«Come si fa a curare artisticamente un genocidio?»

Oren Ziv

21 maggio 2026 – +972 Magazine

Segnata dalle proteste per la partecipazione di Israele, la Biennale di Venezia ospita una mostra con 100 ricami palestinesi ispirati alle strazianti immagini provenienti da Gaza. Il curatore Faisal Saleh racconta come è nato il progetto.

Alla vigilia della 61ª Biennale di Venezia, inaugurata all’inizio di questo mese, diversi artisti tra i più attesi del festival hanno annunciato il loro rifiuto di esporre le proprie opere. Lo sciopero di 24 ore, in segno di protesta contro la decisione del festival di includere padiglioni ufficiali di Israele e Russia, è stato organizzato dall’Art Not Genocide Alliance, che nei giorni precedenti aveva già mobilitato centinaia di attivisti per bloccare l’ingresso del padiglione israeliano con striscioni recanti la scritta “No artwashing genocide” [Nessuna pulizia mediante l’arte del genocidio, ndt.].

Circa una settimana prima dell’apertura i cinque membri della giuria della Biennale si sono dimessi dichiarando che non avrebbero giudicato i padiglioni rappresentativi di Paesi “i cui leader sono accusati di crimini contro l’umanità dalla Corte Penale Internazionale”, ovvero Israele e Russia.

L’edizione di quest’anno del prestigioso festival internazionale d’arte vede la partecipazione di 100 padiglioni nazionali, ciascuno dei quali ospita artisti in rappresentanza del proprio Paese. Israele, che ha avuto un padiglione fin dal 1950, è rappresentato dallo scultore israeliano di origini romene Belu-Simion Fainaru. Il padiglione della Russia, dal canto suo, è stato riammesso dopo essere stato escluso in seguito all’invasione dell’Ucraina.

A questo punto lunico veto possibile sarebbe unesclusione preventiva”, ha affermato il presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco in risposta alle critiche sollevate riguardo alla partecipazione di quei Paesi. Nominato dal governo di Giorgia Meloni nell’ottobre 2023, il giornalista di destra e intellettuale pubblico ha difeso la decisione aggiungendo: «Questa è una Biennale che non cerca di risolvere i problemi ma di metterli in mostra».

Sebbene la mostra principale della Biennale, «In Minor Keys», della compianta curatrice camerunese-svizzera Koyo Kouoh, contenga alcuni riferimenti a Israele-Palestina (i visitatori trovano all’ingresso la poesia «Se devo morire» dello scrittore gazawi assassinato Refaat Alareer accanto a un’installazione del collettivo di artiste queer Fierce Pussy” che presenta una bandiera palestinese strappata), l’Italia non riconosce lo Stato di Palestina, lasciando i palestinesi senza un padiglione nazionale ufficiale.

Tuttavia oltre ai 100 padiglioni nazionali sono previsti 31 eventi collaterali, e uno di questi insiste nel dare centralità alle voci palestinesi. “‘ _____________* * Gaza – No Words See the Exhibit” [“‘ _____________* * Gaza – Senza Parole – Guardate la Mostra”, ndt.], organizzata dal Palestine Museum US e ufficialmente riconosciuta dalla Biennale, porta 100 opere di tatreez (ricamo tradizionale palestinese) nel cuore di Venezia. Ogni pannello ricamato ricrea un’immagine del genocidio israeliano a Gaza ed è stato realizzato a mano da donne palestinesi che vivono nei campi profughi in Cisgiordania, Libano e Giordania. Insieme, i pannelli formano quello che gli organizzatori chiamano l’arazzo del genocidio di Gaza”.

Faisal Saleh, imprenditore palestinese-americano e fondatore del Palestine Museum US di Woodbridge, nel Connecticut, è uno dei quattro curatori della mostra. La sua famiglia è originaria del villaggio di Salama, vicino all’odierna Tel Aviv, e fu sfollata durante la Nakba del 1948. Saleh è cresciuto a Ramallah e ha vissuto l’occupazione israeliana della Cisgiordania nel 1967 prima di trasferirsi negli Stati Uniti per studiare. In seguito, ha intrapreso una carriera da imprenditore e dopo il pensionamento ha fondato il primo museo palestinese negli Stati Uniti.

