Come la maggioranza silenziosa di Israele sta lasciando che i palestinesi della Cisgiordania vengano cacciati via

Amira Haas

10 marzo 2026 Haaretz

“Abitanti di Beita, vi consigliamo di iniziare a fare i bagagli”, commentava lunedì l’amministratore del gruppo WhatsApp in lingua ebraica “News of the Hills” [in riferimento a Hilltop Youth, i giovani delle colline, giovani coloni estremisti haredi che hanno stabilito avamposti senza base legale israeliana e operano gravi violenze contro i palestinesi. Ndt.], dopo aver spiegato che “Beita è solo un esempio di ciò che accade quando gli ebrei decidono… di comportarsi come i proprietari terrieri”. Come al solito, ha invocato Dio, concludendo il suo sermone con “C’è una sola soluzione: il trasferimento. Accadrà presto, se Dio vuole”.

L’amministratore ha poi postato il seguente consiglio meno di un giorno dopo che gli ebrei israeliani avevano preso d’assalto il villaggio di Khirbet Abu Falah e ucciso a colpi d’arma da fuoco due dei suoi residenti: “A tutti i piccoli terroristi di Abu Falah… la migliore raccomandazione che riceverete è semplicemente quella di fuggire. Trasferitevi in ​​Turchia, Dubai o in Francia… Non avete futuro qui. Le colline vi sconfiggeranno”. In quasi tutti i casi noti gli aggressori ebrei ribadiscono alle vittime palestinesi la raccomandazione di fuggire in un altro Paese.

E così, in pieno giorno, sotto le telecamere di sorveglianza delle Forze di Difesa Israeliane e del servizio di sicurezza Shin Bet e nei video degli aggrediti trasmessi in diretta streaming, le squadre terroristiche ebraiche continuano instancabilmente a sparare contro i palestinesi, a distruggere boschi e condutture dell’acqua, a violare i campi e a picchiare e tormentare donne e anziani, giovani e persino bestiame, a picchiare quasi a morte gli attivisti che praticano presenza protettiva e poi a vantarsi apertamente che l’obiettivo è espellere i palestinesi dalla loro patria.

C’è una spiegazione logica del perché possano continuare a scatenarsi e a vantarsi della loro furia.

La ragione è duplice. Il primo punto è che la loro “soluzione” di espulsione si sposa a meraviglia con i piani ufficiali oggi non più celati e con le linee politiche segrete attuate in passato. Inoltre la loro visione da incubo risponde alle speranze, ai desideri e ai lunghi anni di lavaggio etnocentrico del cervello di troppi ebrei israeliani.

Il secondo punto è che alla maggior parte dei membri della società ebraica israeliana non importerebbe se i palestinesi scomparissero completamente da questa terra, e non solo dietro recinzioni di filo spinato, muri di separazione, la Route 6 e i ristoranti di Wadi Ara.

Il primo punto afferma che dietro ogni adolescente trasandato o cowboy, con tzitzit [le frangie attaccate ai quattro angoli della camicia bianca tallit gadol, ndt.] e pistola, c’è una lunga fila di avvocati e pianificatori ben vestiti, laureati nelle migliori università, ministri e impiegati del Fondo Nazionale Ebraico, comandanti militari e dirigenti e ispettori dell’Amministrazione Civile.

Quelli che per anni hanno fatto finta che la “sicurezza” fosse l’unica ragione per dichiarare zone di tiro e divieti di coltivazione della terra. Quelli che, per mano delle forze dell’ordine, hanno ordinato la distruzione delle cisterne d’acqua e proibito alle comunità palestinesi di allacciarsi all’acqua e all’elettricità. Quelli che hanno redatto e stanno redigendo leggi e ordinanze che stabiliscono, in un linguaggio militaresco o in un magniloquente gergo legale, che i terreni pubblici saranno assegnati solo agli ebrei.

Sono loro che hanno progettato e autorizzato muri di separazione e autostrade per divorare quanti più terreni agricoli e futuri lotti edificabili palestinesi possibile – su entrambi i lati della Linea Verde, nel Negev e in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est. Il sacro terrorismo ebraico, che raggiunge ogni giorno nuove vette, non fa che accelerare notevolmente la violenza burocratica e l’espropriazione che lo Stato persegue da decenni.

Le colline hanno già vinto, anche se la soluzione finale che stanno profilando non si materializza. Stanno vincendo in virtù del fatto che solo la violenza che provoca feriti gravi o morte varca la soglia della cronaca. Stanno vincendo semplicemente perché l’opposizione sionista non ha inviato le sue migliaia di sostenitori con esperienza di combattimento a proteggere le comunità palestinesi. Le colline stanno vincendo perché i partiti di opposizione non arabi chiariscono con il loro silenzio che ciò che stanno facendo i pogromisti non li disturba. Le colline stanno vincendo perché le comunità ebraiche all’estero continuano a sostenere Israele, il che incoraggia il terrorismo ebraico a conquistare più territorio, così da poter accogliere più immigrati in cerca di una casa per le vacanze invernali.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Rubio conferma l’eresia: gli USA sono entrati in guerra contro l’Iran a causa di Israele

Philip Weiss

3 marzo 2026 – Mondoweiss

L’eresia nella teoria di Walt e Mearsheimer riguardo alla lobby israeliana era l’affermazione secondo cui Israele e i suoi sostenitori hanno spinto gli USA in guerra. Ora Marco Rubio l’ha confermata quando ha ammesso che Trump è entrato in guerra contro l’Iran a causa di Israele.

La più grande eresia del libro di Stephen Walt and John Mearsheimer del 2006 sulla lobby israeliana (pubblicata dalla London Review of Books [in Italia da Mondadori nel 2007, ndt.] perché gli editori americani lo avevano rifiutato) era stata l’affermazione che la lobby avesse fatto pressione sull’amministrazione di George Bush per la disastrosa guerra in Iraq. I media l’avevano definita una teoria cospirazionista antisemita. Paul Wolfowitz sostenne che neoconservatore fosse un eufemismo per ebreo.

Anche la sinistra respinse quell’ipotesi, affermando che quella in Iraq era una guerra imperialista per le risorse e che il cane muove la coda, non il contrario.

Ma era molti anni fa, e le prove dell’influenza di Israele sulla politica estera USA non hanno fatto che aumentare. Obama cancellò la politica che aveva baldanzosamente esposto al Cairo, cioè il blocco alla colonizzazione [dei territori palestinesi occupati, ndt.], perché alla vigilia della sua candidatura per la sua rielezione nel 2012 i gruppi filo-israeliani avevano praticamente un accesso illimitato alla Casa Bianca. Biden ha autorizzato il genocidio a Gaza evidentemente preoccupato nei confronti dei donatori miliardari filo-israeliani (secondo Washington Post e Responsible Statecraft [rivista del centro di studi politici USA Quincy Institute, ndt.]). Poi ieri Marco Rubio ha detto ad alta voce l’eresia.

Facendo delle considerazioni intese a porre fine alla “confusione” sulle ragioni statunitensi della illegale (e orripilante) guerra contro l’Iran che Trump ha scatenato sabato, il segretario di Stato ha posto la domanda “Perché ora?” e poi ha risposto affermando che Israele stava per attaccare l’Iran.

“Sapevamo che stava per esserci un’azione israeliana. Sapevamo che avrebbe scatenato un attacco contro forze americane. E sapevamo che se non li avessimo aggrediti preventivamente, prima che lanciassero quegli attacchi, avremmo subito un numero maggiore di vittime,” ha affermato.

Quindi, secondo Rubio, la coda ha mosso il cane.

Anche se Rubio le ha sparate a vanvera, o si è espresso male, come sempre ci dicono i politici il giorno dopo, la sua è stata una confessione scioccante all’interno del gruppo dirigente. La scorsa notte sulla CNN il senatore Mark Warner ha ripetuto di essere un “deciso” sostenitore di Israele, ma di non volere che gli USA “esternalizzino le nostre decisioni di politica estera a un governo straniero.” Il parlamentare Warren Davidson, un repubblicano dell’Ohio, ha sostenuto che Rubio ha dato una risposta “pessima” e “molto deludente” (che secondo lui rievocava l’influenza dei neoconservatori guerrafondai).

Il New York Times farà del suo meglio per ignorare la confessione di Rubio, ma essa sta galvanizzando le forze contrarie alla guerra. “E mentre non siamo più una Nazione divisa tra sinistra e destra, ora siamo una Nazione divisa tra quelli che vogliono combattere guerre per Israele e quelli che vogliono solo la pace e poter pagare le bollette e l’assicurazione sanitaria,” ha scritto su X Marjorie Taylor Greene, ex-parlamentare della Georgia.

La confessione di Rubio ha giustificato la critica di lunga data dei Realisti, insieme alla sinistra, secondo cui l’influenza israeliana sta distorcendo la politica statunitense, distruggendo l’immagine americana all’estero, per non parlare del fatto che sta terrorizzando milioni di persone, da Gaza a Teheran a Beirut, e uccidendo molti di loro in palese violazione delle leggi internazionali.

Quella critica non è più un’eresia, è l’analisi più plausibile delle azioni USA in Medio Oriente. Ecco alcuni degli episodi che confermano questa critica:

  • La scorsa estate, benché gli USA avessero in corso negoziati con l’Iran sul suo programma nucleare, Israele ha iniziato una guerra di 12 giorni contro l’Iran con un attacco a sorpresa, non provocato da alcuna minaccia imminente. Gli USA si sono uniti alla guerra di Israele. Quell’attacco ha sollevato domande su chi stesse prendendo le decisioni.

  • Un’analisi del partito Democratico sulla fallimentare campagna di Harris nel 2024 avrebbe concluso che Harris abbia perso un appoggio “significativo” nelle elezioni a causa del suo rifiuto di opporsi al genocidio a Gaza. Alcuni a sinistra stanno chiedendo che il rapporto venga reso pubblico. James Zogby [fondatore e presidente dell’Arab American Institute di Washington, ndt.] sostiene che dai sondaggi risulta chiaro che gli elettori “ne hanno abbastanza dell’appoggio cieco alle politiche israeliane. Questo è un fatto.”

  • Nel 2018 Trump distrusse l’accordo di Obama con l’Iran e spostò l’ambasciata [USA] a Gerusalemme in buona misura perché il suo principale donatore, il defunto Sheldon Adelson, che era molto legato a Israele, voleva che lo facesse. Come sostenne Trump a proposito della competizione per avere il denaro di Adelson nel 2016, “Sheldon Adelson sta pensando di dare un grande finanziamento a Rubio perché pensa di poterlo plasmare come il suo pupazzetto perfetto.” Alla fine è risultato che il pupazzo è Trump.

  • Barack Obama condusse una campagna per la firma del suo successo in politica estera, l’accordo con l’Iran del 2015, sfidando l’influenza israeliana. “Quando il governo israeliano si oppone a qualcosa la gente negli Stati Uniti ne prende nota,” disse Obama in un importante discorso, ma sarebbe stata “una negazione del mio dovere costituzionale” se si fosse schierato con Israele. Chuck Schumer si oppose ad Obama sull’accordo, votando contro, disse in seguito, a causa “della minaccia iraniana contro Israele”. Poi Shumer ottenne la più alta carica nel partito Democratico, un’indicazione su quale voce conti a Washington.

  • Il collaboratore di Obama Ben Rhodes ha affermato che nel periodo precedente alle elezioni del 2012 da 10 a 20 dei “soliti sospetti della comunità ebraica organizzata statunitense” avevano accesso praticamente illimitato alla Casa Bianca, per garantire che Obama non avrebbe fatto niente per bloccare l’espansione coloniale di Israele [nei territori palestinesi occupati, ndt.]. Rhodes ha detto che quando Obama irritò Netanyahu affermando che i confini del ’67 erano le basi per i colloqui di pace e allora Netanyahu rimproverò il presidente alla Casa Bianca, Rhodes dovette telefonare “a una lista di importanti donatori ebrei… per rassicurarli delle credenziali filoisraeliane di Obama.”

  • Nel 2002, nell’imminenza della guerra contro l’Iraq, un ex-consigliere di Bush in politica estera disse a un pubblico dell’università della Virginia che il “reale” e “non dichiarato pericolo” dall’Iraq non riguardava gli Stati Uniti, ma le “minacce contro Israele”. Il governo americano, aggiunse Philip Zelikow, “non vuole appoggiarsi troppo su questo nel suo discorso perché non è una faccenda facile da accettare.”

  • Secondo Osama bin Laden gli attacchi dell’11 settembre vennero in parte indotti dall’appoggio statunitense a favore di Israele. Questa ragione venne continuamente eliminata dalle analisi retrospettive americane ufficiali e dagli articoli dei media.

Spero che l’orribile guerra che Trump ha scatenato unirà l’opposizione politica contro l’influenza di Israele sulla nostra politica estera.

