La raccomandazione di un ministero del governo israeliano: espellere tutti i palestinesi da Gaza

Yuval Abraham

30 ottobre 2023 – +972 Magazine

Un documento del ministero israeliano dell’Intelligence reso pubblico da Local Call e +972 mostra come l’idea di un trasferimento della popolazione nel Sinai stia raggiungendo il dibattito a livello ufficiale.

Secondo un documento ufficiale rivelato integralmente per la prima volta ieri da Local Call, sito partner di +972, il ministero israeliano dell’Intelligence propone il trasferimento forzato e permanente nella penisola del Sinai, Egitto, dei 2,2 milioni di palestinesi che abitano nella Striscia di Gaza

Il documento di 10 pagine datato 13 ottobre 2023 reca il logo del ministero dell’Intelligence, un piccolo organismo governativo che sforna ricerche politiche e condivide le sue proposte con agenzie di intelligence, esercito e altri ministeri. Esso valuta tre alternative riguardanti il futuro dei palestinesi della Striscia nel quadro della guerra in corso e raccomanda un trasferimento totale della popolazione quale linea d’azione da privilegiare. Sollecita anche Israele a coinvolgere a sostegno dell’impresa la comunità internazionale. Il documento, la cui autenticità è stata confermata dal ministero, è stato tradotto in inglese e si trova integralmente sul sito di +972.

L’esistenza del documento non indica necessariamente che le sue raccomandazioni verranno prese in considerazione dalle istituzioni militari di Israele. Nonostante il suo nome, il ministero dell’Intelligence non è direttamente responsabile di nessun ente di intelligence, ma piuttosto prepara in modo indipendente studi e documenti programmatici che sono sottoposti all’esame di organismi governativi e di sicurezza israeliani, senza essere vincolanti. Il suo budget annuale è di 25 milioni di shekel (circa 5 milioni di euro) e la sua influenza è considerata relativamente limitata. È attualmente guidato da Gila Gamliel del Likud, il partito del primo ministro Benjamin Netanyahu.

Comunque il fatto che un ministero del governo israeliano abbia preparato una proposta così dettagliata nel corso di un’offensiva militare su larga scala contro Gaza, in seguito all’assalto mortale di Hamas e ai massacri nelle comunità nel sud di Israele il 7 ottobre, riflette come l’idea di un trasferimento forzato di popolazione abbia raggiunto il livello del dibattito politico ufficiale. Timori di un piano simile, che costituirebbe un grave crimine di guerra ai sensi del diritto internazionale, sono cresciuti nelle ultime settimane, specialmente dopo che l’esercito israeliano ha ordinato a circa 1 milione di palestinesi di evacuare la parte settentrionale della Striscia in previsione dell’escalation di bombardamenti e crescenti incursioni di terra.

Il documento raccomanda ad Israele di agire per “evacuare la popolazione civile nel Sinai” durante la guerra, di erigere tendopoli temporanee e in seguito città più permanenti nel Sinai settentrionale che assorbiranno la popolazione espulsa e poi creare “una zona cuscinetto di parecchi chilometri… in Egitto e [di impedire] il ritorno della popolazione ad attività/residenza vicino al confine con Israele.” Allo stesso tempo i vari governi nel mondo, capeggiati dagli Stati Uniti, devono essere mobilitati per realizzare lo spostamento.

Una fonte del ministero dell’Intelligence ha confermato a Local Call/+972 che il documento è autentico, che era stato distribuito ai settori della difesa da parte della divisione per le politiche del ministero e che “non sarebbe dovuto arrivare ai media.”

Chiarite che non c’è speranza di ritornare’

Il documento raccomanda inequivocabilmente ed esplicitamente il trasferimento di civili palestinesi da Gaza come risultato auspicato della guerra. L’esistenza del piano è stata per la prima volta riportata la scorsa settimana dal quotidiano di affari israeliano Calcalist e il testo completo del documento vi è pubblicato e tradotto.

Il piano di trasferimento consta di parecchi stadi. Nel primo stadio l’azione deve essere condotta in modo tale che la popolazione di Gaza “evacui verso sud,” mentre gli attacchi aerei si concentrano nella parte settentrionale della Striscia. Il secondo comincerà un’incursione via terra che porterà all’occupazione di tutta la Striscia da nord a sud, e la “pulizia dei bunker sotterranei dei combattenti di Hamas.”

Contemporaneamente alla rioccupazione di Gaza i civili palestinesi saranno spostati in territorio egiziano senza possibilità di ritorno. “È importante lasciare aperte le strade per raggiungere il sud e permettere l’evacuazione della popolazione civile verso Rafah,” afferma il documento.

Secondo un funzionario del ministero dell’Intelligence, dietro a tali raccomandazioni ci sarebbe il personale del ministero. La fonte sottolinea che la ricerca del ministero “non si fonda sull’intelligence militare” e serve solo come base per discussioni all’interno del governo.

Il documento propone di promuovere una campagna rivolta ai civili palestinesi a Gaza che “li motiverà ad accettare questo piano” e li porterà a rinunciare alla propria terra. “I messaggi dovrebbero essere incentrati sulla perdita di terra, chiarendo che non ci sarà speranza di ritornare nei territori che Israele presto occuperà, che questo sia vero o meno. Il messaggio deve essere: ‘Allah ha voluto che perdeste questa terra a causa dei leader di Hamas, non c’è altra scelta che trasferirsi in un altro posto con l’aiuto dei vostri fratelli mussulmani,’” dice il documento.

Inoltre esso invita il governo a condurre una campagna pubblica nel mondo occidentale per promuovere il piano di trasferimento “in modo che non inciti a denigrare Israele.” Per ottenere il sostegno internazionale ciò verrà fatto presentando l’espulsione come una necessità umanitaria e sostenendo che il trasferimento darà come risultato “un numero di vittime civili minore rispetto a quelle che ci sarebbero se la popolazione rimanesse.”

Il documento dice anche che gli Stati Uniti dovrebbero essere coinvolti nel processo per imporre una pressione sull’Egitto affinché accolga gli abitanti palestinesi di Gaza e che altri Paesi europei — in particolare Grecia e Spagna— ma anche Canada, dovrebbero contribuire ad accogliere e insediare i rifugiati palestinesi. il ministero dell’Intelligence ha detto che il documento non era ancora stato ufficialmente distribuito a funzionari USA, ma solo al governo e enti di sicurezza israeliani.

Una discussione politica più ampia

La scorsa settimana l’Istituto Misgav, un think tank di destra guidata da Meir Ben-Shabbat, stretto collaboratore del primo ministro Netanyahu ed ex direttore del Consiglio per la Sicurezza Nazionale di Israele, ha pubblicato una memoria ufficiale che suggeriva un simile trasferimento forzato della popolazione di Gaza nel Sinai. L’istituto ha recentemente rimosso il post da Twitter e dal suo sito web in seguito a una forte condanna internazionale.

Lo studio rimosso è stato scritto da Amir Weitmann, un attivista del Likud e, secondo fonti a lui vicine, uno stretto collaboratore della ministra dell’intelligence Gila Gamliel. La scorsa settimana, su una pagina Facebook intitolata “Il piano per reinserire Gaza in Egitto,” Weitmann ha intervistato il parlamentare del Likud Ariel Kallner che gli ha detto che “la soluzione che proponi di spostare la popolazione in Egitto è logica e necessaria.”

Questo non è il solo legame fra Likud, il ministero dell’Intelligence e il think tank di destra. Circa un mese fa il ministero dell’Intelligence ha promesso un trasferimento di circa 1 milione di shekel dal suo bilancio all’Istituto Misgav per condurre ricerche nei Paesi arabi. Che l’Istituto Misgav sia stato in un modo o in un altro coinvolto nella bozza delle raccomandazioni del ministero per il trasferimento dei gazawi, il suo logo comunque non appare sul documento.

Fonti presso il ministero dell’Intelligence dicono che il rapporto su Gaza è uno studio indipendente condotto dalla divisione delle politiche ministeriali senza un contributo esterno, ma non hanno confermato che recentemente il ministero abbia iniziato a lavorare con l’Istituto Misgav, sottolineando che l’ente governativo collabora con vari gruppi di ricerca con programmi politici diversi. L’Istituto Misgav non ha ancora risposto alle nostre domande per questo articolo.

Inoltre il documento è prima stato fatto trapelare a un piccolo gruppo interno WhatsApp di attivisti di destra che, insieme al sostenitore del Likud Whiteman, promuove il reinsediamento delle colonie israeliane nella Striscia di Gaza e il trasferimento dei palestinesi che ci vivono.

Secondo uno di questi attivisti il documento del ministero dell’Intelligence è arrivato a loro tramite la mediazione di una “fonte del Likud,” e la sua distribuzione pubblica è legata al tentativo di scoprire se “l’opinione pubblica israeliana è pronta ad accettare l’idea del trasferimento da Gaza.”

