Israele progetta di espellere con la forza migliaia di palestinesi per far spazio a una colonia che dividerà a metà la Cisgiordania

Zena al-Tahhan

22 settembre 2025 Mondoweiss

Il progetto di insediamento E1 comporterà la pulizia etnica di migliaia di comunità palestinesi residenti nell’area, dividendo al contempo la Cisgiordania in due. I membri delle comunità prese di mira affermano che Israele vuole spingerli nelle città e rubare la loro terra

Mentre diverse nazioni occidentali annunciano il riconoscimento di uno Stato palestinese in occasione dell’imminente voto dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite sulla questione, Israele sta accelerando le sue misure di annessione illegale della Cisgiordania occupata per rendere impossibile la creazione di uno Stato palestinese.

Arroccato lungo antiche rotte commerciali che collegano la Gerusalemme urbana al deserto di Gerico, il piccolo villaggio beduino di Jabal al-Baba è una delle decine di comunità palestinesi che rischiano l’imminente trasferimento forzato da parte dell’occupazione israeliana.

Il progetto di espellere queste comunità palestinesi è il fulcro del piano israeliano per rilanciare il piano di insediamento E1, che ha ricevuto per decenni reazioni negative a livello internazionale a causa delle sue vaste implicazioni.

L’area che Israele vuole riempire di coloni illegali e interdire ai palestinesi è un tratto di terra strategico che costituisce uno dei pochi collegamenti rimasti tra la Cisgiordania settentrionale e quella meridionale e uno degli ultimi punti di contiguità tra Gerusalemme occupata e il territorio.

Una volta attuato, il piano taglierebbe a metà la Cisgiordania occupata e consoliderebbe ulteriormente Gerusalemme in mani israeliane.

“Questo seppellirà l’idea di uno Stato palestinese”, ha dichiarato con orgoglio il Ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich a metà agosto, quando il piano E1 è stato di nuovo riproposto. Il 14 agosto il ministro, che sovrintende alla demolizione delle case palestinesi e all’espansione degli insediamenti illegali, ha annunciato l’approvazione di migliaia di nuovi appartamenti nella zona per i coloni illegali.

Jabal al-Baba ospita circa 450 residenti che furono espulsi dalle loro terre ancestrali nel deserto del Naqab (Negev) durante la Nakba del 1948, la violenta pulizia etnica della Palestina da parte delle milizie sioniste.

Attratti dal paesaggio semiarido e vasto che riecheggiava il territorio familiare del Naqab, gli esuli si rinsediarono sulle pendici orientali di Gerusalemme, ideali per il loro stile di vita beduino – lo stesso da generazioni.

Ora, 77 anni dopo, rischiano di nuovo l’espulsione.

“Stiamo parlando dell’occupazione di 12.000 dunam di terra (12 chilometri quadrati)”, ha dichiarato a Mondoweiss Atallah Mazaar’a, portavoce di Jabal al-Baba. “Circa 22 villaggi beduini palestinesi, che ospitano almeno 7.000 residenti, sarebbero evacuati”.

“C’è un attacco a tutto il territorio palestinese da nord a sud, e in particolare ai beduini che vivono in aree aperte e remote”, ha continuato Mazaar’a. “L’attuale occupazione di terra palestinese è massiccia”.

I beduini palestinesi che vivono nell’area destinata a E1 vengono progressivamente espulsi, mentre le autorità israeliane demoliscono le loro case, li sfrattano dai terreni e installano coloni israeliani al loro posto. “E1 è il progetto più aggressivo per i palestinesi di Gerusalemme”, ha affermato Mazaar’a. “Israele sa quanto sia importante. Ecco perché sta correndo per attuare il piano dell’insediamento di colonie”.

Nonostante l’imminente deportazione, Mazaar’a afferma che il villaggio rimarrà saldo. “Preferiremo morire da persone dignitose sulle nostre terre piuttosto che consegnarle a coloni e occupanti”, ha affermato.

“Una deportazione dopo l’altra”

Tra il 12 e il 15 agosto le forze di occupazione israeliane hanno emesso circa 40 ordini di demolizione di abitazioni a Jabal al-Baba e in altri due villaggi beduini nelle vicinanze, concedendo 60 giorni di tempo per presentare ricorso.

Ma non sono le prime ingiunzioni. Il progetto israeliano di colonie E1 è in cantiere dall’inizio degli anni ’90, proposto per la prima volta dall’ex primo ministro Yitzhak Rabin. Il piano prevede la costruzione di migliaia di alloggi e unità commerciali per i coloni illegali, creando un’area edificata continua tra l’insediamento di Ma’ale Adumim dove vivono circa 70.000 israeliani e Gerusalemme.

Dal 2009 l’occupazione israeliana ha demolito in decine di comunità nell’area E1 più di 500 case palestinesi e altre strutture vitali, comprese quasi 200 finanziate da donatori internazionali come l’Unione Europea. Almeno 900 persone sono state sfollate con la forza.

Solo nel 2025 l’esercito ha già demolito almeno nove case e oltre 50 stalle per animali.

“Si tratta di una deportazione continua”, ha detto a Mondoweiss Bassam Bahar, capo del comitato per la protezione delle terre di Gerusalemme Est. “Queste famiglie sono qui dagli anni ’50 e vivono su terreni privati ​​palestinesi con il consenso dei proprietari”.

“Le autorità di occupazione israeliane vogliono trasferire questi residenti nei centri abitati di Abu Dis e forse anche a Gerico per creare una nuova realtà demografica [israeliana] nelle zone orientali di Gerusalemme, l’unica area rimasta ai palestinesi di Gerusalemme per espandersi”, ha continuato.

“L’obiettivo di tutti questi progetti è giudaizzare Gerusalemme e creare una cintura di insediamenti attorno a Gerusalemme per circondarla da tutti i lati, sia a nord che a sud e a est”, ha spiegato Bahar. “Hanno occupato tutte le aree a sud verso Betlemme, e a nord verso Ramallah. Oggi, l’unica area in cui potremmo estenderci ulteriormente è quella a est, verso Gerico”.

Ma’ale Adumim fu costruita nel 1975 su terreni palestinesi sottratti principalmente alle città e ai villaggi di al-Aizariya, Abu Dis, al-Issawiyya e Anata. Queste aree costituivano storicamente la periferia orientale di Gerusalemme, situate a pochi chilometri dal centro città.

Dopo l’occupazione di Gerusalemme Est e dell’intera Cisgiordania nel 1967, Israele ha ridisegnato i confini municipali di Gerusalemme escludendo quelle città e ponendole sotto controllo militare come parte della Cisgiordania occupata. Di conseguenza centinaia di migliaia di palestinesi hanno improvvisamente avuto bisogno di permessi per accedere alla propria città. Nel 2002 Israele ha rafforzato questa separazione costruendo il suo muro illegale alto otto metri attorno a queste aree, isolandole – insieme alle vicine comunità beduine – da Gerusalemme a ovest.

Il piano E1 peggiorerà ulteriormente le condizioni dei palestinesi. In primo luogo, Israele prevede di costruire il muro attorno a queste aree ad est, circondandole completamente. Non saranno solo tagliate fuori da Gerusalemme ma anche dalla Cisgiordania, trasformate così in una prigione a cielo aperto.

In secondo luogo Israele ha recentemente approvato la costruzione di una serie di strade e tunnel sotterranei – ingannevolmente definiti da Israele “Fabric of Life” o “Sovereignty Road” – che correranno sotto il cuore dell’area E1.

Questo escluderà il traffico palestinese dalle principali autostrade che attraversano l’E1 in superficie, oltre alla storica strada per Gerico sulla Route 1 utilizzata poi solo dai coloni illegali. Jabal al-Baba non sarà solo isolata da Gerusalemme ma anche dalla città più vicina di al-Aizariya.

“La strada alternativa che vogliono costruire per i palestinesi non è adatta al passaggio delle persone. Più di un milione di palestinesi che viaggiano tra il centro e il sud la dovranno usare. Costituirà un pericolo per la vita dei residenti”, ha affermato Mazaar’a di Jabal al-Baba. 

Sgombrare le terre”

Questi sviluppi si inseriscono nell’ambito dell’annessione sempre più pervasiva da parte di Israele delle aree orientali di Gerusalemme così come dell’intera Cisgiordania occupata, nel tentativo di impedire la creazione di qualsiasi tipo di Stato palestinese. I residenti che vivono in aree aperte vengono trasferiti con la forza – un crimine di guerra ai sensi del diritto internazionale – mentre l’esercito israeliano consolida l’occupazione della maggiore parte di terra palestinese possibile.

Le autorità israeliane hanno compiuto atti di annessione nella Cisgiordania occupata per oltre cinquant’anni. Ma dal genocidio di Gaza l’appropriazione di terre palestinesi e la costruzione di colonie illegali hanno raggiunto livelli record. Il governo israeliano finanzia direttamente i coloni con milioni di dollari e li arma per cacciare i palestinesi dalle loro terre.

I funzionari non operano più in segreto. In una sessione della Knesset a luglio i parlamentari israeliani hanno votato a larga maggioranza a favore per imporre l’annessione alla Cisgiordania occupata.

Il 3 settembre il Ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich, responsabile anche della demolizione delle case palestinesi e della costruzione di colonie illegali, ha presentato una proposta di mappa in base alla quale l’82% della Cisgiordania occupata diventa parte di Israele. Tre milioni e mezzo di palestinesi sarebbero stipati nei centri urbani in appena il 18% della Cisgiordania occupata.

“Il massimo della terra con un minimo di popolazione”, ha detto Smotrich.

E con i recenti appelli di diversi paesi occidentali alla creazione di uno Stato palestinese, l’obiettivo e l’intento dell’annessione sono diventati uno dei fini più urgenti per Israele, con politici di ogni genere che chiedono alla propria leadership di agire in tal senso.

“Vogliono spingere le persone che vivono in aree remote e nei villaggi verso le città per assediarli”, ha detto Bahar. “Si tratta di sgombrare la terra dei suoi residenti”.

Mazaar’a ha affermato che i residenti sono ben consapevoli che questa è una politica ben radicata. “Israele paga i coloni per razziare i nostri villaggi. Vengono e si spogliano nel centro delle nostre comunità per indurci ad andarcene”, ha detto.

“Anche se il mondo intero ci abbandonasse, noi palestinesi continueremo a portare avanti la nostra causa”, ha aggiunto.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Perché una forza di interposizione per Gaza potrebbe essere un’idea pericolosa

Haidar Eid  e Jamal Juma*

9 settembre 2025 – Al Jazeera

Israele e gli USA non permetteranno la presenza di una forza neutrale in nessun luogo vicino a Gaza. Ciò significa che uno spiegamento di forze straniere potrebbe solo favorire i piani di pulizia etnica.

L’idea di dispiegare una forza di interposizione o di peacekeeping in Palestina non è nuova. Dopo la nascita di Israele attraverso gli orrendi massacri e la pulizia etnica di massa del 1948, le Nazioni Unite crearono l’Organizzazione di Supervisione della Tregua (UNTSO) per monitorare l’attuazione degli accordi dell’armistizio arabo-israeliano del 1949. Nel 1974 inviò la Forza delle Nazioni Unite di Monitoraggio del Disimpegno (UNDOF) per sostenere il cessate il fuoco tra Israele e Siria e nel 1978 venne dispiegata sul territorio libanese la Forza ad Interim in Libano (UNIFIL). Nessuna di queste forze è stata in grado di fermare l’aggressione israeliana.

Dopo la seconda invasione israeliana della Cisgiordania occupata e il massacro a Jenin del 2002 l’ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton riesumò l’idea di una forza internazionale nei territori palestinesi occupati.

Con l’inizio del genocidio a Gaza nell’ottobre 2023 questo proposito ha iniziato a costituire nuovamente un’attrattiva diplomatica. Nel maggio 2024 la Lega Araba invocò una forza di peacekeeping per i territori palestinesi occupati. Il gradimento del Consiglio Atlantico sostenne l’idea e lo stesso fecero diversi dirigenti occidentali, compresa la Ministra degli Esteri della Germania Annalena Baerbock, accusata di complicità in genocidio [accusa sostenuta da diverse ONG per il suo sostegno all’invio di armi in Israele, ndt.].

