Il “Piano di pace” di Trump per Gaza: il buono, il brutto e il cattivo

Ramzy Baroud e Romana Rubeo

29 settembre 2025 The Palestine Chronicle

Questa analisi esamina il “Piano di pace” di Trump per Gaza, delineandone i potenziali vantaggi, le insidie ​​e le contraddizioni di fondo

È ancora troppo presto per emettere un verdetto definitivo sulla proposta del presidente degli Stati Uniti Donald Trump per porre fine alla guerra e al genocidio israeliani a Gaza.

Da diversi giorni circolano sui media indiscrezioni sulla natura della proposta, per lo più attribuite a funzionari statunitensi anonimi. Lunedì la Casa Bianca ha finalmente rivelato i punti principali del piano. L’idea è stata presentata dallo stesso Trump durante una conferenza stampa a Washington congiunta con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.

Anche lì hanno continuato a emergere contraddizioni. Ad esempio, l’ultima versione della proposta richiede che la Resistenza palestinese “abbandoni le armi”, mentre precedenti indiscrezioni si riferivano specificamente alla rinuncia di Hamas alle “armi d’attacco”, un termine vago e indefinito.

Finora né Hamas né alcun altro partito all’interno della Resistenza Palestinese ha rilasciato una risposta formale. In precedenza tuttavia un alto funzionario di Hamas, Husam Badran, aveva dichiarato ad Al-Jazeera che l’ex Primo Ministro britannico Tony Blair – che si vociferava avrebbe avuto un ruolo in qualsiasi meccanismo di ricostruzione o di transizione – non era benvenuto a Gaza in nessuna circostanza.

Alla luce di tutto ciò ecco alcuni commenti iniziali sulla proposta e sulla sua capacità di soddisfare– o meno – le aspettative di Israele e della Resistenza Palestinese.

Il Buono

Per prima cosa Israele non occuperà né annetterà la Striscia di Gaza.

Se sia Washington che Tel Aviv fossero sinceri su questo punto, si tratterebbe di un risultato importante per la Resistenza palestinese. Fin dall’inizio del genocidio le organizzazioni palestinesi hanno ripetutamente affermato che non si permetterà a Israele di occupare un solo centimetro di Gaza.

Inoltre Netanyahu ha dichiarato innumerevoli volte che l’obiettivo finale di Israele è il controllo totale della Striscia e che non cederà su questo punto. Se il piano di Trump lo costringesse a farlo, questo segnerebbe una battuta d’arresto decisiva per gli obiettivi bellici di Israele.

In secondo luogo nessuno sarà costretto a lasciare Gaza e coloro che se ne andranno avranno il diritto di tornare.

Anche questo è un risultato notevole per i palestinesi, considerando che l’obiettivo a lungo termine di Israele è lo spopolamento di Gaza. Leader e funzionari israeliani hanno già apertamente e ripetutamente proposto il trasferimento di massa dei cittadini di Gaza in Egitto e in altri paesi.

I palestinesi sono ben consapevoli che una seconda Nakba distruggerebbe il loro progetto nazionale. Gaza è il cuore pulsante della resistenza palestinese; una pulizia etnica qui azzopperebbe il più ampio movimento di liberazione palestinese e consentirebbe a Israele di spostare completamente la sua attenzione sulla Cisgiordania. Impedire questo risultato è quindi un successo strategico.

In terzo luogo gli aiuti potranno entrare a Gaza senza ostacoli attraverso le Nazioni Unite e le sue agenzie affiliate.

Questo è un’altra importante conquista non solo per i palestinesi ma anche per la comunità internazionale, che ha costantemente respinto i tentativi di Stati Uniti e Israele di emarginare l’UNRWA e sostituirla con entità sospette come la cosiddetta Gaza Humanitarian Foundation (GHF).

Se questa proposta venisse attuata invertirebbe la campagna pluriennale di Israele contro l’UNRWA e riaffermerebbe la centralità delle Nazioni Unite nella fornitura di aiuti umanitari ai palestinesi.

Il Cattivo

Per prima cosa l’istituzione del Board of Peace [Consiglio di Pace], un nuovo organismo internazionale che supervisionerebbe la ricostruzione di Gaza. Secondo quanto riferito l’organismo sarebbe presieduto dallo stesso Trump con il coinvolgimento dell’ex primo ministro Blair [processato per crimini di guerra legati all’invasione dell’Iraq del 2003, ndt.], del genero di Trump Jared Kushner e dei partner regionali.

Dati i noti precedenti di Blair in Medio Oriente, il suo incrollabile sostegno a Israele e i suoi stretti legami con Netanyahu, un simile scenario distorcerebbe quasi certamente gli sforzi di ricostruzione a favore degli interessi israeliani e rafforzerebbe gli attori opportunisti all’interno di Gaza. Fonti locali hanno già espresso il timore che possano coinvolgersi reti criminali e uomini d’affari affiliati a figure di delinquenti come Yasser Abu Shabab [militante palestinese e leader delle Forze popolari, un gruppo armato anti-Hamas nella Striscia di Gaza autorizzato e finanziato da Israele, ndt.vedi Zeitun]

Questo è un punto spinoso e sarà difficile, se non impossibile, da valutare. Tecnicamente la Resistenza depone le armi in assenza di una guerra importante o di un’escalation militare, e le riprende – a parte poche eccezioni – solo quando Israele lanci una grave aggressione alla Striscia.

Poiché le fazioni palestinesi non operano apertamente né conservano le loro armi in arsenali pubblicamente noti non è chiaro come osservatori “indipendenti” possano anche solo iniziare a verificare un simile processo. In linea di principio tuttavia questa condizione darebbe a Netanyahu un pretesto per presentare la proposta come una vittoria, anche se niente fosse concretamente cambiato sul campo.

Terzo, l’ultimatum di 72 ore e il graduale ritiro israeliano.

Secondo la proposta i palestinesi devono rilasciare tutti i prigionieri israeliani entro 72 ore, senza alcuna garanzia che Israele rispetti i propri obblighi, tra cui il ritiro completo e il rilascio di migliaia di prigionieri palestinesi.

Data la lunga storia di violazioni degli accordi di cessate il fuoco da parte di Netanyahu, è altamente improbabile che la Resistenza accetti questa clausola alla lettera. Per loro, il rischio di cedere la loro merce di scambio più forte senza ricevere garanzie vincolanti sarebbe troppo grande.

Il Brutto

Il contesto generale rende la proposta ancora più dubbia. Il genocidio israeliano a Gaza è stato reso possibile – militarmente, politicamente e finanziariamente – da due successive amministrazioni statunitensi. Washington ha permesso a Israele di violare ripetutamente il cessate il fuoco di gennaio-marzo, rendendo inutili le garanzie statunitensi.

Inoltre gli Stati Uniti non sono riusciti a frenare l’escalation regionale di Israele. Israele ha esteso il conflitto a Libano, Yemen, Siria e Iran, senza alcuna reale resistenza da parte degli Stati Uniti, anzi con il loro totale sostegno.

