Il piano israeliano per il trasferimento forzato della popolazione di Gaza “Delinea crimini contro l’umanità”

Emma Graham-Harrison da Gerusalemme

7 luglio 2025 – The Guardian

L’esercito ha ricevuto l’ordine di trasformare le macerie di Rafah in una “città umanitaria”, ma gli esperti la definiscono un campo di concentramento per tutti i palestinesi di Gaza

Il Ministro della Difesa israeliano ha delineato un piano per costringere tutti i palestinesi di Gaza in un campo costruito sulle macerie di Rafah, un piano che esperti legali e accademici hanno definito un progetto di crimini contro l’umanità.

Secondo quanto riportato dal giornale Haaretz, Israel Katz ha affermato di aver ordinato all’esercito di prepararsi a costruire un campo, che lui ha chiamato “città umanitaria”, sui resti della città di Rafah.

Durante un briefing con giornalisti israeliani, Katz ha spiegato che i palestinesi sarebbero sottoposti a “controlli di sicurezza” prima di entrare e, una volta dentro, non sarebbe loro permesso di uscire.

Le forze israeliane controlleranno il perimetro del sito e inizialmente “trasferiranno” 600.000 palestinesi nella zona, per lo più persone attualmente sfollate nell’area di al-Mawasi.

L’obiettivo finale è concentrare l’intera popolazione di Gaza in quel campo e attuare “il piano di emigrazione, cosa che avverrà”, ha aggiunto Katz secondo Haaretz.

Da quando all’inizio dell’anno Donald Trump ha suggerito che un gran numero di palestinesi avrebbe dovuto lasciare Gaza per “ripulire” il territorio diversi politici israeliani, tra cui il primo ministro Benjamin Netanyahu, hanno iniziato a promuovere con entusiasmo la deportazione forzata, spesso presentandola come un progetto statunitense.

Michael Sfard, uno dei più importanti avvocati per i diritti umani in Israele, ha dichiarato che il piano di Katz viola il diritto internazionale e contraddice direttamente le dichiarazioni rilasciate poche ore prima dall’ufficio del capo di stato maggiore israeliano secondo cui gli sfollamenti dei palestinesi a Gaza avvengono unicamente a scopo protettivo.

“Katz ha delineato un piano operativo per un crimine contro l’umanità. Non è nulla di meno”, ha detto Sfard. “Si tratta di trasferire la popolazione nell’estremità meridionale della Striscia di Gaza in preparazione alla deportazione fuori dalla Striscia.

Mentre il governo continua a definire la deportazione ‘volontaria’, la gente a Gaza è sottoposta a così tante misure coercitive che nessuna partenza può essere considerata consensuale dal punto di vista legale.

Se cacci qualcuno dalla sua terra, in un contesto di guerra, è un crimine di guerra; se lo fai su larga scala, come lui pianifica di fare, diventa un crimine contro l’umanità”, ha aggiunto Sfard.

Katz ha presentato il suo piano poco prima che Netanyahu arrivasse a Washington per incontrare Trump, che lo sottoporrà a una forte pressione per concordare un cessate il fuoco che ponga fine – o quantomeno sospenda – la guerra ormai giunta al ventunesimo mese.

Il Ministro della Difesa ha affermato che i lavori per la “città umanitaria” potrebbero iniziare durante una tregua, aggiungendo che Netanyahu sta cercando paesi disposti ad “accogliere” i palestinesi.

Parlando dalla Casa Bianca lunedì Netanyahu ha dichiarato che Israele e gli Stati Uniti stanno collaborando con altre nazioni per offrire ai palestinesi un “futuro migliore”.

 “Chi vuole restare, può farlo; chi vuole andarsene, dovrebbe poterlo fare”, ha detto prima di cenare con Trump.

Diversi politici israeliani, compreso il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, sostengono con fervore la costruzione di nuovi insediamenti israeliani a Gaza.

Secondo Reuters, piani per la creazione di “aree di transito umanitarie” – destinate ad accogliere palestinesi dentro e forse fuori Gaza – erano già stati presentati all’amministrazione Trump e discussi alla Casa Bianca.

Il progetto, dal costo di 2 miliardi di dollari, secondo Reuters portava il nome della Gaza Humanitarian Foundation (GHF). L’organizzazione dal canto suo ha negato di aver formulato proposte e ha affermato che le slide visionate dall’agenzia “non sono un documento della GHF”.

Preoccupazioni sui piani israeliani per lo sfollamento forzato dei palestinesi erano già emerse in seguito agli ordini militari per l’operazione lanciata questa primavera.

Sfard aveva rappresentato tre riservisti che avevano presentato un ricorso con il quale chiedevano che l’esercito revocasse gli ordini di ‘mobilitazione e concentramento’ della popolazione civile di Gaza e che fosse proibito ogni piano finalizzato a deportare i palestinesi fuori dalla Striscia di Gaza.

L’ufficio del capo di stato maggiore Eyal Zamir, in una lettera in risposta alle loro richieste, ha dichiarato che né lo sfollamento dei palestinesi né il loro concentramento in una parte della Striscia di Gaza facevano parte degli obbiettivi dell’operazione.

Secondo il prof. Amos Goldberg, storico dell’olocausto all’Università Ebraica di Gerusalemme, questa dichiarazione è stata direttamente contraddetta da Katz.

Il ministro della Difesa, ha spiegato Goldberg, ha delineato un piano strutturato per la pulizia etnica di Gaza con l’obiettivo di creare “un campo di concentramento o un centro di transito per palestinesi prima di espellerli”.

“Non è né una città né un’operazione umanitaria”, ha dichiarato, commentando il progetto di Katz per il confinamento dei palestinesi.

“Una città è un luogo dove puoi lavorare, guadagnare, creare legami e muoverti liberamente.”

“Ci sono ospedali, scuole, università e uffici. Non è questo che hanno in mente. Non sarà un luogo vivibile, così come ora non lo sono le ‘zone sicure’ “.

Goldberg ha sottolineato inoltre come il piano di Katz sollevi un interrogativo urgente: cosa accadrà ai palestinesi che rifiuteranno di obbedire all’ordine israeliano di trasferirsi nel nuovo complesso?

E ha aggiunto: “Cosa accadrà se i palestinesi rifiuteranno questa soluzione e si ribelleranno, visto che non sono del tutto indifesi?”.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Rapporto sui legami del Tony Blair Institute con il progetto che promuove la pulizia etnica di Gaza

Redazione di MEE

6 luglio 2025 – Middle East Eye

Alcuni documenti mostrano che alcuni dipendenti del centro di ricerca fondato dall’ex primo ministro del Regno Unito sono coinvolti nelle discussioni su un piano per Gaza condannato in quanto promuove la pulizia etnica.

Il Tony Blair Institute (TBI) è stato associato a un progetto condannato da più parti perché propone la pulizia etnica di Gaza seguita da una radicale ricostruzione post-bellica della Striscia assediata.

Secondo documenti visionati dal Financial Times e rivelati domenica, i progetti includono una “Riviera Trump” e infrastrutture che prenderebbero il nome da ricchi regnanti del Golfo.

Il piano, delineato in una presentazione intitolata “La Grande Speranza”, è stato creato da un gruppo di uomini d’affari israeliani con l’appoggio di consulenti del Boston Consulting Group (BCG) [affermato centro di consulenza statunitense, ndt.]. Il piano del BCG presuppone che almeno il 25% dei palestinesi se ne vada “volontariamente”, e che la maggior parte di essi non ritorni più. Resta indefinito se i palestinesi avrebbero la possibilità di scegliere, ma la proposta è stata ampiamente condannata in quanto equivarrebbe alla pulizia etnica della popolazione nativa del territorio.

Lo scopo del progetto sarebbe quello di trasformare l’enclave ridotta in macerie da Israele in un lucroso centro di investimenti. Per questa proposta sono fondamentali programmi commerciali basati sulle criptovalute, zone economiche speciali con tassazione ridotta e isole artificiali sul modello del litorale di Dubai.

Benché il TBI insista di non avere né sostenuto né redatto la presentazione, due membri del suo personale hanno partecipato alla discussione riguardante l’iniziativa.

Il Tony Blair Institute è stato fondato dall’ex-primo ministro britannico Tony Blair nel 2016, apparentemente per promuovere riforme politiche globali e combattere l’estremismo.

In un documento interno del TBI, intitolato “Progetto economico per Gaza”, che è stato fatto circolare all’interno del gruppo, si trovano ambiziose proposte economiche e infrastrutturali. Tra queste un porto in acque profonde che collegherebbe Gaza al corridoio India-Medio Oriente-Europa e progetti per isole artificiali al largo della costa.

Significativamente, a differenza della proposta degli imprenditori israeliani, il documento del TBI non suggerisce l’espulsione dei palestinesi, un progetto che ha il sostegno del presidente USA Donald Trump ma che è stato condannato internazionalmente in quanto equivarrebbe alla pulizia etnica della Striscia. Benché alcune idee coincidano, il Tony Blair Institute sostiene di non aver giocato alcun ruolo nella stesura e nell’approvazione della presentazione del BCG.

Inizialmente il TBI ha negato qualsiasi coinvolgimento e un portavoce ha dichiarato al FT: “Il vostro articolo è assolutamente sbagliato… Il TBI non è stato coinvolto nella preparazione del piano.” Tuttavia, dopo che il FT ha presentato le prove dello scambio di messaggi all’interno di un gruppo di 12 persone comprendente personale del TBI, consulenti del BCG e organizzatori israeliani, l’istituto ha riconosciuto che il suo personale era al corrente e presente durante le relative discussioni. “Non abbiamo mai detto che il TBI non sapeva niente di quello su cui questo gruppo stava lavorando,” ha chiarito il portavoce. Il TBI sostiene di essere stato in “modalità d’ascolto” e che questo documento interno era una delle molte analisi degli scenari post-bellici che venivano presi in considerazione.

Blair era in modalità di ascolto

Il gruppo che sta dietro alla proposta include importanti investitori israeliani nella tecnologia come Liran Tancman e il finanziere Michael Eisenberg. Entrambi avrebbero giocato un ruolo nella creazione della Gaza Humanitarian Foundation (GHF) [l’organizzazione statunitense creata per sostituire l’ONU nella distribuzione di aiuti umanitari a Gaza in collaborazione con l’esercito israeliano, ndt.].

La credibilità della GHF è stata segnata da polemiche. Durante lo svolgimento caotico del progetto almeno 700 palestinesi sono stati uccisi e più di 4.000 feriti dalle forze israeliane mentre cercavano di aver accesso agli aiuti.

Phil Reilly, che, come riferito in precedenza da Middle East Eye, per otto anni è stato consulente del BCG e ha iniziato a discutere degli aiuti a Gaza con civili israeliani quando ricopriva ancora quel ruolo all’inizio del 2024, ha incontrato Tony Blair a Londra nei primi mesi di quest’anno.

Il TBI ha affermato che era stato Reilly a chiedere l’incontro e ha definitivo il coinvolgimento di Blair come limitato: “Il signor Blair ha solo ascoltato. Come sapete, il TBI non fa parte della GHF.”

Non è la prima volta che Blair e la sua fondazione devono affrontare polemiche. Blair è stato presidente onorario della sezione britannica del Jewish National Fund [Fondo Nazionale Ebraico] (JNF) israeliano, che ha ricevuto pesanti critiche per le sue attività, tra cui l’aver donato circa 1 milione 160.000 di euro a quella che ha definito come la “più grande milizia israeliana” e l’aver cancellato la Palestina dalle sue mappe ufficiali.

Il TBI ha anche ricevuto denaro da un truffatore finanziario legato alle illegali colonie israeliane e a una rete islamofoba statunitense.

Una fonte aveva detto in precedenza al Financial Times che la GHF ha ricevuto una garanzia di 100 milioni di dollari da un Paese sconosciuto.

La presentazione di 30 pagine, condivisa con funzionari statunitensi e altri attori regionali, propone di affidare i terreni pubblici di Gaza a un’amministrazione fiduciaria gestita sotto la supervisione israeliana finché il territorio sarà “demilitarizzato e deradicalizzato.”

Ai proprietari privati verrebbero offerte criptovalute in cambio dei loro terreni e la promessa di abitazioni permanenti.

La proposta elenca dieci “Mega Progetti”, comprese infrastrutture che prendano il nome da leader del Golfo, l’“Anello MBS [Mohammed Bin Salman, reggente dell’Arabia Saudita, ndt.]” e il “Centro MBZ [Mohamed bin Zayed, presidente degli Emirati Arabi Uniti, ndt.], e intese ad attirare importanti aziende internazionali come Tesla, Amazon e IKEA. Secondo le proiezioni del BCG l’iniziativa potrebbe far salire il valore economico di Gaza dallo “0 di oggi” a 324 miliardi di dollari.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




L’avanzata dei gruppi paramilitari di coloni nella strategia israeliana per la Cisgiordania

Meron Rapoport da Tel Aviv, Israele

4 luglio 2025 – Middle East Eye

In Cisgiordania milizie composte da coloni e sostenute da leader politici israeliani stanno intensificando gli sforzi per espellere i palestinesi e impadronirsi delle terre.

La scorsa settimana, pochi giorni dopo l’uccisione di tre palestinesi da parte delle forze israeliane intervenute per proteggere dei coloni che assaltavano violentemente il villaggio palestinese di Kafr Malik nella Cisgiordania occupata, un’insolita ondata di condanna ha travolto la politica e i media israeliani.

Ma l’indignazione non era rivolta all’uccisione dei palestinesi. È scaturita solo dopo che i coloni si sono rivoltati contro i soldati israeliani.

Venerdì sera dei coloni, comunemente noti in Israele come “Giovani delle Colline”, hanno attaccato i soldati di stanza in un avamposto coloniale vicino a Kafr Malik, a nord-est di Ramallah. Il giorno seguente, lo stesso gruppo ha assaltato una base militare vicina.

Per un esercito da tempo abituato a scortare i coloni durante le incursioni nelle comunità palestinesi, l’aggressione da parte dei loro usuali alleati è stata inaspettata e inquietante.

Il termine “Giovani delle Colline” non potrebbe descrivere in modo più appropriato questa organizzazione. La loro struttura, le tattiche e la crescente sicurezza con cui agiscono indicano che ora agiscono più come una formazione paramilitare che come un insieme informale di giovani coloni radicalizzati.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu, il ministro della Difesa Israel Katz ed esponenti di tutto lo spettro politico israeliano, tra cui membri sia della coalizione che dellopposizione, hanno immediatamente condannato gli attacchi contro i soldati.

Eppure le attività violente di questi gruppi di coloni contro i palestinesi continuano da anni senza apprezzabili conseguenze politiche o legali.

Violenza autorizzata dallo Stato

L’ascesa delle milizie di coloni non è un fenomeno nuovo.

Durante gli scontri del maggio 2021 tra ebrei e palestinesi, milizie di coloni condussero attacchi coordinati e simultanei contro villaggi palestinesi in tutta la Cisgiordania.

Queste milizie non agiscono in modo spontaneo, ma operano allinterno di una struttura organizzata che comprende diverse centinaia di uomini armati.

Ciò che è cambiato è la palese ufficializzazione delle loro operazioni sotto lattuale governo israeliano.