Nel luglio di quest’anno una conferenza di alto livello guidata da Francia e Arabia Saudita ha suggerito anche una “missione internazionale di stabilizzazione” a Gaza, sulla base di un invito da parte dell’Autorità Nazionale Palestinese. L’idea è stata riproposta in seguito alla molto tardiva dichiarazione della Integrated Food Security Phase Classification (IPC) sulla carestia a Gaza.

Senza dubbio un simile intervento, armato o disarmato, non solo sarebbe legale ai sensi del diritto internazionale, ma sarebbe anche un modo per adempiere al principio giuridico internazionale di responsabilità di protezione. Tuttavia la questione chiave è: come potrebbe una tale forza di interposizione agire nel mondo reale?

Considerando la realtà geopolitica, è difficile immaginare che potrebbe funzionare senza il consenso di Israele. Israele gode del pieno e incondizionato appoggio degli USA ed agisce impunemente. Ha già dimostrato che agirebbe in modo aggressivo contro ogni tentativo di rompere l’assedio di Gaza; è arrivato al punto di invadere lo spazio aereo dell’Unione Europea per attaccare una nave umanitaria diretta a Gaza. Qualunque forza di interposizione che tenti di entrare in Palestina senza il consenso di Israele verrebbe attaccata prima ancora che si avvicini.

Perciò l’unica possibilità sarebbe che Israele e gli USA la permettessero. Questo è possibile, ma avverrebbe alle loro condizioni, che molto probabilmente porterebbero all’internazionalizzazione e alla normalizzazione del genocidio.

Il primo passo in quella direzione è già stato compiuto a fine maggio col dispiegamento della Gaza Humanitarian Foundation (GHF) sostenuta dagli USA. Da allora Israele e i mercenari della GHF hanno ucciso almeno 2.416 palestinesi in cerca degli aiuti e feriti più di 17.700.

Philippe Lazzarini, alto commissario dell’UNRWA, lo ha definito “un abominio” e “una trappola mortale che è costata più vite di quante ne abbia salvate”. Esperti dell’ONU hanno denunciato “il coinvolgimento dell’intelligence israeliana, di contractors USA e di non precisati enti non governativi”. L’agenzia dell’ONU per il coordinamento degli aiuti di emergenza (OCHA) ha denunciato le operazioni della GHF come un pericoloso e “deliberato tentativo di militarizzare gli aiuti”.

Le recenti rivelazioni del Washington Post, secondo cui il piano del presidente USA Donald Trump di trasformare Gaza in una “riviera del Medio Oriente” è tuttora all’ordine del giorno, indicano in che modo la forza di interposizione potrebbe diventare una realtà.

Il piano, denominato Ricostruzione, Accelerazione e Trasformazione Economica di Gaza (GREAT), vedrebbe il dispiegamento di una forza straniera come parte della gestione fiduciaria decennale sponsorizzata dagli USA sulla Striscia di Gaza. Il contingente sarebbe composto da contractors privati assunti dalla GHF, mentre l’esercito israeliano sarebbe responsabile dell’ “intera sicurezza”. Ciò significherebbe di fatto la continuazione del genocidio e della pulizia etnica dei palestinesi sotto la supervisione di mercenari stranieri.

Non è certo questo il tipo di forza di interposizione che vorrebbero vedere i promotori filopalestinesi dell’idea, ma ad oggi è l’unico realisticamente possibile.

Tutti noi auspichiamo che il genocidio abbia fine e che i palestinesi siano protetti dall’aggressione israeliana fino a che non finisca il suo regime di apartheid, pulizia etnica ed occupazione illegale. Una forza di interposizione avrebbe dovuto essere dispiegata molto tempo fa, quando il movimento sionista per primo iniziò il suo progetto genocida in Palestina nel 1947.

Oggi promuovere l’idea di una forza di interposizione non solo aprirebbe la strada alla realizzazione del piano di Trump, ma distrarrebbe dalla forma di intervento più strategica e incisiva: porre fine alla complicità internazionale e imporre sanzioni a Israele. Questo è ciò che è possibile e realistico. Questo è ciò che gli Stati che vogliono proteggere i palestinesi e difendere i nostri diritti e il diritto internazionale devono e possono fare, senza dipendere da alcun altro soggetto.

Vent’anni fa lanciammo l’appello per il Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) e aprimmo la strada verso le sanzioni. Adesso siamo sul punto di vedere le sanzioni divenire reali e incisive.

L’anno scorso l’Assemblea Generale dell’ONU ha approvato una risoluzione che impegna gli Stati membri a sanzioni parziali ad Israele. Se riusciamo ad attuarla, questo minerà efficacemente la capacità di Israele di continuare ad alimentare la sua macchina genocidaria.

Nel frattempo l’azione del BDS sta avendo effetti. Stiamo cominciando ad essere in grado di interferire nella catena di rifornimento del genocidio. Abbiamo impedito che alcune spedizioni di acciaio e forniture militari raggiungessero gli acquirenti israeliani.

In agosto il presidente della Colombia Gustavo Petro ha emesso un secondo decreto di messa al bando dell’esportazione di carbone a Israele. Poco tempo dopo la Turchia ha annunciato un completo stop a tutti gli accordi commerciali e la chiusura dei suoi porti e aeroporti alle navi e aerei israeliani; il paese era il quinto principale partner di Israele per le importazioni.

Uomini d’affari israeliani stanno ammettendo ai media locali che “ha preso forma una realtà di silenzioso boicottaggio da parte dei fornitori europei e specialmente da parte di Paesi vicini come la Giordania e l’Egitto”.

Se il Sudafrica, il Brasile e la Nigeria interrompessero le forniture di energia ad Israele, questo avrebbe un enorme impatto a breve termine. La Cina potrebbe impedire alle sue imprese di far funzionare il porto di Haifa. Il sud globale ha il potere di bloccare da solo la catena globale di rifornimento del genocidio fermando il continuo flusso di materie prime e componenti.

Anche in Europa alcuni legami di complicità stanno iniziando a sciogliersi. In Olanda cinque ministri, compreso il ministro degli Esteri e il vice Primo Ministro, si sono dimessi dopo che il gabinetto di governo non è stato in grado di concordare sanzioni contro Israele, provocando una crisi di governo. La Slovenia e la Spagna hanno annunciato un embargo delle armi. Le mobilitazioni dei portuali in tutto il Mediterraneo e oltre hanno reso ancor più difficili i trasporti marittimi di materiale militare verso Israele.

Sta crescendo la pressione popolare sui governi perché rispettino i loro obblighi legali e morali ed impongano sanzioni a Israele. Non è il momento di promuovere progetti impossibili o insidiosi che potrebbero fornire loro una scusa per non agire.

Abbiamo visto tutti come Israele abbia fatto a pezzi i piani di Oslo per una soluzione di due Stati. Quegli accordi non sono mai stati niente di più che uno sforzo per far sentire meglio soprattutto l’Europa riguardo al suo ruolo nella nostra espropriazione.

Cerchiamo di non cadere nuovamente nella stessa trappola sostenendo iniziative che consentirebbero soltanto al mondo di sentirsi un po’ meglio riguardo al genocidio di Israele. Concrete pressioni e sanzioni restano le misure più efficaci a disposizione, che l’asse USA-Israele non può manipolare più di tanto.

Rafforziamo concrete iniziative globali multilaterali a supporto della Palestina e del diritto internazionale, come il Gruppo dell’Aja (gruppo di nazioni del sud del mondo creato nel gennaio 2025 per sostenere le sentenze della Corte Internazionale di Giustizia e della Corte Penale Internazionale, ndtr.). Facciamo pressione sugli Stati perché impongano sanzioni e interrompano la catena di rifornimento del genocidio.

Deve esserci una pressione costante fino a quando l’apartheid e il colonialismo di insediamento vengano eliminati tra il fiume Giordano e il mar Mediterraneo.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono agli autori e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Al Jazeera.

*(Attivista BDS e attivista indipendente per i diritti umani. Coordinatore della Campagna del Muro Anti-apartheid)

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Il sogno del Grande Israele sta diventando un incubo regionale

Antony Loewenstein

11 settembre 2025 Middle East Eye

Le manovre dei coloni, sostenute da Netanyahu, stanno trasformando l’ideologia espansionistica in strategia politica, minacciando il Libano, la Siria e oltre, mentre i regimi arabi rispondono con parole vuote

Alla fine del 2024 un piccolo gruppo di coloni israeliani radicali entrò velocemente in Libano e stabilì un avamposto. Il gruppo era guidato dal Movimento Uri Tzafon, un’associazione religiosa sionista che ha organizzato eventi per chiedere l’insediamento ebraico nel Libano meridionale.

Questa visione è condivisa dal movimento dei coloni Nachala. Un video sul loro sito web presenta lo spirito pionieristico degli ebrei che costruiscono, sviluppano e colonizzano la Cisgiordania. Sostenuto da Daniella Weiss, la madrina del progetto di colonizzazione sionista, Nachala sostiene anche l’insediamento ebraico a Gaza, in Libano e oltre.

“L’insediamento ebraico è l’unica cosa che porterà stabilità e sicurezza regionale allo Stato di Israele, insieme a un’economia stabile, resilienza nazionale e deterrenza”, dichiarava nel dicembre 2024 in un post su Facebook.

E continuava: “A Gaza, in Libano, su tutte le alture del Golan compreso l’altopiano siriano e su tutto il monte Hermon”.

Il post includeva una mappa biblica intitolata “Confini di Abramo”, che mostrava Israele, tutto il Libano e gran parte della Siria e dell’Iraq. Sul suo sito web, Nachala spiega che il suo obiettivo è “incoraggiare e aiutare il governo a realizzare il piano ufficiale del Primo Ministro [israeliano] Yitzhak Shamir, che ha gettato le basi per l’insediamento di 2 milioni di ebrei in Giudea e Samaria [Cisgiordania]”.

Probabilmente non ci sono abbastanza ebrei al mondo disposti a vivere nella Cisgiordania occupata, il che apre la possibilità a requisiti di ingresso più permissivi, forse consentendo l’ingresso anche a cristiani evangelici ed ebrei convertiti.

Deliri pericolosi

Se leggere questi deliri vi fa ridere dell’incredibile audacia di un’ideologia fondamentalista dedita alla pulizia etnica di palestinesi e arabi da vaste aree del Medio Oriente, non avete prestato abbastanza attenzione.

Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha recentemente dichiarato a un media israeliano di essere impegnato in una “missione storica e spirituale”. Alla domanda se sostenesse il progetto del “Grande Israele”, ha risposto: “Moltissimo”.

La risposta delle nazioni arabe è stata quasi immediata. Una coalizione di 31 Paesi arabi e islamici e la Lega Araba hanno rilasciato una dichiarazione in cui condannano le affermazioni di Netanyahu definendole “un grave disprezzo e una palese e pericolosa violazione delle norme del diritto internazionale e dei fondamenti di relazioni internazionali stabili”.

Si è trattato di una risposta incredibilmente debole a una politica che minaccia direttamente innumerevoli nazioni arabe. Eppure non sorprende, data la debole reazione dell’élite araba al genocidio israeliano a Gaza.

Gli Stati arabi hanno acquistato il 12% delle vendite di armi israeliane nel 2024. Nessuno dei partner arabi di Israele ha interrotto i rapporti dal 7 ottobre, preferendo rilasciare dichiarazioni sempre più bellicose piuttosto che intraprendere azioni concrete.

All’inizio di questo mese gli Emirati Arabi Uniti hanno avvertito Israele che l’annessione della Cisgiordania avrebbe oltrepassato una “linea rossa” e minato gli Accordi di Abramo. Una tale mossa renderebbe estremamente difficile “l’integrazione regionale” in base al programma sostenuto dagli Stati Uniti.

