Francia: la legge “Yadan” e la strumentalizzazione dei dati sull’antisemitismo

Sarra Grira 

7 aprile 2026 – Orient XXI

Per legittimare una proposta di legge intesa soprattutto a impedire critiche contro Israele e la denuncia del genocidio a Gaza la deputata Caroline Yadan si appoggia, tra gli altri, ai dati sull’antisemitismo. Ma l’identità e la metodologia delle organizzazioni che ne sono all’origine mostrano una strumentalizzazione di questa situazione a favore di una posizione filoisraeliana. Una petizione contro questo progetto di legge sul sito dell’Assemblea Nazionale ha già raccolto circa 700.000 firme.

L’esame del [progetto di] legge all’Assemblea Nazionale nel momento in cui il parlamento israeliano ha appena adottato una norma che istituisce la pena di morte riservata solo ai palestinesi non fa che rendere questa iniziativa ancora più grave in un contesto di persistente impunità per Israele. Questo progetto, presentato fin dal novembre 2024, è sostenuto da Caroline Yadan, deputata dell’ottava circoscrizione [elettorale] dei francesi residenti all’estero (che comprende in particolare Israele, la Palestina e Gerusalemme), che ha lasciato il partito Renaissance, pur restandogli “collegata”, per protestare contro la decisione del presidente Emmanuel Macron di riconoscere lo Stato di Palestina.

Per dare alla legge la legittimità che rivendica nel titolo, nell’esposizione delle sue motivazioni la proposta si appoggia sui dati riguardanti gli atti di antisemitismo e sul posto che occupano rispetto all’insieme delle azioni antireligiose in Francia.

Se il notevole aumento dell’antisemitismo nel Paese è indubbio, il modo in cui queste cifre sono presentate denota una doppia volontà: da una parte confondere antisemitismo e critiche contro lo Stato di Israele, dall’altra stabilire una gerarchia tra l’antisemitismo e le altre forme di razzismo, contraddicendo le indicazioni della Commission nationale consultative des droits de l’homme [Commissione Nazionale Consultiva dei Diritti dell’Uomo](CNCDH).

La fonte dei dati

Se ci si vuole attenere ai dati più precisi, in Francia non si trovano delle statistiche sull’antisemitismo ricavate da quelli derivanti dalle condanne giudiziarie. La ragione è semplice: il codice penale non fa distinzioni tra le varie forme di razzismo. Separare le condanne per antisemitismo richiederebbe uno studio degli atti giudiziari caso per caso, cosa che non è mai stata fatta.

Le cifre rilasciate dal ministero dell’Interno e riprese dalla CNCDH nel suo rapporto annuale sono un insieme di rilevazioni sul campo attraverso la Direction nationale du renseignement territorial [Direzione Nazionale delle Informazioni Territoriali] (DNRT) che, secondo la sua presentazione ufficiale sul sito del ministero, “assicura un monitoraggio quotidiano dei fatti che le vengono relazionati dai suoi contatti e collaboratori locali.” La CNCDH non li considera dati scientifici ma li cita e li tiene in considerazione, perché essi indicano una tendenza.

Riguardo all’antisemitismo la DNRT si appoggia principalmente sulla rete territoriale di un’associazione, il Service de protection de la communauté juive [Servizio di Protezione della Comunità Ebraica] (SPCJ). Presentandosi come un’ “organizzazione apolitica”, essa lavora in stretta collaborazione con il CRIF, il Conseil représentatif des institutions juives de France [Consiglio Rappresentativo delle Istituzioni Ebraiche di Francia], di cui è un’emanazione1.

Nella sezione “Contributi” del rapporto annuale della CHCDH è di fatto il CRIF, e con lui il Service de protection de la communauté juive, che viene citato tra i collaboratori della società civile.

Nei dati del 2025 disponibili sul suo sito ufficiale il SPCJ registra 1.320 atti antisemiti. Esso presenta la sua metodologia in questi termini:

Sono rilevati esclusivamente i fatti che hanno dato luogo a delle denunce, a segnalazioni alla polizia o all’autorità giudiziaria, così come quelli constatati ufficialmente (flagranza/costatazione da parte di un funzionario di polizia giudiziaria o di una persona autorizzata).”

Qui è importante sottolineare che le denunce e le segnalazioni non danno necessariamente luogo a condanne o neppure ad azioni penali.

La Palestina presa di mira

Quali sono le azioni che vengono etichettate come antisemite dall’SPCJ o che incitano ad aggredire verbalmente o fisicamente gli ebrei?

Una parte del rapporto è dedicato a quella che i suoi autori chiamano la “retorica anti-israeliana” presentata come “un catalizzatore sempre fondamentale degli atti di antisemitismo.”

Circa un terzo degli intenti antisemiti rilevati (388 su 1.320) “implicano dei riferimenti espliciti alla Palestina: Gaza, ‘liberazione della Palestina’, ‘Intifada’, accuse di ‘genocidio’, slogan presi dalle manifestazioni e dalla retorica anti-israeliana radicalizzata”. Se si escludono le “45 (che) comportano anche un’apologia dello jihadismo e 74 un’apologia del nazismo, evidenziando un’accentuazione e una radicalizzazione dei toni utilizzati”, non viene fornita nessuna spiegazione riguardo al rapporto tra questi slogan propalestinesi e le manifestazioni di antisemitismo. A meno di voler considerare che l’espressione della solidarietà con la Palestina e i palestinesi riveli di fatto antisemitismo.

La stessa tendenziosità era già presente nel rapporto dello SPCJ relativo all’anno 2024, in cui si legge che “almeno 43 azioni antisemite al mese fanno riferimento alla Palestina”. Anche lì, cosa vuol dire “evocare la Palestina”? E in cosa ciò è antisemita? Queste formulazioni interrogano tanto più in quanto lo stesso rapporto evoca in questi termini il contesto che favorisce l’aumento degli atti antisemiti:

Questa atmosfera deriva in gran parte dall’iperattivismo di qualche centinaio di militanti radicali anti-israeliani (blocco di scuole e università, azioni di boicottaggio, atti e manifestazioni contro gli eventi organizzati dalle organizzazioni ebraiche, scritte e graffiti anti-israeliani, apologia del terrorismo palestinese e legittimazione delle azioni di Hamas).

Sono così messi sullo stesso piano l’apologia delle azioni di Hamas, “graffiti anti-israeliani” (affermazioni ostili all’Arabia Saudita verrebbero forse associate all’islamofobia?) e le azioni di boicottaggio, criminalizzate dalla circolare dall’ex- ministra della Giustizia Michèle Alliot-Marie nel febbraio 2010, ma di cui la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha riconosciuto la legittimità nel giugno 2020.

Una definizione tendenziosa dell’antisemitismo

Nel luglio 2025 abbiamo chiesto un parere a Magali Lafourcade, segretaria generale della CNCDH, riguardo all’interpretazione che lo SPCJ poteva fare di slogan come “Free Palestine” (Palestina libera) o “From the river to the sea, Palestine will be free” (Dal fiume al mare la Palestina sarà libera). All’epoca ci aveva raccomandato di consultare la parte “Contributi” del rapporto della commissione. Tuttavia questa non forniva ulteriori elementi di spiegazione.

Invece dalla pagina “Definizione dell’antisemitismo” sul sito dell’SPCJ risulta che l’associazione adotta per esteso quella dell’Alleanza Internazionale per la Memoria dell’Olocausto (IHRA), criticata ad esempio da Irène Khan, relatrice speciale delle Nazioni Unite per la promozione e la protezione del diritto alla libertà di opinione e d’espressione. Come la proposta di legge detta “Yadan” che la cita nel suo preambolo esplicativo, questa definizione permette, attraverso gli esempi che vi sono presentati, di associare la critica allo Stato di Israele a una forma di antisemitismo. Kenneth Stern, giurista statunitense e principale estensore del testo, ha lui stesso lamentato l’uso di certi esempi per attaccare le critiche a Israele2.

Stesso discorso da parte del CRIF, i cui dirigenti ritengono che parlare di genocidio a Gaza sia antisemita. Così per esempio in data 26 marzo 2025 si legge sul sito dell’organizzazione:

Il presidente del CRIF ha denunciato una evoluzione del discorso antisemita, in particolare attraverso l’accusa di ‘genocidio’ contro Israele. Ha paragonato questa retorica a ‘un’attualizzazione dell’accusa di popolo deicida’ evocata un tempo contro gli ebrei. ‘In entrambi i casi c’è un fondamento mitologico, cioè mendace. Gli ebrei non hanno ucciso Gesù, lo Stato di Israele non ha commesso un genocidio, qualunque sia indubbiamente la tragica situazione della popolazione civile a Gaza,’ ha dichiarato.”

La stessa logica viene applicata nei dati dell’SPCJ per il 2025, in cui la parola “genocidio” viene sistematicamente citata tra virgolette: “Riprendendo le accuse false ed estreme (‘genocidio’, ‘criminali’, ‘nazisti’), questa retorica costruisce un’immagine disumanizzata degli ebrei ed apre la strada al passaggio alle vie di fatto, che siano verbali o fisiche.

Tuttavia molteplici organizzazioni del diritto internazionale, tra cui Human Rights Watch ed Amnesty International, hanno concluso che a Gaza c’è stato effettivamente un genocidio. Il 26 gennaio 2024 è stata la Corte Internazionale di Giustizia ad affermare, in un’ordinanza, l’esistenza di un rischio plausibile di genocidio a Gaza. E la Corte Penale Internazionale, riconosciuta dalla Francia, ha imputato due dirigenti ebrei israeliani, il primo ministro Benjamin Netanyahu e l’ex-ministro della Difesa Yoav Gallant, di crimini di guerra e contro l’umanità. Tutte queste organizzazioni ricadono dunque sotto l’accusa di antisemitismo?

Peraltro, quando sono avvenuti incidenti che hanno costellato la marcia femminista dell’8 marzo 2024, è stato il servizio d’ordine dell’ SPCJ che ha garantito la protezione del collettivo pro-israeliano Nous Vivrons [Continueremo a vivere, che si dichiara sionista. Ci furono tafferugli perché SPCJ e NV cercarono di infiltrarsi nel corteo e vennero respinti, ndt.]. Questa associazione, che beneficia dell’appoggio pubblico di Caroline Yadan3, ne sostiene il progetto di legge4.

Una logica di concorrenza tra vittime

Le posizioni eminentemente politiche che rivelano le intenzioni dell’SPCJ e del CRIF e la definizione come minimo ampia di quello che entrambi considerano come antisemita pongono interrogativi sulla collocazione attribuita a questa “retorica anti-israeliana” in detti rapporti e nei loro dati .

Un altro punto ripreso nell’esposizione delle ragioni della proposta di legge detta “Yadan”: l’antisemitismo sarebbe il fatto antireligioso più importante in Francia. Il resoconto dei dati dell’SPCJ lo conferma:

La lettura degli eventi antireligiosi mette in evidenza una situazione strutturale: l’antisemitismo occupa un posto centrale. Nel 2025 gli atti antisemiti rappresentano il 53% dell’insieme degli eventi antireligiosi, mentre la popolazione ebraica in Francia costituisce una minoranza numericamente molto debole (meno dell’1%).

Problema: per stabilire una classifica ci vogliono degli elementi di confronto. Questi mancano, perché secondo l’ultimo rapporto della CNCDH per quanto riguarda gli episodi antimusulmani “nessun organismo nazionale ha presentato dei dati dopo il 2021,” cioè dopo la dissoluzione, nel 2020, del Collectif contre l’islamophobie en France [Collettivo contro l’Islamofobia in Francia] (CCIF). A parte la logica della competizione tra vittime stabilita dall’affermazione dell’SPCJ, ripresa da Caroline Yadan, è piuttosto l’esplosione dell’islamofobia che allarma la difensora dei diritti Claire Hédon. Nel suo rapporto intitolato “Le discriminazioni fondate sulla religione: osservazioni ed analisi del Difensore dei diritti” pubblicato il 4 dicembre 2024, quest’ultima nota:

L’aumento delle discriminazioni per motivi religiosi sembra osservabile indipendentemente dal tipo di religione. Esse restano tuttavia riportate decisamente più di frequente da persone che dichiarano di essere di religione musulmana o in quanto considerate come tali (il 34%) che dalle persone che si dichiarano di un’altra religione (19%), includendo la religione ebraica o anche il buddismo, o quelle di religione cristiana (di queste solo il 4% dichiara di essere stata discriminata a causa della propria religione).

Infine, nella lettura del rapporto dell’SPCJ ci si stupisce dell’assenza di un qualunque riferimento all’ascesa dell’estrema destra quando si tratta dell’aumento dei dati sull’antisemitismo. Tuttavia nel 2024 il Rassemblement national (RN) [il partito di estrema destra di Marine Le Pen, ndt.] ha eletto un numero record di deputati all’Assemblea nazionale (119), in seguito a elezioni legislative che hanno rivelato l’antisemitismo di molti dei suoi candidati che il partito ha dovuto sostituire in tutta fretta. Per la CNCDH è proprio nel suo elettorato che l’antisemitismo resta notevolmente presente. Come ha sottolineato Magali Lafourcade nell’intervista che ci ha concesso: “I livelli di ostilità verso gli ebrei sono molto alti tra le persone che votano RN e Reconquête [partito di estrema destra i cui due principali dirigenti, Éric Zemmour e Sarah Knafo, sono di origine ebraica nordafricana, ndt.]. L’antisemitismo si colloca all’estrema destra e in modo molto persistente.

Nella società francese l’antisemitismo non è solo una realtà innegabile, è anche un argomento troppo grave da essere strumentalizzato in questo modo a seconda dei progetti politici. Questi rivelano una volontà di associare la critica legittima allo Stato di Israele a una forma di antisemitismo, dopo la pulizia etnica che ha accompagnato la sua creazione fino alla guerra genocida che continua a condurre contro i palestinesi di Gaza.

Questi progetti dimostrano anche il desiderio non solo di separazione, ma di gerarchizzazione tra le diverse forme di razzismo, facendo dell’antisemitismo una sorta di matrice per pensare i razzismi, in linea con ciò che sostiene la ministra Aurore Bergé, in particolare attraverso le Assises de lutte contre l’antisémitisme [Assise della lotta contro l’antisemitismo] e con la Délégation interministérielle à la lutte contre le racisme, l’antisémitisme et la haine anti-LGBT [Delegazione interministeriale per la lotta contro il razzismo, l’antisemitismo e l’odio anti-LGBT] (Dilcrah). Peraltro la CNCDH non cessa di ricordarlo: il razzismo non è “settario”: quelli che lo accolgono provano odio nei confronti di tutte le minoranze, che siano razziali, politiche o sessuali.

1. Il 3 ottobre 1980 una bomba scoppiò davanti alla sinagoga del 24° [distretto] in via Copernic, a Parigi, facendo 4 morti e 46 feriti. Come reazione il CRIF e il Fondo Sociale Ebraico fondarono insieme il Servizio di Protezione della Comunità Ebraica per organizzare la protezione degli ebrei in Francia, in particolare attraverso strategie di autodifesa nei quartieri in cui si trovano luoghi di culto.

2. Valentine Faure, “Kenneth Stern, giurista americano: ‘La nostra definizione di antisemitismo non è stata concepita come uno strumento di controllo del diritto di espressione’”, Le Monde, 21 maggio 2024.

3. “Manifestazione con il collettivo Nous Vivrons”, sito ufficiale di Caroline Yadan, 27 marzo 2025.

4. “Intellettuali e politici si mobilitano per la legge contro l’antisemitismo”, Le Point, 31 marzo 2026.

Sarra Grira

Giornalista e caporedattrice di Orient XXI.

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)




Israele. Come continuare ad essere una Super Sparta

Sylvain Cypel

23 marzo 2026 – Orient XXI

Dal 7 ottobre Israele conduce una guerra su più fronti: palestinese, libanese, siriano, iraniano, yemenita. Il suo primo ministro è rapidamente passato da una retorica della “difesa” all’esplicito progetto di “ridisegnare la cartina del Medio Oriente”. Ma per giustificare ciò bisogna inventarsi sempre un nemico.

