La nostra arte si occupa di ingiustizie reali, alcune in Palestina: non sorprende abbia incontrato ostilità

Forensic Architecture

20 agosto 2021 – The Guardian

La nostra lotta per ripristinare un’affermazione nella mostra a Manchester in realtà riguarda cosa si può o non può dire negli spazi culturali

A Manchester mercoledì 18 manifestanti si sono ripresi una delle principali istituzioni culturali della città. Nonostante la pioggia, attivisti filo-palestinesi si sono radunati davanti al portone chiuso della galleria d’arte Whitworth, parte dell’università di Manchester. È stato grazie alla loro azione insistente e a 13.000 lettere inviate alla galleria, che è stata ripristinata una parte della nostra mostra, la dichiarazione scritta intitolata: “Forensic Architecture [Architettura forense] sta dalla parte della Palestina”. La mostra che dietro nostre insistenze era stata chiusa dopo la rimozione unilaterale dell’enunciato, è ora riaperta.

Sabato 15 agosto un post sul blog del sito web dell’organizzazione UK Lawyers for Israel [Giuristi Britannici per Israele] (UKLFI) aveva annunciato che, in seguito al loro intervento, la frase era stata rimossa dalla nostra mostra, “Cloud Studies” [Studi di Nubi]. Quando l’abbiamo appreso non ci siamo poi molto sorpresi. Lo stesso gruppo aveva già criticato una dichiarazione di solidarietà con i palestinesi pubblicata a giugno sul sito della Whitworth ed era riuscito a convincere l’università a toglierla. E questo non era per niente il primo attacco da parte di UKLFI contro di noi come organizzazione. Nel 2018, quando siamo stati nominati per il Turner Prize [prestigioso premio britannico di arte contemporanea, ndtr.], l’UKLFI aveva sollecitato la Tate [noto complesso museale britannico, ndtr.] a non consegnarci il premio adducendo il motivo ridicolo che i documenti che avevamo pubblicato sulla Palestina equivalevano a “una moderna ‘accusa del sangue’ [accusa antisemita diffusa dall’XI secolo secondo cui alcuni ebrei berrebbero sangue infantile per compiere riti di magia nera, ndtr.] che avrebbe potuto promuovere antisemitismo e attacchi contro gli ebrei”.

Forensic Architecture non è esattamente un collettivo di artisti come qualcuno ci descrive. Siamo piuttosto un gruppo universitario di ricerca che opera in tutto il mondo con comunità in prima linea nei conflitti. Noi sviluppiamo tecniche e strumenti architettonici per raccogliere prove delle violazioni dei diritti umani da usare nelle aule di tribunali nazionali e internazionali, in inchieste parlamentari, tribunali per i diritti dei cittadini, forum di comunità, istituzioni accademiche e media. Noi esponiamo i risultati delle nostre ricerche anche in gallerie e musei quando altri siti affidabili sono inaccessibili.

Perciò, seppure sorpresi dalla nomina del Turner Prize, abbiamo scelto di usare la piattaforma per rivelare le affermazioni ufficiali israeliane sull’uccisione del beduino palestinese Yaakub Abu al-Qi’an per mano di poliziotti israeliani il 18 gennaio 2017. Abbiamo collaborato con gli abitanti del villaggio palestinese Umm al-Hirane e con attivisti per redigere un’inchiesta che collettivamente smentisce l’affermazione dei poliziotti israeliani secondo cui al-Qi’an era un “terrorista” e al contrario svela l’uccisione efferata e il rozzo tentativo di occultarla. Era difficile contestare le conclusioni dell’inchiesta e persino l’allora primo ministro di estrema destra, Benjamin Netanyahu, è stato alla fine costretto a scusarsi per l’omicidio.

Il nostro lavoro rivela l’avvento di un nuovo tipo di arte politica, meno interessata a commentare che a intervenire in contesti politici. È con questo spirito che abbiamo esposto Cloud Studies alla Whitworth. Il titolo si riferisce alla comparsa della meteorologia nel diciannovesimo secolo con il lavoro combinato di scienziati e artisti, ma, invece di occuparsi del tempo, la mostra mappa le odierne nubi tossiche: dai gas lacrimogeni negli USA, in Palestina e in Cile, agli attacchi chimici in Siria, a quelli prodotti dalle industrie estrattive in Argentina, alle nuvole di CO2 create dagli incendi nelle foreste in Indonesia.

Un elemento chiave della mostra è il nostro studio sul razzismo ambientale in Louisiana, nello specifico sul “corridoio petrolchimico” intensamente industrializzato lungo il fiume Mississippi, fra Baton Rouge e New Orleans. Gli abitanti delle comunità, a maggioranza nera, che vivono nei pressi di questi impianti respirano una delle arie più tossiche del Paese e registrano i numeri più elevati di casi di tumore.

A maggio, mentre stavamo lavorando alla mostra, è cominciata la serie più recente di attacchi israeliani contro Gaza. Abbiamo seguito da vicino collaboratori, amici ed ex dipendenti a Gaza e altrove in Palestine che ci mandavano in tempo reale immagini orribili delle distruzioni che le forze armate israeliane stavano arrecando alle loro case e aziende. Mentre assistevamo al sorgere di nubi tossiche sopra gli stabilimenti chimici bombardati di Beit Lahia ci sembrava di vedere una rappresentazione dal vivo dei nostri ‘Studi di nubi’.

Gli attacchi si sono estesi anche a istituzioni artistiche: l’artista Emily Jacir, nostra cara amica palestinese, ci ha mandato video del raid dell’esercito israeliano contro Dar Jacir, uno spazio indipendente e vitale gestito da artisti a Betlemme.

La nostra dichiarazione, la cui inclusione nella mostra era stata approvata in fase di progettazione dai curatori della Whitworth, è stata scritta mentre si svolgevano questi attacchi. Abbiamo usato termini come “pulizia etnica” e “apartheid” per descrivere le politiche del governo israeliano in Palestina perché descrivono la realtà della vita palestinese, sono in linea con il linguaggio delle principali organizzazioni israeliane e internazionali per i diritti umani e sono naturalmente state usate in Palestina per decenni. Analogamente il termine “colonialismo di insediamento” è stato usato estensivamente dagli studiosi per descrivere le politiche israeliane in Palestina. Se tali termini sono offensivi, essi sono ancora più offensivi per quelli che sperimentano quotidianamente l’impatto di tali politiche. Le università devono essere luoghi dove tali categorie possono essere presentate, sviluppate e discusse e la nostra battaglia per ripristinare la dichiarazione riguardava in realtà quello che si può dire in un contesto accademico e culturale.

Compiacere gruppi come UKLFI, un’organizzazione che ha ospitato un evento pubblico a cui era presente Regavim, l’organizzazione israeliana di coloni di estrema destra che sostiene la demolizione delle case dei palestinesi, non è solo una violazione del principio della libertà di espressione, ma mostra anche un’assenza di integrità morale. Il nostro è solo un caso, e non uno degli esempi più significativi, della campagna di diffamazione e di attacchi giuridici contro artisti e intellettuali palestinesi, molti dei quali subiscono la repressione per mano delle autorità di occupazione israeliane, e censura e restrizioni della loro libertà di espressione a livello internazionale. Secondo noi la campagna di UKLFI per screditare Forensic Architecture fa parte di questi tentativi di far tacere e intimidire. Il fatto che uno sforzo concertato sia riuscito a ribaltare la posizione dell’Università di Manchester dimostra che a tali azioni si può opporre una resistenza a livello collettivo.

Questa lotta alla Whitworth ha anche qualcosa da dire ai responsabili delle politiche culturali: mentre le gallerie si orientano sempre di più ad ospitare arte politica, allo stesso modo istituzioni e l’opinione pubblica non dovrebbero essere sorpresi quando l’arte politica è, appunto, politica.

Forensic Architecture è un’organizzazione di ricerca che indaga violazioni di diritti umani, inclusa la violenza commessa da Stati, forze di polizia, militari e corporazioni.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Ebrei israeliani chiedono: Basta con l’apartheid israeliano. Lettera aperta alla comunità internazionale

#IsraelisAgainstApartheid

Agosto 2021

Noi, ebrei israeliani, ci opponiamo alle azioni del governo israeliano e quindi dichiariamo il nostro impegno ad agire contro di esse. Ci rifiutiamo di accettare il regime suprematista ebraico e chiediamo alla comunità internazionale di intervenire immediatamente in difesa dei palestinesi a Gaza, in Cisgiordania, a Gerusalemme, in Galilea, nel Negev, a Lydda, Giaffa, Ramleh, Haifa e in tutta la Palestina storica.

Il suprematismo ebraico è la pietra angolare del regime israeliano e il suo coerente obiettivo è espellere e cancellare il popolo palestinese, la sua storia e la sua identità nazionale. Questo obiettivo si manifesta in continui atti di pulizia etnica mediante sfratti e demolizioni di case, brutale occupazione militare, negazione dei diritti civili e umani ed emanazione di una serie di leggi razziste culminate nella legge Stato-Nazione, che definisce lo Stato come “lo Stato Nazione del popolo ebraico ”, e solo di quest’ultimo.

Tutto ciò costituisce di fatto un regime di apartheid che crea aree simili a bantustan e ghetti per le comunità native palestinesi. Crediamo che il sionismo sia un principio di governo non etico che porta intrinsecamente a un regime di apartheid razzista che per oltre settanta anni ha commesso crimini di guerra e negato ai palestinesi i diritti umani fondamentali. Tali crimini e violazioni includono: la distruzione di centinaia di città e villaggi e il loro spopolamento di 750.000 palestinesi nel 1948, impedendo nel contempo attivamente il ritorno dei rifugiati; l’espropriazione sistematica delle terre dei palestinesi e il loro trasferimento a proprietari ebrei sotto gli auspici dello Stato; l’occupazione della Cisgiordania, della Striscia di Gaza e delle alture del Golan e la messa in pratica di un regime militare colonizzatore, che governa su milioni di palestinesi; la graduale annessione dei territori occupati nel 1967 con una violenta operazione di ingegneria demografica; l’assedio in corso contro la Striscia di Gaza e i persistenti massacri della popolazione di Gaza da parte dell’aviazione israeliana; la persecuzione politica dei palestinesi in tutta la Palestina e l’incitamento in corso contro la leadership politica e la società in generale. Tutte queste atrocità hanno luogo a causa dell’impunità di cui Israele gode da parte della comunità internazionale e in particolare degli Stati Uniti.

Nelle ultime settimane, il governo israeliano ha aumentato i suoi tentativi di impossessarsi di case palestinesi a Gerusalemme Est (specialmente nel quartiere di Sheikh Jarrah) e ospitarvi coloni ebrei con l’obiettivo di completare l’ebraizzazione della città iniziata nel 1967. Durante il mese di Ramadan le forze israeliane hanno intensificato il loro violento assalto al complesso della moschea di Al Aqsa, dando ai coloni il via libera per vandalizzare e aggredire fisicamente i palestinesi in Cisgiordania, Gerusalemme e in tutti i territori del ’48. Folle di coloni agiscono sotto l’egida della polizia israeliana e in coordinamento con essa. I media israeliani stanno partecipando alla sfrenata istigazione contro i cittadini arabi di Israele. Di conseguenza, le bande di ebrei godono dell’impunità per la loro violenza, mentre centinaia di cittadini palestinesi di Israele vengono arrestati per aver protetto le proprie case e comunità, o semplicemente per essere stati nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Di tanto in tanto Israele commette un ulteriore massacro contro la popolazione del ghetto di Gaza, rifiutando iniziative e proposte di cessate il fuoco con le organizzazioni palestinesi nella Striscia di Gaza e continuando con la distruzione di quartieri residenziali nella Striscia di Gaza e con il brutale assedio imposto contro circa due milioni di persone.

Come individui che si trovano dalla parte dell’oppressore e che hanno cercato per anni di spostare l’opinione pubblica in Israele al fine di cambiare dalle fondamenta l’attuale regime, siamo da molto tempo giunti alla conclusione che è impossibile cambiare il regime suprematista ebraico senza un intervento esterno.

Chiediamo alla comunità internazionale di intervenire immediatamente per fermare le attuali aggressioni israeliane, di accogliere le richieste del movimento palestinese per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni, di agire per l’attuazione del diritto al ritorno dei palestinesi e per realizzare la giustizia storica, di raggiungere una soluzione giusta e democratica per tutti, basata sulla decolonizzazione della regione e sulla fondazione di uno Stato di tutti i suoi cittadini.

(Traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)

