Netanyahu definisce “inevitabile” l’espulsione forzata dei palestinesi da Gaza

Redazione di MEE

12 maggio 2025 – Middle East Eye

Di fronte a una commissione parlamentare il primo ministro israeliano si vanta del fatto che l’esercito sta “distruggendo sempre più case” per obbligare la gente ad andarsene.

Domenica il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha detto che “il risultato inevitabile” della distruzione di Gaza da parte dell’esercito israeliano sarà l’espulsione forzata dei palestinesi dal territorio. Maariv [giornale israeliano di centro destra, ndt.] ha riportato che, rivolgendosi alla Commissione Affari Esteri e Difesa, Netanyahu ha detto che le forze israeliane stanno distruggendo “sempre più case” e che l’“unico risultato inevitabile sarà il desiderio dei gazawi di emigrare fuori dalla Striscia di Gaza,”.

Nel suo discorso alla commissione Netanyahu ha anche fatto riferimento per la prima volta ai controversi piani di USA e Israele per la distribuzione di aiuti nell’enclave, affermando che i palestinesi li riceveranno solo se non torneranno nelle zone da cui sono arrivati.

Le sue affermazioni contraddicono quanto è stato detto finora dall’esercito israeliano, dal Consiglio per la Sicurezza Nazionale e dal Coordinatore per le Attività di Governo nei Territori (COGAT) riguardo al piano per la distribuzione degli aiuti.

Secondo il progetto di USA e Israele per consegnare aiuti alla Striscia, che è stato rifiutato dall’ONU in quanto “incompatibile con i principi umanitari”, i rappresentanti delle famiglie si recheranno a raccogliere gli aiuti da centri di distribuzione e li ripartiranno tra i propri familiari.

Per più di due mesi, da quando ha rotto unilateralmente il cessate il fuoco con Hamas, Israele si è rifiutato di consentire l’ingresso di ogni aiuto nella Striscia di Gaza.

Lunedì un istituto di monitoraggio della fame nel mondo ha sostenuto che a Gaza una carestia è imminente e che mezzo milione di persone è a rischio.

Far arrivare gli ebrei statunitensi”

Netanyahu ha anche detto alla commissione che il suo governo “per il momento non sta parlando di colonie israeliane nella Striscia”, ma ha confermato che gli USA sono interessati all’enclave.

Limor Son Har-Malech, parlamentare di estrema destra del partito Potere Ebraico che da molto tempo chiede la colonizzazione di Gaza, ha risposto alle affermazioni di Netanyahu suggerendo che Israele “faccia arrivare gli ebrei statunitensi in modo da prendere due piccioni con una fava.”

A febbraio il presidente USA Donald Trump ha affermato di progettare di impossessarsi della Striscia di Gaza, trasferire la popolazione palestinese in altri Paesi e ricostruire il territorio [trasformandolo] nella “Riviera del Medio Oriente”.

All’inizio di questo mese il governo Netanyahu ha ordinato l’estensione della guerra contro l’enclave palestinese, obbligando i palestinesi a spostarsi nel sud di Gaza.

Quando è stato annunciato il piano il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, di estrema destra, ha affermato che “alla fine” Israele occuperà Gaza.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Le Real Housewives della Hasbara: quando la guerra di Gaza fa bene agli affari

Rachel Fink

6 aprile 2025 – Haaretz

Una schiera di donne influencer si è trasformata in megafoni della propaganda filo-israeliana dopo il 7 ottobre. Le “hasbariste” mescolano con disinvoltura contenuti lifestyle e attivismo sionista privo di sfumature. Ma questa strategia è davvero utile alla causa? E la hasbara ha mai giovato a Israele?

Lizzy Savetsky sta vivendo un anno fantastico.

Ha partecipato alle celebrazioni per l’insediamento del presidente Donald Trump, si è assicurata un posto nella lista tutta influencer per il Congresso Sionista Mondiale, ha lanciato una linea di costumi da bagno per bambini – indossati dai suoi tre figli – e ha persino trovato il tempo per una vacanza a Miami, documentando ogni momento per i suoi 412.000 follower su Instagram.

E tutto questo mentre respingeva i jihadisti mascherati che si infiltravano alla Columbia University, sosteneva la battaglia esistenziale di Israele su sette fronti e affrontava i peggiori nemici del popolo ebraico: il senatore democratico Chuck Schumer e i rabbini contrari alla pulizia etnica di Gaza. Hashtag benedetta.

Questa ex cheerleader nata a Dallas e diventata fashion designer e mamma-influencer a Manhattan si è avvicinata all’ebraismo ortodosso dopo aver incontrato il chirurgo plastico Ira Savetsky. Nel 2022 Lizzy era stata scelta per la quattordicesima stagione di The Real Housewives of New York City – il reality show che segue le vite glamour e piene di drammi di donne ricche – ma poco dopo l’annuncio e prima dell’inizio delle riprese aveva dichiarato di aver deciso di lasciare il programma. Aveva anche detto che la scelta era dovuta a un’ondata di insulti antisemiti ricevuti dopo la notizia della sua partecipazione.

Ma altre fonti, tra cui Page Six [sito americano di notizie su celebrità e mondo dello spettacolo, ndt.], hanno invece riportato che la tensione era nata quando un’altra concorrente aveva chiesto a Savetsky – nota per la sua abilità nel combinare incontri – di presentarle un uomo ebreo. Lizzy avrebbe rifiutato, spiegando di combinare solo coppie ebree per preservare la continuità ebraica. La discussione si era scaldata, portando il marito a usare un insulto razzista in una telefonata con i produttori. Nonostante le scuse, la situazione aveva decretato l’addio di Lizzy al programma.

Tornata a postare video della sua famiglia che celebravano l’ebraismo e Israele, dopo l’attacco del 7 ottobre Lizzy si è lanciata in quella che può essere definita solo come vera e propria hasbara– un termine ebraico che può essere inteso come diplomazia pubblica o propaganda, a seconda dei punti di vista.

Come la stessa hasbara, Savetsky è una figura polarizzante. I fan la hanno osannata come una “leonessa ebraica” e una “moderna Regina Ester”, come ha scritto entusiasta un sito web. Ma ha anche una schiera di detrattori che la accusano di aver distorto i fatti, aver difeso azioni militari israeliane considerate da alcuni crimini di guerra e persino aver strumentalizzato i figli per suscitare reazioni emotive.

Poi ci sono i suoi veri sostenitori: quelli che generalmente la appoggiano ma che non esitano a criticarla quando le sue posizioni si fanno troppo estreme, come quando a febbraio ha condiviso un video del rabbino estremista Meir Kahane, elogiandolo per aver detto che la forza è «l’unica lingua che gli arabi capiscono».

Savetsky non è sola. Dal 7 ottobre, è esploso il numero di influencer donne (e in misura minore uomini) che hanno trasformato i loro account in macchine da propaganda filo-israeliana. Raffinate e benestanti, queste donne hanno mescolato con naturalezza contenuti lifestyle [moda, benessere, viaggi, alimentazione, ndt.] e attivismo sionista.

Il loro messaggio è sorprendentemente uniforme e si articola in tre categorie: sostegno incondizionato a Israele nella guerra contro Hamas, appelli urgenti per il ritorno degli ostaggi e un’ossessione per l’antisemitismo globale, dipinto come una minaccia pervasiva ed esistenziale. I loro post spesso riducono questioni complessissime a netti scontri tra bene e male: un approccio che ha funzionato sui social, ma che nel mondo reale non ha lasciato spazio alle sfumature. Eppure, la loro portata [il numero di utenti singoli raggiunti da un contenuto pubblicato via social, ndt.] è innegabile.

Ma in un dibattito globale sempre più polarizzato questa strategia giova davvero agli interessi di Israele nel lungo termine? O ridurre il conflitto a uno scontro morale assoluto non ha semplificato il compito dei critici e rischia di alienare potenziali alleati?

Ecco a voi le Real Housewives della Hasbara.

“Attiviste per caso”

Le frasi che queste “hasbariste” usano per descriversi sono spesso ripetitive: “imprenditrice”, “creatrice di contenuti digitali”, “ebrea orgogliosa”. Ma una spicca su tutte: “attivista per caso”.

Molte dicono di “aver trovato la propria voce” dopo l’attacco di Hamas. Il fatto di avere già un seguito sui social grazie alle loro attività nel campo della moda, del wellness o degli affari aiuta. Ma è innegabile che l’antico adagio “la guerra fa bene agli affari” si applichi anche qui. O meglio, la guerra fa bene agli affari degli influencer. Queste donne hanno visto i loro follower schizzare alle stelle, con i contenuti filo-israeliani che trainano un engagement [numero di interazioni attive come “mi piace”, commenti e condivisioni, ndt.] senza precedenti.

Ne è un esempio perfetto Shai Albrecht (centoseimila follower), personal trainer ortodossa moderna [l’ebraismo ortodosso moderno promuove una sintesi fra i principi di fede ebraici e la società moderna e attribuisce un significato religioso allo Stato di Israele, ndt.]. In un’intervista recente, ha ammesso di aver guadagnato decine di migliaia di follower dopo aver spostato i suoi contenuti dal fitness alla propaganda filo-israeliana. Prima del 7 ottobre, Albrecht – che non corrisponde allo stereotipo della donna ortodossa tradizionalmente vestita – postava soprattutto video che la ritraevano mentre ballava in tenuta da palestra, sfidando l’idea che tutte le donne religiose debbano vestirsi con modestia. Le sezioni commenti dei suoi post su Instagram erano spesso animate discussioni, un ottimo allenamento per il veleno che ora riceve ogni giorno.

La sua indifferenza per le norme ortodosse sull’abbigliamento la accomuna a Savetsky, ma le somiglianze non finiscono qui. Entrambe, pur vivendo in America, si trovavano in Israele il 7 ottobre 2023, giorno di una festa ebraica. I loro post emotivi di quel giorno sono incredibilmente simili ed entrambe lo descrivono come un punto di svolta nel loro attivismo. Da donne focalizzate sul personal branding sono ora totalmente immerse nella propaganda filo-israeliana. E sono diventate sostenitrici dichiarate di Trump.

Come molte hasbariste, Savetsky e Albrecht sono persuasive quando parlano degli ostaggi, dei soldati caduti e della causa israeliana. Ma dimostrano anche che queste donne facoltose possono essere, beh, cattive.

Dopo lo sfogo emotivo iniziale Albrecht ha attraversato una sorta di rebranding social. Ora gran parte dei suoi contenuti consiste nello stitch – una funzione di TikTok che permette di rispondere a un video altrui – di clip filo-palestinesi per confutarle, spesso con toni sarcastici.

Albrecht è fermamente convinta che non ci sia alcuna sofferenza tra i gazawi (tutti sostenitori di Hamas a suo dire), che l’esercito israeliano sia il più morale al mondo e che le accuse di abusi sui prigionieri palestinesi – confermate dall’esercito israeliano – siano false.

Anche se Albrecht ha messo in pausa il suo business del fitness, ogni tanto pubblica ancora qualche annuncio a pagamento (o spon-con, come si dice sui social). Ma molte “attiviste per caso” scelgono di integrare le loro attività commerciali con la propaganda filo-israeliana.

L’accostamento a volte è stridente: un video straziante di Yarden Bibas che pronuncia l’elogio funebre per la moglie e i due figli piccoli, uccisi mentre erano prigionieri di Hamas, seguito subito da un post outfit of the day [come mi vesto oggi, ndt.]. Altre volte, i due mondi si fondono: come quando Savetsky ha postato una serie di foto in cui posa indossando costumi da bagno di designer israeliani, con la didascalia “thirst trap sionista” [con “thirst trap” si intende la condivisione sui social media di foto o video in abiti succinti e/o pose provocanti con lo scopo di richiamare l’attenzione, ndt.].

L’effetto Tishby

Se l’alveare della Hasbara avesse un’ape regina, sarebbe Noa Tishby (ottocentotrentaseimila follower su Instagram). Nata e cresciuta in Israele, si è trasferita negli USA nei primi anni 2000, ottenendo una certa fama dapprima come attrice e produttrice. Nel 2022 è stata nominata primo inviato speciale israeliano per la lotta all’antisemitismo, ma è stata licenziata l’anno dopo per aver criticato la riforma giudiziaria di Netanyahu.

Da allora, è diventata una delle voci più influenti a sostegno di Israele, usando la sua piattaforma per contrastare la disinformazione, promuovere la narrazione israeliana e denunciare l’antisemitismo. Benché non sia una giornalista, i suoi video esplicativi ben curati, i reportage sul campo e le interviste a soggetti di alto profilo le danno un’aura da professionista.

E le hasbariste hanno preso nota. Ispirate da Tishby, molte sono passate da video casuali e improvvisati – spesso su musiche di tendenza – a uno stile più professionale. Il microfono portatile usato dai giornalisti indipendenti è diventato un accessorio onnipresente, così come i monologhi scritti su immagini di repertorio, che danno ai loro contenuti un’aria autorevole. Ma nonostante l’upgrade estetico le fonti sono raramente citate, le affermazioni non sono verificate e l’accuratezza passa spesso in secondo piano rispetto all’engagement [spesso sui social network i contenuti più divisivi sono quelli che ottengono il maggior numero di reazioni dagli utenti, a tutto vantaggio di chi li diffonde, ndt.].

