Il vero apartheid

Asa Winstanley

17 aprile 2021 Middle East Monitor

“E’ questo il vero apartheid,” ha twittato la scorsa settimana l’avvocata ebrea americana Brooke Goldstein. “il fatto che gli ebrei non possano entrare in territorio palestinese,” ha dichiarato. “Non accetto che ci siano posti dove è pericoloso entrare perché SONO EBREA.”

Goldstein ha inserito nel tweet la foto di un grande cartello rosso in Cisgiordania con la scritta (in ebraico, arabo e inglese): “Questa strada porta a villaggio palestinese [sic] l’ingresso è pericoloso per i cittadini israeliani.”

Tuttavia la Goldstein, a prescindere dalla vergognosa sovrapposizione di ebrei con israeliani, ha trascurato un fatto basilare – il cartello era opera di Israele, non dei palestinesi. In questo modo ha fatto apparire i palestinesi colpevoli di “odio per gli ebrei”.

E’ il regime di apartheid israeliano che stabilisce chi può andare e dove in Cisgiordania. E’ il sistema dittatoriale israeliano dei posti di blocco dell’esercito, delle basi militari e dell’elaborato sistema di permessi che decreta chi si può muovere, dove e perché.

Il post della Goldstein è stato parecchio deriso dagli utenti di Twitter.

Ha ricevuto ciò che i giovani definiscono una “ratio”, vale a dire che ha suscitato molti più commenti (1.100 mentre scrivo questo articolo) che “likes” (378) o retweet (soltanto 145). Le risposte e le citazioni sono quasi tutte critiche e di scherno, fra cui alcune decisamente esilaranti.

Questi cartelli si vedono spesso in Cisgiordania. Chiunque vi sia stato li ha visti all’ingresso dei maggiori agglomerati urbani palestinesi.

Ma questi divieti sono conseguenza del razzismo del regime di apartheid israeliano, non di un immaginario endemico antisemitismo palestinese. L’esercito israeliano ha incominciato a mettere i cartelli intorno all’anno 2006, il periodo in cui vivevo in Cisgiordania.

Questi cartelli non sono unici nella storia del separatismo razziale e coloniale. Molti ricordano che nel sud degli USA ai tempi delle leggi Jim Crow [in vigore fra il 1877 e il 1964, servirono a mantenere la segregazione razziale in tutti i servizi pubblici, ndtr] (prima che il movimento per i diritti civili ottenesse le decisive vittorie degli Anni Sessanta) e in Sud Africa durante l’epoca dell’apartheid, quei regimi avevano implementato un sistema talvolta definito di “segregazione secondaria”.

Cartelli e altre attrezzature segnalavano numerosi spazi pubblici come “riservati ai bianchi” oppure “riservati agli europei”. E’ noto che ai neri veniva negato l’accesso alle fontanelle pubbliche, ed anche a tavole calde ed altri negozi.

Ma il corollario naturale dei cartelli “riservati ai bianchi” erano i concomitanti “riservati ai neri” o “riservati alla gente di colore”, anche questi esposti dagli stessi regimi suprematisti bianchi. Non diversamente, il regime segregazionista israeliano erige questi cartelli rossi per mantenere “al loro posto” i palestinesi.

L’obiettivo vero di quei cartelli non è tenere gli israeliani – certamente non gli ebrei – fuori dalle zone palestinesi in Cisgiordania, semmai di rafforzare l’ideologia europea di separatismo razziale, che nega la pari umanità alla popolazione indigena “non bianca”.

L’obiettivo è far rispettare il principio che nel Sud statunitense delle leggi Jim Crow veniva raccontato come “separati ma uguali”, mentre in realtà era tutto tranne che equo. Gli afroamericani erano sistematicamente tenuti nella povertà più abietta, non diversamente da come il Sudafrica dell’apartheid teneva la maggioranza nera in sistemica povertà.

Il regime segregazionista israeliano nega ai palestinesi pari accesso al sistema scolastico, ai contributi pubblici, alle infrastrutture e alle altre normali funzioni dello Stato, mentre destina generosi investimenti alle comunità ebraiche israeliane. Se questo vale per i palestinesi che teoricamente sono “cittadini israeliani”, non parliamo poi della questione della Cisgiordania occupata, che non è altro che una dittatura dominata dall’esercito israeliano, in cui i palestinesi hanno zero diritti.

Se abbiamo consapevolezza di questa ideologia, possiamo allora comprendere che a chi ha preso in giro la Goldstein per la sua stupidità, pur avendo avuto tutte le ragioni di farlo, è sfuggito però un punto fondamentale.

Quello della Goldstein non è stato un semplice equivoco ed è altrettanto improbabile che ignorasse che è Israele a erigere quei cartelli. E’ invece assai più plausibile che stesse intenzionalmente mentendo per distogliere l’attenzione dal fatto che Israele è un regime segregazionista, fatto di cui si sta sempre di più prendendo coscienza. Ecco perché ha dichiarato che in quel cartello sta il “vero apartheid”.

La realtà è che la Goldstein non è esattamente una qualsiasi sprovveduta con un account su Twitter. In effetti, è una razzista impegnata nella causa anti-palestinese e nell’accanita propaganda a favore dell’imposizione del regime di apartheid israeliano – che si estende alla punizione e persecuzione di chi sostiene i diritti dei palestinesi in ogni parte del mondo.

Gestisce l’organizzazione sionista Lawfare Project [Progetto Guerra Legalista, che finanzia cause legali a sostegno delle comunità ebraiche filoisraeliane, ndtr], che ha la missione di attaccare i palestinesi ed i loro sostenitori nel mondo utilizzando cause legali pretestuose.

Una volta è arrivata a sostenere che “Non esistono persone palestinesi”.

Quindi l’accusa ingiustificata di antisemitismo rivolta dalla Goldstein ai palestinesi è stato un tipico caso di proiezione per cui il razzista presume che tutti quanti – specialmente le sue vittime – condividano le sue stesse idee razziste.

 Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale del Middle East Monitor.

(Traduzione dall’inglese di Stefania Fusero)

 




Il francese Libération censura l’autrice Sarah Schulman su Gaza?

Ali Abunimah  

6 aprile 2021 – Electronic Intifada

Il quotidiano francese Libération è stato co-fondato da Jean-Paul Sartre sulla scia delle proteste radicali del maggio 1968. Pubblicato dal 1973, è ancora orgoglioso di “schierarsi dalla parte dei cittadini e dei loro diritti contro tutte le forme di ingiustizia e discriminazione, individuali e collettive.”

Tuttavia, come per molte istituzioni progressiste, la volontà di sfidare i potenti a favore degli oppressi sembra passare in secondo piano quando si si tratta della Palestina.

Almeno questo è ciò che la pluripremiata autrice americana Sarah Schulman ha scoperto dopo essere stata intervistata per Libération all’inizio di marzo, in occasione della pubblicazione dell’edizione francese del suo libro del 2016 Conflict is not Abuse [Conflitto non significa sopraffazione] .

L’intervista è stata eliminata da Libération, e a Schulman è stato detto che era in parte a causa delle sue critiche agli attacchi di Israele contro Gaza.

Conflict is not Abuse è per circa un terzo sulla Palestina e in particolare sulla guerra a Gaza del 2014″, ha detto Schulman a The Electronic Intifada. “Sarebbe impossibile discutere del libro senza parlare dell’efferatezza israeliana e del sostegno degli Stati Uniti a quelle gravi ingiustizie”.

The Electronic Intifada ha visto le due versioni del testo dell’intervista: una prima bozza e una versione finale. La guida etica di Libération prescrive ai giornalisti di inviare il testo delle interviste agli intervistati prima della pubblicazione per verificarne l’accuratezza.

Gli aggressori si proclamano vittime

Nell’intervista per Libération con il giornalista freelance Cyril Lecerf Maulpoix, Schulman illustra i temi centrali del suo libro, in particolare la sua analisi di metodi riparatori, inclusivi e meno punitivi per risolvere i conflitti e ottenere giustizia.

Sostiene che il conflitto è una lotta per il potere senza la quale le ingiustizie non possono essere superate, anche se le parti hanno un livello diseguale di potere e responsabilità in una data situazione. In un conflitto, tuttavia, le parti hanno ancora la capacità di agire e interagire, anche evitando il ricorso alla violenza.

La sopraffazione, al contrario, è l’esercizio del potere dall’alto. Può essere sperimentato nella sfera personale o familiare, ma esiste anche a un livello più ampio: il razzismo, l’islamofobia o l’antisemitismo sono sopraffazioni sistemiche che nessun individuo può eliminare.

Schulman osserva che gli aggressori spesso cercano di evitare responsabilità invertendo i ruoli: si considerano vittime dipingendo le loro vittime prive di potere come una pericolosa minaccia.

I suoi esempi includono Michael Brown ed Eric Garner, la cui uccisione da parte della polizia americana nel 2014 ha suscitato il movimento Black Lives Matter, e la violenza di Israele contro i palestinesi.

“Volevo dimostrare che dalla scala più privata alla relazione geopolitica tra uno Stato e una popolazione si può vedere lo stesso paradigma, in cui nel contesto di un conflitto l’aggressore si presenta come se fosse stato attaccato semplicemente perché qualcuno gli resiste”, sono le parole di Schulman citate nella bozza finale di Lecerf Maulpoix.