#IsraelisAgainstApartheid

  1. Ruchama Marton

  2. Reuven Abergel

  3. Anat Matar

  4. Orly Noy

  5. Yehouda Shenhav

  6. Ilan Pappe

  7. Moshé Machover 

  8. Rela Mazali

  9. Prof. Emmanuel Farjoun

  10. Ronit Lentin

  11. Marcelo Svirsky

  12. Hannah Safran

  13. Michel Warshawski

  14. Jeff Halper

  15. Hanna Zohar

  16. Eyal Sivan

  17. Melissa Danz

  18. Tal Dor

  19. Aya Kaniuk

  20. Shiri Eisner

  21. Shaul Tcherikover

  22. Rana Saba

  23. Esther Rapoport

  24. Yossef Mekyton

  25. Revital Sella

  26. Haley Firkser

  27. Michal Raz

  28. Avi Liberman

  29. Amitai Ben-Abba

  30. Shlomo Owen

  31. Shmuel Merzel

  32. Maayan Geva

  33. Hillel Garmi

  34. Zohar Atai

  35. Dina Hecht

  36. Naama Farjoun

  37. Ehud Shem Tov

  38. Daniel Roe

  39. Neta Golan

  40. Guy Avni

  41. Daniella Cramer

  42. Yonatan Shapira

  43. Einat Weizman

  44. Tali Shapiro

  45. Tom Pessah

  46. Keren Assaf

  47. Ofer Neiman

  48. Tami Dynes

  49. Guy Hirschfeld

  50. Tsipi Erann

  51. Aryeh Miller

  52. Vardit Shalfy

  53. Or Ben David

  54. Haim Schwarczenberg

  55. Oren Feld

  56. Shira Havkin

  57. Oneg Ben Dror

  58. Rosana Berghoff

  59. Lirona Rosenthal

  60. Dror Shohet

  61. Guy Gillor

  62. Adi Shosberger

  63. Imri Hen

  64. Nuni Tal

  65. Dalit Baum

  66. Yoko Ram Chupak

  67. Maxine Kaufman-Lacusta

  68. Yael Shomroni

  69. Bilha Golan Sündermann

  70. Noa Shaindlinger

  71. Noa Friehmann

  72. Yom Shamash

  73. Abigail Szor

  74. Ronnen Ben-Arie

  75. ayA Zamir

  76. Connie Hackbarth

  77. Adi Moreno

  78. Yasmine Halevi

  79. Kobi Snitz

  80. Alexander Eyal

  81. Ronen Wolf

  82. Anat Elzam

  83. Robert Nathan Suberi

  84. Oshra Bar

  85. Liat Rosenberg

  86. Shaindy Ort

  87. Ari Libero

  88. Shai Ilan

  89. Yasmin Eran- Vardi

  90. Miri Barak

  91. Tamar Selby

  92. Elian Weizman

  93. Aliza Dror

  94. Ruti Lavi

  95. Michal Sapir

  96. Ayala Levinger

  97. Daphna Baram

  98. Yudit Ilany

  99. Odeliya Matter

  100. Yaniv Shachar

  101. Ofra Yeshua-Lyth

  102. Moshe Eliraz

  103. Elfrea Lockley

  104. Iris Hefets

  105. Oriana Weich

  106. Reut Ben-Yaakov

  107. Doaa Abunasa

  108. Yoram Blumenkranz

  109. Tia Levi

  110. Bosmat Gal

  111. Rachel Beitarie

  112. Udi Raz

  113. Yael Friedman

  114. Alon Marcus

  115. Jasmin Wagner

  116. Orna Akad

  117. Avi Berg

  118. Inna Michaeli

  119. Galit Naaman

  120. Sharona Weiss

  121. Aya Breuer

  122. Tal Janner-Klausner

  123. Eran Torbiner

  124. Vered Bitan

  125. Pnina Werbner

  126. Irit Rotmensch

  127. Eliana Ben-David

  128. Mike Arad

  129. Karen Zack

  130. Adi Liraz

  131. Nadav Franckovich

  132. Irit Segoli

  133. Maya Reggev

  134. Yam Nir-Bejerano

  135. Abey Mizrahi

  136. Hadas Leonov

  137. Tair Borchardt

  138. Yehudith Harel

  139. Yael Politi

  140. Itamar Shapira

  141. Regev Nathansohn

  142. Liad Kantorowicz

  143. David Benarroch

  144. Uri Gordon

  145. Zohar Efron

  146. Reuben Klein

  147. Yisrael Puterman

  148. Erica Melzer

  149. Yaara Benger Alaluf

  150. Anat Guthman

  151. Erella Grassiani

  152. Daniel Palanker Chas

  153. Einat Podjarny

  154. Yael Lerer

  155. Ya’ara Peretz

  156. Shirli Nadav

  157. Lihi Joffe

  158. Danielle Parsay

  159. Adi Winter

  160. Daphna Westerman

  161. Tslil Ushpiz

  162. Ella Janatovsky

  163. Nily Gorin

  164. Ora Slonim

  165. Rachel Hagigi

  166. Nahed Ghanayem

  167. Maayan Ashash

  168. Ruth Rosenthal

  169. Debby Farber

  170. Nicole Schwartz

  171. Sahar Vardi

  172. Hilla Dayan

  173. Rana Sawalha

  174. Galit Saporta

  175. 0-Michaela Reisin

  176. Adi Golan Bikhnafo

  177. Sharon Avraham

  178. Noa Roei

  179. Elliot Beck

  180. Jair Straschnow

  181. Haim Bresheeth-Zabner

  182. Amir Vudka

  183. Alma Ganihar

  184. Atalia Israeli Nevo

  185. Itamar Liebergall

  186. Jonathan Pollak

  187. Livnat Konopny Decleve

  188. Yanai Himelfarb

  189. Sigal Ronen

  190. Merav Devere

  191. Shiri Wilk Nader

  192. Dror K Levi

  193. Yael Perlman

  194. Laurent Schuman

  195. Ferial Himel

  196. Ester Nili Fisher

  197. Abo Kouder Gaber

  198. Ur Shlonsky

  199. Rachel Giora

  200. Judit Druks

  201. Miri Michaeli

  202. Tal(y) Wozner

  203. Meir Amor

  204. Souraya Abeid

  205. Alon Benach

  206. Roni Gechtman

  207. Rahel Wachs

  208. Anat Rosenblum

  209. Yoav Beirach

  210. Dorit Naaman

  211. Noa Vidman

  212. Dror Dayan

  213. Ruthie Pliskin

  214. Yaara Shaham

  215. Inbar Tamari

  216. Herzl Schubert

  217. Assif Am-David

  218. Nadia Cohen

  219. Rachel Yagil

  220. Rani Nader Wilk

  221. Gony Halevi

  222. Tamar Katz

  223. Chagit Lyssy

  224. Sam Shtein

  225. Michal Baror

  226. Doron Ben David

  227. Miki Fischer

  228. Zhava Grinfeld

  229. Aviya Atai

  230. Nimrod Ronen

  231. Judith Tamir

  232. Yotam Ben-David

  233. Alex Cohn

  234. Avital Barak

  235. Maayan Vaknin

  236. Tamar Yaron

  237. Orit Ben David

  238. Maia Bendersky

  239. Oran Nissim

  240. Roni Tzoreff

  241. Udi Adiv

  242. Lilach Ben David

  243. Ayelet Yonah Adelman

  244. Tal Berglas

  245. Ronit Milano

  246. Terry Greenblat

  247. Mie Shamir

  248. Oren Lamm

  249. Ayelet Politi

  250. Udi Aloni

  251. Hava Ortman

  252. Liat Hasenfratz

  253. Marie Berry

  254. Revital Elkayam

  255. Asaf Calderon

  256. Nitza Aminov

  257. Isaac Johnston

  258. Amos Brison

  259. Michael Treiger

  260. Hadas Binyamini

  261. Sirli Bahar

  262. Ron Naiweld

  263. Maria Chekhanovich

  264. Yehonatan Chekhanovich

  265. Lisa Kronberg Chitayat

  266. Moriah Lavey

  267. Guy Yadin Evron

  268. Eran Efrati

  269. Zohar Weiss

  270. Orit Zacks

  271. Arielle Bareket

  272. Sarah Raanan

  273. Dana Dahdal

  274. Zvi Gaster

  275. Raz BDV

  276. Emad Housary

  277. Mika Zacks

  278. Dorit Argo

  279. Lorraine Evrard

  280. Micha Kaplan Chetrit

  281. Hadar Kleiman

  282. Talma Bar-Din

  283. Orit Friedland

  284. Tali keren

  285. Oded Carmi

  286. Hadas Rivera-Weiss

  287. Avi Blecherman

  288. Lior wachtel

  289. Avi Greenman

  290. Dina Leibermann

  291. Zurqab Razaq

  292. Tamir Sorek

  293. Oded Jacob

  294. Itamar Avraham Cohen Scali

  295. Chen Israel

  296. Rand Warren Aronov

  297. Gila Avni

  298. Bekah Wolf

  299. Alon Lapid

  300. Ehud Kotegro

  301. Entissar kharoub

  302. Lotem Zabinski

  303. Shai Carmeli Pollak

  304. Yael Admoni

  305. Hen Levi

  306. Shahar Tsameret

  307. Elik Nir

  308. Nir Nader

  309. Zoe Gutzeit

  310. Ossi Ron

  311. Raanan Alexandrowicz

  312. Sima Sason

  313. Ehud Sivosh

  314. Elías Deik Halabi

  315. Ben Gershovitz

  316. David Kortwa

  317. Gina Ben David

  318. Liel Green

  319. Evyatar shamir

  320. Tom Mosek

  321. Yael rozanes

  322. Anna Fox

  323. Ruhama Weiss

  324. Tirtza Tauber

  325. David Nir

  326. Coral Cohen

  327. Ayoub mohareb

  328. Daniel Roth

  329. Oz Shelach

  330. Rona Even Merrill

  331. Anat Biletzki

  332. Shachaf Polakow

  333. Michael Kaminer

  334. Yaffit Windler

  335. Maya Wind

  336. Max Somerstein

  337. Hillel Barak

  338. Yaron Ben-Haim

  339. Ori Goldberg

  340. Milan Shiff

  341. Sivan Ben-Hayun

  342. Elana Wesley

  343. Tali Baram

  344. Hannah Goldman

  345. Ronen Meshulam

  346. Rotem Bahat

  347. Toviel Rose

  348. Miriam Meir

  349. Sivan Tal

  350. Naama Golan

  351. Ruth Lackner Hiller

  352. Afia Begum

  353. Gaia Beirak

  354. Assa Doron

  355. Ze’ev Ionis

  356. Mira Khazzam

  357. Matan S. Cohen

  358. Smadar Carmon

  359. Amira Tasse

  360. Shelly Yosha

  361. Tal Frieden

  362. Shai Shabtai

  363. Leah Even Chorev

  364. Reva Damir

  365. Iris Stern Levi

  366. Wael Sayej

  367. Ronit Marian Kadishay

  368. Freda Guttman

  369. Diana Dolev

  370. Annelien Kisch-Kroon

  371. Debbie Eylon

  372. Galit Eilat

  373. Daniel Gagarin

  374. Eyal Mazor

  375. Yael Messer

  376. Omri Goren

  377. Rachel Hayut

  378. Daphne Banai

  379. Nadav Harari

  380. Kamal Manzur

  381. Meital Yaniv

  382. Yudit Yahav

  383. Elisheva Gavra

  384. Dalia Sachs

  385. Angela Godfrey-Goldstein

  386. Shlomo Perets

  387. Idit Nathan

  388. Haim Yacobi

  389. Edna Gorney

  390. Hilla Kerner

  391. Naomi Raz

  392. Nir Lutati

  393. Daniel Ayzenberg

  394. Hava halevi

  395. Rona Sela

  396. Racheli Bar-Or

  397. Ruti Kantor

  398. Ayelet ophir

  399. Noki Olchovski

  400. Nina Jawitz

  401. Ma’ayan Levi

  402. Effi Ziv

  403. Reshef Agam-Segal

  404. Rami Heled

  405. Dalit Fresco

  406. Mirit Barashi

  407. Ido Even Paz

  408. Yoel Lion

  409. Michal Margaliot

  410. Tali Bromberg

  411. Sharon Cohen

  412. Hilla Bar-om

  413. Yuval Tenenbaum

  414. Lilit Bartana

  415. Gilad Nir

  416. Yael Gvirtz

  417. Namer Golan

  418. Ofir Shahar

  419. Maya Herman

  420. Guy Ronen

  421. Gidon Raz

  422. Ron Barkai

  423. Assaf Rotman

  424. Aaron Turgeman

  425. Asaf Ronel

  426. Nurit Peled-Elhanan

  427. Mia Perelmuter

  428. Sarit Tamura

  429. Or Glicklich

  430. Roni Meyerstein

  431. Ofra Hoffman

  432. Eran Razgour

  433. Shai Gortler

  434. Jacob Katriel

  435. Ofer Shinar Levanon

  436. Heidi Stern

  437. Orly Dumitrescu

  438. Rotem Levin

  439. Atalia Omer

  440. Yossi Shabo

  441. Michal Schwartz

  442. Itay Snir

  443. Roy Wagner

  444. Ella Gur

  445. Hadar Solomon

  446. Esther Bar Nathan

  447. Jonathan Preminger

  448. Moria Rabbani

  449. Yeela Lahav Raz

  450. Miriam Turmalin

  451. Tuly Flint

  452. Ori Ben Shalom

  453. Rom Yan

  454. Naftali Orner

  455. Maya Ron Levinger

  456. Aaron Paz

  457. Liat Bar-oz

  458. Adili Liberman

  459. Barak Heymann

  460. Miki Levy

  461. Noam Keim

  462. Ruth Varon

  463. Tamir Erlich

  464. Amjad Darwish

  465. Annie Ohayon

  466. Noga Wolff

  467. Nadav David

  468. Dr Moshe Behar

  469. Hila Rubinstein

  470. Anna Waisman

  471. Yehonatan Ben Yisrael

  472. Mazal Etedgi

  473. Yuval Naor

  474. Rotem Marty

  475. Maya Paz

  476. Yael Meron

  477. Danae Elon

  478. Gali Schell

  479. Anna Kleiman

  480. Or Shloman

  481. Gili Sercarz

  482. Natali Kalnitski

  483. Ohad Bracha

  484. Moriel Ram

  485. Eliezer Moav

  486. O-Ren Horowitz

  487. Ilana Bernstein

  488. Tamar Aviyah

  489. Hugit Rubinstein

  490. Dafna Kaplan

  491. Yakov Pipman

  492. Netta Toledano

  493. Daphna Levit

  494. Noa Bar Hain

  495. Yuval Graff

  496. Amit Ben Haim

  497. Noga Eilon

  498. Alma Katz

  499. Yom Omer

  500. Moshe Yamo

  501. Noga Hurvitz

  502. Arie Finkelstein

  503. Tali Rabin

  504. Romi Marcia Bencke

  505. Ilana Machover

  506. Michal Cohen

  507. Sigal Primor

  508. Michal Gabay

  509. Lea Pipman Dotan

  510. Yotam Ben Meir

  511. Kochav Shachar

  512. Haim Scortariu

  513. Dotan Moreno

  514. Gaya Feldheim Schorr

  515. Ariel Koren

  516. Layla Natour

  517. Maayan Iyar Averbuch

  518. Gilad Ben David

  519. Maya Eshel

  520. Itai Vonshak

  521. Matan Sandler Tadmor

  522. Hagit Borer

  523. Sharon Shmuel

  524. Yosefa Loshitzky

  525. Noga Emuna Avisar

  526. Aya Kook

  527. Gabriel Schubiner

  528. Elham Rokni

  529. Tamar Goldschmidt

  530. Avigail y. Zeleke

  531. Ofer Tisser

  532. Revital Madar

  533. Elana Lakh

  534. Zohar Regev

  535. Elana Summers

  536. Chava Finkler

  537. Sharon Orshalimy

  538. Guy Elhanan

  539. Michal Schendar

  540. Shir Darwin Regev

  541. N.Nur Zahor

  542. Ori Rom

  543. Noa Schwartz

  544. Anita S. Maroun

  545. Hani Abramson

  546. Glick Moshe

  547. Ortal Mizrahi

  548. Noam Schechter

  549. Yulie Cohen

  550. Eviatar Bach

  551. Amnon Keren

  552. Ella Levenbach

  553. Omer Shokron

  554. Shira Shvadron

  555. Gadi Schnitzer