Durante i loro frequenti viaggi in Israele, molte hanno abbracciato il “reportage sul campo”: visitano le rovine dei kibbutz distrutti indossando giubbotti antiproiettile e caschi, filmano al memoriale del festival Nova e imitano Anderson Cooper [giornalista americano celebre per i suoi reportage, ndt.] con interviste in loco. Un camion di aiuti al valico di Kerem Shalom viene presentato come prova definitiva che Gaza riceve tutto l’aiuto umanitario necessario. L’estetica è giornalistica; l’approccio molto meno.

Ma importa davvero? Secondo il comico Matt Lieb, conduttore del podcast Bad Hasbara (che analizza le strategie di pubbliche relazioni israeliane), nonostante non sia mai stato così facile smascherare le falsità, non è neanche mai stato così irrilevante.

“Non contano i fatti, ma le emozioni”, sostiene. “Si tratta di rafforzare una visione del mondo preesistente. Se l’obiettivo fosse convincere chi è fermamente anti-Israele allora sì, le prove sarebbero importanti. Ma la propaganda israeliana è sempre stata rivolta agli ebrei del mondo occidentale – quelli che vogliono vedere Israele come un baluardo di democrazia, femminismo, anti-razzismo e altri valori liberali. Ecco perché tanta hasbara ha sempre enfatizzato i pride di Tel Aviv o il fatto che, in un mondo di donne arabe in burqa, solo Israele permette di indossare il bikini”.

Tutto è cambiato dopo il 7 ottobre, quando è emerso un nuovo pubblico, più infervorato.

“Conosco molte persone che da 17 mesi vivono in un costante stato di allerta, consumando solo media che dicono loro che gli ebrei sono sotto attacco”, dice Lieb. In molti di questi contenuti, suggerisce, c’è un sottotesto inquietante: che Israele sia giustificato qualsiasi cosa faccia ai palestinesi – perché, se le cose peggiorassero, gli ebrei potrebbero aver bisogno di un piano B.

Ironia della sorte, aggiunge, queste influencer potrebbero ottenere un effetto opposto a quello desiderato. “La gente guarda I Kardashian per odiarli. Ora per alcuni l’unica esposizione all’ebraismo è un’influencer ricca di Beverly Hills che fa la vittima”. Nella migliore delle ipotesi è imbarazzante. Nella peggiore, alimenta un’ostilità che altrimenti non esisterebbe.

Ma forse è proprio questo il punto. Un’analisi approfondita dell’ecosistema dell’indignazione performativa rivela uno schema ricorrente: un post provocatorio scatena un’ondata di odio, in parte chiaramente antisemita. L’influencer inserisce schermate dei commenti peggiori, li riposta come prova dell’odio crescente, e l’indignazione genera più engagement, più follower, più validazione. E il ciclo continua.

“Tutto questo è nettamente dannoso”, si lamenta Lieb.

#Riportateliacasa

Una delle cause principali delle hasbariste è la lotta per la liberazione dei 251 ostaggi presi il 7 ottobre (59 sono ancora a Gaza). Addobbate con piastrine di riconoscimento militari e nastri gialli [usati già in occasione della guerra in Vietnam come simbolo di sostegno ai soldati al fronte e speranzosa attesa del loro ritorno, ndt.], inondano i social di simboli, partecipano a ogni possibile evento e raduno. Quelle con un seguito ampio ottengono persino interviste con le famiglie degli ostaggi. Denunciano online Hamas e il silenzio del mondo. Ma quasi mai riconoscono il ruolo del governo israeliano nei falliti negoziati.

Come Lieb, anche Alana Zeitchik è preoccupata per la faziosità del discorso – ma da una prospettiva completamente diversa. Il 7 ottobre sei suoi parenti sono stati rapiti da Hamas, incluso un cugino di primo grado. Ora divide il tempo tra il suo lavoro di consulente media freelance e un’instancabile campagna a favore della loro liberazione per conto della famiglia e di tutti gli ostaggi ancora a Gaza. In questa veste, ha interagito con queste influencer sia online che di persona.

Benché apprezzi i loro sforzi per sensibilizzare l’opinione pubblica e creda che siano sinceramente coinvolte nella causa, Zeitchik è frustrata dalla mancanza di sfumature nei loro messaggi.

“Penso che sia una questione di confine tra il loro ruolo e il nostro”, dice. “Alcune non parlano ebraico. Alcune non seguono da vicino gli eventi in Israele. Altre potrebbero semplicemente non voler criticare il governo”. Ma per Zeitchik e altre famiglie di ostaggi la focalizzazione esclusiva sulla brutalità di Hamas – ignorando i fallimenti israeliani – non sembra essere d’aiuto nel tentativo di spingere il governo a rispondere delle sue azioni.

In alcuni casi la narrazione va oltre, anteponendo agende politiche al ritorno degli ostaggi. “Credo di essere molto aperta a opinioni diverse”, dice Zeitchik. “Ma traccio un confine quando qualcuno costruisce un’agenda politica sulla nostra sofferenza. Quando lo vedo, parlo”.

Cita la famiglia Bibas come esempio. Dopo la liberazione di Yarden Bibas a febbraio, lui e il mondo hanno ricevuto la terribile conferma di ciò che si temeva da tempo: sua moglie e i due figli erano stati uccisi durante la prigionia.

La tragedia ha sconvolto Israele e la comunità ebraica, ma alcuni hanno colto l’occasione per invocare vendetta. “Mai perdonare, mai dimenticare” è diventato un mantra – nonostante la richiesta esplicita della famiglia di non usare il loro nome per incitare alla violenza. In un post durissimo Zeitchik ha denunciato chi ignorava le loro parole: “A chi invoca vendetta e violenza infinita nel nome dei Bibas: non pronunciate più il loro nome, non ne siete degni”.

Zeitchik è chiara: non ha bisogno che queste donne parlino per lei, né si aspetta che condividano le sue opinioni. “Vorrei solo che seguissero il nostro esempio nel tenere insieme diverse verità”, dice. “Usate le vostre piattaforme per amplificare le voci delle famiglie degli ostaggi. Ripostate le nostre storie, non solo i frammenti che vi fanno comodo”.

La cultura della Hasbara

Se un’intelligenza artificiale analizzasse le decine di migliaia di post prodotti dalle hasbariste, parole come Israele, Hamas, ostaggi, 7 ottobre e sionismo dominerebbero. Ma una le eclisserebbe tutte: antisemitismo.

Oltre a difendere il diritto di Israele a esistere, si considerano in missione per sradicare dal mondo l’odio per gli ebrei. E sebbene le due cause siano intrecciate nulla ha la priorità rispetto alla salvezza del popolo ebraico da quella che considerano una forza inarrestabile di odio cieco – che, a loro dire, ha permeato ogni istituzione, movimento e spazio pubblico.

Il giornalista Yakov Hirsch, che da anni analizza le campagne di hasbara globale (e i cui lavori sono apparsi su Mondoweiss e Tablet), sostiene: “La hasbara è una tattica, ma la cultura della hasbara è un’identità”.

Per lui, questa identità include la convinzione incrollabile che esista uno specifico tipo di odio, unicamente per gli ebrei ma completamente scollegato da qualsiasi azione compiuta da ebrei (o israeliani). Un odio visto come inevitabile, eterno e immutabile.

Ma le hasbariste non si sono svegliate un giorno convinte che l’antisemitismo sia una forza inarrestabile della natura, sostiene Hirsch. Questa visione è un’eredità: plasmata da leader israeliani come Menachem Begin e, soprattutto, Netanyahu, rafforzata da giornalisti come Bari Weiss (un milione e centomila follower) e Yair Rosenberg (millecentonovanta follower), e infine distillata in slogan social da influencer come Rach Moon (centoquattromila follower) e una donna che si fa chiamare Barbie Sionista (ventimila follower).

“Le loro argomentazioni sono diventate una realtà alternativa”, dice Hirsch. “Non è più solo retorica. È la lente attraverso cui loro e molti altri vedono il mondo. E cercano conferme”.

Questo spiegherebbe perché il 7 ottobre sia stato un punto di svolta per tanti attivisti online: “È stata la prova che cercavano”, sostiene. “Vedete? Loro santificano la morte, noi la vita. Loro la crudeltà, noi la compassione”.

E aggiunge: “Molti si sono convinti che questa guerra sia un’eccezione, che il diritto internazionale valga per le guerre normali, ma che questo scontro tra israeliani e palestinesi – che loro vedono davvero come uno scontro tra ebrei e i loro nemici, tra bene e male – sia unico. E quindi valgono regole uniche”.

Per Hirsch il 7 ottobre ha creato una frattura profonda nel mondo ebraico, che va oltre le divisioni tradizionali. “C’è una spaccatura tra gli ebrei oggi”, dice. “E non è sionisti contro anti-sionisti, liberali contro conservatori o religiosi contro laici.

È qualcosa di più profondo: la divisione tra chi riconosce – e userò una parola sporca – il contesto dietro l’attacco di Hamas, cioè che l’occupazione e il trattamento dei palestinesi sono parte della storia, e chi crede che non ci sia alcun collegamento”.

Per i cultori della hasbara, che rientrano chiaramente nel secondo gruppo, Hamas è solo l’ultima incarnazione di un nemico eterno – nessuna differenza con Amàn, Adriano, Hitler o Hussein.

Per loro, ogni manifestante universitario è un potenziale pogromista; ogni kefiyyah una divisa terroristica; ogni bullo scolastico un presagio di rovina ebraica. Basta scorrere velocemente i feed di queste influencer per rendersene conto. L’antisemitismo non è un problema tra tanti: è il problema, il centro gravitazionale attorno a cui ruota tutto. E che scherma Israele da qualsiasi critica, perché la critica stessa è antisemita.

La “vibe” di Israele

A fine gennaio, circa 25 influencer e creatori di contenuti sono arrivati in Israele per un viaggio sponsorizzato dal Ministero degli Esteri, progettato per generare contenuti filo-israeliani. Tra loro c’erano diverse note hasbariste, che hanno visitato le rovine di Nir Oz [kibbutz attaccato dalle brigate Al Qassam il 7 ottobre e oggi disabitato, ndt.], visitato il centro riabilitativo del Soroka Medical Center [situato a Beersheba, vicino al confine con la Striscia di Gaza, è l’ospedale dove vengono curati i soldati feriti e i sopravvissuti agli attacchi di Hamas, ndt.], filmato camion di aiuti al valico di Kerem Shalom e incontrato Michal Herzog, moglie del presidente Isaac Herzog.

Questo viaggio è solo uno dei tanti progetti simili, con nomi come “Vibe Israel” e “Project Upload”, pensati per sfruttare la portata degli influencer e modellare la percezione internazionale di Israele, mescolando attivismo e contenuti lifestyle.

E il governo sta investendo molto in questa strategia. A dicembre Israele ha approvato un aumento di 550 milioni di shekel (150 milioni di dollari) al budget della hasbara – oltre 20 volte le allocazioni precedenti – come parte di un accordo politico tra Netanyahu e il neo-nominato ministro degli Esteri Gideon Sa’ar. All’epoca, Sa’ar aveva dichiarato che i fondi sarebbero stati usati per “campagne mediatiche all’estero, sulla stampa estera, sui social e altro”.

Questa enfasi sul ruolo attivo dell’hasbara nel plasmare la percezione pubblica è uno sviluppo relativamente recente. Secondo Nimrod Goren, presidente e fondatore di Mitvim, l’Istituto Israeliano per le Politiche Estere Regionali, nei primi anni di Israele le preoccupazioni sulla sicurezza avevano la priorità rispetto alla comunicazione.

“Negli anni ’50 la hasbara serviva soprattutto a rompere l’isolamento diplomatico e assicurarsi sostegno militare e politico”, racconta Goren. “Solo dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967, quando Israele passò dall’essere percepito come sfavorito a potenza occupante, l’opinione pubblica divenne un campo di battaglia primario”.

Per decenni, dice Goren, Israele ha operato sulla base di un semplice postulato: se solo il mondo capisse meglio le nostre azioni, le accetterebbe.

Ma nel 2019 la hasbara israeliana ha subìto una svolta, allontanandosi dalla diplomazia governativa tradizionale verso un approccio digitale, decentralizzato e sempre più politicizzato.

“Era l’epoca d’oro del Ministero degli Affari Strategici, poi chiuso, quando i portavoce ufficiali hanno cominciato a essere rimpiazzati da gruppi di pressione privati e campagne social”, spiega Goren. “Ma è stato anche il momento in cui la narrazione si è allineata alla politica di destra sotto Netanyahu e i suoi alleati”.