“Ho una notizia per gli Emirati Arabi Uniti”, ha twittato Mairav ​​Zonszein del Crisis Group [organizzazione indipendente americana pacifista, ndt.] “Israele sta già annettendo la Cisgiordania e ha scarso interesse a dichiarazioni formali. In assenza di un’azione seria e immediata da parte del mondo, la dichiarazione formale sarà solo questo: un timbro sulla realtà”.

L’impero sionista

Israele è oggi la potenza militare dominante in Medio Oriente, sostenuta e armata dall’amministrazione Trump, senza pari rispetto a qualsiasi altro attore regionale. Ogni dittatore arabo lo sa e lo teme, diffidando sia delle rivolte interne che delle ingerenze israeliane.

Anche dopo il recente attacco illegale di Israele contro Hamas in Qatar è difficile immaginare che le autocrazie arabe facciano altro che sbuffare e ansimare. Taglieranno i ponti con Washington e Tel Aviv o smetteranno di acquistarne le armi da offesa?

Ma questa superiorità militare ha ottenuto ben poco a Gaza, se non distruzione di massa e morte. Un rapporto dell’esercito israeliano ha recentemente ammesso che da maggio Israele ha commesso “ogni possibile errore” nella sua offensiva a Gaza.

Tale incompetenza è tipica delle forze armate occidentali che credono che occupare terre straniere otterrà il ringraziamento di una popolazione assediata e una vittoria assoluta. Si pensi a Vietnam, Iraq e Afghanistan.

Israele sta imparando che le sabbie mobili di Gaza lo inghiottiranno completamente perché la sua strategia non è altro che la distruzione di ogni forma di vita.

Sarebbe stupido ignorare il pericolo dell’ideologia del Grande Israele nella regione, data la bellicosità israeliana, il suo esercito armato e sostenuto dall’Occidente e l’assenza di qualsiasi Stato al mondo che sembri disposto o in grado di opporsi.

Cosa impedirebbe davvero a Netanyahu, o a qualsiasi futuro leader israeliano, di costruire insediamenti in Libano o Siria, o di intraprendere avventure militari in Iraq ed Egitto?

A parte un esercito israeliano allo stremo – già logorato da un’ondata di suicidi tra i soldati, dalla stanchezza e dal decadimento morale – un esercito di coloni, molto attivo in Cisgiordania, rappresenta una minaccia esistenziale per i confini arabi tracciati un secolo fa dalle potenze imperialiste.

Israele non si è mai accontentato di fissare i propri confini e ora minaccia apertamente la regione. Forse c’è arroganza, persino spettacolarità, nel desiderio di Israele di espandere lo Stato in un impero sionista.

Ma ignorare questa ambizione è follia visto che Israele crede che i suoi principali oppositori militari, Hezbollah e Iran, siano stati neutralizzati.

Gran parte dei media occidentali continua a dipingere l’Iran, che innegabilmente ha un triste primato di violazioni dei diritti umani, come la principale minaccia per il Medio Oriente. Eppure è il progetto espansionistico di Israele, alimentato da una crescente popolazione di estremisti religiosi, a minacciare popoli ben oltre i palestinesi.

Ascoltate i segnali d’allarme: la teocrazia sionista è in marcia.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye

Antony Loewenstein è un giornalista indipendente, autore di best-seller, regista e co-fondatore di Declassified Australia [associazione di giornalismo investigativo indipendente, ndt.] Ha scritto su Guardian, New York Times, New York Review of Books e molti altri. Il suo ultimo libro è The Palestine Laboratory: How Israel Exports the Technology of Occupation Around the World [Il laboratorio palestinese: come Israele esporta la tecnologia dell’occupazione in tutto il mondo]. Tra i suoi altri libri figurano Pills, Powder and Smoke [Pillole, polvere e fumo], Disaster Capitalism [Il capitalismo dei disastri] e My Israel Question [La mia domanda su Israele]. Tra i suoi documentari figurano Disaster Capitalism e i film di Al Jazeera English West

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Dimenticate il riconoscimento simbolico di uno Stato palestinese: il mondo deve riconoscere l'apartheid israeliano.

Alaa Salama

29 agosto 2025 – +972 Magazine

L’accento sul riconoscimento di uno Stato palestinese crea l’illusione di un’azione concreta, ma ritarda la vera soluzione: sanzionare e isolare il regime israeliano di apartheid.

Mia nonna ha 90 anni. Esiliata due volte, prima da Israele durante la Nakba [la pulizia enica operata dai sionisti nel 1947-49, ndt.], poi dal regime di Assad in Siria, la sua memoria non è più integra. Della sua vita attuale in Svezia conserva solo gli ultimi minuti. Dei decenni passati solo frammenti.

Eppure la sua infanzia a Kfar Sabt, un villaggio palestinese in Galilea spopolato nel 1948, arde di luce propria. Sorride, quasi maliziosamente, mentre ricorda i momenti in cui giocava nei campi, correva con gli altri bambini e spiava un contadino ebreo il cui arrivo improvviso nel villaggio, insieme al rumoroso trattore che lo accompagnava, suscitò curiosità e sospetto.

Sono nato profugo, la famiglia di mia nonna proveniva da Kfar Sabt, quella di mio nonno dal vicino villaggio di Lubya. Oggi a casa mia a Ramallah mi sveglio ogni mattina con la vista di una bandiera israeliana nella vicina colonia di Beit El, un chiaro promemoria sul regime di apartheid che condiziona ogni aspetto della mia vita.

Gli ebrei israeliani che vivono lì votano per un governo che decide dove posso vivere, lavorare e viaggiare, quanta acqua posso ricevere e che tipo di regole e leggi devo o meno osservare. Come milioni di palestinesi, dalla Cisgiordania a Gaza, sono governato da un sistema che mi vede solo come un ostacolo al suo Stato etnico espansionista.

Questa è una realtà che per milioni di persone in tutto il mondo è diventata impossibile da ignorare, soprattutto negli ultimi due anni. Eppure, negli ultimi mesi, invece di riconoscere l’apartheid israeliano o di intraprendere azioni significative per fermare le atrocità a Gaza, un coro crescente di Stati ha deciso di riconoscere qualcos’altro: uno Stato palestinese.

La prima svolta è avvenuta nel maggio 2024, quando Norvegia, Spagna e Irlanda hanno riconosciuto lo Stato di Palestina, questi ultimi due tra i più accesi critici, a parole, della guerra di Israele a Gaza. Ora sta emergendo una seconda ondata, guidata da un’iniziativa di Francia e Regno Unito in risposta ai piani di Israele di prolungare la guerra, a cui si aggiungeranno presto Australia, Canada, Portogallo e Malta.

Sebbene indicativo del crescente isolamento internazionale di Israele, il teatrino politico mondiale del “riconoscimento di uno Stato palestinese” è impossibile da prendere sul serio. Con Israele che procede all’annessione di vaste aree della Cisgiordania, e nel mezzo di un genocidio a Gaza che ha ucciso più di 60.000 palestinesi, è assurdo continuare a sostenere la soluzione dei due Stati come un compromesso ragionevole o pratico.

Ancora più assurda è l’insistenza sul fatto che sia l’unica risposta possibile a ciò che, 77 anni dopo la Nakba, non risolve in alcun modo il problema fondamentale: un regime violento e militarista che pretende l’attuazione di una supremazia nazionale, giuridica ed economica di un popolo sull’altro.

Non sprechiamo altri 30 anni di vite palestinesi dietro il paradigma della partizione – una “soluzione” coloniale a un problema coloniale. Israele ha da tempo chiarito che non accetterà mai uno Stato palestinese; aggrapparsi alla soluzione dei due Stati è una immensa illusione, e ci ha portato solo disperazione.

Ora più che mai i gesti simbolici sono peggio che inutili, poiché offrono al regime più tempo per commettere crimini e tolgono urgenza alle uniche soluzioni che contano: porre fine al genocidio, sanzionare il colpevole, isolare il sistema di apartheid e insistere senza remore sulla parità di diritti e sul diritto al ritorno. Questo non è estremismo. È il minimo indispensabile di giustizia.

C’è già uno Stato, ed è uno Stato di apartheid

Una “soluzione” che non è né giusta né possibile non è un piano di pace, ma un alibi per l’inazione che permetterà a Israele di continuare i suoi massacri, accelerare la sua espansione e consolidare il regime di apartheid. È davvero così che puniamo un regime che ha commesso un genocidio? Offrendogli il dominio completo sulle sue vittime, mentre diamo loro la falsa speranza di poter ottenere uno Stato su meno del 23% della loro patria ancestrale?

E dove sono i palestinesi in tutto questo? Quando è stata l’ultima volta che siamo stati rappresentati democraticamente, o che ci è stato anche solo chiesto quale soluzione avremmo accettato? Come nel 1947, quando il Piano di spartizione delle Nazioni Unite fu elaborato senza il nostro consenso, l’ultima spinta per una soluzione a due Stati è guidata dalle potenze europee, con poco riguardo verso le persone che ne subiranno le conseguenze, con la vita o con la morte.

La Francia rende esplicita la sua arroganza: minaccia Israele di riconoscere uno Stato palestinese, ma insiste perché venga smilitarizzato, continuando a rifornire Israele di armi. Posso sognare un mondo libero da armi letali, ma un trafficante d’armi non può dire alle vittime di un genocidio di deporre le armi.

Nel frattempo Israele urla e sbraita, condannando i riconoscimenti come un “premio al per il terrorismo” e usandoli come pretesto per attuare misure ancora più estreme. A luglio la Knesset ha approvato una risoluzione a sostegno dell’annessione della Cisgiordania, e l’espansione delle colonie continua a ritmo serrato, inclusa la recente approvazione del blocco E1 che, avvertono gli esperti, renderebbe impossibile uno Stato palestinese con una continuità territoriale.

Anche se per miracolo Israele alla fine si ritirasse dalla Cisgiordania e da Gaza, cosa garantirebbe la sicurezza dei palestinesi nel loro nuovo Stato? Quando mai la sovranità ha protetto qualcuno dall’aggressione e dall’espansionismo israeliano? Libano e Siria sono entrambi Stati sovrani con confini riconosciuti a livello internazionale, eppure hanno visto il loro territorio occupato e le loro città bombardate. Una bandiera palestinese alle Nazioni Unite non fermerà la crescita delle colonie, non smantellerà il regime militare né porrà fine alla guerra regionale.

Se i Paesi desiderano riconoscere uno Stato palestinese, che lo facciano, ma non devono fingere che ciò cambi la realtà. Il vero cambiamento inizia con il riconoscimento della verità: qui esiste già uno Stato unico, ed è uno Stato di apartheid. Quindi i Paesi devono agire legalmente, diplomaticamente ed economicamente finché per Israele il costo del mantenimento dell’apartheid non superi i suoi benefici. Finché la mia famiglia non avrà di nuovo un posto da chiamare casa e finché centinaia di comunità palestinesi sfollate non potranno tornare a casa.

Il sionismo ha fallito, non solo perché creare una patria ebraica in Palestina a spese dei palestinesi è sempre stato ingiusto, ma perché la pulizia etnica e ora il genocidio sono sempre stati i suoi logici esiti, atrocità che lasceranno lo Stato ebraico isolato e odiato. E nonostante gli sforzi di Israele, il sionismo ha fallito anche perché i palestinesi continuano a insistere a voler rimanere nella loro patria.

Ciò che permane oggi è un grottesco sistema di apartheid, in cui un popolo gode di pieni diritti e sovranità mentre gli indigeni vengono massacrati, divisi e sottomessi. Potrebbe crollare sotto il peso della sua stessa brutalità, ma non se ne andrà in silenzio, aggrappandosi alla vita con il tipo di violenza che già vediamo scatenarsi a Gaza oggi.

Con il riconoscimento arrivano le responsabilità

Riconoscere Israele come Stato di apartheid è il primo passo necessario verso un futuro che vada oltre l’etnonazionalismo, radicato nell’uguaglianza, nella giustizia e nella libertà per tutti. E non è un fatto simbolico: in base al diritto internazionale l’apartheid è un crimine contro l’umanità.