I sondaggi dicono che alla luce del genocidio a Gaza l’opinione pubblica USA su Israele sta drasticamente cambiando. Secondo Vox “nuovi dati dei sondaggi Gallup rivelano che il 41% degli americani afferma che le sue simpatie vanno più ai palestinesi rispetto al 36% a favore degli israeliani,”. Si tratta di un’inversione totale dei numeri dello scorso anno (il 46% per Israele e il 33% per i palestinesi).

Il rifiuto dell’opinione pubblica nei confronti di Israele come un qualche tipo di modello dovrebbe suscitare delle domande nei media che promuovono le illusioni israeliane di conquista militare per trasformare il Medio Oriente. Ronen Bergman [giornalista investigativo israeliano, ndt.], un campione delle politiche israeliane di assassinio di chiunque non piaccia, ha uno spazio fisso sul New York Times e sulla CNN. Oggi Yaacov Katz, ex-caporedattore del Jerusalem Post [quotidiano israeliano in lingua inglese, ndt.], è apparso sulla BBC per descrivere il massacro della dirigenza politica e militare iraniana come “magnifico”. Sulla CNN Dana Bash [conduttrice televisiva statunitense, ndt.] ha consentito a un guerrafondaio israeliano, il presidente “progressista” Isaac Herzog, di descrivere Israele come una “Nazione che ama la pace” e di dire che questa guerra inaugurerà una nuova era. Sì, quante volte lo abbiamo sentito dire?

Il discorso dominante negli Stati Uniti deve riflettere sulle critiche di sinistra e realiste che sono state emarginate ma riflettono accuratamente sul ruolo di Israele nel mondo, in particolare sulle sue responsabilità verso i “difficili vicini” di cui i suoi dirigenti si lamentano continuamente.

Cosa ancora più importante, questo discorso deve includere una discussione onesta su una fonte di instabilità in Medio Oriente: la persecuzione israeliana contro i palestinesi, attraverso politiche attive di pulizia etnica… apartheid… occupazione… tutto in nome dell’etnocrazia ebraica.

Questi valori sono antitetici rispetto a quelli americani. O dovrebbero esserlo.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Ecco perché Israele permette il più alto numero mai raggiunto di omicidi nelle sue città palestinesi.

Neve Gordon

5 febbraio 2026 – Al Jazeera

Israele tollera la violenza contro i suoi cittadini palestinesi per cacciarli via, mentre usa l’antisemitismo come arma per attirare gli ebrei.

Mentre i media internazionali si sono giustamente concentrati sul genocidio e sulle enormi dimensioni dell’espulsione da Gaza, e sulla pulizia etnica in Cisgiordania e a Gerusalemme Est occupata, poca o nessuna copertura mediatica al di fuori di Israele hanno avuto i 300 omicidi, 252 dei quali hanno riguardato vittime palestinesi, avvenuti in territorio israeliano nel 2025. Questo anche se lo scorso anno ha visto il maggior numero di omicidi mai registrato tra i cittadini palestinesi di Israele, che costituiscono il 21% della popolazione israeliana ma subiscono l’80% degli omicidi. Questo vuol dire un omicidio ogni 36 ore.

I media internazionali si sono anche occupati della crescita dell’antisemitismo nel mondo, anche se poco o per nulla si sono occupati di come Israele ha esagerato e strumentalizzato la concezione sionista di antisemitismo per creare panico morale tra gli ebrei ovunque. In effetti, quando parlo con amici ebrei in Israele, mi chiedono spesso come faccia io, che vivo a Londra, a far fronte all’antisemitismo. Dato che ricevono le notizie dai media israeliani, gli si può perdonare la convinzione che gli ebrei in tutto il mondo siano in imminente pericolo.

Questi due fenomeni, l’epidemia di delitti nella comunità palestinese in Israele e l’uso dell’antisemitismo come arma per amplificare le paure degli ebrei, potrebbero sembrare non avere nessun legame. Tuttavia, c’è chiaramente un filo che li unisce, un filo che si chiama ingegneria demografica.

Gli atti fondativi

L’ingegneria demografica è un elemento centrale del progetto sionista. Durante la guerra del 1948, circa 750.000 palestinesi sono stati espulsi in quella che il diplomatico statunitense Fayez Sayegh ha chiamato “eliminazione razziale”. Come parte di questo processo le città palestinesi furono spopolate e circa 500 villaggi furono distrutti. Nel 1951, i profughi palestinesi erano stati “sostituiti” da un pari numero di immigrati ebrei, sia europei sopravvissuti all’Olocausto che mizrahi provenienti dai Paesi arabi, trasformando in questo modo la composizione razziale dello Stato senza modificare il numero complessivo di abitanti.

Dopo la guerra, Israele non solo ignorò completamente la Risoluzione 194 delle Nazioni Unite che afferma il diritto dei palestinesi che erano stati resi profughi nel 1948 a ritornare alle loro case, ma nel 1950 approvò la Legge del ritorno, che conferiva “a tutti gli ebrei del mondo il diritto a emigrare in Israele ottenendone la cittadinanza, indipendentemente dal loro Paese di origine o dal fatto che potessero dimostrare qualche legame con Israele-Palestina, mentre privava di un diritto simile i palestinesi, compresi quelli che avevano un documentato legame ancestrale con il Paese”.

Nel corso degli anni numerosi politici e personalità influenti israeliane hanno descritto quello che Israele stava facendo nei territori che aveva occupato nel 1967 come un completamento del lavoro lasciato incompleto nel 1948: “Una seconda, vera Nakba per finire il lavoro di (David) Ben-Gurion (ex primo ministro israeliano)”, è stata la battuta di un giornalista. Contemporaneamente, dentro Israele, un diverso tipo di strategia demografica si sta manifestando, anche se l’obiettivo generale rimane lo stesso.

Criminalità come spinta per andarsene

Itamar Ben-Gvir non è certamente il primo ministro della Sicurezza Nazionale che ha permesso a delle gang criminali di terrorizzare le comunità palestinesi. Ma sotto la supervisione di Ben-Gvir gli omicidi hanno raggiunto livelli record. E il 2026 sembra seguire la stessa tendenza, con 31 palestinesi assassinati nel primo mese.

Da una parte, Israele ha usato la criminalità in aumento per dipingere i propri cittadini palestinesi come incivili e barbari, estendendo anche a loro la disumanizzazione dei palestinesi senza Stato a Gaza e in Cisgiordania. Dall’altra, ha permesso a dei criminali di terrorizzare le città palestinesi.

In effetti, la polizia ha risolto solo il 15% degli omicidi nelle comunità palestinesi facendo poco, o niente, per impedire ai criminali di raccogliere dalle attività commerciali “spese di protezione” che si stima privino la comunità di circa due miliardi di shekel (600 milioni di euro) all’anno.

Il 22 di gennaio i palestinesi hanno lanciato la più grande dimostrazione dal 2019, sventolando bandiere nere e cantando slogan che accusano la polizia di totale abbandono. Il giorno seguente gli organizzatori hanno proclamato uno sciopero generale, mentre uno degli organizzatori, Mohammed Shlaata, ha detto chiaramente che la responsabilità della violenza è delle autorità: “Siamo in una situazione di emergenza”, ha detto. “Puntiamo chiaramente il dito, la colpa è della polizia”.

Alcuni amici palestinesi con cui ho parlato mi hanno detto che temono per la vita dei loro figli e vogliono che lascino il Paese, mentre altri hanno fatto i bagagli e se ne sono andati. È vero, quelli che se ne sono andati sono pochi, ma i cittadini palestinesi stanno raggiungendo il limite.

Antisemitismo e migrazione negativa

Mentre il governo non fa nulla per reprimere le attività criminali e l’illegalità nelle comunità palestinesi in Israele, esagera e strumentalizza la concezione sionista di antisemitismo per riaffermare costantemente il vittimismo ebraico.

Mentre molto è stato scritto sull’uso di una falsa nozione di antisemitismo, che confonde le critiche a Israele e al sionismo con la persecuzione degli ebrei per mettere a tacere i palestinesi e le voci a loro favore, si sente parlare molto meno dell’utilizzo dell’antisemitismo riguardo al problema israeliano della migrazione negativa, cioè degli ebrei che se ne vanno da Israele.

Dal 2023 sono più gli ebrei che hanno lasciato il Paese di quelli che sono entrati. Nel 2024 se ne sono andati da Israele 26.000 cittadini in più rispetto agli immigrati che sono arrivati; nel 2025 la differenza è salita a 37.000. In altre parole, la migrazione negativa è salita del 42% e le autorità israeliane sono preoccupate che questa tendenza stia prendendo piede o addirittura stia accelerando.

Di conseguenza, sia ai cittadini israeliani che alla diaspora ebraica viene raccontato che l’antisemitismo in tutto il mondo è fuori controllo. Agli ebrei viene detto che l’orribile massacro di Bondi in Australia è l’indicatore di una nuova tendenza, che nel Regno Unito l’antisemitismo è stato normalizzato, e che gli ebrei europei hanno paura di indossare la kippah.

Senza dubbio l’antisemitismo è molto aumentato negli ultimi due anni, e c’è ovviamente un nucleo di verità in queste storie. Ma, al contrario del vero e reale panico tra i cittadini palestinesi, che lo Stato ha ignorato, nel caso dell’antisemitismo lo Stato esagera in modo drammatico e strumentalizza i fatti per produrre panico morale. Il messaggio è chiaro: gli ebrei nel mondo dovrebbero temere per la loro vita, e quindi quelli che vivono in Israele dovrebbero pensarci bene prima di andarsene, mentre il solo modo in cui gli ebrei della diaspora possono essere al sicuro è emigrando in Israele.

Il suprematismo come collante

Il collante che tiene assieme tutte le strategie demografiche dispiegate da Israele è la convinzione nell’eccezionalismo e nel suprematismo ebraico. Il genocidio a Gaza e la pulizia etnica in Cisgiordania sono giustificati attraverso la disumanizzazione dei palestinesi; il fatto che gli omicidi e la criminalità nelle comunità palestinesi dentro Israele siano ignorati ha le sue radici nella discriminazione razziale che continua dal 1948, e Israele usa il razzismo contro gli ebrei come un’arma per contrastare la migrazione negativa. L’obiettivo ultimo è di garantire il carattere razziale-religioso di Israele come esclusivamente ebraico, il sogno di uno Stato puramente ebraico.

(traduzione dall’inglese di Federico Zanettin)




L’espulsione finale dei palestinesi è in corso e la vostra indifferenza lo permette

Amira Hass

27 gennaio 2026 – Haaretz

I cambiamenti in Cisgiordania, attuati nel quadro della risolutezza, sono devastanti e avvengono a velocità della luce. L’opposizione israeliana resta in silenzio

Il colpo di stato governativo che ci sta riportando indietro ha una sorella maggiore nel Piano Decisivo di espulsione volontaria del Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, che sta spingendo Israele verso nuovi abissi, giorno dopo giorno. Eppure l’opposizione sionista, che ha concesso il suo appoggio nella forma di ulteriori riservisti, sangue e slogan alla guerra di sterminio e vendetta nella Striscia di Gaza, continua ad ignorare l’intrinseca connessione tra loro.

Quindi che cosa succederà quando i discendenti di Giosuè entreranno nelle città palestinesi in Cisgiordania, vi appiccheranno il fuoco, spareranno contro le case e colpiranno i passanti coi loro bastoni? Voi, membri e sostenitori dei democratici e di Yesh Atid (partito politico israeliano di centro, ndtr.), correrete ad arruolarvi nell’esercito per proteggere questi santi guerrieri dai palestinesi della Cisgiordania che rifiutano di arrendersi?

I cambiamenti che vengono realizzati nella cornice della determinatezza sono devastanti e avvengono alla velocità della luce. Sono di proporzioni bibliche. Le armate ufficiali di Dio e i loro mercenari sono impegnati nelle espulsioni e nell’annientamento, emulando le gesta a Gaza. Queste legioni di santi guerrieri espellono una comunità pastorizia dopo l’altra, attaccano villaggio dopo villaggio e scuole e moschee.

Una sorgente, una piana fertile e un uliveto…l’accesso ad essi è stato vietato a coloro che ne sono stati proprietari per secoli. Le entrate dell’Autorità Nazionale Palestinese sono in mano al nostro Ministro delle Finanze. Le piante di sabra [dalla parola ebraica tzabur, che designa una pianta simile al fico d’india, ndt.] e la bellezza della terra sono solamente nostre. Ci sono ancora qua e là esigue comunità pastorizie palestinesi, o villaggi le cui strutture furono costruite prima del 1967, ma nessun problema. Stanno diventando sempre più povere, sempre più stremate.

