“Pulizia etnica” e propaganda filo-araba

Di Benny Morris

Haaretz22 ottobre 2016

Gli indiretti confronti fatti da Daniel Blatman con i crimini tedeschi contro gli ebrei ed altri non riflettono un modo serio di scrivere di storia.

E’ un peccato che i miei critici Daniel Blatman e Ehud Ein-Gil non leggano con attenzione, ammesso che leggano; mi riferisco ai loro articoli su Haaretz in cui sostengono che Israele ha perpetrato una pulizia etnica. Se Blatman avesse letto il mio libro “La nascita del problema dei rifugiati palestinesi, 1947-49”- pubblicato in inglese nel 1988 e in ebraico nel 1991, con un’edizione aggiornata in inglese nel 2004 – avrebbe visto che le mie opinioni sulla storia del 1948 non sono affatto cambiate.

Le mie conclusioni sulla nascita del problema dei rifugiati palestinesi non sono cambiate in questi libri, né nel mio libro “1948”, che è stato pubblicato in inglese nel 2008 e in ebraico nel 2010. Qualche palestinese è stato espulso (da Lod e Ramle, per esempio), a qualcun altro è stato ordinato o è stato suggerito di andarsene dai suoi leader (da Haifa, per esempio) e la maggior parte è scappata per paura degli scontri, evidentemente nella convinzione che sarebbero tornati alle loro case dopo la prevista vittoria araba.

Ed effettivamente, all’inizio di giugno, il nuovo governo israeliano adottò una politica per impedire il ritorno dei rifugiati – quegli stessi palestinesi che avevano combattuto l’Yishuv, la comunità ebraica prestatale, e cercato di distruggerla.

Quanto al fatto che ho cambiato opinione, ciò è avvenuto durante gli anni ’90 solo riguardo ad una cosa – la volontà palestinese di fare la pace con noi. All’inizio del decennio, pensavo che forse qualcosa fosse cambiato nel movimento nazionale palestinese e che volessero riconoscere la realtà e arrivare ad un compromesso per i due Stati per due popoli.

Ma nel 2000, dopo il “no” di Arafat a Camp David (appoggiato dal suo successore Mahmoud Abbas), e alla luce della seconda Intifada e delle caratteristiche di quella intifada, ho capito che non erano interessati alla pace. Sfortunatamente da allora la situazione non è cambiata.

Nel 1947-48 non c’era un’intenzione a priori di espellere gli arabi, e durante la guerra non ci fu una politica di espulsione. Ci sono “storici” che odiano chiaramente Israele, come Ilan Pappé e Walid Khalidi, e forse anche Daniel Blatman, considerando quello che ha detto, che vedono il “Piano Dalet” dell’Haganah del 10 marzo 1948 come un progetto complessivo di espellere i palestinesi. Non lo è.

Se Blatman e Ein-Gil avessero davvero letto il piano – reso pubblico negli anni ’70 – avrebbero visto che intendeva congegnare una strategia ed una tattica perché l’Haganah conservasse il controllo delle strade strategiche in quello che sarebbe diventato lo Stato ebraico. Intendeva anche rendere sicuri i confini nell’imminenza della prevista invasione araba in seguito alla partenza degli inglesi. La tesi di Blatman secondo cui il “Piano Dalet” “discuteva dell’intenzione di espellere quanti più arabi possibile dal territorio del futuro Stato ebraico” è una falsificazione in malafede. Sono le parole di un propagandista filo-arabo, non di uno storico.

Citare le affermazioni sbagliate

Il piano comprendeva le linee-giuda generali per i vari battaglioni e brigate relativamente al modo di comportarsi verso i villaggi rurali ed i quartieri urbani arabi. Riguardo ai villaggi, il piano stabilisce esplicitamente che gli abitanti dei villaggi che combattono contro gli ebrei devono essere espulsi ed i villaggi distrutti, mentre i villaggi neutrali o amici avrebbero dovuto essere lasciati intatti ( e avrebbero dovuto esservi stabiliti dei presidi).

Nel caso di quartieri arabi in città miste, i comandanti dell’Haganah sul terreno ordinarono che gli arabi dei quartieri periferici fossero trasferiti nei centri arabi di quelle città, come Haifa, non espulsi dal Paese.

In altre parole, questo non era un piano per “espellere gli arabi” come Blatman e Ein-Gil sostengono a proposito di questo documento. Ein-Gil cita del documento solo tre affermazioni che accennano alla possibilità dell’espulsione – non quelle che danno istruzioni ai comandanti di brigata e di battaglione di lasciare sul posto la popolazione araba.

Per inciso, la descrizione di Ein-Gil dell’occupazione del villaggio di Al-Qubab – con le sue case vuote dopo che gli abitanti erano semplicemente scappati – non è esattamente la descrizione di una violenta e crudele pulizia etnica. E le sue considerazioni sulla domanda a proposito di cosa gli ebrei avrebbero potuto fare se avessero trovato degli arabi in quelle case non testimonia della pulizia etnica nel 1948.

Oltretutto nel territorio trasferito a Israele nel 1948 dopo l’accordo di armistizio tra Israele e la Giordania, il numero di palestinesi che rimase sotto il controllo di Israele era la metà di quello che cita Ein-Gil.

Al contempo, se ci fossero stati un piano generale e una politica di “espulsione degli arabi”, ne avremmo trovato indicazioni nei vari ordini operativi per le unità in combattimento e nei rapporti al quartier generale, come “Abbiamo messo in atto un’espulsione in base al piano generale” o ” al Piano Dalet.” Tali riferimenti non ci sono.

Nelle decine di migliaia di documenti operativi dell’ Haganah/esercito israeliano dei mesi più importanti (da aprile a giugno 1948), ho trovato solo un riferimento a un’operazione messa in atto secondo il Piano Dalet. (Riguardava una certa operazione della brigata “Alexandroni”, se non ricordo male, ma in questo momento sono all’estero e non ho a disposizione il documento).

E’ risaputo che decine di migliaia di arabi rimasero nel territorio dello Stato ebraico – ad Haifa e a Giaffa, a Jisr al-Zarqa e a Fureidis, ad Abu Ghosh e Ein Nakuba, in Galilea e nel Negev.

Ho anche detto che in aprile-giugno 1948 sia nell’Haganah ed in generale nell’Yishuv c’era una “atmosfera favorevole al trasferimento”, e ciò è comprensibile alla luce delle circostanze: costanti attacchi da parte di milizie palestinesi durante quattro mesi e la previsione di un’imminente invasione degli eserciti arabi intenzionati ad annientare lo Stato ebraico che stava per nascere e forse anche il suo popolo.

Responsabilità condivisa

Tutto ciò richiedeva l’occupazione e l’espulsione degli abitanti dei villaggi che tendevano imboscate, prendevano di mira e uccidevano ebrei lungo i confini e sulle principali strade. Le circostanze non consentivano un esame attento delle azioni, intenzioni e opinioni di ogni singolo abitante, benché a quanto pare Blatman e Ein-Gil pensino che la guerra avrebbe dovuto essere condotta così in zone abitate con i mezzi a disposizione dell’Yishuv nel 1948. Ma come ho scritto, la grande maggioranza degli arabi fuggì, e gli ufficiali dell’Haganah/esercito israeliano non ebbero bisogno di affrontare la decisione se espellerli o meno.

E’ vero che all’inizio della mia carriera io “sono arrivato alla conclusione che Israele è responsabile della fuga di massa dei palestinesi nel 1948”, come sostiene Blatman. Ho sempre detto che la responsabilità è condivisa tra l’Yishuv/Israele, i palestinesi e i Paesi arabi – con enormi responsabilità che ricadono sui palestinesi che hanno iniziato il conflitto.

