:

Dopo generazioni, gli ebrei hanno concepito lo Stato ebraico come un tikun (il termine, di origine biblica, significa “riparazione”), un rimedio, un mezzo per superare l’eredità del genocidio. Ma ciò non ha funzionato. Per giustificare l’oppressione dei palestinesi da parte nostra, l’idea di uno Stato ebraico ha richiesto che vedessimo in loro dei nazisti (…) Il vero tikun risiede nell’uguaglianza, in un focolare ebraico che sia anche un focolare palestinese. Solo aiutando i palestinesi ad avere accesso alla libertà noi ci libereremo del peso del genocidio.”

E sogna, in uno Stato comune, un “museo della Nakba [la “Catastrofe”, la pulizia etnica che ha cacciato buona parte della popolazione palestinese dall’attuale territorio dello Stato di Israele, ndtr.]” che sarebbe costruito sul luogo che ospita il cimitero di Deir Yassin, luogo simbolo di un massacro commesso nel 1948 dalle forze israeliane. Deir Yassin, villaggio raso al suolo diventato il quartiere ebraico di Kfar Shaul, si trova solo a 1,5 km dallo Yad Vashem, il museo memoriale della Shoah.

Sviluppando questa visione, Beinart aderisce a quella di Avraham Burg, ex-presidente del parlamento israeliano e dell’Organizzazione Sionista Mondiale che, dopo il fallimento dei negoziati di Camp David nel luglio 2000, ha progressivamente cambiato opinione a favore di un abbandono delle basi ideologiche del sionismo, sostenendo l’idea che uno Stato ebraico porterà alla rovina gli israeliani ebrei “chiusi in un ghetto sionista”, in quanto questo Stato strumentalizza il passato degli ebrei per meglio imporre ai palestinesi un regime di ingiustizia permanente.

Beinart aderisce soprattutto alle idee del grande storico anglo-americano Tony Judt, che nel 2003 aveva suscitato negli Stati Uniti una clamorosa polemica interrogandosi sulla possibilità di uno Stato unico comune degli ebrei israeliani e dei palestinesi, cioè un futuro in cui non ci sarebbe più posto per uno Stato ebraico. Riservando solo ai cittadini ebrei una serie di diritti, l’idea stessa di uno Stato ebraico, riteneva, era “ancorata ad un altro tempo”, quello di un nazionalismo su base etnica. Quindi la società israeliana non poteva che sprofondare in una chiusura criminale senza futuro. In conclusione Israele “è diventato oggi dannoso per gli ebrei.”

La sua posizione appoggia una campagna antisemita”

Diciassette anni fa Judt era stato oggetto di una virulenta campagna da parte delle istituzioni ebraiche americane, che intendevano rendere illegittima la sua voce. Nonostante il sostegno della New York Review of Books [prestigiosa rivista culturale statunitense, ndtr.], si era ritrovato molto isolato. Oggi gli articoli di Peter Beinart sono stati accolti nella comunità ebraica e fuori da essa in modo molto diverso. Da questo punto di vista sono sintomatici dell’evoluzione in atto negli Stati Uniti.

In Israele gli articoli di Beinart sono stati nel complesso ignorati (e in Francia ancor di più). Sul quotidiano Haaretz [principale quotidiano israeliano di centro sinistra, ndtr.] Gideon Levy, anche lui sostenitore di uno Stato binazionale, l’ha calorosamente applaudito: finalmente, scrive, “Beinart ha visto la luce.” Il suo collega Anshel Pfeffer, al contrario, respinge la “realtà pratica” della sua visione, sia per gli ebrei israeliani che per i palestinesi. Beinart, sostiene, non vive dove succedono le cose, ma in un ambiente di intellettuali palestinesi e israeliani emigrati negli Stati Uniti. Su Yedioth Aharonoth, il principale quotidiano israeliano, Dror Yemini scrive: “Negare agli ebrei il diritto di possedere un focolare nazionale è antisemita. Beinart non è antisemita. Le sue intenzioni sono diverse, ma la sua posizione sostiene una campagna antisemita.” Un classico…

Al contrario negli Stati Uniti gli articoli sono stati molto discussi, provocando reazioni spesso prevedibili. Alan Dershowitz, l’“avvocato” compulsivo di Israele in ogni circostanza, ha ovviamente evocato una “soluzione finale alla Beinart”. Ma in un tweet l’ex-consigliere per la sicurezza nazionale di Barak Obama, Ben Rhodes, ha lodato il suo “coraggio” e la sua “riflessione”. E Rob Eshman, editore di The Forward, il sito quotidiano ebraico di New York, il giorno dopo è andato oltre: “Che ci piaccia o meno, Peter Beinart descrive la realtà.”