E’ una faccenda recente passata relativamente inosservata. Può sembrare bizzarro, ma dice molto di quello che sono diventate in grande maggioranza la classe politica e la società israeliane. Ex-primo ministro dal giugno 2021 al giugno 2022, Naftali Bennett, politico religioso ultranazionalista ma che non ha aderito alle tendenze messianiche dei ministri Itamar Ben Gvir e Betzalel Smotrich, cerca di costruirsi un profilo di unificatore, e dunque di migliore alternativa al primo ministro Benjamin Netanyahu, nella prospettiva delle future elezioni legislative previste tra otto mesi, se non verranno anticipate. Dunque, come posizionarsi in Israele quando si vuole mostrare la propria differenza? Essendo, oserei dire, più papista del papa. Cioè, nei tempi che corrono, dimostrarsi ancor più bellicosi di Netanyahu.

Bennett ha trovato. Lo sa lui quale sarà la prossima guerra esistenziale che Israele dovrà imperativamente condurre. Mentre Netanyahu progetta che la guerra contro l’Iran “durerà ancora parecchie settimane”1, e nello stesso momento in cui il presidente Donald Trump, al contrario, assicura che la guerra in Iran “terminerà piuttosto presto”, Bennett ha spiegato davanti a un gruppo di notabili dell’ebraismo statunitense in visita in Israele che “spunta una nuova minaccia: la Turchia.” Perché, “e lo dico alto e forte, la Turchia è il nuovo Iran”; Recep Tayyip Erdoğan, il presidente turco, “è un uomo raffinato e pericoloso che cerca di accerchiare Israele”, ha dichiarato Bennett, e il suo Paese sta tramando la creazione di una nuova alleanza che unirebbe “contro Israele l’Arabia Saudita e un asse sunnita ostile con il Pakistan nucleare”2.

Netanyahu non ha ritenuto necessario reagire. Quanto ad Al Jazeera, ha trattato Bennett con fin troppo rispetto titolando “Israele è già alla ricerca di un nuovo nemico regionale”3. E se fosse una reazione sana? Dopo l’euforia degli Accordi di Abramo e poi il terrorismo del 7 ottobre 2023, seguito dalla distruzione totale di Gaza e dei gazawi, dopo le guerre condotte in Libano e in Iran, ecco emergere una nuova minaccia esistenziale: il ritorno di una coalizione degli odiati sunniti, di cui i Fratelli Musulmani costituiscono il collante, spiega Bennett. Bisogna prenderne coscienza al più presto.

All’inizio c’è la militarizzazione

In realtà Israele ha avuto da sempre bisogno di un’imminente “minaccia esistenziale”. La sua storia, dalla conquista sionista della Palestina ai giorni nostri, non è che una sequenza, se non lineare almeno quasi costante, di conflitti armati. Questi hanno un’unica natura: sono sempre esistenziali. Per questo bisogna sempre agire “preventivamente”, checché ne dica un diritto internazionale obsoleto.

Le prime due alyiot, plurale di alyia, queste “salite” successive di immigrati ebrei europei in Palestina, si sono succedute dal 1881 al 1914. Fin da quel periodo si assistette all’istituzione di milizie attraverso le quali i coloni cercarono di espandere e rafforzare la loro presa sulla terra. Ma fu dopo la Prima Guerra Mondiale, quando il potere passò dagli Ottomani ai britannici, che si svilupparono queste milizie. L’Haganah (“Difesa”) si formò nel 1920. Questa milizia e altre meno importanti non si limitarono, come ancora oggi viene insegnato ai bambini israeliani, a “difendersi dagli attacchi contro gli ebrei”. Ambivano ad estendere il controllo dell’yishuv4 nell’appropriazione progressiva della terra. Per esempio, i kibbutz non erano solo un’oasi di socialismo, ma anche e soprattutto uno strumento armato di accaparramento della terra.

L’essenziale è capire che in Israele l’esercito raggiunse rapidamente uno status di intangibilità. Questa militarizzazione dell’impresa sionista comparve dunque quasi fin dai suoi inizi. E non è più cessata. Quando nel 1936 i palestinesi lanciarono la Grande Rivolta Araba contro l’occupazione britannica, le forze dell’Haganah funsero da truppe ausiliarie della repressione, che fu assolutamente terribile. Ben presto Orde Wingate [capitano dell’esercito britannico e sostenitore di una strategia offensiva contro i villaggi arabi, ndt.] venne distaccato presso l’Haganah per migliorare la formazione militare dei suoi membri, che appresero in particolare le tecniche “contro-insurrezionali” delle Special Nights Squads (Squadre Speciali Notturne). Fu lì che l’yishuv pose le basi del suo futuro esercito.

Dieci anni dopo il Regno Unito lasciò la Palestina. Dopo gli scontri per la conquista della terra che iniziarono nel 1947 e che scatenarono la Nakba, le forze dell’yishuv si scontrarono con milizie locali palestinesi o giunte dalla Siria e dalla Transgiordania. Il 15 maggio 1948 venne ufficializzata la creazione dello Stato di Israele. Gli Stati arabi l’attaccarono. Undici giorni dopo venne formalizzata la creazione dell’esercito israeliano (il cui l’acronimo ebraico è Tzahal, Forze di Difesa di Israele).

Il culto dell’esercito

Poi questo Stato non ha più smesso di essere in guerra in dimensioni più o meno importanti. Gli anni ‘50 sono stati punteggiati dalla lotta contro gli “infiltrati”, i palestinesi che avevano perso tutto durante la Nakba e che, in maggioranza, cercavano semplicemente di sapere cosa ne fosse stato delle loro terre e dei loro beni. Furono anche gli anni delle operazioni all’interno e al di fuori delle frontiere, come la partecipazione nel 1956 all’attacco franco-britannico (guerra di Suez) per far cadere il presidente egiziano Gamal Abdel Nasser, operazioni che, quasi tutte, erano accompagnate da massacri. Il più noto fu quello commesso nel 1956 nel villaggio di Kafr Kassem contro la minoranza palestinese in Israele.

Gli anni ‘60 sono stati quelli dell’espansione territoriale, la conquista della Cisgiordania, delle Alture del Golan in Siria e di Gaza e del Sinai in Egitto. Già percepita in precedenza come l’istituzione più ammirata del Paese, l’esercito divenne allora oggetto di un culto senza precedenti, anche se si impantanò in una lunga “guerra d’usura” lungo il canale di Suez. Gli anni ‘70 videro la prima importante sconfitta militare israeliana durante i primi tre giorni della guerra dell’ottobre 1973, seguiti da un rovesciamento spettacolare delle forze a favore di Israele.

Si potrebbe proseguire questa litania guerresca, in particolare le molteplici operazioni militari in Libano, da 1978 a oggi. L’essenziale è comprendere che in Israele l’esercito ha rapidamente raggiunto uno status di intangibilità, in quanto la popolarità di cui gode gli garantisce in ogni circostanza un’impunità indiscutibile. “Tsahal è l’esercito più morale al mondo”. Questa affermazione, aiutata da un’informazione totalmente censurata, serve a mascherare la realtà dei crimini di guerra commessi dall’esercito. Non venne reso pubblico alcunché dei massacri, di civili o di soldati disarmati, commessi nelle diverse guerre: nel 1948, certo, e si sa ormai che ce ne furono diverse decine, così come quello commesso a Gaza nel 1956 contro presunti fedayn, o quello di decine, o più probabilmente centinaia, di soldati egiziani catturati nel Sinai nel 1967 e uccisi, alcuni dei quali bruciati vivi. La censura militare impediva la diffusione di informazioni e la hasbara, la propaganda di Stato, era vigile. In realtà chi voleva poteva saperlo. Ma nella sua stragrande maggioranza la società ebraica israeliana ha sempre preferito arrogarsi lo status di eterna vittima, chiudere gli occhi e tapparsi il naso.

Un esercito che possiede uno Stato

Al contrario non era raro negli anni ‘50 e ‘60 che uno o due giovani dei kibbutz non ammessi alla scuola ufficiali (che vergogna!) si togliessero la vita. L’esercito era il massimo. Dagli anni ‘60 ai 2000 anche i governi israeliani erano composti per metà da generali in pensione. I primi ministri si chiamavano Yitzhak Rabin, Ehud Barak o Ariel Sharon: due ex-capi di stato maggiore e un’icona dell’esercito israeliano. I ministri della Difesa spesso erano ex-capi di stato maggiore e i generali affollavano molti altri ministeri. Non era lo Stato ad avere un esercito, era l’esercito ad avere uno Stato, si disperavano pochissimi israeliani.

Con il tempo questo esercito ha conosciuto dei cambiamenti importanti. Per un verso ha progressivamente perso parte della sua importanza a causa dell’ascesa per vent’anni nella società e nell’esercito del messianismo, per il quale niente né nessuno può essere più importante di Dio. Dall’altro si è pesantemente rafforzato sia come capacità operativa che commerciale. Il piccolo Stato di Israele non dispone solo di un esercito di 650.000 uomini (ufficiali di professione, soldati di leva e riservisti insieme) su una popolazione di poco più di 10 milioni di abitanti, una proporzione unica al mondo. Per fare un confronto, la Francia dispone di poco più di 200.000 militari su 69 milioni di abitanti. In qualche decennio Israele ha anche costruito un complesso militare-industriale che ne fa l’ottavo attore sul mercato mondiale degli armamenti e del materiale militare.

Da qui, oggi, i comportamenti paradossali dell’opinione pubblica israeliana. Le folle esultano ad ogni colpo contro “il nemico”, che sia palestinese, libanese, houti dello Yemen o iraniano. Poco importa che sia parte attiva del conflitto in corso o una persona qualunque. Ma parallelamente l’immagine dell’esercito è stata danneggiata in seguito al suo gigantesco fallimento del 7 ottobre 2023 e al fatto che Netanyahu non faccia niente per rimetterlo in sesto, al contrario. Per lui continuare a condannare solo i militari e i servizi di sicurezza interni per la responsabilità di un simile fallimento è anche l’unica possibilità di salvarsi dal possibile verdetto calamitoso di una commissione d’inchiesta riguardo alle sue responsabilità nell’accecamento che ha portato al 7 ottobre 2023, un verdetto che metterebbe fine alla sua carriera politica o, peggio, macchierebbe la sua immagine politica per sempre.

Imporre il suo ordine con la spada

Da allora Netanyahu si sta barcamenando, di fronte a una società ebraica israeliana che oscilla tra i timori diffusi per il domani e un sentimento di euforia da onnipotenza. Un giorno se la prende con l’esercito, esige l’allontanamento di questo o quel consigliere della sicurezza. Il giorno dopo glorifica i suoi molteplici successi, accaparrandosi i benefici di ogni nuova conquista territoriale in Libano, in Siria, altrove, facendosi così cantore di un avvenire ancora più glorioso.

Malgrado i segni di una evidente stanchezza, malgrado l’aumento del costo della vita e del numero di cittadini che lasciano il Paese, la popolazione, nella sua grande maggioranza, lo segue. Netanyahu spera di conservare il sostegno finché continuerà la guerra. Il fatto è che, come mostrano i sondaggi, resta l’uomo che agli occhi di gran parte dei cittadini ha fatto di Israele una potenza regionale di primo livello. Chi potrebbe resistergli in Medio Oriente? Chi oserebbe impedirgli di agire quando lo decide? Un giorno annuncia che intende “ridisegnare il volto del Medio Oriente”, un altro che manterrà le truppe nel Sud del Libano. I suoi partigiani esultano quando le bombe israeliane continuano a cadere su Gaza nonostante il “cessate il fuoco” ufficiale. Fa quello che vuole. E’ invulnerabile. E i suoi sostenitori vogliono credergli.

Il paragone di Israele con Sparta è un vecchio ritornello. In genere manifesta una forte critica verso lo Stato di Israele. Ma Netanyahu, al contrario, se ne appropria. Il 15 settembre 2025 ha dichiarato davanti a un pubblico di investitori e di responsabili economici israeliani che intende fare del suo Stato una “Super Sparta”5. Si ignora se sappia veramente cos’era Sparta, quella città militarizzata all’estremo e profondamente disuguale in cui regnava un ordine rigido e una totale assenza di democrazia. Ma dovrebbe ben sapere che, a differenza di Atene o Roma, Sparta è scomparsa senza lasciare all’umanità qualcosa che si possa qualificare di “civilizzatore”. Allora, perché fa di Sparta l’effigie di Israele? Il fatto è che l’essenziale è altrove. Sparta è un marchio, una piccola città che, nel V e IV secolo a.C., poté vincere tutti i suoi nemici, inclusa Atene, per estendere il suo impero dalla Grecia alla Persia. Regnare imponendo il suo ordine attorno a sé con la spada, essere una Super-Sparta, è il simbolo che piacerà ai suoi sostenitori.

Allora, si è detto Naftali Bennett, maledizione, ma certo! Per fare meglio di Netanyahu, perché, dopotutto, non fare in più la guerra alla Turchia? Poi ci si occuperà del Pakistan, in attesa di trovare altri bersagli.

Note

1. Neri Zilber et James Shotter, « Israel expects weeks-long war against Iran  » [Israele aspetta una guerra lunga settimane contro l’Iran], Financial Times, 8 marzo 2026.

2. L’ex-primo ministro israeliano Naftali Bennett afferma che “la Turchia è il nuovo Iran”, AllSides News, 4 marzo 2026.

3. Ibid.

4. Nome ebraico della comunità dei coloni ebrei in Palestina.

5. TheMarker e Jonathan Lis, ‘We are Super-Sparta ’: Netanyahu says Israel faces isolation, must shift to self-reliance  »[Siamo una Super-Sparta: Netanyahu afferma che Israele deve affrontare l’isolamento e deve passare all’autosufficienza], Haaretz, 15 settembre 2025.

Sylvain Cypel

E’ stato membro della redazione centrale di Le Monde e in precedenza direttore della redazione del Courrier international. E’ autore di “Les emmurés. La société israélienne dans l’impasse” [I murati vivi. La società israeliana a un punto morto] (La Découverte, 2006) e di “L’État d’Israël contre les Juifs” [Lo Stato di Israele contro gli ebrei] (La Découverte, 2020).

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)




L’espansione territoriale di Israele dopo ottobre 2023

Armin Messager 

5 marzo 2026 – Orient XXI

Se il 7 ottobre 2023 costituisce un importante punto di svolta nella ricomposizione dei rapporti di forza in Medio Oriente, è anche stato il pretesto per ridisegnare le linee di demarcazione. Israele ha così colto questa opportunità per consolidare ed estendere il suo dominio territoriale a Gaza, in Cisgiordania, ma anche nel sud del Libano e in Siria, determinando delle situazioni de facto durature sul terreno. Una costante nella storia coloniale dello Stato.

Quali sono le frontiere di Israele? Non hanno smesso di evolversi – e di essere ricacciate indietro – dal 1949, con ognuna delle guerre condotte contro i suoi vicini. Troppo spesso presentate come operazioni di “difesa”, le offensive che Tel Aviv conduce sui fronti limitrofi dopo il 7 ottobre 2023 si inscrivono in questa lunga storia. Facciamo notare che questa evoluzione territoriale è ampiamente ammessa pubblicamente attraverso le cartografie militari, gli editoriali sulla strategia e le dichiarazioni dei responsabili.

Gaza divisa in due blocchi

Per la striscia occupata da Israele dal 1967 il cessate il fuoco stabilito nell’ottobre 2025 non ha comportato un ritorno alla situazione geografica precedente il 7 ottobre. Lungi dal cristallizzare le posizioni, ha confermato una trasformazione già in atto. Dopo gli sfollamenti forzati delle popolazioni da est verso ovest dopo ottobre 2023 e le progressive incursioni militari, si è imposto un nuovo controllo territoriale.

Questa riorganizzazione è stata poi formalizzata con la creazione di “zone di sicurezza”, spazi posti sotto diretto controllo militare e in parte svuotate dalla loro popolazione. Quanto alle “linee di demarcazione”, spesso materializzate dalla “linea gialla” sulle carte, esse restano fluide e mobili, rispecchiando un rapporto di forza ancora instabile piuttosto che una frontiera stabilizzata.

L’enclave è divisa in due blocchi: circa il 53% del territorio è posto sotto il controllo militare israeliano, contro il 47% spettante alla popolazione di Gaza. Questa separazione è stata concretizzata da dicembre 2025 da una “linea gialla”: il posizionamento di blocchi di cemento colorati di giallo e barriere di terra che costituiscono di fatto una frontiera interna. Queste zone sono state dichiarate zone di tiro o vietate, rendendo altamente improbabile il ritorno di civili e accentuando una compressione demografica senza precedenti nell’enclave occidentale. Inoltre la maggioranza dei terreni agricoli e più della metà dei pozzi d’acqua si trovano sotto il controllo israeliano.