L’area C della Cisgiordania, che ci é stata tramandata dal monte Sinai, è piena di allevamenti di pecore da carne rigorosamente kosher, che producono profitti ingenti e richiedono finanziamenti e sostegno del governo. Adesso si sono già allargati nell’area B. Poi sarà la volta dell’area A e delle sue città. (le aree create dagli accordi di Oslo del 1993: la A sotto controllo palestinese, la B sotto  controllo sia israeliano che palestinese, la C sotto totale controllo israeliano, ndt.). Gli eletti dell’armata di Dio non conoscono paura, non esiste forma di violenza che non intendano impiegare. Ogni battaglione aggiunto, ogni comandante di brigata e compagnia, ogni detective della polizia e ogni capo di stato maggiore sono suoi partner operativi. I vostri fratelli armati in Giudea e Samaria (come viene chiamata la Cisgiordania, ndt.) prendono di mira le città palestinesi. Non ci sarebbero riusciti se non fosse per la vostra indifferenza.

Dopo che i palestinesi sono stati concentrati in enclave urbane strutturate dai nostri migliori capi militari, sarà tempo di programmare la loro espulsione finale. In Giordania? Un’altra guerra? Quisquilie per l’armata dell’Onnipotente.

Il progetto di Smotrich è in atto dagli ultimi tre anni, condotto apertamente e sistematicamente. Le sue fondamenta erano già state poste dai suoi predecessori spirituali in Cisgiordania a partire dalla metà degli anni ’90 del 1900, dalle circonvallazioni di Yitzhak Rabin all’appello di Ariel Sharon ai coloni di “andare sulle colline” e la voluta impotenza delle forze dell’ordine di fronte alla violenza organizzata dei coloni contro i palestinesi e le loro proprietà.

Simili avvertimenti sono stati fatti più di una volta e le probabilità che ora vengano ascoltati con le orecchie e con il cuore dall’ opposizione, che si definisce liberale e democratica, sono scarse. Inoltre due delle sue colonne portanti, Yisrael Beiteinu (‘Israele casa nostra’, partito di destra nazionalista sionista e laica, ndt.) e Naftali Bennet [ex primo ministro di Israele dal 13 giugno 2021 al 1º luglio 2022, ndt.] ed il suo misterioso partito, hanno condotto parti del programma decisionale prima che il suo attuale autore entrasse in carica.

Per di più il glorioso sistema legale che siete corsi a difendere negli scorsi tre anni ha permesso e facilitato “piccole” deportazioni, da Umm al-Hiran nel Negev a al-Hadidiya nel nord della Valle del Giordano. Non resta che esprimere frustrazione e rabbia, finché il regime ce lo permette.

Il silenzio auto imposto e l’intimidazione degli ebrei; lo svuotamento del Paese dalla sua popolazione palestinese; una dittatura per gli ebrei dopo che è stata imposta con successo sui palestinesi, cosa che non siamo riusciti a completare nel 1948; e una nuova incarnazione del Regno di Giudea e della regola della ‘halakha’ (legge ebraica, che si basa sui testi sacri, ndt.). “Due persone potranno camminare insieme, se prima non si sono messe d’accordo?”

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Israele sta combattendo un’altra guerra, una guerra che non fa notizia

Mariam Barghouti

20 gennaio 2026 Al Jazeera

Nella Cisgiordania occupata Israele ha mobilitato tutte le sue risorse militari e coloniali per rendere impossibile la vita ai palestinesi

Mentre gli Stati Uniti concentrano gli sforzi sul mantenimento dell’aggressione israeliana a Gaza attraverso la messa in scena di un cessate il fuoco, un’altra guerra è in corso in Cisgiordania.

Negli ultimi due anni Israele ha intensificato le sue “operazioni di controinsurrezione” in Cisgiordania per “contrastare il terrorismo palestinese”. L’uso di termini come “operazioni di controinsurrezione” non è casuale. Israele sfrutta termini militari per nascondere le intenzioni e manipolare la realtà. Dall’Operazione Muro di Ferro all’Operazione Campi Estivi e all’Operazione Cinque Pietre fino alla più recente operazione “antiterrorismo” ad al-Khalil (Hebron), le azioni vengono presentate e riportate come temporanee, mirate e di risposta.

Ma non lo sono. L’intensificazione dell’aggressione militare – insieme alla violenza delle milizie dei coloni, alla distruzione delle infrastrutture, alle demolizioni di case e al crescente numero di posti di blocco e checkpoint – mira a creare dati di fatto sul campo che rendano la vita impossibile ai palestinesi, proprio come a Gaza.

Le zone di guerra in Cisgiordania

Nel 2025 l’assalto militare israeliano in Cisgiordania ha provocato la più grande campagna di sfollamento di massa che i palestinesi abbiano mai affrontato dal 1967, con quasi 50.000 palestinesi cacciati con la violenza dalle loro case.

L’esercito israeliano ha distrutto i campi profughi di Jenin e Tulkarem e ha negato ai loro residenti il ​​diritto al ritorno. Ora ha di fatto trasformato i due campi nel suo quartier generale militare al nord.

Le truppe israeliane hanno anche intrapreso la quasi totale distruzione delle infrastrutture, tra cui strade, sistemi fognari e la rete elettrica. Almeno il 70% delle strade della città di Jenin è stato spianato con i bulldozer e la maggior parte delle condutture idriche e delle reti fognarie a Jenin e Tulkarem sono state distrutte nel giro di poche settimane, con perdite economiche per milioni di dollari.

In tutto il distretto migliaia di famiglie sono state private sia dell’acqua che dell’elettricità. E ancora oggi le famiglie sfollate vivono in aree difficili da raggiungere, con pochissime infrastrutture civili.

Parallelamente l’esercito israeliano ha ampliato la geografia della sua violenza. Le truppe israeliane ora effettuano incursioni regolari nelle città centrali della Cisgiordania, tra cui Ramallah e Ariha (Gerico), e nel sud di al-Khalil (Hebron) e a Betlemme. In questi attacchi i palestinesi vengono assediati, terrorizzati e talvolta giustiziati dai soldati israeliani che operano impunemente.

Questa settimana l’esercito israeliano ha lanciato un’operazione su larga scala ad al-Khalil (Hebron) con il pretesto di riportare la legge e l’ordine. L’intera città è stata messa sotto assedio con carri armati israeliani a pattugliare le strade, mentre uomini e ragazzi vengono arrestati, sottoposti a interrogatori sul campo e trattenuti in condizioni brutali.

Ma la violenza israeliana non si limita alle incursioni e alle operazioni dell’esercito. Dove va l’esercito, seguono i coloni. Con vero spirito coloniale, l’esercito funge da apripista e accompagna gli attacchi delle milizie dei coloni israeliani contro la popolazione e le proprietà palestinesi e dà il via all’annessione delle terre dei pastori. Negli ultimi due anni gli israeliani che vivono illegalmente in Cisgiordania sono stati dotati di armi di livello militare che vanno dagli M16 di fabbricazione statunitense alle pistole e ai droni, e le usano a loro piacimento.

È ormai chiaro che le operazioni di “controinsurrezione” di Israele non mirano a ottenere la vittoria “sul campo di battaglia”. Sono uno sforzo coordinato con i coloni per riprogettare l’ambiente territoriale e sociale in Cisgiordania in modo che non possano esserci dissenso o resistenza.

Quando una logica di controinsurrezione viene applicata a una popolazione civile occupata è un modo di trasformare case, strade e pratiche quotidiane in strumenti di controllo.

L’infrastruttura della paura

Lo scorso gennaio i coloni israeliani hanno affisso manifesti sulle strade principali della Cisgiordania. Recavano scritto a caratteri cubitali: “Non c’è futuro in Palestina”. I palestinesi hanno capito quello che era: una dichiarazione di guerra. Siamo ora nel pieno svolgimento.

Ogni settimana, in media, nove palestinesi vengono uccisi, altri 88 feriti, 180 arrestati, una dozzina torturati in interrogatori sul campo, a cui si aggiungono una media di 100 attacchi di coloni israeliani, 300 raid e assalti militari e 10 demolizioni di case e proprietà palestinesi. Tutto questo è fatto in una sola settimana.

Questi dati non riflettono solo l’aumento del livello di violenza, ma anche la sua frequenza. L’obiettivo di questa intensificazione è erodere qualsiasi senso di normalità per i palestinesi.

Migliaia di raid nel corso di un anno, uniti all’espansione delle colonie, alle nuove tangenziali, a centinaia di nuovi posti di blocco militari e alla sorveglianza sistemica, non sono episodici; hanno trasformato la violenza da eccezione a routine, normalizzando la disgregazione in condizione dell’amministrazione.

La violenza coloniale dei coloni detta legge nella vita dei palestinesi; determina quando le persone dormono, dove giocano i bambini, quando possono andare a scuola, se le attività commerciali aprono e come viene immaginato il futuro. Impone la necessità di una costante ricalibrazione. Prosciuga ed esaurisce.

In tutta la Cisgiordania la vita quotidiana palestinese è strutturata attorno a violente interruzioni. Israele non solo sta ridisegnando la mappa attraverso l’annessione di fatto, ma sta usando la paura come infrastruttura per ridisegnare i confini di dove i palestinesi possano vivere in sicurezza.

Questo influenza ogni aspetto della vita. Come giornalista palestinese, ogni volta che mi metto in viaggio mi ritrovo ad affrontare una familiare e paralizzante ansia per ciò che potrebbe accadere. Raramente percorro la stessa strada due volte. Un giorno è chiuso un villaggio; il giorno dopo un’intera città. Un viaggio di un’ora si trasforma in un viaggio di tre ore, a volte quattro. Devio continuamente attraverso le montagne, mentre cancelli e posti di blocco israeliani compaiono a ogni entrata e uscita di ogni villaggio e città palestinese.

La nostra vita in Cisgiordania si misura in deviazioni. Che non solo evidenziano il furto sistematico e accelerato di territorio e risorse vitali da parte di Israele, ma servono anche a rubare tempo e a impoverire le capacità socioeconomiche. Israele non solo ha interrotto la continuità territoriale in Cisgiordania, ha distrutto anche la vita sociale, il radicamento psicologico e le possibilità politiche.

E così, mentre alcuni palestinesi vengono cacciati sotto la minaccia delle armi, gli altri vengono cacciati attraverso l’infrastruttura della paura.

Israele è riuscito a creare un ambiente ostile in cui persino le case possono trasformarsi in campi di battaglia in pochi minuti. Allo stesso tempo, la violenza delle milizie armate israeliane e la proliferazione di avamposti soffocano aree urbane come Nablus, Ramallah, Betlemme e al-Khalil (Hebron).

L’esercito israeliano ha persino iniziato a saccheggiare sistematicamente i negozi di cambiavalute e a rubare oggetti di valore, come oro e argento, dalle case. Questo è importante quanto il terrore quotidiano, perché Israele non solo sta distruggendo le infrastrutture fisiche, ma sta anche rendendo impossibile la ripresa e la ricostruzione.

Frammentare un popolo

Una terra disconnessa è un popolo disconnesso. Le città palestinesi in Cisgiordania si stanno riducendo e vengono inglobate in uno Stato coloniale israeliano in continua espansione.

L’anno scorso Israele ha formalizzato i piani per sviluppare il progetto della colonia illegale E1 e quest’anno si prevede che porterà avanti il ​​piano di espansione delle colonie vicino a Gerusalemme, nella Valle del Giordano e attorno a Ramallah. Questi sviluppi separerebbero di fatto Gerusalemme Est occupata dalla Cisgiordania e il nord dal sud. I coloni israeliani stanno ora issando bandiere israeliane su strade e case palestinesi come simbolo di conquista.

La Cisgiordania è fondamentale per comprendere che la guerra non arriva solo con le bombe; a volte arriva con posti di blocco, permessi, restrizioni urbanistiche, violenza sponsorizzata dallo Stato e il dirottamento di risorse vitali dai palestinesi alle colonie. Non si tratta semplicemente della frammentazione del territorio in preparazione della colonizzazione, ma del lento degrado della capacità della popolazione nativa di esistere come collettività. La Cisgiordania è il luogo in cui la guerra si scatena sotto la soglia delle notizie, senza alcuna linea del fronte.

Le opinioni espresse in questo articolo sono quelle dell’autore e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

Mariam Barghouti è una scrittrice palestinese-americana residente a Ramallah.

I commenti politici di Barghouti sono apparsi, tra gli altri, sull’International Business Times, sul New York Times e su TRT-World.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Le esportazioni agricole israeliane rischiano un imminente “collasso” poiché il mondo rifiuta i suoi prodotti a causa del genocidio di Gaza

Jonathan Ofir

19 gennaio 2026 – Mondoweiss

I coltivatori israeliani segnalano che le esportazioni agricole del Paese stanno affrontando un imminente “collasso” dovuto all’opposizione internazionale al genocidio di Gaza. Recenti reportage mostrano l’impatto del boicottaggio contro Israele e perché il “marchio” Israele potrebbe non riprendersi mai più.