Oltre a parlare delle giustificazioni israeliane alla propria violenza contro i palestinesi, Schulman estende questo quadro alla Francia, dove il presidente Emmanuel Macron sta attualmente conducendo una guerra contro la vessata minoranza musulmana del Paese all’insegna della difesa della laicité – laicismo – contro lo spettro di un islamo-gauchisme – “islamo-sinistra” – e di un presunto separatismo musulmano.

“Stiamo vivendo in un periodo molto repressivo, in cui i fascisti si stanno espandendo ovunque e gli aggressori affermano di essere vittime perché è in corso un cambiamento”, afferma Schulman nella prima bozza.

“Possiamo vederlo anche in Francia, col panico dell’islamo-sinistra”, aggiunge, sottolineando con evidente ironia “Suppongo di essere un’ebrea di islamo-sinistra”.

Tutto questo era evidentemente troppo per Libération.

Troppo radicale”

Una settimana fa, circa tre settimane dopo l’intervista, Schulman ha ricevuto un messaggio di scuse da Lecerf Maulpoix.

“Dopo l’invio di due diverse versioni, alla fine il redattore della rubrica Idées [Idee] ha deciso di non pubblicare l’intervista per ragioni che trovo ancora difficili da capire”, scriveva Lecerf Maulpoix.

“Alcune sono quelle che ho catalogato come politiche (su aspetti che trovano troppo radicali, il ruolo della polizia, Israele e Gaza)”, ha aggiunto.

Il giornalista ha scritto a Schulman della sua frustrazione per essere stato incapace di accogliere le richieste degli editori, nonostante “alcune riscritture per adeguare l’intervista alle loro opinioni”.

Entrambe le bozze viste da The Electronic Intifada, in francese, sono ben scritte e trasmettono le idee di Schulman in modo chiaro e conciso.

La versione finale menziona ancora Israele e Gaza, anche se nel complesso è probabilmente più moderata – forse un riflesso degli sforzi infruttuosi del giornalista per accontentare il giornale.

Cécile Daumas, redattrice della sezione Idee di Libération, non ha risposto alle richieste di The Electronic Intifada di un commento.

In assenza di una spiegazione dal giornale, Schulman si è trovata a trarre le proprie conclusioni.

“So che ci sono sforzi internazionali per equiparare falsamente le critiche a Israele e il sostegno ai diritti dei palestinesi con l’antisemitismo, e presumo che Libération sia caduta in quella palude”, ha detto a The Electronic Intifada.

“Ogni giorno sentiamo parlare di persone palestinesi o che stanno con la Palestina che vengono messe a tacere, e questa repressione è in aumento”.

Ali Abunimah è co-fondatore di The Electronic Intifada e autore di The Battle for Justice in Palestine [La battaglia per la giustizia in Palestina], ora uscito per i tipi di Haymarket Books.

Ha scritto anche One Country: A Bold-Proposal to End the Israeli-Palestinian Impasse [Una Nazione: una proposta audace per porre fine all’impasse israelo-palestinese].

Le opinioni espresse sono solo dell’autore.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Artisti come me vengono censurati in Germania perché sosteniamo i diritti dei palestinesi

 Brian Eno

4 febbraio 2021  The Guardian

Una risoluzione parlamentare del 2019 ha avuto un effetto raggelante sui critici della politica israeliana. Adesso il settore culturale si fa sentire.

Sono solo uno dei tanti artisti che sono stati colpiti da un nuovo Maccartismo che ha preso piede in un clima crescente di intolleranza in Germania. La romanziera  Kamila Shamsie, il poeta Kae Tempest, i musicisti Young Fathers e il rapper Talib Kwelli, l’artista visuale Walid Raad e il filosofo Achille Mbembe * sono tra gli artisti, accademici, curatori e altri che sono stati coinvolti in un sistema di interrogatori politici, liste nere ed esclusione che è ormai diffuso in Germania grazie all’approvazione di una risoluzione parlamentare del 2019. In definitiva, si tratta di prendere di mira i critici della politica israeliana nei confronti dei palestinesi.

Recentemente, una mostra delle mie opere d’arte è stata cancellata nelle sue fasi iniziali perché sostengo il movimento non-violento, guidato dai palestinesi, per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni (BDS). La cancellazione non è mai stata dichiarata pubblicamente, ma a quanto mi risulta, è stata la conseguenza del timore di operatori culturali in Germania che loro e la loro istituzione sarebbero stati puniti per aver promosso qualcuno etichettato come “antisemita”. Così funziona la tirannia: creare una situazione in cui le persone siano abbastanza spaventate da tenere la bocca chiusa e l’autocensura farà il resto.

Ma poiché la mia storia è relativamente minore, vorrei parlarvi della mia amica, la musicista Nirit Sommerfeld.

Nirit è nata in Israele e cresciuta in Germania, e da tutta la vita mantiene il suo legame con entrambi i luoghi, inclusa la sua famiglia allargata in Israele. Come artista, si occupa da più di 20 anni in canzoni, testi e performance del rapporto tra tedeschi, israeliani e palestinesi, dedicando tutti i suoi spettacoli alla comprensione internazionale e interreligiosa.

Eppure ora Nirit si ritrova impedita nello svolgere liberamente il suo lavoro culturale. Nel considerare la sua domanda di finanziamento artistico, i funzionari statali hanno detto a Nirit che dovevano controllare il suo lavoro; quando ha cercato di prenotare un luogo per un suo concerto a Monaco, la sua città natale, le è stato detto dagli organizzatori che lo spettacolo sarebbe stato cancellato a meno che non avesse confermato per iscritto che non avrebbe espresso alcun “sostegno per il contenuto, l’argomento e gli obiettivi” della campagna BDS. È stata ripetutamente bersaglio di campagne diffamatorie.

Perché è successo?

Perché ha parlato di ciò che ha visto con i suoi occhi: le leggi razziste di Israele contro i suoi stessi cittadini che sono palestinesi; i posti di blocco militari israeliani, le demolizioni di case, il muro di separazione, l’accaparramento delle terre, l’incarcerazione di bambini e i soldati israeliani che umiliano e uccidono palestinesi di tutte le età. È stata testimone dell’uso illegale di bombe al fosforo contro Gaza e dell’indifferenza – nella migliore delle ipotesi – di molti nella società israeliana.

Ho chiesto a Nirit come si sente riguardo a questa situazione: “Dopo essere tornata per due anni a Tel Aviv e molte visite nei territori palestinesi occupati, ho capito che Israele non è all’altezza dei suoi elevati standard morali che dichiara. La lezione appresa dall’Olocausto è stata ‘Mai più!’ Ma è inteso solo per proteggere noi ebrei? Per me ‘Mai più!’ Deve includere ‘mai più razzismo, oppressione, pulizia etnica ovunque – così come mai più antisemitismo’. “

La musica di Nirit celebra il suo passato e presente ebraico attraverso il canto. In qualità di artista, il cui nonno è stato assassinato nel genocidio nazista, trova “profondamente inquietante” il fatto di essere soggetta alla censura e al maccartismo inquisitorio da parte di funzionari e istituzioni pubbliche tedesche.

Secondo Nirit, “quando i difensori di Israele insistono sul fatto che queste politiche di occupazione e di apartheid sono fatte a nome di tutti gli ebrei nel mondo, alimentano l’antisemitismo. La lotta all’antisemitismo non dovrebbe e non può essere fatta demonizzando la lotta per i diritti dei palestinesi “.

L’esperienza di Nirit è un esempio della situazione kafkiana in cui siamo scivolati: una donna ebrea, il cui lavoro è incentrato sulla storia, la memoria, la giustizia, la pace e la comprensione, falsamente accusata di antisemitismo dalle istituzioni tedesche. L’assurdità dell’accusa rende chiara una cosa: non si tratta affatto di antisemitismo, ma di limitare la nostra libertà di discutere la situazione politica e umanitaria in Israele e Palestina.

Allora come si è verificata questa situazione?

Nel 2019 in Germania è stata approvata una risoluzione parlamentare vagamente formulata non vincolante, che falsamente equipara il movimento BDS all’antisemitismo. In un breve lasso di tempo, questa risoluzione ha aperto la strada a un’atmosfera di paranoia, alimentata da disinformazione e opportunismo politico.

Il BDS è un movimento pacifico che mira a fare pressione su Israele affinché ponga fine alle sue violazioni dei diritti umani palestinesi e rispetti il ​​diritto internazionale. È modellato sui precedenti del movimento per i diritti civili degli Stati Uniti e, soprattutto, del movimento contro l’apartheid in Sud Africa. Si rivolge alla complicità con un regime ingiusto e prende di mira le istituzioni, non gli individui o l’identità. Il BDS avverte la coscienza pubblica di uno status quo insostenibile e profondamente ingiusto e mobilita l’azione per porre fine a qualsiasi coinvolgimento nel sostenerlo.

Eppure i direttori di festival, coloro che fanno programmazione e istituzioni interamente finanziate con fondi pubblici stanno sottoponendo gli artisti a test politici, controllando se hanno mai criticato la politica israeliana. Questo sistema di sorveglianza e autocensura è nato perché le istituzioni culturali si trovano sotto attacco da parte di gruppi anti-palestinesi quando invitano un artista o accademico che ritiene inaccettabile per loro la visione dell’occupazione israeliana.

