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Cadere tra le crepe a Gerusalemme

J. Ahmad

30 marzo 2020 – The Electronic Intifada

In questa parte del nostro mondo malato, come dovunque, mentre continua a crescere il numero di contagiati con il nuovo coronavirus, che provoca la patologia respiratoria COVID-19, palestinesi e israeliani contano i propri infettati.

Ma non è affatto chiaro quali statistiche andrei ad ingrossare se dovessi essere così sfortunata da contrarre il virus.

Perché? Sono una palestinese con uno status indefinito che vive nella Gerusalemme est occupata.

Come chiunque altro su questo pianeta ora, sto cercando di uscire da questa epidemia nel modo più sicuro possibile per me e per la mia famiglia.

Eppure, mentre seguo tutte le raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Salute, dei Centri per il Controllo delle Malattie e dei governi (sia israeliano che palestinese) di lavarmi le mani, isolarmi fisicamente e lavorare da casa, la mia situazione è straordinariamente precaria.

Faccio tutto ciò dalla mia piccola casa nella Città Vecchia di Gerusalemme, confortevolmente nascosta nel cuore del quartiere musulmano. E, benché mi senta a volte come se fossi l’unica in questa situazione, sono sicura che non sia così. Ci sono decine di migliaia di persone come me.

Ecco il nostro problema: senza permessi delle autorità israeliane per rimanere a Gerusalemme – dove abbiamo famiglia, o proprietà, o lavoro, o di cui siamo originari – non abbiamo copertura sanitaria e rischiamo di essere “riportati” in Cisgiordania.

Ora, io sono cittadina sia palestinese che statunitense. Tuttavia, ai fini di questo articolo, ignorerò la mia identità statunitense dato che non mi offre assolutamente alcuna protezione contro i capricci delle autorità militari israeliane.

Ho vissuto per oltre vent’anni in questa Città Vecchia con mio marito e due figli, ma non ho alcun diritto alla residenza. Per i primi 11 anni ho vissuto qui a Gerusalemme “illegalmente” a causa del ritardo del trattamento delle domande di ricongiungimento familiare di palestinesi a Gerusalemme da parte di Israele.

Permessi e controllo della popolazione

Negli ultimi 10 anni il ministero dell’Interno israeliano mi ha rilasciato un permesso – rinnovato annualmente e subordinato a una pletora di documenti che dimostrano il mio luogo di residenza – tale per cui possa vivere in casa mia senza timore di essere arrestata o deportata.

A parte la burocrazia kafkiana, in questi 10 anni ho iniziato a sentirmi a mio agio con il mio status a Gerusalemme. Non ero cittadina di Israele, neppure residente permanente della città come mio marito e i miei figli, ma almeno ero, per così dire, una specie di inquilina legalmente riconosciuta.

Potevo viaggiare in autobus (anche se non guidare un qualunque mezzo), attraversare i posti di blocco e di fatto dormire nel mio letto senza temere che un poliziotto israeliano bussasse alla porta e mi informasse che sarei stata deportata in Cisgiordania perché vivevo “illegalmente” in città.

Tuttavia di recente sono involontariamente finita in un limbo. Cioè, non mi è stato negato un permesso di ricongiungimento familiare in senso stretto, ma non mi è stato neppure rinnovato, a quanto pare in attesa dell’approvazione da parte della polizia –e ora della giustizia – israeliana.

Quello che ciò significa in termini concreti è che il permesso che mi consente di viaggiare all’interno di Gerusalemme e dentro e fuori dalla Cisgiordania non mi è stato rilasciato. E, ciò che è più grave e più preoccupante date le circostanze, la mia copertura sanitaria israeliana mi è stata revocata. Da qui la precarietà della mia attuale situazione.

Mettiamo il caso che io contragga il nuovo coronavirus e mi ammali gravemente di CODIV-19. Come autorità occupante di Gerusalemme, Israele controlla i servizi medici della città. Quindi, se dovessi andare in un ospedale israeliano, dovrei mostrare la mia carta d’identità e – se non volessi pagare un occhio della testa – la mia tessera sanitaria.

Permettetemi solo di aggiungere: Israele ha uno dei migliori sistemi sanitari al mondo. Non mento, ho goduto di una sensazione di sicurezza durante questi pochi anni in cui ho avuto l’assicurazione.

