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Cinque vittorie del BDS del 2022 che potreste esservi perse

Michael Arria  

22 dicembre 2022 – Mondoweiss

Il 2022 è stato un altro anno memorabile per la crescita del movimento BDS guidato dai palestinesi. Ecco alcune vittorie dell’anno appena trascorso che potreste esservi perse.

A ottobre l’inviato dell’ONU per il Medio Oriente ha annunciato che il 2022 è destinato a diventare l’anno più luttuoso per i palestinesi della Cisgiordania occupata da quando, nel 2005, l’organizzazione ha iniziato a registrare le vittime.

Non c’è da sorprendersi che questo tipo di violenza abbia suscitato un ulteriore appoggio per il BDS, il movimento non violento guidato dai palestinesi che intende fare pressione su Israele perché rispetti i suoi obblighi internazionali. Ecco alcuni eventi BDS del 2022 negli Stati Uniti che potreste esservi persi.

Oakland Roots lascia la Puma

Durante la Coppa del Mondo [di calcio] la Palestina è diventata una questione importante, in quanto tifosi e giocatori hanno manifestato la propria solidarietà con il Paese. Poco prima che il campionato iniziasse, in California gli attivisti hanno ottenuto una grande vittoria legata al calcio.

Gli Oakland Roots (che giocano nella USL Championship league [uno dei principali tornei calcistici degli USA, ndt.]) sono diventati la prima squadra sportiva degli USA a lasciare la Puma come sponsor. La squadra ha subito pressioni da parte dell’Arab Resource & Organizing Center [organizzazione che promuove i diritti degli arabi in California, ndt.] (AROC) insieme alle associazioni di sostegno La Brigada del Pueblo e Oakland Roots Radicals [gruppo di tifosi della squadra, ndt.].

La Puma è stata presa di mira dai sostenitori del BDS fin dal 2018, quando l’industria produttrice di abbigliamento sportivo ha firmato un accordo per sponsorizzare l’Israel Football Association [Federazione Calcistica Israeliana, ndt.] (IFA). Varie squadre con sede nelle colonie illegali della Cisgiordania fanno parte dell’IFA.

Puma è il principale sponsor dell’Israele Football Association, che include squadre delle colonie israeliane illegali,” hanno detto gli Oakland Roots Radicals a SFGATE [sito web di notizie con sede a San Francisco, California, ndt.]. “L’ingiustizia che il popolo palestinese subisce in quanto viene espulso dalle colonie illegali è in conflitto diretto con i valori della comunità di Oakland e con quelli sposati dai Roots, che ci rendono così orgogliosi di sostenerli. Chiediamo ai Roots di prendere posizione e opporsi all’ingiustizia interrompendo i rapporti con Puma finché non porrà fine al suo sostegno al regime israeliano di apartheid e occupazione militare.”

Come avviene in genere, il club ha affermato che si è trattato di una decisione puramente casuale che non ha niente a che fare con la politica, e siti filo-israeliani hanno accolto questa versione. Tuttavia i sostenitori del BDS l’hanno ovviamente vista come una vittoria.

Questa è una vittoria per il popolo palestinese, la gente di Oakland e della Bay Area [zona della baia di San Francisco, ndt.] e per tutte le persone che lottano per un mondo senza oppressione,” ha sostenuto in un comunicato Lara Kiswani di AROC. “AROC festeggia l’iniziativa senza precedenti presa dagli Oakland Roots. Questo è un esempio di ciò che si può ottenere quando istituzioni della comunità (attività economiche, squadre sportive, università) lavorano con, e prestano ascolto a, le voci della loro comunità chiedendo giustizia razziale e prendono iniziative concrete e tangibili per accoglierne le richieste.”

I Big Thief annullano i concerti a Tel Aviv

A giugno il complesso di rock indipendente Big Thief ha annullato due concerti che avrebbero dovuto tenersi in Israele. Dopo aver subito le reazioni negative riguardo alle date, all’inizio la band ha emesso un comunicato in cui difendeva la sua decisione di suonare a Tel Aviv.