Negli ultimi mesi la rete pubblica israeliana ha messo in onda vari reportage sul grave problema in Israele per l’esportazione di frutta, soprattutto sui mercati europei. Trasmessi da Kan 11 [canale pubblico israeliano, ndt.], i servizi indicano quello che gli stessi agricoltori descrivono come un imminente “collasso”, testimoniando involontariamente l’importanza del continuo boicottaggio internazionale contro Israele.

Uno dei reportage della rete pubblica afferma che ora Israele si trova accanto alla Russia nell’ “alleanza dei boicottati”. È difficile identificare un unico soggetto responsabile di questa situazione di isolamento, ma l’Europa ha una parte importante nella vicenda.

“Non vogliono i nostri manghi,” dice a Kan 11 un coltivatore di manghi in uno dei servizi. “In Europa trattano con noi solo se gli manca qualcosa. Solo allora comprano da noi. Se hanno un’alternativa evitano di farlo.”

Un altro aspetto della faccenda è Ansar Allah dello Yemen, più comunemente noto come “gli Houti”. Il blocco del Mar Rosso a sud — nonostante l’accordo di maggio con gli USA, che non li ha fatti desistere dal minacciare Israele — ha obbligato le compagnie di navigazione a ricorrere a rotte più lunghe e costose. Ciò ha compromesso anche il mercato asiatico.

Ma, nonostante non ci sia un unico fattore evidente, il genocidio israeliano a Gaza rimane chiaramente una causa comune ai vari fattori. Gli israeliani lo negano e contemporaneamente dichiarano il proprio appoggio, come evidenziato lo scorso anno da un ampio sondaggio che ha mostrato che la grande maggioranza di israeliani crede che non ci siano “innocenti a Gaza”.

A causa dell’arroganza nazionale degli israeliani, e della loro sensazione di aver il diritto di commettere un genocidio con il pretesto dell’“autodifesa”, la prima vittima della crisi delle esportazioni è l’ego collettivo israeliano. Nei reportage si vedono agricoltori che piangono e naturalmente la simpatia nazionale va ai coltivatori di agrumi e manghi, anche se uno di loro, un generale in congedo, dice a tutti quanto “ne abbia abbastanza” dei palestinesi.

In altre parole la reazione israeliana contro il boicottaggio globale accentua implicitamente l’odio verso i palestinesi e il disprezzo verso quanti non stanno con Israele.

Ma quello che di fatto subisce dei danni in Israele non è un settore economico piuttosto che un altro, ma il marchio Israele, che potrebbe non riprendersi.

Ironicamente la migliore rappresentazione di questo marchio sono gli “aranci Jaffa”, un marchio che di per sé rappresenta l’espropriazione della cultura palestinese da parte del colonialismo di insediamento israeliano, praticamente sparito dal mercato internazionale.

Prendiamo in considerazione due importanti servizi televisivi, uno sugli agrumi e l’altro sui manghi, che rappresentano due dei principali prodotti agricoli esportati da Israele.

Dove sono le arance?”

Il primo servizio di Kan 11, messo in onda alla fine di novembre 2025 e diffuso con il titolo di “Fine della Stagione delle Arance”, citando una canzone popolare israeliana, si concentra sugli agrumeti del kibbutz Givat Haim Ichud. Per inciso, è il kibbutz in cui sono nato e cresciuto.

Il campo si trova proprio vicino al punto in cui è ancora possibile trovare i cactus del villaggio di Khirbet al-Manshiyya in cui si è consumata la pulizia etnica [a danno dei palestinesi]. Il coltivatore del frutteto del kibbutz, Nitzan Weisberg, spiega che tutti gli agrumeti sono a rischio di essere sradicati per la mancanza di commesse per l’esportazione.

Weisberg ha iniziato a gestire le coltivazioni del kibbutz due anni fa e inizialmente aveva tagliato metà degli alberi di agrumi nel tentativo di rendere di nuovo conveniente il settore.

Ma poi hanno cominciato ad essere cancellati gli ordini dall’Europa e ora non può neppure vendere la produzione della metà rimasta. “Nonostante la sua alta qualità la frutta israeliana è attualmente meno richiesta in Europa,” afferma. “Dall’inizio della guerra (a Gaza) di fatto stiamo producendo in perdita.”

Se le cose peggiorano, dice Weisberg, ciò porterà al “collasso”.

Il giro prosegue appena dall’altra parte della strada, nelle coltivazioni del kibbutz Ein Hahoresh, dove è nato lo storico Benny Morris. Lì Gal Alon, un coltivatore di agrumi di terza generazione, parla di come la sua famiglia abbia deciso di non esportare niente dall’inizio della guerra. Quello dei mercati esteri è “un mondo molto difficile e aggressivo,” sostiene, quindi ha deciso di basarsi solo sul mercato interno.

La troupe televisiva poi si sposta di tre chilometri verso Hibat Zion, un moshav (insediamento agricolo) dove il coltivatore Ronen Alfasi sta contrattando il prezzo dei pompelmi con un mediatore che vuole venderli sui mercati di Gaza. Alfasi dice che i prodotti confezionati saranno troppo cari per loro, benché i suoi magazzini e depositi refrigerati siano pieni. Mostra che i frutti sugli alberi hanno superato il limite delle loro dimensioni e non potranno essere commercializzati come frutta, ancor meno per l’esportazione. Dovranno essere venduti localmente per farne dei succhi.

Il reportage nota anche che solo qualche arancio è coltivato. Ce ne sono alcuni, ma solo per il mercato locale. Il marchio “arancia Jaffa” è storico, ma era stato reso famoso in tutto il mondo dagli agricoltori palestinesi a metà dell’‘800, prendendo il nome dalla città portuale di Jaffa che li esportava, una città che subì una pulizia etnica quasi totale da parte delle milizie sioniste nel 1948. Allora Israele si impossessò del marchio, una parte della stessa appropriazione culturale che considera hummus e falafel come israeliani.

“Prima della guerra esportavamo alcune (arance) in Scandinavia,” dice Daniel Klusky, segretario generale dell’associazione israeliana dei coltivatori di agrumi. “Ma dopo la guerra non ne abbiamo esportato neppure un container.”

Alleanza dei boicottati”

Ronen Alfasi afferma che la maggior parte dei raccolti del suo settore venivano esportati in Paesi asiatici, ma cita il “problema logistico contro gli Houti” come la ragione per la quale “tutte le tratte della logistica sono cambiate.” Si sono cercati percorsi più lunghi e più costosi, dice Alfasi, con container che arrivano con un ritardo da 90 a 100 giorni. “E arrivano con gravi problemi di qualità,” racconta.

L’unico mercato rimasto, afferma Alfasi, è la Russia. Benché come coltivatore di agrumi stia perdendo soldi, sta esportando in Russia solo per coprire le spese di magazzino.

A un certo punto l’intervistatore gli fa una domanda scomoda: “Possiamo dire che la Russia è l’unico mercato che tratta ancora con noi?”

“Trattano ancora con noi,” dice Alfasi, “ma in Europa molto meno… trattano con noi solo se gli manca qualcosa. Se hanno un’alternativa evitano di comprare da noi.”

“E si dice esplicitamente che è a causa della… situazione nazionale di Israele?” chiede più esplicitamente l’intervistatore.

“Sì,” risponde chiaramente Alfasi.

“Quindi gli europei non ci prendono in considerazione e i mercati asiatici sono bloccati. Almeno i russi comprano ancora qualche prodotto da noi: l’alleanza dei boicottati,” conclude l’intervistatore [Israele è l’unico Paese occidentale che non ha aderito al boicottaggio della Russia, ndt.].

Manghi marciti

Il quadro è simile in un altro reportage di Kan sulla raccolta dei manghi nel nord della fine di agosto 2025. Qui viene presentato un generale a riposo ed ex-portavoce dell’esercito, Moti Almoz, ora coltivatore di manghi. Lo si vede mentre urla ordini ai lavoratori utilizzando un gergo militare.

I frutti sembrano abbastanza buoni, ma la voce narrante descrive la stagione come “una delle più dure vissute dai coltivatori di mango in Israele”. “Si parla di un vero collasso.” Almoz dice che non è a causa della cattiva produzione, questa stagione ha avuto “un raccolto pazzesco”, sostiene, ma piuttosto perché “il 25% è per terra.”

“Perché non li ha raccolti?” chiede l’intervistatore.

“Perché non avrei potuto farci niente. Dopo che i refrigeratori sono pieni e i mercanti hanno preso quello che avevano ordinato… la gente in Israele deve mangiare anche carne, un po’ di pane e formaggio. Non può mangiare solo manghi.”

Il reportage dice che quest’anno molti mercati agricoli si sono chiusi per i produttori di mango e Almoz nota che sta perdendo centinaia di migliaia di shekel, mentre le fattorie più grandi stanno perdendo milioni. Dodi Matalon, un agricoltore delle piantagioni collettive di mango dei kibbutz Moran e Lotem, dice che quest’anno non hanno neppure mandato frutta ai magazzini perché non sarebbe stato conveniente. Invece la gente arriva con la propria auto e compra casse direttamente dal campo. “Spero che ci aiuterà a rimanere almeno a galla,” commenta Matalon. “Ma non ci salverà”.

Su 1.200 tonnellate di frutta 700 rimarranno sugli alberi, cadranno a terra e marciranno. “Una crisi come questa non l’avevamo mai vissuta prima,” spiega Matalon.

Poi arriva l’inquadramento della voce narrante. Come l’altro reportage anche questo fa allusione al genocidio. “Questa crisi è stata creata dalla combinazione di vari fattori arrivati simultaneamente, e in maggioranza sono relativi alla guerra,” afferma il narratore. “Gaza, che detiene il 15% del mercato, è completamente chiusa. Anche i palestinesi della Cisgiordania comprano molto meno. Ma il colpo più duro è arrivato dall’estero: il 30% dei manghi israeliani va all’esportazione, soprattutto in Europa, ma quest’anno i porti hanno iniziato a chiudere.”

“A causa della guerra a Gaza stanno riducendo l’entità degli acquisti da Israele,” dice Almoz. “Non vogliono i nostri manghi.”

Matalon afferma che in Europa ci sono “piccole etichette che indicano da dove arriva il prodotto,” notando che “possiamo vedere che questo ha un effetto.”

Egli crede che il peggioramento dello stato dell’agricoltura da esportazione israeliana richiede un intervento del governo, se la si vuole salvare, oppure, avverte, “ci ritroveremo semplicemente senza esportazioni agricole.”

Andrebbe in rovina piuttosto che vendere ai gazawi

La voce narrante dice che Almoz è un vecchio militante del partito laburista, un “falco della sicurezza” che è diventato ancora più falco dal 7 ottobre. La posizione predominante di questo genere di persone è stata espressa nel marzo 2024 dal capo del movimento dei kibbutz Nir Meir: “Molti degli abitanti dei kibbutz che hanno subito il 7 ottobre non sopportano di sentir parlare arabo e vogliono vedere Gaza cancellata.”

Almoz ripete sentimenti simili, sostenendo che dopo il 7 ottobre “dobbiamo ripensare tutto, tutto. Io ero uno che diceva che più lavoratori (palestinesi) in Israele avrebbero significato meno terrorismo.”

“Ti sbagliavi?” gli chiedono.

“Certo, cosa credi? Ne ho abbastanza di loro,” dice enfaticamente. “Stai parlando con una persona che ne ha abbastanza di loro. Qualunque cosa tu mi possa dire, che potrebbero cambiare… è una favoletta…”

In effetti Almoz dice di non voler vendere a Gaza anche se ciò gli farebbe guadagnare qualcosa: “Se c’è una sola possibilità che io perda soldi perché questo (mango) si potrebbe trasformare in un beneficio per Hamas, allora preferisco perdere soldi.”

Nel reportage Matalon è scoppiato letteralmente a piangere, ma per il momento il senso generale di supponenza in Israele ha impedito a lui e a quelli come lui di riconoscere che il genocidio ha un prezzo. Questi sono i frutti amari del genocidio.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




“Questa è una nuova Nakba”: come oltre 100 palestinesi della Cisgiordania hanno dovuto lasciare le proprie case in un solo giorno

I contadini, sottoposti a costanti soprusi, demoliscono le case e vendono le greggi mentre alcuni volontari organizzano “spostamenti protetti” per tenere lontane le pecore dei coloni. “Uomini in perfetta forma fisica hanno bisogno di attivisti sessantenni o ragazzi di 20 anni per proteggerli” dice l’osservatore Amir Pansky, definendola la più disgustosa pulizia etnica possibile

Matan Golan

13 gennaio 2026 – Haaretz

A Ras Ein al-Auja il suono della saldatura del metallo è continuato tutta la notte. Sempre più famiglie hanno iniziato a impacchettare le proprie cose preparandosi a lasciare le loro case a causa delle crescenti vessazioni subite da parte dei vicini avamposti dei coloni.

