In che modo la carestia di Gaza provocata da Israele si ripercuote sul resto dei palestinesi

Samah Jabr

Responsabile dell’Unità di Salute Mentale presso il Ministero della Salute palestinese

2 novembre 2024Al Jazeera

Come professionista della salute mentale riscontro sempre più spesso tra i palestinesi disturbi alimentari causati da traumi socio-politici.

La guerra israeliana a Gaza ha preso forma attraverso una molteplicità di atroci manifestazioni di cui la più perfida e devastante è l’uso della fame come arma. Il 9 ottobre 2023 il ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant ha annunciato che “non sarà consentito l’ingresso a Gaza di elettricità, né cibo, né carburante”. La giustificazione era che Israele “sta combattendo contro gli animali umani”.

Due settimane dopo il membro della Knesset Tally Gotliv ha dichiarato: “Senza fame e sete tra la popolazione di Gaza… non saremo in grado di corrompere le persone con cibo, bevande, medicine per ottenere informazioni”.

Nei mesi successivi Israele non solo ha ostacolato la consegna degli aiuti ai palestinesi a Gaza ma ha anche preso di mira e distrutto infrastrutture per la produzione alimentare, tra cui campi coltivati, panifici, mulini e negozi di alimentari.

Questa strategia deliberata, volta a sottomettere e spezzare lo spirito del popolo palestinese, ha causato innumerevoli vittime a Gaza, molte delle quali neonati e bambini piccoli. Ma ha avuto anche profonde conseguenze per il resto dei palestinesi.

Come professionista della salute mentale ho assistito in prima persona al tributo psicologico e fisico che questa punizione collettiva ha avuto sugli individui nella Gerusalemme Est occupata e nella Cisgiordania occupata. Ho osservato come i giovani palestinesi stiano sviluppando rapporti complicati col cibo, i loro corpi e la loro identità sociale e nazionale in risposta agli orrori di cui sono testimoni e di cui sentono parlare ogni giorno.

La guarigione richiederebbe un intervento molto più complesso, che tenga conto non solo del trauma individuale ma anche di quello politico e storico dell’intera società.

Matrice politica e sociale del trauma

Per comprendere l’effetto dell’arma della fame è essenziale considerare il più ampio quadro sociale e psicologico in cui si verifica. Ignacio Martín-Baró, una figura di spicco nella psicologia della liberazione, ha postulato che il trauma sia un evento sociale. Ciò significa che il trauma non è semplicemente un’esperienza individuale, ma è radicato ed esacerbato dalle condizioni e dalle strutture sociali che circondano l’individuo.

A Gaza l’insieme di elementi traumatogeni comprende l’assedio in corso, l’aggressione genocida e la deliberata privazione di risorse essenziali come cibo, acqua e medicine. Il trauma che ne deriva è aggravato dalla memoria collettiva della sofferenza durante la Nakba (la pulizia etnica di massa dei palestinesi nel 1947-8), dagli spostamenti continui e dall’oppressione sistemica dell’occupazione. In questo ambiente il trauma non è solo un’esperienza personale ma una realtà collettiva, socialmente e politicamente radicata.

Sebbene i palestinesi fuori Gaza non stiano sperimentando direttamente la violenza genocida scatenata lì da Israele, sono esposti quotidianamente a immagini e storie strazianti su di essa. E’ soprattutto traumatizzante assistere all’imposizione incessante e sistematica della fame sugli abitanti di Gaza.

Nel giro di poche settimane dalla dichiarazione di Gallant, a Gaza ha iniziato a farsi sentire la carenza di cibo. A gennaio i prezzi dei prodotti alimentari sono saliti alle stelle, soprattutto nella parte settentrionale di Gaza, dove un collega mi ha detto di aver pagato 186 euro per una zucca. Più o meno in questo periodo hanno iniziato ad essere diffuse notizie su palestinesi costretti a mescolare foraggio per animali alla farina per fare il pane. A febbraio le prime immagini di neonati e bambini palestinesi morti di malnutrizione hanno inondato i social media.