Siamo ben consapevoli degli aspetti culturali del movimento BDS e della disperata situazione del popolo palestinese,” vi si legge. “Per quanto riguarda la nostra adesione al boicottaggio, non sosteniamo di sapere dove si collocano gli alti valori morali e vogliamo rimanere aperti alle prospettive di altre persone e all’amore al di là del dissenso. Comprendiamo la natura intrinsecamente politica di suonare là e le sue implicazioni. La nostra intenzione non è screditare i valori di quanti sostengono il boicottaggio o ignorare quanti soffrono. Cerchiamo di essere disponibili ad apprendere.”

Meno di una settimana dopo il gruppo ha cambiato totalmente la sua decisione. “Da quando abbiamo annunciato questi concerti in Israele abbiamo dialogato costantemente con amici, familiari, sostenitori del BDS, alleati, palestinesi e israeliani impegnati nella lotta per la giustizia per i palestinesi,” hanno spiegato nel loro nuovo comunicato. “È stata l’unica cosa che abbiamo avuto in mente e nei nostri cuori.”

Barby, il locale israeliano in cui il gruppo avrebbe dovuto suonare, ha denunciato i Big Thief come “un branco di miserabili musicisti smidollati” e ha definito il movimento BDS come un “boicottaggio da terrore nazista.” Tuttavia i musicisti non hanno fatto marcia indietro. “Salutiamo il coraggio dei Big Thief e la loro volontà di dare ascolto agli oppressi,” ha affermato la Campagna Palestinese per il Boicottaggio Accademico e Culturale di Israele (PACBI). “Riconosciamo anche la chiara posizione della maggioranza dei fan del gruppo in appoggio con saldi principi al BDS.”

L’Harvard Crimson sostiene il BDS

In aprile il comitato di redazione dell’Harvard Crimson (giornale studentesco dell’università di Harvard dal 1873) ha pubblicato un editoriale di adesione al movimento BDS e chiede libertà per la Palestina.

Come comitato di redazione siamo profondamente consapevoli del privilegio di cui godiamo per il fatto di disporre di una firma istituzionale e in pratica anonima,” vi si legge. “Persino in questo campus molti dei nostri coraggiosi coetanei che sostengono la liberazione della Palestina si possono trovare in liste nere che implicitamente e vergognosamente li mettono in relazione con il terrorismo.”

Questi due fattori — gli incredibili soprusi e la nostra possibilità privilegiata di parlare per loro e di affrontare un’ingiustificata ritorsione comparativamente minore — ci impone di prendere una posizione. In base all’opinione del nostro comitato, i palestinesi meritano dignità e libertà,” continua. “Appoggiamo il movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni come mezzo per raggiungere questo obiettivo.”

In passato il nostro comitato è stato scettico riguardo al movimento (quando non, più in generale, dei suoi obiettivi) sostenendo che il BDS nel suo complesso ‘non comprende le sfumature e le particolarità del conflitto Israele-Palestina.’ Deploriamo e rigettiamo questa opinione. È un nostro imperativo categorico schierarci e aiutare i vulnerabili e gli oppressi. Non possiamo sminuire la violenta situazione dei palestinesi, né lasciare che il nostro desiderio di uno strumento perfetto e immaginario danneggi un movimento così promettente, vitale e ispirato.”

Come prevedibile l’editoriale ha scatenato una tempesta di critiche, e il corpo accademico ed ex-studenti hanno pubblicato comunicati in cui hanno manifestato la propria indignazione. Tuttavia molte persone legate all’università hanno accolto positivamente questa posizione.

L’ Harvard College Palestine Solidarity Committee [Comitato del College di Harvard in Solidarietà con la Palestina] (PSC) ha affermato che questo editoriale (e le reazioni che ha suscitato) dimostrano che l’attivismo del BDS sta avendo un impatto concreto.

L’opposizione istituzionale è estenuante e frustrante, ma come studenti attivisti siamo giunti alla conclusione che il nostro potere sta nel suscitare attenzione per la nostra causa tra i nostri coetanei,” afferma un articolo dell’associazione. “Piuttosto che pensare a come rispondere agli ex-studenti sionisti con nomi importanti e posizioni di potere, cerchiamo la nostra forza nel suscitare l’appoggio studentesco per la liberazione dei palestinesi. Cerchiamo di costruire solidarietà con altre cause di difesa sociale, spingendo gli studenti che si nascondono dietro alla ‘neutralità’ a impegnarsi su questioni delicate di oppressione e diseguaglianza e a portare il dibattito sulla giustizia nella nostra rete di amici, negli spazi culturali e nelle aule.