Immagini satellitari rivelano un progressivo spostamento di questi blocchi, un centinaio di metri dopo l’altro, senza una dichiarazione ufficiale. Al tempo stesso il capo di stato maggiore dell’esercito israeliano, Eyal Zamir, ha evocato la creazione di una “nuova linea di frontiera”, lasciando intravedere la possibilità di una stabilizzazione duratura di questa divisione. La “linea gialla” segna una svolta nella misura in cui la zona cuscinetto non è più periferica, ma interna e mobile e ridisegna lo spazio nel cuore stesso dell’enclave.

In Cisgiordania un livello record di espansione coloniale

In seguito agli Accordi di Oslo (settembre 1993) la Cisgiordania è stata divisa in tre zone: la zona A (18%) sotto controllo palestinese ma sottoposta a regolari incursioni israeliane; la zona B (22%) sotto controllo civile palestinese e con la sicurezza congiunta con gli israeliani; la zona C (60%) sotto totale controllo israeliano, che include la maggioranza delle colonie e delle risorse, in particolare i terreni agricoli. Ma le restrizioni imposte dal governo israeliano limitano pesantemente l’edificazione, l’accesso all’acqua e alle infrastrutture.

Dopo il 7 ottobre 2023 diversi poteri amministrativi sono stati trasferiti dall’esercito ad un’autorità civile diretta dal Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich. Questo spostamento da un regime militare ad un’amministrazione civile incorporata nello Stato israeliano costituisce una tappa decisiva verso l’annessione e ne prepara la definizione dal punto di vista giuridico. Parallelamente il massiccio armamento dei coloni, con 120.000 armi distribuite dal 2023, incoraggiato dal Ministro dell’Interno Itamar Ben Gvir e presentato come “difesa civile”, permette loro di effettuare direttamente espulsioni, aggressioni e incendi di terreni palestinesi. Queste azioni mirano a scacciare i contadini dalle zone rurali per concentrare la popolazione nelle città e frammentare ulteriormente lo spazio palestinese.

Nel 2025 l’espansione coloniale ha quindi raggiunto livelli record: annuncio di 22 nuove colonie, legalizzazione di avamposti e ripresa del progetto E1 che prevede la costruzione di 3.000 abitazioni israeliane tra Gerusalemme est e la colonia di Maale Adumim, con il rischio di tagliare in due la Cisgiordania. Soprattutto, il 15 febbraio 2026 il riassetto del catasto fondiario che consente di dichiarare “terre dello Stato” delle proprietà palestinesi i cui proprietari sono stati costretti ad andarsene.

Questa procedura facilita e sistematizza il loro acquisto da parte di israeliani e amplia le possibilità di intervento e amministrazione israeliane. Oggi si contano 737.000 coloni israeliani in tutti i territori della Cisgiordania e a Gerusalemme est, contro i 622.000 nel 2017. Queste politiche si inscrivono in una linea di condotta assunta dai ministri di estrema destra Smotrich e Ben Gvir, favorevoli all’annessione.

Dopo il 7 ottobre 2023 l’espansione coloniale in Cisgiordania si è intensificata in modo spettacolare. Secondo l’ONG israeliana ‘Pace adesso’ [nota come Peace Now, ndt.] nel 2024 e all’inizio del 2025 più di 2.400 ettari sono stati dichiarati “terra di Stato”, cioè lo 0,68% della zona C. I coloni hanno aperto 116 km. di nuove strade non autorizzate, frammentando ulteriormente il territorio e limitandone l’accesso ai palestinesi. Per di più sono stati creati 86 nuovi avamposti, tra cui 60 aziende agricole.

L’impatto umano è enorme: secondo l’Ufficio di Coordinamento degli Affari Umanitari dell’ONU (OCHA), dalla fine del 2023 in Cisgiordania sono stati uccisi 1.222 palestinesi e 39.843 persone sono state sfollate, almeno temporaneamente. L’anno 2025 ha segnato anche un record negli attacchi e danneggiamenti alle proprietà palestinesi con 1.828 incidenti, mentre la giustizia israeliana desiste dalla maggior parte delle incriminazioni, lasciando che i coloni agiscano nella quasi totale impunità.

Nel sud del Libano la “zona cuscinetto” è una “zona morta”

La massiccia offensiva aerea israeliana è iniziata il 23 settembre 2024, seguita una settimana dopo dal dispiegamento delle truppe di terra. Ha comportato un’enorme distruzione in una fascia di circa 5 km. a nord della “linea blu”, confine tracciato dall’ONU nel 2000, all’indomani del ritiro israeliano dal sud del Libano occupato dal 1978. Poi i bombardamenti aerei quasi quotidiani, i tiri d’artiglieria, l’uso di armi incendiarie e ora anche di glifosato [erbicida molto inquinante e potenzialmente cancerogeno, ndt.] hanno reso inabitabili vaste aree.

Ufficialmente Israele ha dichiarato di non intendere creare una “zona cuscinetto”, ma respingere l’unità Radwan di Hezbollah. Nei fatti tuttavia ha creato un corridoio svuotato dalla sua popolazione civile – più di 95.000 libanesi erano già stati sfollati dal giugno 2024 -, le infrastrutture – strade, reti d’acqua e di elettricità, terreni agricoli – sono state distrutte o pesantemente danneggiate e intere aree di villaggi sono state rase al suolo durante la guerra. Il rischio di morte, le distruzioni, l’impossibilità di vivere in assenza di infrastrutture, il degrado ecologico hanno trasformato il tessuto sociale e demografico locale, da cui l’appellativo di “zone morte”. Se alcuni abitanti sono progressivamente ritornati a novembre 2025, questo non riguarda tutti i villaggi.

Nonostante a gennaio 2026 l’esercito libanese abbia dichiarato di aver completato il disarmo di Hezbollah tra il fiume Litani e la “linea blu”, come convenuto in base al cessate il fuoco, i bombardamenti si susseguono, in violazione dell’accordo. Israele ha piazzato cinque basi israeliane al di là di questa linea – Labunneh, Jabal Blat, Shaked, Houla e Hamamis – ed eretto un muro di monoblocchi di cemento alti nove metri, incorporando nuovi terreni di contadini del sud (4.000 m2 nel 2025).

Dei coloni [israeliani] premono per avviare la costruzione di colonie: uno scenario simile alle annessioni della zona cuscinetto nel Golan. Il 2 marzo 2026 Israele ha ordinato l’evacuazione di 30 villaggi del sud del Libano provocando, ancora una volta, uno sfollamento forzato della popolazione. Poi il 4 marzo ha ordinato lo sfollamento di tutta la popolazione libanese presente a sud del fiume Litani verso nord, conformemente alle proiezioni coloniali espansioniste dell’apparato statale israeliano dopo il 1978.

In Siria, tra desiderio di espansione e strategia militare

Dalla guerra del giugno 1967 Israele occupa le Alture del Golan, sottratte alla Siria al termine dei combattimenti. Poco a poco si è sviluppata una politica di colonizzazione, mentre la “Legge sul Golan” del 1981 ha formalizzato l’annessione della regione, in modo illegale ai sensi del diritto internazionale. Nel 2019 il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha riconosciuto la sovranità israeliana sul Golan. In seguito la colonizzazione si è estesa, con circa 32 insediamenti.

Dopo la caduta del regime di Bashar al-Assad, l’8 dicembre 2024, Israele ha approfittato del caos per lanciare una vasta operazione terrestre in Siria. Ha preso il controllo della zona demilitarizzata instaurata nel 1974 dopo la guerra di ottobre 1973, ostacolando la missione della forza [di interposizione] delle Nazioni Unite (FNUOD) incaricata di controllare il disimpegno. Il suo esercito è avanzato nelle regioni di Deraa e Kuneitra, occupando ulteriori circa 350 km2, dal monte Hermon alla conca di Yarmuk. Parallelamente diverse centinaia di attacchi aerei hanno puntato alle infrastrutture militari siriane. Al tempo stesso il governo israeliano ha approvato un piano inteso a raddoppiare la popolazione dei coloni ebrei nella parte siriana del Golan.

Ormai si contano nove posizioni militari israeliane stabilite nei territori occupati, in particolare intorno a Kuneitra. All’inizio della transizione siriana Israele ha prima giustificato questi movimenti con la necessità di prevenire una minaccia “terroristica” e la creazione di una “zona di difesa sterile”. Per Damasco si è trattato di una violazione del cessate il fuoco del 1974. Israele ha sostenuto allora che l’accordo era decaduto con la scomparsa del suo firmatario de facto [cioè il deposto presidente Assad, ndt.], invocando l’autodifesa.

Se la posizione israeliana si inscrive nella logica storica di espansione e di proiezione strategica, le analisi e i discorsi dei responsabili israeliani trasmettono anche una persistente inquietudine di fronte alla nascita alle loro frontiere di uno Stato siriano centralizzato e allineato con Ankara. La creazione di una zona cuscinetto presenta allora una doppia finalità: contenere le ricomposizioni regionali e ostacolare un asse Damasco-Ankara, ponendo i cardini di un dispositivo di controllo e di dissuasione, ridisegnando l’equilibrio ai confini, suscettibile di influenzare ogni futuro accordo politico a beneficio di Israele.

Peraltro i segnali di apertura indirizzati ai drusi siriani che popolano il Golan non indicano solo una politica di vicinato pragmatico. Si inseriscono nella tradizione della “politica delle periferie”, consistente nello sfruttare le linee di frattura interne delle società vicine cercando appoggi tra alcune minoranze. In questo caso, sfruttando i massacri dei drusi del luglio 2025.

Il Golan costituisce uno spazio strategico fondamentale per Israele: sovrasta il sud della Siria, garantisce il controllo delle risorse idriche del lago di Tiberiade e delle sorgenti del Giordano situate sul fianco occidentale del Monte Hermon e offre avvicinamento territoriale a Damasco. Grazie all’altitudine Israele può sorvegliare e controllare il terreno a distanza, identificare ogni minaccia e intervenire, ciò che gli consente un margine di manovra più rilevante rispetto a quello di Damasco. Questa topografia vale a queste alture l’appellativo di “occhi di Israele”, che consentono la sorveglianza e l’installazione di basi militari.

Parallelamente prosegue l’integrazione civile dei territori: infrastrutture, progetti energetici e impianti rafforzati trasformano queste zone in elementi funzionali dello Stato. Al tempo stesso le popolazioni originarie dei nuovi territori intorno a Kuneitra sono spinte ad abbandonare le loro terre. L’estensione del controllo israeliano, che prenda la forma di occupazione militare, di colonizzazione o di annessione, poggia sia su logiche materiali – risorse, alture strategiche, assi militari – sia su una dimensione simbolica e religiosa. Molti luoghi contesi sono investiti di una carica biblica integrata nell’immaginario di Eretz Israel (la terra di Israele) e per certe correnti ad una linea temporale messianica.

L’annessione procede sempre per tappe: sfollamento delle popolazioni native, smilitarizzazione, creazione di zone cuscinetto, dominio militare, stabilimento di colonie e poi formalizzazione giuridica. Si assiste all’articolazione di fatti compiuti militari, di ingegneria demografica e di normalizzazione giuridica, un bacino di risorse e un progetto ideologico. Questa dinamica si accompagna a sfollamenti ed esili ripetuti: sradicamento dalla terra, dalla memoria, dai legami sociali, cose che mantengono i cicli di violenza ed installano durevolmente un ordine strutturalmente ineguale fondato sulla costrizione, la sottomissione e l’umiliazione delle popolazioni vicine, sotto gli occhi nel migliore dei casi passivi, complici nel peggiore, dei Paesi occidentali.

Armin Messager

Dottorando in scienze politiche a Science Po di Parigi.

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)




“Esigere le dimissioni di Francesca Albanese significa sanzionare il pensiero critico e i suoi diritti”

Sophie Bessis, Dominique Eddé 

18 febbraio 2026 – Orient XXI

L’11 febbraio 2026 Jean- Noel Barrot ha chiesto le dimissioni della relatrice speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani nei territori palestinesi occupati a causa di frasi che non ha mai pronunciato. Il ministro ha a sua volta ripreso un’accusa formulata dalla deputata di area Macron Caroline Yadan sulla base di un video incompleto.

La storica Sophie Bessis e la saggista Dominique Eddé denunciano una politica estera francese senza bussola, che sceglie di attaccare Francesca Albanese mentre tace sulla guerra genocidaria condotta contro Gaza e sulle violazioni quotidiane del cessate il fuoco in Libano.

Da Kabul, dove alle ragazze è proibito andare a scuola e le donne sono coperte da una prigione ambulante, fino all’isola di Epstein, paradiso dei pedo-criminali, dove personaggi celebri in tutti i campi hanno abusato e umiliato, un decennio dopo l’altro, ragazzine e donne importate dai quattro angoli del mondo, non vi è più un centimetro del pianeta che non sia ricoperto dal fango. La “rivoluzione” iraniana che nel 1979 rivendicava tra l’altro di combattere contro l’arroganza occidentale, promettendo al suo popolo di ripristinare i suoi diritti, ha superato ogni record nella repressione della sua popolazione e nella negazione di quegli stessi diritti.

Dovunque l’immagine della tenaglia è al suo culmine. Il nemico interno e quello esterno ne impugnano ciascuno una leva, confiscano miliardi di destini col pretesto di decidere per loro. Incancreniti entrambi dal potere della menzogna e della voracità, l’Occidente e l’Oriente ormai dialogano soltanto attraverso la logica oscena del più forte, del più ricco, di chi offre di più. Mentre in Sudan gli Emirati Arabi Uniti proseguono i loro aiuti di varia natura ad un’impresa genocidaria, l’esercito israeliano porta a termine la propria in Palestina, spezzando le ultime sacche di vita a Gaza e annettendo la Cisgiordania. Che cosa propongono, che cosa fanno nel frattempo i governanti dei Paesi che si vantano ancora di essere democratici di fronte a questo tsunami? Che cosa fa la Francia?

Una diplomazia senza colonna vertebrale

Trattandosi di Israele e Palestina, la sua politica estera è diventata indecifrabile. Non ha più colonna vertebrale. Dopo aver sostenuto l’estensione ai palestinesi di ‘Pause’, il programma di accoglienza d’emergenza di scienziati e artisti in esilio creato nel 2017 su iniziativa del Collège de France, nell’estate 2025 decide improvvisamente di bloccarlo, col pretesto del tweet antisemita di una gazawi che non compariva neanche fra i candidati. Dopo aver riconosciuto alcuni mesi fa lo Stato palestinese, la Francia oggi reclama, per voce del suo Ministro degli Esteri, Jean-Noel Barrot, le dimissioni nientemeno che della relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati, Francesca Albanese.

Perché? Perché Caroline Yadan [del partito di Macron], deputata eletta dai francesi all’estero [nella circoscrizione sud est, che include Israele, ndt.] e partigiana appassionata dell’estrema destra israeliana, non sopporta che i palestinesi, difesi così male dai propri rappresentanti politici, lo siano così bene da una voce straniera e libera. È abbastanza logico, si può capirla. Ma perché è bastato che Caroline Yadan snaturasse le frasi di Francesca Albanese, secondo il metodo spudorato di un Donald Trump o di un Benjamin Netanyahu, perché Jean-Noel Barrot ne seguisse l’esempio?

È la stessa persona che ha definito il riconoscimento dello Stato di Palestina da parte del presidente Macron un “errore politico, morale e storico”. La stessa che ha presentato all’Assemblea Nazionale una proposta di legge che, con il pretesto di lottare contro l’antisemitismo, intende avallare la legge israeliana del 2018 che definisce Israele “Stato-nazione del popolo ebraico” e solo di esso. Se questa legge venisse approvata chiunque contesti questo fatto, noi tra questi, potrebbe essere denunciato.

Centoventi personalità francesi hanno sottoscritto questa proposta di legge. Tra esse l’ex capo di Stato François Hollande, dal quale aspettiamo di sapere se anch’egli auspichi le dimissioni di Francesca Albanese. I tentativi di chiarimento avanzati dal Quai d’Orsay (Ministero Affari Esteri, ndt.) non hanno cambiato nulla nella sostanza. La Francia per voce del suo ministro insiste a reclamare la testa di Francesca Albanese.

