Fantasie di controllo [Seconda Parte]

Tom Stevenson

12 febbraio 2025, London Review of Books

Hamas: La ricerca del potere

di Beverley Milton-Edwards e Stephen Farrell.

Politica, 331 pp., £17.99, giugno 2024, 978 1 5095 6493 4

Col senno di poi questo flirt con la resistenza civile sembra essere stato il primo tentativo di Hamas di uscire dall’impasse in cui si trovava. Sinwar aveva trascorso più di vent’anni nelle prigioni israeliane, dal suo arresto nel 1989 al rilascio nel 2011 nell’ambito dello scambio di prigionieri per Shalit [militare israeliano catturato da Hamas e liberato in cambio della liberazione di un migliaio di carcerati palestinesi, ndt.]. L’operazione Shalit era stata per molti aspetti un successo. Ma Sinwar vi si era opposto ritenendo troppo esiguo il numero di palestinesi liberati. Quando non era in isolamento o non tentava la fuga dalla sua cella scavando un tunnel Sinwar aveva trascorso il periodo di prigionia studiando diligentemente e scrivendo due libri (nel primo, un romanzo, il protagonista osserva suo padre scavare un rifugio di fortuna sotto la loro casa in un campo profughi). Era stato arrestato prima che Gaza fosse assediata e non aveva assistito alla graduale trasformazione della Striscia da parte di Israele in un campo di sorveglianza. Tuttavia, quando tornò a Gaza nel 2011 la sua ascesa alla leadership fu rapida. Molti dei leader della nuova generazione erano veterani delle prigioni israeliane: Rawhi Mushtaha divenne il primo ministro de facto di Gaza mentre Tawfiq Abu Naim capo della sicurezza interna. Eppure sotto la loro guida la linea iniziale era quella di una “resistenza popolare pacifica”.

Nel 2018 in un’intervista con la giornalista italiana Francesca Borri Sinwar parlò della necessità di un cessate il fuoco. “Quello che conta è che finalmente ci si renda conto che Hamas è qui… siamo parte integrante di questa società, anche se dovessimo perdere le prossime elezioni”, disse. “Inoltre, siamo un pezzo della storia dell’intero mondo arabo, che include islamisti, laici, nazionalisti, militanti di sinistra”. Eppure nel 2021 ci furono chiari segnali di un cambiamento. “Per molto tempo abbiamo provato ad attuare una resistenza civile pacifica”, disse Sinwar al giornalista Hind Hassan. “Ci aspettavamo che il mondo e le organizzazioni internazionali avrebbero fatto cessare i crimini e i massacri commessi sul nostro popolo dall’occupazione. Ma sfortunatamente il mondo è rimasto a guardare mentre l’occupazione uccideva i nostri figli.’

Il fallimento di queste tattiche potrebbe aver portato all’Operazione Al-Aqsa Flood. L’attacco lanciato il 7 ottobre ha fatto seguito al periodo più sanguinoso di violenza dei coloni in Cisgiordania da anni. L’intelligence israeliana afferma di aver scoperto documenti che dimostrano che Hamas avrebbe iniziato a pianificare un “grande progetto” all’inizio del 2022, anche se è molto difficile verificare tale affermazione. A dicembre 2022 Sinwar parlava di arrivare in Israele “come un travolgente diluvio“. È chiaro che l’operazione era ben pianificata. L’attacco è stato guidato dalle Brigate Qassam, ma supportato da altri cinque gruppi armati di Gaza: le Brigate Al-Quds della Jihad islamica palestinese, le Brigate di Resistenza Nazionale del Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina, le Brigate Martire Abu Ali Mustafa del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, le Brigate Martiri di Aqsa e le Brigate Mujaheddin. Nonostante il coinvolgimento di così tante fazioni le informazioni sull’operazione sono state strettamente custodite e rivelate alle singole unità simultaneamente all’ultimo minuto. La comunicazione digitale è stata ridotta al minimo. Sono stati utilizzati droni e missili per distruggere i siti di sorveglianza e i posti di comando e controllo mentre il muro veniva sfondato con bulldozer ed esplosivi. Ciò che più ha colpito è stata l’adozione sia delle tattiche che delle modalità d’intervento proprie delle forze speciali statunitensi e israeliane (le Brigate Qassam chiamavano “commando” le proprie unità Nukhba). In totale gli attacchi hanno provocato la morte di 725 civili israeliani, 36 dei quali bambini e 71 cittadini stranieri e di 379 membri del personale di sicurezza israeliano.

La versione riveduta del libro di Beverley Milton-Edwards e Stephen Farrell Hamas: The Islamic Resistance Movement ha il grande vantaggio di offrire un’analisi degli eventi nei primi mesi successivi all’ottobre del 2023. Nell’edizione originale, pubblicata nel 2010, Milton-Edwards, un esperto accademico, e Stephen Farrell, ex capo dell’ufficio Reuters a Gerusalemme, hanno fornito una buona panoramica su Hamas che differiva relativamente poco dalle testimonianze ufficiali. Come altri scrittori, hanno intervistato molti leader di Hamas. Tra loro ce n’erano alcuni che in seguito sono ascesi alla ribalta, in particolare Abu Obaida, il portavoce delle Brigate Qassam, e Saleh al-Arouri, vicepresidente dell’ufficio politico di Hamas fino al suo assassinio l’anno scorso. Farrell ha anche intervistato Sinwar a Khan Younis nel 2011, subito dopo la sua liberazione.

Ciò che finalmente Hamas ha ottenuto il 7 ottobre è stato stroncare l’illusione di un controllo che Israele credeva di aver raggiunto. “L’inimmaginabile spettacolo dei parapendio motorizzati che sorvolavano gli accessi di Gaza” è stato di per sé una sorta di vittoria. La presa del valico di Erez, dove i metodi di repressione del XXI secolo (droni, torri di sorveglianza elettronica, database biometrici) si sono aggiunti alle vecchie perquisizioni corporali, è stato un enorme colpo di scena simbolico. I primi obiettivi di Hamas sono state le installazioni militari israeliane, tra cui Reim, il quartier generale della divisione Gaza dell’esercito israeliano. Ma l’apparenza di un’operazione di forze speciali si è rapidamente trasformata in violenza incontrollata (un modello non estraneo a chiunque abbia una conoscenza anche superficiale delle azioni delle forze speciali britanniche in Afghanistan). Milton-Edwards e Farrell elencano quanto di peggio è accaduto. La milizia di Gaza ha sparato contro le auto trascinando fuori i non combattenti per giustiziarli. Hamas non si aspettava che un festival di musica trance si svolgesse a pochi minuti dalla recinzione. Quando i suoi combattenti sono arrivati ​​lì, hanno “svuotato i caricatori nelle tende e nelle cabine dei servizi igienici”. Gli abitanti dei kibbutz vicino al confine sono stati rapiti o uccisi e le loro case saccheggiate e incendiate.

Nel gennaio 2024 Hamas ha pubblicato il suo resoconto sull’operazione, presentandolo come la spiegazione delle proprie motivazioni e “una confutazione delle accuse israeliane”. Milton-Edwards e Farrell menzionano il documento ma non lo descrivono in dettaglio. Secondo il resoconto di Hamas, intitolato “Our Narrative”, l’operazione al-Aqsa Flood “ha preso di mira siti militari israeliani con l’intento di catturare i soldati nemici per fare pressione sulle autorità israeliane affinché liberassero migliaia di palestinesi detenuti nelle prigioni israeliane attraverso un accordo di scambio di prigionieri”. Affermava che i principali obiettivi erano la Divisione Gaza dell’esercito israeliano e siti militari “vicini agli insediamenti israeliani intorno a Gaza”. Hamas ha respinto come “bugie e invenzioni” l’idea che i suoi combattenti avessero preso di mira i civili e ha affermato di aver “preso di mira solo i soldati dell’occupazione e coloro che portavano armi”. Tutte le morti di civili sarebbero state accidentali o il risultato di fuoco incrociato. E durante l’operazione si sarebbero verificati “alcuni errori a causa del rapido crollo del sistema militare e di sicurezza israeliano e del caos provocato lungo le aree di confine con Gaza”.

Ovviamente questo resoconto non regge. È vero che alcune delle vittime delle unità Qassam nei kibbutz erano Kitat Konenut armati, riservisti locali addestrati per una risposta d’emergenza, che sono morti combattendo. Alcune morti possono anche essere attribuite alla direttiva Annibale, messa in atto da Israele dalle prime ore di quel giorno, che ha imposto alle sue forze di sparare ai veicoli che si muovevano in direzione di Gaza con droni, attacchi aerei e mortai al fine di uccidere gli ostaggi piuttosto che lasciarli catturare per un riscatto. Alcuni civili sono stati uccisi dall’esercito israeliano sia al festival che nei kibbutz. Nel kibbutz Be’eri un carro armato israeliano ha sparato contro una casa in cui era nota la presenza di combattenti di Hamas e civili israeliani causando la morte di tredici civili. Ma questo non mette in discussione la chiara evidenza che gravi crimini di guerra sono stati commessi dalle Brigate Qassam e da altre milizie di Gaza.

Israele e i suoi sostenitori hanno esagerato e montato ciò che non aveva bisogno di esagerazione o invenzione. I combattenti Qassam hanno lanciato granate nei rifugi e sparato con lanciarazzi contro le case. A Be’eri una granata a frammentazione è stata lanciata contro una clinica odontoiatrica. Delle unità Qassam hanno ucciso a colpi di arma da fuoco donne disarmate che stavano fuggendo a piedi. Ci sono prove che le Brigate Mujahideen e Al-Quds (sebbene non combattenti Qassam) hanno decapitato soldati israeliani. Nel kibbutz Alumim lavoratori nepalesi e thailandesi sono stati uccisi indiscriminatamente. In una dichiarazione successiva Hamas ha riconosciuto che abitanti di Gaza “si sono precipitati [oltre i confini] senza coordinamento con Hamas”, il che “ha portato a molti errori”. Ma dire che Hamas “ha perso il controllo” dell’operazione a causa del rapido crollo delle forze di sicurezza israeliane significa negare la responsabilità che comporta un‘azione militare. In un messaggio trapelato, rivolto a dei funzionari di Hamas, Sinwar sembrava riconoscerlo. “Le cose sono andate fuori controllo… la gente si è lasciata trascinare in tutto questo, e ciò non sarebbe dovuto accadere”.

Milton-Edwards e Farrell sostengono che il 7 ottobre l’obiettivo principale di Hamas era catturare ostaggi. Stimano che dal 1983 Israele abbia scambiato 8500 detenuti palestinesi con diciannove israeliani e le spoglie di altri otto. Non è un cattivo tasso di scambio (anche se è una goccia nell’oceano, dato che quattro palestinesi su dieci vengono “prima o poi imprigionati da Israele nel corso della loro vita”). Sostengono anche che un obiettivo secondario era far deragliare il processo di normalizzazione diplomatica israelo-saudita sponsorizzato dagli Stati Uniti. Milton-Edwards e Farrell non presentano prove concrete di ciò e non è chiaro perché le pressioni a cui Gaza era sottoposta non avrebbero potuto determinare un 7 ottobre anche se gli Stati Uniti non fossero stati impegnati in un maldestro tentativo di rinnovare i propri accordi con l’Arabia Saudita. In alcune interviste Milton-Edwards ha sostenuto con più sottigliezza che Hamas stava reagendo all’emarginazione della causa palestinese a livello internazionale. Lei e Farrell scrivono che Deif vedeva l’operazione come un modo per ispirare una “rivoluzione che avrebbe posto fine all’ultima occupazione e all’ultimo regime di apartheid razzista al mondo”. C’è una dimensione internazionale in questo modo di pensare, ma non riducibile a un’agenda diplomatica.

Un’altra domanda è se Hamas avesse previsto quanto sarebbe stata brutale la rappresaglia di Israele. Milton-Edwards e Farrell sostengono che Hamas credeva che se Israele avesse invaso loro sarebbero stati avvantaggiati dal fatto di trovarsi nel proprio territorio. Citano al-Arouri, che considerava un’invasione terrestre israeliana di Gaza “lo scenario migliore per porre fine a questo conflitto e sconfiggere il nemico”. Hamas ha tratto vantaggio dalla distruzione di Gaza da parte dell’aeronautica israeliana. I suoi combattenti hanno usato tattiche mordi e fuggi e sfruttato efficacemente i tunnel, rallentando l’avanzata israeliana e rendendo impossibile anche solo liberare le strade e proseguire. Di conseguenza, le forze speciali hanno dovuto entrare nei tunnel oppure costringere i civili a entrarvi per verificare la presenza di trappole. I combattenti di Hamas sono tornati anche nelle zone che le forze israeliane pensavano di aver sgomberato. Ma nel tempo le forze israeliane sembrano essere diventate più brave a difendersi dalle imboscate, almeno sulle unità corazzate. Più di quattrocento soldati israeliani sono stati uccisi a Gaza. È più del doppio del numero di soldati britannici uccisi in Iraq, ma molti meno dell’obiettivo di Hamas.

Nulla di ciò che Hamas ha compiuto il 7 ottobre si avvicina a quello che Israele ha fatto a Gaza. Eppure, chiunque abbia visto i video delle Brigate Qassam nei kibbutz quella mattina e conosca minimamente Israele deve aver avuto in mente limmagine pulsante di una Gaza subito destinata a essere rasa al suolo. Perché Hamas non ha optato per un’operazione puramente militare? Perché prendere in ostaggio dei bambini? È facile pensare che se avesse condotto unoperazione militare disciplinata – come i suoi leader hanno descritto al-Aqsa Flood – prendendo di mira esclusivamente forze militari e non commettendo crimini di guerra avrebbe potuto evitare critiche e persino trovare sostegno per un atto di resistenza legittima contro gli orribili e continui crimini israeliani. Ma la reazione di Israele e degli Stati Uniti sarebbe stata comunque la stessa. In assenza di atrocità reali ne sarebbero state inventate di false, e lazione militare sarebbe stata comunque definita terrorismo. Tutto ciò che Israele ha fatto era prevedibile dal momento in cui Hamas ha sorvolato la barriera con i parapendio. Il sostegno ricevuto a Washington, New York, Londra, Berlino e Bruxelles era scontato. Gaza sarebbe stata comunque distrutta.

Per Hamas il grande valore del 7 ottobre era quello di un attacco simbolico al sistema di confinamento e divisione su cui si basa l’apartheid di Israele. Al-Aqsa Flood ha definitivamente confutato l’idea che Israele potesse semplicemente mettere in gabbia gli zotici e continuare a vivere normalmente. Ma se catturare ostaggi è stata la tattica principale di Hamas, come sostengono Milton-Edwards e Farrell, è risultata chiaramente imperfetta. Per quanto abbia mostrato di ritenere importante il recupero degli ostaggi Israele ha sempre scelto la vendetta anziché il negoziato per le loro vite. Inoltre sembra che Hamas abbia gravemente sopravvalutato il sostegno che avrebbe ricevuto da Hezbollah in Libano, dall’Iran e, cosa fondamentale, dai palestinesi in Cisgiordania. Se l’attacco è stato un disperato tentativo di rilanciare il sostegno regionale alla Palestina, allora, con la notevole eccezione dello Yemen, è fallito. Milton-Edwards e Farrell sostengono che il 7 ottobre ha rivelato la vacuità dell'”asse della resistenza”. Le risposte di Hezbollah e dell’Iran sono state deboli. Israele ha finito per attaccare il Libano e devastare Hezbollah, non il contrario. “Sostegno alla Palestina, contenimento di Israele: questo è stato il vero limite dell’asse”, concludono. “Tutte le parole spese sul fervore rivoluzionario in Medio Oriente non sono state altro che parole”.

Se il 7 ottobre ha segnato una svolta strategica per Hamas la domanda ovvia è: non ha reso la possibilità di un miglioramento della condizione dei palestinesi ancora più incredibilmente remota? Gaza è stata distrutta. Israele sostiene di aver eliminato 23 dei 24 battaglioni delle Brigate Qassam, anche se è un errore concepire la potenza di Hamas come si trattasse di un esercito permanente (una valutazione dell’Institute for the Study of War e del Critical Threats Project suggerisce che solo tre dei battaglioni sono ora di fatto “non in grado di combattere”). Sinwar ha descritto le morti a Gaza come “sacrifici necessari” per la causa della liberazione. Lo storico palestinese Yezid Sayigh ritiene che il 7 ottobre abbia fatto arretrare di trent’anni la causa della liberazione palestinese. Chi ha ragione? È il classico dilemma del rivoluzionario: rompendo violentemente la stasi si possono scatenare forze che ritardano o annientano i propri progetti.