Da quando Bezalel Smotrich, che è anche ministro delle Finanze israeliano, ha assunto il controllo dell’Amministrazione Civile in Cisgiordania, queste milizie sembrano operare in stretta connessione con un obiettivo strategico più ampio: espandere il controllo israeliano sull’Area C [area dei territori occupati sotto totale controllo israeliano, ndt.], che costituisce circa il 60% della Cisgiordania, ostacolando di fatto la possibilità di istituire un futuro Stato palestinese.

Un elemento centrale di questa strategia è la proliferazione delle cosiddette “fattorie dei pastori”, un modello di insediamento che consente ai coloni di impossessarsi di vaste aree di terreno senza l’approvazione formale del governo e con scarsa, se non nessuna, resistenza militare. Queste fattorie nascono in genere con pochi coloni, a volte anche solo due o tre, ma si espandono rapidamente su vaste aree.

Attraverso questi avamposti piccoli gruppi di coloni, spesso collegati ai Giovani delle Colline, riescono ad affermare il controllo su ampie distese di terreno. I coloni che gestiscono queste fattorie minacciano ed espellono con la forza pastori e abitanti palestinesi, creando di fatto zone di esclusione senza annessione ufficiale.

Per i palestinesi che vivono in Cisgiordania la violenza e l’espropriazione inflitte da queste milizie non sono né nuove né sporadiche.

Ma i recenti attacchi ai soldati israeliani hanno improvvisamente attirato l’attenzione su questi gruppi, esponendo una realtà che i palestinesi subiscono da tempo: frange del movimento dei coloni si stanno evolvendo in forze organizzate e militarizzate che perseguono un programma di estorsioni territoriali con crescente impunità.

Strategia post-Smotrich

Sotto la guida di Smotrich molte di queste fattorie vengono ora legalizzate. Allo stesso tempo sono aumentati gli attacchi (esplicitamente intenzionali e coordinati) contro pastori palestinesi e comunità beduine a est della strada Alon [componente strategica del piano Alon, che dopo la guerra del 1967 prevedeva l’annessione di una striscia di terra lungo il confine orientale della Cisgiordania, inclusa appunto la strada Alon, ndt.] e in particolare nella Valle del Giordano.

Lo scopo di questi attacchi sembra essere chiaro: cacciare i palestinesi dalla zona.

Di recente le milizie di coloni hanno iniziato a spingersi ad ovest della Alon Road, avvicinandosi alle regioni di Nablus e Ramallah. Non è ancora chiaro se le milizie ricevano ordini diretti dallo stesso Smotrich, ma è evidente che i loro obiettivi collimano.

Entrambi lavorano per un obiettivo comune: consolidare il controllo israeliano sull’Area C e liberarla dai suoi abitanti palestinesi.

Un esempio di questa tacita cooperazione è emerso in seguito agli eventi di venerdì scorso.

Smotrich ha dichiarato che sparare agli ebrei costituisce una “linea rossa” che non deve essere oltrepassata, affermando in modo inequivocabile la proibizione di aprire il fuoco contro gli ebrei.

Inizialmente i coloni avevano affermato che un ragazzo [ebreo] di 14 anni era stato colpito dai soldati israeliani, sebbene in seguito sia emerso che il ragazzo era rimasto ferito mentre lanciava pietre contro i soldati in un luogo completamente diverso. Ciononostante Smotrich ha scelto di schierarsi con la versione dei fatti dei Giovani delle Colline.

L’attacco alla base militare del giorno successivo ha costretto il ministro delle Finanze a condannare pubblicamente le azioni dei coloni, ma gli interessi strategici condivisi dalle due parti rimangono intatti.

L’aumento negli ultimi tempi della frequenza degli attacchi contro i palestinesi potrebbe derivare dalla preoccupazione del ministro delle Finanze israeliano che il governo possa cadere o che lui possa non fare parte del prossimo esecutivo. Nella maggior parte dei sondaggi il Partito Sionista Religioso di Smotrich non supera la soglia di sbarramento.

Smotrich è uno dei politici più abili e scaltri d’Israele e possiede una profonda conoscenza storica.

L’aggressiva espansione delle milizie armate di coloni in Cisgiordania non consiste semplicemente in una serie di attacchi isolati; fa parte del più ampio sforzo di Smotrich per stabilire “fatti sul campo” irreversibili in caso di un cambio di governo.

Potrebbe benissimo aver ragione nei suoi calcoli. È altamente improbabile che un futuro governo israeliano intervenga per smantellare fattorie o avamposti di pastori in Cisgiordania, e ancora meno probabile che agisca per restituire ai palestinesi sfollati le terre da cui sono stati espulsi.

Smotrich potrebbe anche avere in mente la linea del piano per il Medio Oriente dell’amministrazione Trump, da lui pubblicamente criticato. Secondo tale piano, gran parte dell’Area C verrebbe annessa a Israele, mentre ci sarebbe uno Stato palestinese spezzettato sotto forma di enclavi separate sparse in tutta la Cisgiordania.

L’evidente obiettivo di Smotrich è garantire che le aree annesse siano il più possibile prive di palestinesi, riducendo il numero di palestinesi che potrebbero rivendicare la cittadinanza o pieni diritti all’interno dello Stato israeliano.

La guerra in corso a Gaza sta anche plasmando il pensiero delle milizie dei coloni, oltre a rafforzare Smotrich e il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir. La guerra ha creato un ambiente permissivo che sembra incoraggiare questi attori ad accelerare i loro programmi in Cisgiordania.

La fantasia dei coloni

I coloni hanno a lungo coltivato l’ambizione di svuotare la Cisgiordania della sua popolazione palestinese. Per anni questa aspirazione è stata ampiamente intesa, persino tra gli stessi coloni, come una fantasia irrealizzabile.

Tuttavia, la distruzione quasi totale di Gaza e la crescente percezione che la pulizia etnica della Striscia di Gaza sia diventata, almeno in modo semi-esplicito, uno degli obiettivi di guerra del primo ministro Netanyahu, hanno incoraggiato i gruppi di coloni a credere che un simile scenario possa essere possibile anche in Cisgiordania.

La pulizia etnica in Cisgiordania presenterebbe però sfide logistiche e politiche ben più complesse rispetto a Gaza. A differenza di Gaza, infatti, in Cisgiordania la popolazione palestinese e quella dei coloni è molto più intrecciata sul territorio.

Inoltre, la Giordania (situata appena oltre il confine) reagirebbe quasi certamente con molta meno indulgenza dell’Egitto nel caso di un tentativo israeliano di espellere nel suo territorio con la forza centinaia di migliaia di palestinesi.

Tuttavia alcuni dei metodi attualmente impiegati dall’esercito israeliano a Gaza sembrano gradualmente estendersi anche in Cisgiordania, seppur su scala minore.

Negli ultimi mesi ampi settori dei campi profughi di Tulkarem e Jenin, insieme ad altre aree, sono stati rasi al suolo con i bulldozer e centinaia di case sono state demolite dalle forze israeliane. Le immagini relative a questi siti assomigliano sempre di più a quelle provenienti da Gaza.

Anche se la Cisgiordania non sta ancora vivendo una completa riproduzione della campagna di Gaza, ciò che si sta verificando potrebbe essere visto come la preparazione di un più ampio sforzo da parte di Smotrich e delle milizie dei coloni per “sgomberare” aree chiave dai palestinesi.

Una sfida tra criminali

L’attacco di venerdì scorso all’esercito israeliano da parte delle milizie dei coloni ha segnato una rara trasgressione delle regole non scritte che da tempo governano il rapporto tra coloni ed esercito in Cisgiordania. Questa violazione ha suscitato alcune critiche all’interno di Israele.

Tuttavia è improbabile che tali critiche abbiano un impatto significativo sulle operazioni delle milizie o sulla più ampia direttiva di espansione degli insediamenti ed espulsione dei palestinesi.

Il ministro della Difesa Israel Katz, che ha recentemente revocato l’uso di ordini di detenzione amministrativa contro coloni ebrei (indebolendo così i poteri esecutivi della Divisione Controterrorismo Ebraico dello Shin Bet), ha ora annunciato la formazione di una nuova unità di polizia incaricata di affrontare la violenza dei coloni.

Secondo Katz l’esercito israeliano e lo Shin Bet saranno in qualche modo coinvolti ma l’unità sarà guidata principalmente da agenti di polizia.

In pratica, tuttavia, non c’è dubbio che per la nomina del comandante dell’unità sarà richiesta l’approvazione di Ben Gvir, che sovrintende alla polizia ed è ampiamente considerato un alleato del movimento dei coloni.

In tali termini, la creazione di questa unità non appare un autentico tentativo di arginare la violenza dei coloni quanto piuttosto una manovra politica per gestire la percezione dell’opinione pubblica. Probabilmente mira a deviare le critiche piuttosto che ad affrontare seriamente gli attacchi in corso.

Le aggressioni pubbliche contro i soldati israeliani sono generalmente impopolari in Israele, e persino gli israeliani di centro e centro-destra si oppongono alla violenza dei coloni contro i palestinesi. Questi fattori rappresentano una potenziale minaccia al progetto politico portato avanti da Smotrich e dalle milizie dei coloni.

Tuttavia, nonostante queste tensioni interne, è improbabile che il progetto venga fondamentalmente bocciato.

Smotrich e Ben Gvir, i rappresentanti più in vista del movimento dei coloni alla Knesset, sono ormai profondamente integrati all’interno del governo israeliano, il che rende difficile immaginare uno scenario in cui questo programma venga significativamente messo in discussione dall’interno.

Tuttavia, come spesso accade in movimenti violenti di questa natura, potrebbero esserci elementi più estremisti che percepiscano Smotrich e Ben Gvir come troppo moderati o non sufficientemente impegnati nella causa. Ma questa è in definitiva una competizione tra fazioni alimentata dal crescente radicalismo. È una sfida tra criminali.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Israele sta costruendo un tunnel per tagliare fuori i palestinesi dal centro della Cisgiordania

Qassam Muaddi

23 giugno 2025 – Mondoweiss

Israele sta costruendo nel centro della Cisgiordania tunnel e per attraversarli ai palestinesi verrà chiesto un lasciapassare, rendendo accessibili solo agli israeliani vaste aree dei territori occupati. L’intenzione è eliminare la presenza dei palestinesi attorno a Gerusalemme.

Presto un tunnel sotterraneo sarà l’unico collegamento tra 1.5 milioni di palestinesi della parte meridionale della Cisgiordania e il resto del territorio. Questo progetto infrastrutturale recentemente approvato, denominato progetto “Fabric of Life” [Tessuto della Vita], di fatto dividerebbe la Cisgiordania in due parti.

Il transito dei palestinesi dei governatorati di Betlemme ed Hebron verso Gerico, nella Valle del Giordano, passerebbe attraverso un nuovo tunnel sotterraneo che Israele sta progettando di costruire per aggirare la zona desertica a est di Gerusalemme. Ciò significa che l’intera area tra Gerusalemme e i confini della Valle del Giordano diventerebbe accessibile solo agli israeliani.

Il progetto, approvato dal governo israeliano all’inizio di questo mese, costerà 90 miliardi di dollari, che Israele prevede di coprire con un fondo speciale alimentato con soldi sottratti alle tasse doganali raccolte per conto dell’Autorità Palestinese (AP). Questi soldi dovrebbero essere destinati a progetti di sviluppo per la popolazione palestinese in Cisgiordania, ma il progetto non riguarda il miglioramento della viabilità dei palestinesi, ma il consolidamento del controllo israeliano sull’area geografica della Cisgiordania a est di Gerusalemme. Il progetto Fabric of Life impedirebbe di fatto ogni possibilità di circolazione dei palestinesi in questa zona.

Il contesto più complessivo di Fabric of Life è solo una parte dei più ampi piani di sviluppo israeliani della “Grande Gerusalemme”, che Israele delineò per la prima volta all’inizio degli anni 2000 sotto l’allora primo ministro Ariel Sharon.

L’idea è semplice: connettere Gerusalemme est, che Israele annesse nel 1981 e tratta come parte del suo territorio, a una serie di colonie israeliane che si estendono a est della città attraverso il deserto di Gerusalemme, arrivando ai confini della Valle del Giordano. Ciò trasformerebbe i circa 12 km2 della Cisgiordania interessati dal progetto in un ampliamento dei confini orientali di Gerusalemme. Sulle mappe israeliane è noto come l’area E-1, che sta per “Est-1”.

Questa striscia di terra, lunga 35 km e larga 25, diventerebbe una parte dell’Israele vero e proprio, tagliando la Cisgiordania da ovest a est.

Nel 2007 Israele approvò un altro progetto simile, denominato “Sovereignty Road” [Strada della Sovranità], che include la costruzione di un altro tunnel sotterraneo che corre sotto la Strada-1 di Israele collegando la Cisgiordania meridionale al centro, rendendola l’unica via praticabile per i palestinesi e sgombrando la strada in superficie per uso esclusivo degli israeliani.

Mentre la Sovereignty Road aggira la periferia orientale di Gerusalemme, che rappresenta la continuità palestinese tra il centro e il sud, Fabric of Life farebbe altrettanto nel deserto a est, che costituisce la continuità palestinese tra Gerusalemme e la Valle del Giordano. Questi due progetti insieme svuotano tutta l’area della Cisgiordania a est di Gerusalemme dal transito dei palestinesi, isolando le comunità palestinesi che vivono ancora lì.

Com’è iniziato il progetto delle strade sotterranee

Il rilancio del progetto della “Grande Gerusalemme” è giunto con la coalizione di governo di destra di Benjamin Netanyahu, che si è affrettato a realizzare l’annessione della Cisgiordania a un ritmo accelerato con il pretesto dell’attuale guerra contro Gaza, scatenata da Israele in seguito agli attacchi del 7 ottobre. Ma tre anni prima degli attacchi, nel 2021, il governo israeliano aveva già proceduto con la prima parte del progetto Fabric of Life.

All’epoca il governo di Netanyahu approvò lo stanziamento di 14 milioni di shekel (circa 3,5 milioni di euro) per iniziare la prima fase del progetto, che consisteva nell’isolare due comunità palestinesi della periferia orientale di Gerusalemme: al-Aizariyah e Abu Dis. Le due cittadine, che nel corso degli anni si sono praticamente accorpate in una sola, si trovano nel punto in cui si uniscono i progetti dei tunnel, sia Sovereignty che Fabric of Life.

Fin dai tempi biblici entrambe le città sono state il naturale prolungamento di Gerusalemme. Il collegamento tra queste località e la città è stato un dato di fatto fino alla fine degli anni ’70, quando Israele fondò la colonia di Maale Adumim, che oggi ha lo status di comune sotto la sovranità israeliana e ospita oltre 40.000 israeliani.

Oggi l’unico collegamento che al-Aizariyah ha [con Gerusalemme] è il vicino comune di Abu Dis e le due cittadine sono di fatto una sola,” dice Sara (non è il suo vero nome), un’abitante di al-Aizariyah che parla a Mondoweiss in forma anonima: “Ci sono un ingresso comune alla rotonda d’entrata di Maale Adumim e un altro a sud verso Betlemme.”