Paradossalmente, aggiunge, nel 2023 Israele ha avuto un colpo di fortuna con le proteste contro la riforma giudiziaria, sebbene il governo non l’abbia visto così. “Anche se la coalizione di Netanyahu si opponeva alle manifestazioni, esse sono diventate una delle campagne di hasbara più efficaci – mostrando al mondo che la società israeliana resisteva a mosse anti-democratiche”.

Ora, dopo il 7 ottobre, con l’indignazione globale per la campagna militare israeliana e i suoi leader che corteggiano estremisti di destra all’estero, Goren avverte che la hasbara deve liberarsi dalla politica, abbracciare le sfumature e ammettere gli errori del governo. Altrimenti, Israele rischia di diventare uno Stato paria.

Se le Real Housewives della Hasbara vogliono davvero aiutare il Paese che dicono di amare, farebbero bene ad ascoltare.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Queste sono le tue possibilità se sei un orfano palestinese a Gaza

Rajaa Natour

8 aprile 2025 – Haaretz

“Questo povero bambino ha perso il diritto di crescere con la sua famiglia”, dice la zia di Osama Al-Krinawi, di dieci mesi. Osama è uno delle migliaia di bambini palestinesi rimasti orfani a causa della guerra.

È nato nel dicembre 2023 da Mohammed e Alham dopo 16 anni di matrimonio. Dieci giorni dopo suo padre è stato ucciso, insieme al nonno e allo zio, in un attacco israeliano alla loro casa a Gaza. Lui e sua madre sono stati tirati fuori dalle macerie. Sua madre è fuggita a Deir Al-Balah in cerca di un rifugio, ma è stata uccisa insieme a decine di altre persone quando la casa in cui alloggiava è stata bombardata.

Fortunatamente per il piccolo Osama, dopo la perdita dei genitori, del nonno e dello zio, altri parenti ancora in vita lo hanno preso con sé salvandolo così dalla morte, dalla fame, dallo sfruttamento e dal traffico di minori. Ma questo non è certamente il destino di tutti i bambini di Gaza rimasti orfani o separati dai genitori.

Sebbene sia molto difficile verificare le informazioni nell’attuale situazione di guerra a Gaza, secondo Save the Children il numero di bambini “perduti”cioè separati dai genitori o di cui non si hanno più notizie (escludendo i morti sotto le macerie) – è di circa 17.000.

Gaza non è, come molti sostengono, solo un cimitero per i bambini palestinesi ma è anche un inferno per quelli sopravvissuti. Immaginate 17.000 bambini palestinesi che vagano tra le rovine e i cadaveri, esposti a ogni tipo di violenza e sfruttamento. Quindi se sei un bambino palestinese, e non ti trovi da un anno sotto le macerie e non sei considerato disperso o non stai vagando tra le rovine o non hai miracolosamente raggiunto uno degli orfanotrofi di Gaza non bombardati, ti trovi di fronte a tre scelte, una peggiore dell’altra.

Nel primo scenario, ti trovi insieme a dei parenti, che ti accolgono e proteggono, ma sono comunque degli estranei il cui impegno a mantenerti e proteggerti dipende fortemente dalle loro risorse. Dopotutto ti tengono con loro perché non hanno scelta, e stanno lottando per sfamare i propri figli. Quindi costituisci un peso imprevisto.

Nel secondo scenario, scappi e trovi rifugio in uno dei soli quattro orfanotrofi non ancora bombardati, divenuti riparo per migliaia di rifugiati palestinesi, dove ti unisci ai 33.000 bambini palestinesi orfani che vivevano lì prima della guerra. In entrambe le situazioni, sei un bambino palestinese all’interno di una comunità di persone che non conosci, in un ambiente con codici sociali ed equilibri di potere cambiati in modo irriconoscibile.

L’amore incondizionato, la cura e la protezione che ricevevi dal tuo nucleo familiare prima di questa guerra si trasformano in un “favore” che altri parenti e sconosciuti ti offrono, non esattamente per un profondo obbligo umano e morale. Inoltre, la tua sicurezza, la tua vita, la tua sopravvivenza e quella dei tuoi fratelli dipendono da sconosciuti che a loro volta affrontano una continua lotta per la sopravvivenza, mentre tu, senza stretti legami di sangue, non sei la loro priorità. Dopotutto, ognuno ha più bocche da sfamare.

Queste dinamiche, unite a solitudine, alienazione e necessità di sopravvivere, costringono i bambini palestinesi a mendicare cibo, riparo e protezione da sconosciuti. All’ombra della totale distruzione del tessuto sociale, questo è un periodo di vulnerabilità, umiliazione e sfruttamento.

Nel terzo scenario, se hai superato la prima infanzia, rischi di ritrovarti tra centinaia di palestinesi arrestati dall’esercito israeliano. Sì, per chi non lo sapesse, l’esercito israeliano fa irruzione in case e rifugi, arresta decine e persino centinaia di uomini sospettati di avere legami con Hamas e costringe le loro famiglie a trasferirsi in altre zone di Gaza. Ciò ha come risultato famiglie divise e, spesso, bambini perduti.

Lo dimostra la scomparsa di Massa Ajour, una bambina di quattro anni ferita dai soldati israeliani e separata dalla madre. La madre di Massa, Rim Ajour, ha visto la figlia e il marito per l’ultima volta nel marzo 2024, durante un raid nel nord di Gaza. Da allora sono passati dieci mesi e non conosce il loro destino. L’esercito nega qualsiasi collegamento tra l’incidente e l’arresto. Il Centro per la Difesa dell’Individuo HaMoked afferma che questo è solo uno delle migliaia di casi di palestinesi scomparsi ai sensi della legge sull’incarcerazione dei combattenti illegali.

“Sono viva e morta nel contempo”, ha dichiarato Rim Ajour in un’intervista. È importante notare, sulla base delle informazioni fornite da HaMoked, che rappresenta alcune delle famiglie scomparse, che il caso della famiglia Ajour è uno delle migliaia di casi di adulti e bambini palestinesi scomparsi durante la guerra.

La direttrice esecutiva di HaMoked, Jessica Montell, ha affermato che non si è mai verificato un caso di sparizioni di massa di questo tipo in cui le famiglie non abbiano ricevuto alcuna informazione per settimane. Ha aggiunto che HaMoked ha chiesto informazioni su 900 persone scomparse che, a sua conoscenza, sono sotto la giurisdizione israeliana. L’esercito ha confermato di detenere solo 500 prigionieri. Che fine hanno fatto le altre 400 persone? Nessuno lo sa.

Nemmeno le petizioni all’Alta Corte di Giustizia sono state d’aiuto. Una petizione presentata da HaMoked sulla questione è stata respinta senza che venissero nemmeno presi in esame i mezzi per impedire il ripetersi di casi simili in futuro. Le famiglie non sanno se i loro cari siano detenuti o morti.

Chiedo quindi perdono e misericordia ai bambini di Gaza perché, a quanto pare, esiste un quarto scenario. In questo alcuni giudici dell’Alta Corte si rifiutano di intervenire e costringere l’esercito israeliano a fornire risposte a migliaia di famiglie palestinesi che vivono nell’incertezza da oltre un anno.

Nel quarto scenario esiste un intero sistema israeliano, legale e ben rodato, che consente la perpetrazione di crimini di guerra e pulizia etnica a Gaza, e potrebbe persino esserne complice proprio per il suo rifiuto di fornire risposte.

E quel che è ancora peggio è che in questo scenario l’Alta Corte e alcuni dei suoi giudici, consapevoli che in tempo di guerra la famiglia e la comunità possono salvare la vita dei bambini palestinesi, sono complici della politica di distruzione sistematica del tessuto sociale palestinese. In questo scenario, se sei un bambino palestinese sei un subumano e la tua vita non vale nemmeno un’udienza presso l’Alta Corte. La tua famiglia non ha il diritto di ricevere risposte e ottenere giustizia, e tu non hai alcuna possibilità di sopravvivere.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Una vittoria contro la macchina della disinformazione: come Albanese ha sconfitto la lobby israeliana

Robert Inlakesh

6 aprile 2025 – The Palestine Chronicle

Francesca Albanese, forse la funzionaria delle Nazioni Unite più attaccata, è diventata uno delle più strenui difensori dei diritti umani nella Palestina occupata. Nonostante le innumerevoli accuse rivoltele, i divieti d’ingresso in diversi Paesi e persino le minacce di morte, è riuscita a ottenere il rinnovo del suo incarico alle Nazioni Unite.

Dopo aver ricevuto la nomina a Relatrice Speciale per i Territori Palestinesi Occupati nel maggio 2022, la studiosa e avvocata di diritto internazionale italiana, Francesca Albanese, ha rischiato di essere eventualmente estromessa dal suo incarico.

A seguito di notizie secondo cui una sessione del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite (UNHRC) avrebbe deciso se la nota Relatrice Speciale avrebbe mantenuto il suo incarico, è emersa l’ennesima campagna diffamatoria.

L’UNHRC ha ufficialmente ribadito che Albanese manterrà il suo incarico fino al 2028, dissipando diverse voci su una sua possibile estromissione. Sebbene accuse infondate di “antisemitismo”, “sostegno ad Hamas” e “terrorismo” siano state a lungo rivolte al Relatore Speciale delle Nazioni Unite (UNSR), di recente i gruppi di pressione filo-israeliani hanno ovviamente intensificato le loro campagne.

Mentre la rappresentanza degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite ha recentemente tentato di esercitare pressioni per far licenziare Albanese, sostenendo che avesse sposato un “antisemitismo virulento, che demonizza Israele e sostiene Hamas”, l’amministrazione Trump si è ritirata dall’UNHRC in buona misura a causa delle sue critiche a Israele.

Questo fatto indebolisce la posizione del governo statunitense, fermamente filo-israeliano e anti-palestinese. Lo stesso Donald Trump usa persino il termine “palestinese” come insulto contro i suoi oppositori politici.

Albanese è stata oggetto di critiche fin dal suo ingresso alle Nazioni Unite nel 2022, il che ha spinto circa 65 studiosi ebrei a difenderla firmando una dichiarazione in cui si legge: “È evidente che la campagna contro (Albanese) non mira a combattere l’antisemitismo dei nostri giorni. Si tratta essenzialmente di tentativi di metterla a tacere e di indebolire il suo mandato di alto funzionario delle Nazioni Unite che denuncia le violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale da parte di Israele”.

Dopo il 7 ottobre 2023, con l’inizio della guerra a Gaza, le accuse contro Albanese hanno raggiunto livelli senza precedenti.

Si è rifiutata di moderare la sua opposizione ai crimini di guerra ed è stata una delle prime funzionarie delle Nazioni Unite a opporsi ai governi occidentali che cercavano di affermare che la storia fosse iniziata il 7 ottobre.

La rappresentante speciale dell’ONU ha ricevuto persino un divieto di ingresso in Francia dopo aver dichiarato che le affermazioni secondo cui l’attacco di Hamas sarebbe stato motivato da “antisemitismo” erano errate. Fin dall’inizio del conflitto ha lanciato l’allarme sui piani israeliani di pulizia etnica a Gaza, venendo etichettata come “sostenitrice di Hamas”, “antisemita” e “di parte”. Mentre il governo israeliano e i suoi difensori hanno sostenuto che tale politica non esistesse, definendo tali accuse “antisemite”, Israele ora persegue apertamente la pulizia etnica.

Nel marzo 2024 Albanese ha anche pubblicato un rapporto delle Nazioni Unite intitolato “Anatomia di un genocidio”, che ha ricevuto un’enorme quantità di reazioni negative. I gruppi filo-israeliani sono stati implacabili nei loro attacchi alla Rappresentante Speciale delle Nazioni Unite (UNSR). UN Watch, un sito web filo-israeliano che perseguita le figure di spicco che criticano le politiche di Tel Aviv, ha persino pubblicato un rapporto di 60 pagine in cui si afferma che la Relatrice Speciale promuove la propaganda di Hamas, alimentando “l’antisemitismo e il terrorismo jihadista”.

La litania di attacchi alla sua figura ha spaziato dal definirla “antisemita”, “simpatizzante del terrorismo”, fino a “negazionista dell’Olocausto” il tutto senza prove. Ha anche ricevuto attacchi personali e affermazioni infondate sui suoi finanziamenti.

Nel luglio del 2024 una notizia falsa utilizzata per delegittimare Albanese è stata quella secondo cui avrebbe ricevuto finanziamenti da una serie di gruppi di attivisti filo-palestinesi in Australia. Il sito web UN Watch ha affermato che associazioni australiane erano “filo-Hamas”, un’accusa anch’essa senza prove.

Tuttavia i media israeliani e alcuni settori dei media occidentali hanno diffuso la notizia secondo cui l’UNSR era accusata di ricevere fondi da un “gruppo filo-Hamas”. Queste affermazioni sono rimaste senza fondamento per mancanza di prove, mentre la funzionaria delle Nazioni Unite ha dichiarato pubblicamente che il suo lavoro non è retribuito.