L’opzione preferita

Le possibilità di implementare completamente tale piano, che costituirebbe una totale pulizia etnica della Striscia di Gaza, sono molto scarse sotto molti aspetti. Il presidente egiziano Abdel Fattah el-Sisi ha dichiarato di opporsi fermamente all’apertura del valico di Rafah per assorbire la popolazione palestinese di Gaza. Ha affermato che il trasferimento dei palestinesi nel Sinai minaccerebbe la pace fra Israele ed Egitto e ha ammonito che porterebbe i palestinesi a usare il territorio egiziano come base per continuare gli scontri armati contro Israele. Un piano simile era stato presentato in passato da funzionari israeliani e, fino ad ora, non si è mai sviluppato in una seria discussione politica.

Inoltre, dopo settimane di segnalazioni che gli Stati Uniti stavano cercando di sollevare l’idea di spostare i palestinesi in Egitto quale parte di un “corridoio umanitario,” ieri Joe Biden ha affermato che lui e Sisi erano impegnati a “garantire che i palestinesi di Gaza non fossero evacuati in Egitto o in nessuna altra Nazione.”

Il documento del ministero afferma che l’Egitto avrà l’“obbligo ai sensi del diritto internazionale di permettere il passaggio della popolazione,” e che gli Stati Uniti possono contribuire al processo “esercitando una pressione su Egitto, Turchia, Qatar, Arabia Saudita, e gli EAU perché contribuiscano all’iniziativa, o con risorse o assorbendo rifugiati.” Propone anche di condurre una campagna pubblica specifica mirata al mondo arabo “che si concentri sul messaggio di assistere i fratelli palestinesi e di reinserirli, anche al costo di usare un tono che incolpi o persino danneggi Israele.”

In conclusione il documento evidenzia che “la migrazione su larga scala” di non combattenti da zone di combattimento è un “esito naturale e ambito” che si è anche verificato in Siria, Afghanistan e Ucraina, per poi concludere che solo l’espulsione della popolazione palestinese costituirà “una risposta appropriata [che] permetterà la creazione di una deterrenza significativa nell’intera regione.”

Il documento offre altre due opzioni su cosa fare degli abitanti di Gaza alla fine della guerra. La prima permette all’Autorità Palestinese (AP), guidata dal partito Fatah della Cisgiordania occupata, di governare Gaza sotto l’egida di Israele. La seconda è di far nascere un’altra “autorità locale araba” come alternativa ad Hamas. Entrambe le alternative, afferma il documento, per Israele sono indesiderabili da una prospettiva strategica e di sicurezza e non costituiranno un sufficiente messaggio di deterrenza, specialmente per Hezbollah in Libano.

Gli autori dello studio precisano inoltre che delle tre alternative quella di portare a Gaza l’AP sarebbe la più pericolosa, perché potrebbe portare all’insediamento di uno Stato palestinese. “La divisione tra la popolazione palestinese in Giudea e Samaria [cioè la Cisgiordania, ndt.] e quella di Gaza è oggi uno degli ostacoli principali alla formazione di uno Stato palestinese. È inconcepibile che il risultato di questo attacco [i massacri di Hamas del 7ottobre] sia una vittoria senza precedenti del movimento nazionale palestinese e un percorso per la creazione di uno Stato palestinese,” precisa il documento.

Esso continua affermando che un modello di governo militare israeliano e uno civile dell’AP, come in Cisgiordania, probabilmente a Gaza fallirebbe. “Non si può mantenere un’efficace occupazione militare a Gaza solo sulla base di una presenza militare senza colonie [israeliane] ed entro un breve lasso di tempo nascerebbe una pressione interna israeliana e una internazionale per il ritiro.”

Gli autori aggiungono che in tale situazione lo Stato di Israele “sarebbe considerato una potenza coloniale con un esercito di occupazione—simile alla presente situazione in Giudea e Samaria, o anche peggio.” Essi osservano che l’AP ha una scarsa legittimità presso l’opinione pubblica palestinese e che, basandosi sulla precedente esperienza di Israele, nel passaggio del controllo di Gaza all’AP l’eventuale presa di potere di Hamas, Israele non dovrebbe “ripetere lo stesso errore che ha portato alla situazione attuale.”

L’altra alternativa, la formazione di una leadership araba locale per rimpiazzare Hamas, secondo il documento non è desiderabile, perché non c’è un movimento locale di opposizione ad Hamas ed è possibile che una nuova leadership sarebbe più radicale. “Lo scenario più plausibile non è … uno spostamento ideologico ma piuttosto l’emergere di movimenti islamisti nuovi e forse persino più estremisti,” si dice. Gli autori menzionano la necessità di “creare un cambiamento ideologico” nella popolazione palestinese tramite un processo che paragona alla “denazificazione,” che richiederebbe che Israele “scrivesse i programmi scolastici e ne imponesse l’uso a un’intera generazione.”

In conclusione il documento sostiene che se la popolazione di Gaza rimanesse nella Striscia ci sarebbero “molte vittime arabe” durante la prevista rioccupazione del territorio, cosa che danneggerebbe l’immagine internazionale di Israele persino più dell’espulsione della popolazione. Per tutte queste ragioni, la raccomandazione del ministero dell’Intelligence è di promuovere il trasferimento permanente di tutti i civili palestinesi da Gaza al Sinai.

Al momento della pubblicazione di questo articolo né il ministero della Difesa, né l’ufficio del portavoce dell’esercito e neppure l’Istituto Misgav avevano ancora risposto alle richieste da parte di +972 di un commento. Ogni risposta ricevuta verrà aggiunta qui.

Yuval Abraham è un giornalista e attivista residente a Gerusalemme.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Guerra Israele-Palestina: come i media statunitensi legittimano la barbarie di Israele contro i palestinesi

Gregory Shupak

20 ottobre 2023, Middle East Eye

Presentando la campagna terroristica di Israele contro i palestinesi come se fosse giustificabile, i media statunitensi fanno la loro parte nel farla continuare

I recenti editoriali apparsi sui principali giornali liberal statunitensi hanno regolarmente presentato l’incessante terrore di massa che Israele infligge ai palestinesi come legittimo.

I media hanno appoggiato l’assalto israeliano a Gaza e il finanziamento americano dell’attacco criticando allo stesso tempo coloro che propongono opinioni anche leggermente dissenzienti. La stampa americana ha ripetutamente conferito alla violenza israeliana un aspetto virtuoso, anche quando falcidia le persone – generosità non concessa alla controparte palestinese.

Il 12 ottobre il Washington Post ha pubblicato un editoriale in cui elogiava il presidente americano Joe Biden per la sua “condanna senza riserve del terrorismo di Hamas”, affermando: “A questo riguardo, le ferme parole di Biden sono anche in gradito contrasto con le ambiguità di un piccolo numero di membri di sinistra del suo stesso partito al Congresso che la portavoce della Casa Bianca Karine Jean-Pierre ha espressamente sconfessato.”

Il collegamento alle parole di Jean-Pierre segnala che le “ambiguità” contestate dal Washigton Post sono le affermazioni che “suggeriscono che l’attacco di Hamas contro Israele dovrebbe essere considerato nel contesto delle precedenti azioni di Israele”, o che “si oppongono sui social media agli aiuti militari statunitensi per Israele e chiedono un immediato cessate il fuoco nel conflitto.”

Il giorno prima della pubblicazione di quest’editoriale le associazioni per i diritti umani Mezan, al-Haq e il Centro Palestinese per i Diritti Umani avevano documentato congiuntamente che solo nel periodo tra il mezzogiorno del 10 e dell’11 ottobre Israele aveva distrutto gli interi quartieri di al-Qarm, Ezbet Abdrabbo e al-Sikka, con le squadre di soccorso che “recuperano dozzine di corpi” mentre “altri sono ancora sotto le macerie”; “hanno preso di mira l’Università islamica di Gaza e hanno bombardato l’edificio del Programma di Borse di Studio Al-Fakhoura”, attacchi che hanno ucciso 57 palestinesi, tra cui 20 bambini. Hanno inoltre segnalato gli attacchi aerei e i bombardamenti di Israele sui terreni agricoli del Distretto dell’Area Centrale e sulle “aree residenziali, in particolare nei tre campi profughi densamente popolati di Al-Bureij, Al-Nusairat e Deir al-Balah”, uccidendo almeno 49 palestinesi 15 dei quali bambini.

Per il Post, “equivocare” sulla questione se gli Stati Uniti debbano finanziare tali atrocità o cercare di mettervi fine con un cessate il fuoco è “[in]accettabile”.

Giustificare il linguaggio “genocida”.

Nel suo editoriale più recente, il Washington Post esprime preoccupazione per i palestinesi ma continua a sostenere la campagna militare di Israele: “Dopo il massacro dei suoi civili, Israele – come qualsiasi altro Stato – ha tutto il diritto di rispondere militarmente”.

Per il Washington Post la violenza dell’occupante è giusta e quella degli occupati no: Israele può “rispondere militarmente” alle forze palestinesi che uccidono israeliani ma i palestinesi non hanno lo stesso diritto, anche dopo 75 anni di pulizia etnica, anche sotto un regime di apartheid.

Un editoriale del New York Times del 14 ottobre sostiene fermamente gli attacchi di Israele, affermando che Israele “è determinato a spezzare il potere di Hamas e in questo sforzo merita il sostegno degli Stati Uniti e del resto del mondo”. Gli autori proseguono affermando che “la fine del controllo di Hamas su Gaza è un passo essenziale”.