Per fare un esempio tra i tanti, il direttore del Museo ebraico di Berlino, Peter Schäfer, è stato costretto a rassegnare le dimissioni dopo che il museo ha twittato il collegamento a un articolo su un giornale tedesco relativo ad una lettera aperta di 240 studiosi ebrei e israeliani, inclusi i massimi esperti di antisemitismo, che era critico nei confronti della risoluzione anti-BDS.

Ma ora, con una mossa senza precedenti, i rappresentanti di 32 delle principali istituzioni culturali tedesche, incluso l’ Istituto Goethe, si sono espressi insieme, manifestando allarme per la repressione delle voci critiche e delle minoranze in Germania a seguito della risoluzione anti-BDS del parlamento.

La loro dichiarazione congiunta afferma: “Invocando questa risoluzione, le accuse di antisemitismo vengono utilizzate in modo improprio per mettere a tacere voci importanti e distorcere le posizioni critiche”. Pochi giorni dopo, più di 1.000 artisti e accademici hanno firmato una lettera aperta a sostegno della protesta delle istituzioni culturali.

In un momento in cui le eredità coloniali sono sempre più messe in discussione, discutere di questo particolare esempio di colonialismo in corso sta invece diventando tabù. Ma non è mai stato più urgente: la situazione per i palestinesi che vivono sotto l’apartheid e l’occupazione peggiora di settimana in settimana.

Dovremmo essere tutti allarmati da questo nuovo maccartismo. Gli artisti, come tutti i cittadini, devono essere liberi di parlare apertamente e intraprendere azioni significative, inclusi boicottaggi su questioni di principio, contro i sistemi di ingiustizia. Se lasciato incontrastato, il silenziamento del dissenso e l’emarginazione dei gruppi minoritari non si fermerà ai palestinesi e a coloro che li sostengono.

Brian Eno è un musicista, artista, compositore e produttore

Traduzione di Flavia Donati

da Palestinaculturalibertà




Evidentemente non per tutti i minori vale la pena di lottare: razzismo, coscienza e la NSPCC  

Martin Kemp

 

12 gennaio 2021 – Middle East Monitor

 

 

L’Associazione Nazionale per la Prevenzione della Crudeltà contro i Minori (NSPCC), la maggiore ONG per l’infanzia della Gran Bretagna, è al centro di una campagna perché rinunci ai suoi rapporti con JC Bamford Excavators Ltd (JCB), ditta costruttrice di macchinari per l’edilizia, da cui ha ricevuto donazioni per milioni di sterline. I mezzi della JCB vengono usati dalle forze di sicurezza israeliane per distruggere le case dei palestinesi e per costruire insediamenti illegali/colonie nella Cisgiordania occupata. Denunciata nel 2012 in una relazione dell’organizzazione anti-povertà War on Want, nel 2020 la ditta è stata inserita dall’ONU in una lista di aziende implicate in violazioni delle leggi internazionali. In seguito all’esposto di Lawyers for Palestinian Human Rights [Avvocati per i Diritti Umani dei palestinesi, ong britannica, ndtr.] si trova attualmente sotto inchiesta da parte del Dipartimento per il Commercio Internazionale.

 

Non c’è bisogno di essere un esperto per rendersi conto della crudeltà a cui sono sottoposte varie migliaia di minori palestinesi dalla politica israeliana di distruggerne le case, o per immaginare l’estremo stress subito dalle decine di migliaia di famiglie che, ricevuto l’ordine di demolizione, ignorano totalmente quando i bulldozer dell’esercito arriveranno ad eseguirlo. Una ricerca eseguita da  PCC/Save the Children [ong internazionale per la difesa dei diritti dei minori, ndtr.], ad esempio, conferma, ovviamente, che i minori coinvolti rimangono profondamente segnati da tale esperienza.

Non sarebbe sicuramente accettabile che un governo europeo trattasse in questo modo i cittadini di una minoranza etnica. In che modo allora la NSPCC riesce a conciliare la sua missione benefica e gli stretti legami con una azienda simile?

Edward Colston (1636-1721), il mercante di schiavi di Bristol la cui statua è stata abbattuta durante le proteste di Black Lives Matter dello scorso anno, era un cittadino modello: uno stimato mercante che per senso civico finanziava molte opere filantropiche, compresi ricoveri per indigenti, ospedali e scuole per i giovani. Questo pio filantropo, che contribuì a costruire anche chiese, non fece nulla per scandalizzare la società britannica. E tuttavia, per i suoi concittadini antirazzisti del XXI secolo e ormai per il mondo intero, Colston rappresenta il ruolo avuto dalla Gran Bretagna nella corsa genocida per impadronirsi delle ricchezze dell’Africa, i cui costi per la popolazione di quel continente e le cui conseguenze su chi venne deportato e reso schiavo sono impossibili da quantificare.

Per spiegarci l’estrema contraddizione fra umanità e crudeltà che ci rivela il lascito di questo individuo dobbiamo considerare il razzismo anti-nero che prese piede in Gran Bretagna contemporaneamente all’espansione della sua potenza colonizzatrice e schiavizzante. Possiamo dare per scontato che l’amor proprio di Colston fosse garantito dalla convinzione che gli uomini e le donne nere che comprava e vendeva non erano per niente esseri umani, bensì beni mobili proprio come i vini e i tessuti in cui commerciava. La barbarie del bianco veniva proiettata sulle sue vittime, che potevano quindi essere considerate “selvaggi”.

Forse anche Colston avrebbe fatto donazioni alla NSPCC se fosse esistita a quei tempi, e l’equivalente tardo-seicentesco di questa organizzazione benefica, avendo interiorizzato gli stessi presupposti egemonici di Colston, ne avrebbe accettato i soldi senza alcuna remora.

Il razzismo anti-nero è ancora una ferita profonda nella nostra cultura e continua a produrre discriminazione e sofferenza alla popolazione di colore, però viene ormai quasi universalmente considerato una vergognosa aberrazione. Questo non vale, tuttavia, per ogni forma di razzismo. L’accumulazione del capitale, lo sfruttamento della manodopera, l’estrazione delle risorse naturali e persino forme di aperto colonialismo hanno ancora la priorità sui diritti delle popolazioni non-bianche. Esistono ancora specifici gruppi da disumanizzare e demonizzare, che devono essere resi “superflui” per il mondo moderno e la cui esistenza deve venire spinta ai margini della coscienza “bianca”.

L’autorità ufficiale di regolamentazione per le operazioni delle organizzazioni benefiche registrate in Gran Bretagna è la Charity Commission, che fornisce indicazioni per fare in modo che i fondi abbiano provenienza non dubbia e vengano spesi per fini leciti. Lo scopo è evitare il tipo di polemiche in cui venne coinvolta la London School of Economics quando accettò sovvenzioni dal defunto leader libico Mu’ammar Gheddafi.

A fronte delle richieste ricevute affinché rifiuti il denaro ricavato da attività che comportano danni gravi e permanenti per i minori palestinesi, la NSPCC ha replicato che “in conformità con le indicazioni della Charity Commission, la NSPCC ha prodotto linee guida etiche per la raccolta di fondi aziendali che riflettono i nostri valori… e mette in atto procedure efficaci di controllo basate sui criteri approvati dai suoi amministratori fiduciari in relazione alle aziende partners.”

Desta sorpresa che la NSPCC si senta autorizzata a considerare i profitti derivati dalla demolizione delle case, con tutte le crudeltà che ne derivano, alla stregua di denaro pulito? Forse la ragione sta nel fatto che quelle indicazioni consigliano soltanto di rifiutare i fondi “associati a qualsiasi organizzazione che abbia a che fare con la schiavitù, la tratta e il lavoro minorile oppure in cui un direttore o funzionario sia stato condannato per un crimine sessuale.”

In un opuscolo intitolato “Living Our Values” [Nel Rispetto dei Nostri Valori, n.d.tr.], la NSPCC dichiara: “Faremo sentire la nostra voce quando qualcosa non va… Cerchiamo di realizzare cambiamenti culturali, sociali e politici – influenzando legislazione, politica, pratiche e comportamenti e garantendo servizi che vadano a vantaggio di giovani e bambini.”  

Qui la NSPCC riconosce la responsabilità di contestare le regole comuni nel caso in cui esse mettano in pericolo i giovani. Tuttavia, quando si tratta di minori in Paesi lontani, essa suggerisce che le priorità commerciali del governo facciano premio sull’applicazione delle norme morali: “Le attività di esportazione di un’impresa non sono sottoposte al nostro codice deontologico” a meno che non riguardino Paesi “sottoposti formalmente a restrizioni da parte del governo/Dipartimento per il Commercio del Regno Unito.” 

 

Con questo approccio legalistico i funzionari della organizzazione benefica riescono ad eludere la sfida morale insita nel rapporto reciprocamente vantaggioso con JCB. Forse potremmo chiedere perché non si siano consultati invece con i loro omologhi palestinesi (del PCC [Palestinian Counseling Center, ong psicologi, educatori e attivisti di comunità che opera nei territori occupati, ndtr], GCMHP [Gaza Community Mental Health Programme, ong palestinese di operatori della salute mentale che opera a Gaza, ndtr.], DCI [Defence for Children International-Palestine, ong che difende i diritti dei minori, ndtr.] o PTC [Palestine Trauma Center, ong che offre sostegno psicologico a minori, famiglie e persone traumatizzate, ndtr.], per esempio) per scoprire quali siano le conseguenze delle demolizioni di case sulla salute mentale dei minori.