Il progetto approvato dal governo israeliano nel 2021 includeva nella prima fase la chiusura con un muro dell’ingresso per al-Aizariyah alla rotonda di Maale Adumim. Ciò lascerebbe al-Aizariyah intrappolata tra quel nuovo muro e il muro di Abu Dis dall’altra parte, separandola da Gerusalemme. Le uniche uscite per entrambe le cittadine sarebbero verso sud, per Betlemme, e a nord, verso un checkpoint israeliano nella città di Zaayem.

Vivere in una “grande prigione”

Se abiti ad al-Aizariyah stai fondamentalmente vivendo in una grande prigione, con una strada principale permanentemente affollata,” dice Sara. “Puoi soddisfare le tue esigenze vitali quotidiane, ma uscirne è un processo talmente lungo e penoso che preferisci evitarlo finché non hai una buona ragione, come andare in ospedale o se lavori fuori città.”

Io lavoro in un centro culturale di al-Aizariyah, quindi non devo uscire dalla cittadina e prima dell’ottobre 2023 solevo andare a Ramallah una volta al mese solo per vedere amici, benché Ramallah sarebbe letteralmente a 15 minuti di distanza se non ci fossero sempre così tanti ingorghi,” sottolinea Sara.

Dall’inizio dell’attuale guerra la polizia israeliana ha chiuso arbitrariamente a qualsiasi ora l’ingresso della rotonda, a volte per minuti, a volte per ore, aumentando le code in città, il che rende sempre più difficile vivere ad al-Aizariyah e Abu Dis. Dall’ottobre 2023 ho vissuto tra la mia casa e il centro culturale e lascio al-Aizariyah sono una volta ogni tre o quattro mesi,” nota Sara. “Se questa non è una prigione, allora cos’è?”

Al centro culturale offriamo corsi di musica, arte e lingue a ragazzini di al-Aizariyah e Abu Dis e l’anno scorso abbiamo dovuto cancellare alcuni corsi perché gli insegnanti rimanevano bloccati per ore lungo il percorso a causa della chiusura di un posto di blocco o di un ingorgo. Alcuni colleghi che vengono da Betlemme o da Ramallah spesso devono lavorare da casa per la stessa ragione,” precisa.

Questa situazione è stata lo status quo ad al-Aizariyeh per anni, molto prima che Fabric of Life e Sovereignty Road iniziassero ad essere realizzati. Ma i progetti taglierebbero fuori ancora di più la cittadina, spostando il traffico dei palestinesi in uscita verso un tunnel che inizierebbe ad al-Aizariyah a sud-est e si dirigerebbe sottoterra lungo il suo margine orientale per 4,5 km, riemergendo in superficie dall’altro lato del checkpoint di Zaayem, nei pressi della cittadina palestinese di Anata, portando direttamente da lì a Ramallah. La seconda parte del progetto, Fabric of Life, è stata approvata all’inizio di maggio. Sposterebbe la circolazione dei palestinesi attraverso un altro tunnel che inizia nello stesso luogo a sud di al-Aizariyeh, ma porterebbe a est, dove i palestinesi riemergerebbero presso Gerico, evitando il deserto orientale di Gerusalemme.

Il posto di blocco di Zaayem, che attualmente limita la circolazione dei veicoli palestinesi sulla Road-1 costruita da Israele, verrebbe rimosso e la strada diventerebbe esclusivamente israeliana. L’impatto avrebbe ripercussioni oltre al-Aizariyeh e Abu Dis e includerebbe tutto il traffico palestinese tra Ramallah, Gerico e i governatorati meridionali di Betlemme ed Hebron, dove vive un milione e mezzo di palestinesi.

Un autista palestinese di minibus, che ha chiesto di rimanere anonimo per problemi di sicurezza, descrive il difficile percorso quotidiano tra Ramallah e Betlemme.

Ogni giorno lascio Ramallah verso sud, vado dritto proprio davanti al checkpoint di Qalandia, che ci separa da Gerusalemme, e mi dirigo al checkpoint di Zaayed,” dice a Mondoweiss. Da lì, afferma, continua lungo un tratto della Road 1, viaggiando accanto a coloni israeliani diretti a Maale Adumim. Poco prima dell’ingresso nella colonia gira a destra nelle vie congestionate di al-Aizariyah, raggiungendo alla fine il posto di blocco “Container” appena a nord di Betlemme.

L’autista dice che prima dell’ottobre 2023 riusciva a fare quattro viaggi di andata e ritorno al giorno, portando sette passeggeri per viaggio. “Era appena sufficiente a coprire le spese del minibus e guadagnarmi da vivere,” spiega. “Ma dopo la guerra contro Gaza l’esercito israeliano ha iniziato a chiudere più spesso Zaayem, Container e l’ingresso di Aizariyah, provocando ingorghi.”

Ora la situazione è peggiorata ulteriormente, fino al punto che riesce a fare solo un viaggio di andata e ritorno al giorno. “Ogni mattina, quando il minibus è pieno di passeggeri e lascio Ramallah, inizio a pensare alla lunga strada che ho davanti,” dice.

Che sia un ingorgo a Qalandia, un blocco improvviso a Zaayem o al checkpoint Container, spesso si ritrova a passare due o tre ore sulla strada con i suoi passeggeri: “E dico ancora una volta a me stesso che odio questo lavoro.”

Per il futuro esprime preoccupazioni riguardo ai tunnel di Sovereignty Road e Fabric of Life, che secondo lui potrebbero complicare ulteriormente la circolazione viaria per i palestinesi. In base ai cambiamenti prospettati aggirerebbe totalmente al-Aizariyah attraverso il sistema dei tunnel progettati, il che significherebbe che non sarà più in grado di far scendere i passeggeri direttamente ad al-Aizariyah o Abu Dis. “Dovranno tornarsene a casa da lì con i loro mezzi,” afferma.

Oltretutto teme che le nuove strade possano portare a restrizioni più severe. “Probabilmente il traffico peggiorerà,” aggiunge. “Quando non condivideremo la strada con i coloni per l’esercito israeliano non sarà un problema chiudere la strada per tutto il giorno. Ci vorrà solo un soldato per bloccare il tunnel.”

Sfoltire la popolazione palestinese nella “Grande Gerusalemme”

L’autista del minibus spiega anche come i progetti infrastrutturali incideranno sui palestinesi che vivono nella zona esclusa dalla circolazione dei palestinesi, decine di comunità beduine.

Smetterò di viaggiare nei pressi delle comunità beduine lungo la Road-1,” dice l’autista. “Vivono tra al-Aizariyah e Gerico e non potrò più trasportare passeggeri da quelle comunità.”

I passeggeri che non potranno prendere il minibus Ramallah-Betlemme sono gli abitanti di 25 comunità beduine nelle terre a est di Gerusalemme, dove Israele intende espandere il suo progetto Grande Gerusalemme. Queste sono proprio i villaggi che il tunnel di Fabric of Life escluderà da ogni linea viaria palestinese. Includono le famose comunità beduine di Khan al-Ahmar e Jabal al-Baba, che da anni Israele cerca di spostare.

Il fatto che questi villaggi si trovino sulla strada palestinese che passa dal centro verso il sud della Cisgiordania ha garantito la continuità della presenza palestinese in Cisgiordania, soprattutto nell’area cruciale che unisce il nord e il sud. L’isolamento di queste comunità, che nel corso degli anni hanno resistito all’espulsione in parte grazie all’accesso dei palestinesi ad esse, agevolerà la pulizia etnica.

L’isolamento e poi lo spostamento di queste comunità sarebbe la mossa finale prima di annettere tutta l’area E-1 ai nuovi confini di Gerusalemme, eliminando la continuità demografica palestinese in Cisgiordania ed ogni fondamento geografico di uno Stato palestinese.

Non è l’unico impatto a lungo termine del progetto dei tunnel. “La vita ad al-Aizariyah e Abu Dis è già abbastanza difficile e il sovraffollamento delle due cittadine è principalmente dovuto al fatto che sono a metà del percorso tra il centro e il sud,” evidenzia Sara. “Tra l’altro ciò contribuisce al commercio locale e la gente può ancora andare a lavorare e tornare a casa nonostante le difficoltà. Ma se questo progetto verrà realizzato saremo completamente isolati e ulteriormente esclusi. Immagino già lunghe chiusure e quelli che lavorano a Ramallah o a Betlemme si troveranno obbligati a traslocare in quelle città.”

Le condizioni di vita di cui fanno esperienza i palestinesi di al-Aizariyah sono le stesse di altre cittadine nella periferia di Gerusalemme, isolate dalla città da muri e posti di blocco di Israele, come Shu’fat, Qalandia e Anata. Isolarle ulteriormente rende solo più difficile viverci, spingendo i palestinesi a emigrare dalle comunità insieme ai loro vicini beduini. L’obiettivo più complessivo è “sfoltire” la presenza demografica dei palestinesi nella zona.

Qassam Muaddi

Qassam Muaddi è giornalista di Mondoweiss per la Palestina.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




La minaccia più grande per Israele non è l’Iran o Hamas, ma la sua tracotanza.

Orly Noy

15 giugno 2025 – 972 Magazine

In collaborazione con Local Call

Un popolo la cui intera esistenza dipende unicamente dalla forza militare è destinato alla dissoluzione più infame e infine a essere sconfitto.

Sono più di 46 anni da quando ho lasciato l’Iran con la mia famiglia all’età di nove anni. Ho passato la maggior parte della mia vita in Israele, dove ho formato una famiglia e ho cresciuto le nostre figlie – ma l’Iran non ha mai smesso di essere la mia patria. Dall’ottobre 2023 ho visto innumerevoli immagini di uomini, donne e bambini in piedi tra le rovine delle loro case e le loro grida sono incise nella mia mente. Ma quando vedo le immagini dall’Iran dopo gli attacchi israeliani e sento le grida in persiano, la lingua di mia madre, la sensazione di trauma interiore è diversa. Il pensiero che questa distruzione venga compiuta dal Paese di cui ho la cittadinanza è intollerabile.

Nel corso degli anni l’opinione pubblica israeliana si è andata convincendo di poter esistere in questa regione nutrendo un profondo disprezzo per i suoi vicini – impegnandosi in aggressioni mortali contro chiunque, in qualunque luogo e in qualunque modo volesse, contando unicamente sulla forza bruta. Per circa 80 anni “la vittoria totale” è apparsa proprio dietro l’angolo: basta sconfiggere i palestinesi, eliminare Hamas, schiacciare il Libano, distruggere gli impianti nucleari dell’Iran – e il paradiso sarà nostro.

Ma per quasi 80 anni queste cosiddette “vittorie” si sono dimostrate vittorie di Pirro. Ognuna affonda Israele in un abisso sempre più profondo di isolamento, minaccia e odio. La Nakba del 1948 ha provocato la crisi dei rifugiati che non ha mai fine ed ha posto le fondamenta per il regime di apartheid. La vittoria del 1967 ha dato inizio ad un’occupazione che continua ad alimentare la resistenza palestinese. La guerra di ottobre 2023 si è trasformata in un genocidio che ha fatto di Israele un paria mondiale.

L’esercito israeliano – centrale per tutto questo processo – è diventato una folle arma di distruzione di massa. Mantiene il suo status rilevante in mezzo ad un pubblico obnubilato da bravate clamorose: cercapersone che esplodono nelle tasche della gente in un mercato libanese, o una base di droni piantata nel cuore di uno Stato nemico. E sotto il comando di un governo genocida sprofonda sempre più in guerre da cui non ha idea di come uscire.

Per tanti anni, sotto l’incantesimo di questo esercito ritenuto onnipotente, la società israeliana si è convinta di essere invulnerabile. La totale venerazione per l’esercito da un lato e dall’altro il disprezzo arrogante per i vicini nella regione hanno coltivato la persuasione che non avremmo mai pagato un prezzo. Poi è arrivato il 7 ottobre, che ha mandato in frantumi – anche se solo per un momento – l’illusione di immunità. Ma invece di fare i conti con il significato di quel momento l’opinione pubblica si è arresa ad una campagna di vendetta. Perché solo attraverso un massacro il mondo avrebbe riacquistato senso: Israele uccide, i palestinesi muoiono. L’ordine è restaurato.

Ecco perché le immagini di edifici bombardati a Ramat Gan, Rishon LeZion, Bat Yam, Tel Aviv e Tamra (una cittadina araba in Galilea) erano così impattanti. Erano simili in modo inquietante a quelle che ci siamo abituati a vedere da Gaza: scheletri di cemento carbonizzati, nuvole di polvere, strade ricoperte di macerie e cenere, giocattoli di bambini stretti nelle mani dei soccorritori. Queste immagini hanno assestato una piccola crepa nella nostra illusione collettiva, che noi siamo immuni a tutto. Le vittime civili da entrambe le parti – 13 israeliani e almeno 128 iraniani – mettono in evidenza il costo umano di questo nuovo fronte, anche se la portata rimane ben lontana dalla devastazione sistematicamente inflitta a Gaza.

L’esercito come dottrina

Ci fu un tempo in cui alcuni leader ebrei in Israele capirono che la nostra esistenza in questa regione non poteva sostenersi sull’illusione di una totale immunità. Probabilmente non mancava loro un senso di superiorità, ma colsero la verità fondamentale. Il defunto parlamentare Yossi Sarid una volta richiamò Yitzhak Rabin dicendogli: “Una nazione che mostra i muscoli per cinquant’anni – alla fine sfiancherà quei muscoli.” Rabin capì che vivere per sempre impugnando la spada, contrariamente alla terrificante promessa di Netanyahu, non è un’opzione praticabile.

Oggi non ci sono più politici ebrei di quel genere in Israele. Quando la sinistra sionista esplode in festeggiamenti per il temerario attacco all’Iran, rivela un ostinato attaccamento alla fantasia che, qualunque cosa facciamo o per quanto profondamente ci alieniamo dalla regione in cui viviamo, l’esercito ci proteggerà sempre.

Un popolo forte, un esercito determinato e un fronte interno resiliente. Ecco in che modo abbiamo sempre vinto ed ecco come vinceremo anche oggi”, ha scritto Yair Golan, capo del Partito dei Democratici – una unione dei partiti della sinistra sionista Meretz e Labor – in un post su X in seguito allo sciopero di venerdì. La sua compagna di partito, deputata Naama Lazimi, è intervenuta per ringraziare “gli avanzati sistemi di intelligence e la loro superiorità. L’esercito e tutti i sistemi di sicurezza. Gli eroici piloti e l’aviazione militare. I sistemi di difesa di Israele.”

Sotto questo aspetto l’illusione di immunità garantita dall’esercito è ancora più netta nella sinistra sionista che nella destra. La risposta della destra all’ansia sulla sicurezza è l’annichilimento e la pulizia etnica – quello è il suo scopo finale. Ma il centro-sinistra ripone la sua fiducia quasi totalmente nelle capacità presumibilmente illimitate dell’esercito. Senza dubbio il centro-sinistra ebreo in Israele ha un culto dell’esercito molto più fervente della destra, che lo considera semplicemente come uno strumento per realizzare la sua strategia di distruzione e pulizia etnica.

Noi israeliani lo dobbiamo capire: non siamo invulnerabili. Un popolo la cui intera esistenza dipende unicamente dalla potenza militare è destinato a perdersi nella più infame dissoluzione e, in ultima analisi, alla disfatta. Se non abbiamo imparato questa elementare lezione dagli ultimi due anni, per non parlare degli ultimi ottanta, allora siamo davvero perduti. Non a causa del programma nucleare iraniano o della resistenza palestinese, ma della cieca arroganza che si è impadronita di un’intera nazione.