Il recente editoriale del Crimson dimostra che il nostro approccio sta funzionando. Studenti in genere non impegnati nel lavoro del PSC stanno cominciando ad ascoltare, e sono loro il pubblico che conta. Membri del corpo docente stanno intervenendo per esprimere il proprio appoggio. Rimaniamo saldi nel nostro appello per la liberazione dei palestinesi, ispirato per decenni da studenti che ci hanno preceduti, da membri del PSC e da attivisti che chiedevano il disinvestimento contro il regime dell’apartheid sudafricano. Questo è solo l’inizio e il nostro movimento non farà che crescere.”

Alcuni sondaggi mostrano che l’appoggio al BDS sta crescendo tra gli elettori democratici e i giovani

Negli ultimi anni un sondaggio dopo l’altro indica che l’appoggio nei confronti di Israele sta scemando tra gli elettori democratici e i giovani degli USA, mentre quello per i palestinesi continua ad aumentare.

Il 2022 non è stato diverso. In agosto una ricerca sugli elettori democratici condotta da Brookings e dall’università del Maryland ha mostrato che la stragrande maggioranza degli elettori democratici che hanno sentito parlare del movimento BDS lo appoggia, con una differenza di 33 a 10.

In maggio un sondaggio degli stessi istituti di ricerca ha mostrato che una larga maggioranza di elettori democratici pensa che Biden e il Congresso non li rappresentino nei rapporti con Israele. Tra i democratici informati riguardo alla posizione della Casa Bianca sulla questione, il 26% afferma che la Casa Bianca si è collocata più vicino a Israele di loro, mentre solo il 3% ha sostenuto che si è schierata più a favore della Palestina di quanto avrebbero voluto loro. I numeri sono ancora più clamorosi riguardo al Congresso. Tra i democratici che hanno un’opinione in merito il 33% dice che i propri rappresentanti sono schierati più a favore di Israele di quanto lo siano loro, mentre solo il 3% pensa il contrario.

Questi studi sono in linea con un sondaggio del Pew [noto centro studi statunitense, ndt.] a maggio, che ha scoperto che i democratici hanno opinioni più favorevoli sui palestinesi che sugli israeliani con un margine del 64% contro il 60%. La differenza è maggiore tra le persone con meno di 30 anni: 61% contro 56%.

Il sondaggio del Pew indica che la grande maggioranza degli elettori democratici non conosce il movimento BDS (l’85% ha affermato di non averne mai sentito parlare), ma un numero sorprendente ha affermato di appoggiare una soluzione con uno Stato unico nella regione. Il 36% dei democratici ha sostenuto di volere una soluzione a due Stati e il 19% di volere uno Stato democratico.

Pillsbury disinveste da Israele

In maggio General Mills [multinazionale statunitense del settore alimentare, ndt.] ha annunciato di aver disinvestito la sua quota del 60% in una consociata israeliana. Il comunicato dell’impresa non fa menzione del movimento BDS e sostiene che l’iniziativa ha riguardato solo “scelte strategiche su dove indirizzare prioritariamente le nostre risorse per ottenere maggiori profitti.” Tuttavia negli ultimi due anni General Mills è stata presa di mira dall’American Friends Service Committee [organizzazione legata alla chiesa quacchera, ndt.] (AFSC) in quanto alcuni dei prodotti della Pillsbury [industria dolciaria di proprietà della General Mills, ndt.] venivano confezionati in una colonia illegale israeliana.

Il disinvestimento da parte di General Mills dimostra che la pressione dell’opinione pubblica funziona anche con le multinazionali più importanti,” ha affermato in un comunicato Noam Perry dell’AFSC. “Con questa mossa, General Mills si aggiunge a molte altre imprese americane ed europee che hanno disinvestito dall’illegale occupazione israeliana, comprese, solo negli ultimi due anni, Microsoft e Unilever. Chiediamo a tutte le industrie di disinvestire dall’illegale e brutale occupazione israeliana in Palestina e dal sistema di apartheid di cui è parte. Ci congratuliamo con General Mills per la sua decisione e speriamo che sia il primo passo per interrompere tutti i suoi rapporti con l’apartheid israeliano nel rispetto dei diritti umani universali.”