Il 1° ottobre Francesca Albanese ha pubblicato un altro rapporto per le Nazioni Unite intitolato “Genocidio come cancellazione colonialista”. Proseguendo nel suo impegno per la causa dei diritti umani dei palestinesi, Albanese viaggia frequentemente, partecipa a conferenze e rilascia interviste, fornendo informazioni

A marzo, un gruppo estremista sionista chiamato “Betar”, che ha apertamente elogiato e minacciato tattiche descritte dall’ex direttore della CIA, Leon Panetta, come “terrorismo”, ha persino minacciato di consegnare un cercapersone ad Albanese. Questa intimidazione si basa sugli attacchi esplosivi con cercapersone perpetrati indiscriminatamente in tutto il Libano da Israele, che hanno ucciso e ferito civili e membri di Hezbollah.

Il fatto che la Rappresentante Speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati rimanga al suo posto è una vittoria contro una montagna di organizzazioni filo-israeliane e funzionari governativi occidentali finanziati da gruppi della lobby filo-israeliana. È anche una prova del fatto che le accuse mosse contro Albanese sono infondate.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




“Stiamo assistendo all’ultimo sussulto della violenza israeliana”: una conversazione con Avi Shlaim.

Sebastian Shehadi

21 marzo 2025 – Novara Media

“Il sionismo è in procinto di autodistruggersi.”

Pochi storici israeliani hanno messo alla prova i miti nazionali del [loro] Stato come Avi Shlaim. Professore emerito di relazioni internazionali presso l’università di Oxford, Shlaim è tra i più illustri studiosi della storia palestinese e israeliana contemporanea.

Nato nel 1945 in una famiglia di ebrei arabi iracheni che poi si è spostata in Israele, il percorso accademico di Shlaim è segnato dal suo approccio critico, sfaccettato e personale formatosi in modo non marginale durante il servizio militare nell’esercito israeliano a metà degli anni ’60.

In quanto una delle principali personalità del movimento dei “Nuovi Storici” degli anni ’80, Shlaim ha contribuito a smantellare alcune delle narrazioni sulla fondazione di Israele sfidando i tradizionali punti di vista sionisti. Il suo lavoro sulla guerra arabo-israeliana del 1948 e sulla Nakba, soprattutto il suo fondamentale libro The Iron Wall: Israel and the Arab World [Il Muro di Ferro. Israele e il mondo arabo, Il Ponte, Bologna, 2003], offre un’analisi critica delle azioni israeliane che portarono alla guerra e delle sue conseguenze.

Il professor Shlaim ha incontrato Novara Media nella sua casa di Oxford per discutere del suo ultimo libro “Genocide in Gaza: Israel’s Long War on Palestine” [Genocidio a Gaza: la lunga guerra di Israele contro la Palestina]. Questo fondamentale saggio giunge nel momento della catastrofica crisi dei palestinesi a Gaza, mentre la campagna israeliana di espulsione e sterminio continua a godere dell’appoggio militare e diplomatico dei governi occidentali.

Come scrive lo stesso Shlaim, i saggi del libro nascono da una sensazione profondamente sentita (e declinata storicamente) del “dovere morale di dire la verità al potere e schierarsi con i palestinesi nell’ora del bisogno.” Con precisione e lucidità etica elenca i molti crimini di guerra, compreso il genocidio, che Israele ha perpetrato e reso normali contro il popolo palestinese, il cui diritto all’autodeterminazione e alla dignità umana è stato incessantemente attaccato e annientato di fronte agli occhi del mondo. Nel farlo il libro offre un’analisi inflessibile della logica razzista e tipica del colonialismo di insediamento che caratterizza le pratiche politiche e militari di Israele.

Il genocidio a Gaza funge anche da puntuale verifica delle celebrate memorie di Shlaim, “Three Worlds: Memoirs of an Arab-Jew” [Tre Mondi: memorie di un ebreo arabo] del 2023, che riesaminano (e modificano) la domanda sollevata in quel libro se termini come “apartheid”, “fascismo” e “genocidio” debbano applicarsi allo Stato di Israele. Soppesando le prove disponibili e citando le osservazioni giuridiche, tra gli altri, della relatrice speciale ONU sui Territori Palestinesi Occupati Francesca Albanese, che ha anche scritto l’introduzione al suo nuovo libro, Shlaim si impegna in una conclusione definitiva: Israele sta commettendo un genocidio.

Prima di occuparci del libro, può spiegare qual è la cosa principale che le ha fatto prendere posizione come “antisionista”? So che quando lei è arrivato per la prima volta a Oxford, decenni fa, non si definiva tale. Cos’è cambiato?

È stato un lungo percorso, ma quello che mi ha cambiato è stata la ricerca d’archivio. Mi sono radicalizzato negli archivi. In Israele sono stato indottrinato a scuola e ancora di più quando ho fatto il servizio militare nelle Forze di Difesa Israeliane [l’esercito israeliano, ndt.] a metà degli anni ’60. Credevo che Israele fosse un piccolo Paese amante della pace circondato da arabi ostili che volevano buttarci a mare, il che comportava che non avessimo altra scelta che difenderci e combattere. Accettai questa fondamentale narrazione sionista finché iniziai a interessarmi come storico al conflitto arabo israeliano.  Passai un anno intero andando ogni giorno negli archivi di Stato israeliani, guardando i documenti che mi raccontavano una storia totalmente diversa: che Israele era aggressivo, che Israele aveva deliberatamente provocato conflitti con i suoi vicini e che Israele non era interessato alla pace.

Quando nel 1993 vennero firmati gli accordi di Oslo ero euforico. Pensavo che fosse una cosa seria, che sarebbe iniziato un processo di lento ma irreversibile ritiro dai territori occupati e che sarebbe nato uno Stato palestinese. Ricordo di aver parlato con Edward Said, che era mio amico, su questo dopo che entrambi avevamo scritto articoli sulla London Review of Books [prestigiosa rivista bimestrale britannica di letteratura e politica, ndt.].

Quello di Edward era intitolato “Una Versailles palestinese. Oslo come strumento della resa palestinese.” Il mio riconosceva tutti i limiti dell’accordo, ma affermava che si trattava di un modesto passo nella giusta direzione.

Mi sbagliavo. Ho erroneamente pensato che il processo di Oslo fosse irreversibile. Fui ingenuo riguardo a Oslo. Sono ingenuo riguardo ad altre cose, ma non sono un codardo. Quando, sulla base delle prove, giungo a una conclusione, non falsifico il quadro, scrivo esattamente com’è. È così che mi sono radicalizzato, denunciando quello che ho visto dai documenti esistenti di Israele in quanto opposti alla sua propaganda. Ora Netanyahu ha chiuso le sale di lettura negli archivi pubblici israeliani. Quando vado in Israele entro con il mio passaporto israeliano e non sono mai stato fermato. Ma ora che sono stato così esplicito e che ho scritto un nuovo libro che si intitola “Genocidio a Gaza” non so cosa succederà la prossima volta che andrò là.

Alcuni sostengono che i simpatizzanti israeliani della causa palestinese dovrebbero rinunciare alla loro cittadinanza israeliana. Cosa pensa di questa forma di protesta? 

Penso che sia assolutamente fuori luogo affermare che un israeliano non sia un alleato credibile finché non rinuncia alla sua cittadinanza. Ciò detto, ho preso seriamente in considerazione di rinunciare alla mia cittadinanza israeliana. Ho parlato con una donna del consolato israeliano a Londra e mi ha detto: ‘So chi è lei, conosco le sue opinioni e simpatizzo con esse. Ma se vuole il mio parere, non vale la pena di rinunciare al suo passaporto. Le autorità si vendicherebbero e non le consentirebbero di tornare.’ In altre parole se avessi rinunciato al mio passaporto israeliano non sarei più riuscito ad andare negli archivi.

Negli anni scorsi si era astenuto dall’utilizzare la parola “genocidio” riguardo a Israele. Cosa esattamente le ha fatto cambiare posizione?

Ho esitato prima di chiamare il mio libro “Genocidio a Gaza” perché genocidio è una parola veramente molto seria. Ma le prove che ho davanti agli occhi sono schiaccianti e sempre più gravi. Questo è il primo genocidio che viene trasmesso in diretta. In genere Paesi e dirigenti politici non dicono “stiamo commettendo un genocidio” e “vogliamo spazzare via il nemico”. In genere lo nascondono, invece gli israeliani parlano apertamente di genocidio.

In uno dei capitoli del libro faccio riferimento a una banca dati di affermazioni genocide. Quello che è stato pubblicamente affermato, non solo da figure marginali ma da persone come il presidente israeliano Isaac Herzog, che ha proclamato che “non ci sono innocenti a Gaza”, è scioccante. Nessun innocente tra le 50.000 persone che sono state uccise e i circa 20.000 minori. Ci sono citazioni di Netanyahu che sono genocidarie, così come quelle del suo ex-ministro della Difesa Yoav Gallant, che ha affermato che “affrontiamo bestie umane.”

Ho esitato a chiamare certi eventi genocidio prima dell’ottobre 2023, ma quello che per me ha fatto pendere l’ago della bilancia è stato quando Israele ha bloccato ogni aiuto umanitario a Gaza. Stanno utilizzando la morte per fame come arma di guerra. Questo è genocidio.

Perché i politici occidentali sono così riluttanti a chiamare le cose con il loro nome? La risposta è ovvia: l’eccezionalismo israeliano. Israele è al di sopra delle leggi internazionali e i dirigenti occidentali lo consentono. Quando al ministro degli Esteri britannico David Lammy è stato chiesto se è in corso un genocidio, ha detto che genocidio è un concetto giuridico e che dobbiamo aspettare che la Corte si pronunci. Si sbaglia completamente. Quello che Israele sta facendo risponde alla Convenzione dell’ONU sul Genocidio, che non afferma che i Paesi debbano attendere che un tribunale prenda l’iniziativa. La Gran Bretagna e l’America non sono solo complici dei crimini di guerra israeliani, ma sono parte attiva assistendo Israele nella sua campagna genocida contro i palestinesi.

L’assurdità morale di questa situazione ha avuto anche un effetto interessante su di me dal punto di vista personale. Sono sia un ebreo che un israeliano, ma non mi sono mai identificato come ebreo in quanto non sono praticante. Tuttavia dall’attacco genocida contro Gaza ho voluto avvicinarmi di più all’ebraismo perché i suoi valori fondamentali sono l’altruismo, la verità, la giustizia e la pace.

Il governo Netanyahu è l’antitesi di questi fondamentali valori ebraici. L’essenza dell’ebraismo è la non-violenza, ma l’attuale regime è il governo più violento della storia di Israele. Io, in quanto ebreo, sento di avere il dovere morale di schierarmi ed essere preso in considerazione. Il nuovo libro è il mio modesto contributo personale alla lotta contro il fascismo sionista, sostenuto dall’imperialismo americano. È una presa di posizione personale.

Cos’altro rende questo libro diverso da quello che è già stato scritto, sia in termini del suo lavoro che della letteratura in generale?

Nel 2023 ho pubblicato un’autobiografia intitolata “Three Worlds: Memoirs of an Arab Jew” [Tre Mondi: Memorie di un Arabo Ebreo, ndt.]. In tutto quel libro c’è una critica implicita al sionismo. Sono uno studioso di relazioni internazionali, quindi penso sempre che i palestinesi siano le principali vittime del sionismo. Ma quando ho scritto questa storia di famiglia ho capito che c’è un’altra categoria di vittime del sionismo di cui non si parla molto e che sono gli ebrei arabi.

In quel libro ho affermato di pensare che Israele abbia commesso molti crimini contro l’umanità, come l’apartheid e la continua pulizia etnica fin dalla Nakba, ma non un genocidio. Ora dico che sta commettendo anche un genocidio. Vedo Israele come uno Stato di colonialismo d’insediamento e la logica del colonialismo d’insediamento è l’eliminazione del nemico. É quello che Israele ha fatto fin dall’inizio.

Dal 7 ottobre l’obiettivo non dichiarato dell’attacco israeliano contro Gaza è stato la pulizia etnica e c’è un rapporto governativo fatto filtrare che delinea lo spopolamento di Gaza. Lo spopolamento di 2.3 milioni di persone. Ciò non è avvenuto per la resistenza egiziana, ma questo è lo scopo iniziale della guerra. Quando non ha funzionato, Israele è passato a una fase successiva attraverso il genocidio, l’uccisione e la morte per fame dei gazawi.

Ho seguito le politiche israeliane a Gaza fin dal ritiro israeliano dalla Striscia nel 2005, ma niente mi aveva preparato a quello che Israele sta facendo ora che prende di mira i civili. Morte e distruzione descritte cinicamente dai generali israeliani come “falciare l’erba”: è agghiacciante. Qualcosa di meccanico che si fa così spesso. Qualcosa che infligge morte e distruzione, lasciando nel contempo irrisolto il problema politico sottostante.

L’attuale compagna a Gaza è qualitativamente diversa da tutte quelle precedenti. Se aggiungiamo tutte le vittime palestinesi in tutti i precedenti attacchi contro Gaza (otto negli ultimi 15 anni) esse sono una frazione di quelle di questa guerra.

