Recensione Dear Palestine

Guerra arabo-israeliana (1947-1950)

Saccheggi, razzismo, espulsioni…La conquista della Palestina raccontata dai combattenti

Sono state scritte parecchie storie della prima guerra arabo-israeliana (1948-1950), ma questa è senza dubbio la prima in cui uno storico fa parlare, attraverso le loro lettere, i combattenti dei due campi. Questa corrispondenza mostra le divisioni interarabe e getta un’ombra sul comportamento dei soldati israeliani, sulla loro brutalità e sul loro razzismo, non solo nei confronti degli arabi ma anche degli ebrei marocchini e iracheni andati a combattere per Israele.

 

Sylvain Cypel

14 ottobre 2021 – Orient XXI

 

Shay Hazkani, Dear Palestine. A Social History of the 1948 War [Cara Palestina. Una storia sociale della Guerra del 1948], Stanford University Press, 2021.

 

Cara Palestina, l’opera di Shay Hazkani, storico israeliano dell’università del Maryland, costituisce uno dei primi studi di storia sociale della guerra che, tra il 1947 e il 1949, oppose da una parte le milizie armate dell’yishuv (la comunità ebraica nella Palestina mandataria britannica), poi l’esercito dello Stato di Israele dopo la sua creazione, il 15 maggio 1948, e dall’altra le milizie palestinesi e soprattutto i gruppi armati arruolati nei Paesi vicini, poi gli eserciti arabi (fondamentalmente quello egiziano e quello giordano).

In questo libro il lettore imparerà poco dello svolgimento degli avvenimenti di quella guerra, ma molto di ciò che spesso i racconti cronologici e fattuali delle guerre nascondono, cioè il contesto socioculturale nel quale sono immersi i suoi protagonisti. Per svelarlo l’autore privilegia due fonti principali: da una parte la formazione delle truppe e delle argomentazioni (compresa la propaganda) degli stati maggiori di ognuno dei campi, dall’altra lo sguardo dei combattenti su quella guerra e ciò che esso dice della sua realtà. Hazkani lo fa in parte basandosi sui discorsi dei responsabili militari, ma soprattutto – ed è la principale originalità del libro – sulle lettere dei soldati alle famiglie, come sono state conservate in vari archivi militari dopo che erano state lette dalla censura. Queste spesso sono più ricche da parte israeliana, ma l’autore riesce nonostante tutto a fare uno studio relativamente equilibrato tra i due campi.

Volontari dall’estero

Egli assegna uno spazio importante alle reclute a cui i capi militari hanno fatto appello fuori dal Paese. Da una parte i “Volontari dall’estero” (il cui acronimo in ebraico era Mahal), giovani ebrei che si arruolarono in Europa, negli Stati Uniti e anche in Marocco per aiutare militarmente il nascente, poi costituito, Stato di Israele. Si vedrà che questo gruppo offre uno sguardo sulla guerra spesso diverso da quello dei “sabra”, i giovani nati ed educati nell’yishuv. Dall’altra diverse milizie di volontari arabi arruolati in Siria, Transgiordania, Iraq e Libano per sostenere i palestinesi. Egli privilegia in particolare quella più attiva, l’Esercito di Liberazione Arabo (ALA, in arabo l’Armata Araba di Salvezza), comandata da Fawzi Al-Kaoudji. Anche qui lo sguardo sulla guerra e sul suo contesto da parte di queste reclute è spesso inaspettato.

Lo studio delle lettere come l’analisi dei discorsi dei responsabili militari fa emergere un fatto. Al di là del rapporto di forze militare, l’unità e la chiarezza di obiettivi erano dal lato israeliano, la disunione e la confusione da quello palestinese, a parte l’idea principale del rifiuto di una partizione della Palestina, giudicata sia ingiusta che profondamente iniqua (gli ebrei, all’epoca il 31% della popolazione, si vedevano assegnare il 54% del territorio palestinese). Indipendentemente dai dissensi interni, tutte le forze sioniste intendevano costruire uno Stato da cui sarebbe stato escluso il maggior numero possibile dei suoi abitanti palestinesi (il piano di partizione prevedeva che lo “Stato Ebraico” includesse…il 45% di palestinesi!). Hazkani mostra quanto la direzione politica e militare dello Stato ebraico fosse determinata, ancor prima di dichiararlo, a “ripulirlo” il più possibile sul piano etnico ed anche quanto questa aspirazione fosse condivisa dalla gran parte delle truppe.

Divisioni tra arabi e palestinesi

E [l’autore] mostra con parecchi esempi quanto la divisione e la diffidenza regnassero nel campo dei palestinesi e dei loro alleati. Come scrisse dal febbraio 1948 Hanna Badr Salim, l’editore ad Haifa del giornale Al-Difa (La Difesa), “abbiamo dichiarato guerra al sionismo, ma, impegnati a combatterci tra di noi, non eravamo preparati.” I responsabili dell’ALA diffidavano delle forze palestinesi guidate da Abdel Kader Al-Husseini. Così un alto ufficiale dell’ALA raccomandò di nominare alla testa dei reggimenti ufficiali egiziani, siriani o iracheni, ma non palestinesi, di cui non si fidava. Da parte sua Husseini preferiva limitare la mobilitazione a piccoli gruppi composti solo da reclute palestinesi sicure. Di fatto l’atteggiamento delle forze arabe straniere nei confronti dei palestinesi era spesso pesantemente critico. Delle lettere di soldati arabi evocano le brutalità commesse da queste truppe contro persone che si supponeva fossero andate a liberare.

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Ma la diffidenza era essenzialmente di ordine politico. Da parte palestinese la preoccupazione principale era evidentemente di non perdere la Palestina. Da parte di chi interveniva dall’esterno, con forze più preparate, le preoccupazioni erano molto diverse e ambigue.

Alcuni combattevano per raggiungere un accordo migliore con i sionisti, altri vedevano in questa lotta una prima tappa per il rovesciamento dei regimi alleati dei colonizzatori occidentali, altri ancora intendevano inviare i loro oppositori a combattere in Palestina per ridurre la loro influenza.” Tra il siriano Salah Bitar, fondatore del partito Ba’th nel 1947, un nazionalista arabo che intendeva fare della Palestina il trampolino di una “nuova civiltà araba”, e Nouri Saïd, uomo legato ai britannici in Iraq, che cercava di utilizzare la lotta filopalestinese per distogliere dalla mobilitazione popolare contro Londra (e dunque contro se stesso), la differenza di interessi era totale. Sul terreno delle operazioni, nota Hazkani, i capi dell’ALA erano “per la maggior parte più preoccupati di fare in modo che il fervore anticolonialista dei volontari arabi non si trasformasse in una lotta ulteriore contro i regimi arabi.

Quanto alla propaganda utilizzata dalle forze arabe, contrariamente alla tesi presentata dai vincitori israeliani, “i miei lavori” scrive Hazkani, “suggeriscono che nell’ALA l’antisemitismo era trascurabile.” Ne fa qualche esempio, ma li giudica poco presenti nelle lettere dei combattenti arabi. Analogamente “le lettere mostrano che molti di loro erano lungi dall’essere dei fanatici del jihadismo radicale.” Ma, evidenzia, più si profilava la sconfitta, più dalle lettere emergeva la dimensione di guerra santa contro gli ebrei. Tuttavia dalla loro lettura Hazkani conclude che termini come “sterminio” o “gettare gli ebrei a mare” vi sono assenti.

Allo stesso modo egli smentisce totalmente l’argomento così spesso avanzato da Israele dopo questa guerra secondo cui i dirigenti arabi avrebbero invitato i palestinesi a fuggire per lasciar loro campo libero. Al contrario il 24 aprile 1948, quando i palestinesi avevano subito poco prima delle sconfitte disperanti – in una settimana venne ucciso in combattimento Abdel Kader Al-Husseini, la lotta per la Galilea volse a favore delle forze ebraiche e ci fu il massacro di Deir Yassin –  Kaoudji pubblicò un ordine in cui definì “codardo” ogni palestinese che fuggiva da casa.

Un uso smodato della Bibbia

Da parte loro, nel campo della formazione, anche ideologica, delle truppe, le milizie ebraiche e poi l’esercito israeliano si mostrarono immensamente più preparate dei loro avversari. Copiando la logica dell’Armata rossa, il campo sionista instaurò il dualismo tra l’ufficiale e il commissario politico (il “politruk”). Fin dal 1946 un’opera dello scrittore sovietico Alexander Bek sulla difesa di Mosca nel 1941 venne tradotta e diffusa tra le forze israeliane per rafforzarvi lo “spirito di corpo” (‘l’esprit de corps’, in francese nel libro) e la determinazione a utilizzare tutti i mezzi per vincere. Nell’agosto 1948 Dov Berger, capo dell’hasbara (la propaganda israeliana), distribuì agli ufficiali dei “manuali educativi” nei quali le reclute ricevevano tutte una formazione politica identica. Si noterà che i responsabili militari, all’epoca quasi tutti usciti da contesti sionisti-socialisti, fecero un uso smodato della Bibbia per strutturare l’ostilità delle truppe nei confronti del mondo arabo circostante, già equiparato ad “Amelek e alle sette nazioni”, queste tribù descritte nella Bibbia come le più ostili agli ebrei. L’autore evidenzia che “la suggestione che la guerra del 1948 fosse comparabile alle guerre di sterminio che compaiono nella Bibbia non era affatto una visione marginale, essa veniva ripetuta nel BaMahaneh”, il giornale dell’esercito israeliano.

Perciò non c’è da stupirsi del successo riscosso dal “politruk” Aba Kovner tra le truppe. Egli era un eroe, scappato dal ghetto di Vilna, dove aveva tentato senza successo di organizzare contro i nazisti una rivolta come quella del ghetto di Varsavia. Membro dell’Hachomer Hatzaïr (La Giovane Guardia), la frangia filosovietica del sionismo, era riuscito a fuggire e a raggiungere le colonne dell’Armata rossa. Poeta di talento e cugino di Meïr Vilner, capo del partito comunista [israeliano, ndtr.], nel 1948 Kovner divenne responsabile dell’educazione della celebre brigata Givati. Citando i suoi Bollettini di combattimento, Hazkani mostra come attizzasse i sentimenti più crudeli, e anche i più razzisti, dei soldati, giustificando in anticipo i crimini peggiori. “Massacrate! Massacrate! Massacrate! Più uccidete dei cani assassini, più vi migliorerete. Più migliorerete il vostro amore per ciò che è bello e buono e per la libertà.” Gli alti gradi respingeranno i suoi costanti appelli al massacro degli arabi, compresi i civili. Ma le affermazioni di Kovner continuarono a essere riprodotte nel giornale dell’esercito israeliano. Non sarà che alla fine della guerra, evidenzia Hazkani, che lo stato maggiore esigerà “un’applicazione più rigida delle regole contro l’assassinio e la brutalità” da parte della truppa.