A marzo l’UNICEF segnalava che nel nord di Gaza 1 bambino su 3 sotto i 2 anni era gravemente malnutrito. Ad aprile Oxfam stimava che l’assunzione media di cibo per i palestinesi nel nord di Gaza non superasse le 245 calorie al giorno, ovvero solo il 12% del fabbisogno giornaliero. Più o meno nello stesso periodo il Ministero della Salute palestinese ha annunciato che 32 palestinesi, tra cui 28 bambini, erano stati uccisi dalla fame, sebbene il numero reale di morti fosse probabilmente molto più alto.

Sono circolate anche storie di palestinesi uccisi a colpi di arma da fuoco mentre erano in attesa della distribuzione degli aiuti alimentari o annegati in mare mentre cercavano di raggiungere [le casse di] cibo paracadutato da parte di governi che sostengono la guerra israeliana contro Gaza.

In una lettera pubblicata il 22 aprile sulla rivista medica The Lancet il dottor Abdullah al-Jamal, l’unico psichiatra rimasto nel nord di Gaza, ha scritto che l’assistenza sanitaria riguardante la salute mentale era stata completamente devastata. Ha aggiunto: “I problemi più grandi ora a Gaza, specialmente nel nord, sono la carestia e la mancanza di sicurezza. La polizia non è in grado di operare perché viene immediatamente presa di mira da droni spia e aerei mentre tenta di ristabilire l’ordine. Bande armate che collaborano in qualche modo con le forze israeliane controllano la distribuzione e i prezzi di prodotti alimentari e farmaceutici che entrano a Gaza come aiuti, compresi quelli lanciati con i paracadute. Alcuni prodotti alimentari, come la farina, hanno raddoppiato il loro prezzo molte volte, il che esacerba la crisi della popolazione”.

Casi clinici di trauma da fame

La carestia imposta da Israele a Gaza ha avuto sulle comunità palestinesi effetti a catena psicologici e fisici. Nella mia pratica clinica ho incontrato diversi casi nella Gerusalemme Est occupata e nella Cisgiordania occupata che illustrano come il trauma della fame a Gaza si rifletta sulle vite dei giovani palestinesi lontani dalla zona di conflitto. Eccone alcuni.

Ali, un diciassettenne della Cisgiordania, ha sperimentato cambiamenti nel comportamento alimentare e ha perso 8 kg in due mesi dopo l’arresto di un suo amico da parte delle forze israeliane. Nonostante la significativa perdita di peso, ha negato di sentirsi triste, insistendo sul fatto che “la prigione rende uomini”. Tuttavia, riusciva ad esprimere più apertamente la sua rabbia per le condizioni a Gaza e le interruzioni dei ritmi del suo sonno suggerivano un profondo impatto psicologico. “Non riesco a smettere di guardare i bombardamenti e la carestia a Gaza, mi sento così impotente”. La perdita di appetito di Ali è una manifestazione dell’interiorizzazione della sua rabbia e del suo dolore, come riflesso del più ampio trauma sociale che lo ha avvolto.

Salma, di soli 11 anni, ha accumulato nella sua camera da letto scatolette di cibo, bottiglie d’acqua e fagioli secchi. Ha detto che si sta “preparando al genocidio” in Cisgiordania. Il padre di Salma ha riferito che quando porta a casa cibi costosi come carne o frutta lei diventa “isterica”. La graduale diminuzione dell’assunzione di cibo e il rifiuto di mangiare, che si sono esacerbati durante il mese del Ramadan, rivelano un profondo senso di ansia e colpa per la fame dei bambini a Gaza. Il caso di Salma illustra come il trauma della fame, anche se sperimentato indirettamente, possa alterare profondamente il rapporto di un bambino con il cibo e il suo senso di sicurezza nel mondo.