L’editoriale del New York Times contiene specificazioni quali: Israele “non dovrebbe perdere di vista il suo impegno a salvaguardare coloro che non hanno imbracciato le armi”.

Il comitato editoriale contraddice le proprie affermazioni sul presunto “impegno” di Israele a proteggere i civili citando il ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant che definisce i palestinesi “animali umani”, cosa che gli autori giustificano dicendo che l’osservazione avviene “in un’atmosfera di intensa emozione”.

Naturalmente, Gallant non è l’unico funzionario israeliano ad usare un linguaggio genocida dopo l’escalation della guerra contro la Palestina. Il portavoce militare israeliano, il contrammiraglio Daniel Hagari, ha affermato che Israele ha sganciato “centinaia di tonnellate di bombe” su Gaza e che “l’accento è sui danni e non sulla precisione”.

Il presidente israeliano Isaac Herzog ha detto: “C’è là un’intera nazione che è responsabile. Non è vera questa retorica sui civili non consapevoli, non coinvolti. Non è assolutamente vera”. Ha aggiunto: “Stiamo difendendo le nostre case, stiamo proteggendo le nostre case, questa è la verità, e quando una nazione protegge la sua casa combatte e noi combatteremo finché non gli spezzeremo le reni”.

Non solo i leader israeliani hanno ripetutamente segnalato di non aver intenzione di “tutelare” i non combattenti, ma Israele li ha deliberatamente massacrati in massa.

Ad esempio il giorno prima della pubblicazione dell’editoriale il pluripremiato gruppo per i diritti umani Defense for Children International Palestine ha riferito che nell’attacco contro Gaza Israele aveva ucciso fino a quel momento quasi 600 bambini palestinesi, un terzo del bilancio complessivo delle vittime.

Affermazioni assurde

Anche se Israele respinge qualsiasi impegno a proteggere i civili sia nelle parole che nei fatti, il New York Times mette ripetutamente in buona luce la politica militare israeliana a fronte di quella delle forze palestinesi, scrivendo che “Israele si sta preparando a mandare i suoi giovani uomini e donne in battaglia, dove affronteranno un nemico che non rispetta le stesse regole di guerra a cui loro si sono impegnati.”

Dire che la violenza dello Stato israeliano è moralmente superiore a quella dei gruppi di resistenza palestinesi trasmette il chiaro messaggio che la prima è legittima mentre la seconda no.

Il New York Times ha fatto la stravagante affermazione secondo cui “Israele sta combattendo per difendere una società che valorizza la vita umana e lo stato di diritto”.

Dal momento che non viene fatta alcuna affermazione del genere sui “valori” palestinesi, il messaggio è che massacrare i palestinesi sia legittimo: se la società palestinese (o importanti settori di essa) valorizza la criminalità omicida, allora è implicito che sia auspicabile venga spazzata via da una forza che si presume più civile.

Nel frattempo, due giorni prima che l’editoriale andasse in stampa, Human Rights Watch (HRW) ha affermato che Israele aveva utilizzato il fosforo bianco – che, al contatto, può “bruciare le persone, termicamente e chimicamente, fino alle ossa” – sia sul porto di Gaza City che in aree rurali lungo la linea dell’armistizio tra Israele e il Libano.

HRW ha affermato che l’uso del fosforo bianco a Gaza, una delle aree più densamente popolate del mondo, “amplifica il rischio per i civili e viola il divieto del diritto umanitario internazionale di esporre i civili a rischi inutili”.

Come ha osservato HRW, Israele ha utilizzato quest’arma a Gaza anche nel 2009 e nell’attuale ciclo di combattimenti Israele ha “tagliato elettricità, acqua, carburante e cibo a Gaza in violazione al divieto del diritto umanitario internazionale contro la punizione collettiva”.

Per “una società che valorizza la vita umana e lo stato di diritto”, Israele compie un’enorme quantità di uccisioni e di violazioni della legge.

Una patina etica

Allo stesso modo il Los Angeles Times ha dichiarato che “Israele ha tutto il diritto di usare la forza militare per prevenire” attacchi come quelli compiuti da Hamas il 7 ottobre e che Israele “deve rimanere fedele ai suoi valori facendo tutto il possibile per ridurre al minimo le sofferenze degli innocenti residenti palestinesi di Gaza.”

Il pezzo applaude Biden per aver affermato che chiederà al Congresso “un pacchetto di sostegno senza precedenti per la difesa di Israele” e per aver vagamente suggerito a Israele di riflettere se l’uccisione di migliaia di palestinesi aiuterà a “raggiungere i [suoi] obiettivi”.

L’editoriale poi afferma: “Che Israele non prenda di mira i civili è di scarso conforto per le famiglie delle persone uccise o ferite”.

Forse gli autori ritengono che sia magnanimo menzionare le circa 3.000 vite palestinesi che Israele ha ucciso in 11 giorni. Ma tali simpatie sono peggio che inutili quando sono confezionate con una menzogna che giustifica tutte le uccisioni e crea alibi per tutte le uccisioni future: ad esempio, due giorni prima dell’editoriale l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA) osservava: “Molti edifici residenziali in aree densamente popolate sono stati presi di mira e distrutti” da Israele, tra cui un “edificio residenziale a Jabalia, nel nord di Gaza, dove sono stati uccisi dieci palestinesi; un edificio residenziale nella zona Musabah di Rafah, dove almeno 11 palestinesi, tra cui donne e bambini, sono stati uccisi; e l’edificio di un’organizzazione di beneficenza a Rafah, dove sono stati uccisi 11 palestinesi e molti altri sono rimasti feriti. Il 16 ottobre, al mattino, secondo quanto riferito, le forze israeliane hanno preso di mira un edificio residenziale a Khan Yunis, uccidendo 22 palestinesi.”

Inoltre il 15 ottobre l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha dichiarato: “Quattro ospedali nel nord di Gaza non funzionano più a causa di danni e attacchi. 21 ospedali nella Striscia di Gaza hanno ricevuto istruzioni dalle forze israeliane di evacuare. L’OMS ribadisce che devono essere prese tutte le precauzioni per proteggere gli operatori sanitari e le strutture sanitarie, compresi i pazienti e i civili che vi trovano rifugio.”

Queste fantasie su un presunto risparmiare i civili da parte di Israele e sui suoi presunti “valori” umani presentano tutta la crudeltà – le uccisioni spietate, le raccapriccianti ferite fisiche e psichiche, il sadismo dell’assedio – come incidenti in buona fede lungo il percorso verso una giusta causa; è retorica intesa a mascherare la brutalità israeliana con una patina etica.

Ma la causa di Israele è la violenza coloniale. La violenza dell’espropriazione, della tortura e di un massacro dopo l’altro. Perché nessuno Stato etnico in cui i palestinesi rimangano una minoranza perseguitata nella propria patria è possibile senza una violenza spietata e incessante.

Presentando tutta questa barbarie come se fosse giustificabile, i media statunitensi stanno facendo la loro parte affinché continui.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Gregory Shupak insegna Inglese e Studi sui Media all’Università di Guelph-Humber a Toronto. È autore del libro The Wrong Story: Palestine, Israel, and the Media [La storia sbagliata: Palestina, Israele e i media].

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




L’ordine israeliano di evacuazione non è altro che una copertura per la pulizia etnica

Yara Hawari

16 ottobre 2023 – Al Jazeera

L’ordine offre la copertura al governo israeliana per commettere atrocità di massa, impadronirsi delle terre e continuare la Nakba cominciata nel 1948.

Il 12 ottobre, dopo giorni di bombardamenti, il governo israeliano ha ordinato a 1,1 milioni di palestinesi che vivono nel nord della Striscia di Gaza, che comprende Gaza City, l’area urbana più popolata al mondo, di spostarsi a sud del territorio assediato. Ha promesso che per 24 ore le strade saranno sicure per coloro che vogliano fuggire dall’imminente invasione di terra. Molti hanno cominciato subito a spostarsi verso sud a piedi, altri sono saliti sui camion e i “fortunati” si sono ammassati sulle proprie auto.

Israele bombarda da giorni le strade della parte settentrionale della Striscia, rendendo lento e faticoso ogni tentativo di evacuazione. Peggio ancora, ci sono state segnalazioni secondo cui il governo israeliano avrebbe infranto la promessa e preso di mira i convogli che si spostavano verso sud. Secondo il Ministero della Sanità palestinese il 13 ottobre un attacco israeliano sulla strada Salah al-Din, una delle arterie principali del territorio sovraffollato e temporaneamente dichiarata “sicura” dall’esercito israeliano, ha ucciso 70 persone che stavano tentando di fuggire verso sud.

Alla fine molti sono fuggiti, ma molti di più non ci sono riusciti. Alcuni non sono in grado di muoversi, perché disabili o feriti. In diversi ospedali medici e infermieri si stanno rifiutando di abbandonare i pazienti che non è possibile spostare. Ci sono anche altri che si rifiutano di partire perché temono l’esilio permanente.