Né il socialismo né la morale

Contrariamente ad autori che l’hanno preceduto, Hazkani stima che gli abusi israeliani furono più sistematici di quanto finora si è creduto. Numerosi villaggi palestinesi vennero rasi al suolo dopo che era stata portata a termine la “pulizia” della loro popolazione. Avvennero massacri di civili. Egli cita una nota della censura militare israeliana del novembre 1948: “Le vittorie e le conquiste sono state accompagnate da saccheggi e assassinii, e molte lettere dei soldati mostrano un certo choc.” Ma la maggior parte dei sabra avvallava queste azioni in quella che l’Ufficio della Censura definisce una “intossicazione della vittoria”. Nel novembre 1948, dopo un’esplosione di violenze, preoccupato per il rischio di perdere il controllo sui soldati, lo stato maggiore ordinò che questi crimini e saccheggi cessassero. Il soldato David scrisse ai suoi genitori: “Non era il socialismo né la fraternità tra i popoli, né la morale: era rubare e scappare.” La soldatessa Rivka concorda: “Tutto è stato saccheggiato. Sono stati rubati come bottino cibo, denaro, gioielli. Certi soldati si sono fatti una piccola fortuna.

Nell’esercito qualche combattente si sentiva offeso. Tra loro i volontari stranieri occupano una parte importante. Le loro lettere descrivono stupore, e persino disgusto, di fronte al comportamento dei sabra, che percepiscono come mancanza di sensibilità nei confronti dei palestinesi. Un sondaggio ordinato dallo stato maggiore alla fine della guerra constatò che il 55% dei volontari ebrei stranieri aveva una visione molto negativa dei giovani israeliani, percepiti come arroganti e brutali.

I sabra sono orrendi,” scrive Martin, un ebreo americano, che aggiunge: “Qui viene istituito un Golem [creatura mitica che inizialmente difende gli ebrei ma poi impazzisce e colpisce tutti indiscriminatamente, ndtr.]. Gli ebrei israeliani hanno scambiato la loro religione per una pistola.” “Io non voglio più partecipare a questa gioco e voglio tornare appena possibile,” scrive Richard, un volontario sudafricano.

Cosciente delle reticenze espresse da una parte delle truppe, il dipartimento dell’educazione dell’esercito aveva distribuito loro un fascicolo intitolato Risposte alle domande frequentemente poste dai soldati. La prima era: “Perché non accettiamo il ritorno dei rifugiati arabi durante le tregue?” Risposta degli educatori militari: “Comprendiamo meglio di chiunque altro la sofferenza di questi rifugiati. Ma chi è responsabile della propria situazione non può esigere che noi risolviamo il suo problema.” Con un tale viatico, non c’è da stupirsi della lettera di uno di questi sabra che, nello stesso momento, scrive alla sua famiglia: “Abbiamo ancora bisogno di un periodo di battaglie per riuscire ad espellere gli arabi che rimangono. Allora potremo tornare a casa.

L’ultimo aspetto innovativo del libro è quello che Hazkari dedica agli “ebrei orientali” in questa guerra, in particolare agli ebrei marocchini, che ne furono all’epoca l’incarnazione, ma anche agli ebrei iracheni. I marocchini, se ne sa poco, costituirono il 10% degli ebrei che arrivarono in Palestina e poi in Israele nel 1948-49. Molto presto dovettero affrontare un razzismo spesso sconcertante da parte dei loro correligionari ashkenaziti (originari dell’Europa centrale), che allora costituivano il 95% dell’immigrazione. Nel luglio 1949 la censura notò che “gli immigrati del Nord Africa sono il gruppo più problematico. Molti vogliono tornare nei loro Paesi d’origine e avvertono i loro parenti di non emigrare.” Di fatto le lettere dei soldati marocchini mostrano un’amarezza spesso notevole.

Gli ebrei marocchini? “Selvaggi e ladri”

Yaïsh scrive che “gli ebrei polacchi pensano che i marocchini sono selvaggi e ladri”; la recluta Matitiahou si lamenta: “I giornali scrivono che i marocchini non sanno neppure usare la forchetta.” “Noi siamo ebrei e ci trattano come arabi,” scrive il soldato Nissim alla sua famiglia, riassumendo il sentimento corrente, anch’esso intriso di razzismo. Hazkani nota che “la visione di questi immigrati cambiava rapidamente” una volta arrivati in Israele. “Gli ebrei europei, che hanno terribilmente sofferto a causa del nazismo, si vedono come una razza superiore e considerano i sefarditi come inferiori” scrive Naïm. Yakoub aggiunge: “Siamo venuti in Israele credendo di trovare un paradiso. Vi abbiamo trovato degli ebrei con un cuore da tedeschi.” Di fatto Hazkani cita una lunga inchiesta di Haaretz, giornale delle élite israeliane, secondo cui gli ebrei venuti dal Nord Africa, affetti da “pigrizia cronica”, erano “appena al di sopra del livello degli arabi, dei neri e dei berberi.

Nelle lettere si trova un’adesione agli obiettivi della guerra anche nelle reclute ebree maghrebine. “Certi soldati marocchini ricavano una grande fierezza dal fatto di aver ucciso decine di arabi” e dall’averlo raccontato alle loro famiglie, notò persino con soddisfazione il capo di stato maggiore Ygael Yadin – che peraltro aveva definito gli ebrei orientali dei “primitivi”. Ma la preoccupazione dei dirigenti israeliani era tale, afferma Hazkani, che le autorità confiscarono i passaporti di questi immigrati recenti per evitare il loro ritorno. Quanto ai soldati originari dell’Iraq, lo stesso generale Yadin espresse pubblicamente la sua preoccupazione: essi “non manifestano nei confronti degli arabi il livello di animosità che ci si aspetta da loro.

Infine, se resta ancora un elemento importante da ricavare da questo libro molto ricco, è che l’enorme sconfitta del campo palestinese, successiva a quella della rivolta contro l’occupante britannico nel 1936-39, ebbe indubbiamente un impatto fondamentale sul bilancio politico dei palestinesi: quello di fidarsi in primo luogo di se stessi in futuro. Così Burhan Al-Din Al-Abbushi, poeta di una grande famiglia di Jenin, è palesemente severo con il nemico tradizionale, l’Inglese e il sionista.

Ma Hazkani mostra che “la sua critica più dura è riservata ai dirigenti palestinesi e arabi.” Antoine Francis Albina, un palestinese cristiano espulso da Gerusalemme, offre una critica radicale: “Non dobbiamo accusare nessuno salvo noi stessi.” Il più grande errore dei palestinesi secondo lui: essersi fidati dei regimi arabi. Quanto agli israeliani, “nel mondo successivo all’Olocausto, la maggior parte dei soldati di origine ashkenazita si convinse che il matrimonio tra ebraismo ed uso della forza era una necessità, e celebrarono l’emergere di un ‘ebraismo muscolare’.

Ci volle una quindicina d’anni ai palestinesi per cominciare a superare la “catastrofe” del 1948. Quanto agli israeliani, 70 anni dopo ashkenaziti e sefarditi insieme nella loro maggioranza festeggiano il trionfo di questo ebraismo muscolare. E i loro critici israeliani contemporanei ne sono più che mai sgomenti.

Sylvain Cypel

È stato membro del comitato di redazione di Le Monde [principale giornale francese, ndtr.] e in precedenza direttore della redazione del Courrier international [settimanale francese simile ad Internazionale, ndtr.]. È autore de Les emmurés. La société israélienne dans l’impasse  [I murati vivi. La società israeliana a un punto morto] (La Découverte, 2006) e de L’État d’Israël contre les Juifs [Lo Stato di Israele contro gli ebrei] (La Découverte, 2020).

 

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)




Oppressione e razzismo: i principali fattori dell’immigrazione ebraica 

Motasem A Dalloul

18 ottobre 2021 – Middle East Monitor

Dati divulgati recentemente dal ministro dell’immigrazione e dall’Agenzia ebraica mostrano che nel 2021 l’immigrazione ebraica in Israele è aumentata del 31%. Rispetto ai primi nove mesi del 2020 i numeri rivelano un incremento del 41% degli afflussi dagli USA e un aumento del 55% dalla Francia.

Il considerevole aumento di arrivi provenienti da questi Paesi sicuramente non è un caso, ma è dovuto a una strategia premeditata di politiche di immigrazione ebraica gestita dallo Stato sionista in cooperazione con diverse organizzazioni internazionali ebraiche.

L’immigrazione ebraica ha alimentato il progetto sionista in Palestina, costringendo i palestinesi ad abbandonare le proprie case e sostituendoli con gli immigrati ebrei per creare lo Stato ebraico di Israele. Inoltre, questo progetto fondato su pilastri oppressivi è affetto da fattori spregevoli che il primo ministro israeliano Naftali Bennet ha rivelato recentemente.

“Dalla sua fondazione fino ai giorni nostri l’immigrazione ebraica ha plasmato la società israeliana e creato un mosaico unico e diverso da qualsiasi altro posto nel mondo,” ha dichiarato Bennett qualche giorno fa in una conferenza durante la settimana dell‘immigrazione e assimilazione. “Il nostro obiettivo è di portare 500.000 immigrati dalle grandi comunità negli USA, in Sudamerica e Francia,” ha affermato.

Anche se Bennett sostiene che la motivazione alla base di questo obiettivo sia stato l’aumento di “razzismo e antisemitismo” contro gli ebrei ovunque nel mondo, molti altri osservatori ebrei credono che questa sia solo una scusa. “Razzismo e antisemitismo dilagano in tutto il globo,” egli sostiene, “questo ci ricorda che Israele è la casa di tutti gli ebrei.”

Lo scrittore e giornalista israeliano Yossi Melman che è stato un corrispondente di affari strategici e intelligence di Haaretz [quotidiano israeliano di centro sinistra, ndtr.], afferma che Bennett “sta mantenendo le sue promesse” quando incoraggia l’immigrazione ebraica in Israele. Inoltre il famoso giornalista israeliano Gideon Levy mi dice che Bennett incoraggia tale immigrazione “per compensare la naturale crescita demografica dei palestinesi.”

Sicuramente questo è uno degli obiettivi più spregevoli dell’immigrazione ebraica per lo Stato di occupazione israeliano e per parecchie ragioni. La prima è che le autorità israeliane e le agenzie ebraiche stanno cooperando affinché la popolazione ebraica in Israele superi quella araba per mantenere una maggioranza degli ebrei. Perciò gli arabi continueranno a essere sottomessi a favore del progetto ebraico che va sempre contro i loro interessi nonostante siano i proprietari legali della terra.

Per far ciò le autorità israeliane adottano anche una politica discriminatoria riguardante l’espansione della popolazione araba, come le restrizioni sulle costruzioni di nuove case, trattando gli arabi come cittadini di seconda classe, facilitando invece le condizioni di vita quotidiana agli ebrei e rendendo al contrario tutto difficile per gli arabi, per cacciarli via dai loro villaggi e quartieri a favore delle comunità ebraiche.

I nuovi arrivati ebrei sono trasferiti nei territori palestinesi occupati della Cisgiordania e a Gerusalemme, come anche nei territori siriani occupati delle alture del Golan. Proprio alcuni giorni fa Bennett ha annunciato un grandioso progetto per sviluppare le colonie ebraiche delle alture di Golan occupate e ha detto che il suo governo sta pensando di insediarvi 250.000 coloni ebrei.

 Liran Friedmann, giornalista ebreo che scrive per Ynet News [sito di notizie israeliano in ebraico e in inglese, ndtr.] , ha affermato che, oltre a ciò, il piano di Bennett di incoraggiare 500.000 immigrati ebrei a immigrare in Israele dagli USA, dal Sudamerica e dalla Francia è una forma di discriminazione contro gli ebrei dell’est Europa i cui immigrati hanno, secondo lui, contribuito alla prosperità di Israele.