Lo status quo è inaccettabile”

Sul Los Angeles Times l’editorialista Nicholas Goldberg fornisce una chiave di lettura delle molteplici reazioni registrate: “Alcuni diranno che Beinart tradisce il sionismo e mette in pericolo gli ebrei, altri che propone la sola alternativa etica, moderna ed ugualitaria a un secolo di nazionalismi falliti. Molti preferiranno rilanciare l’opzione dei due Stati. Io faccio parte di quest’ultima categoria. Ma il cambiamento di opinione di Beinart, benché provocatorio, è stimolante. Ci ricorda che lo status quo è inaccettabile.”

Questa reazione è sintomatica del cambiamento epocale a cui si assiste negli Stati Uniti. A differenza del fiume di ingiurie che ha subito Judt 17 anni fa, l’idea di una vita di ebrei e palestinesi in uno Stato comune è ammessa da molti come legittima. Certo, su questo punto Pfeffer ha ragione: senza dubbio ciò è più vero negli ambienti accademici che in quelli politici, così come il sostegno al boicottaggio di Israele è più diffuso nei campus americani che altrove. Ma, fino a nuovo ordine, è proprio in quegli ambienti che in genere nascono le idee nuove. E la legittimità delle idee professate da Beinart è significativa del processo di delegittimazione che riguarda ormai lo Stato d’Israele negli Stati Uniti in circoli che non smettono di allargarsi – in primo luogo nel cuore stesso dell’ebraismo americano.

Sylvain Cypel

È stato membro del comitato di redazione di Le Monde, e in precedenza direttore di redazione del Courrier international [settimanale francese simile a Internazionale, ndtr.]. È autore di Les emmurés. La société israélienne dans l’impasse [I murati vivi. La società israeliana in un vicolo cieco] (La Découverte, 2006) e di L’État d’Israël contre les Juifs [Lo Stato d’Israele contro gli ebrei] (La Découverte, 2020).

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)




La terra, radice della narrazione nazionale israeliana

Mehdi Belmecheri-Rozental

26 maggio 2020 – Orient XXI

Per lo Stato israeliano la storia palestinese non può esistere, perché perturberebbe la narrazione nazionale, basata sulla continuità storica dai tempi biblici alla fondazione di Israele. In nome di questo rapporto con la terra che sarebbe esclusivo, la politica israeliana fa di tutto per spogliare la memoria palestinese delle sue tradizioni e della sua cultura.

Ogni Nazione ha i suoi miti fondatori, scrive un’autorappresentazione nazionale al servizio dei propri interessi. Per la giovane Nazione israeliana una frase serve da matrice per la costruzione di questo immaginario: “Una terra senza popolo per un popolo senza terra”. Questa affermazione più volte smentita definisce ancor oggi la strategia israeliana per costruire la propria narrazione nazionale e dimostrare la legittimità di Israele su questa terra. Come diceva nel 1998 Ariel Sharon: “Tutti si devono muovere, correre a impossessarsi di quante più colline possibile per ingrandire le colonie, perché tutto quello che prenderemo rimarrà nostro”. La colonizzazione è, in effetti, una delle linee guida di tutti i governi che da decenni si sono succeduti alla testa del Paese.

Per Israele la posta in gioco non è solamente conquistare ettari di terreno in più, ma anche iscrivere la propria presenza su questa terra all’interno di una lunga storia. Nei territori palestinesi occupati come dall’altra parte del muro di separazione, ieri come oggi sono visibili le tracce di questa lotta per affermarsi come padrone della terra.

Non è facile sradicare la presenza di un popolo. Nel 1948, quando venne creato Israele, centinaia di migliaia di palestinesi abbandonarono in tutta fretta i loro villaggi per sfuggire alle milizie sioniste e all’esercito israeliano. Quest’ultimo fu il primo a utilizzare il termine “Nakba” (catastrofe) minacciando quei contadini in un volantino: “Se volete sfuggire alla Nakba, evitare il disastro, un inesorabile sterminio, arrendetevi.” Tuttavia questo termine è diventato un tabù nella società israeliana. La Nakba la ossessiona perché il suo ricordo scrosta la vernice israeliana. Se Israele riconoscesse di aver espulso con la violenza 800.000 palestinesi, confesserebbe la legittimità del diritto al ritorno dei loro discendenti. Come spiega il ricercatore Thomas Vescovi, l’idea “che al momento della creazione del Paese i suoi combattenti non siano stati vittime ma carnefici rovinerebbe la ‘purezza delle armi’, di cui si fregia l’esercito detto ‘di difesa’ di Israele.” È in questa prospettiva che Israele ha lavorato per cancellare la storia palestinese, per meglio riscrivere la propria.

Un villaggio nascosto sotto i cactus e i pini

A nord di Nazareth Emad mi accompagna sulle rovine del villaggio di Saffuriyya. Vi si reca regolarmente con i giovani palestinesi che vivono in Israele. Il suo obiettivo è di non lasciare che Israele soffochi il ricordo di questi luoghi. David Ben Gurion aveva detto: “Dobbiamo fare di tutto per assicurarci che i palestinesi non tornino più, i vecchi moriranno e i giovani dimenticheranno.”