Si può anche non essere d’accordo con alcune dichiarazioni espresse da quest’ultima, ma con quale diritto le si travisa? Ha riconosciuto di aver mancato di tempestività non ritirandosi da una riunione alla quale era presente, senza che lei ne fosse stata informata, uno dei dirigenti di Hamas, Khaled Meshal. Che cosa è questo errore, per di più riconosciuto, di fronte all’incredibile acquiescenza di una maggioranza di Stati europei nei confronti del governo israeliano?

Ricordiamo tra l’altro che la Francia, co-garante del cessate il fuoco in Libano, non dice una parola contro le violazioni quasi quotidiane di cui esso è oggetto. Mentre assistiamo, in una pressocché generale indifferenza, all’attuazione della fase finale di un piano di eliminazione dei palestinesi dalla loro terra, la Francia non trova niente di meglio da fare che attaccare una donna che ha alzato la voce contro questa infamia? Niente di meglio che attirare Germania e Austria nella sua scia?

Contro il silenzio e l’impunità

Molte voci ridotte al silenzio, spaventate dall’impunità di cui gode la politica israeliana, si sono sentite ascoltate e comprese da Francesca Albanese e dal Segretario Generale dell’ONU Antonio Guterres. Bisogna che gli ultimi sussulti di coraggio dell’ONU siano proibiti mentre Netanyahu e Trump tolgono di mezzo l’Ufficio di soccorso e lavoro delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi nel Medio Oriente (UNRWA) e il secondo ambisce a mettere fine all’esistenza stessa delle Nazioni Unite?

Sono queste voci, come anche le tantissime voci dissidenti tra gli ebrei di tutto il mondo, che consentono alla ragione di tener ancora testa alla follia generale. Per fortuna non si contano coloro che remano contro l’attuale regno dell’inconcepibile, contro un degrado planetario della salute mentale. Dobbiamo aiutarli o esortarli a scomparire?

Esigere le dimissioni di Francesca Albanese significa voler sanzionare il pensiero critico e i suoi diritti. Significa inoltre calpestare l’eredità inestimabile del pensiero ebraico moderno. Poiché chi, da Franz Kafka a Hannah Arendt, Erich Auerbach, Walter Benjamin, Canetti, Freud o Einstein, avrebbe avallato una simile pretesa? Condividerla significa privare i senza voce delle poche risorse che gli restano. Significa favorire l’odio col pretesto di combatterlo. Significa consegnare il treno del futuro a binari che vanno contro un muro. Ci aspettiamo di meglio dalla diplomazia francese.

Sophie Bessis 

Storica e giornalista franco- tunisina. Ultimi scritti pubblicati: La civilisation judeo-chretienne : Anatomie d’une imposture [La civiltà giudaico-cristiana: anatomia di un’impostura. Ed. italiana (con Duccio Sacchi): La civiltà giudaico-cristiana è un’impostura?, Einaudi, Torino, 2026], ed. Les liens qui libèrent, 2025; Je vous écris d’une autre rive : lettre à Hannah Arendt [Vi scrivo da un’altra sponda: lettera a Hannah Arendt], ed. Elyzad 2021; Histoire de la Tunisie de Carthage à nos jours [Storia della Tunisia da Cartagine ai giorni nostri], ed. Tallandier 2029.

Dominique Eddé

Scrittrice e saggista. Ultimo lavoro pubblicato: La mort est en train de changer [La morte sta cambiando], ed. Les liens qui libèrent 2025.

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)




Antisionismo, antisemitismo: le falsità di Eva Illouz

Gilbert Achcar

29 dicembre 2025 – Orient XXI

Nel suo editoriale pubblicato da Le Monde il 18 dicembre 2025 la sociologa [Eva Illouz] pretende di dimostrare che l’antisionismo, presentato come il volto dell’antisemitismo contemporaneo, condivide le due basi fondamentali della “cultura dell’antisemitismo”: la “negazione” e “l’inversione accusatoria”. Tuttavia, come dimostra il ricercatore e scrittore Gilbert Achcar, nella sua argomentazione l’autrice riproduce lei stessa questi meccanismi.

L’editoriale di Eva Illouz comincia con un commento sulla nascita dell’antisemitismo nel corso dell’ultimo quarto del XIX° secolo, quando il tradizionale odio cristiano verso gli ebrei venne trasformato in “teoria quasi sociologica” per adeguarlo allo spirito del tempo. Questo preambolo serve da preludio all’argomento centrale dell’articolo, secondo il quale l’antisionismo a sua volta non è che un’incarnazione dell’antisemitismo più rispondente allo spirito della nostra epoca.

Come “esempio probatorio” della “negazione” del crimine commesso contro un gruppo e dell’“inversione accusatoria” che trasforma le vittime, membri di un gruppo, in colpevoli del crimine che esse subiscono, Eva Illouz cita la dichiarazione redatta sotto l’impatto del 7 ottobre 2023 dal Comitato di Solidarietà con la Palestina dei laureandi di Harvard e co-firmata da molte organizzazioni studentesche. Questa dichiarazione, afferma Eva Illouz, “considera il regime israeliano ‘interamente responsabile’ della violenza perpetrata durante l’attacco di Hamas, cancellando totalmente le responsabilità dell’organizzazione terroristica nella situazione di paralisi politica nella quale si trovano i palestinesi.

L’autrice non cita che un brano della dichiarazione studentesca. Ma questa afferma: “Noi, le associazioni studentesche firmatarie, riteniamo il regime israeliano totalmente responsabile di ogni violenza in corso.” In altri termini, nella frase incriminata non è “della violenza perpetrata durante l’attacco di Hamas” che la potenza israeliana è considerata “interamente responsabile”, ma della spaventosa guerra genocida e devastante che quel potere ha scatenato contro Gaza subito dopo l’attacco omicida del 7 ottobre.

La dichiarazione studentesca prosegue:

Gli avvenimenti di oggi non sono sopravvenuti fuori contesto. Per 20 anni milioni di palestinesi di Gaza sono stati obbligati a vivere in una prigione a cielo aperto. I responsabili israeliani promettono di ‘aprire le porte dell’inferno’ e i massacri a Gaza sono già iniziati. I palestinesi di Gaza non hanno nessun luogo in cui rifugiarsi o scappare. Nei prossimi giorni dovranno inevitabilmente subire l’impatto della violenza israeliana. Il regime di apartheid è l’unico responsabile. La violenza israeliana ha strutturato tutti gli aspetti dell’esistenza palestinese durante 75 anni.

Segue una sintesi di quello che il popolo palestinese ha subito, che si conclude con un invito ad opporsi allo “sterminio dei palestinesi in corso”. È un breve appello a un’azione urgente di assistenza a un popolo in pericolo. Sostenere che questo stesso appello avrebbe dovuto sottolineare “la responsabilità” di Hamas “nella situazione di paralisi politica nella quale si trovano i palestinesi” vuol dire confondere le cose e ignorare l’urgenza di fronte a un genocidio annunciato.

Per fare bella figura Eva Illouz menziona una volta nel suo editoriale “i veri palestinesi, quelli che soffrono amaramente gli abusi [sic] da parte del governo israeliano e che hanno bisogno dell’aiuto del mondo intero”, ma è unicamente per deplorare che “la causa palestinese (sia) giunta a incarnare e a sintetizzare tutte le lotte femministe, trans, climatiche, omosessuali, nere.” L’autrice prosegue mettendo in modo assolutamente improprio sullo stesso piano uno slogan antisemita molto volgare (“Fuck the Jews” [Fanculo gli ebrei]) e gli slogan che chiedono di “globalizzare l’Intifada” o una “Palestina libera dal fiume al mare”. Seguono tre ragioni che spiegano perché l’antisionismo costituisce, secondo lei, “una nuova forma di antisemitismo”.

Lo Stato d’Israele contro gli ebrei

La prima ragione, la più importante, è che “l’antisionismo rimette in discussione la stessa legittimità del nazionalismo e del focolare nazionale ebraico. Non esiste nessun altro caso in cui un popolo si veda negato il diritto di continuare a vivere nel suo Stato con una tale insistenza ossessiva da parte di un’ideologia politica.” L’idea secondo la quale lo Stato di Israele sarebbe il “focolare nazionale ebraico” è al cuore della dichiarazione Balfour con la quale il governo britannico aveva dato il via libera alla colonizzazione sionista della Palestina nel 1917. Questa idea all’epoca era stata denunciata da Edwin Samuel Montagu, unico membro ebraico del governo al quale apparteneva Arthur Balfour e il solo ad essersi opposto alla sua dichiarazione in termini premonitori: “Per me è importante che sia resa nota la mia opinione che la politica del governo di Sua Maestà è antisemita per il risultato che ne consegue e si dimostrerà essere un punto di riferimento degli antisemiti in tutto il mondo.”

Montagu riteneva “inconcepibile che il governo britannico riconosca ufficialmente il sionismo e che il signor Balfour sia autorizzato a dire che la Palestina debba essere trasformata in ‘focolare nazionale del popolo ebraico’. Ignoro ciò che questo implichi, ma suppongo che ciò significa che i maomettani e i cristiani dovranno far posto agli ebrei e che questi ultimi saranno favoriti e associati in modo esclusivo con la Palestina come l’Inghilterra lo è con gli inglesi o la Francia con i francesi, che i turchi e altri maomettani in Palestina saranno considerati stranieri, così come gli ebrei lo saranno ormai in tutti i Paesi meno che in Palestina.”

L’effetto dell’antisemitismo,” spiega Eva Illouz, “è privare gli ebrei del focolare, negando loro la cittadinanza o espellendoli. Quello era lo scopo del tradizionale antisemitismo europeo.” È vero, ed è precisamente quello che Montagu deplorava: invitando il movimento sionista a creare un “focolare nazionale del popolo ebraico” in Palestina la dichiarazione Balfour privava gli ebrei dei loro focolari ebraici legittimi nei vari Paesi ai quali appartenevano per assegnare loro un focolare unico in Palestina.

Montagu si trovava nella posizione giusta per capire quello che il padre fondatore del sionismo statale, Theodor Herzl, intendeva scrivendo nel suo diario il 12 giugno 1895: “Gli antisemiti diventeranno i nostri più affidabili amici.” Questa profezia si trova oggi realizzata nel modo più clamoroso nell’alacre adesione alla causa dello Stato sionista da parte dei depositari dell’antisemitismo tradizionale europeo, così come Eva Illouz finge di ignorare che l’antisemitismo non consiste nel contestare al popolo ebraico-israeliano “il diritto di continuare a vivere nel suo Stato,” ma piuttosto il suo diritto a vivere in uno Stato etnocratico fondato su un territorio conquistato nel 1948 da coloni europei a detrimento della popolazione nativa che vi viveva da secoli.

La grandissima maggioranza di questa popolazione fu allora vittima di una “epurazione etnica”; un’altra parte dopo il 1967 si è trovata ridotta allo status di popolazione sotto un regime d’occupazione, dovendo affrontare una colonizzazione graduale e brutale del suo territorio. Quello che gli antisionisti rifiutano è il diritto degli ebrei israeliani a considerare la terra della Palestina come loro “focolare nazionale” esclusivo, diritto ora consacrato dalla legge “Israele Stato Nazione del popolo ebraico” adottata nel 2018 dal parlamento israeliano. Contrario a questo esclusivismo etno-nazionalista è il principio della coesistenza egualitaria dei popoli israeliano e palestinese in una Palestina “libera dal fiume al mare” che sostengono gli antisionisti, molti dei quali, come è ben noto, sono di origine ebraica.

Analogie grossolane

La seconda ragione che secondo Eva Illouz fa dell’antisionismo “una nuova forma di antisemitismo” sarebbe che l’antisionismo “ripropone tutti i pregiudizi, i luoghi comuni e le fantasie dell’antisemitismo.” Così “invece di uccidere i bambini per utilizzare il loro sangue per farne del pane azzimo, un’altra diceria ossessiva vorrebbe che Israele prelevi gli organi dei palestinesi morti.” Con analogie così grossolane sarebbe sufficiente citare le numerose parole sioniste estremiste antipalestinesi, molto meno marginali perché pronunciate da responsabili di alto livello dello Stato israeliano per sostenere che il sionismo, in tutte le sue tendenze, è uguale al nazismo nel suo intento genocida. Ci sono affermazioni esagerate, e persino oltraggiose, in ognuno dei campi politici: ridurre l’insieme del campo a tali affermazioni è un metodo polemico deprecabile.

Quanto alla terza ragione, essa sarebbe che “l’antisionismo contiene un programma di negazione dell’antisemitismo, in quanto la sua denuncia è sospetta di strumentalizzazione. Ciò a sua volta rende meno scandaloso e più legittimo uccidere ebrei.” Per sostenere il suo argomento Eva Illouz spinge la distorsione fino all’estremo: “Slogan come ‘Globalize the Intifada’ (Globalizzare l’Intifada) sono in realtà appelli all’uccisione indiscriminata di civili ebrei ovunque nel mondo, perché la Seconda Intifada [2000-2005] fu una serie di attentati terroristi contro più di 1.000 civili israeliani per 5 anni.

L’autrice decide così, arbitrariamente e perentoriamente, che il termine Intifada (‘rivolta’ in arabo) rinvia alla “Seconda Intifada” piuttosto che alla prima, la rivolta di massa non violenta che raggiunse il suo apice nel 1988 e fece entrare il termine Intifada nel vocabolario internazionale. Inoltre riduce a “una serie di attentati terroristici” la “Seconda Intifada”, ribellione che fu il risultato dell’esasperazione della popolazione palestinese nei territori occupati del 1967 di fronte all’accelerazione della colonizzazione che fece seguito agli accordi di Oslo del 1993. Eva Illouz omette infine di dire che durante la “Seconda Intifada” ci furono da 3 a 4 volte più vittime palestinesi che israeliane e sembra ignorare che circa un terzo dei “più di 1.000 civili israeliani” che menziona erano in realtà militari.

Sarebbe noioso continuare a smascherare le falsità incluse nell’articolo di Eva Illouz. Arriviamo quindi alla conclusione:

“È tutta la terra che ormai ci è divenuta inospitale. Per la prima volta gli ebrei non hanno più il sogno di un altrove accogliente, trasformando in realtà l’antica maledizione antisemita dell’ebreo errante.

Il pathos eccessivo di questa conclusione è una constatazione del tragico fallimento del sionismo. Lungi dal risolvere la “questione ebraica” e di assicurare agli ebrei un rifugio in cui possano vivere sicuri, il sionismo ha creato uno Stato in cui l’insicurezza degli ebrei è più grande che nel resto del mondo. Attraverso la sua violenza omicida e distruttrice, portata al suo apice sotto il governo dell’estrema destra, ha anche attizzato un antisemitismo che si sperava fosse in via di estinzione in Occidente.

Gilbert Achcar

Accademico franco-libanese, docente emerito all’École des études orientales et africaines [scuola di studi orientali e africani] (SOAS) dell’università di Londra e autore di Gaza, génocide annoncé. Un tournant dans l’histoire mondiale [Gaza, un genocidio annunciato. Un punto di svolta nella storia mondiale] (La Dispute, 2025).

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)




Una guerra israeliana infinita. Amira Hass. Perché la Cisgiordania non si è ribellata

Philippe Agret

13 ottobre 2025 – Orient XXI

Amira Hass è una giornalista israeliana del quotidiano di sinistra Haaretz che vive da venti anni a Ramallah, in Cisgiordania. Spiega perché non è scoppiata nessuna intifada in questo territorio occupato, e ampiamente ignorato, dopo il 7 ottobre 2023. Diversamente da ciò che avevano immaginato i capi di Hamas a Gaza. Intervista

 Philippe Agret. Lei vive a Ramallah, in Cisgiordania. Perché secondo lei non c’è stata un’intifada in Cisgiordania dopo il 7 ottobre, anche se ci sono stati violenti combattimenti armati nel nord?

Amira Hass. È una domanda cruciale, forse LA domanda da porsi, non solo perché Yahya Sinwar e Mohammed Deif immaginavano una rivolta palestinese più ampia e una guerra regionale contro Israele dopo il loro grande attacco militare. Questa domanda è giusta, perché la situazione creata da Israele a Gaza e in Cisgiordania prima del 7 ottobre era intollerabile.