Layla, una ragazza di 13 anni, si presenta con una strana incapacità di mangiare e la descrive come una sensazione che “qualcosa nella mia gola mi impedisce di mangiare; c’è una spina che mi blocca la gola”. Nonostante approfonditi esami clinici non è stata trovata alcuna causa fisica. Nel corso di ulteriori colloqui è emerso che il padre di Layla è stato arrestato dalle forze israeliane e da allora non ha più saputo nulla di lui. L’incapacità di Layla di mangiare è una risposta psicosomatica al trauma della prigionia di suo padre e alla sua consapevolezza della fame, della tortura e della violenza sessuale inflitte ai prigionieri politici palestinesi. È stata anche profondamente colpita dai resoconti sulla fame e violenza a Gaza e sente la relazione tra la sofferenza a Gaza e il destino incerto di suo padre; il che ha amplificato i suoi sintomi psicosomatici.

Riham, una ragazza di 15 anni, ha sviluppato vomito involontario ripetuto e un profondo disgusto per il cibo, in particolare la carne. La sua famiglia ha una storia di obesità e gastrectomia, ma lei ha negato qualsiasi preoccupazione per l’immagine corporea. Attribuisce il suo vomito alle immagini di sangue e smembramento di persone a Gaza. Nel tempo, la sua avversione si è estesa ai cibi a base di farina, spinta dalla paura che potessero essere mescolati con foraggio per animali. Sebbene sia consapevole che questo non accade dove si trova, quando cerca di mangiare il suo stomaco rifiuta il cibo.

Un invito all’azione

Le storie di Ali, Salma, Layla e Riham non sono casi classici di disturbi alimentari. Li raggrupperei come casi di disordine alimentare dovuto a un trauma politico e sociale senza precedenti nel contesto di Gaza e del territorio palestinese nel suo complesso.

Questi bambini non sono solo pazienti con problemi psicologici eccezionali. Soffrono gli effetti di un ambiente traumatogeno creato dalla violenza coloniale in corso, dall’uso della fame come arma e dalle condotte politiche che perpetuano queste condizioni.

In quanto professionisti della salute mentale è nostra responsabilità non solo curare i sintomi presentati da questi pazienti ma anche affrontare le radici politiche del loro trauma. Ciò richiede un approccio olistico che tenga conto del contesto sociopolitico più ampio in cui vivono questi individui.

Il supporto psicosociale dovrebbe dare forza ai sopravvissuti, ripristinare la dignità e soddisfare i bisogni di base, in modo che comprendano l’interazione tra condizioni oppressive e la loro vulnerabilità e sentano di non essere soli. Gli interventi basati sulla comunità dovrebbero essere eseguiti promuovendo spazi sicuri in cui le persone possano elaborare le proprie emozioni, impegnarsi in narrazioni collettive e ricostruire un senso di controllo.

I professionisti della salute mentale in Palestina devono adottare un quadro di psicologia della liberazione, integrando il lavoro terapeutico con il supporto della comunità, la difesa pubblica e gli interventi strutturali. Questo comprende affrontare le ingiustizie, contrastare le narrazioni che normalizzano la violenza e partecipare agli sforzi per porre fine all’assedio e all’occupazione. La difesa da parte dei professionisti della salute mentale fornisce ai pazienti un riconoscimento, riduce l’isolamento e promuove la speranza attraverso la dimostrazione di solidarietà.

Solo attraverso un tale approccio onnicomprensivo possiamo sperare di guarire le ferite degli individui e della comunità.

Le opinioni espresse in questo articolo sono quelle dell’autrice e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Al Jazeera.

Samah Jabr

Responsabile dell’Unità di Salute Mentale presso il Ministero della Salute Palestinese

La dott.ssa Samah Jabr è una specialista in psichiatria che esercita in Palestina, dove si occupa delle comunità di Gerusalemme Est e della Cisgiordania. Attualmente è responsabile dell’Unità di Salute Mentale presso il Ministero della Salute Palestinese. È professoressa associata di Psichiatria e Scienze Comportamentali presso la George Washington University di Washington DC. La dott.ssa Jabr è una formatrice e supervisora con un’attenzione particolare alla Terapia Cognitivo Comportamentale (CBT), collabora con la mhGAP [La Mental Health Gap Action Programme guideline dell’OMS che offre indicazioni, raccomandazioni e aggiornamenti per il trattamento di disturbi mentali, neurologici e abuso di sostanze, ndt.] e con il Protocollo di Istanbul per la documentazione della tortura.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Il numero quotidiano di morti a Gaza è superiore a quello di qualunque altro importante conflitto del XXI secolo – Oxfam.