È nella natura della violenza rivoluzionaria creare problemi insolubili. Bisogna schierarsi con le persone che fuggono da un campo di concentramento. Ma bisogna anche schierarsi con i non combattenti contro l’uomo che punta loro un fucile. È comprensibile la determinazione nell’asserire che l’orrenda violenza israeliana debba essere affrontata solo con la non violenza, ma quand‘è che questo diventa ciò che il grande scrittore pacifista A.J. Muste chiamava “predicare la non violenza agli oppressi”? La strategia di Israele è stata coerente per decenni: sottomettere con la sopraffazione per mantenere il controllo della terra e impedire qualsiasi tipo di autodeterminazione palestinese. È difficile per un estraneo entrare veramente nella prospettiva di Gaza, dove la non violenza può significare solo essere sottomessa a una forza superiore.

La possibilità che Israele non provocasse una resistenza armata a Gaza è sempre stata pari a zero. I gazawi erano di fatto sotto assedio e un’azione militare per rompere l’assedio non può essere liquidata come terrorismo o classificata come un pogrom. Per Israele e i suoi sostenitori il crimine del 7 ottobre è stato in ultima analisi quello di aver violato la legge fondamentale della situazione palestinese, dirigendo contro Israele una piccolissima parte della violenza dell’occupazione. Tuttavia, non bisogna cadere nella trappola di dire che i movimenti di resistenza armata non commettono crimini. L’uccisione di non combattenti è indifendibile, sia quando si manifesta come crudeltà inutile (uccisione di lavoratori nepalesi con granate), sia quando si presenta sotto le mentite spoglie della resistenza militare (uccidere a colpi di arma da fuoco un uomo perché è in “età militare” ed è costretto entro i confini di Gaza).

Negli Stati Uniti e in Europa la tendenza prevalente è quella di accettare il modo in cui Israele inquadra la situazione. Qualsiasi azione israeliana, per quanto aberrante, è automaticamente supportata come parte del “diritto di Israele a difendersi”. Il sostegno degli Stati Uniti in particolare non ha vacillato. A gennaio il consigliere per la sicurezza nazionale di Biden, Jake Sullivan, ha parlato del “dovere” di Israele di andare contro un “nemico terrorista ben radicato”. Marco Rubio, il nuovo segretario di Stato di Trump, ha detto che Hamas è un gruppo di “selvaggi” che devono essere sradicati. Il numero noto di morti a Gaza ammonta a cinquantamila. La falsa narrazione dei sostenitori di Hamas come demoni irrazionali è una parte fondamentale della giustificazione ideologica dietro ogni morte, ogni mutilazione, ogni scena di distruzione.

Il 15 gennaio i mediatori del Qatar hanno annunciato che Hamas e Israele avevano concordato un cessate il fuoco. L’accordo prevedeva una tregua di sei settimane durante la quale 33 ostaggi israeliani sarebbero stati rilasciati insieme a centinaia di palestinesi tenuti in detenzione amministrativa in Israele. La seconda fase, che includerebbe il rilascio di tutti gli ostaggi rimanenti e il completo ritiro delle forze israeliane, è stata tenuta in sospeso in vista di una successiva decisione. Così come la fase finale, che in teoria comporterebbe la ricostruzione di Gaza. Dopo l’annuncio dell’accordo le operazioni militari israeliane a Gaza sono continuate. L’aeronautica militare israeliana ha festeggiato la notizia con una serie di bombardamenti e un imponente attacco aereo su Jenin in Cisgiordania.

L’accordo è arrivato dopo un anno intero di farsa diplomatica, durante il quale Israele e gli Stati Uniti hanno condotto una messinscena di colloqui senza alcuna intenzione di fermare l’assalto. Hamas è sempre stata disposta a rilasciare gli ostaggi rimasti in cambio del ritiro delle forze israeliane da Gaza e del rilascio di alcuni prigionieri palestinesi. Israele ha sempre rifiutato questa proposta. Se gli Stati Uniti o Israele lo avessero voluto, un accordo molto simile avrebbe potuto essere raggiunto un anno prima, quando il numero stimato delle vittime era inferiore alla metà dell’attuale. Trump potrebbe aver contribuito a far passare un accordo, ma qual è l’alternativa del governo degli Stati Uniti al ripristino di Gaza allo status di campo di concentramento? In risposta alla notizia dell’accordo il consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, Mike Waltz, ha affermato: “Gaza deve essere smilitarizzata, Hamas deve essere distrutta… Israele ha tutto il diritto di proteggersi in ogni modo”. Non c’è nulla che impedisca a Israele di riprendere gli attacchi su Gaza ogni volta che lo desidera.

L’obiettivo dichiarato di Israele era quello di eliminare Hamas. Milton-Edwards e Farrell non pensano che “distruggere” Hamas sia mai stata un’idea praticabile. Sicuramente anche i leader israeliani lo sapevano. Ma poi Gaza stessa, non Hamas, è sempre stata il vero bersaglio di una campagna che l’ex ministro della difesa israeliano Moshe Ya’alon ha descritto come “pulizia etnica”. Hamas è stata indebolita (attualmente non è in grado di impedire il saccheggio dei camion degli aiuti a Gaza), ma non è stata distrutta. Mohammed Sinwar ha sostituito suo fratello come leader de facto a Gaza. Hamas è ancora parte integrante della società di Gaza. Il suo sistema amministrativo è malconcio, ma è sopravvissuto. Il 14 gennaio Blinken ha affermato che, secondo le valutazioni degli Stati Uniti, “Hamas ha reclutato quasi tanti nuovi militanti quanti ne ha persi”. Il movimento è nato dall’occupazione, ma l’attacco genocida a Gaza supera la crudeltà delle circostanze che hanno portato alla sua costituzione. Hamas si è trasformata molte volte in passato e lo farà di nuovo. I campi di tortura, gli stupri documentati di detenuti palestinesi, le file di uomini spogliati e bendati, inginocchiati nella polvere tra le macerie di quella che un tempo era la loro casa: cosa ne verrà fuori? Israele potrebbe finire col desiderare il ritorno della versione di Hamas che un tempo malediva.

24 gennaio

[Prima Parte]

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




A Trump non deve essere permesso di silurare il diritto palestinese a rimanere

Naama Blatman, Neve Gordon
5 febbraio 2025-Al Jazeera

Gli ultimi commenti del presidente degli Stati Uniti confermano che la distruzione totale di Gaza da parte di Israele mira a rimuovere definitivamente la popolazione palestinese.

Prima della visita del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu alla Casa Bianca il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha detto che i palestinesi non hanno “altra alternativa” che lasciare Gaza. Quando i due leader si sono incontrati nello Studio Ovale Trump ha dichiarato che, dopo che i palestinesi della Striscia di Gaza saranno trasferiti altrove, gli Stati Uniti “ne prenderanno il controllo”. Il presidente ha anche espresso il desiderio di trasformare il territorio occupato da Israele nella “Riviera del Medio Oriente”.

Queste dichiarazioni surreali sono state pronunciate martedì mentre i palestinesi in tutta la Striscia di Gaza stanno affrontando la distruzione senza precedenti lasciata dall’esercito israeliano. Molti di coloro che sono stati sfollati e sono riusciti a tornare alle loro case nelle ultime due settimane hanno trovato solo rovine. Secondo le Nazioni Unite, l’esercito israeliano ha bombardato il 90% di tutte le unità abitative nella Striscia di Gaza, lasciando 160.000 unità distrutte e 276.000 gravemente o parzialmente danneggiate.

Mentre la polvere si deposita e le immagini dell’entità della devastazione circolano sui media mainstream è diventato chiaro che la violenza genocida che Israele ha scatenato a Gaza non è stata usata solo per uccidere, sfollare e distruggere, ma anche per minare il diritto della popolazione palestinese a rimanere. Ed è proprio la possibilità di garantire questo diritto che il duo Trump-Netanyahu è ora deciso a impedire.

Rimanere come diritto

Il diritto di rimanere non è formalmente riconosciuto all’interno del canone dei diritti umani ed è solitamente associato ai rifugiati che sono fuggiti dal loro paese e sono autorizzati a rimanere in un paese ospitante mentre cercano asilo. È stato anche invocato nel contesto dei cosiddetti progetti di rinnovamento urbano in cui i residenti urbani, in gran parte emarginati e alloggiati in modo insicuro, rivendicano il loro diritto di rimanere nelle loro case e nella loro comunità di fronte alle pressioni di attori potenti che spingono per la riqualificazione e la gentrificazione. Il diritto di rimanere è particolarmente urgente nelle situazioni di insediamento coloniale in cui i colonizzatori spostano attivamente la popolazione indigena e cercano di sostituirla con coloni. Dalle Prime Nazioni in Nord America agli aborigeni e agli isolani dello Stretto di Torres in Australia, i coloni hanno usato la violenza genocida per negare agli indigeni questo diritto.

Il diritto di rimanere, tuttavia, non è semplicemente il diritto di “restare lì”. Piuttosto, per godere di questo diritto, le persone devono poter rimanere all’interno della loro comunità e avere accesso alle “infrastrutture dell’esistenza”, sia materiali che sociali, tra cui l’acqua e il cibo, gli ospedali, le scuole, i luoghi di culto e i mezzi per il sostentamento. Senza queste infrastrutture, il diritto di rimanere diventa impossibile.

Al di là della mera presenza fisica, il diritto di rimanere comprende anche il diritto di mantenere le narrative storiche e contemporanee e le reti di relazioni che tengono insieme le persone e le comunità nello spazio e nel tempo. Questo è un aspetto cruciale di questo diritto perché il progetto coloniale non mira solo alla rimozione fisica e alla sostituzione dei popoli indigeni, ma cerca anche di cancellare le culture, le narrazioni e le identità indigene, così come qualsiasi attaccamento alla terra. Infine non può essere sufficiente essere autorizzati a rimanere come abitante occupato all’interno di un territorio assediato. Il diritto di rimanere include la capacità di un popolo di determinare il proprio destino.

Una storia di continui sfollamenti

Durante la guerra del 1948, le città palestinesi furono spopolate e circa 500 villaggi palestinesi furono distrutti quando la maggior parte dei loro abitanti divenne rifugiata nei paesi vicini. In totale, circa 750.000 palestinesi su una popolazione di 900.000 sono stati sfollati dalle loro case e dalle loro terre ancestrali e non sono mai stati autorizzati a tornare. Da allora, lo sfollamento o la minaccia di sfollamento ha fatto parte dell’esperienza quotidiana palestinese. Infatti, in tutta la Cisgiordania occupata e persino all’interno di Israele, in luoghi come Umm al Hiran, le comunità palestinesi continuano ad essere sradicate con la forza e rimosse dalle loro terre.

La negazione da parte di Israele, sostenuta dagli Stati Uniti, del diritto di rimanere nella Striscia di Gaza è di gran lunga peggiore – non solo perché molte comunità sono composte da rifugiati e questo è il loro secondo, terzo o quarto sfollamento – ma anche perché lo sfollamento è ora diventato uno strumento di genocidio. Già il 13 ottobre 2023 Israele ha emesso un ordine di evacuazione collettiva per 1,1 milioni di palestinesi che vivono a nord di Wadi Gaza (corso d’acqua che divide il sud e il nord della Striscia, n.d.t.) e nei mesi successivi ordini simili sono stati emessi più volte fino a sfollare il 90% della popolazione della Striscia.

In verità il diritto internazionale umanitario obbliga le parti in conflitto a proteggere le popolazioni civili, il che include anche permettere loro di spostarsi dalle zone di combattimento ad aree sicure. Tuttavia, queste disposizioni hanno come presupposto che le popolazioni abbiano il diritto di rimanere nelle loro case e, quindi, stabiliscono che gli evacuati debbano essere autorizzati a tornare quando i combattimenti finiscono, rendendo illegale qualsiasi forma di sfollamento permanente. Il trasferimento della popolazione deve essere temporaneo e può essere utilizzato solo per la protezione e gli aiuti umanitari e non, come Israele ha fatto e i recenti commenti di Trump confermano, come un “camuffamento umanitario” per coprire la totale distruzione e disgregazione degli spazi palestinesi.

Il diritto di rimanere e l’autodeterminazione

Ora che è stato dichiarato un cessate il fuoco gli sfollati palestinesi sono in grado di tornare dove vivevano. Eppure questo movimento di ritorno non soddisfa in alcun modo il loro diritto di rimanere. Non è una coincidenza: la capacità di rimanere è esattamente ciò che Israele ha cercato di sradicare in 15 mesi di guerra.

La distruzione di ospedali, scuole, università, moschee, negozi e mercati, cimiteri e biblioteche insieme alla distruzione di strade, pozzi, reti elettriche, serre e pescherecci non è stata effettuata solo al servizio di uccisioni di massa e della pulizia temporanea delle aree dei loro abitanti, ma anche per creare una nuova realtà sul terreno, in particolare nel nord di Gaza. Quindi non sono solo le case palestinesi ad essere state distrutte, ma l’esistenza stessa della popolazione è stata compromessa per gli anni a venire.

Non si tratta di una novità. Abbiamo visto nel corso della storia come i coloni agiscano per spostare ed eliminare permanentemente le popolazioni indigene dai loro territori. Come queste storie ci insegnano, l’investimento finanziario nella ricostruzione di case e infrastrutture non garantirà – di per sé – il diritto della popolazione a rimanere. Rimanere richiede l’autodeterminazione. Per attuare il loro diritto a rimanere, i palestinesi devono finalmente ottenere la loro libertà come popolo che si autodetermina.

Israele ha negato ai palestinesi il diritto di rimanere per più di 75 anni. E’ giunto il momento di mettere le cose a posto. Qualsiasi discussione sul futuro di Gaza deve essere guidata dalle rivendicazioni e dalle aspirazioni del popolo palestinese. Le promesse di ricostruzione e prosperità economica da parte di paesi stranieri sono irrilevanti a meno che non siano esplicitamente legate all’autodeterminazione palestinese. Il diritto di rimanere può essere garantito solo attraverso la decolonizzazione e la liberazione palestinese.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Al Jazeera.

Naama Blatman è un’accademica di scienza e geografa politica e urbana   presso l’Università del New South Wales, a Sydney. È membro esecutivo del Jewish Council of Australia.

Neve Gordon è professore di diritto internazionale presso la Queen Mary University di Londra.

(traduzione dall’inglese di Giuseppe Ponsetti)




Dopo l’incontro con Netanyahu alla Casa Bianca Trump ribadisce il suo sostegno al piano per rimuovere da Gaza i palestinesi

Michael Arria  

4 febbraio 2025 – Mondoweiss

Martedì il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu è stato il primo leader straniero a incontrare alla Casa Bianca Donald Trump nel suo secondo mandato. Durante l’incontro Trump ha ribadito le precedenti proposte di rimuovere i palestinesi da Gaza. 

Martedì il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu è stato il primo leader straniero a incontrare Donald Trump alla Casa Bianca durante il suo secondo mandato. L’incontro si è svolto mentre sono ancora in corso i negoziati per il cessate il fuoco fra il governo israeliano e Hamas.

Parlando con i giornalisti dopo la riunione Trump ha fatto lo scioccante annuncio che gli Stati Uniti avrebbero cercato di impadronirsi di Gaza. 

Gli Stati Uniti prenderanno il controllo della Striscia di Gaza e faranno qualcosa anche lì,” ha detto. “Ne saremo proprietari e responsabili della bonifica di tutte le pericolose bombe inesplose e di altre armi presenti sul territorio. Livelleremo il sito e ci sbarazzeremo di tutti gli edifici distrutti. Spianeremo tutto.”

Daremo vita a uno sviluppo economico che creerà un numero illimitato di posti di lavoro e di alloggi per la gente dell’area,” ha continuato. “Faremo un lavoro serio, qualcosa di diverso.”

 Netanyahu è arrivato a Washington lunedì quando scadeva la data per iniziare i colloqui per la fase successiva del cessate il fuoco. L’ufficio del primo ministro non ha chiarito quando la sua squadra si metterà in contatto con Hamas, ma ha detto che “la seconda fase dell’accordo sugli ostaggi sarebbe iniziata” con l’incontro con Trump.

Appena un giorno prima della riunione, riferendosi al cessate il fuoco, Trump ha detto ai reporter: “Non ho garanzie che la pace duri.” Steve Witkoff, il suo inviato speciale in Medio Oriente, ha aggiunto che l’amministrazione è “certamente fiduciosa” riguardo all’accordo.

A una conferenza stampa dopo l’incontro Trump ha detto ai giornalisti che “tutti chiedono una sola cosa, e voi sapete cosa: la pace.”

Abbiamo a che fare con un gruppo di persone, situazioni e persone, molto complesso, ma abbiamo l’uomo giusto,” ha aggiunto. “Abbiamo il leader di Israele giusto. Ha fatto un ottimo lavoro e noi siamo amici da lungo tempo.”

Prima della sua visita alla Casa Bianca Netanyahu aveva annunciato che avrebbe discusso con Trump della “vittoria su Hamas” da parte di Israele, nonostante il fatto che al momento Hamas controlli ancora Gaza e ha detto che non rilascerà altri ostaggi fino a quando le forze di Israele non si ritireranno dalla regione.

Un funzionario dell’entourage di Trump ha detto alla CNN che il presidente era “estremamente concentrato” sulla cacciata di Hamas dal potere.

