A Gerusalemme Est “sta per essere espulsa un’intera comunità palestinese”

Shatha Yaish 

1 maggio 2026 +972 Magazine

Israele sta sfrattando i 1.500 abitanti di Al-Bustan per costruire un parco a tema biblico. Per evitare di pagare multe salatissime, le famiglie stanno demolendo da sé le proprie case.

Omar Abu Rajab ha messo i suoi effetti personali nei sacchi neri della spazzatura. Pochi giorni fa, mentre il sessantenne era in lutto per la recente perdita della madre, i rappresentanti del Comune di Gerusalemme hanno bussato alla sua porta notificandogli un ordine di demolizione per il piccolo appartamento che condivide con la moglie ad Al-Bustan, un quartiere di Silwan nella Gerusalemme Est occupata, attualmente al centro di una campagna israeliana di espulsioni in rapida intensificazione.

Di fronte all’ordine di demolizione e alla prospettiva di una multa di migliaia di dollari per il problema causato al Comune dalla demolizione della sua casa, ha scelto di non aspettare le ruspe. Ha optato invece per la soluzione più economica: demolirsi da solo la casa.

Il Comune di Gerusalemme sostiene che case come quella di Abu Rajab siano state costruite illegalmente, senza i permessi necessari. “Non ci sono permessi”, ha dichiarato Abu Rajab a +972 Magazine, spiegando che Israele rende quasi impossibile per i palestinesi di Gerusalemme Est ottenere l’autorizzazione necessaria per costruire legalmente.

Negli ultimi dieci anni Abu Rajab è già stato sfrattato da altre due case a Silwan; una è stata demolita dal Comune, mentre l’altra l’ha demolita lui stesso.

“Sto ancora pagando le penali per una casa precedente che hanno demolito anni fa”, ha spiegato. “Sono malato, lavoro quattro ore al giorno e non riesco a sostenere tutte queste spese. Non c’è altro che io possa fare. È più economico farlo da solo.”

Pochi giorni fa tre dei nipoti di Abu Rajab hanno marinato la scuola per aiutare nella demolizione, portandosi i martelli per abbattere i muri. Da allora Abu Rajab e sua moglie si sono trasferiti dalla famiglia del fratello che abita nella casa accanto, tutti stipati in un piccolo appartamento.

Nei piani del Comune le case di Al-Bustan sono da tempo destinate alla demolizione per sostituire l’area residenziale con un parco a tema biblico. Ma nel contesto della guerra di Gaza, dopo una battaglia legale durata vent’anni, le autorità israeliane hanno intensificato i loro sforzi per “ripulire” la zona dai palestinesi.

Questa pressione si è ulteriormente intensificata nelle ultime settimane, con la polizia che ha effettuato incursioni nell’area insieme a rappresentanti del Comune per consegnare una serie di ordini che intimano agli abitanti di demolire le proprie case o di accollarsi le spese relative alla demolizione. L’intero quartiere di Al-Bustan, composto da 115 case e circa 1.500 abitanti, è ora a rischio di demolizione.

“È un’intera area di Silwan destinata alla demolizione”, ha dichiarato a +972 Aviv Tatarsky, ricercatore dell’organizzazione non profit israeliana Ir Amim [Città di persone, fondata nel 2004 si propone di garantire pari dignità a tutti gli abitanti di Gerusalemme, ndt.]. “Un’intera comunità sta per essere espulsa”.

«Non abbiamo altro»

Secondo Ir Amim il progetto di un parco a tema ad Al-Bustan fa parte di un più ampio tentativo di rafforzare il controllo israeliano sulla Città Vecchia di Gerusalemme e sui quartieri circostanti (noti collettivamente come “Bacino della Città Vecchia”) attraverso l’espansione di attrazioni turistiche e parchi nazionali anche su terreni di proprietà della Chiesa come il Monte degli Ulivi.

Situato immediatamente a sud della Città Vecchia, Al-Bustan è vicino a un’altra zona di Silwan nota come Batan Al-Hawa, che sta subendo una simile campagna di espulsioni guidata da organizzazioni di coloni israeliani.

Secondo il Governatorato di Gerusalemme dell’Autorità Palestinese, nei primi quattro mesi del 2026 le autorità israeliane hanno demolito 185 edifici nella città. Delle 40 case distrutte ad aprile, 17 sono state demolite dai loro stessi abitanti.

In tutto Al-Bustan si percepisce un senso di sconfitta. Molti residenti, come Hatem Baydoun, considerano l’autodistruzione il male minore. “Se lasciassimo che sia il Comune a demolire la nostra casa dovremmo pagare decine di migliaia di shekel”, ha dichiarato a +972. “Quindi abbiamo deciso di farlo da soli.”

A due porte di distanza il sessantenne Mohammad Qwaider si trova di fronte alla stessa impossibile scelta. Vive in un condominio con la madre novantasettenne, Yusra, costretta a letto.

L’edificio di sei unità abitative è stato costruito nel 1970, con l’aggiunta di altri piani man mano che la famiglia cresceva; Qwaider ha detto che nei primi anni dell’occupazione israeliana di Gerusalemme Est, dopo la guerra del 1967, c’erano meno restrizioni edilizie.

All’inizio del mese scorso, racconta, “il Comune mi ha ordinato di demolire l’appartamento al terzo piano, altrimenti sarebbero venuti loro a demolirlo, e così abbiamo fatto”. Ma dopo aver demolito quell’appartamento, che ospitava uno dei suoi figli e i suoi nipoti, il Comune gli ha ora ordinato di demolire l’intero edificio, adducendo la mancanza di permessi.

Questa volta si rifiuta di obbedire. “Possono demolirlo, e rimuoverò le macerie e ci metterò una tenda per viverci. Il terreno è più importante della struttura che ci sorge sopra”.

Sua moglie, Manal, è d’accordo. «Non dormiamo la notte», ha detto. «Non abbiamo alternative a questa casa o a questa terra. Non abbiamo altro che questo posto.»

“Doppia sofferenza”

Secondo Tatarsky di Ir Amim, il forte aumento delle demolizioni ad Al-Bustan è stato innescato dalla decisione improvvisa del Comune di Gerusalemme di sospendere ogni trattativa con gli abitanti volta a giungere a una soluzione abitativa.

“Le autorità israeliane vogliono trasformare Silwan in un insediamento israeliano e stanno usando ogni mezzo per farlo”, ha spiegato. “Usano la scusa della costruzione senza permesso, ma per i residenti è impossibile ottenere i permessi. Quindi Israele può dichiarare illegali tutte le case in questa parte di Silwan.”

“Le autorità hanno una forte motivazione politica”, ha continuato Tatarsky. “Non si tratta di leggi edilizie; è una questione di politica, [tesa a] trasformare Silwan da quartiere palestinese a colonia ebraica. Ufficialmente il piano è [portato avanti] dal Comune di Gerusalemme, ma proviene in gran parte dal governo, e gli ordini sono stati originariamente emessi circa 20 anni fa.”

Finora, spiega, la campagna per proteggere queste case ha avuto successo “principalmente perché sono riusciti a sensibilizzare l’opinione pubblica e a esercitare una forte pressione su Israele attraverso la comunità internazionale”. Ma dopo il 7 ottobre “la comunità internazionale o non se ne cura più o si concentra su Gaza. Il punto è che la comunità internazionale non sta fermando il governo israeliano”.

Secondo Fakhri Abu Diab, un attivista locale, dal 7 ottobre 2023 più di 50 case ad Al-Bustan – circa la metà della comunità – sono state demolite. Le autorità israeliane “sono diventate più aggressive”, dice. “Arrivano nel cuore della notte e ti notificano [l’ordine di demolizione]”.

La sua stessa casa è stata demolita dal Comune nel febbraio 2024, costringendolo a pagare “enormi somme di denaro. Sto ancora pagando a rate”.

Abu Diab si oppone alle autodemolizioni, che a suo dire causano “una doppia sofferenza” per i palestinesi. “È una sorta di guerra psicologica contro le famiglie. Diventiamo lo strumento con cui il Comune mette in atto i suoi piani. Non vogliono che il mondo veda la distruzione delle nostre case. Facendolo da soli, li aiutiamo”.

Ma Abu Diab riconosce anche la paura che le famiglie provano non sapendo quando le squadre di demolizione israeliane arriveranno a casa loro, e la difficoltà di essere costretti a pagare multe esorbitanti. “Le persone cercano di minimizzare il danno”.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




L’inizio della fine della dottrina israeliana della “sicurezza permanente”

Meron Rapoport e Ameer Fakhoury

24 aprile 2026 – +972 Magazine

La costante ricerca della “vittoria totale” da parte di Israele lo ha invischiato un una guerra contro l’Iran che non può vincere, erodendone la legittimità all’estero e approfondendone il degrado morale all’interno.

Il nome attribuito alla letale ondata di bombardamenti israeliani in Libano l’8 aprile, lanciata mentre entrava in vigore il cessate il fuoco tra USA e Iran, è estremamente rivelatrice riguardo all’attuale posizione regionale di Israele. Fino a poco tempo fa Israele sceglieva nomi delle guerre che edulcorassero le enormi distruzioni o mobilitassero il fronte interno. L’operazione “Margine Protettivo” del 2014 a Gaza, per esempio, cercava di trasmettere resilienza, mentre la campagna “Spade di ferro” nella Striscia dopo il 7 ottobre e “Ruggito del Leone” di quest’anno contro l’Iran ha inteso evidenziarne la potenza militare.

Non più: con 100 attacchi aerei in Libano che hanno lasciato 300 morti e oltre 1.100 feriti “Oscurità eterna” suggerisce che l’unico obiettivo di Israele in Libano sia morte e annientamento. Se nel 1996 l’uccisione di 100 civili libanesi da parte di Israele nel villaggio di Qana nel sud del Libano provocó la fine dell’operazione “Grappoli d’ira”, oggi il massacro di centinaia di persone è percepito praticamente come un fine in sè, senza neppure una traccia di critiche da parte dell’esercito o dell’opinione pubblica.

Nonostante l’attuale cessate il fuoco di 10 giorni in Libano, Israele continua a distruggere villaggi e infrastrutture civili in zone del sud sotto il suo controllo, un tentativo di creare una zona cuscinetto permanente e, come a Gaza, impedire agli abitanti di tornarvi. A fine marzo il ministro della Difesa Israel Katz ha dichiarato che alla fine della guerra ai 600.000 libanesi che vivevano a sud del fiume Litani non sarà permesso tornare e le loro case presso il confine saranno state distrutte.

Sia in Libano che in Iran, guerre non iniziate come risposta a un attacco né per impedire una minaccia inminente, Israele è sembrato adottare in pieno la dottrina della “sicurezza permanente”. Come ha sostenuto recentemenre il sociologo politico Yagil Levy adottando il termine coniato dallo storico Dirk Moses, questo approccio intende non solo eliminare minacce inmediate ma anche quelle future attraverso distruzioni su vasta scala della vita dei civili ed espellere o controllare la popolazione. In sintesi, non c’è una soluzione política, ma solo militare, e quello che non si può ottenere con la forza lo si potrà ottenere con ancora più forza.

Questo approccio della “sicurezza permanente” è stato evidente in primo luogo nella guerra di Israele contro Gaza dopo gli attacchi del 7 ottobre. Quando solo qualche giorno dopo il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha iniziato a parlare di “vittoria totale”, inizialmente, e a ragion veduta, la frase è stata percepita dall’opinione publica israeliana come un tentativo di sfuggire alle sue responsabilità per gli errori [del sistema di sicurezza]. Ma ciò ha rappresentato molto più di un esercizio retorico: il genocidio, la pulizia etnica e la riduzione di intere città in polvere e cenere sono stati la manifestazione della “vittoria totale” sostenuta da tutto il sistema politico e militare israeliano.

Non è un caso che lo spostamento sia avvenuto specificamente a Gaza. Fino al 7 ottobre la Striscia era il principale esempio della messa in pratica della dottrina della “gestione del conflitto” firmata Netanyahu, una combinazione di blocco quasi totale, recinzione sopra e sotto terra, controllo completo in cielo e in mare e una rigida sorveglianza elettronica della vita quotidiana dei palestinesi insieme a periodici episodi di bombardamenti ogni anno o due che venivano reputati “tollerabili” dal punto di vista israeliano.

La gestione del conflitto ha fornito anche una formula per frammentare e contenere la politica palestinese, parte di una strategia per rinviare la questione dell’autodeterminazione. Hamas è stato “tenuto sotto controllo” attraverso un meccanismo di deterrenza, contenimento e convogliando fondi approvati dallo stesso Netanyahu in modo da mantenere le tensioni a bassa intensità. E in Cisgiordania l’Autorità Palestinese è servita come subappaltante dell’occupazione israeliana, conservando l’illusione dell’autonomia palestinese. Persino Naftali Bennett [exprimo ministro e dirigente di un partito di estrema destra dei coloni, ndt.], che ora si presenta come un’alternativa a Netanyahu, l’ ha brutalmente definita come “una scheggia nel culo”, una seccatura da gestire piuttosto che una minaccia esistenziale.