Oxfam

11 gennaio 2024 – Oxfam

L’esercito israeliano sta uccidendo 250 palestinesi al giorno e molte più vite sono a rischio per mancanza di cibo, malattie e freddo.

Mentre l’escalation delle ostilità si avvicina ai 100 giorni, secondo quanto affermato oggi da Oxfam [ong britannica per i diritti umani, ndt.] l’esercito israeliano sta uccidendo giornalmente una media di 250 persone, un bilancio quotidiano di vittime che supera il numero di morti di qualunque altro conflitto importante negli ultimi anni.

Inoltre il 7 ottobre oltre 1.200 persone sono state uccise negli orribili attacchi di Hamas e di altri gruppi armati in Israele e da allora in Cisgiordania sono stati uccisi 330 palestinesi.

Sally Abi Khalil, direttrice di Oxfam per il Medio Oriente, ha affermato: “La portata e le atrocità che Israele sta infliggendo a Gaza sono realmente scioccanti. Per 100 giorni la gente a Gaza ha sopportato un inferno in terra. Nessun luogo è sicuro e un’intera popolazione è a rischio di morte per fame.

È inconcepibile che la comunità internazionale stia a guardare durante il conflitto con il numero di morti più alto del XXI secolo, continuando a bloccare le richieste di un cessate il fuoco.”

Precisazione del 15 gennaio 2024: Utilizzando i dati a disposizione del pubblico, Oxfam ha calcolato che il numero medio di morti al giorno a Gaza è superiore a ogni altro importante conflitto armato recente, compresi quelli in Siria (96,5 morti al giorno), Sudan (51,6), Iraq (50,8), Ucraina (43,9), Afghanistan (23,8) e Yemen (15,8).

L’organizzazione umanitaria segnala che le persone sono progressivamente rinchiuse in zone sempre più ristrette a causa dei continui bombardamenti, in quanto sono stati obbligati a scappare da luoghi che in precedenza era stato detto loro essere sicuri, ma nessun posto a Gaza lo è veramente. Oltre un milione di persone, più di metà della popolazione totale, è stata obbligata a cercare riparo a Rafah, sul confine con l’Egitto. Il personale di Oxfam a Rafah informa di un estremo sovraffollamento, con pochissimi cibo e acqua ed esaurimento delle medicine essenziali. Questa crisi è ulteriormente aggravata dalle restrizioni israeliane all’ingresso di aiuti, dalla chiusura dei confini, dall’imposizione di un assedio e dal rifiuto di farli entrare senza ostacoli. Attualmente sta entrando solo il 10% dell’aiuto alimentare necessario settimanalmente.

Oxfam avverte anche che, oltre alle vittime dirette, la vita è gravemente minacciata da fame e malattie. La comparsa di un clima freddo e piovoso sta rendendo la situazione ancora più critica per mancanza di coperte, di combustibile per il riscaldamento e di acqua calda. Una delle organizzazioni che collaborano con Oxfam, i Palestinian Agricultural Relief Committees [Comitati per il Soccorso ai Contadini Palestinesi] (PARC), ha descritto la situazione di quanti vivono in tenda come “peggiore di qualunque immaginazione”, con rifugi di fortuna che lasciano entrare la pioggia, spazzati via dal vento e le persone ricorrono a mezzi disperati come vendere cibo indispensabile o scorte di acqua per avere una coperta.

Mutaz, un ingegnere che è stato cacciato da Al-Mawasi con la famiglia, ha affermato: “La pioggia stava scendendo da ogni parte nella tenda. Abbiamo dovuto dormire sulla borsa di farina per proteggerla dalla pioggia. Mia moglie e tre delle mie figlie di notte usano una sola coperta. Ci sono coperte sufficienti da condividere solo tra quattro persone. Non abbiamo niente.”

