Perché bisogna leggere Lobbing for Zionism on Both Sides of the Atlantic (Lobbing a favore del sionismo su entrambe le sponde dell’Atlantico), il nuovo libro di Ilan Pappe sulla lobby israeliana

Peter Oborne

24 giugno 2024, MiddleEastEye

Nessuno è più qualificato a sfidare l’ortodossia ufficiale che soffoca qualsiasi discussione sull’argomento

Non è stata ancora pubblicata una recensione del nuovo, eccellente e appassionato libro del professor Ilan Pappe sulla lobby sionista. Questo silenzio non è una sorpresa. Anche un breve cenno sulla lobby rischia di scatenare accuse di antisemitismo e può distruggere una carriera.

Il mese scorso Faiza Shaheen è stata scaricata senza una parola come candidata laburista per i seggi londinesi di Chingford e Woodford Green. “Qualcuno si è lamentato per il suo like ad un tweet che si riferiva alla ‘lobby israeliana’ – ampiamente considerato uno stereotipo antisemita”, ha riferito Rachel Cunliffe, redattrice politica associata del New Statesman [rivista politica e culturale progressista britannica, ndt.]

In un’ormai famigerata apparizione a Newsnight [programma della BBC di notizie nazionali e internazionali, ndt.] in seguito alla sua defenestrazione, Shaheen in lacrime si è scusata per aver messo un like al tweet e ha ammesso che si trattasse di uno stereotipo.

Non aveva altra scelta. La Commissione per l’Uguaglianza e i Diritti Umani (EHRC) [ente pubblico britannico responsabile dell’applicazione delle leggi sull’uguaglianza e sulla non discriminazione, ndt.], l’ente regolatore statutario, concorda. Nel 2020 ha citato l’affermazione secondo cui dietro le denunce di antisemitismo ci fosse la “lobby israeliana” come prova di illegale persecuzione antisemita.

Pappe è entrato in un territorio pericoloso. Pochi sono più qualificati di lui a sfidare l’ortodossia ufficiale secondo cui è vietato discutere della lobby israeliana. Nessuno è più agguerrito nella battaglia.

Forse il più eminente dei “nuovi storici” che hanno raccontato la storia della fondazione di Israele, Pappe è stato denunciato alla Knesset dopo la pubblicazione nel 2006 del suo controverso libro La pulizia etnica della Palestina [ed. ital. Fazi 2008]. Il ministro israeliano dell’Istruzione ha invitato l’Università di Haifa a licenziarlo, e uno dei più diffusi giornali israeliani lo ha raffigurato al centro di un bersaglio accanto a cui un editorialista aveva scritto: “Non sto dicendo di uccidere questa persona, ma non mi sorprenderei se qualcuno lo facesse”.

Dopo una serie di minacce di morte, Pappe lasciò Israele e fu fortunato a trovare rifugio all’Università di Exeter. 

Colpire politici e giornalisti

Il famoso editore francese Fayard ha recentemente interrotto la distribuzione di La pulizia etnica della Palestina. Al suo arrivo negli Stati Uniti il mese scorso Pappe, che resta cittadino israeliano, è stato interrogato per due ore dagli agenti federali. Alla fine è stato fatto entrare, ma solo dopo che il contenuto del suo telefono era stato copiato. Questo genere di molestia, ha notato in seguito Pappe, non è nulla in confronto a ciò che i palestinesi affrontano quotidianamente.

Ha scritto un libro che deve essere letto e riletto da chiunque voglia comprendere il contesto internazionale della guerra a Gaza. Il libro descrive come la lobby israeliana abbia preso di mira sia politici che giornalisti.

Due politici britannici hanno perso il posto agli uffici esteri a causa delle pressioni della lobby per le loro simpatie filo-palestinesi: Alan Duncan nel 2016 e Christopher Mayhew nel 1964. Anche George Brown, ex ministro degli Esteri laburista, fu preso di mira negli anni ’60.

La lobby ha perseguitato giornalisti come Jeremy Bowen, costretto a sopportare una lunga indagine della BBC; l’ex corrispondente del Guardian da Gerusalemme Suzanne Goldenberg; l’ex redattore del Guardian Alan Rusbridger e il giornalista televisivo Jonathan Dimbleby. Il governo israeliano si è ripetutamente lamentato con la BBC che la corrispondente estera Orla Guerin fosse “antisemita” e mostrasse di “identificarsi totalmente con gli obiettivi e i metodi dei gruppi terroristici palestinesi”, addirittura collegando i suoi servizi dal Medio Oriente all’aumento dell’antisemitismo in Gran Bretagna – accuse tanto grottesche quanto false.