Il trauma della Nakba del 1948, quando 750.000 palestinesi furono permanentemente esiliati dalle loro case, non ha mai abbandonato i palestinesi. Questo sentimento è particolarmente palpabile tra i palestinesi di Gaza, la maggior parte dei quali proviene da famiglie sfollate nel 1948.

Il governo israeliano lo sa. Sa anche che spostare nel giro di poche ore 1,1 milioni di persone in uno spazio come Gaza è logisticamente impossibile. Ma l’ordine di evacuazione serve al suo scopo: fornisce al governo israeliano la copertura per commettere atrocità di massa sfruttando la menzogna ripetuta da anni secondo cui Hamas fa uso di scudi umani.

Le agenzie internazionali hanno chiarito che l’ordine di evacuazione non esonera il governo israeliano dai suoi obblighi e responsabilità ai sensi del diritto umanitario internazionale e hanno invitato i leader israeliani a revocarlo. Tuttavia, da parte sua il governo israeliano non ha fatto grandi sforzi per nascondere il fatto che questo ordine di evacuazione o i suoi piani più ampi per Gaza sono un tentativo di pulizia etnica. Nel corso della scorsa settimana vari ministri e politici israeliani hanno invocato l’eliminazione di Gaza utilizzando un linguaggio disumanizzante. Il ministro della Difesa israeliano ha addirittura definito i palestinesi di Gaza “animali umani”.

Nel frattempo gli Stati Uniti stanno spingendo l’Egitto affinché consenta un corridoio umanitario tra Gaza e la penisola del Sinai attraverso il valico di frontiera di Rafah. Sebbene sia fondamentale che venga compiuto ogni sforzo per aiutare le persone a sfuggire ai bombardamenti e affinché gli aiuti vengano consegnati, il timore è che chiunque sia costretto a lasciare Gaza adesso possa finire per essere permanentemente esiliato. Questa non è una paura irrazionale, poiché si è verificato continuamente nel corso della storia palestinese. In effetti il governo israeliano ha persistentemente ignorato varie convenzioni internazionali che regolano i diritti dei rifugiati, comprese quelle che riconoscono il loro diritto al ritorno alle proprie case. Si stima che più di sette milioni di palestinesi vivano attualmente in esilio permanente e non abbiano il permesso di tornare, e in molti casi nemmeno di visitare, la propria patria.

Mentre i palestinesi nel nord di Gaza prendono la decisione impossibile se restare nelle proprie case o rischiare di tentare l’evacuazione, il governo israeliano sta preparando un’invasione di terra. Centinaia di carri armati israeliani sono stati spostati lungo la recinzione israeliana che ha ingabbiato i palestinesi a Gaza per così tanto tempo.

Nel frattempo politici e generali dell’esercito israeliani stanno fomentando discorsi deliranti. Per sollevare il morale tra i soldati hanno anche coinvolto un criminale di guerra israeliano, che partecipò al massacro di Deir Yassin del 1948. Ha detto loro “cancellatene il ricordo… Cancellate loro, le loro famiglie, madri e figli. Questi animali non possono più vivere”.

Tutto ci dice che l’invasione sarà spietata. Il pretesto di voler spazzare via “i vertici della leadership politica e militare di Hamas” è esattamente ciò: un pretesto. L’invasione fornirà al governo israeliano l’opportunità di conquistare la parte settentrionale di Gaza e spingere i palestinesi in una prigione ancora più piccola o, per molte migliaia di loro, oltre i confini di Gaza. Comunque la si guardi, la situazione può essere descritta solo come una pulizia etnica e la continuazione della Nakba iniziata nel 1948.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autrice e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

Yara Hawari è esperta di politica palestinese per Al-Shabaka, The Palestinian Policy Network (Rete di Politica Palestinese).

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Fantasmi del passato: per Israele la guerra all’UNESCO è una battaglia esistenziale

Ramzy Baroud

25 settembre 2023 – Middle East Monitor

Gerico non appartiene soltanto ai palestinesi. Appartiene all’intera umanità.

Tuttavia per Israele il riconoscimento da parte dell’UNESCO di Gerico come “Sito Patrimonio dell’Umanità in Palestina” rende complicata la sua missione di cancellare dall’esistenza la Palestina, fisicamente e simbolicamente.

La decisione è stata descritta dal Ministero degli Esteri di Israele come un “cinico” espediente dei palestinesi per politicizzare l’UNESCO.

Ciò è ridicolo, giacché Israele ha politicizzato la storia rimuovendo qualunque cosa potesse essere interpretata come parte del patrimonio storico palestinese, promuovendo al contempo un punto di vista storico autocentrato e ampiamente inventato, che si presume appartenga a Israele e ad Israele soltanto.

Benché Israele sia riuscito, grazie alla sua enorme potenza militare, a dominare il panorama fisico palestinese, ha ampiamente fallito nel domare la storia della Palestina.

I muri dell’apartheid, i posti di blocco e le colonie ebraiche illegali sono facili da costruire. Costruire una narrazione storica costellata di bugie, mezze verità ed omissioni, è invece quasi impossibile da sostenere a lungo.

Tutto ciò fa parte di una perdurante guerra israelo-statunitense contro l’UNESCO. Nel 2019 gli Stati Uniti e Israele si ritirarono ufficialmente dall’UNESCO, accusando pregiudizi anti-israeliani. Questo faceva seguito a reiterate minacce da parte di diverse amministrazioni USA e ad un taglio di finanziamenti da parte dell’amministrazione Obama nel 2011.

Ma perché una guerra così accanita e determinata contro un’organizzazione che si presenta come promotrice di “pace e sicurezza mondiali attraverso la cooperazione nell’educazione, nelle arti, nella scienza e nella cultura”?

Di fatto l’UNESCO è una delle pochissime istituzioni internazionali collegate all’ONU che è sostanzialmente non politicizzata, basata sulla convinzione che il passato, e tutto ciò che di esso rimane, sia un patrimonio comune che appartiene a tutti noi.

Per quanto una simile affermazione sia accettabile per molti Paesi al mondo, per Israele gli innocui gesti dell’UNESCO verso i palestinesi sono semplicemente eretici.

Non solo Gerico – e in particolare Tell Es-Sultan – compaiono nell’elenco dei siti del patrimonio mondiale, ma entrambi sarebbero in testa alla classifica. Non si tratta di mettersi in mostra o di un altro ‘cinico’ utilizzo della storia, ma semplicemente del fatto che Gerico è “la più antica città abitata del mondo” e Tell Es-Sultan è “la città più antica al mondo” in quanto risale al decimo millennio prima di Cristo.

Per esempio studi recenti ritengono che la Torre, del periodo neolitico pre-vasellame, circa 8.300 avanti Cristo, segni il solstizio d’estate. Fu per quasi 6.000 anni la struttura più alta costruita dall’uomo nel mondo. Questo è solo uno dei tanti sconvolgenti dati di fatto riguardo a Tell E-Sultan.

Tutta la Palestina è ricca di una simile storia, che fa risalire la nostra origine comune ad antiche civiltà che si sono mescolate o fuse con altre culture, regalandoci l’affascinante mosaico che è l’umanità.

E poiché la storia della Palestina è la storia del genere umano, gli storici, archeologi e intellettuali palestinesi seri raramente ostentano alcuna proprietà etnocentrica su quella storia, rifiutando così di rivendicare qualunque predominio su altre culture.

Tutte le prove archeologiche e storiche dimostrano che la Palestina era abitata da molte persone”, ha scritto l’eminente archeologo palestinese Dr. Hamdan Taha nel volume di recente pubblicazione Il nostro sogno della liberazione.’

La storia palestinese copre un periodo che va “dall’Homo Sapiens fino al XXI secolo e nel corso di tutta questa storia, segnata da tante guerre, invasioni e conversioni, (…) la popolazione indigena non fu mai completamente eliminata”, scrive Taha.

Basta un’attenta lettura delle osservazioni di Taha per spiegare i timori, al limite del panico, di Israele, ogni volta che la Palestina e i palestinesi vengono associati ad una attendibile narrazione storica.

Merita soffermarsi su due punti: primo, tutte le “guerre, invasioni e conversioni” non sono riuscite ad interrompere il flusso e la continuità demografica del “popolo indigeno” della Palestina, che ha portato agli attuali moderni palestinesi; secondo, quelle persone autoctone, benché alcuni invasori abbiano invano tentato, non sono “mai state completamente eliminate.”

Israele ha fatto di più che cercare di riscrivere la storia ed emarginare i principali protagonisti della narrazione storica palestinese. Ha anche attivamente e costantemente cercato di eliminare del tutto i nativi.

Ma non ci è riuscito. Il numero di palestinesi che vivono oggi nella Palestina storica come minimo eguaglia, e secondo alcune stime supera, il numero di ebrei israeliani immigrati dall’Europa e da altri Paesi.

Avendo fallito nell’ ‘eliminazione’ di parte della storia, Israele sta ora ricorrendo alla strategia su due fronti della pulizia etnica e della separazione razziale, o apartheid. Quest’ultima prassi è adesso sempre più riconosciuta da organizzazioni internazionali per i diritti umani, comprese Amnesty, Human Rights Watch e molte altre.