Lo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale lo definisce come tale, e la Convenzione Internazionale delle Nazioni Unite del 1973 per la repressione e la punizione del crimine di apartheid obbliga gli Stati ad adottare misure legislative, giudiziarie e amministrative per prevenirlo e punirlo. Proprio l’estate scorsa, la Corte Internazionale di Giustizia ha emesso un parere consultivo storico sull’apartheid israeliano, concludendo che l’occupazione e l’annessione dei territori palestinesi da parte di Israele violano il diritto internazionale e chiedendo riparazioni.

Il riconoscimento ufficiale del sistema israeliano come apartheid, anche da parte di una manciata di Stati, porrebbe tali obblighi in primo piano e renderebbe legalmente e politicamente indifendibile il continuo sostegno militare ed economico a Israele. Aprirebbe inoltre la porta a sanzioni, al ritiro delle rappresentanze diplomatiche e al divieto di viaggio per i funzionari che sostengono il sistema.

Cambierebbe anche il discorso pubblico, rendendo la parola stessa “apartheid” inevitabile nel dibattito su Israele, e facendo pressione sulle aziende, sotto la minaccia di boicottaggio, discredito pubblico o rivolta degli azionisti, affinché riconsiderino le loro operazioni in o con Israele. Il precedente esiste: nel caso del Sudafrica dell’apartheid l’attivismo di base, unito alla condanna a livello statale, ha gradualmente costretto le aziende a disinvestire, anche se molte hanno resistito per anni.

Cambierebbe anche il modo in cui i palestinesi sono visti a livello internazionale. Oggi siamo etichettati come “apolidi” o cittadini di uno “Stato di Palestina” virtuale, senza alcun potere reale per proteggerci, privati ​​degli strumenti diplomatici ed economici che la maggior parte delle nazioni dà per scontati. Riconoscere Israele come un regime di apartheid ci riconfigura come vittime di un crimine contro l’umanità, aventi diritto a protezione, e obbliga a fare i conti con l’assurdità di un mondo in cui gli israeliani viaggiano liberamente mentre noi affrontiamo infinite barriere per studiare, lavorare o visitare i familiari all’estero.

Questa non sarà una soluzione magica. Israele combatterà più duramente del Sudafrica per mantenere l’apartheid, poiché è diventato più radicato, alimentato da miti religiosi e appoggiato dal sostegno internazionale. Ma il riconoscimento ci metterebbe almeno sulla strada giusta, sostituendo decenni di finzione con un confronto con la realtà. Anni che potrebbero essere spesi per smantellare il sistema invece che per rafforzare le illusioni.

Kfar Sabt non esiste più. Secondo Palestine Remembered [sito informatico interattivo dedicato ai profughi palestinesi, ndt.] rimangono solo “mucchi e terrazze di pietra” a testimonianza che un tempo lì sorgeva un villaggio. La gente si è dispersa; la terra è inutilizzata, disabitata. Ma Kfar Sabt vive nella mente di mia nonna, nelle storie che racconta e in quelle che io continuerò a raccontare. Vive nella ferita aperta di un popolo a cui è stato negato il ritorno. La mia patria si estende da Ramallah a Kfar Sabt, dal Naqab a Lubya [altro villaggio spopolato e raso al suolo nel 1948, ndt.].

Questo non è un appello all’espulsione o alla guerra; ne abbiamo avuto abbastanza di entrambe. È un appello alla giustizia, perché solo la giustizia può portare la pace e garantire un futuro diverso a tutti i popoli di questa terra, un futuro in cui le storie di mia nonna non siano solo reliquie di un mondo distrutto, ma semi di un mondo ricostruito.

Alaa Salama è il responsabile delle strategie di coinvolgimento dei lettori per +972 Magazine.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




ONU: da gennaio registrati oltre 1000 attacchi israeliani contro i palestinesi in Cisgiordania

Amira Haas

28 agosto 2025 Haaretz

Secondo i rapporti delle Nazioni Unite, che includono solo gli attacchi che hanno provocato morti, feriti o danni alle proprietà, nel 2025 sono stati finora uccisi 11 palestinesi e 696 sono rimasti feriti. I dati indicano una continua tendenza al rialzo nel numero di incidenti violenti da parte di israeliani in Cisgiordania

Nei primi otto mesi di quest’anno le Nazioni Unite hanno registrato oltre 1.000 aggressioni perpetrate da civili israeliani contro palestinesi e le loro proprietà in decine di località in Cisgiordania. Undici palestinesi sono stati uccisi durante questi attacchi mentre cercavano di proteggere le loro case, i greggi di pecore o campi e boschi contro gli aggressori militari e civili. Altri 696 sono rimasti feriti.

Queste cifre attestano la crescente tendenza alla violenza esercitata dai civili israeliani contro i palestinesi dal 2021, anno in cui sono stati documentati 532 casi di questo tipo. Nel 2024 si sono verificati 1.449 simili episodi di violenza, in cui soldati e civili israeliani hanno ucciso 11 palestinesi e ne hanno feriti altri 486.

Tutti questi attacchi sono stati e sono perpetrati in aree sotto la piena responsabilità delle Forze di Difesa Israeliane (IDF), ovvero nelle aree B e C (una definizione che ha diviso arbitrariamente il controllo in Cisgiordania tra le Forze di Difesa Israeliane e l’Autorità Nazionale Palestinese, una divisione che avrebbe dovuto terminare nel 1999). Secondo il diritto internazionale questo significa che l’esercito deve proteggere le popolazioni locali, le loro vite, i loro mezzi di sussistenza e le proprietà.

L’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (UNHCR), che documenta questi attacchi, non include nei suoi rapporti bisettimanali gli attacchi che non si concludono con morti, feriti o danni alle proprietà.

Il dipartimento per gli affari negoziali dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, che documenta tutti gli incidenti legati al controllo israeliano in Cisgiordania (da uccisioni e ferimenti a incursioni, detenzioni, espropriazioni di terreni ed erezione di posti di blocco permanenti o mobili), include nei suoi rapporti anche gli attacchi dei coloni che non si concludano con feriti, e tali attacchi si verificano quotidianamente.

Tra questi rientrano le incursioni [nelle proprietà palestinesi, n.d.t.], le minacce con armi e cani, il blocco delle strade, l’intimidazione dei pastori e il disturbo delle loro greggi, l’impedimento dell’accesso agli uliveti, il bagno – spesso con l’accompagnamento dell’esercito – nelle sorgenti dei villaggi e le molestie agli abitanti.

I dati pubblicati da questo dipartimento indicano anche un netto aumento: a luglio 2021 erano stati registrati 51 attacchi e episodi di molestie di varia intensità da parte di cittadini israeliani mentre a luglio di quest’anno ne sono stati registrati 369. A titolo di confronto, nel luglio di quest’anno l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari ha segnalato 163 attacchi.

Il più grave di questi ultimi attacchi si è concluso con l’uccisione di Awdah Hathaleen del villaggio di Umm al-Kheir. Il presunto assassino è Yinon Levi, un colono di uno degli avamposti della zona. Secondo quanto riportato da palestinesi e organizzazioni israeliane per i diritti umani due giorni fa i coloni hanno allestito roulotte proprio accanto alle case del villaggio, a pochi metri dal luogo in cui si trovava Levi quando ha iniziato a sparare con la sua pistola.

Anche ad agosto si sono verificati decine di attacchi. Solo tra il 12 e il 18 agosto le Nazioni Unite hanno documentato 29 attacchi in 23 comunità della Cisgiordania da parte di civili israeliani contro palestinesi conclusasi con lesioni personali o danni alle proprietà. Undici persone sono rimaste ferite in questi attacchi, nove delle quali da parte dei coloni e due da parte di soldati. Tra i feriti ci sono un uomo anziano, un bambino e tre donne. La documentazione mostra che sono stati danneggiati anche 700 alberi.

I danni agli ulivi e alle aree agricole sono uno degli aspetti più odiosi di tali attacchi. Secondo le prove accumulate nel corso degli anni e documentate da Haaretz in numerose occasioni, i metodi sono vari: includono incendi, tagli, sradicamenti, segatura di rami e, durante la stagione della raccolta delle olive, furto del raccolto. Il danno arrecato pregiudica i ricavi previsti da queste colture. Ogni albero abbattuto o sradicato vanifica anni di lavoro, insieme agli investimenti nelle risorse utilizzate per la loro cura, tra cui acqua e insetticidi.

Gli agricoltori palestinesi sentono una vicinanza emotiva e personale in particolare con i loro ulivi, poiché questi rappresentano la continuità delle generazioni e del loro modo di vivere. Gli alberi sono sia un bene familiare che si trasmette per eredità, sia un simbolo nazionale che attesta l’esistenza di un popolo e il suo legame con la terra. Danneggiare questi alberi non è percepito come vandalismo fine a se stesso, ma come un deliberato intento di cancellare i legami familiari e nazionali delle persone che li possiedono e li coltivano.

Così, quando la scorsa settimana, su ordine del comandante del Comando Centrale delle IDF maggior generale Avi Bluth l’esercito ha sradicato migliaia di ulivi con frutti quasi maturi nel villaggio di al-Mughayyir, lo shock e l’orrore sono stati immensi. Lo sradicamento di massa in pieno giorno è riuscito a fare in due o tre giorni ciò che i civili israeliani “riescono” a fare di nascosto in molti attacchi. Bluth ha presentato questo massiccio sradicamento come la risposta a una sparatoria in cui era rimasto ferito un civile israeliano nei pressi dell’avamposto di Adei Ad; il presunto attentatore proveniva da quel villaggio.

Solo ad al-Mughayyir ci sono stati da gennaio 2023 83 attacchi da parte di civili israeliani. Tra questi l’incendio di auto e case e danni agli alberi. Due abitanti del villaggio che stavano proteggendo le loro case e i loro alberi sono stati uccisi dai soldati nell’aprile 2024 e a metà agosto di quest’anno. Quasi la metà degli attacchi, 39, è stata perpetrata da gennaio di quest’anno. Il numero più alto, 11, si è registrato a maggio.

Secondo B’Tselem almeno 40 comunità di pastori palestinesi hanno dovuto abbandonare le loro residenze negli ultimi tre anni a causa dell’aumento degli attacchi. In molti villaggi si segnala la presenza di israeliani armati che impediscono agli abitanti di raggiungere i loro appezzamenti di terra. I palestinesi affermano che gli aggressori provengono solitamente da avamposti di pastori, che si sono moltiplicati notevolmente negli ultimi anni sia che vi risiedano, che siano in visita o vi lavorino per curare le greggi.

Gli abitanti di questi avamposti si vantano di controllare vaste aree di terreni agricoli e pascoli. Così, ad esempio, in un video pubblicato sui social media questa settimana allo scopo di raccogliere donazioni per questi avamposti, la persona che ha fondato un avamposto a est di al-Mughayyir, Eliav Libi, racconta al rabbino Shmuel Eliyahu che 12 avamposti agricoli ora controllano 90.000 dunam (22.240 acri) tra la catena montuosa centrale e la valle del Giordano.

In un gruppo WhatsApp di sostenitori degli avamposti si possono trovare messaggi come: “Gli arabi riferiscono che degli ebrei festanti hanno incendiato due veicoli nel villaggio di Abu Falah, vicino all’insediamento di Shilo”, oppure “Arabi piagnoni riferiscono che ebrei felici hanno incendiato diversi veicoli nel villaggio di Silwad, vicino all’insediamento di Ofra”. Entrambi sono apparsi il 31 luglio.

Anche i palestinesi hanno gruppi WhatsApp pensati per segnalare in tempo reale attacchi e molestie da parte dei coloni. Lo scorso lunedì mattina uno di questi gruppi ha riferito che un anziano contadino di Halhul è stato picchiato duramente dagli israeliani, che da un mese impediscono alle famiglie di accedere ai loro vigneti. Più tardi nello stesso giorno è stata segnalata la presenza di pastori israeliani con le loro pecore nei vigneti e negli uliveti nei villaggi di Asira al-Qibliya (a sud-ovest di Nablus) e di Atara, a nord di Ramallah.

