Dopo il cessate il fuoco a Gaza Israele rivolge la sua potenza di fuoco contro la Cisgiordania

Basel Adra

28 gennaio 2025 – +972 Magazine

Laila Al-Khatib, di due anni, è la vittima più giovane della campagna militare israeliana a Jenin, mentre i blocchi stradali soffocano l’intero territorio.

Bassam Assous stava cenando a casa con la sua famiglia quando sono iniziati gli spari. Erano circa le 20:00 di sabato 25 gennaio e, ad insaputa degli abitanti, i soldati israeliani erano entrati nel villaggio di Muthalath Al-Shuhada, situato vicino a Jenin nella Cisgiordania occupata. “Le finestre e le persiane erano chiuse: non avevamo idea di cosa stesse succedendo fuori finché non abbiamo sentito degli spari molto vicini”, ha raccontato Assous a +972 Magazine.

Assous e sua moglie Ghada si sono allontanati rapidamente dalle finestre, mentre le loro due figlie, Shaimaa e Teema, si sono nascoste in una camera da letto con la figlia di 2 anni di Teema, Laila.

All’improvviso Assous ha sentito le figlie urlare. “Sono corso in camera da letto con mia moglie; Shaimaa teneva stretta Laila mentre Teema urlava accanto a loro”, racconta. “Ho afferrato Laila e le mie mani si sono rapidamente ricoperte di sangue. Proveniva dalla testa: era stata colpita da un proiettile”.

Con in braccio la nipote sanguinante e priva di sensi Assous è corso fuori in strada, ma si è reso conto che era piena di soldati israeliani e veicoli blindati. “Mia moglie ha urlato: ‘Perché avete ucciso la bambina? Cosa vi ha fatto?'”, continua Assous. “Uno dei soldati, in piedi a una certa distanza, ha risposto, ‘Mi dispiace.’ Al che ho urlato anch’io, ‘Perché le avete sparato?’ I soldati mi hanno puntato le armi e mi hanno detto di non avvicinarmi. Mia moglie continuava a gridare e uno dei soldati ha indicato un punto a 100 metri di distanza e le ha detto, ‘Vai lì e aspetta un’ambulanza.'”

Quando è arrivata l’ambulanza Ghada è salita con Laila. Shaimaa, che in seguito agli spari aveva riportato ferite da schegge alla mascella e al fianco, e Teema, che aveva ferite da schegge alla mano destra, avevano anche loro bisogno di cure. “Ho detto ai soldati che volevo andare con le mie figlie ma loro hanno risposto: ‘No, tu vieni con noi'”, aggiunge Assous.

“I soldati mi hanno portato a casa di mio zio, dove avevano già trattenuto quattro dei suoi figli mentre mio zio e il resto della famiglia si trovavano nelle vicinanze”, racconta. “Non avevo idea di cosa stesse succedendo a mia moglie e alle mie figlie: non ci era permesso usare i nostri telefoni o anche solo parlare. Quando ho insistito per chiamare un soldato ha minacciato di ammanettarmi. Sono rimasto trattenuto in questo modo fino alle 23:30 circa, quando i soldati si sono ritirati dalla zona. Non hanno arrestato nessuno né confiscato nulla.

Dopo che i soldati se ne sono andati i vicini sono venuti a controllare come stavamo”, continua Assous. “È stato allora che ho saputo che Leila era morta, mentre cominciavano a porgerci le loro condoglianze. Ero sotto shock, ma ho capito subito che dovevo mostrarmi forte per mia figlia Teema, che è scoppiata a piangere e non riusciva a farsi una ragione della perdita della figlia. L’ho portata in un centro medico lì vicino, dove le hanno dato dei sedativi”.

Assous spiega che Teema, una studentessa magistrale all’Università An-Najah di Nablus, specializzata in ingegneria ambientale e idraulica, aveva già perso il marito, Mohammad Al-Khatib, due anni fa in un incidente sul lavoro. “Stava lottando con il trauma della perdita del marito, quindi ho portato lei e sua figlia a vivere con noi a casa”, ha spiegato. “Diceva sempre: ‘Voglio solo crescere mia figlia e prendermi cura di lei’. Ora continua a chiedermi: ‘Perché hanno ucciso mia figlia? Cosa ha fatto questa bambina per meritarsi questo?’

