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Nel suo nuovo libro Khalidi affronta la “narrazione egemonica” del nazionalismo ebraico

Steve France

17 febbraio 2020 – MondoWeiss

Cover of The Hundred Years War on Palestine: A History of Settler Colonialism and Resistance, 1917–2017

C’era del fervore in Rashid Khalidi quando il 10 febbraio il decano degli storici palestinesi-americani si è rivolto ad una folla gremita nella prestigiosa libreria Politics & Prose di Washington DC. Ci ha detto che nel suo nuovo libro, “La guerra dei cent’anni contro la Palestina”, si è sfilato i guanti dell’accademico. “Questo libro è più personale”, ha affermato. Si basa sull’esperienza più che centenaria della sua illustre famiglia che ha assistito, opponendovisi apertamente, all'”invasione coloniale” del suo Paese, e continua tuttora attraverso il suo impegno di studioso che dice la verità.

Qualcuno è intervenuto per contestare a Khalidi il fatto che non fosse rimasto fedele al dovere di “obiettività” dello storico. Lui ha risposto: “Il fatto è che esiste una narrazione egemonica su Israele e la Palestina che assume la prospettiva occidentale e filo-sionista. L’ottanta percento di ciò che si dice sul’argomento negli Stati Uniti è collegato alla narrazione egemonica. Non è mio compito riproporre quella narrazione. Inoltre gli storici, appunto, di solito propongono un discorso o una tesi. Non dicono semplicemente: ‘Da un lato e dall’altro.’ “

Khalidi ha affermato che il libro si rivolge deliberatamente ai “comuni lettori americani”, che spesso non sanno quasi nulla su Palestina-Israele e, nella migliore delle ipotesi, vedono il conflitto come una tragedia di due popoli che lottano per il loro legittimo destino nazionale. Ma, sostiene, la vera storia è quella di una “conquista coloniale” da parte dell’Occidente nei confronti della piccola terra della Palestina – e una successiva repressione senza fine della resistenza palestinese. “I palestinesi sono David; Israele è Golia, con i suoi sostenitori esterni. ” Dal 1917, tra i sostenitori ci sono sempre state le potenze egemoni del mondo: la Gran Bretagna, gli Stati Uniti, l’Unione Sovietica (nel periodo della competizione per l’egemonia) e la Francia (negli anni ’50). Altrettanto essenziale è stato il sostegno materiale e politico di vaste reti etniche e religiose di sionisti (si pensi ai sionisti cristiani).

Le persone devono comprendere che Israele è uno Stato colonialista, ha detto Khalidi, ma peculiare. I coloni ebrei europei – che si definivano letteralmente colonizzatori prima che il colonialismo cadesse in discredito dopo la seconda guerra mondiale – non provenivano da una “madre patria” e non facevano parte di un’altra Nazione, come la Gran Bretagna. Piuttosto, venivano da molti Paesi e facevano parte di un “movimento nazionale del tutto moderno”. La storia degli ebrei iniziò in Palestina ai tempi biblici, ma prima dell’invenzione del sionismo alla fine del 1800 “realizzare uno Stato Nazione non era ciò che gli ebrei avevano mai voluto”.

Nel 1899 lo zio trisavolo di Khalidi, Yusuf Diya al-Din Pasha al-Khalidi, comprese i motivi e gli obiettivi dei primi coloni sionisti. Ex sindaco di Gerusalemme, con ottima padronanza di turco, tedesco, francese e inglese, conosceva l’antisemitismo europeo e gli scritti del fondatore del sionismo, Theodor Herzl, in cui veniva chiesta la creazione di uno Stato ebraico. Mandò una lunga lettera in francese al rabbino capo francese perché fosse consegnata a Herzl, che aveva vissuto a lungo a Parigi. Esprimeva simpatia e comprensione per le aspirazioni sioniste. Ma avvertiva che sarebbe stata “una follia” cercare di imporre uno Stato ebraico ai palestinesi, che abitavano a pieno titolo la Palestina. Implorava Herzl di abbandonare tali intenzioni. Sottolineava che una tale mossa avrebbe compromesso le vaste comunità ebraiche che esistevano da tempo in tutto il Medio Oriente. La risposta di Herzl fu educata, ha detto Khalidi al suo pubblico, ma “semplicemente ignorò” il punto fondamentale di Yusuf Diya secondo il quale la Palestina era già abitata da persone che non volevano essere soppiantate.

E così ebbe origine l’atteggiamento persistente dei sionisti e degli Stati loro sostenitori, che ignorano i palestinesi ritenendoli insignificanti se non inesistenti. Su questo aspetto Khalidi ha citato come punti di riferimento la Dichiarazione Balfour del 1917 [lettera scritta dall’allora ministro degli esteri inglese Arthur Balfour con la quale il governo britannico si impegnava a favorire la costituzione di un “focolare nazionale per il popolo ebraico” in Palestina, ndtr.]; il mandato della Società delle Nazioni al Regno Unito perché governasse la Palestina; la Risoluzione delle Nazioni Unite del 1947 che fu “stravolta nell’ambito dell’Assemblea Generale dagli Stati Uniti e dall’Unione Sovietica”[la risoluzione 181 del 29 novembre 1947 venne stravolta dalle due grandi potenze a favore dei sionisti, ndtr.]; il via libera degli Stati Uniti a Israele nel 1967 per la conquista della Cisgiordania, di Gaza e delle alture del Golan dai vicini Stati arabi; la risposta delle Nazioni Unite a tale aggressione nella risoluzione 242; fino al “piano di pace” appena comunicato dal presidente Trump.

In conclusione, Khalidi ha affermato che “tutti i nazionalismi costruiscono una storia per darsi una giustificazione”. Ma la cosa “particolare e peculiare” nel caso di Israele è che “le sofferenze e le idee che hanno generato il colonialismo ebraico hanno tutte avuto luogo in Europa, ma sono state trasferite in Palestina”. In altre parole, per più di 100 anni il popolo palestinese ha avuto a che fare con un sogno nazionalista da parte degli ebrei, coltivato fuori dalla propria terra, [che consisteva] nel sottrarre le loro proprietà ed i loro diritti, la loro dignità e la loro vita.

All’inizio c’era la Palestina. Trasformarla nella “Terra di Israele” ha significato ignorare i palestinesi che lì vivevano, farli “scomparire” fisicamente quando possibile, e nel frattempo delegittimare la loro storia. Khalidi, erede di una famiglia antica e onorata, spezza l’incantesimo del sogno nazionalista ponendoci davanti all’esistenza del popolo palestinese, allora e adesso, e raccontando la sua storia agrodolce.

Steve France

Steve France è un giornalista e avvocato in pensione della zona di Washington DC. Attivista per i diritti dei palestinesi, è membro della Episcopal Peace Fellowship Palestine-Israel Network [Fratellanza episcopale per la pace – Rete Palestina-Israele] e altri gruppi cristiani di solidarietà con i palestinesi.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)