Quella sera sono stati pubblicati video di due fuoristrada e di un gregge di pecore che invadevano il territorio della comunità di pastori palestinesi di al-Tiran, a sud di Dahariya. Nel 2024 i residenti della vicina Khirbet Zanuta sono stati costretti ad abbandonare le loro case con i loro greggi a causa di molestie simili, sempre più frequenti.

Al portavoce delle IDF è stato chiesto se queste statistiche indichino il fallimento dell’esercito e di commentare la conclusione che gli attacchi sono coerenti con la politica israeliana di accaparrarsi quanta più terra palestinese possibile.

In risposta, il portavoce ha dichiarato: “Le forze delle IDF, l’Amministrazione Civile e la Polizia Israeliana stanno lavorando per prevenire la violenza e mantenere l’ordine pubblico nel settore di Giudea e Samaria. Le IDF prendono molto seriamente, rifiutano e condannano qualsiasi comportamento illegale e agiscono con risolutezza in conformità con gli ordini e i valori delle IDF.

“Le IDF stanno adottando le misure a loro disposizione, inclusi arresti e ordini di espulsione. La missione delle IDF è quella di mantenere la sicurezza di tutti i residenti della regione e di lavorare per prevenire il terrorismo e le attività che mettono in pericolo i cittadini dello Stato di Israele, e questa violenza distoglie l’attenzione delle forze di sicurezza dalla loro missione.”

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Secondo alcune fonti, Israele sta trattando con il Sud Sudan per ricollocarvi i palestinesi da Gaza

Gavin Blackburn

12 agosto 2025 – Yahoo!News (Euronews)

Pare che Israele stia discutendo con il Sud Sudan riguardo la possibilità di ricollocare i palestinesi da Gaza nella martoriata nazione dell’Africa orientale, come parte di un più ampio sforzo di Israele per facilitare una emigrazione di massa dal territorio in larga parte distrutto in seguito ai 22 mesi di offensiva contro Hamas.

Sei persone al corrente in materia hanno confermato all’agenzia di notizie Associated Press che i colloqui hanno avuto luogo, sebbene non sia chiaro fino a che punto siano arrivati.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu afferma che vuole realizzare il progetto del presidente USA Donald Trump di ricollocare buona parte della popolazione di Gaza attraverso quella a cui Netanyahu si riferisce come una “migrazione volontaria.”

Israele ha lanciato simili proposte di ricollocazione con altre nazioni africane, inclusi il Sudan e la Somalia.

I palestinesi, le organizzazioni per i diritti umani e buona parte della comunità internazionale hanno rifiutato le proposte come modello per una espulsione forzata in violazione del diritto internazionale.

Il ministro degli Esteri israeliano ha evitato di commentare e quello del Sud Sudan non ha risposto a domande riguardo i colloqui.

Un portavoce del dipartimento di stato statunitense ha affermato che non si pronuncia su conversazioni diplomatiche private.

Opposizione al ricollocamento

Joe Szlavik, il fondatore di una società lobbystica statunitense che lavora con il Sud Sudan, ha affermato che è stato aggiornato da funzionari sud sudanesi riguardo ai colloqui.

Ha sostenuto che una delegazione israeliana ha in progetto di visitare la nazione per verificare la possibilità di crearvi campi per i palestinesi.

Non c’è una data certa per la visita e Israele non ha risposto subito ad una richiesta di conferma della stessa. Szlavik ha affermato che Israele probabilmente pagherebbe per dei campi provvisori.

Edmund Yakani, che guida un gruppo sud sudanese della società civile, ha affermato di aver parlato anche lui con politici del suo Paese riguardo ai colloqui.

Altri quattro politici al corrente delle discussioni hanno confermato in condizioni di anonimità, perché non sono stati autorizzati a parlarne pubblicamente, che i colloqui hanno avuto luogo.

Due di essi, entrambi egiziani, hanno detto all’Associated Press che avevano saputo da mesi riguardo ai tentativi israeliani di trovare uno Stato che accetti i palestinesi, inclusi i contatti con il Sud Sudan. Essi hanno detto di aver fatto pressioni sul Sud Sudan contro il trasferimento dei palestinesi.

L’Egitto si è fortemente opposto al piano di trasferire i palestinesi fuori da Gaza, con cui condivide il confine, temendo un ingresso di rifugiati nel proprio territorio.

Da una zona di conflitto ad un’altra

Molti palestinesi potrebbero voler lasciare temporaneamente Gaza per scappare dalla guerra e dalla mancanza di cibo che sconfina nella carestia.

Ma essi hanno fermamente rifiutato un ricollocamento permanente da quella che vedono come parte integrale della propria terra natale.

Essi temono che Israele non permetterebbe loro di rientrare mai più e che una partenza di massa consentirebbe ad Israele di annettere Gaza e ricostruire lì colonie ebraiche, come chiesto dai ministri di estrema destra del governo israeliano.

Inoltre è improbabile che anche i palestinesi che vorrebbero lasciare Gaza intendano andare in Sud Sudan, una delle nazioni più instabili e conflittuali del mondo.

Il Sud Sudan ha lottato per riprendersi da una guerra civile che è scoppiata dopo aver ottenuto l’indipendenza, che ha ucciso 400.000 persone e che ha precipitato parti della nazione in una carestia.

Il paese, ricco di petrolio, è afflitto dalla corruzione e si affida agli aiuti internazionali per nutrire i suoi 11 milioni di abitanti, una sfida che non ha fatto che crescere da quando l’amministrazione Trump ha tagliato radicalmente l’assistenza estera.

Un accordo di pace raggiunto sette anni fa è stato fragile e parziale e la minaccia di una guerra è tornata ad affacciarsi quando all’inizio di quest’anno il principale capo dell’opposizione Riek Machar è stato messo agli arresti domiciliari.

In particolare i palestinesi potrebbero non sentirsi i benvenuti. La lunga guerra per l’indipendenza dal Sudan ha contrapposto il sud in maggioranza cristiano e animista al nord prevalentemente arabo e musulmano.

Yakani, dell’organizzazione della società civile, ha affermato che i sud sudanesi avrebbero bisogno di sapere chi starebbe per arrivare e quanto tempo penserebbero di rimanere, oppure potrebbero esserci delle ostilità dovute a “questioni storiche con i musulmani e gli arabi.”

Il Sud Sudan non dovrebbe diventare una discarica di persone,” ha affermato. “E non dovrebbe accettare di prendere persone come pedine di scambio per migliorare le relazioni internazionali.”

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Anas al-Sharif è stato assassinato perché era la voce di Gaza

Soumaya Ghannoushi

11 agosto 2025Middle East Eye

Uccidendo cinque giornalisti di Al Jazeera Israele spera di nascondere il suo genocidio al mondo. Invece lo mette ancora più in luce

Lo hanno ucciso nel luogo in cui i feriti si aggrappano alla vita.

Fuori dall’ospedale al-Shifa di Gaza City, l’esercito israeliano ha assassinato i corrispondenti di Al Jazeera Anas al-Sharif e Mohammed Qreiqeh, insieme ai cameraman Ibrahim Zaher, Mohammed Noufal e Moamen Aliwa, in un bombardamento diretto alla loro tenda di giornalisti.

Non si è trattato di un incidente di guerra. È stato un attacco di precisione: la deliberata cancellazione di giornalisti che non smettevano di dire la verità.

Sharif era un giovane palestinese di Jabalia, nel nord di Gaza. Aveva seguito la guerra per 22 mesi. Il suo unico “crimine” è stato quello di rifiutarsi di voltare le spalle, insistendo nel denunciare la realtà del genocidio: le uccisioni senza fine, la distruzione calcolata di ogni soffio di vita. Lavorava senza sosta.

Nato nel 1996, Sharif aveva tre anni quando iniziò la Seconda Intifada; ne aveva 10 quando Israele bloccò Gaza per la prima volta, 12 quando scoppiò la guerra di Gaza del 2008 [l’operazione militare israeliana Piombo Fuso, ndt.] e 18 durante l’attacco del 2014 [l’operazione Margine Protettivo, ndt.].

Ne aveva solo 28 quando domenica Israele infine lo ha ucciso. La sua vita è stata segnata da guerre, ognuna più mortale della precedente.

Per 22 mesi, i reportage di Sharif sono entrati in milioni di case in tutto il mondo arabo. Più che un giornalista, è diventato un testimone fidato. Il suo pubblico conosceva il suo dolore tanto quanto conosceva la sua voce: l’uccisione di suo padre da parte del fuoco israeliano e la separazione da sua madre, sua figlia Sham, suo figlio piccolo Salah – nato durante il genocidio – e sua moglie Bayan.

Lo abbiamo seguito sui fronti più feroci nel nord di Gaza, dove ha lavorato in mezzo ai bombardamenti e alla fame senza mai piegarsi, senza mai farsi zittire.

“Sei la nostra voce”

Sharif ha colmato il vuoto lasciato dai colleghi già assassinati, tra cui Ismail al-Ghoul di Al Jazeera, ucciso dal fuoco israeliano. Un altro collega, Wael Dahdouh, ha continuato a fare reportage dopo che sua moglie, i suoi figli e suo nipote erano stati massacrati, ma in seguito ha lasciato Gaza per curarsi dalle ferite di guerra.

Sharif ha ereditato la loro missione: raccontare la storia di Gaza mentre il mondo cerca di distogliere lo sguardo. Ora, con l’uccisione di Sharif e dei suoi quattro colleghi, Israele ha annientato l’intera troupe di Al Jazeera a Gaza City.

Ricordiamo il giorno in cui è scoppiato a piangere in diretta, con la voce tremante mentre guardava una donna crollare per la fame, e un passante gridare: “ Continua, Anas, sei la nostra voce”.

Ricordiamo il giorno di gennaio in cui in diretta si è tolto il gilet da giornalista per annunciare un cessate il fuoco, un breve respiro dopo un massacro senza sosta. Lo ricordiamo mentre a Gaza veniva sollevato sulle spalle dai palestinesi che gli erano grati, celebrato per il suo coraggio.

Per tutto questo è diventato il nemico giurato di uno Stato genocida. L’intelligence israeliana lo ha minacciato apertamente. Prima l’uccisione di suo padre, dopo che Sharif aveva dichiarato di aver ricevuto telefonate dall’esercito israeliano che lo avvertiva che sarebbe stato punito se non avesse interrotto la sua copertura mediatica. Era un avvertimento macchiato di sangue. Poi sono arrivate le uccisioni dei suoi colleghi.

Infine la minaccia è stata messa in atto: il suo corpo e quelli dei suoi quattro colleghi sono stati fatti a pezzi da un attacco di droni israeliani, come in migliaia di altri omicidi a Gaza, in Libano e in Siria.

Avichay Adraee, il portavoce più astioso di Israele, lo ha preso di mira per nome. Alla fine del mese scorso il Comitato per la Protezione dei Giornalisti ha avvertito: “Le ultime accuse infondate rappresentano il tentativo di creare consenso per l’uccisione di Al-Sharif”. Adraee è il nuovo Joseph Goebbels, armato di social media invece che di radio, che indica i bersagli da uccidere con un sorrisetto.

Sharif ha visto amici e colleghi uccisi a colpi d’arma da fuoco davanti ai suoi occhi. Ha trasportato le loro bare, poi è tornato al lavoro con la polvere della sepoltura ancora sulle mani. Ha tratto forza da Shireen Abu Akleh, uccisa da Israele a Jenin nel 2022. Lei era cristiana; lui era musulmano. Israele non fa distinzioni quando muove guerra alla verità.

Se Israele avesse voluto, avrebbe potuto arrestarlo. La posizione di Sharif era sempre nota. Non aveva armi. Lavorava spesso in vista dei posti di blocco israeliani. Ma non sono venuti per arrestarlo; sono venuti per ucciderlo.

C’è stata anche una preparazione. La guerra del Primo Ministro Benjamin Netanyahu contro Gaza si trascina da 22 mesi senza raggiungere i suoi obiettivi dichiarati, se non l’uccisione di massa di civili e la distruzione delle fondamenta della vita. La sua coalizione si sta sfilacciando. Ora, con l’approvazione del governo, si sta mobilitando l’invasione finale di ciò che resta di Gaza: la fase culminante della pulizia etnica. Tale campagna sarà più facile se non ci saranno più giornalisti a testimoniare. Sharif e i suoi colleghi erano troppo pericolosi per la sua propaganda. La prossima fase, secondo le intenzioni del governo israeliano, si svolgerà nell’oscurità.