Anzitutto non definirei intifada la presenza di alcune decine di giovani armati nei campi di rifugiati del nord, pronti ad essere uccisi sul campo.

Se ci si riferisce alla prima intifada (1987-1993), essa vedeva un sollevamento popolare con la partecipazione di tutti gli strati della popolazione e di conseguenza un movimento di cui la lotta armata non era il motore principale, o non lo era affatto. Un movimento che presupponeva uno spirito di solidarietà interna, un coordinamento e un obbiettivo chiaro. La resistenza armata è sempre appannaggio di un piccolo numero di persone ed è un fenomeno essenzialmente maschile, almeno nel contesto palestinese. Del resto l’obbiettivo di questi gruppi non è mai stato molto chiaro.

Se poi non si sono visti gruppi di giovani armati sparare su una postazione militare, un veicolo blindato o un colono, questo dipende anzitutto dallo stato delle forze delle due organizzazioni che hanno finanziato e incoraggiato i giovani ad armarsi: Hamas e la Jihad islamica. Erano attivi nel nord, ma meno nel resto della Cisgiordania.

Inoltre, nonostante il prestigio che circondava questi gruppi e i sentimenti di solidarietà nei confronti di ogni martire, tendo a credere che la maggior parte degli abitanti della Cisgiordania dubitasse dell’efficacia delle loro azioni.

P.A. Perché?

A.H.  C’è un tabù nella società palestinese: criticare le operazioni armate e i martiri. Perciò il malumore e la collera nei confronti dei gruppi armati nelle città e nei campi profughi – in cui Israele ha distrutto edifici e infrastrutture e sfollato circa 40.000 abitanti – non vengono né evocati né espressi pubblicamente.

Ma suppongo che queste critiche circolino sotto traccia e siano note. Nel campo profughi di Balata, a Nablus, i servizi di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese, coordinate con membri di Fatah (a volte sono le stesse persone), sono riusciti a convincere gli uomini armati a lasciare il campo, se provenivano da fuori, o a deporre le armi. La popolazione ha accettato la logica di tale posizione.

P.A. Perché non si è visto un sollevamento popolare e non violento come alternativa alla lotta armata?

A.H. La realtà degli accordi di Oslo ha scollegato l’occupato dall’occupante frapponendo un’entità intermedia tra i due: l’Autorità Nazionale Palestinese. Per lanciare un progetto di disubbidienza civile di massa bisogna anzitutto chiedere la rottura dei legami burocratici e di sicurezza tra l’entità intermedia e l’occupante. In altri termini, esigere dall’Autorità Nazionale Palestinese che cambi modo di agire. Innumerevoli richieste e molte risoluzioni del consiglio centrale dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) che chiedevano la fine della cooperazione sulla sicurezza con Israele non sono mai state ascoltate o attuate da Abu Mazen (Mahmoud Abbas) e dal suo seguito.

La dimensione burocratica della cooperazione palestinese con Israele è ancor più difficile da contestare o da bloccare poiché riguarda i bisogni fondamentali dei cittadini: ottenere una carta di identità, registrare le nascite, andare all’estero, aprire un’impresa e un conto bancario, importare ed esportare, ecc. Una simile rottura richiede una pianificazione minuziosa, una decisione comune e la volontà dell’insieme della popolazione di prepararsi ad affrontare quotidianamente enormi sacrifici. Qualche anno fa Qadura Farès, quadro di Fatah e vecchio prigioniero – apprezzato e venerato dalla base, ma spesso in disgrazia presso la dirigenza – aveva ideato un ambizioso piano di disubbidienza civile di massa, ma evidentemente non è mai riuscito a convincere della sua fattibilità.

Durante i 30 anni di esistenza delle zone A e B i palestinesi hanno goduto di un certo “respiro” di fronte all’occupazione: certamente in zone limitate e per brevi periodi. La definisco “logica dei bantustan”. Ha abituato le persone ad un benessere e una normalità limitati, che non erano disposte ad abbandonare.

Infine, le enclave palestinesi concepite da Oslo e da Israele, sempre più disperse e ridotte, hanno frammentato la vita quotidiana sotto una dominazione straniera ostile: ogni città o villaggio vive diversamente questa esperienza e trova o meno i propri modi di collaborazione o di resistenza. Ciò fu ben visibile col movimento di resistenza contro il muro di separazione all’inizio degli anni 2000: organizzate da ciascun villaggio per conto proprio, le manifestazioni non erano più esclusivamente palestinesi. Si poteva contare sulla presenza e il sostegno di militanti internazionali ed israeliani. È difficile immaginare oggi l’elaborazione di una strategia unificata per tutta la Cisgiordania. La solidarietà interna è indebolita.

P.A. Sembra che una parte della popolazione palestinese si sia sentita tradita o abbandonata dai suoi dirigenti?

A.H.I “dirigenti” palestinesi evidentemente non hanno alcun interesse ad una nuova strategia. Sono diventati una ‘nomenklatura’ che identifica la “causa nazionale” con la propria stabilità e il proprio benessere. L’ampia cerchia che ruota intorno al nucleo di questa ‘nomenklatura’, cioè i funzionari e gli uomini d’affari, dipende da essa e non si può permettere, o non osa, staccarsene.

Per esempio c’è un’istituzione ufficiale, la Commissione di resistenza alla colonizzazione e al muro. È composta principalmente da militanti di Fatah pagati dall’Autorità. Raccoglie informazioni, dispone di avvocati che rappresentano i cittadini nelle questioni di esproprio di terreni (da parte di Israele) e organizza manifestazioni di solidarietà e di protezione insieme alle comunità minacciate dai coloni e dalla burocrazia dell’occupazione.

Benché non vi sia ragione di dubitare dell’onestà delle persone coinvolte, esposte agli spari dei soldati, alla violenza dei coloni e agli arresti, esse non hanno però ottenuto l’adesione delle masse. Al contrario, la loro identificazione con Fatah e l’Autorità non attira loro le simpatie dell’opinione pubblica. Sono sconosciuti, a differenza dei giovani che sono stati uccisi dall’esercito israeliano e le cui gigantografie, con armi impressionanti, ricoprono tutti i muri.

Di fatto la brutalità della repressione israeliana contro ogni tentativo di resistenza è spaventosa. Indipendentemente dalle forme di resistenza o di opposizione, questa brutalità è più intensa e generalizzata di prima, soprattutto sotto questa coalizione di estrema destra e dopo il 7 ottobre. Per resistere in modo attivo la comunità palestinese ha bisogno di credere nella propria efficacia, di avere dei dirigenti degni di fiducia, che ascoltino il popolo e siano in grado di guidarlo con un obbiettivo comune chiaro.

Tutto ciò non esiste. I sondaggi possono anche dire che i palestinesi sono favorevoli alla lotta armata e che questo è il solo modo di arrivare ad una soluzione, ma in pratica le loro scelte personali dimostrano il contrario. Io vedo genitori che si sforzano di allontanare i figli dagli scontri vicino ai posti militari o di mandarli a studiare all’estero, anche se ideologicamente sostengono la lotta armata.

P.A. Dopo il 7 ottobre sono emerse nuove forme o nuovi spazi di resistenza in Cisgiordania?

A.H. Prima di veder nascere nuove forme di resistenza è necessario un cambiamento radicale nella politica interna palestinese. Sotto forma di un’OLP ormai obsoleta? Di un’OLP del tutto nuova? Di un cambiamento spinto dalla diaspora? Di un’iniziativa palestinese inclusiva (che comprenda i palestinesi “del 1948”)? Ognuna di queste opzioni ha i suoi sostenitori o è collegata a certe iniziative intellettuali, ciò che come minimo ci indica quanto la popolazione aspiri ad un cambiamento politico. Ma è ovvio che sta ai palestinesi decidere.

In ogni caso, nel momento in cui il genocidio perpetrato dallo Stato israeliano prosegue, la sensazione di incompetenza e di paralisi politica è più forte che mai, al contrario dell’atmosfera di vittoria dei primi giorni dopo il 7 ottobre e degli slogan che si sentivano nella diaspora palestinese e in Cisgiordania.

P.A. Qual è l’impatto dell’accelerazione della colonizzazione e della violenza dei coloni dopo il 10 ottobre? Cosa pensa delle (nuove?) strategie israeliane di colonizzazione?

A.H. Vivere eternamente sotto l’occupazione e la colonizzazione è una forma di resistenza permanente. Perché si tratta di un modo di vivere organico né organizzato né pianificato. Si parla di soumoud [resilienza, ndt.]. Poiché l’obbiettivo di Israele è sempre stato acquisire “il più possibile di terra con il meno possibile di palestinesi”, la determinazione delle comunità di allevatori e agricoltori di rimanere sui loro terreni e la capacità di garantire una certa normalità nelle zone A e B sono state fenomenali. Ma il governo attuale e le sue milizie semi-ufficiali di bande di coloni sono riusciti a spezzare il soumoud in vaste zone della Cisgiordania, ad espellere una sessantina di comunità e ad impedire a decine di villaggi l’accesso alle proprie terre coltivate o ai pascoli.

I metodi non sono propriamente nuovi, ma i “giovani delle colline” [gruppi di giovani coloni molto radicali, ndt.] e la costruzione perfettamente organizzata e pianificata di avamposti da parte di pastori violenti hanno agevolato la burocrazia dell’occupazione: quest’ultima ha sempre cercato di “ripulire” la maggior parte della Cisgiordania da ogni presenza palestinese, ma lo faceva “troppo lentamente”. Il processo ha ormai subito un’accelerazione.

D’altra parte i coloni e i loro organi non governativi, diretti e ispirati dal ‘gauleiter’ [gerarca nazista a capo di un distretto, ndt.] della Cisgiordania, Bezalel Smotrich, conducono una guerra su più fronti contro i palestinesi che arriva a rompere la “logica dei Bantustan”. Nessuno è al sicuro da nessuna parte.

P.A. Può approfondire questa guerra su più fronti?

A.H.  Gli introiti dell’Autorità Palestinese sono apertamente depredati. Smotrich, il Ministro delle Finanze, semplicemente impedisce il trasferimento dei ricavi – sotto forma di tasse doganali sulle importazioni palestinesi che transitano nei porti israeliani – alle casse pubbliche dell’Autorità palestinese. Le sorgenti d’acqua sono sistematicamente deviate dallo Stato e dai coloni. Dopo l’ottobre 2023 l’esercito blocca città e villaggi con nuove grate di ferro, ostacolando ancor più di prima la libertà di circolazione, rispondendo ad una rivendicazione costante dei coloni: circolare “in sicurezza” sulle strade della Cisgiordania.

Inoltre si assiste ad un’ondata senza precedenti di furti e “confische” di denaro contante e di oro nelle case degli abitanti perpetrati da soldati agli ordini dei loro comandanti durante le incursioni a tutte le ore del giorno e della notte. Questo avviene mentre la popolazione ha già speso la maggior parte dei suoi risparmi perché, contro il parere degli stessi militari, il governo impedisce a decine di migliaia di palestinesi di tornare a lavorare in Israele. Per il terzo anno consecutivo il governo impedisce a migliaia di agricoltori di raccogliere le loro olive, una fonte importante di reddito e un evento collettivo, sia patriottico che emotivo, di continuità e appartenenza alla terra.

Senza dimenticare gli arresti di massa e la detenzione, le cui condizioni sono diventate spaventose: fame, umiliazioni, sovraffollamento carcerario che favorisce le malattie della pelle, privazione di libri e materiale per scrivere, divieto di visite di familiari…Le prigioni sono il luogo in cui il sadismo dello Stato e dei singoli convergono e si manifestano più apertamente. Ovunque i palestinesi sono ormai esposti ai capricci dei soldati e dei coloni ed alla crudeltà calcolata dei responsabili e delle istituzioni vigenti. Non stupisce che la popolazione tema che una volta che Israele avrà finito con Gaza faccia partire delle espulsioni di massa, se non una politica di genocidio, in Cisgiordania.

P.A. Come considera il ruolo dell’ANP, a volte forza di collaborazione e di repressione contro il proprio popolo e tuttavia ostacolo ai tentativi di annessione di Israele?

Amira Hass È importante distinguere l’ANP in quanto fornitrice di servizi alla popolazione, in quanto direzione nazionale e in quanto ente politico con l’obbiettivo di accedere allo statuto di Stato. Molte persone e soggetti dell’Autorità sono onesti capifamiglia risoluti a servire la loro comunità. Lo storno di introiti dell’ANP da parte di Israele ha ridotto della metà, se non di due terzi, i loro salari già da parecchi anni. Cosa che evidentemente ha delle ripercussioni personali e professionali e incide sulla loro volontà di fare bene il proprio lavoro.

D’altra parte è notevole che il settore pubblico continui a funzionare e a fornire dei servizi, per modesti e insufficienti che siano. Quanto alle istituzioni stesse, il loro funzionamento varia da un luogo all’altro, può essere minimo, in particolare a causa dei tagli al budget, mentre altrove certi settori, come il sistema giudiziario, sono indeboliti dalla politica interna.

Gli accordi di Oslo hanno esentato Israele da ogni responsabilità verso il popolo che continua ad occupare e l’Autorità deve rimediare ai mali provocati da Israele: che si tratti di aiutare le persone sfollate, le famiglie indigenti, i feriti o semplicemente quelli che soffrono di ipertensione arteriosa a causa di una realtà insopportabile e dello stress permanente. Fino ad oggi l’ANP paga le spese dei pazienti gazawi venuti a farsi curare in Cisgiordania prima del 7 ottobre: paga la loro degenza e le loro cure. Paga anche l’acqua potabile che Israele ha dovuto, sotto pressione internazionale, fornire a Gaza. Piccole quantità che costituiscono ormai la sola acqua potabile disponibile.

Sotto questo aspetto non si può dire che l’Autorità agisca contro il suo popolo. Invece ciò avviene quando si considera il suo ruolo di direzione politica nazionale. In assenza di elezioni o di “risorse nuove”, è caratterizzata da una sclerosi di idee e di azioni. In quanto nomenklatura è incapace di staccarsi dai propri interessi personali e di conseguenza di prendere la minima iniziativa di cambiamento o di disubbidienza civile nei confronti degli israeliani. In certi casi la sua prontezza a seguire i diktat israeliani indica una vera collaborazione, sto parlando di collaborazione burocratica.

P.A. E la collaborazione per la sicurezza?

A.H. Non so se ed in quale misura l’Autorità riesca, speri o possa sventare attacchi armati contro gli israeliani. In cambio, a mio avviso, dovrebbe avere il diritto di opporsi alle azioni che facilitano le campagne di distruzione e le espulsioni di massa da parte di Israele. Invece preferisce utilizzare i suoi servizi di sicurezza per intimidire e soffocare le critiche interne e la libera discussione. Dato che si tratta di una nomenklatura, con i suoi evidenti fenomeni di nepotismo, gli alti salari e i vantaggi che ne conseguono, la sua ostilità alla lotta armata, del resto sensata, è considerata dalla popolazione un indice di corruzione, se non di tradimento.

P.A. Nonostante la recente ondata di riconoscimenti dello Stato di Palestina, che cosa resta della “soluzione di due Stati”?

A.H.Sbagliamo continuando a parlare di “soluzione”. Nei processi storici il problema è sapere ciò che è stato fatto per garantire che la prossima fase sia migliore per il popolo. I ritardatari che oggi riconoscono uno Stato palestinese sembrano ignorare la realtà dell’annessione di fatto da parte di Israele della maggior parte della Cisgiordania e la minaccia di espulsioni di massa.

Ma vorrei essere positiva: facciamo pressione su quei Paesi e i loro dirigenti perché impongano sanzioni a Israele in modo che quest’ultimo inizi a demolire i circa 300 avamposti già costruiti, come prima tappa prima dello smantellamento progressivo delle colonie.

Bisogna ribadire l’assioma secondo cui tutte le colonie sono illegali. Bisogna respingere l’affermazione secondo cui sono “irreversibili”, perché questo significa che accettiamo e sosteniamo l’espropriazione quotidiana e permanente dei palestinesi.