Cosa risponde alle giustificazioni israeliane per questa violenza degli ultimi 16 mesi?

Israele sostiene, come i suoi alleati occidentali, di “agire per autodifesa”. Al primo ministro [britannico] Keir Starmer è stato chiesto se togliere cibo, acqua e carburante alla gente di Gaza da parte di Israele fosse giustificato ed egli ha ripetuto che “Israele ha il diritto di difendersi”. È un mantra. Io direi agli apologeti di Israele che, in base alle leggi internazionali, Israele ha un solo diritto: porre fine all’occupazione e andarsene.

Israele non ha il diritto all’autodifesa come definita nell’articolo 51 della carta dell’ONU. In base al diritto internazionale Israele a Gaza è il potere occupante. Non hai diritto all’autodifesa se l’attacco contro di te è venuto da una zona sotto il tuo controllo.

Israele giustifica sempre i suoi attacchi contro Gaza affermando che Hamas ha lanciato razzi sui suoi cittadini e di avere il dovere di proteggerli. Hamas ha accettato molti accordi di cessate il fuoco ed ha buoni precedenti nell’averli rispettati. Israele ha rotto ogni accordo di cessate il fuoco con Hamas quando non gli conveniva più.

Si prenda per esempio quando l’Egitto mediò l’accordo di pace per il cessate il fuoco tra Israele e Hamas a metà del 2008. Hamas rispettò e impose il cessate il fuoco ad altri gruppi più radicali come il Jihad Islamico fino al 4 novembre 2008, quando Israele attaccò Gaza e uccise combattenti di Hamas, rinnovando di conseguenza le ostilità. Hamas offrì a Israele il rinnovo di questo accordo di cessate il fuoco alle sue condizioni originarie. Israele ignorò totalmente questa proposta. Israele aveva una via diplomatica per risolvere il conflitto ma non la prese, lanciando invece l’operazione Piombo Fuso. É così che Israele protegge i suoi cittadini.

Fino a che punto l’Occidente ha tracciato una linea rossa? Pare che Israele possa uccidere palestinesi senza limite.

Il genocidio non è una questione di numeri. È l’intenzione di distruggere, del tutto o in parte, un gruppo religioso o etnico. Ciò detto, i 50.000 morti a Gaza sono largamente sottostimati. Ce ne sono probabilmente molte migliaia in più sepolti sotto le macerie. The Lancet [prestigiosa rivista medica, ndt.] stima che ci siano piuttosto 180.000 vittime. Non riesco a immaginare un momento in cui Trump dirà “ora basta”.

Biden è stato totalmente inefficace. Ha occasionalmente criticato Israele per i bombardamenti indiscriminati contro i civili, ma non ha mai smesso di fornire armi, così Israele non gli ha dato per niente retta. Ha dato il via libera a Israele. Trump è diverso perché appoggia il progetto della destra israeliana, che è la pulizia etnica di Gaza in Cisgiordania. E ora abbiamo il piano di Trump per Gaza, cioè che tutti gli abitanti di Gaza vadano altrove, in Egitto o Giordania, e che l’America occupi Gaza e la trasformi in una Riviera. Chiama Gaza un “sito di demolizione” che deve essere ripulito. Si noti l’arroganza imperialista.

Dove ci porteranno i prossimi quattro anni sotto Trump?

Il governo Netanyahu afferma che il popolo ebraico ha il diritto esclusivo all’autodeterminazione su tutta la terra di Israele, che naturalmente include la Cisgiordania. Questo governo è più estremista di qualunque altro in precedenza. Sostiene la sovranità esclusiva su tutta la terra di Israele. (Il ministro delle Finanze Bezalel) Smotrich e (l’ex-ministro della Sicurezza Nazionale Itamar) Ben-Gvir non lo nascondono. Vogliono che la pulizia etnica venga accelerata a Gaza e in Cisgiordania e che l’espansione delle colonie continui a tutta velocità, con l’obiettivo finale dell’annessione formale della Cisgiordania.

Finora Israele non ha incontrato alcuna effettiva opposizione dall’Unione Europea, dalla Gran Bretagna, dall’America o dalle Nazioni Unite. La comunità internazionale è stata impotente, come lo è stata per oltre 75 anni.

Dato che lei è stato così esplicito, nel corso degli ultimi 16 mesi ha ricevuto molte molestie da parte di ambienti filo-israeliani?

No. Di fatto da quando è iniziata la guerra a Gaza non ho praticamente ricevuto mail ostili e sono stato più radicale e mi sono espresso pubblicamente più che in precedenza. Al contrario ho ricevuto molti messaggi di appoggio. Persone che mi scrivono e dicono: “Grazie. Parli per noi, ci hai dato voce.” È molto incoraggiante. In qualche modo sono finito in video su Tik Tok.

Per me è molto interessante il fatto di non aver ricevuto alcun messaggio di odio negli ultimi 16 mesi, perché di solito succede. L’opinione pubblica sta cambiando in tutto il mondo. Israele è passato dalla parte del torto. Il BDS chiede la fine dell’occupazione, il diritto al ritorno e uguali diritti per i palestinesi cittadini di Israele. È un movimento globale non violento. Israele non ha alcun argomento per ribattere.

Come puoi giustificare l’occupazione e l’apartheid? Non puoi, ed è la ragione per cui Israele ha intrapreso una scontata campagna per confondere deliberatamente l’antisionismo con l’antisemitismo. Ma la gente è diventata più accorta e se si ha un messaggio onesto da trasmettere come faccio io, chiamando le cose per quello che sono, le persone ascoltano.

Ha qualche speranza che un giorno una parte neutrale si occuperà della giustizia per la Palestina?

L’asimmetria di potere tra Israele e i palestinesi è talmente grande che un accordo volontario non è possibile. Tutta la storia, soprattutto da Oslo in poi, dimostra che non possono raggiungere un accordo che sia equo. Dire a israeliani e palestinesi “risolvete le vostre divergenze” è come mettere un leone e un coniglio in una gabbia e dire loro di “risolvere le loro divergenze”. Una parte neutrale è necessaria per spingere i due contendenti a un accordo. Avrebbe dovuto essere l’ONU. Ma l’America ha messo da parte l’ONU e l’UE e ha stabilito un monopolio sul processo di pace. Tuttavia non ha mai spinto Israele a fare un accordo.

Non riesco a vedere che in Israele ci possa essere una spinta dall’interno per il cambiamento. Non riesco a vedere gli israeliani svegliarsi dopo il 7 ottobre e dire: “Finora ci siamo sbagliati. Dobbiamo veramente andare al tavolo delle trattative con i palestinesi.” Non succederà. La tendenza è totalmente opposta.

Prima dell’attacco di Hamas c’è stata una frattura nella società israeliana sulla riforma giudiziaria, una divisione molto profonda che ha quasi portato a una guerra civile. Ma poi c’è stato l’attacco di Hamas e tutta la società israeliana si è unita dietro la guerra. Pensano che Israele abbia il diritto di fare qualunque cosa voglia indipendentemente dalle leggi internazionali, e che chiunque accusi Israele di qualunque cosa sia un antisemita.

Questo oggi è il consenso in Israele. Nel contempo i governi occidentali hanno garantito l’impunità a Israele, benché stiano iniziando a cambiare. Guardi le iniziative positive di Irlanda, Norvegia, Slovenia e Spagna che negli ultimi 16 mesi si sono schierate con la Palestina.

Ciò detto, non ripongo le mie speranze nei governi, ma nella società civile, nel BDS, nelle manifestazioni a Londra e altrove e negli studenti e nei loro accampamenti di protesta. Gli studenti sono motivati dalla giustizia e dall’etica. Sono dalla parte giusta della storia. I governi statunitense e britannico sono dalla parte sbagliata. È per questo che Israele è così spaventato dal BDS e dagli studenti. Israele è passato dalla parte del torto. È una società brutale, aggressiva, militarista, ed è destinato a seguire la stessa strada del Sudafrica grazie alle sanzioni.

Penso che nel XXI secolo l’apartheid non sia sostenibile a lungo termine e pertanto che il sionismo stia per autodistruggersi. Gli imperi diventano molto violenti proprio quando sono in declino e penso che questo sia ciò a cui stiamo assistendo adesso, gli ultimi sussulti della violenza israeliana. Una volta che sarà finito, le fratture nella società israeliana continueranno. Israele sarà diventato più debole all’interno e il sostegno dall’esterno diminuirà. Questa combinazione di fattori porterà alla disintegrazione del sionismo e del colonialismo d’insediamento. Israele è sulla via dell’autodistruzione, ma non succederà da un giorno all’altro, ci vorranno ancora molti anni.

In qualche modo questo momento straordinario la fa sentire fiducioso?

L’Occidente, e in particolare gli USA, sostenendo Israele senza riserve ha distrutto il cosiddetto sistema internazionale basato sulle regole. È un tempo terribile, più di quanto possa ricordare. Israele ha mostrato il suo vero volto. Vediamo quanto sia brutale e quello che è capace di fare.

L’elezione di Trump ha gravi conseguenze perché non gli importa delle leggi internazionali, dell’ONU o della Nato. Gli interessa solo prima l’America. Userà ogni mezzo a sua disposizione per favorire l’America. È un potere imperiale senza limiti politici, morali o giuridici.

Cosa ritiene che si stia delineando dopo la caduta del sionismo israeliano?

C’è ancora un vasto consenso internazionale per la soluzione a due Stati. Ho appoggiato questa soluzione ma Israele l’ha sotterrata. Oggi Israele non parla neppure più della soluzione a due Stati. Al contrario sembra che resista apertamente ad oltranza allo Stato palestinese.

Una soluzione a due Stati non è più una possibilità. Israele sta continuando la politica di annessione strisciante. Di conseguenza quello che rimane ai palestinesi della Cisgiordania sono poche enclave isolate, non le fondamenta di uno Stato sostenibile. Perciò la scelta è tra uno Stato con diritti uguali per tutti i suoi cittadini o lo status quo: apartheid, etnocrazia e genocidio. Ho fatto una chiara scelta a favore della libertà e di uguali diritti per tutti. È quello che io e molti altri intendiamo quando diciamo: “Dal fiume al mare.”

Genocide in Gaza: Israel’s Long War on Palestine di Avi Shlaim è pubblicato dalla Irish Pages Press.

Sebastian Shehadi è un giornalista indipendente e collaboratore di The New Statesman [rivista politica britannica fondata nel 1913, ndt.].

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)

 




Stati Uniti e Israele cercano di trasferire i palestinesi di Gaza in Somalia, Somaliland e Sudan: i particolari

Rina Bassist

14 marzo 2025 – Al Monitor

Secondo quanto riportato dall’Associated Press funzionari israeliani e statunitensi hanno preso contatti con Sudan, Somalia e Somaliland per un possibile reinsediamento dei gazawi in questi paesi.

In seguito alla proposta avanzata a febbraio dal presidente Donald Trump di trasferire gli abitanti di Gaza altrove per un periodo imprecisato, funzionari statunitensi e israeliani avrebbero contattato Sudan, Somalia e Somaliland per verificare la possibilità di reinsediarvi i palestinesi sfollati di Gaza.

I fatti

Venerdì l’Associated Press ha riferito che funzionari statunitensi e israeliani avrebbero confermato che tali richieste erano state avanzate ai tre Paesi africani. Secondo i funzionari statunitensi non è chiaro quanto siano progrediti questi colloqui ed essi hanno sottolineato che Israele sta guidando le discussioni. Il rapporto cita anche fonti sudanesi che affermano di aver rifiutato tali offerte, mentre fonti in Somalia e Somaliland hanno dichiarato di non essere a conoscenza di alcuna discussione in merito.

“Contatti separati da parte degli Stati Uniti e di Israele con le tre potenziali destinazioni sono iniziati lo scorso mese, pochi giorni dopo che Trump ha avanzato il piano per Gaza insieme a Netanyahu”, si legge nel rapporto.

I funzionari della Casa Bianca non si sono resi immediatamente disponibili per un commento. Al-Monitor ha anche contattato il Ministero degli Esteri israeliano per un commento.

Il contesto

Trump ha proposto per la prima volta il reinsediamento degli oltre 2 milioni di palestinesi della Striscia di Gaza durante il suo incontro del 4 febbraio con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu alla Casa Bianca. Ha sostenuto che la Striscia di Gaza è diventata inabitabile e ha suggerito di trasferire tutti i gazawi in altri Paesi. Ha aggiunto che gli Stati Uniti avrebbero preso il controllo di Gaza e l’avrebbero ricostruita.

“Sarà nostra”, ha detto Trump. “Prenderemo il controllo di quella zona, la svilupperemo e creeremo migliaia e migliaia di posti di lavoro, e sarà qualcosa di cui tutto il Medio Oriente potrà essere orgoglioso”. Ha anche affermato che i palestinesi trasferiti in una nuova terra “starebbero molto meglio che a Gaza, che ha attraversato decenni e decenni di morte” e che “saranno reinsediati in aree dove potranno vivere una bellissima vita”. Successivamente Trump ha dichiarato di aver discusso il piano con i leader di Giordania ed Egitto, secondo lui potenziali destinazioni dei gazawi sfollati.