Quando la barriera attorno a Gaza è crollata il 7 ottobre, altrettanto ha fatto la dottrina del contenimento del conflitto. Ma ciò non ha portato Israele a cercare il modo per risolvere lo scontro con i palestinesi. Al contrario ha deciso di vincerlo definitivamente. E non solo con i palestinesi. Israele ha esteso il concetto di sicurezza assoluta a buona parte del Medio Oriente: Libano, Siria, Yemen, Qatar e Iran. In base a questa dottrina le leggi internazionali non esistono più, il compromesso politico è sparito e i cessate il fuoco non vincolano Israele nè a Gaza nè in Libano. Questa è la guerra permanente, in cui Israele sfrutta la sua superiorità militare per eliminare ogni minaccia, grande o piccola, e a ogni distanza.

L’ultima campagna contro l’Iran ha elevato il concetto di “sicurezza permanente” a un ulteriore livello. Non è stato piu sufficiente colpire duramente i dirigenti, gli impianti nucleari e gli obiettivi militari, come Israele ha fatto nel giugno 2025. Questa volta l’obiettivo era il cambiamento di regime in un Paese di circa 90 milioni di abitanti con una civiltà di migliaia di anni, non semplicemente per neutralizzare una minaccia percepita, ma ridefinendo lo stesso contesto politico.

Eppure Israele da solo non ha la forza militare né la legittimità politica sufficienti per una mossa talmente ambiziosa, e di conseguenza era necessario il coinvolgimento americano. Quindi, contrariamente alle posizioni più caute espresse nel gabinetto di Trump, Netanyahu è riuscito a convincere il presidente USA Donald Trump che questo obiettivo poteva essere raggiunto e così è iniziata una guerra israelo-americana che per il momento è parsa essere un altro passo verso il raggiungimento della “sicurezza permanente” in tutta la regione.

E qui, di fatto, è dove questa logica si è rivelata un’illusione. Anche se una minaccia viene affrontata, immediatamente se ne produce un’altra, evidenziando così il paradosso dell’intero progetto: non raggiungere la “sicurezza permamente” ponendo fine al conflitto ma piuttosto il suo perpetuarsi attraverso un orizzonte di minacce in continua espansione.

“Dopo l’Iran Israele non può vivere senza un nemico,” ha notato all’inizio del mese il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan. “Non solo l’amministrazione Netanyahu ma anche alcune figure dell’opposizione, anche se non tutte, stanno cercando di dichiarare la Turchia come il nuovo nemico.” Il vicino capisce come ragiona la Super Sparta [come Netanyahu ha definito Israele, ndt.].

Un nuovo Medio Oriente

E’ troppo presto per sintetizzare i risultati della guerra, ma sembra già che Israele abbia sbattuto contro un muro: invece di avvicinarsi alla “sicurezza permanente” si è ritrovato in una situazione di sicurezza piú precaria di prima. Non solo l’obiettivo generale di rovesciare il regime iraniano non è stato raggiunto, ma Israele non può neppure cercare di raggiungere un’amara situazione di stallo.

Di fatto l’Iran ha resistito alla pressione militare congiunta di Stati Uniti e Israele e, come molti commentatori ed esperti hanno sostenuto, è riuscito a spostare la discussione da un contesto di coercizione militare a uno di negoziati politici, cambiando di conseguenza le stesse regole del gioco.

Sta iniziando a prendere forma un nuovo Medio Oriente, in cui lo status sia di Israele che degli Stati del Golfo viene eroso. Israele ha dovuto interrompere i suoi attacchi in Libano e Washington ha riconosciuto la necessità di un cessate il fuoco con Hezbollah per porre fine alla guerra con l’Iran e riaprire lo Stretto di Hormuz. La Repubblica Islamica, libera da sanzioni e con ampie dimensioni geografiche, demografiche e ideologiche, non è più soltanto un attore regionale ma sta raggiungendo uno status di potenza globale.

È il suo potere sullo stretto che probabilmente ha obbligato Trump a prendere in considerazione come base legittima per i negoziati la proposta iraniana in 10 punti per porre fine alla guerra, dal togliere le sanzioni e un ritiro statunitense dal Medio oriente fino a garanzie per i suoi alleati regionali. Persino ora, mentre il presidente USA cerca di imporre un contro blocco al blocco iraniano di Hormuz, le condizioni dell’Iran hanno già iniziato a definire i confini dei colloqui.

Il punto più drammatico qui non è l’uranio arricchito che rimane nelle mani dell’Iran né la sua insistenza nel continuare il programma nucleare civile, e neppure i missili balistici che l’Iran ha lanciato per 40 giorni contro Israele e gli Stati del Golfo arabico.

È piuttosto il ruolo dell’Iran nella regione. L’Iran non ha rispettato la richiesta americana di sconfessare i suoi alleati in Libano, Iraq e Yemen, ma ha fatto il contrario. In particolare gli Stati Uniti e Israele sono obbligati a fare i conti con la profondità dei legami strategici tra l’Iran ed Hezbollah: Hormuz non verrà riaperto se Israele continua a bombardare il Libano.

A questo si aggiunge un altrettanto significativo cambiamento nei rapporti tra USA e Israele, e la decisione israeliana di trascinare gli Stati Uniti in guerra potrebbe dimostrarsi il colpo di grazia. Nel giugno 2025 Israele ha agito da solo fino all’ultimo dei 12 giorni del conflitto, colpendo obiettivi militari e uccidendo importanti politici del regime, e l’Iran ha risposto lanciando missili solo contro Israele. Questa volta l’ingresso di Washington nell’attacco fin dal primo giorno ha cambiato le regole del gioco, garantendo all’Iran la legittimità per ampliare il campo colpendo le basi americane nel Golfo, coinvolgendo gli Stati della regione e soprattutto chiudendo lo Stretto di Hormuz. Ciò ha dunque trasformato uno scontro bilaterale in una crisi globale costruita da Israele con le sue stesse mani.

Un sondaggio dell’opinione pubblica rivela un drastico declino nell’appoggio a Israele tra gli americani, sospendere la vendita di armi a Israele è rapidamente diventata una posizione maggioritaria nel partito Democratico, con una maggioranza di senatori democratici che ora votano per tali misure. Come ha rilevato una recente inchiesta del New York Times, è diventato impossibile ignorare che Netanyahu ha trascinato Trump nella guerra e la crescente reazione è un segnale sempre più chiaro del desiderio di Washington di allontanarsi dall’Israele di Netanyahu.

Un vuoto di paradigma

Se due anni e mezzo fa il paradigma della “gestione del conflitto” di Netanyahu è fallito, ora potremmo stare assistendo all’inizio della fine anche della dottrina della “sicurezza permanente”. Entrambi si basavano sullo stesso presupposto, cioè che la realtà può essere controllata attraverso la forza, ed entrambi hanno fallito.

Il vuoto che accompagna il fallimento di entrambi i paradigmi rivela anche il decadimento morale all’interno della società israeliana. Il discorso pubblico è per lo più pervaso dal linguaggio dell’annientamento. Quando Trump ha minacciato di cancellare l’intera civiltà iraniana molti americani e persone in tutto il mondo hanno condannato come genocide le sue affermazioni. In Israele c’è stato silenzio, lo stesso che ha prevalso mentre le forze israeliane distruggevano Gaza o perpetravano la pulizia etnica in Cisgiordania e in Libano.

Nonostante la marea di commentatori e politici che hanno vantato giorno e notte gli “enormi” risultati della guerra e nonostante le assicurazioni di Netanyahu che Iran ed Hezbollah sono stati indeboliti come non mai, l’opinione pubblica israeliana sta già iniziando a vedere le crepe. In un sondaggio condotto da Canale 13 dopo il cessate il fuoco con l’Iran solo il 33% di chi ha risposto credeva che Israele e gli Stati Uniti avessero vinto la guerra e il 28% che avesse vinto l’Iran. Un sondaggio simile del giornale israeliano Maariv ha scoperto dati altrettanto sorprendenti, che si sono raramente visti alla fine delle guerre o delle operazioni militari israeliane.

Ma per comprendere la profondità del fenomeno si deve essere precisi: è il paradigma della “vittoria totale” in sè che si è spezzato. Prima a Gaza, quando i palestinesi sono rimasti lì e Hamas non è stato sconfitto, e persino ancor di più nelle ultime settimane, quando è diventato chiaro che Hezbollah, che si presumeva sconfitto, ha continuato ad operare e a lanciare decine e persino centinaia di missili al giorno. E alla fine, poichè gli israeliani vedono i rappresentanti iraniani che negoziano con gli americani da una posizione di maggior forza rispetto a quella che avevano prima della guerra conservando il controllo di una delle arterie di trasporto più importanti al mondo.

Eppure questa frattura nella consapevolezza dell’opinione pubblica non garantisce un ravvedimento politico. Senza un progetto politico che fornisca agli israeliani un linguaggio, una direzione e un’alternativa, la crescente sensazione di fallimento politico e militare potrebbe trasformarsi in disperazione piuttosto che in critica. Tale disperazione ha la paradossale tendenza a stabilizzare lo status quo e potrebbe in ultima istanza favorire Netanyahu.

Infatti il collasso nella gestione del conflitto e dei paradigmi della “sicurezza permanente” non indica una transizione ordinata tra quadri di riferimento. Israele sta invece cadendo profondamente in un vuoto strategico, politico e morale in cui la violenza militare continua per conto suo, persino quando smette di generare un senso o uno scopo.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Eurovision 2026: Oltre 1000 artisti chiedono il boicottaggio contro la “normalizzazione” del genocidio israeliano

Dalia Anis

21 aprile 2026- Middle East Eye

Brian Eno, Macklemore e Sigur Rós tra gli artisti che accusano l’emittente di “reazioni ipocrite ai crimini di Russia e Israele”

Oltre 1100 musicisti e operatori culturali hanno chiesto il boicottaggio della 70ª edizione dell’Eurovision Song Contest per via della partecipazione di Israele in un quadro di crescente pressione per escludere il paese a causa del genocidio a Gaza.

I gruppi di attivisti No Music for Genocide e Palestinian Campaign for the Academic & Cultural Boycott of Israel (più comunemente noto come movimento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni) hanno pubblicato martedì una lettera aperta per “rifiutare l’uso dell’Eurovision per insabbiare e normalizzare il genocidio, l’assedio e la brutale occupazione militare israeliana contro i palestinesi”.

«Visti i piani israelo-americani per la creazione di campi di concentramento iper-sorvegliati nella “Nuova Gaza” come può un artista o un fan dell’Eurovision partecipare in coscienza alla prossima edizione del concorso in Austria, “?» si legge nella lettera firmata anche da artisti come Macklemore, Paloma Faith, Kneecap, Massive Attack e da ex vincitori dell’Eurovision.

«Ci sono momenti in cui il silenzio passivo non è un’opzione. Ci rifiutiamo di tacere quando la violenza genocida di Israele fa da colonna sonora e mette a tacere le vite dei palestinesi». L’Eurovision, organizzato annualmente dall’Unione Europea di Radiodiffusione (UER), è stato accusato di doppi standard per aver escluso la Russia dalla competizione poco dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022, citando le preoccupazioni per una “crisi senza precedenti in Ucraina” che avrebbe potuto “screditare il concorso”.

Dopo oltre due anni e mezzo di genocidio perpetrato da Israele a Gaza, con un bilancio di oltre 72.000 morti secondo il Ministero della Salute di Gaza, l’Eurovision ha ripetutamente difeso la partecipazione dell’emittente pubblica israeliana Kan al concorso.

“Le risposte ipocrite dell’EBU ai crimini di Russia e Israele hanno infranto ogni illusione di ‘neutralità’ dichiarata dall’Eurovision. Nel 2022, l’EBU affermò che la presenza della Russia avrebbe ‘screditato la competizione'”, continua la lettera.

“Eppure oltre 30 mesi di genocidio a Gaza, insieme alla pulizia etnica e all’espropriazione di terre nella Cisgiordania assediata, non sono considerati sufficienti per applicare la stessa politica a Israele”.

L’EBU ha rifiutato di sottoporre l’esclusione di Israele ad un voto durante la sua riunione di dicembre e in risposta cinque paesi – Islanda, Irlanda, Paesi Bassi, Slovenia e Spagna – hanno annunciato il loro ritiro dall’Eurovision 2026 a Vienna.

L’anno scorso il sito israeliano Ynet ha riportato che il presidente israeliano Isaac Herzog aveva formato una squadra per promuovere la partecipazione di Israele con alcune “attività di lobbying dirette ai membri dell’EBU con l’obiettivo di impedire all’assemblea di procedere a una votazione vincolante che Israele temeva di perdere”.

La lettera aggiunge: “Applaudiamo al ritiro etico delle emittenti spagnole, irlandesi, islandesi, slovene e olandesi, e dei numerosi finalisti della selezione nazionale che si sono impegnati a rifiutarsi di partecipare all’Eurovision”.