È possibile che lo stesso complesso psicologico-ideologico che permise a Colston di essere al contempo mercante di schiavi e stimato filantropo sia ravvisabile all’interno della NSPCC?

In un recente rapporto alla Assemblea Generale ONU, il professor Nils Melzer, relatore speciale sulla tortura, ha esaminato i meccanismi utilizzati da “perpetratori e spettatori” per giustificare la propria tolleranza alle torture.  Messi di fronte a violazioni inconfutabili dei diritti umani, essi “tendono a sopprimere i dilemmi morali che ne derivano grazie a schemi di negazione e di auto-inganno in gran parte inconsci.” In questi casi il meccanismo ideale è il razzismo, che, proiettando la brutalità dei perpetratori sulle sue vittime, le disumanizza agli occhi dei più forti e le sottrae così al giudizio della coscienza.

 

Il colonialismo delle colonie contiene una “logica di eliminazione”. Come disse l’allora Primo Ministro israeliano Golda Meir, “Non è vero che c’era un popolo palestinese in Palestina, che noi siamo arrivati, lo abbiamo cacciato e gli abbiamo portato via il Paese. Semplicemente non esisteva.”

Questo razzismo di tipo eliminatorio pervade l’intera cultura israeliana e influenza la mentalità dominante all’interno del mondo occidentale. Si può continuare a percepire Israele come una democrazia solo se i palestinesi che vivono senza diritto di voto nella Palestina storica e i profughi nei Paesi vicini non vengono riconosciuti come esseri umani al pari nostro e dei cittadini ebrei di Israele.

 

La mentalità colonialista delle culture metropolitane garantisce che la protezione teoricamente garantita erga omnes dalle leggi internazionali venga applicata invece in modo selettivo. A parole si professa il rispetto per la Convenzione ONU sui Diritti del Minore, ma nei fatti alcuni governi la ignorano impunemente.

È deplorevole che l’impegno della NSPCC nei confronti dei bambini maltrattati venga pregiudicato dalla sua riluttanza ad andare oltre le convenzioni per impegnarsi direttamente a favore dei giovani che vivono nella Palestina occupata. 

 

Comportandosi secondo l’etica dell’attuale capitalismo razziale, i funzionari della NSPCC non sono nè più nè meno malvagi di Edward Colston. Ciascuno a modo suo è rappresentativo del suo periodo storico e del suo milieu sociale, ciascuno riflette la collusione della società britannica con l’illegalità internazionale, nel passato con la schiavitù, oggi con il colonialismo degli insediamenti israeliani.

 

Il fatto che il razzismo anti-palestinese sia così diffuso nella nostra società non autorizza un’organizzazione benefica impegnata nella protezione dei minori che si promuove con lo slogan “vale la pena lottare per ciascun bambino”, ad assecondarne la bieca logica.

Evidentemente, per quanto riguarda la NSPCC, non per tutti i minori vale  la pena di lottare.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale del Middle East Monitor.

(traduzione dall’inglese di Stefania Fusero) 




Il razzismo dei coloni israeliani non è un’anomalia. È parte di un sistema di apartheid

Ben White

14 ottobre 2020 – Middle East Eye

Molti di coloro che hanno criticato la recente istigazione anti-araba nella colonia di Yitzhar continuano a sostenere la discriminazione istituzionale contro i palestinesi

La colonia israeliana di Yitzhar [in Cisgiordania, a sud della città di Nablus, ndtr.], a lungo sinonimo di estremismo nazionalista e violenza anti-palestinese, è tornata all’onore delle cronache lunedì, dopo che i suoi abitanti hanno collocato all’esterno della colonia un cartello che recita: “Questa strada conduce alla comunità di Yitzhar – L’ingresso per gli arabi è pericoloso.”

Come illustrato da Haaretz, il retroscena della trovata è un fatto avvenuto due settimane fa, quando “è stato rifiutato l’ingresso a Yitzhar ad un operatore sanitario arabo inviato per somministrare un test per il Covid-19”, in quanto, secondo quanto riportato, “era un arabo”.

In risposta il comandante in capo israeliano della regione “ha chiarito agli abitanti di Yitzhar che devono consentire l’ingresso degli arabi”, interpretando la posa del cartello stradale come un segnale di “protesta”.

Le foto del cartello sono state rapidamente condivise su Twitter, suscitando indignazione e contrarietà generali.

Secondo alcuni, il motivo per cui la scritta è diventata virale è che rappresenterebbe un momento rivelatore del fatto che un sistema di segregazione sia stato espresso in modo brutale ed esplicito. Questo potrebbe essere parzialmente vero, ma racconta solo una parte della storia, come possiamo vedere dalla ampia varietà di individui che hanno espresso irritazione per il cartello di Yitzhar.

Tra chi ha manifestato delle critiche sono compresi, ad esempio, apologeti e persino compartecipi del processo di colonizzazione israeliana nella Cisgiordania occupata, come l’ex leader delle colonie e diplomatico israeliano Dani Dayan, che ha definito il cartello “razzista”.

Un colono della Cisgiordania, insegnante Uri Pilichowski, ha dichiarato: “Sono un colono e ho trovato quella scritta spregevole”. Ha aggiunto in un post di Facebook: “Ogni gruppo ha le sue mele marce e la comunità dei coloni non è diversa”.

In modo significativo, Pilichowski ha concluso così il suo post: “Il mio unico sollievo è che Yitzhar si comporta continuamente in questo modo, il che evidenzia come tutte le altre comunità ebraiche in Giudea e Samaria [cioè le colonie in Cisgiordania] non fanno mai queste cose”.

Sulla base di questo modo di vedere, i comportamenti dei cittadini di Yitzhar, sebbene deplorevoli, diventano in realtà una prova della moralità del 99% dei coloni (si noti che l’immagine di Yitzhar come eccezione, o anomalia, è una risposta abituale di fronte al verificarsi di questo tipo di episodi).

Storia della violenza

In effetti, il razzismo dei coloni di Yitzhar può essere compreso solo in quanto parte, piuttosto che elemento estraneo o eccezionale, delle politiche attuate nel corso della storia e attualmente e sostenute dalla leadership politica, militare e giudiziaria di Israele e dalla maggioranza dell’opinione pubblica ebraica.

L’esclusione e l’allontanamento dei palestinesi dalla terra e dalle comunità attraverso la violenza, le leggi e la prassi sono parte integrante della storia di Israele, a cominciare dall’esodo causato dai coloni sionisti prima della fondazione dello Stato e dalla pulizia etnica della Nakba.

Oggi il controllo ebreo israeliano sulla terra e sulle risorse – a spese dei cittadini palestinesi – è assicurato attraverso varie leggi e meccanismi di pianificazione, incluso il rifiuto di consentire ai palestinesi esiliati di tornare nelle loro terre e il ruolo dei comitati di ammissione residenziale [in alcune zone di Israele queste commissioni possono negare il diritto di residenza a persone indesiderate ed escludono metodicamente i palestinesi cittadini di Israele, ndtr.].

Nella Cisgiordania occupata, nel frattempo, le autorità israeliane hanno a lungo escluso i palestinesi da aree estese della regione, un divieto di accesso che è inseparabile dalla colonizzazione del territorio [che avviene] principalmente attraverso la creazione di colonie ebraiche.

Come ha evidenziato su Twitter l’esperto della colonizzazione Dror Etke, è il massimo dell’ipocrisia che qualcuno come Dayan condanni l’episodio del cartello di Yitzhar quando, come documentato in dettaglio nel rapporto di Kerem Navot [organizzazione di valutazione e ricerca sulle politiche israeliane del territorio in Cisgiordania, ndtr.] del 2015, i settori amministrativi delle colonie giocano un ruolo chiave nell’esclusione dei palestinesi da aree della Cisgiordania occupata.

Il rapporto ha rilevato che quasi un terzo della Cisgiordania e più della metà dell’Area C [il 60% della Cisgiordania dove, in base agli accordi di Oslo, Israele esercita il pieno controllo civile e della sicurezza, ndtr.] sono state “definite come aree militari chiuse” – l’obiettivo principale è “ridurre drasticamente le possibilità da parte della popolazione palestinese di utilizzare la terra e consegnarne il più possibile ai coloni israeliani.”

“Minaccia demografica”

I coloni che imbrattano i muri delle case e delle moschee palestinesi con graffiti razzisti sono condannati da vaste fasce della società israeliana, ma l’istigazione anti-araba e anti-palestinese è diffusa sui media e nella politica israeliana, a partire dai commenti dei lettori fino alle politiche strategiche nei confronti dei palestinesi.

Secondo l’indice annuale di 7 amleh [ONG palestinese ndtr.] su razzismo e istigazione nei media informatici israeliani, il 2019 ha visto un commento razzista ogni 64 secondi. Nel frattempo, le comunità palestinesi nella Cisgiordania occupata sono descritte nelle riunioni di commissione della Knesset [parlamento israeliano, ndtr.] come un “virus” e un “cancro”.