Una versione di questo articolo è stata inizialmente pubblicata in ebraico su Local Call.

Orly Noy è una redattrice di Local Call, un’attivista politica e traduttrice di poesia e prosa in Farsi. E’ a capo del consiglio esecutivo di B’Tselem e attivista del partito politico Balad. I suoi scritti si occupano delle linee che intersecano e definiscono la sua identità in quanto Mizrahi (ebrei orientali, ndtr.), donna di sinistra, donna, migrante temporanea che vive dentro un’immigrata permanente, e del dialogo costante tra di esse.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Una dottoressa americana è stata a Gaza e ha visto l’orrore da vicino. Cinque casi che la tormentano

Nir Hasson

29 maggio 2025 – Haaretz

Le stragi causate dai raid aerei, la fame, le deportazioni da una zona all’altra: la crudeltà di Israele sta raggiungendo nuovi livelli. La dottoressa Mimi Syed, una dottoressa americana che si è offerta volontaria per aiutare gli abitanti di Gaza, ora racconta alcune loro storie.

Siamo entrati in una fase terrificante. Secondo organizzazioni umanitarie la carestia nella Striscia di Gaza è ormai acuta. Da quando Israele ha iniziato a bloccare l’ingresso di cibo non meno di 10.000 bambini sono sprofondati in stati di malnutrizione che necessitano trattamento.

Il Primo Ministro ha annunciato la ripresa degli aiuti, ma ciò che sta arrivando è “il minimo del minimo”, come ha affermato il Gabinetto di Sicurezza. In effetti, il responsabile degli aiuti umanitari delle Nazioni Unite ha definito gli aiuti “una goccia nell’oceano rispetto a ciò di cui c’è urgente bisogno”.

Oltre alla fame l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani sottolinea i “ripetuti attacchi alle tende degli sfollati” e “la distruzione metodica di interi quartieri”.

La distruzione avviene di pari passo con le espulsioni di massa all’interno della Striscia. Nelle ultime settimane quasi un terzo degli abitanti di Gaza ha dovuto lasciare il luogo in cui viveva. Ora l’intera popolazione si sta accalcando in appena un quinto dell’enclave.

Anche il sistema sanitario è stato distrutto. L’esercito israeliano sta prendendo di mira con maggiore intensità ospedali e ambulatori (28 attacchi in una settimana), dove, a suo dire, sarebbe presente Hamas. Non consente l’ingresso di molti farmaci e attrezzature di base e ostacola l’evacuazione di moltitudini di feriti e malati per cure mediche all’estero.

Un Palestinese porta il corpo di un bambino ucciso il 26 maggio 2025. Foto: AFP/OMAR AL-QATTAA

In questo modo l’esercito, oltre ad uccidere, sta provocando ulteriori cause di decesso. Senza cure, persino infezioni e tumori facilmente rimovibili hanno un esito mortale.

E gli attacchi continuano quotidianamente. Questa settimana in un attacco ad una scuola sono state uccise trentuno persone, tra cui 18 bambini e sei donne.

“Ho avuto tanta paura”, ha detto Hanin al-Wadiya, una bambina fuggita dalle fiamme con ustioni sul viso. “Ero sotto le coperte e improvvisamente il fuoco mi ha investita. Mi sono alzata per cercare mamma e papà, ma non li ho trovati.” Tutta la sua famiglia è morta.

Il pianto di un bambino ferito ricoverato all’ospedale Al Awda il 29 maggio 2025.Foto: AFP/EYAD BABA

“Penso che tutto questo sia reso possibile dalla paura, dal razzismo e dalla disumanizzazione”, afferma la dottoressa Mimi Syed, medico d’urgenza americana che l’anno scorso ha svolto due turni di volontariato a Gaza. “Se non li consideri esseri umani, puoi fargli qualsiasi cosa”.

Sembra che questa settimana l’asticella del “fargli qualsiasi cosa” sia stata sollevata di una tacca. Sempre più civili, compresi molti bambini, vengono uccisi attraverso la carestia e gli sfollamenti forzati.

Lunedì le Forze di Difesa Israeliane [IDF] e il servizio di sicurezza Shin Bet hanno rilasciato una dichiarazione sull’attacco alla scuola Fahmi Al-Jarjawi a Gaza City. La terminologia è familiare: gli obiettivi erano ” terroristi chiave” in un “centro di comando e controllo”. Anche questa volta “sono state adottate numerose misure per ridurre il rischio di danni ai civili”.

L’attacco è iniziato verso l’una di notte. Hanin al-Wadiya, una bambina di 4 anni che alloggiava nella scuola sfollata con la sua famiglia, si è svegliata mentre le fiamme la circondavano e sua sorella urlava “Mamma, mamma!” come si vede nelle immagini del disastro.

“Ho sentito Mimi [la sorella di Hanin] chiamare la mamma, ma non riuscivo a trovarla. Ho anche gridato ‘mamma, mamma’. Sono uscita e ho iniziato a piangere”, ha raccontato Hanin in ospedale, con gli occhi gonfi e chiusi, metà del viso ed entrambe le mani coperte di ustioni. Sua madre, suo padre e sua sorella sono morti nell’incendio insieme ad altre 30 persone.

Ricoverato in un altro ospedale nel sud di Gaza c’è Adam al-Najjar, l’unico sopravvissuto di 10 fratelli la cui casa è stata attaccata due giorni prima dell’attacco alla scuola. Sua madre è uscita illesa, suo padre è rimasto gravemente ferito.

Anche in questo caso le IDF hanno affermato di aver fatto tutto il possibile; anzi, hanno rimproverato la famiglia per non essersi allontanata nonostante l’ordine di evacuazione emesso dalla divisione in lingua araba dell’Unità Portavoce delle IDF.

Ma l’ultimo ordine di evacuazione non includeva l’area in cui si trovava la casa della famiglia. Solo nell’ordine precedente, di un mese e mezzo prima, era stata ingiunta l’evacuazione da quell’area.

Gli ordini non hanno una data di scadenza e non c’è alcun segnale di cessato allarme, quindi i cittadini di Gaza devono indovinare se il pericolo è passato, e molti corrono il rischio. Non hanno scelta: i cittadini di Gaza hanno sempre meno spazio in cui muoversi; oltre l’80% dell’enclave è sotto il diretto controllo israeliano o sotto ordine di evacuazione.

Questi ordini mappe con aree contrassegnate in rosso e pubblicate su X e Telegram sono la manifestazione geografica della politica israeliana a Gaza. Lunedì il portavoce delle IDF ha emesso un altro ordine di evacuazione, uno dei più importanti della guerra: il 43% di Gaza è stato contrassegnato in rosso, con la dicitura “Zona di combattimento pericolosa”.

Nei due mesi e mezzo trascorsi da quando Israele ha violato il cessate il fuoco di due mesi oltre 630.000 persone sono state sradicate.

I ripetuti spostamenti stanno spingendo gli abitanti di Gaza sull’orlo della sopravvivenza. È molto difficile trovare cibo e beni di prima necessità come acqua pulita, un sistema fognario funzionante, un alloggio e assistenza medica. Due milioni di persone vengono spinte in un’area sempre più ristretta, dove vivono tra le macerie o in tende che si distruggono rapidamente.

I bambini non vanno a scuola da quasi due anni. L’affollamento, il caldo, la mancanza di acqua corrente o di un sistema fognario funzionante, insieme alla sistematica distruzione del sistema sanitario, stanno aumentando notevolmente il rischio di malattie ed epidemie.

La logica brutale di questa politica è nascosta in uno degli obiettivi ufficiali della guerra: “concentrare e spostare la popolazione”.

A Gaza è soprattutto la fame a fare da padrona. La scorsa settimana, il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha annunciato la ripresa degli aiuti alla Striscia, ma sono stati ripresi con parsimonia. Ogni giorno solo poche decine di camion entrano dal valico di Kerem Shalom. Moltitudini di bambini continuano a stare in piedi per ore con una pentola vuota nella speranza di ricevere del cibo.

Martedì una grande folla ha preso d’assalto il centro di distribuzione alimentare creato da Israele. Migliaia di persone correvano tra le dune spingendosi contro le recinzioni e imploravano del cibo dagli uomini armati della sicurezza americana. (Per gli americani, si tratta di 1.100 dollari per una giornata di lavoro.)

“Non credo che gli israeliani lo vogliano. Non vogliono che tutto questo accada in loro nome”, dice Syed. “Penso che la cosa più importante che ho imparato a Gaza è che è impossibile ignorare la verità. Dopo aver visto cosa sta succedendo lì diventa molto semplice distinguere tra il bene e il male.”

Come puntualizza: “Oltre il 50% della popolazione di Gaza è composta da bambini. Il governo degli Stati Uniti sta finanziando una guerra illegale contro i bambini. Quasi tutte le agenzie umanitarie mondiali hanno definito ciò che sta accadendo a Gaza un crimine di guerra, eppure gli Stati Uniti continuano a fornire armi per commettere questi crimini.

“Mentre sono comodamente seduta a casa mia a scrivere la storia di Sami [un bambino di Gaza], mi viene in mente che questi crimini deliberati e atroci vengono ancora commessi contro bambini come Sami. Quando finirà? Quando il governo degli Stati Uniti si mostrerà per quello che una volta pensavo fosse? Non siamo stati noi a impedire alla Germania di sterminare così tante vite innocenti? Non dovremmo essere i “buoni”?

Syed ha svolto i suoi due periodi di volontariato a Gaza lo scorso agosto e a dicembre. In entrambi i casi ha constatato la morte di decine di bambini. Ha visto otto bambini morti per ipotermia in inverno, una bambina di 9 anni deceduta perché era impossibile ottenere farmaci standard per l’epilessia e una bambina di 9 mesi morta per aver bevuto acqua contaminata.

Ora, rientrata negli Stati Uniti, Syed afferma di essere ancora in contatto con i medici di Gaza: “Mi dicono che non c’è cibo. Per la prima volta li sento dire: ‘Moriremo tutti e il mondo non sta facendo nulla per salvarci'”.

Da quando è tornata negli Stati Uniti, Syed ha raccontato a chiunque volesse ascoltarla cosa sta succedendo a Gaza. Non risparmia ai suoi ascoltatori descrizioni grafiche accompagnate da foto. Di seguito sono riportate alcune delle tristi storie a cui ha assistito; la dottoressa Syed ha già raccontato parte della sua testimonianza da Gaza in altre testate giornalistiche in lingua inglese.

Sami di 8 anni portato in braccio dal fratello più grande all’ospedale Al Aqsa il 14 dicembre 2024.Foto: Moiz Salhi / AFP

Sami, 8 anni, è stato portato in braccio dal fratello maggiore. I due sono arrivati ​​all’ospedale Al-Aqsa, nel centro di Gaza, su un carretto trainato da un asino pochi minuti dopo che i frammenti di missile avevano lacerato il volto di Sami.

Giornalisti e curiosi si sono accalcati intorno a Sami e gli hanno scattato una foto; indossava una maglia a strisce rosse e bianche. La parte ferita del viso era nascosta alle telecamere, appoggiata sulla spalla del fratello.

“Sami aveva una ferita da esplosione al viso che gli aveva lacerato la maggior parte delle strutture vitali”, racconta Syed. “La ferita comprendeva bocca, naso e palpebre. Il resto del corpo era in buone condizioni, a parte un paio di ferite più lievi. Quando è arrivato in sala rianimazione è stato adagiato sul lettino senza altri adulti in vista. Era coperto da una giacca insanguinata.

Mentre giaceva davanti a me gorgogliando e soffocando con il suo stesso sangue gli ho aspirato la bocca e il naso per rimuovere eventuali ostruzioni nelle vie respiratorie. In seguito ad un leggero movimento del suo viso mi sono resa conto che aveva la mandibola completamente disarticolata e strappata via, appesa solo a un piccolo lembo di pelle. C’erano ustioni e schegge su tutto il viso e il collo.

Mentre mi occupavo di lui si è verificato un altro incidente con un elevato numero di feriti, con pazienti ancora più gravi. Sono stata costretta a spostare il piccolo Sami a terra per far spazio agli altri feriti.

Mentre lo stendevo sul pavimento sono arrivati la madre e lo zio, che urlavano per la disperazione. Sua madre si è gettata immediatamente a terra e ha iniziato a pregare Dio che suo figlio fosse risparmiato. Mi ha guardata dritto negli occhi e ha afferrata con forza la mia mano, implorandomi di fare tutto il possibile per salvarlo.

Ho annuito… ma sapevo nel mio intimo che non potevo fare una promessa del genere. Date le sue condizioni, sapevo che sarebbe stato un miracolo se si fosse salvato. Sono riuscita a stabilizzarlo temporaneamente, così da poterlo trasportare alla TAC funzionante più vicina.

Ma la TAC non si trovava all’ospedale di Al-Aqsa, bensì all’ospedale Yaffa, a pochi minuti di auto. In base alle norme di sicurezza del Ministero della Salute palestinese ai volontari stranieri era vietato l’accesso all’ospedale Yaffa, che all’epoca si trovava vicino alle postazioni militari israeliane.

Ho scelto di salire comunque sull’ambulanza per mantenere pervie le vie respiratorie e assicurarmi che arrivasse alla TAC in sicurezza”, racconta Syed. “Nella stessa ambulanza veniva trasportata per un esame diagnostico un’altra donna, tra la vita e la morte.

Respirava attraverso un tubo ed era accompagnata dal figlio adolescente che le teneva la mano. L’ambulanza ha attraversato macerie e folle di persone per strada”

Sami è stato sottoposto a una TAC ed è stato riportato ad Al-Aqsa per un intervento di ricostruzione facciale. “Il giorno dopo, stavo camminando per l’ospedale quando qualcuno mi ha afferrato il braccio.

Era la madre di Sami”, racconta Syed.

“Era seduta su un letto d’ospedale, nell’angolo di un corridoio anch’esso pieno di pazienti a terra o su brandine. Ho guardato il letto e c’era il piccolo Sami con i punti di sutura. Riusciva a malapena ad aprire la bocca per bere da una cannuccia e continuava a piangere di dolore ogni volta che si muoveva”.

Lo scorso ottobre sul New York Times è stata pubblicata una foto di una radiografia: ​​Mira, una bambina di 4 anni, aveva un proiettile conficcato in testa. È diventata un simbolo della guerra, mentre l’immagine è diventata una delle più controverse dei quasi 20 mesi di combattimenti.

Il New York Times ha pubblicato nella sezione opinioni altre tre foto di radiografie; facevano parte di un articolo firmato da 65 medici, infermieri e paramedici che si erano offerti volontari a Gaza. Questi operatori sanitari affermavano che Israele stava deliberatamente sparando ai bambini, e il Times ha ricevuto una serie di lettere che sostenevano che la notizia fosse falsa.

Il 15 ottobre la direttrice editoriale del Times, Kathleen Kingsbury, ha pubblicato una risposta: il giornale si era assicurato che tutti i medici e gli infermieri avessero lavorato a Gaza. Le immagini della TAC erano state inviate a esperti indipendenti in ferite da arma da fuoco, radiologia e traumatologia pediatrica, che ne hanno corroborato l’autenticità. Inoltre, i metadati digitali delle immagini sono stati confrontati con le foto dei bambini.