Mentre le proteste turbavano i primi giorni convulsi della Biennale ogni giorno migliaia di visitatori – tra cui molti turisti che non erano venuti a Venezia appositamente per il festival – hanno visitato la mostra gratuita, situata in posizione centrale. Percorrendo la galleria gli spettatori hanno riconosciuto le immagini suggestive su cui si basano le opere ricamate. Da vicino, i ricami intricati catturano lo sguardo, ma quando lo spettatore fa un passo indietro si svela l’immagine nella sua interezza.

In un’intervista rilasciata a +972 Magazine in occasione della mostra Saleh ha parlato del processo di ideazione e realizzazione del progetto all’interno di uno degli spazi artistici più politicamente pregnanti al mondo. L’intervista è stata modificata per ragioni di brevità e chiarezza.

Qual è stato l’intento alla base della mostra?

Noi [i curatori] vogliamo che il mondo si trovi faccia a faccia con ciò che permette che accada. Speriamo che le [opere darte] spingano le persone a riflettere sulla necessità dellassunzione di responsabilità e della giustizia. In altre parole, non vogliamo che queste cose vengano dimenticate. Sono dei moniti e saranno conservati per sempre.

E abbiamo voluto portare l’arte palestinese ai vertici del mondo dell’arte. La Biennale di Venezia costituisce le Olimpiadi del mondo dell’arte. Abbiamo voluto portare l’arte delle donne palestinesi che lavorano nei campi profughi allo stesso livello delle artiste di altri Paesi. I loro nomi contano. Molte di loro hanno realizzato molti progetti commerciali in cui i galleristi prendevano le loro opere e le vendevano. Ma ora [queste opere sono esposte pubblicamente] con il loro nome. Ottengono il giusto riconoscimento.

Perché avete scelto il tatreez come principale mezzo espressivo?

L’idea è quella di promuovere e presentare la storia e la narrazione politica palestinese. Abbiamo pensato di utilizzare il tatreez perché viene realizzato dalle donne palestinesi nei campi profughi in Libano, nei villaggi della Cisgiordania e in Giordania. Abbiamo sette gruppi, a cui assegniamo dei lavori, e la coordinatrice commissiona a donne specifiche la realizzazione di determinate opere. Le opere provenienti dalla Cisgiordania vengono raccolte e spedite ad Amman. Quelle provenienti da Ain Al-Hilweh [il più grande campo profughi palestinese in Libano, ndt.] sono inviate a Beirut, mentre affidiamo il loro trasporto a persone che si recano in Europa.

Ho detto al mio gruppo che volevamo creare 100 ricami in un anno. Sapevo che ci erano voluti 12 anni per realizzare i 100 ricami che avevamo nel museo sulla storia palestinese. Ma ho detto: «Per Gaza c’è una certa urgenza.»

Perché non la fotografia? E come avete scelto le immagini su cui basare i ricami?

Non ho voluto organizzare una mostra fotografica perché la gente aveva già visto tutte queste fotografie sui social media. Una foto è spesso molto esplicita, mentre un dipinto racchiude in sé un elemento di astrazione. Così come quest’opera: è realizzata con dei puntini. Se la si osserva da due metri di distanza sembra una fotografia. Ma avvicinandosi si iniziano a distinguere i puntini. Ogni pezzo è composto da 55.000 punti.

La tecnica del ricamo rallenta la percezione della terribile realtà rappresentata in queste immagini. Richiede molto tempo: una donna le osserva per due mesi e mezzo, vedendo l’immagine svilupparsi gradualmente e dovendo conviverci per tutto questo tempo.

In qualche modo è molto più toccante vederla ricamata e pensare a chi l’ha realizzata e a come l’ha fatta; è una sensazione diversa rispetto a guardare una fotografia. Le donne [che hanno fatto i ricami] sono rifugiate del 1948 e vedono ciò che sta accadendo a Gaza come una versione aggravata di quanto accaduto nel 1948, una continuazione della stessa politica.

Abbiamo assistito a proteste di massa e a uno sciopero che chiedevano l’esclusione di Israele dal festival, ma il presidente della Biennale ha affermato che il festival non avrebbe escluso nessuno. Come vede questi due approcci politici dal punto di vista di un artista?