Domenica pomeriggio Yousef ha venduto il suo gregge di pecore. I suoi vicini hanno demolito il recinto, mentre altri hanno fatto altrettanto con la casa. Allo stesso tempo attivisti di sinistra sono stati chiamati per fornire agli abitanti protezione mentre se ne andavano.

Uno degli uomini è scoppiato a piangere vicino al camion carico di quello che aveva in casa. “Questa è una nuova Nakba,” dice il suo vicino, Husseini. “Ognuno se ne sta andando in zone diverse. Alcuni ad Auja, altri a Gerico, a Taybeh o nella zona meridionale del Monte Hebron. Abbiamo vissuto qui per 40 anni, dopo essere stati obbligati a lasciare Masafer Yatta [nel sud della Cisgiordania, ndt.] nel 1967, ma ovunque andiamo ci seguiranno, questo ci hanno detto i coloni.”

Il gregge di pecore della famiglia è stato caricato su un camion a due piani, le pecore sotto e gli agnelli sopra. “Porteremo le pecore lontano sulle montagne,” dice Husseini, indicando verso ovest. Dallo scoppio della guerra i coloni hanno impedito loro di uscire al pascolo, obbligandoli a comprare fieno per il gregge con i propri soldi. Oltre a temere i vicini che vivono negli avamposti dei dintorni, gli abitanti di Ras Ein al-Auja affermano di non poter continuare a vivere in questo modo dal punto di vista economico. “Non abbiamo futuro,” dice una persona del posto.

Husseini racconta che i coloni che sono passati vicino a casa sua la settimana scorsa gli hanno gridato: “Vi abbiamo sconfitti.” Dice che gli abitanti sapevano che stava per arrivare l’ora di partire. “É lo stesso gruppo di coloni, agiscono in base a un piano. Il governo sta con loro, così come l’esercito e la polizia. Ogni volta si concentrano su una comunità diversa, la obbligano ad andarsene e poi prendono la terra su cui essa si trovava,” aggiunge. “Alla fine nulla importa, né i medi né le pressioni internazionali, ci riescono. Dopo averci tagliati fuori e impedito di sopravvivere non rimane altro da fare. È questa la democrazia di cui sono così orgogliosi?”

La comunità è divisa in varie aree. Nella primavera del 2024 i coloni hanno fondato un nuovo avamposto a centinaia di metri da quella a nord ovest, con una mandria di cammelli e un gregge di pecore. Circa una settimana e mezza fa i coloni hanno costruito un’espansione dell’avamposto nei pressi delle case dei contadini. Giovedì circa 100 persone hanno deciso di lasciare le proprie case,

ma non tutte le famiglie. Alcuni hanno detto di voler rimanere e guardano i loro vicini prepararsi ad andarsene. Nel pomeriggio di venerdì le greggi dei coloni sono tornate a scorrazzare nelle zone che circondano la comunità.

Per la prima volta attivisti di sinistra hanno fornito “spostamenti protetti” ininterrottamente nel villaggio per tener lontane le greggi di coloni dalle zone residenziali, mentre altri avevano il compito di consentire agli uomini che avevano lavorato 12 ore per demolire le strutture di riposare un po’ per il giorno successivo. Dopo che un gregge dei coloni si è fermato nel villaggio gli attivisti sono stati chiamati per portarlo via. I bambini hanno chiesto a uno degli attivisti, trattato dai contadini come un membro della famiglia, se anche questa volta aveva portato nella sua macchina palloni da calcio. Stavolta non lo aveva fatto.

“È straziante,” afferma Amir Pansky di Looking the Occupation in the Eye [Guardare l’occupazione negli occhi, organizzazione israeliana contro l’occupazione, ndt.] con gli occhi lucidi: “Non è la prima espulsione che vedo, ma è la peggiore. Ci sono persone con cui siamo stati per tre anni, conosciamo le famiglie, i genitori. E’ semplicemente del tutto surreale.”

Pansky dice che il governo potrebbe evacuare ufficialmente il villaggio e sostenere i costi, ma invece si nasconde dietro a tredicenni che se ne occupano al suo posto. “Uomini (palestinesi) nel fiore degli anni hanno bisogno di attivisti sessantenni o ragazzi di 20 anni che li proteggano dai pastori inviati dai consigli regionali [strutture amministrative dei coloni, ndt.] e da organizzazioni sioniste religiose,” aggiunge. “Questa è la forma più degradante di espulsione etnica che si possa immaginare.”

Vestiti lavati pendono dai fili per stendere i panni e su barriere di metallo di ogni casa in previsione di peregrinazioni e dell’ignoto. Una donna con un vestito colorato sta sulla soglia della sua casa di lamiera mentre le sue figlie saltano su un logoro divano. “Mio marito va a lavorare e io rimango con le piccole,” dice. “Originariamente recintavamo il cortile per segnare i confini della casa, ma abbiamo aggiunto i cancelli a causa dei coloni. Stanno sempre girovagando qui intorno, a volte entrano perfino dentro. Abbiamo sempre sperato che loro, i coloni, e non noi, se ne andassero. È una buona zona, è duro lasciare una terra così fertile,” aggiunge.

La parte occidentale della comunità è stata abbandonata da giovedì. Solo qualche cane spaventato vaga tra ciò che rimane dell’espulsione. Nel campo arato in cui i bambini giocavano a calcio non rimane che un pallone giallo.

Lunedì, quando il sole è sceso, le greggi dei coloni hanno attraversato il villaggio. Un giovane delle colline [gruppo di giovanissimi coloni estremisti molto violenti, ndt.] mascherato ha fatto una “V” con le dita nei pressi delle rovine delle case accompagnato dal compiacimento dei coloni con sorrisi nervosi sul volto. L’autista del veicolo di una pattuglia dell’esercito fa segno verso i giornalisti con il gesto delle tre dita. Dall’altro lato della strada una ragazzina in tuta da ginnastica rosa controlla gli oggetti sul terreno, preparandosi a lasciare il posto che è stata la sua casa.

L’IDF ha dichiarato che “alla luce delle crescenti frizioni nella zona l’esercito rafforzerà la sua presenza operativa a Ras Ein al-Auja.” Secondo l’esercito “forze dell’IDF sono entrate nella zona in base alle richieste e alle necessità operative per impedire scontri tra la popolazione e conservare l’ordine e la sicurezza nella zona.”

L’IDF sottolinea che “la condotta delle forze come descritta nell’articolo non è accettabile ed è oggetto di controllo. Ai soldati dell’IDF è richiesto di agire in base agli ordini e ai regolamenti.” Aggiunge che “il processo di verifica della proprietà delle terre non è ancora stato completato.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Israele pronto ad avviare la costruzione di una tangenziale nel cuore della Cisgiordania

Emma Graham-Harrison

Martedì 13 gennaio 2026 – The Guardian

Il progetto stradale, parte del progetto per un nuovo insediamento illegale nell’area E1 a est di Gerusalemme, è considerato uno strumento di annessione

Israele prevede di iniziare il mese prossimo i lavori di una tangenziale che chiuderà il cuore della Cisgiordania occupata ai palestinesi e consoliderà di fatto l’annessione di un’area fondamentale per la vitalità di un futuro Stato palestinese.

La strada è un elemento chiave del progetto di un nuovo vasto insediamento illegale nell’area E1 a est di Gerusalemme che frammenterebbe la Cisgiordania occupata. Il ministro delle Finanze israeliano, Bezalel Smotrich, ha affermato che i piani mirano a “seppellire l’idea di uno Stato palestinese”.

Concepita come un corridoio di transito chiuso ai veicoli palestinesi, la tangenziale fornirà a Israele un pretesto per impedire ai palestinesi di accedere alle strade esistenti nell’area dell’insediamento pianificato, dove saranno ammessi solo i veicoli israeliani.

La tangenziale venne soprannominata “strada della sovranità” quando la costruzione iniziale fu approvata nel 2020 dall’allora ministro della Difesa, Naftali Bennett, che celebrò il ruolo del progetto come strumento di annessione. “Stiamo applicando la sovranità nei fatti, non nelle parole”, affermò all’epoca. L’attuale ministro della Difesa, Israel Katz, ha affermato lo scorso anno che la costruzione di strade e l’espansione degli insediamenti avrebbero rafforzato la “presa” di Israele sulla Cisgiordania occupata.

L’area E1 copre circa il 3% della Cisgiordania occupata, un triangolo di terra tra Gerusalemme, Betlemme e Ramallah, fondamentale per lo sviluppo e la prosperità di un futuro Stato palestinese.

Gli oppositori chiamano la tangenziale “strada dell’apartheid” perché costringe palestinesi e israeliani a sistemi di trasporto separati.

Sarà anche uno strumento per la pulizia etnica delle restanti comunità palestinesi nella zona, ha affermato Hagit Ofran, esperta di insediamenti presso il gruppo di pressione israeliano Peace Now. “Vogliono la terra, non vogliono che ci sia la gente”, ha affermato.

Se il nuovo insediamento israeliano verrà costruito di fatto separerà per i palestinesi il nord e il sud della Cisgiordania occupata, e isolerà ulteriormente Gerusalemme Est occupata dalle altre comunità palestinesi.

Costruire una strada per il transito dei palestinesi in quest’area non compenserebbe l’impatto dell’annessione della terra stessa da parte dei i coloni israeliani, ha affermato Ofran. L’imminente inizio dei lavori è stato comunicato ai palestinesi interessati dalla strada, che avevano presentato istanza ai tribunali israeliani per bloccare la tangenziale. Il loro avvocato, Neta Amar-Sheif, ha ricevuto la scorsa settimana una lettera che concedeva 45 giorni di tempo per opporsi ai lavori.

Il tracciato previsto per la strada attraversa le case della comunità di As Saraiya, destinate alla demolizione. Altre comunità, tra cui Elazariya, Abu Dis e Sawahra, saranno isolate all’interno del blocco degli insediamenti israeliani.

“In teoria, potrebbero decidere di istituire un posto di blocco a Elazariya e concedere permessi per le auto dei residenti nella zona, ma non è possibile sostenere una vita comunitaria se ci si trova in un’enclave di israeliani”, ha detto Ofran.

“Quello che probabilmente accadrà è che queste comunità saranno isolate dal loro ambiente circostante e immediatamente sfrattate o espulse”.

La costruzione della strada procede mentre Israele si prepara a iniziare a costruire oltre 3.000 case nell’area E1, adiacente all’insediamento esistente di Ma’ale Adumim. Chiunque viaggi dall’area E1 verso Israele ora deve attraversare un checkpoint per raggiungere Gerusalemme. Una volta che i palestinesi saranno esclusi dalle strade di questa zona il checkpoint verrà rimosso, consentendo agli israeliani di entrare a Gerusalemme senza interruzioni.

“Possono iniziare i lavori senza asfaltare la strada, possono persino costruire l’E1 senza la strada, ma sarà molto difficile per il traffico”, ha detto Ofran. “Se si vuole davvero attrarre persone, allora serve la strada. Fa parte dell’idea generale.”

Quando Israele ha dato l’approvazione formale al progetto E1 l’anno scorso, più di 20 paesi, tra cui Regno Unito, Francia, Canada e Australia, hanno condannato tale decisione come un’inaccettabile violazione del diritto internazionale che rischiava di alimentare la violenza.

Nel 2024, la Corte Internazionale di Giustizia delle Nazioni Unite ha stabilito che l’occupazione israeliana dei territori palestinesi è illegale e, in un molto argomentato parere consultivo, ha ordinato a Israele di porvi fine “il più rapidamente possibile” e di effettuare riparazioni complete. Da allora, tuttavia, il governo israeliano ha perseguito un programma aggressivo di espansione degli insediamenti in tutta la Cisgiordania, con scarsa opposizione interna da parte dei principali partiti politici.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Mentre a Gaza il genocidio continua la Cisgiordania è spinta verso una nuova Nakba

Penny Green

11 gennaio 2026 – Middle East Eye

La distruzione dei campi profughi di Jenin e Tulkarem da parte di Israele sta strappando le famiglie alle loro case, svuotando le comunità e accelerando la cancellazione dei palestinesi.

Il genocidio del popolo palestinese da parte di Israele non si è mai limitato alla sola Gaza.

In nessun luogo ciò è così evidente come nei campi profughi di Jenin, Nur Shams e Tulkarem, devastati, sfregiati dalle bombe, spettrali, distrutti e svuotati da Israele come duro monito per i palestinesi sulle conseguenze della resistenza all’occupazione e al genocidio.

Questo progetto coloniale pluridecennale in Palestina presenta molteplici livelli di annientamento. Mentre il mondo, sebbene attraverso una lente distorta, si è concentrato sulla catastrofe che ha colpito Gaza, Israele ha fatto in modo che in Cisgiordania i suoi piani per l’eliminazione dei palestinesi procedessero rapidamente.