I fantasmi del passato sono un altro problema che sta di fronte a Israele. Un’eccezionale schiera di storici e archeologi palestinesi, come Taha, affiancati da coraggiosi e altrettanto eccezionali storici israeliani, come Ilan Pappé, sono decisi a portare alla luce la verità sulla storia della Palestina e sulle manomissioni della storia da parte di Israele.

Grazie a simili autorevoli persone è emersa una storia parallela a quella inventata da Israele dopo la Nakba.

Un altro Tell – parola araba per ‘collina’ – vicino a Tell Es-Sultan, è stato recentemente scoperto. Il quotidiano israeliano Haaretz all’inizio del mese ha informato che gli scavi a Tell Qedesh sono “il primo progetto di quel genere” che rivela un passato non così lontano.

In questo villaggio palestinese vicino al confine libanese sono stati commessi crimini di guerra e gli sventurati abitanti, dopo aver fatto del loro meglio per resistere alle milizie sioniste, sono stati costretti a fuggire.

Per assicurarsi che gli abitanti non tornassero mai più le autorità israeliane hanno interamente demolito il villaggio.

Lo scavo è il primo in Israele specificamente dedicato ad esplorare archeologicamente il patrimonio di ciò che i palestinesi ricordano come Nakba”, ha scritto Haaretz.

Per decenni i palestinesi hanno fatto proprio questo. Diverse generazioni di archeologi palestinesi hanno contribuito a far rinascere molto di quella storia, antica e recente. Secondo Taha, “il compito dell’archeologia è ricostruire il passato per costruire il futuro.”

Tuttavia, diversamente da Israele, l’intento di Taha mira a “incorporare le voci di tutti i popoli, i gruppi, le culture e religioni che sono esistiti sulla terra di Palestina.”

Questa visione inclusiva è esattamente all’opposto della ‘visione’ esclusiva, selettiva e spesso inventata di Israele, fondata sulla dominazione militare e la cancellazione della cultura.

Nella protratta 45esima sessione del Comitato del Patrimonio dell’Umanità, tenuta a Riyad il 17 settembre, l’UNESCO ha confermato proprio la validità della impostazione palestinese. Naturalmente Israele è adirato perché gli invasori odiano la verità.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Middle East Monitor.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)

 




I sionisti liberal hanno smesso di credere che Israele si redimerà da solo

Philip Weiss

22 agosto 2023 – Mondoweiss

Per anni la posizione dei sionisti liberal [progressisti e moderatamente di sinistra, ndt.] è stata: “Stiamo con il meglio della natura di Israele, che si redimerà da solo.” Quello che hanno ottenuto in cambio di questa convinzione sono fascismo, razzismo violento e occupazione.

Adesso ciò sta cambiando. Grazie all’arroganza e al fascismo del governo di Netanyahu, i sionisti liberal americani si stanno rivoltando contro Israele. Stanno denunciando l’“apartheid” israeliana e chiedono boicottaggio e sanzioni contro Israele per le sue violazioni dei diritti umani.

Ovviamente i palestinesi e gli antisionisti dicono queste cose da molti anni. I sionisti liberal lo possono fare ora perché altri ebrei gli stanno dando il permesso di dirle. Ma, qualunque cosa uno pensi di tali politiche etnocentriche, nella comunità ebraica è in corso un cambiamento significativo (e certamente avrà conseguenze all’interno del Partito Democratico e, in ultima analisi, sulla politica USA).

Guardiamo come stanno le cose.

In primo luogo, c’è stata quella lettera del 5 agosto di studiosi ebrei/israeliani secondo cui Israele pratica “apartheid”, “suprematismo ebraico” e pulizia etnica con il beneplacito dei dirigenti degli ebrei americani. Ed è ora che gli ebrei americani chiedano un cambiamento. La lettera è nota perché uno dei firmatari è Benny Morris, uno studioso che ha giustificato l’espulsione dei palestinesi da parte di Israele durante la Nakba [la pulizia etnica durante la guerra del 1947-49, ndt.] come necessaria per la creazione di Israele.

Ora la lettera ha più di 1.900 firme, tra cui quella del 97enne Yehuda Bauer, uno studioso israeliano dell’Olocausto e presidente onorario in pensione dell’International Holocaust Remembrance Alliance [Alleanza Internazionale per il Ricordo dell’Olocausto, composta da 24 Paesi, per lo più europei, ndt.], che ha emanato la falsa definizione di antisemitismo che include le dure critiche a Israele. E c’è il docente di filosofia Avishai Margalit dell’Università Ebraica, un amico di Michael Walzer ( che non ha firmato).

La Finestra di Overton [che definisce la gamma di idee accettabili nel dibattito sulle politiche pubbliche, ndt.] di una discussione accettabile si sta spostando rapidamente, evidenzia Peter Beinart [famoso editorialista e commentatore politico USA, ndt.], che ha firmato. Altri firmatari statunitensi sono Riva Hocherman, direttrice esecutiva di Metropolitan Books [importante casa editrice statunitense, ndt.], Dan Fleshler di Ameinu [organizzazione sionista legata al partito Laburista israeliano, ndt.], il rabbino Michael Lerner [politico e religioso californiano moderatamente critico con Israele, ndt.], David Nasaw, storico presso la CUNY [l’università della città di New York, ndt.], lo studioso Stephen Zunes [docente di relazioni internazionali contrario all’occupazione israeliana, ndt.] e il rabbino Arthur Waskow (mio collega studente al college della città di Baltimora).

All’inizio di questo mese, dopo che il parlamento israeliano ha sfidato le proteste di massa e ha votato per ridurre fortemente il potere della Corte [suprema] a favore del governo, vergogna riguardo a Israele, indignazione e richieste di agire sono argomenti di una discussione tra ebrei americani afflitti pubblicata da “Americans for Peace Now” [associazione USA affiliata all’omonima organizzazione pacifista israeliana, ndt.].

Queste sono alcune delle opinioni più taglienti:

Diane Blumson ha affermato che è tempo che i dirigenti dell’ebraismo statunitense chiamino Israele a rispondere delle violazioni dei diritti umani che risalgono a 75 anni fa:

“Provo una grande sofferenza e rabbia. Voglio sentire dai pulpiti di tutti i nostri rabbini e cantori che dobbiamo smettere di difendere Israele in quanto vittima come modo per giustificare le violazioni che hanno angariato i palestinesi fin dalla nascita dello Stato.”

Heidi Feldman ha osato condannare gli ignobili aspetti della formazione dell’identità ebraica:

“E’ come leggere la Bibbia, le parti imbarazzanti in cui gli israeliti sono bellicosi, insensibili, prepotenti e aggressivi sia nei confronti delle tribù attorno a loro che di chi tra loro è scettico. Non è l’ebraismo in cui io credo, io credo in un ebraismo in cui amiamo il nostro vicino, amiamo persino lo straniero.”

Harry Appelman ha invocato finalmente l’emancipazione dei palestinesi:

“Dobbiamo portare i cittadini palestinesi fuori dai margini e nel dibattito (e nell’elettorato), concentrando le proteste e le discussioni sull’occupazione.”

Anche Robert Snyder ha reso onore al potenziale politico dei palestinesi:

“(Dobbiamo) lavorare sempre più con i palestinesi all’interno di Israele e in Cisgiordania. Gli ebrei progressisti e liberal ora condividono molti interessi con i palestinesi all’interno di Israele e dovrebbero votare insieme per costruire una nuova maggioranza.” Ho più volte affermato che questo pensiero porta inevitabilmente a invocare uno Stato unico democratico e il BDS [movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni contro Israele, ndt.].

Questo è un ragionamento di Michael Rahimi a favore del boicottaggio:

“Domani vado a Tel Aviv a trovare i miei parenti e accomiatarmi da loro. Finché le cose non cambieranno non tornerò in Israele. Non posso più sopportare quello che il Paese è diventato ed è un crimine quello che ne hanno fatto negli ultimi 20 anni… Lo stanno trasformando in un abominio.”

Ci sono state varie richieste a Biden di agire. Sembra la posizione di J Street [associazione filo-israeliana moderatamente contraria all’occupazione e legata al Partito Democratico, ndt.]. Dannazione, Biden deve fare qualcosa. Ma cosa? Non lo sappiamo! Da un anonimo:

“Penso che tutti sappiamo che c’è bisogno della voce di Biden. Temo che finora la risposta di Biden sia stata piuttosto moderata.”

Elliot Feldman chiede delle sanzioni:

È finito il tempo in cui erano sufficienti i discorsi. Le azioni di Israele devono avere delle conseguenze. L’amministrazione Biden potrebbe iniziare tornando indietro rispetto alla dottrina Pompeo [ministro degli Esteri dell’amministrazione Trump, ndt.]. Potrebbe aprire un ufficio consolare a Gerusalemme est. Potrebbe ri-destinare parte dell’aiuto militare a Israele per ricostruire case, comunità e infrastrutture palestinesi. Potrebbe mostrare un’opposizione più vigorosa nei confronti dell’ambiguità di Israele riguardo all’Ucraina.”

Robert O. Freedman vede favorevolmente un colpo di stato militare!