Una volta che il processo dei negoziati sarà ripreso lo Stato di Palestina potrebbe accettare che degli ebrei israeliani rimangano all’interno delle sue frontiere. Ma a condizione che le vecchie colonie siano aperte a tutti e non solo agli ebrei israeliani; che i proprietari fondiari – comprese le comunità locali le cui terre sono pubbliche e non private – siano indennizzati per le terre rubate; che i coloni violenti siano espulsi e che lo Stato di Israele garantisca che coloro che restano non costituiranno una quinta colonna. Un riconoscimento privo di sanzioni immediate e coraggiose contro Israele non è che una pia illusione.

P.A.Per finire con una nota più personale, come si svolge il lavoro di una giornalista israeliana in Cisgiordania dopo il 7 ottobre?

A.H. La situazione è più frustrante che mai: ci sono troppi eventi importanti e pericolosi, troppi incidenti, attacchi e risoluzioni governative (israeliane) che bisogna seguire seriamente e meticolosamente. E i lettori (israeliani) rifiutano più che mai di conoscere e comprendere il contesto generale.

Philippe Agret

Storico giornalista dell’Agenzia France Press (AFP). Dopo essere stato corrispondente a Londra ha diretto parecchi uffici dell’AFP in Asia.

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)




Editoriale. Antisemitismo. L’estrema destra sbiancata attraverso il suo sostegno a Israele

Alain Gresh e Sarra Grira

19 dicembre 2023 – Orient XXI

La scena sarebbe stata impensabile nemmeno troppo tempo fa: deputati e sostenitori dell’estrema destra, alcuni compagni di strada del Gruppo Unione Difesa [sindacato studentesco di estrema destra, ndt.] (GUD) , che sfilano accanto a gruppi estremisti ebrei come la Lega di Difesa Ebraica (LDJ) e il Bétar [movimento giovanile del partito revisionista sionista fondato da Vladimir Jabotinsky, ndt.], durante la “marcia contro l’antisemitismo” del 12 novembre a Parigi. Nello stesso momento una parte della sinistra, che ha accettato di far da garante a questa manifestazione, veniva fischiata.

In poche settimane le autorità francesi, spalleggiate da diverse forze politiche e dai media, hanno rimosso l’ultimo ostacolo alla “normalizzazione” dell’estrema destra nello spazio politico, tollerando, anzi felicitandosi, della partecipazione del Rassemblement National (RN) [partito francese di estrema destra sovranista di Marine Le Pen, nato dal Front National, ndt.] e di Reconquète [partito francese di estrema destra fondato dal giornalista Eric Zemmour, ndt.] alla marcia del 12 novembre contro l’antisemitismo. L’odio per gli ebrei quindi non è più collegato agli eredi del Front National – partito co-fondato da un vecchio combattente delle SS – che continuano ad affermare che Jean-Marie Le Pen non è antisemita.

Questo antisemitismo non avrebbe alcun legame nemmeno con Reconquête, il cui dirigente Eric Zemmour continua a ripetere, nonostante le sue condanne, che il maresciallo Pétain avrebbe “salvato gli ebrei francesi”. Ormai questo razzismo si manifesterebbe soprattutto attraverso “la diserzione della France Insoumise [movimento politico di sinistra radicale, lanciato da Melanchon, ndt.]”, secondo Dov Alfon, direttore di Liberation, per il quale “la partecipazione del Rassemblement National alla marcia civica” sarebbe semplicemente “imbarazzante” (sic). E per non interrompere un così virtuoso cammino, alcuni partecipanti a questa marcia hanno sventolato, contrariamente a quanto affermato da molti media, delle bandiere israeliane, avallando così la confusione – troppo frequente, troppo sistematica, troppo pericolosa – tra Israele e gli ebrei. Un gesto in linea con l’intenzione già manifestata dal Presidente Emmanuel Macron nel luglio 2017, in occasione della commemorazione del rastrellamento del Velodromo d’Inverno [la più grande retata di ebrei in Francia durante la seconda guerra mondiale, ndt.] al fianco di Benjamin Netanyahu, di fare di Israele il depositario della lotta contro l’antisemitismo nel mondo.

Ebrei? No, israeliani

L’esempio è venuto dall’alto. Il governo di Emmanuel Macron, quello stesso che affermava che Philippe Pétain fu “un grande soldato”, desiderava commemorare la nascita di Charles Maurras, difensore dell’antisemitismo di Stato. Quanto al Ministro dell’Interno Gérald Darmanin, ha scritto un libro per spiegare che Napoleone Bonaparte “si interessò a dirimere le difficoltà relative alla presenza di decine di migliaia di ebrei in Francia. Alcuni di loro praticavano l’usura e davano origine a disordini e lamentele.”

Per il Rassemblement National il processo di ‘sbiancamento’ è iniziato nel 2011: Marine Le Pen affermava allora il sostegno del suo partito ad Israele, mentre Louis Aliot, suo compagno e numero due di quello che ancora si chiamava Front National, si recò a Tel Aviv e nelle colonie per cercare di sedurre l’elettorato francese. Di che far dimenticare i conti del padre e rassicurare le autorità israeliane che, dopo parecchi anni, non nascondono i loro legami con questi sionisti antisemiti, di cui il populista ungherese Victor Orban è uno dei capofila. Recentemente Israele ha avviato un dialogo con il partito Alleanza per l’Unità dei Romeni, che glorifica Ion Antonescu, il leader del Paese durante la seconda guerra mondiale. Collaborò coi nazisti e fu responsabile della morte di 400.000 ebrei. Dall’Austria alla Polonia, Netanyahu non conta più i suoi alleati di estrema destra, neofascisti, spesso negazionisti o nostalgici del III Reich.

La classe dirigente israeliana in realtà non fa che perpetuare così una tradizione che risale ai tempi dei padri fondatori del sionismo: trovare negli antisemiti europei degli alleati per la loro impresa, e che si protrae sulla scia della “convergenza coloniale”. L’universitario israeliano Benjamin Beit-Hallahmi scriveva, a proposito dell’alleanza tra il suo Paese e il Sudafrica dell’apartheid negli anni 1960-1980, il cui partito al potere dal 1948 aveva avuto simpatie per la Germania nazista:

“Si possono detestare gli ebrei e amare gli israeliani perché, in parte, gli israeliani non sono ebrei. Gli israeliani sono dei coloni e dei combattenti, come gli afrikaners [bianchi di origine olandese e ugonotta insediati dell’Africa meridionale, ndt.].”

Così, trovare degli accordi con l’antisemitismo europeo è da tempo la scelta dei dirigenti israeliani, che non si interessano alla lotta contro questo razzismo se non per mettere a tacere le critiche al loro governo, sulla scia di Netanyahu che definisce “antisemita” ogni velleità della Corte Penale Internazionale (CPI) o dell’ONU di indagare sui crimini di guerra commessi dall’esercito israeliano. Il giornalista Amir Tibon di Haaretz racconta quanto questa alleanza sia “una priorità delle forze religiose di destra in Israele, che propongono ai nazionalisti europei uno scambio: Israele vi fornirà un timbro di approvazione (alcuni lo hanno cinicamente definito un “certificato kasher”) e in cambio voi sosterrete le colonie israeliane nella Cisgiordania occupata.” Troviamo la stessa strategia nei confronti degli Stati Uniti, quando Netanyahu chiude un occhio sulle frequentazioni antisemite di Donald Trump, sull’ideologia dei fondamentalisti cristiani, la lobby filoisraeliana più potente a Washington che lo sostiene, o quando riceve il padrone di X (ex Twitter) Elon Musk a Gerusalemme alcuni giorni dopo aver approvato un tweet antisemita di quest’ultimo. Se il miliardario americano alla fine si è scusato, la sua piattaforma ha visto crescere del 60% i tweet antisemiti dopo che lui ne ha assunto il controllo.

La Palestina come catalizzatore

È proprio intorno alla “convergenza coloniale” che si articola il “nuovo antisemitismo” contro cui marciano, fianco a fianco, i partiti cosiddetti repubblicani e quelli di estrema destra. I loro due bersagli? Da una parte la sinistra anti-colonialista, quella che rifiuta la gerarchia dei razzismi, che non ne denuncia uno (l’antisemitismo) per negare l’esistenza dell’altro (l’islamofobia), e i musulmani nel loro insieme, che ancora ieri venivano chiamati “gli arabi”, i più anziani dei quali marciavano già 40 anni fa contro il razzismo di Stato. Questa sinistra che ha rifiutato di sbiancare il RN viene demonizzata, definita antisemita per la minima critica contro Israele, mentre il Ministro dell’Interno in nome della lotta contro l’antisemitismo, prima di essere richiamato all’ordine dai tribunali, vieta ripetutamente ai sostenitori delle vittime palestinesi di manifestare o di radunarsi.

Il fatto è che gli israeliani come i dirigenti di estrema destra europei percepiscono i musulmani come il nemico principale. Il genocidio in corso a Gaza serve da catalizzatore di questa strategia. Intorno alla difesa di Israele si ritrovano l’estrema destra e i sostenitori di questo Stato, entrambi ricorrendo all’immaginario dello “scontro delle civiltà” in atto dall’11 settembre 2001. Alle dichiarazioni bellicose e escatologiche di Netanyahu, che parla di lotta del “popolo della luce” contro “il popolo delle tenebre” fanno eco le affermazioni di Gilles-William Goldnadel su Le Figaro che evocano “la battaglia finale” tra “l’essere occidentale, la sua cultura pacifica e democratica” e “l’oriente”. Tra la realtà coloniale nella Palestina occupata e quella fantasmatica di un “imbarbarimento” delle periferie (ovviamente musulmane) di cui i “bianchi” sarebbero le prime vittime, non c’è che un passo, che una parte sempre più ampia della classe politica supera allegramente. Parallelismi evidenziati dal giornalista Daniel Schneidermann in un tweet del 30 novembre:

“Civilizzati contro barbari: a volte ho l’impressione che mi si raccontino storie analoghe quando mi si parla di Gaza e quando mi si parla di Crépol [dove venne assassinato in una rissa il giovane Thomas. Molti responsabili e editorialisti hanno strumentalizzato l’incidente facendone un caso di “razzismo anti-bianco”, ndt.]

E così il senatore Stephane Ravier, membro di Reconquète, può dichiarare al senato l’11 ottobre, durante una seduta di interpellanze al governo:

“Questi Fratelli Musulmani che vivono in mezzo a noi a causa della folle politica di immigrazione che tutti voi avete sostenuto qui, miei cari colleghi, per debolezza o per convinzione, bisogna trattarli come in Israele: con una risposta radicale e spietata.”

Così, ecco il nemico interno, ieri ebreo, oggi musulmano. Anch’esso asservito alla retorica elettoralista dell’estrema destra, il governo francese ha deciso di fare della lotta contro l’immigrazione “la sua grande causa” e cerca disperatamente di ottenere il sostegno dei repubblicani [partito della destra storica, ndt.] che nulla separa, su questa questione come su molte altre, dal Rassemblement National.

Oggi c’è una volontà di accordo”, ha dichiarato a questo proposito la presidente dell’Assemblea Nazionale Yael Braun-Pivet. Dopo il suo arrivo alla presidenza Macron ha trasformato, o piuttosto proseguito la trasformazione, del secolarismo del 1905 in secolarismo punitivo contro i musulmani. Ha agitato lo spettro del separatismo facendo di tutto perché i musulmani francesi non si sentano a casa sul nostro territorio. Se gli atti antisemiti sono stati giustamente denunciati, nessuna parola pubblica si è alzata contro l’ondata di affermazioni apertamente arabofobe e islamofobe, addirittura incitazioni all’assassinio e alla violenza, sui canali televisivi e sulle reti social, anche nei confronti di giornalisti musulmani.

Questi due pesi e due msure, l’immobilismo della Francia e dell’Unione Europea di fronte al genocidio in corso a Gaza e lo scatenarsi di violenza islamofoba istituzionale avranno una sola conseguenza: scavare un fossato sempre più largo non solo tra i Paesi del nord e del sud – in particolare tra la Francia e il Maghreb – rendendo concreto il discorso dello “scontro di civiltà”, ma anche all’interno stesso delle nostre società. La stigmatizzazione permanente di una parte dei nostri concittadini e degli immigrati, oltre al bavaglio imposto ad ogni voce critica riguardo a Tel Aviv, avrà un solo effetto: nutrire una collera che si trasformerà in odio e si abbatterà ciecamente nelle strade delle nostre città.

Alain Gresh

Specializzato in Medio Oriente, autore di diversi lavori, tra cui ‘De quoi la Palestine est-elle le nom?’ [la Palestina di che cosa è il nome?]

Sarra Grira

Giornalista, caporedattrice di Orient XXI.

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)




Israele esporta le sue tecnologie di disinformazione

Shir Hever

31 marzo 2023, Orient XXI

Una rete internazionale di giornalisti investigativi, Forbidden Stories, sta attualmente conducendo un’indagine globale sui “mercenari della disinformazione”. Israele, il principale esportatore di servizi in campagne diffamatorie, notizie false e brogli elettorali, sta incassando ingenti profitti, ma la responsabilità legale di questi crimini contro la democrazia rischia di esserle addossata a lungo termine.

Nel febbraio 2023, i giornalisti investigativi dell’associazione Forbidden Stories hanno pubblicato un nuovo capitolo del loro progetto “Story Killers” [1], rivelando una rete di società israeliane che forniscono servizi di disinformazione ai migliori offerenti. Questi servizi, che portano la guerra informatica a un altro livello, includono campagne diffamatorie, diffusione di notizie false e brogli elettorali e referendum.

La consapevolezza di come i social media, la sorveglianza e il data mining possono influenzare le elezioni è arrivata dopo che lo scandalo Cambridge Analytica è stato reso pubblico nel 2018 [2]. Cambridge Analytica ha influenzato più di 200 elezioni in tutto il mondo e uno dei suoi principali fornitori di tecnologia è stato Archimedes Group, una società israeliana. Quando uno dei suoi alti dirigenti Brittany Kaiser è comparso davanti al parlamento britannico per denunciare i crimini, ha affermato di non ricordare i nomi dei dipendenti israeliani di Archimedes Group con cui aveva lavorato.

La guerra informatica in generale e la disinformazione in particolare sono armi molto pericolose. Minano il processo democratico se usati per influenzare le elezioni diffondendo voci e disinformazione e possono anche essere mortali. Così, la giornalista indiana Gauri Lankesh è stata assassinata nel settembre 2017, pochi giorni prima di pubblicare un articolo sulla disinformazione e i suoi pericoli. Lei stessa è stata oggetto di una campagna di calunnie. Dopo il suo omicidio si è scoperto che le persone che l’avevano aggredita sui social non erano mai esistite. I loro account sono stati successivamente cancellati, oscurando le tracce di coloro che avevano orchestrato la campagna.

Un “esercito” di avatar sui social network

Cinque anni dopo, Forbidden Stories ha tentato di capire come funziona questa industria della disinformazione. La collaborazione di giornalisti di diversi paesi li ha portati nella città israeliana di Modi’in, dove si sono atteggiati a clienti desiderosi di acquistare servizi per truccare un’elezione. Hanno incontrato diverse aziende, tutte israeliane, pronte a lanciare per loro conto una campagna di disinformazione per la modica cifra di 6 milioni di euro.

Forbidden Stories, in collaborazione con Amnesty International e Citizen Lab, ha rivelato nel luglio 2021 come alcune aziende israeliane stiano vendendo spyware per hackerare telefoni e computer di giornalisti, attivisti per i diritti umani, avvocati e poliziotti [3]. Il “Progetto Pegasus” ha dimostrato come la tecnologia testata sui civili palestinesi sia stata utilizzata per rafforzare la repressione e gravi violazioni dei diritti umani in tutto il mondo [4].

Un altro aspetto dello spionaggio mercenario israeliano è venuto alla luce. Le aziende di questo settore sono uno sportello unico che vende sia spyware, servizi di spionaggio, hacking di e-mail, in particolare Gmail e Hotmail, sia software di messaggistica, in particolare Telegram, notizie false e distruzione della credibilità dei candidati politici. Lo fanno principalmente utilizzando profili falsi, degli avatar. Lo fanno rubando foto di persone reali e assegnando loro nomi diversi, account di social media e persino portafogli elettronici con denaro reale. Assumono anche agenti nei paesi di destinazione in modo che possano verificare numeri di telefono e indirizzi durante lo sviluppo di questi avatar. Il “Team Jorge”, uno di questi uffici dell’industria della disinformazione israeliana, dispone anche di un “esercito” di 40.000 avatar di questo tipo, creati utilizzando l’intelligenza artificiale. L’elenco delle società di disinformazione israeliane citate nella recente indagine di Story Killers comprende anche Voyager Labs, Percepto, Cognyte, Verint, S2T Cyberspace e Demoman.