Emad cerca di lottare contro questa cancellazione delle tracce della vita dei palestinesi. Girando per questi luoghi è difficile vedere i resti di questo villaggio. Ma Emad, grazie alle ricerche fatte e a numerosi documenti, racconta la sua storia. Davanti a un campo di cactus e a un bosco di pini ci spiega che sono stati piantati dagli israeliani per far sparire le tracce del villaggio, una pratica frequente in Israele. Un po’ più lontano, sulla cima di una collina, come per nascondere per sempre nella loro ombra i ruderi palestinesi, sono stati costruiti dei villaggi israeliani: Tzippori, ha-Solelim, Allon ha -Galil Hosha’aya.

E il villaggio di Saffuriyya non è affatto l’unico. Se Amadou Hampâté Bâ sosteneva che “in Africa quando muore un anziano è una biblioteca che brucia”, il motto si ripete in Palestina. Il villaggio di Lifta è uno dei pochissimi che non sia stato distrutto o nascosto, anche se il luogo è molto degradato. Yacoub è la memoria dei luoghi. Nel corso della visita alle rovine del villaggio mostra e parla con nostalgia dei forni tradizionali in cui sua madre faceva cuocere il pane. Questa terra che li ha nutriti è oggi minacciata di distruzione dalla vicina autostrada e dai programmi immobiliari in progetto che fioriscono nel quadro della colonizzazione di Gerusalemme.

In territorio israeliano ci sono centinaia di villaggi distrutti. L’Ong israeliana “Decolonizer”, fondata da due antropologi, ha creato una mappa che censisce tutte le località palestinesi demoliti dal XIX secolo fino ai giorni nostri, così come i villaggi palestinesi minacciati di distruzione. Questa mappa è un prezioso strumento di memoria contro i progetti dello Stato israeliano che si impegna a cancellare la storia palestinese per radicare meglio la propria storia in quelle terre.

In questo progetto Israele ridisegna anche i paesaggi, sradicando gli alberi che segnano una presenza storica palestinese e piantandone altri. Nel parco Ayalon-Canada, tra Tel Aviv e Gerusalemme, le rovine di tre villaggi palestinesi, Yalou, Imwas e Beit Nouba, distrutti nel 1967, sono invisibili, coperte dagli alberi. L’antropologa Chiristine Pirinoli ha quindi fatto una ricerca su come Israele ha cancellato la Palestina trasformandone il paesaggio: “Rimboschire, disboscare, piantare e sradicare sono azioni efficaci per agire sul paesaggio e trasformarlo in modo permanente – sono i mezzi per appropriarsi dello spazio e consolidare la propria supremazia; d’altra parte l’albero è il simbolo stesso del radicamento di un popolo sulla propria terra. In questo caso è al contempo il sostegno della memoria nazionale e una garanzia dell’appropriazione di una terra contesa.” Effettivamente “da una parte, rappresentando il successo di mettere radici nell’ ‘antica patria’, garantisce una continuità simbolica tra il passato descritto nella Torah e il presente; dall’altra consente di cancellare dalla terra ogni segno della storia palestinese che rischia di minacciare la sua trasformazione in territorio nazionale ebraico.”

Scavi di dimensione ideologica

Per sostituire la propria memoria a quella palestinese Israele investe anche negli scavi archeologici. A Gerusalemme, Hebron, Sebastia, ovunque Israele perfora e scava il terreno. Per affermarsi come proprietario legittimo di questa terra lo Stato israeliano intraprende o appoggia degli scavi archeologici per dimostrare una continuità storica tra il passato dei libri sacri e la sua creazione. Qualche anno fa il primo ministro Benjamin Netanyahu ha sostenuto che “Israele non occupa una terra straniera: l’archeologia, la storia e il buon senso dimostrano che noi abbiamo dei legami particolari con questo territorio da più di tremila anni.” Dall’inizio dell’occupazione di Gaza e della Cisgiordania, nel 1967, Israele ha realizzato degli scavi totalmente illegali nei territori palestinesi occupati.

A Gerusalemme gli scavi sono ampiamente visibili nella Città Vecchia, ma anche fuori dalle sue mura. Mahmoud, membro della comunità africana a Gerusalemme, una piccola comunità di musulmani originari del Senegal, del Ciad e del Niger che vive qui da parecchi secoli, è una delle memorie storiche della città. Guidandomi per le strade di Gerusalemme parla degli scavi archeologici di Israele nella Città Vecchia. Spiega che nel 1967, all’indomani della guerra dei Sei Giorni, Israele si è affrettato a radere al suolo il quartiere Harat al-Magharba (quartiere dei maghrebini). Esso si trovava ai piedi del Muro del Pianto. Vi risiedevano centinaia di abitanti e vennero distrutti edifici storici, costruiti in epoca ayyubide [dinastia curdo-musulmana fondata dal Saladino e durata dal 1174 al 1250, ndtr.].