Altri nomi sono presenti in questa lunga lista.

Negli Stati Uniti è William Fulbright, il più longevo presidente della Commissione per le Relazioni Estere del Senato, il primo e più sconvolgente esempio. La tremenda storia della sua rovina nel 1974 è ben raccontata nel libro: “I soldi della lobby israeliana furono versati nelle casse elettorali del suo rivale, il governatore dell’Arkansas Dale Bumpers… Fino ad oggi la strada verso il Campidoglio è disseminata di candidati, appartenenti all’élite della politica americana, le cui carriere sono state analogamente stroncate”, scrive Pappe.

Il crimine di Fulbright è stato quello di sostenere che “invece di riarmare Israele, potremmo avere subito la pace in Medio Oriente se solo dicessimo a Tel Aviv di ritirarsi dietro i confini del 1967 e garantirli”.

“Niente li può toccare”

Questo spietato trattamento contro singole persone distingue la lobby filo-israeliana da altre lobby sia straniere che corporative. Michael Mates, ex membro del Comitato parlamentare per l’Intelligence e la Sicurezza, una volta mi disse (in una citazione ripresa nel libro di Pappe) che “nel nostro corpo politico la lobby filo-israeliana è la lobby politica più potente. Non c’è niente che li possa toccare”.

Pappe va molto indietro nella storia per tratteggiare le origini della mobilitazione per il ritorno del popolo ebraico in Palestina. La storia inizia due secoli fa con i cristiani evangelici, il che potrebbe spiegare l’utilizzo da parte di Pappe del termine “lobby sionista” piuttosto che del termine standard “lobby filo-israeliana”.

Tanto nel lontano passato come oggi questo tipo di sostegno a Israele è mosso dall’antisemitismo. Nel 1840 lo studioso delle religioni George Bush, un diretto antenato dei due presidenti degli Stati Uniti, invocò la rinascita di uno stato ebraico in Palestina, esprimendo la speranza che al popolo ebraico sarebbero stati offerti “gli stessi incentivi e attrattive per trasferirsi in Siria che ora li incoraggiano a emigrare in questo paese”.

Quei primi sostenitori cristiani di una Palestina ebraica, come i successivi sionisti cristiani, erano ignari della presenza palestinese in quella che vedevano come la Terra Santa. Per loro la Palestina era la stessa dei tempi di Gesù. Nelle parole di Pappe, ” fu in seguito immaginata come parte organica dell’Europa medievale, con la gente vestita di abiti medievali che vagava per una campagna europea”.

In Gran Bretagna Edwin Montagu, uno dei primi ebrei praticanti a partecipare ad un gabinetto britannico, descrisse il sionismo come un “credo politico problematico” – una frase che lo farebbe espellere dal partito laburista di Keir Starmer e mettere alla gogna dai media.

Montagu considerava antisemita la Dichiarazione Balfour e avvertiva che “quando agli ebrei verrà detto che la Palestina è la loro patria ogni paese cercherà immediatamente di sbarazzarsi dei suoi cittadini ebrei e in Palestina ci sarà una popolazione che caccerà i suoi attuali abitanti”.

Salvaguardare la legittimità di Israele

Dopo la fondazione di Israele, il compito principale della lobby è diventato quello di salvaguardare la legittimità dello Stato israeliano. Pappe dimostra che il partito laburista ne è stato un sostenitore più forte e affidabile rispetto ai conservatori, e mette in rilievo il ruolo di Poale Zion [movimento di lavoratori ebrei marxisti-sionisti fondato in varie città della Polonia, dell’Europa e dell’Impero russo all’inizio del XX secolo, ndt.], antecedente all’odierno Movimento Operaio Ebraico [importante parte del Partito Laburista, ndt.], che originariamente cercò di conciliare marxismo e sionismo e convinse i sindacati e i laburisti che Israele era un progetto socialista.

Pappe scrive che Poale Zion divenne “parte di una lobby intesa ad frenare qualsiasi potenziale orientamento anti-israeliano nel Partito laburista in Gran Bretagna e a rafforzare il rapporto tra il Partito laburista e i suoi elettori ebrei filo-israeliani”.