Il presidente Trump guarda la Striscia di Gaza e ci vede un cantiere,” ha detto il funzionario. “Pensa che sia impraticabile ricostruire la regione entro 3-5 anni e crede ce ne vorranno almeno 10-15 per riportarla a condizioni vivibili. È inumano costringere la gente a vivere su un territorio pieno di ordigni inesplosi e macerie.”

Dopo l’incontro, interrogato sul suo impegno a portare a casa altri ostaggi israeliani, Netanyahu ha risposto: “Sono a favore del ritorno di tutti gli ostaggi e al raggiungimento di tutti i nostri obiettivi di guerra. E ciò include distruggere le capacità militari e amministrative di Hamas e garantire che Gaza non costituisca mai più una minaccia per Israele.”

Trump conferma l’ipotesi di pulizia etnica dei palestinesi a Gaza

Mentre i colloqui per un cessate rimangono delicati, negli ultimi giorni Trump ha adottato alcune politiche a favore di Israele. Il Wall Street Journal ha rivelato che la sua amministrazione chiederà al Congresso armi per Israele per un miliardo di dollari. Il presidente ha anche firmato ordini esecutivi per ritirare gli USA dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite (UNHRC) e dall’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione (UNRWA).

Trump ha anche ripetutamente fatto riferimento all’idea di pulizia etnica a Gaza che ha rispolverato martedì nel corso dei suoi commenti con i media. “In questo momento Gaza è un cantiere in demolizione… adesso non si può vivere a Gaza. Penso che abbiamo bisogno di un’altra sistemazione,” ha detto Trump. “Confido che possiamo fare qualcosa di veramente carino, veramente buono, dove loro non vorranno ritornare. Perché vorrebbero ritornarci? Il posto è stato un inferno.”

Si è sentito un giornalista urlare, “Perché è la loro casa!”

Prem Thakker, giornalista di Zeteo News, ha condiviso su Twitter il video della scena. 

Una di quelle sequenze durante le quali ti chiedi se non stai avendo le allucinazioni,” ha scritto Thakker. “Donald Trump dice che ai palestinesi non dovrebbe essere permesso di ritornare a Gaza: ‘Perché vorrebbero ritornarci? Quel posto è stato l’inferno’, accanto all’uomo tutto sorrisi che l’ha reso un inferno.”

In primo piano lo scontro con l’Iran

Prima dell’incontro Netanyahu ha anche annunciato che avrebbe parlato con Trump su come affrontare l’Iran, che è stato da lungo tempo al centro [delle preoccupazioni] del governo israeliano. 

Negli ultimi giorni i parlamentari da ambo le parti hanno spinto apertamente per una tale azione.

La scorsa settimana i membri del Congresso hanno presentato una risoluzione chiedendo che gli Stati Uniti e i suoi alleati tengano “tutte le opzioni” sul tavolo per contenere “la credibile minaccia” del programma nucleare iraniano. La proposta è stata guidata al Senato dai senatori Lindsey Graham (Repubblicano-Carolina del Sud), John Fetterman (Democratico-Pennsylvania) e Katie Britt (Repubblicana-Alabama) e alla Camera dei Rappresentanti da Jared Moskowitz (Democratico-Florida) e Mike Lawler (Repubblicano-New York). 

Gli israeliani dovranno prendere una decisione relativamente presto su cosa fare riguardo al programma nucleare iraniano,” ha detto Graham a Fox News Sunday.

Sono qui a dire a voi e al pubblico in tutto il mondo che penso che l’America dovrebbe sostenere lo sforzo di Israele se decidesse di distruggere il programma nucleare iraniano perché penso sia una minaccia per l’umanità,” ha continuato. “Israele è forte. L’Iran è debole. Hezbollah, Hamas sono stati decimati. Non sono finiti ma sono stati indeboliti. Esiste l’opportunità di colpire in un modo che non ho visto da decenni il programma nucleare iraniano.”

Il mese scorso In un’intervista a Mondoweiss Sina Toossi, ricercatore esperto del Center for International Policy, ha espresso scetticismo a proposito di un Iran indebolito.

Penso che sia un grosso fraintendimento della situazione attuale. L’Iran ha colpito Israele due volte nel corso di quest’ultimo anno con attacchi missilistici,” ha detto Toossi. “C’è il caos della guerra e un notevole dibattito su quanto sia efficace. Israele conosce la situazione ma non condivide con nessuno le sue informazioni. Sappiamo che quegli attacchi missilistici ad aprile e ottobre hanno aggirato la difesa aerea multistrato e molto sofisticata di Israele. Hanno colpito bersagli nonostante Iron Dome. Anche se diciamo che non hanno colpito esattamente quello che stavano cercando di colpire, hanno raggiunto il Paese.”

L’arrivo di Netanyahu a Washington ha incontrato proteste e richieste che venisse arrestato poiché esiste un mandato di cattura della Corte Penale Internazionale (CPI) contro di lui per crimini di guerra. Il Centro per i Diritti Costituzionali (CCR) ha mandato una richiesta alla Sezione della Procura speciale e dei Diritti Umani del Dipartimento di Giustizia (DOJ) a nome dei palestinesi con cittadinanza statunitense chiedendo al DOJ di procedere con un’indagine e un’azione penale contro il primo ministro.

Invece di adempiere ai suoi obblighi di indagare e processare Benjamin Netanyahu per genocidio, tortura e crimini di guerra, gli Stati Uniti accolgono a braccia aperte l’uomo responsabile della campagna genocida di 15 mesi contro i palestinesi di Gaza e promettono persino altri armamenti,” ha dichiarato Katherine Gallagher, procuratrice senior della CRR e Rappresentante Legale delle vittime nella situazione dello Stato di Palestina della CPI. 

La Corte Penale Internazionale ha emesso un mandato di arresto per Netanyahu per il suo ruolo nel massacro di massa, per la carestia, la negazione dell’accesso a cibo, acqua e medicinali e persecuzione dei palestinesi di Gaza,” ha continuato. “Gli USA dovrebbero muoversi nella direzione di incriminare Netanyahu adesso o consegnarlo alla CPI e non sostenerlo ulteriormente rafforzando il suo senso di impunità.”

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Israele sigilla Betlemme con 89 cancelli, barriere e blocchi di cemento

Redazione di MEMO

21 gennaio 2025 – Middle East Monitor

Le forze di occupazione israeliane hanno stretto la morsa del loro assedio al governatorato di Betlemme, nel sud della Cisgiordania occupata, dividendo e isolando il governatorato con 89 cancelli militari, barriere e blocchi di cemento.

Di conseguenza i palestinesi sono obbligati a usare un numero limitato e ridotto di strade per uscire ed entrare nel e dal governatorato passando attraverso posti di controllo militari dove le forze di occupazione israeliane controllano le auto e le identità dei cittadini ed imprigionano i civili. Queste nuove limitazioni imprigionano ulteriormente la vita quotidiana dei palestinesi.

Le misure dell’esercito israeliano sono applicate in parallelo agli attacchi dei coloni in corso nelle zone meridionale, occidentale ed orientale del governatorato, con l’obiettivo di terrorizzare i palestinesi e farli sfollare fuori dalle loro terre per impadronirsene e costruire colonie ebraiche illegali che separano le comunità palestinesi.

Hassan Breijieh, un ricercatore nel campo delle colonie, ha affermato che nel governatorato di Betlemme dall’inizio della guerra israeliana contro Gaza il 7 ottobre 2023 le forze di occupazione israeliane hanno installato 53 cancelli militari, molti dei quali sono permanentemente chiusi, in modo che i palestinesi non possano attraversarli. Blocchi di cemento sono stati posti su altre 36 strade.

Secondo la camera di commercio ed industria di Betlemme queste chiusure, in aggiunta alle difficili condizioni economiche nel governatorato, e l’impennata al 36% del numero di famiglie che sono cadute sotto la soglia di povertà hanno reso le condizioni di vita nel governatorato estremamente difficili in termini di movimento e di capacità di soddisfare le necessità giornaliere.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Cessate il fuoco a Gaza: dopo 15 mesi di barbarie Israele ha fallito su tutti i fronti

David Hearst

15 gennaio 2025 – Middle East Eye

Il popolo palestinese ha dimostrato al mondo di poter sopportare una guerra totale e rimanere sulla propria terra.

Arrivato il momento, è stato il primo ministro di Israele Benjamin Netanyahu a cedere per primo.

Per mesi Netanyahu era stato il principale ostacolo ad un cessate il fuoco a Gaza, con notevole frustrazione dei suoi stessi negoziatori.

Questo è stato reso molto evidente più di due mesi fa dalle dimissioni del suo Ministro della Difesa Yoav Gallant. Principale architetto della guerra durata 15 mesi, Gallant ha detto chiaramente che all’esercito non restava più niente da fare a Gaza.

Ma Netanyahu ha ancora insistito. La primavera scorsa ha respinto un accordo firmato da Hamas alla presenza del direttore della CIA William Burns, privilegiando un’offensiva su Rafah.

In autunno Netanyahu si è occupato di salvare il Piano dei Generali, con l’obbiettivo di svuotare il nord di Gaza in preparazione del reinsediamento di israeliani. Il piano consisteva nell’affamare e bombardare la popolazione per cacciarla dal nord di Gaza dichiarando che chiunque non se ne fosse andato volontariamente sarebbe stato considerato un terrorista.

Era un piano così estremo e così contrario alle leggi di guerra internazionali che è stato condannato dall’ex Ministro della Difesa Moshe Yaalon come crimine di guerra e pulizia etnica.

Chiave di questo piano era un corridoio formato da una strada militare e una serie di avamposti che tagliavano il centro della Striscia di Gaza, dal confine israeliano al mare. Il Corridoio Netzarim avrebbe effettivamente ridotto il territorio di almeno un terzo e sarebbe diventato il suo nuovo confine settentrionale. Nessun palestinese scacciato dal nord di Gaza avrebbe potuto farvi ritorno.

Cancellate le linee rosse

Nessuno dell’amministrazione Biden ha costretto Netanyahu a rivedere questo piano. Non il presidente USA Joe Biden, un istintivo sionista che in tutti i suoi interventi ha continuato a fornire ad Israele i mezzi per commettere un genocidio a Gaza; neppure il suo Segretario di Stato Antony Blinken, che si è guadagnato il discutibile primato di essere il diplomatico meno degno di fiducia della regione.

Persino quando si sono apportati gli ultimi dettagli sull’accordo di cessate il fuoco Blinken ha tenuto una conferenza stampa di addio in cui ha accusato Hamas di aver respinto le precedenti offerte. Come è ovvio, è vero il contrario.

Tutti i giornalisti che hanno seguito i negoziati hanno riferito che Netanyahu ha respinto ogni precedente accordo ed è stato responsabile del ritardo con cui quest’ultimo è arrivato.

È toccato ad un breve incontro con l’inviato speciale per il Medio Oriente del presidente eletto USA Donald Trump, Steve Witkoff, fare cessare la guerra di Netanyahu durata 15 mesi.

Dopo un solo incontro le linee rosse che Netanyahu aveva più volte tracciato così risolutamente nel corso di 15 mesi sono state cancellate.

Come ha detto l’opinionista israeliano Erel Segal: “Siamo i primi a pagare un prezzo per l’elezione di Trump. L’accordo ci è stato imposto…Pensavamo che avremmo preso il controllo del nord di Gaza, che ci avrebbero lasciato bloccare gli aiuti umanitari.”

Su questo c’è un consenso generale. L’umore in Israele è scettico riguardo ai proclami di vittoria. “Non c’è bisogno di edulcorare la realtà: il cessate il fuoco e il rilascio degli ostaggi che si sta annunciando è negativo per Israele, ma non può far altro che accettarlo”, ha scritto su Ynet il giornalista Yossi Yehoshua.

La bozza di accordo sul cessate il fuoco che sta circolando dichiara esplicitamente che Israele alla fine del processo si ritirerà sia dal Corridoio Philadelphi che dal Corridoio Netzarim, condizioni che Netanyahu aveva precedentemente respinto.

Anche a prescindere da questo, la bozza di accordo specifica chiaramente che i palestinesi possono ritornare alle loro case, anche nel nord di Gaza. Il tentativo di svuotarlo dai suoi abitanti è fallito. È il più grande insuccesso dell’invasione di terra di Israele.

Reagire

Ce ne sono molti altri. Ma prima di elencarli, la disfatta di Witkoff evidenzia quanto Israele sia stato dipendente da Washington in ogni giorno dell’orrendo assalto a Gaza. Un alto ufficiale della aviazione militare israeliana ha ammesso che gli aerei sarebbero rimasti senza bombe entro pochi mesi se non fossero stati riforniti dagli USA.

Nell’opinione pubblica si sta facendo strada il fatto che la guerra sta finendo senza che sia stato raggiunto alcun importante obiettivo di Israele.

Netanyahu e l’esercito israeliano hanno inteso “dissolvere” Hamas dopo l’umiliazione e lo shock del suo attacco a sorpresa nel sud di Israele nell’ottobre 2023. Palesemente non hanno raggiunto questo obbiettivo.

Si prenda Beit Hanoun, nel nord di Gaza, come un microcosmo della battaglia che Hamas ha combattuto contro le forze di invasione. Quindici mesi fa è stata la prima città di Gaza ad essere occupata dalle forze israeliane, che ritenevano disponesse del battaglione più debole di Hamas.

Ma dopo successive ondate di operazioni militari, ciascuna delle quali avrebbe dovuto “ripulire” la città dai combattenti di Hamas, Beit Hanoun ha inflitto una delle più pesanti concentrazioni di vittime dell’esercito israeliano.

Hamas ha continuato a riemergere dalle macerie per contrattaccare, trasformando Beit Hanoun in un campo minato per i soldati israeliani. Dal lancio della più recente operazione militare nel nord di Gaza 55 ufficiali e soldati israeliani sono morti in questo settore, 15 dei quali a Beit Hanoun solo nella scorsa settimana.

Se c’è oggi un esercito sanguinante ed esausto è quello di Israele. L’evidente dato di fatto militare a Gaza è che dopo 15 mesi Hamas può reclutare e rigenerarsi più velocemente di quanto Israele possa eliminare i suoi leader o i suoi combattenti.

Siamo in una situazione in cui il ritmo con cui Hamas si sta ricostruendo è superiore a quello con cui l’esercito israeliano lo sta eliminando.”, ha detto al Wall Street Journal Amir Avivi, un generale di brigata israeliano in pensione. Ha aggiunto che Mohammed Sinwar, il fratello minore del defunto leader di Hamas Yahya Sinwar, “sta dirigendo tutto”.

Se qualcosa può dimostrare l’inutilità di misurare il successo militare solamente dal numero dei leader uccisi o dei missili distrutti, è questo.

Contro ogni previsione

In una guerra di liberazione la parte debole e meno armata può avere successo contro forze militari schiaccianti. Queste guerre sono battaglie di volontà. Non è la battaglia che conta, ma la capacità di continuare a combattere.

In Algeria e in Vietnam gli eserciti francese e statunitense disponevano di una schiacciante superiorità militare. Entrambe le forze molti anni dopo si ritirarono con ignominia e insuccesso. In Vietnam è successo più di sei anni dopo l’offensiva del Tet che, come l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, fu vissuta all’epoca come una sconfitta militare. Ma il segnale di una controffensiva dopo così tanti anni di assedio si dimostrò decisivo nella guerra.

In Francia le cicatrici dell’Algeria durano ancora oggi. In ogni guerra di liberazione la determinazione del più debole a resistere si è dimostrata più decisiva della potenza di fuoco del più forte.

A Gaza è stata la determinazione del popolo palestinese a rimanere sulla propria terra – anche se veniva ridotta in macerie – a dar prova di essere il fattore decisivo in questa guerra. E questa è un’impresa stupefacente, tenendo conto che il territorio di 360 km2 è stato interamente tagliato fuori dal mondo, senza alleati che rompessero l’assedio né un terreno naturale per proteggersi.

Hezbollah ha combattuto nel nord, ma questo è stato di poco aiuto per i palestinesi di Gaza sul campo, sottoposti a bombardamenti notturni e attacchi di droni che hanno fatto a pezzi le loro tende.

Né la fame forzata, né l’ipotermia, né le malattie, né la violenza e gli stupri di massa per mano degli invasori hanno potuto spezzare la loro volontà di rimanere sulla propria terra.

Mai prima, nella storia del conflitto, i combattenti e i civili palestinesi avevano mostrato questo livello di resistenza – e questo potrebbe dimostrarsi rivoluzionario.

Perché ciò che Israele ha perso nella sua campagna per schiacciare Gaza è incalcolabile. Ha dilapidato decenni di costanti sforzi economici, militari e diplomatici per presentare il Paese come una Nazione occidentale liberale e democratica agli occhi dell’opinione mondiale.

Memoria generazionale

Israele non ha perso solo il Sud globale, dove ha investito tali e tanti sforzi in Africa e Sudamerica. Ha anche perso il sostegno di una generazione in Occidente, la cui memoria non va oltre Biden.