Massacri sotto gli occhi di tutti

A poche ore dall’uccisione di Sharif, l’esercito israeliano ha rilasciato una dichiarazione non di pentimento, ma di orgoglio, vantandosi dell’omicidio, diffamandolo come “terrorista” e producendo “prove” troppo comode da verificare.

È il trucco più antico dell’assassinio di Stato: uccidere il giornalista, poi assassinare il suo nome. E ancora ci viene chiesto di credere che un uomo che ha trascorso più di 670 giorni a fare il corrispondente in diretta per un’emittente internazionale di notizie stesse segretamente comandando una cellula militante, tra le riprese di ospedali bombardati e la sepoltura di bambini.

Alcuni media generalisti hanno ripetuto la diffamazione, proprio come avevano ripetuto le bugie di Netanyahu poche ore prima, negando la fame a Gaza e incolpando Hamas della distruzione fatta da Israele. Parole smentite dai reportage internazionali, eppure trasmesse senza vergogna.

Sharif sapeva che questo poteva essere il suo destino. Qualche mese fa ha scritto il suo addio: “Se queste parole vi giungono, sappiate che Israele è riuscito a uccidermi e a mettere a tacere la mia voce… Vi affido la Palestina, il gioiello della corona del mondo musulmano, il cuore pulsante di ogni persona libera in questo mondo. Vi affido il suo popolo, i suoi figli innocenti e oppressi che non hanno mai avuto il tempo di sognare o di vivere in sicurezza e pace. I loro corpi puri sono stati schiacciati sotto migliaia di tonnellate di bombe e missili israeliani, fatti a pezzi e scagliati sui muri”.

Uccidendo Sharif e i suoi colleghi l‘obiettivo di Israele non era solo quello di nascondere la verità sui massacri, ma di prenderlo di mira personalmente, di spezzare lo spirito dei palestinesi di Gaza, consapevole del loro attaccamento a lui, della loro fiducia in lui, del loro orgoglio per il suo coraggio.

Ma questo piano fallirà. La sua morte non spezzerà la volontà di Gaza. Renderà solo la sua gente più determinata a seguire la sua strada.

C’è un video di Sharif con la figlia Sham, seduti vicino, sorridenti mentre Anas le chiede: “[Il presidente degli Stati Uniti Donald] Trump vuole che lasciamo Gaza. Vuoi che ce ne andiamo? … In Qatar? In Giordania? In Egitto? In Turchia?”. Lei scuote la testa a ogni nome. “Perché?” chiede lui. La sua risposta è semplice: “Perché amo Gaza”. La stringe tra le braccia, con la tenerezza di un padre che sa che quella sua risposta è la stessa che batte nel suo cuore.

Lo hanno portato sulle spalle proprio come allora avevano portato Abu Akleh, mentre i soldati israeliani cercavano di buttare a terra la sua bara. Con quel gesto hanno giurato che sorgeranno migliaia di altri custodi di una verità che nessun proiettile può uccidere.

L’uccisione di Sharif non è la fine. È la cancellazione di un testimone prima che si alzi il sipario su ciò che verrà dopo: massacri pianificati sotto gli occhi di tutti, approvati da alleati stranieri, per cacciare gli ultimi sopravvissuti di Gaza dalla loro terra.

Il sangue di Sharif non è solo un fardello per Israele. Macchia le mani di ogni governo che ha distolto lo sguardo; di ogni redazione che ha fatto eco al copione dell’assassino; di ogni leader che ha armato la mano che ha mirato al suo cuore.

Scorre tra le dita di tutti coloro che hanno visto – più e più volte – Israele dare la caccia ai giornalisti di Gaza, e non hanno fatto altro che oscurare l’obiettivo.

Non si è trattato solo dell’uccisione di un uomo. È stata zittita una voce di cui il mondo aveva bisogno.

Ed è stato reso possibile da un coro di ciechi, da un mondo che ha permesso a Israele di massacrare un giornalista dopo l’altro e di cavarsela senza conseguenze.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Soumaya Ghannoushi è una scrittrice britannico-tunisina esperta di politica mediorientale. I suoi articoli giornalistici sono apparsi su The Guardian, The Independent, Il Corriere della Sera, aljazeera.net e Al Quds. Una selezione dei suoi scritti è disponibile su: soumayaghannoushi.com.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Moschea di Al-Aqsa: i palestinesi hanno ancora una volta ragione mentre Israele intensifica le violazioni

Abed Abou Shhadeh

5 agosto 2025 – Middle East Eye

Il governo di Netanyahu sta sfruttando l’impunità globale per riformulare demografia e geografia dal fiume al mare, inclusa la Moschea di Al-Aqsa.

C’è qualcosa di profondamente inquietante nel modo in cui i diplomatici arabi e occidentali continuano a liquidare le dichiarazioni politiche israeliane come mera retorica.

Altrettanto sconcertante è la misura in cui i politici israeliani si sono dimostrati onesti ed espliciti riguardo alle loro intenzioni.

Ora, a 21 mesi dall’inizio del genocidio israeliano a Gaza, possiamo guardare indietro e vedere come Israele abbia, passo dopo passo, attuato quasi tutte le promesse fatte l’8 ottobre 2023, e il mondo è rimasto a guardare mentre intere città venivano cancellate dalla faccia della terra.

Con il passare del tempo il consenso globale si è spostato verso il riconoscimento che ciò che sta accadendo a Gaza è una campagna di sterminio anche per mezzo della fame, ma solo dopo che la catastrofe si è verificata.

Eppure mentre il mondo guarda questo orrore in corso Israele continua a insistere.

Azioni unilaterali

Per limitarci all’ultimo mese la Knesset israeliana ha approvato un disegno di legge simbolico ma politicamente significativo che approva di fatto l’annessione della Cisgiordania. In seguito a fine luglio il Ministero della Difesa ha trasferito il controllo amministrativo della Moschea Ibrahimi di Hebron, la seconda moschea più grande della Palestina, dal Waqf palestinese e dalle autorità locali al Consiglio religioso di Kiryat Arba.

A partire dal Protocollo di Hebron del 1997, parte degli Accordi di Oslo II, le autorità palestinesi, in particolare il Waqf islamico e il Comune di Hebron, erano responsabili delle questioni civili relative alla sezione musulmana della moschea, comprese le infrastrutture di sicurezza, l’elettricità, i servizi igienici e i sistemi di sorveglianza, mentre le forze israeliane controllavano la sicurezza e l’accesso degli ebrei.

Tuttavia, questi vincoli amministrativi e legali, che in precedenza avevano impedito alle autorità israeliane di modificare le strutture di gestione o apportare modifiche fisiche senza il consenso palestinese, sono stati aggirati o rimossi dall’Amministrazione Civile dell’esercito israeliano. Questo cambiamento apre la strada a cambiamenti unilaterali, tra cui progetti di costruzione e controllo da parte dei coloni, ed è ampiamente condannato come una violazione del diritto internazionale e del consolidato accordo sullo status quo del sito.

Nel fine settimana coloni ebrei, sotto la stretta sorveglianza della polizia, hanno preso d’assalto il complesso della Moschea di Al-Aqsa in numero senza precedenti. Guidati dal Ministro della Sicurezza Nazionale di estrema destra Itamar Ben Gvir che ha poi guidato riti di preghiera all’interno del complesso stesso.

Si è trattato dell’ottava incursione di questo tipo dall’inizio del genocidio e dell’undicesima dalla sua nomina, laddove in passato la polizia aveva limitato l’accesso dei visitatori ebrei alla piazza orientale e li aveva trattenuti dall’effettuare riti religiosi.

Sebbene secondo le autorità religiose ebraiche ufficiali vi sia il divieto di ingresso degli ebrei nel complesso della Moschea di Al-Aqsa e nonostante l’accordo di status quo instaurato dopo l’occupazione di Gerusalemme nel 1967 – che proibisce agli ebrei di pregare in quel luogo e ne lascia l’amministrazione nelle mani del Waqf islamico, consentendo solo ai musulmani di pregarvi – questa volta ai coloni ebrei è stato consentito l’accesso all’intero complesso e di pregare liberamente.

Ciò che ha reso questa visita ancora più significativa è stata la dichiarazione di Ben Gvir durante la sua marcia verso la moschea in occasione di Tisha B’Av, il giorno di lutto ebraico per la distruzione del Primo e del Secondo Tempio. Infatti ha dichiarato che quel giorno non avrebbe dovuto essere solo un giorno di dolore, ma di “costruzione” – la costruzione del Terzo Tempio.

Questa dichiarazione è arrivata solo pochi mesi dopo che il Primo Ministro Benjamin Netanyahu aveva pubblicato un video dai tunnel scavati sotto la Moschea di Al-Aqsa, un progetto decennale che i palestinesi hanno ripetutamente avvertito minacciare le fondamenta strutturali della moschea: hanno collegato l’erosione e i danni visibili agli scavi israeliani in corso.

Avvertimenti palestinesi inascoltati

Ciò che è ancora più frustrante è la noncuranza internazionale e araba per ciò che i palestinesi dicono e paventano.

Più volte i palestinesi hanno messo in guardia dalle intenzioni israeliane, soprattutto riguardo alla Moschea di Al-Aqsa, e più volte i loro avvertimenti sono stati respinti come infondati.

E ora, come si evince dal comunicato stampa del Governatorato di Gerusalemme che afferma: “Oggi la divisione spaziale della Moschea di Al-Aqsa è apertamente e pericolosamente iniziata; mettiamo in guardia contro una guerra di religione nella regione”, i palestinesi avevano tragicamente ragione .

Per decenni i palestinesi hanno avvertito che Israele intendeva modificare lo status della moschea di Al-Aqsa. Oggi questo si sta verificando sotto i nostri occhi e siamo testimoni di questi cambiamenti.

Nonostante tutti questi sviluppi, negli ambienti diplomatici internazionali persiste un atteggiamento noncurante basato sul falso presupposto che le azioni di Israele siano esagerate o poco serie. Eppure ogni anno porta con sé un nuovo livello di trasgressione. Mentre un tempo la polizia proibiva la preghiera ebraica all’interno del complesso della moschea, oggi è il ministro responsabile della polizia a guidarla personalmente.

Il genocidio a Gaza ha dimostrato che Israele non solo è capace di atrocità di massa, ma è anche incoraggiato dall’impunità globale. Negli ultimi 21 mesi, Israele ha violato centinaia, se non migliaia, di leggi e convenzioni internazionali.

A parte gli Stati Uniti, a nessun altro Paese sarebbe permesso comportarsi come Israele. Persino la Russia, a causa dell’invasione dell’Ucraina, rimane sottoposta a pesanti sanzioni nonostante la sua importanza economica ed energetica per l’Europa.

Eppure Israele, nonostante le proteste globali e l’enorme indignazione pubblica, continua a godere del sostegno occidentale e arabo mentre prosegue il genocidio.

La brutalità ricompensata

I paesi occidentali continuano a fornire armi a Israele. I regimi arabi stanno sempre più esplorando la normalizzazione [dei rapporti con Israele, n.d.t.] in quella che può essere interpretata solo come una ricompensa per la brutalità di Israele.

Questa realtà richiede una ridefinizione della strategia dei palestinesi: che aspetto ha il potere nel XXI secolo e come possiamo affrontare un mondo in cui il genocidio non è punito ma incentivato?

Israele sta ora perseguendo un piano concepito da lungo tempo: il trasferimento di massa dei palestinesi da Gaza. L’unico elemento mancante è uno o più paesi ospitanti disponibili.

Dall’inizio della guerra Israele ha apertamente proposto questo piano e, dopo l’approvazione dell’idea da parte del presidente degli Stati Uniti Donald Trump durante la sua presidenza, ha investito risorse per realizzarlo.