“Finché questo processo non verrà fermato o da uno sciopero generale che blocchi il Paese… o persino da un colpo di stato da parte dei generali israeliani che non vogliono veder svanire il potere di deterrenza delle IDF [l’esercito israeliano, ndt.], il futuro di Israele sembra piuttosto cupo.”

Parecchie voci parlano di guerra civile: “Sento che lo scenario da incubo di ebrei contro ebrei è arrivato,” dice uno.

Ricordo che quando questo sito iniziò ad esistere le persone dicevano abitualmente a me e ad Adam Horowitz [direttore esecutivo di Mondoweiss, ndt.]: “Perché presentate ogni giorno cattive notizie su Israele, sembrate ossessionati.” E io rispondevo: “Beh, noi siamo ossessionati, questo è un grande problema ebreo/americano, ci impedisce di vedere il sole.” Quindi non ce ne staremo zitti e a volte essere dissonanti è una virtù. Oggi sembra che ogni minuto che passa abbiamo sempre più compagnia.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Le forze israeliane uccidono tre palestinesi in un attacco nella Cisgiordania occupata

Redazione di Al Jazeera

6 agosto 2023 – Al Jazeera

I soldati hanno aperto il fuoco su un veicolo vicino al campo profughi di Jenin, uccidendo tre passeggeri che secondo l’esercito israeliano stavano pianificando un attacco.

Le forze israeliane nella Cisgiordania occupata hanno ucciso a colpi di arma da fuoco tre palestinesi che secondo l’esercito stavano per compiere un attacco.

In un comunicato l’esercito ha affermato che domenica i soldati hanno aperto il fuoco su un veicolo e ucciso tre passeggeri.

Sostiene di aver eliminato una squadra di terroristi del campo profughi di Jenin identificata mentre si recava a compiere un attacco.

Tra i morti c’è Naif Abu Tsuik, 26 anni, che secondo l’esercito era un “importante esponente militare del campo profughi di Jenin.

L’esercito ha dichiarato che era “coinvolto in azioni militari contro le forze di sicurezza israeliane e in attività militari in fase avanzata dirette dai terroristi nella Striscia di Gaza”, l’enclave costiera controllata dall’organizzazione Hamas.

Secondo Quds News Network il veicolo è stato crivellato da più di cento proiettili.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha elogiato le forze di sicurezza e ha affermato che Israele “continuerà ad agire ovunque e in qualsiasi momento contro coloro che minacciano la nostra vita “.

Hazem Qasem, un portavoce di Hamas da Gaza, ha detto che le morti non rimarranno impunite.

“Il nemico, che ha assassinato tre dei nostri palestinesi, non eviterà di pagare il prezzo dei suoi crimini”, ha affermato in una dichiarazione.

In un reportage dalla Gerusalemme est occupata, Mohammed Jamjoom di Al Jazeera ha detto che il ministero della Salute palestinese ha confermato le morti nell’attacco a sud di Jenin.

“L’esercito israeliano ha detto di aver trovato nel veicolo anche un M-16 [arma d’assalto] “, ha affermato Jamjoom.

Tutto questo si aggiunge all’estrema tensione già presente in loco. Arriva 24 ore dopo un attacco avvenuto a Tel Aviv, in cui un giovane palestinese di Jenin ha sparato sulla gente. Ciò aggiunge molta preoccupazione per ciò che questo fatto potrebbe significare nei giorni a venire.

Mustafa Barghouti, capo del partito Iniziativa Nazionale Palestinese, ha affermato che l’uccisione dei tre palestinesi equivale a un “omicidio extragiudiziale”.

Quello che Israele ha fatto oggi è un altro atto di uccisione extragiudiziale di giovani palestinesi”, ha detto Barghouti ad Al Jazeera. “È un’esecuzione illegale di persone senza alcun tipo di processo giudiziario”.

L’anno più mortale

Più di 200 palestinesi sono stati uccisi quest’anno nei territori palestinesi occupati e le Nazioni Unite hanno avvertito che il 2023 è sulla buona strada per essere l’anno più mortale per i palestinesi da quando esse ha iniziato a registrare il numero delle vittime.

Barghouti ha affermato che queste uccisioni sono una “guerra del terrore” contro la popolazione civile palestinese, che continuerà finché continuerà l’occupazione israeliana.

“L’occupazione esiste da 56 anni, la pulizia etnica dei palestinesi esiste da 75 anni, e senza porre fine a questi due processi ovviamente non ci sarà mai pace in questa regione”, ha affermato.

Jenin è stata un punto critico e teatro di numerosi raid israeliani – molti mortali – negli ultimi mesi. Il più grande raid israeliano del campo in quasi 20 anni ha avuto luogo a giugno, uccidendo 12 palestinesi e costringendo migliaia di persone a fuggire dalle loro case.

Sabato 5 agosto, Kamel Abu Bakr, di Jenin, ha aperto il fuoco nel centro di Tel Aviv e ha ucciso un ispettore della polizia israeliana prima di essere ucciso da un agente che ha risposto al fuoco.

All’inizio di questa settimana, un violento attacco dei coloni nella Cisgiordania occupata ha ucciso il 19enne palestinese Qusai Jamal Maatan, mentre i soldati israeliani hanno sparato a un altro giovane palestinese, il 18enne Mahmoud Abu Sa’an, durante una delle loro incursioni notturne nella Cisgiordania occupata.

L’attacco dei coloni, ha detto Barghouti, è stato effettuato da un uomo che fa parte del governo israeliano.

Il leader politico ha aggiunto che quindi ciò che questo comporta riguardo al rapporto tra i coloni e l’attuale governo di estrema destra israeliano è che “questo governo israeliano è un governo fascista.”

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Coloni ebrei illegali si sono impadroniti della casa della famiglia Sub Laban nella città vecchia di Gerusalemme

Redazione di Palestine Chronicle (PC, WAFA)

11 luglio 2023 – Palestine Chronicle

WAFA, l’agenzia di notizie ufficiale palestinese, ha riferito che martedì coloni ebrei illegali si sono impadroniti della casa della famiglia Sub Laban nella città vecchia di Gerusalemme.

I coloni, scortati dalle forze di occupazione israeliane, hanno fatto irruzione nella casa della famiglia e hanno cacciato con la forza gli abitanti, arrestando nel contempo gli attivisti che offrivano supporto alla famiglia.

Secondo l’organizzazione per i diritti umani Al-Haq con sede a Ramallah, le autorità di occupazione israeliane “hanno emesso nei confronti di Nora Ghaith di 69 anni e di suo marito Mustafa Sub Laban di 72 anni un avviso di sfratto obbligatorio, ordinando loro di sloggiare dalla loro casa.

Per più di 40 anni la famiglia Sub Laban è stata coinvolta in una battaglia legale contro i gruppi di coloni illegali e le autorità israeliane di occupazione per espellerli e appropriarsi della loro casa.

Molti anni fa coloni ebrei illegali si sono appropriati della parte superiore dell’edificio, mentre la casa della famiglia Sub Laban è rimasta nella parte centrale dell’edificio, circondata da colonie da tutti i lati.

La famiglia ha affittato la casa nel 1953 dal regno di Giordania e le era stato concesso il diritto a un affitto protetto, ma dopo l’occupazione di Gerusalemme la casa venne messa sotto la gestione della cosiddetta custodia delle proprietà degli assenti, affermando che tale proprietà apparteneva ai coloni illegali, cosa che è stata categoricamente negata dalla famiglia.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Il raid su Jenin è finito. I palestinesi sono soli ad affrontare il trauma

Virginia Pietromarchi

10 luglio 2023 – Al Jazeera

I palestinesi setacciano le macerie delle loro case distrutte e della loro psiche danneggiata.

Jenin, Cisgiordania occupata Ogni mattina Fatima Salahat, madre di quattro figli, si svegliava alle 7, si alzava dal letto ed entrava in punta di piedi nella cucina della sua casa nel campo profughi di Jenin nella Cisgiordania occupata.

Mentre suo marito Zeid era ancora immerso nel sonno lei iniziava la giornata con la musica della star libanese Fairuz, spesso la stessa canzone di continuo.

La via del nostro amore era la sua preferita”, racconta Zeid, un paramedico di 56 anni. Ma ora non riesco a trovare niente in quella canzone. Quei momenti felici sono persi.

Ora Fatima giace su un letto d’ospedale. Riesce a parlare e camminare con difficoltà dopo aver avuto un attacco di panico che secondo i medici è collegato allo stress causato dalla più devastante offensiva militare israeliana sul campo profughi in circa 20 anni.

La scorsa settimana più di 1.000 soldati israeliani hanno preso d’assalto il campo sovraffollato mentre razzi e missili drone hanno colpito case private e infrastrutture pubbliche. Nessuno era in grado di prevedere da dove sarebbe arrivato il bombardamento successivo.

Il secondo giorno dell’attacco Fatima, di 54 anni, ha iniziato a mostrare dei sintomi. Era facilmente irritabile, nervosa e tesa in un costante stato di allerta fino a quando non ha raggiunto un punto di rottura ed è stata portata all’ospedale pubblico di Jenin.