Il 9 settembre gli Stati Uniti hanno persino permesso a Netanyahu di bombardare nella più totale impunità il loro più stretto alleato al di fuori della NATO, il Qatar, nonostante le forze americane fossero di stanza vicino all’area presa di mira da Israele.

In questo contesto è difficile considerare gli Stati Uniti come un garante neutrale e affidabile. Questa proposta potrebbe invece essere una manovra politica per ottenere attraverso la diplomazia ciò che Israele non è riuscito a ottenere militarmente: l’indebolimento o l’eliminazione della Resistenza palestinese.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Israele ha creato una “cellula di legittimazione” per “insabbiare” gli omicidi di giornalisti a Gaza

Redazione di Palestine Chronicle

12 agosto 2025, Palestine Chronicle

Perché ucciderlo proprio ora, alla vigilia dei piani per conquistare Gaza City? La risposta è chiara. Penso che Israele abbia ucciso Anas Al Sharif semplicemente perché era un giornalista”. Yuval Abraham.

I servizi segreti israeliani hanno istituito un’unità speciale allo scopo di giustificare le azioni dell’esercito a Gaza, compresa l’uccisione di giornalisti, secondo il giornalista investigativo israeliano Yuval Abraham.

Dopo il 7 ottobre, una squadra chiamata ‘Cellula di legalizzazione’ è stata istituita all’interno di AMAN (i servizi segreti militari)”, ha scritto Abraham su X lo scorso lunedì, dopo l’ultimo omicidio, portato a termine con un attacco aereo, di sei giornalisti, tra cui il reporter di Al Jazeera Anas Al Sharif.

Gli agenti dei servizi segreti cercano informazioni per fornire una ‘legittimazione’ alle azioni dell’esercito a Gaza: errori nel lancio di missili da parte di Hamas, uso di scudi umani, utilizzo della popolazione civile, il consueto armamentario che ben conosciamo”, ha aggiunto.

Abraham ha detto che “la principale missione della Cellula di legittimazione era di trovare dei giornalisti che potessero essere presentati dei media come segretamente affiliati ad Hamas”, aggiungendo che questa unità ha attivamente identificato i giornalisti uno ad uno ed ha cercato informazioni su di loro”.

Non hanno trovato nulla”

Abraham ha confermato che “hanno passato delle intere giornate alla ricerca di qualcosa, e non hanno trovato nulla”.

Perché fare delle ricerche del genere? Per come la capisco io, per fornire ai media un modo per ‘legittimare’ in generale il fatto che dei giornalisti sono stati uccisi”, ha aggiunto Abraham.

Abraham ha aggiunto che “identificare un giornalista come un membro di Hamas sotto copertura permette di insabbiare la morte di tutti gli altri giornalisti”.

Il giornalista ha fatto notare che Israele “ha ammesso che l’obiettivo dell’attacco alla tenda della stampa davanti all’ospedale al-Shifa era Anas Al Sharif”.

Osservando che “era noto da mesi dove si trovava”, Abraham si è chiesto il motivo della tempistica dell’omicidio di Al Sharif.

Perché ucciderlo ora? Alla vigilia dei piani per conquistare Gaza City? La risposta è chiara. Io penso che Israele abbia ucciso Anaf Al Sharif semplicemente perché era un giornalista”, ha aggiunto Abraham.

I documenti [presentati dall’esercito israeliano] sono stati il mezzo”, ha aggiunto ancora. “Per lo stesso motivo per cui si sono attivati per cercare dei giornalisti che potessero essere presentati come membri di Hamas, per fornire una ‘legittimazione’ all’uccisione di giornalisti in generale… E per lo stesso motivo ai media internazionali viene impedito di entrare a Gaza: per fare in modo che i crimini siano visti di meno”.

Questi ultimi omicidi fanno salire a 238 il numero di giornalisti assassinati durante il genocidio contro Gaza in corso dall’ottobre 2023.

Un “grande massacro” in preparazione

Lo scorso lunedì il direttore dell’ospedale Al Shifa, il dottor Mohammed Abu Salmiya, ha preavvisato che l’uccisione dei giornalisti da parte di Israele è avvenuta in preparazione di un “grande massacro” che Israele non vuole venga raccontato dai media.

Ecco cosa temiamo: che l’esercito di occupazione stia preparando un “grande massacro”, ma questa volta senza che ne siano trasmessi i suoni o le immagini”, ha dichiarato il dottor Abu Salmiya. Israele vuole uccidere ed espellere il maggior numero possibile di palestinesi di Gaza City, ma questa volta senza le voci di Anas, Mohammed, Al Jazeera e degli altri canali satellitari”.

I corrispondenti di Al Jazeera Anas Al Sharif e Mohammed Qreiqea sono stati uccisi nell’attacco, insieme ai cameramen Ibrahim Zaher e Moamen Aliwa, e al loro assistente Mohammed Nofal. Anche un altro giornalista, Mohammed Al Khalidi, è deceduto in seguito alle ferite.

L’avvertimento di Al Sharif

Il mese scorso Al Sharif aveva avvertito in una dichiarazione su X che l’esercito israeliano “ha lanciato una campagna di minacce e incitamenti all’odio contro di me a causa del mio lavoro come giornalista per Al Jazeera”.

Ha aggiunto: “lo ribadisco: Io, Anas Al Sharif, sono un giornalista senza affiliazioni politiche. La mia unica missione è raccontare la verità dal campo, così com’è, senza pregiudizi. In un momento in cui una carestia mortale sta devastando Gaza, dire la verità è diventato, agli occhi dell’occupazione, una minaccia”.

L’assassinio di Al Sharif e dei suoi colleghi ha suscitato condanne e manifestazioni di cordoglio in tutto il mondo.

(traduzione dall’inglese di Federico Zanettin)




A Gaza acqua contaminata e malnutrizione causano la diffusione del morbo di Guillain-Barré

Redazione

5 agosto 2025 – The Palestine Chronicle

Il Dott. Munir al-Bursh afferma che Gaza rischia una mortalità di massa a causa di malattie e fame, mentre i casi di morbo di Guillain-Barré aumentano e gli aiuti medici rimangono bloccati.

Il Dott. Munir al-Bursh, Direttore Generale del Ministero della Salute palestinese nella Striscia di Gaza, ha avvertito che l’acqua contaminata è la causa principale della recente diffusione della sindrome di Guillain-Barré (GBS) nell’enclave assediata, sottolineando che attualmente a Gaza non è disponibile alcun trattamento per la malattia.

Parlando ad Al-Jazeera al-Bursh ha spiegato che la malattia, che spesso esordisce con perdita improvvisa del controllo muscolare a partire dalle gambe per poi diffondersi verso le parti superiori, colpisce in particolare i bambini.

Finora sono stati documentati almeno 95 casi, di cui 45 bambini. Le persone colpite presentano un grave deterioramento neurologico, comprese difficoltà respiratorie, che possono degenerare in condizioni letali.