Non sono un esperto di pulizia etnica a livello mondiale (presumo che poca gente consideri Blatman un esperto di tal genere), ma sicuramente ne so qualcosa. Nel caso dei serbi in Jugoslavia, Belgrado ha adottato una politica di pulizia etnica fin dall’inizio e l’ha applicata sistematicamente. A Srebrenica nel 1993, in due giorni, hanno massacrato 9.000 musulmani e in varie zone hanno stuprato migliaia di donne in modo organizzato.

Se queste sono le caratteristiche della pulizia etnica, allora non fu attuata una pulizia etnica in Israele in nessuna delle due fasi della guerra, che fu iniziata dagli arabi. E tra parentesi, su un argomento di cui sono veramente ben informato, Blatman ha torto.

E’ vero che alla fine della Prima Guerra Mondiale decine di migliaia di armeni rimasero in Asia Minore (Blatman solleva questa questione per insinuare un parallelo tra il genocidio degli armeni e la fuga degli arabi nel 1948). Ma nella terza fase del genocidio armeno, dal 1919 al 1924, quasi ogni vittima fu espulsa ed uccisa. (Ciò, senza dubbio, è una novità per Blatman l'”esperto”).

Chiunque legga Blatman non può fare a meno di notare che egli suggerisce un confronto tra quello che Hitler ha fatto agli ebrei e quello che gli ebrei hanno fatto agli arabi della Terra di Israele. Egli insinua persino – di nuovo in modo ingannevole – un confronto tra le azioni dell’Yishuv e quelle dei tedeschi nell’Africa sud-occidentale tedesca (più tardi Namibia) all’inizio del XX° secolo, quando uccisero decine di migliaia di indigeni herero.

Questi paragoni sono immorali e riflettono intenzioni propagandistiche, così come un modo per niente serio di scrivere la storia. Alla fine Blatman mi definisce come “un beniamino della destra dei coloni”. E’ un insolente. Mi sono sempre opposto al progetto delle colonie in Giudea e Samaria [denominazione israeliana della Cisgiordania. Ndtr.] e nella Striscia di Gaza, e lo faccio ancora adesso.

Il professor Benny Morris, uno storico, è l’autore di “La nascita del problema dei rifugiati palestinesi rivisto.”

(traduzione di Amedeo Rossi)




Israele ha messo in atto una pulizia etnica nel 1948. Le parole di mio padre lo testimoniano

di Ehud Ein-Gil

Haaretz20 ottobre 2016

Lo storico Benny Morris ha ragione quando menziona l’ “atmosfera favorevole al trasferimento” che ha attanagliato Israele dall’aprile 1948, ma sbaglia quando sostiene che quest’atmosfera non si è mai trasformata in una politica.

Alla vigilia della proclamazione dello Stato [di Israele], un reparto di soldati della brigata “Givani” attaccò il villaggio di Al-Qubab. Yitzhak Engel, il sergente maggiore del primo battaglione della compagnia C, descrisse l’attacco nel libro di Avraham Eylon in ebraico “La brigata Givati nella guerra di Indipendenza”.

“Nel pomeriggio del 14 maggio, mentre eravamo veramente stanchi per il ripiegamento dal campo di detenzione nei pressi di Latrun, arrivò il vice comandante della compagnia e ci disse che dovevamo andare immediatamente al kibbutz Gezer per attaccare Al-Qubab .… Alle 21,30, due ore e mezza prima che il mandato (britannico) entrasse negli annali della storia, siamo partiti..

“Sono arrivate le 12, la mezzanotte del 15 maggio. Era iniziato il bombardamento del villaggio. Ce ne rendemmo conto dalle esplosioni che cominciarono a rimbombare. Eravamo contrariati dal fatto che questo “ammorbidimento” non fosse molto più di una goccia d’acqua che esce da un rubinetto. Poi ci rendemmo conto che i Davidkas (mortai prodotti artigianalmente) trasportati da una colonna blindata erano stati schierati lontano dal villaggio, ed anche i proiettili che riuscivano ad esplodere non colpivano il loro obiettivo.

“Quando questo ammorbidimento diminuì, Yosh (il comandante di compagnia Yosef Harpaz) gridò: “Avanti, ragazzi! Vendicate il sangue dei nostri compagni che sono caduti a Latrun [battaglia tra sionisti e giordani durante la guerra del ’48. Ndtr.]!” Attaccammo immediatamente le prime case nella parte occidentale del villaggio. I ragazzi presero a calci o sfondarono le porte con il calcio dei fucili, tirarono granate nelle stanze e le sventagliarono con il fuoco dei mitra con entusiasmo. Nel villaggio non c’erano né combattenti né abitanti, e, salvo qualche anziano, non trovammo anima viva nella parte di villaggio che ci era stata assegnata.

“A un certo punto pensai che avrei incontrato forze nemiche, ma anche lì mi aspettava una ‘delusione’. Ed è andata così. Mentre avanzavo attraverso la strada dove dovevamo incontrare la colonna corazzata, improvvisamente intravidi una luce che filtrava dalle fessure di una porta di legno di una delle case. Mi misi in ascolto e sentii un grande movimento nella casa. Mi avvicinai con grande cautela e buttai giù la porta, pronto ad usare lo Schmeisser (il mitra) che avevo in mano. E quello che vidi non furono altro che i nostri ‘partigiani’ seduti insieme alla luce di una lampada ad olio, che si scolavano bottiglie di soda per festeggiare la fine del mandato britannico e la dichiarazione dello Stato.”

Villaggi abbandonati

Non c’è sangue in questa descrizione. Gli spari erano da una parte sola e nessuno rimase ucciso, ma anche in questo consiste una la pulizia etnica – un insieme di azioni banali come questa. Yitzhak Engel, che ha fornito questa descrizione, è mio padre.

Quando lessi la sua testimonianza per la prima volta a 10 anni, poco dopo che il libro era stato pubblicato, non rimasi stupito. Quando l’ho riletta, in modo più critico, dopo il mio servizio militare, mi sono posto alcune domande.

Per esempio, se i soldati del Givati non incontrarono nessuna resistenza nel villaggio, chi avrebbero dovuto “ripulire” e “spazzare via” con i mitra e le granate? E se palestinesi disarmati fossero stati seduti in quella casa in cui mio padre ha fatto irruzione, e non ‘partigiani’, gli avrebbe sparato?

Avrei voluto pensare che non lo avrebbe fatto, ma io non avevo nessuno a cui chiederlo perché mio padre non era più vivo. E oggi, quando ho più o meno la stessa età di quegli “anziani” che trovarono nel villaggio, ci sono altre due cose che mi chiedo: quante persone anziane incontrarono esattamente gli assalitori, e qual è stato il loro destino?

Il professor Benny Morris ha scritto la scorsa settimana di non accettare il termine “pulizia etnica” per descrivere quello che gli ebrei fecero in Israele nel 1948. Ed aggiunge tra parentesi una riserva – “(se si prendono in considerazione Lod e Ramle, forse possiamo parlare di una pulizia etnica parziale).”

Mi sono ricordato del tour organizzato dai veterani della brigata Givati per le loro famiglie nei luoghi delle battaglie, quando ero un ragazzino. Non ho visto neanche un villaggio arabo in piedi in quel giro o durante i viaggi di famiglia nella zona. Un’occhiata ad una mappa conferma la mia impressione – non rimane neanche un villaggio arabo da Tel Arish, che si trovava tra Tel Aviv e il suo quartiere periferico di Holon, fino al confine di Gaza [85 km da Tel Aviv, verso sud. Ndtr.]. Lo stesso vale nell’area tra Tel Aviv e Hadera [a 45 km da Tel Aviv. Ndtr.], verso nord.

Morris conclude questa discussione con una prova, secondo lui, inequivocabile: “Alla fine, 160.000 arabi rimasero nel territorio israeliano.” Forse Morris dimentica che nell’aprile 1949, nell’accordo di armistizio con la Giordania, Israele ha annesso 28 villaggi di 35.000 abitanti e rifugiati che erano stati fino ad allora sotto il controllo militare iracheno?