Secondo Pappe l’ex primo ministro Harold Wilson, che guidò il partito laburista dal 1963 al 1976, era “filo-israeliano fino al midollo”. Pappe ipotizza che l’ammirazione di Wilson per Israele, come quella di David Lloyd George nella generazione precedente, fosse il prodotto di un’educazione protestante dissidente. Il politico Roy Jenkins (1920-2003) disse che il libro di Wilson The Chariot of Israel era “uno dei trattati più profondamente sionisti mai scritti da un non ebreo”.

Alec Douglas-Home (1903-1995), ministro degli Esteri nel governo di Edward Heath succeduto all’amministrazione Wilson dopo le elezioni generali del 1970, era più amichevole con i palestinesi. Vecchio aristocratico di Eton, Douglas-Home è oggi liquidato come un inetto vecchio bacucco, un’aberrazione nella Gran Bretagna del dopoguerra.

Oggi le sue opinioni susciterebbero un cenno di approvazione da parte della Palestine Solidarity Campaign [organizzazione di attivisti dal 2004, “la più grande organizzazione europea per i diritti dei palestinesi” (Guardian), ndt.]. Secondo Pappe “fu l’unico ministro degli Esteri britannico a discutere apertamente del diritto al ritorno dei profughi palestinesi espulsi da Israele nel 1948” e, cosa ancora più notevole, “l’unico ministro degli Esteri britannico a sfidare la disonesta mediazione degli americani”.

Subito dopo la guerra del 1967, Douglas-Home insistette, con il sostegno di Heath, che la Gran Bretagna non poteva più ignorare le “aspirazioni politiche degli arabi palestinesi”. Al governo, fece infuriare Israele consentendo all’Organizzazione per la Liberazione della Palestina di aprire un ufficio a Londra.

Pappe afferma che Douglas-Home è stato l’unico politico britannico di alto livello, con l’importante eccezione dell’alcolista George Brown, a interpretare la risoluzione 242 delle Nazioni Unite come richiesta di ritiro incondizionato di Israele entro i confini del 5 giugno 1967. Durante la guerra del 1973, il governo Heath si rifiutò di consegnare armi a Israele – anche se, come nota Pappe, ciò era dovuto principalmente al timore di un embargo petrolifero arabo.

Gli anni di Corbyn

La prospettiva storica di Pappe mette la leadership di Jeremy Corbyn nel Partito Laburista sotto una nuova luce. “Le opinioni di Corbyn sulla Palestina erano praticamente identiche a quelle espresse dalla maggior parte dei diplomatici e politici britannici di alto livello sin dal 1967; come loro sosteneva la soluzione dei due Stati e riconosceva l’Autorità Palestinese”, scrive Pappe. In questo era più tradizionalista della Campagna di Solidarietà con la Palestina, che sosteneva la soluzione di uno Stato unico.

Alla luce di ciò Pappe ragionevolmente si chiede: “Perché la lobby lo ha visto come una minaccia”? E risponde: “Sospettavano, giustamente, che credesse sinceramente in una giusta soluzione a due Stati e che non avrebbe accettato le scuse di Israele per ostacolarla”.

In un passaggio che fa riflettere aggiunge: “Christopher Mayhew, George Brown e Jeremy Corbyn avevano molto in comune. Erano in posizioni di potere che potevano influenzare la politica britannica nei confronti di Israele. Erano tutti totalmente fedeli alla politica ufficiale britannica di sostegno dei due Stati come soluzione del ‘conflitto’. Nessuno di loro negava il diritto di Israele all’esistenza, nessuno di loro ha fatto alcuna osservazione antisemita in tutta la vita e non erano antisemiti in nessun senso della parola”.

Pappe ha parole dure anche nei confronti dell’inchiesta dell’EHRC sull’antisemitismo laburista. “In un mondo più ragionevole, o forse tra molti anni”, scrive, “se alla gente fosse chiesto che cosa un’importante istituzione per i diritti umani indagherebbe in relazione a Israele e Palestina, risponderebbe la violazione dei diritti umani dei palestinesi … [in questo rapporto] non vi era alcuna discussione seria su ciò che costituisce antisemitismo, né veniva fatto alcun tentativo di distinguere tra antisemitismo e antisionismo e critica a Israele”.

In una breve conclusione scritta dopo gli orrori del 7 ottobre Pappe scrive: “Molte persone nel XXI secolo non possono continuare ad accettare un progetto di colonizzazione che richiede un’occupazione militare e delle leggi discriminatorie per sostenersi. C’è un limite in cui la lobby non può più sostenere questa realtà brutale e continuare a essere vista come un’entità morale agli occhi del resto del mondo. Credo e spero che questo limite verrà raggiunto nel corso della nostra vita”.

