L’espansione della ‘Linea Gialla’ da parte di Israele ingloba i distretti di Gaza e sradica le famiglie

Maha Hussaini, Gaza City, Palestina occupata

13 dicembre 2025 – Middle East Eye

Le famiglie palestinesi sono costrette ad andarsene dalle proprie case in silenzio mentre le forze israeliane sono sempre più vicine, nonostante il cessate il fuoco

Quando Ahmed Hamed è tornato a casa sua dopo il cessate il fuoco questa si trovava a circa 1,5 chilometri ad ovest della cosiddetta ‘Linea Gialla’ imposta da Israele.

Due mesi dopo quella distanza si è ridotta a circa 200 metri.

Prima della fine della guerra la nostra casa si trovava in una zona pericolosa ed era difficile per noi ritornarci”, ha detto a Middle East Eye il giornalista palestinese di 31 anni.

Abbiamo aspettato due settimane dopo il cessate il fuoco per essere certi che fosse sicura.”

Alla fine la famiglia è ritornata nella propria casa vicino al quartiere di Shujaiya nella parte orientale di Gaza City.

Quasi immediatamente il fragore della guerra l’ha nuovamente raggiunta.

Fin dal primo giorno in cui siamo tornati abbiamo sentito bombardamenti, demolizioni e spari”, dice Hamed.

Cominciavano al tramonto e proseguivano fino all’alba.”

All’inizio pensavano che le esplosioni fossero lontane, credendo che la Linea Gialla fosse ancora distante.

Ma ora Hamed può vedere i blocchi di cemento gialli piazzati dalle forze israeliane dalla sua finestra – cosa che non era possibile solo alcune settimane fa.

In tutta Gaza la linea provvisoria di demarcazione si è spostata, avvicinandosi ancor di più alle zone densamente popolate e alimentando il timore di nuovi sfollamenti e violenze da parte di Israele.

Fuggire in silenzio’

La Linea Gialla è un confine militare che è stato imposto e contrassegnato unilateralmente dalle forze israeliane all’interno della Striscia di Gaza dopo il cessate il fuoco mediato ad ottobre dagli USA.

Definita zona interdetta, impedisce ai palestinesi di entrare in ampie aree di terra a nord, sud ed est.

Dall’inizio del cessate il fuoco la linea è costantemente avanzata verso ovest, inglobando quartieri e occupando attualmente circa il 53% del territorio.

Ogni nuova progressione viene segnalata con blocchi di cemento gialli piazzati all’interno dei quartieri civili.

Secondo Hamed migliaia di case si trovano all’incirca entro un chilometro quadrato tra la posizione originaria della linea e quella attuale.

Dopo il cessate il fuoco molte famiglie sono tornate in queste case, cercando di riprendere la propria vita.

Le persone hanno installato dei generatori ed anche internet”, spiega.

Poi una notte sono stati svegliati da un’intensa sparatoria ed hanno trovato un blocco di cemento giallo in mezzo alla strada. Hanno raccolto le proprie cose e sono scappati sotto il fuoco in piena notte.”

Alcune famiglie sono rimaste intrappolate nelle loro case per ore a causa dei pesanti bombardamenti prima di poter uscire e scoprire che il confine si era già spostato.

Complessivamente la linea è avanzata di oltre un chilometro durante il cessate il fuoco, provocando silenziose ondate di sfollati che non hanno ricevuto quasi alcuna attenzione dai media.

C’è una potente ondata di abitanti in fuga e nessuno informa di questo”, dice Hamed.

Le famiglie scappano in silenzio. Durante la guerra si parlava della nostra sofferenza e questo leniva un poco il dolore. Adesso nessuno ne parla.

Immaginate l’angoscia: abbiamo ringraziato dio perché le nostre case hanno resistito a due anni di genocidio ed ora la gente le sta perdendo durante il cessate il fuoco.”

La casa della famiglia di Hamed adesso sta proprio di fronte alla Linea Gialla. Dalla sua finestra lui può vedere i carrarmati israeliani e i veicoli militari che pattugliano e sparano verso i quartieri al di là del confine.

La moglie di suo cugino, Samar Abu Waked, trentenne madre di tre figli, è stata uccisa all’ingresso della casa della sua famiglia da un proiettile in testa, evidentemente sparato da un soldato israeliano dalla Linea Gialla, secondo i suoi parenti.

Più di una volta ho dovuto strisciare con mia moglie e i bambini dalla stanza che affaccia sulla strada verso le stanze più interne, a causa delle intense sparatorie”, dice Hamed a MEE.

E’ come un fuoco che brucia in tutto il quartiere e ci aspettiamo che le fiamme ci raggiungano. Nessuno può fermare questa avanzata.”

Dall’inizio della guerra genocidaria ad ottobre 2023 Hamed è stato sfollato molte volte.

Nei primi sfollamenti ho impacchettato solo quel che ci serviva, sapendo che alla fine saremmo tornati”, dice il giovane padre.

Ma adesso, aggiunge, teme che lo sfollamento sarà permanente.

Quartieri ridotti in macerie

Quando le forze israeliane sono avanzate verso ovest hanno usato veicoli carichi di esplosivi per demolire edifici residenziali in un sol colpo a Gaza est, spianando aree e impedendo agli abitanti di tornare.

Domenica il capo dell’esercito israeliano, il tenente generale Eyal Zamir, ha definito la Linea Gialla un “nuovo confine”.

In base al piano di cessate il fuoco appoggiato dagli USA la Linea Gialla è una linea di ripiegamento temporaneo per le forze israeliane, mentre ulteriori ripiegamenti verso la frontiera di Gaza sono previsti in successive fasi dell’accordo.

Tuttavia Zamir ha affermato che l’esercito mantiene “il controllo operativo su ampie parti della Striscia di Gaza” e rimarrà sulle posizioni lungo quelle linee difensive.

La Linea Gialla è un nuovo confine, utilizzato come linea difensiva avanzata per le nostre comunità e come linea di attività operative”, ha detto.

Il mese scorso l’abitante di Shujaiya Reem Mortaja è stata sfollata dalla sua casa per l’undicesima volta.

L’aspetto più demoralizzante è che in base all’accordo di cessate il fuoco ci è stato permesso di tornare solo per trovare le nostre case gravemente danneggiate”, ha detto a MEE la ventisettenne.

Eppure eravamo contenti che alcuni muri fossero ancora in piedi. Abbiamo comprato nuove cose e effettuato piccole riparazioni, avendo la sensazione di essere più stabili rispetto ai precedenti sfollamenti.”

Ma quella sensazione di stabilità è durata poco.

Tre settimane fa abbiamo dovuto nuovamente scappare e non abbiamo potuto portare molto con noi”, dice.

Una mattina la sua famiglia al risveglio ha trovato un blocco di cemento giallo piazzato a pochi metri dalla casa. Hanno afferrato quel che potevano e sono scappati.

Pochi giorni dopo che noi e i nostri vicini ce ne siamo andati hanno bombardato le nostre case e ridotto in macerie l’intero quartiere”, dice.

Il mondo pensa che il cessate il fuoco sia in vigore. Ma noi stiamo ancora attraversando fasi di guerra, mentre l’occupazione prosegue senza essere condannata poiché agisce silenziosamente e rapidamente.

Ogni giorno ci sono spostamenti in avanti, attacchi aerei e fuoco d’artiglieria. L’espulsione non si ferma mai, e tutto questo avviene nel silenzio totale.”

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




B’Tselem: i coloni non vengono puniti per le 21 uccisioni durante la ‘pulizia etnica’ in Cisgiordania

 Mera Aladam

25 novembre 2025 – Middle East Eye

Con il bilancio dei morti in Cisgiordania salito a 1.000 dall’ottobre 2023, i palestinesi dicono che ‘la morte è inevitabile’.

I coloni israeliani non sono stati puniti per le 21 uccisioni di palestinesi nel corso degli ultimi due anni, in quella che B’Tselem descrive come una campagna di “pulizia etnica” nella Cisgiordania occupata. L’associazione [israeliana] per i diritti umani nota che dal 7 ottobre 2023 l’esercito ha messo in atto “regole d’ingaggio sempre più lassiste e scriteriate per l’uso delle armi da fuoco” nei territori palestinesi, compreso l’utilizzo di bombardamenti aerei.

L’esercito ha anche armato “migliaia di coloni” ignorando i loro sanguinosi attacchi quasi quotidiani contro i civili palestinesi.

Lunedì in un post sulle reti sociali B’Tselem ha affermato che dall’ottobre 2023 ci sono stati 21 casi di coloni che hanno ucciso palestinesi, ma “neppure uno dei responsabili è stato condannato.”

Secondo i calcoli di B’Tselem da allora le forze israeliane e i coloni hanno ucciso nel complesso più di 1.004 palestinesi in Cisgiordania, inclusi 217 minori.

Nella Striscia di Gaza le forze israeliane hanno ucciso circa 70.000 palestinesi, tra cui almeno 20.000 minori, mentre altre 10.000 persone sono disperse e presumibilmente morte.

“Stiamo assistendo all’abbandono totale della vita dei palestinesi,” ha affermato Yuli Novak, la direttrice esecutiva di B’Tselem.

“Giorno dopo giorno la situazione in Cisgiordania sta peggiorando e non potrà che peggiorare ulteriormente perché non c’è un meccanismo interno o esterno che limiti o blocchi la politica di continua pulizia etnica di Israele.” Ha invitato la comunità internazionale a porre fine all’ “impunità” di Israele.

Lunedì durante un’incursione nei pressi di Nablus le forze israeliane hanno colpito e ucciso Abdul Raouf Ishtayeh. Il giorno prima coloni e soldati israeliani hanno fatto irruzione nel villaggio di Deir Jarir, a est di Ramallah, e hanno aperto il fuoco contro palestinesi, uccidendo il ventenne Bara Khairy Ali Maali.

“Con questa totale impunità coloni armati attaccano quotidianamente i palestinesi, bruciano case, terreni agricoli e coltivazioni, saccheggiando proprietà e uccidendo abitanti,” afferma B’Tselem. “Benché ogni giorno avvengano decine di queste aggressioni, e molte siano riprese in video e ben documentate, raramente le autorità preposte all’applicazione della legge avviano indagini.”

Rimanere o rimanere”

Un’abitante di Tulkarem, che desidera rimanere anonima per problemi di sicurezza, ha detto a Middle East Eye che la situazione in Cisgiordania sta diventando sempre più difficile per i palestinesi, molti dei quali vivono nella paura e nell’angoscia.

Di recente la sua zona è stata colpita da un’ondata di restrizioni, arresti e incursioni violente da parte di Israele: “Negli ultimi due anni, dal 7 ottobre, il numero dei posti di blocco è salito a 707, ostacolando gravemente gli spostamenti dei cittadini” afferma, aggiungendo che agli ingressi e alle uscite di varie città palestinesi sono stati piazzati cancelli di ferro controllati dalle forze israeliane.

Nel contesto di continue violenze le truppe israeliane hanno anche occupato vari campi profughi, espellendone gli abitanti.

Le espulsioni sono state aggravate da quella che gli abitanti di Tulkarem descrivono come una “gravissima situazione economica” in seguito ai ritardi nel trasferimento delle imposte [da Israele] all’Autorità Palestinese. “In Cisgiordania ciò ha portato al mancato pagamento di stipendi ai dipendenti pubblici palestinesi, che stanno lottando per sopravvivere con il minimo indispensabile delle necessità fondamentali,” afferma. “Non hanno sicurezza né introiti stabili.”

Su come i locali si preparano agli imminenti attacchi l’abitante afferma che non ci sono “alternative” se non rimanere “saldi e risoluti” sulla loro terra.

“In termini palestinesi, la nostra sensazione è che la morte è inevitabile e possa dio accettare i martiri e concedere loro la pace,” sostiene. “Per i palestinesi non ci sono alternative: rimanere o rimanere.”

Aggiunge che le famiglie “non si possono permettere il lusso della tristezza o di prendere in considerazione alternative” quando piangono la morte di familiari o resistono alle difficoltà quotidiane sotto l’occupazione israeliana.

Violenza “frequente e organizzata” dei coloni

Ameer Dawood, della Colonization and Wall Resistance Commission [Commissione di Resistenza contro la Colonizzazione e il Muro] (CWRC), descrive l’incremento delle violenze dei coloni negli ultimi due anni come “sia allarmante sia senza precedenti per livello e intensità.”

Tra gli attacchi documentati dalle squadre della CWRC negli ultimi tempi ci sono incendi, aggressioni fisiche contro palestinesi, pestaggi di volontari internazionali e distruzione di coltivazioni e strutture agricole.

“Fanno parte di un modello costante di violenza in aumento che si è intensificato lo scorso anno,” dice a MEE Dawood, direttore generale per l’informazione e il monitoraggio del CWRC.

Aggiunge che il fatto che i coloni prendano di mira i contadini è “economicamente dannoso e psicologicamente devastante.”