Lunedì il Ministero della Salute ha segnalato tre decessi per GBS. Ha attribuito la diffusione della malattia a infezioni atipiche e al peggioramento della malnutrizione acuta nel contesto del blocco e del conflitto in corso.

Il Ministero ha avvertito che la malattia potrebbe propagarsi rapidamente a causa del deterioramento delle infrastrutture sanitarie di Gaza e della mancanza di cure mediche.

Al-Bursh ha affermato che in seguito all’insorgenza della GBS nella popolazione il Ministero aveva precedentemente allertato l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Ha descritto una situazione di “mortalità su larga scala”, derivante sia dai bombardamenti israeliani che dagli attacchi ai civili nei punti di distribuzione degli aiuti.

Ha sottolineato il grave sovraffollamento a Gaza, osservando che la popolazione è ora concentrata solo nel 18% del territorio della Striscia, con circa 40.000 persone per chilometro quadrato, condizioni che accelerano la trasmissione di malattie infettive.

Secondo al-Bursh dall’inizio della guerra sono stati uccisi più di 18.000 bambini, mentre le malattie continuano a devastare i più piccoli e vulnerabili di Gaza. Oltre alla GBS, ha segnalato 1.116 casi di meningite nel 2025, insieme a diffuse insorgenze di malattie respiratorie e altre malattie infettive.

Ha avvertito che la crisi sanitaria potrebbe diventare ancora più catastrofica se la guerra e il blocco dovessero continuare, data la crescita del numero di bambini affetti da malnutrizione acuta e la totale mancanza di accesso al latte e altri beni essenziali. Gli individui vulnerabili, tra cui bambini e malati cronici, sono i primi a essere colpiti dalla fame, che ora si sta diffondendo alla popolazione adulta.

Al-Bursh ha affermato che Gaza si sta avvicinando alla quinta fase della carestia – uno stadio che contempla carestia di massa e mortalità estesa – a causa dell’assedio in corso e del rifiuto dell’occupazione israeliana di consentire l’ingresso nella Striscia di aiuti umanitari e beni alimentari essenziali.

Lunedì il Ministero della Salute ha confermato altri cinque decessi dovuti a carestia e malnutrizione, che portano il numero totale di vittime legate alla fame a 180, di cui 93 bambini.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Israele distrugge oltre 1.000 camion di aiuti mentre Gaza affronta una carestia catastrofica

Redazione di Palestine Chronicle

26 luglio 2025 – Palestine Chronicle

L’esercito israeliano ammette di aver distrutto vaste scorte di cibo e medicine destinate a Gaza mentre i morti per fame aumentano e cresce l’indignazione globale.

In un netto inasprimento della crisi umanitaria nella Striscia di Gaza sotto assedio, l’emittente israeliana KAN ha confermato che l’esercito israeliano ha distrutto decine di migliaia di pacchi di aiuti, tra cui grandi quantità di cibo e medicine, destinati alla popolazione affamata del territorio.

Citando fonti dell’esercito israeliano, il servizio ha rivelato che il carico di più di 1.000 camion di aiuti umanitari è stato deliberatamente distrutto.

Le stesse fonti hanno dichiarato: “Ci sono migliaia di pacchi lasciati sotto al sole e se non saranno trasportati a Gaza saremo costretti a distruggerli”. Nonostante la crescente pressione internazionale affinché gli aiuti siano consegnati, le autorità israeliane hanno sostenuto che la distruzione [degli aiuti] fosse dovuta a presunte carenze “nel meccanismo di distribuzione”.

Compiuto al culmine di ciò che gli esperti umanitari e le organizzazioni internazionali definiscono una carestia senza precedenti, tale atto ha suscitato un’ondata di condanne. L’intera popolazione della Striscia di Gaza, oltre 2,3 milioni di persone, è stata spinta al limite della sopravvivenza da più di 21 mesi di guerra, assedio e politiche di sistematica privazione del cibo.

I resoconti provenienti da Gaza descrivono una realtà sempre più tetra: persone che sopravvivono nutrendosi di cibo per animali, erba, o addirittura nulla. Le famiglie sfollate ormai si cibano di bucce di patate, erbacce e farina ricavata da foglie di mais essiccate poiché l’accesso ai generi alimentari di base è diventato pressoché impossibile. Negli ospedali e nei rifugi i medici riferiscono un aumento nei decessi per malnutrizione, in particolar modo tra i bambini, gli anziani e i pazienti affetti da patologie croniche.

Secondo il Ministero della Salute di Gaza 122 persone, per lo più bambini, hanno già perso la vita per cause legate alla fame. I dati più recenti rivelano che l’11,5% dei minori soffre di malnutrizione acuta grave, una percentuale classificata come catastrofica dagli standard sanitari globali. Le organizzazioni umanitarie avvertono che queste cifre sottostimano probabilmente la reale portata della tragedia, dato il collasso del sistema sanitario e dei meccanismi di monitoraggio nella maggior parte del territorio.

La distruzione degli aiuti umanitari non è un episodio isolato ma rientra in un più ampio schema di ostruzionismo. Israele mantiene un blocco ferreo sulla Striscia di Gaza da quasi vent’anni, ma le condizioni sono peggiorate drasticamente dall’inizio della guerra.

Le ONG internazionali e le agenzie dell’ONU hanno ripetutamente accusato il governo israeliano di bloccare o ritardare le spedizioni di aiuti, a volte per settimane, mentre decine di migliaia di tonnellate di generi alimentari, acqua e attrezzature mediche marciscono ai valichi di frontiera.

Le richieste di assunzione di responsabilità si fanno sempre più insistenti. In un’intervista concessa ad Al Jazeera questa settimana, Michael Fakhri, Relatore Speciale delle Nazioni Unite sul diritto all’alimentazione, ha condannato senza mezzi termini le azioni di Israele.

“Servono sanzioni, subito”, ha dichiarato. “Le condanne non bastano più. Israele sta ostacolando l’ingresso degli aiuti, che si accumulano ai confini sotto gli occhi del mondo intero.”

Fakhri ha sottolineato che le organizzazioni umanitarie non possono operare liberamente e che la fame inflitta alla popolazione di Gaza deve essere riconosciuta come una forma di punizione collettiva e potenzialmente uno strumento di genocidio. Ha aggiunto che una pressione continua da parte araba e internazionale è essenziale per spezzare l’assedio e garantire aiuti immediati.

Nel frattempo, l’indignazione pubblica esplode in tutto il mondo. Negli ultimi giorni enormi manifestazioni hanno riempito le piazze di grandi città, da Londra, New York e Parigi a Istanbul e Johannesburg, con i dimostranti che chiedono un cessate il fuoco immediato, la fine del blocco e l’accesso umanitario completo e senza restrizioni a Gaza.

Questi sviluppi arrivano in un momento di crescente attenzione per il governo israeliano, che si trova sempre più isolato a livello diplomatico. Diverse organizzazioni per i diritti umani, tra cui Amnesty International e Human Rights Watch, hanno accusato Israele di usare la fame come arma di guerra.

Un numero crescente di giuristi e funzionari ONU sostiene che le azioni israeliane possano costituire una violazione della Convenzione sul Genocidio e del diritto internazionale umanitario.

