Come la politica israeliana di separazione a Gaza e in Cisgiordania consolida Hamas

Amira Hass

17 ottobre 2025 Haaretz

Isolando Gaza dalla Cisgiordania e i palestinesi dalla loro terra, Israele ha contribuito a consolidare Hamas e a cancellare ogni alternativa politica. Anche se il sogno di ville di lusso a Gaza è svanito, la logica che lo sostiene rimane: controllo del territorio, espulsione indiretta e soffocamento continuo del popolo palestinese con il pretesto della sicurezza

Le premesse di un boom immobiliare a Gaza – dall’idea del Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich alla promessa del Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir di quartieri di lusso per i poliziotti fino al piano della leader dei coloni Daniella Weiss di ristabilire (con l’aiuto divino) le colonie – si sono rivelate nient’altro che aria fritta.

Sarebbe bello poter dire che l’accordo di cessate il fuoco ora in vigore nella Striscia di Gaza abbia inferto un duro colpo al movimento dei coloni e ai suoi sostenitori negli Stati Uniti. Altrettanto seducente è l’immagine dei loro castelli di sabbia che crollano sotto il peso dell’inimmaginabile resilienza e tenacia degli abitanti di Gaza e dopo il rifiuto duro ma politicamente calcolato dell’Egitto a consentire una fuga di massa di palestinesi nel suo territorio.

I responsabili della politica estera egiziana – indipendentemente da chi guidi il Paese – sospettano da tempo l’intenzione di Israele di “appioppargli” Gaza e i suoi problemi. Fin dall’inizio della guerra hanno preso sul serio i piani israeliani di espulsione della popolazione di Gaza e di conseguente reinsediamento degli ebrei, come apertamente espresso dai governanti israeliani – che sembravano dimenticare come tentativi simili da parte dei loro predecessori del partito socialista democratico sionista Mapai-Labour di espellere nuovamente i rifugiati del 1948 da Gaza fossero falliti.

Ma il cessate il fuoco non può essere visto semplicemente come una gratificante sconfitta del movimento dei coloni. La logica politica dietro quelle ondate di aria fritta e castelli di sabbia ha plasmato, e continua a plasmare, la politica israeliana sin dalla firma degli Accordi di Oslo. Tale logica è riuscita a impedire la creazione di uno Stato che avrebbe realizzato il diritto palestinese all’autodeterminazione, seppur sul restante 22% del territorio tra il fiume e il mare.

Il sabotaggio della sovranità palestinese da parte di Israele è l’immagine speculare del suo tentativo di impossessarsi di quanta più terra possibile con il minor numero possibile di palestinesi. In pratica questo significa espulsione – che sia nell’Area A [in base agli accordi di Oslo il territorio cisgiordano sotto virtuale controllo totale dell’ANP, ndt.] o in esilio, con bombe dell’aviazione o con i manganelli e le spranghe di ferro dei “giovani delle colline” [gruppi di coloni particolarmente violenti, ndt.], che sia attraverso demolizioni di case e sfratti forzati effettuati sotto la minaccia delle armi dall’Amministrazione Civile [ente militare incaricato della gestione dei territori occupati, ndt.] o dalle Forze di Difesa Israeliane o l’incarcerazione e la persecuzione di coloro che cercano di proteggere la propria comunità e se stessi – il risultato è lo stesso.

Se questa è la politica guida, gli sforzi internazionali per “riformare” i libri scolastici palestinesi sono destinati a fallire. La realtà quotidiana del soffocamento sistematico imposto da Israele e la sua prepotenza, supportata dalla sua superiorità militare sono i padri dell’istigazione [alla violenza].

Uno degli strumenti più efficaci per sabotare uno Stato palestinese è stato e rimane la “separazione”. Espresso nei termini di sicurezza che l’opinione pubblica israeliana ama adottare – anche quando le motivazioni politiche e immobiliari sono evidenti – questo strumento assume molte forme: separare Gaza dalla Cisgiordania (dal 1991); separare la Cisgiordania da Gerusalemme Est; dividere le città palestinesi l’una dall’altra; isolare i villaggi dalle strade circostanti e dai centri regionali; disconnettere i palestinesi dalla loro terra e tra di loro.

Documenti ufficiali del governo militare degli anni ’50 e ’60 – pubblicati decenni dopo – hanno confermato ciò che i palestinesi (e la sinistra non sionista) avevano capito da tempo: la cosiddetta logica “di sicurezza” alla base delle dure restrizioni alla circolazione era motivata in gran parte da interessi immobiliari ebraici. La concezione di una popolazione e di un territorio palestinesi frammentati su entrambi i lati della Linea Verde [il confine tra Israele e la Cisgiordania precedente la conquista del 1967, ndt.] ha sempre rispecchiato il progetto di una “Grande Terra d’Israele” per gli ebrei. Entrambe le visioni sono ancora valide oggi, parallelamente alle vaghe clausole del piano Trump per un cessate il fuoco e un “nuovo Medio Oriente”.