“I coloni responsabili di questi attacchi agiscono sempre più con un esteso senso di impunità, spesso con la protezione o la presenza delle forze di sicurezza israeliane,” spiega.

Nel contempo, aggiunge, recenti cambiamenti politici hanno effettivamente dato ai gruppi guidati dai coloni più potere sulla sicurezza e sulla gestione della terra, rafforzando fazioni estremiste e consentendo che avvengano azioni violente senza conseguenze.

Dawood avverte che, senza un immediato intervento per imporre la legge o arginare il potere concesso ai gruppi di coloni estremisti, il “modello di violenza” probabilmente continuerà.

“Senza che siano chiamati a risponderne, gli attacchi probabilmente diventeranno più frequenti, più organizzati e più pericolosi, destabilizzando ulteriormente le comunità rurali e aggravando la crisi umanitaria e politica in Cisgiordania.”

E sottolinea che l’escalation non deve essere considerata come “spontanea”, ma piuttosto come il “risultato di decisioni strutturali che hanno consentito e normalizzato la violenza dei coloni.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




La decisione della Germania di accogliere asini – ma non bambini – da Gaza per essere curati ha suscitato indignazione

Leon Wystrychowski

18 novembre 2025 – Middle East Monitor

La notizia sembra uno scherzo di cattivo gusto, ma non è così. “Asinelli salvati da Gaza trovano casa a Oppenheim”, riferisce la Allgemeine Zeitung, un giornale regionale della Germania ovest. Su Instagram la sezione commenti sul post è stata velocemente bloccata a causa di “numerosi commenti inappropriati e pieni di odio”, verosimilmente critici nei confronti della decisione della Germania di accogliere quattro asinelli. Ma qual è il contesto più ampio?

Gli animali sono benvenuti – i gazawi no

Per molti la vicenda dei quattro asinelli “salvati” da Gaza è una prova ulteriore del disumano cinismo dei leader tedeschi. Da ottobre 2023 praticamente nessun essere umano di Gaza è stato accolto dalla Germania. Berlino non ha dato priorità al soccorso dal genocidio di Gaza ai cittadini palestinesi con passaporto tedesco, nonostante l’obbligo stabilito dal Ministero degli Esteri di evacuare i propri cittadini dalle zone di guerra e di crisi. Intanto la Germania ha addirittura concesso la cittadinanza a israeliani che erano stati fatti prigionieri durante le operazioni a Gaza dopo l’ottobre 2023, chiedendo con forza il loro rilascio in quanto “ostaggi tedeschi”.

Mentre nei mesi scorsi diversi Paesi occidentali – per esempio la Spagna nell’estate 2024 – hanno accolto gruppi di bambini di Gaza feriti o malati per ricevere cure, la Germania non ha fatto quasi niente. Si ritiene che solo due bambini di Gaza siano stati curati in Germania in più di due anni. Diverse città tedesche si sono offerte di accogliere un maggior numero di minori da Gaza ed hanno sostenuto di essere pronte a farlo, ma il governo federale ha bloccato questi piani, adducendo a pretesto la situazione “molto imprevedibile” di Gaza anche dopo il cessate il fuoco ufficiale. Il Ministero degli Esteri e quello degli Interni hanno citato anche “procedure complesse” e la necessità di passare al vaglio i membri della famiglia che avrebbero accompagnato [i minori]. Le ONG che aiutano i pazienti provenienti dall’estero devono garantire il loro ritorno e quello degli accompagnatori: se in seguito viene fatta domanda di asilo le ONG devono coprire i costi del procedimento legale, che spesso dura anni.

Anche l’articolo di Allgemeine Zeitung offre un esempio del grottesco doppio standard del discorso tedesco su Gaza. Comincia così: “Hanno sofferto la fame e la miseria, le percosse e la fatica.” A parte il fatto che questa impostazione suggerisce che i gazawi non sono solo potenziali “terroristi di Hamas” e “odiatori degli ebrei”, ma anche maltrattatori di animali, esso ignora la sistematica tortura dei palestinesi da parte dell’esercito israeliano, come documentato in recenti rapporti del Centro Palestinese per i Diritti Umani (PCHR), praticamente assente dai media tedeschi. L’empatia dimostrata verso gli asini in questo articolo supera di molto quella verso gli esseri umani a Gaza nei due anni trascorsi. Non sorprende che l’articolo eviti di menzionare chi sia responsabile della fame degli asini o delle deprivazioni di quasi due milioni di palestinesi. L’articolo si rallegra che gli asini “nonostante tutto quello che hanno passato, sono notevolmente fiduciosi” e “hanno addirittura iniziato a riprendersi un po’.” Una simile attenzione per la condizione psicologica della popolazione umana di Gaza è praticamente inesistente nei media tedeschi.

Il ‘greenwashing’ del genocidio da parte della Germania

C’è tuttavia un’altra dimensione al di là dell’ovvio cinismo: la storia di come questi asinelli sono arrivati in Germania. “Questi asini erano abbandonati, feriti, maltrattati o destinati alla morte”, comunica lo zoo di Oppenheim. (Non una parola sul perché sono stati abbandonati o che cosa sia successo ai loro originari proprietari). Gli animali sono stati “salvati” da organizzazioni israeliane per la difesa degli animali – per la precisione, un gruppo che pare abbia “salvato 50 asinelli a Gaza”. Come possa agire una ONG israeliana in una zona di guerra in corso non è chiaro, ma probabilmente è stato necessario un coordinamento con l’esercito.

Già la scorsa estate fonti di informazione hanno riferito che l’esercito israeliano stava trasportando centinaia di asini di Gaza in una fattoria chiamata “il Santuario per Ricominciare”. I media israeliani l’hanno definito “soccorso agli animali”. Secondo l’agenzia di notizie belga c’erano stati 10 di questi trasferimenti all’inizio di agosto. L’ “organizzazione di aiuto” israeliana si vanta di aver “salvato” circa 600 asini. In un altro rapporto su altri quattro asinelli portati in un ranch in Bassa Sassonia nel nord della Germania si rivela che dietro i trasferimenti in Germania c’è effettivamente l’organizzazione ‘Santuario per Ricominciare’. L’articolo aggiunge inoltre: “Gli asini dovevano lavorare duramente, erano trattati molto male e non avevano diritti. Le loro malattie non venivano curate.”

Dall’inizio del genocidio a Gaza gli asini sono diventati un mezzo di trasporto vitale. Con le limitazioni di carburante e le strade danneggiate, essi trasportano in modo sicuro i feriti e i malati agli ospedali, trasportano le persone nel viaggio di ritorno a casa e consegnano cose essenziali come acqua, cibo e rifornimenti. Ben lungi dall’essere sfruttati insensatamente o lasciati morire, gli animali malati e feriti a Gaza sono curati e salvati.

Un rapporto del Guardian di aprile 2025 ha sottolineato che una sola equipe medica ha soccorso oltre 7.000 asini da ottobre 2023. Intanto il giornalista Tarek Baè ha sottolineato su X che, secondo l’ONU, ad agosto 2024 il 43% di tutto il bestiame a Gaza era stato ucciso in seguito alla guerra di distruzione di Israele.

Visto in quest’ottica il “salvataggio” di asini da parte di soggetti israeliani sembra più un furto o un sequestro. Fa parte della strategia in atto dell’esercito israeliano: negare ai palestinesi i mezzi di produzione, soprattutto terra e ulivi, e i trasporti è centrale per il controllo coloniale e per la sistematica espulsione dei palestinesi. A lungo sono state usate giustificazioni ecologiche per mascherare questi piani, i critici parlano anche di “guerra ambientale”: dalla piantagione di alberi da parte del Fondo Nazionale Ebraico (JNF) alla creazione di riserve naturali che espellono i palestinesi e ne mettono a rischio le vite, fino al preteso “salvataggio” degli asini di Gaza. La Germania sta sostenendo la pulizia etnica dei palestinesi e il genocidio a Gaza non solo politicamente, economicamente, attraverso gli armamenti forniti a Israele, bloccando gli aiuti per Gaza, ma anche distruggendo gli ultimi mezzi di sopravvivenza nella Striscia di Gaza dietro la maschera di “greenwashing” (ecologismo di facciata, ndtr.).

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Cos’è la misteriosa organizzazione che porta i palestinesi di Gaza in Sud Africa?

Yashraj Sharma

16 novembre 2025 – Al Jazeera

Sono emersi dettagli sul controverso piano per far uscire i palestinesi da Gaza gestito da Al-Majd Europe

Giovedì mattina è atterrato in un aeroporto di Johannesburg, lasciando “esterrefatti” i funzionari sudafricani, un aereo charter che trasportava dalla martoriata Gaza 153 palestinesi, molti dei quali senza i documenti richiesti per il viaggio.

Dopo circa 12 ore di confusione, al gruppo, affidato alle cure di un’organizzazione benefica locale, è stato consentito di sbarcare.

Dall’organizzazione, che afferma sul suo sito in rete di organizzare “evacuazioni da zone di conflitto”, era stata richiesta ai passeggeri una considerevole somma di denaro.

Ecco tutto ciò che sappiamo finora del trasporto di questo gruppo e di chi c’è dietro Al-Majd Europe.

Cos’è successo in Sud Africa?

Secondo la polizia di frontiera sudafricana l’aereo pieno di persone è rimasto su una pista di atterraggio per circa 12 ore mentre le autorità sudafricane cercavano di capire perché non avessero timbri o ricevute di uscita quando hanno lasciato Gaza. Quando il servizio di immigrazione glielo ha chiesto non sapevano neppure dove sarebbero andati o quanto tempo pensavano di rimanere in Sud Africa.

Il governo ha consentito loro di lasciare l’aereo dopo che l’organizzazione benefica Gift of the Givers [Dono dei Donatori] ha offerto loro una sistemazione.

Fonti ufficiali hanno affermato che 23 palestinesi si sono diretti in altri Paesi, senza aggiungere ulteriori dettagli.

“Ci sono persone da Gaza che in qualche modo misterioso sono stati messi su un aereo che è passato da Nairobi ed è arrivato qui,” ha detto venerdì il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa.

Cos’è la compagnia che li ha fatti volare in Sud Africa?

Dietro al volo c’è Al-Majd Europe, accusata di agire in coordinamento con le autorità israeliane.

Il giornale israeliano Haaretz ha informato domenica che l’organizzazione è guidata da un israeliano-estone di nome Tomer Janar Lind. Il quotidiano ha affermato che Lind ha lavorato con un’unità dell’esercito israeliano incaricata del trasferimento forzato di palestinesi da Gaza per agevolare vari voli simili. Questa unità, che si chiama Voluntary Emigration Bureau [Ufficio dell’Emigrazione Volontaria], è stato creato all’inizio del 2025 dal ministero della Difesa israeliano per mettere in atto una politica di espulsione dei palestinesi dalla loro terra.

Secondo l’articolo di Haaretz, Lind non nega di aver organizzato voli per i palestinesi, ma si rifiuta di fornire altre informazioni.

“Non è affatto un evento casuale,” afferma Oroub el-Abed, docente associata in migrazioni internazionali e studi sui rifugiati dell’università Birzeit di Ramallah.

“E’ parte integrante di un modello colonialista di lunga data, la sistematica spoliazione dei nativi palestinesi che è stata perpetrata dai sionisti israeliani che vogliono svuotare la terra del suo popolo nativo utilizzando molteplici strategie,” dice ad Al Jazeera.

Il sito web di Al-Majd Europe afferma che è stata fondata nel 2010 in Germania e nella sua pagina iniziale c’è una finestra a comparsa che mette in guardia da individui che affermano di essere suoi agenti, condividendo numeri di telefono di “rappresentanti legittimi”.

Ma il sito non ha indirizzi o numeri di telefono e fornisce solo una sede a Sheikh Jarrah, nella Gerusalemme est occupata. Tuttavia Al Jazeera non è stata in grado di trovarvi un ufficio.

Il dominio del sito web, almajdeurope.org, è stato registrato solo nel febbraio di quest’anno, mentre vari link sul sito non portano da nessuna parte. L’indirizzo mail, info@almajdeurope.org, risponde con un messaggio automatico in cui si afferma che esso non esiste.

Namecheap, che ha registrato il dominio, è stato citato in vari rapporti sulla sicurezza informatica riguardo a truffe in rete per via del suo basso costo e della facilità del processo di iscrizione.

Al Jazeera ha anche saputo che a molte persone è stato detto di pagare con bonifici su conti bancari di singole persone, non dell’organizzazione.

Al-Majd Europe fa quello che dice di fare?

Tra i link che funzionano c’è una pagina con quattro “storie di impatto”.

Un post riguardante “Mona”, una ventinovenne di Aleppo, Siria, è datato 22 marzo 2023, benché il sito sia stato registrato solo 10 mesi fa.

Il racconto, affidato alla voce di “Mona”, esprime gratitudine ad Al-Majd per aver portato lei e sua madre “in un posto sicuro” quando si sono sentite minacciate in Libano, dove erano scappate nel 2013.