Nonostante ciò, le autorità israeliane continuano a negare ogni responsabilità. I portavoce del governo sostengono che la mancata distribuzione degli aiuti dipenda dal collasso delle infrastrutture civili a Gaza, omettendo però il fatto che gran parte di tali infrastrutture è stata deliberatamente colpita e distrutta dai bombardamenti israeliani.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Sfollamenti senza fine: la tragedia delle espulsioni forzate a Tulkarem e Jenin

Fayha Shalash – Ramallah

24 aprile 2025 – Palestine Chronicle

Decine di migliaia di palestinesi continuano a subire sfollamenti e perdite a Tulkarem e in altri campi profughi della Cisgiordania settentrionale sotto la continua aggressione militare israeliana.

Tasneem Sleit continua a patire le sofferenze dello sfollamento dopo essere stata espulsa con la sua famiglia dalla loro casa nel campo di Tulkarem, come decine di migliaia di altri palestinesi.

L’aggressione militare israeliana contro i campi profughi nella Cisgiordania settentrionale è in corso da tre mesi, senza che se ne veda una fine.

Tutti i residenti dei campi di Jenin, Tulkarem e Nur Shams sono stati sfrattati con la forza dalle loro case e centinaia di queste abitazioni sono state demolite nell’ambito di un piano più ampio per cancellare i campi profughi e alterarne completamente la struttura con il pretesto di eliminare le cellule della resistenza armata.

Oltre 40.000 sfollati da questi campi vivono in condizioni difficili, senza alcun sostegno palestinese ufficiale. Più della metà di loro si è stabilita in centri, residenze e locali pubblici nelle città di Jenin e Tulkarem, soffrendo per la mancanza di aiuti e un futuro incerto.

Non c’è disperazione più grande

Il 27 gennaio un aereo israeliano ha bombardato un obiettivo nel campo di Tulkarem uccidendo due palestinesi. In quel momento, Tasneem si trovava fuori dalla sua casa, nel quartiere di al-Madaris, e non è riuscita a rientrarvi a causa di un raid su larga scala dell’esercito israeliano.

Da allora Tasneem non ha più visto la sua casa. Lei e suo marito sono stati costretti a prendere in affitto un’abitazione alla periferia del campo, ma l’esercito israeliano l’ha presa d’assalto il 12 marzo, trasformandola in una caserma militare e costringendo la famiglia a fuggire ancora una volta.

“Qualche settimana fa i miei genitori hanno ricevuto dal tribunale israeliano un ordine di demolizione della loro casa all’interno del campo. In seguito ho saputo che la mia casa era stata demolita. Non c’è sensazione più penosa di questa: vedere i ricordi, gli oggetti personali e gli anni meravigliosi che abbiamo trascorso lì svanire in momenti simili. È una cosa estremamente dura”, ha dichiarato al Palestine Chronicle.

“Gli sfollati sono completamente esausti”, dice Tasneem nel descrivere la loro situazione, mentre l’esercito israeliano annuncia che rimarrà nei campi fino al prossimo anno, senza un futuro chiaro davanti a loro.

Stiamo aspettando notizie di un ritiro così da poter tornare alle nostre case, la maggior parte delle quali è stata distrutta, e quelle rimaste sono gravemente danneggiate. La vita nel campo è insostenibile. C’è chi dice che torneremo al campo anche se dovremo vivere in una tenda, pur sapendo che ci è proibito ricostruire le nostre abitazioni,afferma.

Gli sfollati non cercano solo cibo; hanno anche bisogno di molte cose che non sono disponibili, come i vestiti che hanno lasciato nelle loro case, ora sepolti sotto le macerie, e beni di prima necessità per i bambini.

La maggior parte dei volontari che si occupano degli sfollati ha smesso di lavorare, incapace di far fronte al carico sempre più gravoso. Per non parlare dell’elevato numero di abitanti di Tulkarem le cui case sono state distrutte dai soldati perché si affacciavano sul campo o utilizzate come caserme militari.

Gli abitanti non hanno alternative abitative oltre ai rifugi già sovraffollati.

Quando finirà la nostra tragedia?

L’autista di ambulanze Hazem Masarweh sta vivendo i giorni più difficili dopo essere stato sfollato dalla sua casa nel campo di Jenin.

Masarweh ci ha raccontato di essere stato costretto a lasciare l’abitazione all’inizio dell’offensiva. È riuscito a prendere una casa in affitto per evitare di essere confinato nei rifugi, ma non possiede utensili per cucinare o per fare il bucato.

“Tutti gli aiuti alimentari forniti agli sfollati contengono cereali da cucinare, ma non abbiamo fornelli né forni, il che ha aggravato le nostre sofferenze”, ci ha detto.

Per distribuire il pesante carico Hazem e i suoi due figli sono stati costretti a trasferirsi in un luogo mentre sua moglie e sua figlia si sono spostate in un altro e il figlio maggiore in un terzo. Si fanno visita ogni 20 giorni.

Masarweh possiede il Centro Medico Ibn Sina, dove l’esercito israeliano ha fatto irruzione più volte distruggendone i contenuti. Non è a conoscenza della sorte della sua casa all’interno del campo.

Stiamo vivendo uno stato psicologico complesso. Cerchiamo di sopravvivere con quel poco che abbiamo, e pensiamo costantemente alle nostre case e ai vicoli del campo in cui siamo cresciuti. Ci torneremo mai? Come saranno ora? Quando finirà la nostra interminabile tragedia?

Forse la preoccupazione maggiore per gli sfollati è la mancanza di prospettive o di una fine a questa aggressione, come per le precedenti incursioni. Il continuo sfollamento grava pesantemente sulle spalle degli espulsi e sulle loro speranze di una vita dignitosa, che sembrano un miraggio sotto l’occupazione.

FayhaShalash è una giornalista palestinese di Ramallah. Si è laureata all’Università di Birzeit nel 2008 e da allora lavora come reporter e conduttrice. I suoi articoli sono apparsi su diverse pubblicazioni online. Ha collaborato con questo articolo a The Palestine Chronicle.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Gallant: l’esercito israeliano ha prodotto una finta foto di un tunnel di Gaza per giustificare la presenza militare

Redazione di Palestine Chronicle

22 aprile 2025 Palestine Chronicle

Yoav Gallant sostiene che la foto utilizzata per rivendicare la scoperta di un enorme tunnel a Gaza sia stata messa in scena per ritardare un accordo sui prigionieri ed esagerare le minacce militari.

L’ex Ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant ha ammesso che una foto ampiamente diffusa rilasciata dall’esercito israeliano, che sembra mostrare un grande tunnel nel Corridoio di Filadelfia, vicino al confine tra Gaza e l’Egitto, è un falso.

Secondo l’Israeli Broadcasting Corporation (KAN), Gallant ha affermato che il presunto tunnel non è mai esistito. Ciò che è stato effettivamente scoperto è una trincea profonda pressapoco un metro.