Arrivando sulla spianata che si trova davanti al muro è impossibile immaginare che abbia preso il posto di un quartiere arabo raso al suolo. In compenso sono visibili grandi scavi. Sono stati intrapresi sotto la Spianata delle Moschee, con il rischio di indebolire le fondamenta su cui si trovano la moschea di Al Aqsa e la Cupola della Roccia. Questi lavori hanno come scopo ritrovare le tracce del tempio di Erode e di affermare la legittimità di Israele su questo spazio sacro. Nella società israeliana molte voci reclamano la ricostruzione del tempio e quindi la distruzione delle due moschee.

Nel 2016 l’Unesco ha adottato una risoluzione contro la politica israeliana in questi luoghi che appartengono al patrimonio dell’umanità. All’esterno delle mura della Città Vecchia, nel quartiere di Silwan, a Gerusalemme est, anche una Ong sionista, Elad, scava per trovare l’originaria città di David. Gli scavi hanno danneggiato numerose case palestinesi in un quartiere che subisce la colonizzazione israeliana.

Dal 1967, nella più totale illegalità rispetto al diritto internazionale, sono stati realizzati da parte del governo o di Ong israeliane centinaia di scavi nei territori occupati. A Sebastia, per esempio, il villaggio è minacciato dagli scavi archeologici che intendono dimostrare che questo territorio è il sito della Samaria biblica. Di fronte alla forza militare israeliana gli abitanti del villaggio, come nel resto dei territori palestinesi occupati, hanno difficoltà a lottare contro questo fenomeno.

A Hebron si riscontra lo stesso processo attorno alla Tomba dei Patriarchi, dove i coloni portano avanti degli scavi per dimostrare in base ai racconti biblici la legittimità della loro presenza, cacciando al contempo i palestinesi dalle loro case con la violenza. La narrazione nazionale israeliana si costruisce con i bulldozer e distrugge ogni altra memoria che la potrebbe ostacolare.

La cucina come rapporto con la terra

Per inserirsi al meglio in questo spazio millenario, Israele non esita neppure ad appropriarsi della cucina palestinese. Nel campo di rifugiati di Ein El-Sultan, limitrofo a Gerico, Khader, un abitante del campo, invita a condividere una scodella di hummus e un piatto di dajaj mahlous a base di pollo, riso e sumac, una spezia acidula coltivata soprattutto nei dintorni di Jenin, nel nord della Cisgiordania. Evoca una cultura gastronomica palestinese di “condivisione e convivialità”, tradizione venuta “dalle nostre campagne”. Khader si indigna quando evoca le vicine colonie “che ci rubano le terre, l’acqua e gli alberi.” Gerico si trova alle porte della valle del Giordano, di cui Israele prepara l’annessione. Questa valle è la zona più fertile della Palestina e l’86% dei terreni agricoli è stato rubato dai coloni israeliani, che si impossessano dei frutti di questa terra etichettandoli come “prodotti in Israele”. E questa appropriazione delle coltivazioni arriva fin nel piatto.

Nelle strade di Tel Aviv è frequente trovare ristoranti che cucinano questi piatti palestinesi con l’etichetta di “cucina israeliana”. Per Israele l’appropriazione culinaria dei piatti della Palestina e dei Paesi vicini si iscrive nella ricerca della stesura della propria narrazione nazionale, con l’eredità gastronomica a segnare il rapporto agricolo con questa terra. Rania, cuoca palestinese, spiega che “è una strategia israeliana molto aggressiva. È pura propaganda, il tentativo di ridefinirsi positivamente attraverso il cibo. […] È così che per un mese su una rete nazionale il pubblico francese si è beccato la promozione della “gastronomia israeliana” attraverso la trasmissione condotta dallo chef Cyrill Lignac: “Uno chef in Israele.”

Di fronte a questa situazione i palestinesi contrattaccano. Rania ha deciso di aprire un centro culturale, “ARDI”, per farne l’“incrocio di tutte le nostre eccellenze, che siano gastronomiche o artistiche. Un luogo per degustare un piatto tradizionale palestinese, rifornirsi di spezie palestinesi o orientali […] ARDI mi permette anche di mantenere un legame concreto con la Palestina e di sviluppare dei progetti con le donne di laggiù: la mia grafica è una giovane palestinese di Ramallah, le spezie saranno prodotte da cooperative di donne ed è in corso una collaborazione con le fabbriche di ceramica.” Così vengono diffuse forme di resistenza per difendere le radici dei palestinesi in questa terra.

Israele impone quindi con la forza la sua volontà di radicare la propria Nazione a spese di ogni altra memoria e cultura, dissoda questa terra patrimonio dell’umanità e del popolo palestinese per farne scomparire i semi e insediarvisi meglio. Ma costruire un Paese e unire una Nazione su un immaginario riduttivo sacrificando la memoria dell’Altro non è un simbolo di un nazionalismo disgustoso, origine di troppi conflitti?

Mehdi Belmecheri-Rozental

Laureato in scienze sociali all’École des hautes études [Scuola di Studi Superiori] (EHESS), la sua tesi ha riguardato “Il video come strumento di lotta in Palestina”.

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)




«I palestinesi non hanno mai perso l’occasione di perdere un’occasione»?