All’inizio della settimana a Jabaliya un campo profughi è stato inondato da liquami quando le tubature e una stazione di pompaggio sono state danneggiate da attacchi aerei israeliani. La mancanza di acqua potabile e di condizioni igieniche adeguate pone un gravissimo rischio per la salute. I casi di diarrea sono quadruplicati rispetto a quelli dello stesso periodo dell’anno scorso, anche se in realtà il loro numero probabilmente è molto più alto.
Sally Abi Khalil afferma: “Mentre le atrocità di massa proseguono, si continuano a perdere vite e approvvigionamenti vitali non possono entrare. Il blocco totale israeliano della Striscia di Gaza sta limitando aiuti salvavita, compresi cibo, materiale sanitario e strutture idriche e igieniche.

Oltre al già orribile numero di decessi, molte altre persone potrebbero morire per fame, malattie curabili, diarrea e freddo. La situazione è particolarmente preoccupante per i bambini, le donne incinte e chi aveva già problemi di salute.

L’unico modo per fermare la strage e impedire che si perdano molte altre vite è un immediato cessate il fuoco, che gli ostaggi vengano rilasciati e che possano entrare aiuti medici indispensabili.”

Oggi la Corte Internazionale di Giustizia delle Nazioni Unite sta tenendo un’udienza sulla legalità della prolungata aggressione israeliana contro Gaza e potrebbe emanare un’ordinanza d’emergenza perché la campagna militare israeliana venga sospesa. Oxfam sostiene ogni tentativo di indagine ed esame su atrocità di massa e violazioni dei diritti umani indipendentemente da chi li abbia perpetrati.

Precisazione del 15 gennaio 2024: Oxfam ha calcolato il numero medio quotidiano delle morti legate al conflitto nei Paesi citati utilizzando i dati resi pubblici dall’ONU o da fonti accademiche, dividendo il totale dei morti per la durata di ogni conflitto. Tuttavia tale calcolo non rappresenta quindi il numero di morti rispettivi nelle fasi più acute delle ostilità. Dopo un ulteriore controllo Oxfam ribadisce con convinzione che Gaza rimane il più sanguinoso conflitto per numero di morti di ogni altro negli ultimi 24 anni, ma i dati esatti varieranno durante i periodi di scontri più intensi. Di conseguenza Oxfam ha eliminato dal paragrafo introduttivo da “supera il numero di morti di qualunque altro conflitto importante negli ultimi anni” le parole ‘di gran lunga’ .

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Per scongiurare una grave crisi alimentare la Palestina richiede un’attenzione immediata

Ramzy Baroud

19 aprile 2022 – Middle East Monitor

Mohammed Rafik Mhawesh, un giovane giornalista di Gaza e mio amico, mi ha detto che nel territorio assediato nelle ultime settimane il costo del cibo è salito alle stelle. Le famiglie già impoverite faticano a mettere insieme il pranzo con la cena. Ha spiegato che “I prezzi dei generi alimentari hanno subito una notevole impennata, specialmente dall’inizio della guerra Russia-Ucraina.”

Il costo di alimenti essenziali come grano e carne è raddoppiato. Quello dei polli, per esempio, che comunque solo una piccola frazione degli abitanti Gaza poteva permettersi, è aumentato da 20 shekel (circa 5.70 euro) a 45 shekel (quasi 13 euro).

Tale impennata sarebbe forse gestibile in alcune parti del mondo, ma in una società già poverissima che da 15 anni subisce un assedio ermetico da parte dell’esercito israeliano si tratta di una imminente e grave crisi alimentare.

L’ong internazionale Oxfam l’ha segnalata l’11 aprile, quando ha comunicato che i prezzi dei generi alimentari nella Palestina occupata erano saliti del 25% e, cosa più allarmante, le scorte di farina nei Territori Palestinesi Occupati potrebbero “esaurirsi in tre settimane “.

L’impatto della guerra Russia-Ucraina si fa sentire in tutto il mondo, in alcuni luoghi più che in altri. I Paesi africani e mediorientali che da anni combattono contro povertà, fame e disoccupazione sono i più colpiti.