Ha affermato che la foto è stata utilizzata per supportare le affermazioni sull’esistenza di tunnel lungo il corridoio, per esagerare l’importanza strategica della Strada di Filadelfia e fondamentalmente per bloccare i progressi su un accordo di scambio di prigionieri.

La foto in questione è stata diffusa per la prima volta lo scorso agosto dai media israeliani, che l’hanno descritta come la prova di un enorme tunnel a più livelli che sarebbe stato costruito da gruppi di resistenza palestinesi.

All’epoca, è stata salutata come una scoperta importante: un tunnel a tre piani, che si era detto facesse parte di una vasta rete sotterranea e che avrebbe lasciato di stucco le truppe israeliane.

Gallant ha ora rivelato che la foto aveva un fine politico: sottolineare la presunta minaccia rappresentata dal Corridoio di Filadelfia e giustificare azioni militari con il pretesto di ostacolare il contrabbando di armi, nonostante l’affermazione fosse infondata.

In realtà il “tunnel” mostrato nell’immagine era un normale canale di drenaggio e il veicolo militare nella foto era stato posizionato semplicemente per accentuare l’illusione.

Al momento della pubblicazione della foto il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu aveva insistito sul fatto che l’esercito non si sarebbe ritirato dal Corridoio di Filadelfia, nonostante l’opposizione all’interno delle istituzioni militari e di sicurezza israeliane.

“Non faremo marcia indietro sulla nostra richiesta riguardo al Corridoio di Filadelfia e non mi interessa la posizione dei servizi di sicurezza”, avrebbe dichiarato Netanyahu durante un incontro con le famiglie delle soldatesse.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Una vittoria contro la macchina della disinformazione: come Albanese ha sconfitto la lobby israeliana

Robert Inlakesh

6 aprile 2025 – The Palestine Chronicle

Francesca Albanese, forse la funzionaria delle Nazioni Unite più attaccata, è diventata uno delle più strenui difensori dei diritti umani nella Palestina occupata. Nonostante le innumerevoli accuse rivoltele, i divieti d’ingresso in diversi Paesi e persino le minacce di morte, è riuscita a ottenere il rinnovo del suo incarico alle Nazioni Unite.

Dopo aver ricevuto la nomina a Relatrice Speciale per i Territori Palestinesi Occupati nel maggio 2022, la studiosa e avvocata di diritto internazionale italiana, Francesca Albanese, ha rischiato di essere eventualmente estromessa dal suo incarico.

A seguito di notizie secondo cui una sessione del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite (UNHRC) avrebbe deciso se la nota Relatrice Speciale avrebbe mantenuto il suo incarico, è emersa l’ennesima campagna diffamatoria.

L’UNHRC ha ufficialmente ribadito che Albanese manterrà il suo incarico fino al 2028, dissipando diverse voci su una sua possibile estromissione. Sebbene accuse infondate di “antisemitismo”, “sostegno ad Hamas” e “terrorismo” siano state a lungo rivolte al Relatore Speciale delle Nazioni Unite (UNSR), di recente i gruppi di pressione filo-israeliani hanno ovviamente intensificato le loro campagne.

Mentre la rappresentanza degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite ha recentemente tentato di esercitare pressioni per far licenziare Albanese, sostenendo che avesse sposato un “antisemitismo virulento, che demonizza Israele e sostiene Hamas”, l’amministrazione Trump si è ritirata dall’UNHRC in buona misura a causa delle sue critiche a Israele.

Questo fatto indebolisce la posizione del governo statunitense, fermamente filo-israeliano e anti-palestinese. Lo stesso Donald Trump usa persino il termine “palestinese” come insulto contro i suoi oppositori politici.

Albanese è stata oggetto di critiche fin dal suo ingresso alle Nazioni Unite nel 2022, il che ha spinto circa 65 studiosi ebrei a difenderla firmando una dichiarazione in cui si legge: “È evidente che la campagna contro (Albanese) non mira a combattere l’antisemitismo dei nostri giorni. Si tratta essenzialmente di tentativi di metterla a tacere e di indebolire il suo mandato di alto funzionario delle Nazioni Unite che denuncia le violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale da parte di Israele”.

Dopo il 7 ottobre 2023, con l’inizio della guerra a Gaza, le accuse contro Albanese hanno raggiunto livelli senza precedenti.

Si è rifiutata di moderare la sua opposizione ai crimini di guerra ed è stata una delle prime funzionarie delle Nazioni Unite a opporsi ai governi occidentali che cercavano di affermare che la storia fosse iniziata il 7 ottobre.

La rappresentante speciale dell’ONU ha ricevuto persino un divieto di ingresso in Francia dopo aver dichiarato che le affermazioni secondo cui l’attacco di Hamas sarebbe stato motivato da “antisemitismo” erano errate. Fin dall’inizio del conflitto ha lanciato l’allarme sui piani israeliani di pulizia etnica a Gaza, venendo etichettata come “sostenitrice di Hamas”, “antisemita” e “di parte”. Mentre il governo israeliano e i suoi difensori hanno sostenuto che tale politica non esistesse, definendo tali accuse “antisemite”, Israele ora persegue apertamente la pulizia etnica.

Nel marzo 2024 Albanese ha anche pubblicato un rapporto delle Nazioni Unite intitolato “Anatomia di un genocidio”, che ha ricevuto un’enorme quantità di reazioni negative. I gruppi filo-israeliani sono stati implacabili nei loro attacchi alla Rappresentante Speciale delle Nazioni Unite (UNSR). UN Watch, un sito web filo-israeliano che perseguita le figure di spicco che criticano le politiche di Tel Aviv, ha persino pubblicato un rapporto di 60 pagine in cui si afferma che la Relatrice Speciale promuove la propaganda di Hamas, alimentando “l’antisemitismo e il terrorismo jihadista”.

La litania di attacchi alla sua figura ha spaziato dal definirla “antisemita”, “simpatizzante del terrorismo”, fino a “negazionista dell’Olocausto” il tutto senza prove. Ha anche ricevuto attacchi personali e affermazioni infondate sui suoi finanziamenti.

Nel luglio del 2024 una notizia falsa utilizzata per delegittimare Albanese è stata quella secondo cui avrebbe ricevuto finanziamenti da una serie di gruppi di attivisti filo-palestinesi in Australia. Il sito web UN Watch ha affermato che associazioni australiane erano “filo-Hamas”, un’accusa anch’essa senza prove.

Tuttavia i media israeliani e alcuni settori dei media occidentali hanno diffuso la notizia secondo cui l’UNSR era accusata di ricevere fondi da un “gruppo filo-Hamas”. Queste affermazioni sono rimaste senza fondamento per mancanza di prove, mentre la funzionaria delle Nazioni Unite ha dichiarato pubblicamente che il suo lavoro non è retribuito.