Dal 2002 General Mills ha gestito una fabbrica di prodotti della Pillsbury nella zona industriale di Atarot, una colonia illegalmente annessa da Israele durante la guerra del 1967 [la guerra dei Sei Giorni, ndt.]. Nel 2020 le Nazioni Unite hanno identificato la General Mills come una delle 112 imprese che violano le leggi internazionali gestendo un’attività economica all’interno dei territori occupati.

La campagna No Dough For the Occupation [Niente soldi all’occupazione] dell’AFSC è stata appoggiata da organizzazioni come l’American Muslims for Palestine [Musulmani Americani per la Palestina] e Jewish Voice for Peace [Voce Ebraica per la Pace, principale organizzazione ebraica americana contro l’occupazione e l’apartheid israeliani, ndt.], così come dalla  Ainsworth United Church of Christ [Chiesa Unita di Cristo Ainsworth] di Portland, in Oregon. È stata sostenuta anche da cinque membri della famiglia Pillsbury, che lo scorso anno hanno pubblicato un editoriale sulla Star Tribune [il più diffuso quotidiano del Minnesota] in cui hanno chiesto alla gente di boicottare la General Mills.

Siamo fieri che il nostro cognome venga associato a prodotti venduti in tutto il mondo,” vi si legge. “Ma in questo momento non possiamo avere la coscienza pulita comprando prodotti che portano il nostro cognome.

Finché la General Mills continuerà a trarre profitto dalla spoliazione e dalla sofferenza del popolo palestinese, non compreremo alcun prodotto di Pillsbury. Chiediamo alla General Mills di smettere di fare affari su terra occupata e chiediamo a tutte le persone di coscienza e a tutte le organizzazioni socialmente responsabili in tutto il mondo di unirsi al boicottaggio dei prodotti della Pillsbury finché la General Mills smetterà questo comportamento illegale e immorale.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Il marchio di articoli sportivi PUMA è sollecitato a smettere di sponsorizzare il calcio nell’Israele dell’apartheid

Yvonne Ridley

11 febbraio 2022 – Middle East Monitor

Il principale produttore europeo di articoli sportivi, Adidas, ha posto fine al suo redditizio accordo [di sponsorizzazione] per le sue scarpe con il calciatore francese Kurt Zouma dopo che il giocatore della Premier League inglese è stato visto picchiare e prendere a sberle il suo gatto in un video pubblicato sulle reti sociali da suo fratello. Da allora il difensore del West Ham ha subito moltissime critiche per la sua crudeltà.

In effetti la società di calcio ha multato Zouma per una somma pari al compenso di due settimane – addirittura 250.000 sterline [quasi 300.000 euro] -, egli ha perso il suo contratto di sponsorizzazione a sei zeri con Adidas e una compagnia di assicurazioni ha sospeso la sua sponsorizzazione del West Ham. Questa vicenda continua a comparire sui media e pare che stia costando al giocatore e al suo club un sacco di soldi. Fortunatamente i due gatti di Zouma sono stati presi in carico dall’ente benefico per la protezione degli animali RSPCA, ma è ancora possibile che venga avviata un’indagine penale.

Data la lodevole risposta di Adidas al fatto che un animale innocente sia stato picchiato, mi chiedo cosa stia facendo l’impresa concorrente PUMA riguardo ai suoi rapporti con Israele. Le forze di sicurezza dello Stato che pratica l’apartheid – sia poliziotti che soldati – picchiano e prendono a calci sistematicamente uomini, donne e bambini palestinesi innocenti. E non si dimentichino le vite innocenti perse quando studenti vengono presi di mira e uccisi da cecchini e bombe israeliani. La brutalità dell’occupazione israeliana della Palestina viene messa a nudo alla vista di tutti noi sulle reti sociali.

Eppure PUMA continua a sponsorizzare l’Associazione Calcistica Israeliana. Decine di migliaia di persone in Gran Bretagna hanno già firmato una petizione a PUMA chiedendo che l’impresa ponga fine all’accordo di sponsorizzazione dell’IFA, che governa e appoggia squadre che giocano nelle illegali colonie israeliane costruite su terra palestinese occupata. Oltretutto i calciatori palestinesi vengono trattati in modo terribile dalle autorità occupanti israeliane.