Questo tempestivo libro di uno dei migliori storici dell’Israele contemporaneo merita di diventare oggetto di un urgente dibattito contemporaneo. Finora è stato ignorato in un ambiente politico e mediatico che, come illustra il recente caso di Faiza Shaheen, ha imposto un sistema di omertà intorno a qualsiasi discussione sulla lobby israeliana.

Lobbing for Zionism on Both Sides of the Atlantic è pubblicato da Oneworld.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Peter Oborne ha vinto il premio per il miglior commento/blog sia nel 2022 che nel 2017 ed è stato nominato Freelance dell’anno nel 2016 ai Drum Online Media Awards per gli articoli che ha scritto per Middle East Eye. È stato anche nominato editorialista dell’anno dei British Press Awards nel 2013. Si è dimesso da capo editorialista politico del Daily Telegraph nel 2015. Il suo ultimo libro è The Fate of Abraham: Why the West is Wrong about Islam, pubblicato a maggio da Simon & Schuster. Fra i suoi libri precedenti The Triumph of the Political Class, The Rise of Political Lying, Why the West is Wrong about Nuclear Iran e The Assault on Truth: Boris Johnson, Donald Trump and the Emergence of a New Moral Barbarism.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Il marchio di articoli sportivi PUMA è sollecitato a smettere di sponsorizzare il calcio nell’Israele dell’apartheid

Yvonne Ridley

11 febbraio 2022 – Middle East Monitor

Il principale produttore europeo di articoli sportivi, Adidas, ha posto fine al suo redditizio accordo [di sponsorizzazione] per le sue scarpe con il calciatore francese Kurt Zouma dopo che il giocatore della Premier League inglese è stato visto picchiare e prendere a sberle il suo gatto in un video pubblicato sulle reti sociali da suo fratello. Da allora il difensore del West Ham ha subito moltissime critiche per la sua crudeltà.

In effetti la società di calcio ha multato Zouma per una somma pari al compenso di due settimane – addirittura 250.000 sterline [quasi 300.000 euro] -, egli ha perso il suo contratto di sponsorizzazione a sei zeri con Adidas e una compagnia di assicurazioni ha sospeso la sua sponsorizzazione del West Ham. Questa vicenda continua a comparire sui media e pare che stia costando al giocatore e al suo club un sacco di soldi. Fortunatamente i due gatti di Zouma sono stati presi in carico dall’ente benefico per la protezione degli animali RSPCA, ma è ancora possibile che venga avviata un’indagine penale.

Data la lodevole risposta di Adidas al fatto che un animale innocente sia stato picchiato, mi chiedo cosa stia facendo l’impresa concorrente PUMA riguardo ai suoi rapporti con Israele. Le forze di sicurezza dello Stato che pratica l’apartheid – sia poliziotti che soldati – picchiano e prendono a calci sistematicamente uomini, donne e bambini palestinesi innocenti. E non si dimentichino le vite innocenti perse quando studenti vengono presi di mira e uccisi da cecchini e bombe israeliani. La brutalità dell’occupazione israeliana della Palestina viene messa a nudo alla vista di tutti noi sulle reti sociali.

Eppure PUMA continua a sponsorizzare l’Associazione Calcistica Israeliana. Decine di migliaia di persone in Gran Bretagna hanno già firmato una petizione a PUMA chiedendo che l’impresa ponga fine all’accordo di sponsorizzazione dell’IFA, che governa e appoggia squadre che giocano nelle illegali colonie israeliane costruite su terra palestinese occupata. Oltretutto i calciatori palestinesi vengono trattati in modo terribile dalle autorità occupanti israeliane.

Tuttavia ciò non basta per obbligare PUMA a cambiare la sua politica di sponsorizzazione. Purtroppo in Occidente la reazione dell’opinione pubblica nei confronti di minorenni palestinesi innocenti che vengono maltrattati ed uccisi non è altrettanto forte di quando si tratta della crudeltà nei confronti degli animali. Entrambe dovrebbero essere viste e condannate allo stesso modo e dovrebbe essere rapidamente fatta giustizia contro l’oppressore.

Forse ciò cambierà sabato, quando ci sarà una giornata internazionale di azione fuori dai negozi e distributori PUMA per spingere l’impresa a porre fine al suo appoggio all’apartheid israeliano. Ciò potrebbe spostare l’ago della bilancia.