‘Atmosfera favorevole al trasferimento’

Pertanto più di un quinto degli arabi che “rimasero” non lo fecero in aree sotto il controllo di Israele alla fine della guerra. Il numero di arabi che “rimasero” era quindi inferiore ai 125.000, tra cui 15.000 drusi che erano alleati di Israele, 34.000 cristiani, che Israele trattò in modo decente per non inimicarsi gli alleati occidentali, e qualche villaggio di beduini musulmani, i cui capi erano alleati di Israele o dei loro vicini ebrei.

Dei 75.000 musulmani che rimasero (meno del 15% rispetto a prima della guerra), decine di migliaia erano sfollati interni – gente che era scappata dai propri villaggi o era stata espulsa da questi e da allora non ebbe il permesso di tornare alle proprie case. C’erano anche cristiani che furono evacuati dai loro villaggi come Biram e Iqrit, nei pressi del confine con il Libano.

Morris ha ragione quando menziona l’ “atmosfera favorevole al trasferimento” che ha attanagliato Israele dall’aprile 1948, ma sbaglia quando sostiene che quest’atmosfera non si è mai trasformata in una politica ufficiale. Infatti il comandante della brigata Givati nel marzo 1948 ricevette un ordine dell’infame Piano D [che secondo alcuni storici prevedeva l’espulsione dei palestinesi dal territorio su cui venne fondato Israele. Ndtr.] citato nel libro del 1959 sulla brigata Givati. L’ordine – che lasciava decidere al comandante quali villaggi del suo settore “occupare, ripulire o sterminare” – divideva le operazioni nelle seguenti categorie:

“Distruzione di villaggi – incendiare, spazzare via e disseminare le rovine di mine – soprattutto quei centri abitati che sono difficili da controllare in modo costante, ” e “organizzare operazioni di ricerca e controllo in base alle seguenti indicazioni: circondare il villaggio e perlustrare al suo interno. Nel caso di resistenza, le forze armate devono essere distrutte e la popolazione deve essere espulsa al di fuori dei confini dello Stato.”

Quindi, quando Morris scrive che “c’erano ufficiali che espulsero gli arabi e altri che non lo fecero,” si deve ricordare che quelli che hanno operato le espulsioni agirono in base allo spirito dei tempi – la stessa “atmosfera favorevole al trasferimento” che ricevette l’appoggio dall’alto nell’ordine del Piano D dell’Haganah [principale milizia armata sionista, da cui è nato l’esercito israeliano. Ndtr.]. Dobbiamo ricordarci che hanno avuto un grande successo in quello che hanno fatto.

E mentre gli ufficiali che non hanno espulso nessuno hanno agito in base alla propria coscienza nonostante l’ “atmosfera favorevole al trasferimento”, non c’è da stupirsi del fatto che nessuno di costoro sia stato decorato.

[Ehud Ein-Gil è un giornalista di Haaretz e militante socialista rivoluzionario che si occupa del supersfruttamento cui sono sottoposti lavoratori di ogni provenienza in Israele. Ndtr.]

(traduzione di Amedeo Rossi)




Sì, Benny Morris, Israele ha perpetrato una pulizia etnica nel 1948

di Daniel Blatman

Haaretz – 14 ottobre 2016

Lo storico israeliano ha ragione su un punto:la convinzione che gli arabi dovessero essere espulsi nel 1948 non fu messa in pratica in modo totale.

Uno storico serio esamina sempre le proprie conclusioni. Se arriva alla conclusione che le cose che ha scritto in precedenza necessitano di una revisione, è obbligato a farsene carico. Ma uno storico che, all’inizio della sua carriera, stabilisce che Israele è responsabile della fuga di massa dei palestinesi nel 1948 e poi cambia la propria opinione fino a diventare il beniamino della destra dei coloni, è un caso patetico. Benny Morris ha seguito questo percorso.

Egli ha tradito due doveri fondamentali per lo storico: avere una mentalità aperta e riconoscere la vasta letteratura di ricerca che riguarda direttamente i suoi ambiti di ricerca; non distorcere le proprie conclusioni precedenti in base alle attuali opinioni politiche. [L’articolo di Morris “Israele non ha attuato nessuna pulizia etnica nel 1948“, Haaretz, 10 ottobre, era una risposta a quello di Daniel Blatman “Netanyahu, ecco cos’è veramente una pulizia etnica“, Haaretz, 3 ottobre].

Il 10 marzo 1948 il quartier generale dell’Haganah [principale milizia armata sionista, da cui è nato l’esercito israeliano. Ndtr.] approvò il “Piano Dalet”, che trattava dell’intenzione di espellere quanti più arabi fosse possibile dal territorio del futuro Stato ebraico. Morris ne ha scritto nel suo libro “1948: una storia della prima guerra arabo-israeliana” (2010) . Egli ha affermato che il piano ha suscitato una disputa storiografica, con gli storici filo-palestinesi che sostengono che fosse un piano generale per espellere gli arabi che vivevano in Israele. Egli ha affermato che un esame accurato del testo del piano porta a una conclusione diversa.

Quale conclusione diversa? Quella di studiosi esperti in pulizia etnica? O di esperti giuridici che si sono cimentati sul problema? No, quella di Morris, naturalmente. Egli non accetta la definizione di pulizia etnica attuata dagli ebrei nel 1948. Forse ci fu una “mini” pulizia etnica a Lod e Ramle [a sud est di Tel Aviv. Ndtr.]. Forse qualche massacro marginale (Deir Yassin), che provocò la fuga terrorizzata dei palestinesi.

Il problema è che queste sono esattamente le circostanze che portano ad una pulizia etnica. Se Morris si fosse preoccupato di studiare attentamente i documenti della Corte Penale Internazionale sulla ex-Jugoslavia, avrebbe capito perché queste affermazioni sarebbero considerate assurde in qualunque seria conferenza scientifica.

Quanto segue è stato sostenuto dal pubblico ministero nel processo a Radovan Karadzic, il leader serbo-bosniaco che è stato condannato per le sue responsabilità nella pulizia etnica dei musulmani di Bosnia: “Nella pulizia etnica..tu agisci in modo tale per cui, in un determinato territorio, i componenti di un determinato gruppo etnico sono eliminati… ci sono dei massacri. Non sono massacrati tutti, ma ci sono massacri allo scopo di spaventare quelle popolazioni…Naturalmente gli altri vengono scacciati. Sono spaventati…e, naturalmente, alla fine queste persone vogliono semplicemente andarsene…Se ne vanno sia per loro stessa iniziativa, oppure sono deportate….Alcune donne sono violentate e, inoltre, spesso vengono distrutti i monumenti che segnano la presenza di una determinata popolazione…per esempio, le chiese cattoliche o le moschee vengono distrutte.”

Esattamente come nel 1948: istruzioni implicite, accordi silenziosi, seminare il timore tra la popolazione la cui fuga è l’obiettivo; la distruzione della presenza fisica che hanno lasciato dietro di sé. Nel suo primo libro sull’argomento, “La nascita del problema dei rifugiati palestinesi, 1947-1949” (1989 in inglese), Morris scrisse: “Gli attacchi dell’Haganah e delle Forze di Difesa Israeliane (l’esercito del neonato Stato d’Israele. Ndtr.), ordini di espulsione, la paura degli attacchi e atti di crudeltà da parte degli ebrei, l’assenza di appoggio da parte del mondo arabo e dell’Alto Comitato Arabo, il senso di impotenza e di abbandono, gli ordini da parte di istituzioni e centri di comando arabi di andarsene ed evacuare, in molti casi erano la diretta e decisiva ragione per la fuga – un attacco da parte dell’Haganah, dell’Irgun, del Lehi [le due milizie armate della destra sionista, poi integrate nell’IDF. Ndtr.] o dell’IDF, o la paura degli abitanti per un simile attacco.”