Alain Gresh

16 marzo 2020 ORIENT XXI

La citazione è vecchia, ma è stata modificata per favorire una propaganda che addossa ai palestinesi la colpa del fallimento della pace durante questi ultimi decenni. Si era appena dopo la guerra dell’ottobre 1973 e per la prima volta si tenne una conferenza a Ginevra che coinvolse Israele, la Giordania e l’Egitto. Il Cairo, che aveva proposto di invitare l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), che stava per essere ammessa alle Nazioni Unite come osservatore, si vide opporre un veto israeliano.

Fu in seguito al fallimento di questa conferenza che Abba Eban, allora rappresentante di Israele alle Nazioni Unite, pronunciò questa frase destinata ad essere infinite volte ripetuta e rivolta contro i palestinesi: “Gli arabi non perdono mai l’occasione di perdere un’occasione”, accusa ripresa in occasione del rifiuto dei palestinesi del piano di Trump, che avalla l’annessione da parte di Israele di un terzo della Cisgiordania e di Gerusalemme e la creazione di uno “Stato” palestinese senza alcuna sovranità.

Questa narrazione corrisponde alla realtà? Nel 1982 la Lega Araba riunì i suoi vertici a Fèz: per la prima volta il mondo arabo adottò collettivamente un progetto di pace globale che avrebbe visto riconosciuto il diritto di “tutti gli Stati della regione a vivere in pace”, in cambio della creazione di uno Stato palestinese. Iniziativa storica accettata dall’OLP, respinta da Israele al momento stesso in cui l’insieme del mondo arabo si dichiarava pronto a riconoscerlo.

In seguito alla guerra condotta contro l’Iraq (dopo l’invasione del Kuwait da parte di questo Paese), il 30 ottobre 1991 il presidente George H. Bush presentò un piano di pace e convocò, insieme all’agonizzante URSS, una conferenza a Madrid. Il Primo Ministro israeliano non volle parteciparvi: per una volta Washington torse il braccio a Israele e lo costrinse, sotto minaccia di sanzioni economiche, ad andarci. Ma il veto israeliano contro la presenza dell’OLP fu mantenuto.

Negoziare finalmente con l’OLP

Alla fine Israele negoziò segretamente con l’OLP e nel settembre 1993 firmò insieme ad essa gli Accordi di Oslo. Il loro carattere iniquo saltava agli occhi: l’OLP riconosceva ufficialmente Israele, il quale in cambio si limitava a riconoscere….l’OLP. Tuttavia i palestinesi fecero la scommessa della pace. Speravano che l’autonomia che veniva loro concessa avrebbe portato alla creazione di uno Stato.

Ma l’applicazione degli accordi si procrastinava, mentre la costruzione delle colonie accelerava. Nel settembre 1995, intervenendo al parlamento israeliano, il Primo Ministro israeliano Yitzhak Rabin precisò le rivendicazioni del suo Paese:

  • annessione di Gerusalemme e di molte colonie, cioè circa il 15% del territorio della Cisgiordania;
  • creazione del confine di sicurezza di Israele sul fiume Giordano

Un’altra volta, Israele perdeva un’occasione di pace!

Come noto, l’impasse degli accordi di Oslo portò alla seconda Intifada nel contesto di una rinnovata violenza. Per uscirne, il 27 e 28 marzo 2002 si tenne a Beirut un vertice della Lega Araba. Esso propose, con l’avallo dell’OLP, di considerare che il conflitto con Israele fosse terminato e di stabilire delle “normali relazioni con Israele” a tre condizioni:

  • il ritiro totale di Israele dai territori occupati nel 1967;
  • la creazione di uno Stato palestinese con Gerusalemme est come capitale;
  • una soluzione giusta” del problema dei rifugiati.

Nuovo rifiuto israeliano.

La situazione nei territori [palestinesi] occupati si deteriorò, con una repressione israeliana senza precedenti e sanguinosi attentati palestinesi. Fu in questo contesto che il 30 aprile 2003 il Quartetto – composto da Stati Uniti, Russia, Unione Europea e Nazioni Unite – adottò una “road map”. Non era un nuovo piano di pace, bensì un quadro che fissava dei parametri e un calendario per favorire i negoziati e la loro applicazione. L’OLP accettò, Israele anche, ma con così tante condizioni da svuotare la proposta di ogni senso.

Dal mese seguente il Primo Ministro Ariel Sharon pretese come requisito per i negoziati la rinuncia da parte dei palestinesi al loro “diritto al ritorno”. Il 2 febbraio 2004 annunciò la sua decisione di smantellare le colonie a Gaza e ritirarsi da quel territorio. Progresso della pace? Egli rifiutò di discutere del ritiro con l’Autorità Nazionale Palestinese – che viveva sotto blocco militare a Ramallah. I suoi consiglieri spiegarono che l’obbiettivo era di allentare la pressione internazionale per colonizzare meglio la Cisgiordania.

Chi è, alla fine, che non ha perso occasione di perdere un’occasione?