Il piano di Trump ha suscitato un’ampia reazione negativa nel mondo arabo e in Europa. Sebbene abbia aggiunto che i gazawi non saranno costretti a lasciare la Striscia, non ha ritirato la sua proposta. Al contrario, le fazioni di estrema destra israeliane hanno abbracciato l’idea di un trasferimento di massa dei palestinesi, con Netanyahu che l’ha definita una “visione audace”.

Per saperne di più

Le relazioni che Stati Uniti e Israele mantengono con i tre Paesi africani in questione sono complesse.

Il Sudan è uno dei quattro Paesi – insieme agli Emirati Arabi Uniti, al Bahrain e al Marocco – che hanno inizialmente firmato gli Accordi di Abramo del 2020 per normalizzare i rapporti con Israele. Come parte dell’accordo, Washington ha rimosso il Sudan dalla lista degli Stati sponsor del terrorismo. In effetti, mesi prima della firma degli accordi, Netanyahu ha incontrato in Uganda il leader del Consiglio Sovrano Sudanese [organo di governo sciolto da un golpe nel 2021, ndt.], Abdel Fattah al-Burhan. Nel corso degli anni le informazioni hanno suggerito che Israele abbia fornito supporto militare al regime di Burhan. Intanto dal 2023 il Sudan è stato travolto da una guerra civile. Giovedì l’UNICEF ha avvertito che il Sudan “è ora la più grande e devastante crisi umanitaria al mondo”, affermando che dopo due anni di guerra “oltre 30 milioni di persone – più della metà delle quali bambini – vivono nella morsa di atrocità di massa, carestia e malattie mortali”.

Nell’ultimo decennio gli Stati Uniti hanno collaborato con la Somalia per combattere il gruppo jihadista al-Shabaab nel sud del paese. Washington è il principale fornitore di armi della Somalia. Con una popolazione stimata di 18 milioni di persone distribuite su 640.000 km2, la Somalia rimane una delle nazioni più povere del continente. Un rapporto del 2023 del Times of Israel ha indicato che il ministro degli Esteri israeliano Eli Cohen ha cercato di normalizzare le relazioni con la Somalia nonostante il sostegno di lunga data di Mogadiscio alla causa palestinese. I due Paesi attualmente non hanno relazioni diplomatiche.

Il Somaliland, regione autoproclamatasi indipendente, rappresenta un caso diverso, poiché non è riconosciuto a livello internazionale come Stato sovrano. La Somalia considera il Somaliland parte del suo territorio. Posizionato sul Golfo di Aden vicino allo strategico stretto di Bab al-Mandab, il Somaliland attira da anni l’interesse israeliano. Nel 2024 il Middle East Monitor ha riferito che Israele avrebbe cercato di stabilirvi una base militare in cambio del riconoscimento della sua indipendenza, anche se i funzionari israeliani non hanno confermato la notizia.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




La lotta di Masafer Yatta: i cinque punti salienti dell’intervista di The FloodGate ad Alaa Hathleen

Romana Rubeo

4 marzo 2025 The Palestine Chronicle

Nel podcast The FloodGate, Voices from Palestine, Alaa Hathleen di Masafer Yatta parla della vita sotto il regime militare, della violenza dei coloni e della continua lotta della comunità contro la pulizia etnica

Il 2 marzo il documentario No Other Land ha vinto un Oscar; vi si documenta la lotta dei palestinesi sotto l’occupazione israeliana in corso a Masafer Yatta.

In questa puntata di The FloodGate, Robert Inlakesh di Palestine Chronicle ha parlato con Alaa Hathleen, attivista e abitante di Masafer Yatta, della vita sotto il regime militare, delle realtà quotidiane dello sfollamento e della resistenza incrollabile della comunità contro le forze israeliane e gli attacchi dei coloni.

Masafer Yatta è uno dei casi di più lunga data di pulizia etnica nella Cisgiordania occupata, eppure la sua gente si rifiuta di essere cancellata.

Ecco cinque punti chiave della testimonianza di Alaa Hathleen.

1. Sotto attacco

Per decenni Israele ha applicato una combinazione di governo militare, pressione economica e uso manipolatorio delle leggi per cacciare i palestinesi dalla loro terra. Alaa Hathleen non vede alcun futuro per una soluzione a due Stati, perché l’occupazione non ha lasciato alcuno spazio all’autodeterminazione palestinese.

“Ci hanno attaccato in ogni settore: sanità, istruzione ed economia. Con questi attacchi stanno cercando in ogni modo di farci andare via “, ha affermato Alaa.

“Ad esempio, per il mio villaggio c’è una sentenza legale della corte israeliana che afferma che la terra è nostra, eppure non ci è permesso viverci. Questa è la realtà secondo la legge israeliana. Abbiamo sofferto in ogni aspetto del vivere”.

“Anche in merito all’istruzione subiamo attacchi da parte dei coloni. Soffriamo per le demolizioni delle case e le operazioni militari. Non vogliono che viviamo qui; vogliono cacciarci con diversi mezzi, tra cui la violenza dei coloni e le demolizioni”, ha continuato Alaa, aggiungendo: “Per loro, questa è Area C [sotto il controllo israeliano totale ma temporaneo in base agli accordi di Oslo, ndt.], ma per noi è la nostra casa. Ecco perché non esiste una soluzione a due Stati per la Palestina”.

2. Perché siamo diventati attivisti

Per molti palestinesi l’attivismo non è una scelta, ma una necessità. L’attivismo di Alaa è profondamente personale, plasmato sia dall’occupazione che dalle lotte della sua famiglia.

“Sono sia un fisioterapista che un attivista, ma nessuna delle due attività è stata una scelta: sono diventato attivista dopo aver visto come l’occupazione ci ha negato tutti i diritti, quando hanno dichiarato la mia terra e la mia area zone militari, proibendoci di usarle”, ha detto.

“Sono diventato fisioterapista dopo che nel 2013 mio padre ha avuto un ictus. Era estremamente difficile accedere alla fisioterapia, quindi in quel momento ho deciso di dedicarmi a questo e lavorare sodo per aiutare la mia comunità”.

Alaa ha spiegato che non ci sono scuole nella zona. “Ogni giorno dovevo camminare per circa 10 chilometri attraverso montagne e valli solo per andare a scuola. Molte volte, i coloni ci hanno attaccati e picchiati, ma ero determinato a continuare i miei studi per sostenere la mia gente”, ha affermato.

3. Gli attacchi dei coloni

La violenza dei coloni è una minaccia quotidiana a Masafer Yatta e le autorità israeliane non offrono alcuna protezione agli abitanti palestinesi. Al contrario, facilitano gli attacchi assicurandosi che i coloni agiscano impunemente.

“I coloni ci attaccano mentre la polizia tarda il più possibile a rispondere, aspettando che i coloni abbiano terminato le distruzioni prima di arrivare. A volte, quando li chiamiamo, ci dicono: ‘Dove sono i coloni? State mentendo’ e invece di fermare gli aggressori ci arrestano”.

Altre volte, secondo Alaa, le forze israeliane riconoscono che i coloni ebrei israeliani illegali stanno facendo qualcosa di illecito, ma sostengono di non poterli fermare.

“Ci dicono sempre di presentare denunce alla stazione di polizia e, sebbene abbiamo presentato migliaia di denunce, non è cambiato nulla”.

“Non ci è permesso difenderci”, ha continuato. “Se ci proviamo, ci arrestano e ci mettono in prigione. Questa è la nostra realtà”.

4. Pulizia etnica e piani di annessione

Il governo israeliano supporta direttamente la violenza dei coloni, consentendo l’accaparramento di terre e l’espansione degli insediamenti. Masafer Yatta non sta solo subendo l’occupazione, sta anche affrontando un continuo processo di pulizia etnica.

“Il governo israeliano sostiene questi coloni, portandoli qui per attaccarci e continuare nei loro tentativi di sfrattare i palestinesi dalla loro terra”, ha detto Alaa.

“Siamo trattati come prigionieri: il nostro villaggio è chiuso e a volte decidono di aprire i cancelli. Ogni giorno affrontiamo attacchi da parte di coloni, soldati e amministrazione civile israeliana [il governo militare sui territori occupati, ndt.]. Emettono costantemente ordini di demolizione per le nostre case, cercando di cacciarci via”.

5. Dignità e diritti

Nonostante le difficoltà quotidiane la gente di Masafer Yatta si rifiuta di rinunciare alla propria terra. La resistenza è radicata nella loro dignità e nella determinazione a restare.

“Vogliono spostarci nelle città, ma noi rifiutiamo. Questa è la nostra terra, questa è la nostra vita. Vivremo qui con dignità e libertà, o saremo sepolti sotto di essa con i nostri antenati. Non c’è altra scelta”.

Purtroppo, ha affermato Alaa, questa questione è stata ampiamente ignorata dai media. “Ha ricevuto pochissima attenzione, ma rimane una delle lotte più importanti che affrontiamo”.

Romana Rubeo è una scrittrice italiana ed è caporedattrice di The Palestine Chronicle. I suoi articoli sono apparsi su molti giornali online e riviste accademiche. Ha conseguito un Master in Lingue e Letterature Straniere ed è specializzata in traduzione audiovisiva e giornalistica.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Opinione | A causa del suo regime Israele sta perdendo ogni ragione di esistere

Michael Sfard

18 febbraio 2025 – Haaretz

L’abbandono dei suoi cittadini in prigionia per perseguire l’ideologia messianica della destra radicale e la repressione dilagante degli oppositori del governo hanno fatto di Israele uno Stato al collasso

Israele sta costantemente perdendo ogni ragione di esistere. Da un punto di vista democratico e umanistico uno Stato non è un fine di per sé quanto piuttosto un mezzo per realizzare i diritti dei propri cittadini e dei soggetti sottoposti alla sua autorità. Proprio come una cooperativa, lo Stato non possiede nulla: tutto ciò che ha appartiene ai suoi membri e tutto il suo potere deriva da essi.

Uno Stato è un’entità politica al servizio di esseri umani. Se non adempie a questa funzione, e a maggior ragione se peggiora la loro condizione, viene meno la sua ragion d’essere.

Ci sono Stati i cui regimi pregiudicano questo scopo, Stati che sono al servizio della sola classe dirigente, che sfruttano chi non vi appartiene e che sono indifferenti al benessere dei governati. Stati di questo tipo sono corrotti e criminali, come una banca che rubi i risparmi dei propri clienti.

Non c’è giustificazione alla loro esistenza. Qualsiasi oscillazione verso un’idea di Stato come un fine in sé, come un’entità con uno scopo proprio anziché come uno strumento, è una pericolosa oscillazione verso il fascismo. Può dapprima apparire innocente, ma porta inesorabilmente ai gulag dove si rinchiudono gli oppositori politici.

Uno Stato che si dichiara democratico ha lo scopo di creare un ambiente che, sotto il profilo legale, politico, culturale, economico e della sicurezza, permetta a chi vi è soggetto di realizzare i propri talenti, essere libero autore della propria storia di vita, esercitare pienamente la propria autonomia e perseguire la propria felicità. Tale ambiente è possibile unicamente sulla base di una normativa che difenda la sacralità delle libertà fondamentali, della dignità umana e dell’uguaglianza.

Ecco perché diritti umani e democrazia sono inseparabili. Non ci può essere vera democrazia senza un sistema di governo che sia fondato sulla protezione dei diritti fondamentali di ogni individuo sotto l’autorità dello Stato. Allo stesso modo non ci sono diritti umani senza una struttura politica fondata su valori democratici come l’elezione del legislatore, la separazione dei poteri e uno stato di diritto uguale per tutti. Dovrebbe essere semplice. Dovrebbe essere ciò che i bambini imparano in prima elementare. Ma questo non è ciò che ci sta accadendo, e non è ciò che i nostri bambini imparano a scuola.

Il progetto israeliano era quello di fondare una democrazia liberale, ma oggi esso è ben lungi da quell’ideale e continua rapidamente ad allontanarsene di più ogni giorno che passa.

I nobili ideali sull’essenza dello Stato, forgiati dalle rivoluzioni francese e americana e dalle lezioni della Seconda guerra mondiale, della creazione delle Nazioni Unite e della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, sono stati scalzati dai cupi princìpi dell’odio, del razzismo, della repressione del dissenso e della concentrazione di potere nelle mani della coalizione al governo. Qualsiasi valutazione onesta dell’attuale realtà israeliana faticherebbe a trovare una giustificazione alla sua esistenza in quanto Stato. Diamo un’occhiata ad alcune delle caratteristiche più salienti di Israele.