Circa 15 anni fa, tuttavia, Morris ha cambiato opinione. Nel suo libro “Correggere un errore: ebrei ed arabi in Palestina/Israele, 1936-1956” (2000), egli ha affermato: “La maggioranza degli allontanamenti (da parte dei palestinesi) dalla maggior parte dei luoghi, il più delle volte l’ho attribuita ad attacchi da parte delle forze ebraiche. A volte uno storico deve correggere un errore.” Tanto di cappello ad uno storico che ammette di aver fatto un errore. Ma l’integrità professionale di Morris è messa alla prova in base a quanto egli ha detto ad Ari Shavit (Haaretz, gennaio 2004): “Non penso che le espulsioni del 1948 fossero crimini di guerra.. Penso che lui (Ben Gurion) abbia fatto un grave errore storico nel 1948…fu troppo timoroso durante la guerra. Alla fine vacillò….Se si fosse subito impegnato nell’espulsione, forse avrebbe fatto un lavoro definitivo.”

Allo stesso tempo Morris sostiene che Ben Gurion “non ha mai dato un ordine di espellere gli arabi.” In effetti, non è stato trovato nessun ordine scritto di questo tipo. E il lettore si chiederà: “Quindi c’era un ordine di espulsione, o forse un’espulsione senza un ordine? O forse c’è stata un’espulsione di massa, ma fu incompleta, e dunque non si tratta di pulizia etnica? E Morris rimpiange il fatto che non sia stato dato un ordine per completare la pulizia etnica?” Morris è fortunato a non essersi occupato della ricerca sull’Olocausto. Potrebbe essere stato capace di sostenere che non fu Hitler che ordinò la “Soluzione Finale”, dato che, per quanto ne sappiamo, non è mai stato trovato nessun ordine scritto da lui per l’uccisione degli ebrei europei.

Morris dice che le espulsioni non furono un crimine di guerra, perché furono gli arabi che iniziarono la guerra. In altre parole, centinaia di migliaia di civili innocenti, appartenenti alla parte che aveva iniziato la lotta, dovevano essere espulsi. Forse Morris sarebbe d’accordo che il genocidio compiuto dai tedeschi contro gli Herero nel 1904-1908 [i tedeschi sterminarono in campi di concentramento circa 65.000 indigeni su un totale di 80.000. Ndtr.] era giustificato perché, dopo tutto, gli Herero avevano iniziato la ribellione contro il colonialismo tedesco in Namibia.

Morris ha ragione su una cosa: la convinzione che gli arabi dovessero essere espulsi nel 1948 non fu messa in pratica in modo totale. Ci furono comandanti che obbedirono alla lettera; ce ne furono altri che non lo fecero. E’ esattamente la ragione per cui 160.000 arabi rimasero all’interno dello Stato di Israele nel 1949. Proprio come decine di migliaia di armeni rimasero in Turchia dopo la Prima Guerra Mondiale, perché ci furono funzionari del governo che non applicarono alla lettera l’ordine di espellerli o ucciderli. Fortunatamente, nel 1948 ci furono comandanti dell’IDF che si astennero dal fare quello che sapevano che avrebbero potuto fare senza doverne pagare le conseguenze. Se non fosse stato per loro, il crimine di guerra commesso da Israele sarebbe stato ancora più grande.

L’autore è uno storico.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Israele non ha attuato nessuna pulizia etnica nel 1948

Nota redazionale: pur non condividendone affatto i contenuti, e non potendo in questa sede entrare nel merito della sua fondatezza dal punto di vista storico (smentita ad esempio dai lavori di Ilan Pappé), abbiamo deciso di proporre questa risposta di Benny Morris all’articolo di Daniel Blatman su Haaretz.

Pensiamo infatti che i lettori di Zeitun possano essere interessati a seguire il dibattito storiografico innescato in Israele dalle dichiarazioni di Netanyahu in merito alla definizione di “pulizia etnica” nel caso di un ritiro dei coloni dai territori occupati della Cisgiordania e di Gerusalemme est. Va comunque ricordato quanto lo stesso Morris ha dichiarato al quotidiano Haaretz… “Senza la rimozione dei palestinesi, qui non avrebbe potuto nascere uno Stato ebraico… quel che penso è che questo posto sarebbe stato più tranquillo e avrebbe conosciuto meno sofferenza se la questione fosse stata risolta una volta per tutte. Se Ben Gurion avesse compiuto una grande espulsione e ripulito l’intero paese – l’intera Terra d’Israele, fino al fiume Giordano. Potremmo scoprire che questo fu il suo errore fatale. Se avesse portato a termine un’espulsione completa – invece di una parziale – avrebbe potuto stabilizzare lo Stato d’Israele per molte generazioni.”
E riguardo alle responsabilità di Ben Gurion e dei dirigenti sionisti ha affermato: “Dall’aprile del 1948, Ben Gurion trasmette l’idea del trasferimento. Non ci sono ordini espliciti nei suoi scritti, non c’è una precisa linea politica, ma traspare l’idea del trasferimento [di popolazione]. L’idea del trasferimento è nell’aria. L’intera leadership ha capito che questa era l’idea. Il corpo ufficiali capisce cosa gli viene richiesto. Sotto Ben Gurion, viene creato il consenso al trasferimento….Certo, Ben Gurion era un sostenitore del trasferimento. Aveva capito che non avrebbe potuto esistere uno Stato ebraico con una vasta minoranza araba ostile al suo interno. Non avrebbe mai potuto esistere uno Stato simile. Non sarebbe stato in grado di sopravvivere.”

Vedi: http://www.forumpalestina.org/Doc%20forumpalestina/2004/Febbraio04/27-02-0Nakba_ 1948_ Intervista_di_Benny-Morris.htm

di Benny Morris

Haaretz – 10 ottobre 2016

Il professor Daniel Blatman distorce la storia quando afferma che il nuovo stato di Israele, un paese che affrontava eserciti invasori, ha condotto una politica di espulsione delle popolazioni arabe locali.

In fondo al suo articolo della scorsa settimana, “Netanyahu, ecco che cosa è veramente la pulizia etnica”, il professor Daniel Blatman viene definito uno “storico”. In tal caso, Blatman ha tradito la sua professione attribuendomi posizioni che non ho mai sostenuto e distorcendo gli eventi della guerra del 1948.

Anzitutto nel suo articolo Blatman ignora il fatto fondamentale che sono stati i palestinesi a dare inizio alla guerra, quando hanno respinto il piano di compromesso delle Nazioni Unite ed hanno intrapreso azioni ostili in cui 1800 ebrei sono stati uccisi tra il novembre 1947 e la metà di maggio 1948. (In questo, tra l’altro, c’è differenza tra gli ebrei ed i serbi, che hanno iniziato le guerre in Yugoslavia negli anni 1990 ed hanno effettivamente attuato una pulizia etnica in Bosnia ed altrove).

Riguardo alla seconda fase della guerra del 1948, Blatman sostiene che i paesi arabi hanno invaso il futuro stato di Israele per salvare i loro fratelli palestinesi dalla pulizia etnica che gli ebrei avevano iniziato, e che la maggior parte di essi ha attaccato il nuovo stato di Israele a questo scopo. Nel corso di questa presunta pulizia etnica “più di 400.000” arabi – che secondo Blatman costituivano oltre la metà della popolazione araba palestinese – sono stati espulsi dalle loro case e costretti a fuggire dal 14 maggio (1948). (In realtà, all’epoca vi erano da 1,2 a 1,3 milioni di arabi nel paese.)