Il 1° ottobre Francesca Albanese ha pubblicato un altro rapporto per le Nazioni Unite intitolato “Genocidio come cancellazione colonialista”. Proseguendo nel suo impegno per la causa dei diritti umani dei palestinesi, Albanese viaggia frequentemente, partecipa a conferenze e rilascia interviste, fornendo informazioni

A marzo, un gruppo estremista sionista chiamato “Betar”, che ha apertamente elogiato e minacciato tattiche descritte dall’ex direttore della CIA, Leon Panetta, come “terrorismo”, ha persino minacciato di consegnare un cercapersone ad Albanese. Questa intimidazione si basa sugli attacchi esplosivi con cercapersone perpetrati indiscriminatamente in tutto il Libano da Israele, che hanno ucciso e ferito civili e membri di Hezbollah.

Il fatto che la Rappresentante Speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati rimanga al suo posto è una vittoria contro una montagna di organizzazioni filo-israeliane e funzionari governativi occidentali finanziati da gruppi della lobby filo-israeliana. È anche una prova del fatto che le accuse mosse contro Albanese sono infondate.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Olmert e Gantz lanciano l’allarme: la minaccia di una guerra civile in Israele è più vicina che mai

Redazione di The Palestine Chronicle

25 marzo 2025 The Palestine Chronicle

In una crisi politica e istituzionale sempre più profonda i leader israeliani avvertono che le divisioni interne stanno mettendo a repentaglio la sicurezza e la stabilità dello Stato.

Benny Gantz, leader del partito israeliano Blu e Bianco, e l’ex capo di stato maggiore dell’esercito israeliano Gadi Eisenkot hanno avvisato che Israele è “in pericolo” a causa delle crescenti divisioni interne, e l’ex primo ministro Ehud Olmert ha affermato che Israele è “molto vicino alla guerra civile”.

Questi commenti giungono in un momento di crescente crisi politica innescata dall’ostinazione del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu nel licenziare il capo dello Shin Bet, Ronen Bar.

Le divisioni all’interno di Israele si sono acuite in seguito alla decisione di Netanyahu di licenziare Bar, al congelamento temporaneo di tale decisione da parte della Corte Suprema e al voto unanime di sfiducia del governo nei confronti della procuratrice generale Gali Baharav-Miara, tutti fattori che hanno suscitato una vasta indignazione pubblica.

“È vero che esistono molte sfide alla sicurezza dall’estero, ma la sicurezza di Israele è a rischio a causa delle divisioni interne”, ha affermato lunedì Gantz in una dichiarazione.

“Quando dividiamo il nostro popolo all’interno, rafforziamo la resistenza di Hamas e gli diamo la speranza di poterci spezzare. La questione più urgente ora è il ritorno dei nostri soldati rapiti”.

“Chiunque ora lo ignori sta consapevolmente danneggiando la sicurezza dello Stato. Ciò che sta accadendo sta gettando le basi per la prossima catastrofe e rafforzando i nostri nemici”, ha aggiunto.

Nel frattempo Eisenkot ha osservato che “mentre la maggior parte dei cittadini israeliani sostiene il ritorno immediato dei rapiti e la continuazione della guerra decisiva al terrorismo fino alla sua sconfitta, il governo è concentrato sulla lotta contro i capi dei servizi di sicurezza e il sistema giudiziario”.

La decisione di licenziare Bar

Il procuratore generale di Israele ha criticato la decisione di licenziare Bar definendola “piena di incongruenze” e ha affermato che “il processo di selezione di un nuovo capo dello Shin Bet non può iniziare prima che venga emessa una sentenza giudiziaria”. Venerdì la Corte Suprema ha congelato temporaneamente la decisione del governo di licenziare Ronen Bar fino alla fine dell’esame delle petizioni contro la decisione presentate dai partiti di opposizione. La Corte ha programmato un’udienza l’8 aprile per esaminare le petizioni. Il governo israeliano ha fatto ricorso alla Corte Suprema, sostenendo che l’annuncio di Bar di aver perso fiducia nei suoi superiori equivalga a dimissioni, consentendo così il licenziamento.

Nel frattempo il ministro israeliano della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir ha continuato ad attaccare il capo dello Shin Bet, etichettando l’ordine di Bar di indagare sul lavoro dell’agenzia di sicurezza interna [il suo ministero, ndt.] come pericoloso, illegale e come un tentativo di colpo di stato militare. Ben-Gvir ha aggiunto che “Secondo i rapporti Ronen Bar ha raccolto informazioni contro di me, la polizia israeliana e il servizio carcerario”. Ha criticato la decisione di licenziare Bar sostenendo che avrebbe dovuto essere presa dopo il suo fallimento nel 7 ottobre. Ha anche chiesto la formazione di un comitato governativo per indagare sul comportamento “inaccettabile” di Bar.

“Tempesta perfetta”

Nel frattempo lunedì, parlando al New York Times, Olmert ha detto che “le fondamenta dello stato (di Israele) stanno tremando. Netanyahu è pronto a sacrificare tutto per la sua sopravvivenza, e siamo più vicini a una guerra civile di quanto la gente creda”, ha avvertito, aggiungendo: “A Gaza siamo tornati a combattere, e per cosa? E all’estero non ricordo un tale odio, una simile opposizione allo Stato di Israele”.

Questa non è la prima volta che Olmert critica il governo israeliano guidato da Netanyahu.

Lo scorso marzo, in un articolo pubblicato sul quotidiano israeliano Haaretz, Olmert ha sostenuto che Israele aveva solo due scelte: un immediato cessate il fuoco o la morte dei prigionieri israeliani attualmente detenuti a Gaza.

“Le aspettative che il nostro disgraziato governo aveva creato riguardo agli obiettivi della guerra erano infondate, irreali e irraggiungibili fin dall’inizio”, ha scritto Olmert.

“Netanyahu, se fosse stato pienamente consapevole quando ha dichiarato la prima volta questo impegno da spaccone o quando lo ha ripetuto in ciascuna delle sue grottesche conferenze stampa, avrebbe dovuto sapere che non c’era alcuna possibilità di ottenere (la distruzione di Hamas – nda.)”, ha aggiunto.

Olmert è stato primo ministro dal 2006 al 2009.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Le tre principali menzogne dell’ex-portavoce dell’esercito israeliano Daniel Hagari

Romana Rubeo  

9 marzo 2025 – Palestine Chronicle

Romana Rubeo esamina il ruolo dell’ex-portavoce dell’esercito israeliano Daniel Hagari nella diffusione di false informazioni e propaganda nella guerra in corso contro Gaza.

I media israeliani hanno informato che domenica l’esercito israeliano ha annunciato che il capo di stato maggiore Eyal Zamir ha nominato Avi Dovrin come portavoce ufficiale.

Ciò è avvenuto dopo che venerdì Zamir ha deciso di licenziare il portavoce dell’esercito Daniel Hagari. Come megafono di uno degli eserciti più immorali al mondo il lascito di Hagari è stato segnato da costanti menzogne e propaganda intese a mascherare o giustificare i crimini di Israele.