La convinzione che Israele fallirà senza incontrare resistenza non è altro che un’illusione. L’inviato speciale di Trump in Medio Oriente, Steve Witkoff, ha visitato di recente Israele e Gaza e ha dichiarato che “non c’è carestia a Gaza”, nonostante soldati e operatori umanitari americani segnalino fallimenti catastrofici sul campo.

Lo stesso inviato continua a sostenere la cosiddetta Gaza Humanitarian Foundation (GHF), l’organizzazione controllata da Israele che gestisce i flussi umanitari, nonostante le prove schiaccianti della sua complicità.

Gli sviluppi sul campo non fanno che riaffermare che il popolo palestinese è solo in questa lotta: costretto a confrontarsi con uno Stato a cui non si applica il diritto internazionale, uno Stato capace di commettere genocidio anche mediante la fame con il sostegno dei governi occidentali

Israele sta ora sfruttando la situazione per modificare la demografia e la geografia del territorio dal fiume al mare e verosimilmente anche all’interno della moschea di Al-Aqsa.

È vero che Israele non è riuscito a raggiungere tutti i suoi obiettivi e continua a pagare un prezzo sotto forma di vite umane e instabilità sociale. Sono convinto che l’opinione pubblica internazionale finirà in futuro per tradurre la sua indignazione in azioni politiche. Ancora più importante, lo scopo di questo articolo non è dire “ve l’avevamo detto”, ma di avvertirvi: se il mondo continuerà a ignorare le dichiarazioni dei politici israeliani, questi non si fermeranno al genocidio di Gaza.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti) 




La persona più pacifica: Umm Al-Khair piange l’attivista assassinato da un colono israeliano

Basel Adra, Yuval Abraham e Oren Ziv
29 luglio 2025- +972 Magazine

Contrariamente al racconto del colono, le testimonianze oculari e l’analisi dei filmati mostrano che Awdah Hathaleen è stato assassinato a sangue freddo.

Ieri sera [lunedì 28 luglio] un colono israeliano ha ucciso a colpi d’arma da fuoco l’attivista palestinese Awdah Hathaleen nella sua comunità di Umm Al-Khair, nella Cisgiordania meridionale occupata. Noto a molti attivisti internazionali e diplomatici stranieri per la sua ferma resistenza non violenta alla pulizia etnica israeliana delle comunità palestinesi di Masafer Yatta, il trentunenne è stato gravemente ferito da un proiettile che gli ha trapassato un polmone ed è morto prima di raggiungere l’ospedale.

Anche il presunto assassino di Hathaleen, Yinon Levi, è ben noto ai palestinesi e agli attivisti della regione. Fondatore dell’avamposto coloniale di Meitarim Farm e proprietario di un’impresa di movimento terra regolarmente incaricata dalle autorità israeliane di demolire proprietà palestinesi, Levi è stato più volte protagonista di violenti attacchi a comunità palestinesi con l’obiettivo di cacciarle dalle loro terre, tra cui Khirbet Zanuta, uno dei numerosi villaggi i cui abitanti sono stati espulsi dai coloni nelle prime settimane della guerra di Gaza.

Levi ha ricevuto sanzioni dall’UE, dal Regno Unito, dalla Francia e dal Canada; anche l’amministrazione Biden lo ha sanzionato l’anno scorso, ma il presidente degli Stati Uniti Donald Trump subito dopo il suo ritorno in carica ha revocato tutte le sanzioni ai coloni israeliani.

Levi ha affermato di aver aperto il fuoco a Umm Al-Khair perché sarebbe stato aggredito da “decine di rivoltosi” che lanciavano pietre, e Honenu, un’organizzazione di estrema destra che gli fornisce supporto legale, ha descritto l’incidente come un tentativo di “linciaggio”. Un portavoce dell’insediamento coloniale di Carmel, per conto del quale sembra che Levi stesse svolgendo lavori di scavo, ha affermato che “se lui non si fosse difeso sarebbe potuto finire con l’omicidio di un ebreo.”

Tuttavia un’analisi di circa 20 video dell’incidente da parte di +972 e Local Call [versione in ebraico di +972, ndt.] chiarisce che sono stati i coloni ad attaccare gli abitanti palestinesi, non il contrario.

I dettagli del filmato mostrano che la sparatoria è avvenuta alle 17:29. Quattro minuti prima Levi era entrato in un terreno privato palestinese a Umm Al-Khair, accompagnato dal conducente di un escavatore. L’autista ha travolto gli ulivi, distrutto la recinzione del villaggio e la conduttura principale dell’acqua e ha tentato di investire il cugino di Hathaleen, Ahmad, colpendolo alla testa con il braccio dell’escavatore e facendogli perdere i sensi. Solo allora diversi altri abitanti hanno iniziato a lanciare pietre contro l’escavatore.

La ruspa non ha percorso la strada asfaltata, è entrata nella proprietà privata della nostra famiglia, che avevamo recintato e coltivato ad ulivi”, ha raccontato Alaa, cugino di Hathaleen, a +972 e Local Call. “Abbiamo cercato di dire loro in modo pacifico di fermarsi, ma non ci hanno ascoltato. Alcuni abitanti hanno cercato di mettersi davanti all’escavatore per bloccarlo, ma questo ha travolto la recinzione e ha usato il [braccio] per colpire Ahmad. La gente [ha lanciato pietre] per difendersi”.

Secondo le immagini del filmato le pietre lanciate dagli abitanti palestinesi non hanno colpito Levi, che si trovava a diversi metri di distanza dalla pala meccanica . Ma poco dopo Levi è corso verso di loro, ha colpito alla testa con il calcio della pistola un palestinese che lo stava filmando e ha sparato due colpi in direzione delle case del villaggio.

Sei testimoni oculari hanno confermato a +972 e Local Call che l’assassino era Levi; a parte lui e il conducente dell’escavatore, che non ha sparato, non erano presenti altri coloni.

Un’analisi dei video, che catturano il momento della sparatoria da tre diverse angolazioni, incrociata con una visita sul posto effettuata oggi, indica che il primo colpo di Levi ha colpito Hathaleen mentre cercava di documentare l’accaduto e si trovava a 35 metri di distanza sul campo da basket all’interno del centro comunitario del villaggio. Il secondo proiettile era diretto verso un folto gruppo di persone, tra cui almeno quattro bambini piccoli, ma non ha colpito nessuno.

“Tre quarti delle persone contro cui ha sparato erano minori”, ha detto a +972 e Local Call Connor Reese, un volontario internazionale che attualmente vive nella zona e ha assistito all’attacco. Ha sparato verso il parco giochi”.

Tynan Kavanaugh, un altro volontario internazionale e studente di medicina all’Università di Limerick, è corso verso il punto in cui Hathaleen era stato colpito e ha cercato di prestargli i primi soccorsi. “Ho visto che era stato colpito al torace”, ha raccontato. “Il polso non era rilevabile, quindi gli abbiamo praticato la rianimazione cardiopolmonare”.

“Abbiamo portato Awdah all’ingresso dell’insediamento e abbiamo implorato [i coloni] di evacuarlo con un’ambulanza”, ha spiegato Alaa. Un’ambulanza è arrivata e Hathaleen è stato trasportato al Soroka Medical Center nella città di Be’er Sheva, nel sud di Israele, dove all’arrivo ne è stato constatato il decesso.

Dopo l’incidente, secondo quattro testimoni oculari e in base alle riprese video, Levi è rimasto nella zona mentre arrivavano i soldati israeliani e ha indicato quali palestinesi voleva che arrestassero. Secondo Haaretz, un attivista israeliano-americano presente sul posto ha dichiarato che “Levi gli ha detto di essere ‘felice’ di aver ucciso [Hathaleen]”. I soldati hanno arrestato cinque abitanti di Umm Al-Khair, quattro dei quali al momento della stesura di questo articolo sono ancora detenuti in Israele.

Anche Levi è stato arrestato e portato oggi [29 luglio] davanti a un giudice a Gerusalemme, non con l’accusa di omicidio [volontario, ndt.], ma di omicidio colposo dovuto ad imprudenza. In tribunale il suo avvocato ha sostenuto che non ci sarebbero prove che i colpi da lui sparati abbiano colpito Hathaleen e che quest’ultimo si trovava troppo lontano (ha affermato, erroneamente, che la distanza fosse superiore a 50 metri) per poter essere stato colpito da un proiettile della pistola di Levi. Il giudice ha deciso di porre Levi agli arresti domiciliari, in attesa di ulteriori procedimenti.

“Per un essere umano come Awdah dovremmo piangere tutti”

Hathaleen collaborava con +972 Magazine dal 2021 e le riprese da lui girate sono apparse nel documentario premio Oscar “No Other Land”. I tre autori di questo articolo, due dei quali hanno co-diretto il film, lo conoscevano personalmente. Basel, anche lui residente a Masafer Yatta, lo considerava un fratello e fatica a credere che se ne sia andato.

Oltre a essere un attivista, Hathaleen era un insegnante di inglese e padre di tre bambini piccoli. All’inizio di quest’anno, era stato invitato a parlare in diverse sinagoghe e altre organizzazioni ebraiche negli Stati Uniti, ma il suo visto è stato revocato al suo arrivo.

“C’è così tanto da dire su Awdah”, ha detto oggi Alaa, cugino di Hathaleen, ai giornalisti a Umm Al-Khair. “Aveva il cuore più gentile e generoso che avreste mai potuto conoscere nella vostra vita. È una persona che ha servito la sua comunità in modo straordinario, più di chiunque altro. Ogni singolo giorno si è impegnato per i nostri diritti. Ha pagato per questo servizio con il suo sangue, e ora con la sua vita.

La sue frasi più ricorrenti erano: ‘Voglio vivere in pace. Voglio crescere i miei figli in pace. Non voglio che vivano l’occupazione. Non voglio che soffrano come me’. Vogliamo solo vivere con la nostra dignità, libertà e diritti, senza soffrire. Quando finirà tutto questo?”

Nel 2022 lo zio di Hathaleen, Haj Suleiman, fu travolto con conseguenze letali da un carro attrezzi della polizia israeliana entrato a Umm Al-Khair per confiscare auto non registrate. Icona della resistenza non violenta nella regione per diversi decenni, la sua uccisione fu compianta non solo dall’intero villaggio, ma da migliaia di persone giunte da tutta la Cisgiordania per il suo funerale.

“Viviamo in costante pericolo”, scrisse Hathaleen mentre dopo l’incidente suo zio lottava ancora tra la vita e la morte. “In qualsiasi momento, mentre svolgiamo le nostre attività quotidiane, potremmo ritrovarci a perdere un arto o a rimanere paralizzati per sempre.” Dopo la morte di Haj Suleiman per le ferite riportate, avvenuta pochi mesi dopo, Hathaleen aiutò a dipingere un murale in suo onore, che ora adorna la facciata del centro comunitario del villaggio.

Stamattina gli abitanti hanno allestito una tenda funebre fuori dallo stesso centro comunitario per onorare Hathaleen. La pozza di sangue fuoriuscito dal petto di Hathaleen dopo l’impatto del proiettile era circondata da pietre e nascosta dietro delle sedie, ma alcuni parenti si sono seduti di fronte, con gli occhi pieni di lacrime.

Questo pomeriggio è intervenuto l’esercito israeliano e ha ordinato agli abitanti di smantellare la tenda, minacciando di rimuoverla con la forza. Come tutti i villaggi palestinesi in questa parte della Cisgiordania, Israele si rifiuta di rilasciare permessi di costruzione per Umm Al-Khair e demolisce regolarmente qualsiasi nuova costruzione.

Sembra che ora l’esercito abbia deciso che questo divieto totale di costruzione si estenda anche all’erezione di lapidi: oggi i soldati hanno detto ai familiari di Hathaleen che il suo corpo non verrà consegnato finché non accetteranno di non seppellirlo all’interno del villaggio. Successivamente i soldati hanno usato granate stordenti per cacciare amici e attivisti giunti a Umm Al-Khair per porgere le condoglianze.