I più importanti leader israeliani abitualmente trattano con sufficienza, minacciano e disumanizzano i palestinesi su entrambi i lati della Linea Verde [linea di demarcazione stabilita negli accordi d’armistizio arabo-israeliani del 1949, ndtr.] con politici come Gideon Saar [membro del parlamento israeliano, ndtr.] del Likud o il defunto Shimon Peres [laburista, presidente di Israele dal 2007 al 2014, ndtr.] che si preoccupavano dei “tassi di fertilità” ebrei rispetto a quelli arabi o definivano i cittadini palestinesi una “minaccia demografica”.

Concentrarsi su attori come i coloni “estremisti” può essere indispensabile e vantaggioso, in particolare quando vengono alla ribalta gli attacchi violenti commessi contro i palestinesi e le loro proprietà, condotti nell’impunità e persino con la cooperazione attiva delle forze israeliane.

Tuttavia, è importante contestualizzare eventi come il cartello di Yitzhar in modo tale da non oscurare gli abusi pluridecennali e quotidiani subiti dai palestinesi per mano dello Stato israeliano di apartheid. Il parlamentare del Meretz [partito politico della sinistra sionista, ndtr] ed ex generale dell’esercito Yair Golan è stato tra coloro che hanno condannato la scritta dei coloni di Yitzhar, chiedendo retoricamente: “È questo quello che vogliamo essere, uno Stato razzista?”

Una simile risposta mostra che i momenti rivelatori possono anche essere utili come opportunità di autocompiacimento morale da parte di coloro che disdegnano e prendono le distanze in modo assertivo dal volgare razzismo dei coloni, pur sostenendo la discriminazione e la segregazione istituzionalizzata la cui portata e impatto fanno sì che gli attivisti di Yitzhar appaiano, al confronto, ben poca cosa.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Ben White

Ben White è uno scrittore, giornalista e analista specializzato sul tema Palestina / Israele. I suoi articoli sono apparsi ampiamente sui media internazionali, tra cui Al Jazeera, The Guardian, The Independent e altri. È autore di quattro libri, l’ultimo dei quali, ‘Cracks in the Wall: Beyond Apartheid in Palestine / Israel’ [Crepe nel muro: dietro l’apartheid in Palestina, ndtr.] (Pluto Press), è stato pubblicato nel 2018.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




La raccolta fondi per un terrorista israeliano evidenzia un razzismo antipalestinese profondamente radicato

Robert Andrews

22 settembre 2020 – Middle East Monitor

Un razzismo antipalestinese profondamente radicato è endemico in larghe fasce della società israeliana. Questo è stato nuovamente confermato la scorsa settimana, quando una campagna israeliana di raccolta fondi ha raccolto in soli 5 giorni oltre 1,38 milioni di shekel (equivalenti a 339.000 euro) per finanziare le spese legali dell’appello di Amiram Ben Uliel, il terrorista israeliano condannato a tre ergastoli per l’uccisione cinque anni fa di tre membri della famiglia palestinese Dawabsheh. L’attacco incendiario di Ben Uliel del 31 luglio 2015 uccise il piccolo Ali Dawabsheh, di 18 mesi, e i suoi genitori Saad e Riham. Ahmed Dawabsheh, unico sopravvissuto all’attacco e che all’epoca aveva solo cinque anni, subì ustioni di secondo e terzo grado su oltre il 60% del corpo.

La raccolta fondi razzista, organizzata dalla moglie di Ben Uliel, Orian, e dall’associazione di estrema destra di sostegno legale Honenu dopo la sua condanna lo scorso lunedì, in soli cinque giorni ha superato gli obiettivi della campagna. Finora essa ha ricevuto soldi da oltre 4.900 sottoscrittori ed è stata sostenuta da alcune importanti personalità israeliane, compresi più di una ventina di rabbini di tutto lo spettro nazional – religioso [tendenza religiosa e nazionalista dei coloni estremisti, ndtr.] e dal figlio maggiore di Netanyahu, Yair.

In previsione dell’appello alla Corte Suprema si è formata a caro prezzo un’equipe di difensori composto da ottimi avvocati,” hanno scritto i rabbini in un comunicato congiunto in cui si chiede il rilascio di Ben Uliel. “Chiediamo all’opinione pubblica di contribuire generosamente (a questa campagna di raccolta fondi), ognuno in base alle proprie possibilità, a questa campagna per salvare una vita.”

In un comunicato separato Elyakim Levanon, rabbino capo di Samaria [zona centrale della Cisgiordania, ndtr.] e capo della scuola religiosa di Elon Moreh [colonia israeliana particolarmente violenta, ndtr.] ha notato: “Tutto Am Yisrael [il popolo di Israele, ndtr.] è in crisi. Chiedo ad ognuno di unirsi alla campagna per il rilascio di questo innocente e per liberarlo da ogni colpa, sia con preghiere per Rosh HaShana [capodanno ebraico, ndtr.] che con contributi concreti.”

Il comunicato congiunto dei rabbini e tale chiaro appoggio da parte degli israeliani per il successo del processo di appello di Ben Uliel esemplificano una crescente ondata di sentimenti antipalestinesi nella società israeliana, che considera sempre di più gli israeliani che attaccano ed uccidono palestinesi degli eroi. Sulle reti sociali un video diventato virale che mostra gruppi di israeliani mentre ballano festeggiando la notizia della morte di Ali Dawabsheh illustra l’esultanza con cui tali notizie sono accolte in Israele.

Più di recente un soldato israeliano ha sparato in testa al palestinese Abdel Fattah Al-Sharif mentre era a terra ferito e disarmato. Elor Azaria è stato rilasciato nel maggio 2018 dopo aver scontato solo nove mesi dei 18 a cui era stato condannato per omicidio colposo. Azaria aveva giustiziato Al-Sharif 11 minuti dopo che era stato colpito ed era a terra: il soldato era stato inizialmente condannato per omicidio e solo per questo cacciato in fretta e furia dalla polizia militare israeliana.

Prevedibilmente la condanna di Azaria per omicidio colposo ha provocato una rivolta in tutto Israele ed ha portato una vasta gamma di dirigenti sociali e politici a solidarizzare con lui e a chiedere che venisse perdonato. Secondo il parlamentare della Knesset Yifat Shasha-Biton, fin da subito tutto questo caso è stato “radicalmente falsato”, mentre Netanyahu, dopo aver appreso della condanna di Azaria, ha rimarcato che si trattava di “un giorno difficile e penoso per tutti noi”. In tutto Israele si sono tenute proteste di massa che chiedevano il rilascio di Azaria; secondo stime della polizia, fino a 5.000 persone si sono riunite in piazza Rabin a Tel Aviv, con slogan come “morte agli arabi”.

Dal suo rilascio dalla prigione nel 2018 Azaria è diventato una celebrità in Israele, ha ricevuto un vasto appoggio popolare e nel 2019 è persino stato pagato per comparire sui manifesti della campagna politica del Likud insieme al viceministro della Difesa Ambientale Yaron Mazuz.

La crescente notorietà di Azaria si manifesta sullo sfondo di un sistema giudiziario in cui, per esempio, l’allora diciassettenne palestinese Ahed Tamimi è stata tenuta in una prigione militare per otto mesi per aver schiaffeggiato un soldato israeliano dopo che suo cugino era stato colpito alla testa con un proiettile ricoperto di gomma, mentre l’uccisione a sangue freddo di un palestinese comporta irrisorie condanne al carcere o, in molti casi, neppure quello. Ha scritto Allison Kaplan Sommer su Haaretz [giornale israeliano di centro sinistra, ndtr.]: “Senza le immagini diventate virali nel Paese e in tutto il mondo… nessuno avrebbe conosciuto il suo (di Azaria) nome.”

La schiacciante accusa di razzismo all’interno della società israeliana, esemplificata dai diffusissimi appelli a rilasciare l’assassino della famiglia Dawabsheh e la mancata punizione garantita ai soldati che uccidono palestinesi, probabilmente sorprende quanti sono ancora assorbiti dal mito di un Israele egualitario e democratico. Fungono da campanello d’allarme che obbliga le persone ragionevoli a prendere in considerazione la situazione della società israeliana nel 2020, che è così diversa dall’immagine promossa dai suoi apologeti. Lontano dal contratto sociale tracciato dalla sua dichiarazione di fondazione, Israele è diventato un luogo in cui persino l’omicida condannato di un piccolo bambino di 18 mesi e dei suoi genitori è difeso in modo veemente e sostenuto finanziariamente in modo palese e, per eterna vergogna di Israele, entusiastico.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




La guida essenziale per i palestinesi ai fini dell’attraversamento di un posto di controllo israeliano.

George Zeidan

19 agosto 2020 – + 972 MAGAZINE

Per non creare dei problemi ai nostri oppressori, ecco una guida in 10 passaggi per aiutare i palestinesi a evitare la profilazione razziale ai posti di blocco e magari arrivare puntuali.

Anni fa, un palestinese abitante a Ramallah – chiamiamolo “Ahmad” – aveva programmato un colloquio per il visto presso il consolato americano a Gerusalemme.

Appassionato fondista, Ahmad voleva recarsi negli Stati Uniti per partecipare ad una importante maratona. Ma per presenziare al colloquio aveva bisogno di un permesso rilasciato da Israele per entrare nella Gerusalemme Est occupata. Se non fosse stato per i posti di blocco militari e il muro di separazione israeliani, il consolato sarebbe stato a pochi minuti di auto da casa sua.