Il modulo in rete dice: “Solo per gli abitanti di Gaza attualmente all’interno della Striscia di Gaza!”

“Volete viaggiare e iniziare una nuova vita? Siamo qui per aiutarvi!”

Come sono finite su quel volo le persone?

Dopo aver pagato ad Al-Majd da 1.400 a 2.000 dollari a testa, con lo stesso prezzo per minori che per adulti, le famiglie palestinesi, compresa una donna incinta, sono salite sull’aereo senza sapere quale fosse la loro destinazione finale.

Venerdì Loay Abu Saif, che era a bordo del volo con sua moglie e i figli, ha raccontato ad Al Jazeera di aver sentito parlare di Al-Majd attraverso una pubblicità su una rete sociale.

Saif ha detto di non sapere quando avrebbero lasciato Gaza fino al giorno prima, quando gli è stato detto che i passeggeri avrebbero potuto prendere solo una piccola borsa, un telefonino e un po’ di denaro.

Sono stati portati in autobus da Rafah, nel sud di Gaza, fino al valico di Karem Abu Salem (noto in Israele come Kerem Shalom), dove sono stati controllati e poi trasferiti all’aeroporto israeliano di Ramon senza che le autorità israeliane timbrassero i loro documenti di viaggio.

Un’altra persona intervistata da Al Jazeera che vuole rimanere anonima ha detto: “I …richiedenti devono (avere una) famiglia (giovane). (Poi) i nomi vengono inviati per un controllo di sicurezza. Una volta che è completato, se la famiglia è approvata, le viene chiesto di pagare,” ha affermato.

“C’è stato prima un coordinamento con l’esercito israeliano perché gli autobus entrassero a Rafah,” ha sostenuto. “La procedura è stata solo di routine.”

Il gruppo è partito da Ramon con un velivolo rumeno e prima di atterrare a Johannesburg ha fatto scalo a Nairobi, in Kenia.

Ci sono stati voli simili in precedenza?

Il quotidiano israeliano Haaretz ha informato che c’è stato un volo simile il 27 maggio. Ha sostenuto che circa 57 palestinesi di Gaza sono saliti su autobus che li hanno portati all’aeroporto di Ramon attraverso il valico di Karem Abu Salem.

Secondo Haaretz il gruppo poi è salito su un volo charter rumeno di Fly Lili. L’aereo è arrivato a Budapest e da lì ha proseguito fino in Indonesia e Malaysia.

Il sito di Al-Majd sostiene anche di aver favorito il viaggio di “un gruppo di medici che lavorano in ospedali della Striscia di Gaza” che è andato in Indonesia “per ulteriori studi e formazione medica avanzata”. Tuttavia questo post è datato 28 aprile 2024.

Al Jazeera non può verificare in modo indipendente l’autenticità di questo post né la foto di gruppo che vi compare.

Il fondatore di Gift of the Givers, Imtiaz Sooliman, che ha sostenuto che Al-Majd è una delle “organizzazioni di facciata di Israele”, ha detto all’agenzia di stampa Associated Press [con sede negli USA, ndt.] che questo è stato il secondo aereo ad arrivare in Sud Africa.

Un altro volo è arrivato il 28 ottobre con più di 170 palestinesi a bordo, ma non è stato reso noto dalle autorità.

Cosa dicono i palestinesi?

L’ambasciata palestinese in Sud Africa ha affermato in un comunicato che il viaggio è stato organizzato da “un’associazione non registrata e ingannevole che sfrutta le tragiche condizioni umanitarie del nostro popolo a Gaza, ha ingannato famiglie, raccolto soldi da loro e agevolato il loro viaggio in modo irregolare e irresponsabile.”

Il ministero degli Affari Esteri dell’Autorità Palestinese ha avvertito i palestinesi, soprattutto quelli della Striscia di Gaza, riguardo a reti che cercano di portarli via dalle loro case in linea con gli interessi israeliani.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Cosa c’è dietro il nuovo piano israeliano sulla divisione in due di Gaza

Muhammad Shehada

31 ottobre 2025 – + 972 Magazine

Mentre Trump celebra la pace” Israele sta consolidando un nuovo regime fatto di confini fortificati, governo per procura e politica dell’esasperazione, sempre con lobiettivo finale dell’espulsione.

Dall’entrata in vigore del cessate il fuoco tra Israele e Hamas l’amministrazione Trump ha salutato con entusiasmo l’inizio di un nuovo capitolo a Gaza. “Dopo tanti anni di guerra incessante e pericoli infiniti, oggi il cielo è calmo, le armi tacciono, le sirene tacciono e il sole sorge su una Terra Santa finalmente in pace”, ha dichiarato il presidente durante il suo discorso alla Knesset all’inizio di questo mese. Ma i fatti sul campo rivelano una realtà drammaticamente più cupa e gettano luce sul nuovo piano israeliano per la sottomissione permanente dell’enclave.

Con la cosiddetta “Linea Gialla”, Israele ha diviso la Striscia in due: una Gaza occidentale, che comprende il 42% dell’enclave, dove Hamas mantiene il controllo e dove sono ammassate oltre 2 milioni di persone; e una Gaza orientale, che comprende il 58% del territorio, completamente spopolato da civili e controllato dall’esercito israeliano e da quattro bande fantoccio.

Secondo il piano Trump questa linea di demarcazione sarebbe temporanea, la prima fase del graduale ritiro di Israele dalla Striscia per far posto ad una Forza Internazionale di Stabilizzazione che controlli il territorio. Invece le forze israeliane si stanno trincerando, rafforzando la divisione con terrapieni, fortificazioni e barriere che suggeriscono un passaggio verso la permanenza/stabilità.

La Gaza occidentale sta diventando simile al Libano meridionale, che l’esercito israeliano ha continuato a bombardare periodicamente dopo la firma di un cessate il fuoco con Hezbollah lo scorso novembre. Dall’inizio della tregua a Gaza attacchi aerei, droni e mitragliatrici israeliani hanno continuato a colpire la popolazione quotidianamente, solitamente con il pretesto infondato di “sventare un attacco imminente”, per rappresaglia contro presunti attacchi ai soldati israeliani o prendendo di mira individui che si avvicinano alla Linea Gialla. Finora, questi attacchi hanno ucciso oltre 200 palestinesi, tra cui decine di bambini.

Israele sta ancora limitando gli aiuti a Gaza occidentale, con una media di circa 95 camion in entrata al giorno durante i primi 20 giorni di cessate il fuoco, ben al di sotto dei 600 al giorno previsti dall’accordo tra Israele e Hamas. La maggior parte dei residenti ha perso la casa ma, con l’inverno alle porte, Israele continua a impedire l’ingresso di tende, roulotte, unità abitative prefabbricate e altri beni essenziali.

Gaza orientale, un tempo granaio dell’enclave, è ora una landa desolata. Colleghi e amici che vivono nelle vicinanze descrivono il rumore costante di esplosioni e demolizioni: soldati israeliani e coloni privati ​​stanno ancora sistematicamente radendo al suolo tutti gli edifici rimanenti, ad eccezione dei piccoli accampamenti destinati alle bande che vivono sotto la protezione dell’esercito israeliano e sono dotate di armi, denaro, veicoli e altri beni di lusso.

Israele non ha intenzione di lasciare la parte orientale a breve. L’esercito ha cementato la Linea Gialla con blocchi di cemento, inglobando nel contempo ampie fasce della Gaza occidentale, e il Ministro della Difesa Israel Katz si è apertamente vantato di aver autorizzato di far fuoco su chiunque si avvicini alla barriera, anche solo per cercare di raggiungere la propria casa. Alcuni rapporti suggeriscono che Israele stia anche pianificando di far avanzare ulteriormente la Linea Gialla all’interno di Gaza Ovest, ma sembra che per ora l’amministrazione Trump abbia rimandato questa mossa.

E in una conferenza stampa della scorsa settimana l’inviato di Trump, Jared Kushner, ha annunciato che la ricostruzione avverrà solo nelle aree attualmente sotto completo controllo dell’esercito israeliano, mentre il resto di Gaza rimarrà in macerie e cenere finché Hamas non deporrà del tutto le armi e metterà fine al suo governo.

Queste divisioni sempre più profonde tra Gaza orientale e e Gaza occidentale preannunciano quella che il Ministro israeliano per gli Affari Strategici Ron Dermer ha definito “la soluzione dei due Stati… all’interno di Gaza stessa”. Israele permetterebbe una ricostruzione simbolica nelle aree di Rafah governate dalle sue bande di mercenari, mentre il resto di Gaza Est diventerebbe probabilmente una zona cuscinetto rasa al suolo e una discarica per Israele. In questo scenario Gaza Ovest rimarrebbe in un perpetuo stato di guerra, devastazione e privazioni.

Questa non è una ricostruzione postbellica ma piuttosto una politica dell’esasperazione imposta attraverso muri, la costante minaccia di violenza militare e reti di collaborazionisti. Gaza viene ricostruita non per il bene del suo popolo, ma per consolidare il controllo israeliano permanente e promuovere il suo obiettivo di lunga data: costringere i palestinesi a lasciare la Striscia.

Hamas riafferma il controllo

Da parte sua, Hamas ha cercato di riaffermare il controllo a Gaza ovest per far fronte al collasso sociale provocato da Israele in due anni di genocidio. Non appena il cessate il fuoco è entrato in vigore Hamas ha avviato una stretta sulla sicurezza per perseguire i criminali e disarmare i clan e le milizie sostenute da Israele.

La campagna ha raggiunto l’apice con l’esecuzione pubblica di otto presunti collaborazionisti, insieme a pesanti scontri con il clan Daghmoush: una calcolata dimostrazione di forza volta a intimidire i gruppi rivali. La strategia è sembrata efficace: diverse famiglie hanno presto consegnato le armi ad Hamas senza combattere.

Con questa campagna Hamas mira anche a comunicare, sia a livello nazionale che internazionale, che non è stata sconfitta nonostante le ingenti perdite subite durante la guerra, e che non può essere messa da parte nei dibattiti sul futuro di Gaza. Allo stesso tempo l’organizzazione sta cercando di ripristinare una parvenza di ordine civile e di vendicarsi dei membri di bande e dei criminali che hanno sfruttato il caos della guerra per saccheggiare e depredare i civili. Questo fa anche parte di uno sforzo per recuperare legittimità dopo aver perso gran parte del sostegno popolare a causa della vasta distruzione di Gaza.

Nel frattempo il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha cercato disperatamente di convincere Trump a consentire a Israele di riprendere il genocidio, approfittando di episodi isolati a Rafah per giustificare una nuova azione militare: in un caso due soldati israeliani sarebbero rimasti uccisi nel transitare su degli ordigni inesplosi; in un altro, dei soldati sono stati attaccati da quella che sembrava essere una piccola cellula di Hamas, inconsapevole del cessate il fuoco o senza rapporto con la catena di comando dell’organizzazione.

Netanyahu ha anche trasformato in un’arma il giro di vite sulla sicurezza da parte di Hamas, descrivendola come una strage contro i civili, e ha accusato l’organizzazione di rifiutarsi di restituire i corpi degli ostaggi o di cedere le armi, il tutto nel tentativo di convincere Washington a dare il via libera a una nuova offensiva a Gaza con il pretesto di fare pressione su Hamas.

Il presidente degli Stati Uniti, ancora euforico per la rara ondata di copertura mediatica positiva che circonda il cessate il fuoco a Gaza, ha finora frenato Israele, anche se non è chiaro per quanto tempo durerà. Il capo di stato maggiore congiunto è il prossimo in lizza per fare da babysitter a Netanyahu, dopo le visite di Trump, del vicepresidente J.D. Vance e del segretario di Stato Marco Rubio.

Per ora il presidente è determinato a mantenere il cessate il fuoco, anche solo nominalmente, per evitare di dare l’impressione di un fallimento o di essere stato preso in giro da Netanyahu. Ma il primo ministro israeliano scommette che, col tempo, Trump si lascerà distrarre dalla prossima grande novità, perderà interesse per Gaza e gli darà di nuovo mano libera.

Nuova Rafah’

Ma se non fosse in grado di tornare a un attacco su vasta scala, il piano di riserva di Israele è quello di persuadere la Casa Bianca a limitare la ricostruzione alla parte orientale di Gaza controllata da Israele, iniziando da Rafah – convenientemente situata lungo il confine con l’Egitto, dove sono già fuggiti oltre 150.000 abitanti di Gaza (in questi piani in particolare non figura nessun accenno di ricostruzione nel nord, in aree come Beit Lahiya). Secondo quanto riportato dai media israeliani, la città ricostruita – che includerebbe “scuole, cliniche, edifici pubblici e infrastrutture civili” – sarebbe circondata da una vasta area cuscinetto, che di fatto costituirebbe una “zona di morte”.