Riferendosi all’invito a immigrare in Israele rivolto agli ebrei di USA, Sudamerica e Francia, Friedmann si è espresso così: “Questo non è un appello per trasferirsi rivolto a quegli ebrei, ma più che altro un grido di aiuto per salvare il Paese dalla ‘invasione’ della Aliyah (immigrazione ebraica in Israele) proveniente dall’Europa dell’Est.”

Bennett, secondo Friedmann, crede che solo gli ebrei provenienti dagli USA, dal Sudamerica e dalla Francia siano veramente e legittimamente ebrei. Egli fa osservare che Bennett l’ha chiaramente spiegato dicendo: “L’immigrazione non solo ci rafforza come Paese, ma mantiene anche la nostra esistenza continuativa come ebrei di fronte a un’assimilazione crescente, specialmente negli Stati Uniti. Questo è un trend che dovrebbe preoccupare ciascuno di noi, indipendentemente dall’affiliazione religiosa.”

Secondo Friedmann “nonostante affermi di essere la casa di tutti gli ebrei, Israele mantiene ancora una mentalità razzista e segregazionista verso la diaspora che arriva dall’Europa dell’Est. Quei 20.000 che ogni anno migrano in Israele dall’est Europa sono fortunati se lo Stato fa loro la cortesia di chiamarli ebrei.”

Il giornalista ebreo Oren Ziv mi ha chiaramente ripetuto: “C’è molto razzismo contro l’immigrazione dall’est Europa e da molti Paesi come Etiopia e India. Appartengono a gruppi diversi. Queste persone possono immigrare in Israele e ottenere passaporti israeliani, ma si trovano comunque davanti a vari problemi sociali e al razzismo. Il sistema di immigrazione ebraica in Israele è razzista perché privilegia gli immigrati bianchi ashkenaziti rispetto agli altri.”

Spiegando ulteriormente il razzismo israeliano e la sua relazione con l’immigrazione ebraica menzionata da Bennett, Friedman aggiunge: “È difficile essere fieri di così tanti immigrati da Mosca, Tashkent o Minsk, che hanno fatto tanto per lo Stato, ma non sono così cool e alla moda come il loro correligionari di Parigi o New York.”

Un altro problema, secondo Ziv, è che ricchezza e povertà giocano un notevole ruolo: “Coloro che arrivano da USA, dal Sudamerica e dalla Francia sono più ricchi di quelli dell’est Europa e dell’Etiopia, che sono poveri.”

L’idea dell’occupazione sionista in Palestina che è principalmente basata sul presunto insegnamento del giudaismo è costruita sulla base dell’oppressione e del razzismo, non solo contro i palestinesi che sono i proprietari della terra, ma anche contro alcuni ebrei che sono usati per sostenere questo oppressivo progetto sionista.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Secondo un sondaggio, un terzo dei giovani ebrei statunitensi vede Israele come genocida

Ali Abunimah

15 luglio 2021 –Electronic Intifada

Sono in crescita i tentativi da parte di Israele e della sua lobby di assimilare la contestazione dei crimini israeliani contro il popolo palestinese al pregiudizio anti-ebraico.

Eppure un recente sondaggio indica che questa campagna è fallita persino tra la stragrande maggioranza degli elettori ebrei americani.

Il sondaggio commissionato dal Jewish Electorate Institute [Istituto per l’elettorato ebraico, ndtr.], un’organizzazione guidata da sostenitori del Partito Democratico, riporta diversi dati interessanti.

Un quarto degli elettori ebrei americani concorda sul fatto che Israele sia uno Stato di apartheid, un numero che sale fino al 38% tra coloro che hanno meno di 40 anni.

Nel complesso il 22% degli elettori ebrei concorda sul fatto che Israele stia commettendo un genocidio nei confronti dei palestinesi, cifra che sale fino ad un sorprendente 33% nella categoria dei più giovani.

Inoltre secondo il 34% degli elettori ebrei intervistati la condotta di Israele nei confronti dei palestinesi è simile al razzismo negli Stati Uniti. Cifra che va oltre i due su cinque tra chi ha meno di 40 anni.

E’probabile che tali risultati provochino sgomento tra i leader dei gruppi di pressione che sono da tempo preoccupati per l’erosione del sostegno a Israele tra gli ebrei americani, in particolare tra i più giovani.

Ciò che inoltre colpisce è che anche gli ebrei che non sono d’accordo sul fatto che Israele commetta apartheid e genocidio spesso non considerano tali dichiarazioni come antisemite.

Ad esempio, il 62% degli intervistati non è d’accordo sul fatto che Israele stia commettendo un genocidio, ma di questi solo la metà considera tale affermazione come “antisemita”.

Aperti alla soluzione a uno Stato

Gli ebrei americani sono anche più aperti di quanto generalmente si creda riguardo alla questione di una soluzione politica per palestinesi e israeliani.

Mentre il 61% degli intervistati sostiene ancora la soluzione ormai moribonda dei due Stati, una minoranza considerevole – il 20 % – è favorevole a una soluzione democratica di uno Stato con uguali diritti per tutti coloro che vivono tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo.

Solo il 19% è a favore dell’annessione formale da parte di Israele della Cisgiordania occupata senza la concessione di uguali diritti ai palestinesi – in effetti quella che è, se non di nome, di fatto, la situazione attuale.

E riguardo la questione degli aiuti statunitensi a Israele, il 71% complessivamente li considera “importanti”.

Ma il 58% concorda sul fatto che gli Stati Uniti dovrebbero impedire l’utilizzo da parte di Israele di tali aiuti per la costruzione di insediamenti coloniali nella Cisgiordania occupata. Contemporaneamente, il 62% è favorevole al fatto che gli Stati Uniti ristabiliscano gli aiuti ai palestinesi tagliati dall’amministrazione Trump.

Questa indagine non ha chiesto agli intervistati opinioni sul movimento di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni guidato dai palestinesi, ma lo ha fatto un sondaggio tra ebrei americani del Pew Research Center [agenzia statunitense di ricerca su problemi sociali, opinione pubblica, andamenti demografici sugli Stati Uniti ed il mondo in generale, ndtr.] pubblicato a maggio.

Quest‘ultimo rivela che il 34% degli ebrei americani “si oppone fortemente” al movimento BDS. In linea con i risultati di altre indagini, si sono mostrati maggiormente ostili al BDS le persone più anziane, i repubblicani e i religiosi.

Affermazioni false sull’antisemitismo

Ogni volta che l’attenzione mondiale è focalizzata sulle atrocità di Israele, i gruppi di pressione israeliani spesso cercano di deviare l’attenzione verso una presunta ondata di antisemitismo.

Neppure lo scorso maggio, quando Israele ha massacrato decine di bambini a Gaza, è stata un’eccezione.

I principali lobbisti israeliani e i mass-media hanno parlato di un’ondata di presunti attacchi antiebraici negli Stati Uniti.

Eppure una meticolosa indagine del giornalista Max Blumenthal ha rivelato che queste affermazioni erano infondate.

Quello che stanno facendo negli Stati Uniti è fondamentalmente cercare di trovare una via di fuga dalle scene che anche la CNN stava mostrando, come le torri sede degli organi di informazione a Gaza venivano distrutte senza motivo … o di intere famiglie sterminate, per sostituire l’immagine delle vittime palestinesi con quella di … ebrei americani”, ha detto Blumenthal a The Electronic Intifada Podcast il mese scorso.

Questo non vuol dire che non ci sia fanatismo antiebraico e che non debba costituire un problema. In effetti, il 90% degli intervistati – una cifra che varia a malapena in base all’età o all’osservanza religiosa – è preoccupato per l’antisemitismo negli Stati Uniti.

Ma tra uomini e donne e in tutte le fasce d’età il 61% degli elettori ebrei intervistati è più preoccupato per l’antisemitismo della destra politica. Nel complesso, solo il 22% ha dichiarato di essere preoccupato per “l’antisemitismo di sinistra”.

Ciò indica che in generale gli ebrei americani non sono vittime della propaganda secondo cui la sinistra è piena di animosità antiebraica, anche se i gruppi di pressione hanno ignorato o minimizzato il fanatismo e persino la violenza letale della destra contro gli ebrei per concentrarsi invece nell’attaccare e colpevolizzare il movimento di solidarietà con i Palestinesi.

Dato che le persone di sinistra tendono ad appoggiare maggiormente i diritti dei palestinesi e ad essere più critiche nei confronti di Israele i gruppi di pressione si sono concentrati nel diffamare con falsi i partiti e i leader della sinistra, ad esempio la deputata democratica Ilhan Omar e l’ex leader del partito laburista britannico Jeremy Corbyn – come antisemiti.

È una strategia fondata sulla malafede che mira a punire e spaventare le persone fino a portarle a tacere sulla Palestina e ad utilizzare tutta l’energia che potrebbe essere investita nel sostegno ai diritti dei palestinesi in un dibattito difensivo su cosa sia o non sia antisemita.

Mira anche a dividere i movimenti di sinistra e a cooptare nell’azione di sostegno a Israele figure influenti che si atteggiano ancora come “progressisti”.

Tuttavia il sondaggio del Jewish Electorate Institute suggerisce che la maggior parte degli ebrei americani capisce che la più grande minaccia alla loro sicurezza non viene dai sostenitori dei diritti dei palestinesi, ma dalla destra politica bianca anti-palestinese, anti-musulmana, suprematista e razzista.

Difficile da far accettare

Può sembrare sorprendente che un numero significativo di ebrei americani ora accetti che Israele sia uno Stato genocida e di apartheid.

Ma ciò riflette tendenze più ampie nella società americana, specialmente tra i giovani, di crescente sostegno per i diritti dei palestinesi e di scetticismo nei confronti di Israele.

A parte gli ebrei ortodossi, gli ebrei americani costituiscono un collegio elettorale particolarmente aperto e progressista: nel complesso il 68% afferma che se si tenesse un’elezione oggi voterebbe per il Partito Democratico.

L’82% degli elettori ebrei intervistati si descrive come moderato, di ampie vedute o progressista. Solo il 16% si identifica come conservatore.

È davvero difficile far accettare Israele – uno Stato segregazionista e di apartheid – a un gruppo che in enorme maggioranza professa di sostenere la giustizia razziale e i valori progressisti negli Stati Uniti.

Un indicatore di questa realtà è la clamorosa svolta su Israele annunciata l’anno scorso da Peter Beinart. Influente commentatore sionista progressista, Beinart ha difeso a lungo la soluzione dei due Stati e si è opposto al BDS.

Beinart ha riconosciuto che il suo approccio era arrivato a un vicolo cieco e ha abbracciato la soluzione di un unico Stato basato sull’uguaglianza dei diritti, provocando costernazione e rabbia tra i leader della lobby pro Israele.

La questione è stata affrontata anche da Marisa Kabas in un articolo su Rolling Stone scritto a maggio nel corso dell’attacco israeliano a Gaza.

Kabas scrive come lei e molti dei suoi giovani coetanei ebrei americani siano “alle prese con la versione di Israele presentata in viaggi organizzati da enti come Birthright [ONLUS israeliana che sponsorizza viaggi gratuiti in Israele, Gerusalemme e le alture del Golan per giovani adulti di origine ebraica di età compresa tra 18 e 32, ndtr.] rispetto a ciò che hanno visto accadere nella realtà“.