Il numero reale di coloro che sono fuggiti e sono stati costretti a fuggire era verosimilmente più basso, ma, cosa ancor più importante, gli stati arabi hanno attaccato lo stato di Israele soprattutto per nuocergli, se non per distruggerlo. Il fatto è che i loro leaders hanno minacciato l’invasione anche prima che fosse approvata la risoluzione dell’ONU il 29 novembre 1947 e prima che anche un solo arabo fosse stato cacciato dalla sua casa. Ed hanno continuato a minacciare un’invasione nei mesi seguenti, fino a maggio 1948.

Non è stata la tragedia palestinese a motivare i paesi arabi durante l’invasione. La verità è che la fuga e l’espulsione degli arabi dalle loro case prima della nascita dello stato di Israele, soprattutto da inizio aprile fino al 14 maggio 1948 [data della proclamazione dello Stato di Israele, ndt.] (è a tale proposito che sono stati sempre citati la presa di Jaffa, Tiberiade e Haifa ed il massacro di Deir Yassin) hanno alimentato l’estremismo tra le popolazioni arabe che circondavano il futuro Israele e sono state una delle ragioni per cui i leaders arabi hanno deciso di procedere all’invasione alla vigilia del 15 maggio.

Ma fattori più importanti hanno influenzato i leaders arabi nella loro decisione: per esempio, re Abdullah di Giordania voleva espandere i confini del proprio paese, il re egiziano intendeva negare a quello giordano ulteriori conquiste territoriali ed i leaders di Siria, Iraq ed Egitto temevano la reazione interna se non avessero effettuato l’invasione. La preoccupazione per il benessere degli arabi nel territorio, non ancora stato, di Israele non era il principale motivo dell’invasione araba.

Attaccare il neonato stato ebraico

Secondo Blatman, io ho sostenuto che “più di sei mesi prima che iniziasse l’invasione araba” i leaders dell’Yishuv, la comunità ebraica nella Terra di Israele, aspiravano ad espandere i confini del paese oltre quelli stabiliti dalla risoluzione dell’Assemblea Generale dell’ONU, “e ridurre al minimo il numero” degli arabi che sarebbero rimasti nello stato ebraico.

Questo non ha senso, è una distorsione delle mie parole e della storia. Ovviamente i leaders, nei primi anni di vita di un paese, hanno interesse ad espanderne il territorio, ma c’è una grande differenza tra aspirazioni personali e politiche.

In termini politici, i leaders dell’Yishuv aspiravano ad ingrandire l’area dello stato che stava per nascere solo a partire da marzo-aprile 1948, non fin da novembre 1947. E questo è successo solo dopo quattro mesi di conflitto arabo contro l’Yishuv, che stava impostando una difesa strategica. Ed è successo solo dopo che i leaders arabi dichiararono apertamente, mattina, giorno e notte, che intendevano attaccare lo stato ebraico quando se ne fossero andati i britannici.

Riguardo al fatto di ridurre al minimo il numero di arabi, in nessun momento della guerra del 1948 fu presa una decisione da parte della leadership dell’Yishuv o dello stato di “espellere gli arabi” – né nell’ambito dell’Agenzia Ebraica né del governo di Israele; e neanche all’interno dello stato maggiore dell’Haganah [principale milizia sionista prima della creazione dell’esercito israeliano, ndt] o dell’esercito israeliano. E nessun partito importante nell’Yishuv, neppure i revisionisti [gruppi sionisti della destra nazionalista, ndt.], ha inserito tale politica nel suo programma.

E’ vero che negli anni ’30 ed all’inizio degli anni ’40 David Ben Gurion e Chaim Weizman hanno sostenuto il trasferimento di arabi dall’area del futuro stato ebraico. Ma in seguito hanno appoggiato la decisione dell’ONU, il cui piano prevedeva che più di 400.000 palestinesi rimanessero dove erano [cioè nel territorio dello Stato di Israele, ndt.].

E’ vero altresì che a partire da una certa fase della guerra Ben Gurion ha lasciato intendere ai suoi ufficiali che era preferibile che rimanessero nel nuovo paese meno arabi possibile, ma non diede mai loro l’ordine di “espellere gli arabi”. (Nel luglio 1948 si è espresso addirittura contro l’espulsione degli arabi di Nazareth, mentre ha ordinato a malincuore l’espulsione di quelli di Lod e Ramle.)

La logica del trasferimento che prevalse nel paese a cominciare dall’aprile 1948 non si è mai trasformata in una scelta politica ufficiale – il che spiega perché ci sono stati ufficiali che espulsero gli arabi ed altri che non lo fecero. Né gli uni né gli altri sono stati redarguiti o puniti.

Alla fine, nel 1948 circa 160.000 arabi sono rimasti nel territorio israeliano – un quinto della popolazione. Nel corso dei decenni questo numero è aumentato fino a 1,6 milioni. (In questo mese i loro leaders hanno deciso di non partecipare al funerale di Shimon Peres, che cercò di promuovere un accordo basato sulla soluzione di due stati.)

Nessuna politica di espulsione totale

Se Blatman legge i miei libri, può apprendere che già il 24 marzo 1948 Israel Galili, vice di Ben Gurion nel futuro Ministero della Difesa e capo dell’Haganah, ordinò a tutte le brigate dell’Haganah di non deportare gli arabi dal territorio destinato allo stato ebraico. Le cose cambiarono all’inizio di aprile a causa delle instabili condizioni dell’Yishuv e dell’imminente invasione araba. Ma non vi fu una politica di espulsione totale – in qualche luogo espulsero la popolazione, in altri no, e per la maggior parte gli arabi semplicemente scapparono.

E’ vero che a metà del 1948 il nuovo stato di Israele adottò una politica di divieto del ritorno dei rifugiati – gli stessi rifugiati che mesi e settimane prima avevano cercato di distruggere il nascituro stato. Ma io continuo a ritenere tale politica logica e giusta.

Non accetto la definizione di “pulizia etnica” per ciò che fecero gli ebrei nel futuro stato di Israele nel 1948. (Se prendiamo in considerazione Lod e Ramle, forse possiamo parlare di parziale pulizia etnica). E sicuramente non vi fu una pulizia etnica che fu “una delle più riuscite del XX secolo”, come l’ha definita Blatman. Al contrario.

Alla fine, 160.000 arabi sono rimasti sul territorio israeliano e non tutti quelli che hanno cercato di tornare dai paesi arabi dopo il 1948 sono stati espulsi, come sostiene Blatman. Molti lo sono stati, e a molti che in qualche modo sono ritornati è stato consentito di restare e sono diventati cittadini dello stato ebraico.

Detto per inciso, i paesi arabi hanno attuato una pulizia etnica e scacciato tutti gli ebrei fino all’ultimo dai territori che hanno conquistato nel 1948 – per esempio, i giordani a Gush Etzion e nella città vecchia di Gerusalemme ed i siriani a Masada, Sha’ar Hagolan e Mishmar Hayarden. Gli ebrei, d’altra parte, hanno lasciato rimanere gli arabi ad Haifa e Jaffa e nei villaggi lungo le strade principali del paese – l’autostrada Gerusalemme-Tel Aviv e Tel Aviv-Haifa – un fatto che non corrisponde all’affermazione secondo cui si è trattato di una pulizia etnica “riuscita”.

Riguardo all’attuale preoccupazione su questa questione, è assurdo, per dirla in termini blandi, sostenere che cacciare le comunità ebraiche dalla Cisgiordania sia una “pulizia etnica”, ma c’è una logica nella presenza di ebrei in zone arabe, così come che arabi vivano nello stato ebraico. Nella situazione attuale, l’impresa di colonizzazione in Giudea e Samaria [come i sionisti israeliani definiscono la Cisgiordania occupata, ndt.] costituisce un ostacolo ad una possibile pace tra noi ed i palestinesi. Io mi sono sempre opposto a questa impresa, perché una divisione in due stati per due popoli è la soluzione giusta e logica.

Purtroppo Benjamin Netanyahu ha ragione quando dice che il principale ostacolo alla pace è la mancanza di volontà degli arabi da entrambe le parti della Linea Verde di accettare un compromesso basato su due stati per due popoli, ed il loro rifiuto della legittimazione dell’impresa sionista e dello stato di Israele.