Purtroppo la richiesta di permesso di Ahmad venne negata dalle autorità israeliane. Quindi, un amico, che chiameremo “Tamer”, decise di aiutarlo con un piano un po’ sfrontato.

Mentre si avvicinavano al checkpoint, Tamer sorrise al soldato israeliano di guardia e agitò la mano con sicurezza, come se stesse salutando un conoscente. Poteva sentire Ahmad dietro di lui che recitava sottovoce ansiosamente quante più preghiere poteva.

Il soldato diede un’occhiata ai passeggeri e, invece di fermarli per controllare i loro documenti, fece cenno perché l’auto passasse.

Ahmad alla fine avrebbe ricevuto il suo visto per gli Stati Uniti e in seguito, quell’anno, completò la sua gara con un ottimo risultato e si qualificò anche per un’altra importante maratona. I suoi amici erano entusiasti per lui, ma erano anche contenti di aver trovato un modo per ingannare il sistema dei posti di controllo: usando il razzismo degli israeliani contro di loro.

Diversi posti di controllo, diverse carte d’ identità

Non tutti i palestinesi hanno il “privilegio” di attraversare un posto di controllo israeliano per entrare nella Gerusalemme est occupata o in Israele. In effetti, molti non sono mai stati “dall’altra parte” perché non è mai stato concesso loro un permesso e nemmeno la possibilità di richiederlo. Ad esempio, a circa 2 milioni di palestinesi di Gaza, sotto assedio dal 2007, è stato impedito di lasciare la Striscia, anche verso altre parti dei territori occupati, se non in circostanze umanitarie eccezionali.

I palestinesi con maggior facoltà di spostarsi attraverso la cosiddetta “linea verde” [confine convenzionale che separa i territori palestinesi dai “territori occupati”, ndtr.] sono quelli che detengono la cittadinanza israeliana essendo in possesso di documenti di identità blu e quelli con residenza a Gerusalemme est e in possesso di documenti di identità rossi. Durante i loro viaggi dalla Cisgiordania in Israele, questi palestinesi hanno due opzioni: o attraversare i posti di controllo del tipo di quelli presenti nei terminal degli aeroporti o utilizzare quelli che vengono chiamati “bypass”.

I posti di controllo in stile aeroporto presentano corsie pedonali e automobilistiche. I palestinesi della Cisgiordania con i permessi possono entrare in Israele solo attraverso questi posti di controllo. Le corsie per le auto sono solitamente lente e trafficate, ma sono l’unica opzione se palestinesi con documenti di identità diversi viaggiano nella stessa macchina. Ad esempio, nel caso di una coppia palestinese di cui una persona ha la residenza a Gerusalemme e l’altra una carta d’identità della Cisgiordania con un permesso, quest’ultima dovrebbe attraversare da sola a piedi mentre la prima rimarrebbe in macchina e si riunirebbe al proprio partner dall’altro lato.

I posti di blocco bypass sono molto più insidiosi in quanto i valichi non sono utilizzati solo dagli arabi; sono destinati soprattutto a mettere in collegamento i coloni israeliani in Cisgiordania con il resto di Israele. Attraversare questi posti di blocco è un’esperienza molto diversa che assomiglia più al passaggio attraverso un casello autostradale. I soldati israeliani stanno ai lati di ogni terminal cercando di identificare le “minacce” – palestinesi – da selezionare per [sottoporli] a perquisizioni più invasive.

Come sembrare un “non-arabo”

Ciò che è diventato noto a tutti i palestinesi è come attraversare questi posti di blocco nel modo più efficiente possibile. Il trucco, in parole povere, è avvicinarsi al valico come un “non arabo”.

Dopotutto la fatica per i soldati israeliani è notevole: molti di loro devono annoiarsi a stare al sole tutto il giorno, consultando le liste di profilatura razziale per facilitare il proprio lavoro. Deve anche essere difficile a volte distinguere tra un arabo e un ebreo israeliano solo dal loro aspetto: ci somigliamo moltissimo.

E così, per non affaticare troppo i nostri oppressori, ho messo insieme una guida in 10 passaggi per aiutare i palestinesi a nascondere o attenuare la loro “arabicità“:

1) Avete considerato la possibilità di allevare un animale domestico? In caso contrario, iniziate a tenerne uno ora e portatelo fuori spesso. I soldati israeliani non pensano che gli arabi siano abbastanza in gamba da avere animali domestici. I gatti vanno bene, ma io consiglierei i cani perché sono molto più grandi e più visibili nelle auto. Evitate di prendere un cane carino perché è meglio non rischiare che i soldati fermino l’auto per giocare con lui.

2) Tatuaggi, piercing e altri accessori per il corpo sono molto utili. Per i soldati israeliani gli uomini arabi non sono abbastanza fichi da indossare orecchini; quindi, conducenti uomini, se non li indossate già, assicuratevi di tenere un orecchino magnetico in macchina. Per le conducenti donne, consiglierei di farvi tatuaggi all’henna; sono a buon mercato e facilmente rimovibili, assicuratevi solo che siano chiaramente visibili. Inoltre, l’uso dell’henna significa che potete far rivivere la cultura palestinese facilitando il vostro viaggio attraverso il posto di controllo.

3) Chiudete i finestrini dell’auto durante l’attraversamento. Gli arabi hanno l’abitudine di tenere la mano fuori dal finestrino. Questa pratica è utile quando guidate in una città palestinese e per strada dovete salutare 50 persone che conoscete, ma a un posto di blocco state solo cercando guai.

4) Lavate la vostra auto ogni giorno: è un segno di agiatezza. Macchine sporche o confezioni di fazzoletti con scritte in arabo sono una cattiva idea.

5) Tingetevi i capelli di biondo. È sia di moda che utile; più bianchi appaiono i passeggeri, meno ragioni avranno i soldati per fermare l’auto. La probabilità di un arabo biondo, credono alcuni israeliani, è molto bassa e, di conseguenza, i soldati non saranno inclini a fermarvi.

6) Lavorate duro per permettervi di avere continuamente un’auto nuova. Per i soldati israeliani, le vecchie auto sono un segno di arretratezza e implicano che l’autista abbia lasciato solo di recente il cammello come mezzo per andare al lavoro. Evitate però di prendere una Mercedes: a quanto pare si sa che gli arabi preferiscono quella marca. Sì, è un’ottima macchina, ma non a questo fine.

7) È dimostrato che anche guidare con donne che fumano riduce le possibilità di essere fermati dai soldati; pensano che alle donne palestinesi non sia permesso fumare. Naturalmente, mi interessa la salute generale delle donne palestinesi, quindi non incoraggerò le donne palestinesi a fumare ogni volta che attraversano un posto di controllo, ma tenetelo a mente.

8) Uomini, dovete stare molto attenti alla barba; in realtà possono capitare entrambe le cose: che vi aiuti o vi danneggi. O volete assicurarvi di stare al passo con gli stili da intellettuale anticonformista più contemporanei, altrimenti sembrerà solo una pratica religiosa e vi si ritorcerà contro.

9) Mostrate il vostro sostegno alla comunità LGBTQ . I soldati israeliani pensano che tutti i palestinesi siano omofobi.

10) Ascoltare musica in ebraico mentre si attraversa il posto di blocco ha dimostrato di funzionare per alcune persone. La musica mizrahi [combina elementi della musica araba, turca e greca con i ritmi e le melodie della musica dei sefarditi e degli ebrei mizrahì, cioè provenienti da Paesi arabi o musulmani, ndtr.] può essere una buona via di mezzo per combinare melodie arabe con parole ebraiche. Ma fate attenzione perché questa tattica è stata troppo utilizzata.

La guida di cui sopra rimane la soluzione migliore per un palestinese che voglia arrivare al lavoro o agli appuntamenti in tempo. In un mondo giusto non dovremmo ridurre la nostra “arabicità” per muoverci liberamente da un luogo all’altro. Ma molti di noi sono diventati troppo insensibili per provare anche solo il dolore e l’umiliazione di questi posti di blocco. Fino a quando il nostro diritto di spostarci non sarà soddisfatto, potrebbe essere l’unica strategia che abbiamo sotto il dominio dell'”unica democrazia in Medio Oriente”.

George Zeidan è un co-fondatore di Right to Movement Palestine [Diritto al movimento Palestina, ndtr.], un’iniziativa che utilizza lo sport per mettere in luce la condizione della vita dei palestinesi e la libertà di movimento.

(traduzione dall’inglese di Aldo lotta)




“Dai da mangiare a un beduino”: video razzista israeliano suscita indignazione

Redazione di Palestine Chronicle

13 luglio 2020 – Palestine Chronicle

Riprese video diventate virali sulle reti sociali mostrano il conduttore di un popolare spettacolo televisivo israeliano per bambini che viaggia con la sua famiglia nel deserto del Naqab (Negev) e che dà da mangiare a due bambini palestinesi come se si tratti di animali da zoo.

Il video mostra Roy Oz (noto anche come Roy Boy) che apre il finestrino della sua macchina mentre tiene in mano un biscotto. Poi lui agita il biscotto davanti a due bambini palestinesi di una comunità beduina mentre chiede a suo figlio: “Ariel, vuoi dar da mangiare a un beduino?”

“Diamo da mangiare a un beduino. Non volete dare da mangiare a un beduino?” dice ripetutamente Oz ai suoi figli sui sedili posteriori.