In una protesta simile contro la decisione dell’EBU il vincitore svizzero dell’Eurovision Song Contest 2024, Nemo, ha restituito il premio dopo che Israele ha ottenuto il via libera per partecipare all’evento di quest’anno.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Mappatura del crimine: l’Atlante di Abu Sitta rivela la geografia dell’espropriazione

Annie O’Gara

14 aprile 2026 – The Palestine Chronicle

L’ ‘Atlante della Palestina: il furto della terra da parte del Fondo Nazionale Ebraico’ solleva le problematiche centrali dell’agenzia e del legittimo possesso.

Il dottor Salman Abu Sitta è un’autorevole figura della causa palestinese, non da ultimo perché il lavoro della sua vita dimostra il fatto che la resistenza al sionismo assume diverse forme.

Probabilmente tra i suoi maggiori lavori ci sono gli Atlanti della Palestina. Sono due: ‘Atlante della Palestina, 1871-1877’ e ‘Atlante della Palestina 1917-1967’, che riproducono la mappa della Palestina prima dell’inizio del progetto sionista fino alla pulizia etnica di quella terra e ripercorrono i cambiamenti dopo la Nakba (la ‘catastrofe’ del 1948, ndtr.) fino alla Naksa (lo sfollamento dopo la conquista del 1967, ndtr.). Cosa più importante di tutte, i villaggi, le cittadine e le città sono situati geograficamente, riportano il loro nome arabo corretto e sono ripristinati nella loro legittima posizione sulla terra di Palestina.

Più di recente l’ ‘Atlante della Palestina: il furto della terra da parte del Jewish National Fund (JNF) (Fondo Nazionale Ebraico) affronta le questioni centrali dell’agenzia (chi ha rubato la terra e come il JNF è arrivato a “possederla”?) e la questione della legittima proprietà (a quali villaggi appartengono quelle terre, chi ci viveva e dove sono ora i proprietari sfollati?).

Questo Atlante avrà una particolare rilevanza per i rifugiati palestinesi sfollati dai 372 villaggi la cui terra fu attribuita al JNF/KKL (sigla in ebraico, ndtr.) con una fittizia “vendita” di terreni e successivamente trasformata in parchi e foreste, nascondendo i villaggi demoliti e impedendo qualunque forma di ritorno. Per i palestinesi i nomi dei loro villaggi sono riesumati e registrati sulla mappa.

Le miriadi di espedienti utilizzati nei primi anni dello Stato di Israele per “legittimare” ciò che era palesemente illegittimo sono riportate molto chiaramente in questo Atlante. Modelli esplicativi corredano la mappa di ogni parco del JNF, entrando nei dettagli: la frode territoriale sulla terra palestinese, quanto terreno di ogni villaggio coinvolto è stato rubato, alcuni nomi di famiglie numerose e in quali campi profughi vivono adesso molte di loro.

Se il dottor Abu Sitta fosse uno scienziato forense, questo Atlante sarebbe una registrazione delle scene del crimine del JNF e delle vittime di quei crimini, i rifugiati palestinesi; di certo, finché i parchi continuano ad esistere significano perpetui crimini, e i ladri continuano a godere del loro bottino. Lo Stato di Israele si è spinto molto avanti, soprattutto attraverso il ‘greenwashing’ (la verniciatura verde) del JNF, per coprire il crimine che sta al cuore della fondazione dello Stato, un crimine che costituisce la sfida più importante al suo mito fondante, cioè che la Palestina fosse una terra vuota o trascurata.

Per i palestinesi queste mappe sono uno strumento da usare prima o poi per reclamare il proprio patrimonio. Per i non palestinesi le mappe dei parchi del JNF da cui i loro amici e compagni furono espulsi significano molto: la cattura dei dettagli, la musicalità dei nomi arabi dei villaggi, l’ammirazione per i meticolosi dettagli legali e non da ultimo il poter dare nome alle identità rubate – una forma di resistenza politica di grande significato, più di quanto possa sembrare in un primo momento.

Le società occidentali tendono a considerare la cartografia come un’azione precisa, scientifica e politicamente neutra volta a delineare correttamente la configurazione di una terra, i fiumi, le montagne, le pianure, le strade e, ovviamente, i nomi dei luoghi per orientarsi. Ma un popolo colonizzato sa che la cartografia (come la storiografia) può essere qualcosa di diverso da un’azione neutra, soprattutto quando la lingua nativa è rimpiazzata da quella del colonizzatore, come in Palestina e in Irlanda.

L’ultimo lavoro del dott. Salman ha suscitato in questo scrittore molte riflessioni sulle connessioni tra Irlanda e Palestina. Nel 1883 Lord Salisbury (nobile e politico britannico, ndtr.) disse che “la parte più sgradevole dei tre regni è l’Irlanda e perciò l’Irlanda ha una magnifica mappa.” Il Rapporto di Spring Rice (diplomatico britannico, ex ambasciatore negli USA, ndtr.) del 1824 diede origine a questa “magnifica” mappa identificando la necessità di una “osservazione generale dell’Irlanda” che sarebbe stata “la prova dell’inclinazione della legislatura ad adottare misure calcolate per promuovere gli interessi dell’Irlanda”. Elaborato dal Genio Militare, l’esercizio di mappatura non venne recepito da tutti in termini così benevoli.

Nel 1980, al culmine dei ‘Troubles’ (il conflitto nell’Irlanda del nord, ndtr.), il significato politico della mappatura dell’Irlanda da parte del potere coloniale fu memorabilmente messo in scena dalla Field Day Theatre Company nello spettacolo di Brian Friel “Translations (Traduzioni)”. E’ un’opera di fantasia, ma utilizza la mappatura dell’Irlanda del 19esimo secolo da parte della corona inglese come una piattaforma di lancio per esplorare questioni legate alla colonizzazione: espropriazione culturale, terra, identità e ovviamente lingua, il veicolo del potere che garantisce il predominio del colonizzatore sul colonizzato: “La lingua è sempre stata lo strumento perfetto dell’impero.”

La mappatura dell’Irlanda implicò la standardizzazione o la regolarizzazione dei nomi dei luoghi attraverso la traduzione o traslitterazione dei nomi gaelici in inglese. Un personaggio centrale nella commedia, un individuo del luogo coinvolto nel processo, Owen, descrive il proprio lavoro come “tradurre la bizzarra lingua arcaica in cui voi insistete a parlare nel buon inglese del Re.” Così nello spettacolo vediamo molti esempi di sradicamento dei nomi dei luoghi tramite questo processo di anglicizzazione: ‘Bun na habhann’ diventa ‘Burnfoot’ e ‘Baile Beag’ diventa ‘Bally Beg’

Il processo messo in scena da Friel comporta una metaforica cancellazione della memoria e della tradizione, abilmente sintetizzato in un aneddoto, quello di ‘Tobair Vree’ (tobair è il termine gaelico per ‘pozzo’). I personaggi discutono sulla parola “Vree”: che cosa significa? Uno di loro spiega che “Vree è una modificazione nel tempo di Bhriain (Brian), per cui il nome originale significava “Il pozzo di Brian”.

Ma il nome è collegato a un crocevia, non a un pozzo: l’enigma si infittisce. La storia orale intergenerazionale fornisce la risposta. Decenni prima un vecchio uomo del luogo, l’eponimo Brhiain, soffriva di una deformità facciale che pensava si potesse curare con le acque magiche del pozzo allora esistente. I bagni quotidiani non lo curarono, ma lui annegò tragicamente nel pozzo stesso – di qui il nome.

La tesi di Friel è chiara: i nomi sono più di una denominazione, sono la preservazione di una memoria e in quanto tali la loro apparente stranezza non vuol dire niente, hanno un significato e una forza più profondi. L’azione di sostituire un nome gaelico con una traslitterazione inglesizzata o una traduzione è “una sorta di rimozione”, un atto di imperialismo culturale che cancella la storia e l’identità locali rimpiazzandole con una nuova realtà imposta..

L’ultimo Atlante del dottor Salman assesta un altro colpo alla tirannia culturale della mappatura israeliana della Palestina. La sua rivendicazione dei veri nomi delle città e dei villaggi palestinesi, la sua ostinazione nel dire che i parchi e le foreste del JNF sono una debole (ma enormemente dannosa) sovrapposizione sull’autentica identità araba della Palestina e i loro confini segnano l’estensione del loro furto, hanno un grande significato per i palestinesi. E’ anche un regalo a tutti i popoli colonizzati che hanno bisogno di un Abu Sitta che li sostenga e a tutti noi che lavoriamo per vedere la Palestina reintegrata e il suo popolo ottenere il Diritto al Ritorno.

Per quanto duramente lavorino il JNF e il sionismo, non sconfiggeranno l’affermazione della verità araba incarnata nei nomi, proprio come in Irlanda oggi Doire/Derry ha la meglio su “Londonderry”. E con le parole di Seamus Heaney (poeta nordirlandese, premio Nobel nel ’95, ndtr.):

Comprenderete- ho detto basta-

Quando mi hanno derubato di ciò che è mio,

La mia patria, il mio profondo desiderio

Di essere a casa

Al mio proprio posto e dimorare

Nel suo vero nome.”

Annie O’Gara è membro attivo della Campagna di Solidarietà con la Palestina e della sezione britannica della campagna mondiale ‘Stop the Jewish National Fund’. E’ impegnata nel movimento BDS ed è tra i fondatori di ‘Donne del nord per la Palestina’. Ha donato questo articolo a The Palestine Chronicle.

Le opinioni espresse in questo articolo non riflettono necessariamente la politica editoriale di The Palestine Chronicle.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Francia: la legge “Yadan” e la strumentalizzazione dei dati sull’antisemitismo

Sarra Grira 

7 aprile 2026 – Orient XXI

Per legittimare una proposta di legge intesa soprattutto a impedire critiche contro Israele e la denuncia del genocidio a Gaza la deputata Caroline Yadan si appoggia, tra gli altri, ai dati sull’antisemitismo. Ma l’identità e la metodologia delle organizzazioni che ne sono all’origine mostrano una strumentalizzazione di questa situazione a favore di una posizione filoisraeliana. Una petizione contro questo progetto di legge sul sito dell’Assemblea Nazionale ha già raccolto circa 700.000 firme.

L’esame del [progetto di] legge all’Assemblea Nazionale nel momento in cui il parlamento israeliano ha appena adottato una norma che istituisce la pena di morte riservata solo ai palestinesi non fa che rendere questa iniziativa ancora più grave in un contesto di persistente impunità per Israele. Questo progetto, presentato fin dal novembre 2024, è sostenuto da Caroline Yadan, deputata dell’ottava circoscrizione [elettorale] dei francesi residenti all’estero (che comprende in particolare Israele, la Palestina e Gerusalemme), che ha lasciato il partito Renaissance, pur restandogli “collegata”, per protestare contro la decisione del presidente Emmanuel Macron di riconoscere lo Stato di Palestina.

Per dare alla legge la legittimità che rivendica nel titolo, nell’esposizione delle sue motivazioni la proposta si appoggia sui dati riguardanti gli atti di antisemitismo e sul posto che occupano rispetto all’insieme delle azioni antireligiose in Francia.

Se il notevole aumento dell’antisemitismo nel Paese è indubbio, il modo in cui queste cifre sono presentate denota una doppia volontà: da una parte confondere antisemitismo e critiche contro lo Stato di Israele, dall’altra stabilire una gerarchia tra l’antisemitismo e le altre forme di razzismo, contraddicendo le indicazioni della Commission nationale consultative des droits de l’homme [Commissione Nazionale Consultiva dei Diritti dell’Uomo](CNCDH).

La fonte dei dati

Se ci si vuole attenere ai dati più precisi, in Francia non si trovano delle statistiche sull’antisemitismo ricavate da quelli derivanti dalle condanne giudiziarie. La ragione è semplice: il codice penale non fa distinzioni tra le varie forme di razzismo. Separare le condanne per antisemitismo richiederebbe uno studio degli atti giudiziari caso per caso, cosa che non è mai stata fatta.

Le cifre rilasciate dal ministero dell’Interno e riprese dalla CNCDH nel suo rapporto annuale sono un insieme di rilevazioni sul campo attraverso la Direction nationale du renseignement territorial [Direzione Nazionale delle Informazioni Territoriali] (DNRT) che, secondo la sua presentazione ufficiale sul sito del ministero, “assicura un monitoraggio quotidiano dei fatti che le vengono relazionati dai suoi contatti e collaboratori locali.” La CNCDH non li considera dati scientifici ma li cita e li tiene in considerazione, perché essi indicano una tendenza.

Riguardo all’antisemitismo la DNRT si appoggia principalmente sulla rete territoriale di un’associazione, il Service de protection de la communauté juive [Servizio di Protezione della Comunità Ebraica] (SPCJ). Presentandosi come un’ “organizzazione apolitica”, essa lavora in stretta collaborazione con il CRIF, il Conseil représentatif des institutions juives de France [Consiglio Rappresentativo delle Istituzioni Ebraiche di Francia], di cui è un’emanazione1.

Nella sezione “Contributi” del rapporto annuale della CHCDH è di fatto il CRIF, e con lui il Service de protection de la communauté juive, che viene citato tra i collaboratori della società civile.