  556. Natalie Rothman

  557. Ron Cohen

  558. Michal Halevy

  559. Shelly Mehari

  560. Andrea Koverman

  561. Ira Perelson

  562. Aviv Liplis

  563. Syed Fatima Hossain

  564. Yoav haas

  565. Vardit Goldner

  566. Nitzan Lebovic

  567. Nomi Drory

  568. Sivan Barak

  569. Gabriela Vollick

  570. Avi Incisiker Cohen

  571. Raya Fidel

  572. Maya Ober

  573. Itamar Feigenbaum

  574. Agan Tsabari

  575. Ronit Milo

  576. Lenny Lapon

  577. Alon Stotter

  578. Yael Kahn

  579. Moran Barir

  580. Omri Haven

  581. Felix Laub

  582. Daniella Aperlev

  583. Sarah Shapiro

  584. Yvonne Deutsch

  585. Itamar Stamler

  586. Lia Tarachansky

  587. Naava Weiner

  588. Daniella Krishevsky

  589. Efrat Levy

  590. Howard Cohen

  591. Daniel Flexer

  592. Victor Herstigg

  593. Julie Weinberg-Connors

  594. David L. Mandel

  595. Hanan Offner

  596. Ayelet Ben-Yishai

  597. Itay Sapir

  598. Nizan Weisman

  599. Bryan Atinsky

  600. Naama Or

  601. Talia Krevsky

  602. Mali Assaf

  603. Tom Sela

  604. Maya Mukamel

  605. Sigal Oppenhaim Shachar

  606. Elizabet Freund

  607. Yossi Cohen

  608. Itzik Gil

  609. Nomi Shir

  610. Haitham Salim

  611. Simma Chester

  612. Omri Cohen

  613. Gil Mualem-Doron

  614. Erez Moshe Amit

  615. Ehud Tamuz

  616. Tom Koren

  617. Rachel Milstein

  618. Gil Freund

  619. Yael Shein

  620. Rechavia Berman

  621. Shoshana Kahn

  622. Tania Jones

  623. Christoph Bugel

  624. Gaby Ron

  625. Mieka Polanco

  626. Naomi Lyth

  627. Ruth Noemi Pragier

  628. Tali Harkavi

  629. Danielle zini

  630. Mohammed Patel

  631. Yam-Nir Bejerano

  632. Sara Almog

  633. Susan Ettinger

  634. David Miller

  635. Michal David

  636. Yana Knopova

  637. Omer Shamir

  638. Simeon S. Jacob

  639. Ruth Sevack

  640. Lee Hemminger

  641. Jonatan Israel

  642. Nora Gottlieb

  643. Roni Roseman

  644. Omer Sharir

  645. Mijal Kimel

  646. Ilya Ziblat Shay

  647. Lian Malki-Schubert

  648. Aviv Nitsan

  649. Valerie Malki

  650. Omar Mahmoud

  651. Oz Malul

  652. Yael Edri

  653. Amir Zloof

  654. Sirah Foighel

  655. Keren Manor

  656. Eli Aminov

  657. Abigail Yanow

  658. Hagit Zohara M

  659. Daphna Thier

  660. Maya Lerman

  661. Yuula Benivolski

  662. Shlomit Altman

  663. Ivy Sichel

  664. Anael Resnick

  665. Tamar Sarfatti

  666. Irit Halperin

  667. Yaar Koren

  668. Ada Bilu

  669. Julieta Kriger

  670. Jackie Yarosky

  671. Uri Rodberg

  672. Mohammedi Fatima

  673. Maayan Priel

  674. Hadas Kedar

  675. Michal Peleg

  676. Hava Lerman

  677. Tal Nitzan

  678. Einat Amir

  679. Mia Kerner

  680. Gil Schneider

  681. Tzvia Thier

  682. Marina Ergas

  683. Irit Halavy

  684. Shahar Shnitzer

  685. Ibrahim Hawash

  686. Avishay Halavy

  687. Raphael Cohney

  688. Eran Stoler

  689. Dafi Cramer

  690. Or Gerlitz

  691. Anat Natasha Camran

  692. Hadas Thier

  693. Shachar Camran

  694. Dr. Ariela Bairey Ben Ishay

  695. Sr. Mary Beth Orr

  696. Oren Yehosha

  697. Rebecca Maria Goldschmidt

  698. Ohal Grietzer

  699. Mauricio Calderón F

  700. Nir Harel

  701. Yahav Erez

  702. Oz Marinov

  703. Zohar Alon

  704. Yiskah Bashevis

  705. Ilan Blumberg

  706. Amit Perelson

  707. Sarah Shartal Levinthal

  708. Simcha Stecklov

  709. Noga Elhassid

  710. Elia Koutavas

  711. Esther Kingston-Mann

  712. Mohd Isa Maaroff

  713. David Pollack

  714. Rina King

  715. Batya Gil Margalit

  716. Tamar Verete

  717. Tami Gold

  718. Khalil Toama

  719. Aviva Wexler

  720. Tamar Dover

  721. Hester Eisenstein

  722. Hamutal Fishman

  723. Shlomit Yerushalmi

  724. Dina Afek

  725. Avigail Yanow

  726. Dani Wachsmann

  727. Vered Keasar

  728. Ahmad Awad

  729. Adi Raz

  730. Shimrit Karni

  731. Lilach Ram Chupak

  732. Tamar Zamir

  733. B.H. Yael

  734. Dr. Amir Locker-Biletzki

  735. Jessica Falstein

  736. Yael Vishnizki-Levi

  737. Mela Itzhaki

  738. Shira Bitan

  739. Shir Hever

  740. Orna Meir

  741. Noa Moguillansky

  742. David Gilad

  743. Syeda Afia Sarah Hossein

  744. Hen Magen

  745. Shelli Ben Shachar

  746. Noa Poliakin Dotan

  747. Yossi Farjoun

  748. Uzi Nitsan

  749. Maya Azran

  750. Rotem Anna Diamant

  751. Rotem Linial

  752. David Cohen

  753. Shahar Zaken

  754. Yael Ben-Chaim

  755. Netanel Ben Yarden

  756. Bar Maor Neeman

  757. Ayelet Desta

  758. Ari Gold

  759. Ofra Ben Artzi

  760. Gioia Morris

  761. Layla Klinger

  762. Adi Savran

  763. Ari Gutman

  764. Sarah kashlan

  765. Sahar Khalil

  766. Gabriela Zappi

  767. Rann Bar-On

  768. Eitan Bronstein

  769. Michal Shalva

  770. Safeyah Levy

  771. Shiraz Grinbaum

  772. Sigal Kook Avivi

  773. Nizan Shaked

  774. Elimelech Dror

  775. Pnina Grietzer

  776. Dror Feiler

  777. David Tsinovoy

  778. Asma Daragmeh

  779. Imad Sayeed

  780. Yasmin Eran-Bardi

  781. Yael Plat

  782. Tal Gilad

  783. Omer Krieger

  784. Ofer Engel

  785. Omri Eran Vardi

  786. Shelley Sella

  787. Gili Lavy

  788. Gadi Cohen

  789. Alisa Klein

  790. Eden Mitsenmacher

  791. Meshulam Plaves

  792. Noa Assido

  793. Rubén Kotler

  794. Oreet Ashery

  795. Sigal Flint

  796. Yonah Gabbai

  797. Shira Inbar

  798. Orit Levy

  799. Roee Rosen

  800. Alma Ben Yossef

  801. Karen Russo

  802. Ilan Dadon

  803. Hadar Ben-Simon

  804. Ofer Gazit

  805. Michal Zak

  806. Dori Tal

  807. Maytal Strul

  808. Alma Halpern

  809. Ophir Gilad

  810. Udi Pladott

  811. Daniel Shaya

  812. Shlomo Regev

  813. Arie David Plat

  814. Zehava Greenfeld

  815. Sharon Mantel

  816. Shlomi Fogel

  817. Daniela Ma-yafit

  818. Anka Schneidermann

  819. Tal Iungman

  820. Maya Guttmann

  821. Naomi Kallner

  822. Osama Zatar

  823. Adi Ben Yaccov

  824. Carmit Wolberg

  825. Liat Fassberg

  826. Merav Amir

  827. Keren Samuel Dalach

  828. Noga inbar

  829. Yeheli Cialic

  830. Einat Walter

  831. Rivka Warshwsky

  832. Nait Rosenfelder

  833. Adi Maoz

  834. Michal Ben-Gera

  835. Irit Reinheimer

  836. Debby Lerman

  837. Lillian Rosengarten

  838. Aviva Konforty

  839. Tai Shani

  840. Hannah Kessler

  841. Henry Lowi

  842. Yoram Gelman

  843. Noa Farbstein

  844. Yael Tal-Barzilai

  845. James Marks

  846. Miriam Marmur

  847. Daniel Alexander Machover

  848. Yaar Peretz

  849. Marc Volovic

  850. Nufar Shimony

  851. Elana Golden 

  852. Tamir Lederberg

  853. Omer Katz

  854. Abe Hayeem

  855. Michael Schell

  856. Adam Shulman

  857. Sagi Raveh

  858. Tamar Gordon

  859. Orit Loyter

  860. Guy Oron

  861. Bracha Flicoteaux

  862. Roni Wang

  863. Nina Sodin

  864. Irit Sela

  865. Dalia Hager

  866. Hili Razinsky

  867. Alex Nissen

  868. Rivka Vitenberg

  869. Sarah Magen

  870. Shelly Nativ

  871. Yehudit Yinhar

  872. Gal Lugassi

  873. Matan Prezma

  874. Nomi Erteschik-Shir

  875. Elya Kravtsov

  876. Rachel Freudenthal

  877. Sophie Paulay

  878. Edna Kadman

  879. Michal Kaiser-Livne

  880. Elinor Azari

  881. Adi Shechter

  882. Anna Aharon

  883. Roni Sharabi

  884. Nora Bendersky

  885. Lior Elefant

  886. Avshalom Rov

  887. Daniel Shoshan

  888. Nir Falah

  889. Rachel Algazi

  890. Yara Agbaria

  891. Raz Weiner

  892. Nadia Jona

  893. Noga Spector

  894. Ofek Taragan

  895. Varda Heled

  896. Avi-ram Tzoreff

  897. Ronen Skaletzky

  898. Ron-Ethan Melamed

  899. Tal Marom

  900. Erella Shadmi

  901. Iftach Starik

  902. Sine Gadot

  903. Matan Golan

  904. Pepe Goldman

  905. Nabil Alfayoumi

  906. Gilad Paz

  907. Amit Salomon

  908. Iftach Shavit

  909. Batel Glor

  910. Yael Koren

  911. Mordechai Shilo

  912. Daphna Shochat

  913. Zuraya Hadad

  914. Yael Shoham

  915. Aharon Michael Keiser

  916. Daniel Avi Schneider

  917. Nitzan Marinov

  918. Rachel Barlow

  919. Gilad Ben Ari

  920. Talia Zohar

  921. Noga Kadman

  922. Ruben Serroussi

  923. Dafna Lichtmam

  924. Alma Itzhaky

  925. Ira Avneri

  926. Naor Ben Yehoyada

  927. Tamar Katriel

  928. Dochy Lichtensztajn

  929. Noa Shuval

  930. Ree Levin

  931. Ilana Zabari

  932. Jonathan Ofir

  933. Ayelet Chen

  934. Dov Caller

  935. Maya Goldman

  936. Ophir Hodel

  937. Rivka Pearl Etkin

  938. Rona Sela

  939. Tamar Fortuna

  940. Yifat Susskind

  941. David Opp

  942. Aviad Albert

  943. Cindy Goldstein

  944. Elhanan Lax

  945. Aryeh Shomron

  946. Shlomit Altman

  947. Nirit Sommerfeld

  948. Rotem Sudman

  949. Dror Dayan

  950. Dorit Shippin

  951. Veronica Hamutal

  952. Eyal Vexler

  953. Adi Lustigman

  954. Tally Gur

  955. Ofira Henig

  956. Shmuel Binyamin

  957. Diego Lewin

  958. Taliah Pollack

  959. Dror Sprung

  960. Inbar Birak

  961. Ben Ronen

  962. Daniel Solomon

  963. Alison Carmel

  964. Vardit Goldner

  965. Racheli Said

  966. Omri Najad

  967. Maya Eshet

  968. Nurit Dreamer

  969. Ofra Danon

  970. Tomer Avrahami

  971. Shimon Azulay

  972. Einav Kaplan Raz

  973. Noam Ben Chorin

  974. Eyal Hareuveni

  975. Shaked Kaufmann

  976. Irena Shofaniyeh 

  977. Iddo Naiss

  978. Asaf Bass

  979. Hillel David Greenwald

  980. Maayan Levi

  981. Asher Fried

  982. Asia Weksler

  983. Nadia Jona

  984. Itai Feitelson

  985. Hedva Isachar

  986. Ruth Erez

  987. Yossi Zabari

  988. Rina Goren

  989. Tali Bromberg

  990. Hillai Peli

  991. Goni Raz

  992. Shai Tal

  993. Guy Sapirstein

  994. Shahar Or

  995. Odelia Toder

  996. Neria Biala

  997. Ilana Meystelman

  998. Naor Urian

  999. Asaf Achai

  1000. Lior Kariel

  1001. Talia Vekshtein

  1002. Efrat Noy

  1003. Ruthie Ginsburg

  1004. Haya Livne

  1005. Daphna Ganor

  1006. Nama Landau

  1007. Daniela Darvasi

  1008. Mati Kroin

  1009. Ofir Sovan

  1010. Doron Orr

  1011. Alona Amram

  1012. Yuval Tirosh

  1013. Ron Amit

  1014. Emmanuel Jakob Auerbach

  1015. Yuval Benari

  1016. Dafna Saporta

  1017. Maayan Shtendel

  1018. Hila Amar

  1019. Oded Zinger

  1020. Shirli Tepper

  1021. Daniella Kaufman

  1022. Zohar Peled

  1023. Liane Rosenthal

  1024. Eitan Shaag

  1025. Daniel Jacobowitz

  1026. Guy Meltzer

  1027. Nirit Haviv

  1028. Oren Elbaz

  1029. Efrat Bella Levy

  1030. Sabi Yafffa

  1031. Eddie Saar

  1032. Maya Rizov

  1033. Galia Chai

  1034. Addi Ilan

  1035. Tammy Avichail

  1036. Diana Gilon

  1037. Tamara Pratt

  1038. Erin Toledano Farajov

  1039. Dora Lavie

  1040. Fanny Prizant

  1041. Yakov Horn




Il cessate il fuoco a Gaza è instabile e un’altra guerra potrebbe arrivare presto

Adnan Abu Amer

25 luglio 2021 – Al Jazeera

Il persistere della violenza contro i palestinesi a Gerusalemme e il desiderio israeliano di rivincita potrebbero riaccendere le ostilità.

A maggio, non appena sono terminati gli 11 giorni della guerra israeliana contro Gaza, in Israele e nella Striscia sono iniziati i preparativi per un nuovo scontro. Era chiaro fin dall’inizio che il cessate il fuoco mediato dall’Egitto era fragile e sarebbe potuto non durare a lungo. La tregua temporanea è stata conclusa sotto la pressione degli Stati Uniti, ma non ha risolto le principali questioni che hanno scatenato lo scontro tra le due parti. Di conseguenza, il conflitto tra Israele e Hamas potrebbe facilmente riaccendersi nel prossimo futuro.

Dal punto di vista palestinese, gli sponsor del cessate il fuoco non hanno fatto nulla per fermare l’aggressione israeliana a Gerusalemme e nella moschea di Al-Aqsa che ha provocato la rabbia dei palestinesi e alla fine ha portato Hamas a lanciare razzi il 10 maggio. Sono continuate le espulsioni forzate e le demolizioni di case palestinesi nella Gerusalemme occupata, così come le irruzioni dei coloni israeliani sotto la protezione della sicurezza israeliana nel complesso della moschea di Al-Aqsa.