Nel 2025 Israele è guidata da un governo che abbandona i propri cittadini. È già stato detto migliaia di volte, ma lo dirò a modo mio: abbiamo un governo che non ha saputo impedire il rapimento di cittadini dai loro letti e un anno e quattro mesi dopo, quando è chiaro che sono affamati, percossi e soffrono inimmaginabili maltrattamenti a Gaza, questo stesso governo sta cercando di sabotare un accordo che potrebbe liberarli.

In certi casi ci possono essere ragioni legittime per opporsi a un accordo sugli ostaggi, ma il sabotaggio che sta avendo luogo sotto i nostri occhi non è dettato da preoccupazioni per la sicurezza di Israele. Al contrario, esso è funzionale alle fantasie messianiche e coloniali della destra radicale e a garantire la sopravvivenza politica del Primo Ministro Benjamin Netanyahu.

Se così non fosse, ci sarebbe stato detto esplicitamente che il governo non ha alcuna intenzione di espellere i palestinesi da Gaza e ri-colonizzare la Striscia. Ma ci è stato detto il contrario. Perciò, finché dipenderà dal governo israeliano, i restanti ostaggi ancora in vita sono destinati a morire tra atroci sofferenze per realizzare il sogno del Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich di diventare il Nabucodonosor di Gaza dopo averne espulso gli abitanti e avervi insediato colonie.

I nostri ostaggi continueranno a soffrire fame e torture nell’oscurità di cantine e tunnel in modo che Netanyahu possa rimanere alla residenza del Primo Ministro a Balfour Street a Gerusalemme. Questo incommensurabile tradimento è di per sé sufficiente a inficiare la più fondamentale ragion d’essere dello Stato di Israele: la protezione dei suoi cittadini e la solidarietà sociale che assicura che nessun cittadino sarà trascurato, a maggior ragione se in circostanze estreme, quando i nemici gli fanno del male.

Il regime israeliano del 2025 reprime il dissenso. Quando i miei genitori mi raccontavano le loro esperienze nella Polonia comunista, quando il regime annullava spettacoli teatrali, censurava libri e imprigionava chi osava criticarlo, io mi consideravo fortunato per essere nato in una nazione dove non accadeva nulla di simile. Bé, sta succedendo adesso. Succede da sempre ai palestinesi, da un lato come dall’altro della cosiddetta Linea Verde. Adesso sta succedendo a tutti e sta succedendo alla grande.

La presidenza di una scuola a Tzur Hadassah, vicino a Gerusalemme, ha cancellato una lezione dell’autrice Shoham Smith perché ha criticato aspramente le azioni di Israele a Gaza. La Knesset sta approvando un disegno di legge che renderebbe illegale l’uso della parola “Cisgiordania”, obbligandoci a usare in sua vece “Giudea e Samaria”. La scorsa settimana la polizia ha fatto irruzione in una libreria a Gerusalemme Est e ne ha arrestato i proprietari perché i libri che vendevano non erano considerati abbastanza sionisti.

Tutto questo è accaduto recentemente. I manifestanti pro-democrazia, così come quelli che chiedono un cessate il fuoco e un accordo sugli ostaggi, sono arrestati quotidianamente dalla stessa polizia e dalla stessa magistratura che chiudono un occhio quando si tratta di incitamento ai crimini di guerra, contro l’umanità e persino al genocidio, tutte cose diventate di ordinaria amministrazione.

Il regime israeliano odia un quinto dei propri cittadini, i cittadini palestinesi di Israele. Li discrimina e mette in atto politiche e pratiche finalizzate a tenerli lontani dai centri di potere. Ogni centimetro cubo di aria israeliana urla loro in faccia che non sono a casa loro, che sono qui sotto condizione. Dalla delegittimazione dei loro rappresentanti politici, all’indifferenza di fronte all’ondata di omicidi nelle città arabe, fino alla Legge sullo Stato-Nazione [approvata nel 2018 nonostante le molte contestazioni, è una delle Leggi Fondamentali che hanno valore di costituzione.ndt.]  il messaggio è chiaro: di tutti i tratti identitari che una persona può avere in Israele, il migliore indicatore del futuro di un bambino è l’appartenenza nazionale. Diventerà un cittadino influente in un qualsiasi campo, economico, culturale, sociale e ovviamente politico? Ebreo: sì. Arabo: assolutamente no.

Israele è uno Stato razzista, incoraggia la pulizia etnica, divora chi lo critica, nutre disprezzo per i suoi cittadini non-ebrei e non ha nessuna compassione per i propri civili innocenti che sono stati presi in ostaggio. È come una banca che rapina i suoi stessi clienti e poi incita contro di loro. Quale ragione di esistere gli rimane?

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




“L’essenza del sogno sionista”: la storia dettagliata del dibattito sul trasferimento dei palestinesi

Ofer Aderet

12 febbraio 2025 – Haaretz

Donald Trump ha riportato nel dibattito pubblico una parola che un tempo era troppo scioccante per essere pronunciata. Si scopre che i piani di trasferimento per i palestinesi hanno radici profonde nella storia sionista.

Il piano di Donald Trump per svuotare Gaza dai suoi residenti, che ha già guadagnato l’appellativo di “Trumpsfer”, ha scatenato un putiferio riportando nel dibattito pubblico un termine che molti speravano appartenesse solo agli estremisti più radicali della società israeliana.

Le reazioni sono state varie, passando dal conduttore televisivo di destra Yinon Magal, che ha citato il Salmo 126:1: “Eravamo come coloro che sognano”, fino all’affermazione di Yair Golan secondo cui il trasferimento “è un’idea antitetica al giudaismo e al sionismo”, come ha scritto l’ex generale e leader del partito di sinistra Democrats su Haaretz. Dietro tutto questo si cela una storia interessante.

Quando gli israeliani sentono la parola “trasferimento”, pensano a Rehavam Ze’evi, il ministro del turismo di estrema destra e generale in pensione che credeva che la soluzione al conflitto israelo-palestinese fosse il “trasferimento degli arabi fuori dai confini di Israele” e che “questo dovrebbe essere detto apertamente e senza vergogna”. Ze’evi fu assassinato dai palestinesi nel 2001.

Le sue parole scatenarono un’ondata di indignazione, con richieste di rimuoverlo dalla direzione del Museo Eretz Israel di Tel Aviv e dal suo ruolo di riservista nellesercito. Ci furono persino richieste di processarlo per incitamento al razzismo e, “sulla base del diritto internazionale, per prevenire il crimine di genocidio.”

Shlomo Lahat, sindaco di Tel Aviv dal 1974 al 1993, prese le difese di Ze’evi, dichiarando che era “una persona perbene che dice quello che pensa. Ci sono un mucchio di bastardi che la pensano come lui e non hanno il coraggio di esprimere apertamente le proprie opinioni”.

Inoltre Ze’evi fece storcere il naso a qualcuno citando due fondatori del movimento sionista laburista. “Ho saputo dei [propositi sui] trasferimenti da [Yitzhak] Tabenkin e Berl Katznelson. Rispetto a loro sono un minimalista”, disse Ze’evi, che sarebbe stato presto eletto alla Knesset.

Prima di lui c’era stato Meir Kahane, membro della Knesset dal 1984 al 1988 finché il suo partito non venne escluso dalla corsa per la rielezione. “Trasferimento, allontanamento, volontario o no” era la soluzione di Kahane. “Con il pugno di ferro, senza paura, li espelleremo”.

Nel 1988, quando Kahane fu escluso e Ze’evi venne eletto, Shabtai Teveth, giornalista di spicco di Haaretz e biografo di David Ben-Gurion, scrisse per il giornale una serie di articoli dal titolo: “La metamorfosi del [concetto di] trasferimento nel pensiero sionista”. Teveth sosteneva che accenni al[l’idea di] trasferimento “baluginavano timidamente ai margini del sionismo” ed erano “idee poco elaborate” tra le “malattie infantili del sionismo”.

Ma le prime fonti da lui fornite parlavano da sole e, come ha scritto lo storico Benny Morris nel suo libro “Correcting a Mistake: Jews and Arabs in Palestine/Israel, 1936–1956” [Un errore da correggere: ebrei e arabi in Palestina/Israele, 1936-1956, ndt.], l’idea del trasferimento non è nata nel 1948. Ha radici profonde nel sionismo sin dalla fondazione del movimento nel XIX secolo.

Lo storico Tom Segev intervenne nel dibattito col suo libro “One Palestine, Complete: Jews and Arabs Under the British Mandate” [Una Palestina, integra: ebrei e arabi sotto il mandato britannico, ndt.]. Secondo lui nel movimento sionista prevaleva un forte consenso sul fatto che un trasferimento degli arabi fosse auspicabile e anche morale. Questo in sostanza era il sogno sionista, scrisse Segev.

Contrariamente a quanto Yair Golan ha scritto questa settimana su Haaretz Segev ritiene che il trasferimento sia radicato nell’ideologia sionista e sia stato reso necessario dal terrorismo arabo e dal rifiuto degli arabi di consentire al movimento sionista di fondare un Paese con una maggioranza ebraica.

Ebbene, questo è ciò che Theodor Herzl, il padre del sionismo moderno, scrisse nel suo diario nel 1895: “Cercheremo di deportare la popolazione senza un soldo oltre confine, procurandole un impiego nei Paesi di transito e negandole al contempo qualsiasi impiego nel nostro paese”.

Due anni dopo uno dei colleghi di Herzl, Israel Zangwill, visitò la Terra Santa. “Concluse che non c’era altra scelta che rimuovere gli arabi e trasferirli con la forza nei Paesi vicini”, scrisse Teveth nella sua rubrica su Haaretz. Come disse Zangwill nel 1904: “Dobbiamo essere pronti a espellerli dalla terra con la forza della spada, come fecero i nostri antenati con le tribù che la abitavano”.

Nel 1920 anche Teveth parafrasò la posizione di Zangwill: “Dobbiamo convincerli gentilmente a intraprendere un viaggio migratorio. Dopo tutto hanno a loro disposizione la penisola arabica con i suoi milioni di miglia quadrate”.

Teveth scrisse che due “grandi e devoti sionisti” avevano avuto un’idea simile, riferendosi a Nachman Syrkin (1868-1924): “La Terra di Israele, che è molto scarsamente popolata e dove oggi gli ebrei sono il 10% della popolazione, dovrebbe essere consegnata agli ebrei”, e a Aaron Aaronsohn (1876-1919) il quale propose che gli arabi della Palestina ottomana andassero a vivere in Iraq, terra molto più fertile. Scrisse: “si dovrebbe convincere il maggior numero possibile di arabi a emigrare”.

Yosef Sprinzak, presidente della Knesset dal 1949 al 1959, aveva 10 anni quando Herzl scrisse sul tema del trasferimento nel suo diario. Nel 1919, durante un’assemblea dei leader della comunità ebraica, Sprinzak disse: “Dobbiamo ottenere la Terra di Israele senza alcuna riduzione o restrizione, ma c’è un dato numero di arabi che vivono nella Terra di Israele ed essi avranno soddisfazione. Chiunque desideri coltivare coltiverà il suo appezzamento. Chiunque non desideri coltivarlo riceverà un risarcimento e cercherà la sua felicità in un’altra terra”.

Arthur Ruppin disse nel 1938: “Non credo nel trasferimento di individui. Credo nel trasferimento di interi villaggi”. Menachem Ussishkin aggiunse nello stesso anno che era disposto a difendere davanti a Dio e alla Società delle Nazioni il lato morale del trasferimento, e Ben-Gurion, che sarebbe diventato il primo ministro fondatore di Israele, disse che non riteneva il trasferimento in alcun modo immorale.

Il trasferimento venne discusso in pieno quando la Commissione Peel pubblicò il suo rapporto nel 1937. Le autorità britanniche istituirono la commissione nel 1936 dopo l’inizio della rivolta araba contro gli inglesi nella Palestina mandataria. La commissione propose di dividere il territorio in tre parti: uno Stato ebraico, uno arabo e una porzione, inclusa Gerusalemme, sotto il dominio britannico.

Ci fu una proposta di trasferimento, sia volontario che forzato, degli arabi dallo Stato ebraico, chiamato ufficialmente “scambio di popolazioni”, ma l’intenzione era quella di un trasferimento o un’espulsione di massa, scrive Morris.

Ben-Gurion aggiunse nel suo diario – come citato da Morris nel suo libro “Righteous Victims”[Vittime innocenti, ndt.] : “Il trasferimento forzato degli [arabi] dalle valli del progetto di Stato ebraico potrebbe darci qualcosa che non abbiamo mai avuto, nemmeno quando eravamo autonomi nell’epoca del primo e del secondo Tempio. Ci viene data un’opportunità che va al di là della più fervida immaginazione”.

Ben-Gurion vedeva il trasferimento della popolazione come un punto chiave del piano e aggiunse: “Con il trasferimento forzato [avremmo] una vasta area [per l’insediamento coloniale]. Io sostengo il trasferimento forzato. Non ci vedo nulla di immorale”.

Era convinto che in molte parti dello Stato non sarebbero stati possibili nuovi insediamenti coloniali senza il trasferimento dei contadini arabi. “Il potere ebraico, che cresce costantemente, aumenterà anche le nostre possibilità di portare avanti il trasferimento su larga scala”, disse Ben-Gurion nel 1937.