Sostiene che fanno fatica a “conciliare l’amore per la loro gente e la loro storia con l’impegno per la giustizia razziale e sociale, e che le azioni di Israele in Palestina sembrano andare contro il ‘tikkun olam’ – il principio ebraico di migliorare il mondo attraverso l’azione”.

Questione con bassa priorità

E contrariamente all’impressione che si potrebbe avere seguendo le principali lobby israeliane o ascoltando i politici compiacenti, il sondaggio indica che per la maggior parte degli ebrei americani Israele ha una priorità molto scarsa.

È vero che il 62% degli intervistati afferma di essere “legato affettivamente” a Israele, mentre il 38% afferma di non esserlo. Tuttavia quest’attaccamento si indebolisce un po’ tra i più giovani o i meno religiosi.

Ma quanto sarebbero diversi questi numeri se un sondaggista interrogasse un campione che rappresentasse tutti gli americani sul loro “legame affettivocon Israele?

Per decenni, dopotutto, i leader politici statunitensi hanno dichiarato agli americani di avere un legame speciale e indissolubile con Israele, diverso che con qualsiasi altro Paese.

Influenti personalità americane di religione cristiana come il pastore John Hagee, il fondatore di Christians United for Israel [organizzazione cristiana americana che sostiene Israele, ndtr.], addirittura dicono ai loro fedeli che sostenere Israele è un dovere religioso.

In ogni caso, il legame affettivo – qualunque cosa significhi – non si traduce apparentemente in priorità politiche.

Solo il 4% degli elettori ebrei indica Israele come una delle due questioni principali su cui vorrebbe che il governo degli Stati Uniti si concentrasse, mentre il 3% elenca l’Iran, un’altra ossessione delle lobby pro Israele.

Invece, con un ampio margine di vantaggio, le principali preoccupazioni sono il cambiamento climatico, i diritti di voto e le questioni economiche. Solo tra gli ebrei ortodossi una minoranza significativa – il 18% – vede Israele come una priorità.

Per la maggior parte degli elettori ebrei, secondo il Jewish Electorate Institute, Israele è una “questione con bassa priorità“.

Non è mai successo che gli ebrei americani sostenessero in modo omogeneo Israele o la sua ideologia sionista di Stato colonialista, sebbene sia gli antisemiti che i sionisti siano stati felici di permettere che questa idea prosperasse per i propri fini.

Questo sondaggio, che si aggiunge ad altre testimonianze, aiuta a sfatare questo mito.

Ali Abunimah

Co-fondatore di The Electronic Intifada e autore di The Battle for Justice in Palestine [ La battaglia per la giustizia in Palestina, ndtr.] ora pubblicato da Haymarket Books.

Ha scritto anche One Country : A Bold-Proposal to End the Israeli-Palestinian Impasse [Un Paese: una proposta coraggiosa per porre fine all’impasse israelo-palestinese, ndtr.]. Le opinioni sono solo mie.

(traduzione dall’inglese di Aldo lotta)




I palestinesi non vogliono antisemiti nei loro cortei

Kamel Hawwash

17 maggio 2021 – Middle East Monitor

Come presidente della Palestine Solidarity Campaign [Campagna di Solidarietà con la Palestina] in Gran Bretagna sono stato orgoglioso di lavorare con i nostri partner per organizzare sabato un corteo stimato in 150.000 partecipanti da Marble Arch [arco di trionfo nei pressi di Hide Park, ndtr.] di Londra all’ambasciata israeliana a Kensington. Con noi c’erano il Palestinian Forum in Gran Bretagna, i Friends of Al-Aqsa [Amici di Al-Aqsa], la coalizione Stop the War [Ferma la guerra, ndtr.], CND e l’associazione musulmana della Gran Bretagna.

Discorso dopo discorso abbiamo espresso il nostro rifiuto dei letali bombardamenti di Israele contro Gaza che hanno fatto seguito ai tentativi di compiere una pulizia etnica a Sheikh Jarrah a danno degli abitanti palestinesi e all’indicibile violenza inflitta ai fedeli nella moschea di Al-Aqsa. C’è stato anche un supporto unanime ai palestinesi che si sono uniti nella Palestina storica come mai prima d’ora. L’apartheid israeliano, il colonialismo di insediamento, il razzismo e l’occupazione colpiscono tutte le aree della Palestina sotto occupazione. Nessun luogo è risparmiato dall’aggressione e dall’ oppressione sioniste, compresi quei palestinesi che hanno la cittadinanza israeliana perché nel 1948 sono rimasti nella loro terra in quello che ora è Israele.

C’è stato anche ripudio nei confronti dei leader dalla cosiddetta comunità internazionale, che sono rimasti in silenzio riguardo alla violenza inflitta ai palestinesi a Sheikh Jarrah, a Bab El-Amoud (la Porta di Damasco) e all’interno del complesso di Al-Aqsa. Gli stessi dirigenti, compresi tra gli altri il presidente USA e i rappresentanti dei governi britannico, francese e tedesco, si sono affrettati a sincronizzare il loro orologio discriminatorio contro i palestinesi quando il primo razzo è stato lanciato da Gaza verso Israele.

Il loro discorso è stato semplicemente che Israele ha il diritto all’autodifesa. Non è stata fatta alcuna menzione al diritto dei palestinesi all’autodifesa – in effetti il nostro diritto legittimo di resistere all’occupazione israeliana – come se fossimo persone inferiori. Invece gli americani hanno sostenuto che solo Paesi o Stati hanno il diritto all’autodifesa. La Palestina ha chiesto il riconoscimento come Stato da decenni. Tuttavia i principali Paesi del mondo, come gli USA, la Gran Bretagna, la Francia e la Germania, hanno ignorato questa richiesta, nonostante alcuni dei loro parlamenti abbiano approvato risoluzioni che impongono ai governanti di riconoscere lo Stato di Palestina.

Tuttavia questa è semantica e non dovrebbe essere utilizzata come scusa per negare al popolo palestinese il diritto all’autodifesa perché farlo sconvolgerebbe lo status quo favorevole a Israele. Cosa importante, la Corte Penale Internazionale ha accettato di avere giurisdizione sui Territori Palestinesi Occupati perché la Palestina è riconosciuta dall’ONU come Stato osservatore ed è stata ammessa allo Statuto di Roma. Quindi è uno Stato ed ha il diritto all’autodifesa.

Le persone possono avere diverse opinioni su cosa significhi autodifesa. Nel caso di Israele, sembra che utilizzerà ogni mezzo violento a disposizione per mettere in atto quello che considera il suo diritto. Tuttavia basta guardare alle distruzioni e devastazioni provocate a Gaza. Non c’è una giustificazione di “autodifesa” per il massacro di uomini, donne e bambini innocenti con quelle che dovrebbero essere armi intelligenti che costano milioni di dollari. Non ci sono scuse per la demolizione di grattacieli che ospitano centinaia di persone, indipendentemente dal fatto che l’esercito abbia o meno avvertito gli abitanti per telefono o con razzi “leggeri” che stava per privarli di una casa. Non ci sono scuse per aver fatto saltare in aria il grattacielo che ospitava gli uffici di mezzi di comunicazione come Al Jazeera, che ha informato del barbaro bombardamento. Non ci sono scuse per la distruzione di banche e altre infrastrutture della società civile. Israele ha fatto tutto ciò per “autodifesa”. Non sono sicuro che distruggere una banca o privare i palestinesi della propria casa possa rendere i cittadini israeliani più sicuri.

Questa è una violenza assolutamente folle contro una popolazione imprigionata, assediata, senza un posto in cui rifugiarsi nella zona più densamente popolata al mondo. Israele ha di nuovo traumatizzato un’intera generazione che crescerà pronta ad unirsi alla resistenza.

Né io né la PSC vogliamo vedere qualcuno ucciso o ferito a causa dell’insistenza di Israele nel negare ai palestinesi il loro diritto all’autodeterminazione nella loro patria e il legittimo diritto dei rifugiati di tornare a casa.

Né vogliamo la sorprendente solidarietà cui abbiamo assistito nelle strade di Londra, Brighton, Birmingham, Manchester e Newcastle e in molti altri luoghi in Gran Bretagna e altrove, segnata da alcuni come espressione di odio verso gli ebrei, che non hanno niente a che vedere con gli eventi che si sviluppano in Palestina, derivanti dalle ripugnanti politiche e pratiche di Israele.

In quanto antirazzista e anche presidente di un’organizzazione di solidarietà antirazzista, io e la mia organizzazione prendiamo le distanze da ogni tentativo di accusare gli ebrei britannici delle azioni di Israele. Quest’ultimo è guidato dalle politiche della sua dirigenza di estrema destra e dall’ideologia sionista che ha insediato Israele nella mia patria, la Palestina, con l’aiuto e la complicità della Gran Bretagna.

Né io la PSC o i nostri alleati vogliamo che i razzisti prendano parte alle nostre manifestazioni e raduni. Cosa ancora più importante, il popolo palestinese non vuole l’appoggio di razzisti che tentano di utilizzare la nostra causa per vomitare il proprio odio contro gli ebrei.

Quindi sono rimasto realmente scioccato e sconvolto quando ho visto un filmato ampiamente diffuso domenica sulle reti sociali in cui la bandiera della pace, la bandiera palestinese, copriva automobili in cui alcuni antisemiti hanno attraversato zone ebraiche a Londra e gridato oscenità razziste. Ciò non è stato fatto in nome dei palestinesi, lo condanno incondizionatamente e chiedo alle autorità di prendere ogni misura necessaria per fronteggiare questi razzisti.

Ho pubblicato immediatamente questo tweet:

“Questa gente non parla per i palestinesi e non abbiamo bisogno né vogliamo il loro appoggio. Il nostro problema riguarda il sionismo, non gli ebrei. Non voglio che partecipino alle nostre manifestazioni o cortei.”

Non è questo il momento per discutere sulla definizione di antisemitismo, ma rifiuto il tentativo di proteggere Israele attraverso nuove definizioni di questa piaga razzista. Per me è semplice: l’antisemitismo è l’odio contro gli ebrei perché sono ebrei. Detesto ogni forma di razzismo. Credo fermamente che noi, palestinesi britannici, stiamo fianco a fianco con gli ebrei britannici nel rifiuto di ogni forma di razzismo, esattamente come facciamo con ogni altra minoranza.

Sfileremo di nuovo a Londra il prossimo sabato e ci saranno cortei e marce in tutta la Gran Bretagna e nel mondo. La nostra rabbia sarà rivolta contro Israele, non contro gli ebrei britannici o di altri luoghi. Dico a quanti vengono alle manifestazioni: non portate cartelli con immagini antisemite o che fanno riferimento al nazismo. Non gridate slogan antisemiti. Contestate quelli che lo fanno, perché non li vogliamo ed essi non aiutano la nostra causa. Portate cartelli che appoggino i palestinesi e sventolate la bandiera palestinese.

Non vogliamo antisemiti nella nostra società e non vogliamo antisemiti nei cortei e nei raduni in solidarietà con i palestinesi o negli eventi filo-palestinesi. Per il bene dei nostri fratelli e sorelle palestinesi, rendiamo gli eventi palestinesi zone libere dall’antisemitismo e concentriamoci e facciamo pressione contro l’apartheid israeliano. Palestina libera.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Il vero apartheid

Asa Winstanley

17 aprile 2021 Middle East Monitor

“E’ questo il vero apartheid,” ha twittato la scorsa settimana l’avvocata ebrea americana Brooke Goldstein. “il fatto che gli ebrei non possano entrare in territorio palestinese,” ha dichiarato. “Non accetto che ci siano posti dove è pericoloso entrare perché SONO EBREA.”