Nonostante le pressioni internazionali sul governo israeliano per fermare questi raid nel terzo luogo più sacro dell’Islam, quest’ultimo ha continuato a consentirli. Una delle ragioni principali di ciò è la sua stessa fragilità. Il nuovo governo israeliano è una coalizione instabile di forze politiche molto diverse tra loro che è ora soggetta a feroci attacchi politici da parte dell’ex primo ministro Benjamin Netanyahu dopo la sua cacciata dal potere. Di fronte alle accuse di essere “di sinistra”, il primo ministro Naftali Bennett è intenzionato a dimostrare le sue credenziali di destra e non rischierebbe di far arrabbiare la comunità dei coloni o l’estrema destra israeliana interrompendo i raid contro Al-Aqsa

Lo stesso vale per le espulsioni forzate dei palestinesi dalle loro case nella Gerusalemme occupata. La pulizia etnica della città dalla sua popolazione palestinese per renderla esclusivamente ebraica è stata per decenni una priorità assoluta per l’estrema destra israeliana. Bennett probabilmente teme che porre fine a questi crimini destabilizzerebbe la sua coalizione. Se non affrontate, questa continua violenza contro i palestinesi e la violazione della sacralità di Al-Aqsa potrebbero benissimo innescare un altro conflitto.

Dal punto di vista israeliano, l’emergere di Hamas come parte vittoriosa della guerra degli 11 giorni è stato difficile da digerire. I razzi di Hamas lanciati contro Israele sono stati accolti con favore dai palestinesi in tutta la Palestina storica, non solo a Gaza, e hanno aumentato il sostegno al movimento. Ciò ha causato molta frustrazione nei ranghi dell’esercito israeliano ed è probabile che la sua leadership spingerà per avere l’opportunità di pareggiare i conti e ripulire la sua immagine offuscata.

Nel frattempo, per contrastare la crescente popolarità di Hamas, Israele ha intensificato l’assedio di Gaza, chiudendo i valichi per la Striscia, limitando l’ingresso di aiuti e l’esportazione e importazione di generi alimentari e riducendo la fornitura di elettricità.

Di conseguenza, la situazione umanitaria a Gaza si è notevolmente deteriorata. I palestinesi nella Striscia affrontano condizioni sempre peggiori e quindi stanno facendo sempre più pressione su Hamas affinché provveda ai loro bisogni. Hamas, tuttavia, non ha la possibilità di dare risposte a queste legittime richieste umanitarie. Trovandosi in questa difficile posizione, Hamas potrebbe tentare di esportare la sua crisi interna con un nuovo conflitto generalizzato con Israele.

Una delle più importanti questioni economiche su cui è improbabile che Hamas scenda a compromessi è il finanziamento fornito dal Qatar dall’ottobre 2018, quando il movimento e Israele raggiunsero un’intesa con il patrocinio di Qatar, Egitto e Nazioni Unite.

Come parte di questo accordo, Doha invia 30 milioni di dollari al mese distribuiti a molti settori economici di Gaza, incluso il trasferimento di 100 dollari all’inizio di ogni mese a decine di migliaia di famiglie palestinesi. Il denaro dato agli abitanti di Gaza aiuta a rivitalizzare l’economia della striscia e a mitigare gli effetti dell’assedio israeliano.

Israele e gli Stati Uniti hanno spinto per la fine della sovvenzione in denaro del Qatar e hanno suggerito di sostituirla con buoni di acquisto dello stesso valore. Questa proposta è stata categoricamente respinta da Hamas, poiché si rende conto che molti degli abitanti di Gaza sopravvivono con queste elargizioni in contanti e che perderle porterebbe probabilmente a una situazione esplosiva nella striscia.

Sembra esserci un’impasse anche su un’altra questione: lo scambio di prigionieri. Sebbene per un certo tempo si sia parlato di un accordo imminente, ci sono gravi disaccordi che hanno portato al fallimento delle trattative indirette. Questo è un altro problema che potrebbe potenzialmente riaccendere le ostilità tra le due parti.

Da parte sua Hamas ha espresso il desiderio di sfruttare qualsiasi scontro militare con Israele per aumentare il numero di soldati israeliani catturati al fine di ottenere più strumenti di pressione ed essere in grado di scambiarli con prigionieri palestinesi detenuti da Israele.

Sebbene le forze che spingono per un nuovo conflitto siano forti, ci sono alcune fattori che finora hanno impedito lo scoppio di un’altra guerra a Gaza.

In primo luogo, lo stesso motivo che tiene le mani legate al nuovo governo israeliano sui raid contro Al-Aqsa e sulle espulsioni forzate dei gerosolimitani palestinesi dalle loro case – la sua fragilità – gli impedisce anche di lanciare un altro attacco contro Gaza. Se lo facesse, uno dei suoi partner di coalizione, il partito palestinese Raam, probabilmente ritirerebbe il suo sostegno. Altri potrebbero anche abbandonare la nave se la rappresaglia di Hamas avesse successo, specialmente se riuscisse a colpire in profondità il territorio israeliano.

Per questo – almeno per ora – il nuovo governo preferirebbe impegnarsi in colloqui indiretti con Hamas, alzare le sue richieste negoziali e dedicarsi a gestire la situazione senza necessariamente cadere in uno scontro diretto.

In secondo luogo, Hamas è consapevole che sia i suoi combattenti che i civili di Gaza potrebbero non essere in grado di superare un’altra campagna israeliana di distruzione indiscriminata. Non appena finita l’ultima guerra, il suo braccio armato ha iniziato a ripristinare le proprie capacità militari, ma era evidente che i suoi combattenti avevano bisogno di “una pausa”. Data la difficile situazione umanitaria nella Striscia, anche gli abitanti sono gravemente provati dalla guerra.

La consapevolezza dello “sfinimento a causa del conflitto” tra i palestinesi di Gaza è stata evidente nella risposta di Hamas alla marcia organizzata dai coloni attraverso la Gerusalemme occupata dopo che il nuovo governo israeliano aveva preso il potere.

Piuttosto che lanciare una risposta militare alla marcia come è successo lo scorso Ramadan, Hamas si è accontentata di denunciarla.

Terzo, gli Stati Uniti non vogliono alcun conflitto armato nei territori palestinesi. A maggio hanno spedito i loro inviati nella regione per fare pressione su tutte le parti affinché si impegnassero per il cessate il fuoco, in modo che non vi siano nuove ostilità mentre cercano di portare a termine un accordo nucleare con l’Iran. Gli Stati Uniti vogliono la calma nella regione anche perché devono dedicarsi al confronto con Cina e Russia.

Sebbene finora questi fattori stiano impedendo un altro conflitto tra Israele e Hamas, la situazione è abbastanza instabile e imprevedibile. In qualsiasi momento il calcolo di ciascun attore può cambiare, e i benefici di un’altra guerra potrebbero essere percepiti come maggiori rispetto all’ impegno a mantenere l’attuale cessate il fuoco. Non vi sarà una tregua più stabile fino a quando non saranno risolte le principali questioni in sospeso tra Israele e Hamas.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Le colonie sono crimini di guerra: è ora di mettere l’Organizzazione Sionista Mondiale del Sudafrica davanti alle sue responsabilità.

Iqbal Jassat

12 luglio 2021 The Palestine Chronicle

Michael Lynk, relatore speciale dell’ONU per i diritti umani nei TPO (Territori Palestinesi Occupati) è giunto a conclusioni incriminanti sulle colonie illegali di Israele.

Nella sua relazione di venerdì al Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU, ha presentato ragioni valide per classificare le colonie quali crimini di guerra.

Nella sua dichiarazione Lynk ha affermato che le colonie rappresentano una violazione dell’assoluto divieto di “insediamento di coloni”, e ha chiesto agli stati membri dell’ONU di non ignorare le violazioni israeliane.

Che Israele in qualità di potenza occupante trasferisca la propria popolazione nei TPO, non solo è contro le leggi internazionali, ma danneggia direttamente i palestinesi, che subiscono brutalità da parte dei coloni, compresa la pulizia etnica.

Le ingiustizie derivanti dalla costruzione delle colonie sono biasimevoli, immorali e dissennate. Tuttavia, nonostante questo rappresenti ovviamente una deviazione dai valori civili, Israele persiste a prescindere.

Anche se Lynk usa un’argomentazione convincente quando sostiene che tali constatazioni obbligano la comunità internazionale a valutare quali adottare fra le numerose misure di responsabilità previste dalle vigenti disposizioni in materia diplomatica e legale, resta da vedere se il Consiglio di Sicurezza dell’ONU agirà in conseguenza.

Secondo lo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale [CPI], la pratica da parte di una potenza occupante di trasferire parte della sua popolazione civile in un territorio occupato è un crimine di guerra.

E dato che il regime coloniale continua a perpetrare crimini di guerra, per Lynk è importante e urgente dichiarare che è ora di far capire ad Israele che la sua occupazione illegale e il suo disprezzo per la legge e l’opinione internazionale “non possono rimanere senza conseguenze.”

Se Israele è colpevole e oltraggia varie risoluzioni dell’ONU che definiscono illegale la sua attività coloniale, è inaccettabile che tale status quo rimanga senza risposta. Secondo Lynk, “è un tragico paradosso che anche se le colonie israeliane sono chiaramente vietate dalla legge internazionale, la comunità internazionale abbia dimostrato una notevole riluttanza a far rispettare le sue stesse leggi.”

Nel suo studio “The One State Solution” [“La Soluzione di un Unico Stato”, ndtr], l’autrice Virginia Tilley spiega che le colonie israeliane hanno invaso i TPO in tale misura da rendere impraticabile qualsivoglia Stato palestinese. Spiega in modo estremamente dettagliato che l’impatto della struttura coloniale è stato enorme dal punto di vista geografico, demografico, economico e politico.

Quando il libro venne pubblicato nel 2005, la Tilley pronosticò che, visto che la struttura coloniale diventava parte permanente del contesto, la maggior parte della Cisgiordania sarebbe stata formalmente “incorporata in Israele più o meno nell’arco di un decennio”.

Fece inoltre notare che è fondamentalmente sbagliato credere che le colonie ebraiche equivalgano a qualche conglomerato di roulotte. Al contrario, le colonie sono città vere e proprie, che comprendono centri commerciali e cinema, scuole di ogni grado, centri ricreativi e parchi, sinagoghe e centri culturali, nonché aree industriali con fabbriche da centinaia di milioni di dollari in investimenti.

Fenomeno noto come creazione di “fatti compiuti”, che è parte integrante del progetto di espansione sionista, le colonie nella Cisgiordania e Gerusalemme Est occupate sono salite dalle 230 del 2005 a quasi 300. E si è passati da 400.000 a oltre 680.000 coloni ebrei.

Lynk sostiene correttamente che le colonie sono diventate “il motore della occupazione israeliana che dura da 54 anni, la più lunga dunque in epoca moderna.”

E a proposito delle solite condanne retoriche da parte di Stati membri dell’Assemblea Generale dell’ONU, compreso il Sudafrica, è opportuno tenere presente che, come ci ricorda Lynk, le parole sono vane se non si traducono in azioni.

“Fintanto che la comunità internazionale criticherà Israele senza chiamarlo a rispondere delle proprie azioni e subirne le conseguenze, dovremo scomodare fate e folletti per convincerci che 54 anni di occupazione finiranno e che i palestinesi realizzeranno il proprio diritto all’auto-determinazione.”

La serietà del rapporto che chiede di classificare le colonie come crimini di guerra non può essere presa alla leggera nè ignorata.

In Sudafrica è ragionevole aspettarsi che il governo dell’ANC [ANC, Congresso Nazionale Africano, è il più importante partito politico sudafricano. Fondato all’epoca della lotta all’apartheid, è al governo del Paese dal 1994, ndtr] non soltanto dia pieno sostegno al rapporto Lynk, ma si adoperi affinché la missione dell’ONU abbia i mezzi per tradurre in azioni significative le conclusioni a cui è pervenuta.

E soprattutto, il Sudafrica ha la fantastica opportunità di indagare le attività dei gruppi di pressione pro-Israele locali, alcuni dei quali risulterebbero sicuramente coinvolti nel finanziamento dei crimini di guerra delle colonie.

Uno dei promotori chiave della struttura delle colonie illegali è la World Zionist Organization (WZO) [Organizzazione Sionista Mondiale, fondata nel 1897 da Theodor Herzl per promuovere la causa sionista, ndtr]. Lo studio della Tilley rivela che nel piano generale pubblicato nel 1978, la WZO definiva la strategia di base di incorporare “Giudea e Samaria” [la Cisgiordania, ndtr] quale “missione nazionale fondamentale.”

Se è vero che tutte le organizzazioni sioniste in Sudafrica sono affiliate alla WZO, il governo Ramaphosa [Matamela Cyril Ramaphosa è capo di Stato del Sudafrica dal 2018, ndtr] deve assolutamente autorizzare le autorità competenti ad indagare tali organizzazioni e se scopriranno che esse hanno qualche responsabilità nel favoreggiamento delle colonie illegali, a incriminarle per fomentare crimini di guerra.

Iqbal Jassat è membro esecutivo del Media Review Network [la cui missione è sfatare i pregiudizi nei confronti dei musulmani e favorire il dialogo fra i gruppi diversi che vivono in Sudafrica, ndtr], che ha sede in Sudafrica. Ha scritto questo articolo per The Palestine Chronicle. Vedi: www.mediareviewnet.com

traduzione dall’inglese di Stefania Fusero




Per la legge israeliana ‘ebraicità equivale a proprietà’

Rabea Eghbariah

9 luglio 2021- Mondoweiss

Nell’ambito del progetto coloniale israeliano, quadri giuridici distinti sono estesi a uno spazio giuridico frammentato, ma condividono una chiara logica comune. Questa logica unificante è che all’ebraicità corrisponde il diritto di proprietà e ciò è al centro di questo sistema di dominio del colonialismo di insediamento.

Nel dibattito pubblico su Sheikh Jarrah è la legge ad essere diventata il punto focale della controversia. Contro la tesi palestinese della pulizia etnica, la propaganda israeliana continua a tentare di descrivere l’imminente espulsione dei palestinesi di Sheikh Jarrah come una “disputa immobiliare”, sottolineando che il ricorso è ancora in sospeso presso la Corte Suprema israeliana. Ma le rivendicazioni di terreni e abitazioni, cioè le “dispute immobiliari”, sono il fulcro sia del progetto israeliano di colonizzazione che della resistenza palestinese. I tribunali israeliani, Corte Suprema inclusa, non sono arbitri neutrali, ma al contrario sono protagonisti in un progetto nazionale-coloniale che dispensa valore, sofferenza e risorse in base a criteri etnico-nazionali.