Il diritto dei coloni compensa la parziale perdita a Gaza – “parziale” perché l’IDF ha raggiunto l’obiettivo condiviso di infliggere la massima distruzione e morte nell’enclave – intensificando gli attacchi e l’accaparramento di terre in Cisgiordania. Questo si traduce principalmente nella separazione quotidiana dei contadini dalle loro terre, una tattica con risultati immediati e dolorosi. Insieme all’Amministrazione Civile, all’esercito e alla polizia, i coloni accelerano questo processo attraverso la violenza fisica, l’ostruzionismo burocratico e un’arroganza insaziabile. Poiché siamo ormai nella stagione della raccolta delle olive, i battaglioni del Signore [i coloni nazional-religiosi, ndt.] hanno rivolto la loro attenzione al raccolto e agli stessi raccoglitori.

Sabato 11, quando questo articolo è stato scritto, a mezzogiorno sono pervenute segnalazioni di vessazioni e attacchi diretti da parte di coloni e soldati – separatamente o insieme – contro i raccoglitori di olive dei villaggi di Jawarish, Aqraba, Beita e Madama a sud di Nablus, di Burqa a est di Ramallah e di Deir Istiya nella regione di Salfit. Il giorno precedente segnalazioni simili erano arrivate da Yarza a est di Tubas, da Immatin, Kafr Thulth e Far’ata nell’area di Qalqilya, da Jawarish, Qablan, Aqraba, Hawara, Yanun e Beita nell’area di Nablus e da al-Mughayyir e Mazra’a al-Sharqiya a est di Ramallah. Queste segnalazioni provengono solo da un gruppo WhatsApp che monitora la Cisgiordania settentrionale. Le vessazioni vanno dagli sconfinamenti sui terreni alle provocazioni, ai blocchi stradali e alle minacce armate, fino alle aggressioni fisiche, al furto di olive e all’incendio di veicoli di raccoglitori e giornalisti. E ciò che i coloni fanno sporadicamente, la politica ufficiale lo attua sistematicamente: la negazione del diritto dei palestinesi alla libertà di movimento tra Gaza e la Cisgiordania e all’interno della Cisgiordania stessa. La negazione del diritto di scegliere il proprio luogo di residenza o di lavoro è da tempo devastante per la società, l’economia e le strutture politiche palestinesi, e in particolare per il futuro dei suoi giovani.

Non meno delle valigie di denaro contante del Qatar che Benjamin Netanyahu iniziò a trasferire a Gaza, la separazione della popolazione della Striscia da quella della Cisgiordania e l’isolamento di Gaza dal resto del mondo, tutto ciò ha contribuito a rafforzare Hamas, prima come organizzazione politica e militare e poi come forza di governo.

Negli anni ’90 Hamas affermò che Israele non aveva alcuna reale intenzione di fare la pace e che gli accordi di Oslo non avrebbero portato all’indipendenza. Le restrizioni israeliane alla circolazione a Gaza e la sua continua espansione delle colonie sia a Gaza che in Cisgiordania resero questa argomentazione convincente per molti palestinesi, soprattutto a Gaza. Gli attentati suicidi di Hamas furono visti sia come una reazione che come un test: avrebbe la risposta di Israele infine premiato gli oppositori di Oslo e i critici dell’Autorità Nazionale Palestinese?

E Israele li ha ricompensati, non rispettando i propri impegni. Le restrizioni alla circolazione e il furto burocratico di terre hanno indebolito Fatah e l’Autorità Nazionale Palestinese, che avevano sostenuto il processo diplomatico ma che dall’inizio degli anni 2000 avrebbero sposato la resistenza armata.

Eludendo abilmente il fatto che la frammentazione palestinese sia sempre stata l’obiettivo di Israele, Hamas ha presentato il disimpegno israeliano del 2005 e lo smantellamento degli insediamenti come prova del proprio successo: la lotta armata aveva funzionato. Ogni nuova generazione di diplomati di scuola superiore – che non avevano mai lasciato la Striscia sigillata, non avevano mai conosciuto un altro stile di vita e non riuscivano a trovare lavoro – è diventata più vulnerabile alla visione oppressiva del mondo, alla propaganda e alle motivazioni di Hamas nell’unirsi al braccio armato (un reddito che sostentava le famiglie povere). Hamas ha imparato a incanalare l’energia e la creatività represse di Gaza nella sua macchina militare e politica.

L’Autorità Nazionale Palestinese, Fatah e il loro apparato di sicurezza sono rimasti impotenti di fronte alla crescente ondata di espropriazione di terre in Cisgiordania e alla devastazione economica diretta e indiretta insita in questa espropriazione e separazione, una situazione aggravata dall’ordine dei successivi ministri delle finanze israeliani di trattenere le entrate fiscali palestinesi.