Il ragionamento non è mio. È ben argomentato da Jack Lew, l’uomo che Biden ha nominato suo ambasciatore in Israele un mese prima dell’attacco di Hamas.

Nell’intervista di commiato Lew, un ebreo ortodosso, ha detto al Times of Israel che l’opinione pubblica negli USA era ancora ampiamente filoisraeliana, ma che questo stava cambiando.

Ciò che ho detto alla gente qui e di cui deve preoccuparsi quando questa guerra finirà è che la memoria generazionale non risale fino alla fondazione dello Stato, o alla Guerra dei 6 giorni, o alla guerra del Kippur, o addirittura all’Intifada.

Inizia con questa guerra e non si può ignorare l’impatto di questa guerra sui futuri politici – non le persone che prendono le decisioni oggi, ma quelle che oggi hanno 25,35,45 anni e che saranno i leader per i prossimi 30 o 40 anni.”

Biden, ha detto Lew, è stato l’ultimo presidente della sua generazione i cui ricordi e conoscenze risalgono alla “storia della fondazione” di Israele.

La frecciata finale di Lew a Netanyahu è ampiamente documentata dai recenti sondaggi. Più di un terzo degli adolescenti ebrei americani simpatizza per Hamas, il 42% ritiene che Israele stia commettendo un genocidio a Gaza e il 66% simpatizza con il popolo palestinese nel suo complesso.

Non è un fenomeno nuovo. Due anni prima della guerra i sondaggi mostravano che un quarto degli ebrei americani concordava sul fatto che “Israele è uno Stato di apartheid” e molti intervistati non ritenevano che questa affermazione fosse antisemita.

Grave danno

La guerra a Gaza è diventata il prisma attraverso il quale una nuova generazione di futuri leader del mondo guarda il conflitto israelo-palestinese. È una sconfitta strategica importante per un Paese che il 6 ottobre 2023 pensava di aver chiuso la questione della Palestina e di avere in tasca l’opinione pubblica mondiale.

Ma il danno è più ampio e più profondo di così.

Le proteste contro la guerra, condannate dai governi occidentali prima come antisemite e poi perseguite dalle leggi come terroriste, hanno costituito un fronte globale per la liberazione della Palestina. Il movimento per il boicottaggio di Israele è più forte che mai.

Israele è sul banco degli imputati della giustizia internazionale come mai prima. Non solo ci sono mandati d’arresto per Netanyahu e Gallant per crimini di guerra e una causa pendente per genocidio alla Corte Internazionale di Giustizia, ma una miriade di altre denunce stanno per investire i tribunali in tutte le più importanti democrazie occidentali.

Nel Regno Unito è stata avviata una causa giudiziaria contro BP per fornitura dal suo oleodotto dall’Azerbaigian alla Turchia a Israele di petrolio greggio che sarebbe poi stato usato dall’esercito israeliano.

Inoltre recentemente l’esercito israeliano ha deciso di occultare le identità di tutti i militari che hanno partecipato alla campagna di Gaza, per timore che possano essere perseguiti quando si recano all’estero.

Questa importante iniziativa è stata resa nota da un piccolo gruppo di attivisti che porta il nome di Hind Rajab, una bambina di 6 anni uccisa dalle truppe israeliane a Gaza nel gennaio 2024. Il gruppo, con sede in Belgio, ha inviato prove di crimini di guerra presso la Corte Penale Internazionale contro 1000 israeliani, includendo video, audio, rapporti forensi ed altri documenti.

Un cessate il fuoco a Gaza quindi non è la fine dell’incubo palestinese, ma l’inizio di quello israeliano. Queste iniziative legali acquisteranno slancio solo quando la verità su ciò che è accaduto a Gaza verrà svelata e documentata dopo la fine della guerra.

Divisioni interne

Sul piano interno Netanyahu tornerà dalla guerra in un Paese diviso al suo interno come non mai. C’è un conflitto tra l’esercito e gli Haredi [ebrei ultraortodossi, ndt.] che rifiutano il servizio militare. C’è un conflitto tra sionisti laici e nazional-religiosi. Con il ritiro di Netanyahu da Gaza i coloni di estrema destra hanno la sensazione che l’opportunità di creare il Grande Israele sia stata sottratta alle grinfie della vittoria militare. Al contempo vi è stato un esodo senza precedenti di ebrei da Israele.

A livello regionale, Israele ha ancora truppe in Libano e Siria. Sarebbe folle pensare che queste operazioni in corso possano ripristinare la deterrenza che Israele ha perso quando Hamas ha colpito il 7 ottobre 2023.

L’asse della resistenza iraniano potrebbe aver ricevuto alcuni duri colpi dopo che la leadership di Hezbollah è stata eliminata e dopo essersi scoperto ampiamente sopraffatto in Siria. Ma, come Hamas, Hezbollah non è stato sconfitto come forza combattente.

E il mondo arabo sunnita si è arrabbiato per Gaza e per la repressione in atto nella Cisgiordania occupata come raramente prima.

Il palese tentativo di Israele di dividere la Siria in cantoni è altrettanto provocatorio verso i siriani di tutte le confessioni e le etnie quanto i suoi piani di annettere le aree B e C della Cisgiordania sono una minaccia esistenziale per la Giordania. L’annessione sarebbe considerata da Amman come un atto di guerra.

L’uscita dal conflitto sarà il lavoro paziente di ricostruzione per decenni e Trump non è un uomo paziente.

Adesso Hamas e Gaza passeranno in secondo piano. Con l’enorme costo in vite umane, ogni famiglia è stata colpita da una perdita. Ma ciò che Gaza ha ottenuto negli scorsi 15 mesi potrebbe trasformare il conflitto.

Gaza ha mostrato a tutti i palestinesi e al mondo intero che si può sopportare una guerra totale senza muoversi dal terreno su cui ci si trova. Dice al mondo, con comprensibile orgoglio, che gli occupanti ci hanno lanciato contro tutto ciò che avevano e non vi è stata un’altra Nakba. 

Gaza dice a Israele che i palestinesi esistono e che non si arrenderanno finché gli israeliani non parleranno con loro da pari a pari riguardo ad uguali diritti.

Potrebbero volerci molti più anni perché si faccia strada questa consapevolezza, ma per alcuni esiste già: “Anche se conquistassimo l’intero Medio Oriente e anche se tutti si arrendessero a noi, non vinceremmo questa guerra,” ha scritto su Haaretz il giornalista Yair Assulin.

Ma ciò che ha ottenuto chiunque a Gaza sia rimasto al suo posto ha un significato storico.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non rispecchiano necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

David Hearst è co-fondatore e caporedattore di Middle East Eye. È commentatore e relatore sulla regione ed analista sull’Arabia Saudita. È stato il principale corrispondente estero di The Guardian e inviato in Russia, Europa e a Belfast. È passato a The Guardian da The Scotsman, dove è stato corrispondente per l’istruzione.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Gli Stati Uniti alimentano dubbi sulla carestia a Gaza

Bryce Greene  

6 gennaio 2025  Mondoweiss

L’amministrazione Biden sta cercando di alimentare una disputa fasulla sui numeri della carestia a Gaza per nascondere la realtà del genocidio.

Il 23 dicembre la Rete di Sistemi di Allerta Precoce sulla Carestia (FEWS Net), un progetto finanziato dall’Agenzia Statunitense per lo Sviluppo Internazionale (USAID), ha pubblicato un rapporto che dava l’allarme su uno “scenario di carestia” che “è in corso nella parte settentrionale di Gaza”. In base alla mancanza di aiuti e al numero di persone conteggiate nella zona, la FEWS Net ha concluso che “è altamente probabile che le soglie di consumo alimentare e di malnutrizione acuta per carestia (fase IPC 5) siano state ormai superate”. L’organizzazione ha stimato che, in assenza di qualche cambiamento nella politica israeliana, si prevede che “i livelli di mortalità non traumatica supereranno la soglia della carestia (fase IPC 5) tra gennaio e marzo 2025, con almeno 2-15 morti al giorno”. La soglia riconosciuta come carestia sarebbe di due o più decessi al giorno ogni 10.000 persone.

La FEWS Net monitora la situazione umanitaria a Gaza dall’inizio dell’attacco israeliano.

Una disputa falsa

Il giorno dopo la pubblicazione del rapporto, l’ambasciatore statunitense in Israele Jack Lew ha pubblicamente denunciato il rapporto in un tweet. Ha affermato che il rapporto di FEWS Net “si basava su dati inesatti” e che “è irresponsabile pubblicare un rapporto come questo”. La sua obiezione si fonderebbe sul numero di civili attualmente presenti nel nord di Gaza. Il rapporto di FEWS Net includeva valutazioni di novembre che stimavano una popolazione di quasi 75.000. Nella sua denuncia Lew ha citato cifre più recenti combinando la stima dell’israeliano Coordinamento delle Attività Governative nei Territori (COGAT) di 5.000-9.000 persone e la stima di UNRWA di 7.000-15.000 persone. Lew ha scritto che “è ormai evidente che la popolazione civile in quella parte di Gaza è compresa tra i 7.000 e i 15.000, non tra i 65.000 e 75.000 che sono alla base di questo rapporto”. Per Lew, l’uso dei dati di novembre indebolisce le conclusioni del rapporto sulla carestia esistente nel nord di Gaza.

Tuttavia questa critica ha senso solo per chi non abbia effettivamente letto il rapporto, che ammonta a sole tre pagine. Anche se il rapporto citava le cifre precedenti più alte, sarebbe completamente falso dire che queste fossero la “base di questo rapporto”. Nella frase seguente FEWS Net citava le cifre di novembre dell’OCHA e il rapporto citava anche le cifre minori dell’UNRWA in dicembre: “Immagini satellitari più recenti suggeriscono che migliaia di persone sono evacuate all’inizio di dicembre, e sono in corso tentativi di aggiornare la stima dell’entità della popolazione rimanente; un aggiornamento dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione dei Rifugiati Palestinesi nel Vicino Oriente (UNRWA) del 22 dicembre suggerisce che la popolazione potrebbe essere più scarsa, di 10.000-15.000 unità.”

La citazione è chiara nell’includere il numero più basso nella valutazione: “L’entità del numero giornaliero stimato di decessi (2-15 decessi al giorno, applicando la soglia del tasso approssimativo di mortalità per una carestia di 2 decessi su 10.000 persone al giorno) fissa la popolazione di base più bassa per una possibile classificazione di carestia (fase IPC 5) nell’estremo inferiore (10.000 persone) e la popolazione di base stimata massima (75.000 persone) all’estremo superiore.”

Il rapporto riconosce una certa ambiguità nei numeri dell’UNRWA: “In base a quanto detto nell’aggiornamento dell’UNRWA, non è chiaro se l’ONU stia suggerendo che la popolazione totale di Gaza settentrionale sia di 10.000-15.000, o se 10.000-15.000 persone rimangano in un sottoinsieme di aree”. Il rapporto FEWS Net è stato chiaro anche sui limiti nella raccolta dati scrivendo: “In mezzo a condizioni sempre più impraticabili per la raccolta di dati che si vorrebbe per confermare definitivamente che i criteri di una carestia (fase 5 dell’IPC) sono stati verificati, l’analisi della probabilità di carestia (fase 5 dell’IPC) deve basarsi su estrapolazione, inferenza, prove empiriche, logica e giudizio di esperti”. Anche una lettura superficiale smentisce completamente l’affermazione di Lew secondo cui cifre “inesatte e obsolete” fossero alla “base di questo rapporto”.

Distorcere la realtà

Nonostante l’infondatezza dell’attacco del Dipartimento di Stato, FEWS Net ha ceduto alle pressioni. Il New York Times ha riferito che l’organizzazione ha intenzione di modificare le sue proiezioni in base a numeri aggiornati, una dichiarazione sorprendente dato che le loro valutazioni correnti includevano numeri del giorno precedente alla pubblicazione. Anche il Times ha riferito che FEWS Net mantiene la sua valutazione, ma il rapporto è stato rimosso dal loro sito web (ancora accessibile tramite la Wayback Machine [archivio digitale del World Wide Web di un’organizzazione non-profit californiana, ndt.]. Infatti, mentre sono ancora disponibili vecchi rapporti su Gaza, la bacheca interattiva di FEWS Net non mostra alcuna informazione su Gaza. I gruppi di Sostegno e Difesa hanno subito risposto all’attacco degli Stati Uniti e alla ritrattazione di FEWS Net con una condanna. Il Council on American Islamic Relations (CAIR) ha rilasciato una dichiarazione in cui condanna la rimozione del rapporto: “Respingere un rapporto sulla carestia nel nord di Gaza apparentemente vantandosi del fatto che sia stato etnicamente ripulito con successo dalla sua popolazione nativa è solo l’ultimo esempio di come i funzionari dell’amministrazione Biden sostengano, consentano e giustifichino la evidente e dichiarata campagna di genocidio di Israele a Gaza.”

Ken Roth di Human Rights Watch ha condannato la disputa: ” Cavillare sul numero di persone in estremo bisogno di cibo sembra una manovra politica diversiva sul fatto che il governo israeliano sta bloccando praticamente tutto il cibo”.

Denunciando subito il rapporto, l’ambasciatore degli Stati Uniti ha spostato l’attenzione della copertura mediatica dalle conclusioni del rapporto alla nuova vicenda della disputa. Per il pubblico, le conclusioni del rapporto vengono messe in secondo piano e la cosa più importante è la disputa. La rimozione del rapporto da parte di FEWS Net ha solo alimentato questo depistaggio.

Il giorno di Natale il New York Times ha pubblicato un articolo che raccontava la saga, evidenziando le critiche dell’ambasciatore Lew e inquadrando la storia come una disputa sui numeri. Il Times sembra non aver letto il rapporto poiché non fa alcun riferimento al fatto che FEWS Net cita le cifre più recenti dell’UNRWA.

Il Times ha scritto che “la disputa evidenzia le difficoltà nella raccolta di dati a Gaza che hanno ostacolato gli sforzi umanitari dall’inizio della guerra”. Il Times non ha fatto alcun tentativo di indagare o valutare i fatti che costituivano l’obiezione di Lew. Invece ha stampato acriticamente la difesa di Israele: “Israele ha affermato che lavora duramente per facilitare le forniture a Gaza, ma che i gruppi di aiuto hanno spesso fallito nel fornire assistenza a causa di saccheggi e illegalità diffusi”.

Il Times ha rifiutato di menzionare l’enorme mole di prove che Israele stia deliberatamente limitando gli aiuti come parte di una politica ufficiale di spopolamento.

Intenzione di distruggere

Uno dei pilastri fondamentali della causa contro Israele per genocidio è il suo deliberato uso di fame e deprivazione come tattica. Amnesty definisce l’intento delle azioni israeliane volte a “infliggere deliberatamente ai palestinesi di Gaza condizioni di vita calcolate per provocare la loro distruzione fisica”. Tra le altre cose il metodo principale utilizzato da Israele è stato “negare e ostacolare la fornitura di servizi essenziali, assistenza umanitaria e altre forniture salvavita”. In un rapporto pubblicato il giorno prima del rapporto di FEWS Net, OXFAM aveva lanciato l’allarme sul fatto che tra l’8 ottobre e il 16 dicembre l’ONU avesse tentato 137 missioni di aiuti nella Striscia di Gaza settentrionale e oltre il 90% di esse fossero state respinte da Israele. Dei 34 camion di aiuti ufficialmente autorizzati a entrare a Gaza, solo 12 hanno superato la sfida di ritardi e restrizioni arbitrarie imposte da Israele alla consegna effettiva di cibo o acqua.

USAID, il principale sostenitore di FEWS Net, ha pubblicato le proprie valutazioni sulla situazione a Gaza nell’ultimo anno e mezzo di genocidio. Samantha Power, la “superstar umanitaria” a capo di USAID sotto Biden, ha ammesso che Israele era la forza principale a impedire agli aiuti di entrare nella Striscia. In primavera USAID ha stimato che Israele stesse deliberatamente bloccando gli aiuti a Gaza, una delle tante azioni israeliane che rendono illegali gli aiuti militari statunitensi a Israele secondo il diritto statunitense e internazionale.

Come ha osservato il giornalista Stephen Semler ci sono numerosi modi, tra cui le cifre da loro pubblicate, in cui gli israeliani hanno confermato la propria politica di blocco degli aiuti a Gaza.

La politica di carestia di Israele è stata apertamente riconosciuta sia in Israele che negli Stati Uniti. Almeno da ottobre questa politica si è materializzata nel cosiddetto Piano Generale per la bonifica della parte settentrionale di Gaza. Il Piano generale è il nome dato al documento di Giora Eiland, uno dei falchi fra i generali israeliani, che esorta l’IDF a espellere con la forza la popolazione del nord, quindi sigillare l’area trattando chiunque rimanga come obiettivo militare.

In effetti questo piano è la base per la violenta campagna di pulizia etnica dei molti che non sono in grado o non vogliono rispettare gli illegittimi ordini dell’IDF. Eiland, che ha approvato misure drastiche tra cui consentire o incoraggiare epidemie a Gaza come parte degli sforzi bellici di Israele, ha difeso il suo piano sulla stampa israeliana.