Goldstein ha inserito nel tweet la foto di un grande cartello rosso in Cisgiordania con la scritta (in ebraico, arabo e inglese): “Questa strada porta a villaggio palestinese [sic] l’ingresso è pericoloso per i cittadini israeliani.”

Tuttavia la Goldstein, a prescindere dalla vergognosa sovrapposizione di ebrei con israeliani, ha trascurato un fatto basilare – il cartello era opera di Israele, non dei palestinesi. In questo modo ha fatto apparire i palestinesi colpevoli di “odio per gli ebrei”.

E’ il regime di apartheid israeliano che stabilisce chi può andare e dove in Cisgiordania. E’ il sistema dittatoriale israeliano dei posti di blocco dell’esercito, delle basi militari e dell’elaborato sistema di permessi che decreta chi si può muovere, dove e perché.

Il post della Goldstein è stato parecchio deriso dagli utenti di Twitter.

Ha ricevuto ciò che i giovani definiscono una “ratio”, vale a dire che ha suscitato molti più commenti (1.100 mentre scrivo questo articolo) che “likes” (378) o retweet (soltanto 145). Le risposte e le citazioni sono quasi tutte critiche e di scherno, fra cui alcune decisamente esilaranti.

Questi cartelli si vedono spesso in Cisgiordania. Chiunque vi sia stato li ha visti all’ingresso dei maggiori agglomerati urbani palestinesi.

Ma questi divieti sono conseguenza del razzismo del regime di apartheid israeliano, non di un immaginario endemico antisemitismo palestinese. L’esercito israeliano ha incominciato a mettere i cartelli intorno all’anno 2006, il periodo in cui vivevo in Cisgiordania.

Questi cartelli non sono unici nella storia del separatismo razziale e coloniale. Molti ricordano che nel sud degli USA ai tempi delle leggi Jim Crow [in vigore fra il 1877 e il 1964, servirono a mantenere la segregazione razziale in tutti i servizi pubblici, ndtr] (prima che il movimento per i diritti civili ottenesse le decisive vittorie degli Anni Sessanta) e in Sud Africa durante l’epoca dell’apartheid, quei regimi avevano implementato un sistema talvolta definito di “segregazione secondaria”.

Cartelli e altre attrezzature segnalavano numerosi spazi pubblici come “riservati ai bianchi” oppure “riservati agli europei”. E’ noto che ai neri veniva negato l’accesso alle fontanelle pubbliche, ed anche a tavole calde ed altri negozi.

Ma il corollario naturale dei cartelli “riservati ai bianchi” erano i concomitanti “riservati ai neri” o “riservati alla gente di colore”, anche questi esposti dagli stessi regimi suprematisti bianchi. Non diversamente, il regime segregazionista israeliano erige questi cartelli rossi per mantenere “al loro posto” i palestinesi.

L’obiettivo vero di quei cartelli non è tenere gli israeliani – certamente non gli ebrei – fuori dalle zone palestinesi in Cisgiordania, semmai di rafforzare l’ideologia europea di separatismo razziale, che nega la pari umanità alla popolazione indigena “non bianca”.

L’obiettivo è far rispettare il principio che nel Sud statunitense delle leggi Jim Crow veniva raccontato come “separati ma uguali”, mentre in realtà era tutto tranne che equo. Gli afroamericani erano sistematicamente tenuti nella povertà più abietta, non diversamente da come il Sudafrica dell’apartheid teneva la maggioranza nera in sistemica povertà.

Il regime segregazionista israeliano nega ai palestinesi pari accesso al sistema scolastico, ai contributi pubblici, alle infrastrutture e alle altre normali funzioni dello Stato, mentre destina generosi investimenti alle comunità ebraiche israeliane. Se questo vale per i palestinesi che teoricamente sono “cittadini israeliani”, non parliamo poi della questione della Cisgiordania occupata, che non è altro che una dittatura dominata dall’esercito israeliano, in cui i palestinesi hanno zero diritti.

Se abbiamo consapevolezza di questa ideologia, possiamo allora comprendere che a chi ha preso in giro la Goldstein per la sua stupidità, pur avendo avuto tutte le ragioni di farlo, è sfuggito però un punto fondamentale.

Quello della Goldstein non è stato un semplice equivoco ed è altrettanto improbabile che ignorasse che è Israele a erigere quei cartelli. E’ invece assai più plausibile che stesse intenzionalmente mentendo per distogliere l’attenzione dal fatto che Israele è un regime segregazionista, fatto di cui si sta sempre di più prendendo coscienza. Ecco perché ha dichiarato che in quel cartello sta il “vero apartheid”.

La realtà è che la Goldstein non è esattamente una qualsiasi sprovveduta con un account su Twitter. In effetti, è una razzista impegnata nella causa anti-palestinese e nell’accanita propaganda a favore dell’imposizione del regime di apartheid israeliano – che si estende alla punizione e persecuzione di chi sostiene i diritti dei palestinesi in ogni parte del mondo.

Gestisce l’organizzazione sionista Lawfare Project [Progetto Guerra Legalista, che finanzia cause legali a sostegno delle comunità ebraiche filoisraeliane, ndtr], che ha la missione di attaccare i palestinesi ed i loro sostenitori nel mondo utilizzando cause legali pretestuose.

Una volta è arrivata a sostenere che “Non esistono persone palestinesi”.

Quindi l’accusa ingiustificata di antisemitismo rivolta dalla Goldstein ai palestinesi è stato un tipico caso di proiezione per cui il razzista presume che tutti quanti – specialmente le sue vittime – condividano le sue stesse idee razziste.

 Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale del Middle East Monitor.

(Traduzione dall’inglese di Stefania Fusero)

 




Il francese Libération censura l’autrice Sarah Schulman su Gaza?

Ali Abunimah  

6 aprile 2021 – Electronic Intifada

Il quotidiano francese Libération è stato co-fondato da Jean-Paul Sartre sulla scia delle proteste radicali del maggio 1968. Pubblicato dal 1973, è ancora orgoglioso di “schierarsi dalla parte dei cittadini e dei loro diritti contro tutte le forme di ingiustizia e discriminazione, individuali e collettive.”

Tuttavia, come per molte istituzioni progressiste, la volontà di sfidare i potenti a favore degli oppressi sembra passare in secondo piano quando si si tratta della Palestina.

Almeno questo è ciò che la pluripremiata autrice americana Sarah Schulman ha scoperto dopo essere stata intervistata per Libération all’inizio di marzo, in occasione della pubblicazione dell’edizione francese del suo libro del 2016 Conflict is not Abuse [Conflitto non significa sopraffazione] .

L’intervista è stata eliminata da Libération, e a Schulman è stato detto che era in parte a causa delle sue critiche agli attacchi di Israele contro Gaza.

Conflict is not Abuse è per circa un terzo sulla Palestina e in particolare sulla guerra a Gaza del 2014″, ha detto Schulman a The Electronic Intifada. “Sarebbe impossibile discutere del libro senza parlare dell’efferatezza israeliana e del sostegno degli Stati Uniti a quelle gravi ingiustizie”.

The Electronic Intifada ha visto le due versioni del testo dell’intervista: una prima bozza e una versione finale. La guida etica di Libération prescrive ai giornalisti di inviare il testo delle interviste agli intervistati prima della pubblicazione per verificarne l’accuratezza.

Gli aggressori si proclamano vittime

Nell’intervista per Libération con il giornalista freelance Cyril Lecerf Maulpoix, Schulman illustra i temi centrali del suo libro, in particolare la sua analisi di metodi riparatori, inclusivi e meno punitivi per risolvere i conflitti e ottenere giustizia.

Sostiene che il conflitto è una lotta per il potere senza la quale le ingiustizie non possono essere superate, anche se le parti hanno un livello diseguale di potere e responsabilità in una data situazione. In un conflitto, tuttavia, le parti hanno ancora la capacità di agire e interagire, anche evitando il ricorso alla violenza.

La sopraffazione, al contrario, è l’esercizio del potere dall’alto. Può essere sperimentato nella sfera personale o familiare, ma esiste anche a un livello più ampio: il razzismo, l’islamofobia o l’antisemitismo sono sopraffazioni sistemiche che nessun individuo può eliminare.

Schulman osserva che gli aggressori spesso cercano di evitare responsabilità invertendo i ruoli: si considerano vittime dipingendo le loro vittime prive di potere come una pericolosa minaccia.

I suoi esempi includono Michael Brown ed Eric Garner, la cui uccisione da parte della polizia americana nel 2014 ha suscitato il movimento Black Lives Matter, e la violenza di Israele contro i palestinesi.

“Volevo dimostrare che dalla scala più privata alla relazione geopolitica tra uno Stato e una popolazione si può vedere lo stesso paradigma, in cui nel contesto di un conflitto l’aggressore si presenta come se fosse stato attaccato semplicemente perché qualcuno gli resiste”, sono le parole di Schulman citate nella bozza finale di Lecerf Maulpoix.

Oltre a parlare delle giustificazioni israeliane alla propria violenza contro i palestinesi, Schulman estende questo quadro alla Francia, dove il presidente Emmanuel Macron sta attualmente conducendo una guerra contro la vessata minoranza musulmana del Paese all’insegna della difesa della laicité – laicismo – contro lo spettro di un islamo-gauchisme – “islamo-sinistra” – e di un presunto separatismo musulmano.

“Stiamo vivendo in un periodo molto repressivo, in cui i fascisti si stanno espandendo ovunque e gli aggressori affermano di essere vittime perché è in corso un cambiamento”, afferma Schulman nella prima bozza.

“Possiamo vederlo anche in Francia, col panico dell’islamo-sinistra”, aggiunge, sottolineando con evidente ironia “Suppongo di essere un’ebrea di islamo-sinistra”.

Tutto questo era evidentemente troppo per Libération.

Troppo radicale”

Una settimana fa, circa tre settimane dopo l’intervista, Schulman ha ricevuto un messaggio di scuse da Lecerf Maulpoix.

“Dopo l’invio di due diverse versioni, alla fine il redattore della rubrica Idées [Idee] ha deciso di non pubblicare l’intervista per ragioni che trovo ancora difficili da capire”, scriveva Lecerf Maulpoix.

“Alcune sono quelle che ho catalogato come politiche (su aspetti che trovano troppo radicali, il ruolo della polizia, Israele e Gaza)”, ha aggiunto.

Il giornalista ha scritto a Schulman della sua frustrazione per essere stato incapace di accogliere le richieste degli editori, nonostante “alcune riscritture per adeguare l’intervista alle loro opinioni”.

Entrambe le bozze viste da The Electronic Intifada, in francese, sono ben scritte e trasmettono le idee di Schulman in modo chiaro e conciso.

La versione finale menziona ancora Israele e Gaza, anche se nel complesso è probabilmente più moderata – forse un riflesso degli sforzi infruttuosi del giornalista per accontentare il giornale.

Cécile Daumas, redattrice della sezione Idee di Libération, non ha risposto alle richieste di The Electronic Intifada di un commento.