Il ruolo del diritto nel progetto di colonizzazione si capisce esaminando il modo in cui quadri legali distinti, estesi a uno spazio legale frammentato, condividano tuttavia una logica comune. Questa logica condivisa diventa evidente quando si analizzano i ricorsi circa le terre e le sentenze dei tribunali israeliani: le agenzie statali israeliane e i gruppi di coloni ebrei sono trattati a priori come proprietari legittimi, mentre, nel migliore dei casi, i palestinesi non ebrei sono considerati degli inquilini che non hanno diritto alla proprietà, ma occupano la terra solo per concessione delle autorità israeliane. Stando a questa logica, le terre di proprietà statale sono convertite in terre ebraiche, come sancito ulteriormente nel 2018 dall’emendamento costituzionale della legge sullo Stato-Nazione ebraico che afferma che “lo sviluppo della colonizzazione ebraica è un valore nazionale”, ed esige che lo Stato debba agire attivamente in suo favore. Parafrasando la famosa frase di Cheryl Harris [autrice di ‘Whiteness as property’ – Bianchezza come proprietà, 2005, in K. Thomas e G. Zanetti (a c. di); ed. it. Legge, razza e diritti. La Critical Race Theory negli Stati Uniti, Diabasis, Reggio Emilia] io definisco questo modo di pensare “l’ebraicità come proprietà” secondo la legge israeliana. 

L’elaborazione di ebraicità come proprietà secondo il diritto israeliano è centrale per una struttura che può essere definita coloniale: la terra è un prerequisito e una risorsa materiale su cui si regge una società di coloni che prospera a spese degli abitanti autoctoni. Entro questa struttura, il diritto agisce come una tecnologia d’avanguardia: è la legge che consente, facilita e impone l’esproprio continuo ai danni dei palestinesi e la ridistribuzione delle loro risorse a favore degli ebrei israeliani. La combinazione di una distribuzione di terre e proprietà fortemente politicizzata e razzializzata, in presenza di un sistema giuridico che perpetua e facilita questa distribuzione, produce quello che da tempo molti palestinesi chiamano pulizia etnica. Dispute circa le proprietà e la guerra giuridica contro i palestinesi non sono il contrario della pulizia etnica: sono proprio uno dei suoi metodi.

Una cronologia degli sfratti secondo la legge: Umm al-Hiran, Khan al-Ahmar e Sheikh Jarrah

Possiamo rintracciare la logica dell’ebraicità come proprietà per la legge israeliana ripercorrendo tre cause su “dispute immobiliari” che sono microcosmi di tre contesti legali diversi: Umm al-Hiran, Khan al-Ahmar e Sheikh Jarrah (cittadine situate rispettivamente in Israele, Cisgiordania e Gerusalemme Est). A sopraintendere a tutte queste diverse realtà c’è la Corte Suprema israeliana, che è l’unica istituzione che delibera sui ricorsi dei palestinesi provenienti da frammenti territoriali e concettuali diversi. Ognuna di queste cause è soggetta a leggi diverse e gli abitanti sono soggetti a situazioni legali differenti: a Umm al-Hiran ci sono dei cittadini di Israele che teoricamente godrebbero della protezione costituzionale secondo il diritto civile israeliano; gli abitanti di Khan al-Ahmar risiedono in Cisgiordania (Area C), soggetti al controllo diretto dell’esercito israeliano, e quelli di Sheikh Jarrah sono residenti (ma non cittadini) di Israele sottoposti a un status legale distinto che permette, fra altre cose e in certe condizioni, la revoca del loro permesso di residenza. 

Il caso di Umm al-Hiran dimostra come le tutele costituzionali si azzerino e le “terre statali” siano usate per spossessare e rimuovere i palestinesi. Fra gli anni ’50 e gli inizi degli anni ’60 Israele ha sfrattato non solo i palestinesi dalla gran parte delle loro terre, ma ha anche trasformato il 93% dei terreni sotto il suo controllo in proprietà statale. Ha ottenuto ciò rendendo più difficile fornire prove per dimostrarne la proprietà, ricorrendo a espropri di massa e usando altre leggi, inclusa quella sulla Legge Proprietà degli Assenti. In Cisgiordania e a Gaza ha usato in modo simile leggi giordane e ottomane in vigore sino al 1967 e permesso al governatore militare di acquisire il controllo di terre in quanto “terre statali” (principalmente, ma non solo, in quella che è diventata l’Area C dopo gli accordi di Oslo). In flagrante violazione del diritto internazionale, la Corte Suprema di Israele ha più volte consentito l’insediamento di colonie israeliane in questi territori. 

Le terre statali sono in pratica trasformate in terra ebraica, per rendere concreta l’ebraicità in quanto proprietà. Dal 1948 Israele non ha fondato una sola località palestinese per i palestinesi, mentre dagli inizi degli anni ‘90 ha creato più di 900 “località ebraiche” in Israele e quadruplicato il numero di coloni in Cisgiordania. Allo stesso tempo, la continua presenza palestinese sulle terre è stata spesso interpretata come un mero favore concesso dallo Stato di Israele, ma che non può costituire un diritto di proprietà. Umm al-Hiran ne è un classico esempio: nel 1948 gli abitanti sono stati sfrattati e spossessati delle loro terre di Khirbet Zubaleh e insediati dalle autorità israeliane a Umm al-Hiran nel 1956. Nel 2002, il governo israeliano ha deciso di fondare la città di Hiran, provocando un altro spostamento dei palestinesi di Umm al-Hiran. All’inizio lo Stato ha affermato che gli abitanti di Umm al-Hiran erano degli squatter su terre statali, ma in tribunale poi ha ammesso che avevano abitato lì per generazioni con il permesso dello stesso Stato israeliano. 

Eiakim Rubinstein, giudice della Corte Suprema, ha deliberato che “i membri della tribù non hanno acquisito il diritto di proprietà delle terre ai sensi delle nostre leggi sulle proprietà, sebbene (da generazioni) ci risiedano con un permesso”. Apprendiamo che questo permesso potrebbe essere revocato facilmente, ignorando quelle garanzie costituzionali che dovrebbero essere applicate ai cittadini palestinesi in Israele. Dato che le rivendicazioni territoriali dello Stato hanno la prevalenza su quelle dei palestinesi, lo Stato può proseguire con la sua ridistribuzione razzializzata di terra secondo la logica dell’ ‘ebraicità come diritto di proprietà’. Il risultato è che ora Hiran, una cittadina abitata solo da ebrei, sta per essere edificata sui terreni espropriati agli abitanti di Umm al-Hiran. Una legge che permette l’insediamento di tali comunità segregate, basata su un comitato delle ammissioni che decide sull’ “idoneità sociale e culturale”, è stata confermata dalla Corte Suprema israeliana nel 2014.

La causa relativa a Khan al-Ahmar, i cui abitanti palestinesi hanno presentato una petizione alla Corte Suprema chiedendo di impedire la demolizione del loro villaggio, dimostra che in Cisgiordania la Corte fa affidamento su un altro strumento: l’“abuso edilizio”, un’accusa mossa quando i palestinesi non riescono a ottenere dalle autorità israeliane di occupazione le licenze edilizie previste dalla legge. Ma ottenerli è praticamente impossibile. Non si può negare la natura sistemica di questa illegalità: fra il 2016 e il 2018, per esempio, Israele ha respinto oltre il 98% delle richieste di permesso edilizio presentate dai palestinesi nell’Area C. Lo stesso “regime di permessi” è diventato uno strumento per creare illegalità e imporla ai villaggi palestinesi.

Per la Corte, il fatto che le autorità israeliane in Cisgiordania per decenni non abbiano rilasciato nessuna licenza edilizia o stilato dei piani regolatori a Khan al-Ahmar non è stato neppure un fattore deterrente per decidere che l’intero villaggio è illegale, anche se esisteva persino prima dell’occupazione israeliana della Cisgiordania. Secondo loro il problema è sorprendentemente chiaro: “Il punto di partenza di questa decisione sta nel fatto che le costruzioni sul sito di Khan Al-Ahmar, la scuola e le abitazioni, sono illegali”, ecco come inizia la decisione del 2018 della Corte sul caso di Khan al-Ahmar (scritta dal giudice Noam Solberg, lui stesso colono di un insediamento illegale in Cisgiordania). 

Costruita l’illegalità contro le comunità palestinesi, la strada è spianata per la demolizione di edifici, la rimozione degli abitanti palestinesi e la ridistribuzione di terre a favore di coloni israeliani. (Comunque il governo israeliano non ha ancora proceduto all’evacuazione di Khan al-Ahmar a causa della pressione internazionale. Ora le petizioni delle organizzazioni di coloni israeliane chiedono di “applicare la legge” e demolire il villaggio e restano in sospeso presso quella stessa Corte Suprema che ha dichiarato legittimi i piani per rimuoverlo).

A Sheikh Jarrah diventa più importante una concomitanza di dispositivi giuridici: la legge sulla Proprietà degli Assenti e quella su questioni legali e amministrative. Insieme queste leggi permettono a gruppi di coloni ebrei di rivendicare proprietà a Gerusalemme Est presumibilmente appartenute a ebrei prima del 1948, ma negando lo stesso diritto ai palestinesi che possedevano proprietà prima di quella data a Gerusalemme Ovest o altrove. Di nuovo, la presenza continua dei palestinesi su questi terreni con il permesso delle autorità governative (in questo caso, giordane) diventa irrilevante nelle “dispute sulla proprietà” esaminate dai tribunali israeliani. 

Altri tribunali di prima istanza hanno consistentemente respinto i ricorsi dei palestinesi di Sheikh Jarrah e la Corte Suprema dovrebbe deliberare alla fine di quest’anno. Nel frattempo il Procuratore generale ha dichiarato alla Corte che non intende intervenire nel presente procedimento giudiziario e sulle decisioni degli altri tribunali che hanno ordinato lo sfratto forzoso dei palestinesi dalle loro case in favore di gruppi di coloni ebrei. In altre parole il Procuratore Generale ha deciso che lo Stato non ha un ruolo nella disputa e che le “parti civili,” dato che le organizzazioni di coloni israeliani e gli abitanti palestinesi di Sheikh Jarrah stanno semplicemente disputandosi delle proprietà. Questo atteggiamento non solo ignora l’infrastruttura legale discriminatoria che permette tali dispute, ma in effetti chiede anche alla Corte Suprema di deliberare in modo tale da mantenere e validare il sistema legale israeliano che distribuisce la proprietà a ebrei israeliani a discapito dei palestinesi.

Frammentazione legale

Le leggi adottate in ognuno di questi casi sono diverse, così come l’identità dei ricorrenti israeliani (Stato di Israele o organizzazioni di coloni), la procedura (civile o amministrativa), il criterio del riesame, le dottrine legali, l’applicabilità delle protezioni costituzionali israeliane e altro ancora. Ma lo schema è chiaro: la costruzione coerente di leggi formalmente neutrali per spogliare i palestinesi della terra e ridistribuirla a ebrei israeliani. Indipendentemente dal quadro giuridico in gioco, in pratica i palestinesi non riescono a presentare azioni legali per dimostrare la proprietà: sono meramente soggetti ai ricorsi dello Stato e dei coloni.

Mentre i palestinesi sono sottoposti alla frammentazione, agli ebrei israeliani si applica un sistema legale unificato con in gioco protezioni costituzionali indipendentemente dalle suddivisioni concettuali e territoriali.

Ciò diventa ancora più chiaro quando i casi di spossessamento delle terre subiti da palestinesi, come dimostrato brevemente qui sopra, sono confrontati con la decisione del 2005 della Corte Suprema Israeliana sulla legalità dello sgombero degli insediamenti israeliani a Gaza. In quel caso la Corte Suprema deliberò che le disposizioni giuridiche che limitano la possibilità dei coloni israeliani di richiedere un indennizzo erano incostituzionali, dato che costituivano una violazione del diritto costituzionale alla proprietà. La Corte Suprema crea ed estende norme costituzionali ai coloni ebrei in territori internazionalmente riconosciuti come occupati per proteggere l’ebraicità in quanto diritto di proprietà, mentre nega ai palestinesi il diritto alla proprietà e ignora del tutto la costituzione quando si tratta di Umm al-Hiran, Khan al-Ahmar o Sheikh Jarrah. 

Il presupposto unificante dell’ebraicità come proprietà, centrale in un sistema di dominio coloniale, rende coerente al suo interno questo sistema giuridico frammentario. La possibilità di rivendicare l’ebraicità come proprietà è ulteriormente rafforzata dalle leggi sull’immigrazione che permettono a qualsiasi ebreo/a, ovunque nel mondo, di diventare immediatamente un/una cittadino/a israeliano/a e rivendicare diritti di proprietà sotto controllo israeliano. Lo stesso intreccio di leggi su immigrazione e cittadinanza è usato simultaneamente per frammentare ulteriormente i palestinesi, revocando lo status di residente, negando il diritto al ritorno ai rifugiati palestinesi, vietando il ricongiungimento delle famiglie palestinesi e l’ingresso ad altri palestinesi della diaspora. 

Jacob, il colono israeliano-americano in video diventato virale in cui dice alla famiglia El-Kurd di Sheikh Jarrah che “se non ve la rubo io (la casa della famiglia El-Kurd), lo farà qualcun altro,” dimostra chiaramente la logica della legge israeliana. Jacob riconosce che si tratta di un furto, ma in conclusione la legge israeliana lo premia quando rivendica l’ebraicità per ottenere la proprietà. È grazie alle macchinazioni della legge israeliana che il ladro diventa il proprietario.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Soldati israeliani fanno irruzione in un centro per l’infanzia nel campo profughi di Jenin e distruggono libri, giocattoli e l’impianto idraulico

Tony Greenstein

5 luglio 2021- Mondoweiss

Il Brighton Trust, l’ente caritatevole di cui io sono un amministratore, insieme agli attivisti dell’inglese National Education Union, (sindacato personale scolastico) raccoglie fondi da tre anni per il centro per l’infanzia Al-Tafawk nel campo profughi di Jenin, nella Palestina occupata.

Il centro, gestito da volontari del posto e l’unico nel suo genere nel campo, ospita 14.000 profughi palestinesi che hanno perso la casa dopo la fondazione di Israele nel 1948. Offre giochi, istruzione, cibo e un’affettuosa accoglienza a circa 120 minori, fra i 3 e i 16 anni.

È l’unica occasione di divertimento nella cupa atmosfera del campo, che durante la Seconda Intifada nel 2002 ha perso decine di abitanti nel massacro dell’esercito israeliano e oltre 400 abitazioni in seguito a una brutale campagna di demolizioni, uno dei molti atti di punizione collettiva condotti dagli israeliani contro civili palestinesi. Da allora il campo ha subito regolari incursioni militari.

Il centro Al-Tafawk, sorto nel 2010, era riuscito a sfuggire all’attenzione dei militari, almeno fino a poco tempo fa. I primi segnali che l’esercito l’aveva preso di mira sono arrivati a gennaio, quando il manager è stato incarcerato per 24 ore e gravemente traumatizzato.