In Israele questo piano viene apertamente discusso come un progetto per la Striscia di Gaza settentrionale. Israele ha rassicurato privatamente le controparti statunitensi che questo non fosse il loro progetto, ma ha rifiutato di rinnegarlo pubblicamente.

Il compimento del piano è favorito dalle condizioni di carestia segnalate da FEWS Net.

Questa falsa disputa sui rapporti umanitari nel Nord è progettata per oscurare i fatti e spianare la strada al continuo attacco di Israele alla popolazione di Gaza. Come hanno confermato Amnesty, Human Rights Watch e numerosi rapporti, Israele ha dimostrato la chiara intenzione di commettere atti genocidi contro i palestinesi. Funzionari e media statunitensi sono serviti a coprire questo crimine.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Genocidio in nome della sicurezza nella visione dei coloni israeliani

Ramona Wadi

17 dicembre 2024 MiddleEastMonitor

 

I leader dei coloni israeliani chiedono al governo israeliano di emulare la strategia genocida usata contro i palestinesi a Gaza per sfollare e ripulire etnicamente i palestinesi dalla Cisgiordania occupata. In una lettera al Gabinetto di Sicurezza israeliano Yisrael Ganz, capo del Consiglio Yesha [unione dei consigli comunali delle colonie in Cisgiordania, ndt.] che si occupa degli affari delle colonie, insieme ad altri leader dei coloni e sindaci ha chiesto la demolizione di edifici e campi profughi nella Cisgiordania occupata. Tutti i coloni israeliani e le colonie in cui vivono sono chiaramente illegali ai sensi della Quarta Convenzione di Ginevra. “Dopo aver trasferito la popolazione, l’infrastruttura terroristica dovrebbe essere smantellata esattamente come abbiamo fatto nella Striscia di Gaza, ovvero: ogni edificio incriminato deve essere distrutto, ogni terrorista deve essere eliminato”, ha scritto nella sua lettera. “Questo è il momento di abbandonare un approccio difensivo e procedere con uno di offensiva letale, efficiente ed efficace in Giudea e Samaria [Cisgiordania]”.

Questo è il momento giusto, si legge nella lettera, perché un’attenzione distratta fissa su Gaza si è poi spostata su Libano e Siria. E se la Cisgiordania occupata, già destinata all’illusoria costruzione di uno Stato e a fantomatici finanziamenti da parte della comunità internazionale, ha in passato servito il suo scopo di mantenere in vita la “soluzione” dei due Stati, Israele ha dichiarato apertamente che il paradigma è ormai defunto e inapplicabile. Quindi perché la comunità internazionale dovrebbe ora preoccuparsi della sua mancata realizzazione? Il tempo è favorevole a Israele, ma non al popolo palestinese. Il genocidio non ha spinto la comunità internazionale ad agire. Al contrario, il mondo ha continuato a tergiversare raccogliendo come sempre dati statistici. Nella Cisgiordania occupata i dati hanno già normalizzato le violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale, e la comunità internazionale avrà vita più facile. E avendo normalizzato il genocidio e le sue conseguenze, cosa può davvero impedire a Israele di ripetere lo stesso schema di pulizia etnica se lo vuole?

“La sovranità israeliana in Giudea e Samaria farà fuori l’asse del male, proteggerà Gerusalemme e Tel Aviv e salvaguarderà anche Londra, Berlino e New York”, ha detto Yisrael Ganz al Jerusalem Post. Il colonialismo e il genocidio di Israele vengono ora promossi come strumenti per proteggere l’Occidente. Ovviamente, gli Stati Uniti, la Germania e il Regno Unito non si opporrebbero a tale retorica e alla sua realizzazione, data la loro complicità nel genocidio di Gaza, per non parlare del loro indiscusso sostegno decennale all’espansione coloniale.

Se Israele e la comunità internazionale sono concordi sul genocidio per creare una zona cuscinetto di una presunta sicurezza, come definirà le vittime la comunità internazionale? Danni collaterali? Irrilevanti? Se Israele commetterà davvero un genocidio nella Cisgiordania occupata con la benedizione della comunità internazionale, il che è probabile, come saranno ridefiniti i diritti umani e il diritto internazionale? Non solo la comunità internazionale non ha fermato il genocidio a Gaza, ma acconsentirebbe alla sua estensione nella Cisgiordania occupata sotto le mentite spoglie di preoccupazioni per la sicurezza non solo israeliana, ma addirittura internazionale. Nonostante la resistenza anticoloniale palestinese sia diretta esclusivamente contro Israele, non contro Israele e i suoi complici. Lo squilibrio di potere è enorme e continua a crescere parallelamente al soggiogamento forzato del popolo palestinese. Israele sta annunciando apertamente il suo ruolo nel cambiare il Medio Oriente e il mondo si rifiuta ancora di riconoscere come i palestinesi in tutta la Palestina colonizzata vengano sacrificati all’obiettivo sionista del Grande Israele.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Un rapporto rivela che i soldati israeliani commettono sistematicamente violenze sui palestinesi a Hebron

Oren Ziv

9 dicembre 2024 – +972magazine

Frustati con una cintura, colpiti all’inguine, minacciati di stupro: i palestinesi riferiscono uno schema ricorrente di attacchi arbitrari nella città della Cisgiordania quest’anno.

Arresti casuali, violenza e umiliazione da parte di soldati israeliani senza motivo: questa negli ultimi mesi è la vita quotidiana dei palestinesi nella città di Hebron, nella Cisgiordania occupata, secondo le testimonianze raccolte dall’organizzazione per i diritti umani B’Tselem e pubblicate la scorsa settimana in un nuovo rapporto.

Mentre la maggior parte della resistenza armata in Cisgiordania è concentrata nelle città settentrionali di Jenin, Tulkarem e Nablus, i soldati israeliani sembrano aver deciso che, dopo il 7 ottobre, tutti i palestinesi siano sostenitori di Hamas, e nessuno innocente.

“Sembra che i palestinesi residenti a Hebron possano in ogni momento essere fatti vittime di violenze brutali, inflitte loro mentre sbrigano le loro faccende quotidiane”, spiega il rapporto. “Queste vittime sono state scelte casualmente, senza alcun rapporto con le loro azioni”.

Nessuno dei 25 palestinesi che hanno rilasciato la propria testimonianza a B’Tselem aveva preso parte ad azioni violente, né si era unito a proteste non-violente. Soltanto due tra di loro erano stati effettivamente arrestati e portati via, in strutture militari, ed entrambi sono stati in seguito rilasciati senza che alcuna accusa venisse formulata. Gli altri 23 sono stati liberati dopo che le violenze sono terminate.

In diversi casi i soldati hanno ispezionato i cellulari dei palestinesi alla ricerca di “prove” del loro sostegno ad Hamas: “Un’immagine ‘sospetta’ o segni di aver seguito aggiornamenti su Gaza … sono stati sufficienti a giustificare il trasferimento a una delle postazioni militari disseminate in tutta Hebron e ore di violenze fisiche e mentali, sotto la minaccia delle armi, ammanettati e bendati” osserva il rapporto.

Con più di 200.000 residenti, Hebron è la città palestinese più popolosa in Cisgiordania nonché l’unica che ospita al suo interno coloni israeliani: circa 900 coloni vivono sotto la protezione di circa 1.000 soldati israeliani.

L’incremento nelle vessazioni e violenze contro i palestinesi a Hebron non è un fenomeno isolato. Dal 7 ottobre in Cisgiordania l’esercito israeliano ha ucciso più di 730 palestinesi, in parte a causa del significativo ricorso alle forze aeree nella zona per la prima volta dalla fine della Seconda Intifada, circa 20 anni fa. Contemporaneamente i coloni israeliani con l’aiuto dell’esercito hanno sottoposto a pulizia etnica più di 50 comunità rurali palestinesi.

I fatti oggetto dell’indagine dei ricercatori di B’Tselem hanno avuto luogo nella zona centrale di Hebron tra maggio e agosto di quest’anno. Quasi tutte le vittime sono giovani uomini. Il gran numero di testimonianze, la presenza di diversi soldati nella maggior parte degli episodi e il fatto che essi abbiano a volte avuto luogo all’interno di strutture militari sono tutti fattori che suggeriscono che gli arresti casuali e la violenza possano essere la politica non ufficiale dell’esercito nella città.

Il soldato ha chiesto se mi piacesse Hamas e poi mi ha colpito ai testicoli’

Hisham Abu Is’ifan, 54 anni, sei figli, residente nel quartiere Wadi Al-Hassin di Hebron, stava andando a svolgere il suo lavoro di impiegato presso il Ministero dell’Istruzione quando è stato fermato e attaccato dai soldati il 12 giugno.

“[Un soldato] si è avvicinato e mi ha spinto, poi mi ha ordinato di dargli la mia carta d’identità e il telefono”, testimonia Abu Is’ifan a B’Tselem. “Prima che potessi dargli il telefono, mi ha afferrato per la nuca e mi ha spinto a terra. La schiena mi faceva molto male e ho urlato… Poiché continuavo a urlare per il dolore, il soldato si è seduto su di me schiacciandomi il petto con le ginocchia fino a quando ho sentito di non poter più respirare per il dolore”.

Yasser Abu Markhiyeh, 52 anni, 4 figli, residente nel quartiere di Tel Rumeida, è stato sottoposto a violenze a un posto di blocco a Hebron il 14 di luglio a causa di ciò che i soldati hanno trovato sul suo cellulare. “Quando l’ho raggiunto, [il soldato] mi ha ordinato di dargli la mia carta d’identità”, racconta. “L’ho fatto, e lui mi ha detto di sbloccare il telefono e darglielo. L’ho sentito parlare con qualcuno via radio e fare il mio nome.

Dopo circa cinque minuti, quattro soldati sono arrivati al posto di blocco”, continua Abu Markhiyeh. “Uno di loro mi ha parlato in arabo e mi ha accusato di aver contattato Al Jazeera e calunniato l’esercito israeliano. Gli ho risposto che tre settimane prima io avevo in effetti riferito ad Al Jazeera di essere stato attaccato dai soldati il 22 di giugno… Allora mi ha legato le mani dietro la schiena con fascette serracavi, stringendole molto. Due soldati mi hanno assalito e hanno cominciato a picchiarmi, anche ai testicoli, per diversi minuti”.

Mahmoud ‘Alaa Ghanem, un diciottenne che vive nella città di Dura, nel distretto di Hebron è stato attaccato dai soldati a Hebron l’8 luglio. Come per Abu Markhiyeh, anche il suo cellulare è stato ispezionato dai soldati. Quando hanno aperto l’account Instagram di Ghanem hanno trovato un meme raffigurante un soldato israeliano intento a salvare bambini il 7 ottobre con la scritta “Photoshop”, una derisione dell’evidente incapacità dell’esercito di contrastare l’attacco di Hamas quel giorno.

“Mi ha chiesto di quell’immagine, e io ho detto che era solo un’immagine”, riferisce Ghanem a B’Tselem. “Ha detto ‘Te lo diamo noi Photoshop’”.

Dopo alcuni minuti, Ghanem è stato messo sul pavimento di una jeep e portato via. “Uno dei soldati mi ha preso per i capelli e mi ha sbattuto la faccia contro il portellone posteriore, tre volte di fila”, dice. “Ho sentito che la mia bocca e il mio naso sanguinavano. Il soldato mi ha chiesto, ‘Ti piace Hamas?’ Ho detto di no e lui mi ha afferrato per il braccio, me l’ha girato attorno al collo e mi ha strangolato… Due soldati hanno cominciato a schiaffeggiarmi e chiedermi di nuovo ‘Ti piace Hamas?’ Ho di nuovo detto di no, e poi uno di loro mi ha colpito con forza ai testicoli. Ho urlato per il dolore, e poi lui mi ha colpito di nuovo nello stesso punto, più forte. Li ho supplicati in nome di Dio di smettere di colpirmi”.

Ci hanno frustati con una cintura su tutto il corpo’

Alcune delle testimonianze descrivono violenze fisiche che vanno al di là dei pestaggi. “Uno dei soldati è venuto da me e ha messo la sua sigaretta sulla mia gamba destra”, riferisce a B’Tselem Muhammad A-Natsheh, ventiduenne di Tel Rumeida che è stato fermato il 14 luglio. “L’ha spenta lentamente, in modo che facesse più male. Uno di loro ha chiesto: ‘Fa male?’ Quando ho detto di sì, mi ha dato un pugno alla nuca, è salito in piedi sulle mie gambe e le ha schiacciate con forza”.

Continua A-Natsheh: “Uno di loro ha preso una sedia da ufficio e l’ha messa sulle mie gambe. Di quando in quando ci si sedeva, cosa molto dolorosa. Hanno continuato a insultarmi per tutto il tempo, uno di loro mi ha anche sputato addosso. É continuato per circa un’ora, poi uno dei soldati mi ha detto in arabo: ‘Ti stupreremo’. Uno di loro mi ha afferrato la testa e un altro soldato cercava di farmi aprire la bocca e spingervi dentro un oggetto di gomma, ce l’ho messa tutta per non aprire la bocca. Ho sentito uno di loro che diceva in ebraico: ‘Filmalo, filmalo’”.

“Poi è arrivato un soldato che parlava arabo”, ricorda. “È venuto da me e mi ha ordinato di alzarmi in piedi, ma non ci riuscivo. Mi ha preso per il collo, mi ha sollevato e mi ha fatto stare in piedi faccia al muro, e poi con le mani ha cominciato a spingermi la testa a destra e a sinistra con violenza, dicendo ‘Se ti vedo di nuovo in questo posto ti violento e ti uccido. Farò lo stesso a chiunque io veda qui’.

Il fenomeno dei soldati che registrano le violenze con i propri telefoni per poi condividerli è stato riferito da diverse testimonianze. “I soldati hanno portato del ghiaccio e me l’hanno messo nelle mutande”, racconta a B’Tselem Qutaybah Abu Ramileh, venticinquenne del quartiere di Al-Salayma, fermato l’8 luglio insieme al fratello Yazan, 22 anni. “Dopo, mio fratello Yazan mi ha detto che hanno fatto lo stesso a lui. Hanno anche versato qualche alcolico sui nostri vestiti. Ho sentito un soldato parlare a una ragazza al telefono. Credo fosse una videochiamata. Ridevano e si prendevano gioco di noi”.

“Uno dei soldati ci ha presi a calci in testa e in faccia mentre malediceva noi e le nostre madri”, ha continuato. “Poi all’improvviso ho sentito provenire dall’alto il suono di una cintura in cuoio, e uno di loro ha cominciato a frustarci con la cintura sulle nostre teste e su tutto il corpo… I soldati hanno calpestato i nostri piedi (nudi). Le frustate con la cintura sono continuate per almeno tre minuti, poi i soldati hanno portato un secchio e me lo hanno messo in testa. Più tardi ho capito che ne avevano messo uno anche a Yazan. Hanno cominciato a giocare con una palla o qualcosa di simile, e la tiravano contro il secchio sulla mia testa. Quando la palla colpiva il secchio faceva male. Era difficile respirare e mi sembrava di soffocare”.

Come in diversi video usciti da Gaza negli ultimi mesi, la violenza sui palestinesi da parte dei soldati a Hebron è spesso accompagnata dall’ingiunzione ai trattenuti di condannare Hamas. Mu’tasem Da’an, giornalista, 46 anni, 8 figli, del quartiere di Wadi A-Nasara, è stato fermato il 28 luglio e gli è stato ordinato di sbloccare il telefono.

“Hanno cercato un po’ e hanno trovato contenuti relativi alla guerra a Gaza”, ha raccontato. “I soldati mi hanno bendato e mi hanno portato a piedi per circa 250 metri alla base militare vicino al cancello meridionale della colonia di Kiryat Arba… Hanno cantato canzoni in ebraico che parlano di vendetta contro Hamas, elogiano Israele e inneggiano all’uccisione di donne e bambini. Ci hanno fatto ripetere le parole e maledire i palestinesi. Capisco l’ebraico molto bene”.

Anche se la maggior parte delle vittime sono uomini, tra coloro che hanno rilasciato a B’Tselem la propria testimonianza ci sono anche alcune donne. ‘Abir Id’es-Jaber, 33 anni, 4 figli, del quartiere di Al-Manshar, è stata attaccata insieme a suo marito il 21 agosto, mentre erano nella loro auto.

“I soldati ci hanno ordinato di andarcene”, ha detto. “Mio marito ha fatto manovra, e i soldati ci stavano ancora circondando. Uno di loro mi ha guardata e mi ha fatto l’occhiolino. Mi ha fatto un sorriso beffardo e poi l’ho visto togliere la sicura a una granata stordente e gettarla tra le mie gambe. Ho spinto via la granata ed è caduta sotto il sedile. Ho gridato ‘Granata! Granata!’ e mi sono riparata dall’altra parte. (Mio marito) si era voltato verso di me quando ho gridato, quindi la granata gli è scoppiata sotto al viso. È svenuto. Grazie a Dio, l’auto si è fermata da sola”.