L’espansione degli insediamenti coloniali, gli attacchi dei coloni, protetti dalle forze israeliane, contro gli agricoltori, i furti sistematici di bestiame, la distruzione delle scuole e delle case dei villaggi e lo sradicamento forzato dei palestinesi nei quartieri di Sheikh Jarrah e Silwan a Gerusalemme Est costituiscono tentativi sistematici volti a distruggere, in tutto o in parte, il popolo palestinese e il suo legame con la sua antica patria.

Durante una recente visita nella Cisgiordania settentrionale ho assistito alla distruzione fisica dei campi profughi e sono rimasta colpita da quanto le vite dei palestinesi rispecchino in quel luogo la devastazione affrontata dai profughi a Gaza.

È stato un chiaro richiamo al fatto che questo genocidio prende di mira tutti i palestinesi della Palestina storica.

Tra il 21 gennaio e il 9 febbraio 2025 Israele ha lanciato l’Operazione Muro di Ferro, prendendo di mira presunti “elementi terroristici” in tre campi profughi nella Cisgiordania settentrionale.

Il presidente del Comitato Pubblico di Nur Shams, Nihad Shawish, 52 anni, ci ha detto: “Proprio come a Gaza, stanno cercando di affermare che il campo profughi è un centro di terrorismo. Ma in realtà la resistenza è composta solo da poche persone in cerca di libertà”. E, proprio come a Gaza, tutti i palestinesi sono considerati da Israele “terroristi” e obiettivi da eliminare.

Nel corso dell’operazione, durata 19 giorni, circa 40.000 rifugiati provenienti dai campi di Jenin, Tulkarem e Nur Shams sono stati allontanati con la forza dalle loro case da forze speciali israeliane pesantemente armate, con l’uso veicoli blindati, droni e bulldozer.

L’Unrwa, l’agenzia dell’ONU per i rifugiati palestinesi, ha descritto l’offensiva israeliana come “la più prolungata ed estesa ondata di espulsioni dal 1967”. Si stima che il 43% dei campi profughi di Jenin, il 35% di Nur Shams e il 14% di quelli di Tulkarem siano stati distrutti o gravemente danneggiati.

Gli edifici su entrambi i lati dei vicoli nel campo di Nur Shams, che si estendeva dalla strada principale di collegamento tra Nur Shams e Tulkarem fino alla sommità del campo, sono stati bombardati o rasi al suolo per allargare i viottoli larghi due metri e trasformarli in strade larghe 12 metri accessibili ai carri armati. Tutti gli abitanti sono stati espulsi.

Viaggi dell’apartheid

Anche il viaggio verso questi campi devastati mette in luce, a ogni svolta, la brutale realtà dell’apartheid israeliano.

Attraversare la Cisgiordania è una sfida quotidiana di resistenza per i palestinesi. Un sistema stradale dell’apartheid significa che, mentre le illegali colonie israeliane sono collegate da scorrevoli autostrade per Gerusalemme e Tel Aviv, i palestinesi sono costretti a viaggiare su strade dissestate e tortuose e ad attraversare tunnel bloccati da infiniti posti di blocco e da imponenti barriere stradali gialle.

Un viaggio che richiederebbe 20 minuti sulle strade dei coloni per i palestinesi dura tre ore o più.

Durante il tragitto da Ramallah a Tulkarem ci siamo imbattuti in un nuovo spettacolo del suprematismo israeliano: enormi bandiere israeliane fiancheggiavano entrambi i lati dell’autostrada ogni 10 metri. Per gli osservatori esterni potrebbero riflettere una crescente insicurezza da parte di Israele, ma per i palestinesi sono semplicemente un’altra forma di intimidazione.

Abbiamo attraversato il bellissimo villaggio di Sinjal, ora circondato da recinzioni di filo spinato alte 30 metri. Tutti gli ingressi, tranne due, sono stati sigillati permanentemente da Israele, mentre i restanti due possono essere chiusi in qualsiasi momento a discrezione delle forze israeliane. Gli abitanti del villaggio non hanno alcuna spiegazione sul perché siano stati presi di mira in modo così feroce, se non che si tratti di “un altro atto di occupazione”.

Dalla mia ultima visita nel 2022 il progetto di insediamento coloniale si è ampliato notevolmente.

Incoraggiato dall’impunità internazionale e da un governo di estrema destra in cui i coloni detengono ministeri chiave, Israele ha approvato la legalizzazione o la costruzione di 69 nuovi insediamenti.

“Stiamo promuovendo una sovranità di fatto”, ha dichiarato il Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich annunciando i piani per oltre 3.400 case nelle colonie nell’ambito del progetto E1, che collegherebbe vasti blocchi di insediamenti coloniali nella Gerusalemme Est occupata a Maale Adumim, isolando così fisicamente i palestinesi di Gerusalemme Est da quelli della Cisgiordania occupata.

Abbiamo attraversato il grande insediamento illegale di Eli, in continua espansione, arroccato su una collina, con le sue orribili case dai tetti rossi, esse stesse una dichiarazione di intenti genocidi, una minaccia al benessere degli abitanti palestinesi del villaggio, che hanno visto i loro ulivi sradicati e hanno subito violenti attacchi.

Eli è anche noto per la sua accademia pre-militare Bnei David, che addestra coloni per il grado di ufficiali in unità di combattimento d’élite.

Abbiamo attraversato stazioni di servizio che i palestinesi non possono utilizzare e nuovi avamposti coloniali che deturpano antichi terrazzamenti e uliveti. Questi orribili avamposti illegali inevitabilmente si trasformeranno in orribili insediamenti coloniali illegali.

Una strada vicina, visibile ma non percorribile, ci avrebbe portato a Tulkarem in meno della metà del tempo. Ma Israele l’ha vietata a tutti i palestinesi.

Invece abbiamo percorso strade dissestate, fermandoci a posti di blocco improvvisi dove giovani soldati minacciosi decidevano se il nostro viaggio sarebbe continuato o terminato. A un certo punto abbiamo preso una strada alternativa per evitare un ulteriore posto di blocco.

Questi continui atti di apartheid sono progettati per rendere la vita dei palestinesi così insopportabile da costringerli ad abbandonare la loro terra.

Gaza in Cisgiordania

Percorrendo una strada sterrata dissestata abbiamo finalmente raggiunto Tulkarem. Le rovine del campo profughi di Nur Shams, la cui intera popolazione era stata espulsa con la forza a gennaio, si trovavano alla nostra sinistra.

Il campo è ora una spettrale città fantasma, con circa un terzo dei suoi edifici completamente o in gran parte distrutti. Grandi aree vuote sono state scavate nel cuore di Nur Shams dalle ruspe israeliane. Centinaia e centinaia di case sono state demolite probabilmente per creare accessi per veicoli blindati e carri armati.

Una Stella di David blu è stata dipinta con vernice spray su quella che un tempo era la casa di un rifugiato palestinese, ora utilizzata come base militare. Non è rimasto nessuno. Mentre salivo su un tumulo per scattare una fotografia, due passanti mi hanno intimato con urgenza di scendere. “I cecchini sparano a chiunque e senza preavviso”, hanno gridato.

I rifugiati hanno raccontato che, non appena hanno invaso i campi, le forze israeliane hanno interrotto tutte le comunicazioni e i servizi. Internet, elettricità e acqua sono scomparsi all’istante. Questi rifugiati espulsi sono stati letteralmente gettati nel nulla. Alcuni hanno trovato parenti da cui stare, mentre molti altri hanno cercato rifugio in moschee, scuole abbandonate, sale per matrimoni e altri spazi pubblici. Ora vivono ai limiti della sopravvivenza.

È stato proprio come la Nakba, soprattutto perché non sapevamo dove stavamo andando… nessuno sapeva dove saremmo stati costretti a dirigerci”, ha detto Nihad.

I rifugiati che hanno trovato rifugio nella scuola rimasta in costruzione di El Muowahad nel villaggio di Thenaba, tra Nur Shams e Tulkarem, hanno descritto il terrore dei raid da parte di soldati armati fino ai denti, degli elicotteri d’attacco Apache che sorvolavano il campo, dei droni suicidi che esplodevano e della fuga frenetica dalle loro case con addosso solo i vestiti che indossavano.

“Il 26 gennaio hanno iniziato a far saltare in aria le nostre case e in sette giorni il campo è stato completamente svuotato”, ha ricordato Khaled, 50 anni, seduto esausto su una sedia di plastica nel corridoio della scuola in cui vive insieme a 21 famiglie del campo di Tulkarem.

“Nessuno se lo aspettava”, ha continuato. “Non ho portato via da casa nemmeno una maglietta. Ora è demolita.” Le case rimaste in piedi sono state date alle fiamme. Le espulsioni sono state violente. “Anche quando la Mezzaluna Rossa ci ha dato le medicine di cui avevamo bisogno i soldati ce le hanno strappate e le hanno gettate a terra”, ci ha raccontato Hakem, aggiungendo che più di 1.800 case nel campo di Tulkarem sono state distrutte.

Da quasi 12 mesi 122 rifugiati sfollati vivono nella scuola in costruzione condividendo locali angusti a gruppi di 10-12 persone. Le strutture sono poche o inesistenti,” ha spiegato Khaled.

“Quando siamo arrivati non c’era elettricità, quindi l’abbiamo collegata noi stessi.” A piano terra quattro bagni sono condivisi da uomini, donne e bambini. C’è una sola doccia. “Ci mettiamo tutti in fila come prigionieri”, ha aggiunto.

Una lavatrice serve tutte le famiglie. I vestiti sono appesi a ogni ringhiera mentre le persone cercano di aggrapparsi a piccoli rituali quotidiani mentre il loro campo giace in rovina a pochi metri di distanza.

“La vita nel campo era dura”, mi ha detto Nadia, 38 anni, “ma non quanto questa“.

Paesaggio distopico

A Tulkarem e Nur Shams le condizioni già disastrose per i rifugiati continuano a peggiorare. Inizialmente l’Unrwa forniva cibo e servizi, ma questo servizio è stato interrotto con l’entrata in vigore del divieto israeliano di operare nei territori palestinesi occupati.

“Il mio frigorifero è vuoto”, ci ha detto Hakem. “Lavoravamo tutti nelle città occupate, da Giaffa ad Haifa, da Gerusalemme a Tel Aviv. Ora viviamo sotto assedio senza possibilità di lavoro.”

Inoltre un ordine militare vieta loro di ricostruire le loro case distrutte. “Voglio solo tornare a vivere sulle macerie della mia casa”, ha aggiunto Hakem. “Cos’altro possiamo fare?”

Nadia mi ha mostrato un video girato da un vicino dopo che il campo era stato svuotato. Gli unici suoni in questo paesaggio distopico erano passi che scricchiolavano sui detriti e il suono spettrale del canto degli uccelli.

Hasan Khreisheh, un politico di Tulkarem che collaborava con le famiglie sfollate, ha descritto quanto accaduto nei campi della Cisgiordania settentrionale come qualcosa in linea con il progetto israeliano a Gaza, ma in una forma di “eliminazione silenziosa”.

Per il diciassettenne Ayhem, la cui istruzione è terminata quando la sua casa è stata demolita e la sua famiglia è stata costretta ad andarsene “è molto simile a quello che è successo a Gaza. Quando vedo Gaza in televisione, vedo esattamente quello che stiamo vivendo”. Dorme con nove membri della famiglia in una piccola aula scolastica. “Non ho vita sociale. I miei amici sono stati tutti costretti a trasferirsi in altre zone e il mio migliore amico è stato ucciso. Ho perso tutto.”

Vicino alla scuola si trova ciò che resta dell’ufficio del Comitato Pubblico di Nur Shams. Nonostante il trauma subito 10 volontari continuano a lavorare per sostenere le persone espulse dal campo. Dalla terrazza sul tetto osserviamo la devastazione di quelle che un tempo erano state le loro case.

“La mia casa è inabitabile”, dice Fatma, 70 anni, “ma sono pronta ad andare a vivere sopra le macerie. La dignità dell’essere umano è nella casa. Vedo la mia casa da qui, ma non posso raggiungerla.”

Nihad, il capo del Comitato, descrive la portata dell’assalto militare. La campagna israeliana all’interno dei sei quartieri di Nur Shams è iniziata il 9 gennaio. Centinaia di soldati, carri armati, veicoli militari e droni hanno preso d’assalto il campo costringendo tutti gli abitanti ad andarsene.

Chiunque si rifiutasse veniva ucciso fuori dalla propria abitazione per spingere le persone ad andarsene,” afferma. Le forze armate controllavano le vie che potevamo percorrere. Siamo stati costretti a metterci in fila e venivamo ripresi dai droni. Chiunque uscisse dalla fila veniva ucciso”.

“L’occupazione israeliana ha deciso di smantellare i campi”, continua. “A Nur Shams, con una popolazione di 13.000 abitanti, avevamo 400 edifici. Ogni edificio aveva più piani e unità abitative. Anche se una casa non è stata demolita con bulldozer ed esplosioni, le forze armate l’hanno incendiata per renderla inabitabile. Circa 2.300 famiglie sono state costrette ad andarsene e il 70% di loro vive in povertà.”