Nei dati del 2025 disponibili sul suo sito ufficiale il SPCJ registra 1.320 atti antisemiti. Esso presenta la sua metodologia in questi termini:

Sono rilevati esclusivamente i fatti che hanno dato luogo a delle denunce, a segnalazioni alla polizia o all’autorità giudiziaria, così come quelli constatati ufficialmente (flagranza/costatazione da parte di un funzionario di polizia giudiziaria o di una persona autorizzata).”

Qui è importante sottolineare che le denunce e le segnalazioni non danno necessariamente luogo a condanne o neppure ad azioni penali.

La Palestina presa di mira

Quali sono le azioni che vengono etichettate come antisemite dall’SPCJ o che incitano ad aggredire verbalmente o fisicamente gli ebrei?

Una parte del rapporto è dedicato a quella che i suoi autori chiamano la “retorica anti-israeliana” presentata come “un catalizzatore sempre fondamentale degli atti di antisemitismo.”

Circa un terzo degli intenti antisemiti rilevati (388 su 1.320) “implicano dei riferimenti espliciti alla Palestina: Gaza, ‘liberazione della Palestina’, ‘Intifada’, accuse di ‘genocidio’, slogan presi dalle manifestazioni e dalla retorica anti-israeliana radicalizzata”. Se si escludono le “45 (che) comportano anche un’apologia dello jihadismo e 74 un’apologia del nazismo, evidenziando un’accentuazione e una radicalizzazione dei toni utilizzati”, non viene fornita nessuna spiegazione riguardo al rapporto tra questi slogan propalestinesi e le manifestazioni di antisemitismo. A meno di voler considerare che l’espressione della solidarietà con la Palestina e i palestinesi riveli di fatto antisemitismo.

La stessa tendenziosità era già presente nel rapporto dello SPCJ relativo all’anno 2024, in cui si legge che “almeno 43 azioni antisemite al mese fanno riferimento alla Palestina”. Anche lì, cosa vuol dire “evocare la Palestina”? E in cosa ciò è antisemita? Queste formulazioni interrogano tanto più in quanto lo stesso rapporto evoca in questi termini il contesto che favorisce l’aumento degli atti antisemiti:

Questa atmosfera deriva in gran parte dall’iperattivismo di qualche centinaio di militanti radicali anti-israeliani (blocco di scuole e università, azioni di boicottaggio, atti e manifestazioni contro gli eventi organizzati dalle organizzazioni ebraiche, scritte e graffiti anti-israeliani, apologia del terrorismo palestinese e legittimazione delle azioni di Hamas).

Sono così messi sullo stesso piano l’apologia delle azioni di Hamas, “graffiti anti-israeliani” (affermazioni ostili all’Arabia Saudita verrebbero forse associate all’islamofobia?) e le azioni di boicottaggio, criminalizzate dalla circolare dall’ex- ministra della Giustizia Michèle Alliot-Marie nel febbraio 2010, ma di cui la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha riconosciuto la legittimità nel giugno 2020.

Una definizione tendenziosa dell’antisemitismo

Nel luglio 2025 abbiamo chiesto un parere a Magali Lafourcade, segretaria generale della CNCDH, riguardo all’interpretazione che lo SPCJ poteva fare di slogan come “Free Palestine” (Palestina libera) o “From the river to the sea, Palestine will be free” (Dal fiume al mare la Palestina sarà libera). All’epoca ci aveva raccomandato di consultare la parte “Contributi” del rapporto della commissione. Tuttavia questa non forniva ulteriori elementi di spiegazione.

Invece dalla pagina “Definizione dell’antisemitismo” sul sito dell’SPCJ risulta che l’associazione adotta per esteso quella dell’Alleanza Internazionale per la Memoria dell’Olocausto (IHRA), criticata ad esempio da Irène Khan, relatrice speciale delle Nazioni Unite per la promozione e la protezione del diritto alla libertà di opinione e d’espressione. Come la proposta di legge detta “Yadan” che la cita nel suo preambolo esplicativo, questa definizione permette, attraverso gli esempi che vi sono presentati, di associare la critica allo Stato di Israele a una forma di antisemitismo. Kenneth Stern, giurista statunitense e principale estensore del testo, ha lui stesso lamentato l’uso di certi esempi per attaccare le critiche a Israele2.

Stesso discorso da parte del CRIF, i cui dirigenti ritengono che parlare di genocidio a Gaza sia antisemita. Così per esempio in data 26 marzo 2025 si legge sul sito dell’organizzazione:

Il presidente del CRIF ha denunciato una evoluzione del discorso antisemita, in particolare attraverso l’accusa di ‘genocidio’ contro Israele. Ha paragonato questa retorica a ‘un’attualizzazione dell’accusa di popolo deicida’ evocata un tempo contro gli ebrei. ‘In entrambi i casi c’è un fondamento mitologico, cioè mendace. Gli ebrei non hanno ucciso Gesù, lo Stato di Israele non ha commesso un genocidio, qualunque sia indubbiamente la tragica situazione della popolazione civile a Gaza,’ ha dichiarato.”

La stessa logica viene applicata nei dati dell’SPCJ per il 2025, in cui la parola “genocidio” viene sistematicamente citata tra virgolette: “Riprendendo le accuse false ed estreme (‘genocidio’, ‘criminali’, ‘nazisti’), questa retorica costruisce un’immagine disumanizzata degli ebrei ed apre la strada al passaggio alle vie di fatto, che siano verbali o fisiche.

Tuttavia molteplici organizzazioni del diritto internazionale, tra cui Human Rights Watch ed Amnesty International, hanno concluso che a Gaza c’è stato effettivamente un genocidio. Il 26 gennaio 2024 è stata la Corte Internazionale di Giustizia ad affermare, in un’ordinanza, l’esistenza di un rischio plausibile di genocidio a Gaza. E la Corte Penale Internazionale, riconosciuta dalla Francia, ha imputato due dirigenti ebrei israeliani, il primo ministro Benjamin Netanyahu e l’ex-ministro della Difesa Yoav Gallant, di crimini di guerra e contro l’umanità. Tutte queste organizzazioni ricadono dunque sotto l’accusa di antisemitismo?

Peraltro, quando sono avvenuti incidenti che hanno costellato la marcia femminista dell’8 marzo 2024, è stato il servizio d’ordine dell’ SPCJ che ha garantito la protezione del collettivo pro-israeliano Nous Vivrons [Continueremo a vivere, che si dichiara sionista. Ci furono tafferugli perché SPCJ e NV cercarono di infiltrarsi nel corteo e vennero respinti, ndt.]. Questa associazione, che beneficia dell’appoggio pubblico di Caroline Yadan3, ne sostiene il progetto di legge4.

Una logica di concorrenza tra vittime

Le posizioni eminentemente politiche che rivelano le intenzioni dell’SPCJ e del CRIF e la definizione come minimo ampia di quello che entrambi considerano come antisemita pongono interrogativi sulla collocazione attribuita a questa “retorica anti-israeliana” in detti rapporti e nei loro dati .

Un altro punto ripreso nell’esposizione delle ragioni della proposta di legge detta “Yadan”: l’antisemitismo sarebbe il fatto antireligioso più importante in Francia. Il resoconto dei dati dell’SPCJ lo conferma:

La lettura degli eventi antireligiosi mette in evidenza una situazione strutturale: l’antisemitismo occupa un posto centrale. Nel 2025 gli atti antisemiti rappresentano il 53% dell’insieme degli eventi antireligiosi, mentre la popolazione ebraica in Francia costituisce una minoranza numericamente molto debole (meno dell’1%).

Problema: per stabilire una classifica ci vogliono degli elementi di confronto. Questi mancano, perché secondo l’ultimo rapporto della CNCDH per quanto riguarda gli episodi antimusulmani “nessun organismo nazionale ha presentato dei dati dopo il 2021,” cioè dopo la dissoluzione, nel 2020, del Collectif contre l’islamophobie en France [Collettivo contro l’Islamofobia in Francia] (CCIF). A parte la logica della competizione tra vittime stabilita dall’affermazione dell’SPCJ, ripresa da Caroline Yadan, è piuttosto l’esplosione dell’islamofobia che allarma la difensora dei diritti Claire Hédon. Nel suo rapporto intitolato “Le discriminazioni fondate sulla religione: osservazioni ed analisi del Difensore dei diritti” pubblicato il 4 dicembre 2024, quest’ultima nota:

L’aumento delle discriminazioni per motivi religiosi sembra osservabile indipendentemente dal tipo di religione. Esse restano tuttavia riportate decisamente più di frequente da persone che dichiarano di essere di religione musulmana o in quanto considerate come tali (il 34%) che dalle persone che si dichiarano di un’altra religione (19%), includendo la religione ebraica o anche il buddismo, o quelle di religione cristiana (di queste solo il 4% dichiara di essere stata discriminata a causa della propria religione).

Infine, nella lettura del rapporto dell’SPCJ ci si stupisce dell’assenza di un qualunque riferimento all’ascesa dell’estrema destra quando si tratta dell’aumento dei dati sull’antisemitismo. Tuttavia nel 2024 il Rassemblement national (RN) [il partito di estrema destra di Marine Le Pen, ndt.] ha eletto un numero record di deputati all’Assemblea nazionale (119), in seguito a elezioni legislative che hanno rivelato l’antisemitismo di molti dei suoi candidati che il partito ha dovuto sostituire in tutta fretta. Per la CNCDH è proprio nel suo elettorato che l’antisemitismo resta notevolmente presente. Come ha sottolineato Magali Lafourcade nell’intervista che ci ha concesso: “I livelli di ostilità verso gli ebrei sono molto alti tra le persone che votano RN e Reconquête [partito di estrema destra i cui due principali dirigenti, Éric Zemmour e Sarah Knafo, sono di origine ebraica nordafricana, ndt.]. L’antisemitismo si colloca all’estrema destra e in modo molto persistente.

Nella società francese l’antisemitismo non è solo una realtà innegabile, è anche un argomento troppo grave da essere strumentalizzato in questo modo a seconda dei progetti politici. Questi rivelano una volontà di associare la critica legittima allo Stato di Israele a una forma di antisemitismo, dopo la pulizia etnica che ha accompagnato la sua creazione fino alla guerra genocida che continua a condurre contro i palestinesi di Gaza.

Questi progetti dimostrano anche il desiderio non solo di separazione, ma di gerarchizzazione tra le diverse forme di razzismo, facendo dell’antisemitismo una sorta di matrice per pensare i razzismi, in linea con ciò che sostiene la ministra Aurore Bergé, in particolare attraverso le Assises de lutte contre l’antisémitisme [Assise della lotta contro l’antisemitismo] e con la Délégation interministérielle à la lutte contre le racisme, l’antisémitisme et la haine anti-LGBT [Delegazione interministeriale per la lotta contro il razzismo, l’antisemitismo e l’odio anti-LGBT] (Dilcrah). Peraltro la CNCDH non cessa di ricordarlo: il razzismo non è “settario”: quelli che lo accolgono provano odio nei confronti di tutte le minoranze, che siano razziali, politiche o sessuali.

1. Il 3 ottobre 1980 una bomba scoppiò davanti alla sinagoga del 24° [distretto] in via Copernic, a Parigi, facendo 4 morti e 46 feriti. Come reazione il CRIF e il Fondo Sociale Ebraico fondarono insieme il Servizio di Protezione della Comunità Ebraica per organizzare la protezione degli ebrei in Francia, in particolare attraverso strategie di autodifesa nei quartieri in cui si trovano luoghi di culto.

2. Valentine Faure, “Kenneth Stern, giurista americano: ‘La nostra definizione di antisemitismo non è stata concepita come uno strumento di controllo del diritto di espressione’”, Le Monde, 21 maggio 2024.

3. “Manifestazione con il collettivo Nous Vivrons”, sito ufficiale di Caroline Yadan, 27 marzo 2025.

4. “Intellettuali e politici si mobilitano per la legge contro l’antisemitismo”, Le Point, 31 marzo 2026.

Sarra Grira

Giornalista e caporedattrice di Orient XXI.

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)




Come banchieri, burocrati e osservatori sostengono il genocidio israeliano a Gaza

Hossam Shaker

4 aprile 2026 – Middle East Eye

Dalla guerra con i droni e la tecnologia alla finanza e al silenzio politico, il genocidio moderno opera attraverso sistemi che devono assumersi le proprie responsabilità alla pari di chi preme il grilletto

In termini relativi l’essere umano appare assente sulla scena del genocidio nella sua forma moderna, e sono visibili solo le vittime. Questa forma evoluta di genocidio nasconde i suoi autori e i suoi complici.

Agisce attraverso politiche, procedure e strumenti di guerra meccanizzata, tecnologica e digitale, compresa l’intelligenza artificiale, a differenza delle atrocità del passato, quando chi brandiva strumenti di morte e terrore appariva di persona, urlando mentre decapitava le vittime o bruciava le case.

I soldati dell’occupazione israeliana, ad esempio, hanno bombardato quartieri civili nella Striscia di Gaza a bordo di aerei da guerra e carri armati, mentre gli operatori di droni rimangono in ambienti climatizzati all’interno di basi militari distanti o si appostano nelle case palestinesi che hanno occupato.