In assenza di una spiegazione dal giornale, Schulman si è trovata a trarre le proprie conclusioni.

“So che ci sono sforzi internazionali per equiparare falsamente le critiche a Israele e il sostegno ai diritti dei palestinesi con l’antisemitismo, e presumo che Libération sia caduta in quella palude”, ha detto a The Electronic Intifada.

“Ogni giorno sentiamo parlare di persone palestinesi o che stanno con la Palestina che vengono messe a tacere, e questa repressione è in aumento”.

Ali Abunimah è co-fondatore di The Electronic Intifada e autore di The Battle for Justice in Palestine [La battaglia per la giustizia in Palestina], ora uscito per i tipi di Haymarket Books.

Ha scritto anche One Country: A Bold-Proposal to End the Israeli-Palestinian Impasse [Una Nazione: una proposta audace per porre fine all’impasse israelo-palestinese].

Le opinioni espresse sono solo dell’autore.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Artisti come me vengono censurati in Germania perché sosteniamo i diritti dei palestinesi

 Brian Eno

4 febbraio 2021  The Guardian

Una risoluzione parlamentare del 2019 ha avuto un effetto raggelante sui critici della politica israeliana. Adesso il settore culturale si fa sentire.

Sono solo uno dei tanti artisti che sono stati colpiti da un nuovo Maccartismo che ha preso piede in un clima crescente di intolleranza in Germania. La romanziera  Kamila Shamsie, il poeta Kae Tempest, i musicisti Young Fathers e il rapper Talib Kwelli, l’artista visuale Walid Raad e il filosofo Achille Mbembe * sono tra gli artisti, accademici, curatori e altri che sono stati coinvolti in un sistema di interrogatori politici, liste nere ed esclusione che è ormai diffuso in Germania grazie all’approvazione di una risoluzione parlamentare del 2019. In definitiva, si tratta di prendere di mira i critici della politica israeliana nei confronti dei palestinesi.

Recentemente, una mostra delle mie opere d’arte è stata cancellata nelle sue fasi iniziali perché sostengo il movimento non-violento, guidato dai palestinesi, per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni (BDS). La cancellazione non è mai stata dichiarata pubblicamente, ma a quanto mi risulta, è stata la conseguenza del timore di operatori culturali in Germania che loro e la loro istituzione sarebbero stati puniti per aver promosso qualcuno etichettato come “antisemita”. Così funziona la tirannia: creare una situazione in cui le persone siano abbastanza spaventate da tenere la bocca chiusa e l’autocensura farà il resto.

Ma poiché la mia storia è relativamente minore, vorrei parlarvi della mia amica, la musicista Nirit Sommerfeld.

Nirit è nata in Israele e cresciuta in Germania, e da tutta la vita mantiene il suo legame con entrambi i luoghi, inclusa la sua famiglia allargata in Israele. Come artista, si occupa da più di 20 anni in canzoni, testi e performance del rapporto tra tedeschi, israeliani e palestinesi, dedicando tutti i suoi spettacoli alla comprensione internazionale e interreligiosa.

Eppure ora Nirit si ritrova impedita nello svolgere liberamente il suo lavoro culturale. Nel considerare la sua domanda di finanziamento artistico, i funzionari statali hanno detto a Nirit che dovevano controllare il suo lavoro; quando ha cercato di prenotare un luogo per un suo concerto a Monaco, la sua città natale, le è stato detto dagli organizzatori che lo spettacolo sarebbe stato cancellato a meno che non avesse confermato per iscritto che non avrebbe espresso alcun “sostegno per il contenuto, l’argomento e gli obiettivi” della campagna BDS. È stata ripetutamente bersaglio di campagne diffamatorie.

Perché è successo?

Perché ha parlato di ciò che ha visto con i suoi occhi: le leggi razziste di Israele contro i suoi stessi cittadini che sono palestinesi; i posti di blocco militari israeliani, le demolizioni di case, il muro di separazione, l’accaparramento delle terre, l’incarcerazione di bambini e i soldati israeliani che umiliano e uccidono palestinesi di tutte le età. È stata testimone dell’uso illegale di bombe al fosforo contro Gaza e dell’indifferenza – nella migliore delle ipotesi – di molti nella società israeliana.

Ho chiesto a Nirit come si sente riguardo a questa situazione: “Dopo essere tornata per due anni a Tel Aviv e molte visite nei territori palestinesi occupati, ho capito che Israele non è all’altezza dei suoi elevati standard morali che dichiara. La lezione appresa dall’Olocausto è stata ‘Mai più!’ Ma è inteso solo per proteggere noi ebrei? Per me ‘Mai più!’ Deve includere ‘mai più razzismo, oppressione, pulizia etnica ovunque – così come mai più antisemitismo’. “

La musica di Nirit celebra il suo passato e presente ebraico attraverso il canto. In qualità di artista, il cui nonno è stato assassinato nel genocidio nazista, trova “profondamente inquietante” il fatto di essere soggetta alla censura e al maccartismo inquisitorio da parte di funzionari e istituzioni pubbliche tedesche.

Secondo Nirit, “quando i difensori di Israele insistono sul fatto che queste politiche di occupazione e di apartheid sono fatte a nome di tutti gli ebrei nel mondo, alimentano l’antisemitismo. La lotta all’antisemitismo non dovrebbe e non può essere fatta demonizzando la lotta per i diritti dei palestinesi “.

L’esperienza di Nirit è un esempio della situazione kafkiana in cui siamo scivolati: una donna ebrea, il cui lavoro è incentrato sulla storia, la memoria, la giustizia, la pace e la comprensione, falsamente accusata di antisemitismo dalle istituzioni tedesche. L’assurdità dell’accusa rende chiara una cosa: non si tratta affatto di antisemitismo, ma di limitare la nostra libertà di discutere la situazione politica e umanitaria in Israele e Palestina.

Allora come si è verificata questa situazione?

Nel 2019 in Germania è stata approvata una risoluzione parlamentare vagamente formulata non vincolante, che falsamente equipara il movimento BDS all’antisemitismo. In un breve lasso di tempo, questa risoluzione ha aperto la strada a un’atmosfera di paranoia, alimentata da disinformazione e opportunismo politico.

Il BDS è un movimento pacifico che mira a fare pressione su Israele affinché ponga fine alle sue violazioni dei diritti umani palestinesi e rispetti il ​​diritto internazionale. È modellato sui precedenti del movimento per i diritti civili degli Stati Uniti e, soprattutto, del movimento contro l’apartheid in Sud Africa. Si rivolge alla complicità con un regime ingiusto e prende di mira le istituzioni, non gli individui o l’identità. Il BDS avverte la coscienza pubblica di uno status quo insostenibile e profondamente ingiusto e mobilita l’azione per porre fine a qualsiasi coinvolgimento nel sostenerlo.

Eppure i direttori di festival, coloro che fanno programmazione e istituzioni interamente finanziate con fondi pubblici stanno sottoponendo gli artisti a test politici, controllando se hanno mai criticato la politica israeliana. Questo sistema di sorveglianza e autocensura è nato perché le istituzioni culturali si trovano sotto attacco da parte di gruppi anti-palestinesi quando invitano un artista o accademico che ritiene inaccettabile per loro la visione dell’occupazione israeliana.

Per fare un esempio tra i tanti, il direttore del Museo ebraico di Berlino, Peter Schäfer, è stato costretto a rassegnare le dimissioni dopo che il museo ha twittato il collegamento a un articolo su un giornale tedesco relativo ad una lettera aperta di 240 studiosi ebrei e israeliani, inclusi i massimi esperti di antisemitismo, che era critico nei confronti della risoluzione anti-BDS.

Ma ora, con una mossa senza precedenti, i rappresentanti di 32 delle principali istituzioni culturali tedesche, incluso l’ Istituto Goethe, si sono espressi insieme, manifestando allarme per la repressione delle voci critiche e delle minoranze in Germania a seguito della risoluzione anti-BDS del parlamento.

La loro dichiarazione congiunta afferma: “Invocando questa risoluzione, le accuse di antisemitismo vengono utilizzate in modo improprio per mettere a tacere voci importanti e distorcere le posizioni critiche”. Pochi giorni dopo, più di 1.000 artisti e accademici hanno firmato una lettera aperta a sostegno della protesta delle istituzioni culturali.

In un momento in cui le eredità coloniali sono sempre più messe in discussione, discutere di questo particolare esempio di colonialismo in corso sta invece diventando tabù. Ma non è mai stato più urgente: la situazione per i palestinesi che vivono sotto l’apartheid e l’occupazione peggiora di settimana in settimana.

Dovremmo essere tutti allarmati da questo nuovo maccartismo. Gli artisti, come tutti i cittadini, devono essere liberi di parlare apertamente e intraprendere azioni significative, inclusi boicottaggi su questioni di principio, contro i sistemi di ingiustizia. Se lasciato incontrastato, il silenziamento del dissenso e l’emarginazione dei gruppi minoritari non si fermerà ai palestinesi e a coloro che li sostengono.

Brian Eno è un musicista, artista, compositore e produttore

Traduzione di Flavia Donati

da Palestinaculturalibertà




Evidentemente non per tutti i minori vale la pena di lottare: razzismo, coscienza e la NSPCC  

Martin Kemp

 

12 gennaio 2021 – Middle East Monitor

 

 

L’Associazione Nazionale per la Prevenzione della Crudeltà contro i Minori (NSPCC), la maggiore ONG per l’infanzia della Gran Bretagna, è al centro di una campagna perché rinunci ai suoi rapporti con JC Bamford Excavators Ltd (JCB), ditta costruttrice di macchinari per l’edilizia, da cui ha ricevuto donazioni per milioni di sterline. I mezzi della JCB vengono usati dalle forze di sicurezza israeliane per distruggere le case dei palestinesi e per costruire insediamenti illegali/colonie nella Cisgiordania occupata. Denunciata nel 2012 in una relazione dell’organizzazione anti-povertà War on Want, nel 2020 la ditta è stata inserita dall’ONU in una lista di aziende implicate in violazioni delle leggi internazionali. In seguito all’esposto di Lawyers for Palestinian Human Rights [Avvocati per i Diritti Umani dei palestinesi, ong britannica, ndtr.] si trova attualmente sotto inchiesta da parte del Dipartimento per il Commercio Internazionale.

 

Non c’è bisogno di essere un esperto per rendersi conto della crudeltà a cui sono sottoposte varie migliaia di minori palestinesi dalla politica israeliana di distruggerne le case, o per immaginare l’estremo stress subito dalle decine di migliaia di famiglie che, ricevuto l’ordine di demolizione, ignorano totalmente quando i bulldozer dell’esercito arriveranno ad eseguirlo. Una ricerca eseguita da  PCC/Save the Children [ong internazionale per la difesa dei diritti dei minori, ndtr.], ad esempio, conferma, ovviamente, che i minori coinvolti rimangono profondamente segnati da tale esperienza.

Non sarebbe sicuramente accettabile che un governo europeo trattasse in questo modo i cittadini di una minoranza etnica. In che modo allora la NSPCC riesce a conciliare la sua missione benefica e gli stretti legami con una azienda simile?