Alla fine Israele potrebbe consentire o persino incoraggiare i palestinesi a trasferirsi nelle aree ricostruite di Rafah, come “zona sicura” nella Striscia dove i civili possono fuggire da Hamas (un’argomentazione che le voci filo-israeliane nei media americani hanno cercato di vendere). Poiché Hamas non può essere completamente eliminata da Gaza, come ha recentemente ammesso Amit Segal, editorialista politico israeliano e alleato di Netanyahu, l’unico “futuro” per i palestinesi nell’enclave sarà nella parte orientale smilitarizzata sotto il controllo israeliano.

“Una nuova Rafah… questa sarebbe la Gaza moderata”, ha detto Segal a Ezra Klein del New York Times. “E l’altra Gaza sarebbe quella che giace tra le rovine di Gaza City e i campi profughi nel centro della Striscia“.

Attualmente gli unici abitanti palestinesi a Rafah sono membri della milizia di Yasser Abu Shabab, un gruppo legato all’ISIS, armato, finanziato e protetto da Israele. Sembra altamente improbabile che molti palestinesi accettino di vivere sotto il dominio di un signore della guerra, uno spacciatore pregiudicato e collaborazionista che ha sistematicamente saccheggiato le scorte alimentari e imposto la fame a Gaza per ordine di Israele. Inoltre chiunque attraversi la Striscia di Gaza orientale controllata da Israele rischia di essere visto come un collaborazionista, come è successo al noto attivista anti-Hamas Moumen Al-Natour, fuggito dalla recente repressione di Hamas verso il territorio di Abu Shabab e successivamente rinnegato dalla sua famiglia.

Anche se alcuni abitanti di Gaza accettassero per disperazione di trasferirsi a Rafah Israele non consentirebbe un semplice spostamento in massa dalla Gaza occidentale a quella orientale, invocando il pretesto di impedire l’infiltrazione di Hamas nella moltitudine. Il piano delle “bolle di sicurezza”, proposto per la prima volta dall’allora Ministro della Difesa Yoav Gallant nel giugno 2024, che prevedeva la creazione di 24 campi chiusi in cui la popolazione di Gaza sarebbe stata gradualmente trasferita, fornisce un modello: l’esercito israeliano probabilmente ispezionerebbe a fondo ogni individuo prima di concedergli l’autorizzazione a recarsi nella Striscia di Gaza orientale, dando inevitabilmente vita a un lungo e invasivo processo burocratico basato sull’intelligenza artificiale che renderebbe i richiedenti vulnerabili al ricatto delle agenzie di sicurezza israeliane, che potrebbero richiedere una collaborazione in cambio dell’ingresso.

Israele ha chiarito ampiamente che chiunque attraversi il confine per entrare in quella “zona sterile” di Rafah non potrà più tornare dall’altra parte di Gaza, trasformando Rafah in un “campo di concentramento”, come ha affermato l’ex primo ministro israeliano Ehud Olmert. Molti palestinesi eviteranno quindi di entrare nella Gaza orientale per paura che, se Israele riprendesse il genocidio con la sua precedente intensità, potrebbero essere spinti in Egitto. Infatti, pur predisponendo piani per consentire la ricostruzione di Rafah, l’esercito israeliano continua a demolire e far saltare in aria le case e gli edifici rimasti in quella stessa area.

In definitiva, la “Nuova Rafah” israeliana fungerebbe da villaggio Potemkin, una facciata esterna per far credere al mondo che la situazione sia migliore di quanto non lo sia nella realtà, offrendo solo un riparo rudimentale e una sicurezza lievemente maggiore ai palestinesi che vi si rifugiassero. E senza una ricostruzione completa o un orizzonte politico, questo piano sembra assomigliare a quanto promesso dal Ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich a maggio: “I cittadini di Gaza saranno concentrati nel sud. Saranno totalmente in preda alla disperazione nel comprendere che non c’è speranza e nulla da cercare a Gaza, e chiederanno di essere trasferiti altrove per iniziare una nuova vita”.

Il disarmo come trappola

Indipendentemente dal fatto che nella parte orientale di Gaza la ricostruzione proceda o meno, Israele la indicherà sempre più come una zona “libera dal terrorismo” e “deradicalizzata” e continuerà a bombardare l’altra parte con il pretesto di disarmare e abbattere Hamas.

L’organizzazione islamista ha già accettato di consegnare Gaza a un comitato tecnico amministrativo e di consentire il dispiegamento nell’enclave di una nuova forza di sicurezza palestinese addestrata da Egitto e Giordania, insieme a una missione di protezione internazionale. Tuttavia Netanyahu ha respinto categoricamente l’ingresso di 5.500 poliziotti palestinesi a Gaza, ha rifiutato di consentire la presenza nella Striscia di forze di stabilizzazione turche o qatariote e ha ostacolato la creazione del comitato amministrativo.

Allo stesso modo la questione del disarmo presenta un’ambiguità che fornisce a Israele un pretesto pressoché infinito per impedire la ricostruzione nella Striscia di Gaza occidentale e mantenere il controllo militare. Hamas ha fatto sapere che accetterebbe di smantellare le sue armi offensive (come i razzi) e ha già accettato la rinuncia al resto del suo armamento difensivo leggero (incluse armi da fuoco e missili anticarro) come risultato di un accordo di pace, piuttosto che come prerequisito.

Hamas è anche aperta a un processo simile a quello dell’Irlanda del Nord, in base al quale riporrebbe nei magazzini le sue armi difensive e si impegnerebbe a una completa cessazione reciproca delle ostilità per un decennio o due, o fino alla fine dell’occupazione illegale di Israele. In tal caso, le armi leggere rimanenti fungerebbero da garanzia che Israele non rinnegasse le sue promesse di ritirarsi da Gaza e porre fine al genocidio.

Sia il governo britannico che quello egiziano, insieme all’Arabia Saudita e ad altre potenze regionali, stanno attualmente spingendo per il modello di demilitarizzazione dell’Irlanda del Nord, segno che riconoscono la delicatezza e la complessità della questione del disarmo.

L’insistenza di Israele sul disarmo completo e immediato è un tranello volutamente inattuabile che esige la completa resa dei palestinesi. Anche se la leadership di Hamas a Doha fosse in qualche modo costretta ad accettare questa capitolazione è sicuro che molti dei suoi membri e di altri gruppi militanti a Gaza disobbedirebbero. Ciò sarebbe simile all’accordo di disarmo della Colombia, dove molti militanti delle FARC hanno disertato e creato nuove milizie o si sono uniti a bande.

E finché l’esercito israeliano rimarrà all’interno di Gaza, senza una reale prospettiva di porre fine all’assedio e al regime di apartheid ci sarà sempre un incentivo per alcuni attori a imbracciare le armi. Israele potrà quindi citare quei gruppi scissionisti o singoli militanti come giustificazione per continuare a bombardare e occupare Gaza.

Israele ha impiegato oltre 740 giorni, quasi 100 miliardi di dollari e perso circa 470 soldati per ridurre Gaza in polvere. Come si è vantato Netanyahu a maggio, Israele ha “distrutto sempre più case [a Gaza, e di conseguenza i palestinesi] non hanno un posto dove tornare”, aggiungendo: “L’unico risultato ovvio sarà che i gazawi sceglieranno di emigrare fuori dalla Striscia”.

Anche dopo aver fallito nel tentativo di ottenere un’espulsione di massa attraverso un attacco militare diretto, la leadership israeliana sta ora perseguendo lo stesso risultato attraverso il logoramento e la disperazione orchestrata, usando macerie, assedio e bombardamenti periodici come strumenti di riorganizzazione demografica. La prospettiva della pulizia etnica non è scomparsa con il cessate il fuoco; si è semplicemente evoluta in una nuova politica, mascherata e normalizzata attraverso una pianificazione burocratica.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Come la politica israeliana di separazione a Gaza e in Cisgiordania consolida Hamas

Amira Hass

17 ottobre 2025 Haaretz

Isolando Gaza dalla Cisgiordania e i palestinesi dalla loro terra, Israele ha contribuito a consolidare Hamas e a cancellare ogni alternativa politica. Anche se il sogno di ville di lusso a Gaza è svanito, la logica che lo sostiene rimane: controllo del territorio, espulsione indiretta e soffocamento continuo del popolo palestinese con il pretesto della sicurezza

Le premesse di un boom immobiliare a Gaza – dall’idea del Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich alla promessa del Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir di quartieri di lusso per i poliziotti fino al piano della leader dei coloni Daniella Weiss di ristabilire (con l’aiuto divino) le colonie – si sono rivelate nient’altro che aria fritta.

Sarebbe bello poter dire che l’accordo di cessate il fuoco ora in vigore nella Striscia di Gaza abbia inferto un duro colpo al movimento dei coloni e ai suoi sostenitori negli Stati Uniti. Altrettanto seducente è l’immagine dei loro castelli di sabbia che crollano sotto il peso dell’inimmaginabile resilienza e tenacia degli abitanti di Gaza e dopo il rifiuto duro ma politicamente calcolato dell’Egitto a consentire una fuga di massa di palestinesi nel suo territorio.

I responsabili della politica estera egiziana – indipendentemente da chi guidi il Paese – sospettano da tempo l’intenzione di Israele di “appioppargli” Gaza e i suoi problemi. Fin dall’inizio della guerra hanno preso sul serio i piani israeliani di espulsione della popolazione di Gaza e di conseguente reinsediamento degli ebrei, come apertamente espresso dai governanti israeliani – che sembravano dimenticare come tentativi simili da parte dei loro predecessori del partito socialista democratico sionista Mapai-Labour di espellere nuovamente i rifugiati del 1948 da Gaza fossero falliti.

Ma il cessate il fuoco non può essere visto semplicemente come una gratificante sconfitta del movimento dei coloni. La logica politica dietro quelle ondate di aria fritta e castelli di sabbia ha plasmato, e continua a plasmare, la politica israeliana sin dalla firma degli Accordi di Oslo. Tale logica è riuscita a impedire la creazione di uno Stato che avrebbe realizzato il diritto palestinese all’autodeterminazione, seppur sul restante 22% del territorio tra il fiume e il mare.

Il sabotaggio della sovranità palestinese da parte di Israele è l’immagine speculare del suo tentativo di impossessarsi di quanta più terra possibile con il minor numero possibile di palestinesi. In pratica questo significa espulsione – che sia nell’Area A [in base agli accordi di Oslo il territorio cisgiordano sotto virtuale controllo totale dell’ANP, ndt.] o in esilio, con bombe dell’aviazione o con i manganelli e le spranghe di ferro dei “giovani delle colline” [gruppi di coloni particolarmente violenti, ndt.], che sia attraverso demolizioni di case e sfratti forzati effettuati sotto la minaccia delle armi dall’Amministrazione Civile [ente militare incaricato della gestione dei territori occupati, ndt.] o dalle Forze di Difesa Israeliane o l’incarcerazione e la persecuzione di coloro che cercano di proteggere la propria comunità e se stessi – il risultato è lo stesso.

Se questa è la politica guida, gli sforzi internazionali per “riformare” i libri scolastici palestinesi sono destinati a fallire. La realtà quotidiana del soffocamento sistematico imposto da Israele e la sua prepotenza, supportata dalla sua superiorità militare sono i padri dell’istigazione [alla violenza].

Uno degli strumenti più efficaci per sabotare uno Stato palestinese è stato e rimane la “separazione”. Espresso nei termini di sicurezza che l’opinione pubblica israeliana ama adottare – anche quando le motivazioni politiche e immobiliari sono evidenti – questo strumento assume molte forme: separare Gaza dalla Cisgiordania (dal 1991); separare la Cisgiordania da Gerusalemme Est; dividere le città palestinesi l’una dall’altra; isolare i villaggi dalle strade circostanti e dai centri regionali; disconnettere i palestinesi dalla loro terra e tra di loro.

Documenti ufficiali del governo militare degli anni ’50 e ’60 – pubblicati decenni dopo – hanno confermato ciò che i palestinesi (e la sinistra non sionista) avevano capito da tempo: la cosiddetta logica “di sicurezza” alla base delle dure restrizioni alla circolazione era motivata in gran parte da interessi immobiliari ebraici. La concezione di una popolazione e di un territorio palestinesi frammentati su entrambi i lati della Linea Verde [il confine tra Israele e la Cisgiordania precedente la conquista del 1967, ndt.] ha sempre rispecchiato il progetto di una “Grande Terra d’Israele” per gli ebrei. Entrambe le visioni sono ancora valide oggi, parallelamente alle vaghe clausole del piano Trump per un cessate il fuoco e un “nuovo Medio Oriente”.

Il diritto dei coloni compensa la parziale perdita a Gaza – “parziale” perché l’IDF ha raggiunto l’obiettivo condiviso di infliggere la massima distruzione e morte nell’enclave – intensificando gli attacchi e l’accaparramento di terre in Cisgiordania. Questo si traduce principalmente nella separazione quotidiana dei contadini dalle loro terre, una tattica con risultati immediati e dolorosi. Insieme all’Amministrazione Civile, all’esercito e alla polizia, i coloni accelerano questo processo attraverso la violenza fisica, l’ostruzionismo burocratico e un’arroganza insaziabile. Poiché siamo ormai nella stagione della raccolta delle olive, i battaglioni del Signore [i coloni nazional-religiosi, ndt.] hanno rivolto la loro attenzione al raccolto e agli stessi raccoglitori.