Sulla scia delle proteste nella Gerusalemme occupata dopo gli attacchi israeliani contro i fedeli della moschea Al-Aqsa e i sanguinari bombardamenti di Gaza, le forze israeliane hanno intensificato il loro regime di terrore su tutta la Palestina storica, estendendolo anche alla Cisgiordania occupata, dove alla fine di maggio sono stati uccisi oltre 25 palestinesi. A Jenin, come in altre città palestinesi, ci sono state dimostrazioni contro la violenza israeliana.

La sera del 15 maggio l’esercito israeliano ha compiuto un raid contro il centro per l’infanzia Al-Tafawk di Jenin distruggendolo completamente. La loro scusa era che stavano cercando delle armi, ma naturalmente non le hanno trovate.

Un testimone ha dichiarato:

Hanno fatto irruzione nel centro ieri sera. Hanno cominciato a sparare dall’esterno. Poi hanno abbattuto la porta d’ingresso e sono entrati. Hanno messo tutto a soqquadro e danneggiato ogni cosa di valore.”

Oltre ad arredi e attrezzature, i soldati hanno intenzionalmente distrutto le infrastrutture, rendendo l’edificio insicuro e inutilizzabile. Hanno demolito le tubature dell’acqua e i rubinetti, sfasciato il quadro elettrico, tagliando la luce e interrompendo l’erogazione dell’acqua, hanno danneggiato scale e porte, divelto maniglie. Il danno ammonta in totale a migliaia di dollari.

Non hanno neppure risparmiato i libri dei bambini. Secondo un altro testimone, un soldato intento a far proprio questo, ha urlato che i bambini palestinesi non hanno bisogno di leggere libri, dato che sarebbero cresciuti per diventare assassini ed essere uccisi.

Da ebreo, questo atteggiamento di totale disprezzo razzista per i bambini palestinesi, la convinzione che non abbiano bisogno di istruzione dato che comunque moriranno presto, mi ricorda l’atteggiamento dei nazisti verso i bambini ebrei.

Al regime di occupazione israeliano è chiaro che il centro Al-Tafawk, o qualsiasi altra organizzazione della società civile palestinese di questo genere, rappresenta una minaccia. Questo è il motivo per cui il centro, e iniziative simili, cerca di offrire ai palestinesi la possibilità di un minimo di normalità nelle loro vite.

Ma a una popolazione sfollata e traumatizzata, condannata a una totale pulizia etnica, non può essere permesso di mettere radici e vivere la normalità. Deve essere sempre tenuta in una condizione di precarietà, ripetutamente spossessata e oppressa affinché cessi di reclamare la propria terra.

Ecco perché Israele demolisce periodicamente case palestinesi, con bulldozer o bombe, distruggendo infrastrutture, che siano gli impianti di trattamento delle acque a Gaza o pannelli solari nella Cisgiordania occupata, e tormenta e attacca i fedeli palestinesi mussulmani e cristiani a Gerusalemme.

La distruzione del centro Al-Tafawk, come quella di molti altri edifici civili, smentisce l’affermazione che gli israeliani agiscano per legittima difesa. È una bugia che sempre meno persone in Occidente sono disposte a credere, dato che l’intento genocida di Israele è così chiaro.

Abbiamo cominciato a raccogliere fondi per riparare il centro e riaprirlo ai bambini, ma ho deciso di scrivere a Tzipi Hotovely, personalità di estrema destra e ambasciatrice di Israele nel Regno Unito, per chiedere che Israele paghi i danni e risarcisca i bambini che sono stati traumatizzati da ciò che è successo. Non ho ricevuto risposta.

Se voi lettori voleste contribuire lo potete fare qui. Potete anche aiutarci diffondendo la notizia e facendo pressione sui politici del vostro Paese affinché agiscano e smettano di ignorare i crimini israeliani contro i palestinesi. È ora che Israele sia considerato responsabile per la miriade di violazioni del diritto internazionale, inclusi l’uccisione, l’imprigionamento e la persecuzione di minori palestinesi e gli attacchi contro case e infrastrutture civili.

Tony Greenstein

Tony Greenstein, inglese di Brighton, veterano attivista anti-sionista e anti-fascista ebreo. Nel 1982 ha co-fondato in Gran Bretagna la Palestine Solidarity Campaign [Campagna di Solidarietà con la Palestina]. Nel 2016 è stato sospeso dal partito Laburista e nel 2018, in seguito a una caccia alle streghe sull’antisemitismo [all’interno del partito, ndtr.], è stato il primo ebreo a esserne espulso. È l’autore di The Fight Against Fascism in Brighton and the South Coast. [Lotta contro il fascismo a Brighton e nella Costa Meridionale]. Ha scritto molto sulla Palestina e il sionismo per varie pubblicazioni, fra cui il Guardian nella rubrica Comment is Free, Journal of Holy Land and Palestine Studies, Tribune e Weekly Worker. È figlio di un rabbino ortodosso e da giovane è stato membro del movimento religioso sionista Bnei Akiva, ora parte del movimento per il Greater Israel (Grande Israele).

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Opporsi alla frammentazione per valorizzare l’unità: la nuova rivolta palestinese

Yara Hawari 

29 giugno 2021 – Al Shabaka

La rivolta palestinese in corso nella Palestina colonizzata contro il regime colonialista israeliano non è cominciata a Sheikh Jarrah, il quartiere palestinese di Gerusalemme dove gli abitanti rischiano un’imminente pulizia etnica. Senz’altro la minaccia di sfratto delle otto famiglie ha catalizzato questa mobilitazione popolare di massa, ma, in ultima analisi, questa rivolta è un capitolo della lotta condivisa dai palestinesi contro il colonialismo sionista durata oltre 70 anni.

Questi decenni sono stati caratterizzati da continui sfratti, furti di terre, incarcerazioni, oppressione economica e la brutalizzazione dei corpi dei palestinesi. I palestinesi sono anche stati sottoposti a un processo intenzionale di frammentazione non solo geografico, in ghetti, bantustan e campi profughi, ma anche sociale e politico. Infatti l’unità che abbiamo visto negli ultimi due mesi, durante i quali i palestinesi in tutta la Palestina colonizzata, ma non solo, si sono mobilitati in una lotta a sostegno di Sheikh Jarrah, ha sfidato questa frammentazione, sorprendendo allo stesso modo il regime israeliano e la leadership politica palestinese. Una mobilitazione popolare di queste dimensioni non si era vista in decenni, neppure durante l’amministrazione Trump, sotto la cui egida ci sono stati il riconoscimento di Gerusalemme capitale di Israele, gli accordi di normalizzazione fra Israele e vari Stati arabi e un’ulteriore accelerazione delle pratiche colonialiste del sionismo.

Oltre alla mobilitazione nelle piazze, i palestinesi hanno usato forme creative di resistenza contro il loro assoggettamento. Queste includono la rivitalizzazione delle campagne della società civile per salvare dalla distruzione e dalla pulizia etnica i quartieri palestinesi di Gerusalemme, danni inferti all’economia del regime israeliano e il continuo coinvolgimento di un mondo globalizzato con chiari messaggi che invocano libertà e giustizia per i palestinesi. 

Gerusalemme: un catalizzatore dell’unità

Per decenni gli abitanti di Sheikh Jarrah, come quelli di moltissime comunità, hanno rischiato l’espulsione e la pulizia etnica. Infatti a Sheikh Jarrah i palestinesi sono impegnati da tempo in battaglie legali contro il regime di Israele nel tentativo di bloccare gli sfratti che servono all’obiettivo finale di Israele di ‘giudaizzare’ completamente Gerusalemme

Verso al fine di aprile 2021, il tribunale distrettuale di Gerusalemme ha respinto i ricorsi di abitanti di Sheikh Jarrah contro quello che i giudici definiscono lo “sfratto” di otto famiglie, ordinando loro di sgombrare le case entro il 2 maggio 2021. Per opporsi a questo ordine e per salvare il quartiere dalla pulizia etnica, le famiglie si sono affidate alla campagna del movimento di base “Salvate Sheikh Jarrah”. La campagna, che ha di recente guadagnato in popolarità grazie ai social, ha attratto una massiccia partecipazione locale e anche l’attenzione internazionale, non ultimo perché riassume in sé l’esperienza palestinese della spoliazione. Ha quindi dato slancio ad altre campagne per “salvare” dalla pulizia etnica e dalla colonizzazione altre zone in Palestina, come Silwan [altro quartiere di Gerusalemme est, ndtr.], Beita [nei pressi di Nablus, ndtr.] e Lifta [periferia est di Gerusalemme, ndtr.].

Durante gli ultimi due mesi i palestinesi della Palestina colonizzata, inclusi gli abitanti di Haifa, Giaffa e Lydda [Lod in ebraico, ndtr.] con cittadinanza israeliana, hanno protestato per sostenere la lotta condivisa di Sheikh Jarrah. Queste rivolte e dimostrazioni hanno attirato una repressione violenta da parte del regime israeliano, una reazione che non è né senza precedenti né inaspettata. Infatti durante le proteste della Seconda Intifada le forze del regime israeliano avevano ucciso 13 cittadini palestinesi nel corso della repressione più micidiale dalla Giornata della Terra del 1976. In tutta questa continua rivolta, la violenza delle forze del regime è stata accompagnata da quella dei coloni israeliani armati che hanno attaccato e linciato cittadini palestinesi, effettuato incursioni e distrutto case, veicoli e attività economiche dei palestinesi. 

Tuttavia sono stati i vari giorni di proteste presso il complesso della moschea di al-Aqsa a dominare i media internazionali, specialmente perché nel 2017 questo era stato il luogo di manifestazioni di massa vittoriose contro le barriere elettroniche collocate all’ingresso del complesso. Anche queste ultime proteste a metà maggio hanno dovuto affrontare una repressione violenta da parte delle forze di sicurezza israeliane che hanno fatto irruzione nel complesso, ferendo centinaia di fedeli palestinesi con proiettili di ferro ricoperti di gomma, lacrimogeni e granate stordenti.

Dopo l’assalto e i costanti tentativi di pulizia etnica del regime israeliano nella Gerusalemme palestinese, il governo di Hamas a Gaza ha contrattaccato lanciando razzi. Israele ha risposto con più di dieci giorni di pesanti bombardamenti contro Gaza, con un totale di 248 vittime, inclusi 66 minori. Nonostante le affermazioni del regime israeliano che sostiene di aver preso di mira solo le infrastrutture militari di Hamas, sono stati distrutti vitali infrastrutture civili, interi edifici residenziali e persino la torre che ospitava i media. Michelle Bachelet, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, ha dichiarato che questi bombardamenti su Gaza potrebbero essere classificati come crimini di guerra. 

Danneggiare l’economia del regime israeliano

Mentre Gaza era sotto attacco nel resto della Palestina colonizzata continuava la mobilitazione dei movimenti di base. Il 18 maggio i palestinesi hanno indetto uno sciopero generale, probabilmente una delle più grandi manifestazioni di unità da anni. Hanno subito aderito l’High Follow-up Committee for Arab Citizens of Israel [Alto Comitato di Controllo per i Cittadini Arabi di Israele, organismo extraparlamentare che rappresenta i cittadini arabi di Israele a livello nazionale, ndtr.] e successivamente l’Autorità Palestinese (ANP) in Cisgiordania. Ma sono stati i movimenti di base ad assumere il controllo della comunicazione, attraverso varie dichiarazioni in arabo e inglese, invitando a un’ampia partecipazione e sollecitando il sostegno internazionale: “Chiediamo il vostro appoggio per continuare questo momento di resistenza popolare senza precedenti, partito da Gerusalemme ed esteso in tutto il mondo,” si leggeva in una dichiarazione. 

Lo sciopero è stato organizzato in risposta agli attacchi contro Gaza e alla rivolta per le strade di Gerusalemme. Ha raccolto una vasta partecipazione ed è stato particolarmente importante per i palestinesi con cittadinanza israeliana che ancora una volta hanno ribadito il loro legame e la condivisione della lotta con i palestinesi di Gaza e Gerusalemme. Comunque è stata anche una tattica per danneggiare in modo efficace l’economia israeliana. I palestinesi con cittadinanza israeliana, il 20% della popolazione di Israele, costituiscono una larga fetta della forza lavoro; per esempio, il 24% degli infermieri e il 50% dei farmacisti sono palestinesi. 

Anche il settore dell’edilizia israeliana è composto per la maggior parte da palestinesi, prevalentemente provenienti dalla Cisgiordania, ma anche da cittadini palestinesi di Israele. Il giorno dello sciopero hanno partecipato quasi tutti i lavoratori manuali, causando una completa sospensione delle industrie per l’intera giornata. Anche i sindacati si sono uniti in previsione dello sciopero esortando i sindacati internazionali a mostrare solidarietà con loro e a intervenire contro l’oppressione israeliana. Questo tipo di sostegno si è visto, alcuni giorni prima dello sciopero, fra i portuali di Livorno che hanno rifiutato di caricare sulle navi armi ed esplosivi israeliani, dichiarando: “Il porto di Livorno non sarà complice nel massacro del popolo palestinese.” 

Le proteste sono continuate nei giorni successivi allo sciopero, anche se su scala minore e con meno attenzione da parte dei media. Ciononostante lo sciopero ha acceso una scintilla e l’attenzione sull’oppressione economica è diventata un tema della mobilitazione. Varie settimane dopo, e sulla base del successo dello sciopero, è stata annunciata una campagna per promuovere il potere d’acquisto dei palestinesi. Denominato “Settimana dell’economia palestinese”, l’evento sottolineava che, nonostante la morsa economica con cui il regime israeliano soffoca i palestinesi, essi hanno un potere di acquisto collettivo. Tutto ciò ricorda molto la Prima Intifada, quando misure popolari, come il movimento cooperativo e la richiesta di boicottare i prodotti israeliani, sfidarono l’assoggettamento economico e la dipendenza dal regime israeliano. 

Il progetto colonialista sionista ha intenzionalmente soggiogato l’economia palestinese distrutta dalla fondazione dello Stato di Israele nel 1948 e dalla successiva occupazione di terra palestinese. Mentre il regime sionista conquistava la maggior parte dei settori produttivi e agricoli, escludeva i palestinesi da quasi tutte le aree della nuova economia. Dopo la guerra del 1967, che ha portato questi territori sotto occupazione militare israeliana, questa situazione si è estesa alla Cisgiordania e a Gaza.

 Agli inizi degli anni ’90 una serie di accordi di “pace” durante gli Accordi di Oslo hanno portato ai palestinesi un ulteriore assoggettamento economico, passando di fatto il controllo diretto ed indiretto della loro economia al regime israeliano. Gli accordi hanno anche accentuato la loro frammentazione sociale in Cisgiordania e a Gaza. Mentre alcuni sostenevano che i protocolli economici avrebbero portato prosperità a tutti, in realtà, hanno alimentato il clientelismo capitalista palestinese, espandendo il divario economico e le divisioni fra classi sociali. 