Secondo Kingsbury il Times possedeva foto che corroboravano le immagini della TAC, ma erano “troppo raccapriccianti per essere pubblicate”. Ha concluso: “Sosteniamo questo report e la ricerca su cui si basa. Qualsiasi insinuazione che le immagini siano inventate è semplicemente falsa”.

I genitori di Mira hanno raccontato ad Al Jazeera di essersi svegliati presto quel giorno di agosto nella loro tenda nella zona umanitaria di Muwasi, perché le loro figlie erano emozionate per il compleanno della sorella maggiore di Mira. Improvvisamente è scoppiata una sparatoria.

Mira è entrata nella tenda con il viso coperto di sangue e una ferita aperta sopra la fronte. Suo padre l’ha portata all’ospedale Nasser di Khan Yunis, nel sud della Striscia.

In base al crudele triage che si è reso necessario a Gaza, dopo le stragi di massa le persone con ferite cerebrali non vengono curate. La regola è che nel caso di penetrazione intracranica di proiettili o di esposizione di materia cerebrale non ha senso lottare per la vita del paziente a causa della carenza di neurochirurghi, attrezzature e materiali sanitari.

Syed avrebbe dovuto lasciare che Mira morisse. “Ho iniziato a visitarla”, racconta. “Uno dei medici mi ha detto: ‘Non perdere tempo’. Ma sentivo che si muoveva ancora; reagiva al dolore questo mi ha fatto pensare che dovevo provarci.”

La foto della radiografia del proiettile conficcato nella testa di Mira ,una bambina di 4 anni pubblicata dal New York Times. Ospedale Nasser 25 Agosto 2024.

Così ha inserito dei tubi per aiutare Mira a respirare ed è riuscita a stabilizzarla. Mira è stata sottoposta a un intervento chirurgico al cervello, il proiettile è stato rimosso e la sua vita è stata salvata.

Syed è rimasta in contatto con i genitori della ragazza e di recente ha ricevuto un video emozionante: Mira camminava e parlava. “L’ultima volta che l’ho vista apriva a malapena gli occhi”, racconta Syed.

Ma come gli altri pazienti sopravvissuti, Mira è sempre in pericolo. Ha bisogno di cure costanti per ridurre la pressione alla testa, soffre di debolezza al lato sinistro e deve assumere farmaci.

A gennaio la tenda della famiglia è stata colpita nel corso di un attacco e la madre di Mira ha perso un braccio. “Hanno fame, non hanno farmaci e non hanno un posto sicuro”, dice Syed, che sta cercando di aiutare la famiglia a lasciare Gaza per necessità di cure mediche.

Syed ha portato la foto della radiografia a Washington e si è confrontata con dei senatori per cercare di convincerli a smettere di sostenere Israele. “Ho incontrato scetticismo sull’autenticità della foto”, dice.

“Ma l’ho toccata, le mie mani l’hanno curata, l’ho salvata. Mettere in dubbio tutto questo mi ha davvero spezzato il cuore. Mi è stato chiesto perché Israele prendesse di mira i bambini, ma questo è normale se si vuole distruggere il futuro.”

Shaban è morto a causa della guerra. Non è stato colpito da una scheggia o da un proiettile, ma dalla distruzione delle reti fognarie e idriche di Gaza. Era nato nel dicembre del 2022. A due anni, nel bel mezzo della guerra, si è ammalato e la sua pelle è diventata giallastra. “Aveva la stessa età del mio figlio più piccolo, eppure sembrava tanto piccolo per la sua età. Il bianco degli occhi emanava un bagliore arancione fosforescente, la sua pelle aveva il colore intenso del Tang”, dice Syed, riferendosi alla bevanda in polvere. “Giaceva immobile, respirava con affanno, aveva l’addome gonfio. Ogni movimento gli causava dolore”.

Shaban soffriva di insufficienza epatica causata dall’epatite A. “Negli Stati Uniti e in ogni Paese avanzato, è molto difficile contrarre l’epatite, e anche se succede è abbastanza semplice da curare. A Gaza, non avevamo modo di aiutarlo”, racconta Syed.

La madre di Shaban ha mostrato a Syed le foto del bambino scattate un anno prima. “Quando la madre ha condiviso una foto di suo figlio di appena un anno fa, raggiante di salute e felicità, mi sono sentita sommergere da un’ondata di tristezza”, dice Syed. Il bambino aveva bisogno di un trapianto di fegato, ma anche in questo caso la famiglia non aveva ricevuto il permesso da Israele per lasciare Gaza per l’intervento.

Syed ha fotografato la madre mentre lasciava l’ospedale con il figlio. “Non riesco a liberarmi dall’immagine della madre che portava in braccio il suo bambino, il suo corpicino aggrappato a lei, entrambi avvolti nella disperazione”, dice.

“La sofferenza di questo bambino mi tormenta in modi che le parole non possono esprimere. Il medico che è in me sa che quel bambino è morto quel giorno, poco dopo essere stato dimesso dall’ospedale, ma la madre che è in me non vuole accettare la realtà.

Fatma, 29 anni, è arrivata in ospedale con tre bambini piccoli, tutti sotto i 7 anni. Non era stata ferita dalle bombe, ma sanguinava copiosamente da un seno.

“I suoi figli sedevano in silenzio al suo fianco, con i volti segnati dalla paura”, racconta Syed. “Ho cercato nella borsa con i guanti insanguinati, e ho tirato fuori qualche palloncino per distrarli. I loro volti si sono illuminati mentre dimenticavano per un attimo l’orrore che li circondava.”

Si è scoperto che la madre soffriva di un tumore al seno in stadio molto avanzato. “Mi sono trovata di fronte a una scena che, nonostante la mia esperienza in zone svantaggiate, non avevo mai visto: una massa mammaria così grande e deturpante che era chiaramente la causa della sua abbondante emorragia”, dice Syed.

La zia della paziente, che accompagnava lei e i suoi figli, ha raccontato che i medici avevano scoperto il nodulo, all’epoca delle dimensioni di un’oliva, sette mesi prima, all’inizio della guerra.

Le era stato prescritto un intervento chirurgico e la chemioterapia, ma a causa della guerra e della distruzione del sistema sanitario non ha potuto curarsi. L’Organizzazione Mondiale della Sanità aveva approvato la sua evacuazione per motivi sanitari, ma la sua richiesta è stata respinta da Israele, oppure i permessi hanno impiegato troppo tempo per arrivare.

“Era evidente che il suo cancro era curabile”, dice Syed. “In qualsiasi altro Paese, o persino a Gaza prima del 7 ottobre, avrebbe ricevuto cure e sarebbe guarita. Ma ora non potevamo fare nulla. Non avevamo le scorte di sangue per stabilizzarla ed era preferibile riservare le risorse chirurgiche necessarie per la riduzione del tumore a pazienti con maggiori speranze di guarigione.

“Sarebbe morta presto con i suoi figli accanto. Questa madre non avrebbe mai visto i suoi figli crescere, non avrebbe mai visto sua figlia laurearsi o suo figlio diventare un uomo. L’ingiustizia di tutto ciò bruciava dentro di me, un fuoco che non si sarebbe mai spento.”

Alla fine Fatma è stata trasferita in un altro ospedale. Quando Syed ha chiamato per avere notizie, le è stato detto che Fatma era morta quel giorno.

Nelle conversazioni con i medici che hanno curato civili a Gaza si parla sempre dei primi minuti dopo una strage di massa. Le descrizioni sono le stesse.

Pochi minuti dopo l’attacco missilistico o la bomba i pronto soccorso e le unità di terapia intensiva diventano una scena da film dell’orrore. Le urla di dolore si fondono con le grida di angoscia delle persone che scoprono la morte di una persona cara.

I letti, le barelle e poi il pavimento si riempiono di feriti, mentre tra di loro si formano pozze di sangue. E i medici devono ripetutamente prendere decisioni crudeli: chi scartare perché con nessuna prospettiva di sopravvivenza o perché richiede l’utilizzo di risorse in grado di salvare altre persone con più possibilità di successo.

Syed è tornata a Gaza il 4 dicembre dopo il precedente periodo di volontariato in agosto. “Il viaggio è stato straziante, con strade dissestate e bambini che camminavano da soli, tale da risvegliare un familiare senso di angoscia nello stomaco”, racconta. Dopo un’ora di macchina siamo arrivati all’ospedale Nasser. La disposizione degli alloggi era rimasta invariata: angusti letti a castello e l’onnipresente odore di fogna proveniente dal bagno.

Mentre iniziavo a disfare i bagagli una forte esplosione ha scosso l’edificio. Ho subito capito che questo attacco aereo era più vicino del solito. Le urla echeggiavano mentre la gente correva verso l’ospedale. Conoscendo fin troppo bene la procedura, mi sono precipitata verso il reparto di traumatologia.

Mentre indossavo con difficoltà i miei guanti già strappati, ho visto che due bambini piccoli venivano portati di corsa. Le loro famiglie li hanno sdraiati sul pavimento dato che non c’erano letti disponibili. Prima ancora di toccarli ho capito che non erano più in vita. Mi ha travolto un senso di totale impotenza.

“Poi è arrivata una bambina di 8 anni di nome Alaa, la stessa età di mia figlia. Suo padre mi ha spiegato che stava giocando davanti alla loro tenda quando in seguito ad un attacco aereo delle schegge sono penetrate nel suo cranio. Era gravemente ferita, il suo corpo si muoveva a malapena e la materia cerebrale era esposta. Secondo il protocollo era da considerare irrecuperabile.

Ma quando ho visto la disperazione negli occhi di suo padre non sono riuscita a stare a guardare. Ho preso dalla mia borsa il laringoscopio che avevo dovuto far passare di nascosto dall’esercito israeliano e ho assicurato la pervietà delle vie respiratorie, poi l’abbiamo portata di corsa in sala operatoria.

Pochi giorni dopo sono stata trasferita in un altro ospedale e ho perso traccia dei progressi di Alaa. Suo padre aveva promesso aggiornamenti, ma temevo il peggio. Una sera, verso la fine del mio soggiorno di un mese, ho ricevuto un messaggio con due video.

“Il primo video mostrava Alaa seduta mentre leggeva un libro con una benda attorno alla testa. Nel secondo la si vedeva camminare, leggermente instabile ma autonoma. Si è fermata al centro dell’inquadratura e ha detto: ‘Shokran doktora, anam khair’ Grazie, dottoressa, sto bene.”

Ma Alaa ha bisogno di un intervento chirurgico per la protezione del cervello, un’operazione che non può essere eseguita a Gaza. Come per altri casi, è in attesa di essere evacuata dalla Striscia.

“Negli Stati Uniti abbiamo la possibilità di intervenire in diversi modi e salvare vite umane”, dice Syed. “A Gaza anche se salvi una vita non è detto che ci sia veramente riuscito.

“Alaa potrebbe morire domani. Il suo cervello è esposto. Se domani inciampa tra le macerie o contrae un’infezione, morirà. Tutto è così incerto. La sensazione che si prova è di non fare molto, di non portare alcun cambiamento.”

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)

Vedi video della relazione del dr. Feroze Sidhwa al Consiglio di Sicurezza dell’ONU 




Come sei mesi in Cisgiordania hanno cancellato una vita di indottrinamento sionista

Sam Stein 

30 maggio 2025 – +972 Magazine

Come molti ebrei americani sono stato educato a considerare infallibile Israele. Vivere tra i palestinesi mi ha insegnato alcune verità fondamentali sulla situazione dell’occupazione.

Se si cresce nel mondo degli ebrei ortodossi americani quello che si fa è semplicemente passare un anno post-diploma a studiare la Torah in Israele. Io scelsi di frequentare una “mechina”, un programma israeliano propedeutico al servizio militare, ignaro che quello che consideravo il mio “anno in Israele” in realtà mi avrebbe portato nei territori palestinesi occupati in Cisgiordania.

La “Mechinat Yeud” si trovava a Efrat, una colonia illegale del blocco di Gush Etzion [prima colonia fondata da Israele nei territori occupati nel ’67, ndt.], a sud di Gerusalemme. I nostri giorni lì erano principalmente divisi in due parti: la prima metà veniva dedicata a studiare la Torah e l’altra a fare escursioni, a prestare servizio per la comunità e ad allenarsi nel Krav Maga [arte marziale adottata dall’esercito israeliano, ndt.].

Terminai quell’anno senza sapere molto dell’occupazione israeliana. Mentre vedevo più “arabi” (la parola “palestinesi” non veniva mai pronunciata dalle nostre labbra) attorno alla mia colonia che nel vero e proprio Israele, continuai ad ignorare la realtà da loro vissuta sotto il potere militare straniero, senza cittadinanza né diritto di voto.

La prima volta che ricordo di aver sentito la parola “occupazione” fu quando il mio rabbino, un abitante della colonia illegale di Alon Shvut, si lamentò del fatto che gli israeliani avessero un accesso limitato al Monte del Tempio [la Spianata delle Moschee a Gerusalemme, ndt.]. “Israele,” dichiarò, “è occupato dagli arabi.”

Cinque anni dopo, mentre studiavo all’Hunter College di New York, uno studente palestinese di Betlemme fece un discorso nel nostro centro Hillel [principale organizzazione studentesca ebraica al mondo, ndt.]. Avendo vissuto durante il tempo passato a Efrat a poca distanza da lui, ingenuamente pensai a noi due come “vicini”. Ma quando spiegò che frequentare un’università a New York gli imponeva di ottenere in primo luogo i permessi israeliani anche solo per andare in Giordania e avere il diritto di salire su un volo internazionale, lo stridente contrasto tra le nostre due vite divenne impossibile da ignorare.

Sette anni dopo il mio soggiorno nella mechina tornai in Israele-Palestina, questa volta con una chiara visione dell’occupazione della Cisgiordania e della responsabilità che comportava entrare in quella terra. Sapevo di dovermi impegnare nell’attivismo concreto contro l’occupazione. Fu così che arrivai a unirmi ad “All That’s Left” [Tutto ciò che rimane], un collettivo di base e senza gerarchie degli ebrei della diaspora impegnato nell’azione diretta contro l’occupazione.

Attraverso All That’s Left iniziai a viaggiare regolarmente in Cisgiordania con una prospettiva totalmente diversa rispetto a quando avevo 18 anni. Mi unii ai contadini palestinesi nei loro campi, accompagnai i pastori a pascolare le loro greggi, partecipai alle proteste contro la violenza di Stato israeliana e infine passai notti, poi settimane, poi mesi, nei villaggi palestinesi. Come parte di attivismo della presenza protettiva i miei compagni di militanza ed io documentammo gli attacchi dei coloni e le incursioni militari, sperando che il nostro status privilegiato agli occhi dello Stato potesse scoraggiare la violenza.

Questo lavoro mi ha portato al settembre 2024, quando, dopo essermi unito a Rabbis for Human Rights [Rabbini per i Diritti Umani, associazione religiosa israeliana contro l’occupazione, ndt.], ho deciso di trasferirmi a tempo pieno a Masafer Yatta, un gruppo di villaggi palestinesi sulle Colline Meridionali di Hebron i cui abitanti hanno resistito tenacemente alla violenza dei coloni e dell’esercito intesa a cacciarli dalle loro terre, come recentemente descritto dal documentario vincitore dell’Oscar “No other land” [Nessun’altra terra]. Andando lì speravo di rafforzare i miei rapporti con la comunità, migliorare il mio arabo e fornire una presenza protettiva.