Il cugino di Hathaleen, Eid, che si era recato con lui negli Stati Uniti all’inizio di quest’anno prima che i loro visti venissero revocati, lo ha descritto come un convinto sostenitore della resistenza non violenta e come un eccezionale calciatore. “Mi dispiace molto per aver perso il mio amico, il ragazzo cresciuto insieme a me”, ha detto. “Io ho 42 anni, lui ne aveva 31. Lo conosco da quando ero bambino. Era un attivista per i diritti umani, una persona che amava tutti”.

L’anno scorso, dopo un’ondata particolarmente brutale di demolizioni israeliane a Umm Al-Khair, Hathaleen ha riflettuto su come l’occupazione condanni i palestinesi a un trauma multigenerazionale. “In mezzo a tutta questa ingiustizia spesso ci sentiamo dimenticati, persi o senza speranza”, ha scritto. “A volte ci chiediamo: perché gli israeliani ci vedono come terroristi e nemici? Perché il mondo non agisce per ottenere giustizia per i palestinesi?

“Ma il più delle volte ci sentiamo stanchi”, ha continuato. “Gli attacchi, i raid, le demolizioni: ci pensiamo continuamente. Dico sempre che vorrei che il destino non ci avesse portati fino a questo punto. Ma ora siamo bloccati qui; non c’è modo di andarcene.”

“Hanno sparato ad Awdah, l’uomo della resistenza pacifica”, si lamentava oggi Alaa. “Un insegnante, un padre, un cugino, un marito. Tre figli rimasti senza padre. Questo è quanto soffriamo ogni giorno.

“Per Awdah gli uomini dovrebbero piangere con le donne”, ha continuato. “Per un essere umano come Awdah, dovremmo piangere tutti. Abbiamo perso Awdah, la persona più umana di chiunque altro. La persona più pacifica. Più pacifica di quanto possiate immaginare. Che Dio lo accolga.”

Basel Adra è un attivista, giornalista e fotografo del villaggio di a-Tuwani, sulle colline a sud di Hebron.

Yuval Abraham è un giornalista e regista che vive a Gerusalemme.

Oren Ziv è un fotogiornalista, reporter per Local Call e membro fondatore del collettivo fotografico Activestills.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)

 




Per la prima volta associazioni israeliane per i diritti umani affermano che Israele sta commettendo un genocidio a Gaza e chiedono l’intervento internazionale

Nir Hasson

28 luglio 2025 – Haaretz

Un tentativo di genocidio in corso”: secondo i rapporti di B’Tselem e di Physicans for Human Rights – Israel l’attacco israeliano contro Gaza ha provocato “massicci e indiscriminati bombardamenti di centri abitati” e “mancanza di cibo per più di due milioni di persone come metodo di guerra” contro i palestinesi.

Lunedì le associazioni israeliane per i diritti umani B’Tselem e Physicians for Human Rights – Israel [Medici per i Diritti Umani – Israele] hanno pubblicato due rapporti secondo i quali nella Striscia di Gaza Israele sta commettendo contro i palestinesi il crimine di genocidio, come definito dalle leggi internazionali.

È la prima volta che associazioni per i diritti umani israeliane sostengono ufficialmente che Israele sta commettendo un genocidio a Gaza. Le associazioni chiedono ora alla comunità internazionale di agire contro il governo israeliano per fermare queste atrocità.

Il rapporto di B’Tselem inizia con una forte condanna dell’attacco di Hamas del 7 ottobre contro Israele, notando che l’aggressione dell’organizzazione ha incluso numerosi crimini di guerra e probabilmente crimini contro l’umanità. Il rapporto afferma anche che la risposta di Israele è stata estremamente brutale, provocando indiscriminate uccisioni, distruzioni, espulsioni e privazione di cibo su vasta scala.

Secondo il rapporto di B’Tselem l’attacco israeliano ha provocato “massicci e indiscriminati bombardamenti di centri abitati” e “mancanza di cibo per più di due milioni di persone come metodo di guerra” contro i palestinesi.

Sostiene che gli attacchi israeliani contro Gaza hanno causato “uccisioni di massa, sia con attacchi diretti che attraverso la creazione di condizioni di vita catastrofiche che continuano a far crescere l’enorme bilancio di vittime; gravissimi danni fisici e mentali all’intera popolazione della Striscia; distruzioni su vasta scala di infrastrutture; distruzione del tessuto sociale, comprese le istituzioni educative e i siti culturali palestinesi.”

Secondo il rapporto Israele ha anche messo in pratica “arresti di massa e maltrattamenti di detenuti nelle prigioni israeliane, che sono di fatto diventate campi di tortura per migliaia di palestinesi detenuti senza processo,” così come “deportazioni di massa, compresi tentativi di pulizia etnica, diventata un obiettivo ufficiale della guerra; un attacco all’identità palestinese attraverso la distruzione deliberata di campi profughi e tentativi di sabotare l’United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees [UNRWA, l’agenzia dell’ONU per i rifugiati palestinesi, ndt.].”

“Le dichiarazioni di importanti governanti israeliani riguardo alla natura dell’attacco contro Gaza hanno manifestato intenzioni genocidarie,” aggiunge.

Il rapporto cita le affermazioni dell’ex-ministro della Difesa Yoav Gallant riguardo alla popolazione di Gaza come “animali umani”, la dichiarazione del primo ministro Benjamin Netanyahu del 28 ottobre 2023, secondo cui si tratta di una guerra contro “Amalec”, un riferimento alla vicenda biblica in cui Dio comanda agli israeliti di annichilire il popolo amalecita, così come affermazioni sul genocidio fatte da giornalisti e figure pubbliche.

Il rapporto conclude che l’insieme della situazione a Gaza e delle dichiarazioni di importanti politici israeliani porta “all’inequivocabile conclusione che Israele ha intrapreso azioni coordinate per distruggere intenzionalmente la società palestinese nella Striscia di Gaza … e sta commettendo un genocidio contro i palestinesi.”

Il rapporto di B’Tselem si basa su una serie di interviste con abitanti di Gaza e su rapporti di organizzazioni per i diritti umani, agenzie ONU, inchieste giornalistiche e opinioni di esperti internazionali. Riguardo ai dati sulle vittime il rapporto si basa sulle cifre del ministero della Sanità di Gaza gestito da Hamas.

Gli autori del rapporto notano che questi dati “sono universalmente considerati attendibili e sono stati adottati da numerose organizzazioni e ricercatori. Oltretutto sono generalmente considerati prudenziali rispetto al reale numero di vittime provocate dall’attacco (israeliano).”

Gli autori citano anche uno studio pubblicato a febbraio dalla rivista medica The Lancet, che ha rilevato come la speranza di vita durante il primo anno di guerra a Gaza sia caduta del 51% per gli uomini e del 38% per le donne, con l’età media di morte che ha raggiunto i 40 anni per gli uomini e i 47 per le donne.

Il rapporto include anche testimonianze estremamente strazianti di gazawi, compresa quella di una madre che ha visto i due figli e il marito schiacciati da un carrarmato, un padre che ha visto il figlio bruciato vivo e un paramedico che è stato obbligato ad abbandonare in un’ambulanza bombardata vari corpi, tra cui una donna e un neonato agonizzanti. Secondo il rapporto quando è tornato il giorno dopo il paramedico ha scoperto che cani randagi avevano mangiato parti dei cadaveri, ma il neonato era sopravvissuto.

Il rapporto include anche la testimonianza di Muhammad Ghrab, un abitante di Gaza City sfollato a Muwasi, a est di Khan Younis, nel sud della Striscia. In un racconto per B’Tselem Ghrab ha descritto un bombardamento aereo israeliano a cui ha assistito il 13 luglio 2024. L’attacco, che secondo Israele aveva preso di mira due importanti miliziani di Hamas, compreso Muhammed Deif [uno dei principali capi militari di Hamas, più volte preso di mira da Israele, ndt.], è consistito in due bombardamenti successivi ed è stato il più letale ad al-Mawasi durante quel periodo, uccidendo 90 gazawi e ferendone altri 300.

“Improvvisamente si è formato un anello di fuoco,” racconta Ghrab. “Il cielo era completamente coperto di nubi, polvere e terra. La gente ha iniziato a correre in ogni direzione […] Quando siamo entrati nelle tende rimaste in piedi abbiamo visto che erano piene di corpi, per lo più di donne e bambini.”

“Quello che abbiamo visto quel giorno, in quel momento, era come l’incarnazione della follia,” afferma. “Qualcosa di inconcepibile. Sembrava che pezzi di inferno fossero piovuti in terra. È davvero impossibile descriverlo. Mancano le parole. Non possono trasmettere gli orrori a cui abbiamo assistito. Quello che sto descrivendo è solo una piccola parte dell’orrore che è avvenuto […] Da quel giorno ho sempre paura. Continuo ad aspettarmi che le tende vengano bombardate e che io e la mia famiglia moriamo in un attacco simile.”

Gli autori del rapporto notano anche che l’alto numero di vittime a Gaza ha creato “la maggior crisi di orfani della storia contemporanea,” evidenziando che circa 40.000 minori hanno perso uno o entrambi i genitori e che il 41% delle famiglie ora si prende cura dei figli di altri.

Inoltre mettono in rapporto quelli che descrivono come atti genocidari di Israele a Gaza con l’incremento della violenza contro i palestinesi in Cisgiordania e persino all’interno di Israele, manifestando la profonda preoccupazione che il genocidio possa estendersi ad altre aree in cui vivono i palestinesi.

“Questo è il momento di salvare quelli che non sono ancora stati persi per sempre e usare ogni mezzo a disposizione in base al diritto internazionale per fermare il genocidio israeliano dei palestinesi,” conclude [il rapporto].

Un altro rapporto reso pubblico lunedì da Physicians for Human Rights –Israel presenta un’analisi giuridica degli aspetti dell’attacco israeliano contro Gaza relativi alla salute. Questo rapporto conclude che Israele sta commettendo il crimine di genocidio come definito dalla Convenzione per la Prevenzione e la Punizione del Crimine di Genocidio.

“Le prove dimostrano la deliberata e sistematica distruzione dei sistemi sanitari e vitali di Gaza attraverso attacchi mirati contro ospedali, intralcio al soccorso sanitario e alle evacuazioni e l’uccisione e detenzione di personale sanitario,” afferma il rapporto di PHRI.

Il rapporto aggiunge che le azioni di Israele “non sono connesse al conflitto ma parte di una politica deliberata che prende di mira i palestinesi come gruppo.”

PHRI identifica tre “azioni principali” che corrispondono ad altrettante azioni principali definite nella Convenzione sul Genocidio: “Uccidere membri di un gruppo, provocare loro gravi danni fisici e mentali e infliggere deliberatamente condizioni di vita concepite per determinare la distruzione parziale o totale del gruppo.”

“Nonostante sentenze legali internazionali, Israele non ha rispettato i suoi obblighi e la loro applicazione a livello internazionale rimane debole,” afferma il rapporto, aggiungendo che “PHRI sollecita le istituzioni internazionali e gli Stati a rispettare il loro obbligo di porre fine al genocidio in base all’Articolo 1 della Convenzione sul Genocidio.” Afferma che “l’organizzazione chiede anche alle comunità internazionali della salute e dei diritti umani di agire, in quanto la distruzione del sistema sanitario di Gaza non è solo una violazione delle leggi ma una catastrofe umanitaria che richiede un’urgente solidarietà e una risposta a livello mondiale.”

Finora numerose organizzazioni ed esperti di diritto hanno concluso che Israele sta commettendo un genocidio a Gaza. Tra quanti sono giunti a questa conclusione ci sono Amnesty International, il Centro Europeo per i Diritti Umani, la Federazione Internazionale per i Diritti Umani e Medici Senza Frontiere. Anche Human Rights Watch ha affermato in un rapporto che Israele sta commettendo il crimine di sterminio che può rappresentare un genocidio.

Sono arrivati a queste conclusioni anche vari giuristi e studiosi di genocidio israeliani, compresi tra gli altri gli esperti in Olocausto e genocidio Daniel Blatman, Omar Bartov, Shmuel Lederman, Amos Goldberg e Raz Segal, il giurista Itamar Raz e gli storici Lee Mordechai e Adam Raz.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)