Edward Colston (1636-1721), il mercante di schiavi di Bristol la cui statua è stata abbattuta durante le proteste di Black Lives Matter dello scorso anno, era un cittadino modello: uno stimato mercante che per senso civico finanziava molte opere filantropiche, compresi ricoveri per indigenti, ospedali e scuole per i giovani. Questo pio filantropo, che contribuì a costruire anche chiese, non fece nulla per scandalizzare la società britannica. E tuttavia, per i suoi concittadini antirazzisti del XXI secolo e ormai per il mondo intero, Colston rappresenta il ruolo avuto dalla Gran Bretagna nella corsa genocida per impadronirsi delle ricchezze dell’Africa, i cui costi per la popolazione di quel continente e le cui conseguenze su chi venne deportato e reso schiavo sono impossibili da quantificare.

Per spiegarci l’estrema contraddizione fra umanità e crudeltà che ci rivela il lascito di questo individuo dobbiamo considerare il razzismo anti-nero che prese piede in Gran Bretagna contemporaneamente all’espansione della sua potenza colonizzatrice e schiavizzante. Possiamo dare per scontato che l’amor proprio di Colston fosse garantito dalla convinzione che gli uomini e le donne nere che comprava e vendeva non erano per niente esseri umani, bensì beni mobili proprio come i vini e i tessuti in cui commerciava. La barbarie del bianco veniva proiettata sulle sue vittime, che potevano quindi essere considerate “selvaggi”.

Forse anche Colston avrebbe fatto donazioni alla NSPCC se fosse esistita a quei tempi, e l’equivalente tardo-seicentesco di questa organizzazione benefica, avendo interiorizzato gli stessi presupposti egemonici di Colston, ne avrebbe accettato i soldi senza alcuna remora.

Il razzismo anti-nero è ancora una ferita profonda nella nostra cultura e continua a produrre discriminazione e sofferenza alla popolazione di colore, però viene ormai quasi universalmente considerato una vergognosa aberrazione. Questo non vale, tuttavia, per ogni forma di razzismo. L’accumulazione del capitale, lo sfruttamento della manodopera, l’estrazione delle risorse naturali e persino forme di aperto colonialismo hanno ancora la priorità sui diritti delle popolazioni non-bianche. Esistono ancora specifici gruppi da disumanizzare e demonizzare, che devono essere resi “superflui” per il mondo moderno e la cui esistenza deve venire spinta ai margini della coscienza “bianca”.

L’autorità ufficiale di regolamentazione per le operazioni delle organizzazioni benefiche registrate in Gran Bretagna è la Charity Commission, che fornisce indicazioni per fare in modo che i fondi abbiano provenienza non dubbia e vengano spesi per fini leciti. Lo scopo è evitare il tipo di polemiche in cui venne coinvolta la London School of Economics quando accettò sovvenzioni dal defunto leader libico Mu’ammar Gheddafi.

A fronte delle richieste ricevute affinché rifiuti il denaro ricavato da attività che comportano danni gravi e permanenti per i minori palestinesi, la NSPCC ha replicato che “in conformità con le indicazioni della Charity Commission, la NSPCC ha prodotto linee guida etiche per la raccolta di fondi aziendali che riflettono i nostri valori… e mette in atto procedure efficaci di controllo basate sui criteri approvati dai suoi amministratori fiduciari in relazione alle aziende partners.”

Desta sorpresa che la NSPCC si senta autorizzata a considerare i profitti derivati dalla demolizione delle case, con tutte le crudeltà che ne derivano, alla stregua di denaro pulito? Forse la ragione sta nel fatto che quelle indicazioni consigliano soltanto di rifiutare i fondi “associati a qualsiasi organizzazione che abbia a che fare con la schiavitù, la tratta e il lavoro minorile oppure in cui un direttore o funzionario sia stato condannato per un crimine sessuale.”

In un opuscolo intitolato “Living Our Values” [Nel Rispetto dei Nostri Valori, n.d.tr.], la NSPCC dichiara: “Faremo sentire la nostra voce quando qualcosa non va… Cerchiamo di realizzare cambiamenti culturali, sociali e politici – influenzando legislazione, politica, pratiche e comportamenti e garantendo servizi che vadano a vantaggio di giovani e bambini.”  

Qui la NSPCC riconosce la responsabilità di contestare le regole comuni nel caso in cui esse mettano in pericolo i giovani. Tuttavia, quando si tratta di minori in Paesi lontani, essa suggerisce che le priorità commerciali del governo facciano premio sull’applicazione delle norme morali: “Le attività di esportazione di un’impresa non sono sottoposte al nostro codice deontologico” a meno che non riguardino Paesi “sottoposti formalmente a restrizioni da parte del governo/Dipartimento per il Commercio del Regno Unito.” 

 

Con questo approccio legalistico i funzionari della organizzazione benefica riescono ad eludere la sfida morale insita nel rapporto reciprocamente vantaggioso con JCB. Forse potremmo chiedere perché non si siano consultati invece con i loro omologhi palestinesi (del PCC [Palestinian Counseling Center, ong psicologi, educatori e attivisti di comunità che opera nei territori occupati, ndtr], GCMHP [Gaza Community Mental Health Programme, ong palestinese di operatori della salute mentale che opera a Gaza, ndtr.], DCI [Defence for Children International-Palestine, ong che difende i diritti dei minori, ndtr.] o PTC [Palestine Trauma Center, ong che offre sostegno psicologico a minori, famiglie e persone traumatizzate, ndtr.], per esempio) per scoprire quali siano le conseguenze delle demolizioni di case sulla salute mentale dei minori.

È possibile che lo stesso complesso psicologico-ideologico che permise a Colston di essere al contempo mercante di schiavi e stimato filantropo sia ravvisabile all’interno della NSPCC?

In un recente rapporto alla Assemblea Generale ONU, il professor Nils Melzer, relatore speciale sulla tortura, ha esaminato i meccanismi utilizzati da “perpetratori e spettatori” per giustificare la propria tolleranza alle torture.  Messi di fronte a violazioni inconfutabili dei diritti umani, essi “tendono a sopprimere i dilemmi morali che ne derivano grazie a schemi di negazione e di auto-inganno in gran parte inconsci.” In questi casi il meccanismo ideale è il razzismo, che, proiettando la brutalità dei perpetratori sulle sue vittime, le disumanizza agli occhi dei più forti e le sottrae così al giudizio della coscienza.

 

Il colonialismo delle colonie contiene una “logica di eliminazione”. Come disse l’allora Primo Ministro israeliano Golda Meir, “Non è vero che c’era un popolo palestinese in Palestina, che noi siamo arrivati, lo abbiamo cacciato e gli abbiamo portato via il Paese. Semplicemente non esisteva.”

Questo razzismo di tipo eliminatorio pervade l’intera cultura israeliana e influenza la mentalità dominante all’interno del mondo occidentale. Si può continuare a percepire Israele come una democrazia solo se i palestinesi che vivono senza diritto di voto nella Palestina storica e i profughi nei Paesi vicini non vengono riconosciuti come esseri umani al pari nostro e dei cittadini ebrei di Israele.

 

La mentalità colonialista delle culture metropolitane garantisce che la protezione teoricamente garantita erga omnes dalle leggi internazionali venga applicata invece in modo selettivo. A parole si professa il rispetto per la Convenzione ONU sui Diritti del Minore, ma nei fatti alcuni governi la ignorano impunemente.

È deplorevole che l’impegno della NSPCC nei confronti dei bambini maltrattati venga pregiudicato dalla sua riluttanza ad andare oltre le convenzioni per impegnarsi direttamente a favore dei giovani che vivono nella Palestina occupata. 

 

Comportandosi secondo l’etica dell’attuale capitalismo razziale, i funzionari della NSPCC non sono nè più nè meno malvagi di Edward Colston. Ciascuno a modo suo è rappresentativo del suo periodo storico e del suo milieu sociale, ciascuno riflette la collusione della società britannica con l’illegalità internazionale, nel passato con la schiavitù, oggi con il colonialismo degli insediamenti israeliani.

 

Il fatto che il razzismo anti-palestinese sia così diffuso nella nostra società non autorizza un’organizzazione benefica impegnata nella protezione dei minori che si promuove con lo slogan “vale la pena lottare per ciascun bambino”, ad assecondarne la bieca logica.

Evidentemente, per quanto riguarda la NSPCC, non per tutti i minori vale  la pena di lottare.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale del Middle East Monitor.

(traduzione dall’inglese di Stefania Fusero) 




Il razzismo dei coloni israeliani non è un’anomalia. È parte di un sistema di apartheid

Ben White

14 ottobre 2020 – Middle East Eye

Molti di coloro che hanno criticato la recente istigazione anti-araba nella colonia di Yitzhar continuano a sostenere la discriminazione istituzionale contro i palestinesi

La colonia israeliana di Yitzhar [in Cisgiordania, a sud della città di Nablus, ndtr.], a lungo sinonimo di estremismo nazionalista e violenza anti-palestinese, è tornata all’onore delle cronache lunedì, dopo che i suoi abitanti hanno collocato all’esterno della colonia un cartello che recita: “Questa strada conduce alla comunità di Yitzhar – L’ingresso per gli arabi è pericoloso.”

Come illustrato da Haaretz, il retroscena della trovata è un fatto avvenuto due settimane fa, quando “è stato rifiutato l’ingresso a Yitzhar ad un operatore sanitario arabo inviato per somministrare un test per il Covid-19”, in quanto, secondo quanto riportato, “era un arabo”.

In risposta il comandante in capo israeliano della regione “ha chiarito agli abitanti di Yitzhar che devono consentire l’ingresso degli arabi”, interpretando la posa del cartello stradale come un segnale di “protesta”.

Le foto del cartello sono state rapidamente condivise su Twitter, suscitando indignazione e contrarietà generali.

Secondo alcuni, il motivo per cui la scritta è diventata virale è che rappresenterebbe un momento rivelatore del fatto che un sistema di segregazione sia stato espresso in modo brutale ed esplicito. Questo potrebbe essere parzialmente vero, ma racconta solo una parte della storia, come possiamo vedere dalla ampia varietà di individui che hanno espresso irritazione per il cartello di Yitzhar.

Tra chi ha manifestato delle critiche sono compresi, ad esempio, apologeti e persino compartecipi del processo di colonizzazione israeliana nella Cisgiordania occupata, come l’ex leader delle colonie e diplomatico israeliano Dani Dayan, che ha definito il cartello “razzista”.

Un colono della Cisgiordania, insegnante Uri Pilichowski, ha dichiarato: “Sono un colono e ho trovato quella scritta spregevole”. Ha aggiunto in un post di Facebook: “Ogni gruppo ha le sue mele marce e la comunità dei coloni non è diversa”.

In modo significativo, Pilichowski ha concluso così il suo post: “Il mio unico sollievo è che Yitzhar si comporta continuamente in questo modo, il che evidenzia come tutte le altre comunità ebraiche in Giudea e Samaria [cioè le colonie in Cisgiordania] non fanno mai queste cose”.

Sulla base di questo modo di vedere, i comportamenti dei cittadini di Yitzhar, sebbene deplorevoli, diventano in realtà una prova della moralità del 99% dei coloni (si noti che l’immagine di Yitzhar come eccezione, o anomalia, è una risposta abituale di fronte al verificarsi di questo tipo di episodi).

Storia della violenza

In effetti, il razzismo dei coloni di Yitzhar può essere compreso solo in quanto parte, piuttosto che elemento estraneo o eccezionale, delle politiche attuate nel corso della storia e attualmente e sostenute dalla leadership politica, militare e giudiziaria di Israele e dalla maggioranza dell’opinione pubblica ebraica.