In risposta alla richiesta di commento da parte di +972, un portavoce dell’esercito israeliano ha dichiarato di non essere a conoscenza di nessuno dei casi riportati eccetto quello riguardante Abu Markhiyeh. “L’esercito tratta i trattenuti in conformità con il diritto internazionale e agisce per investigare e gestire episodi eccezionali che esulano dagli ordini”, recita la dichiarazione. “Nei casi in cui ci sia il sospetto di un reato penale che giustifica l’apertura di un’inchiesta, viene lanciata un’indagine penale militare e alla sua conclusione le risultanze sono sottoposte all’esame della Procura Generale militare”.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Il vero motivo per cui un ex capo dell’esercito israeliano denuncia la pulizia etnica a Gaza

Meron Rapoport

5 dicembre 2024 – +972 magazine

Poco preoccupato del dramma dei palestinesi, Moshe Ya’alon teme l’impatto della rivoluzione antidemocratica di Netanyahu sulle istituzioni militari.

Domenica primo dicembre l’emittente israeliana Channel 12 ha trasmesso un’intervista con Moshe “Bogie” Ya’alon, ex capo di stato maggiore dell’esercito israeliano e poi ministro della Difesa. In uno scambio illuminante Ya’alon ha insistito nel definire “pulizia etnica” le azioni di Israele a Gaza, sostenendo che i mandati di arresto emessi dalla Corte Penale Internazionale dell’Aia sono totalmente giustificati e ha affermato che lui stesso “da lungo tempo” li avrebbe emessi contro il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir e forse persino contro il primo ministro Benjamin Netanyahu. 

Per l’intervistatore Yaron Abraham ciò è stato totalmente inaspettato: sembrava prendere sul personale che Ya’alon non avesse intenzione di ripetere il solito mantra israeliano secondo cui “le FDI sono l’esercito più morale del mondo.”

Non c’è dubbio che tali affermazioni abbiano un peso particolare arrivando da chi continua a identificarsi come di destra, che una volta ha infangato i membri dell’ong di sinistra Breaking the Silence chiamandoli “traditori” e che, quando era a capo del Direttorato dell’Intelligence militare, ha sostenuto la tesi che si dovesse addossare la colpa della Seconda Intifada al leader dell’OLP Yasser Arafat. Dissentire da Ya’alon sul fatto che Israele stia attuando una pulizia etnica nella Striscia di Gaza, un atto che chiaramente costituisce un crimine di guerra, richiede una combinazione unica di sfrontatezza e audacia.

Di primo acchito uno potrebbe pensare che Ya’alon stia criticando la pulizia etnica perché la considera un’ingiustizia morale, tuttavia il vero motivo dietro le sue affermazioni sembra emergere verso la fine dell’intervista. 

[Israele] non è più definito una democrazia, né il suo sistema giudiziario è indipendente,” ha detto. “Stiamo passando da uno Stato ebraico liberale, democratico, nello spirito della Dichiarazione di Indipendenza, a una dittatura messianica, razzista, corrotta e malata. Dimostratemi che ho torto.” In altre parole Ya’alon non è preoccupato per i palestinesi, costretti dall’esercito israeliano a lasciare le proprie case in massa, ma per il futuro di Israele quale Stato “ebraico e democratico”.

Tali affermazioni sono particolarmente interessanti perché Ya’alon è stato una delle figure prominenti del movimento di protesta contro l’attacco al sistema giudiziario di Netanyahu in cui il “blocco anti-occupazione” non è riuscito a convincere i leader del movimento che non poteva esserci una vera democrazia finché fosse durata l’occupazione. Quello che Ya’alon sta effettivamente dicendo ora è: senza democrazia ci sarà una pulizia etnica? La sua conclusione quindi è: c’è un legame diretto fra la riforma del sistema giudiziario, lo smantellamento delle istituzioni democratiche dello Stato “ebraico e democratico” che gli è caro e la pulizia etnica e i crimini di guerra che Israele sta commettendo a Gaza?

 

Ciò che rafforza questo collegamento è il fatto che la pulizia etnica che si sta attuando a Gaza va di pari passo con l’intensificarsi da parte del governo di estrema destra della sua crociata contro le libertà civili e le istituzioni dello Stato. Alla fine di novembre la Knesset ha presentato una legge che faciliterà significativamente l’esclusione di candidati e liste dalla corsa in parlamento a causa del “sostegno al terrorismo”; tale legge mira chiaramente ad eliminare dalla Knesset i partiti palestinesi, privando quindi di significato le elezioni stesse e in pratica eliminando per sempre la possibilità che la destra perda. 

Anche i media sono sotto attacco: il governo sta presentando delle leggi per chiudere le emittenti radiotelevisive pubbliche e boicottando il quotidiano Haaretz per “i numerosi articoli che hanno danneggiato la legittimità di Israele nel mondo e il suo diritto all’autodifesa,” nelle parole del ministro delle Comunicazioni Shlomo Karh.

Ironicamente un altro bersaglio importante dell’attacco è proprio il sistema da cui proviene Ya’alon: le alte sfere della difesa. Nel video di nove minuti seguito all’arresto di Eli Feldstein, collaboratore e portavoce di Netanyahu sospettato di una fuga di documenti militari classificati per influenzare l’opinione pubblica israeliana, il primo ministro dipinge l’esercito, lo Shin Bet, la polizia e in misura minore il Mossad, come un altro “fronte” che egli è costretto a superare.

Su Channel 14, la principale rete di propaganda a favore di Netanyahu, varie agenzie di sicurezza sono incolpate non solo dei fallimenti del 7 ottobre, ma sono anche dipinte come responsabili di minare sistematicamente il raggiungimento della “vittoria totale” a Gaza. Questo attacco va oltre la retorica: misure come la “legge Feldstein” che darebbe l’immunità a chi passasse documenti classificati dall’esercito al primo ministro e la legge per trasferire il controllo dell’intelligence dall’esercito all’Ufficio del Primo ministro, entrambe passate in prima lettura alla Knesset, mirano a creare un apparato personale di intelligence per il Primo ministro che aggirerebbe esercito e Shin Bet. 

Lo smantellamento dell’establishment della difesa sta diventando una realtà tangibile.

Una guerra sempre più impopolare

Come in tutti i regimi populisti queste azioni sono giustificate quali passi necessari per mettere in pratica il mandato presumibilmente dato a Netanyahu e al suo governo dal “popolo,” mentre i suoi oppositori nell’esercito, nello Shin Bet, fra i pubblici ministeri o nei media sono descritti come un’élite che cerca di mantenere il proprio potere in modo non democratico contro il volere del popolo. Con un’assurda inversione delle parti la minoranza palestinese è descritta come se stesse dalla parte delle élite che sarebbero interessate ai diritti dei palestinesi a spese dei diritti del “popolo ebraico.”

È interessante che i commenti di Ya’alon sulla guerra a Gaza siano sempre più allineati con l’opinione dell’opinione pubblica in Israele, dove i sondaggi indicano che ora il governo rappresenta solo una piccola minoranza. Un sondaggio di Channel 12 pubblicato lo scorso weekend ha rilevato che il 71% del pubblico sostiene un accordo per gli ostaggi e la fine della guerra a Gaza, mentre solo il 15% è a favore della sua continuazione.

La decisione di mandare soldati in una guerra in cui potrebbero perdere la vita, specialmente quando prestano servizio in un esercito di leva, sta al centro del contratto sociale fra un governo e i suoi cittadini: il governo dovrebbe garantire ai cittadini il benessere, proteggere i loro diritti e difenderli; in cambio da loro ci si aspetta che rischino volontariamente le proprie vite per lo Stato. Perciò prima di andare in guerra ci si aspetta che un governo democratico si garantisca un ampio consenso.

Dopo il 7 ottobre c’è stato un consenso schiacciante a favore della guerra a Gaza. Similmente l’azione militare in Libano ha incontrato poca opposizione presso gli israeliani. Ma ora, dopo 14 mesi di guerra, con l’ottenimento di un cessate il fuoco al nord, gli ostaggi che muoiono uno dopo l’altro e i soldati che continuano a perdere la vita nonostante in teoria Hamas sia stato pressoché “eliminato”, i sondaggi mostrano che la maggioranza degli israeliani crede che la guerra a Gaza continui solo per gli interessi di Netanyahu e del suo governo.

Il piano palese della destra messianica è incentrato sul ritorno delle colonie come obiettivo ultimo della guerra. Ciò non fa altro che approfondire il divario, poiché c’è una grossa differenza fra morire in guerra contro Hamas, che ha attuato il massacro del 7 ottobre, e morire in una guerra che mira a ristabilire il blocco di colonie di Gush Katif smantellato dal “disimpegno” del 2005. Il fatto che personaggi come il ministro per gli Alloggi Yitzhak Goldknopf, leader ultraortodosso che non manda i propri figli a combattere nelle guerre di Israele, sventoli mappe di colonie insieme all’attivista per le colonie di estrema destra Daniella Weiss non fa che aggravare la crescente illegittimità della guerra agli occhi di ampi settori dell’opinione pubblica.

Questo crescente “deficit democratico” fra la gente e il governo può spiegare il rinnovato attacco di quest’ultimo alla democrazia e alle istituzioni statali. È come se il governo improvvisamente si rendesse conto che condurre una guerra impopolare sia difficile in una società dove l’esercito conta sulla leva obbligatoria e sui riservisti e così decidesse di smantellare ciò che rimane della democrazia.

E quindi perché non spogliare di ogni significato le elezioni escludendo dall’arena politica la minoranza palestinese? Perché non schiacciare i media e coltivare fedeli emittenti di propaganda come Channel 14 per eliminare totalmente dal dibattito ogni critica della popolazione alla guerra? Come ogni regime totalitario il governo di Netanyahu capisce l’assoluto bisogno di avere il monopolio sulla diffusione dell’informazione.

Tali azioni mirano a concedere a Netanyahu e al suo governo un controllo diretto sugli apparati militari e della sicurezza che fanno parte della stessa dinamica. Ronen Bar, a capo dello Shin Bet, è tenuto d’occhio, come lo sono i leader militari al vertice. Il governo sembra credere che ottenendo il controllo diretto sugli strumenti della forza si possa continuare la guerra a Gaza, attuare la pulizia etnica e i reinsediamenti con il sostegno anche solo del 30% dei cittadini.

Consciamente o no, Ya’alon si è schierato fermamente proprio contro questa decisione: lo smantellamento della democrazia per permettere a Smotrich e Ben Gvir di di ottenere quello che loro chiamano lo “sfoltimento” della popolazione palestinese a Gaza. E si può credere a Ben Gvir quando dice che Netanyahu, che in passato era stato più cauto su tali palesi crimini di guerra, ora sta “mostrando una certa apertura” verso l’idea di incoraggiare i palestinesi a “emigrare volontariamente.” 

Non c’è bisogno di dipingere Ya’alon come il paladino di democrazia e moralità o come un difensore dei diritti dei palestinesi. Infatti possiamo inquadrarlo per le sue recenti dichiarazioni nel contesto della sua leadership militare. Come ha argomentato il sociologo israeliano Lev Grinberg, i militari dipendono da una chiara divisione tra la “democrazia israeliana” entro la Linea Verde e l’occupazione al di là da essa. L’attacco di Netanyahu contro le istituzioni democratiche offusca questo confine e così facendo mina la legittimità dell’esercito a continuare la sua sfacciata e non democratica soppressione dei palestinesi.

Una completa rioccupazione militare di Gaza, la pulizia etnica dei palestinesi e il reinsediamento delle colonie cancellano totalmente questo confine ed ecco perché Ya’alon si oppone a queste manovre. Egli non affronta il collegamento diretto tra la pulizia etnica del 1948 e quella del 2024 e ci sono dubbi che lo farà mai in un futuro immediato. Tuttavia per un ex ministro della difesa ed ex capo di stato maggiore diventare un deciso oppositore non solo della rivoluzione antidemocratica di Netanyahu, ma anche della pulizia etnica dell’esercito a Gaza, è un progresso interessante.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Una imponente banca dati di prove, compilata da uno storico, documenta i crimini di guerra israeliani a Gaza

Nir Hasson

5 dicembre 2024 – Haaretz

Una donna con un bambino colpita mentre sventola una bandiera bianca ■ Ragazze ridotte alla fame morte stritolate mentre fanno la coda per il pane ■ Un sessantaduenne ammanettato investito, a quanto pare, da un carrarmato ■ Un attacco aereo prende di mira persone che cercano di aiutare un ragazzino ferito ■ Una banca dati di migliaia di video, foto, testimonianze, rapporti e indagini documenta gli orrori commessi da Israele a Gaza

La nota 379 del documento molto esteso e attentamente analizzato che lo storico Lee Mordechai ha redatto contiene il link a un video. Le immagini mostrano un grosso cane che rosicchia qualcosa tra gli arbusti. “Guarda guarda, ha preso il terrorista, il terrorista se n’è andato, andato in entrambi i sensi,” dice il soldato che ha filmato il cane che mangia un corpo umano. Dopo qualche secondo il soldato alza la cinepresa e aggiunge: “Ma che splendida vista, che splendido tramonto. Un sole rosso sta tramontando sulla Striscia di Gaza. Decisamente un bel tramonto.”

Il rapporto che il dottor Mordechai ha raccolto in rete, “Bearing Witness to the Israel-Gaza War” [Testimoniare la guerra tra Israele e Gaza. Link: https://witnessing-the-gaza-war.com/wp-content/uploads/2024/12/Bearing-witness-to-the-Israel-Gaza-War-v6.5.5-5.12.24.pdf], costituisce la documentazione più metodica e dettagliata in ebraico (c’è anche una traduzione in inglese) dei crimini di guerra che Israele sta perpetrando a Gaza. È uno scioccante atto d’accusa che comprende migliaia di voci riguardanti la guerra, le azioni del governo, dei media, dell’esercito israeliano e della società israeliana in generale. La traduzione in inglese della settima, e finora ultima, versione del testo, è lunga 124 pagine e contiene oltre 1.400 note riguardanti migliaia di fonti, comprese testimonianze dirette, riprese video, materiale investigativo, articoli e fotografie.

Per esempio ci sono link a testi e altre testimonianze che descrivono azioni attribuite ai soldati israeliani che sono stati visti “sparare contro civili che sventolavano una bandiera bianca, oltraggiare persone, prigionieri e cadaveri, danneggiare o distruggere allegramente case, strutture di vario genere e istituzioni, luoghi religiosi e saccheggiare beni privati, così come sparare a casaccio con le loro armi, colpire animali domestici, distruggere beni privati, bruciando libri all’interno di biblioteche, deturpare simboli palestinesi e islamici (bruciando anche il Corano e trasformando moschee in mense).”

Un link porta i lettori al video di un soldato a Gaza che sventola un grande cartello preso dal negozio di un barbiere nella città di Yehud, nella zona centrale di Israele, con corpi sparsi lì attorno. Altri link sono tratti da riprese di soldati schierati a Gaza che leggono il Libro di Ester, come si è soliti fare il giorno di Purim, ma ogni volta che viene proferito il nome dell’empio Aman invece di scuotere i tradizionali strumenti che fanno molto rumore, sparano un colpo di mortaio. Si vede un soldato che obbliga prigionieri legati e con gli occhi bendati a salutare le loro famiglie e dirgli che vogliono essere suoi schiavi. Vengono fotografati soldati che si sono impossessati di molti soldi saccheggiati da case di gazawi. Si vede un bulldozer dell’esercito che distrugge una grande quantità di pacchi di cibo di un’agenzia umanitaria. Un soldato canta il motivetto per bambini “Il prossimo anno bruceremo la scuola”, mentre dietro si vede una scuola in fiamme. E ci sono parecchi video di soldati che indossano indumenti intimi femminili che hanno depredato.

La nota 379 compare in una sezione intitolata “Disumanizzazione nell’esercito israeliano” inclusa nel capitolo chiamato “Il discorso israeliano e la disumanizzazione dei palestinesi”. Esso contiene centinaia di esempi del comportamento crudele dimostrato dalla società e dalle istituzioni statali israeliane rispetto alla sofferenza degli abitanti di Gaza, dal primo ministro che parla di Amalek ai dati riguardanti le 18.000 esortazioni di israeliani sulle reti sociali perché la Striscia venga rasa al suolo, dai medici israeliani che esprimono appoggio al bombardamento di ospedali a Gaza al comico che scherza sulla morte dei palestinesi, e include un coro di bambini che cantano dolcemente “Entro un anno avremo annichilito tutti e poi torneremo ad arare i nostri campi,” sulla melodia della canzone iconica del periodo della guerra d’Indipendenza [nel 1947-49, quando più di 700.000 palestinesi vennero cacciati, ndt.] “Shir Hare’ut” (Canzone di Cameratismo).