Beh, non più, e non avrebbe potuto succedere in tempi peggiori. Dato che la mia carta d’identità è rilasciata in Cisgiordania, ciò di fatto mi esclude da ogni diritto a Gerusalemme.

Non solo rischierei di essere mandata via da un ospedale israeliano, ma aprirei un vaso di Pandora di guai amministrativi/punitivi con le autorità israeliane – che non si vergognano di continuare con le loro misure oppressive contro i palestinesi durante questa pandemia – sul perché non sono tornata in Cisgiordania, benché il mio caso sia ancora in sospeso.

Perché non andare in Cisgiordania? In primo luogo lì non ho la copertura sanitaria. Ma, cosa molto più importante, la mia famiglia non sta lì. Una volta in Cisgiordania non potrei vederli. Cosa succederebbe se uno di loro contraesse il virus e finisse in ospedale? Come potrei raggiungerli?

Timore e contagio

Quindi, adottando la filosofia del “minore dei mali”, ho deciso di restarne fuori a Gerusalemme, nei confini della mia casa e sperando che tutto il mio rigoroso lavarmi le mani, disinfettare e mantenere la distanza sociale alla fine diano risultati ed io e la mia famiglia ne usciamo relativamente indenni.

Quando mi avventuro fuori lo faccio solo per comprare alimenti e porto sempre con me di scorta mio marito “legalmente residente”, solo nel caso veniamo fermati e interrogati. In questi giorni la polizia israeliana sta pattugliando le strade più del solito, alla ricerca di cittadini con la febbre o di persone indisciplinate che sfidano la quarantena.

La mia è un’esistenza inquietante. Sono caduta nelle crepe di un sistema discriminatorio e segregazionista. Ma non sono affatto un’anomalia. Essere un abitante palestinese di Gerusalemme – “legale” o “illegale” – di per sé ti relega in uno status di seconda classe, anche nella disponibilità di cure mediche.

In questo nuovo mondo pandemico in cui viviamo, i gerosolimitani palestinesi, oltre alle preoccupazioni per l’epidemia da coronavirus nella loro comunità, devono ancora affrontare le incursioni della polizia e dell’esercito, gli arresti e i soprusi.

Proprio la notte scorsa la polizia israeliana ha fatto irruzione nel nostro quartiere, ha arrestato un giovane in casa sua e ci ha spruzzato tutti con spray al peperoncino.

Gli abitanti del quartiere sono usciti per liberare l’uomo, scontrandosi con la polizia, spingendo, tirando e gridando. Questo tipo di incursioni è già abbastanza traumatico in tempi normali, figuriamoci ora che aleggia su di noi la minaccia di un virus letale.

Inutile dirlo, quella notte non c’è stata nessuna distanza fisica, con la famiglia, gli amici e i vicini del giovane, tutti che cercavano di salvarlo dalle grinfie di poliziotti israeliani senza guanti e senza mascherine, che brandivano spray al peperoncino, fucili e manganelli sui nostri volti, anch’essi senza mascherine.

Pertanto la mia ultima preoccupazione è che una o più persone spinte quella notte una contro l’altra da entrambe le parti dello scontro politico siano portatrici del virus (che lo sappiano o meno) e che di conseguenza un numero imprecisato di noi lo abbia contratto.

Ho coperto bocca e naso sia dallo spruzzo di spray al peperoncino che da ogni particella di carica virale che si possa essere librata nell’aria. Solo i prossimi giorni diranno se è stato sufficiente.

J. Ahmad vive a Gerusalemme. Ha scritto sotto pseudonimo.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi) 




Oltre 12.000 palestinesi vivono in un limbo, 15 anni dopo l’introduzione della legge “temporanea”

Nir Hasson – 3 marzo 2017 Haaretz

Un’ordinanza d’emergenza impedisce ai palestinesi sposati con cittadini israeliani o residenti permanenti di ottenere permessi per entrare in Israele, benché persino i dati ufficiali dello Shin Bet suggeriscano che l’allentamento delle restrizioni rappresenterebbe un pericolo molto ridotto.

Il figlio di un anno di Taysir al-Asmar, che vive nella città vecchia di Gerusalemme, è nato con seri problemi cerebrali. E’ ricoverato nell’ospedale Herzog di Gerusalemme, all’estremità ovest della città, ma Asmar non ha il permesso di viaggiare fin là per visitarlo. In effetti Asmar non può avere la patente di guida e, se prende l’autobus, potrebbe essere arrestato dalla polizia.