In risposta all’inchiesta di +972 un portavoce dell’esercito israeliano ha affermato di “rammaricarsi per qualsiasi danno causato a civili non coinvolti” e di aver ricevuto informazioni su terroristi barricati all’interno di un edificio nel villaggio. Secondo il portavoce prima di aprire il fuoco i soldati hanno intimato “più volte” a chi si trovava dentro la casa di uscire. Assous nega di aver sentito alcuna intimazione del genere.

“Uno stato di terrore” nel campo profughi di Jenin

L’uccisione di Laila non è stato un fatto isolato. Dalla mattina del 21 gennaio, solo due giorni dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco a Gaza, l’esercito israeliano è impegnato in una grande campagna militare nella Cisgiordania settentrionale. L’esercito afferma che l’operazione, denominata “Muro di ferro”, ha lo scopo di “preservare la libertà di azione dell’IDF” e reprimere la resistenza armata nei territori occupati, e fa seguito a una campagna di sette settimane dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) contro i gruppi armati nel campo profughi di Jenin.

Anche l’attività dell’esercito israeliano è focalizzata su Jenin e i suoi dintorni, così come su Tulkarem. Finora l’operazione ha ucciso 16 palestinesi a Jenin e tre a Tulkarem, causando al contempo una vasta distruzione delle infrastrutture civili in entrambe le città e costringendo migliaia di palestinesi a lasciare le loro case.

“Martedì scorso, verso le 11:00, una forza speciale dell’esercito di occupazione ha preso d’assalto il campo”, ha detto a +972 Ahmed Hawashin, ricercatore presso il Palestinian Centre for Human Rights (PCHR) e abitante nel campo profughi di Jenin. “I soldati, immagino costituissero una squadra di cecchini, si sono posizionati negli edifici che dominano il campo e hanno iniziato a sparare indiscriminatamente mentre dall’alto cadevano missili. I veicoli dell’Autorità Nazionale Palestinese, presenti nel campo da 45 giorni, hanno iniziato a ritirarsi.

“Mentre circolavano notizie sull’operazione militare a Jenin la paura si è diffusa tra tutti i cittadini”, continua Hawashin. “La mia famiglia è fuggita dal campo ed è finita sotto il fuoco nonostante fossero civili. Mi sono rifugiato a casa di un amico nel quartiere Joret A-Dahab.

“Altri veicoli militari sono arrivati ​​e hanno imposto un assedio al campo mentre le forze hanno iniziato le incursioni”, racconta. “Per tutta la notte i suoni degli spari e delle esplosioni non si sono fermati. Due volte mentre ero seduto con un gruppo di volontari del soccorso davanti alla casa di un mio amico un drone ci ha lanciato delle granate. Uno dei giovani è stato ferito da schegge: eravamo in uno stato di terrore”.

La mattina seguente un drone israeliano ha trasmesso un messaggio dell’esercito che ordinava a tutti gli abitanti del campo di evacuare. Mentre una folla di famiglie iniziava a uscire Hawashin ha deciso che sarebbe stato troppo pericoloso restare: “La situazione sul campo e ciò che circolava sui media riguardo all’incursione ci spaventava: non sapevamo cosa avrebbero fatto”.

Hawashin racconta che un gruppo di circa 100 persone del quartiere Jorat A-Dahab si è radunato per andare via insieme ed è stato accompagnato da un drone militare fino all’ingresso occidentale del campo. A quel punto, i soldati hanno ordinato loro tramite altoparlante di dividersi in gruppi di cinque e presentarsi per l’ispezione. “C’era una telecamera che scattava foto e i soldati decidevano chi fermare in base ai dati della telecamera”, racconta. “Abbiamo poi continuato il nostro cammino verso la città“.

Anche nella stessa città di Jenin, dove le forze israeliane hanno assediato gli ospedali, “la vita è ferma. Si verificano alcuni scontri [tra l’esercito israeliano e i gruppi di resistenza palestinesi] e veicoli militari attraversano le strade. I negozi sono chiusi e la maggior parte dei cittadini non esce di casa temendo per la propria vita”.

Le condizioni nel campo stanno rapidamente peggiorando. Le scuole sono chiuse dall’inizio dell’operazione dell’ANP ai primi di dicembre, mentre da più di un mese l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione lavorativa (UNRWA) non è in grado di fornire alcun servizio. Anche l’energia elettrica è stata completamente interrotta.