I link di “Bearing Witness to the Israel-Gaza War” riguardano anche crudi video di corpi sparsi in giro in ogni possibile stato: persone schiacciate sotto le macerie, pozze di sangue e urla di persone che hanno perso in un attimo tutta la propria famiglia. Ci sono oggetti che attestano l’uccisione di disabili, umiliazioni e aggressioni sessuali, l’incendio di case, fame imposta, spari a casaccio, saccheggi, vilipendio di cadaveri e molto altro.

Anche se non tutte le testimonianze possono essere provate, il quadro che ne emerge è quello di un esercito che nel migliore dei casi ha perso il controllo di molte unità, i cui soldati fanno tutto quello che vogliono, e nel peggiore dei casi sta consentendo al proprio personale di commettere i crimini di guerra più atroci che si possano immaginare.

Mordechai cita prove delle peggiori condizioni che la guerra ha imposto ai gazawi. Un medico che ha amputato la gamba di un nipote su un tavolo da cucina, senza anestesia e usando un coltello da cucina. Gente che mangia carne di cavallo ed erba, o beve acqua marina per alleviare la fame. Donne obbligate a partorire in un’aula scolastica piena di gente. Medici impotenti che assistono alla morte di persone ferite perché non c’è modo di aiutarle. Donne affamate spinte nella calca in coda fuori da una panetteria: secondo il rapporto, nell’incidente due ragazze di 13 e 17 anni e una donna di 50 sono morte schiacciate.

Secondo “Bearing Witness” a gennaio nei campi profughi della Striscia “ci sono stati in media un gabinetto ogni 220 persone e una doccia ogni 4.500. Un numero significativo di organizzazioni mediche e sanitarie ha informato che le malattie infettive e i disturbi della pelle si sono diffusi tra un gran numero di gazawi.”

Sempre più minori

Lee Mordechai, 42 anni, ex-ufficiale del genio militare da combattimento dell’IDF [l’esercito israeliano, ndt.], attualmente è professore associato di storia presso l’Università Ebraica di Gerusalemme, specializzato in disastri naturali e provocati dall’uomo in epoca antica e medievale. Ha scritto dell’epidemia del VI secolo nel periodo giustinianeo e dell’inverno provocato da un vulcano [esploso in Islanda e che provocò per 10 anni un crollo delle temperature, ndt.] che colpì l’emisfero nord nel 536 d.C. Ha affrontato l’argomento del disastro a Gaza dal punto di vista di uno storico accademico, con una prosa asciutta e pochi aggettivi, avvalendosi della maggiore diversità possibile di fonti primarie. La sua scrittura è priva di interpretazioni e aperta a verifiche e revisioni. Ed è proprio per questo che gli aspetti riflessi dal suo testo sono così assolutamente terrificanti.

Ho sentito che non avrei potuto continuare a vivere nella mia bolla, che stiamo parlando di reati gravissimi e che quello che sta succedendo è semplicemente troppo grande e contraddice i valori in cui sono stato educato qui,” afferma Mordechai. “Non ho intenzione di scontrarmi con la gente né di litigare. Ho scritto il documento in modo che diventi pubblico, in modo che tra altri sei mesi o un anno o cinque anni o 10 o 100, la gente sia in grado di tornare indietro e vedere che cosa si sapeva, questo era quello che si poteva sapere, fin dallo scorso gennaio, o marzo, e che quelli di noi che non lo sapevano hanno scelto di non saperlo.”

Il mio ruolo di storico,” continua, “è dare voce a quelli che non possono far sentire la propria voce, che siano eunuchi nell’XI secolo o bambini di Gaza. Ho cercato deliberatamente di non fare appello alle emozioni delle persone e non uso parole che possano essere discutibili o poco chiare. Non parlo di terroristi o di sionismo o di antisemitismo. Cerco di utilizzare un linguaggio più freddo e asciutto possibile e di attenermi ai fatti per come li conosco.”

Quando è scoppiata la guerra Mordechai stava passando l’anno sabbatico a Princeton. Il 7 ottobre in Israele era già pomeriggio, quando lui si è svegliato. Nel giro di poche ore ha capito che c’era una disparità tra quello che l’opinione pubblica israeliana stava vedendo e la realtà. Questa consapevolezza è derivata da un sistema alternativo di ricevere informazioni che ha creato per sé nove anni fa.

Nel 2014, durante l’operazione Margine Protettivo (contro Gaza), sono tornato dai miei studi di dottorato negli Stati Uniti e da ricerche condotte nei Balcani. Allora ho percepito che in Israele non c’era un dialogo aperto, tutti stavano dicendo le stesse cose. Così ho fatto uno sforzo consapevole di accedere a fonti di informazione alternative, (basate su) media, blog, reti sociali straniere. É simile anche al mio lavoro come storico, alla ricerca di fonti primarie. Così mi sono creato una specie di sistema personale per capire quello che stava succedendo nel mondo. Il 7 ottobre ho attivato il sistema e ho capito abbastanza in fretta che l’opinione pubblica israeliana stava sperimentando un ritardo di ore, Ynet [sito israeliano di notizie, ndt.] ha trasmesso un notiziario secondo cui era possibile che fossero stati presi degli ostaggi, ma io avevo già visto immagini di rapimenti. Ciò ha creato una dissonanza tra quello che veniva detto sulla realtà della situazione e la realtà effettiva, e questa sensazione si è intensificata.”

In effetti la disparità tra quello che Mordechai ha scoperto e le informazioni che comparivano sui media israeliani e su quelli stranieri non ha fatto che crescere: “La storia più clamorosa all’inizio della guerra è stata quella dei 40 neonati israeliani decapitati il 7 ottobre. Quella storia ha provocato un sacco di titoli nei media internazionali, ma quando lo confronti con la lista (ufficiale della Previdenza Sociale) degli uccisi ti rendi conto molto in fretta che non è mai avvenuta.”

Mordechai ha iniziato a seguire reportage da Gaza sulle reti sociali e sui media internazionali: “Fin dall’inizio ho avuto un flusso di immagini di distruzione e sofferenza, e ti rendi conto che ci sono due mondi separati che non stanno comunicando tra loro. Mi ci sono voluti alcuni mesi per scoprire quale fosse il mio ruolo. A dicembre il Sudafrica ha presentato la sua denuncia formale contro Israele per genocidio in 84 pagine dettagliate con molteplici riferimenti alle fonti su cui si poteva fare un controllo incrociato.

Non penso che tutto potesse essere accettato come prova,” aggiunge, “ma ti ci devi confrontare, vedere su cosa è basato, prendere in considerazione le sue implicazioni. Fin dall’inizio della guerra volevo tornare in Israele per fare lavoro volontario a favore di una associazione della società civile, ma per ragioni familiari non ho potuto. Ho deciso di utilizzare il tempo libero che ho avuto durante l’anno sabbatico a Princeton per cercare di mettere al corrente il pubblico israeliano che si informa solo sui media locali.”

Il 9 gennaio ha pubblicato la prima versione di “Bearing Witness” lunga solo 8 pagine. Il numero degli uccisi nella Striscia, secondo il ministero della Sanità di Gaza, ufficialmente noto come il ministero palestinese della Sanità – Gaza, allora era di 23.210. “Non credo che qualunque cosa ci sia scritto qui porterà a cambiare politica o a convincere molte persone,” ha scritto all’inizio di quel documento. “Semmai l’ho scritto pubblicamente come storico e cittadino israeliano per mettere a verbale la mia posizione personale riguardo all’orribile situazione attuale a Gaza, mentre gli avvenimenti sono in corso. Scrivo come individuo, in parte a causa del disperante silenzio generale riguardo a questo argomento da parte di molte istituzioni accademiche locali, soprattutto quelle nella posizione di fare commenti, anche se alcuni miei colleghi ne hanno coraggiosamente parlato.”

Da allora Mordechai ha passato molte centinaia di ore a raccogliere informazioni e a scrivere, continuando ad aggiornare il documento che compare sul sito che ha creato. Da quando si è imbarcato in questo progetto ha migliorato il modo in cui lavora: compila meticolosamente articoli da diverse fonti su una pagina Excel da cui, dopo un ulteriore controllo, seleziona i punti che verranno menzionati nel testo. Utilizza una vasta gamma di fonti: immagini riprese da civili, articoli di media, rapporti delle Nazioni Unite e altre organizzazioni internazionali, reti sociali, blog e via di seguito.

Pur riconoscendo che alcune delle fonti non rispettano standard giornalistici o etici corretti, Mordechai difende la credibilità della sua documentazione: “Non è che io copio e incollo qualunque cosa con cui se ne esca qualcun altro. D’altra parte è chiaro che c’è una discrepanza tra quello che esiste e quello che noi avremmo effettivamente voglia di vedere: vorremmo che ogni incidente nella Striscia venisse esaminato correttamente da due organizzazioni internazionali indipendenti e autonome, ma questo non avverrà.

Quindi io controllo chi sta informando, se è stato colto a mentire, se c’è qualche associazione o blogger che diffonde informazioni che posso dimostrare siano scorrette, e in quel caso smetto di utilizzarli e li cancello. Attribuisco un grande peso alle fonti neutrali, come organizzazioni per i diritti umani e l’ONU, e faccio una specie di sintesi tra fonti per vedere se (l’informazione) è coerente. Lavoro anche in modo molto aperto e invito chiunque voglia a controllarmi. Sarò molto contento di vedere che mi sono sbagliato riguardo a quello che scrivo, ma non succede. Finora ho dovuto fare pochissime correzioni.”

Una lettura accurata del rapporto di Mordechai aiuta a disperdere la nebbia che ha avvolto gli israeliani da quando è scoppiata la guerra. Un esempio significativo è il numero di vittime: la guerra del 7 ottobre è la prima in cui Israele non fa alcuno sforzo per conteggiare il numero dei morti dall’altra parte. In assenza di altre fonti molte persone in tutto il mondo – governi stranieri, mezzi di informazione, organizzazioni internazionali – si basano su quanto riporta il ministero palestinese della Sanità – Gaza, che si ritiene sia decisamente attendibile. Israele cerca di negare i dati del ministero. I mezzi di informazione locali di solito notano che la fonte di tali dati è “il ministero della Sanità di Hamas”.

Tuttavia pochi israeliani sanno che non solo l’esercito ma anche il governo israeliano non hanno dati propri, numeri alternativi relativi alle vittime, ma che autorevoli fonti israeliane, in mancanza di altri dati, finiscono effettivamente per confermare quelli pubblicati dal ministero di Gaza. Quanto autorevoli?

Lo stesso Benjamin Netanyahu. Il 10 marzo, per esempio, il primo ministro ha affermato in un’intervista che Israele ha ucciso 13.000 miliziani di Hamas e ha stimato che per ognuno di loro sono stati uccisi 1,5 civili. In altre parole, fino a quel momento tra le 26.000 e 32.500 persone erano state uccise nella Striscia. Quel giorno il ministero palestinese aveva pubblicato la cifra di 31.112 morti a Gaza, all’interno del margine citato da Netanyahu. Alla fine del mese Netanyahu ha parlato di 28.000 morti, circa 4.600 in meno rispetto ai dati ufficiali palestinesi. Alla fine di aprile il Wall Street Journal ha citato una stima di alti ufficiali dell’esercito israeliano secondo cui il numero di morti era approssimativamente di 36.000, più del numero pubblicato in quel momento dal ministero palestinese.

Mordechai: “É come se, da parte israeliana, stiano scegliendo di non occuparsi dei numeri, benché Israele potrebbe presumibilmente farlo: la tecnologia esiste e Israele controlla l’anagrafe palestinese. Il sistema della difesa ha anche immagini facciali, potrebbe fare un controllo incrociato e trovare che qualcuno che potrebbe essere stato dichiarato morto ha attraversato un posto di controllo. Forza, fammi vedere! Dammi la prova e cambierò il mio approccio. Mi complicherò la vita, ma sarò molto meno sconvolto.

Penso che dobbiamo chiedere a noi stessi quale “livello” di prove è richiesto perché cambiamo le nostre opinioni riguardo al numero di palestinesi che sono stati uccisi. Questa è la domanda che ognuno di noi deve fare a sé stesso – forse per te le prove che cito non sono sufficienti – perché ci dev’essere una sorta di livello realistico nell’accumulazione di prove arrivati al quale accetteremo il numero come affidabile.

Per me,” spiega, “questo punto è arrivato molto tempo fa. E dopo che uno ha fatto il lavoro sporco e capisce un po’ meglio i dati, la questione comincia ad essere non quanti palestinesi sono morti, ma perché e come l’opinione pubblica israeliana continui a dubitare di questi numeri dopo più di un anno di ostilità e contro ogni evidenza.”

Nel suo rapporto cita i dati del ministero palestinese che riportano, tra i morti da quando è scoppiata la guerra fino allo scorso giugno, 273 dipendenti dell’ONU e di organizzazioni di soccorso, 100 professori, 243 atleti, 489 lavoratori della sanità (compresi 55 medici specialisti), 710 bambini con meno di un anno e quattro nati prematuri morti dopo che l’esercito ha obbligato l’infermiere che se ne prendeva cura a lasciare l’ospedale. L’infermiere si occupava di cinque prematuri e ha deciso di salvarne uno che sembrava avere più possibilità di sopravvivere. I corpi in decomposizione degli altri quattro sono stati trovati nelle incubatrici due settimane dopo.

Nel testo di Mordechai la nota che riguarda questi neonati non fa riferimento a un tweet di un gazawi o di un blog filo-palestinese, ma a un’inchiesta del Washington Post. Gli israeliani che potrebbero mettere in discussione “Bearing Witness to the Israel-Gaza War” in quanto si basa su reti sociali o su informazioni non verificate devono riconoscere che si fonda anche su decine di inchieste di praticamente tutti i principali mezzi di informazioni occidentali. Numerosi mezzi di informazione hanno esaminato incidenti a Gaza utilizzando standard giornalistici rigorosi, e ne hanno ricavato prove di atrocità. Un’inchiesta della CNN ha confermato l’accusa palestinese riguardo al “massacro della farina”, in cui il primo marzo circa 150 palestinesi che erano arrivati per prendere cibo da un convoglio di aiuti sono stati uccisi. L’esercito israeliano ha dichiarato che erano state la ressa e la fuga precipitosa degli stessi gazawi ad ucciderli, non gli spari di avvertimento dei soldati che si trovavano in zona. Alla fine l’inchiesta della CNN, basata su attente analisi della documentazione e su 22 interviste a testimoni oculari, ha scoperto che la maggioranza delle vittime in effetti è stata causata dagli spari.

Il New York Times, ABC, CNN, la BBC, organizzazioni internazionali e l’associazione israeliana per i diritti umani B’Tselem hanno pubblicato i risultati delle loro inchieste su casi di torture, maltrattamenti, stupri e altre atrocità perpetrati contro detenuti palestinesi nella base di Sde Teiman dell’esercito israeliano nel Negev e in altre strutture. Amnesty International ha esaminato quattro incidenti in cui non c’erano obiettivi militari o giustificazioni per un attacco, in cui le forze dell’IDF hanno ucciso un totale di 95 civili.

Un’inchiesta a fine marzo di Yaniv Kubovich su Haaretz ha mostrato che l’IDF ha creato “zone di uccisione” in cui molti civili sono stati colpiti dopo aver attraversato una linea immaginaria delimitata da un comandante sul campo: i morti sono stati definiti terroristi dopo morti. La BBC ha messo in dubbio la stima dell’IDF sul numero di terroristi che le sue forze hanno ucciso in generale; la CNN ha ampiamente informato su un incidente in cui è stata spazzata via un’intera famiglia; la NBC ha indagato su un attacco contro civili nelle cosiddette zone umanitarie; il Wall Street Journal ha verificato che l’IDF si stava basando sui rapporti delle vittime a Gaza pubblicati dal ministero palestinese della Sanità; l’AP ha sostenuto in un rapporto dettagliato che l’IDF ha presentato solo una prova affidabile che mostra che Hamas stesse operando nei sotterranei di un ospedale, nel tunnel scoperto nel cortile dell’ospedale Shifa; il New Yorker e il Telegraph hanno pubblicato i risultati di approfondite indagini su casi che coinvolgono minori i cui arti hanno dovuto essere amputati, e c’è molto altro, tutto citato in “Bearing Witness”.

Non vi è incluso un rapporto pubblicato proprio questa settimana dal ministero palestinese della Sanità – Gaza in cui si afferma che dal 7 ottobre 1.140 famiglie sono state totalmente cancellate dall’anagrafe, molto probabilmente vittime di bombardamenti aerei.

Mordechai cita numerosi elementi relativi alle regole d’ingaggio lassiste dell’IDF nella Striscia di Gaza. Un video mostra un gruppetto di rifugiati con in testa una donna che tiene il figlio con una mano e una bandiera bianca nell’altra; si vede che viene colpita, probabilmente da un cecchino, e cade a terra mentre il figlio lascia la sua mano e fugge per salvarsi. Un altro incidente, ampiamente riportato a fine ottobre, mostra il tredicenne Mohammed Salem che invoca aiuto dopo essere stato ferito in un attacco aereo. Quando delle persone si avvicinano per aiutarlo vengono prese di mira da un altro attacco simile. Salem e un altro ragazzino sono stati uccisi e oltre 20 persone ferite.