“All’interno dei campi non c’è acqua né elettricità. Mancano fognature e strade. L’intera infrastruttura è stata distrutta”, aggiunge Fatma.

Nihad lo dice senza mezzi termini: “Il campo è stato assassinato”.

Hanno anche preso di mira e distrutto il centro per i giovani, l’asilo, la sala matrimoni e il centro per disabili.

“Ritorno alle macerie”

Fatma, una leader molto rispettata della comunità di Nur Shams, descrive la sua esperienza la mattina dell’attacco: “Sono arrivati ​​alle 7 del mattino del 9 febbraio. Erano già dentro il campo. Hanno demolito metà della mia casa, ma noi siamo rimasti. Hanno usato uno dei nostri vicini come scudo umano. Sono venuti con i cani per perquisirci. Poi hanno preso possesso della nostra casa e l’hanno usata come caserma militare. Alla fine c’erano forse 100 soldati in casa mia”.

Fatma ha il cancro. I soldati hanno strappato i suoi certificati medici e distrutto la sua cisterna dell’acqua. “Hanno sparato al nostro piccolo televisore. Hanno distrutto la mia lavatrice e il mio frigorifero, che non avevo ancora finito di pagare.”

Mentre distruggevano case, mezzi di sussistenza e spazi comunitari, i soldati israeliani hanno commesso anche una serie di altri crimini, tra cui saccheggi palesi.

Hanno rubato le nostre cose davanti ai nostri occhi”, riferisce Fatma. “Mi hanno preso la borsa e rubato i 2.650 shekel che mi erano stati dati da una fondazione di Hebron per riparare la mia casa, oltre a due anelli d’oro, una collana, un braccialetto e una medaglia.”

Nonostante molti rifugiati affermino che torneranno alle macerie”, la realtà è desolante. La distruzione dei campi, l’espulsione dei loro abitanti e la più ampia campagna di Israele volta a rimuovere i palestinesi dalla loro terra rendono remote le loro possibilità di ritorno.

“‘Tornare alle macerie’ è solo uno slogan”, afferma Khaled. “Come possiamo tornare? Le forze israeliane sceglieranno chi può tornare, e chiunque abbia legami con i combattenti non potrà mai farlo. Ogni giorno c’è una nuova decisione che prende di mira le famiglie dei combattenti della resistenza. E ogni giorno vengono sottoposti a punizioni collettive”.

Khreisheh osserva che Israele ha recentemente annunciato che ad alcuni rifugiati potrebbe essere permesso di tornare, ad eccezione “delle famiglie dei martiri, dei feriti, dei prigionieri o dei militanti politici“. Questo, in pratica, escluderebbe quasi tutti.

Anche prendere in affitto un alloggio altrove in Cisgiordania è diventato sempre più difficile per i palestinesi sfollati. “Non abbiamo soldi e non abbiamo un posto dove andare”, dice Khaled. Ma la povertà è solo una parte del problema. I proprietari hanno paura di affittare ai rifugiati dei campi profughi

“Ogni volta che proviamo a prendere in affitto una casa”, spiega, “prima ci contano, poi ci chiedono da dove veniamo. Quando diciamo ‘Nur Shams’ o ‘campo di Tulkarem’, rispondono invariabilmente: ‘Non affitto casa a nessuno dei campi’. In un certo senso, lo capisco. Se un parente è in prigione, è un combattente o è stato ucciso, i proprietari temono incursioni. Quindi non ci concedono l’affitto.”

Tutti sono rifugiati

Tutti gli abitanti dei campi sono rifugiati, il loro status deriva dalle espulsioni di massa della Nakba del 1948 e dalla guerra israeliana del 1967.

Lo status di rifugiato, che giustamente si trasmette di generazione in generazionie, è inscindibile dal diritto al ritorno dei palestinesi. Attraverso il diritto internazionale e almeno cinque risoluzioni delle Nazioni Unite, tra cui l’articolo 11 della risoluzione 194 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ai palestinesi è garantito il diritto al ritorno nelle terre da cui sono stati espulsi.

Un elemento centrale del progetto israeliano è sempre stato quello di impedire ai rifugiati del 1948 e ai loro discendenti di tornare alle proprie case.

Eppure tutti i rifugiati con cui ho parlato consideravano il loro status come la migliore garanzia per il ritorno.

In tutto il mondo vivono in esilio oltre sette milioni di rifugiati palestinesi. Per Israele la possibilità del loro ritorno è un incubo demografico e cerca di impedirlo a tutti i costi.

Khreisheh chiarisce che la distruzione dei campi profughi in Cisgiordania fa parte di un più ampio progetto genocida volto a eliminare l’idea stessa di campo profughi e lo status politico che conferisce. Molti altri hanno ribadito la stessa opinione.

I rifugiati e i loro discendenti sono gli unici testimoni della Nakba del 1948,” molti mi hanno detto, e ora Israele vuole far sparire i campi dei testimoni ed eliminare la questione palestinese”.

“Tutti coloro che sono fuggiti racconteranno una storia triste e dolorosa”, dice un rifugiato. “Case e terre rubate. Hanno replicato quanto accaduto nel 1948. La scena si sta ripetendo”.

“Stiamo passando da un dolore all’altro”, aggiunge un altro. “Questa occupazione vuole sradicare la gente da questa terra. Vogliono sbarazzarsi di tutti i testimoni dei crimini commessi fin dal 1948″.

La distruzione dei campi di Jenin, Nur Shams e Tulkarem è un atto di genocidio calcolato. Distruggendo le comunità, smantellando l’Unrwa ed espellendo i rifugiati, Israele cerca non solo di espropriare i palestinesi delle loro case, ma di cancellare la loro storia, i loro diritti e le loro future rivendicazioni di giustizia, incluso il diritto al ritorno.

Come ha detto Nihad: “Vogliono porre fine allo status di rifugiato eliminando il campo, distruggendo la possibilità del diritto al ritorno e, per estensione, ogni possibilità di autodeterminazione palestinese”.

A Nur Shams il nostro obiettivo non è solo quello di tornare al campo, ma di tornare ai nostri villaggi d’origine. Questo è un nostro diritto storico. Non rinunceremo mai a questo diritto. Il campo è solo una tappa intermedia per noi. Tutti speriamo di poter tornare alle nostre terre d’origine”.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Israele sta per ricominciare il genocidio? Tre scenari possibili per il futuro

Robert Inlakesh

30 dicembre 2025, The Palestine Chronicle

Dato che Tel Aviv rifiuta apertamente il ritiro e insiste sul disarmo, il cessate il fuoco” rischia di degenerare in una nuova strage di massa o in un lento tentativo di imporre il controllo e il trasferimento forzato della popolazione. Il dibattito su come sarà la Fase Due del cessate il fuoco a Gaza infuria, mentre il presidente degli Stati Uniti Donald Trump chiede il disarmo della resistenza palestinese. Nel frattempo, Gaza si rifiuta di consegnare le armi. Tuttavia la maggior parte delle analisi non coglie nel segno quando si tratta di interpretare i calcoli di Tel Aviv.

Il cosiddetto cessate il fuoco di Gaza si è dimostrato poco più di una pausa prolungata nel corso del massacro di civili. Sebbene sia ancora descritto come un cessate il fuoco, durante la “Fase Uno” si sono verificati tre importanti cambiamenti nella situazione sul terreno, mentre la guerra continuava a infuriare.

Il primo cambiamento importante, forse il più notevole, è stato l’impegno degli israeliani a non uccidere più una media di circa 100 civili al giorno. Il secondo è stato l’ingresso di maggiori aiuti a Gaza, sebbene non in quantità minimamente vicina a quella richiesta o concordata. Il terzo è stato uno scambio reciproco di prigionieri.

Valutare l’efficacia e le prospettive della prima fase del cessate il fuoco è importante per capire cosa potrebbe riservare la seconda fase, ammesso che venga raggiunta.

Per gli israeliani i vantaggi dell’attuazione parziale della Fase Uno sono stati numerosi. Innanzitutto l’elemento meno significativo è il fatto che si sono liberati dall’onere di rilasciare i prigionieri. Questo è stato importante per il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che è riuscito a chiarire la questione del ritorno dei prigionieri, soprattutto in vista di una nuova tornata elettorale.

Poi ci sono altri vantaggi per gli israeliani. Gaza è uscita dalle prime pagine dei giornali internazionali, poiché le uccisioni quotidiane sono apparse troppo basse per essere considerate un problema importante dalla stampa occidentale di parte. Nel frattempo i soldati israeliani hanno potuto continuare a svolgere all’interno di Gaza lo stesso identico lavoro che ha costituito la maggior parte delle sue operazioni militari durante il genocidio: la demolizione di edifici.

Queste operazioni di demolizione, per le quali è stata impiegata forza lavoro israeliana privata a fianco delle unità del genio dell’esercito di occupazione, hanno costituito la stragrande maggioranza degli sforzi militari sul campo. Il combattimento faccia a faccia sul terreno non è mai stato una caratteristica rilevante del genocidio israeliano; Israele si è semplicemente rifiutato di combattere realmente le organizzazioni di resistenza palestinesi.

Una cosa che disturbava gli israeliani era che questi interventi di demolizione, che includevano talvolta la distruzione di ingressi dei tunnel, comportavano un alto rischio di imbattersi in imboscate armate. I combattenti palestinesi, infatti, preparavano trappole e organizzavano operazioni di imboscata contro le loro forze, specialmente quando Israele invadeva o rioccupava nuove aree in cui non aveva mantenuto una presenza permanente.

Quindi la Fase Uno dell’accordo di cessate il fuoco a Gaza garantiva che i soldati non sarebbero stati esposti agli stessi pericoli di prima, poiché le organizzazioni di resistenza palestinesi avrebbero interrotto tutte le operazioni contro l’esercito invasore.

È importante tenere presente questa realtà quando si analizzano le decisioni prese da Israele, perché ciò che sta accadendo a Gaza è un genocidio, non una guerra convenzionale. L’intento di Israele è quello di annientare Gaza, rendendola totalmente inabitabile, con l’intenzione di procedere ad un’espulsione di massa. Questo è anche il motivo per cui raramente hanno preso di mira i bracci armati delle fazioni palestinesi, concentrandosi invece sul massimo danno alla popolazione civile.

Qualsiasi altro modo di inquadrare la questione è fuorviante e nasconde ciò che il regime israeliano ha commesso dal 7 ottobre 2023. Inoltre impedisce a qualsiasi analista di valutare criticamente le mosse di Israele.

Considerando tutto ciò, si consideri che gli israeliani hanno ormai trascorso oltre due mesi in cui le loro forze armate sono ancora operative, ma hanno avuto una pausa dai combattimenti o dal timore di essere vittime di imboscate. Inoltre, mentre i decisori di Tel Aviv e Washington elaboravano nuovi piani per i loro fronti contro Iran, Yemen e Libano, sono stati riparati i carri armati, i veicoli trasporto truppe e altri equipaggiamenti israeliani.

Inoltre è stata ridotta la necessità della presenza militare per motivi di sicurezza, poiché un cosiddetto Centro di Coordinamento Civile-Militare (CMCC) ha assunto il controllo della situazione e ha contribuito a plasmare la realtà sul campo. Ogni Paese coinvolto nel CMCC è stato quindi complice del genocidio.

Questa fase ha portato l’ulteriore vantaggio per gli israeliani di avere ora lo spazio per sperimentare nuovi approcci, evocare ulteriori complotti e cercare di trovare un modo per garantire la pulizia etnica della Striscia di Gaza. Come ha dichiarato esplicitamente il Ministro della Difesa israeliano Israel Katz, il suo esercito non ha alcuna intenzione di ritirarsi dal territorio costiero assediato.

Fase Due e cosa ci riserverà

Se accettiamo il fatto che gli israeliani sono determinati a realizzare la pulizia etnica, che le loro operazioni militari hanno sempre cercato di raggiungere questo obiettivo e che continuano a tramare per ottenerlo, allora siamo arrivati al punto di partenza da cui valutare l’attuazione della cosiddetta Fase Due.

Durante la prima fase sono state gettate le basi per una nuova serie di atti criminali contro la popolazione di Gaza. La popolazione è stata sottoposta a innumerevoli pressioni, supervisionate dal criminale CMCC, tra cui la privazione di condizioni di vita sostenibili, con solo poche organizzazioni non governative che hanno sollevato la questione.

Le forze di sicurezza governative affiliate ad Hamas, nonostante i massimi sforzi per ristabilire l’ordine, si sono trovate ad affrontare una situazione impossibile: più di un milione di persone vivono in tende instabili o esposte a condizioni meteorologiche avverse, con carenza di forniture mediche adeguate; prodotti igienici e molti generi alimentari sono addirittura vietati. In questo contesto, la maggior parte delle persone non ha un lavoro, pochi ricevono stipendi adeguati e anche coloro che godono di una situazione economica migliore rimangono traumatizzati e impossibilitati a tornare a casa. Inevitabilmente, questo porta a problemi sociali che nessuna forza di sicurezza regolare può contrastare completamente.