Credo che fino ad ora fosse accettabile seguire il principio [che chiunque potesse partecipare]. Ma ciò che Israele ha fatto ha raggiunto livelli inaccettabili, livelli di atrocità e orrori indicibili che impongono un nuovo standard di comportamento umano. Al di sotto [di tale standard] nessuno dovrebbe essere autorizzato a partecipare a competizioni internazionali, non solo alla Biennale, ma anche all’Eurovision, alla FIFA, alle Olimpiadi, a tutti gli eventi internazionali e ai concorsi cinematografici di Hollywood. La Biennale, insieme a tutte le altre organizzazioni, deve definire dove inizia e dove finisce la condizione umana.

A che punto un Paese si autoesclude dall’essere tra le nazioni del mondo che credono nei diritti umani e che non sono disposte a scendere al di sotto di un certo livello? Chi va oltre tale soglia non dovrebbe essere autorizzato a partecipare. A mio parere a questo punto Israele non dovrebbe essere ammesso. Non vorrei trovarmi nello stesso posto di chi ha commesso tutte queste atrocità. Non è giusto aspettarsi che altri artisti di altri Paesi siano presenti, perché li si mette in una situazione imbarazzante, costretti a scegliere tra il rispetto della vita umana e l’esposizione delle proprie opere.

Come vede il fatto che la Palestina non abbia un padiglione ufficiale alla Biennale?

Sapete cosa succederà se l’Italia alla fine riconoscerà lo Stato di Palestina e la Palestina diventerà idonea ad avere un padiglione? Indovinate chi cercherà di controllarlo: l’Autorità Palestinese. Questo è un problema per noi, perché queste persone non rappresentano i palestinesi. Rappresentano sè stesse e non lavorano per il popolo. Fanno il lavoro sporco per Israele in Cisgiordania.

In nessun caso noi palestinesi accetteremo che siano loro a gestire qualcosa di così importante. Quindi si spera che se dovesse accadere qualcosa del genere ci sia una sorta di processo democratico che determini chi potrà esporre e in base a quale modalità: un processo aperto, senza corruzione e senza il controllo di un singolo partito.

In che modo la storia della sua famiglia, sopravvissuta alla Nakba del 1948, ha influenzato il suo lavoro?

Siamo originari del villaggio di Salama – Kfar Shalem, come lo ribattezzò Israele – nell’attuale zona sud di Tel Aviv. Il nostro villaggio fu completamente svuotato e distrutto [durante la Nakba]. Ci rifugiammo ad Al-Bireh [vicino a Ramallah], dove sono nato nel 1951. Ero l’undicesimo figlio e vivevamo in una sola stanza. Non è stata una vita facile, ma ce l’abbiamo fatta tutti.

Nel 1967, da Ramallah, potemmo assistere al bombardamento di Nabi Samwil e di Gerusalemme. L’esercito israeliano entrò a Ramallah e la bombardò, costringendo l’esercito giordano alla ritirata.

Sono arrivato negli Stati Uniti nel 1969, ho studiato, ho lavorato nel settore commerciale per 40 anni, poi sono andato in pensione e ho iniziato a impegnarmi per la causa palestinese. Ho collaborato con alcune persone che volevano allestire un museo, ma non mi piaceva il modo in cui lo stavano facendo, così le ho abbandonate e ho lavorato per conto mio, creando il primo museo [palestinese] nell’emisfero occidentale.

Pensa che questa mostra sia di per sé una sorta di risposta a coloro che affermano che l’arte dovrebbe essere apolitica, che dovrebbe essere neutrale?

Gaza ha infranto tutte le regole. Mi sono trovato di fronte alla domanda: come si cura artisticamente un genocidio? Non esiste un manuale. Non c’è un libro che ti spieghi come farlo.

Ho dovuto riflettere a lungo, collegare molti elementi e ideare qualcosa di potente, che raccontasse la storia palestinese a Gaza senza ombra di dubbio. Posso assicurarle che chiunque visiti questa mostra ne uscirà una persona diversa.

Oren Ziv è un fotoreporter, collaboratore di Local Call [rivista online in lingua ebraica edita in collaborazione con + 972 Magazine, ndt.] e membro fondatore del collettivo fotografico Activestills.

(Tradotto dall’inglese da Aldo Lotta)




Assassinato da Israele Refaat Alareer

Tamara Nassar

9 dicembre 2023 – The Electronic Intifada

Israele ha assassinato lo scrittore e docente Dr. Refaat Alareer.

Euro-Mediterranean Human Rights Monitor [ONLUS per la protezione dei diritti umani, ndt.] ha concluso che lattacco aereo israeliano che il 6 dicembre ha ucciso Refaat e diversi membri della sua famiglia è stato verosimilmente intenzionale”.