L’esclusione e l’allontanamento dei palestinesi dalla terra e dalle comunità attraverso la violenza, le leggi e la prassi sono parte integrante della storia di Israele, a cominciare dall’esodo causato dai coloni sionisti prima della fondazione dello Stato e dalla pulizia etnica della Nakba.

Oggi il controllo ebreo israeliano sulla terra e sulle risorse – a spese dei cittadini palestinesi – è assicurato attraverso varie leggi e meccanismi di pianificazione, incluso il rifiuto di consentire ai palestinesi esiliati di tornare nelle loro terre e il ruolo dei comitati di ammissione residenziale [in alcune zone di Israele queste commissioni possono negare il diritto di residenza a persone indesiderate ed escludono metodicamente i palestinesi cittadini di Israele, ndtr.].

Nella Cisgiordania occupata, nel frattempo, le autorità israeliane hanno a lungo escluso i palestinesi da aree estese della regione, un divieto di accesso che è inseparabile dalla colonizzazione del territorio [che avviene] principalmente attraverso la creazione di colonie ebraiche.

Come ha evidenziato su Twitter l’esperto della colonizzazione Dror Etke, è il massimo dell’ipocrisia che qualcuno come Dayan condanni l’episodio del cartello di Yitzhar quando, come documentato in dettaglio nel rapporto di Kerem Navot [organizzazione di valutazione e ricerca sulle politiche israeliane del territorio in Cisgiordania, ndtr.] del 2015, i settori amministrativi delle colonie giocano un ruolo chiave nell’esclusione dei palestinesi da aree della Cisgiordania occupata.

Il rapporto ha rilevato che quasi un terzo della Cisgiordania e più della metà dell’Area C [il 60% della Cisgiordania dove, in base agli accordi di Oslo, Israele esercita il pieno controllo civile e della sicurezza, ndtr.] sono state “definite come aree militari chiuse” – l’obiettivo principale è “ridurre drasticamente le possibilità da parte della popolazione palestinese di utilizzare la terra e consegnarne il più possibile ai coloni israeliani.”

“Minaccia demografica”

I coloni che imbrattano i muri delle case e delle moschee palestinesi con graffiti razzisti sono condannati da vaste fasce della società israeliana, ma l’istigazione anti-araba e anti-palestinese è diffusa sui media e nella politica israeliana, a partire dai commenti dei lettori fino alle politiche strategiche nei confronti dei palestinesi.

Secondo l’indice annuale di 7 amleh [ONG palestinese ndtr.] su razzismo e istigazione nei media informatici israeliani, il 2019 ha visto un commento razzista ogni 64 secondi. Nel frattempo, le comunità palestinesi nella Cisgiordania occupata sono descritte nelle riunioni di commissione della Knesset [parlamento israeliano, ndtr.] come un “virus” e un “cancro”.

I più importanti leader israeliani abitualmente trattano con sufficienza, minacciano e disumanizzano i palestinesi su entrambi i lati della Linea Verde [linea di demarcazione stabilita negli accordi d’armistizio arabo-israeliani del 1949, ndtr.] con politici come Gideon Saar [membro del parlamento israeliano, ndtr.] del Likud o il defunto Shimon Peres [laburista, presidente di Israele dal 2007 al 2014, ndtr.] che si preoccupavano dei “tassi di fertilità” ebrei rispetto a quelli arabi o definivano i cittadini palestinesi una “minaccia demografica”.

Concentrarsi su attori come i coloni “estremisti” può essere indispensabile e vantaggioso, in particolare quando vengono alla ribalta gli attacchi violenti commessi contro i palestinesi e le loro proprietà, condotti nell’impunità e persino con la cooperazione attiva delle forze israeliane.

Tuttavia, è importante contestualizzare eventi come il cartello di Yitzhar in modo tale da non oscurare gli abusi pluridecennali e quotidiani subiti dai palestinesi per mano dello Stato israeliano di apartheid. Il parlamentare del Meretz [partito politico della sinistra sionista, ndtr] ed ex generale dell’esercito Yair Golan è stato tra coloro che hanno condannato la scritta dei coloni di Yitzhar, chiedendo retoricamente: “È questo quello che vogliamo essere, uno Stato razzista?”

Una simile risposta mostra che i momenti rivelatori possono anche essere utili come opportunità di autocompiacimento morale da parte di coloro che disdegnano e prendono le distanze in modo assertivo dal volgare razzismo dei coloni, pur sostenendo la discriminazione e la segregazione istituzionalizzata la cui portata e impatto fanno sì che gli attivisti di Yitzhar appaiano, al confronto, ben poca cosa.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Ben White

Ben White è uno scrittore, giornalista e analista specializzato sul tema Palestina / Israele. I suoi articoli sono apparsi ampiamente sui media internazionali, tra cui Al Jazeera, The Guardian, The Independent e altri. È autore di quattro libri, l’ultimo dei quali, ‘Cracks in the Wall: Beyond Apartheid in Palestine / Israel’ [Crepe nel muro: dietro l’apartheid in Palestina, ndtr.] (Pluto Press), è stato pubblicato nel 2018.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




La raccolta fondi per un terrorista israeliano evidenzia un razzismo antipalestinese profondamente radicato

Robert Andrews

22 settembre 2020 – Middle East Monitor

Un razzismo antipalestinese profondamente radicato è endemico in larghe fasce della società israeliana. Questo è stato nuovamente confermato la scorsa settimana, quando una campagna israeliana di raccolta fondi ha raccolto in soli 5 giorni oltre 1,38 milioni di shekel (equivalenti a 339.000 euro) per finanziare le spese legali dell’appello di Amiram Ben Uliel, il terrorista israeliano condannato a tre ergastoli per l’uccisione cinque anni fa di tre membri della famiglia palestinese Dawabsheh. L’attacco incendiario di Ben Uliel del 31 luglio 2015 uccise il piccolo Ali Dawabsheh, di 18 mesi, e i suoi genitori Saad e Riham. Ahmed Dawabsheh, unico sopravvissuto all’attacco e che all’epoca aveva solo cinque anni, subì ustioni di secondo e terzo grado su oltre il 60% del corpo.

La raccolta fondi razzista, organizzata dalla moglie di Ben Uliel, Orian, e dall’associazione di estrema destra di sostegno legale Honenu dopo la sua condanna lo scorso lunedì, in soli cinque giorni ha superato gli obiettivi della campagna. Finora essa ha ricevuto soldi da oltre 4.900 sottoscrittori ed è stata sostenuta da alcune importanti personalità israeliane, compresi più di una ventina di rabbini di tutto lo spettro nazional – religioso [tendenza religiosa e nazionalista dei coloni estremisti, ndtr.] e dal figlio maggiore di Netanyahu, Yair.

In previsione dell’appello alla Corte Suprema si è formata a caro prezzo un’equipe di difensori composto da ottimi avvocati,” hanno scritto i rabbini in un comunicato congiunto in cui si chiede il rilascio di Ben Uliel. “Chiediamo all’opinione pubblica di contribuire generosamente (a questa campagna di raccolta fondi), ognuno in base alle proprie possibilità, a questa campagna per salvare una vita.”

In un comunicato separato Elyakim Levanon, rabbino capo di Samaria [zona centrale della Cisgiordania, ndtr.] e capo della scuola religiosa di Elon Moreh [colonia israeliana particolarmente violenta, ndtr.] ha notato: “Tutto Am Yisrael [il popolo di Israele, ndtr.] è in crisi. Chiedo ad ognuno di unirsi alla campagna per il rilascio di questo innocente e per liberarlo da ogni colpa, sia con preghiere per Rosh HaShana [capodanno ebraico, ndtr.] che con contributi concreti.”

Il comunicato congiunto dei rabbini e tale chiaro appoggio da parte degli israeliani per il successo del processo di appello di Ben Uliel esemplificano una crescente ondata di sentimenti antipalestinesi nella società israeliana, che considera sempre di più gli israeliani che attaccano ed uccidono palestinesi degli eroi. Sulle reti sociali un video diventato virale che mostra gruppi di israeliani mentre ballano festeggiando la notizia della morte di Ali Dawabsheh illustra l’esultanza con cui tali notizie sono accolte in Israele.

Più di recente un soldato israeliano ha sparato in testa al palestinese Abdel Fattah Al-Sharif mentre era a terra ferito e disarmato. Elor Azaria è stato rilasciato nel maggio 2018 dopo aver scontato solo nove mesi dei 18 a cui era stato condannato per omicidio colposo. Azaria aveva giustiziato Al-Sharif 11 minuti dopo che era stato colpito ed era a terra: il soldato era stato inizialmente condannato per omicidio e solo per questo cacciato in fretta e furia dalla polizia militare israeliana.

Prevedibilmente la condanna di Azaria per omicidio colposo ha provocato una rivolta in tutto Israele ed ha portato una vasta gamma di dirigenti sociali e politici a solidarizzare con lui e a chiedere che venisse perdonato. Secondo il parlamentare della Knesset Yifat Shasha-Biton, fin da subito tutto questo caso è stato “radicalmente falsato”, mentre Netanyahu, dopo aver appreso della condanna di Azaria, ha rimarcato che si trattava di “un giorno difficile e penoso per tutti noi”. In tutto Israele si sono tenute proteste di massa che chiedevano il rilascio di Azaria; secondo stime della polizia, fino a 5.000 persone si sono riunite in piazza Rabin a Tel Aviv, con slogan come “morte agli arabi”.

Dal suo rilascio dalla prigione nel 2018 Azaria è diventato una celebrità in Israele, ha ricevuto un vasto appoggio popolare e nel 2019 è persino stato pagato per comparire sui manifesti della campagna politica del Likud insieme al viceministro della Difesa Ambientale Yaron Mazuz.

La crescente notorietà di Azaria si manifesta sullo sfondo di un sistema giudiziario in cui, per esempio, l’allora diciassettenne palestinese Ahed Tamimi è stata tenuta in una prigione militare per otto mesi per aver schiaffeggiato un soldato israeliano dopo che suo cugino era stato colpito alla testa con un proiettile ricoperto di gomma, mentre l’uccisione a sangue freddo di un palestinese comporta irrisorie condanne al carcere o, in molti casi, neppure quello. Ha scritto Allison Kaplan Sommer su Haaretz [giornale israeliano di centro sinistra, ndtr.]: “Senza le immagini diventate virali nel Paese e in tutto il mondo… nessuno avrebbe conosciuto il suo (di Azaria) nome.”

La schiacciante accusa di razzismo all’interno della società israeliana, esemplificata dai diffusissimi appelli a rilasciare l’assassino della famiglia Dawabsheh e la mancata punizione garantita ai soldati che uccidono palestinesi, probabilmente sorprende quanti sono ancora assorbiti dal mito di un Israele egualitario e democratico. Fungono da campanello d’allarme che obbliga le persone ragionevoli a prendere in considerazione la situazione della società israeliana nel 2020, che è così diversa dall’immagine promossa dai suoi apologeti. Lontano dal contratto sociale tracciato dalla sua dichiarazione di fondazione, Israele è diventato un luogo in cui persino l’omicida condannato di un piccolo bambino di 18 mesi e dei suoi genitori è difeso in modo veemente e sostenuto finanziariamente in modo palese e, per eterna vergogna di Israele, entusiastico.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)