Tuttavia ciò non basta per obbligare PUMA a cambiare la sua politica di sponsorizzazione. Purtroppo in Occidente la reazione dell’opinione pubblica nei confronti di minorenni palestinesi innocenti che vengono maltrattati ed uccisi non è altrettanto forte di quando si tratta della crudeltà nei confronti degli animali. Entrambe dovrebbero essere viste e condannate allo stesso modo e dovrebbe essere rapidamente fatta giustizia contro l’oppressore.

Forse ciò cambierà sabato, quando ci sarà una giornata internazionale di azione fuori dai negozi e distributori PUMA per spingere l’impresa a porre fine al suo appoggio all’apartheid israeliano. Ciò potrebbe spostare l’ago della bilancia.

Secondo un comunicato stampa della Palestine Solidarity Campaign [Campagna di Solidarietà con la Palestina] (PSC), una nota interna fatta filtrare rivela che PUMA ha ammesso che i suoi testimonial e i suoi soci commerciali stanno mettendo in discussione il suo appoggio all’apartheid israeliano. Un legale dell’impresa ha detto alla PSC che ciò sta rendendo la vita “impossibile” a PUMA.

Il suo contratto con la IFA termina in giugno, ma invece di attendere la sua fine “naturale”, PUMA dovrebbe tagliare i rapporti con l’apartheid israeliano ora e far sapere alla gente in Israele che la crudeltà e la brutalità dell’occupazione ne sono la ragione. Se Adidas può interrompere la sponsorizzazione di una stella del calcio a 48 ore da quando ha picchiato un gatto, allora PUMA può sicuramente tagliare ogni rapporto e interrompere la sua disgustosa sponsorizzazione dell’Israel Football Association senza ulteriori indugi. PUMA, è una rete a porta vuota. Non mancarla.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




boicottaggio contro Puma

Puma continua ad aiutare Israele a mascherare con lo sport le violazioni dei diritti umani

Imprese come Puma, che supporta le associazioni sportive israeliane, ignorano consapevolmente l’oppressione degli atleti palestinesi.

 Aya Khattab

27 Ottobre 2019 | Al Jazeera

 

Da quando ho iniziato a giocare a pallone da ragazzina, il mio sogno è sempre stato farlo nella nazionale femminile palestinese di calcio. E ci sono riuscita! Mi sono fatta strada attraverso le diverse categorie, cominciando con la squadra under 16, ed ora sono difensore nella nazionale.

Realizzare il mio sogno non ha però comportato soltanto duro lavoro, ma anche l’affrontare un’ulteriore aspetto del sistema israeliano di oppressione militare e discriminazione razziale.

Essere un atleta in Palestina non è semplice. Qui non si può dire che il gioco sia al di sopra di politica e conflitto. Qui siamo circondati da posti di blocco israeliani, barriere di separazione, strade segregate e colonie. Le infrastrutture israeliane di occupazione e apartheid negano a tutti i palestinesi, atleti inclusi, qualsivoglia libertà di movimento. Siamo costantemente vessati, minacciati e umiliati dalle forze israeliane. Quando siamo in campo, non ci è concesso il lusso di dimenticare l’occupazione.

Quando viaggiamo per gli allenamenti o per un evento siamo continuamente costretti a subire perquisizioni umilianti ai checkpoint militari. Le partite vengono interrotte da incursioni di militari armati. I campi da gioco vengono fagocitati dalla continua espansione degli insediamenti illegali, i nostri stadi devastati dalle bombe israeliane.

Dedicarsi alla carriera di atleta in Palestina è senz’altro una lotta costante, poiché l’occupazione israeliana pone delle barriere di fronte a noi ad ogni passo. Questo è il motivo per cui ci aspettiamo che il resto del mondo, ed in particolar modo le imprese e le istituzioni sportive, si mostrino consapevoli della nostra sofferenza e ci appoggino. Questo è il motivo per cui rifiutiamo i tentativi di alcune industrie o di certe marche dello sport di mascherare l’occupazione israeliana.

L’anno scorso, la multinazionale dell’abbigliamento sportivo Puma ha firmato un contratto di sponsorizzazione della durata di quattro anni con la IFA, la Israel Football Association [la federazione calcistica israeliana, ndtr.]. La IFA include squadre provenienti dalle colonie israeliane illegali, costruite su terreni sottratti alle famiglie palestinesi violando le leggi internazionali.