Come cittadino israeliano ebreo, parte del gruppo demografico che spinge per l’espansione della colonizzazione, volevo assicurarmi che stando a Masafer Yatta avrei fatto una resistenza attiva all’occupazione invece che perpetuarla. Attraverso conversazioni con gli abitanti del luogo e il mio lavoro con iniziative come Hineinu [Noi siamo qui, progetto di appoggio alle comunità palestinesi, ndt.], sono arrivato alla convinzione che esso era accolto positivamente e apprezzato dagli abitanti palestinesi.

Senza limiti di tempo, senza sostegno istituzionale e senza neppure una casa a Gerusalemme in cui tornare se le cose si fossero messe male, ho caricato tutte le mie cose in macchina e sono partito a sud verso Masafer Yatta.

Per sei mesi ho vissuto insieme a quelli che, come ero stato continuamente messo in guardia, alla prima occasione mi avrebbero ucciso. Le verità che ho imparato lì devono essere condivise, soprattutto con altri che sono stati educati con gli stessi timori. Queste lezioni hanno un’importanza immediata perché ancora una volta Masafer Yatta sta affrontando una campagna di demolizioni che minaccia di cancellare la sua gente dall’unica terra che conosce.

  1. Puoi (e dovresti) ignorare i cartelli rossi

    Durante l’anno alla mechina il nostro direttore indicava invariabilmente i cartelli rossi che indicavano gli ingressi nell’Area A, il territorio della Cisgiordania ufficialmente sotto totale controllo palestinesi [in base agli accordi di Oslo, ndt.]. Gli avvisi, piazzati da Israele, affermavano che l’ingresso era “illegale” e “pericoloso per le vite” dei cittadini israeliani. “Questo è il vero apartheid,” diceva il nostro direttore, lamentando la presunta esclusione per gli israeliani da quelle zone. Solo in seguito capii che i palestinesi non intendevano escludermi né avevano l’effettiva autorità su quei luoghi.

In realtà il divieto contro i cittadini israeliani che entravano nell’Area A esiste più sulla carta che in pratica. Queste restrizioni non intendono proteggere gli israeliani, ma rafforzare un sistema e una cultura di apartheid attraverso barriere psicologiche. Dove finiscono posti di blocco e muri prendono il loro posto la paura e autocensura come mezzi di separazione.

Ho presto compreso che disimparare questo razzismo condizionato richiede l’immersione in luoghi in cui la cultura palestinese rimane predominante. Ho visitato i siti storici di Betlemme, mi sono allenato in palestre di arti marziali a Ramallah e ho fatto la spesa nei mercati di Yatta. Quasi ogni volta gli abitanti locali scoprivano che sono sia ebreo che israeliano, eppure non mi sono mai sentito in pericolo. L’unica vera angoscia c’è stata quando ho lasciato le città palestinesi, seduto in infinite code ai posti di blocco, un ricordo quotidiano del peso schiacciante dell’occupazione.

  1. I coloni degli avamposti non ti rappresentano

Se, come me, sei cresciuto come un tipico ebreo ortodosso moderno in America, non troverai nessun punto in comune con quelli che passano il pomeriggio del sabato andando in giro in macchina e usando il telefono [attività vietate il sabato dalla legge religiosa ebraica, ndt.] per coordinare attacchi contro i palestinesi.

A differenza dei coloni più “moderati” di posti come Efrat o Alon Shvut, che pur sostenendo l’occupazione almeno conservano un’apparenza di osservanza religiosa, , i violenti radicali degli avamposti sono totalmente estranei al tuo mondo.

Se incontri a scuola il tipico giovane delle colline [membro di un gruppo di coloni estremisti, ndt.] non vedi uno come te, vedi un giovane a rischio che ha bisogno di assistenza. E gli adulti che gestiscono questi avamposti? Non hanno niente a che vedere con i rabbini che ti fanno lezione a scuola, sono estremisti ideologici che usano la nostra tradizione come arma calpestando la stessa halacha [tradizione normativa ebraica, ndt.] che ti è stato insegnato essere essenziale e immutabile.

  1. L’esercito mente

Come la maggioranza degli ebrei e degli israeliani, sono stato educato a vedere l’IDF [l’esercito israeliano, ndt.] come infallibile. Ma quando dico che l’esercito mente, non sto parlando di interpretazioni o di mezze verità. Intendo che inventano in blocco la realtà, creando finzioni prive di ogni base oggettiva.

Ho assistito di persona ad avvenimenti per poi leggere resoconti dell’esercito che contraddicevano totalmente la realtà. Per due volte sono stato aggredito da soldati e coloni per poi essere arrestato con l’assurda accusa che avevo attaccato i miei aggressori.

Questo schema di menzogne non è nuovo: molto prima degli ultimi 18 mesi Israele ha ripetutamente ritrattato le sue versioni ufficiali, come il mondo ha visto in seguito all’assassinio della giornalista Shireen Abu Akleh [uccisa a Jenin da un cecchino israeliano ma che secondo la prima versione israeliana sarebbe stata colpita da un combattente palestinese, poi da un proiettile di rimbalzo, ndt.]. Oggi, mentre Israele commette un genocidio a Gaza dietro il muro della censura, dobbiamo partire dall’assunto opposto: ogni parola ufficiale dell’esercito è una menzogna.

  1. L’occupazione opera ininterrottamente

Una volta un compagno attivista di Hineinu ha descritto la risposta alla violenza a Masafer Yatta come “giocare a colpire la talpa”. Ogni chiamata d’emergenza del mattino — i coloni attaccano qui, i soldati invadono là — dà l’avvio a un altro giorno di corse tra avamposti per documentare le atrocità.

Mi sono abituato a questo ritmo di crisi: dormire con la suoneria impostata per squarciare il silenzio della notte, un cambio di vestiti sempre a portata di mano, affinare la particolare abilità di vestirsi in pochi secondi mentre sei mezzo addormentato. A tutt’oggi un telefono che suona mi provoca le palpitazioni.

È rapidamente diventato chiaro che la mia sola presenza là turbava profondamente i soldati israeliani. Avrebbero inventato pretesti per allontanare me e gli altri attivisti, arrestandomi per aver fotografato un’auto civile, accusandomi falsamente di essere entrato nell’Area A o prendendo di mira i nostri veicoli per futili violazioni del codice della strada.

Ma mentre questi continui soprusi mi hanno sfiancato, impallidiscono in confronto a quello che devono sopportare giornalmente i miei vicini. So che persino in un cosiddetto giorno “tranquillo” la violenza non si ferma, significa solo che altri si stanno accollando il peso al mio posto.

  1. La risposta è una solidarietà vera.

Integrarmi in una comunità palestinese mi ha rivelato l’implacabile morsa dell’occupazione. Quando ho iniziato ad accompagnare in macchina i miei vicini a sbrigare le loro faccende ogni posto di blocco si è trasformato da un’ingiustizia vista da fuori in qualcosa che mi colpiva personalmente. Queste esperienze mi hanno insegnato che l’antidoto più potente alla propaganda è essere veramente accomunati agli oppressi e diseredati, non in base a una falsa nozione di “coesistenza”, ma a un impegno condiviso per la giustizia e la liberazione.

L’occupazione continua esattamente perché non crea un disagio agli israeliani, che è la ragione per cui chi li sostiene deve consapevolmente condividere la sofferenza dei palestinesi. Ciò non implica andare a Masafer Yatta, solo costruire rapporti così profondi che la sofferenza degli altri diventi la nostra. Assistere ai soprusi là non disturba solo la mia coscienza, mi fa arrabbiare perché le persone che amo sono state colpite. Questa rabbia continua anche adesso che me ne sono andato. Moltiplicate questo per migliaia e il sistema crollerà.

È così che un’ora di vero ascolto del discorso di un compagno di studi al college è stata il primo passo perché mi si aprissero gli occhi sul vissuto dei palestinesi. Ora, condividendo la mia esperienza di sei mesi insieme ai palestinesi di Masafer Yatta, spero di aiutare altri che sono stati educati come me a rompere lo stesso muro di menzogne. Solo allora potremo riprenderci non solo da questi 18 mesi devastanti, ma dai 75 anni che li hanno preceduti e costruire un futuro degno della nostra comune umanità.

Sam Stein è uno scrittore e attivista che ha passato sei anni impegnato nella presenza protettiva in Cisgiordania. Collabora frequentemente con la rivista The Progressive Magazine [storico periodico statunitense di sinistra, ndt.].

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




In una sola settimana un nuovo avamposto ha cancellato un’intera comunità palestinese

Oren Ziv

26 maggio 2025 – +972 Magazine

Dopo che hanno costruito sulla loro terra, i coloni israeliani hanno aggredito ed espulso gli abitanti di Maghayer Al-Dir, uno degli ultimi villaggi della valle del Giordano meridionale.

La mattina del 18 maggio alcuni coloni israeliani hanno costruito, a soli 100 metri dalle case degli abitanti, un avamposto illegale all’interno della comunità palestinese di pastori di Maghayer Al-Dir, nell’area C della Cisgiordania [secondo gli accordi di Oslo sotto totale ma temporaneo controllo israeliano, ndt.].

A metà settimana, prima di ogni scontro violento o episodio di furto di bestiame, circa metà degli abitanti palestinesi ha fatto i bagagli ed è fuggito, mentre il resto [della gente] si preparava a fare altrettanto: sotto lo sguardo attento dei coloni ha iniziato a caricare pecore, mobili, mangime e taniche di acqua su dei camion.

Ma sabato pomeriggio la solita “passeggiata” dei coloni attraverso il villaggio si è trasformata in un attacco organizzato. Quattro coloni hanno iniziato a spintonare giovani palestinesi che si trovavano sui tetti di strutture che stavano per essere demolite. “(I coloni) hanno cercato lo scontro,” dice Avishay Mohar, un attivista e fotografo che era presente.

Coloni e palestinesi hanno iniziato a lanciarsi pietre. Proprio quando lo scontro sembrava essere terminato i coloni hanno chiamato rinforzi: circa altri 25 coloni, alcuni mascherati, molti armati con fucili da guerra e mazze, si sono uniti all’aggressione contro gli abitanti e gli attivisti internazionali, che hanno cominciato a rispondere.

Un colono è stato colpito alla testa da una grossa pietra, è caduto e ha perso conoscenza. Anche un palestinese è stato colpito al volto da una pietra. Un secondo colono, pare un minorenne, ha preso la pistola dalla giacca del suo amico svenuto e ha iniziato a sparare in aria. “È comparso un altro colono con un M16 [fucile d’assalto, ndt.] e ha cominciato a sparare contro di noi,” ricorda Mohar. Si è diffuso il panico, gli abitanti sono corsi affannosamente verso il vicino villaggio di Wadi Al-Siq, la cui popolazione mesi prima, nell’ottobre 2023, era stata anch’essa cacciata durante un’ondata di violenze dei coloni appoggiati dallo Stato.

I coloni hanno inseguito gli abitanti in fuga nella valle lanciando pietre e rompendo i loro telefoni. Hanno sequestrato a Mohar due telecamere, il telefono, il portafoglio e il caricabatterie. Da terra ha visto i coloni picchiare un quindicenne palestinese in testa con una mazza. Dopo essere stato picchiato Mohar ha iniziato ad avere capogiri, cercando di sollevare la testa da terra: “Ho detto ai coloni: ‘Se continuate così mi ammazzate!’.” Hanno continuato a colpirlo violentemente sulla schiena.

Dopo che finalmente si è presentato l’esercito e ha chiamato le ambulanze, durante la notte la ricerca di 12 feriti, alcuni dei quali sono stati trovati a 500 e 600 metri dal villaggio, è continuata. La mattina dopo a Maghayer Al-Dir non restava più un solo abitante. Tutte le 23 famiglie, in totale circa 150 persone, erano state obbligate a fuggire.

“L’attacco manda un messaggio alle comunità palestinesi in Cisgiordania,” afferma Mohar. “Non solo non puoi rimanere, ma non te ne puoi neppure andare tranquillamente.”

Anche qui ci saranno ebrei”

Dall’ottobre 2023 in Cisgiordania oltre 60 comunità palestinesi di pastori sono state espulse e sulle o nei pressi delle loro rovine sono stati costruiti almeno 14 nuovi avamposti. Una comunità espulsa con la violenza, Wadi Al-Siq, ha affrontato soprusi che includono aggressioni sessuali, portando allo scioglimento dell’unità “Frontiera del Deserto” [composta da coloni, ndt.] dell’esercito israeliano.

Come nel caso di Maghayer Al-Dir, la creazione di avamposti rurali di coloni è stata il principale fattore che ha espulso i palestinesi dalle loro case nell’Area C. Secondo un recente rapporto delle ong [israeliane] Peace Now e Kerem Navot i coloni israeliani hanno utilizzato avamposti di pastori per impadronirsi di almeno 786.000 dunam [78.600 ettari] di terreno, circa il 14% di tutta l’area della Cisgiordania. Negli ultimi due anni e mezzo sette comunità di pastori palestinesi confinanti con Maghayer Al-Dir sono state spopolate.

Maghayer Al-Dir era l’ultima comunità palestinese rimasta nella periferia di Ramallah situata a est della Allon Road, un’autostrada strategica da nord a sud costruita da Israele negli anni ’70 per collegare le colonie e per preparare la potenziale annessione del territorio a est della strada lungo il confine giordano. Originarie del Naqab/Negev, le famiglie di Maghayer Al-Dir furono espulse nel 1948 verso diverse zone della valle del Giordano prima che lo Stato decidesse di costruire una base militare e li espellesse ancora una volta verso la loro ultima zona di residenza.

In immagini prese dall’attivista Itamar Greenberg il giorno in cui i coloni hanno creato il nuovo avamposto si può sentire un colono vantarsi della pulizia etnica di Maghayer Al-Dir. “Questo è l’unico posto rimasto, grazie a Dio abbiamo buttato fuori tutti… In questa zona è tutto solo ebraico,” spiega il colono mentre gesticola verso la distesa alla sua sinistra. Poi la telecamera si concentra sul luogo in cui i giovani delle colline [gruppo di coloni estremisti, ndt.] stanno alacremente costruendo l’avamposto. “Anche qui ci saranno ebrei.”

Come riportato nell’agosto 2023 da +972, la maggioranza delle comunità del territorio tra Ramallah e Gerico, un’area di 150.000 dunam [15.000 ettari], è stata obbligata a scappare durante i primi mesi in quanto i coloni hanno iniziato rapidamente a costruire avamposti di pastori e a scagliarsi violentemente contro gli abitanti con il sostegno dell’esercito e delle istituzioni statali israeliane. Ora in tutta la zona della valle del Giordano meridionale rimangono solo due comunità palestinesi, M’arajat e Ras Al-Auja.