Il professor Benny Morris, storico, è autore di “La nascita della questione dei rifugiati palestinesi rivisitata.”

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Netanyahu, ecco che cosa è veramente la pulizia etnica

di Daniel Blatman,

Haaretz – 3 ottobre 2016

    1. La pretesa di Benjamin Netanyahu che il trasferimento dei coloni dalla Cisgiordania sarebbe “pulizia etnica” è assolutamente insensata. Se vuole sapere che cosa sia la pulizia etnica, deve tornare al 1948, non al 2005.

L’ultimo colpo da maestro del “nuovo storico” Benjamin Netanyahu continua a raccogliere seguaci.

Il primo ministro ha recentemente dichiarato che l’evacuazione degli insediamenti coloniali nei territori occupati – che sono caratterizzati da segregazione razziale e risultano illegali rispetto a qualunque standard giuridico internazionale – si configurerebbe come pulizia etnica.

L’ultimo della sua lista di accoliti è Moshe Arens [politico del partito di destra Likud, ndt.], che ha scritto: “ La pulizia etnica è la rimozione forzata di gruppi etnici o religiosi da un determinato territorio allo scopo di renderlo omogeneo dal punto di vista etnico o religioso” (“Pulizia etnica degli ebrei da Gaza e altrove”, Haaretz, 19 settembre). Conclude quindi che ogni volta che gli ebrei sono stati evacuati dalle loro case contro la loro volontà – a cominciare dai residenti di Gush Etzion nel 1948 fino ai coloni della Striscia di Gaza nel 2005 – è stata perpetrata una pulizia etnica e le vittime sono stati gli ebrei. Questa è un’assurdità che non trova il minimo riscontro nelle definizioni giuridiche riconosciute.

Il concetto di pulizia etnica è recente, è entrato nel linguaggio pubblico e giuridico nel 1992 durante la guerra in Bosnia. I serbi bosniaci attaccarono i musulmani in Bosnia, con l’obbiettivo di espellerli dal territorio in cui vi era una popolazione mista verso zone a maggioranza omogenea di musulmani bosniaci.

Gli stessi serbi utilizzarono il termine per la prima volta nel 1981, quando i serbi del Kosovo furono attaccati dai musulmani albanesi. Nel lessico internazionale degli anni ’90 il termine veniva identificato con la guerra nella ex Yugoslavia, quando i soldati di gruppi etnici attaccavano altre minoranze (serbi, croati, albanesi, kosovari, musulmani bosniaci) allo scopo di cacciarli con la forza verso differenti zone dove vivevano membri della stessa minoranza: i croati in Croazia, i serbi in Serbia, i kosovari albanesi in Albania, ecc.

A partire da allora, il termine è stato sottoposto ad esame critico da parte di esperti legali e ricercatori, poiché esso viene spesso usato come un eufemismo in casi che in realtà dovrebbero essere catalogati come genocidio.

Il fenomeno della pulizia etnica non è di semplice definizione. Da un lato, è diverso dall’esercitare pressioni per l’emigrazione e il trasferimento di popolazione; d’altro lato, è anche diverso dal genocidio. C’è ampio consenso nel campo della ricerca sul fatto che la pulizia etnica sia una forma di migrazione forzata – che può diventare violenta e spietata – di una popolazione indesiderata da un determinato territorio a causa di odio razziale, etnico, religioso, politico, strategico o ideologico.

E’ esattamente ciò che è successo nel 1948. Lo storico israeliano Benny Morris ha valutato che la maggior parte degli arabi del paese, oltre 400.000, furono incoraggiati ad andarsene o espulsi durante la prima fase della guerra – anche prima dell’attacco degli eserciti delle nazioni arabe. Alcuni ricercatori hanno ipotizzato che l’aggressione araba ad Israele in realtà iniziò perché Israele aveva adottato una politica di pulizia etnica. Ciò in quanto era difficile trovare una spiegazione alla massiccia evacuazione militare di quasi 500.000 residenti palestinesi ed alla giustificazione della loro espulsione col fatto che le aree in cui vivevano erano da ritenersi appartenenti allo stato ebraico in base al Piano di Ripartizione delle Nazioni Unite.

Morris sostiene che oltre sei mesi prima che iniziasse l’invasione araba la leadership ebraica tentò di espandere il territorio destinato all’insediamento dello stato ebraico e di ridurre al minimo il numero di arabi che avrebbero vissuto sulle sue terre. In altri termini, circa mezzo milione di palestinesi furono scacciati con la forza dal territorio in cui vivevano, in quanto erano una popolazione indesiderata, da un punto di vista etnico, razziale, religioso, di prospettiva strategica, o da tutti quanti questi punti di vista.

Le centinaia di comunità in cui viveva la popolazione araba vennero rase al suolo o cedute ad insediamenti ebraici alla fine della guerra. Le proprietà arabe del valore di decine di milioni di sterline palestinesi (valuta della Palestina durante il mandato britannico, di valore pari alla sterlina inglese, ndtr.) furono rubate e confiscate. Chi tentava di ritornare fu espulso con la forza o ucciso. La pulizia etnica applicata in Palestina nel 1948 fu una delle più riuscite del XX secolo.

Il metodo di pulizia etnica nei confronti dei palestinesi vale anche per la popolazione ebrea che viveva negli insediamenti di Gush Etzion. Ma occorre ricordare che vi erano là solo quattro comunità e poche centinaia di ebrei. Ci sono altre differenze fondamentali tra la pulizia etnica adottata contro i palestinesi e quella adottata a Gush Etzion e Gush Katif, differenze che coloro che approvano l’interpretazione di Netanyahu ignorano.

Nel 1992 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite insediò una commissione di esperti il cui compito era proporre una definizione condivisa di pulizia etnica e fornire al sistema giuridico internazionale degli strumenti per definire il crimine e punire i responsabili.

In una nota, la commissione descrisse la pulizia etnica come “intesa ad ottenere la distruzione fisica di un gruppo, interamente o in parte” . E, in seguito, come l’evacuazione di popolazione da un’area ad un’altra in “circostanze tali da condurre alla morte dell’intera popolazione evacuata, o di parte di essa – se, per esempio, le persone fossero trascinate fuori dalle loro case e costrette a percorrere lunghe distanze in un paese in cui sono esposte alla fame, alla sete, al caldo, al freddo e alle epidemie. “

Lo scopo di questa formulazione era analizzare i punti in cui pulizia etnica e genocidio coincidono, e in quali condizioni la pulizia etnica si trasforma nel crimine di genocidio. Ma se consideriamo ciò che la commissione di esperti ha stabilito, possiamo vedere che sostenere che l’evacuazione degli ebrei dalle comunità individuate dal governo sia pulizia etnica è totalmente privo di senso.

Anzitutto perché sappiamo bene che un paese non può attuare una pulizia etnica su una popolazione che appartiene allo stesso gruppo etnico. Può perpetrare un genocidio (come fecero i Kmer rossi in Cambogia), ma l’evacuazione di una popolazione di uno specifico gruppo etnico e il suo re- insediamento all’interno di una popolazione dello stesso gruppo non configura pulizia etnica. E’ ciò che il governo ha deciso di fare riguardo agli sfollati da Gush Katif nel 2005 e a quelli dell’insediamento di Yamit nel Sinai nel 1982.

In secondo luogo, non c’è nulla di più lontano dalla verità che descrivere le persone sfollate da Yamit o dalla regione di Gaza nei termini di una miserabile popolazione sradicata dalle proprie case e lasciata alla fame, alla sete ed esposta a rischio per la propria esistenza.

Israele si impegnò a prendersi cura delle famiglie sfollate e stanziò a tal fine somme enormi. Se i coloni saranno evacuati in futuro dai territori occupati, il governo garantirà loro nuovamente una rete di sicurezza, che gli consentirà di ricominciare adeguatamente la loro vita in Israele.