Per l’opinione pubblica palestinese in Cisgiordania, questa impotenza è inseparabile dalla corruzione delle élite civili e militari dell’Autorità Nazionale Palestinese, considerate egoiste e indifferenti finché le loro tasche rimangono piene. Non sorprende quindi che la resistenza armata – associata principalmente ad Hamas – mantenga il suo prestigio tra i giovani della Cisgiordania. Per loro almeno la resistenza armata causa sofferenza e umiliazione all’aggressore israeliano.

Tutti i segnali suggeriscono che Israele continuerà a bloccare la libertà di movimento palestinese tra Cisgiordania, Israele e Gaza e a limitare l’ingresso nella Striscia di palestinesi dall’estero e di attivisti internazionali. Di conseguenza coloro che hanno più bisogno di sapere cosa pensano veramente gli abitanti di Gaza della resistenza armata non potranno saperlo. In altre parole, che molti di loro disprezzano Hamas.

Di fronte alle politiche israeliane di assedio, uccisioni, distruzione e spoliazione in Cisgiordania, la maggior parte dei palestinesi non residenti nella Striscia, insieme a molti dei loro sostenitori internazionali, continuerà a considerare Hamas come l’autentico rappresentante dell’aspirazione alla libertà e alla resistenza all’oppressione.

L’esperienza dimostra che, una volta avviati i lavori di bonifica degli ordigni inesplosi e di ricostruzione di Gaza, diventerà chiaro che il processo è molto più complicato e costoso di quanto inizialmente previsto. Oltre alla ricostruzione fisica, ciascuno dei milioni di abitanti di Gaza avrà bisogno di cure fisiche e psicologiche e di riabilitazione materiale, su una scala e una durata mai viste che sfidano ogni immaginazione.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




I palestinesi hanno il diritto legale alla lotta armata *

Stanley L. Cohen

20 luglio 2017 – Al Jazeera

È tempo che Israele accetti che, come popolo sotto occupazione, i palestinesi hanno il diritto di resistere – in ogni modo possibile.

*Nota redazionale: riteniamo significativo proporre ai lettori questo articolo che risale al luglio 2017 in quanto ogniqualvolta avvengono attacchi armati da parte dei palestinesi, in particolare recentemente da Gaza, i media vengono inondati da commenti aspramente critici nei confronti dei gruppi della resistenza palestinese. Indipendentemente dalla condivisione riguardo all’utilità politica di queste azioni, riteniamo sia importante ricordare, come fa l’autore di questo articolo con abbondanza di riferimenti storici, che esse sono legittimate dalle leggi internazionali che riconoscono il diritto di un popolo oppresso ad utilizzare tutti i mezzi necessari, compresa la violenza, per resistere ai propri oppressori. Ed anche che i primi ad utilizzare il terrorismo sistematico in Palestina contro inglesi e palestinesi furono i gruppi armati sionisti.

È stato da tempo stabilito che la resistenza e persino la lotta armata contro una forza di occupazione coloniale non siano solo riconosciute come legittime in base alle leggi internazionali, ma specificamente approvate.

Sulla base del diritto internazionale umanitario, le guerre di liberazione nazionale sono state espressamente riconosciute ovunque, attraverso l’adozione del primo protocollo aggiuntivo [relativo alla protezione delle vittime dei conflitti armati internazionali, n.d.tr.] alle Convenzioni di Ginevra del 1949 come un diritto protetto e imprescindibile dei popoli sotto occupazione.

  Individuando la vitalità in sviluppo del diritto umanitario, per decenni l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (AG dell’ONU) – una volta descritta come la coscienza collettiva del mondo – ha evidenziato il diritto dei popoli all’autodeterminazione, all’indipendenza e ai diritti umani.

In effetti già nel 1974 la risoluzione 3314 dell’AG dell’ONU proibiva agli Stati “qualsiasi occupazione militare, per quanto temporanea”.

Nella sua parte relativa a questo diritto, la risoluzione non solo continuava ad affermare il diritto “all’autodeterminazione, alla libertà e all’indipendenza […] dei popoli privati con la forza di quel diritto, […] in particolare dei popoli sotto regime coloniale e razzista o altre forme di dominio straniero”, ma evidenziava anche il diritto di chi si trovi sotto occupazione, di ” lottare … e di chiedere e ricevere appoggio” per quel tentativo [di liberarsi].

Il termine “lotta armata” era implicito [pur] senza una citazione precisa in quella e in molte altre risoluzioni precedenti che sostenevano il diritto dei [popoli] autoctoni di cacciare gli occupanti.

Questa imprecisione sarebbe stata corretta il 3 dicembre 1982. A quel tempo la risoluzione 37/43 dell’AG dell’ONU rimosse qualsiasi dubbio o dibattito sul legittimo diritto dei popoli sotto occupazione a resistere alle forze di occupazione con qualsiasi mezzo legittimo. La risoluzione ribadiva “la legittimità della lotta dei popoli per l’indipendenza, l’integrità territoriale, l’unità nazionale e la liberazione dal dominio coloniale e straniero e dall’occupazione straniera con tutti i mezzi disponibili, compresa la lotta armata”.