Secondo un comunicato stampa della Palestine Solidarity Campaign [Campagna di Solidarietà con la Palestina] (PSC), una nota interna fatta filtrare rivela che PUMA ha ammesso che i suoi testimonial e i suoi soci commerciali stanno mettendo in discussione il suo appoggio all’apartheid israeliano. Un legale dell’impresa ha detto alla PSC che ciò sta rendendo la vita “impossibile” a PUMA.

Il suo contratto con la IFA termina in giugno, ma invece di attendere la sua fine “naturale”, PUMA dovrebbe tagliare i rapporti con l’apartheid israeliano ora e far sapere alla gente in Israele che la crudeltà e la brutalità dell’occupazione ne sono la ragione. Se Adidas può interrompere la sponsorizzazione di una stella del calcio a 48 ore da quando ha picchiato un gatto, allora PUMA può sicuramente tagliare ogni rapporto e interrompere la sua disgustosa sponsorizzazione dell’Israel Football Association senza ulteriori indugi. PUMA, è una rete a porta vuota. Non mancarla.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Vittoria del BDS! Siviglia ha annullato la fiera europea delle armi elettroniche

Palestinian BDS National Committee

14 dicembre 2020 – Chronicle de Palestine

In un comunicato stampa pubblicato oggi dal Comune di Siviglia l’assessore comunale per la casa, il turismo e la cultura, Antonio Muñoz, ha annunciato l’annullamento della fiera degli armamenti “Electronic Warfare Europe”, che avrebbe dovuto svolgersi nel palazzo delle esposizioni e dei congressi di Fibes, a Siviglia, nel maggio 2021.

La stessa fiera era già stata annullata a Liverpool, nel Regno Unito, dove un partner era Elbit Systems, la più grande industria bellica privata israeliana, le cui armi sono regolarmente utilizzate dall’esercito israeliano per uccidere e mutilare civili palestinesi.

L’annullamento di Liverpool è avvenuto dopo che una forte coalizione locale – Against the Electronic Arms Fair [Contro la Fiera delle Armi Elettroniche], insieme alla Palestine Solidarity Campaign [Campagna di Solidarietà con la Palestina] (PSC), la Campaign Against Arms Trade [Campagna contro il Commercio delle Armi] (CAAT) e la Campaign for Nuclear Disarmament [Campagna per il Disamo Nucleare] (CND) – ha chiesto al consiglio municipale di Liverpool di annullare l’evento che era contrario all’etica in quanto incoraggiava le violazioni dei diritti umani.

Citando l’annullamento di Liverpool e prevedendo le ripercussioni negative per la città, il consiglio municipale di Siviglia ha dichiarato che la decisione del governo era stata presa a causa dell’ “aspetto negativo di collegare l’immagine della città a importante sede di un avvenimento controverso che ha ripercussioni nazionali e internazionali.”

La piattaforma Stop Ferias de Armas [Stop alle fiere degli armamenti] ha accolto l’ annullamento della fiera delle armi di Siviglia dichiarando:

Non vogliamo essere complici delle armi utilizzate per reprimere popoli oppressi come i palestinesi o i yemeniti. Le istituzioni spagnole non devono autorizzare le fiere degli armamenti nelle loro strutture.

Aggiunge:

Speriamo che il consiglio municipale di Siviglia sia coerente ed annulli anche gli incontri sull’aereospaziale e la difesa di Siviglia 2021, patrocinata da Airbus, una società che trae profitto dai crimini della guerra nello Yemen.

La piattaforma Stop Feria de Armas en Sevilla, formata da più di venti organizzazioni, aveva mobilitato in poco tempo una forte opposizione sociale, inviando una lettera al sindaco di Siviglia, organizzando un webinar pubblico sul militarismo, con una larga copertura da parte dei principali giornali e si era coordinata con i partiti politici locali che si opponevano anche loro alla fiera delle armi.

Parlando a nome del movimento BDS che milita per i diritti dei palestinesi e che ha organizzato campagne di boicottaggio e di disinvestimento contro Elbit Systems e altre compagnie israeliane degli armamenti, Alys Samson Estapé ha dichiarato:

I gruppi progressisti, pacifisti e antirazzisti non vogliono più fiere degli armamenti in Europa; prima hanno fatto annullare quella di Liverpool e ora quella di Siviglia. Non c’è posto per le armi nelle nostre città. Invece di autorizzare le fiere delle armi, le istituzioni dovrebbero porre fine ad ogni commercio delle armi con regimi oppressivi come Israele, che testano i loro armamenti sui palestinesi, poi le vendono per reprimere la dissidenza ovunque nel mondo.

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)