Refaat ha lavorato in stretta collaborazione con The Electronic Intifada ed era tra i più importanti oppositori della guerra genocida di Israele contro Gaza.

Era rifugiato nellappartamento di sua sorella Asmaa nella zona di al-Daraj, a Gaza City. Euro-Mediterranean Human Rights Monitor, citando accertate testimonianze oculari e resoconti familiari, ha dichiarato che intorno alle 18 di mercoledì l’intero edificio in cui si trovava è stato “bombardato chirurgicamente”.

Refaat è stato ucciso insieme a suo fratello Salah e uno dei figli di lui, Muhammad. Anche sua sorella Asmaa con tre dei figli, Alaa, Yahya e Muhammad, sono stati uccisi insieme a uno dei loro vicini.

Inoltre nell’attacco israeliano sono rimasti feriti altri membri della famiglia.

Lattacco aereo ha colpito chirurgicamente lappartamento al secondo piano, dove si trovava Refaat, in un edificio di tre piani, e non lintero palazzo: ciò indica che l’appartamento era lobiettivo e non si è trattato di un danno collaterale, afferma l’organizzazione Euro-Med.

Refaat era stato sfollato più volte allinterno della Striscia di Gaza in seguito all’attacco contro la sua casa durante la seconda settimana dellassalto genocida israeliano contro lenclave costiera iniziato il 7 ottobre.

Qualche giorno prima di essere ucciso Refaat si era trasferito con la moglie e i figli in una scuola gestita dallagenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi (UNRWA) nel quartiere al-Tuffah di Gaza City.

Un caro amico di Refaat ha detto all’organizzazione per i diritti umani che nel corso della sua permanenza nella scuola potrebbe essere stato contattato dall’esercito israeliano.

“Aveva ricevuto una telefonata anonima da qualcuno che si era identificato come un ufficiale israeliano e aveva minacciato Refaat affermando di conoscere esattamente la scuola in cui si trovava”, riferisce l’organizzazione nel citare l’amico intimo. E aggiunge che i soldati israeliani con lavanzata delle truppe di terra erano sul punto di raggiungere la sua posizione”.

Sebbene Euro-Mediterranean Human Rights Monitor affermi che “la credibilità della minaccia in sé non è sicura“, è stata certamente una delle ragioni che hanno spinto Refaat a trasferirsi a casa di sua sorella, “credendo che fosse meno esposta di una scuola aperta e sovraffollata dove sarebbe stato difficile nascondersi”.

L’organizzazione è giunta alle conclusioni che Refaat era probabilmente un obiettivo dell’esercito israeliano.

Tutto è intenzionale

Una recente indagine di +972 Magazine e Local Call [versioni rispettivamente in inglese ed ebraico di una rivista progressista online, ndt.] ha rivelato come lesercito israeliano stia utilizzando lintelligenza artificiale per generare più obiettivi da colpire a Gaza.

Nel citare fonti dell’intelligence il rapporto afferma che lesercito israeliano dispone di archivi sulla stragrande maggioranza dei potenziali obiettivi a Gaza, comprese le case, che stabiliscono il numero di civili che potrebbero essere uccisi in un attacco contro un particolare obiettivo”.

“Niente accade per caso”, sostiene una fonte.

Quando in un’abitazione a Gaza una bambina di 3 anni viene uccisa è perché qualcuno nellesercito ha deciso che la sua uccisione non costituisce un grosso problema, che si tratta di un prezzo che vale la pena pagare per colpire [un altro] obiettivo”, aggiunge la fonte.

Noi non siamo Hamas. Questi non sono razzi con bersagli casuali. Tutto è intenzionale. Sappiamo esattamente quanti danni collaterali ci sono in ogni casa”.

Il fatto che quella sera labitazione della sorella di Refaat sia stata lunico appartamento attaccato nelledificio contribuisce a concludere che Refaat fosse stato preso di mira deliberatamente.

Bersaglio di precedenti attentati

Non era la prima volta che dopo il 7 ottobre Refaat venisse preso di mira da un bombardamento.

Il 19 ottobre l’esercito israeliano ha bombardato senza alcun preavviso l’edificio in cui viveva Refaat a Gaza City. Due appartamenti furono completamente distrutti e altri cinque, compreso quello della famiglia di Refaat, gravemente danneggiati.