Un evidente inganno

Sebbene Israele abbia tentato, periodicamente, di reinterpretare l’intento inequivocabile di questa precisa risoluzione – e quindi di considerare l’occupazione, durata ormai mezzo secolo, di Cisgiordania e Gaza esclusa dalla sua applicazione – si tratta di uno sforzo profondamente logorato fino allo stato di evidente inganno dalle parole esatte della stessa dichiarazione. Nella parte pertinente, la sezione 21 della risoluzione condanna fermamente “le attività espansionistiche di Israele in Medio Oriente e i continui bombardamenti di civili palestinesi, che rappresentano un grave ostacolo alla realizzazione dell’autodeterminazione e dell’indipendenza del popolo palestinese”.

I sionisti europei, coloro che non hanno mai avuto esitazioni nel riscrivere la storia, molto prima dell’istituzione delle Nazioni Unite, si considerarono un popolo sotto occupazione quando emigrarono in Palestina – una terra nei confronti della quale erano cessati, in seguito a migrazioni in gran parte volontarie, tutti i legami storici che avevano avuto molto tempo prima.

In effetti, ben 50 anni prima che le Nazioni Unite parlassero del diritto alla lotta armata come strumento di liberazione autoctona, i sionisti europei hanno fatto proprio il concetto in modo illegale, dal momento in cui l’Irgun [abbreviazione di Irgun Tzvai Leumi, “Organizzazione Militare Nazionale”, è stato un gruppo paramilitare sionista, giudicato terrorista dal Regno Unito, che operò nel corso del Mandato britannico sulla Palestina dal 1931 al 1948, n.d.tr.], il Lehi [Combattenti per la Libertà d’Israele, meglio nota come Banda Stern, fu un’altra organizzazione paramilitare sionista, n.d.tr.] e altri gruppi terroristici intrapresero un lungo periodo di dieci anni di caos mortale.

Durante questo periodo, massacrarono non solo migliaia di palestinesi autoctoni, ma presero anche di mira la polizia britannica e il personale militare che da tempo vi aveva mantenuto una presenza colonizzatrice.

Una storia di attacchi sionisti

Mentre gli israeliani si siedono a piangere la perdita di due dei loro soldati che sono stati uccisi a Gerusalemme la scorsa settimana a colpi di arma da fuoco [il 14/07/2017 due poliziotti appartenenti alla minoranza drusa israeliana vennero uccisi nel corso di un attentato sulla spianata delle moschee, n.d.tr.]- in quello che molti considerano un legittimo atto di resistenza – un viaggio nel percorso della memoria potrebbe forse ricollocare gli eventi nel loro giusto contesto storico.

Molto tempo fa, descrivendo gli inglesi come una forza di occupazione nella “loro patria”, i sionisti presero di mira la polizia e le unità militari britanniche con foga spietata in tutta la Palestina e altrove.

Il 12 aprile 1938, l’Irgun uccise due poliziotti britannici ad Haifa in un attentato dinamitardo contro un treno. Il 26 agosto 1939, due ufficiali britannici furono uccisi da una mina antiuomo dell’Irgun a Gerusalemme. Il 14 febbraio 1944, due poliziotti britannici furono uccisi a colpi di arma da fuoco mentre tentavano di arrestare delle persone per aver affisso dei manifesti ad Haifa. Il 27 settembre 1944, più di 100 membri dell’Irgun attaccarono quattro stazioni della polizia britannica, ferendo centinaia di ufficiali. Due giorni dopo un alto ufficiale di polizia britannico del dipartimento di intelligence criminale fu assassinato a Gerusalemme.

Il 1 ° novembre 1945 un altro ufficiale di polizia fu ucciso mentre cinque treni venivano attaccati con bombe. Il 27 dicembre 1945, sette ufficiali britannici persero la vita in un attentato dinamitardo al quartier generale della polizia a Gerusalemme. Tra il 9 e il 13 novembre 1946 ebrei facenti parte di un movimento clandestino lanciarono una serie di attacchi con mine e bombe nascoste all’interno di valigie in stazioni ferroviarie, treni e tram, uccidendo 11 soldati e poliziotti britannici e otto poliziotti arabi.

Altri quattro ufficiali furono uccisi in un altro attacco contro un quartier generale della polizia il 12 gennaio 1947. Nove mesi dopo, quattro poliziotti britannici furono assassinati durante una rapina in banca da parte dell’Irgun e tre giorni dopo, il 26 settembre 1947, altri 13 agenti vennero uccisi in un altro attacco terroristico contro una stazione di polizia britannica.

Questi sono solo alcuni dei molti attacchi diretti dai terroristi sionisti contro la polizia britannica che furono visti da molti ebrei in Europa come obiettivi legittimi di ciò che descrivevano come una lotta di liberazione contro una forza di occupazione.