Nell’agosto di quell’anno disse al XX Congresso Sionista di emergenza di Zurigo: “Non vogliamo espropriare, ma un trasferimento [graduale] della popolazione [attraverso l’acquisto ebraico e l’allontanamento dei mezzadri arabi] è già avvenuto nella valle [di Jezreel], nello Sharon e in altri luoghi. … Ora dovrà essere effettuato un trasferimento di portata completamente diversa. … Il trasferimento è ciò che renderà possibile un programma di insediamento coloniale [ebraico] completo. Fortunatamente il popolo arabo ha vaste aree vuote [in Transgiordania e Iraq]. Il potere ebraico, in costante crescita, aumenterà anche le nostre possibilità di realizzare il trasferimento su larga scala”.

Chaim Weizmann, che sarebbe diventato il primo presidente di Israele, parlò in modo simile, cosa che possiamo dedurre dal suo ascendente sugli ascoltatori. Tra di loro c’era anche il caporedattore di Haaretz, Moshe Glickson, che dichiarò: “Ci sono degli entusiasti che credono che sia possibile allontanare centinaia di migliaia di arabi dallo Stato ebraico praticamente stando su una gamba sola”.

Gli archivi mostrano che non si trattava solo di dibattiti teorici. Negli anni ’30 il movimento sionista iniziò a elaborare un piano di trasferimento; istituì persino un comitato speciale per farlo. Il dibattito includeva la questione se il trasferimento sarebbe stato volontario, se sarebbero stati svuotati prima i villaggi o le città, a quale ritmo, dove sarebbero andate le persone e a quale costo economico.

Ben-Gurion propose che all’Iraq venissero pagati 10 milioni di sterline britanniche perché accogliesse 100.000 famiglie arabe. Weizmann si illudeva che il re Ibn Saud avrebbe accettato da 10 a 20 milioni di sterline per accogliere tutti gli arabi nella Palestina mandataria, un passaggio che sarebbe stato finanziato dagli Stati Uniti.

Ma la Commissione Peel, simile ad altre commissioni istituite dagli inglesi, non riuscì a trovare una soluzione. Ciò infranse le speranze sioniste di un trasferimento della popolazione araba sotto gli auspici britannici.

Anche la destra partecipò al dibattito. Nel 1940, Ze’ev Jabotinsky scrisse: “Il mondo si è abituato all’idea delle migrazioni di massa e ha iniziato ad apprezzarle. … Hitler per quanto odioso sia per noi ha dato a questa idea una buona reputazione nel mondo.”

Nel dicembre del 1944, verso la fine della Seconda guerra mondiale, il trasferimento ricevette un sorprendente sostegno, ancora una volta dai britannici. Il Partito Laburista adottò la seguente risoluzione durante la sua 43ª conferenza annuale: “Qui ci siamo fermati a metà strada, irresoluti tra politiche contrastanti. Ma sicuramente non c’è né speranza né significato in una ‘Casa Nazionale Ebraica’, a meno che non siamo disposti a permettere agli ebrei, se lo desiderano, di entrare in questa piccola terra in numero tale da diventare una maggioranza. C’erano forti ragioni per questo prima della guerra. Ora, dopo le indicibili atrocità del freddo e calcolato piano nazista tedesco per uccidere tutti gli ebrei in Europa, le ragioni sono diventate perentorie.

Anche qui, in Palestina, ci sono sicuramente delle ragioni, su base umanitaria e a favore di uno stabile insediamento coloniale, per trasferire la popolazione. Facciamo in modo che gli arabi siano incoraggiati a andarsene, come gli ebrei a trasferirvisi. Facciamo in modo che siano ben compensati per la loro terra e che il loro insediamento altrove sia attentamente organizzato e generosamente finanziato. Gli arabi sono proprietari di molti vasti territori; non devono pretendere di escludere gli ebrei da questa piccola area della Palestina, inferiore alla dimensione del Galles.

In effetti, dovremmo riesaminare anche la possibilità di estendere gli attuali confini palestinesi, tramite un accordo con l’Egitto, la Siria o la Transgiordania. Inoltre, dovremmo cercare di ottenere il pieno accordo e supporto sia del governo americano che di quello russo per la messa in atto di questa politica sulla Palestina.”

Nel 1944 Ben-Gurion disse che un trasferimento degli arabi sarebbe stato più facile rispetto a qualsiasi altra popolazione. Come scrive Morris, Ben-Gurion notò che c’erano molti paesi arabi nella regione e sostenne che gli espulsi avrebbero percepito un miglioramento della loro condizione.

Morris cita anche un commento del maggio 1944 di Moshe Sharett, che sarebbe diventato il secondo primo ministro di Israele: Il trasferimento può essere il coronamento di un’impresa, la fase finale di uno sviluppo politico, ma in nessun caso il punto di partenza. Una volta istituito lo Stato ebraico è molto probabile che il trasferimento degli arabi ne sia la conseguenza.

Yitzhak Gruenbaum, che sarebbe diventato il primo ministro degli interni di Israele, aggiunse: “Il ruolo degli ebrei è talvolta quello di spingere i gentili a cose che non sono ancora in grado di vedere… ad esempio, creare artificiosamente condizioni in Iraq che attirino gli arabi dalla Terra di Israele… Non vedo alcuna ingiustizia in questo, e nessun crimine”.

Eliyahu Dobkin, il capo del dipartimento dell’Agenzia ebraica dell’aliyah [immigrazione, letteralmente “ascesa”, ndt.] affermò che il nuovo Stato avrebbe avuto una grande minoranza araba, che avrebbe dovuto essere allontanata.

Il capitolo successivo del dibattito sul trasferimento della popolazione fu scritto durante la Guerra d’Indipendenza (di Israele, ndt.), quando circa 700.000 arabi fuggirono o furono espulsi e divennero rifugiati. Come ha sostenuto Morris, è impossibile capire gli eventi del 1948, comprese le espulsioni di massa e l’impedimento del ritorno dei rifugiati, senza comprendere l’ideologia dei leader dell’Israele pre-Stato, per i quali l’idea del trasferimento era centrale.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




“Umiliante e doloroso”: testimonianze dalle evacuazioni di massa nella Cisgiordania settentrionale  

Qassam Muaddi  

11 febbraio 2025 Mondoweiss

L’evacuazione forzosa di oltre 40.000 persone nella Cisgiordania settentrionale sta riproponendo scene viste a Gaza e alimenta il timore di una pulizia etnica. “La cosa più importante è restare a casa nostra”, dice a Mondoweiss una residente del campo profughi di al-Far’a

Israele ha esteso la sua offensiva nella Cisgiordania settentrionale dal campo profughi di Jenin ai campi profughi di Nur Shams a Tulkarem e di al-Far’a a Tubas. Denominato “Operazione Muro di Ferro”, secondo una dichiarazione dell’UNRWA di lunedì, l’attacco israeliano è in corso da tre settimane, ha ucciso almeno 25 palestinesi ferendone oltre 100 e costringendo 40.000 persone a lasciare le loro case. “Lo sfollamento forzato delle comunità palestinesi nella Cisgiordania settentrionale sta aumentando a un ritmo allarmante”, ha affermato l’UNRWA. “L’uso di attacchi aerei, bulldozer blindati, esplosioni controllate e armi avanzate da parte delle forze israeliane è diventato una cosa normale, una ricaduta della guerra a Gaza”.

La settimana scorsa le forze israeliane hanno fatto esplodere 20 edifici residenziali nel campo profughi di Jenin, una delle più grandi demolizioni in Cisgiordania degli ultimi anni. I residenti locali e le fonti dei media hanno paragonato l’effetto della distruzione alla strategia della “cintura di fuoco” impiegata a Gaza da Israele, che prevede il bombardamento concentrato e ripetuto di piccole aree che distrugge interi isolati residenziali. L’offensiva di Israele in Cisgiordania è in corso da metà gennaio, di fatto l’invasione militare più lunga e di più ampia portata dalla Seconda Intifada. Il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha affermato che l’offensiva si estenderà al resto della Cisgiordania con le invocazioni dei politici israeliani di estrema destra di trasferire la guerra da Gaza alla Cisgiordania prima di annetterla ufficialmente. Si prevede che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump farà presto un annuncio sulla possibilità che gli Stati Uniti sostengano una simile mossa.

“È stato umiliante e doloroso”

Come conseguenza i palestinesi della Cisgiordania hanno visto le loro vite paralizzate e sconvolte dalla repressione israeliana. Le chiusure e i blocchi stradali israeliani sono diventati una pratica quotidiana, rendendo gli spostamenti tra città e paesi carichi di incertezze per centinaia di migliaia di palestinesi. Questi fatti hanno trasformato la Cisgiordania in una zona di guerra, soprattutto nei campi profughi. “Prima di essere costretti a lasciare la nostra casa con mio marito e i miei figli abbiamo trascorso due giorni senza acqua, poiché le forze di occupazione hanno tagliato l’acqua all’intero campo”, ha detto a Mondoweiss Nehaya al-Jundi, residente del campo profughi di Nur Shams e direttrice del locale Centro di Riabilitazione per Disabili.

“I soldati dell’occupazione andavano di casa in casa e costringevano la gente ad andarsene, mentre io e la mia famiglia abbiamo aspettato due giorni che arrivasse il nostro turno”, ha continuato al-Jundi. “La mia vicina, Sundos Shalabi, incinta all’ottavo mese, ha deciso con suo marito di andarsene domenica per paura di dover partorire durante l’assedio del campo”. La straziante tragedia di Sundos Shalabi ha fatto notizia all’inizio di questa settimana. “Suo marito stava guidando sulla strada verso la città di Bal’a, appena fuori dal campo profughi, quando i soldati dell’occupazione hanno aperto il fuoco contro l’auto”, ha raccontato al-Jundi. “Lui è stato ferito e ha perso il controllo, quindi l’auto si è ribaltata e Sundos e il suo bambino non ancora nato sono rimasti entrambi uccisi. Suo marito è ancora in terapia intensiva nell’ospedale di Tulkarem”.

“Lunedì i soldati hanno demolito il muro esterno della mia casa, poi con gli altoparlanti hanno invitato tutti i residenti del quartiere ad andarsene”, ha continuato al-Jundi. “Ho preso un po’ di cose necessarie e qualche cambio di vestiti, poi abbiamo chiuso a chiave le porte di casa e ci siamo uniti agli altri residenti in strada, mentre i soldati dell’occupazione separavano gli uomini dalle donne”. “Ci hanno perquisito e interrogato, e ci hanno fatto andare dieci alla volta in una certa direzione”, ha ricordato. “Camminavamo per le strade piene di buche e distrutte in mezzo a pozze di acqua piovana. Alcuni inciampavano e cadevano, uomini e donne, bambini e anziani. Alcuni piangevano. È stato molto umiliante e doloroso”.

La cosa più importante è restare nella nostra casa”

Dopo aver bloccato per dieci giorni gli ingressi del campo profughi ad al-Far’a a Tubas l’esercito israeliano ha intensificato le sue operazioni. Martedì i residenti hanno riferito che le forze israeliane stavano iniziando a demolire negozi e case all’interno del campo.

Avevamo sperato che oggi l’occupazione si sarebbe ritirata dal campo, ma siamo rimasti senza parole nel vederli demolire e in alcuni casi far esplodere i negozi nelle strade interne, senza sosta dalla mattina”, ha detto martedì a Mondoweiss Lara Suboh, una residente di al-Far’a di circa venti anni.

Per dieci giorni non abbiamo avuto acqua, perché la prima cosa che hanno fatto le forze di occupazione è stata di far saltare le tubature dell’acqua e noi dipendiamo dalle cisterne di riserva idrica sui nostri tetti”, ha spiegato. “Alcune persone se ne sono andate subito perché hanno familiari malati o disabili, ma altre persone sono state costrette ad andarsene ieri. I soldati dell’occupazione hanno intimato loro di andarsene entro dieci minuti”.

“Nella nostra strada non l’hanno ancora fatto”, ha aggiunto. “Siamo in cinque in casa, con i miei due fratelli e entrambi i miei genitori. Stiamo sopravvivendo con il cibo che avevamo comprato prima che iniziasse l’assedio, sperando che l’offensiva finisse prima del nostro cibo e della nostra acqua. La cosa più importante per me è che restiamo nella nostra casa, anche se la distruggono e distruggono tutto il resto, possiamo ricostruirla più tardi. Ma non voglio che la mia famiglia e io veniamo sfollati”. In una dichiarazione di martedì il Comitato di Emergenza del campo profughi di al-Far’a ha detto che le forze israeliane hanno già sfollato 3.000 persone su una popolazione del campo di 9.000. A Tulkarem il Comitato di Emergenza del campo profughi di Nur Shams ha affermato che metà della popolazione del campo è stata sfollata e che le forze israeliane hanno distrutto completamente 200 case e “parzialmente” altre 120.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)