“Il campo è diventato anche rischioso per la salute”, aggiunge Hawashin. “Dall’inizio della campagna dell’ANP i rifiuti non sono stati raccolti e si sono accumulati ammassi di spazzatura ai lati delle strade. Le strade e le infrastrutture idriche sono ancora devastate dalle precedenti invasioni israeliane, quindi le persone hanno fatto affidamento su cisterne d’acqua e serbatoi sui tetti, ma molti di questi sono stati danneggiati dagli spari durante la campagna dell’ANP e l’attuale operazione israeliana e sono stati resi inutilizzabili”.

“Non ho mai dovuto aspettare così a lungo al checkpoint”

Oltre agli attacchi al campo profughi di Jenin e alle aree circostanti l’esercito israeliano, come forma di punizione collettiva, ha chiuso le strade principali in tutta la Cisgiordania tramite posti di blocco, cancelli di ferro e cumuli di terra, tenendo aperte solo alcune strade in orari specifici della giornata. Queste interruzioni costringono i residenti ad aspettare per lunghe ore in mezzo ad ingorghi, a prendere percorsi alternativi attraverso campi e strade sterrate o a evitare del tutto di viaggiare. Ai posti di blocco i soldati impiegano ulteriori pratiche repressive come la confisca arbitraria per ore e ore delle chiavi delle auto.

La settimana scorsa Mohammad Hureini, studente di letteratura inglese alla Birzeit University vicino a Ramallah e attivista di Youth of Sumud [Gioventù della Perseveranza: organizzazione palestinese di protesta non violenta contro l’occupazione, ndt.] avrebbe dovuto sostenere un esame, rinviato in seguito all’operazione militare di Israele in Cisgiordania che ha impedito a molti studenti di raggiungere l’università.

Il giorno seguente Hureini, che si trovava già nei pressi dell’università, ha deciso di tornare al suo villaggio di A-Tuwani nelle colline a sud di Hebron, un viaggio che prima del 7 ottobre di solito durava circa due ore. Tuttavia, dopo l’inizio della guerra a Gaza e l’intensificazione delle restrizioni alla circolazione dei palestinesi in Cisgiordania, Hureini impiegava quattro o cinque ore per tornare a casa. Questa volta, con le ulteriori interruzioni, il viaggio è durato 13 ore.

“Da Nablus mi sono diretto al checkpoint di ‘Atara’, a nord di Ramallah, ma era chiuso e decine di auto erano bloccate”, ha detto. “Ho fatto dietrofront per andare al posto di blocco di Jaba’, a sud-ovest di Ramallah, ma avvicinandomi ho visto pesanti ingorghi: i soldati avevano chiuso il checkpoint a praticamente tutto il traffico e stavano ispezionando i veicoli uno ad uno”.

Hureini è rimasto bloccato nel traffico per ore mentre centinaia se non migliaia di auto si trovavano in fila per l’ispezione. “Sembrava che passasse un veicolo ogni mezz’ora”, racconta. Dopo tre ore ho visto persone abbandonare i loro veicoli e chiamare dei taxi per farsi venire a prendere dall’altro lato del checkpoint dopo aver attraversato a piedi. Non avevo mai vissuto un’attesa così lunga a questo checkpoint.

Circa sei ore dopo è stato finalmente il turno di Hureini. “Al posto di blocco c’erano due soldati”, spiega. “Uno mi ha fatto segno di fermarmi, quindi ho spento il motore. Entrambi i soldati erano al telefono, senza prestare attenzione a me o a tutti i veicoli in coda dietro di me. Mentre aspettavo mi è diventato chiaro che lo stavano facendo per umiliare le persone, fiaccare loro il morale e sconvolgere le nostre vite, niente di più.

“Dieci minuti dopo il soldato mi ha chiesto i documenti e ha iniziato a perquisire il veicolo domandandomi: ‘Da dove vieni? Dove stai andando? Cosa fai?’ Dopo cinque minuti mi ha detto di proseguire”.

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Il calvario di Hureini non era finito. “Dopodiché ho percorso la strada di circonvallazione, che ovviamente non ha posti di blocco perché la usano i coloni, finché non ho raggiunto il posto di blocco dei container, che separa la parte settentrionale da quella meridionale della Cisgiordania. C’erano tre corsie di traffico che portavano al checkpoint. Di nuovo, per la prima volta, ho visto quelli che sembravano migliaia di veicoli fermi. Ho scoperto che i soldati avevano chiuso il posto di blocco senza fornire una ragione e non lasciavano passare nessuno.