Sabato 11, quando questo articolo è stato scritto, a mezzogiorno sono pervenute segnalazioni di vessazioni e attacchi diretti da parte di coloni e soldati – separatamente o insieme – contro i raccoglitori di olive dei villaggi di Jawarish, Aqraba, Beita e Madama a sud di Nablus, di Burqa a est di Ramallah e di Deir Istiya nella regione di Salfit. Il giorno precedente segnalazioni simili erano arrivate da Yarza a est di Tubas, da Immatin, Kafr Thulth e Far’ata nell’area di Qalqilya, da Jawarish, Qablan, Aqraba, Hawara, Yanun e Beita nell’area di Nablus e da al-Mughayyir e Mazra’a al-Sharqiya a est di Ramallah. Queste segnalazioni provengono solo da un gruppo WhatsApp che monitora la Cisgiordania settentrionale. Le vessazioni vanno dagli sconfinamenti sui terreni alle provocazioni, ai blocchi stradali e alle minacce armate, fino alle aggressioni fisiche, al furto di olive e all’incendio di veicoli di raccoglitori e giornalisti. E ciò che i coloni fanno sporadicamente, la politica ufficiale lo attua sistematicamente: la negazione del diritto dei palestinesi alla libertà di movimento tra Gaza e la Cisgiordania e all’interno della Cisgiordania stessa. La negazione del diritto di scegliere il proprio luogo di residenza o di lavoro è da tempo devastante per la società, l’economia e le strutture politiche palestinesi, e in particolare per il futuro dei suoi giovani.

Non meno delle valigie di denaro contante del Qatar che Benjamin Netanyahu iniziò a trasferire a Gaza, la separazione della popolazione della Striscia da quella della Cisgiordania e l’isolamento di Gaza dal resto del mondo, tutto ciò ha contribuito a rafforzare Hamas, prima come organizzazione politica e militare e poi come forza di governo.

Negli anni ’90 Hamas affermò che Israele non aveva alcuna reale intenzione di fare la pace e che gli accordi di Oslo non avrebbero portato all’indipendenza. Le restrizioni israeliane alla circolazione a Gaza e la sua continua espansione delle colonie sia a Gaza che in Cisgiordania resero questa argomentazione convincente per molti palestinesi, soprattutto a Gaza. Gli attentati suicidi di Hamas furono visti sia come una reazione che come un test: avrebbe la risposta di Israele infine premiato gli oppositori di Oslo e i critici dell’Autorità Nazionale Palestinese?

E Israele li ha ricompensati, non rispettando i propri impegni. Le restrizioni alla circolazione e il furto burocratico di terre hanno indebolito Fatah e l’Autorità Nazionale Palestinese, che avevano sostenuto il processo diplomatico ma che dall’inizio degli anni 2000 avrebbero sposato la resistenza armata.

Eludendo abilmente il fatto che la frammentazione palestinese sia sempre stata l’obiettivo di Israele, Hamas ha presentato il disimpegno israeliano del 2005 e lo smantellamento degli insediamenti come prova del proprio successo: la lotta armata aveva funzionato. Ogni nuova generazione di diplomati di scuola superiore – che non avevano mai lasciato la Striscia sigillata, non avevano mai conosciuto un altro stile di vita e non riuscivano a trovare lavoro – è diventata più vulnerabile alla visione oppressiva del mondo, alla propaganda e alle motivazioni di Hamas nell’unirsi al braccio armato (un reddito che sostentava le famiglie povere). Hamas ha imparato a incanalare l’energia e la creatività represse di Gaza nella sua macchina militare e politica.

L’Autorità Nazionale Palestinese, Fatah e il loro apparato di sicurezza sono rimasti impotenti di fronte alla crescente ondata di espropriazione di terre in Cisgiordania e alla devastazione economica diretta e indiretta insita in questa espropriazione e separazione, una situazione aggravata dall’ordine dei successivi ministri delle finanze israeliani di trattenere le entrate fiscali palestinesi.

Per l’opinione pubblica palestinese in Cisgiordania, questa impotenza è inseparabile dalla corruzione delle élite civili e militari dell’Autorità Nazionale Palestinese, considerate egoiste e indifferenti finché le loro tasche rimangono piene. Non sorprende quindi che la resistenza armata – associata principalmente ad Hamas – mantenga il suo prestigio tra i giovani della Cisgiordania. Per loro almeno la resistenza armata causa sofferenza e umiliazione all’aggressore israeliano.

Tutti i segnali suggeriscono che Israele continuerà a bloccare la libertà di movimento palestinese tra Cisgiordania, Israele e Gaza e a limitare l’ingresso nella Striscia di palestinesi dall’estero e di attivisti internazionali. Di conseguenza coloro che hanno più bisogno di sapere cosa pensano veramente gli abitanti di Gaza della resistenza armata non potranno saperlo. In altre parole, che molti di loro disprezzano Hamas.

Di fronte alle politiche israeliane di assedio, uccisioni, distruzione e spoliazione in Cisgiordania, la maggior parte dei palestinesi non residenti nella Striscia, insieme a molti dei loro sostenitori internazionali, continuerà a considerare Hamas come l’autentico rappresentante dell’aspirazione alla libertà e alla resistenza all’oppressione.

L’esperienza dimostra che, una volta avviati i lavori di bonifica degli ordigni inesplosi e di ricostruzione di Gaza, diventerà chiaro che il processo è molto più complicato e costoso di quanto inizialmente previsto. Oltre alla ricostruzione fisica, ciascuno dei milioni di abitanti di Gaza avrà bisogno di cure fisiche e psicologiche e di riabilitazione materiale, su una scala e una durata mai viste che sfidano ogni immaginazione.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




A due anni dal 7 ottobre la Palestina è diventata un cimitero di strategie fallite

Muhammad Shehada

7 ottobre 2025 – +972 Magazine

Anche se il piano di Trump ponesse fine alla guerra di Gaza, i palestinesi si troverebbero comunque ad affrontare un vuoto profondo e duraturo: un vuoto di linguaggio, di speranza e di politica, rivelatisi impotenti di fronte al genocidio.

«Le parole non significano più nulla». Questo è uno dei sentimenti più comuni che sento esprimere dai miei familiari, amici e colleghi che vivono ancora a Gaza. A due anni dall’inizio del genocidio perpetrato senza sosta da Israele ciò che resta non è solo una scia di corpi e rovine, ma anche un crollo brutale del significato stesso. Parole come atrocità”, assedio”, resistenzae persino genocidio” sono state svuotate dal loro significato attraverso la ripetizione, incapaci di trasmettere il peso di ciò che i palestinesi hanno sopportato giorno dopo giorno, notte dopo notte.

Nel primo periodo dopo il 7 ottobre parlavo al telefono con i miei cari il più possibile, sapendo che ogni conversazione poteva rappresentare l’ultima volta che sentivo le loro voci. Di solito parlavamo della loro angoscia, disperazione e paura che la morte si avvicinasse. Alcuni mi inviavano le loro ultime volontà o testamenti; altri cominciavano persino a desiderare la morte come sollievo da questa apocalisse senza fine.

Ma dopo 24 mesi il silenzio ha preso il sopravvento. Tutto è stato detto, ogni sentimento è stato espresso più e più volte fino a diventare completamente privo di significato. Quando parlo con coloro che sono ancora intrappolati a Gaza il loro silenzio è accompagnato dalla vergogna di chiedere aiuto – per una tenda, cibo, acqua o medicine – e dalla mia vergogna ancora più grande per l’incapacità di procurare loro qualcosa.

I miei cari sono diventati l’ombra di ciò che erano un tempo. Sono stati ridotti in ginocchio più volte dai continui bombardamenti, dalla fame e dagli sfollamenti che hanno caratterizzato questi 730 giorni. Sono costretti a cercare cibo e riparo, mentre vengono attaccati ovunque vadano. Ogni singolo aspetto della loro vita è diventato una lotta straziante per la sopravvivenza.

Coloro che riescono a fuggire da questo campo di concentramento sono fisicamente trasformati. Recentemente ho incontrato mia cugina per le strade del Cairo e non l’ho riconosciuta. Un tempo era una donna alta e in buona salute sulla quarantina inoltrata, ora è pelle e ossa, con il viso rugoso e scuro, gli occhi infossati e pallidi. Anche mia nonna di 77 anni è è diventata uno scheletro e da allora è costretta a letto.

Per coloro che sono ancora intrappolati all’interno [di Gaza] il prezzo fisico da pagare è quasi impossibile da descrivere a parole. Mio cugino Hani è attualmente bloccato nella città di Gaza, non avendo potuto affrontare il costo esorbitante della fuga verso sud prima che i carri armati israeliani circondassero il suo quartiere. Nonostante sia appena prossimo alla cinquantina il deperimento causato dalla strategia della fame di Israele lo ha ridotto allo stesso aspetto che aveva mio nonno poco prima di morire all’età di 107 anni.

E questo senza nemmeno considerare il costo psicologico del genocidio sulla popolazione di Gaza. La portata reale di questo fenomeno sarà chiara solo quando i bombardamenti cesseranno e i sopravvissuti ritroveranno l’energia mentale necessaria per elaborare i ricordi e le emozioni che il loro cervello ha a lungo represso mentre era concentrato sulla sopravvivenza.

Gaza è diventata un luogo in cui la morte è così diffusa e la sopravvivenza così compromessa che persino il silenzio ora parla più forte di qualsiasi appello alla giustizia. E l’eredità di questo genocidio ci accompagnerà per generazioni, perché Israele ha dato a ogni singolo abitante di Gaza un motivo personale di vendetta.

Nell’aldilà chiederò a Dio una sola cosa: costringere gli israeliani a cercare acqua e cibo sotto i bombardamenti aerei tutto il giorno, tutti i giorni”, diceva il mio compianto amico Ali, prima di essere ucciso in un bombardamento aereo lo scorso anno mentre camminava vicino all’ospedale Al-Aqsa a Deir Al-Balah.

Mutevole sostegno a Hamas

È difficile prevedere come il trauma collettivo derivante dall’annientamento di Gaza influenzerà le convinzioni dei palestinesi nel lungo termine. Ma recentemente sono emerse due tendenze predominanti, che appaiono in qualche modo contraddittorie.

Da un lato c’è un crescente risentimento nei confronti di Hamas per aver lanciato gli attacchi del 7 ottobre, anche tra i membri dell’organizzazione stessa e la sua leadership. Diversi funzionari arabi mi hanno riferito che Khaled Meshaal, uno dei fondatori di Hamas e leader di lunga data del suo comitato politico, e altre figure affini dell’ala moderata dell’organizzazione hanno descritto in privato l’attacco come avventato” e un disastro”, criticando anche il modo in cui Hamas ha gestito la guerra.

Questa primavera ha anche visto diversi giorni di proteste popolari spontanee contro Hamas in tutta la Striscia di Gaza, che chiedevano al movimento di porre fine alla guerra a qualsiasi costo prima di lasciare il potere. Ma queste manifestazioni sono state alla fine di breve durata, soprattutto dopo che il governo israeliano ha iniziato a sfruttarle sia per giustificare la sua campagna militare in corso sia per distogliere l’attenzione dalle atrocità commesse sul campo.

Allo stesso tempo però il genocidio perpetrato da Israele e la minaccia esistenziale di un’espulsione di massa da Gaza hanno trasformato alcuni dei più accaniti detrattori di Hamas nei suoi più convinti sostenitori. Anche tra coloro che criticano gli eventi del 7 ottobre è diffusa la paura che, se Hamas venisse schiacciato, Israele occuperebbe Gaza a tempo indeterminato con una esigua opposizione da parte della comunità internazionale. Secondo questa visione, solo una persistente insurrezione militare di Hamas potrebbe impedire la conquista permanente da parte di Israele e la completa pulizia etnica dell’enclave.

Un esempio calzante è quello di una donna di nome Asala, che aveva solo 7 anni quando i miliziani di Hamas uccisero suo padre, un colonnello dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), durante il conflitto tra Hamas e Fatah del 2007. Questa perdita devastante ha lasciato un segno indelebile in lei, alimentando un profondo odio verso Hamas che ha portato con sé fino all’età adulta. Prima del 2023 li criticava costantemente sui social media con toni molto duri, pur rimanendo a Gaza. Ma con l’intensificarsi dell’offensiva israeliana ha iniziato a elogiare i miliziani di Hamas per aver sfidato la presenza dell’esercito israeliano a Gaza ed essersi vendicati.