Ciò è iniziato persino prima dell’inizio della guerra genocida di Israele contro Gaza il 7 ottobre 2023. Nel maggio 2022, per esempio, Hagari affermò falsamente che la giornalista palestinese Shireen Abu Akleh era stata uccisa da combattenti palestinesi a Jenin. Le sue affermazioni, fatte nonostante prove schiaccianti indicassero cecchini israeliani come responsabili, intendevano sviare la responsabilità per la tragica uccisione della stimata giornalista palestinese.

Abu Akleh, nota per anni di coraggiosi reportage dalla Palestina occupata, venne uccisa mentre informava su un’operazione militare israeliana nel campo profughi di Jenin. La sua morte suscitò una condanna unanime e sollevò preoccupazioni riguardo al fatto che le forze di occupazione israeliane prendevano di mira i giornalisti.

Durante il genocidio in corso le ripetute mistificazioni, illazioni e la diffusione di false informazioni sono state sistematicamente smentite, persino dai principali media occidentali.

Questo modello di disinformazione ha contribuito al crescente isolamento di Israele e alla perdita di fiducia nei suoi confronti sul piano internazionale.

Qui di seguito ci sono alcuni significativi esempi di affermazioni false diffuse da Hagari.

L’ospedale pediatrico Rantisi

Il 13 novembre 2023 Hagari ha sostenuto che l’esercito israeliano aveva scoperto un centro di comando “con un arsenale di armi che includeva granate, giubbotti esplosivi e altri ordigni conservati da combattenti di Hamas nel seminterrato dell’ospedale Rantisi, un nosocomio pediatrico specializzato nel trattamento di pazienti oncologici”, ha informato l’agenzia di notizie Reuter.

Questa affermazione intendeva giustificare gli attacchi contro gli ospedali e il sistema sanitario di Gaza iniziati molto presto nella guerra genocida.

In un aggiornamento televisivo Hagari ha detto che avevano “trovato anche indizi che indicano che Hamas vi ha tenuto degli ostaggi” e che la questione era “oggetto di indagine.”

La dichiarazione era stata fatta anche a un gruppo di giornalisti che accompagnavano l’esercito israeliano e avevano visitato l’ospedale. Nonostante le illazioni fossero state immediatamente smentite dalle autorità sanitarie del posto e da commentatori arabi, ci è voluto quasi un anno perché venissero smascherate dai principali media occidentali.

L’ottobre scorso, parlando al [programma] Posto di Ascolto di Al Jazeera un giornalista della CNN di nome ‘Adam’ ha descritto l’episodio come “un momento imbarazzante” per la CNN.

‘Adam’ ha raccontato che, quando il redattore per la politica internazionale della CNN Nic Robertson è stato accompagnato dall’esercito israeliano a visitare l’ospedale pediatrico Rantisi bombardato a Gaza, Hagari gli ha mostrato su un muro un documento scritto in arabo, sostenendo che fosse una lista dei turni di membri di Hamas che controllavano gli ostaggi.

Tuttavia è risultato che il documento era un calendario, “e in arabo erano scritti i giorni della settimana. Ma nel reportage diffuso Nic Robertson ha incluso le affermazioni israeliane,” ha affermato Adam.

L’ospedale Al-Shifa

Il 15 novembre 2023 l’esercito israeliano ha preso d’assalto per la prima volta l’ospedale Al-Shifa, la più grande struttura ospedaliera di Gaza.

L’attacco ha tenuto intrappolati all’interno del complesso migliaia di pazienti e sfollati, mentre centinaia di palestinesi sono stati uccisi e feriti dai soldati israeliani.

Settimane prima dell’attacco Hagari aveva iniziato a costruire un caso pubblico.

Il 17 ottobre 2023, durante una conferenza stampa, Hagari ha sostenuto che l’esercito aveva “prove concrete” che vari edifici ospedalieri a Gaza erano direttamente coinvolti nelle attività di Hamas.

Oltretutto, secondo il portavoce dell’esercito israeliano, gli edifici erano stati costruiti su una rete di tunnel sotterranei che sarebbero stati accessibili dall’interno degli ospedali.

Il 22 novembre 2023, una settimana dopo l’attacco, Hagari ha affermato in una dichiarazione filmata che “i terroristi sono venuti qui per dirigere le loro operazioni.”

Questa volta è stato il Washington Post a smentire le dichiarazioni israeliane, affermando in un articolo del 21 dicembre 2023 che “le prove presentate dal governo israeliano sono insufficienti per dimostrare che Hamas abbia utilizzato l’ospedale come centro di comando e di controllo.”

L’articolo era basato su un’analisi del Washington Post di riprese open-source, immagini satellitari e tutti i materiali resi pubblici dall’IDF [l’esercito israeliano, ndt.].”

L’analisi del Post ha concluso che “le stanze collegate alla rete di tunnel scoperte dai soldati dell’IDF non mostrano alcuna chiara prova dell’uso militare da parte di Hamas.” Oltretutto “nessuno dei cinque edifici ospedalieri identificati da Hagari sembra essere collegato alla rete di tunnel,” e non c’erano “prove che i tunnel potessero essere accessibili dai reparti ospedalieri.”

Notizie false sugli arresti

L’esercito israeliano ha preso d’assalto l’ospedale Al-Shifa una seconda volta il 18 marzo 2024. Dopo un assedio di due settimane terminato il primo di aprile l’ospedale è stato quasi totalmente distrutto e centinaia di palestinesi morti sono stati trovati nelle fosse comuni dentro e attorno all’ospedale.

Nel tentativo di giustificare l’ennesimo crimine di guerra, il 22 marzo Hagari ha sostenuto che durante l’irruzione nell’ospedale Al-Shifa l’esercito ha arrestato importanti ufficiali di Hamas.

L’esercito israeliano ha reso pubblico un collage di foto che mostravano che il capo delle Brigate Al-Qassam [il braccio armato di Hamas, ndt.] Raed Saad era tra gli arrestati.

Secondo il Times of Israel [giornale israeliano in lingua inglese, ndt.] in una conferenza stampa il portavoce dell’esercito israeliano ha vantato l’arresto di comandanti di Hamas “molto importanti”.

Tuttavia poche ore dopo in un’intervista ad Al Jazeera un ufficiale della sicurezza di Hamas ha detto che “la lista delle foto di arrestati all’ospedale Al-Shifa rilasciata dal portavoce dell’esercito di occupazione è imprecisa.”

“Alcune delle foto sulla lista sono di persone che attualmente si trovano fuori da Gaza e altre sono di martiri [palestinesi uccisi dagli israeliani, ndt.]” ha continuato l’ufficiale, notando che “tre delle foto sulla lista sono di medici rilasciati in precedenza dall’occupazione.”

Più tardi lo stesso giorno l’esercito israeliano e lo Shin Bet [il servizio di intelligence interna di Israele, ndt.] hanno ammesso la pubblicazione di rapporti ingannevoli, attribuendola a un “errore umano”.

Hagari non è l’unico militare israeliano il cui nome sarà macchiato per sempre dal fatto di aver fornito false giustificazioni al genocidio di Israele contro i palestinesi. Egli è solo uno dei sintomi di un problema molto più profondo.