Anche prima della costruzione dell’ultimo avamposto Maghayer Al-Dir era stato completamente circondato da colonie e avamposti israeliani. A nord si trova l’avamposto semi-autorizzato di Mitzpe Dani; a est Ruach Ha’aretz (“Spirito della Terra”), fondato poco prima della guerra e poi ampliato; a sud, nei pressi dell’ormai spopolato villaggio di Wadi Al-Siq, si trova uno degli avamposti di Neria Ben Pazi [noto colono estremista, ndt.]. Nonostante la scorsa settimana Ben Pazi sia stato colpito da sanzioni del governo britannico per il suo ruolo nella costruzione di avamposti illegali e per aver cacciato famiglie di beduini palestinesi dalle loro case, è stato visto perlustrare il villaggio nei giorni che hanno portato alla partenza forzata della comunità.

“I coloni erano preparati, con un piano, per prendere la terra ed espellerci,” dice un abitante del villaggio che preferisce rimanere anonimo per timore di rappresaglie da parte dei coloni.

Negli ultimi anni i coloni dei vicini avamposti hanno iniziato ad erigere barriere che separano le case degli abitanti dalla strada principale che porta a Maghayer Al-Dir. Essi rubano anche metodicamente acqua dai pozzi dei villaggi per le loro pecore.

Un altro abitante che sceglie di rimanere anonimo spiega che non c’è alcuna differenza tra la violenza dei coloni e quella dello Stato: “Il problema è che oggi non c’è legge,” dice a +972. “(I coloni) dicono: ‘Siamo noi il governo,’ e la polizia sta dalla loro parte.” Ora pensa di vendere il suo gregge di pecore in quanto i coloni occupano sempre più terra su cui i palestinesi erano soliti portare al pascolo il proprio bestiame.

“Lo scorso anno i coloni sono entrati nel villaggio e hanno attaccato i miei familiari,” continua. “Abbiamo cercato di difenderci filmando e io sono stato arrestato. Fortunatamente il giudice di Ofer (tribunale militare) mi ha rilasciato e ha chiesto (sarcasticamente) al pubblico ministero se si supponeva che offrissimo il caffè ai coloni che avevano invaso le nostre case.”

Tattiche già note

Giovedì 22 maggio la famiglia Malihaat ha passato la giornata a fare i bagagli. I coloni hanno edificato il loro ultimo avamposto all’interno di un recinto per le pecore di Ahmad Malihaat, cinquantottenne padre di nove figli. Poche ore dopo che era stato eretto, dice, i coloni “hanno cercato rapidamente di prendere le nostre pecore, in modo che in seguito avrebbero potuto sostenere (presso le autorità israeliane) che erano loro e tenersele.”

Era una tattica già nota alla comunità: all’inizio di marzo decine di coloni armati di fucili e mazze hanno rubato oltre 1.000 pecore alla comunità di pastori di Ras Ein Al-Auja. Temendo una replica, gli abitanti di Maghayer Al-Dir inizialmente hanno concentrato i propri sforzi per evacuare il gregge dal villaggio nei giorni seguenti la costruzione dell’avamposto.

Eppure la famiglia di Malihaat testimonia che mercoledì notte i coloni sono riusciti a rubare un asino e 10 sacchi di mangime per animali. Malihaat ricorda che i coloni gli hanno detto di andare in Giordania o in Iraq: “Vogliono espellere noi e le altre comunità di beduini e in un modo o nell’altro prendersi la terra.”

Pur avendo ricevuto il 18 maggio l’ordine dell’Amministrazione Civile [l’ente militare israeliano che gestisce i territori occupati, ndt.] di interrompere le attività edilizie, giorno dopo giorno i coloni hanno esteso l’avamposto a Maghayer Al-Dir, montando una grande tenda e collegando il luogo alla rete idrica dal vicino avamposto eretto poco prima della guerra.

Mentre raccoglieva le sue cose e si preparava ad andarsene, Malihaat afferma che da quando è stato costruito l’avamposto ha dormito e mangiato poco. La sua dieta, dice, è consistita “per lo più di sigarette e acqua.” A quel punto ha praticamente previsto l’imminente attacco: “Non sai quello che faranno (i coloni). Forse picchieranno tuo figlio e poi chiameranno la polizia e arresterà te o tuo figlio e dovrai pagare una cauzione di 20.000 shekel [circa 5.000 €, ndt.].”

Malihaat non sa ancora dove la famiglia deciderà di spostarsi. Sottolinea che una volta che una comunità di pastori è espulsa talvolta riceve il permesso temporaneo di stabilirsi su terra di proprietà di altre comunità palestinesi nell’Area B [in base agli accordi di Oslo sotto controllo amministrativo dell’Autorità Palestinese e militare di Israele, ndt.] della Cisgiordania. Ma non è una soluzione a lungo termine: “Quando il tuo vicino è bravo tutto va bene, ma loro (i coloni) non vogliono la pace,” conclude Malihaat. “Vogliono espellerci, ucciderci e distruggere la nostra casa.”

In risposta all’inchiesta di +972 un portavoce dell’esercito israeliano ha affermato che il nuovo avamposto si trova su terreno pubblico e non sconfina nella zona in cui risiede la comunità. Anche l’Amministrazione Civile conferma che contro l’avamposto è stato emanato un ordine di interrompere i lavori “per elementi costruttivi edificati illegalmente nell’area.”

Oren Ziv è un fotogiornalista, reporter di Local Call [edizione in ebraico di +972 Magazine] e membro fondatore del collettivo di fotografi Activestills.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Un sondaggio rivela che quasi la metà degli israeliani sostiene l’uccisione di tutti i palestinesi a Gaza da parte dell’esercito.

Nadav Rapaport , Tel Aviv, Israele

24 maggio 2025 – Middle East Eye

La stragrande maggioranza degli israeliani, compresi i laici, appoggia il trasferimento forzato dei palestinesi da Gaza e da Israele

Secondo un sondaggio dell’università statale della Pennsylvania la schiacciante maggioranza di ebrei israeliani appoggia il trasferimento dei palestinesi da Gaza.

L’indagine, condotta a marzo e pubblicata dal quotidiano Haaretz giovedì, ha rivelato che l’82% degli ebrei israeliani sostiene l’espulsione forzata dei palestinesi dalla Striscia di Gaza.

Nel contempo il 47% degli ebrei israeliani ha risposto affermativamente alla domanda: “Concordate con l’affermazione che l’esercito israeliano quando conquista una città nemica dovrebbe agire in modo simile a quello degli israeliti quando conquistarono Gerico sotto la guida di Giosué, cioè uccidendo tutti i suoi abitanti?”. Il riferimento è al racconto biblico della conquista di Gerico.

All’inizio di questo mese Israele ha lanciato nella Striscia assediata l’“Operazione Carri di Gedeone” che, secondo l’organo di informazione israeliano Ynet, ha lo scopo di portare avanti il piano del presidente USA Donald Trump di “svuotare Gaza”.

Ynet ha riferito che nel corso dell’operazione l’esercito israeliano intende spingere il maggior numero di palestinesi verso la zona di Rafah, nel sud della Striscia di Gaza, dove verranno distribuiti cibo e aiuti. Secondo Ynet il nuovo piano militare mira anche a promuovere l’“emigrazione volontaria” dei palestinesi.

Il nuovo piano ha ottenuto l’appoggio della maggioranza dell’opinione pubblica israeliana, nonostante che il capo di stato maggiore dell’esercito, Eyal Zamir, abbia avvertito che avrebbe costituito un danno per le vite degli ostaggi israeliani a Gaza.

Secondo un diverso sondaggio di Canale 13 il 44% dell’opinione pubblica israeliana approva l’operazione, mentre il 40% è contrario.

Lo stesso sondaggio rivela che l’opinione pubblica israeliana sostiene anche il proseguimento dell’assedio totale che Israele ha imposto alla Striscia di Gaza dall’inizio di marzo. Rivela che il 53% dell’opinione pubblica israeliana ritiene che Israele non dovrebbe consentire l’ingresso degli aiuti umanitari nell’enclave.

All’inizio della settimana il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato che uno degli obbiettivi della guerra di Israele è realizzare il piano proposto da Trump di espellere i palestinesi da Gaza.

Durante una conferenza stampa Netanyahu ha detto che intende porre fine alla guerra, ma soltanto “a chiare condizioni che garantiscano la sicurezza di Israele: tutti gli ostaggi ritornino a casa, Hamas deponga le armi e lasci il potere, la sua leadership venga esiliata dalla Striscia.”

E noi portiamo avanti il piano di Trump – un piano che è veramente giusto e rivoluzionario”, ha aggiunto.

L’opinione pubblica laica appoggia l’espulsione

Secondo il sondaggio [dell’università] dello Stato della Pennsylvania l’appoggio all’espulsione di massa dei palestinesi dall’enclave si riscontra anche tra il 70% degli ebrei laici, parte dei quali sono considerati progressisti. Nel contempo il sostegno tra le comunità dei Masortim (tradizionalisti), dei religiosi e degli ultra-ortodossi supera il 90%.

L’ampio e trasversale appoggio a livello politico e sociale all’espulsione dei palestinesi non si ferma ai confini della Striscia di Gaza occupata. Secondo il sondaggio il 56% degli ebrei israeliani sostiene l’espulsione dei cittadini palestinesi di Israele dalla loro terra.

Mentre i livelli più alti di sostegno allo spostamento si sono registrati nelle comunità Masortim, religiose e ultra-ortodosse, superando il 60%, vi è anche un significativo sostegno tra i laici. Il sondaggio rivela che il 38% degli ebrei israeliani laici sostiene l’espulsione dei cittadini palestinesi di Israele dal Paese.

Commentando i risultati dell’indagine, Shay Hazkani, professore di storia e studi ebraici all’università del Maryland, e Tamir Sorek, docente del dipartimento di storia dell’università statale della Pennsylvania, hanno scritto: “C’è chi vede nello shock e nell’angoscia che hanno colpito l’opinione pubblica israeliana in seguito agli eventi del 7 ottobre l’unica spiegazione di questa radicalizzazione.

Ma il massacro sembra aver solo scatenato demoni che sono stati alimentati per decenni nei media e nel sistema giudiziario e in quello educativo.”

Durante tutta la guerra i media israeliani hanno ripetuto appelli all’espulsione e all’uccisione dei palestinesi. Recentemente organizzazioni israeliane per i diritti umani hanno inoltrato alla Corte Suprema la richiesta di aprire un’indagine contro Canale 14, considerato fedele a Netanyahu, con le accuse di “istigazione al genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità.”

Anche il sistema educativo ha giocato un ruolo nel formare posizioni estremiste tra i giovani israeliani. Hazkani e Sorek affermano che dall’inizio degli anni 2000 si è sviluppato un processo di radicalizzazione.

Secondo il sondaggio solo il 9% degli uomini ebrei sotto i 40 anni, che rappresentano la maggioranza dei soldati in servizio effettivo o riservisti, è del tutto contrario alle idee di espulsione e trasferimento.

Linguaggio religioso

Solo lo scorso marzo la Corte Suprema ha respinto all’unanimità un ricorso presentato da organizzazioni per i diritti umani che tentava di costringere il governo a consentire l’ingresso degli aiuti umanitari nella Striscia di Gaza. Nella sentenza uno dei giudici ha utilizzato un linguaggio religioso per giustificare il verdetto.

Fin dall’inizio della guerra il linguaggio religioso è stato ampiamente usato in Israele per descrivere la guerra a Gaza. Uno dei termini frequentemente richiamato è “Amalek” – in riferimento ad un antico nemico degli Israeliti, contro il quale la tradizione ebraica impone una guerra totale.

Una settimana dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre Netanyahu ha esortato le truppe di terra a prepararsi ad entrare a Gaza per “ricordare che cosa vi ha fatto Amalek”.

Tuttavia il discorso religioso in Israele non si limita al pubblico religioso. Il sondaggio ha rivelato che il 65% della popolazione ebrea crede che vi sia un “Amalek” dei giorni nostri. E di questi, il 93% pensa che il “mitzvah”, o comandamento, di “spazzare via la memoria di Amalek” dovrebbe essere applicato ancora oggi.

Il sionismo, oltre ad essere un movimento nazionale, è anche un movimento di coloni immigrati, che cerca di cacciare via la popolazione locale”, scrivono Hazkani e Sorek.

L’aspirazione ad una assoluta e permanente sicurezza può condurre ad un piano operativo per eliminare la popolazione ostile e quindi ogni progetto coloniale di insediamento contiene potenzialmente la pulizia etnica e il genocidio.”

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Il genocidio israeliano a Gaza è una guerra demografica

Joseph Massad

23 maggio 2025 – Middle East Eye

Dietro l’uccisione di massa e l’espulsione dei palestinesi si cela un imperativo strategico: ripristinare il predominio demografico ebraico in tutto il territorio sotto il controllo coloniale israeliano.

Il genocidio in corso a Gaza, che ha ucciso quasi 54.000 palestinesi, insieme ai vari piani per espellere i sopravvissuti, ha un obiettivo primario: salvaguardare linsediamento coloniale ebraico di Israele ripristinando la maggioranza demografica ebraica persa, che era stata ottenuta fin dal 1948 attraverso uccisioni di massa ed espulsioni.

I sionisti compresero subito che l’unica possibilità di sopravvivenza del loro progetto di colonizzazione era l’istituzione di una maggioranza ebraica attraverso l’espulsione dei palestinesi.

Theodor Herzl, il fondatore del movimento sionista, delineò negli anni Novanta dell’Ottocento i primi piani in merito, piani che l’Organizzazione Sionista ha poi perseguito a partire dagli anni Venti del Novecento. Tuttavia l’espulsione divenne possibile solo dopo la conquista militare sionista della Palestina.

Alla vigilia della guerra del 1948 la Palestina contava una popolazione ebraica di 608.000 persone (pari al 30%), la maggior parte delle quali giunta nel paese nei due decenni precedenti, insieme a 1.364.000 palestinesi.

Durante la conquista del 1948 le forze sioniste uccisero l’1% della popolazione palestinese, oltre 13.000 persone, e ne espulsero circa 760.000, ovvero più dell’80% di coloro che vivevano nell’area che Israele avrebbe poi dichiarato Stato ebraico.

Furono queste uccisioni e questi interventi di pulizia etnica ad istituire la superiorità demografica ebraica in Israele tra il 1948 e il 1967.

Espulsione

Nel novembre del 1948 erano rimasti in Israele circa 165.000 palestinesi e la popolazione ebraica coloniale era salita a 716.000 persone, con un incremento dal 30 all’81% quasi da un giorno all’altro.

Nel 1961 la popolazione ebraica era cresciuta fino a 1.932.000 su una popolazione totale di 2.179.000, portando la percentuale ebraica all’89%.

Alla vigilia della conquista israeliana di tre paesi arabi nel 1967 la popolazione complessiva contava 2,7 milioni di persone, di cui 2,4 milioni erano coloni ebrei e loro discendenti, con la persistenza dell’89% di prevalenza ebraica.

Il principale passo falso demografico commesso dalla colonia ebraica fu la conquista, nel 1967, del resto della Palestina, insieme alle alture del Golan e allo scarsamente popolato Sinai egiziano.

La voracità territoriale di Israele, pur portando a una conquista che ne triplicò le dimensioni geografiche, compromise significativamente la supremazia demografica ebraica per il cui ottenimento i sionisti si erano così duramente impegnati dal 1948.

Prima dell’espulsione del 1967 la popolazione della Cisgiordania era stimata tra 845.000 e 900.000 abitanti, mentre quella della Striscia di Gaza variava tra 385.000 e 400.000 abitanti.