Alain Gresh

Esperto di Medio Oriente, è autore di diversi libri, tra cui ‘De quoi la Palestine est-elle le nom?” (Che cosa è ciò che si chiama Palestina?)

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)




Alla ricerca del “gene ebraico”

Sylvain Cypel

5 febbraio 2020 – Orient XXI

Il 5 febbraio Sylvain Cypel ha pubblicato “L’État d’Israël contre les Juifs” [Lo Stato di Israele contro gli ebrei, La Decouverte, 2020], un libro che studia l’evoluzione della società israeliana dopo due decenni. Presentiamo un’anticipazione tratta dal quarto capitolo, che riguarda “la ricerca del gene ebraico”. Quando il libro è stato scritto la Corte Suprema israeliana non aveva ancora confermato, come ha fatto lo scorso 24 gennaio, il diritto del grande rabbinato a ricorrere alla genetica per verificare l’ebraicità di una persona, cosa messa in discussione dal partito Israele Casa Nostra (estrema destra laica [che rappresenta soprattutto gli immigrati da territori dell’ex-Unione Sovietica, ndtr.]) e da alcune organizzazioni laiche.

Dietro a questa spinta per accogliere le tesi dei suprematisti bianchi, che in Israele resta limitata ai circoli colonialisti più attivi, si profila un fenomeno che è invece in forte espansione: l’idea di preservare la purezza razziale. Questa idea è evidentemente legata al desiderio profondo di stare tra noi, concepito come un vero e proprio ideale di vita. Il 9 febbraio 2016 Netanyahu ha così annunciato un “piano pluriennale per circondare Israele di recinzioni per la sicurezza.” Sapendo che questa idea avrebbe ricevuto un’accoglienza molto favorevole da parte dell’opinione pubblica, ha proseguito: “In fin dei conti lo Stato di Israele per come lo vedo io sarà totalmente recintato. Mi si dirà: insomma, cos’è che volete, proteggere la villa? La risposta è: sì. Circonderemo tutto lo Stato di Israele di barriere e recinzioni? La risposta è: sì. Nel contesto in cui viviamo, ci dobbiamo difendere di fronte a bestie selvagge.” La metafora della “villa nella giungla”, di un Israele unico Stato civilizzato circondato da animali selvatici, era già stata formulata dal primo ministro laburista di allora, Ehud Barak, dopo il fallimento dei negoziati di pace a Camp David nell’estate del 2000.

Sposare una norvegese?

Questa concezione è alla base del ripiegamento su se stessi che esclude la presenza dell’altro. Può portare a tendenze razzializzanti desunte da motivi diversi dal solo bisogno di sicurezza e che sono, per lo più, di ispirazione religiosa e ancor più derivano dall’intreccio tra misticismo e nazionalismo. Nella religione ebraica, per come viene praticata in Israele, dove un rabbinato molto tradizionalista si è visto concedere dai pubblici poteri la gestione di tutta la vita familiare (nascita, matrimonio, divorzio, morte, ecc.) e dove il matrimonio civile è legalmente sconosciuto, i “matrimoni misti”, cioè le unioni tra ebrei e non ebrei, sono impossibili.

Questo rifiuto, inizialmente di carattere teologico, spesso va ad aggiungersi a espressioni più o meno accentuate di razzismo. Così, quando nel gennaio 2014 venne resa pubblica la relazione che Yair Netanyahu, figlio del primo ministro, aveva con Sandra Likanger, una studentessa norvegese, la rivelazione provocò immediatamente le reazioni estreme dei sostenitori della purezza ebraica. “Qualunque ebreo che intenda conservare le proprie radici vuole vedere il proprio figlio sposato a un’ebrea. In quanto primo ministro di Israele e del popolo ebraico (Benjamin Netanyahu) deve dar prova di responsabilità nazionale difendendo a casa propria i valori che rappresenta,” dichiarò al Jerusalem Post Nissim Ze’ev, deputato del partito ultraortodosso Shas. Questa relazione provocò problemi persino all’interno del Likud [partito di destra di Netanyahu, ndtr.]. Molti ricordarono che se, dio non voglia, il figlio del primo ministro avesse avuto dei bambini con quella norvegese, essi non sarebbero stati ebrei, dato che l’ebraicità viene trasmessa per via materna, almeno per quelli, purtroppo numerosi, che credono a queste fesserie biologico-culturali. Sarebbe stato un tradimento della razza, il dramma finale. Cosa si sarebbe detto della Norvegia se le sue autorità cristiane e i suoi parlamentari si fossero lamentati della storia sentimentale del figlio del primo ministro con una studentessa ebrea? Che sono razzisti, no?