Nessuna di queste tecnologie è esclusiva dell’intelligence israeliana. Anche i governi statunitense, europeo e cinese hanno accesso a spyware e tecnologia di disinformazione. Eppure tutte le compagnie che sono state smascherate sono compagnie israeliane, composte da unità di intelligence che hanno esercitato le loro abilità nel monitorare i Palestinesi, ricattandoli e organizzando campagne di disinformazione per seminare discordia tra di loro.

“Diplomazia spyware”

In ogni caso, il monopolio israeliano su questo settore è effettivamente il risultato di una politica governativa. Mentre ogni paese del mondo con accesso a strumenti di disinformazione li tiene per sé, le società private israeliane offrono i propri servizi e tecnologie ai clienti di tutto il mondo. L’indagine di Story Killers ha rivelato che tali società hanno operato in Angola, Burkina Faso, Colombia, Francia, Indonesia, Malesia, Messico, Nigeria, Senegal, Singapore, Sri Lanka, Tunisia e in altri paesi ancora.

Secondo la legge israeliana, alle aziende è vietato esportare tecnologia di sicurezza militare senza l’approvazione del Ministero della Difesa, anche se queste società non sono registrate in Israele. Nonostante questo, Tal Hanan del “Team Jorge” ha detto ai giornalisti sotto copertura di Forbidden Stories che poteva fare quello che voleva senza essere controllato dalle autorità israeliane. Ha nominato solo tre paesi con i quali si rifiuta di collaborare: Russia, Stati Uniti e Israele. Questa è ovviamente una bugia. Il Ministero della Difesa israeliano ha una speciale unità di controspionaggio, il Malmab, incaricata di monitorare gli agenti delle organizzazioni di sicurezza israeliane. All’inizio di marzo, Malmab ha soppresso la società israeliana di spyware NFV per aver venduto spyware non autorizzato.

Tal Hanan afferma di occuparsi di notizie false dal 1997 e di operare fuori da Israele. È chiaro che il Ministero della Difesa israeliano ha le sue ragioni per autorizzarlo. L’affermazione secondo cui l’industria della disinformazione non è regolamentata in Israele ha lo scopo di placare le preoccupazioni dei potenziali clienti. Ma il governo consente agli ex ufficiali di esportare tecnologia militare per guadagnarsi la loro lealtà, stabilendo allo stesso tempo legami non ufficiali con paesi con i quali non ha relazioni diplomatiche. Questa si chiama “diplomazia dello spyware”.

Esportare il modello di dominio coloniale

Le industrie israeliane di disinformazione, spyware e spionaggio aziendale tentano di replicare l’esperienza militare israeliana nella manipolazione delle informazioni per i clienti di tutto il mondo. Nella maggior parte dei casi, finora, è stato un fallimento. L’agenzia di intelligence privata israeliana Black Cube è stata infatti smascherata a più riprese dalle sue vittime. L’industria dello spyware ha finito per offuscare le relazioni estere di Israele, e persino il “Team Jorge” è stato individuato per aver fornito informazioni false al conduttore francese della BFMTV Rachid M’Barki, che è stato licenziato per aver trasmesso senza verificare la fonte.

Incoraggiate dal governo israeliano e armate della loro esperienza nel dominare i palestinesi, le società di disinformazione operano con pochi o nessun scrupolo. Tal Hanan ha detto ai giornalisti sotto copertura di Forbidden Stories che, a parte il timore di rappresaglie da parte delle autorità russe o americane, o di andare contro la propria lealtà sionista operando in Israele – “Non caghiamo dove mangiamo”, ha detto ai giornalisti – lui non pone limiti al caos e alla sofferenza che i suoi servizi possono causare, se valutati correttamente. Ad esempio, si è vantato di aver usato un avatar per convincere la moglie di un candidato politico che suo marito aveva una relazione per sabotare il loro matrimonio e neutralizzare il candidato.

Un’altra società, la Percepto, guidata da Lior Chorev, consigliere politico di Ariel Sharon e Ehud Olmert, non ha esitato ad assumere i servizi di un noto antisemita per diffondere calunnie contro la Croce Rossa al servizio di un cliente in Burkina Faso, proprio poiché non ha esitato a lavorare per dei criminali di guerra israeliani. Tra i suoi clienti c’è anche il milionario messicano Tomás Zerón, ricercato in Messico con l’accusa di sequestro e tortura. Il miliardario israeliano Dan Gertler, che possiede un controverso impero minerario nella Repubblica Democratica del Congo (RDC) ed è accusato di saccheggiare le risorse naturali del paese e di utilizzare campagne di disinformazione per proteggersi dalle critiche, ha assunto Lior Chorev per garantire la sua comunicazione, mentre le autorità americane indagano sulle sue operazioni nella RDC.

I criminali di guerra e la “cupola di ferro legale”

I giganti Facebook e Twitter sono complici dei crimini commessi dalle società di disinformazione. Meta, precedentemente noto come Facebook, vende i dati degli utenti delle sue società [6]. Facebook e Twitter fanno soldi diffondendo notizie false, ma censurano gli attivisti per i diritti umani, specialmente i palestinesi. Inoltre, quando viene alla luce uno scandalo, rimuovono rapidamente gli avatar. Sostengono di farlo per proteggere gli utenti, ma in realtà aiutano a coprire le loro tracce.

Ultimamente, le proteste in Israele contro le politiche del governo di estrema destra hanno ricevuto molta attenzione. I manifestanti includono ufficiali in pensione, soprattutto di unità di intelligence, impiegati del settore high-tech, compresi i settori della sicurezza, ex membri dello Shin Bet e del Mossad, esperti di armi nucleari e persino soldati spyware. Queste persone stanno partecipando alle proteste perché le riforme giudiziarie attuate dal governo israeliano di estrema destra minacciano le loro carriere e persino la loro libertà.

Mentre l’Israele dell’apartheid sta diventando uno Stato paria e i suoi tribunali non possono più nemmeno fingere di monitorare in modo indipendente le azioni delle forze militari e di sicurezza e di ritenerle responsabili, i profittatori della sorveglianza israeliana si rendono conto che non potranno più agire impunemente. Rischiano di essere incriminati dalla Corte Penale Internazionale (CPI), subire sanzioni dagli Stati Uniti e diventare sempre più isolati a livello internazionale. I criminali di guerra israeliani stanno perdendo la loro “cupola di ferro legale” [7].

I successivi governi israeliani hanno permesso all’industria della disinformazione di prosperare per due decenni come parte di una politica deliberata. I vantaggi di queste esportazioni sono a breve termine e irresponsabili a lungo termine. E mentre la ricerca condotta da Forbidden Stories è molto importante per rivelare il danno fatto, non è sufficiente.

Poiché l’industria della disinformazione influenza i risultati delle elezioni, è quasi impossibile rintracciarla ed esporla senza l’accesso a documenti riservati, in particolare le autorizzazioni rilasciate dal Ministero della Difesa israeliano per ogni vendita di servizi di disinformazione da parte di società israeliane a ciascuno dei loro clienti. Fino a quando il governo israeliano non rilascerà questi documenti, la responsabilità legale di questi crimini ricadrà esclusivamente sul governo israeliano e solo i governi statali e le organizzazioni internazionali (come le Nazioni Unite e i tribunali internazionali) possono costringere Israele a renderne conto.

Shir Hever, Economista indipendente laureato alla Libera Università di Berlino, conduce ricerche sugli aspetti economici dell’occupazione israeliana dei territori palestinesi. Il suo ultimo libro, basato sulla sua tesi, è The Privatization of Israeli Security (Pluto Press, 2017).

[1] « Story killers : au cœur de l’industrie mortelle de la désinformation », forbiddenstories.org.

[2] NDLR. Cette société britannique de « conseil en gestion autre que la gestion financière » a été accusée d’avoir organisé l’« aspiration » des données personnelles de 87 millions d’utilisateurs de Facebook dans le but de cibler des messages favorables au Brexit au Royaume-Uni et à l’élection de Donald Trump aux États-Unis en 2016. Ce scandale a provoqué en mai 2018 sa mise en faillite.

[3« Projet Pegasus. Comment Amnesty Tech a révélé le scandale du logiciel espion », Amnesty International, 23 mars 2022.

[4« Devices of Palestinian Human Rights Defenders Hacked with NSO Group’s Pegasus Spyware », Amnesty International, 8 novembre 2021.

[5Stephanie Kirchgaessner, « How undercover reporters caught ‘Team Jorge’ disinformation operatives on camera », The Guardian, 15 février 2023.

[6NDLR. Facebook, Instagram, WhatsApp, Oculus VR.

[7Michael Starr, Dershowitz : High Court an ’Iron Dome’ that protects IDF soldiers from ICC, The Jerusalem Post, 12 janvier 2023.

Traduzione dal francese di Angelo Stefanini




Da un apartheid all’altro tra Soweto e Nazareth

Jean Stern, inviato speciale a Nazareth

6 febbraio 2023 – Orient XXI

Gli abitanti di Nazareth non vivono sotto occupazione militare come in Cisgiordania o sotto un blocco come a Gaza. Però, sia a Soweto visitata nel 1989 sia nella città araba del nord di Israele visitata nel 2022, lo spirito degli abitanti e l’organizzazione urbana e sociale riflettono il fulcro dell’apartheid che è la separazione.

Settembre 1989, Soweto. La gigantesca città nera alle porte di Johannesburg contava allora più di 2 milioni e mezzo di abitanti ed io mi ci recai poco prima che Nelson Mandela uscisse dal carcere, l’11 febbraio 1990. L’apartheid, che relegava i neri del Sudafrica in uno stato di cittadinanza di serie B e in zone specifiche, crollò allora ovunque. Sotto l’influenza di Mandela e dei suoi sostenitori le manifestazioni si moltiplicarono nelle strade delle città sudafricane. Vennero violentemente represse a Soweto come in tutto il Paese. Durante quelle proteste vennero uccisi centinaia di neri, così come dopo decenni centinaia di palestinesi durante manifestazioni a Gaza, nei Territori [palestinesi occupati, ndt.], a Gerusalemme est, ma anche a Nazareth. Nell’autunno del 2000 la polizia israeliana uccise molti abitanti di Nazareth, che manifestavano la loro solidarietà con la rivolta di Gerusalemme est.

Stiamo conquistando la nostra libertà”

Soweto nel 1989 era un mondo a parte, un immenso ghetto urbano, ma è meno tagliato fuori dal mondo di quanto non lo siano oggi Gaza e i territori palestinesi occupati. Si poteva entrare ed uscire anche se, a seconda delle circostanze, i poliziotti controllavano più o meno severamente l’accesso alle sue strette strade e alle sue casette di lamiera ondulata.

Percorsi di notte i locali clandestini di Soweto, gli shebeens, incontrai persone ottimiste che preparavano il futuro di un Paese presto liberato da un sistema razzista contestato dal mondo intero. “Stiamo conquistando la nostra libertà”, diceva Souizo, un uomo di una trentina d’anni, che ballava con me per la gioia di vedere crollare l’apartheid. Dopo tanta rabbia e tanti morti, Souizo sapeva che la mobilitazione mondiale aveva fatto uscire dall’ombra la loro lotta. Con i suoi amici era fiero di spazzare via un sofisticato e subdolo sistema di discriminazione.

A Nazareth, grosso centro orientale e polveroso, più di 30 anni dopo incontro invece persone inquiete, depresse, che pensano che il loro futuro sia bloccato. Città di pellegrinaggi per una parte della cristianità, conosciuta a livello mondiale quanto Soweto, la città della Galilea si trova all’interno delle frontiere del 1948, non lontano dal lago di Tiberiade. In linea d’aria Jenin è a una ventina di chilometri. Popolata soprattutto da arabi, musulmani e cristiani, il suo agglomerato urbano conta circa 200.000 abitanti.

I miei interlocutori condividono la visione premonitrice di Nelson Mandela, espressa nel 2001:

L’efficacia della separazione si misura in termini di capacità di Israele di mantenere lo Stato ebraico e di non avere una minoranza palestinese che potrebbe avere la possibilità di diventare maggioritaria nel futuro. Se questo accadesse, ciò costringerebbe Israele a diventare uno Stato democratico o binazionale laico, oppure a trasformarsi in uno Stato di apartheid de facto.”

Sì, siamo guardati con ostilità”

La maggior parte di coloro che incontro, che una volta venivano chiamati arabi israeliani e che oggi in gran parte preferiscono definirsi palestinesi, ne è testimone. Mandela aveva ragione. Cittadini di serie B, solidali con i palestinesi rinchiusi dall’altra parte del muro o bloccati a Gaza, hanno assolutamente l’impressione di vivere quotidianamente un apartheid. “Sì, per noi l’orizzonte è bloccato, a meno di lasciare questo Paese. Sì, siamo guardati con ostilità dalla maggioranza ebrea di questo Paese. Non dicono tutti i giorni ‘morte agli arabi’, come i coloni più estremisti, ma molti lo pensano”, dice Nassira, una giovane architetta.

Nazareth è cambiata dopo la creazione dello Stato di Israele nel 1948. All’inizio c’era Nazareth “bassa”, 75.000 abitanti di cui il 35% cristiani. Dopo oltre un secolo la città della presunta Annunciazione è in maggioranza musulmana. “Nazareth è stata segnata nel 1948 dall’espulsione della popolazione e dalla demolizione da parte degli israeliani di due villaggi palestinesi contigui, Saffuriya e Ma’aloul”, mi spiega Reda, un intellettuale palestinese trentenne molto impegnato. Fare partire la popolazione araba era l’obbiettivo della creazione nel 1956 di “Nazareth alta”, ©, 40.000 abitanti, ribattezzata nel 2019 Nof HaGalil [Vista sulla Galilea] per distinguersi dalla sua rivale araba. Nazareth Illit è un progetto urbano concepito per riequilibrare la popolazione della Galilea. In questo Paese la demografia governa la politica, come osservava Mandela. Nel 1973 centinaia di persone appena arrivate dall’URSS si stabilirono a Nazareth Illit. Già allora, dopo un sordido fatto di cronaca scesero per le strade al grido di “morte agli arabi”.

La separazione urbana si vede a occhio nudo, anche se non ci sono posti di blocco né barriere tra la vecchia Nazareth araba e la nuova Nazareth a maggioranza ebrea.

Arrivando si scoprono due centri commerciali, il primo nella conca alle porte della città vecchia e il secondo sulle alture all’entrata di Nof HaGalil.

Quello in basso si chiama Big Fashion e quello in alto Mail One. Sono quasi uno di fronte all’altro, a qualche centinaio di metri. Gli stessi marchi internazionali, in basso H&M, Adidas, Mango, Pizza Hut, McDonald e in alto ancora Adidas e anche Mango, Castro, Diesel. La separazione è fatta, un centro per gli arabi, un altro per gli ebrei. A Nazareth ci si evita. I neri di Soweto non avevano il diritto di aggirarsi nei lussuosi centri commerciali del centro di Johannesburg e si accontentavano dei negozi del ghetto, spesso gestiti da indiani, classificati come “indians” dall’apartheid.

L’apartheid inizia nel mio letto”

Ricchi e poveri, bianchi o neri, ebrei o arabi, la regola della separazione produce società spaccate. Si può tradurre il termine apartheid con ‘mettere da parte’, ed è proprio ciò che accade in Israele. Mata, cittadino israeliano, musicista di una quarantina d’anni, riccioli alla Jim Morrison, lo racconta: “La legge produce discriminazione. Per esempio mia moglie ed io abbiamo due status differenti; l’apartheid quindi è già nel mio letto.” Nassira, sua moglie, è “residente” di Gerusalemme est, dove è nata, e di fatto non ha gli stessi diritti di suo marito.

È semplice,” mi spiega Nassira. “Mata ha il diritto di voto, io no. Può prendere l’aereo per andare dove vuole da un momento all’altro, io no. Ha potuto andare nell’università che ha scelto, io no. Viviamo qui insieme, ma io potrei essere costretta da un momento all’altro a ritornare a Gerusalemme est.” Infatti l’assemblea nazionale israeliana nella primavera del 2022 ha rimesso in vigore una legge che impedisce il ricongiungimento familiare per matrimonio tra palestinesi di Israele, di Gerusalemme est e dei territori [palestinesi occupati].