Nel frattempo gli israeliani espandono la cosiddetta Linea Gialla dietro la quale avrebbero dovuto rimanere, usandola invece per giustiziare chiunque si avvicini a poche centinaia di metri da essa, dissuadendoli così dal tornare alle proprie case o terre, dove potrebbero eventualmente coltivare piccoli raccolti. Dietro questa linea di occupazione in continua espansione l’esercito israeliano e i mercenari distruggono sempre più infrastrutture. Tutto questo è monitorato dal CMCC, guidato da Stati Uniti e Israele.

Il piano è piuttosto esplicito nei suoi obiettivi ma ancora vago nelle sue precise fasi di attuazione. Sia i funzionari statunitensi che quelli israeliani hanno chiarito che mirano alla ricostruzione solo all’interno della parte della Striscia di Gaza controllata da Israele, dove cinque squadroni della morte legati all’ISIS vengono sostenuti da Israele e dagli Emirati Arabi Uniti (EAU).

La vergognosissima Risoluzione 2803 dell’ONU, approvata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (UNSC) a novembre, rende evidente che l’obiettivo è quello di istituire un “Board of Peace”(BoP) [Tavolo della Pace, ndt.] e una Forza Internazionale di Stabilizzazione (ISF). Il BoP rende Donald Trump il governatore di fatto di Gaza, e l’ISF è destinata a diventare una forza d’invasione multinazionale incaricata di combattere le fazioni della resistenza palestinese.

Lunedì scorso il nuovo portavoce delle Brigate Qassam di Hamas, che ha anche assunto lo pseudonimo di Abu Obeida, ha annunciato una ferma opposizione al disarmo, invitando invece gli israeliani a cedere le armi, in quanto responsabili di un genocidio. Tutte le fazioni palestinesi, ad eccezione del ramo principale di Fatah, che controlla l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), sono unite su questo punto.

L’ANP è favorevole al piano di Donald Trump di governare la Striscia di Gaza e disarmare la resistenza con la forza, ma è irrilevante in termini di rappresentanza dei palestinesi. Questa autorità continua a esistere solo perché è sostenuta da israeliani, americani, sauditi ed europei, e il suo consenso presso il popolo palestinese, al di là della sua base di dipendenti, è inferiore al 10%. Non rappresenta nemmeno più i sentimenti della maggioranza dei sostenitori di Fatah.

Tutto questo per dire che se una Fase Due dovesse essere attuata, nessuna delle due parti sarebbe d’accordo. Il governo di Netanyahu chiede il disarmo, mentre le fazioni palestinesi chiedono l’autogoverno di Gaza e cederanno le armi solo se queste saranno consegnate a un nuovo Stato palestinese. Hamas ha chiarito che consentirà che un’amministrazione tecnocratica assuma il controllo di Gaza e non chiede che rimanga al governo della Striscia.

Considerando che nessuna delle due parti riesce a concordare sulle basi su cui avviare la Fase Due e tenendo presente che Israele e gli Stati Uniti sono le parti in possesso del predominio militare, ci sono tre modi in cui tale fase potrebbe svilupparsi:

Stati Uniti e Israele procederanno con l’attuazione violenta del loro piano, come stabilito nella vergognosa Risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Inizieranno a schierare una forza per il cambio di regime e tenteranno di attuare una serie di piani per avviare una lenta pulizia etnica del territorio.

Israele riprenderà il suo genocidio su vasta scala.

Il precario cessate il fuoco continuerà, ma rimarrà in una situazione di stallo. Ciò comporterà periodici episodi di violenza, mentre Israele e gli Stati Uniti tenteranno di attuare lentamente e parzialmente l’agenda ISF-BoP. Questo sarà un processo durante il quale la popolazione di Gaza sarà sottoposta a maggiori pressioni, ma non sufficienti a far crollare del tutto l’accordo.

Una Fase Due aggressiva?

Il primo modo possibile di attuazione della fase successiva dell’iniziativa di cessate il fuoco a Gaza rischierebbe probabilmente di soccombere alle immense pressioni che inevitabilmente si abbatterebbero su di esso. Se consideriamo solo l’ISF, si tratta di una ricetta per un disastro totale.

Imporre in modo aggressivo la Forza Internazionale di Stabilizzazione” alla popolazione di Gaza significa che questa inizierà a prendere di mira le fazioni della resistenza palestinese. Due problemi principali emergerebbero immediatamente. La resistenza ucciderebbe con certezza alcuni di questi soldati stranieri, che tornerebbero nei loro Paesi dorigine in sacchi per cadaveri, causando caos interno. Un approccio così pesante rischierebbe inoltre di provocare la morte di civili, un altro grave fallimento di per sé.

Gli israeliani sono irremovibili sul fatto che Turchia, Qatar e altre nazioni a maggioranza musulmana con cui sono in disaccordo non possano schierare le loro forze armate a Gaza. Che ottengano o meno ciò che vogliono, si consideri che questa forza armata significherebbe riunire alcune centinaia di soldati da un Paese, alcune migliaia da un altro, e così via.

Se questo contingente ISF venisse inviato a Gaza con un approccio aggressivo, considerando che finora non è stato raggiunto alcun accordo su come attuare questa iniziativa di invasione né su quali i Paesi coinvolti, esso si troverebbe catapultato in un complesso contesto di guerra urbana. I membri di questo contingente parleranno lingue diverse, seguiranno dottrine militari diverse, saranno impreparati, probabilmente mal equipaggiati per i compiti che dovranno svolgere e, secondo quanto riportato, saranno solo poche decine di migliaia.

Donald Trump si è recentemente vantato che le nazioni che, a suo dire, stanno partecipando al suo cosiddetto “piano di pace” lavoreranno per distruggere Hamas se si rifiutasse di disarmarsi, vantandosi persino che le forze israeliane non sarebbero obbligate ad agire e che le forze d’invasione straniere farebbero tutto il lavoro per loro.

Per condurre un’operazione di cambio di regime di questa natura, la ISF dovrebbe essere forte di almeno 250.000 uomini. Si tenga presente che mobilitare una forza d’invasione multinazionale di questo tipo richiederebbe molti mesi, un’enorme quantità di finanziamenti e il requisito fondamentale sarebbe che combattesse davvero, a differenza dell’esercito israeliano, che si è rifiutato di attaccare sul campo le fazioni della resistenza palestinese.

Se un’ISF composta da poche decine di migliaia di uomini cercasse di sconfiggere la resistenza palestinese subirebbe perdite più gravi di quelle subite dall’esercito israeliano. Qualsiasi nazione araba o a maggioranza musulmana che schierasse delle forze potrebbe subire proteste di massa o ribellioni contro il proprio ruolo nel genocidio. Senza entrare nei dettagli, ciò non ha senso e se venisse tentato fallirebbe rapidamente. Persino gli egiziani, che insieme a Israele saranno i garanti della strategia, hanno raccomandato l’ingresso di una forza analoga alla UNIFIL libanese a Gaza, cosa che non è stata approvata dalla Risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Israele infrange il cessate il fuoco

Un’altra possibile evenienza è che Benjamin Netanyahu decida di infrangere il cessate il fuoco. Alcuni sostengono che ciò non accadrebbe perché gli Stati Uniti sono impegnati nel loro “piano di pace”. Questa non è un’argomentazione seria. Donald Trump ha dimostrato di essere disposto ad accettare qualsiasi scelta israeliana. Non è un leader forte su questo tema e possiede chiaramente un livello di conoscenza della regione che ci si potrebbe aspettare da uno studente di scuola superiore pubblica che ha studiato storia senza prestare molta attenzione.

Ci sono solo due circostanze in cui gli israeliani potrebbero rompere completamente il cessate il fuoco. La prima è che non credano più che i piani che hanno cercato di attuare nell’ambito del cosiddetto cessate il fuoco possano funzionare e che ci sia un qualche vantaggio politico nel tornare a combattere senza esclusione di colpi. La seconda è che temano che la resistenza palestinese possa lanciare un’offensiva mentre l’esercito israeliano fosse impegnato anche contro Hezbollah e l’Iran.

La violazione del cessate il fuoco dimostrerebbe come gli israeliani siano privi di una direzione e di un piano coerente per porre effettivamente fine ai combattimenti sul fronte di Gaza. Ciò significherebbe che stanno semplicemente tornando al genocidio totale, con la speranza che alla fine si presenti un’opportunità che permetta una pulizia etnica di massa, o un lento processo di pulizia etnica attraverso lo sterminio di altre decine di migliaia di civili.

In bilico tra la fase uno e la fase due

Un’altra opzione è che israeliani e americani ritardino la rottura del cessate il fuoco. Significherebbe lasciare la situazione in una fase di stallo, non permettere il suo crollo totale, ma intraprendere un processo di tentativi ed errori attraverso il quale tentare lentamente di realizzare gli elementi della “Fase Due”.

Questa è un’evenienza molto probabile, pensata per mantenere chiuso il fronte di Gaza e concentrarsi maggiormente su Iran, Libano e forse persino sullo Yemen. Potremmo quindi aspettarci di vedere l’ISF dispiegata in modo meno consistente di quanto attualmente previsto a Washington, l’attuazione di piani disastrosi che coinvolgano mercenari e la distribuzione di aiuti, e qua e là tentativi di pulizia etnica della popolazione. Tutti questi piani fallirebbero miseramente, ma non senza infliggere sofferenze alla popolazione civile di Gaza.

Nel frattempo l’alleanza USA-Israele terrà Teheran nel mirino. L’idea alla base di tutto ciò sarebbe quella di schiacciare la popolazione civile di Gaza dando la priorità ad Iran e Hezbollah quali principali minacce strategiche.

Israele fallisce nel proteggersi dall’Iran e da Hezbollah

Le cospirazioni di Washington e Tel Aviv contro Gaza possono essere sconfitte, ma questo dipende in gran parte da Hezbollah e Iran. Se Iran e Hezbollah riuscissero a infliggere colpi gravissimi agli israeliani, rifiutandosi di stare al loro gioco di conflitti difensivi di breve durata, allora Israele verrebbe trascinato a fondo.

Tutto ciò che si richiede a Hezbollah e all’Iran è che non smettano di colpire, indipendentemente dal grado di carneficina inflitta al loro popolo. Se Hezbollah trascina l’esercito israeliano in territorio libanese e rifiuta le richieste di cessate il fuoco, costringendo invece gli israeliani a una guerra destinata a protrarsi per molti mesi, e l’Iran fa lo stesso, gli israeliani si troveranno in una grave crisi.

I dettagli di tali conflitti sono argomento di approfondimento e potrebbero verificarsi molteplici esiti, ma è sufficiente dire che mosse importanti da parte di Libano e Iran potrebbero mettere gli israeliani in una posizione di grande debolezza, tale da consentire persino azioni rilevanti da parte di Gaza.

Se Iran e Hezbollah venissero sconfitti o messi fuori gioco per un periodo ancora più lungo dopo aver accettato dei cessate il fuoco insensati dopo brevi periodi di combattimento, subendo anche l’assassinio di personaggi di spicco, questo sarebbe l’esito più favorevole per Benjamin Netanyahu. Le vittorie in questi campi aprirebbero la porta alla pulizia etnica della Striscia di Gaza, anche se lentamente piuttosto che con una fuga precipitosa verso la penisola del Sinai. Questo, naturalmente, presupponendo che non si aprano improvvisamente altri fronti importanti a preoccuparli.

Allo stato attuale gli israeliani si trovano in una posizione di grande debolezza, non essendo riusciti a sconfiggere nessuno dei loro nemici. L’unica eccezione è la caduta del precedente regime siriano, che non combatteva direttamente contro Israele ma costituiva un importante ponte di terra per l’Asse della Resistenza guidato dall’Iran. Per ora la Siria può essere considerata una vittima di Israele, ma non rappresenta una minaccia immediata.

In definitiva Israele ha combattuto per oltre due anni e non è riuscito a sconfiggere la resistenza palestinese, Hezbollah, Ansarallah [gruppo armato yemenita, ndt.], l’Iran o qualsiasi altro suo avversario, anche dopo aver inferto colpi di varia entità a ciascuno di loro. La “vittoria totale” a lungo agognata da Netanyahu non sembra probabile, eppure continua a raddoppiare gli sforzi per raggiungere questo obiettivo. La ragione principale di ciò è il rifiuto della popolazione di Gaza, e anche del Libano, di arrendersi.

Robert Inlakesh è giornalista, scrittore e documentarista. Si occupa principalmente del Medio Oriente, con particolare attenzione alla Palestina. Ha scritto questo articolo per The Palestine Chronicle.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)