Comunque la Palestina è tutta un’altra storia. È un Paese occupato che dipende quasi interamente dai provvedimenti della potenza occupante, Israele, che si rifiuta di rispettare il diritto internazionale e quello umanitario. Il problema dei palestinesi è complesso, ma, in un modo o nell’altro, quasi ognuno dei suoi vari aspetti è collegato a Israele.

Da molti anni Gaza è soggetta al blocco economico imposto da Israele. La quantità di cibo a cui Israele permette di entrare nella Striscia è razionata e manipolata dallo Stato occupante e usata come punizione collettiva. Amnesty International nel suo rapporto sull’apartheid in Israele pubblicato a febbraio ha dettagliato le restrizioni israeliane sulle derrate palestinesi e le riserve di carburante. Secondo l’organizzazione dei diritti umani Israele usa “formule matematiche per determinare quanto cibo far entrare a Gaza”, limitando le provviste a ciò che Tel Aviv giudica “essenziale per la sopravvivenza della popolazione civile”.

A parte i molti problemi infrastrutturali derivanti dall’assedio, come la quasi totale mancanza di acqua potabile, elettricità e attrezzature agricole, Gaza ha per esempio anche perso gran parte della sua terra coltivabile, destinata ad essere una zona di esclusione militare israeliana stabilita lungo il confine nominale intorno alla Striscia.

La Cisgiordania non sta molto meglio. La maggior parte dei palestinesi nei Territori Occupati, oltre all’impatto devastante della pandemia da Covid-19 e alle debolezze strutturali nell’Autorità Palestinese, afflitta da corruzione e malgoverno, sta patendo l’oppressione crescente dell’occupazione israeliana.

Secondo Oxfam l’ANP importa il 95% del suo grano e non possiede nessuna struttura di stoccaggio. Tutte queste importazioni passano attraverso Israele, che controlla ogni accesso alla Palestina dal mondo esterno. Dato che Israele stesso importa quasi metà del suo grano e cereali dall’Ucraina, i palestinesi sono ostaggio di questo particolare meccanismo dell’occupazione.

Comunque Israele ha ammassato riserve di cibo ed è in massima parte indipendente per l’energia, mentre i palestinesi sono in difficoltà a tutti i livelli. Mentre l’ANP ha parte della colpa per aver investito nel suo elefantiaco apparato di “sicurezza” a spese della sicurezza alimentare, Israele ha in mano quasi tutte le chiavi della sopravvivenza dei palestinesi.

A causa delle centinaia di checkpoint nella Cisgiordania occupata posti dall’esercito israeliano e che separano le comunità una dall’altra e i contadini dalle proprie terre, in Palestina l’agricoltura sostenibile è quasi impossibile. Questa complessa situazione è ulteriormente aggravata da due grossi problemi: gli oltre 700 kilometri del cosiddetto “Muro di Separazione” che non “separano” per niente gli israeliani dai palestinesi, ma privano illegalmente i palestinesi di ampie aree delle loro terre, quasi tutte zone agricole, e il vero e proprio furto di acqua palestinese dalle falde acquifere della Cisgiordania. Mentre molte comunità palestinesi in estate non hanno acqua potabile, Israele non ha mai scarsità di acqua in nessun periodo dell’anno.

La cosiddetta Area C determinata dagli Accordi di Oslo costituisce quasi il 60% dell’area totale della Cisgiordania ed è sotto completo controllo militare israeliano. Sebbene sia relativamente poco popolata, contiene la maggior parte dei terreni agricoli dei Territori Palestinesi Occupati, specialmente le zone della fertilissima valle del Giordano. A causa della pressione internazionale Israele ha rimandato la sua annessione ufficiale dell’Area C, ma essa è comunque praticamente avvenuta e i palestinesi sono lentamente cacciati via e rimpiazzati da una popolazione crescente di coloni illegali ebrei-israeliani.