La sua improvvisa scomparsa dalla scena in seguito al fallimento israeliano nel raggiungere i suoi obiettivi militari a Gaza evidenza i fallimenti più complessivi di Israele su tutti i fronti, compresa l’hasbara, la sua macchina propagandistica ufficialmente riconosciuta e fondata sulle menzogne.

Romana Rubeo è una giornalista italiana ed è caporedattrice di The Palestine Chronicle. I suoi articoli sono apparsi su molti giornali online e riviste accademiche. Ha conseguito un Master in Lingue e Letterature Straniere ed è specializzata in traduzione audiovisiva e giornalistica.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




La lotta di Masafer Yatta: i cinque punti salienti dell’intervista di The FloodGate ad Alaa Hathleen

Romana Rubeo

4 marzo 2025 The Palestine Chronicle

Nel podcast The FloodGate, Voices from Palestine, Alaa Hathleen di Masafer Yatta parla della vita sotto il regime militare, della violenza dei coloni e della continua lotta della comunità contro la pulizia etnica

Il 2 marzo il documentario No Other Land ha vinto un Oscar; vi si documenta la lotta dei palestinesi sotto l’occupazione israeliana in corso a Masafer Yatta.

In questa puntata di The FloodGate, Robert Inlakesh di Palestine Chronicle ha parlato con Alaa Hathleen, attivista e abitante di Masafer Yatta, della vita sotto il regime militare, delle realtà quotidiane dello sfollamento e della resistenza incrollabile della comunità contro le forze israeliane e gli attacchi dei coloni.

Masafer Yatta è uno dei casi di più lunga data di pulizia etnica nella Cisgiordania occupata, eppure la sua gente si rifiuta di essere cancellata.

Ecco cinque punti chiave della testimonianza di Alaa Hathleen.

1. Sotto attacco

Per decenni Israele ha applicato una combinazione di governo militare, pressione economica e uso manipolatorio delle leggi per cacciare i palestinesi dalla loro terra. Alaa Hathleen non vede alcun futuro per una soluzione a due Stati, perché l’occupazione non ha lasciato alcuno spazio all’autodeterminazione palestinese.

“Ci hanno attaccato in ogni settore: sanità, istruzione ed economia. Con questi attacchi stanno cercando in ogni modo di farci andare via “, ha affermato Alaa.

“Ad esempio, per il mio villaggio c’è una sentenza legale della corte israeliana che afferma che la terra è nostra, eppure non ci è permesso viverci. Questa è la realtà secondo la legge israeliana. Abbiamo sofferto in ogni aspetto del vivere”.

“Anche in merito all’istruzione subiamo attacchi da parte dei coloni. Soffriamo per le demolizioni delle case e le operazioni militari. Non vogliono che viviamo qui; vogliono cacciarci con diversi mezzi, tra cui la violenza dei coloni e le demolizioni”, ha continuato Alaa, aggiungendo: “Per loro, questa è Area C [sotto il controllo israeliano totale ma temporaneo in base agli accordi di Oslo, ndt.], ma per noi è la nostra casa. Ecco perché non esiste una soluzione a due Stati per la Palestina”.

2. Perché siamo diventati attivisti

Per molti palestinesi l’attivismo non è una scelta, ma una necessità. L’attivismo di Alaa è profondamente personale, plasmato sia dall’occupazione che dalle lotte della sua famiglia.

“Sono sia un fisioterapista che un attivista, ma nessuna delle due attività è stata una scelta: sono diventato attivista dopo aver visto come l’occupazione ci ha negato tutti i diritti, quando hanno dichiarato la mia terra e la mia area zone militari, proibendoci di usarle”, ha detto.

“Sono diventato fisioterapista dopo che nel 2013 mio padre ha avuto un ictus. Era estremamente difficile accedere alla fisioterapia, quindi in quel momento ho deciso di dedicarmi a questo e lavorare sodo per aiutare la mia comunità”.

Alaa ha spiegato che non ci sono scuole nella zona. “Ogni giorno dovevo camminare per circa 10 chilometri attraverso montagne e valli solo per andare a scuola. Molte volte, i coloni ci hanno attaccati e picchiati, ma ero determinato a continuare i miei studi per sostenere la mia gente”, ha affermato.

3. Gli attacchi dei coloni

La violenza dei coloni è una minaccia quotidiana a Masafer Yatta e le autorità israeliane non offrono alcuna protezione agli abitanti palestinesi. Al contrario, facilitano gli attacchi assicurandosi che i coloni agiscano impunemente.

“I coloni ci attaccano mentre la polizia tarda il più possibile a rispondere, aspettando che i coloni abbiano terminato le distruzioni prima di arrivare. A volte, quando li chiamiamo, ci dicono: ‘Dove sono i coloni? State mentendo’ e invece di fermare gli aggressori ci arrestano”.

Altre volte, secondo Alaa, le forze israeliane riconoscono che i coloni ebrei israeliani illegali stanno facendo qualcosa di illecito, ma sostengono di non poterli fermare.

“Ci dicono sempre di presentare denunce alla stazione di polizia e, sebbene abbiamo presentato migliaia di denunce, non è cambiato nulla”.

“Non ci è permesso difenderci”, ha continuato. “Se ci proviamo, ci arrestano e ci mettono in prigione. Questa è la nostra realtà”.

4. Pulizia etnica e piani di annessione

Il governo israeliano supporta direttamente la violenza dei coloni, consentendo l’accaparramento di terre e l’espansione degli insediamenti. Masafer Yatta non sta solo subendo l’occupazione, sta anche affrontando un continuo processo di pulizia etnica.

“Il governo israeliano sostiene questi coloni, portandoli qui per attaccarci e continuare nei loro tentativi di sfrattare i palestinesi dalla loro terra”, ha detto Alaa.

“Siamo trattati come prigionieri: il nostro villaggio è chiuso e a volte decidono di aprire i cancelli. Ogni giorno affrontiamo attacchi da parte di coloni, soldati e amministrazione civile israeliana [il governo militare sui territori occupati, ndt.]. Emettono costantemente ordini di demolizione per le nostre case, cercando di cacciarci via”.

5. Dignità e diritti

Nonostante le difficoltà quotidiane la gente di Masafer Yatta si rifiuta di rinunciare alla propria terra. La resistenza è radicata nella loro dignità e nella determinazione a restare.

“Vogliono spostarci nelle città, ma noi rifiutiamo. Questa è la nostra terra, questa è la nostra vita. Vivremo qui con dignità e libertà, o saremo sepolti sotto di essa con i nostri antenati. Non c’è altra scelta”.

Purtroppo, ha affermato Alaa, questa questione è stata ampiamente ignorata dai media. “Ha ricevuto pochissima attenzione, ma rimane una delle lotte più importanti che affrontiamo”.

Romana Rubeo è una scrittrice italiana ed è caporedattrice di The Palestine Chronicle. I suoi articoli sono apparsi su molti giornali online e riviste accademiche. Ha conseguito un Master in Lingue e Letterature Straniere ed è specializzata in traduzione audiovisiva e giornalistica.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)