L’espulsione vera e propria iniziò durante la conquista israeliana, con oltre 200.000 palestinesi, molti dei quali rifugiati del 1948 provenienti da quello che era diventato Israele, costretti ad attraversare il fiume Giordano dalla riva occidentale a quella orientale.

Minaccia demografica

A Gaza fino al dicembre 1968 le forze israeliane espulsero 75.000 palestinesi e impedirono ad altri 50.000, che lavoravano, studiavano o viaggiavano in Egitto o altrove, di tornare a casa.

Dopo le espulsioni il censimento israeliano del settembre 1967 registrò una popolazione di 661.700 abitanti in Cisgiordania e 354.700 a Gaza.

La popolazione palestinese di Gerusalemme Est contava 68.600 persone. Complessivamente, questo significava che la popolazione palestinese complessiva di Israele, Cisgiordania e Gaza ammontava a 1.385.000, riducendo la percentuale di ebrei in tutti i territori controllati da Israele dall’89% al 56%, con l’esclusione delle poche migliaia di siriani ed egiziani rimasti sulle alture del Golan e nel Sinai.

Infatti dalle alture del Golan gli israeliani espulsero tra 102.000 e 115.000 siriani, lasciandone non più di 15.000.

Riguardo alla popolazione del Sinai, all’epoca composta principalmente da beduini e contadini, 38.000 di loro divennero profughi. Inoltre con il progredire dell’occupazione Israele continuò a deportare centinaia di palestinesi.

Negli anni ’70 questo terremoto demografico successivo al 1967 procurò all’allora Primo Ministro israeliano Golda Meir molte notti insonni, preoccupata per il numero di palestinesi concepiti ogni notte.

La riduzione della quota ebraica coloniale della popolazione continuò, con la crescente ansia degli israeliani, fino al 1990.

Afflusso sovietico

Nel 1990 la popolazione dell’Israele del 1948 aveva raggiunto circa 4,8 milioni di abitanti, di cui 3,8 milioni di ebrei e un milione di palestinesi, mentre la popolazione palestinese della Striscia di Gaza era di 622.016 persone e quella della Cisgiordania di 1.075.531.

Il numero totale di palestinesi sotto il controllo israeliano era di 2.697.547, il che significava che gli ebrei rappresentavano il 58% della popolazione, un aumento marginale rispetto al 56% del 1967.

Il crollo dell’URSS e le conseguenti crisi economiche nelle repubbliche post-sovietiche portarono a un’emigrazione di massa, soprattutto tra gli ebrei, che trovavano più facile trasferirsi poiché la Legge del Ritorno israeliana offriva loro una destinazione immediata senza le complicazioni dell’emigrazione verso i paesi occidentali.

Ciò rese Israele un’opportunità molto attraente per gli ebrei sovietici e una manna dal cielo per lo Stato israeliano, poiché contribuì a prevenire la temuta “bomba demografica” palestinese, così come la crisi cominciò a essere definita dagli israeliani.

Tuttavia si scoprì che il milione di ebrei sovietici immigrati in Israele tra il 1990 e il 2000 – che ne alterarono significativamente la demografia aumentando sia la popolazione ebraica che quella ashkenazita [ebrei provenienti dall’Europa, ndt.] – non erano tutti ebrei.

L’appartenenza ebraica di oltre la metà di loro fu messa in discussione sia dai rabbini israeliani, che insistevano sul fatto che un ebreo dovesse essere una persona nata da madre ebrea, sia dai gruppi sionisti, tra cui la Zionist Organisation of America (ZOA), poiché molti dei nuovi arrivati ​​avevano, nella migliore delle ipotesi, solo un nonno ebreo. Tra questi, coniugi e altri parenti per nulla ebrei.

Molti degli immigrati post-sovietici si rifiutarono di imparare l’ebraico e continuarono a parlare russo, il che portò alla pubblicazione in Israele di numerosi giornali in lingua russa per venire incontro alle loro esigenze. Alcuni giovani immigrati formarono persino gruppi neonazisti e skinhead che attaccavano ebrei e sinagoghe in tutto il paese.

Tuttavia questa importante ondata migratoria non poté competere con la crescita della popolazione palestinese.

Panico demografico

Nel 2000 la popolazione di Israele aveva raggiunto i 6,4 milioni, di cui cinque milioni di ebrei e quasi 1,2 milioni di palestinesi, mentre la popolazione della Cisgiordania era di 2,012 milioni e quella di Gaza di 1,138 milioni, riducendo la percentuale di coloni ebrei e dei loro discendenti a non più del 52% della popolazione totale.

Rendendosi conto che le poche colonie europee sopravvissute al cambio di rotta globale del colonialismo di insediamento a partire dagli anni ’60 – tra cui il Sudafrica sostanzialmente fino al 1994 – erano quelle che mantenevano una massiccia maggioranza demografica bianca, come Stati Uniti, Canada, Australia e Nuova Zelanda, il governo israeliano si lasciò prendere dal panico.

Alla fine di quell’anno, il ripristino della superiorità demografica ebraica era diventato una vera e propria ossessione.

Quel dicembre l’Istituto di Politica e Strategia del Centro Interdisciplinare dell’Università di Herzliya in Israele tenne la prima di una serie di conferenze annuali incentrate sulla forza e la sicurezza dello Stato, con particolare riguardo al mantenimento del suo carattere suprematista ebraico.

Uno dei “Punti Principali” individuati nel rapporto di 52 pagine della conferenza era la preoccupazione per i numeri demografici necessari per preservare la supremazia ebraica in Israele:

L’alto tasso di natalità [degli arabi israeliani] mette in discussione il futuro di Israele come Stato ebraico… Le attuali tendenze demografiche, se dovessero continuare, mettono a repentaglio il futuro di Israele come Stato ebraico. Israele ha due strategie alternative: di adattamento o contenimento. Quest’ultima richiede una politica demografica sionista energica e a lungo termine, i cui effetti politici, economici ed educativi garantiscano il carattere ebraico di Israele.

Il rapporto aggiungeva assertivamente che “coloro che sostengono la preservazione del carattere di Israele come… Stato ebraico per la nazione ebraica… costituiscono la maggioranza della popolazione ebraica in Israele”.

Mantenere la superiorità

La conferenza non fu un’iniziativa isolata. Fu l’allora presidente israeliano Moshe Katsav in persona a dare il benvenuto ai partecipanti.

Riflettendo le opinioni suprematiste ebraiche dominanti tra gli ebrei israeliani e le organizzazioni ebraiche americane filo-israeliane, la conferenza fu co-sponsorizzata dall’American Jewish Committee, dall’Israel Center for Social and Economic Progress, dal Ministero della Difesa israeliano, dall’Agenzia Ebraica, dall’Organizzazione Sionista Mondiale, dal Centro per la Sicurezza Nazionale dell’Università di Haifa e dal Consiglio per la Sicurezza Nazionale israeliano presso l’Ufficio del Primo Ministro.

La conferenza vide la partecipazione di 50 relatori: alti funzionari governativi e militari, tra cui ex e futuri primi ministri, professori universitari, personalità del mondo degli affari e dei media, nonché accademici ebrei americani e agenti della lobby filo-israeliana statunitense.

Da allora la conferenza di Herzliya si tiene annualmente, la questione demografica viene regolarmente discussa e proposte strategie per salvaguardare la superiorità demografica ebraica.

Nel 2002 l’ex Primo Ministro israeliano Shimon Peres, figura chiave del governo israeliano dagli anni ’50, espresse preoccupazione per il “pericolo” demografico palestinese, poiché la Linea Verde che separa Israele dalla Cisgiordania stava iniziando a “scomparire… il che potrebbe portare a un legame tra il futuro dei palestinesi della Cisgiordania e quello degli arabi israeliani”.

Descrisse la questione come una “bomba demografica” e auspicò che l’arrivo di altri 100.000 ebrei in Israele avrebbe rinviato questo “pericolo” demografico di altri 10 anni. Sottolineò che “la demografia sconfiggerà la geografia”.

Nel 2010 la popolazione israeliana aveva raggiunto i 7,6 milioni di abitanti, di cui 5,75 milioni di ebrei e 1,55 milioni di palestinesi, mentre la popolazione della Cisgiordania era di 2,48 milioni e quella di Gaza di 1,54 milioni. Questo rendeva la popolazione ebraica una minoranza non superiore al 49% per la prima volta dopo la massiccia pulizia etnica dei palestinesi del 1948.

Ciò era intollerabile per lo Stato di apartheid, ed è stato in questo contesto che il parlamento israeliano approvò nel luglio 2018 una nuova “Legge fondamentale: Israele come Stato-nazione del popolo ebraico”, dove si afferma che “la terra di Israele è la patria storica del popolo ebraico, in cui è stato istituito lo Stato di Israele” e che “il diritto di esercitare l’autodeterminazione nazionale nello Stato di Israele è esclusivo del popolo ebraico”.

La nuova legge, dichiarata costituzionale dalla Corte Suprema israeliana nonostante il suo carattere razzista, fu un’esplicita conferma che Israele aveva compreso di stare perdendo la “guerra” demografica.

Infatti affermava che, indipendentemente dal numero di ebrei rimasti in Israele o dalla loro percentuale rispetto alla popolazione, avrebbero continuato a godere di privilegi razzisti e coloniali esclusivi nei confronti dei palestinesi indigeni.

Supremazia codificata

Nel 2020 la popolazione di Israele contava 9,2 milioni di persone, di cui 6,8 milioni di ebrei e 1,9 milioni di palestinesi, mentre la popolazione della Cisgiordania era di 3,05 milioni e quella di Gaza di 2,047 milioni, con una ulteriore riduzione della percentuale di coloni ebrei e dei loro discendenti al 47% della popolazione totale.

I palestinesi, tuttavia, non sembrano essere l’unica popolazione considerata una “bomba” demografica che minaccia la superiorità demografica ebraica.

Soltanto nel gennaio 2023 Morton Klein, presidente nazionale della ZOA, ha rilasciato una dichiarazione allarmata sull’imminente “de-giudaizzazione” dello Stato ebraico.

Questa volta i colpevoli si sono rivelati essere gli pseudo-ebrei, coloro a cui la famigerata e razzista “Legge del Ritorno” di Israele ha permesso l’ingresso nel Paese. La legge fu modificata nel 1970 per consentire a chiunque nel mondo avesse un nonno ebreo – inclusi il coniuge, i figli e i nipoti non ebrei di tale persona, e i rispettivi coniugi – di diventare colono in Israele e ottenere la cittadinanza israeliana.

La dichiarazione della ZOA affermava con rammarico che l’emendamento del 1970 aveva permesso a mezzo milione di “non ebrei” provenienti dall’ex Unione Sovietica (FSU) di stabilirsi nello Stato ebraico.

La preoccupazione si basava sui dati del governo israeliano secondo cui “in gran parte a causa della clausola sui nonni oltre il 50% di tutti gli immigrati nello Stato ebraico lo scorso anno erano non ebrei, e il 72% degli immigrati provenienti dai paesi dell’ex Unione Sovietica nello Stato ebraico oggi sono non ebrei”.

L’organizzazione sionista rilevava che “questo sta causando un calo significativo della percentuale di ebrei che vivono in Israele, mettendo a repentaglio la continuità di Israele come Stato ebraico”.

Secondo la dichiarazione della ZOA questa situazione spaventosa avrebbe comportato che “i non ebrei avranno sempre più influenza nel determinare i leader, le leggi e le decisioni di sicurezza dello Stato ebraico” e che “gli ebrei della diaspora che hanno bisogno o desiderano vivere nella patria ebraica potrebbero ritrovarsi in futuro in uno Stato a maggioranza non ebraica”.

La dichiarazione chiedeva “l’eliminazione o una modifica della clausola sui nonni. Dobbiamo fare tutto il possibile per garantire che lo Stato ebraico rimanga ebraico”.

Sebbene non arrivasse a chiedere esplicitamente l’espulsione di mezzo milione di coloni europei “non ebrei”, come Israele aveva fatto con i palestinesi nativi nel 1948 e nel 1967, l’implicazione era chiara.

Se si accetta l’opinione della ZOA secondo cui questi ex ebrei sovietici in Israele oggi non sono affatto ebrei, allora la percentuale di ebrei scende ulteriormente fino al 42%.

Fase finale

È stato in questo contesto che nel maggio 2021 Israele, la sua Corte Suprema e i coloni ebrei hanno intensificato la loro campagna per terrorizzare i palestinesi di Gerusalemme Est , espellendo 13 famiglie – per un totale di 58 persone – dalle loro case nel quartiere di Shaykh Jarrah.

Altri 1.000 palestinesi sono stati minacciati di sfratto dai coloni e dai tribunali israeliani.

La decisione è stata vista a livello internazionale come un’ulteriore conferma che Israele è uno Stato di apartheid.

Nel gennaio 2021 l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem aveva già pubblicato un rapporto che identificava il regime israeliano come uno Stato di “supremazia ebraica” e descriveva Israele come uno Stato di apartheid.

Ad aprile, un mese prima della sentenza della Corte Suprema, Human Rights Watch ha pubblicato un rapporto in cui dichiarava Israele uno Stato di apartheid sia all’interno dei confini del 1948 che nei territori occupati del 1967.

Amnesty International ha seguito l’esempio nel febbraio 2022, dichiarando anch’essa Israele uno Stato di apartheid.

È in considerazione dello status di minoranza dei coloni ebrei israeliani che si sta verificando l’attuale genocidio a Gaza, parallelamente ai piani per espellere i sopravvissuti palestinesi al di fuori della Striscia.

Il disperato tentativo israeliano di ripristinare la supremazia demografica ebraica è ciò che spinge allo sterminio e all’espulsione pianificata dei due milioni di palestinesi a Gaza. Nel marzo 2025 il governo israeliano ha approvato la creazione di “un organismo per la gestione della migrazione volontaria [dei palestinesi] da Gaza”.

Il governo degli Stati Uniti, che durante le amministrazioni di Joe Biden e Donald Trump ha collaborato con Israele per trovare destinazioni per i sopravvissuti palestinesi al genocidio espulsi, starebbe mediando un altro accordo, questa volta con i signori della guerra libici, per accoglierli.

Con l’esodo di un numero compreso tra 100.000 e mezzo milione di ebrei israeliani dal Paese dall’ottobre 2023, in continuità con una precedente tendenza all’emigrazione, sembra improbabile che, anche se Israele riuscisse nelle sue campagne di sterminio ed espulsione a Gaza, possa mai ripristinare la supremazia demografica ebraica.

L’unica opzione rimasta sarebbe quella di sterminare tutti i palestinesi, non solo quelli di Gaza.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Joseph Massad è professore di storia politica e intellettuale araba moderna alla Columbia University di New York. È autore di numerosi libri e articoli, sia accademici che giornalistici. Tra le sue opere figurano: Colonial Effects: The Making of National Identity in Jordan [Effetti coloniali: la creazione dellidentità nazionale in Giordania],Desiring Arabs [Arabi Desideranti]; The Persistence of the Palestinian Question: Essays on Zionism and the Palestinians [La persistenza della questione palestinese: saggi sul sionismo e i palestinesi]. Più di recente ha pubblicato Islam in Liberalism [LIslam nel liberalismo]. I suoi libri e articoli sono stati pubblicati in una decina di lingue.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)