Dietro questi ufficiali e soldati, perlopiù invisibili, si celano leader, funzionari, responsabili politici ed esecutori di procedure, nonché costruttori di armi, munizioni e software, insieme a sostenitori e propagandisti militari, politici ed economici del genocidio moderno, che spesso appaiono sotto mentite spoglie e rispettabili, indossando a volte cravatte di seta.

Uno dei compiti più complessi è identificare i complici del genocidio moderno, come quello perpetrato nella Striscia di Gaza tra il 2023 e il 2025. I ruoli appaiono stratificati e complessi, molti dei quali indiretti o non chiaramente visibili.

Tuttavia questa difficoltà non giustifica il mancato esame delle responsabilità, sia palesi che occulte.

Agire in tal senso rimane un imperativo etico per assicurare alla giustizia i responsabili di un genocidio moderno e in continua evoluzione, o per cercare di prevenirlo e scongiurarne i segnali premonitori, ove possibile.

Responsabili occulti

Un genocidio moderno funziona come un sistema che comprende una vasta gamma di responsabilità, alcune delle quali invisibili o per lo più inaspettate. Queste possono includere, ad esempio, il coinvolgimento di un centro di ricerca universitario nello sviluppo di tecnologie e software utilizzati in pratiche di genocidio e pulizia etnica.

Possono anche includere l’assegnazione di sovvenzioni provenienti da fondi sovrani o istituzioni di previdenza sociale a industrie militari che supportano l’occupazione israeliana e i crimini di guerra che essa commette.

Tali realtà possono costituire un tormento per le persone di coscienza che scoprano la propria inaspettata complicità in un sistema che perpetra atrocità, anche se non hanno personalmente premuto il pulsante che lancia un proiettile esplosivo di grandi dimensioni in grado di radere al suolo un quartiere residenziale in un campo profughi palestinese.

Claude Eatherly offre uno dei primi esempi del rimorso di coscienza che ha afflitto alcuni individui.

Il pilota dell’aeronautica statunitense giunse a riconoscere il proprio coinvolgimento in una delle più grandi atrocità dell’era moderna, avendo contribuito ai preparativi per il lancio della bomba atomica su Hiroshima.

Eatherly non sganciò la bomba personalmente. Il suo ruolo si era limitato a condurre una ricognizione aerea su Hiroshima prima del devastante attacco.

Eppure giunse a considerarsi complice della distruzione della città giapponese, e il suo senso di colpa lo perseguitò al punto da indurlo a tentare il suicidio due volte e a essere ricoverato in ospedale.

Livelli di complicità

Altri, nei Paesi occidentali che hanno sostenuto lo Stato israeliano durante il genocidio nella Striscia di Gaza, si sono dimessi pubblicamente da posizioni di prestigio in governi, ministeri, amministrazioni pubbliche e aziende informatiche, rifiutandosi di partecipare a ciò che alimentava le atrocità in corso.

Alcuni si sono spinti oltre, scegliendo percorsi ben più pesanti, decidendo di sacrificare la propria vita per fuggire ad una propria complicità. Tra questi, il giovane ufficiale dell’aeronautica statunitense Aaron Bushnell, che il 25 febbraio 2024 si presentò all’ingresso dell’ambasciata israeliana a Washington, DC, e si diede fuoco, dichiarando in diretta streaming: “Non sarò più complice del genocidio”, e gridando “Palestina libera” mentre il suo corpo bruciava.

L’ufficiale venticinquenne aveva affermato che il sostegno militare diretto degli Stati Uniti a un esercito che stava commettendo un genocidio lo rendeva complice di un crimine a cui il mondo intero poteva assistere in tempo reale. Il suo gesto volle rappresentare un segno di protesta contro tale complicità.

È necessario cercare i complici del genocidio anche in luoghi impensabili, compresi quelli in cui vivono coloro che lo sostengono in modo palese o occulto: persone che sono complici nel fornire supporto militare, logistico, politico, diplomatico, economico o propagandistico; persone che non riescono a perseguire i propri cittadini che si arruolano in un esercito responsabile di genocidio, oppure persone che traggono profitto dal sistema del genocidio in seno a grandi aziende, fabbriche e gruppi di interesse.

In un rapporto dettagliato pubblicato nel luglio 2025 Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, ha identificato oltre 60 aziende, tra cui importanti imprese statunitensi ed europee, presumibilmente coinvolte in quella che lei ha definito un'”economia del genocidio”.

L’elenco dei potenziali complici si estende ulteriormente, includendo commentatori e influencer a pagamento che tentano di minimizzare le atrocità e persuadere il pubblico con argomentazioni semplicistiche in cui forse nemmeno loro stessi credono.

Silenzio e potere

Bisogna inoltre ricordare che coloro che non intraprendono azioni adeguate in risposta ad un genocidio sono a loro volta complici nel perpetrarlo, attraverso la scelta di distogliere lo sguardo, rimanere in silenzio di fronte alle sue atrocità ed evitare di manifestare reazioni credibili.

Il loro silenzio è diventato complice nell’aprire la strada agli orrori inflitti dalla leadership israeliana al popolo palestinese nella Striscia di Gaza.

In questo contesto lo slogan “Il silenzio uccide” suona reale. Coloro che non intraprendono nemmeno una minima azione di fronte a un genocidio visibile a tutti sono come individui che ignorano un incendio che sta divorando una casa abitata nelle vicinanze, senza fare alcuno sforzo per intervenire o persino per chiamare i soccorsi, ma continuando invece a dedicarsi ai propri hobby.

È risaputo che l’Unione Europea non ha adottato alcuna misura punitiva contro Israele nel corso dei due anni di un genocidio che si è consumato incessantemente sotto gli occhi di tutti. La burocrazia del processo decisionale europeo ha vanificato i successivi tentativi di imporre anche sanzioni moderate e ha fatto deragliare le proposte di revocare i privilegi di cui Israele gode in virtù dell’accordo di associazione UE-Israele.

Nel frattempo, l’Europa ha continuato a imporre pacchetti di sanzioni di vasta portata alla Russia per la guerra in Ucraina, comprendenti migliaia di misure.

Con il prevalere dell’inazione la negazione e l’elusione si sono resi necessari per proteggere i governi europei e occidentali dall’obbligo di rispondere in modo proporzionato. In questo contesto la leadership israeliana ha maturato l’impressione di poter persistere nel commettere atrocità senza doverne rispondere.

Il genocidio contro il popolo palestinese nella Striscia di Gaza non avrebbe potuto continuare per due anni senza la complicità, diretta o indiretta, di individui ed entità.

Tra questi figurano coloro che lo hanno sostenuto, reso possibile e incoraggiato, esplicitamente o implicitamente. Vi sono coloro che hanno partecipato ad alcuni aspetti delle sue operazioni, coloro che hanno investito nelle sue industrie o tratto profitto da contratti correlati, e coloro che non hanno tentato di fermarlo o contrastarlo. Vi sono anche coloro che lo hanno semplicemente ignorato e sono rimasti in silenzio, o che hanno continuato a negarlo, evitando persino di riconoscerlo fin dal suo inizio come un genocidio.

Nessuno di loro può essere assolto dal sospetto di complicità nel terribile genocidio perpetrato in due anni in una piccola enclave costiera sul Mediterraneo, densamente popolata da rifugiati palestinesi, nel corso del XXI secolo.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Middle East Eye.

Hossam Shaker è un giornalista e scrittore che si è occupato a lungo del tema della migrazione in Europa.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Il Progetto Paraguay: il piano segreto di Israele per deportare i gazawi negli anni ‘70

Ben Reiff

26 marzo 2026 – +972 Magazine

Un nuovo podcast svela il fallito tentativo del Mossad di espellere 60.000 palestinesi dopo aver occupato la Striscia di Gaza. Quasi sessant’anni dopo i metodi e gli obiettivi di Israele rimangono in modo inquietante simili.

Il 9 settembre 1969 circa 20 palestinesi della Striscia di Gaza salirono su un aereo in un aeroporto della zona centrale di Israele credendo di essere diretti in Brasile. Tramite un’agenzia di viaggi israeliana avevano firmato un programma di lavoro all’estero con la promessa di stipendi più alti di quelli che avrebbero potuto avere a Gaza, che Israele aveva occupato due anni prima. A chi aveva una famiglia venne assicurato che le mogli e i figli avrebbero potuto raggiungerli in Brasile poco tempo dopo. Ma non fu quello che avvenne.

Quando l’aereo atterrò a Sao Paulo delle guardie armate scortarono gli uomini su un altro velivolo più piccolo che li portò ad Asunción, la capitale del Paraguay, un Paese di cui molti di loro non avevano mai sentito parlare e che all’epoca era soggetto alla dittatura di Alfredo Stroessner. Lì vennero accolti da poliziotti armati e portati in un hotel per passarvi la notte.

Disorientati e insospettiti, venne detto loro di non preoccuparsi: la mattina seguente funzionari governativi gli avrebbero rilasciato dei documenti d’identità e avrebbero provveduto al loro inserimento lavorativo. Tuttavia quando questi funzionari arrivarono attribuirono a ognuno di loro sulle carte d’identità nuove professioni in modo arbitrario, poi li fecero salire su un autobus verso remote zone rurali.

Questo fu l’ultimo contatto che i palestinesi avrebbero avuto con una qualunque autorità riguardante il programma di lavoro, perché esso non esisteva. Erano stati indotti con l’inganno dal Mossad, l’agenzia di intelligence israeliana, a salire su un volo che li avrebbe deportati come parte di un progetto segreto per esiliare in massa i palestinesi dalla Striscia di Gaza.

Abbandonati in un Paese di cui non parlavano la lingua, i nuovi arrivati si ritrovarono senza denaro, senza casa, senza lavoro, isolati e senza alcun modo per tornare a casa. E presto si resero conto che non erano gli unici, né gli ultimi, ad essere stati adescati e abbandonati in quel modo.

Per decenni la conoscenza di questa operazione segreta è rimasta confinata alle famiglie degli uomini che ne furono vittime. Ma un nuovo podcast [serie di episodi audio, interviste o narrazioni, ndt.], basato sulle testimonianze di due deportati e su prove negli archivi israeliani e paraguaiani, si prefigge di svelare una vicenda che Israele ha cercato a lungo di cancellare e spiega perché sia fallita pochi mesi dopo essere iniziata.

Dopo due anni e mezzo in cui Israele ha tentato, attraverso vari metodi, di sradicare totalmente la presenza palestinese a Gaza, gli echi di questa storia difficilmente potrebbero essere più forti.

Il racconto dei due deportati

Creata dal managing producer Maxim Saakyan e dai coproduttori Nadeen Shaker e Nada El-Kouny, la serie in quattro parti “Palestinians in Paraguay” [Palestinesi in Paraguay] di Uncovering Roots [Radici scoperte, nome del sito che ospita il podcast, ndt.] è costruita sulla ricerca di Hadeel Assali, una studiosa con un post-dottorato alla Columbia University, e John Tofik Karam, storico dell’università dell’Illinois, entrambi ospitati nei vari episodi.

Al centro ci sono le testimonianze di due uomini deportati in base a quello che è diventato noto come il Progetto Paraguay: Mahmoud Yousef, prozio di Assali (morto ad Amman nel 2021, ma i cui ricordi Assali ha registrato prima della morte) e Talal Al-Dimassi, che è ancora vivo e, sorprendentemente vive tuttora in Paraguay.

I due condividono le stesse origini. Entrambi erano nati in campi profughi in Egitto dopo che le loro famiglie furono cacciate durante la Nakba del 1948. Entrambi in seguito si sposarono a Gaza, allora sotto amministrazione egiziana, dove erano cresciuti nel campo di Al-Maghazi.

Stavano per diventare adulti quando Israele occupò la Striscia di Gaza nel 1967 e non molto tempo dopo entrambi si imbatterono nel progetto di deportazione segreto mascherato da programma di lavoro all’estero, apparentemente organizzato da un’agenzia di viaggi chiamata Patra. Yousef era attratto dalla promessa di salari elevati ricorda che gli erano stati offerti 3.000 $ al mese per un anno o due, dopodiché sarebbe tornato a Gaza. Ad Al-Dimassi, che era già stato arrestato e torturato dall’esercito israeliano a causa del suo passato coinvolgimento con gruppi della resistenza armata, venne dato un ultimatum: avrebbe potuto firmare per il programma oppure tutta la sua famiglia sarebbe stata espulsa.

Finora non si conosce il numero di palestinesi deportati in base al Programma Paraguay e le stime variano da qualche decina a varie migliaia. La domanda è dove siano andati a finire in giro per il mondo. Ma un documento scoperto da un amico di Assali nell’Archivio di Stato di Israele, il verbale della riunione di una Commissione governativa nel maggio 1969, ci racconta esattamente quanti gazawi i dirigenti israeliani intendevano espellere.

Si è ufficialmente deciso di approvare la proposta del Mossad riguardo all’emigrazione di 60.000 [persone] dai territori amministrati al Paraguay,” afferma il documento, aggiungendo che Israele avrebbe pagato al governo paraguaiano una tariffa di 33 $ a deportato, compreso un anticipo di 350.000 $ per i primi 10.000.