Ho aspettato per mezz’ora senza muovermi mentre altre auto continuavano ad arrivare dietro di me”, prosegue. “Uno degli autisti mi ha parlato di una strada sterrata che poteva essere utilizzata per aggirare il posto di blocco. Ha iniziato a guidare e io l’ho seguito. Dietro di noi si sono presto aggiunti decine di veicoli. La strada era pericolosa, piena di rocce e buche. Ho guidato con cautela per 45 minuti, temendo che la mia auto si rompesse. Quella distanza avrebbe potuto essere coperta in cinque minuti se non fosse stato per il posto di blocco”.

E c’era ancora di più. “Sono arrivato a Betlemme alle 19:30 solo per trovare l’ingresso principale della città chiuso. Ho preso una strada alternativa attraverso Beit Jala, dove i soldati avevano messo su un posto di blocco e stavano perquisendo i veicoli. Dopo aver saputo di una strada alternativa che aggirava il checkpoint l’ho seguita fino a raggiungere di nuovo la strada principale e ho continuato a guidare verso il mio villaggio.

Dopo essere partito dall’Università di Birzeit vicino a Ramallah alle 8 del mattino sono arrivato a casa alle 9 di sera, esausto e con il mal di testa. Non avevo mangiato niente per tutto il giorno, quindi ho cenato e sono andato subito a letto. Da quando l’esercito israeliano ha lanciato la sua nuova operazione la situazione è diventata insopportabile”.

In risposta alla richiesta di +972 di rilasciare un commento sui nuovi e più estesi blocchi stradali l’esercito israeliano ci ha rimandato ad una dichiarazione del portavoce internazionale dell’esercito in cui si afferma: “I posti di blocco sono uno strumento da noi utilizzato nella lotta al terrorismo, che consente il movimento dei civili fornendo al contempo un livello di controllo per impedire ai terroristi di fuggire e rendere l’operazione inefficace”.

“L’occupazione non ha bisogno di scuse per distruggerci”

Per comprendere i motivi della nuova operazione militare di Israele e delle misure di punizione collettiva i palestinesi in Cisgiordania tracciano un collegamento diretto con il cessate il fuoco di Gaza.

Omar Assaf, che abita nel campo profughi di Deir Ammar vicino a Ramallah, promotore di un’iniziativa per ricostruire una leadership popolare palestinese in tutta la Palestina e nella diaspora, ha dichiarato a +972: “Dopo aver lasciato Gaza il governo israeliano è moralmente a pezzi, nonostante abbia commesso un genocidio uccidendo decine di migliaia di persone e distruggendo la Striscia. Per compensare, ha lanciato una campagna militare prendendo di mira il campo profughi di Jenin e isolando il resto delle città e dei villaggi palestinesi, nel tentativo di ottenere un’immagine di vittoria in questa guerra.

La Cisgiordania è sempre stata un fronte importante per l’occupazione, ma c’è sempre stata una resistenza palestinese contro le sue ambizioni”, continua Assaf. “Negli ultimi anni nella Cisgiordania settentrionale si sono costituiti gruppi armati che si oppongono all’occupazione, agli attacchi dei coloni e all’espansione delle colonie sulla terra palestinese. In risposta, c’è stata un’evoluzione della relazione tra l’ANP e l’occupazione al fine di contrastare questi gruppi, passando dal coordinamento alla vera e propria collaborazione nelle operazioni di sicurezza.

“L’ANP è riuscita a sconfiggere [l’organizzazione denominata] Fossa dei Leoni a Nablus reclutando alcuni dei suoi combattenti nelle forze di sicurezza dell’ANP”, ha affermato. “L’occupazione [israeliana] ha dovuto affrontare i gruppi armati nel campo profughi di Jenin [con la forza], e finora non è riuscita a sconfiggerli”.

L’incursione di sette settimane dell’ANP nel campo, prima dell’ultima operazione di Israele, è stata “una mossa senza precedenti nella storia della causa palestinese”, dice Assaf. E mentre l’ANP ha affermato di aver represso la resistenza armata per proteggere il campo dal destino a cui è andata incontro la Striscia di Gaza, lui è del parere che questa sia “una dichiarazione vergognosa” e aggiunge: “L’occupazione non ha bisogno di scuse per distruggerci, occupare la nostra terra e costruire insediamenti coloniali; lo fa perché questo è il suo progetto principale”.