Sono i palestinesi quelli che, a partire dalla pulizia etnica di cui sono state vittime nel 1948 fino ad oggi, sono rimasti esposti alla fame, alla deprivazione, alla violenza e ad ulteriori espulsioni dalle proprie case. E sono quelli che vivono in povertà nell’enorme ghetto di Gaza e nei campi profughi della Cisgiordania. Tutte le interpretazioni surrettizie di Netanyahu e dei suoi sostenitori non potranno nascondere nulla di tutto ciò.

L’autore è uno storico dell’Olocausto e capo dell’Istituto per il popolo ebraico contemporaneo all’Università ebraica di Gerusalemme.

Traduzione di Cristiana Cavagna




Non ci sarà pace finché Israele non accetterà le proprie responsabilità per la Nakba

 

di Gideon Levy – 22 settembre 2016

Haaretz

Non ci sarà pace finché gli israeliani non sapranno e non capiranno come tutto questo è iniziato.

Il governo di Israele lo ha confermato ancora una volta: furono commessi crimini di guerra nel 1947-48; ci furono massacri, espulsioni, ci fu pulizia etnica – ci fu una Nakba, una Catastrofe, come i palestinesi chiamano la loro esperienza in quegli anni. Come lo sappiamo?

Il governo sta per prolungare la secretazione di uno dei documenti più importanti dell’archivio delle Forze di Difesa Israeliane [IDF, l’esercito israeliano. Ndtr.] che riguarda la creazione del problema dei rifugiati palestinesi. Sessantotto anni sono passati e Israele sta occultando a se stesso la verità degli archivi – ci potrebbe essere una prova più chiara che c’è qualcosa da nascondere? Un alto funzionario ha spiegato al corrispondente diplomatico di Haaretz Barak Ravid (“Commissione guidata da Shaked probabilmente intende mantenere riservato il “Nakba file” nell’archivio dell’IDF”, 20 settembre): “Quando ci sarà la pace, sarà possibile aprire questi materiali alla visione del pubblico.”

La pace non ci sarà finché gli israeliani non sapranno e non capiranno come tutto questo è iniziato. La pace non ci sarà finché Israele non ne accetterà la responsabilità, non chiederà perdono e non offrirà compensazioni. Non c’è pace senza questo. Forse ci potrebbero essere commissioni per la verità e la riconciliazione come in Sud Africa o una genuflessione e riparazioni come in Germania. Ciò potrebbe essere il modo per esprimere pentimento al popolo palestinese, ritorno parziale e parziale compensazione per le proprietà sottratte nel 1948 e da allora in poi. Solo non la negazione e il sottrarsi alle proprie responsabilità.

La pace non sarà ostacolata perché i palestinesi stanno insistendo sul diritto al ritorno. Sarà principalmente impedita perché Israele non è pronto a interiorizzare il punto di partenza storico: un popolo senza un Paese è arrivato in un Paese con un popolo e questo popolo ha vissuto una terribile tragedia che continua fino ad oggi.

Quel popolo non dimentica. E Israele non sarà in grado di farglielo dimenticare. Israele odia i negazionisti dell’Olocausto – e giustamente. In molti Paesi è un reato penale. In Israele la gente è arrabbiata con la Polonia, che ha proibito per legge di far riferimento alla sua partecipazione allo sradicamento dei suoi ebrei. Anche l’Austria, che non ha mai fatto i conti in modo adeguato con il suo passato, è meritevole di condanna.

E Israele ha fatto i conti con il suo passato? Mai. Il mondo ebraico chiede compensazioni per le proprietà che ha lasciato dietro di sé nell’Europa orientale e nei Paesi arabi. Agli ebrei è consentito tornare alle proprietà ebraiche in Cisgiordania e a Gerusalemme est. Fare i conti con il nostro passato non è esattamente quello che facciamo. Per noi valgono leggi diverse, leggi del popolo eletto e il doppio standard. Distogliamo lo sguardo dalla gobba sulla nostra schiena – quella nascosta negli archivi e che sorge alta da ogni campo profughi e da ogni villaggio in rovina – noi guardiamo da un’altra parte.

E’ possibile fin da subito fare a meno dell’ira per il paragone con l’Olocausto: non c’è paragone. Ma ci sono disastri nazionali che non sono un olocausto e tuttavia sono disastri. Un terribile disastro è avvenuto al popolo palestinese e Israele nega questo disastro e le sue responsabilità in merito. La sua portata è lontana da quella dell’Olocausto, ma è un terribile disastro. Le negazioni sono confrontabili: la negazione della Nakba batte la negazione dell’Olocausto.

Quello che è successo al popolo palestinese nel 1948 ed è continuato dopo la nascita dello Stato [di Israele] non può essere rimosso per sempre. Se Israele è certo che ciò sia giusto, apra gli archivi e lo provi. Infatti, uno dei documenti che Israele ha secretato è uno studio che David Ben Gurion [il padre della patria di Israele. Ndtr.] commissionò con l’intento di provare che gli arabi scapparono. Se tutto è stato morale, giusto e legale, perché non lo stanno rendendo pubblico?

E’ sufficiente vedere la fotografia che accompagna il reportage nella versione in ebraico di Haaretz per confutare la propaganda sionista: due arabi spingono una carretta piena di cianfrusaglie, tappeti e beni di famiglia, un vecchio con una canna arranca dietro di loro e tre uomini dell’Haganah [milizia armata sionista. Ndtr.] li accompagnano con i fucili spianati. Haifa, 12 maggio 1948. Così appare la “fuga volontaria” che gli arabi sono accusati di aver scelto. E questa naturalmente non è l’immagine più scioccante dell’espulsione.

Il senso di colpa è molto pesante. Non si allevierà. Per l’espulsione, ed ancora di più per aver impedito un ritorno alle loro case quando i combattimenti sono cessati. La giustizia totale non prevarrà qui e la condanna non ricade solo sulle spalle di Israele. Ma la negazione deve finire. Convinti della nostra rettitudine e forti nel nostro Stato, è arrivato il momento di guardare in faccia la verità e arrivare all’ovvia conclusione: Israele ha sovraccaricato il calderone delle sofferenze che ha causato al popolo palestinese da molto tempo. Da molto tempo.

(traduzione Amedeo Rossi)




Il video di Netanyahu sulla “pulizia etnica” viene criticato duramente dal Dipartimento di Stato

Mondoweiss, 9 settembre 2016

Philip Weiss

 

Oggi il primo ministro Benjamin Netanyahu ha postato un altro dei suoi video in inglese riguardo al conflitto. Nel video si sostiene che quelli che vogliono creare uno Stato palestinese propugnano la “pulizia etnica” degli ebrei dai territori occupati e che alcuni Stati di larghe vedute appoggiano un simile piano

[Dal video di Netanyahu]

Ma la leadership palestinese chiede addirittura lo Stato palestinese a una condizione: senza ebrei. C’è una definizione per questo: pulizia etnica. E questa richiesta è vergognosa. È ancora più vergognoso che la comunità internazionale non la consideri tale. Alcuni Paesi, peraltro di ampie vedute, promuovono addirittura questa vergogna. Vi siete mai chiesto se accettereste la pulizia etnica nel vostro Paese? Un territorio senza ebrei, ispanici, neri? Da quando in qua la xenofobia è una base per [ottenere] la pace?…Penso che sia l’intolleranza verso gli altri ad ostacolare la pace”

https://youtu.be/fMObR0J5iCk

 

E il Dipartimennto di Stato [USA] è stato veloce oggi nel criticare il primo ministro, riportando una descrizione della vera pulizia etnica, quella dei palestinesi. Segnali di una nuova fermezza dell’amministrazione Obama nei suoi ultimi giorni?