Asmar è solo una delle oltre 12.000 persone che vivono con la paura e l’incertezza dovute alla legge che vieta il ricongiungimento familiare quando i membri della famiglia in questione sono palestinesi.

Il mese prossimo segnerà 15 anni dalla decisione iniziale del governo (poi sostituita da un’ “ordinanza d’emergenza”, la legge “Della cittadinanza e dell’ingresso in Israele”, rinnovata annualmente) che ha eretto una quasi impenetrabile barriera burocratica tra i palestinesi di Gerusalemme est e di Israele in generale e i palestinesi della Cisgiordania e della Striscia di Gaza.

La legge è stata giustificata sul piano giuridico per ragioni di sicurezza, ma sono stati citati anche obiettivi demografici – in altre parole limitare la popolazione araba in Israele.

Migliaia di persone che vivono nei territori [palestinesi occupati. Ndtr.] sposate con cittadini israeliani o residenti permanenti [status giuridico dei palestinesi di Gerusalemme est. Ndtr.], ed i loro figli, si sono trovati intrappolati da questa legge in un insostenibile limbo burocratico, senza prospettive di cambiamento.

La scorsa settimana sia la Knesset che l’Alta Corte di Giustizia hanno tenuto audizioni sulla legge. Come previsto, è stata mantenuta in vigore. La Knesset ne ridiscuterà tra sei mesi, mentre la presidentessa della Corte Suprema Miriam Naor ha suggerito ai richiedenti di ritirare la loro richiesta all’Alta Corte.

Delle 12.500 persone che hanno avviato la procedura di ricongiungimento, 10.000 sono attualmente prive di uno status giuridico. Ciò significa, tra le altre cose, che non possono andare a scuola o lavorare; solo fino a pochi anni fa, non potevano neppure ottenere l’assicurazione sanitaria.

Occasionalmente, grazie all’intervento dell’Alta Corte, la legge è stata messa da parte per ragioni umanitarie. Per esempio, residenti nei territori che non sono considerati un rischio per la sicurezza ed hanno almeno 25 anni (per le donne; 35 per i maschi) e sono sposati ad israeliani possono ora ricevere un permesso di residenza temporanea (come quelli concessi ai lavoratori palestinesi).

Tuttavia rinnovare questi permessi ogni anno o due è una procedura complicata, che richiede la raccolta meticolosa di vari documenti (bollette, certificati scolastici e buste paga, per citarne solo alcuni).

La legge ha un grande impatto sulla società a Gerusalemme est, sui suoi contatti con la Cisgiordania e persino sulla geografia urbana. La legge ha contribuito a creare i quartieri poveri nei pressi del muro di separazione con la Cisgiordania – luoghi che sono diventati “città rifugio” per migliaia di coppie di cui uno dei partner è residente nei territori e l’altro in Israele.

L’ordinanza d’emergenza che impedisce il ricongiungimento familiare fu emanata alla fine del marzo 2002 dall’allora ministro degli Interni Eli Yishai. Quello fu il mese peggiore della seconda intifada – pochi giorni dopo l’attacco contro il Park Hotel di Netanya e l’inizio dell’operazione “Scudo difensivo” in Cisgiordania.

Il giorno dopo l’attacco suicida contro il ristorante Matza di Haifa, in cui vennero uccise 16 persone, Yishai ordinò a tutte le anagrafi di Israele di bloccare i ricongiungimenti familiari. La ragione: l’attentatore di Haifa, Shadi Tobassi, viveva a Jenin ma aveva una carta d’identità israeliana perché sua madre era cittadina israeliana.

La giustificazione demografica della legge emerse 15 anni fa, in una relazione del ministro degli Interni, scoperta da Hamoked – il “Centro per la Difesa degli Individui” – durante una discussione del governo sulla legge. La relazione affermava: “Questa ondata di immigrazione porta con sé un rischio per la sicurezza di Israele – un rischio per la sicurezza, criminale e politico, un peso economico e soprattutto demografico sul futuro di Israele.”

“Suicidio nazionale”

Nel 2012 ha avuto luogo un’udienza davanti ad una commissione, per l’occasione allargata, dell’Alta Corte per ricorsi contro la legge. La sentenza di 232 pagine ha rigettato i ricorsi con un solo voto contrario. L’allora presidente della Corte Suprema Asher Grunis, che ha appoggiato il parere della maggioranza, ha scritto: “I diritti umani non sono una ricetta per il suicidio nazionale.” L’ex giudice Edmond Levy, l’unico di opinione contraria, ha scritto: “La perdita dell’immagine di Israele come democrazia…sarà uno dei maggiori risultati di quelli che desiderano distruggerla.”