L’ANP, conclude Assaf, dovrebbe fare una di queste due cose: “Può tornare verso il popolo palestinese, stare al suo fianco contro le politiche di occupazione, unificare il suo fronte interno e porre fine alla divisione. Oppure, se non può farlo, dovrebbe tenere elezioni per consentire al popolo palestinese di scegliere una leadership che lo rappresenti e lo guidi verso il raggiungimento delle sue aspirazioni. Se l’ANP continua con il suo attuale approccio aumenterà le tensioni tra le persone e indebolirà il fronte interno di fronte all’occupazione”.

Basel Adraa è un attivista, giornalista e fotografo del villaggio di a-Tuwani, sulle colline a sud di Hebron.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




“Accuse infondate”: l’UE ripristina i finanziamenti alle ONG palestinesi

A cura della redazione di Al Jazeera

30 giugno 2022 – Aljazeera

L’anno scorso la Commissione Europea aveva sospeso i finanziamenti per due organizzazioni palestinesi per i diritti umani a causa delle accuse israeliane di “terrorismo”.

Ramallah, Cisgiordania occupata – L’Unione Europea (UE) ha riferito a due importanti ONG palestinesi che riprenderà a finanziarle dopo una sospensione di un anno legata ad accuse infondate di terrorismo” avanzate da Israele.

La Commissione Europea, il ramo esecutivo dell’UE, ha inviato alcuni giorni fa delle lettere ad Al-Haq e al Palestinian Centre for Human Rights (PCHR) informandoli che le loro sospensioni di 13 mesi sono state revocate incondizionatamente e con effetto immediato.

La Commissione ha citato i risultati di una revisione condotta dall’Ufficio europeo per la lotta antifrode (OLAF) dell’UE, che ha affermato che “non ha riscontrato sospetti di irregolarità e/o frode” e “non ha trovato motivi sufficienti per aprire un’indagine”.

Secondo le informazioni fornite ad Al Jazeera, le e-mail sono state inviate subito dopo l’avvio da parte di Al-Haq di un’azione legale contro la Commissione.

Giovedì Al-Haq ha dichiarato che più di 13 mesi dopo l’imposizione di una sospensione arbitraria al finanziamento del progetto a favore di Al-Haq con sovvenzioni della UE, la Commissione ha “finalmente revocato questa sospensione vergognosa, illegittima fin dall’inizio e basata sulla propaganda e la disinformazione israeliane”.

“La sospensione è stata revocata incondizionatamente e con effetto immediato”, afferma Al-Haq.

Per decenni Al-Haq si è impegnata nel proteggere i diritti del popolo palestinese dalle violazioni della giustizia internazionale commesse da Israele e da altri responsabili. La sospensione ha rappresentato un’altra violazione. Continueremo a promuovere la responsabilizzazione e a difendere lo stato di diritto”, aggiunge l’organizzazione.

“Nella nostra interazione con la Commissione, abbiamo richiesto assicurazioni in merito all’impegno della Commissione di portare avanti il resto del progetto in buona fede, escludendo qualsiasi ulteriore interruzione di natura politica basata su accuse diffamatorie contro Al-Haq”.

L’UE ha sospeso i suoi finanziamenti ad Al-Haq e PCHR nel maggio 2021.

Quel mese, i diplomatici europei avevano ricevuto un dossier riservato dell’intelligence israeliana in cui si affermava che sei importanti ONG con sede in Palestina, tra cui Al-Haq, stavano usando i soldi dell’UE per finanziare il Fronte popolare per la liberazione della Palestina (FPLP) [organizzazione politica e militare palestinese di orientamento socialista, ndt.].

Contemporaneamente la Commissione ha sospeso i suoi finanziamenti al PCHR nonostante non fosse tra le sei ONG menzionate.

Pochi mesi dopo, nell’ottobre 2021, Israele ha dichiarato illegali le sei organizzazioni, con il pretesto dell’affiliazione al partito politico FPLP, il cui braccio armato è stato attivo tempo fa, durante la seconda Intifada all’inizio degli anni 2000 [la rivolta palestinese esplosa il 28 settembre del 2000 come reazione a una visita provocatoria dell’allora capo del Likud Ariel Sharon sulla Spianata delle Moschee, ndt.] quando effettuò degli attacchi contro obiettivi israeliani.