Il video ha provocato un’immediata indignazione tra gli attivisti per i diritti umani, con molte critiche nei confronti del razzismo istituzionalizzato in Israele.

In un post su Facebook Oz ha affermato che il video era stato realizzato cinque anni fa durante un viaggio di famiglia. Non è chiaro come le immagini vergognose siano filtrate sulle reti sociali.

Atia al-Asem, capo del consiglio regionale dei villaggi palestinesi nel Naqab, ha manifestato indignazione riguardo al video, affermando che i beduini sono trattati dagli israeliani come se fossero “scimmie”

Il deputato arabo del parlamento israeliano (la Knesset) Ahmad Tibi ha descritto il comportamento di Oz come “il peggior comportamento umano, di una brutalità razzista e ignobile.”

Il giornalista e redattore palestinese di Palestine Chronicle Ramzy Baroud ha affermato: “Le migliaia di palestinesi che stanno ancora vivendo nel deserto del Naqab sono state sottoposte a una costante campagna israeliana di disumanizzazione, razzismo e pulizia etnica.”

“Il razzismo e la pulizia etnica delle comunità beduine palestinesi vanno di pari passo,” ha aggiunto Baroud. “Il video di Oz non può essere visto separatamente dai progetti del governo israeliano di rinchiudere i palestinesi nel Naqab in comunità isolate e povere per far posto allo sviluppo di zone residenziali per soli ebrei.”

“Perché questo sinistro scenario avesse successo i beduini palestinesi dovevano essere disumanizzati dal sistema politico e mediatico israeliano. Il video di Oz è una semplice manifestazione di questa indignante situazione.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Lo Stato d’Israele contro gli ebrei

Cypel S., L’État d’Israël contre les juifs, La Découverte, Paris, 2020.

Recensione di Amedeo Rossi

16 aprile 2020

Sylvain Cypel è un giornalista ed intellettuale francese, a lungo inviato di Le Monde negli USA ed autore nel 2006 di un altro importante libro sul conflitto israelo-palestinese: “Les emmurés : la société israélienne dans l’impasse” [I murati vivi: la società israeliana nel vicolo cieco], non tradotto in italiano. Attualmente collabora con il sito Orient XXI di Alain Gresh.

Avendo vissuto a lungo durante la giovinezza in Israele e con un padre sionista, l’autore conosce bene la società e la politica di quel Paese. Non a caso il libro inizia con un ricordo familiare: nel 1990 l’ottantenne genitore gli disse: “Vedi, alla fine abbiamo vinto”, riferendosi al sionismo. “Mi ricordo”, scrive Cypel, “di essere rimasto zitto. E di aver tristemente pensato che quella storia non era finita e che dentro di lui mio padre lo sapesse.”

È proprio di questa riflessione iniziale che parla il libro. Chi segue assiduamente le vicende israelo-palestinesi vi troverà spesso cose già note. Molti degli articoli citati si trovano sul sito di Zeitun. Tuttavia, sia per la qualità letteraria che per la profondità di analisi il lettore non rimane deluso. Ogni capitolo è introdotto da un titolo ricavato da una citazione significativa da articoli o interviste che ne sintetizza molto efficacemente il contenuto: dal molto esplicito “Orinare nella piscina dall’alto del trampolino”, per evocare la sfacciataggine di Israele nel violare leggi e regole internazionali, a “Non capiscono che questo Paese appartiene all’uomo bianco”, riguardo al razzismo che domina la politica e l’opinione pubblica israeliane, fino a “Sono stremato da Israele, questo Paese lontano ed estraneo”, in cui l’autore descrive il sentimento di molti ebrei della diaspora nei confronti dello “Stato ebraico”.

Da questi esempi si intuisce che gli argomenti toccati nelle 323 pagine del libro sono molto vari e concorrono ad una descrizione desolante della situazione, sia in Israele che all’estero, ma con qualche spiraglio di speranza.

Cypel denuncia l’incapacità dell’opinione pubblica e ancor più della politica israeliane di invertire la deriva nazionalista e etnocratica del Paese. Ne fanno le spese non solo i palestinesi e gli immigrati africani, stigmatizzati da ministri e politici di ogni colore con epiteti che farebbero impallidire Salvini, ma anche gli stessi ebrei israeliani. Non a caso uno dei capitoli si intitola “Siamo allo Stato dello Shin Bet”, il servizio di intelligence interno. Sono colpiti i dissidenti israeliani, come Ong e giornalisti, le voci che si oppongono alle politiche nei confronti dei palestinesi e delle minoranze in generale, e quelli all’estero, come i sostenitori a vario titolo del movimento BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni contro Israele). Quest’ultimo viene indicato nel libro come una reale ed efficace minaccia allo strapotere internazionale della Destra, termine che include quasi tutto il quadro politico israeliano. Varie leggi proibiscono l’ingresso e cercano di impedire il finanziamento di queste voci dissidenti, mentre Israele promuove anche i gruppi più esplicitamente violenti e razzisti, tanto che Cypel parla di un “Ku Klux Klan” ebraico. A proposito di un episodio di censura a danno di B’Tselem da parte della ministra della Cultura Miri Regev, l’autore cita la presa di posizione critica persino dell’ex-capo dello Shin Bet Ami Ayalon: “La tirannia progressiva è un processo nel quale uno vive in democrazia e, un giorno, constata che non è più una democrazia.”

Ciò non intacca minimamente l’incondizionato sostegno degli USA di Trump come quello, anche se meno esplicito, dell’UE. Questa corsa verso l’estrema destra è dimostrata anche dagli ottimi rapporti tra il governo israeliano e gli esponenti più in vista del cosiddetto “sovranismo”: oltre a Trump, il libro cita altri presidenti delle ormai molte “democrazie autoritarie” in tutto il mondo. Ancora peggio avviene in Europa, dove i migliori amici di Netanyahu sono anche esplicitamente antisemiti: Orban in Ungheria e il governo polacco, persino Alternative für Deutchland, partito tedesco con tendenze esplicitamente nazistoidi, oltre a Salvini e all’estrema destra francese, hanno ottimi rapporti con i governanti israeliani. Questi personaggi sono stati accolti al Museo dell’Olocausto per mondarsi dall’accusa di antisemitismo e poter continuare a sostenere posizioni xenofobe e razziste. Non è solo l’islamofobia a cementare questa alleanza. È il comune richiamo al suprematismo etnico-religioso che fa di Israele un modello per questi movimenti di estrema destra, ed al contempo lo “Stato ebraico” ne rappresenta la legittimazione: se può disumanizzare palestinesi e immigrati e può opprimerli impunemente, violando le norme internazionali che dovrebbero impedirlo, perché non potremmo fare altrettanto in Europa e altrove contro immigrati, musulmani, nativi? Riguardo alle giustificazioni di questa imbarazzante alleanza, Cypel cita quanto affermato da una deputata del Likud: “Forse sono antisemiti, ma stanno dalla nostra parte.” “Ovviamente”, aggiunge l’autore, costei è “una militante attiva della campagna per rendere reato l’antisionismo come la forma contemporanea dell’antisemitismo.”

A queste posizioni si adeguano le comunità ebraiche europee, in particolare in Francia, Paese in cui risiede la comunità della diaspora ebraica più numerosa dopo quella statunitense. Il Consiglio Rappresentativo delle Istituzioni Ebraiche di Francia (CRIF) “formalmente rappresenta l’ebraismo francese; de facto, è in primo luogo il gruppo lobbysta di uno Stato estero e si vive come tale,” afferma il libro. Cypel attribuisce questo fenomeno alla mediocrità della vita culturale ebraica in Francia ed alla tendenza a rinchiudersi in quartieri ghetto, sfuggendo alla convivenza con le altre componenti della popolazione. Inoltre la tendenza al conformismo deriva anche dalla paura di venire isolati dal resto della comunità: “Le persone preferiscono non esprimere il proprio disaccordo, per timore di essere accusate di tradimento.” L’autore cita vari episodi di censura, persino il tentativo fallito da parte dell’ambasciata israeliana a Parigi e del CRIF di impedire la messa in onda su una rete nazionale di un documentario (peraltro senza neppure averlo visto) sui giovani gazawi mutilati dai cecchini israeliani. La motivazione? “Avrebbe potuto alimentare l’antisemitismo,” ha sostenuto l’ambasciata. Purtroppo lo stesso atteggiamento caratterizza le istituzioni della comunità ebraica italiana, o di quella britannica, come dimostrato dalla campagna di diffamazione contro Corbyn. Quindi sembra trattarsi di una posizione che riguarda buona parte dell’ebraismo europeo.

L’unico spiraglio di speranza all’interno del mondo ebraico viene invece dagli USA. Non solo, sostiene Cypel, non vi si è perso il tradizionale progressismo moderato, ma anzi l’occupazione e gli stretti legami tra Trump (legato a suprematisti, razzisti e fanatici religiosi) e Netanyahu hanno allontanato molti ebrei, soprattutto tra i giovani, dal sostegno incondizionato a Israele. Nei campus, afferma l’autore, circa metà dei militanti del BDS sono ebrei. Molti intellettuali ebrei si sono dichiarati contrari alla legge sullo “Stato-Nazione”, e, dopo l’approvazione di una norma che vieta l’ingresso in Israele ai sostenitori del BDS, più di 100 personalità importanti, tra cui alcuni esplicitamente filosionisti, hanno firmato una petizione di denuncia. Questo allontanamento si manifesta anche in un sostanziale disinteresse nei confronti dello “Stato ebraico”, oppure nella dissidenza religiosa da parte degli ebrei riformati, in maggioranza negli USA, secondo i quali il ruolo del popolo ebraico è quello di migliorare il mondo e l’umanità. Un obiettivo ben lontano da quello della supremazia etnico-religiosa rivendicata da ortodossi ed ultraortodossi in Israele.