Oggi Gaza ospita oltre 2 milioni di persone, ma all’epoca la popolazione ne contava meno di 400.000. Il Progetto Paraguay, destinato in particolare ad attirare giovani di Gaza, intendeva dunque far sparire una grandissima percentuale di giovani maschi della Striscia eppure solo pochi voli decollarono. Allora perché il programma venne abbandonato?

Costretti a una condizione di sopravvivenza, nel giro di qualche settimana dall’arrivo molti deportati lasciarono il Paraguay attraversando a piedi i confini con i Paesi vicini: Brasile, Bolivia o Argentina. Yousef imparò rapidamente lo spagnolo e trovò lavoro vendendo prodotti tessili tra i vari Paesi, e alla fine si mise in contatto con la diaspora palestinese in Cile. Al-Dimassi si mise a vendere abiti porta a porta nelle zone rurali del Paraguay finché un giorno venne derubato sotto minaccia di un coltello. Per lui fu la goccia che fece traboccare il vaso.

Assolutamente disperati e sentendo di non avere più niente da perdere, Al-Dimassi e un altro deportato, Khaled Kassab, comprarono vecchi fucili e tornarono ad Asunción per affrontare direttamente l’ambasciatore israeliano in Paraguay, Benjamin Weiser Varon. 

Il 4 maggio 1970 arrivarono all’ambasciata e chiesero di parlare con Varon. Le guardie dell’ambasciata dissero loro che non c’era. Sospettando che non fosse vero fecero irruzione all’interno. Le guardie estrassero le armi e scoppiò uno scontro a fuoco.

Nella confusione i palestinesi videro Varon e spararono vari colpi. Uno di questi colpì l’ambasciatore alla schiena, ferendolo. Un altro uccise la sua segretaria, Edna Peer. (Sia Al-Dimassi che Kassab in seguito negarono di aver sparato i colpi; Al-Dimassi affermò che era stato Kassab, secondo cui era stato un terzo uomo che li aveva accompagnati.)

La sparatoria arrivò sulle prime pagine dei giornali in tutto il Sud America e nel resto del mondo. I primi articoli non menzionarono la deportazione degli uomini da Gaza, dipingendo invece l’incidente come un tentativo di assassinio orchestrato dall’ Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Ma quel racconto venne presto smentito.

Nel corso di un processo pubblico che durò due anni Kassab e Al-Dimassi utilizzarono l’aula di tribunale per dire al mondo quello che gli era successo, strappando il velo di segretezza da cui dipendeva il Progetto Paraguay. Di fatto con i loro proiettili posero fine dal progetto.

Il giudice paraguaiano alla fine considerò i due uomini colpevoli di omicidio e condannò entrambi a 13 anni di prigione, di cui ne scontarono otto. Secondo Al-Dimassi Israele cercò di ucciderlo varie volte in prigione (anche, afferma, con una torta avvelenata), obbligandolo ad entrare in una sorta di programma di protezione dei testimoni per circa un decennio dopo la sua liberazione. Ma non è pentito di quello che ha fatto.

Ho salvato 60.000 palestinesi che stavano per essere espulsi in Paraguay,” dice nel podcast. “Sono rimasti là, nella nostra patria.”

Emigrazione involontaria

Fin dai primi giorni del sionismo i leader del movimento hanno cercato di massimizzare la quantità di terra sotto il loro controllo riducendo nel contempo al minimo il numero di palestinesi che vi vivevano. Questo filo conduttore può essere tracciato in decenni di politica israeliana, in particolare con l’espulsione di circa 750.000 palestinesi da quello che diventò lo Stato di Israele durante la Nakba del 1948 e altri 300.000 dalla Cisgiordania e da Gaza con la Naksa del 1967.

Tuttavia la guerra del 1967 diede come risultato il fatto che Israele assorbì 1 milione di palestinesi all’interno dei suoi confini appena ampliati. Quasi subito i principali dirigenti politici del governo laburista al potere iniziarono a discutere di come liberarsi di quanti più palestinesi possibile. (“Voglio che se ne vadano tutti, anche se dovessero andare sulla luna,” avrebbe detto il primo ministro Levi Eshkol in uno di questi incontri). Ecco che entra in scena il Progetto Paraguay.

Israele non ha mai riconosciuto ufficialmente l’esistenza del progetto. Ma nel 2004 vari ex-politici con conoscenza diretta di esso vennero allo scoperto, confermando che era stata una politica del governo. “Facemmo un tentativo di incoraggiare l’emigrazione volontaria,” disse al giornale israeliano Makor Rishon Meir Amit, che aveva diretto il Mossad all’inizio dell’occupazione israeliana della Cisgiordania e di Gaza. “Il punto era di sfoltire la zona il più possibile dagli arabi.”

Per decenni le persone coinvolte sono state tenute a mantenere il segreto. Secondo Moshe Peer, il vedovo di Edna, uccisa nella sparatoria del 1970, un agente del Mossad andò a trovarlo dopo la morte di lei e gli chiese di non parlarne per 30 anni. Ma ancora oggi, dopo che sono stati resi pubblici dettagli del progetto, vige ancora una politica ufficiale di silenzio.

Un breve ricordo di Peer comparso sul sito del governo lo scorso anno per il Giorno della Memoria non menziona le circostanze della sua uccisione, attribuendola semplicemente a “terroristi palestinesi” di Gaza. E quando i produttori del podcast hanno contattato Patra, l’agenzia di viaggio che aveva agito come copertura del programma e che opera ancora a Tel Aviv, il suo amministratore delegato Reem Greiver (il cui padre, Gad, all’epoca dirigeva l’impresa) ha negato che l’agenzia abbia giocato un ruolo nell’organizzazione del trasferimento di palestinesi.

Ci sono varie possibili ragioni per mantenere questa politica del silenzio, ma uno dei più importanti è probabilmente il fatto che i tentativi israeliani di espellere i palestinesi da Gaza, sia con mezzi occulti che palesi, non sono mai cessati, come gli ultimi due anni e mezzo hanno reso palesemente evidente.

C’è voluta meno di una settimana dopo l’attacco di Hamas il 7 ottobre 2023 perché un ministro israeliano raccomandasse formalmente il trasferimento forzato e permanente dell’intera popolazione di Gaza al di là del confine, nella penisola egiziana del Sinai. Tre mesi dopo circa una decina di ministri del governo ha partecipato a una conferenza organizzata da gruppi di coloni che ospitava una enorme mappa con potenziali luoghi per nuove colonie ebraiche a Gaza.

Dirigenti di estrema destra, primi fra tutti il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich e quello della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir, hanno riproposto un eufemismo familiare per descrivere quello che dovrebbe succedere agli abitanti palestinesi della Striscia: “emigrazione volontaria”.

Questa retorica si è tradotta in strategia militare. Lungi dall’attenersi alle intenzioni ufficiali della guerra di liberare gli ostaggi e distruggere Hamas, il massacro di Israele contro Gaza si è rapidamente rivelato essere una campagna di eliminazione totale. Oltre ad uccidere circa uno ogni 30 gazawi e ferirne uno ogni 14, Israele ha danneggiato o distrutto oltre il 90% delle unità abitative della Striscia e circa il 90% delle sue infrastrutture idriche e sanitarie.

Lo scopo era la devastazione, intesa ad impedire ogni possibilità di una vita degna per i palestinesi nell’enclave. Il maggio scorso, in un incontro a porte chiuse della Knesset, Netanyahu ha detto che l’esercito stava “distruggendo sempre più case (in modo che i gazawi) non avessero dove tornare,” ottenendo come “unico ovvio risultato” l’emigrazione all’estero.

E in larga misura questa strategia ha raggiunto gli effetti sperati: a marzo 2025 più di metà dei gazawi intervistati ha affermato che se ne avesse avuta l’opportunità se ne sarebbe andata, ma Israele ha chiuso tutti i valichi.

Quando Donald Trump è tornato alla Casa Bianca all’inizio del 2025 e ha proclamato la sua intenzione di “prendere” Gaza e spostare definitivamente la sua popolazione, il governo israeliano ha lanciato (o piuttosto rilanciato) un “Ufficio per l’Emigrazione Volontaria” incaricato di pianificare deportazioni di massa. “Se spostiamo 5.000 (palestinesi) al giorno, ci vorrà un anno (per espellerli tutti),” ha osservato Smotrich in un’altra riunione della Knesset.

Il problema, come sempre, è stato trovare un posto che li accogliesse. Il rifiuto dell’Egitto di aprire la sua frontiera ai rifugiati palestinesi è stato irremovibile, nel timore di diventare complice di un atto di pulizia etnica di massa. Politici israeliani e statunitensi hanno passato mesi a cercare in giro per il mondo un Paese che volesse, al giusto prezzo, assorbire centinaia di migliaia di deportati da Gaza, ma nessuno si è detto disponibile.

Di conseguenza Israele è stato obbligato a ripartire da zero. Beh, non proprio.

Chiusura del cerchio

Lo scorso novembre un aereo con a bordo 153 palestinesi di Gaza è partito dall’aeroporto di Ramon, nel sud di Israele, ed è atterrato a Johannesburg, in Sudafrica, via Nairobi, Kenya. Non si è trattato di un volo ordinario: i passeggeri non sapevano quale fosse la loro destinazione e, secondo l’ambasciata palestinese in Sudafrica, l’aereo è arrivato senza preavviso né coordinamento.

A causa dell’assenza di timbri di partenza sui passaporti dei passeggeri, così come del fatto che non avevano prenotato biglietti di ritorno né una sistemazione, le autorità di frontiera sudafricane gli hanno impedito di sbarcare dall’aereo per circa 12 ore dopo l’atterraggio. Infine hanno consentito loro di scendere dall’aereo “per ragioni umanitarie” e un’associazione benefica locale è intervenuta per fornire una sistemazione temporanea.

I passeggeri hanno detto ai media che il loro viaggio era stato organizzato da un’associazione chiamata Al-Majd Europe, che gli ha chiesto da 1.000 a 3.000 $ a testa con la promessa, attraverso una pubblicità in rete, di sicurezza e cure mediche all’estero. Qualche giorno dopo un’inchiesta di Haaretz ha ricondotto Al-Majd a un uomo d’affari israelo-estone e ha rivelato che le sue operazioni erano state autorizzate dall’Ufficio per l’Emigrazione Volontaria del governo israeliano.

La stessa inchiesta ha scoperto che il volo del 13 novembre a Johannesburg era il terzo del genere organizzato da Al-Majd: il primo, lo scorso maggio, ha portato 57 gazawi in Indonesia e Malaysia via Budapest, e il secondo, alla fine di ottobre, ne ha portati 150 a Johannesburg via Nairobi, lo stesso viaggio di quello contrastato di novembre, ma che non ha suscitato gli stessi sospetti o pubblicità.

Non è tutto. Secondo un’altra inchiesta pubblicata all’inizio di questo mese da AP [Associated Press, agenzia di notizie statunitense, ndt.] Al-Majd di fatto funge da copertura per la nota organizzazione israeliana di estrema destra Ad Kan, che lo scorso anno ha pagato una pubblicità sugli autobus israeliani su cui si leggeva “Vittoria = Emigrazione volontaria”, e “Questo autobus potrebbe essere pieno di gazawi. Ascoltate Trump, fateli uscire!”

Nonostante queste rivelazioni Al-Majd sta ancora attivamente reclutando gazawi per voli di deportazione, sfruttando la disperazione di quanti hanno perso tutto in conseguenza del massacro genocida di Israele. In un post su X del 5 marzo l’organizzazione ha affermato di aver “evacuato” un totale di 1.021 palestinesi verso altri Paesi, tra cui Canada e Australia, anche se i dettagli di queste operazioni rimangono avvolti nel mistero.

Ovviamente con circa 2 milioni di palestinesi che rimangono a Gaza il tentativo israeliano di “assottigliare” la popolazione, almeno per gli standard di quanti se ne occupano, è stato un sonoro fallimento. Eppure la permanenza di tali comportamenti, con l’utilizzo di metodi così simili al Progetto Paraguay di quasi sessant’anni fa, rivela la straordinaria persistenza della pretesa israeliana di espellere il popolo palestinese dalla sua terra, che sia sotto la direzione della sinistra sionista o della destra kahanista [ i seguaci del rabbino razzista e suprematista Meir Kahane, ndt.].

Nel contempo il fatto che dopo tutti questi anni Israele stia ancora tentando e non riesca ad espellere in massa i gazawi dovrebbe semmai evidenziare l’inutilità di questo progetto. Anche dopo una campagna militare di due anni intesa a rendere totalmente inabitabile la Striscia, i palestinesi rimangono determinati a ricostruire le proprie vite dalle macerie e dalla polvere.

Israele non ha mai consentito ad Al-Dimassi di tornare a Gaza, ma Gaza torna ancora nei suoi sogni. Nell’episodio finale del podcast racconta che in uno di questi “mi sono ritrovato su una montagna a Gaza. A sinistra vedo animali che pascolano. A destra sventola la bandiera palestinese. Vedo contemporaneamente la luna e il sole. Ho cercato di capire cosa significhi il mio sogno e vuol dire che Gaza tornerà. Un giorno ci sarà la pace.”