In ogni caso non sposare un arabo

Ovviamente la questione si mette male quando un ebreo o un’ebrea intendono sposare un coniuge arabo. Il fatto che si tratti di un arabo contribuisce in Israele a rendere ancora più grave il tradimento della razza. Quando nel 2018 l’attore e cantante israeliano Tsahi Halevi ha annunciato che, dopo quattro anni di vita in comune, avrebbe celebrato il suo fittizio (in quanto proibito dalla legge) “matrimonio” con la giornalista e presentatrice della televisione Lucy Aharish, una palestinese di Israele musulmana, l’indignazione è stata molto maggiore. Il ministro degli Interni dell’epoca, Arye Dery, si è lanciato in un avvertimento. Ha dichiarato alla radio militare: “Questo matrimonio non è una buona cosa. I vostri figli avranno dei problemi riguardo al loro status”, poi ha suggerito alla signorina di convertirsi all’ebraismo. Oren Hazan, deputato del Likud, ha chiesto che lo Stato non riconoscesse le unioni tra membri di comunità diverse. “Lucy, niente di personale, ma dovresti sapere che Tsahi è mio fratello, il popolo ebraico è composto dai miei fratelli. Abbasso l’assimilazione!” ha twittato prima di accusare Halevi di “islamizzarsi”.

Altri, come il deputato Yair Lapid [leader di un partito di centro, ndtr.] o il ministro religioso Naftali Bennett [di un partito di estrema destra dei coloni, ndtr.] hanno espresso anche loro il rifiuto di questa unione. Il deputato palestinese alla Knesset [il parlamento israeliano, ndtr] Salman Masalha ha denunciato il “razzismo” veicolato da questi commenti e il disgusto che gli provocavano. Ha ricordato a tutti questi difensori della purezza ebraica che nei Paesi musulmani vige il divieto totale alle donne di sposare un non–musulmano e che, se ai maschi viene data l’autorizzazione, la cosa è di fatto vietata. “I Dery, Lapid e Bennett”, ha concluso, “non sono diversi” dai loro equivalenti nei Paesi musulmani.

Resta il fatto che la salvaguardia della purezza ebraica non è una questione senza conseguenze. La manifestazione più inaudita di questa ideologia nello Stato di Israele per come è diventato è l’emergere di una scuola scientifica che intende fare della “genetica ebraica” l’alfa e l’omega della giustificazione del sionismo, cioè del “diritto storico” degli ebrei a tornare alla propria terra ancestrale e del carattere unico, nel senso di eccezionale, di eletto, di questa nazione. Il 13 gennaio 2014 si tenne a Tel Aviv un simposio accademico sul tema “Ebrei e razza: genetica, storia e cultura”. I docenti universitari discussero parecchio, alcuni sostenendo l’esistenza di una “razza” ebraica, altri mostrandosi di parere radicalmente contrario. Ma anche solo il titolo degli interventi provoca un forte malessere: “Le razze hanno una storia?”, “Razza ebraica o razze ebraiche?”, “La genetica può decidere chi è ebreo?”, ecc.

L’ebraicità può essere individuata con l’analisi genetica”

Si resta un po’ sconcertati. Certo, tra gli anglosassoni, che influenzano tutta l’università israeliana, il termine “razza” ha un doppio significato: senza mettere in dubbio l’unicità della razza umana, serve anche ad indicare i gruppi umani, soprattutto in funzione del colore della loro pelle, non associarvi necessariamente una dimensione razzista. Detto ciò, che numerosi conferenzieri durante questo colloquio abbiano utilizzato l’espressione “identità razziale ebraica” ha fatto rizzare i capelli in testa a molti altri. Alla confluenza tra biologia, demografia e geografia, gli specialisti della “genetica delle popolazioni” sono l’avanguardia di questa moda. E in Israele i loro collegamenti sono sempre più attivi. Esistono istituzioni accademiche, in Israele e negli Stati Uniti, che ormai si dedicano alla ricerca del “gene ebraico”, cioè di una caratteristica genetica che non apparterrebbe che agli ebrei e che intenderebbero portare alla luce.

Per esempio, il professore americano Harry Ostrer, che dirige un laboratorio di genetica nella facoltà di medicina dell’università ebraica privata Yeshiva, a New York, nel 2012 fece scalpore con la pubblicazione di un’opera intitolata “Patrimonio. Una storia genetica del popolo ebraico”. Ostrer vi evoca quello che chiama un “fondamento genetico dell’ebraicità”. I titoli dei sei capitoli sono espliciti: il primo è “Avere l’aria da ebreo”, il secondo “Fondatori”, il terzo “Genealogie”, il quarto “Tribù”, il quinto “Caratteri” e l’ultimo inevitabilmente s’intitola “Identità”. Il libro provocò sulla New York Review of Books [importante rivista bisettimanale USA con articoli su letteratura, cultura e attualità, ndtr.] la critica di un celebre genetista di Harvard, Richard Lewontin, che lo respinse in toto.