Nonostante la sua superiorità incontrastata, secondo Cypel la società israeliana è in preda all’inquietudine e al pessimismo rispetto al futuro, all’“impotenza della potenza”. L’ha espressa chiaramente lo storico Benny Morris sostenendo una tesi apparentemente paradossale: “Tra trenta o cinquant’anni [i palestinesi] ci avranno sconfitti.” È la vaga percezione di vivere una situazione segnata dalla mistificazione, che fa provare a molti israeliani un senso di precarietà e di timore per il futuro, che però al momento gioca a favore di una destra sempre più estrema.

Il libro si chiude con un omaggio a Tony Judt, il primo importante intellettuale ebreo americano a sostenere l’opzione di uno Stato unico per ebrei e palestinesi. Nell’ottobre 2003 definì Israele uno Stato anacronistico, nel suo nazionalismo etnico religioso ottocentesco, di fronte alla sfida della mondializzazione.

Cypel conclude con un auspicio che non si può che condividere: “Quello che si può augurare agli ebrei, che siano o meno israeliani, è che prendano coscienza di questa realtà e ne traggano le conseguenze, invece di continuare a nascondere la testa sotto la sabbia.” Questo libro contribuisce a questo svelamento, e c’è da augurarsi che venga pubblicato anche in Italia.

(Le citazioni tratte dal libro sono state tradotte in italiano dal recensore)




I cittadini palestinesi di Israele: il perfetto capro espiatorio del coronavirus

Lana Tatour

8 aprile 2020 Middle East Eye

Mentre Netanyahu prosegue con le invettive razziste contro i cittadini arabi, le forze di sicurezza israeliane stanno scatenando la violenza sulle comunità palestinesi

In un recente incontro sul Covid-19 con una delegazione di medici cittadini palestinesi di Israele, il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato: “Sfortunatamente nel settore arabo le disposizioni non vengono rispettate rigorosamente … Chiedo la cooperazione di tutti i cittadini arabi di Israele. Vi chiedo, per il vostro bene e per il bene del nostro futuro condiviso, per favore seguite gli ordini, [altrimenti] molte persone moriranno e queste morti potrebbero essere prevenute con il vostro aiuto.”

Chiaramente il controllo della diffusione del coronavirus dipende dall’impegno delle persone a realizzare l’autoisolamento, ma non è quello che intendeva Netanyahu. Piuttosto, nell’insinuare che le morti sarebbero una “vostra” responsabilità, stava reiterando le sue invettive razziste contro i cittadini palestinesi.

Dipinti come una minaccia

I cittadini palestinesi costituiscono il perfetto capro espiatorio a cui addossare la colpa per la diffusione del Covid-19 in Israele. I cittadini palestinesi di Israele vengono descritti come una minaccia per la salute e per la vita dei cittadini ebrei, prosecuzione del discorso di lunga data che li ritrae come una quinta colonna e cittadini illegittimi.

Con un discorso che ripropone il classico copione antisemita europeo dell’ “ebreo diffusore di malattie”, Netanyahu sta preparando il terreno per incolpare i palestinesi della diffusione del coronavirus nel caso fallissero i tentativi di contenimento. Sta facendo ciò che sa fare meglio: lanciare invettive contro i cittadini palestinesi onde evitare il controllo sulla propria gestione della crisi e spostare l’attenzione dalle accuse penali in sospeso nei suoi confronti.

Se esiste un settore in cui i palestinesi all’interno dei confini del ’48 [cittadini palestinesi israeliani, ndtr.] hanno una rappresentanza relativamente elevata, è il settore sanitario (anche se, all’interno di questo sistema, devono ancora affrontare discriminazioni e razzismo). Il 17% dei medici israeliani sono cittadini palestinesi. Ci sono anche molte infermiere, farmacisti, tecnici e operatori sanitari palestinesi in prima linea nella battaglia contro il coronavirus.

Mentre mettono a rischio la loro vita per proteggere tutte le vite, senza discriminazioni, le loro stesse comunità e famiglie affrontano l’abbandono da parte dello Stato israeliano.

A dimostrazione di quanto le vite ebraiche siano favorite rispetto a quelle palestinesi, benché i palestinesi rappresentino un quinto della popolazione è stato loro assegnato solo il 5% dei test per il Covid-19. Fino alla scorsa domenica, sono stati effettuati solo 6.479 test tra i palestinesi entro i confini del ’48, una cifra approssimativamente equivalente alla media dei test giornalieri per gli ebrei.

Misure preventive

Ad oggi circa 193 cittadini palestinesi in Israele sono risultati positivi, meno del 2 % dei malati. Queste cifre basse, tuttavia, sono tutt’altro che promettenti. Secondo le stime dell’esperta di salute pubblica Nihaya Daoud nelle comunità palestinesi ci sono probabilmente migliaia di malati e portatori. Senza un’adeguata somministrazione di test è probabile che i numeri aumentino rapidamente.

Mentre lo Stato ha promosso misure di prevenzione a favore della popolazione ebraica, non ha compiuto analoghi sforzi nei confronti della sua componente palestinese. Il materiale informativo non è stato tradotto in arabo per settimane e non sono stati fatti investimenti per rafforzare le infrastrutture sanitarie nelle città e nei villaggi palestinesi.

I cittadini palestinesi, come altre comunità autoctone e oggetto di razzismo, sono strutturalmente svantaggiati quando si tratta di salute e di accesso ai servizi sanitari. In concomitanza con una pandemia mortale, i risultati possono essere devastanti.

La distanza media delle località palestinesi dagli ospedali più vicini è quasi doppia rispetto a quella delle città ebraiche nelle stesse aree, e la qualità dei servizi medici nelle località palestinesi è scarsa. I cittadini palestinesi soffrono anche di alti tassi di patologie croniche come diabete, ipertensione e patologie cardiache, che pongono molti di loro tra le categorie ad alto rischio.

Per i beduini palestinesi del Naqab, la minaccia del coronavirus è ancora maggiore. Un 150.000 beduini vivono in circa 40 villaggi ritenuti illegali dallo Stato. Pertanto, a questi villaggi viene negato l’accesso all’acqua, ai servizi di raccolta dei rifiuti e ai servizi sanitari.

Nonostante i ripetuti appelli delle organizzazioni beduine della società civile, lo Stato ha rifiutato l’adozione di misure adeguate, come test e costruzione di strutture per l’autoisolamento o l’accesso a cliniche e ospedali. Ha continuato invece nel suo massiccio impegno di demolizione delle case beduine.

Logica sbagliata

Sono cresciute le critiche verso la negligenza israeliana nei confronti dei cittadini palestinesi, ulteriore testimonianza delle politiche discriminatorie di Israele.

La risposta di Israele alla pandemia da Covid-19 rivela il suo deliberato disprezzo per le vite dei palestinesi, basato su una gerarchia razziale tra ebrei e palestinesi. Sono importanti solo le vite ebraiche, mentre quelle palestinesi sono usa e getta.

In tempi di pandemia, questa logica è, ovviamente, sbagliata. Se la pandemia colpisce i palestinesi entro i confini del ’48 minaccia inevitabilmente anche i cittadini ebrei. Una conclusione logica sarebbe quella di dedicare sufficiente attenzione, budget, personale e attrezzature sanitarie alle aree palestinesi, poiché le nostre vite dipendono letteralmente l’una dall’altra – ma a quanto pare, il desiderio di vedere i palestinesi scomparire è più forte di qualsiasi calcolo razionale.

Inoltre una diffusione del coronavirus tra i cittadini palestinesi potrebbe offrire a Israele l’opportunità di rafforzare il proprio controllo ed isolarli ulteriormente, sia politicamente che fisicamente.

Abbiamo assistito ad un’evoluzione di questa dinamica nei giorni scorsi a Giaffa, dove la polizia israeliana ha provocato e attaccato violentemente gli abitanti palestinesi per presunta violazione delle direttive sul blocco. Quando i palestinesi hanno protestato, la polizia israeliana ha risposto con una violenza eccessiva, compreso l’uso delle granate stordenti.

Questo potrebbe essere solo l’inizio. Se la pandemia colpisse città e villaggi palestinesi, l’argomento della protezione della salute pubblica potrebbe essere usato come giustificazione per un’ulteriore militarizzazione contro i cittadini palestinesi.

Associando il coronavirus ai cittadini palestinesi, come ha iniziato a fare Netanyahu, è probabile che vengano loro imposte misure come coprifuoco, barriere, controlli a tappeto nei villaggi e un regime di permessi. Tali misure di emergenza potrebbero diventare la nuova normalità, rendendo la popolazione più controllata ed emarginata di Israele ancora più soggetta, punita e controllata.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Lana Tatour è borsista con post-dottorato Ibrahim Abu-Lughod presso il Center for Palestine Studies della Columbia University.

(traduzione dall’inglese di Aldo lotta)