Ben Reiff è vice direttore di +972 Magazine e vive a Londra. Ha scritto per The Guardian, The Nation, New Statesman, Prospect e Haaretz ed è intervenuto su Punto d’Ascolto di Al Jazeera e sulla radio britannica LBC. È anche membro fondatore del collettivo editoriale Vashti Media [rivista britannica in rete che offre punti di vista ebraici e si rivolge alla sinistra britannica, ndt.].

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Ex primo ministro israeliano chiede alla Corte Penale Internazionale di fermare i “terroristi ebrei” in Cisgiordania dopo il blocco dei procedimenti giudiziari.

Emma Graham-Harrison – Gerusalemme

Mercoledì 25 marzo 2026 – The Guardian

Da un’analisi del Guardian sulla violenza dei coloni emerge che dal 2020 nessun israeliano è stato perseguito penalmente per l’uccisione di civili palestinesi, mentre ex capi dell’esercito, della polizia e dei servizi segreti parlano di «terrorismo ebraico organizzato».

Secondo un’analisi condotta dal Guardian su dati giuridici e documenti pubblici, dall’inizio di questo decennio Israele non ha perseguito penalmente i propri cittadini per l’uccisione di civili palestinesi nella Cisgiordania occupata, favorendo così l’impunità nei confronti di una campagna di violenza.

Gli attacchi hanno spinto l’ex primo ministro Ehud Olmert a chiedere l’intervento della Corte Penale Internazionale (CPI) per “salvare i palestinesi e noi [israeliani]” dalla violenza dei coloni appoggiata dallo Stato, perpetrata con la complicità e talvolta la partecipazione della polizia e dell’esercito.

“Ho deciso non solo di non rimanere in silenzio, ma di richiamare l’attenzione della CPI dell’Aia affinché adotti misure coercitive ed emetta mandati di arresto”, ha dichiarato Olmert in una dichiarazione scritta inviata al Guardian.

Decine di ex comandanti della sicurezza israeliana hanno chiesto un intervento urgente per fermare gli attacchi “quasi quotidiani” contro i palestinesi. In una lettera pubblica indirizzata all’attuale capo delle forze armate del Paese hanno avvertito che la mancata lotta al “terrorismo ebraico” rappresenta una minaccia esistenziale.

Questo mese i coloni israeliani e la polizia hanno ucciso 10 civili palestinesi nella Cisgiordania occupata, tra cui due fratelli di cinque e sette anni e i loro genitori, tutti colpiti alla testa mentre la famiglia tornava a casa dopo aver fatto la spesa per il Ramadan.

“Non stiamo più parlando di una manciata di teppisti che infrangono la legge. Si tratta di attività organizzate, a volte col coinvolgimento di individui in uniforme, che sparano contro persone innocenti e incendiano proprietà e case di civili”, si legge nella lettera.

Tra i firmatari della lettera, che non è stata preventivamente annunciata, figurano due ex capi delle forze armate israeliane – uno dei quali ha anche ricoperto la carica di ministro della Difesa – cinque capi dei servizi segreti Mossad e Shin Bet e quattro ex commissari di polizia.

Nel loro appello a far rispettare la legge attribuiscono i successi militari del passato alla «forza morale» delle forze armate israeliane e affermano che essa è fondamentale per le vittorie future. «Senza di essa non abbiamo alcun diritto di esistere», affermano.

Secondo i dati dell’ONU dal 2020 i soldati e i coloni israeliani hanno ucciso almeno 1.100 civili palestinesi nella Cisgiordania occupata, almeno un quarto dei quali minorenni. Nessuno è stato incriminato per queste morti.

Secondo i dati ufficiali e quelli forniti dall’organizzazione [israeliana] per i diritti civili Yesh Din l’ultimo attacco mortale compiuto dalle forze di sicurezza israeliane nella Cisgiordania occupata che ha portato a un rinvio a giudizio risale al 2019. L’ultimo omicidio commesso da un civile israeliano che ha portato a un’incriminazione risale al 2018. Questa settimana un tribunale israeliano ha stabilito che l’imputato aveva lanciato il sasso che ha colpito Aisha Rabi [morta nel 2018 in seguito alla rottura del parabrezza della sua auto, ndt.].

Le forze di sicurezza israeliane sono responsabili della maggior parte delle vittime palestinesi nella Cisgiordania occupata, ma gli atti di violenza perpetrati da civili israeliani si sono intensificati dopo gli attacchi guidati da Hamas del 7 ottobre 2023, quando Israele ha scatenato una guerra a Gaza che, secondo una commissione delle Nazioni Unite, organizzazioni per i diritti umani e studiosi di genocidio, è da considerarsi tale.

Omicidi, incendi dolosi, furti e altri crimini commessi da coloni israeliani, inclusi episodi ripresi dalle telecamere e sospette aggressioni sessuali, sono rimasti quasi del tutto impuniti.

Secondo quanto riportato da Yesh Din tra il 2020 e il 2025 oltre il 96% delle indagini di polizia sulla violenza dei coloni nella Cisgiordania occupata si è concluso senza un’incriminazione. Su 368 casi solo otto, ovvero il 2% del totale, si sono conclusi con condanne totali o parziali.

Olmert chiede procedimenti giudiziari internazionali contro i coloni violenti che sono “aiutati, sostenuti e ispirati dagli ambienti governativi” nella loro campagna di pulizia etnica. I pogrom nei villaggi palestinesi ricordano quelli “un tempo diretti contro gli ebrei in Europa”, afferma.

“Se le forze dell’ordine israeliane non adempiranno al loro dovere, forse le autorità legali internazionali faranno ciò che è necessario per salvare i palestinesi e noi dagli atti criminali commessi da terroristi ebrei proprio sotto i nostri occhi”.

La popolazione di coloni israeliani nella Cisgiordania occupata è aumentata costantemente per diversi decenni, anche quando Olmert e l’élite della sicurezza che ora si esprime contro la violenza ricoprivano posizioni di comando o erano al potere.

“I palestinesi potrebbero accogliere con favore queste critiche israeliane, ma non hanno dimenticato che molti di questi ex funzionari hanno facilitato l’espansione delle colonie e, con essa, la violenza dei coloni e dei militari”, ha dichiarato Amjad Iraqi, analista senior di Israele/Palestina presso l’International Crisis Group [ONG internazionale che conduce ricerche e analisi sulle crisi globali, ndt.].

«Questi critici israeliani danno spesso l’impressione che la violenza dei coloni possa essere contenuta semplicemente destituendo l’attuale governo di estrema destra. Ciò avrebbe certamente un effetto, ma non tiene conto del fatto che gli insediamenti coloniali sono un progetto dello Stato che è stato plasmato e guidato da tutte le forze politiche.»

Molti israeliani cercano inoltre di tracciare una distinzione tra gli attacchi dei coloni e luso della forza da parte della polizia e dellesercito israeliani. Olmert ha chiesto lintervento della Corte Penale Internazionale solo per quanto riguarda la violenza perpetrata da civili, pur ammettendo che vi sono stati «troppi» episodi in cui israeliani in divisa hanno ucciso civili palestinesi.

Dal 2020 al 2024, l’ultimo anno per il quale sono disponibili dati, le forze di sicurezza israeliane sono state meno soggette dei coloni a essere incriminate per aver causato danni ai palestinesi.

Secondo Yesh Din i palestinesi hanno presentato 1.746 denunce per danni causati in quel periodo dai soldati israeliani nella Cisgiordania occupata, di cui oltre 600 per omicidio. Meno dell’1% delle denunce ha dato adito ad un’incriminazione.

«I sistemi di applicazione della legge israeliani, sia civili che militari, funzionano meno come meccanismi di giustizia e più come scudi per i responsabili», ha affermato Ziv Stahl, direttore di Yesh Din. «Portano ripetutamente a indagini interrotte e casi archiviati, privilegiando di fatto limmunità rispetto all’applicazione delle leggi».

Per anni il sistema giudiziario ha considerato i casi giunti in tribunale come un’arma fondamentale a difesa di Israele dinanzi ai tribunali internazionali. Quando un solido sistema giuridico nazionale persegue i reati è meno probabile che i tribunali internazionali esercitino la propria giurisdizione.

«Il sistema è programmato per favorire l’impunità, non la responsabilità», ha affermato Michael Sfard, avvocato israeliano specializzato in diritti umani. «Ma era abbastanza intelligente da prevedere anche casi molto rari nei quali i responsabili venivano chiamati a rispondere delle proprie azioni, che potevano essere citati come esempi di come funzionasse l’applicazione della legge».

Tuttavia negli ultimi anni giudici e pubblici ministeri hanno subito forti pressioni attraverso false accuse secondo cui questi casi facevano parte di un sistema sfavorevole agli imputati israeliani, e i procedimenti penali per violenze contro i palestinesi si sono in gran parte interrotti.

«Ciò ha un costo troppo alto [per il sistema giudiziario israeliano]», afferma Sfard. «A livello internazionale non stiamo pagando alcun prezzo a causa dell’impunità, mentre a livello interno loro stanno pagando un prezzo per questa parvenza di responsabilità, comunque falsa»

A febbraio due ex ministri della Giustizia del partito Likud del primo ministro Benjamin Netanyahu hanno firmato una lettera in cui accusavano l’attuale governo israeliano di consentire la «pulizia etnica attiva e orribile» dei palestinesi nella Cisgiordania occupata.

«La responsabilità giuridica e morale definitiva di porre fine a questa campagna di terrore ricade sul governo israeliano. Ebbene, esso non lo sta facendo», si legge nella lettera, di cui la stampa internazionale non ha ancora dato notizia.

È stata firmata da oltre 20 personalità di spicco del mondo giuridico, tra cui Dan Meridor e Meir Sheetrit, entrambi ex ministri della giustizia del Likud.

«Chiunque contribuisca a questi [attacchi dei coloni], con azioni o omissioni, ne è responsabile, compresi i soldati e soprattutto i comandanti delle forze regolari e della riserva. Gli ordini di eseguire o consentire questi attacchi sono chiaramente illegali».

Anche il capo delle forze armate israeliane, Eyal Zamir, la scorsa settimana ha chiesto che si intervenga contro la violenza dei coloni, esortando «tutte le autorità del Paese ad agire contro questo fenomeno e a fermarlo prima che sia troppo tardi». Le forze armate israeliane esercitano il controllo sui territori occupati.

Al di fuori della Cisgiordania occupata, dal 2020 ci sono state due incriminazioni di membri delle forze di sicurezza israeliane per l’uccisione di civili palestinesi.

Un agente della polizia di frontiera israeliana che sparò a un uomo autistico a Gerusalemme Est nel 2021 è stato assolto due anni dopo dall’accusa di “omicidio colposo”. Nel 2023 un tenente è stato incriminato per la morte del contadino Hasan Sami Al-Borno, ucciso nel 2021 dal fuoco di un carro armato israeliano a Gaza. Non è stato processato.

La polizia israeliana non ha risposto alle richieste di commento sulle mancate indagini o il fatto di non aver impedito la violenza dei coloni.

Quique Kierszenbaum ha contribuito alla stesura dell’articolo

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Come la maggioranza silenziosa di Israele sta lasciando che i palestinesi della Cisgiordania vengano cacciati via

Amira Haas

10 marzo 2026 Haaretz

“Abitanti di Beita, vi consigliamo di iniziare a fare i bagagli”, commentava lunedì l’amministratore del gruppo WhatsApp in lingua ebraica “News of the Hills” [in riferimento a Hilltop Youth, i giovani delle colline, giovani coloni estremisti haredi che hanno stabilito avamposti senza base legale israeliana e operano gravi violenze contro i palestinesi. Ndt.], dopo aver spiegato che “Beita è solo un esempio di ciò che accade quando gli ebrei decidono… di comportarsi come i proprietari terrieri”. Come al solito, ha invocato Dio, concludendo il suo sermone con “C’è una sola soluzione: il trasferimento. Accadrà presto, se Dio vuole”.

L’amministratore ha poi postato il seguente consiglio meno di un giorno dopo che gli ebrei israeliani avevano preso d’assalto il villaggio di Khirbet Abu Falah e ucciso a colpi d’arma da fuoco due dei suoi residenti: “A tutti i piccoli terroristi di Abu Falah… la migliore raccomandazione che riceverete è semplicemente quella di fuggire. Trasferitevi in ​​Turchia, Dubai o in Francia… Non avete futuro qui. Le colline vi sconfiggeranno”. In quasi tutti i casi noti gli aggressori ebrei ribadiscono alle vittime palestinesi la raccomandazione di fuggire in un altro Paese.

E così, in pieno giorno, sotto le telecamere di sorveglianza delle Forze di Difesa Israeliane e del servizio di sicurezza Shin Bet e nei video degli aggrediti trasmessi in diretta streaming, le squadre terroristiche ebraiche continuano instancabilmente a sparare contro i palestinesi, a distruggere boschi e condutture dell’acqua, a violare i campi e a picchiare e tormentare donne e anziani, giovani e persino bestiame, a picchiare quasi a morte gli attivisti che praticano presenza protettiva e poi a vantarsi apertamente che l’obiettivo è espellere i palestinesi dalla loro patria.