In quel momento Refaat ospitava quattro famiglie sfollate. Tutti gli ospiti erano donne e bambini.

Allepoca la casa di Refaat aveva un generatore di corrente, carburante per un paio di mesi e pannelli solari.

Da quando è iniziato lattacco di Israele abbiamo aiutato innumerevoli persone a pompare acqua, caricare i loro dispositivi elettronici e mantenere funzionanti i loro freezer, ha scritto Refaat il 22 ottobre su The Electronic Intifada.

“Credo che questo sia il motivo per cui il nostro edificio è stato colpito.”

Altri nella famiglia allargata di Refaat hanno ritenuto che fosse stato preso di mira proprio per aver parlato apertamente.

Non sappiamo perché ledificio sia stato preso di mira. Mia suocera insiste che è perché parlo con i media, ha scritto Refaat.

“Anche mia madre ha espresso la stessa preoccupazione.”

Da quel giorno Refaat e la sua famiglia sono rimasti sfollati. Si erano rifugiati in un ospedale e poi in una scuola.

Ad un certo punto la famiglia si è stabilita allospedale pediatrico Rantisi di Gaza City, ma ha dovuto evacuare quando i soldati israeliani sono giunti nelle vicinanze.

Ha scritto un articolo per The Electronic Intifada in cui denunciava la menzogna secondo cui Hamas conducesse le sue operazioni nei pressi dell’ospedale.

In passato Refaat e la sua famiglia erano stati presi di mira dai soldati israeliani numerose volte, con l’uccisione di decine di parenti.

Diffamazione

Come se ucciderlo non fosse abbastanza, i troll [individui che svolgono attraverso internet azioni di provocazione e diffamazione, ndt.] che sostengono Israele e la sua ideologia di Stato, il sionismo, hanno cercato di diffamarlo, prima e dopo la sua uccisione.

Per settimane dallinizio di questa guerra Refaat ha ricevuto numerose minacce di morte e messaggi di odio da account israeliani sui social media dopo che personaggi pubblici di spicco lo hanno preso di mira accusandolo di molestie e istigazione, dice Euro-Med.

Uno di questi personaggi pubblici è Bari Weiss.

Weiss ha citato un tweet che Refaat aveva scritto su una bufala completamente sfatata secondo cui il 7 ottobre i miliziani palestinesi avrebbero bruciato vivo un bambino israeliano dentro un forno.

Ecco Refaat Alareer che scherza sul fatto che un bambino israeliano, bruciato vivo in un forno, sia stato cucinato con o senza lievito’”, ha scritto Weiss.

Successivamente Refaat ha ricevuto sui social media minacce di morte e messaggi di odio.

Molti soldati israeliani deliranti che stanno già bombardando Gaza prendono sul serio queste bugie e calunnie e agiscono di conseguenza, ha scritto Refaat in quella circostanza.

I troll sionisti stanno ora usando la stessa tattica per cercare di diffamare Refaat, accademico di fama internazionale amato e rispettato da generazioni di palestinesi e da persone di tutto il mondo.

Prendere di mira il mondo accademico

Alcuni giorni prima che Refaat venisse ucciso Israele ha assassinato il dottor Sufyan Tayeh, presidente dell’Università islamica di Gaza dove Refaat era docente di letteratura inglese.

Questo mese le forze israeliane hanno anche piazzato esplosivi e fatto saltare in aria la facoltà di medicina dell’Università islamica di Gaza.

Il commentatore di destra Yinon Magal ha celebrato quellattacco definendolo un regalo di Hanukkah[Hanukkah è una festività ebraica, conosciuta anche con il nome di Festa delle luci, ndt.] da parte di una divisione dellesercito israeliano.

Il fatto che ledificio non sia stato colpito da aerei da guerra ma da soldati che vi hanno piazzato personalmente le bombe, suggerisce che non vi fosse alcun rischioper la loro vita e che non stessero prendendo di mira la resistenza palestinese allinterno delledificio.

Una foto raffigura un soldato israeliano in posa accanto alledificio della facoltà di medicina con una menorah [lampada ad olio a sette bracci usata durante l’Hanukkah, ndt.] gigante allesterno in segno di conquista.

Il cartello con il nome dell’edificio e del donatore che ha contribuito a costruirlo appare vandalizzato con la scritta ours now” [adesso nostro, ndt.] in inglese.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)