Durante tutto questo periodo, i terroristi ebrei si impegnarono anche in innumerevoli attacchi che non risparmiarono nessuna delle infrastrutture britanniche e palestinesi. Assalirono installazioni militari e di polizia britanniche, uffici governativi e navi, spesso con bombe. Sabotarono ferrovie, ponti e installazioni petrolifere. Vennero attaccate decine di obiettivi economici, tra cui 20 treni danneggiati o deragliati e cinque stazioni ferroviarie. Vennero effettuati numerosi attacchi contro l’industria petrolifera, tra cui uno, nel marzo 1947, contro una raffineria di petrolio Shell ad Haifa che distrusse circa 16.000 tonnellate di petrolio.

I terroristi sionisti uccisero soldati britannici in tutta la Palestina, usando trappole esplosive, agguati, cecchini e esplosioni di veicoli.

Un attacco in particolare riassume il terrorismo di coloro che, all’epoca senza alcun supporto da parte del diritto internazionale, non vedevano alcun limite ai loro tentativi di “liberare” una terra in cui erano, in gran parte, immigrati solo di recente.

Nel 1947, l’Irgun rapì due sottufficiali delle truppe dell’intelligence britannica e minacciò di impiccarli se fossero state eseguite le condanne a morte nei confronti di tre dei loro membri. Quando questi tre membri dell’Irgun furono giustiziati per impiccagione, i due sergenti britannici furono impiccati per rappresaglia e i loro corpi furono lasciati in un boschetto di eucalipti con delle trappole esplosive.

Nell’annunciare la loro esecuzione, l’Irgun affermò che i due soldati britannici erano stati impiccati in seguito alla loro condanna per “attività criminali anti-ebraiche” che consistevano in: ingresso illegale nella patria ebraica e appartenenza a un’organizzazione criminale britannica – noto come esercito d’occupazione – “responsabile di tortura, omicidio, deportazione e negazione del diritto alla vita nei confronti del popolo ebraico”. I soldati furono anche accusati di possesso illegale di armi, spionaggio antiebraico in abiti civili e premeditazione di progetti ostili contro l’organizzazione clandestina.

Ben oltre i confini territoriali della Palestina, tra la fine del 1946 e il 1947 fu lanciata una prolungata campagna di terrorismo contro gli inglesi. Atti di sabotaggio furono compiuti contro vie di comunicazione militare britanniche in Germania. Il Lehi tentò anche, senza successo, di sganciare una bomba sulla Camera dei Comuni con un aereo decollato dalla Francia e, nell’ottobre del 1946, mise una bomba all’ambasciata britannica a Roma. Numerosi altri ordigni furono fatti esplodere dentro e intorno a obiettivi strategici a Londra. Circa 21 lettere esplosive furono inviate, in varie occasioni, a personaggi politici britannici di alto livello. Molte furono intercettate, mentre altre raggiunsero i loro obiettivi, ma furono scoperte prima che potessero esplodere.

Il prezzo salato dell’autodeterminazione

L’autodeterminazione è un percorso difficile e costoso per chi si trova sotto occupazione. In Palestina, indipendentemente dall’arma che scegli – la voce, la penna o una pistola – esiste un prezzo elevato da pagare per il suo utilizzo.

Oggi, “dire la verità al potere” è diventato un mantra molto popolare della resistenza nei circoli e nelle associazioni neo-progressisti. In Palestina, tuttavia, per chi è sotto occupazione e sotto l’oppressione, ciò rappresenta un percorso quasi scontato verso la prigione o la morte. Tuttavia, per generazioni di palestinesi derubati persino dell’anelito alla libertà, la storia insegna che semplicemente non c’è altra scelta.

Il silenzio è la resa. Tacere significa tradire tutti coloro che sono venuti prima e tutti quelli che ancora devono seguire.

Per coloro che non hanno mai provato il giogo assillante dell’oppressione o non l’hanno visto da vicino, è un’ immagine [che va] oltre la comprensione. L’occupazione è pesante per chi la subisce, ogni giorno in ogni modo, creando limiti alla propria esistenza e alla propria possibilità di crescita.

Le ferite continue [provocate] dai blocchi, dalle armi, dagli ordini, dalla prigione e dalla morte sono compagne di viaggio per chi si trova sotto occupazione, che si tratti di bambini, ragazzi nella primavera della vita, anziani o di chi si trovi intrappolato dai confini artificiali di barriere sulle quali non si possiede alcun controllo.

Alle famiglie dei due poliziotti drusi israeliani che hanno perso la vita mentre cercavano di controllare un luogo che non spettava a loro presidiare, porgo le mie condoglianze. Questi giovani uomini, tuttavia, non hanno perso la vita nella lotta della resistenza, ma sono stati sacrificati intenzionalmente da un’occupazione malvagia che non possiede nessuna legittimità.