In effetti gli orrori a cui Asala ha assistito durante i 24 mesi di bombardamenti, sfollamenti e fame l’hanno trasformata. I massacri hanno aumentato il nostro risentimento verso Israele”, mi ha detto. [I palestinesi] dovrebbero mettere da parte il risentimento reciproco e dirigere il loro odio solo contro l’occupazione israeliana”.

Allo stesso modo Mohammed, un giornalista investigativo di Gaza che una volta è stato sequestrato e torturato da Hamas, è recentemente diventato un sostenitore dichiarato delle fazioni della resistenza armata a Gaza. Mi ha detto che il genocidio di Israele, pienamente sostenuto dai governi occidentali, ha rafforzato la sua convinzione nella resistenza armata. Ci sono persone che non si sono mai schierate con Hamas o con la resistenza, ma dopo che le loro famiglie sono state uccise da Israele le loro opinioni sono cambiate e ora cercano giustizia”, ha detto.

Questo sostegno alla resistenza armata persisterà o addirittura aumenterà fintanto che il genocidio continuerà o se l’esercito israeliano rimarrà all’interno di Gaza dopo un cessate il fuoco, impedendo la ricostruzione. Ma se venisse firmato un accordo permanente che includesse il ritiro completo di Israele, la revoca dell’assedio soffocante e un orizzonte politico visibile, ci sarebbero poche ragioni per i gazawi di aggrapparsi alla lotta armata. Infatti, molti di coloro che sostengono l’insurrezione di Hamas saranno i primi a denunciare il movimento non appena la guerra finirà.

‘“La resistenza armata non è riuscita a creare un cambiamento”

Ciò che storicamente ha dato più credito alla strategia di resistenza armata di Hamas tra i palestinesi non è stato l’appello alla violenza o al sacrificio, ma piuttosto il fallimento di tutte le altre alternative. La diplomazia, i negoziati, la difesa negli organismi e nei tribunali internazionali, la persuasione morale e la resistenza non violenta sono stati tutti accolti dal silenzio globale, mentre Israele continua a uccidere i palestinesi e a cacciarli dalla loro terra.

Prima del genocidio ogni volta che chiedevo a un leader di Hamas perché l’organizzazione non riconoscesse formalmente Israele e rinunciasse alla violenza la risposta era sempre la stessa.Abu Mazen [il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas] ha fatto tutto questo e anche di più: sta collaborando con Israele. Puoi citare una sola cosa positiva che gli hanno dato in cambio?” Continuavano poi descrivendo come Israele non solo ignorasse i compromessi di Abbas, ma umiliasse, privasse di fondi, punisse e demonizzasse l’Autorità Nazionale Palestinese.

Ora però, dopo la guerra più lunga nella storia palestinese, a Hamas verrà posta la stessa domanda: cosa avete ottenuto da tutto questo?

In effetti, gli ultimi due anni hanno minato le ragioni principali che sostenevano l’impegno di Hamas nella resistenza armata. La prima era la convinzione che solo la forza militare potesse sfidare efficacemente il blocco e l’occupazione di Israele. Come sosteneva nel 2018 il giornalista israeliano Gideon Levy, «se i palestinesi di Gaza non sparano, nessuno li ascolta». Quattro anni dopo, un membro della Knesset mi ha detto la stessa cosa: «Non appena Gaza smette di lanciare razzi scompare e nessuno si preoccupa di parlarne».

Ma dopo ogni escalation con Israele dall’ascesa al potere nel 2007 il massimo che Hamas ha ottenuto è stato ciò che i gazawi chiamavano «antidolorifici e anestetici»: un ripristino dello status quo precedente e alcune promesse verbali di allentare il blocco israeliano che non si sono mai concretizzate. Questa era in effetti l’esplicita strategia israeliana di contenimento e pacificazione.

Anni prima di essere assassinato in un attacco israeliano a Beirut nel gennaio 2024, lo stesso Saleh Al-Arouri [uno dei fondatori dell’ala militare ucciso nel 2024 a Beirut, ndt.] di Hamas ha riconosciuto il fallimento di questo approccio in una telefonata intercettata. Francamente, la resistenza armata non è riuscita a creare un cambiamento”, ha ammesso. La resistenza ha offerto esempi eroici e ha combattuto guerre onorevoli, ma il blocco non è stato spezzato, la realtà politica non è cambiata e nessuna parte del territorio è stata liberata”.

Hamas ha anche difeso il proprio approccio come forma di deterrenza contro l’escalation israeliana in Cisgiordania o a Gerusalemme. Ciò è stato evidente durante l’Intifada dell’Unità” del maggio 2021, quando Hamas lanciò dei razzi verso Gerusalemme in risposta al crescente terrorismo dei coloni e all’espulsione forzata delle famiglie palestinesi dalle loro case nel quartiere di Sheikh Jarrah [a Gerusalemme Est occupata, ndt.]. Ma una volta raggiunto il cessate il fuoco dopo 11 giorni Israele non fece altro che intensificare il suo assalto alla Cisgiordania, e i due anni successivi furono i più sanguinosi nel territorio dal 2005.

Sempre nel 2021 i leader di Hamas furono conquistati dall’idea di una grande escalation su più fronti, che avrebbe costretto Israele a soddisfare le richieste palestinesi. Pensavano ad un assalto da Gaza e ad un’intifada in Cisgiordania, a Gerusalemme Est e all’interno di Israele, insieme ad attacchi dalla Siria, dal Libano, dallo Yemen, dall’Iraq e dall’Iran, mentre la popolazione araba in Giordania ed Egitto si sarebbe sollevata e avrebbe marciato verso i confini con Israele, mettendo così il governo israeliano con le spalle al muro.

Tuttavia dopo il 7 ottobre anche questa strategia è crollata. Quello che era iniziato come un confronto limitato su più fronti si è concluso quando Israele è riuscito a raggiungere un cessate il fuoco con Hezbollah e l’Iran, mentre l’Autorità Nazionale Palestinese e Israele hanno represso ogni tentativo di rivolta popolare. Ora solo gli Houthi dello Yemen rimangono attivi come ultimo fronte di quello che un tempo era

I palestinesi non possono fare nulla”

Ci sono poche possibilità che Hamas lanci un altro attacco simile a quello del 7 ottobre nel prossimo futuro. Molti analisti concordano sul fatto che ciò che ha permesso il successo dellassalto è stato cogliere Israele completamente alla sprovvista – un elemento di sorpresa che è ormai scomparso, insieme alla probabilità che Israele ripeta gli stessi errori tattici e di intelligence.

Hamas lo capisce bene, ed è per questo che nei negoziati di questa settimana sull’ultimo piano del presidente degli Stati Uniti Donald Trump per porre fine alla guerra ha segnalato ai mediatori la sua disponibilità a smantellare le armi offensive” mantenendo però le armi difensive” leggere, come fucili e missili anticarro. L’enfasi su queste ultime deriva dal timore che Israele possa rinnegare il ritiro da Gaza o effettuare incursioni regolari senza incontrare resistenza, come in Cisgiordania.

Hamas potrebbe anche aver bisogno di quelle armi leggere sia per far rispettare il cessate il fuoco e ottenere il consenso dei propri membri, sia per ottenere l’appoggio di altri gruppi più piccoli ma più intransigenti. Potrebbe anche ritenere che il disarmo completo creerebbe un vuoto di sicurezza a Gaza, che potrebbe essere colmato da gruppi salafiti e jihadisti o da bande criminali, come la milizia di Abu Shabab sostenuta da Israele. E naturalmente c’è il timore di rappresaglie da parte di civili, con attacchi contro i membri di Hamas per le strade.

Ma anche se Hamas riuscisse a raggiungere un accordo per porre fine alla guerra che preveda il ritiro totale di Israele e consenta al movimento di conservare le armi difensive”, la resistenza armata, un tempo considerata l’ultima carta da giocare dopo il fallimento dei negoziati, della diplomazia e degli appelli morali, giace ora nella stessa tomba delle strategie fallite. A due anni dall’inizio del genocidio ciò che rimane non è una certezza, ma un fallimento: del linguaggio, della speranza, della politica e di ogni appello che i palestinesi hanno lanciato di fronte al loro annientamento.

L’anno scorso ho chiesto a un alto dirigente dell’UE cosa pensasse che i palestinesi dovessero fare di diverso e quali consigli avrebbe dato all’Autorità Nazionale Palestinese, a Hamas e all’opinione pubblica palestinese. Dopo averci riflettuto un po’, si è lasciato cadere sulla sedia sconsolato. I palestinesi non possono fare nulla”, ha ammesso. Hanno provato di tutto”.

Nella migliore delle ipotesi l’ultimo piano di Trump porrà fine alla guerra, ma ciò che rimarrà non sarà un percorso per la pace, bensì un vuoto politico. E in quel vuoto i palestinesi saranno costretti a fare i conti con la verità più pesante di tutte: che indipendentemente dalla strada che sceglieranno, la sottomissione silenziosa o la resistenza armata, il mondo ha già fallito nel prevenire il genocidio del loro popolo. Questo è un fatto che non può essere cancellato.

Muhammad Shehada è uno scrittore e analista politico di Gaza, ricercatore ospite presso il Consiglio Europeo per le Relazioni Estere.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Il ‘tempo dei miracoli’ della destra israeliana è finito. I palestinesi non stanno andando da nessuna parte

Meron Rapoport

2 ottobre 2025 – +972 Magazine

Benché per molti versi problematico, il piano in 20 punti di Trump per porre fine alla guerra di Gaza sembra segnare la fine delle fantasticherie di espulsione del governo.

Dovremmo saperne di più prima di prendere sul serio qualunque cosiddetta proposta di pace presentata dal presidente USA Donald Trump insieme al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Ma, mentre il mondo aspetta la risposta di Hamas al piano di Trump in 20 punti per porre fine alla guerra a Gaza, reso pubblico lunedì al momento della conferenza stampa dei due, è possibile incominciare a delineare alcune iniziali conclusioni su quanto tutto ciò significa per Israele e i palestinesi.

Tuttavia prima di ogni discussione su chi “ha vinto” o “perso” negli scorsi due anni non dobbiamo dimenticare il semplice fatto che se questo accordo sarà applicato alla lettera il genocidio finirà, la distruzione di Gaza si fermerà, gli aiuti umanitari entreranno impedendo altre morti per fame, tutti gli ostaggi israeliani rimasti verranno rilasciati insieme a migliaia di palestinesi detenuti con o senza accuse nelle prigioni israeliane e i soldati israeliani non saranno più uccisi in missione in una guerra insensata e criminale.

C’è una quantità di elementi di confusione e contraddittorietà sia nel discorso di Trump che nella proposta scritta, mentre alcuni dei Paesi che inizialmente hanno appoggiato il testo stanno già prendendone le distanze dopo le modifiche dell’ultimo minuto di Netanyahu. Ma i punti fondamentali sono praticamente gli stessi che hanno caratterizzato i negoziati sul cessate il fuoco a partire da ottobre 2023: il rilascio degli ostaggi israeliani in cambio della fine della guerra e del rilascio di prigionieri palestinesi, un graduale ritiro israeliano da Gaza, la rinuncia al potere da parte di Hamas e l’ingresso di una forza di sicurezza multinazionale con il coinvolgimento di diversi Stati arabi.

Dopo la morte stimata di 100.000 palestinesi e la maggior parte delle città di Gaza rase al suolo ogni espressione di “vittoria” per Hamas sarebbe del tutto assurda. Ma questa proposta non è nemmeno una vittoria per Israele, certo non per Netanyahu ed i suoi partner di governo, le cui ambizioni di ripulire Gaza dalla sua popolazione palestinese sono da molto tempo esplicite.

Non era neanche passata una settimana dagli attacchi di Hamas del 7 ottobre che il Ministero dell’Intelligence di Israele (in qualche modo impotente), guidato da Gila Gamliel del partito Likud di Netanyahu, pubblicò un piano ufficiale che auspicava l’evacuazione di 2.3 milioni di abitanti di Gaza. L’esercito iniziò ad attuare una politica di distruzione di interi quartieri per impedire il ritorno degli sfollati nel breve tempo e questo divenne il suo principale modus operandi a partire dal cosiddetto “Piano dei Generali” della fine del 2024.

Il risultato è che la maggior parte di Khan Younis nel sud insieme a Beit Hanoun, Beit Lahiya ed ora parti di Gaza City nel nord non esistono più, essendo state completamente rase al suolo e la loro popolazione compressa in un’area di solo il 13% della terra della Striscia.

Dal momento in cui Trump ha presentato il suo piano per la “Riviera di Gaza” nel febbraio di quest’anno la pulizia etnica, definita “migrazione volontaria” o semplicemente espulsione, è diventata il programma di azione centrale del governo israeliano. Netanyahu ne ha parlato esplicitamente. Il Ministro della Difesa Israel Katz ha creato un’ “amministrazione dei trasferimenti” per sviluppare i piani per implementarla. Funzionari israeliani e americani sono andati in giro per trovare Paesi che fossero disposti ad accettare grandi numeri di rifugiati palestinesi.