[Dalla conferenza Stampa del Capo dell’Ufficio Stampa del Dipartimento di Stato USA ndt]

Sig.[Elisabeth]Trudeau. Abbiamo visto il video del primo ministro israeliano. Naturalmente noi dissentiamo fortemente dall’idea che coloro che si oppongono alla colonizzazione o che la percepiscono come un ostacolo alla pace in qualche modo propugnano la pulizia etnica degli ebrei dalla Cisgiordania. Noi crediamo che l’uso di quel tipo di terminologia è inopportuno e dannoso. La questione delle colonie deve essere risolta nella parte finale dei negoziati tra le due parti. Noi condividiamo la visione di tutte le passate amministrazioni USA e la forte opinione della comunità internazionale che la continua colonizzazione è un ostacolo alla pace. Noi continuiamo ad appellarci a entrambe le parti affinché dimostrino con azioni e con iniziative politiche una sincera adesione alla soluzione dei due Stati.

Abbiamo più volte manifestato la nostra forte preoccupazione per il fatto che la politica del fatto compiuto si muove nella direzione opposta. Per essere chiari: il fatto indiscutibile è che già quest’anno migliaia di unità abitative nelle colonie sono state programmate per gli israeliani nella Cisgiordania , avamposti illegali e unità coloniali non autorizzate sono stati retroattivamente legalizzati, più terra della Cisgiordania è stata confiscata per l’uso esclusivo degli israeliani e c’è una drammatica crescita delle demolizioni risultante in più di 700 strutture palestinesi distrutte, con l’espulsione di più di 1000 palestinesi. Come abbiamo già detto molte volte, ciò solleva reali domande circa le intenzioni di Israele sul lungo periodo rispetto alla Cisgiordania.

Domanda: Quindi a lei il video non è piaciuto molto, giusto?

Sig. Trudeau: Giusto

D. Per cui avete – non lei personalmente, ma l’amministrazione – chiarito le vostre impressioni, oltre ai suoi commenti in questo momento, agli israeliani?

Sig. Trudeau: Sì. Stiamo parlando direttamente con il governo israeliano su questo.

D. Voglio dire, c’è qualcosa che lei possa fare? Cioè , lui ha detto questo, sembra che ci creda ed è un punto di vista abbastanza forte. Anche se lei dissente da ciò, cosa gli ha chiesto di fare? Voglio dire, gli avete chiesto di tornare completamente sui suoi passi oppure..

Sig. Trudeau: Non voglio entrare nelle nostre discussioni diplomatiche. Quello che posso dire è: inopportuno , inutile. Parleremo con i nostri alleati e amici israeliani e vedremo cosa ne esce.

Mondoweiss: Notate il riferimento alle demolizioni delle case e ai 1000 palestinesi sfollati.

Questo è un punto di partenza.

Traduzione di Carlo Tagliacozzo




Sì, Netanyahu, parliamo pure di pulizia etnica

Haaretz – 11 settembre 2016

di Gideon Levy

Trasformare i coloni israeliani in vittime è l’atto di impudenza più strabiliante da parte del primo ministro fino ad ora.

L’unica pulizia etnica di massa che ha avuto luogo qui è stata nel 1948, quando circa 700.000 arabi sono stati obbligati a lasciare le loro terre.

Israele ne sa qualcosa di pulizia etnica. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ne sa qualcosa di propaganda. Il video che ha postato venerdì dimostra entrambe le cose. Ecco la verità, ancora un’altra testimonianza della faccia tosta israeliana: l’evacuazione dei coloni dalla Cisgiordania (che non è mai avvenuta, e presumibilmente non avverrà mai) è pulizia etnica.

Sì, lo Stato che ti ha portato la grande pulizia etnica del 1948, che non ha mai, in fondo al suo cuore, abbandonato il sogno dell’espulsione, e che non ha mai smesso di portare avanti metodicamente micro-espulsioni nella Valle del Giordano, nelle colline meridionali di Hebron, nella zona di Ma’aleh Adumim [grande colonia nei pressi di Gerusalemme est. Ndtr.] e anche nel Negev [zona meridionale di Israele, da cui vengono espulse le comunità beduine con cittadinanza israeliana. Ndtr.] – questo Stato chiama lo spostamento dei coloni pulizia etnica. Questo Stato paragona gli invasori dei territori occupati ai figli della terra che si aggrappano alle loro terre e case.

Netanyahu ha dimostrato ancora una volta di essere quello vero, il più autentico rappresentante della “israelicità”, che ha creato una realtà tutta sua: trasformare la notte in giorno, senza vergogna e senza alcun senso di colpa, senza inibizioni.

In Israele molta gente, forse la maggioranza, lo prenderà per buono. I coloni della Striscia di Gaza sono diventati “espulsi”, la loro evacuazione una “deportazione”. Non solo è legittimato un atto aggressivo e violento – la colonizzazione -, ma i suoi attori sono vittime.

Gli ebrei sono vittime. Sempre gli ebrei, solo gli ebrei. Un primo ministro israeliano meno sfrontato ed arrogante di Netanyahu non oserebbe pronunciare il termine “pulizia etnica”, per via della trave nel suo stesso occhio. Poche campagne di propaganda oserebbero arrivare così lontano. Eppure ogni tanto la realtà si intromette.

E la realtà è affilata come un rasoio. L’unica pulizia etnica di massa che ha avuto luogo qui è stata nel 1948. Circa 700.000 esseri umani, la maggioranza, sono stati obbligati a lasciare le loro case, le loro proprietà, i loro villaggi e le terre che sono state loro per secoli. Alcuni sono stati espulsi con la forza, fatti salire su dei camion e portati via; alcuni sono stati intenzionalmente spaventati perché scappassero; altri ancora se ne andarono, forse senza ragione. Non gli è mai stato consentito di tornare, tranne pochi, anche solo per ricuperare le loro cose.

Non poter tornare è stato ancora peggio che essere espulsi. Ciò prova che la pulizia etnica è stata intenzionale. Non è rimasta neanche una comunità araba tra Jaffa e Gaza, e tutte le altre aree sono sfregiate dai resti di villaggi, le vestigia della vita. Questa è una pulizia etnica – non c’è altro termine per definirla. Più di 400 villaggi e cittadine sono stati spazzati via dalla faccia della terra, le loro rovine coperte da comunità ebraiche, foreste e bugie. La verità è stata celata dagli ebrei israeliani e ai discendenti dei deportati è stato vietato di commemorarli – né un monumento né una lapide, per parafrasare Eugeny Yevtushenko.

Il numero dei coloni ora supera quello degli espulsi. Hanno invaso una terra che non era loro, con l’appoggio dei vari governi israeliani e l’opposizione del mondo intero, e sapevano che la loro impresa era costruita sul ghiaccio. Loro e i governi israeliani non solo hanno brutalmente violato le leggi internazionali, che non sono minimamente rispettate in Israele. Hanno violato anche la legge israeliana, con l’appoggio di una magistratura assoggettata.

Il furto di terra è anche una violazione della legge messa in pratica in Israele e nei territori. Quando israeliani, e il resto del mondo, hanno cominciato ad abituarsi a questa situazione, ad accettarla come inevitabile, salta fuori il primo ministro e alza il livello della sua sfacciataggine: i coloni sono in realtà vittime. Non quelli che loro hanno espulso, non quelli che hanno spogliato della loro terra. Nella realtà, secondo Netanyahu, i coloni che hanno costruito con il proposito di escludere un compromesso con i palestinesi non sono un ostacolo, e lui li equipara ai ” she’erit haplita” – ciò che resta dei palestinesi che sono rimasti in Israele, per prendere in prestito un termine da ciò che è restato dopo l’Olocausto.

Il linguaggio può essere distorto per qualunque scopo, propaganda per ogni perversione morale. Addio, realtà, qui tu non conti più niente.

(traduzione di Amedeo Rossi)