C’è una spiegazione logica del perché possano continuare a scatenarsi e a vantarsi della loro furia.

La ragione è duplice. Il primo punto è che la loro “soluzione” di espulsione si sposa a meraviglia con i piani ufficiali oggi non più celati e con le linee politiche segrete attuate in passato. Inoltre la loro visione da incubo risponde alle speranze, ai desideri e ai lunghi anni di lavaggio etnocentrico del cervello di troppi ebrei israeliani.

Il secondo punto è che alla maggior parte dei membri della società ebraica israeliana non importerebbe se i palestinesi scomparissero completamente da questa terra, e non solo dietro recinzioni di filo spinato, muri di separazione, la Route 6 e i ristoranti di Wadi Ara.

Il primo punto afferma che dietro ogni adolescente trasandato o cowboy, con tzitzit [le frangie attaccate ai quattro angoli della camicia bianca tallit gadol, ndt.] e pistola, c’è una lunga fila di avvocati e pianificatori ben vestiti, laureati nelle migliori università, ministri e impiegati del Fondo Nazionale Ebraico, comandanti militari e dirigenti e ispettori dell’Amministrazione Civile.

Quelli che per anni hanno fatto finta che la “sicurezza” fosse l’unica ragione per dichiarare zone di tiro e divieti di coltivazione della terra. Quelli che, per mano delle forze dell’ordine, hanno ordinato la distruzione delle cisterne d’acqua e proibito alle comunità palestinesi di allacciarsi all’acqua e all’elettricità. Quelli che hanno redatto e stanno redigendo leggi e ordinanze che stabiliscono, in un linguaggio militaresco o in un magniloquente gergo legale, che i terreni pubblici saranno assegnati solo agli ebrei.

Sono loro che hanno progettato e autorizzato muri di separazione e autostrade per divorare quanti più terreni agricoli e futuri lotti edificabili palestinesi possibile – su entrambi i lati della Linea Verde, nel Negev e in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est. Il sacro terrorismo ebraico, che raggiunge ogni giorno nuove vette, non fa che accelerare notevolmente la violenza burocratica e l’espropriazione che lo Stato persegue da decenni.

Le colline hanno già vinto, anche se la soluzione finale che stanno profilando non si materializza. Stanno vincendo in virtù del fatto che solo la violenza che provoca feriti gravi o morte varca la soglia della cronaca. Stanno vincendo semplicemente perché l’opposizione sionista non ha inviato le sue migliaia di sostenitori con esperienza di combattimento a proteggere le comunità palestinesi. Le colline stanno vincendo perché i partiti di opposizione non arabi chiariscono con il loro silenzio che ciò che stanno facendo i pogromisti non li disturba. Le colline stanno vincendo perché le comunità ebraiche all’estero continuano a sostenere Israele, il che incoraggia il terrorismo ebraico a conquistare più territorio, così da poter accogliere più immigrati in cerca di una casa per le vacanze invernali.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Rubio conferma l’eresia: gli USA sono entrati in guerra contro l’Iran a causa di Israele

Philip Weiss

3 marzo 2026 – Mondoweiss

L’eresia nella teoria di Walt e Mearsheimer riguardo alla lobby israeliana era l’affermazione secondo cui Israele e i suoi sostenitori hanno spinto gli USA in guerra. Ora Marco Rubio l’ha confermata quando ha ammesso che Trump è entrato in guerra contro l’Iran a causa di Israele.

La più grande eresia del libro di Stephen Walt and John Mearsheimer del 2006 sulla lobby israeliana (pubblicata dalla London Review of Books [in Italia da Mondadori nel 2007, ndt.] perché gli editori americani lo avevano rifiutato) era stata l’affermazione che la lobby avesse fatto pressione sull’amministrazione di George Bush per la disastrosa guerra in Iraq. I media l’avevano definita una teoria cospirazionista antisemita. Paul Wolfowitz sostenne che neoconservatore fosse un eufemismo per ebreo.

Anche la sinistra respinse quell’ipotesi, affermando che quella in Iraq era una guerra imperialista per le risorse e che il cane muove la coda, non il contrario.

Ma era molti anni fa, e le prove dell’influenza di Israele sulla politica estera USA non hanno fatto che aumentare. Obama cancellò la politica che aveva baldanzosamente esposto al Cairo, cioè il blocco alla colonizzazione [dei territori palestinesi occupati, ndt.], perché alla vigilia della sua candidatura per la sua rielezione nel 2012 i gruppi filo-israeliani avevano praticamente un accesso illimitato alla Casa Bianca. Biden ha autorizzato il genocidio a Gaza evidentemente preoccupato nei confronti dei donatori miliardari filo-israeliani (secondo Washington Post e Responsible Statecraft [rivista del centro di studi politici USA Quincy Institute, ndt.]). Poi ieri Marco Rubio ha detto ad alta voce l’eresia.

Facendo delle considerazioni intese a porre fine alla “confusione” sulle ragioni statunitensi della illegale (e orripilante) guerra contro l’Iran che Trump ha scatenato sabato, il segretario di Stato ha posto la domanda “Perché ora?” e poi ha risposto affermando che Israele stava per attaccare l’Iran.

“Sapevamo che stava per esserci un’azione israeliana. Sapevamo che avrebbe scatenato un attacco contro forze americane. E sapevamo che se non li avessimo aggrediti preventivamente, prima che lanciassero quegli attacchi, avremmo subito un numero maggiore di vittime,” ha affermato.

Quindi, secondo Rubio, la coda ha mosso il cane.

Anche se Rubio le ha sparate a vanvera, o si è espresso male, come sempre ci dicono i politici il giorno dopo, la sua è stata una confessione scioccante all’interno del gruppo dirigente. La scorsa notte sulla CNN il senatore Mark Warner ha ripetuto di essere un “deciso” sostenitore di Israele, ma di non volere che gli USA “esternalizzino le nostre decisioni di politica estera a un governo straniero.” Il parlamentare Warren Davidson, un repubblicano dell’Ohio, ha sostenuto che Rubio ha dato una risposta “pessima” e “molto deludente” (che secondo lui rievocava l’influenza dei neoconservatori guerrafondai).

Il New York Times farà del suo meglio per ignorare la confessione di Rubio, ma essa sta galvanizzando le forze contrarie alla guerra. “E mentre non siamo più una Nazione divisa tra sinistra e destra, ora siamo una Nazione divisa tra quelli che vogliono combattere guerre per Israele e quelli che vogliono solo la pace e poter pagare le bollette e l’assicurazione sanitaria,” ha scritto su X Marjorie Taylor Greene, ex-parlamentare della Georgia.

La confessione di Rubio ha giustificato la critica di lunga data dei Realisti, insieme alla sinistra, secondo cui l’influenza israeliana sta distorcendo la politica statunitense, distruggendo l’immagine americana all’estero, per non parlare del fatto che sta terrorizzando milioni di persone, da Gaza a Teheran a Beirut, e uccidendo molti di loro in palese violazione delle leggi internazionali.

Quella critica non è più un’eresia, è l’analisi più plausibile delle azioni USA in Medio Oriente. Ecco alcuni degli episodi che confermano questa critica:

  • La scorsa estate, benché gli USA avessero in corso negoziati con l’Iran sul suo programma nucleare, Israele ha iniziato una guerra di 12 giorni contro l’Iran con un attacco a sorpresa, non provocato da alcuna minaccia imminente. Gli USA si sono uniti alla guerra di Israele. Quell’attacco ha sollevato domande su chi stesse prendendo le decisioni.

  • Un’analisi del partito Democratico sulla fallimentare campagna di Harris nel 2024 avrebbe concluso che Harris abbia perso un appoggio “significativo” nelle elezioni a causa del suo rifiuto di opporsi al genocidio a Gaza. Alcuni a sinistra stanno chiedendo che il rapporto venga reso pubblico. James Zogby [fondatore e presidente dell’Arab American Institute di Washington, ndt.] sostiene che dai sondaggi risulta chiaro che gli elettori “ne hanno abbastanza dell’appoggio cieco alle politiche israeliane. Questo è un fatto.”

  • Nel 2018 Trump distrusse l’accordo di Obama con l’Iran e spostò l’ambasciata [USA] a Gerusalemme in buona misura perché il suo principale donatore, il defunto Sheldon Adelson, che era molto legato a Israele, voleva che lo facesse. Come sostenne Trump a proposito della competizione per avere il denaro di Adelson nel 2016, “Sheldon Adelson sta pensando di dare un grande finanziamento a Rubio perché pensa di poterlo plasmare come il suo pupazzetto perfetto.” Alla fine è risultato che il pupazzo è Trump.

  • Barack Obama condusse una campagna per la firma del suo successo in politica estera, l’accordo con l’Iran del 2015, sfidando l’influenza israeliana. “Quando il governo israeliano si oppone a qualcosa la gente negli Stati Uniti ne prende nota,” disse Obama in un importante discorso, ma sarebbe stata “una negazione del mio dovere costituzionale” se si fosse schierato con Israele. Chuck Schumer si oppose ad Obama sull’accordo, votando contro, disse in seguito, a causa “della minaccia iraniana contro Israele”. Poi Shumer ottenne la più alta carica nel partito Democratico, un’indicazione su quale voce conti a Washington.

  • Il collaboratore di Obama Ben Rhodes ha affermato che nel periodo precedente alle elezioni del 2012 da 10 a 20 dei “soliti sospetti della comunità ebraica organizzata statunitense” avevano accesso praticamente illimitato alla Casa Bianca, per garantire che Obama non avrebbe fatto niente per bloccare l’espansione coloniale di Israele [nei territori palestinesi occupati, ndt.]. Rhodes ha detto che quando Obama irritò Netanyahu affermando che i confini del ’67 erano le basi per i colloqui di pace e allora Netanyahu rimproverò il presidente alla Casa Bianca, Rhodes dovette telefonare “a una lista di importanti donatori ebrei… per rassicurarli delle credenziali filoisraeliane di Obama.”

  • Nel 2002, nell’imminenza della guerra contro l’Iraq, un ex-consigliere di Bush in politica estera disse a un pubblico dell’università della Virginia che il “reale” e “non dichiarato pericolo” dall’Iraq non riguardava gli Stati Uniti, ma le “minacce contro Israele”. Il governo americano, aggiunse Philip Zelikow, “non vuole appoggiarsi troppo su questo nel suo discorso perché non è una faccenda facile da accettare.”

  • Secondo Osama bin Laden gli attacchi dell’11 settembre vennero in parte indotti dall’appoggio statunitense a favore di Israele. Questa ragione venne continuamente eliminata dalle analisi retrospettive americane ufficiali e dagli articoli dei media.

Spero che l’orribile guerra che Trump ha scatenato unirà l’opposizione politica contro l’influenza di Israele sulla nostra politica estera.

I sondaggi dicono che alla luce del genocidio a Gaza l’opinione pubblica USA su Israele sta drasticamente cambiando. Secondo Vox “nuovi dati dei sondaggi Gallup rivelano che il 41% degli americani afferma che le sue simpatie vanno più ai palestinesi rispetto al 36% a favore degli israeliani,”. Si tratta di un’inversione totale dei numeri dello scorso anno (il 46% per Israele e il 33% per i palestinesi).

Il rifiuto dell’opinione pubblica nei confronti di Israele come un qualche tipo di modello dovrebbe suscitare delle domande nei media che promuovono le illusioni israeliane di conquista militare per trasformare il Medio Oriente. Ronen Bergman [giornalista investigativo israeliano, ndt.], un campione delle politiche israeliane di assassinio di chiunque non piaccia, ha uno spazio fisso sul New York Times e sulla CNN. Oggi Yaacov Katz, ex-caporedattore del Jerusalem Post [quotidiano israeliano in lingua inglese, ndt.], è apparso sulla BBC per descrivere il massacro della dirigenza politica e militare iraniana come “magnifico”. Sulla CNN Dana Bash [conduttrice televisiva statunitense, ndt.] ha consentito a un guerrafondaio israeliano, il presidente “progressista” Isaac Herzog, di descrivere Israele come una “Nazione che ama la pace” e di dire che questa guerra inaugurerà una nuova era. Sì, quante volte lo abbiamo sentito dire?

Il discorso dominante negli Stati Uniti deve riflettere sulle critiche di sinistra e realiste che sono state emarginate ma riflettono accuratamente sul ruolo di Israele nel mondo, in particolare sulle sue responsabilità verso i “difficili vicini” di cui i suoi dirigenti si lamentano continuamente.

Cosa ancora più importante, questo discorso deve includere una discussione onesta su una fonte di instabilità in Medio Oriente: la persecuzione israeliana contro i palestinesi, attraverso politiche attive di pulizia etnica… apartheid… occupazione… tutto in nome dell’etnocrazia ebraica.

Questi valori sono antitetici rispetto a quelli americani. O dovrebbero esserlo.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)