L’esercito ha presentato “l’allontanamento della popolazione” come uno degli obiettivi dell’ “Operazione Carri di Gedeone” lanciata a marzo e si è vantato dei convogli di centinaia di migliaia di persone scacciate da Gaza City nelle ultime settimane come di un risultato dei “Carri di Gedeone II”. Il Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha sostenuto di stare già spartendo le proprietà immobiliari di Gaza con l’amministrazione Trump, dato che una “vittoria decisiva” sui palestinesi sembrava alla portata. Per la destra israeliana era, come ha affermato lo scorso anno il Ministro delle Colonie e delle Missioni Nazionali Orit Strook, “un tempo di miracoli”.

Nel piano in 20 punti della Casa Bianca molto è stato lasciato nell’ambiguità, ma quando si tratta della questione della migrazione il linguaggio è inequivocabile. “Nessuno verrà costretto a lasciare Gaza e chi intende andarsene sarà libero di farlo e libero di ritornare”, recita l’articolo 12. “Incoraggeremo le persone a rimanere e offriremo loro l’opportunità di costruire una Gaza migliore.”

Il “tempo dei miracoli”, quell’opportunità unica in un secolo di eliminare i palestinesi da Gaza una volta per tutte, è finito. Bastonati e malconci, i gazawi restano lì.

L’articolo 16 inoltre stabilisce che “Israele non occuperà o annetterà Gaza”. Accanto ai commenti di Trump della scorsa settimana che implicano che l’annessione della Cisgiordania per il momento non è sul tavolo dei negoziati, la lista dei desiderata del governo si sta velocemente dissolvendo.

Inoltre il vertiginoso voltafaccia del portavoce di Netanyahu sui media della destra – dall’euforia per l’imminente espulsione al fervente appoggio al patto anti-trasferimento di Trump – nasce non solo dalla volontà di esaltare il primo ministro prima in vista di elezioni anticipate che molti prevedono per il prossimo anno; può anche nascere dal tardivo riconoscimento che una deportazione di massa semplicemente non è attuabile.

I fatti sono che l’Egitto non permetterà nessun trasferimento forzato nel Sinai e non un solo Paese ha concordato di accettare centinaia di migliaia di rifugiati palestinesi. Anche se Israele riuscisse a distruggere Gaza City e spingere tutti i restanti abitanti ad Al-Mawasi nel sud, sarà comunque “impantanato” con 2 milioni di palestinesi e con un livello di isolamento internazionale un tempo considerato impossibile.

Sembra che molti in Israele, anche tra i sostenitori di Netanyahu, stiano ora realizzando che sia meglio chiudere il capitolo Gaza e dichiarare vittoria piuttosto che continuare a finanziare una campagna militare senza un chiaro punto finale e con obbiettivi che non potranno mai essere raggiunti.

Via il blocco, sì allo Stato?

Hamas e i palestinesi in generale non sono certo felici della nuova proposta, e per buone ragioni. Con l’eccezione di un iniziale e limitato ripiegamento delle forze israeliane, non ci sono date o garanzie per i successivi ritiri. Questo lascia aperta la porta ad Israele per dire che le sue condizioni non sono state rispettate e che perciò continuerà ad occupare grandi parti di Gaza. La proposta comprende anche la “demilitarizzazione” della Striscia e la distruzione di tutte le infrastrutture militari, il che significa che nessun gruppo armato palestinese sarà in grado di respingere l’aggressione israeliana.

A livello politico l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) non tornerà a Gaza fino a che non abbia attuato un “programma di riforme” la cui durata è rimasta indefinita. Lo scollamento da lungo tempo esistente tra la Striscia di Gaza e la Cisgiordania continuerà quindi indefinitamente e Gaza stessa verrà posta sotto una specie di gestione fiduciaria americano-britannica. Hamas lascerà tutti i poteri di governo ed i suoi leader “che si impegneranno ad una coesistenza pacifica” otterranno l’amnistia e un transito sicuro qualora volessero lasciare la Striscia.

In quanto organizzazione nata sull’idea di “resistenza” sarà molto arduo per Hamas accettare ciò che inevitabilmente sarà percepito come una resa. Potrebbe respingere l’accordo proprio per questo motivo.

Ma qui le cose si complicano un po’. La Forza Internazionale di Stabilizzazione (ISF) preconizzata nel testo somiglia molto a qualcosa che il presidente dell’ANP Mahmoud Abbas ed anche alcuni governi europei hanno richiesto da due decenni per proteggere i palestinesi da Israele. Israele non si è mai degnato di commentare quelle proposte: adesso Netanyahu presenta l’idea come un risultato storico.

Non è ancora chiaro che forma avrà l’ISF, di quali poteri godrà e come funzionerà il suo coordinamento con l’esercito israeliano. Ma è certo che includerà soldati stranieri – dal Pakistan, dall’Indonesia e forse dall’Egitto – accanto alla polizia locale palestinese.

Non per niente Netanyahu ha preferito che fosse Hamas a governare Gaza: sapeva che non aveva appoggi internazionali perciò lui poteva sganciare bombe sulla Striscia quando voleva. Sarà molto più difficile agire con la forza contro soldati pachistani che hanno alle spalle una potenza nucleare. Il Capo di Gabinetto israeliano Yossi Fuchs può continuare a vantare che Israele manterrà il totale controllo della sicurezza su Gaza, ma il testo afferma altro. In nessuno degli articoli vi è l’ipotesi che le forze israeliane potranno operare in aree sotto il controllo dell’ISF.

Inoltre la Striscia di Gaza è stata sotto assedio israeliano per quasi venti anni. Se attuato, il piano di Trump coinvolgerà la creazione di un cosiddetto “Comitato di Pace” con a capo lo stesso presidente USA e l’ex primo ministro del Regno Unito Tony Blair, che significa che il blocco terminerà davvero. In base alla proposta non solo gli aiuti entreranno a Gaza almeno nella misura concordata nel cessate il fuoco di gennaio di quest’anno (600 camion al giorno), ma “l’ingresso e la distribuzione degli aiuti procederà senza interferenze delle due parti attraverso le Nazioni Unite e le loro agenzie e la Mezzaluna Rossa”, segnando la fine del letale meccanismo della Gaza Humanitarian Foundation (GHF).

Mentre molti osservatori hanno sottolineato che il “Comitato di Pace” ha più di un sentore di governo coloniale, tutto in questo meccanismo – dalle forze di sicurezza all’amministrazione locale e, cosa più importante, ai finanziamenti – coinvolge i palestinesi accanto a personale di altri Stati arabi e musulmani. Se quei Paesi saranno insoddisfatti di ciò che vedono, questa amministrazione di transizione si sgretolerà.

E Blair può giustamente essere biasimato per la mortale guerra in Iraq e le sue disastrose conseguenze, ma è difficile immaginare che con la sua nuova brillante immagine consenta che l’esercito israeliano decida se permettere o no l’ingresso di ortaggi o farina nel suo piccolo emirato a Gaza. Analogamente, prima del 2023 il blocco israeliano rese virtualmente impossibile ai palestinesi lasciare la Striscia, a volte addirittura pretendendo che rinunciassero alla loro residenza come condizione per ottenere un permesso di uscita o si impegnassero a non ritornare per almeno un anno. In base alla nuova proposta ingressi e uscite non avranno impedimenti.

E poi c’è la questione dello Stato palestinese. Su questo il testo non potrebbe essere più vago: “In base all’avanzamento della ricostruzione di Gaza e quando il programma di riforme dell’ANP fosse portato fedelmente avanti, potrebbero finalmente esserci le condizioni per un percorso credibile verso l’autodeterminazione e lo Stato palestinese”, sancisce il penultimo articolo.

Il programma di riforme, è scritto, si baserà sulle proposte già presenti nell’ “Accordo del Secolo” di Trump del 2020 e nella più recente iniziativa franco-saudita, che includono riferimenti all’interruzione dei pagamenti dell’ANP alle famiglie dei prigionieri (cosa già avvenuta), alla modifica del curriculum nelle scuole dell’ANP sotto la supervisione europea (anch’essa già avvenuta in passato) e all’indizione di libere elezioni, cosa che i palestinesi chiedono da anni.

Se le decisioni relative a quanto “fedelmente” sia realizzato questo programma di riforme e in quale momento “possano finalmente verificarsi le condizioni” per andare verso lo Stato vengono lasciate nelle mani di Israele, il percorso verso uno Stato palestinese resterà senza dubbio precluso per sempre. Di certo Netanyahu ha già iniziato a raccontare ai suoi sostenitori che in nessun modo questo accordo porterà all’indipendenza dei palestinesi.

Ma se tali decisioni faranno capo al “Comitato di Pace” di Blair e Trump, insieme alla forza di sicurezza multinazionale, le cose potranno essere abbastanza differenti. E se loro decideranno che l’ANP ha rispettato le principali condizioni, Netanyahu si troverà di fronte al fatto di aver firmato un accordo che si impegna ad un “percorso credibile” verso uno Stato Palestinese.

Cambio di paradigma

Netanyahu cercherà di presentare l’accordo come una specie di ritorno al 6 ottobre 2023, alla politica della “gestione del conflitto” che era sostenuta con uguale forza dai leader di opposizione Yair Lapid e Naftali Bennet. Ma quella politica si basava sull’idea che la comunità internazionale, e specialmente gli Stati del Golfo, fossero d’accordo a stringere i legami con Israele ignorando e isolando i palestinesi.

Oggi sembra che la situazione sia completamente diversa. Dopo il bombardamento di Israele sul Qatar gli Stati arabi, compresi quelli del Golfo, sembra siano giunti alla conclusione che Israele sia una costante minaccia alla loro stabilità e che l’unico modo per stabilizzare il Medio Oriente passi attraverso la creazione di uno Stato palestinese, non per solidarietà con i palestinesi, ma perchè preoccupati per sé stessi. La recente ondata di riconoscimenti diplomatici di uno Stato palestinese mostra che la comunità internazionale è in maniera schiacciante della stessa opinione.

La solidarietà mondiale con la Palestina non si prevede scomparirà presto, come evidenziato questa settimana dall’esplosione di manifestazioni di solidarietà con la Sumud Flotilla che tentava di rompere il blocco navale. Di conseguenza Netanyahu, o chiunque gli succeda se perdesse le elezioni, potrebbe essere in procinto di scoprire che ciò che funzionava prima dell’ottobre 2023 non è più possibile.

E’ troppo presto per dire se questo cambiamento del programma di lunga data della destra israeliana provocherà lo stesso genere di crisi di quella causata dal “disimpegno” del 2005 da Gaza, ma certamente è una possibilità. Resta da vedere quale tipo di paradigma lo sostituirà.

Una versione di questo articolo è stata pubblicata per la prima volta in ebraico su Local Call.

Meron Rapoport è un redattore di Local Call

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)





Il “Piano di pace” di Trump per Gaza: il buono, il brutto e il cattivo

Ramzy Baroud e Romana Rubeo

29 settembre 2025 The Palestine Chronicle

Questa analisi esamina il “Piano di pace” di Trump per Gaza, delineandone i potenziali vantaggi, le insidie ​​e le contraddizioni di fondo

È ancora troppo presto per emettere un verdetto definitivo sulla proposta del presidente degli Stati Uniti Donald Trump per porre fine alla guerra e al genocidio israeliani a Gaza.

Da diversi giorni circolano sui media indiscrezioni sulla natura della proposta, per lo più attribuite a funzionari statunitensi anonimi. Lunedì la Casa Bianca ha finalmente rivelato i punti principali del piano. L’idea è stata presentata dallo stesso Trump durante una conferenza stampa a Washington congiunta con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.

Anche lì hanno continuato a emergere contraddizioni. Ad esempio, l’ultima versione della proposta richiede che la Resistenza palestinese “abbandoni le armi”, mentre precedenti indiscrezioni si riferivano specificamente alla rinuncia di Hamas alle “armi d’attacco”, un termine vago e indefinito.

Finora né Hamas né alcun altro partito all’interno della Resistenza Palestinese ha rilasciato una risposta formale. In precedenza tuttavia un alto funzionario di Hamas, Husam Badran, aveva dichiarato ad Al-Jazeera che l’ex Primo Ministro britannico Tony Blair – che si vociferava avrebbe avuto un ruolo in qualsiasi meccanismo di ricostruzione o di transizione – non era benvenuto a Gaza in nessuna circostanza.

Alla luce di tutto ciò ecco alcuni commenti iniziali sulla proposta e sulla sua capacità di soddisfare– o meno – le aspettative di Israele e della Resistenza Palestinese.

Il Buono

Per prima cosa Israele non occuperà né annetterà la Striscia di Gaza.

Se sia Washington che Tel Aviv fossero sinceri su questo punto, si tratterebbe di un risultato importante per la Resistenza palestinese. Fin dall’inizio del genocidio le organizzazioni palestinesi hanno ripetutamente affermato che non si permetterà a Israele di occupare un solo centimetro di Gaza.