La Settimana dell’Economia Palestinese ha incoraggiato varie attività nella Palestina colonizzata, da Haifa a Ramallah e altrove, promuovendo la produzione e i prodotti palestinesi locali al posto di quelli israeliani che hanno monopolizzato il mercato con la loro abbondanza e la competitività dei prezzi. La Settimana ha così proposto, in alternativa alla dominazione coloniale capitalista, una concetto più olistico, dato che la liberazione economica è un aspetto chiave nel quadro di una più ampia lotta di liberazione nazionale.

Comprendere l’unità nell’Intifada dell’Unità

Il 21 maggio, dopo il “cessate il fuoco” fra Israele e Hamas, è venuta meno l’attenzione dei media internazionale per la rivolta e da allora le inevitabili discussioni sulla ricostruzione di Gaza dominano i notiziari. Nonostante le enormi distruzioni e le vittime a Gaza, molti palestinesi considerano il risultato una vittoria di Hamas. 

È comunque importante sottolineare che la rivolta, cominciata prima del bombardamento di Gaza, va oltre Hamas e la sua narrazione della vittoria. Come mi ha fatto notare un collega palestinese di Gaza: “Questa volta, a Gaza, è sembrato diverso. Questa volta ci è sembrato di non essere soli”. Infatti, data la mobilitazione di massa in tutta la Palestina colonizzata e la ripresa dei legami con i movimenti di base, seppure in presenza di una frammentazione forzata, questa nuova rivolta è stata soprannominata: “Intifada dell’Unità.”

Nel periodo dello sciopero è stato pubblicato online un documento, intitolato “Manifesto della dignità e speranza dell’Intifada dell’Unità”, che respinge questa frammentazione forzata:

Noi siamo un unico popolo e un’unica società in tutta la Palestina. Le bande sioniste hanno cacciato con la forza la maggior parte del nostro popolo, rubato le nostre case e demolito i nostri villaggi. Il sionismo era determinato a creare una divisione tra chi restava in Palestina, a isolarci in frammenti geografici e trasformarci in società differenziate e disperse, affinché ogni gruppo vivesse in una grande prigione separata. Ecco come il sionismo ci controlla, disperde la nostra volontà politica e ci impedisce una lotta unitaria contro il sistema razzista colonialista in Palestina.”

Il manifesto dettaglia i vari frammenti geografici del popolo palestinese: la “prigione Oslo” (Cisgiordania), la “prigione della cittadinanza” (terre occupate nel 19481), il brutale assedio di Gaza, il sistema di ‘giudaizzazione’ a Gerusalemme e quelli che vivono un esilio permanente. L’imposizione sulla Palestina di questa geografia colonizzata, caratterizzata da muri di cemento, checkpoint, comunità chiuse di coloni e recinzioni di filo spinato ha costretto i palestinesi a vivere in frammenti separati e isolati l’uno dall’altro. 

 Come fa notare il manifesto, ciò non è successo inevitabilmente o per caso. Al contrario, questa politica intenzionale di ‘divide et impera’ è stata implementata dal regime sionista per minare la lotta anticolonialista di una Palestina unita. Ma i palestinesi non sono rimasti passivi. Nel corso degli anni molti movimenti di base hanno cercato di interrompere la frammentazione, inclusi i vari movimenti giovanili di protesta, come la richiesta del 2011 di unità politica fra la Cisgiordania e Gaza, le dimostrazioni contro Prawer [progetto per deportare i beduini del sud di Israele in campi chiusi, ndtr.] nel 2013 contro la politica israeliana di pulizia etnica dei beduini nel Naqab e la campagna per togliere le sanzioni contro Gaza imposte dall’ANP. 

Più recentemente gruppi di donne palestinesi hanno fondato Tal’at, un movimento femminista radicale che mira, fra altre cose, a trascendere questa divisione geografica affermando che la liberazione della Palestina è una lotta femminista. Quest’ultima componente dell’unità palestinese è una conseguenza di questi continui sforzi per rivitalizzare una lotta palestinese condivisa.

Eppure, internazionalmente, molti non sono riusciti a capirlo. Anzi, la violenza che si stava consumando nei territori del 1948 è stata spesso erroneamente definita come violenza comunitaria, quasi una guerra civile fra ebrei e arabi, una definizione che separa nettamente i cittadini palestinesi in Israele dai palestinesi a Gaza e Gerusalemme. Questa valutazione non descrive la realità dell’apartheid, in cui gli ebrei israeliani e i cittadini palestinesi in Israele vivono vite totalmente separate e ineguali. 

Infatti, questa è l’eredità di una tendenza vecchia di decenni di fare riferimento ai palestinesi con cittadinanza israeliana come “arabi israeliani” tentando di separarli dalla loro identità palestinese. Nei casi migliori la loro situazione è descritta nell’informazione mainstream come il caso non eccezionale di un gruppo minoritario che subisce la discriminazione della maggioranza ebrea, invece di sopravvissuti autoctoni della pulizia etnica del 1948 che continuano a resistere all’annientamento da parte dei coloni. L’incapacità di riconoscere le recenti proteste nei territori del 1948 come una parte specifica di una rivolta di palestinesi uniti è particolarmente notevole se si prende in considerazione l’aspetto estetico: la maggior parte delle dimostrazioni era caratterizzata da una marea di bandiere palestinesi e gli slogan di protesta chiaramente palestinesi.

Anche Gaza è stata lentamente separata dalla lotta palestinese nelle descrizioni mainstream, discussa come un problema completamente separato da quello del resto della Palestina colonizzata. I continui bombardamenti del regime israeliano sono quasi sempre spiegati come una guerra fra Israele e Hamas, un’interpretazione distorta che deliberatamente ignora il fatto che anzi Gaza è il fulcro della lotta palestinese, come sostiene Tareq Baconi [politologo e membro della direzione di Al Shabaka, ndtr.].

Unità contro tutte le aspettative

Se le dimensioni della mobilitazione e la portata della partecipazione popolare a cui abbiamo assistito nelle ultime settimane sono state imponenti, il costo di questa rivolta è stato e continua ad essere alto. Oltre alla brutalità a Gaza, i palestinesi altrove nella Palestina colonizzata sono stati vittime di violenza efferata e arresti. Nelle ultime settimane, in seguito a operazioni di “legge e ordine” condotte dal regime israeliano i cittadini palestinesi di Israele, quasi tutti giovani operai, sono stati arrestati. Il regime israeliano usa questi arresti di massa come forma di punizione collettiva per intimidire e terrorizzare le comunità.  

In Cisgiordania l’ANP collabora ancora con il regime israeliano nel coordinamento per la sicurezza e ha arrestato vari attivisti coinvolti nelle proteste. Tali arresti, specialmente di coloro che criticano l’’ANP, non sono cosa nuova e seguono uno schema di repressione politica sia in Cisgiordania che a Gaza. Infatti il 24 giugno 2021 le forze di sicurezza dell’’ANP hanno arrestato e picchiato a morte Nizar Banat, un attivista molto conosciuto e critico del regime. Da allora in Cisgiordania sono scoppiate dimostrazioni per chiedere la fine del governo di Mahmoud Abbas, presidente dell’’ANP. Le proteste sono state accolte con violenza bruta e repressione, ma questo comportamento non sorprende. L’’ANP è tristemente nota per i suoi abusi di potere tramite questo tipo di violente intimidazioni.

Durante la rivolta in Cisgiordania, dominata da Fatah, l’’ANP è stata totalmente messa da parte in particolare di fronte alla narrazione della vittoria di Hamas. Ma oltre alla crescente irrilevanza dell’’ANP e la lotta per legittimità e potere fra i due partiti palestinesi dominanti, questa rivolta rivela qualcosa d’altro. Mostra che i movimenti di base e una leadership decentralizzata possono svilupparsi organicamente e al di fuori di istituzioni politiche corrotte. Ha anche fatto vedere che i palestinesi desiderano fortemente una mobilitazione unificata.

Lo slancio della rivolta continua e la sensazione di unità cresce nonostante la diminuzione dell’attenzione dei media e a livello internazionale. Qualcosa è infatti cambiato: i palestinesi invocano una narrazione condivisa e lottano dal fiume Giordano al mar Mediterraneo. Riconoscono così di trovarsi a fronteggiare un unico regime di oppressione anche se si manifesta in modi differenti nelle comunità palestinesi frammentate. Sostanzialmente, questa rivolta, come quelle che l’hanno preceduta, ha ribadito che nel popolo risiede il potere tramite il quale la liberazione palestinese deve essere ottenuta e lo sarà.

  1. Questo è spesso descritto dai politici internazionali come “Israele vero e proprio” e ritenuto differente dalla colonizzazione israeliana della Cisgiordania e di Gaza.

Yara Hawari è analista senior di Al-Shabaka, la Rete Politica Palestinese. Ha conseguito un dottorato in Politiche del Medio Oriente presso l’università di Exeter, dove ha insegnato ed è tuttora ricercatrice onoraria. Oltre al suo lavoro accademico focalizzato su studi indigeni e storia orale, è anche un’assidua commentatrice politica per varie testate, tra cui The Guardian, Foreign Policy e Al Jazeera in inglese.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Diventa virale il cortometraggio su Sheikh Jarrah girato da un regista palestinese

Aziza Nofal

22 giugno 2021 – Al Monitor

Il giovane regista palestinese Omar Rammal continua a raccogliere commenti positivi per “The Place,” [Il Posto], il corto che ha prodotto e postato sui social durante i recenti eventi nel quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme.

RAMALLAH, Cisgiordania — Il 15 maggio, quando il regista palestinese Omar Rammal, 23 anni, ha postato il corto “The Place,” [Il posto] sul suo canale YouTube, non si aspettava che diventasse virale. “Credevo che avrebbe ricevuto vari apprezzamenti, ma non così tanti,” ha detto Rammal ad Al-Monitor.

Il video apparso il 15 maggio sul suo account Instagram ha totalizzato più di 6 milioni di visualizzazioni e parecchi altri canali l’hanno condiviso. Rammal l’ha postato senza copyright in modo che fosse disponibile a chiunque volesse ripostarlo, per fare conoscere in tutto il mondo la realtà della Palestina, e di Sheikh Jarrah in particolare.

In “The Place”, che dura solo un minuto e mezzo, Rammal sintetizza l’espulsione di 28 famiglie palestinesi nel quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme Est, dove gruppi di coloni israeliani stanno tentando di espandersi.

Rammal ha deciso deliberatamente di postare il suo video proprio il giorno dell’anniversario della Nakba [la Catastrofe, la pulizia etnica operata dai sionisti nel ’47-’48, ndtr.] per dire che il furto delle case palestinesi continua da allora e che il quartiere di Sheikh Jarrah non sarà l’ultimo, perché ogni “posto” in Palestina è preso di mira in vista della continua occupazione.

Nel suo film si concentra sulla storia di una famiglia palestinese che parla della propria casa: c’è la mamma che dice che la sua cucina è “condita con amore”, la ragazzina che ama la sua cameretta e i suoi giocattoli, il ragazzo che rappresenta i giovani palestinesi e il padre che l’ha ereditata insieme a un albero nel giardino piantato dal nonno, la cosa che ama di più della casa.

Alle spalle di queste immagini “normali”, si vedono i coloni che stanno portando via i ricordi della famiglia a cui stanno rubando la casa.

Rammal ha voluto mettere i sottotitoli in inglese con un commento semplice alla fine che riassumesse il messaggio del film: “Il posto siamo noi … la nostra esistenza … i nostri ricordi e il nostro futuro.”

Quando a Rammal è venuta l’idea per “The Place,” ne ha parlato con il suo amico sceneggiatore Suleiman Tadros che l’ha aiutato a trasformarla in un copione. Il produttore Abdel Rahman Abu Jaafar e l’intera troupe, inclusi gli attori, sono tutti volontari che hanno contribuito, ognuno nel proprio ruolo, per sostenere la lotta palestinese.

Le riprese sono durate tre giorni, ma Rammal non ha pensato che il film fosse abbastanza potente fino a quando non hanno girato la scena della mamma, interpretata dall’attrice giordana Hind Hamed. “Riguardandola dopo le riprese mi sono venuti i brividi. È stato in quel momento che mi sono detto che avrebbe avuto un enorme impatto,” ha concluso Said.

Rammal crede che, oltre ad aver postato il film sui social in un momento in cui il mondo stava mostrando grande solidarietà alla causa palestinese e al quartiere di Sheikh Jarrah, il segreto del suo successo stia nel modo in cui ne ha trasmesso il messaggio umanitario.

Rammal osserva che il cinema palestinese e arabo, nonostante la carenza di risorse, se usato in modo intelligente e sensibile, può comunicare i temi palestinesi in tutto il mondo.

Lui paragona il successo di “The Place” a quello del suo primo film del 2019, “Hajez” (“Checkpoint”), che parla delle sofferenze quotidiane dei palestinesi ai checkpoint israeliani. Sebbene entrambi illustrino una realtà palestinese, il primo non era stato accolto molto bene a causa dell’esplicito messaggio politico.

Il successo di questo film pone Rammal davanti a una scelta: lui non vuole essere visto come un regista palestinese che fa solo vedere la lotta palestinese, dato che invece crede che si debba mostrare l’altro lato della vita dei palestinesi che non è diversa da quella di qualsiasi altra persona in qualunque altro posto. “È vero che la vita dei palestinesi è complicata dall’occupazione, ma noi viviamo la nostra quotidianità come chiunque altro.”

Lui sostiene che i registi palestinesi non dovrebbero solo presentare tematiche palestinesi o mostrare i palestinesi solo sotto una luce negativa o in modo superficiale, ma piuttosto dovrebbero concentrarsi nel rispecchiarne il lato umano e la vita quotidiana.

Rammal viene da Salfit, nella Cisgiordania settentrionale, e ha completato i suoi studi in cinematografia nella capitale giordana, Amman. Nel 2018 ha diretto: “Fatimah,” un breve documentario su una ragazza siriana sfollata in Giordania e ha partecipato a vari festival arabi e internazionali, come il film festival franco-arabo, l’Elia film festival di corti e il Winter Film Awards a New York.

“The Place” non ha solo trasmesso un messaggio palestinese in tutto il mondo. Ha anche dimostrato che il cinema palestinese può comunicare un’autentica storia palestinese usando in modo intelligente gli strumenti disponibili e i social per contrastare la narrazione israeliana che falsa l’immagine dei palestinesi.

(tradotto dall’inglese da Mirella Alessio)




‘Questo non è un conflitto: questo è apartheid’: più di 16.000 artisti firmano una lettera di solidarietà con la Palestina

Michael Arria

14 giugno 2021 – Mondoweiss

Più di 16.000 artisti, centinaia dei quali palestinesi, sei vincitori dell’Academy Award e otto scrittori vincitori del Premio Pulitzer, hanno firmato una lettera in cui si denuncia il sistema di apartheid israeliano e si sollecitano i Paesi a “interrompere i rapporti commerciali, economici e culturali.”