Mordechai riconosce che guardare le testimonianze visive della guerra ha indurito il suo cuore, oggi può vedere persino le scene più atroci. “Quando (anni fa) sono stati postati i video dell’ISIS, non li ho guardati. Ma qui ho sentito che era mio dovere, perché questo viene fatto in mio nome, quindi lo devo vedere per comunicare quello che ho visto. Quello che è importante è la quantità, sono minori e di nuovo minori e ancora una volta minori.”

Alla domanda di quale delle migliaia di immagini, che si tratti di video o foto, di morti, feriti o persone che soffrono, ha avuto un maggiore impatto su di lui, Mordechai ci pensa e cita una foto del corpo di un uomo che in seguito è stato identificato come Jamal Hamdi Hassan Ashour. Ashour, 62 anni, sarebbe stato investito da un carrarmato a marzo, il suo corpo straziato fino a renderlo irriconoscibile. Secondo fonti palestinesi una fascetta di plastica su una delle sue mani dimostra il fatto che in precedenza era stato arrestato. L’immagine è stata postata su un canale israeliano di Telegram con la didascalia “Ti piacerà!”

In vita mia non avevo mai visto niente di simile,” dice Mordechai ad Haaretz. “Ma peggio ancora è il fatto che l’immagine è stata condivisa da soldati in un gruppo Telegram israeliano ed ha avuto reazioni molto favorevoli.” Oltre alle informazioni su Ashour, “Bearing Witness” fornisce link a immagini di un certo numero di altri corpi le cui condizioni suggeriscono che sono stati travolti da blindati. In un caso, secondo un rapporto palestinese, le vittime erano una madre con il figlio.

Un caso citato solo in una nota testimonia di questioni relative ai metodi di Mordechai e ai dilemmi che deve affrontare. Alla fine di marzo Al Jazeera ha pubblicato un’intervista a una donna arrivata all’ospedale Shifa di Gaza e ha detto che i soldati dell’IDF avevano stuprato donne. Poco dopo la famiglia della donna ha negato le accuse che lei aveva fatto e Al Jazeera ha eliminato il reportage, ma molte persone continuano ad avere dubbi.

In base alla mia metodologia dopo la cancellazione da parte di Al Jazeera questo non è credibile e non è successo,” dice Mordechai. “Ma mi chiedo anche: forse sto contribuendo a far tacere quella donna? E non per rispettare la verità, ma in nome dell’onore suo e della sua famiglia. É giusto? Non lo è, ma in fondo sono un essere umano e devo decidere. Quindi in una nota ho spiegato che era la denuncia di una donna e ho aggiunto (che era) ‘quasi sicuramente falsa’ per esprimere le mie riserve.

Non garantisco che ogni testimonianza sia completamente attendibile. Di fatto nessuno sa esattamente cosa stia succedendo a Gaza, non i media internazionali, sicuramente non gli israeliani e neppure l’IDF. In ‘’Bearing Witness’ sostengo che mettere a tacere le voci da Gaza – le limitazioni all’informazione che escono da lì – è parte del metodo di lavoro che rende possibile la guerra. Io sostengo le sintesi che sto usando e spero di sbagliarmi. Ma dal lato israeliano non c’è niente. Sto parlando di prove – voglio delle prove!”

Un caso descritto nel documento, anche se per molti israeliani sarà difficile da credere, riguarda l’uso da parte dell’IDF di un drone che emette suoni di un neonato che piange per stabilire dove si trovano civili e forse farli uscire dal loro rifugio. Nel video a cui fa riferimento il link che fornisce Mordechai si sente piangere e si possono vedere le luci di un drone.

Sappiamo che ci sono droni con altoparlanti, forse qualche soldato annoiato ha deciso di farlo come scherzo ed è percepito dai palestinesi come orribile,” afferma. “Ma è davvero così inverosimile che qualche soldato, invece di essere filmato con mutandine e reggiseno o di dedicare l’esplosione di una strada a sua moglie, farebbe qualcosa del genere? Potrebbe essere un’invenzione, ma è compatibile con quello che sto vedendo.” Questa settimana Al Jazeera ha mandato in onda un’inchiesta sui cosiddetti droni che piangono e ha sostenuto che il loro uso è stato confermato da vari testimoni oculari che hanno tutti raccontato la stessa storia.

Possiamo ancora discutere di testimonianze aneddotiche di questo genere, ma è difficile farlo di fronte a montagne di testimonianze più attendibili,” nota Mordechai. “Per esempio decine di medici americani che hanno fatto lavoro volontario a Gaza hanno riportato che praticamente ogni giorno vedono minori colpiti alla testa. Come lo si può spiegare? Stiamo cercando di spiegarlo o ce ne stiamo occupando?”

Uno dei picchi della brutalità dell’esercito israeliano a Gaza è risultato evidente durante il secondo grande attacco contro l’ospedale Shifa a metà marzo, aggiunge lo storico. In effetti gli dedica un capitolo a parte. L’IDF ha sostenuto che l’ospedale all’epoca era un centro di attività di Hamas e che durante il raid c’erano stati scontri a fuoco, dopodiché 90 aderenti ad Hamas, alcuni di alto rango, erano stati arrestati.

Tuttavia l’occupazione dello Shifa da parte dell’IDF è durata circa due settimane. In quel periodo, secondo fonti palestinesi, l’ospedale è diventato una zona di assassinii e torture. A quanto pare 240 pazienti e personale medico sono stati rinchiusi in uno degli edifici per una settimana senza cibo. Medici sul posto hanno raccontato che almeno 22 pazienti sono morti. Un certo numero di testimoni, tra cui personale dell’ospedale, hanno descritto esecuzioni. Un video girato da un soldato mostra detenuti legati e bendati seduti in un corridoio, con la faccia rivolta verso il muro. Secondo le fonti dopo che l’IDF si è ritirato dall’ospedale nel cortile sono stati trovati decine di corpi. Ci sono vari video che documentano l’esumazione dei corpi, alcuni dei quali mutilati, altri sepolti sotto le macerie o a terra in grandi pozze di sangue rappreso. Una corda era legata attorno al braccio di uno degli uomini uccisi, il che probabilmente dimostra che è stato legato prima di essere ucciso.

Un altro picco di brutalità è stato raggiunto durante gli ultimi due mesi nell’operazione militare ancora in corso nella zona settentrionale della Striscia, iniziata il 5 ottobre. L’IDF ha tagliato fuori Jabalya, Beit Lahia e Beit Hanoun da Gaza City e agli abitanti è stato ordinato di andarsene. Molti lo hanno fatto, ma molte migliaia sono rimaste nella zona assediata.

In quella fase l’esercito ha lanciato quella che l’ex capo di stato maggiore dell’IDF ed ex ministro della Difesa Moshe Ya’alon ha definito questa settimana “pulizia etnica” della zona: alle associazioni di assistenza è stato vietato di entrarvi, l’ultimo magazzino di farina è stato incendiato, le ultime due panetterie chiuse e sono state proibite persino le attività di squadre della protezione civile che portano via le vittime. La fornitura di acqua è stata interrotta, le ambulanze sono state manomesse e gli ospedali attaccati.

Ma i principali sforzi dell’esercito si sono concentrati sugli attacchi aerei. Quasi ogni giorno i palestinesi hanno raccontato di decine di vittime quando edifici residenziali e scuole, diventati campi profughi, sono stati bombardati. Il rapporto di Mordechai cita decine di racconti ben documentati riguardanti bombardamenti, famiglie che hanno raccolto i corpi dei propri cari tra le rovine, inumazioni in grandi tombe comuni, persone ferite coperte di polvere, adulti e bambini scioccati, persone che gridano con parti del corpo sparse attorno a loro, e via di seguito.

In un video del 20 ottobre si vedono due bambini estratti dalle macerie. Il primo sembra stordito, gli occhi gonfi e totalmente coperto di sangue e polvere. Vicino a lui viene estratto un corpo senza vita, che sembra di una ragazza.

Da parte sua nelle ultime due settimane Haaretz ha inviato domande all’unità del portavoce dell’IDF riguardo a circa 30 incidenti, la maggior parte dei quali a Gaza, in cui sono stati uccisi molti civili. L’unità ha risposto che ne ha classificato la maggioranza come eventi insoliti e sono stati deferiti allo stato maggiore per ulteriori indagini.

Mordechai rifiuta categoricamente l’affermazione che si sente dire comunemente dagli israeliani secondo cui quanto sta avvenendo a Gaza non è così terribile se confrontato con altre guerre. “Bearing Witness” mostra, per esempio, che a Gaza sono stati uccisi più minorenni di quelli uccisi in tutte le guerre nel mondo nei tre anni prima di quella del 7 ottobre. Già nel primo mese di guerra il numero dei minori uccisi era 10 volte maggiore di quello della guerra in Ucraina nel corso di un anno.

A Gaza sono stati uccisi più giornalisti che in tutta la Seconda Guerra Mondiale. Secondo un’inchiesta pubblicata da Yuval Avraham sul sito Sicha Mekomit (Local Call) [versione in ebraico del sito in inglese +972 magazine, ndt.] riguardo ai sistemi di intelligenza artificiale utilizzati nelle campagne di bombardamenti dell’IDF a Gaza, è stata data l’autorizzazione di uccidere fino a 300 civili per assassinare alte cariche di Hamas. In confronto documenti rivelano che per l’esercito americano quel dato era di un decimo – 30 civili – nel caso di un assassino di livello molto maggiore di Yahya Sinwar [defunto leader di Hamas, ndt.]: Osama Bin-Laden.

Un’inchiesta del Wall Street Journal afferma che nei primi tre mesi della guerra Israele ha lanciato più bombe su Gaza di quante sono state sganciate dagli Stati Uniti in Iraq in sei anni. Lo scorso anno nelle carceri israeliane sono morti 48 prigionieri rispetto ai 9 a Guantanamo in tutti i suoi 20 anni di esistenza. I dati sono eloquenti anche riguardo alle cifre delle vittime in guerre di altri Paesi: la coalizione delle forze in Iraq ha ucciso 11.516 civili in cinque anni e 46.319 civili sono stati uccisi in 20 anni nella guerra in Afghanistan. Secondo le stime più modeste dal 7 ottobre 2023 circa 30.000 civili sono stati uccisi nella Striscia.

Il rapporto di Mordechai riflette non solo gli orrori che avvengono a Gaza ma anche l’indifferenza di Israele riguardo ad essi: “All’inizio c’è stato un tentativo di giustificare l’invasione dell’ospedale Shifa, oggi non c’è neppure più questa pretesa, si attaccano ospedali e non c’è neppure una discussione pubblica. Non ci occupiamo in alcun modo delle implicazioni di queste operazioni. Apri i social media e sei inondato dalla disumanizzazione. Che cosa ci sta facendo? Sono cresciuto in una società con un’etica totalmente diversa. C’erano sempre mele marce, ma guarda il caso dell’autobus 300 (un avvenimento del 1984, in cui agenti dello Shin Bet sul campo giustiziarono due arabi che avevano dirottato un autobus) e guarda dove siamo arrivati. Per me è importante svelare, è importante che queste cose saltino fuori. Questa è la mia forma di resistenza.”

Un oscuro segreto

Nella versione più recente di “Bearing Witness” Mordechai ha aggiunto un’appendice che spiega perché, secondo lui, le azioni di Israele a Gaza costituiscono un genocidio, un argomento che espone nella nostra conversazione: “Dobbiamo distinguere il modo in cui noi come israeliani pensiamo al genocidio – camere a gas, campi di sterminio e Seconda Guerra Mondiale – dal modello apparso nella Convenzione sulla Prevenzione e la Punizione del Crimine di Genocidio (1948)” spiega. “Non ci devono essere campi di sterminio perché venga considerato un genocidio. Si riduce tutto alla commissione di atti, uccisioni, ma non solo, (ci sono) anche persone ferite, rapimento di minori e persino anche solo tentativi di impedire le nascite tra una particolare categoria di persone. Ciò che tutte queste azioni hanno in comune è la distruzione deliberata di un gruppo.

Le persone con cui parlo in genere non discutono delle azioni intraprese, ma delle intenzioni. Diranno che non ci sono documenti che dimostrino che Netanyahu o (il capo di stato maggiore dell’IDF) Herzl Halevi abbiano ordinato un genocidio. Ma ci sono dichiarazioni e testimonianze. Moltissime. Il Sudafrica ha presentato un documento di 120 pagine che contiene un gran numero di testimonianze che dimostrano l’intenzione.”

Il giornalista Yunes Tirawi ha raccolto dichiarazioni sul genocidio e la pulizia etnica dalle reti sociali di più di 100 persone che sono in rapporto con l’IDF, a quanto pare ufficiali della riserva. “Cosa ne facciamo di tutto questo? Dal mio punto di vista i fatti parlano chiaro. Vedo una linea diretta tra queste dichiarazioni, l’assenza del tentativo di fare i conti con queste dichiarazioni e la situazione sul terreno che corrisponde alle dichiarazioni.”

La versione in inglese di “Bearing Witness” fa riferimento ad articoli di sei importanti personalità israeliane che hanno già affermato che a loro parere Israele sta perpetrando un genocidio: l’esperto di Olocausto e genocidio Omer Bartov; il ricercatore sull’Olocausto Daniel Blatman (che ha scritto che quello che Israele sta facendo a Gaza è una via di mezzo tra la pulizia etnica e il genocidio); lo storico Amos Goldberg; lo studioso di Olocausto Raz Segal; l’esperto di diritto internazionale Itamar Mann; lo storico Adam Raz.

La definizione è meno importante,” afferma Mordechai. “Quello che importa sono i fatti. Supponiamo che tra qualche anno la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia dichiari che non è genocidio ma quasi genocidio. Ciò lo rende migliore? Ciò attesta una vittoria morale di Israele? Voglio vivere in un posto che perpetra un ‘quasi genocidio’? Il dibattito sul termine attira l’attenzione, ma le cose succedono in un modo o nell’altro, che raggiungano quel livello o meno. Alla fine dobbiamo chiederci come fermarlo e come risponderemo ai nostri figli quando ci chiederanno cosa abbiamo fatto durante la guerra. Dobbiamo agire.”

Ma la definizione è importante. Tu stai dicendo agli israeliani: “Guardate, state vivendo nella Berlino del 1941.” Qual era l’imperativo morale per la gente che viveva nella Berlino di allora? Cosa si presume faccia un cittadino quando il suo Stato commette un genocidio?

Una posizione morale comporta sempre un costo. Se non c’è alcun costo è semplicemente una posizione accettata, nella norma. Il valore di una cosa per una persona è espresso dal prezzo che è disposta a pagare per essa. D’altra parte mi rendo conto che la gente ha anche altri motivi e necessità – guadagnarsi da vivere, conservare i rapporti con la famiglia – ognuno deve prendere le proprie decisioni. Dal mio punto di vista quello che faccio è parlare e continuare a farlo, che la gente ascolti o meno. Ciò porta via molto tempo e forza mentale, ma sono arrivato alla conclusione che è la cosa più utile che io possa fare.”

Prima che ce ne andiamo Mordechai mi manda un ultimo link. Non riguarda testimonianze di atrocità a Gaza, ma una breve storia della defunta scrittrice americana Ursula K. Le Guin, “Quelli che se ne vanno da Omelas.” La storia riguarda la città di Omelas, dove la gente è bellissima e felice e la sua vita è interessante e gioiosa. Ma da adulti gli abitanti di Omelas imparano gradatamente l’oscuro segreto della loro città: la loro felicità dipende dalla sofferenza di un bambino obbligato a rimanere in una lurida stanza sottoterra e a loro non è consentito consolarlo o assisterlo. “E’ l’esistenza del bambino e la loro consapevolezza della sua esistenza che rende possibile la grandezza della loro architettura, l’intensità della loro musica, la profondità della loro scienza. È a causa del bambino che sono così gentili con i bambini,” scrive Le Guin.

La maggioranza degli abitanti di Omelas continua a vivere con questa consapevolezza, ma ogni tanto uno di loro va a trovare il bambino e non ritorna, ma invece comincia a camminare e lascia la città. La storia finisce così: “Camminano andando avanti nell’oscurità e non tornano indietro. Il posto verso cui si dirigono è un luogo ancor meno immaginabile per la maggioranza di noi della città della gioia. Non posso descriverlo. È possibile che non esista. Ma sembra che sappiano dove stanno andando.”

L’ufficio del portavoce dell’IDF ha risposto che l’esercito israeliano “opera solo contro obiettivi militari e adotta una serie di precauzioni per evitare danni a non-combattenti, anche inviando avvertimenti alla cittadinanza. Riguardo agli arresti, ogni sospetto di violazione degli ordini o delle leggi internazionali viene indagato ed esaminato. In generale se c’è il sospetto di un comportamento inappropriato, di possibile natura penale, da parte di un soldato viene aperta un’indagine dalla Divisione per le Inchieste Penali della Polizia Militare.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)