Alla fine, se c’è da addolorarsi, deve essere per gli 11 milioni di persone sotto occupazione, sia in Palestina che fuori, come tanti rifugiati apolidi, privati di una voce e di opportunità significative, mentre il mondo porge delle scuse soprattutto sotto forma di una confezione regalo finanziaria contrassegnata dalla stella di David.

Non passa giorno senza i gemiti agghiaccianti di una Nazione che veglia su un bambino palestinese avvolto in un sudario, privato della vita perché l’elettricità o il transito sono diventati un privilegio perverso che tiene milioni [di persone] ostaggio dei capricci politici di pochi. Che si tratti di israeliani, di egiziani o di coloro che si ammantano della leadership politica sui palestinesi, la responsabilità dell’infanticidio a Gaza è esclusivamente loro.

“Senza lotta, non esiste progresso”

I tre giovani cugini che hanno sacrificato volontariamente la propria vita nell’attacco ai due ufficiali israeliani a Gerusalemme non lo hanno fatto come un gesto vuoto nato dalla disperazione, ma piuttosto come una propria dichiarazione di orgoglio nazionale che fa seguito ad una lunga serie di altri che hanno ben compreso che il prezzo della libertà può, a volte, significare tutto.

Per 70 anni, non è passato un giorno senza la perdita di giovani donne e uomini palestinesi che, tragicamente, hanno trovato maggiore dignità e libertà nel martirio piuttosto che in una vita passiva, obbediente, sotto il controllo di coloro che hanno osato dettare i parametri della loro vita.

Milioni di noi in tutto il mondo sognano un momento e un posto migliori per i palestinesi … liberi di spalancare le ali, di librarsi, di scoprire chi sono e cosa desiderano diventare. Fino ad allora, non piango per la perdita di coloro che interrompono il loro volo. Invece applaudo coloro che hanno il coraggio di lottare, il coraggio di vincere – con ogni mezzo necessario.

Non c’è niente di straordinario nella resistenza e nella lotta. Esse trascendono il tempo e il luogo e derivano il loro più grande significato e il loro ardore dall’inclinazione naturale, anzi, spingono tutti noi a essere liberi – a essere liberi di scegliere il ruolo della nostra vita.

In Palestina non esiste tale libertà. In Palestina, il diritto internazionale riconosce i diritti fondamentali all’autodeterminazione, alla libertà e all’indipendenza di chi si trova sotto occupazione. Ciò, in Palestina, comprende il diritto alla lotta armata, se necessario.

Molto tempo fa, il famoso abolizionista Frederick Douglass [politico, scrittore, sostenitore del diritto al voto per le donne negli Stati Uniti, nel 1882 fu il primo afro-americano ad essere candidato alla vicepresidenza negli USA, n.d.tr.], egli stesso ex schiavo, scrisse a proposito della lotta. Queste parole riecheggiano oggi non meno di allora, in Palestina, rispetto a 150 anni fa, nel cuore del sud ante-guerra degli Stati Uniti:

“Se non c’è lotta, non c’è progresso. Coloro che professano di favorire la libertà, eppure deprecano la mobilitazione, sono uomini che vogliono coltivare senza arare il terreno. Vogliono la pioggia senza tuoni e fulmini. Vogliono l’oceano senza il terribile ruggito delle sue possenti acque. Questa lotta può essere morale; o può essere fisica; o può essere sia morale che fisica; ma deve essere una lotta. Il potere non concede nulla senza che gli venga chiesto. Non lo ha mai fatto e mai lo farà.”

Stanley L Cohen è un avvocato e un attivista per i diritti umani che ha svolto un ampio lavoro in Medio Oriente e Africa.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Al Jazeera.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Gaza sul punto di esplodere

“Sul punto di esplodere”: cosa c’è dietro gli attacchi alla frontiera di Gaza?

I recenti attacchi isolati di combattenti palestinesi indicano che la posizione di Hamas come partito al potere a Gaza è minacciata?

 

Di Motasem A Dalloul

GAZA, giovedì 29 agosto 2019 – Middle East Eye

 

Questo mese è stato letale nella Striscia di Gaza assediata. Dopo il primo agosto alcuni palestinesi hanno condotto una serie di attacchi contro le forze israeliane schierate lungo la barriera di separazione tra l’enclave palestinese e Israele.

Sono stati uccisi nove palestinesi apparentemente coinvolti in questi attacchi, mentre due soldati e un comandante israeliani sono rimasti feriti.

Giovedì scorso, come rappresaglia dopo lanci di razzi dal territorio palestinese durante la notte, aerei israeliani hanno colpito varie basi di Hamas nella Striscia di Gaza. Nessuno dei razzi o attacchi ha fatto vittime.

Questo picco di operazioni condotte da palestinesi che, anche se membri di fazioni della resistenza armata, avrebbero agito in modo indipendente, ha suscitato una serie di congetture, in particolare nei media israeliani, dove alcuni commentatori si sono chiesti se Hamas abbia perso il controllo della situazione a Gaza.