La sua condizione è tutt’altro che un caso isolato. All’indomani dell’offensiva in cui le forze israeliane hanno ucciso 12 palestinesi, gli abitanti si sono trovati non solo a setacciare le macerie delle loro case distrutte ma anche a fare i conti con il pesante carico emotivo inflitto da ogni attacco israeliano.

Un trauma collettivo a più strati

In Occidente lo chiamano disturbo da stress post-traumatico o PTSD. Metto in dubbio l’uso del termine qui perché in Palestina non ci siamo mai trovati nel post“, afferma Samah Jabr, responsabile dell’Unità di Salute Mentale dell’Autorità Nazionale Palestinese.

L’ultimo raid, dicono gli esperti, ha aggiunto un altro strato al trauma collettivo sofferto dai palestinesi che vivono sotto occupazione, esacerbando ferite che non hanno avuto la possibilità di rimarginarsi da generazioni.

Israele ha affermato che il raid aveva lo scopo di “ripulire” un “covo di terroristi”, ma gli esperti delle Nazioni Unite hanno affermato che l’assalto costituisce una punizione collettiva contro i palestinesi e potrebbe configurarsi come un crimine di guerra.

Gli abitanti adulti del campo profughi hanno raccontato ad Al Jazeera di essere perseguitati dagli stessi incubi che hanno seguito le offensive militari israeliane dei decenni passati.

Gli adolescenti, che hanno appena subito l’attacco più aggressivo nel corso della loro giovane vita, ora chiedono di essere accompagnati in bagno e si rifiutano di dormire da soli.

“Il trauma è persistente, cronico, storico ed intergenerazionale”, afferma Jabr. Ha evidenziato come il feroce assalto abbia colpito anche la psiche dei palestinesi fuori Jenin perché le immagini che mostrano migliaia di persone che evacuano il campo nel cuore della notte con solo i vestiti addosso ricordano a molti la Nakba.

La Nakba, che in arabo significa “catastrofe”, si riferisce a quando nel 1948 750.000 palestinesi furono spazzati via dalle loro città e villaggi subendo una pulizia etnica per far posto alla fondazione di Israele.

Il campo di Jenin è stato istituito nel 1953 per rifugiati provenienti da più di 50 villaggi e città nelle parti settentrionali della Palestina, principalmente Haifa e Nazareth. Da allora è stato l’obiettivo di continui raid militari israeliani.

Durante l’Intifada del 2002 le forze israeliane hanno spazzato via intere zone del campo e ucciso 52 palestinesi in 10 giorni di combattimenti, che hanno anche determinato la morte di 23 soldati israeliani.

Più di un quarto della popolazione del campo fu costretto a fuggire da quello che era diventato un campo di battaglia, o “Jeningrad”, come lo definì il defunto leader palestinese Yasser Arafat in riferimento all’assedio nazista della città russa di Stalingrado durante la seconda guerra mondiale.

“D’improvviso è tornata la stessa paura”

“Questa è stata la mia terza Nakba”, ha detto Afaf Bitawi, abitante nel campo, a proposito dell’offensiva israeliana della scorsa settimana.

Pur non essendo ancora nata, la 66enne ha vissuto gli eventi del 1948 attraverso le storie dolorose raccontate dai suoi genitori. Ha anche assistito in prima persona all’impatto persistente dell’occupazione, ricordando ogni dettaglio dell’attacco del 2002 che ha lasciato la sua casa in rovina.

“La stessa identica domanda: dovrei uscire di casa e rischiare di essere colpita da un cecchino, o dovrei abbandonarla e temere che un bulldozer possa demolirla?” dice Bitawi, descrivendo come si è sentita durante il recente raid. “Quella stessa paura, quella stessa domanda e il trauma sono tornati all’istante.”

Gli esperti hanno affermato che questo ciclo continuo di traumi si consolida ulteriormente con ogni successiva operazione militare. E per quanto oggi potrebbe esserci più consapevolezza e disponibilità ad accedere ad un supporto per la salute mentale i bisogni sono enormi.

Secondo i dati dell’Ufficio Centrale di Statistica Palestinese nella Cisgiordania occupata più della metà delle persone di età superiore ai 18 anni soffre di depressione. Nella Striscia di Gaza assediata, la cifra è del 70%.

Le condizioni di vita nel campo di Jenin non aiutano. Più di 11.200 persone vivono ammassate in un’area inferiore a mezzo chilometro quadrato senza un solo spazio verde e con uno dei tassi di disoccupazione più alti di tutti i campi profughi della Cisgiordania occupata.

Alcune ONG danno un po’ di sollievo offrendo sostegno psicologico alle famiglie o organizzando attività ricreative, soprattutto per i bambini. L’anno scorso è stata addirittura lanciata la prima start up per la salute e il benessere mentale, Hakini.

Ma troppo spesso un amico o un parente viene ucciso o veicoli blindati e uomini armati vagano per le strade del campo rendendo impossibile qualsiasi duraturo sollievo dallo stress e provocando nuovi traumi.

Manassa Yacoub, 13 anni, dalla morte dell’amica Sedil Naghniyeh mangia poco o niente. La quindicenne era stata uccisa durante il raid israeliano alla fine di giugno.

Da allora non dorme mai sola. E’ sempre silenziosa. Ha persino paura di usare l’altalena nel nostro cortile. La guarda solo da lontano, dice suo padre Sami Yacoub, 43 anni, proprietario di un negozio di telefonia mobile.

Garantire la persistenza del trauma

Ci sono altri ostacoli nell’affrontare i problemi di salute mentale.

Vivere sotto un’occupazione vecchia di decenni ha creato un’ulteriore pressione a che i palestinesi si impegnassero nella lotta di resistenza – una cosa, dichiarano i palestinesi, che è stata loro imposta da Israele.

Gli israeliani si assicurano che ogni generazione abbia il proprio personale trauma – è un trauma prefabbricato, afferma Nasser Mattat, psicologo dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati Palestinesi che nel 2022 ha gestito il pronto intervento di salute mentale per i bambini.

Molti dei combattenti nel campo di Jenin oggi sono gli stessi bambini traumatizzati vent’anni fa, dice.

“Il trauma subito oggi porterà a ulteriori violenze perché non viene affrontato”, conclude Mattat.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Rapporto settimanale: “Registra, registra” la pulizia etnica di Ein Samiya!

Philip Weiss  

18 giugno 2023 – Mondoweiss

Registra, registra. Parlerò più piano, ma concentrati e scrivi. Quello che è successo ieri è stata una nuova Nakba.” Un anziano palestinese invita il mondo a essere testimone della pulizia etnica di Ein Samiya.

Spesso sentiamo dire che in Cisgiordania è in corso una Nakba al rallentatore. Che, mentre i ministri fascistoidi di Netanyahu affermano l’antico “diritto ebraico” sull’area C [circa il 60% della Cisgiordania, in base agli accordi di Oslo sotto totale ma temporaneo controllo di Israele, ndt.], sempre più villaggi palestinesi vengono soffocati e strangolati e i loro abitanti espulsi per far posto ai coloni ebrei. E pressoché nessuno vi presta attenzione. Perché noi siamo anestetizzati …

Ecco la storia di uno di questi villaggi. Tre settimane fa circa 200 palestinesi che vivevano a Ein Samiya, nella Valle del Giordano, hanno abbandonato le proprie case e messo le loro cose su camion per sfuggire alle continue violenze e vessazioni che hanno subito per anni da parte di tre colonie estremiste ebraiche vicine. I coloni hanno rotto le loro finestre e rubato le loro greggi. L’esercito israeliano è rimasto a guardare senza fare niente per bloccare i criminali ebrei.

Un amico ebreo che è stato a Ein Samiya mi ha detto che sembrava di vedere ebrei in fuga da un pogrom nell’Europa orientale.

Eppure qui negli Stati Uniti non si sente una sola parola riguardo alla pulizia etnica di Ein Samiya. L’amministrazione Biden non ha detto niente su Ein Samiya, anche se fa finta di sostenere l’opposizione alle politiche annessioniste del governo Netanyahu. Nessun giornalista al Dipartimento di Stato ha menzionato Ein Samiya. Le organizzazioni sioniste progressiste non hanno emesso alcun comunicato contro questa vergogna.

Sì, B’Tselem ha emesso una dichiarazione. Lo stesso ha fatto il Norwegian Refugee Council [Consiglio Norvegese per i Rifugiati, Ong norvegese, ndt.], che ha visto distruggere dai teppisti razzisti la scuola che aveva costruito. Al Jazeera ha informato della fuga. Un esperto di Americans for Peace Now [Americani per la Pace Ora, ong sionista USA contraria all’occupazione, ndt.] ha denunciato i politici: Bezalel Smotrich è al potere ed ha dato mano libera ai coloni per spogliare i palestinesi.

“Stiamo assistendo alle tragiche conseguenze delle pratiche israeliane e della violenza dei coloni di lunga data,” ha affermato l’ufficio dell’ONU per il Coordinamento delle Questioni Umanitarie.

Il bravo rabbino Arik Ascherman [di fede ebraica riformata e pacifista, ndt.] ha cercato di proteggere la gente di Ein Samiya, e poi ha spiegato agli israeliani, soprattutto a quelli che manifestano per la democrazia: “Le nostre mani hanno versato questo sangue!”