La complicità dell’IFA nella prassi israeliana di occupazione illegale è stata ripetutamente condannata da consiglieri delle Nazioni Unite, decine di parlamentari europei, personaggi pubblici, dalla società civile e da associazioni per i diritti umani.

La sponsorizzazione dell’IFA da parte di Puma e la legittimazione internazionale che ne consegue lasciano intendere al regime israeliano razzista e di destra che l’ espansione delle colonie illegali ottenuta con l’ espulsione di famiglie palestinesi dalle terre dei loro avi può continuare impunemente.

Puma sostiene che lo sport “ha la capacità di trasformarci e darci potere”. É vero. Lo sport ha cambiato la mia vita e quella di molti palestinesi, che hanno perseverato nel seguire i propri sogni nonostante le scoraggianti condizioni dettate dall’occupazione.

Tuttavia, anziché dare potere a persone come noi, che ogni giorno si rapportano con l’oppressione, Puma ha scelto di dare potere e supporto ai nostri oppressori.

Più di duecento squadre palestinesi hanno richiesto alla compagnia di attenersi ai suoi stessi codici etici e annullare l’accordo con l’IFA.

Qual è stata la risposta di Puma alle continue richieste di riconsiderare il contratto? Un risibile tentativo di schivare le critiche appellandosi alla “dedizione verso l’uguaglianza universale”, mentre insiste nel sottoscrivere le violazioni dei diritti umani dei palestinesi perpetrate da Israele, e aiuta lo Stato ebraico a mascherare con lo sport il suo sistema di oppressione.

Nel frattempo, l’edizione della Coppa di Palestina di quest’anno è stata cancellata a causa di nuove restrizioni israeliane alla libertà di movimento dei palestinesi. Israele aveva inizialmente negato l’autorizzazione a raggiungere la Cisgiordania a tutti i giocatori della squadra uscita vincitrice dalla Coppa di Gaza, eccetto uno. Quando la squadra ha ripresentato la domanda, Israele ha negato l’autorizzazione a tutti i giocatori eccetto cinque.

Nel 2018, i proiettili dei cecchini israeliani hanno ucciso 183 palestinesi a Gaza, ferendone più di 6,000, nel corso delle manifestazioni pacifiche mirate ad ottenere la fine dell’asfissiante assedio israeliano alla striscia (in atto da ormai dodici anni), e il rispetto del diritto al ritorno, sancito dalle Nazioni Unite. I cecchini israeliani hanno stroncato la carriera di promettenti atleti palestinesi, inclusi calciatori, pugili, ciclisti, pallavolisti.

Una commissione di indagine delle Nazioni Unite ha scoperto che i soldati israeliani hanno intenzionalmente preso di mira ed ucciso civili palestinesi che partecipavano alle manifestazioni, il che può costituire un crimine di guerra.

Ciononostante, la posizione di Puma è rimasta immutata. Ecco perché sostenitori del BDS [Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni, movimento che propone il boicottaggio di Israele fintanto che non accetti di accogliere importanti richieste relative ai diritti umani dei palestinesi, ndtr.] in tutto il mondo hanno intrapreso azioni più incisive contro l’impresa. In migliaia hanno invitato a smettere di acquistare i prodotti Puma finché il marchio non mette fine alla sponsorizzazione dell’IFA.

Lo scorso giugno le associazioni per i diritti umani in venti Nazioni del mondo hanno protestato contro tale sponsorizzazione nei negozi Puma, negli uffici e durante le partite di squadre sponsorizzate dal marchio. Oggi riproporranno tale protesta per una seconda giornata di azione globale, con più di 50 manifestazioni in tutto il mondo.

Sta a tutti noi pretendere che Puma risponda per il fatto di non rispettare i principi dello sport e della correttezza.

In quanto giovane e determinata donna palestinese che ha fatto dell’andare oltre i limiti e del superare ostacoli parte essenziale della propria vita, non permetterò che il sistema di oppressione israeliano mi impedisca di vivere il mio sogno.

Tutti coloro che credono nella libertà e nella giustizia possono unirsi a me e pretendere che Puma rispetti il proprio impegno di promuovere il cambiamento sociale, mettendo fine alla sponsorizzazione della nostra oppressione.

 

(Traduzione dall’inglese di Jacopo Liuni)