Inoltre Netanyahu ha dichiarato innumerevoli volte che l’obiettivo finale di Israele è il controllo totale della Striscia e che non cederà su questo punto. Se il piano di Trump lo costringesse a farlo, questo segnerebbe una battuta d’arresto decisiva per gli obiettivi bellici di Israele.

In secondo luogo nessuno sarà costretto a lasciare Gaza e coloro che se ne andranno avranno il diritto di tornare.

Anche questo è un risultato notevole per i palestinesi, considerando che l’obiettivo a lungo termine di Israele è lo spopolamento di Gaza. Leader e funzionari israeliani hanno già apertamente e ripetutamente proposto il trasferimento di massa dei cittadini di Gaza in Egitto e in altri paesi.

I palestinesi sono ben consapevoli che una seconda Nakba distruggerebbe il loro progetto nazionale. Gaza è il cuore pulsante della resistenza palestinese; una pulizia etnica qui azzopperebbe il più ampio movimento di liberazione palestinese e consentirebbe a Israele di spostare completamente la sua attenzione sulla Cisgiordania. Impedire questo risultato è quindi un successo strategico.

In terzo luogo gli aiuti potranno entrare a Gaza senza ostacoli attraverso le Nazioni Unite e le sue agenzie affiliate.

Questo è un’altra importante conquista non solo per i palestinesi ma anche per la comunità internazionale, che ha costantemente respinto i tentativi di Stati Uniti e Israele di emarginare l’UNRWA e sostituirla con entità sospette come la cosiddetta Gaza Humanitarian Foundation (GHF).

Se questa proposta venisse attuata invertirebbe la campagna pluriennale di Israele contro l’UNRWA e riaffermerebbe la centralità delle Nazioni Unite nella fornitura di aiuti umanitari ai palestinesi.

Il Cattivo

Per prima cosa l’istituzione del Board of Peace [Consiglio di Pace], un nuovo organismo internazionale che supervisionerebbe la ricostruzione di Gaza. Secondo quanto riferito l’organismo sarebbe presieduto dallo stesso Trump con il coinvolgimento dell’ex primo ministro Blair [processato per crimini di guerra legati all’invasione dell’Iraq del 2003, ndt.], del genero di Trump Jared Kushner e dei partner regionali.

Dati i noti precedenti di Blair in Medio Oriente, il suo incrollabile sostegno a Israele e i suoi stretti legami con Netanyahu, un simile scenario distorcerebbe quasi certamente gli sforzi di ricostruzione a favore degli interessi israeliani e rafforzerebbe gli attori opportunisti all’interno di Gaza. Fonti locali hanno già espresso il timore che possano coinvolgersi reti criminali e uomini d’affari affiliati a figure di delinquenti come Yasser Abu Shabab [militante palestinese e leader delle Forze popolari, un gruppo armato anti-Hamas nella Striscia di Gaza autorizzato e finanziato da Israele, ndt.vedi Zeitun]

Questo è un punto spinoso e sarà difficile, se non impossibile, da valutare. Tecnicamente la Resistenza depone le armi in assenza di una guerra importante o di un’escalation militare, e le riprende – a parte poche eccezioni – solo quando Israele lanci una grave aggressione alla Striscia.

Poiché le fazioni palestinesi non operano apertamente né conservano le loro armi in arsenali pubblicamente noti non è chiaro come osservatori “indipendenti” possano anche solo iniziare a verificare un simile processo. In linea di principio tuttavia questa condizione darebbe a Netanyahu un pretesto per presentare la proposta come una vittoria, anche se niente fosse concretamente cambiato sul campo.

Terzo, l’ultimatum di 72 ore e il graduale ritiro israeliano.

Secondo la proposta i palestinesi devono rilasciare tutti i prigionieri israeliani entro 72 ore, senza alcuna garanzia che Israele rispetti i propri obblighi, tra cui il ritiro completo e il rilascio di migliaia di prigionieri palestinesi.

Data la lunga storia di violazioni degli accordi di cessate il fuoco da parte di Netanyahu, è altamente improbabile che la Resistenza accetti questa clausola alla lettera. Per loro, il rischio di cedere la loro merce di scambio più forte senza ricevere garanzie vincolanti sarebbe troppo grande.

Il Brutto

Il contesto generale rende la proposta ancora più dubbia. Il genocidio israeliano a Gaza è stato reso possibile – militarmente, politicamente e finanziariamente – da due successive amministrazioni statunitensi. Washington ha permesso a Israele di violare ripetutamente il cessate il fuoco di gennaio-marzo, rendendo inutili le garanzie statunitensi.

Inoltre gli Stati Uniti non sono riusciti a frenare l’escalation regionale di Israele. Israele ha esteso il conflitto a Libano, Yemen, Siria e Iran, senza alcuna reale resistenza da parte degli Stati Uniti, anzi con il loro totale sostegno.

Il 9 settembre gli Stati Uniti hanno persino permesso a Netanyahu di bombardare nella più totale impunità il loro più stretto alleato al di fuori della NATO, il Qatar, nonostante le forze americane fossero di stanza vicino all’area presa di mira da Israele.

In questo contesto è difficile considerare gli Stati Uniti come un garante neutrale e affidabile. Questa proposta potrebbe invece essere una manovra politica per ottenere attraverso la diplomazia ciò che Israele non è riuscito a ottenere militarmente: l’indebolimento o l’eliminazione della Resistenza palestinese.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




L’opinione pubblica statunitense su Israele sta cambiando, e anche la politica statunitense dovrà farlo.

Jasim Al-Azzawi

22 settembre 2025 – Al Jazeera

Il sostegno incondizionato degli Stati Uniti a Israele giungerà al termine, ma questo cambiamento di politica potrebbe richiedere anni.

La narrazione sionista è stata una forza dominante negli Stati Uniti per oltre sette decenni. Promossa da potenti lobby, alimentata da cristiani evangelici e riecheggiata dai media mainstream è rimasta in gran parte incontrastata fino all’irrompere del genocidio a Gaza.

In quasi due anni le incessanti immagini di orrore, la portata della devastazione e la sconvolgente perdita di vite umane hanno creato un record insopportabile di orrore che ha messo in discussione la narrazione sionista. Sondaggio dopo sondaggio si registra un cambiamento dell’opinione pubblica nei confronti di Israele. Da entrambe le parti dello spettro politico gli americani stanno diventando sempre più scontenti del sostegno generalizzato all’alleato di lunga data degli Stati Uniti. Cosa significa questo per le relazioni tra Stati Uniti e Israele?

Nel breve e medio termine non molto. Le armi, gli aiuti, la cooperazione in materia di sicurezza e il sostegno diplomatico degli Stati Uniti a Israele non subiranno praticamente alcun impatto. Non ci si può aspettare che una struttura di sostegno costruita in quasi otto decenni evapori dall’oggi al domani.

Ma nel lungo termine il sostegno degli Stati Uniti si ridurrà. Ciò significa che Israele sarà costretto a riconsiderare la sua posizione aggressiva nella regione e arrestare i suoi piani di governare su tutta la Palestina storica.

Cosa dicono i sondaggi

I sondaggi hanno iniziato a rilevare un cambiamento nell’opinione pubblica statunitense, soprattutto tra i giovani democratici, già prima degli attacchi del 7 ottobre 2023. Ma in seguito questo cambiamento sembra aver subito una drastica accelerazione.

Un sondaggio condotto da Pew Research Center [centro di sondaggi e ricerche sociali con sede a Washington, ndt.] a marzo di quest’anno suggerisce che gli atteggiamenti negativi nei confronti di Israele sono aumentati dal 42% al 53% di tutti gli adulti statunitensi dal 2022. Il cambiamento è più pronunciato tra i democratici, dal 53% al 69% nello stesso periodo.

Ciò che è notevole di questo cambiamento è che è intergenerazionale. Tra i democratici pari e oltre ai 50 anni – persone solitamente moderate sulle questioni di politica estera – gli atteggiamenti negativi nei confronti di Israele sono aumentati dal 43% al 66%.

Anche le espressioni di simpatia sono cambiate. Secondo un sondaggio di agosto, condotto da The Economist e YouGov, il 44% dei Democratici simpatizza maggiormente per i palestinesi, rispetto al 15% per gli israeliani; tra gli Indipendenti queste percentuali sono rispettivamente del 30 e del 21%.

Lo stesso sondaggio suggerisce che una pluralità di americani ora ritiene ingiustificati i continui bombardamenti israeliani su Gaza, e circa il 78% desidera un cessate il fuoco immediato, incluso il 75% dei Repubblicani. La percentuale di intervistati che ha affermato che Israele sta commettendo un genocidio contro i palestinesi è stata del 43%; coloro che non sono d’accordo sono stati solo il 28%.

Ancora più significativo è il fatto che una notevole percentuale – il 42% – è favorevole a una diminuzione del sostegno a Israele; tra i Repubblicani questa percentuale si attesta al 24%.

Un sondaggio Harvard-Harris di luglio rivela forse la tendenza più preoccupante per i sostenitori di Israele: il 40% dei giovani americani ora è a favore di Hamas, non di Israele. Sebbene ciò rifletta probabilmente una generale simpatia per i palestinesi, mostra significative crepe nel predominio della narrativa israeliana sul “terrorismo palestinese” tra i giovani americani.

Lo stesso sondaggio ha suggerito che solo il 27% sostiene il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu: un voto di sfiducia disastroso ben lontano dall’accoglienza che ha ricevuto alla Casa Bianca e al Congresso.

Come potrebbe cambiare la politica

Mentre gli elettori più anziani – l’ultima roccaforte elettorale di Israele – lasciano il posto agli elettori più giovani, più favorevoli alla causa dei diritti dei palestinesi, la matematica della politica si sposterà verso un profondo cambiamento. La domanda non è più se gli Stati Uniti riconsidereranno il loro rapporto speciale con Israele, ma quando. Il rapporto speciale con Israele è una di quelle rare questioni per cui esiste un sostegno bipartisan. Cambiare questa situazione potrebbe richiedere molto tempo.

Naturalmente nel breve termine sono possibili alcuni cambiamenti. Se dovesse verificarsi un’improvvisa frattura tra Netanyahu e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump – forse anche a livello personale – quest’ultimo avrebbe i sondaggi per giustificare un allontanamento da Israele. Un netto cambiamento nell’opinione pubblica gli fornirebbe la copertura politica per dimostrare che sta ascoltando il popolo americano. Tuttavia, un cambiamento così radicale è improbabile.

È più probabile che, sotto pressione dell’opinione pubblica, i membri del Congresso inizino a cambiare opinione sulla questione Israele-Palestina. Coloro che si rifiutano ostinatamente potrebbero essere sfidati da candidati più giovani e più energici che rifiutano essere finanziati da organizzazioni filo-israeliane come l’AIPAC. [American Israel Public Affairs Committee, la principale lobby filoisraeliana negli USA, n.d.t.]

Tuttavia il cambiamento al Congresso richiederebbe molto tempo soprattutto perché incontrerebbe una forte resistenza. I gruppi di pressione filo-israeliani considerano questo un momento cruciale nella storia israelo-statunitense. Impiegheranno le loro vaste risorse per eliminare qualsiasi candidato che esprima simpatia per i palestinesi o metta in discussione il sostegno automatico a Israele.

Inoltre altre questioni, come l’economia e vari problemi sociali, continueranno a dominare l’agenda politica: la politica estera raramente influenza le elezioni statunitensi. La transizione non sarà bipartisan nel breve termine. Il sostegno repubblicano a Israele è più costante. L’establishment democratico è sottoposto a crescenti pressioni da parte della sua base sin dalla presidenza di Joe Biden. Con l’ascesa politica dei membri più giovani – come dimostra la spettacolare vittoria del candidato sindaco di New York Zohran Mamdani alle primarie democratiche – la leadership democratica sarà costretta a cambiare rotta.

Con l’elezione di un numero sempre maggiore di rappresentanti filo-palestinesi, soprattutto al Congresso, il blocco progressista crescerà e intensificherà la pressione dall’interno per un cambiamento di politica.

Questo processo, tuttavia, non sarà abbastanza rapido da migliorare immediatamente la situazione in Palestina o addirittura da fermare l’imminente pulizia etnica di Gaza. È più probabile che un miglioramento arrivi dalla pressione internazionale e dagli sviluppi sul campo piuttosto che da un cambiamento nella politica statunitense.

Tuttavia a lungo termine un minore sostegno a Israele da parte del Congresso o persino di un presidente degli Stati Uniti significherebbe che il governo israeliano dovrebbe modificare la sua posizione eccessivamente aggressiva nella regione e frenare il suo militarismo avventurista. Probabilmente sarà anche costretto a fare concessioni sulla questione palestinese. Resta da vedere se questo sarà sufficiente per creare uno Stato palestinese.

Le opinioni espresse in questo articolo sono quelle dell’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Al Jazeera.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)