Ma negli USA politici e associazioni per i diritti umani non hanno alzato la loro voce. Il Dipartimento di Stato non ha detto niente. I sionisti progressisti hanno taciuto. Mentre un pogrom si svolgeva davanti ai nostri occhi.

Visitando i memoriali dell’Olocausto i bambini chiedono: “Perché gli altri non hanno detto niente?” Avendo fatto io stesso questa domanda da bambino, sono orgoglioso di dire che abbiamo informato molte volte della pulizia etnica ad Ein Samiya.

Nello straziante reportage di Mariam Barghouti dal villaggio espulso due settimane fa l’ottantunenne Abu Naje Ka’abneh, il cui magnifico ritratto di Majid Darwish compare all’inizio di questo messaggio, si è così rivolto a Mariam:

Registra, registra. Non fraintendere le informazioni. Parlerò lentamente ma concentrati e scrivi. Quello che è successo ieri è stata una nuova Nakba.”

Una nuova Nakba. Registra, registra.

Abu Naje crede nel potere della parola. E noi stiamo facendo del nostro meglio per avvertire gli americani della crisi dei diritti umani dei palestinesi.

È un grande privilegio essere testimoni. Quindi, per favore, passa parola.

Grazie per avermi letto.

Phil.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Dobbiamo smetterla di confutare la propaganda israeliana nei termini di Israele

TOM SUAREZ  

27 maggio 2023  – Mondoweiss

Nelle nazioni occidentali tendiamo inconsapevolmente a permettere a Israele di controllare i termini del dibattito anche mentre combattiamo per la causa palestinese. Invece, dobbiamo rispedire le accuse israeliane a chi le formula

La battaglia per la giustizia in Palestina è una battaglia di linguaggi. È una battaglia non solo di informazioni, ma del contesto in cui vengono presentati gli ipotetici fatti, cioè di narrazione. Così Israele settantenne utilizza una narrazione “nazionale” che inizia con l’Antico Testamento e profitta dei nostri stessi media e governi come co-cospiratori. Se i media occidentali riportassero invece la realtà israelo-palestinese, da un giorno all’altro l’intero progetto sionista si farebbe insostenibile.

La narrazione palestinese è sempre più considerata vitale nella lotta per la giustizia. Eppure viene in gran parte estromessa. Come osserva la professoressa dell’Università di Exeter Nadia Naser Najjab, non ci sarà giustizia per la Palestina “fintanto che la comunità internazionale continuerà a ignorare la narrazione palestinese”.

Perché, allora, viene ignorata? Che cosa le è contro? Contro cosa si scontra la (vera) storia di una terra rubata, la sua gente sottoposta a pulizia etnica o rinchiusa in bantustan sotto uno Stato di apartheid?

Si scontra con una mitologia elaborata e sfaccettata, radicata nell’iconografia biblica e messianica culturalmente inculcata nel suo pubblico. Si scontra con la favola di un popolo in alleanza con Dio che ritorna nel proprio “paese” che risale a cinquemila anni fa. Si scontra con uno Stato il cui nome è stato scelto per farci credere che lo abbiamo letto nella Bibbia e funge cinicamente da fiaccola per il peso morale dell’Olocausto e da rifugio per gli ebrei dal flagello dell’antisemitismo. Si scontra con il fondamentalismo sionista cristiano e un pubblico ulteriormente predisposto attraverso la sistematica disumanizzazione dei palestinesi.

E oltre a tutto ciò la Narrazione Palestinese si scontra con la precondizione che perfino per ridicolizzare la mitologia di Israele i palestinesi devono prima pienamente accettarla.

Come ha affermato Jeremy Ben-Ami del “progressita” J Street [forum statunitense che promuove la leadership americana per una soluzione pacifica e diplomatica ai conflitti arabo-israeliano e israelo-palestinese, ndt.] nel suo articolo per commemorare il 75° anniversario dello Stato israeliano (tutti i corsivi sono miei):

Credo che coloro che sottolineano la Nakba dovrebbero anche riconoscere la legittimità del legame ebraico con la terra di Israele e che anche il popolo ebraico ha diritto all’autodeterminazione. […] se mai dovessimo risolvere questo tragico conflitto tra ebrei e palestinesi, entrambi i popoli dovranno comprendere la narrazione dell’altro, la loro storia di dolore e il loro legame con la stessa terra…”

Si noti che “conflitto” è anch’esso una narrazione a beneficio di Israele.

“… e tutti gli ebrei, spero, un giorno riconosceranno il legame dei palestinesi con questa terra e capiranno perché essi considerano il 1948 una catastrofe…”

I palestinesi devono accettare la narrazione israeliana subito, ma il riconoscimento reciproco? Forse “un giorno”, spera l’autore. Il “legame palestinese” con la propria terra è presentato come un concetto vago, valido solo se “tutti gli ebrei” lo accettano, mentre il legame dei coloni stranieri con quella terra è così naturale da non meritare spiegazioni. E infine, nello stereotipo antisemita, gli “ebrei” sono considerati così chiusi e concentrati su di sé da non arrivare a capire perché altre persone potrebbero considerare una “catastrofe” il totale furto e la pulizia etnica del loro paese – davvero così difficile che:

È improbabile che israeliani e palestinesi si accordino mai su una versione comune della storia

Svilendo ciò che è realmente accaduto ai palestinesi come “versione” – sostituto peggiorativo di “narrazione” – si può rimuoverlo. In effetti, una ricerca su Internet di “Narrazione palestinese” può occupare tutto il giorno, ma ogni volta che viene esposta una Narrazione per mostrare il crimine secolare contro i palestinesi, i propagandisti israeliani se ne impadroniscono per definirla una sorta di credenza, di invenzione nostalgica – nient’altro che “quello che dicono i palestinesi”.

In risposta agli sforzi del professor Rashid Khalidi per impedire agli Stati Uniti di costruire la propria ambasciata a Gerusalemme su terra rubata a palestinesi, tra cui la sua famiglia, un velenoso articolo sul Jerusalem Post affermava che “quello che sta accadendo qui non è tanto una battaglia sulla storia di Gerusalemme quanto una battaglia sulle narrazioni della storia.” Una recensione sullo stesso giornale dell’eccellente The Hundred Years’ War on Palestine [La guerra di cent’anni per la Palestina] del prof. Khalidi inizia proprio col titolo: “Controllare la narrazione palestinese”. Il recensore contrasta la “narrazione” di Khalidi con una litania di invenzioni israeliane la cui stessa logica sarebbe giustamente condannata come incitamento all’odio se le “parti” fossero invertite. Ed è nel contrastare tale razzismo – disumanizzazione – che la narrazione è così cruciale, per assicurare il fallimento della infame congettura di Ben-Gurion secondo cui “i giovani dimenticheranno”.

Riappropriarsi dei termini del dibattito

Solo i palestinesi possono riferire la narrazione palestinese collettiva e individuale. Ma per quelli di noi i cui paesi hanno causato il crimine secolare contro di loro – in particolare il Regno Unito e gli Stati Uniti – la fondamentale responsabilità di porre fine all’eterna complicità dei nostri paesi ricade su di noi. È nostro compito porre fine alla giungla di bugie su cui fa affidamento Israele.

A tal fine propongo un’osservazione generale. Nelle nazioni occidentali che si sono nutrite della mitologia di Israele tendiamo inconsapevolmente a permettere a Israele di controllare i termini del dibattito anche se combattiamo per la causa palestinese. Di una miriade di esempi forse il più semplice con cui illustrare il mio punto è come trattiamo l’uso da parte di Israele dell’accusa di antisemitismo per metterci a tacere.

Quando sul nostro petto viene scarabocchiata la “A” scarlatta di antisemita , la nostra tipica risposta è negare l’accusa: no, non sono antisemita. L’antisionismo non è antisemitismo. Questa risposta è totalmente nei termini di Israele: i suoi propagandisti, non tu, mantengono il controllo e tu rimani “colpevole”.

La risposta deve respingere correttamente l’accusa e includere le parole che la calunnia vorrebbe mettere a tacere: No, non cercare di coprire/nascondere l’apartheid israeliano. Sei sionista. Questo è antisemitismo! Oppure: sto difendendo dei fondamentali diritti umani. Stai insultando gli ebrei come oppositori dei diritti? O ancora: l’unico antisemitismo qui è da parte dei sionisti che in nome degli ebrei difendono l’apartheid israeliano contro la Palestina.

Cito questo come modello, suggerito per ripensarci e liberare tutti i nostri ragionamenti da un contesto ereditato. In questo momento la presa di Israele sull’opinione pubblica sta vacillando, Israele stesso è nel caos politico, le tre sillabe “apartheid” diventano ogni giorno più salde e la realtà che Tel Aviv abbia rubato tutta la Palestina storica non è più negabile . Il pubblico è più aperto alla verità dell’esperienza collettiva e individuale dei palestinesi – e il resto di noi deve fare sempre più pressioni per “delegittimare” lo stato razziale che è causa dell’intera catastrofe.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)