Quale democrazia prevede per una parte della sua popolazione quattro status differenti, a seconda che abiti, come a Nazareth, entro le frontiere del 1948 [cioè in Israele, ndt.], a Gerusalemme est, in Cisgiordania o a Gaza?

L’identità araba è percepita come una minaccia”

Reda denuncia anche la legge del 2018 sullo Stato-Nazione del popolo ebraico, che consacra Israele come una teocrazia ebraica. “Non capisco come gli amici di Israele possano accettare questo. A me non importa di essere ebreo, cristiano o musulmano. Qui l’identità araba è percepita come una minaccia. I media, la vox populi, ci fanno sapere chiaramente che facciamo parte di coloro che minacciano Israele”, precisa.

La piccola galleria-libreria- sala da concerto nel cuore di un suk in piena rinascita, dove ci ritroviamo una sera per un’avvincente esibizione della cantante elettro-folk Sama Mustafa, è un locale accogliente, come i numerosi caffè nei dintorni, come il Centro Baladna – “la nostra città” in arabo – aperto nel 2021 da un collettivo di giovani palestinesi.

Ritrovo l’atmosfera degli shebeens [bar clandestini sudafricani in cui si servivano alcoolici senza licenza, ndt.]. Come a Soweto, ognuno racconta una storia di oppressione, di umiliazione. “Si sta bene qui ed è il nostro momento di tranquillità”, mi spiega Louisa. “Essere israeliane non significa niente per noi. Il mio bisnonno era turco, mio nonno inglese, mio padre israeliano. Israele non è il mio Paese, e me lo fa sapere.”

Quarantenne gioviale, Siman viene da una famiglia comunista e cristiana di Nazareth. Ha lavorato a lungo nel cinema, a Tel Aviv e in tutto il mondo. “Nell’ottobre 2000 si erano organizzate a Nazareth delle manifestazioni a sostegno dell’Intifada. Sono state brutalmente represse, ci sono stati dei morti. Allora ho capito che Israele era uno Stato di apartheid. Non voglio più essere una marionetta imprigionata.” Siman fa una pausa. “Gli israeliani non vogliono porre rimedio alle discriminazioni, le utilizzano e le gestiscono. È questo il loro apartheid.”

Khaled, un professore di matematica incontrato il giorno seguente, mi dice più o meno la stessa cosa. “L’apartheid? Bisogna intendersi sul senso dei termini. Per esempio, io posso dirvi che sono antisionista, quindi godo di una certa libertà di espressione, ma non posso sposare una ragazza di Ramallah o di Gaza, che non potrà venire a vivere con me. E se per esempio io lavorassi nella filiale di Nazareth di una ditta di informatica di Tel Aviv, sarei pagato il 40% in meno di un ebreo israeliano…”

A Soweto avevo incontrato un commesso di una profumeria, che guadagnava nettamente meno dei suoi colleghi bianchi e non lavorava nemmeno nello stesso posto.

Ho capito che era la mia terra”

Certo a Nazareth c’è una borghesia araba ricca, come a Soweto c’era una borghesia nera. Amat, un aitante giovanotto anch’egli molto gioviale, lavora in una società di gestione e guadagna bene. A 27 anni gira in decappottabile, porta vestiti di marca, si destreggia con due cellulari. Si fa il segno della croce davanti ad ogni chiesa, rendendo la scoperta delle stradine strette e ripide nel suo coupé divertente, ma caotica… “Io dico che sono Amat, non dico mai che sono cristiano, musulmano o ebreo”, mi spiega trascinandomi in una visita approfondita dei confini della città, alcuni visibili, un viale, la fine di un isolato, altri invisibili. “Ci sono molti bambini musulmani nelle scuole cristiane, ma non ci sono cristiani o musulmani nelle scuole ebraiche”, dice ad esempio. Amat sottolinea anche la crescente insicurezza. I numerosi e sanguinosi regolamenti di conti fra trafficanti di droga per lui sono la prova che il governo si cura poco della vita degli arabi. Amat segnala l’impossibilità per la sua famiglia di acquistare un appartamento sulle alture di Haifa o a Tel Aviv. Non è una questione di soldi, ma “nessuno vende a noi.”

Kaid è un ragazzo gracile, appena uscito dall’adolescenza. A 18 anni, nella primavera del 2021 ha subito un arresto arbitrario, un pestaggio e tre notti di prigione. Kaid manifestava la sua solidarietà con i palestinesi di Gerusalemme est, di Gaza, della Cisgiordania. La manifestazione è stata brutalmente dispersa, molti giovani arrestati a Nazareth, ma anche a Haifa e a Lod [altre città israeliane con presenza araba, ndt.]. Kaid ammette senza vergogna di aver avuto paura. “Ho l’età per divertirmi, ma le cose che mi sono successe mi hanno cambiato. Dopo sono andato a Gerusalemme e a Betlemme, per la prima volta nella mia vita. Ho capito che era la mia terra.” Ciò che lo rende orgoglioso è che suo nonno e suo padre si sono battuti senza sosta per farlo liberare e non hanno avuto una parola di rimprovero per aver manifestato.

Per Reda, a cui racconto la storia di Kaid, “parlare di una polizia che ci prende di mira è parlare di apartheid. Dieci o venti anni fa quando parlavamo di apartheid ci si accusava di radicalismo, aggiunge. Un’organizzazione israeliana, B’Tselem, ha posto la questione dell’apartheid, seguita da Amnesty. È bello sapere che almeno il problema dei nostri diritti non è più a geometria variabile.”

Anche se, aggiunge Mata, “le cose non stanno cambiando. È molto deprimente.”

L’accesso all’acqua e all’educazione al primo posto

Due esempi tratti dal rapporto di Amnesty International chiariscono le differenze di livello nelle discriminazioni di cui sono vittima i palestinesi a seconda del luogo in cui risiedono. Per chi vive nei territori [palestinesi occupati, ndt.] l’accesso all’acqua è limitato. Il loro consumo è di circa 70 litri al giorno per persona, contro i 369 litri per un colono israeliano. Secondo le Nazioni Unite il 90% delle famiglie di Gaza deve comprare l’acqua a un prezzo molto alto presso gli impianti di desalinizzazione o di purificazione. I palestinesi che vivono in Israele invece hanno accesso alle stesse quantità di acqua degli altri cittadini. Con la notevole eccezione dei beduini del Negev, soggetti ad una serie di misure restrittive, compreso l’accesso all’acqua corrente…

Quanto all’educazione, gli alunni palestinesi di ambienti sfavoriti in Israele e a Gerusalemme est dispongono di meno risorse rispetto agli alunni ebrei. Secondo uno studio del 2016 il 30% di finanziamenti in meno per ora di apprendimento nella scuola elementare, il 50% in meno alle medie inferiori e il 75% in meno alle superiori.

Molti detrattori della posizione di Amnesty considerano che ciò che può sembrare pertinente per la Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme est non lo è per l’Israele di prima del 1967. Significa dimenticare che dopo la Nakba gli arabi rimasti in Israele sono stati sottoposti dal 1948 al 1966 ad un regime militare con espulsione dalle case, arresti arbitrari e un sistema drastico di controllo e sorveglianza – antenato di Pegasus [sistema israeliano di spionaggio elettronico, ndt.]. Rimuovere la polvere della Storia è uno dei meriti del rapporto di Amnesty.

Jean Stern

Veterano di Libération, La Tribune e La Chronique d’Amnesty International. Ha pubblicato nel 2012 Les patrons de la presse nationale, tous mauvais [I padroni della stampa nazionale, tutti cattivi] per La Fabrique; per le edizioni Libertalia: nel 2017 Mirage gay à Tel Aviv [Miraggio gay a Tel Aviv] e nel 2020 Canicule [Canicola].

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)




Carrefour fa affari nelle colonie israeliane

Jean Stern

23 novembre 2022 – Orient XXI

In società con un partner israeliano il gigante francese della distribuzione lancia una nuova catena di supermercati in Israele e in diverse colonie dei territori palestinesi occupati. Una scelta cinica contraria al diritto internazionale, della quale il Primo Ministro israeliano uscente si è detto felice.

Sono ormai più di 200 le colonie israeliane in Cisgiordania e variano da qualche famiglia a parecchie decine di migliaia di abitanti. Le due colonie più importanti, Maale Adumin vicina a Gerusalemme e Ariel non lontana da Nablus, sono diventate vere e proprie città, rispettivamente con oltre 40.000 e oltre 20.000 abitanti. Ariel inoltre ospita un’università inserita nel sistema universitario israeliano. Le colonie, installate il più delle volte su alture o posizioni dominanti, ricoprono e rimodellano la Cisgiordania.

Costituiscono dei mondi chiusi, recintati da filo spinato, turni di guardia, tralicci luminosi e camminamenti di ronda e sono serviti da strade quasi sempre vietate ai veicoli palestinesi. Quando i coloni escono dai loro universi chiusi e dalle loro strade messe in sicurezza è per attaccare i palestinesi. La recrudescenza della violenza dei coloni nei loro confronti vede una crescita esponenziale e drammatica dall’inizio del 2022.

I supermercati al centro della vita sociale

Tre luoghi sono determinanti per la vita sociale di queste colonie che hanno poche attività industriali ed economiche, ad eccezione delle colonie agricole della Valle del Giordano e del nord della Cisgiordania. La maggior parte dei coloni lavora a Gerusalemme o nell’area urbana di Tel Aviv, e spesso deve passare tre o quattro ore al giorno in viaggio. In questi spazi urbani paranoici e sinistri i tre luoghi centrali sono la sinagoga, il campo sportivo e il supermercato, a lungo la sola attività commerciale della zona, tranne alcuni servizi a domicilio, per esempio parrucchieri.

In questi supermercati, generalmente molto modesti, di un centinaio di m2, si trova di tutto, come si usa dire, e queste attività di prossimità sono essenziali al corretto funzionamento delle zone illegali rispetto al diritto internazionale. I prezzi sono molto alti, ancor più che nei negozi di alimentari in Israele, dove d’altronde la vita è molto cara. In diverse colonie dove la popolazione di origine russa è molto numerosa ho visto rivendite di alcolici particolarmente ben fornite, da fare invidia ad un negozio notturno di Parigi, ovviamente con delle bottiglie di vodka per tutti i gusti e per tutti i prezzi.

Una popolazione rinchiusa e in espansione, l’assenza di vera concorrenza: la scelta del gruppo francese Carrefour, uno dei giganti mondiali del commercio con più di 12.000 rivendite in 39 Paesi, è stata quella di insediarsi nelle colonie dei territori palestinesi occupati. Citata in un rapporto pubblicato il 17 novembre 2022 dall’Associazione di Solidarietà Francia-Palestina (AFPS) insieme alla CGT [sindacato francese, ndt.], Solidaires, Lega dei Diritti Umani (LDH), Piattaforma delle ONG per la Palestina e Al-Haq, questa decisione è quindi tutt’altro che casuale.

Un accordo sottoscritto per 20 anni

Si tratta di un accordo di franchising firmato a inizio marzo 2022 tra Carrefour e Yenot Bitan, filiale del gruppo israeliano Elco. Della durata di 20 anni, l’accordo consentirà ai negozi Yenot Bitan, per ora 150, di vendere una certa quantità di prodotti di marchio Carrefour. Questi negozi saranno anzitutto rinominati “Super”, ma non è escluso che alla fine il marchio Carrefour si installi con proprio nome in Israele e nei territori palestinesi. Il partner israeliano di Carrefour, il gruppo Elco, ed una delle sue filiali, Electra Consumer Products, sono inoltre coinvolti in vario modo nell’economia delle colonie (costruzione di alloggi e lavori pubblici, climatizzazione di edifici, generatori elettrici…). È quindi difficile che Carrefour possa dire di non aver saputo niente nella scelta dei suoi alleati commerciali. Tanto più che le Nazioni Unite hanno pubblicato nel 2013 un elenco di dieci “attività suscettibili di rendere le imprese israeliane o multinazionali complici di violazioni dei diritti umani in relazione alla colonizzazione del territorio palestinese”, precisa il rapporto, di cui fa parte “l’offerta di servizi e prestazioni che contribuiscono al mantenimento e all’esistenza delle colonie di insediamento.” Non si potrebbe essere più chiari.

Attualmente Yenot Bitan possiede tre supermercati nelle colonie, uno a Alfei Menashe, non lontano da Tulkarem e che conta 8.000 abitanti e due nelle “mega-colonie” che formano Maale Adumin e Ariel. In queste due colonie questi supermercati completano l’offerta commerciale dei grandi centri commerciali dove alcuni marchi internazionali come Castro hanno dei negozi.

Il Primo Ministro israeliano uscente, Yair Lapid, a luglio si è chiaramente felicitato di questo accordo, che a suo parere consentirà ad altre imprese della distribuzione di “seguirne le orme”. Inoltre anche il gruppo olandese Spar prevede di aprire filiali in Israele e sicuramente nei territori occupati. La scelta di Carrefour di installarsi nella Cisgiordania occupata contribuisce dunque alla banalizzazione della colonizzazione, perché occultare gli abusi che essa comporta è l’obbiettivo principale della propaganda israeliana.

La ripresa della campagna #stopcolonie

I governi israeliani, e certamente ancor di più quello che sta predisponendo Benjamin Netanyahu, vogliono infatti che gli alleati internazionali di Israele, soprattutto la Francia e l’Unione Europea (UE), non facciano più della colonizzazione un casus belli. Per parte loro l’AFPS (Associazione Francia-Palestina) e i suoi alleati ritengono che si tratti di complicità diretta di Carrefour con la colonizzazione. “Se Carrefour intende conformarsi a principi etici che peraltro pone come prioritari, deve recedere da questo accordo”, afferma Bertrand Heilbronn, presidente della AFPS. “Quando diciamo che la colonizzazione è un crimine di guerra, non è un’affermazione retorica.”

Dopo la pubblicazione del rapporto il 17 novembre, alla fine il presidente dell’AFPS ha incontrato, insieme ai rappresentanti della Piattaforma delle ONG per la Palestina e della LDH, una delegazione del settore “responsabilità sociale delle imprese” di Carrefour. Si trattava di evidenziare le contraddizioni dell’impresa che assicura nei suoi “principi etici” che “la promozione dei diritti umani è fondamentale per condurre le proprie attività in modo responsabile e duraturo.” L’inquietante investimento nei supermercati delle colonie dimostra bene, se ci fosse qualche dubbio, che si tratta di parole al vento…tipiche del cinismo delle grandi imprese globalizzate.

Non hanno chiuso la porta”, precisa uno dei partecipanti all’incontro, “ma neppure rinunciano”. Dato che l’impresa non recede dalla sua scelta di investire nelle colonie, i firmatari del rapporto lanceranno una campagna che fa appello all’opinione pubblica, in particolare nei confronti dei (numerosi) clienti francesi dei diversi supermercati Carrefour. Si tratta anche di proseguire la campagna #stopcolonie lanciata da qualche mese proprio per porre fine al commercio con le colonie. Oltre ai firmatari del rapporto su Carrefour, questa campagna è sostenuta da diversi partiti di sinistra, in particolare dagli ecologisti di ‘Europe Ecologie Les Verts’ [Europa Ecologia-I Verdi] (EELV) e dal PCF [partito comunista francese, ndt.], e anche dalla Confederazione degli agricoltori e dalla Confederazione Francese Democratica del Lavoro (CFDT). Il loro impegno deve superare la fase simbolica, dato che i francesi hanno dimostrato in varie circostanze che, contrariamente ai dirigenti del gruppo Carrefour, non dimenticano la Palestina. “Partecipiamo con molta convinzione”, dice un responsabile della Piattaforma delle ONG per la Palestina. Di fronte all’inganno di Carrefour e di alcune altre società francesi, non si può che rallegrarsene. Sempre che duri….

Jean Stern

Storico collaboratore di Liberation, La Tribune e La Chronique d’ Amnesty International. Ha pubblicato nel 2012 “Les patrons de la presse nationale, tous mauvais” [I padroni della stampa nazionale, tutti cattivi], per La Fabrique; per le edizioni Libertalia: nel 2017 “Mirage gay à Tel Aviv” [Miraggio gay a Tel Aviv] e nel 2020 “Canicule” [Canicola].

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)