I prezzi dei generi alimentari in rapida crescita stanno danneggiano proprio quei contadini e allevatori che sono impegnati a riempire l’enorme voragine causata dall’insicurezza alimentare globale risultante dalla guerra. Secondo Oxfam, in Cisgiordania i costi dei mangimi sono saliti del 60%, problema che va ad aggiungersi al “presente fardello” che gli allevatori devono affrontare, come l’”inasprimento dei violenti attacchi dei coloni israeliani” e “lo sfollamento forzato”, un eufemismo usato per definire la pulizia etnica, parte delle politiche di annessione di Israele.

La fine della guerra Russia-Ucraina probabilmente porterebbe un parziale miglioramento, ma persino questo non porrebbe fine all’insicurezza alimentare della Palestina dato che il problema è provocato e prolungato da specifiche politiche israeliane. Nel caso di Gaza infatti la crisi è totalmente creata da Israele con in mente specifici obiettivi politici. L’infame commento dell’ex consigliere del governo israeliano Dov Weisglass che nel 2006 spiegava i motivi dell’assedio di Gaza resta il principio guida dell’atteggiamento di Israele verso la Striscia: “L’idea è di mettere i palestinesi a dieta, ma di non farli morire di fame.”

Perciò, per scongiurare una grave crisi alimentare, la Palestina ha bisogno di un’attenzione immediata. L’estrema e prolungata povertà e l’elevata disoccupazione a Gaza non lasciano alcun margine per altre disastrose limitazioni. Comunque qualsiasi cosa si faccia ora sarebbe solo un rimedio a breve termine. Si deve tenere un dibattito serio, che coinvolga i palestinesi, i Paesi arabi, la FAO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura) e altri organismi per discutere e risolvere l’insicurezza alimentare palestinese. Per la gente della Palestina occupata questa è la vera e concreta minaccia esistenziale.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(Traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Gli USA valutano se definire “antisemite” importanti organizzazioni per i diritti umani

Nahal Toosi

21 ottobre 2020 – Politico

Secondo l’assistente di un parlamentare del Congresso in contatto con il Dipartimento di Stato, il segretario di Stato Mike Pompeo sta spingendo per questa dichiarazione.

Due persone a conoscenza della questione affermano che l’amministrazione Trump sta prendendo in considerazione di dichiarare che una serie di importanti Ong internazionali – tra cui Amnesty International, Human Rights Watch e Oxfam – sono antisemite e che i governi non dovrebbero appoggiarle.

La dichiarazione proposta potrebbe essere resa pubblica dal Ddipartimento di Stato [il ministero degli Esteri USA, ndtr.] entro questa settimana. Se ciò venisse dichiarato, probabilmente provocherebbe una rivolta da parte delle associazioni della società civile e potrebbe scatenare un contenzioso legale. Chi critica questa possibile iniziativa teme che ciò possa portare anche altri governi a reprimere ulteriormente queste associazioni. Nel contempo le organizzazioni citate negano qualunque accusa di antisemitismo.

Secondo l’assistente di un parlamentare del Congresso in contatto con il Dipartimento di Stato, il segretario di Stato Mike Pompeo sta facendo pressioni per questa dichiarazione. Pompeo pensa ad una futura candidatura presidenziale ed ha preso una serie di misure per guadagnarsi i favori degli elettori filo-israeliani ed evangelici, una componente fondamentale della base elettorale di Trump.

Ma la proposta sta provocando l’opposizione di funzionari del Dipartimento di Stato. Tra i contrari ci sono avvocati del dipartimento che avvertono che ciò ha basi incerte riguardo a problemi di libertà di parola, potrebbe portare a denunce e potrebbe persino non avere legittime basi legali dal punto di vista amministrativo.

Mercoledì nessun portavoce del Dipartimento di Stato ha al momento risposto a una richiesta di commento. Un ex- funzionario del Dipartimento di Stato con contatti interni ha confermato il fondamento della dichiarazione ed ha affermato che potrebbe essere resa pubblica a breve.