Tuttavia il professor Ostrer ha numerosi emuli in Israele in certi circoli universitari, come alla clinica universitaria dell’ospedale Rambam di Haifa. Nel 2014 per fare un’inchiesta vi incontrai il genetista Gil Atzmon. “È dimostrato che l’ebraicità può essere identificata dall’analisi genetica, per cui la nozione di popolo ebraico è convincente”, dichiarò (come se la storia da sola non fosse sufficiente). Prudente, respingeva l’idea di “un gene ebraico distintivo”, ma, aggiunse, “ciò non significa che la scienza non lo troverà, la ricerca avanza.” In compenso, secondo lui, “i geni permettono di ricostruire in modo sempre più netto la storia ininterrotta di un popolo ebraico legato ai suoi geni e a un fenotipo (l’insieme dei caratteri comuni)”. E quella popolazione in 25 secoli sarebbe rimasta “geneticamente” omogenea?

Il ricercatore conviene che ci furono importanti conversioni all’ebraismo, soprattutto tra il I e il IV secolo, e anche in seguito, nel bacino del Mediterraneo. “Ma,” affermò, “non sono state abbastanza significative da bloccare la tendenza.” Gli ebrei, per ragioni dovute alle persecuzioni e alla loro conseguente propensione a rinchiudersi per proteggersi, avrebbero pertanto conservato una “identità genetica”.

Nazionalisti che avanzano mascherati”

Sarebbe riduttivo dire che queste tesi sollevano indignazione, in primo luogo tra molti genetisti e ancor di più tra gli storici. Questi ultimi, che siano ultranazionalisti o progressisti, si sono opposti tutti quasi senza eccezione a queste “costruzioni”. La ricercatrice israeliana Eva Jablonka, co-autrice di “L’evoluzione in quattro dimensioni”, adepta appassionata dell’uso della genetica nelle scienze sociali, rifiuta tuttavia radicalmente l’uso che ne fanno i ricercatori del “gene ebraico”, “nazionalisti che avanzano mascherati”, dice, e che non cercano altro che dimostrare quello a cui credono: l’esistenza di un popolo trimillenario rimasto inalterato, quindi unico. Un’assurdità, continua, altrettanto insulsa che credere che i Galli siano gli antenati dei francesi di oggi. Ma un’assurdità che trova sempre più adepti in Israele, soprattutto da parte dei mistici ultranazionalisti.

L’ideologia di Hitler era corretta al 100%”

Così il rabbinato israeliano ha iniziato a fare appello alla genetica per testare l’ebraicità delle persone giudicate “dubbie”. In questo modo, ha notato l’analista israeliano Noah Slepkov, “spingendo (le persone) a fare test genetici, il rabbinato israeliano cade nella trappola della scienza delle razze del XIX secolo.”

Si dirà, e con ragione, che queste tendenze inquietanti, queste tesi sull’ideologia “corretta al 100% di Hitler” – in precedenza, nello stesso capitolo, il libro cita le affermazioni del rabbino Giora Redel, responsabile della scuola militare religiosa Bnei David, che nell’aprile 2019 ha dichiarato in pubblico che “l’ideologia di Hitler era corretta al 100%, ma diretta contro la parte sbagliata”, in altri termini Hitler avrebbe sbagliato bersaglio, prendendosela con gli ebrei invece che con i veri demoni, gli arabi o i musulmani -, queste tesi sulla “genetica ebraica”, sul “popolo-razza”, rimangono marginali in Israele. Ma si sbaglierebbe a non prendere sul serio la loro costante espansione.

Nel 1967, quando Israele si impadronì del Muro del Pianto, il grande rabbino dell’esercito, Shlomo Goren, in un momento di fervore mistico chiese immediatamente di far saltare in aria la Cupola della Roccia, un luogo santo musulmano, per ricostruire al suo posto il Terzo Tempio. La classe politica israeliana lo prese per quello che era: un pazzo pericoloso.

Moshe Dayan, il vincitore della guerra (era ministro della Difesa) replicò: “Ma chi ha bisogno di un Vaticano ebraico?” Cinquantatré anni dopo i sostenitori della “ricostruzione del Tempio” non sono più degli emarginati da deridere, hanno deputati, associazioni generosamente finanziate, propagandisti ascoltati. El-Ad, un’organizzazione che fa parte di questo movimento, è stata ufficialmente incaricata dal governo israeliano di fare degli scavi archeologici nei pressi della Spianata delle Moschee. Si avrebbe torto a ignorare il peso di questa estrema destra, che sia laica o ancor più mistica, nell’evoluzione di Israele. Le sue idee progrediscono costantemente. È lei che sostiene in primo luogo tutte queste tesi razziali e razziste. Se domani dovesse arrivare al potere – a cui è già fortemente legata senza detenerne ancora le principali leve – è tutto il Medio Oriente che potrebbe ritrovarsi trascinato verso una deflagrazione letteralmente vertiginosa che fin d’ora fa gelare il sangue.

Sylvain Cypel è stato membro della redazione di Le Monde [giornale francese di centro-sinistra, ndtr.] e in precedenza direttore della redazione del Courrier intenational [settimanale francese simile a Internazionale in Italia, ndtr.]. È autore di “Les emmurés. La société israélienne dans l’impasse” [Chiusi dietro un muro. La società israeliana in una situazione senza uscita] La Découverte, 2006.

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)