Anche se il portavoce di Hamas Hazem Qassim ha dichiarato a Middle East Eye che la situazione a Gaza è “sotto controllo”, egli ha avvertito che il piccolo territorio sotto assedio è “come un vulcano sul punto di esplodere di fronte all’occupazione israeliana.”

 

Congetture mediatiche

Almeno nove palestinesi uccisi nel corso di tre attacchi perpetrati questo mese erano affiliati a gruppi della resistenza palestinese, soprattutto al braccio armato di Hamas, le brigate Al-Qassam, ma hanno agito a titolo personale.

É sulla bocca di tutti La possibilità che Hamas perda il controllo di Gaza – dove è il principale attore politico e militare tredici anni dopo la sua vittoria alle elezioni legislative nel contesto della lotta per il potere con l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) basata in Cisgiordania e di fronte a un devastante assedio diretto da Israele.

Per alcuni osservatori, vari scenari potrebbero vedere Hamas perdere la presa su Gaza: un’offensiva militare israeliana che porti a una nuova occupazione dell’enclave costiera con la presenza al suo interno di soldati israeliani; la presa del potere a Gaza da parte dell’ANP grazie a un intervento israeliano o a un progresso senza precedenti dei negoziati sull’unità palestinese,  in stallo da molto tempo; infine, una pressione simultanea della popolazione e delle fazioni contro Hamas, che potrebbe comportare un imprevedibile vuoto di potere a Gaza.

Per gli organi di stampa israeliani il fatto che a quanto pare le recenti operazioni siano avvenute all’insaputa di Hamas e senza la sua approvazione avrebbe messo il gruppo della resistenza di fronte a un “dilemma”, intrappolato tra le responsabilità in quanto partito al potere – che è in particolare l’interlocutore politico in ogni tentativo di tregua – e la sua missione di resistenza contro l’occupazione.

Il giornalista di “Maariv” [giornale israeliano indipendente, ndtr.] Jacky Hugi, per esempio, ha dichiarato alla radio dell’esercito che Hamas si è messo in una situazione delicata a causa di “promesse irrealistiche” riguardanti l’alleggerimento dell’assedio israeliano contro Gaza.

A maggio Israele e Hamas hanno concluso un accordo di tregua che stabiliva che Israele avrebbe ampliato la zona di pesca definita per Gaza a 15 miglia marine; avrebbe attivato i programmi “denaro contro lavoro” dell’ONU; avrebbe permesso ai farmaci e ad altri ausili civili di entrare nell’enclave assediata; avrebbe avviato discussioni indirette sulle questioni relative all’elettricità, al passaggio delle frontiere, alle cure mediche e ai finanziamenti del Qatar a Gaza.

In cambio Hamas ha accettato di controllare la “Grande Marcia del Ritorno” – un movimento di protesta popolare che dal marzo 2018 si presenta sotto forma di manifestazioni lungo la barriera di separazione tra Gaza e Israele per chiedere la fine dell’assedio e la messa in pratica del diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi.

Nel quadro della tregua, Hamas ha accettato di sorvegliare le manifestazioni per garantire che i manifestanti restino all’interno della zona cuscinetto di 300 m. nei pressi della barriera, cessino di lanciare aquiloni incendiari e interrompano ogni manifestazione sul mare.

In Israele membri dell’esercito e dell’opposizione accusano il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu di aver perso la forza di dissuasione contro Gaza e chiedono una grande offensiva nella fascia costiera per interrompere gli intermittenti lanci di razzi e i tentativi di infiltrazione. Ma Netanyahu e il suo partito al potere, il Likud, sembrano in apparenza più esitanti a promuovere una guerra a poche settimane dalle elezioni legislative.

Jacky Hugi sostiene che i militanti del gruppo della resistenza palestinese non hanno constatato nessun miglioramento sul terreno dopo l’accordo di tregua e si starebbero quindi rivoltando contro Hamas.

Di fatto tra molti palestinesi di Gaza cresce il malcontento per la mancata applicazione dell’accordo da parte di Israele. La folta presenza durante i recenti funerali di tre combattenti palestinesi uccisi sembra confermare che Hamas ha perso in certa misura il sostegno popolare nel territorio assediato.

 

Guerra di propaganda

Invece per il portavoce di Hamas Hazem Qassim il discorso ripetuto dai media israeliani nel corso dello scorso mese relativo alla perdita di popolarità di Hamas a Gaza è grossolanamente esagerato.

Secondo lui, i media israeliani “sottolineano problemi che non sono reali o non hanno niente a che vedere con i problemi sul terreno per coprire i crimini israeliani commessi contro i luoghi santi palestinesi.”

Per l’esperto giornalista palestinese Mustafa al-Sawwaf le affermazioni secondo cui Hamas avrebbe perso il controllo della Striscia di Gaza sono inverosimili, dato il “forte coordinamento” delle diverse fazioni palestinesi.