La designazione [di illegalità, ndr.] è stata ampiamente condannata dalla comunità internazionale e dai gruppi per i diritti umani in quanto ingiustificata” e infondata”.

Nessuna prova è stata fornita dal governo israeliano a sostegno delle sue affermazioni riguardanti le sei organizzazioni.

L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Michelle Bachelet, ha descritto la decisione come un “attacco contro i difensori dei diritti umani, le libertà di associazione, opinione ed espressione e il diritto alla partecipazione pubblica” e ha affermato che “dovrebbe essere immediatamente revocata”.

L’udienza

A seguito dell’impegno di Al-Haq di indagare sulla natura giuridica della sospensione, l’organizzazione ha avviato un procedimento legale contro la Commissione a Bruxelles.

La prima udienza è stata fissata per il 4 luglio 2022.

Al-Haq ha informato Al Jazeera che, nonostante la revoca della sospensione, l’organizzazione proseguirà con i procedimenti legali, per danni alla reputazione e garanzie di fiducia per il futuro.

“Il fatto che [Al-Haq] sia stata sospettata di finanziamento del terrorismo per oltre un anno sulla base di informazioni prive di basi oggettive è di per sé dannoso per la sua reputazione”, si legge nella citazione, aggiungendo che l’UE “ha violato i suoi obblighi contrattuali”.

Il direttore di Al-Haq, Shawan Jabarin, ha dichiarato giovedì di non aver mai avuto dubbi sul fatto che la Commissione avrebbe revocato la sospensione.

“Sapevamo che la sospensione, come la designazione da parte di Israele di Al-Haq e di altre organizzazioni della società civile palestinese, non aveva basi legali e fattuali”, ha affermato Jabarin in una nota.

La voce della ragione e della logica ha prevalso dopo una lunga attesa. Siamo lieti di vedere la Commissione ritirare le sue decisioni dannose e tornare nella giusta direzione per sostenere la società civile e i diritti umani”, dice Jabarin.

Siamo preoccupati che la sospensione possa essere stata intenzionale, al fine di danneggiare la nostra immagine e reputazione. Tuttavia, il nostro legittimo lavoro di documentazione delle violazioni dei diritti umani, di sensibilizzazione pubblica e politica e di promozione della responsabilità continuerà”, aggiunge.

“Consideriamo la revoca della sospensione una vittoria per Al-Haq e per la società civile palestinese in generale, nell’ambito del nostro continuo impegno nel difendere le leggi internazionali e i diritti umani e nel perseguire gli autori di gravi violazioni”.

Le organizzazioni della società civile, che ottengono la maggior parte dei loro finanziamenti dai Paesi donatori, sono un pilastro fondamentale dello sviluppo sociale ed economico dei palestinesi che vivono nei territori occupati dal 1967.

Le ONG con sede in Palestina o che lavorano per i diritti dei palestinesi sono state a lungo oggetto di campagne denigratorie, diffamatorie e volte all’interruzione dei finanziamenti da parte di organizzazioni di interesse israeliane e internazionali come ONG Monitor e UK Lawyers for Israel, in collaborazione con il governo israeliano, con il quale hanno stretti rapporti.

Dal 1967 Israele ha bandito (PDF) più di 400 organizzazioni locali e internazionali come “ostili” o “illegali”, inclusi tutti i principali partiti politici palestinesi, come il partito Fatah al governo dell’Autorità Palestinese e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), con cui Israele ha firmato gli Accordi di Oslo [serie di accordi politici conclusi il 20 agosto 1993 che hanno portato all’istituzione dell’Autorità Nazionale Palestinese con il compito di autogovernare, in modo limitato, parte della Cisgiordania e la Striscia di Gaza e hanno riconosciuto l’OLP come partner di Israele nei negoziati sulle questioni in sospeso, ndr.] nel 1993.

La designazione [di organizzazioni “ostili” o “illegali”, ndt.] “autorizza le autorità israeliane a chiudere i loro uffici, sequestrare i loro beni e arrestare e incarcerare i membri del personale, e vieta di finanziare o anche esprimere pubblicamente sostegno per le loro attività”, secondo una dichiarazione dell’ottobre 2021 delle organizzazioni per i diritti umani Human Rights Watch e Amnesty International.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)