Si prevede che la dichiarazione assumerà la forma di un rapporto dell’ufficio di Elan Carr, l’inviato speciale USA per il monitoraggio e la lotta all’antisemitismo. Il rapporto citerebbe organizzazioni che includono Oxfam, Human Rights Watch e Amnesty International. Dichiarerebbe che la politica USA è di non appoggiare, anche finanziariamente, tali organizzazioni e invita altri governi a smettere di sostenerle.

Il rapporto citerebbe l’appoggio, presunto o percepito, di tali organizzazioni al movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni, che ha preso di mira Israele per la sua costruzione di colonie sulla terra che i palestinesi rivendicano per un futuro Stato.

Si prevede anche che punti su rapporti e comunicati stampa rilasciati da tali gruppi sull’impatto delle colonie israeliane, così come sul loro coinvolgimento o appoggio percepito a un elenco delle Nazioni Unite su imprese che operano nei territori contesi.

L’impatto concreto di tali organizzazioni non è immediatamente chiaro e potrebbe dipendere da quale branca o divisione di un gruppo venga presao in considerazione. Per esempio Human Rights Watch e Amnesty International USA non ricevono fondi dal governo USA. Oxfam America neppure, ma a seconda delle circostanze le sue sezioni all’estero potrebbero ricevere finanziamenti dagli americani.

Inoltre non tutte le associazioni citate appoggiano ufficialmente il movimento BDS o prendono posizione su di esso. Ma tutte hanno criticato in una misura o nell’altra le politiche di colonizzazione israeliana e il modo in cui vengono trattati i palestinesi, e organizzazioni filo-israeliane hanno sostenuto che le attività di queste associazioni rappresentano comunque un appoggio per il movimento e quindi sono antisemite.

Contattati da POLITICO, i rappresentanti ufficiali delle tre organizzazioni non erano a conoscenza della possibile dichiarazione del Dipartimento di Stato.

Bob Goodfellow, direttore esecutivo ad interim di Amnesty International USA, ha affermato che qualunque accusa di antisemitismo sarebbe “priva di fondamento”.

AI USA è profondamente impegnata a lottare contro l’antisemitismo e contro ogni forma di odio in tutto il mondo, e continuerà a proteggere le persone ovunque vengano negate giustizia, libertà, verità e dignità,” afferma in un comunicato. “Contestiamo risolutamente ogni accusa di antisemitismo e ci prepariamo di affrontare ogni attacco del Dipartimento di Stato.”

Anche Noah Gottschalk, responsabile della politica internazionale di Oxfam America, nega come “false” e “offensive” le accuse di antisemitismo.

Oxfam non appoggia il BDS né chiede il boicottaggio di Israele o di qualunque altro Paese,” ha affermato Gottschalk. “Oxfam e i nostri partner israeliani e palestinesi da decenni operano sul terreno per promuovere i diritti umani e contribuire alla sopravvivenza di comunità israeliane e palestinesi. Noi sosteniamo la nostra lunga storia di lavoro per proteggere le vite, i diritti umani e il futuro di ogni israeliano e palestinese.”

Il funzionario di Human Rights Watch Eric Goldstein ha notato che l’amministrazione Trump spesso si basa sul lavoro di gruppi come il suo per legittimare le sue stesse prese di posizione politiche.

  • Lottiamo contro ogni forma di discriminazione, compreso l’antisemitismo,” dice Goldstein in un comunicato. “Criticare politiche governative non equivale ad attaccare un gruppo di persone specifico. Per esempio, le nostre critiche al governo USA non ci rendono antiamericani.”

La bozza di dichiarazione del Dipartimento di Stato attinge molte delle sue informazioni da Ong Monitor, un sito filo-israeliano che controlla le attività di organizzazioni per i diritti umani e altre e spesso le accusa di essere anti-israeliane.

Lo scorso anno Israele ha espulso Omar Shakir, un ricercatore di Human Rights Watch, accusato di appoggiare il movimento BDS. Human Rights Watch e Shakir, cittadino USA, hanno negato questa accusa.

Mercoledì, alla domanda in merito alla possibile dichiarazione USA, nessun portavoce dell’ambasciata israeliana ha commentato.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)