“Il consenso e l’unità delle fazioni della resistenza palestinese attraverso la centrale operativa comune impedisce ogni scontro imprevisto con l’occupante israeliano,” ha dichiarato a MEE.

Di conseguenza secondo Sawwaf i gruppi della resistenza potrebbero aver “dato il proprio consenso” ai recenti attacchi realizzati da combattenti isolati per “inviare un vero messaggio all’occupazione israeliana sul fatto che il ritardo riguardante la messa in pratica dei termini della tregua potrebbe avere conseguenze pericolose”, compresa una guerra, suggerisce.

Mentre Qassim sottolinea che i recenti attacchi sono stati perpetrati da individui con mezzi propri, riconosce che la maggior parte dei combattenti uccisi durante questi attacchi facevano parte del braccio militare del suo movimento.

Anche Hussam al-Dajani, analista politico palestinese e professore associato all’università al-Ummah a Gaza, rifiuta l’idea secondo la quale Hamas avrebbe perso il controllo dell’enclave. Dice però a MEE che da molto tempo tra le ali militari delle fazioni palestinesi regna lo scontento riguardo agli “sforzi profusi a Gaza e in Cisgiordania dai settori politici.”

La sensazione che Hamas abbia fallito nel far terminare l’assedio israeliano e nel proteggere la popolazione dalle misure punitive adottate dall’ANP ha sicuramente deluso molti gazawi, tra cui alcuni si sono detti irritati dalla sua cattiva amministrazione.

“Siamo furiosi contro Israele a causa dell’assedio imposto a Gaza, ma anche Hamas e l’ANP sono da biasimare per questa divisione interna che permette ad Israele di rafforzare la sua aggressione contro di noi e al mondo di continuare ad ignorarci,” dichiara a MEE Said, un medico di 33 anni.

“Noi pensiamo che Hamas, che abbiamo eletto, salvaguardi i principi palestinesi, ma, al contempo, dovrebbe essere pragmatica e trattare con Israele (…) almeno per migliorare le condizioni di vita dei gazawi,” aggiunge.

“Se non riesce a farlo, allora dovrebbe farsi da parte.”

Dajani insiste sul fatto che la responsabilità di Israele di fronte alla situazione economica, sociale e umanitaria sul terreno a Gaza –dodici anni di blocco e tre guerre dalla sua messa in pratica – resta la causa principale della collera tra i civili palestinesi e le fazioni armate.

Le violazioni del diritto internazionale e dei diritti dell’uomo da parte di Israele nei territori palestinesi occupati, aggiunge Dajani, hanno trasformato Gaza, la Cisgiordania e Gerusalemme est in una “pentola che ribolle” e minaccia di traboccare in qualunque momento.

Anche Khalid, insegnante gazawi di 37 anni, è dello stesso parere.

“Siamo furiosi contro l’occupazione israeliana che impone un assedio a Gaza da più di 10 anni,” dichiara a MEE. “Hamas non è da condannare per questa situazione perché ha le mani legate dall’Autorità Nazionale Palestinese, dagli Stati arabi e dalla comunità internazionale.”

 

“Mediatori deboli”

In un contesto di persistenti tensioni e di minacce di conflitto aperto, Hazem Qassim ammette che l’Egitto e l’inviato delle Nazioni Unite per il Medio Oriente Nikolai Mladenov hanno giocato un ruolo importante nel contribuire alla distensione della situazione a Gaza, soprattutto con l’ultimo accordo di tregua.

Sottolineando l’importanza di avere dei mediatori presso tutte le fazioni palestinesi, il portavoce di Hamas richiama l’attenzione sul fatto che, rispetto alle altre fazioni palestinesi, il movimento “ha le proprie linee guida riguardo alla gestione della situazione e alla direzione della resistenza palestinese”.

Da parte sua Mustafa al-Sawwaf insiste sul fatto che tuttavia il ruolo importante della mediazione è “squilibrato” – sostenendo che, mentre sui palestinesi vengono esercitate pressioni, i mediatori “quando vanno a Tel Aviv stanno zitti.”

Anche Hussam al-Dajani imputa il peggioramento della situazione a Gaza e nelle altre regioni dei territori palestinesi all’inazione della comunità internazionale. Teme che Hamas perda realmente il controllo di Gaza a causa delle “continue violazioni israeliane” che provocano solo un “timido biasimo a livello internazionale”.

Egli esorta Israele a togliere l’assedio a Gaza e chiede alla comunità internazionale di giocare un “ruolo più positivo” per mantenere la calma – per esempio, adottando una posizione più ferma contro le violazioni israeliane a Gaza.

“Ciò migliorerebbe la posizione di Hamas riguardo alla sua stessa popolazione e le consentirebbe di avere più potere per mantenere la Striscia di Gaza sotto controllo,” ritiene l’analista.

 

 

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)