Più di 16.000 artisti hanno firmato una lettera che condanna il recente attacco israeliano contro Gaza e denuncia il sistema di apartheid del Paese. La lettera inoltre invita altri Paesi a “interrompere i rapporti commerciali, economici e culturali” con Israele.

Con il titolo “Una lettera contro l’apartheid”, il testo è stato scritto da sei artisti palestinesi che hanno chiesto di restare anonimi. Inizialmente è stata firmata da centinaia di artisti palestinesi, compresi i registi Annemarie Jacir, Elia Suleiman, e Farah Nabulsi; gli artisti figurativi Emily Jacir e Larissa Sansour; l’attrice Hiam Abbas; le musiciste Kamilya Jubran e Sama’ Abdulhadi; gli scrittori Elias Sanbar, Mohammed El-Kurd, Naomi Shihab Nye, Raja Shehadeh, Randa Jarrar, Suad Amiry e Susan Abulhawa.

In seguito artisti di tutto il mondo hanno firmato in sostegno al documento. Tra i sostenitori vi sono sei registi e attori vincitori dell’ Oscar: Alejandro Iñárritu, Asif Kapadia, Holly Hunter, Mike Leigh, Jeremy Irons, Julie Christie, Thandiwe Newton, Viggo Mortensen, Brian Cox, Michael Moore, Alia Shawkat, e Susan Sarandon; otto scrittori, poeti e drammaturghi vincitori del Premio Pulitzer: Benjamin Moser, Hisham Matar, Richard Ford, Viet Thanh Nguyen, Tyehimba Jess, Annie Baker, Lynn Nottage e Tony Kushner; molti altri, compresi Brian Eno, Angela Davis, Roger Waters, Cypress Hill, Ta-Nehisi Coates e Robert Wyatt.

Gli autori [della lettera] hanno anche detto a Mondoweiss che la decisione di restare anonimi era nata dal desiderio di parlare con una voce collettiva e che la lettera non venisse associata a specifiche persone o organizzazioni.

Uno degli organizzatori, in un comunicato stampa in cui si annunciava la dichiarazione, ha detto: “Una dimostrazione senza precedenti di unità, ispirata dai protagonisti più significativi di ciò che abbiamo visto svilupparsi in Palestina. I palestinesi di Gaza, Gerusalemme, Ramallah e di tutto il mondo hanno dimostrato che 70 anni di politiche israeliane non hanno spezzato la loro percezione di se stessi come palestinesi. Questa lettera riflette tutto questo.”

Nella lettera si legge: “Dipingere questo come una guerra tra due parti eguali è falso e mistificante. Israele è la potenza coloniale. La Palestina è colonizzata. Questo non è un conflitto: questo è apartheid.”

Dopo la più recente escalation di violenza da parte degli israeliani c’era la seguente domanda”, ha detto a Mondoweiss uno degli autori. “Tutti abbiamo avuto questa discussione riguardo a cosa potremmo fare e come potremmo usare le nostre reti. Come possiamo usare il nostro ruolo per organizzarci attorno a questo?”

Un altro obbiettivo era portare ad un pubblico più vasto questa terminologia che i palestinesi hanno elaborato per decenni”, hanno spiegato. “Abbiamo scritto questa lettera con un sincero senso di urgenza ed essa ha acquistato vita propria. Cerchiamo di equilibrare questa urgenza con una risposta a lungo termine che non sia legata solo agli eventi specifici che sono accaduti nelle ultime settimane. La lettera è stata innescata da essi, ma questi fatti sono solo una continuazione di tutto ciò che è accaduto per decenni, la lettera è un appello a lungo termine.”

Gli autori hanno detto che la quantità di persone che hanno voluto firmarla segnala il fatto che l’opinione pubblica sulla Palestina sta cambiando.

Ovviamente la gente ha ancora paura e c’è ancora la censura”, ha detto uno degli autori, “ma la confusione tra antisemitismo e sostegno alla liberazione della Palestina è qualcosa che volevamo contestare e smascherare direttamente nella lettera. E vedrete che c’è un folto numero di firmatari ebrei e anche di firmatari israeliani antisionisti. Penso che ci sia stato un cambiamento negli ultimi cinque anni nel grado di timore nell’esprimersi.”

Si può leggere la lettera integrale qui di seguito:

I palestinesi vengono attaccati ed uccisi impunemente dai soldati e da civili armati israeliani che sono dilagati per le strade di Gerusalemme, Lod, Haifa, Giaffa ed altre città al grido di “Morte agli arabi”. Nelle due ultime settimane si sono verificati anche diversi linciaggi di palestinesi disarmati e indifesi. Le famiglie del quartiere di Sheikh Jarrah continuano a subire la pulizia etnica e l’espulsione dalle loro case. Questi atti di assassinio, intimidazione e violento spossessamento sono protetti, se non attivamente incoraggiati, dal governo e dalla polizia israeliani.

In maggio il governo israeliano ha commesso un altro massacro a Gaza, bombardando indiscriminatamente e incessantemente i palestinesi nelle loro case, uffici, ospedali e nelle strade. Il bombardamento di Gaza fa parte di un intenzionale e ricorrente schema in cui intere famiglie vengono uccise e le infrastrutture locali distrutte. Questo contribuisce ad esacerbare condizioni che già sono invivibili in uno dei luoghi più densamente popolati al mondo, che, nonostante il temporaneo cessate il fuoco, rimane sotto assedio militare. Gaza non è un Paese separato: noi siamo un unico popolo, separato con la forza dalla struttura dello Stato israeliano.

Dipingere ciò come una guerra tra due parti uguali è falso e fuorviante. Israele è la potenza coloniale. La Palestina è colonizzata. Questo non è un conflitto: questo è apartheid.

Di fronte al crescente pericolo mortale delle due ultime settimane, i palestinesi si stanno unendo nuovamente. In Palestina e in tutto il mondo molte persone stanno scendendo in piazza, si organizzano sui social media, difendono le proprie case, si proteggono a vicenda e chiedono la fine della pulizia etnica, dell’apartheid, della discriminazione e dello spossessamento. Alle nostre comunità è stato sistematicamente negato il diritto al ritorno e sono state frammentate con la forza e cancellate fin dalla Nakba, la nascita del governo coloniale israeliano nel 1948, e questa recente riunificazione ci ha dato un po’ di indispensabile fiducia in mezzo alla rabbia e ai lutti delle ultime due settimane. Nonostante tutto ciò che sta accadendo, nonostante anni di disumanizzazione, stiamo incominciando ad avere qualche speranza.

Finalmente il mondo ha incominciato a chiamare il sistema israeliano col suo nome. All’inizio di quest’anno l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem ha seguito l’esempio offerto da decenni di lavoro di intellettuali palestinesi e di difesa legale per dimostrare che non c’è discontinuità tra lo Stato israeliano e la sua occupazione militare: entrambi costituiscono un unico sistema di apartheid. A sua volta, Human Rights Watch ha pubblicato un minuzioso rapporto che accusa Israele di “crimini contro l’umanità di apartheid e persecuzione.”

Noi sottoscritti artisti e scrittori palestinesi ed i nostri compagni d’arte qui elencati vi chiediamo di unirvi a noi. Per favore non lasciate passare questo momento. Se le voci palestinesi saranno nuovamente messe a tacere, ci potrebbero volere generazioni per avere un’altra opportunità di libertà e giustizia. Vi chiediamo di unirvi a noi adesso, in questa critica congiuntura, e dimostrare il vostro sostegno alla liberazione palestinese.

Chiediamo la cessazione immediata e incondizionata della violenza israeliana contro i palestinesi. Chiediamo la fine del sostegno fornito dalle potenze globali ad Israele e al suo esercito, in particolare dagli Stati Uniti, che attualmente forniscono a Israele ogni anno 3,8 miliardi di dollari in modo incondizionato. Chiediamo a tutte le persone di coscienza di mettere in campo le proprie risorse per aiutare ad eliminare il regime di apartheid dei nostri tempi. Chiediamo ai governi che permettono questo crimine contro l’umanità di applicare sanzioni, di far leva sul senso di responsabilità internazionale e di interrompere i rapporti commerciali, economici e culturali. Invitiamo gli attivisti, specialmente i nostri colleghi artisti, a esercitare quanto meglio possono la loro influenza all’interno delle loro istituzioni e ambienti per sostenere la lotta palestinese per la decolonizzazione. L’apartheid israeliano è sostenuto dalla complicità internazionale, è nostra responsabilità collettiva rimediare a questo danno.

Abbiamo visto che i governi in Europa e altrove hanno recentemente adottato politiche di palese censura e promosso una cultura di autocensura nei confronti della solidarietà con i palestinesi. Confondere la critica legittima allo Stato di Israele e alle sue politiche verso i palestinesi con l’antisemitismo è una cosa cinica. Il razzismo, compreso l’antisemitismo ed ogni altra forma di odio sono esecrabili e non sono ben accetti nella lotta palestinese. È ora di affrontare queste tattiche per farci tacere e superarle. Milioni di persone in tutto il mondo vedono nei palestinesi un microcosmo della loro stessa oppressione e delle loro stesse speranze, ed alleati come ‘Black Lives Matter’ e ‘Jewish Voice for Peace’, insieme tra gli altri agli attivisti per i diritti degli indigeni, alle femministe e queer, stanno sempre più alzando la voce in loro sostegno.

Vi chiediamo di avere coraggio. Vi chiediamo di farvi avanti, di alzare la voce e prendere una chiara posizione pubblica contro questa incessante ingiustizia in Palestina.

L’apartheid deve essere abolito. Nessuno è libero finché non saremo tutti liberi.

Michael Arria è il corrispondente dagli USA di Mondoweiss. I suoi lavori sono comparsi su ‘In These Times’, ‘The Appeal’ e ‘Truthout. È autore di Medium Blue: The politics of MSNBC [Media blu: la politica di MSNBC, canale di notizie via cavo USA legato al partito Democratico, ndtr.].

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




A Silwan, Gerusalemme, i coloni israeliani conducono un’altra battaglia per appropriarsi delle case dei palestinesi

Yumma Patel

9 giugno 2021 – Mondoweiss

Per decenni il quartiere di Batn al-Hawa a Silwan è stato l’obiettivo di una campagna incessante da parte delle organizzazioni di coloni per espellere con la forza i residenti palestinesi del quartiere e sostituirli con coloni ebrei, una procedura che secondo la legge israeliana è del tutto legale.

Probabilmente avete ormai sentito parlare di Sheikh Jarrah e della lotta dei residenti palestinesi del quartiere per salvare le loro case dall’occupazione da parte dei coloni israeliani.

Nelle ultime settimane la lotta per salvare Sheikh Jarrah ha attirato l’attenzione internazionale e ha provocato proteste diffuse in tutta la Palestina e nel mondo intero. Ma a pochi chilometri di distanza un altro gruppo di famiglie palestinesi sta affrontando una battaglia quasi identica.

A cinque chilometri da Sheikh Jarrah, appena fuori dalla Città Vecchia, nella Gerusalemme Est occupata, si trova il villaggio di Silwan.

Silwan si trova nel cuore di Gerusalemme Est e ospita dai 60.000 ai 65.000 palestinesi. È anche una delle aree di Gerusalemme più pesantemente colpita dagli interventi di colonizzazione israeliana e dai tentativi da parte di Israele di ciò che le organizzazioni per i diritti umani definiscono “ebraicizzare” la città.

Appena a sud del complesso della moschea di Al-Aqsa si trova il quartiere Batn al-Hawa di Silwan. Per decenni Batn al-Hawa è stato l’obiettivo di una campagna incessante da parte delle organizzazioni di coloni per espellere con la forza gli abitanti palestinesi del quartiere e sostituirli con coloni ebrei, un processo che per le leggi israeliane è del tutto legale.

Probabilmente vi starete chiedendo come ciò sia possibile.

In breve, un’organizzazione di coloni di destra di nome Ateret Cohanim ha cercato di espellere con la forza circa 100 famiglie da Batn al-Hawa con il pretesto che in passato, più di 100 anni fa, quei terreni fossero di proprietà ebraica.

Dal 2002, attraverso una serie di marchingegni legali sanciti dai tribunali israeliani, Ateret Cohanim ha presentato degli ordini di sfratto contro le famiglie di Batn al-Hawa, con l’obiettivo di insediare al loro posto i coloni ebrei.

E mentre la legge israeliana consente il trasferimento di proprietà ad ebrei che ne rivendichino il possesso in epoca precedente alla costituzione di Israele, lo stesso diritto è negato ai palestinesi che sono stati espropriati dalle loro case durante la Nakba del 1948.

Ad oggi a Batn al-Hawa Ateret Cohanim ha già preso il controllo di sei edifici, comprendenti 27 unità abitative. Unità che un tempo appartenevano a famiglie palestinesi.

Nel solo quartiere di Batn al Hawa, Ateret Cohanim ha in corso procedimenti legali per espellere 81 famiglie palestinesi, per un totale di 436 persone. Dal 2015 14 famiglie del quartiere sono già state sgomberate con la forza.

E questo solo a Batn al-Hawa.

In molti altri quartieri di Silwan anche altre organizzazioni di coloni stanno cercando di espellere ancora più famiglie palestinesi, mentre il governo israeliano ha disposto decine di ordini di demolizione di case palestinesi per far posto a un parco turistico archeologico e una riserva naturale.

Allora, a cosa porta tutto ciò?

Ebbene, nel 2020 la magistratura di Gerusalemme ha ordinato lo sgombero a Batn al-Hawa di altre sette famiglie palestinesi. I casi di due di queste famiglie avrebbero dovuto essere esaminati in appello il 26 maggio, ma il tribunale israeliano ha rinviato la sua decisione.

Nonostante il rinvio le sette famiglie, che contano 108 persone, sono ancora sotto imminente minaccia di espulsione. E non sono le sole.

Secondo un sondaggio del 2020 dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari, almeno 218 famiglie palestinesi di Gerusalemme est, per un totale di 970 persone e oltre 400 bambini, sono state colpite da ingiunzioni di sgombero.

La maggior parte di questi casi sono stati avviati da organizzazioni di coloni come Ateret Cohanim.

Amnesty International e altre organizzazioni per i diritti umani hanno invitato Israele a cancellare i piani di sgombero a Silwan, affermando che tali espulsioni forzate sono violazioni flagranti del diritto umanitario internazionale che equivalgono a crimini di guerra.

Mentre la loro espulsione forzata incombe, i palestinesi di Sheikh Jarrah e Silwan chiedono al mondo di opporsi all’apartheid israeliano e invitano le persone a continuare a portare l’attenzione sul loro caso attraverso i social media usando gli hashtag #SaveSheikhJarrah e #SaveSilwan.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)