I giudici di quella commissione, ed altri da allora, hanno sottolineato che la legge della cittadinanza è un norma temporanea e di emergenza che deve essere riconfermata ogni anno dalla Knesset. I giudici della Corte Suprema hanno ripetutamente dato indicazioni allo Stato perché verifichi la necessità di questa norma.

Circa sei mesi fa, per la prima volta in un decennio, si è tenuta una discussione sull’argomento in una riunione congiunta della commissione Affari Esteri e Difesa della Knesset e della commissione Interni e Ambiente. Un rappresentante del servizio di sicurezza dello Shin Bet, noto solo come G., ha detto che il servizio appoggia il prolungamento della legge, a causa della continua “minaccia da parte di quella stessa popolazione”. Ma ha faticato a sostenere questa affermazione con dei dati. Ha citato 104 casi di sospetti tra la “popolazione (palestinese) che riceve lo status (legale) in Israele in seguito a ricongiungimento familiare.”

Questo dato include tutti i sospetti dal 2002 al 2016. Tuttavia in seguito si è chiarito che molti di quelli “in relazione con il terrorismo” non erano residenti dei territori che sono entrati in Israele in seguito a ricongiungimento familiare, ma loro familiari – sopratutto figli. In effetti solo 17 dei 104 erano in Israele in seguito a ricongiungimento familiare ed erano coinvolti nel terrorismo.

L’avvocatessa Adi Lustigman, che rappresenta le persone senza uno status legale in Israele, ha messo in dubbio il significato del termine “in rapporto con il terrorismo”. Ha affermato che non era chiaro se ciò significava che la persona era stata incriminata, arrestata o era un parente di qualcuno che aveva tirato una pietra. “Questi dati hanno tolto il terreno sotto i piedi alla legge e mostrano che la Knesset ha ignorato la questione,” ha affermato.

Alla fine della riunione della Knesset in cui G. ha testimoniato, il presidente della commissione Avi Dichter (del Likud) ha convocato un’altra riunione dopo sei mesi – riunione che si è tenuta questa settimana. Lo Shin Bet e la polizia non sono stati presenti per fornire dati aggiornati. “Era chiaro fin dall’ultima riunione che non hanno problemi di sicurezza. La domanda è: perché non ridurre il danno, se è possibile?” è stato chiesto al consulente legale dello Shin Bet. Il consulente ha risposto che erano state fatte analisi per gruppi di età e la posizione dello Shin Bet doveva ancora essere formulata. Ha affermato che, quando lo sarà, il servizio informerà la commissione,.

Asmar, 36 anni, è nato a Gerusalemme – nella stessa casa della città vecchia in cui era nato suo padre – e ha vissuto lì tutta la sua vita. Non ha ancora uno status legale in Israele perché dopo la guerra dei Sei Giorni del 1967 a Gerusalemme si era diffusa la voce che l’esercito israeliano aveva occupato case vuote in Cisgiordania. Il nonno di Asmar aveva costruito una casa nel villaggio di Al Azariya, a est di Gerusalemme. Perciò mandò i suoi tre figli più giovani a vivere lì. In seguito a ciò, quando venne fatto il primo censimento, furono registrati come abitanti di Al Azariya, non di Gerusalemme. E a causa della norma d’emergenza, sono ancora considerati residenti nei territori.

Ciò non è stato realmente molto importante per la maggior parte della loro vita. Ma dalla costruzione della barriera di separazione e dalla legge provvisoria sono diventati residenti illegali nelle loro stesse case. Alcuni dei suoi fratelli sono riusciti ad avere un “permesso” – il documento dell’Amministrazione Civile [il governo militare israeliano nei territori occupati. Ndtr.] che consente loro di entrare in Israele, ma non Asmar.

“Voglio portare i miei bambini a vedere il mare, ma non posso,” dice. “Ma la cosa peggiore è che non posso vedere mio figlio, ” riferendosi al suo bambino nell’ospedale Herzog. “Amo mio figlio e vorrei vederlo, ma non posso.”

(traduzione di Amedeo Rossi)