“Oltre il confine era lecito dare di matto”: i soldati delle Forze di Difesa Israeliane raccontano il declino morale dell’esercito in Libano

Tom Levinson

20 maggio 2026 – Haaretz

«La sensazione è che le Forze di Difesa Israeliane siano diventate come un esercito di barbari: lasciano che i soldati saccheggino così sono contenti e continuano a combattere», dice un soldato. Cinque di loro hanno raccontato ad Haaretz gli orrori e la disillusione

Nadav ha visto i soldati entrare nelle case e saccheggiare tutto ciò che trovavano. Itai è rimasto paralizzato dalla paura durante uno scontro. Elad disgustato dalla distruzione dei villaggi ha giurato che non sarebbe mai più tornato. Tomer ha chiesto ai suoi amici di accertarsi che nessun ufficiale parlasse al suo funerale. E ha smesso di portare con sé una pistola perché teme di farsi del male.

Sono cinque soldati di diversa estrazione sociale, alcuni dei quali riservisti. Servono nella fanteria e nel Corpo Corazzato. Alcuni sono padri; altri hanno appena finito le superiori. Alcuni si trovavano a Bint Jbeil appena oltre il confine, altri hanno raggiunto il fiume Litani, a circa 30 chilometri all’interno del territorio libanese.

Ma tutti sentono che il cessate il fuoco dichiarato il mese scorso è una finzione e che la zona di sicurezza israeliana che si sta creando nel Libano meridionale è una cicatrice incisa sui loro corpi. Qui a seguire i soldati raccontano la loro esperienza nell’ultima ondata di combattimenti tra Israele e Hezbollah.

Tutti i nomi sono pseudonimi e i soldati nel Libano meridionale ritratti nelle foto, fornite dall’ufficio stampa delle Forze di Difesa Israeliane, non sono menzionati in questo articolo.

I soldati saccheggiavano anche durante le visite dei comandanti di brigata”

Nadav, 32 anni, fante riservista, del centro del Paese.

“Il metodo era stabilito. Ogni sera, dopo il tramonto, arrivava il convoglio dell’unità logistica. La loro missione era quella di portarci rifornimenti: cibo, carburante, munizioni; tutto ciò che serviva. Ma c’era anche la missione non ufficiale: saccheggiare e scaricare il bottino al posto di comando in modo che i soldati lo trovassero pronto al loro ritorno a casa.

I soldati del convoglio, ovviamente, non erano degli sprovveduti; si prendevano gli oggetti di valore. ‘Scegliete quello che volete’, gli veniva detto. E di cose da saccheggiare non c’era certo penuria. Il villaggio in cui operavamo apparteneva a persone ricche, pieno di ville con piscine, auto di lusso, gioielli. Quasi ogni casa conteneva oggetti di valore. Entravamo nelle case sparando a raffica, ovvero sparando ovunque. … Una volta accertato che la zona fosse sgombra, iniziava la vera missione: trovare gli oggetti di valore.

È iniziato con piccole cose ed è gradualmente degenerato. Sugli Humvee [camion americani di supporto multiuso, ndt.] la gente caricava tappeti, motociclette, poltrone, stufe. Interi magazzini. Si sentivano soldati di oltre 30 anni litigare: ‘L’ho visto prima io’, ‘Avete già preso un sacco di cose dall’altra casa’. Però il piatto forte non erano le case, ma i negozi. I soldati entravano e portavano via tutta la merce: intere scatole di caramelle, sigarette, detersivi, persino articoli di cancelleria. Qualcuno ha preso uno zaino per il figlio. Un altro un tornio. Persino il sapone per le mani dell’avamposto proveniva dal Libano. Si vedevano in continuazione soldati che giravano per il villaggio con la roba dei civili; sembrava la missione principale. Alla maggior parte dei comandanti di alto grado non importava. I soldati saccheggiavano anche quando un comandante di brigata faceva visita; lui chiudeva un occhio. Faceva finta di non vedere.

Una volta il comandante del battaglione si è messo in contatto via radio e ha detto: ‘Vi ricordo che siamo in territorio nemico, dobbiamo esssere pronti ad agire. Se qualcuno entra in un negozio per prendere qualcosa deve aprire un fuoco di sbarramento: ci potrebbero essere dei ‘maledetti’ [Hezbollah] nascosti’.

Questo era l’approccio: nessun problema con il saccheggio, basta non farsi male. L’esercito non ha fatto praticamente alcun tentativo di fermarci; non c’era alcuna presenza della Polizia Militare ai valichi di frontiera.

Devo ammettere che all’inizio non mi dava fastidio, ma col passare dei giorni ha cominciato a disgustarmi. Ero andato lì per garantire la sicurezza della popolazione a nord, non per rubare. Ho provato a parlarne con la gente, a discutere, ma non c’era nessuno che volesse parlarne.

Alcuni dicevano che era una mitzvah [precetto, dovere religioso, nel linguaggio colloquiale buona azione], con una giustificazione religiosa. Altri dicevano che tanto tutto veniva distrutto comunque, quindi non c’era motivo di lasciarvi oggetti di valore.

Quando ne ho parlato con uno degli ufficiali ha sospirato e ha detto che anche a lui dava fastidio: ‘Ma c’è carenza di soldati, ed è difficile avanzare pretese o lamentarsi con persone che fanno 400 giorni di servizio di riserva’. La sensazione è che le Forze di Difesa Israeliane siano diventate un esercito di barbari: lasciano che i soldati saccheggino per farli contenti e spingerli a continuare a combattere. Dopo che la notizia è esplosa sui media abbiamo avuto una discussione. Il comandante di compagnia ha preteso che ‘tutto ciò che è successo qui rimanga qui’. Poche ore dopo è entrato nei negozi e ha distrutto tutto, così che i soldati non avessero nulla da saccheggiare.

Tutti si sono finti innocenti, comportandosi come se nulla fosse accaduto, come se non tornassero a casa ogni volta con il bagagliaio pieno di roba rubata. Nell’avamposto c’erano persino dei divani che avevamo preso dal Libano. Le prove erano ovunque, ma tutti l’hanno fatta franca.”

“Sentivo di dovermi fare del male perché qualcuno mi prendesse sul serio”

Itai, 20 anni, membro della Brigata Paracadutisti, del centro del Paese.

“Mi ricordo il momento in cui ho capito che non ce la facevo più. È successo nella casa in cui dormivamo a Bint Jbeil, alla fine di marzo. Pioveva incessantemente e non c’era riscaldamento. Il freddo penetrava nelle ossa, mescolandosi al sudore sulle nostre uniformi.

Non riuscivo a smettere di tremare. Ho provato a coprirmi il viso con la sciarpa, ma non è servito a molto. Ricordo di aver iniziato a piangere, ma in silenzio; ho cercato di non farmi sentire da nessuno. Ero esausto, non riuscivo a muovermi. Non riuscivo ad addormentarmi. C’erano topi ovunque, che ci si arrampicavano addosso. Non c’era molto che potessimo fare.

La mattina dopo ho chiesto al comandante di plotone di poter rimanere nella casa e di non uscire per le operazioni, ma si è rifiutato. Mi ha detto: ‘Sei scemo? Non puoi restare qui, tutti stanno andando avanti, smettila di fare il piagnucolone’. Gli altri hanno riso… Non volevo fare il difficile né tornare a casa. Ero in crisi.

Qualche giorno dopo ci siamo trovati coinvolti in uno scontro a fuoco; diversi terroristi ci hanno sparato addosso. I miei amici si sono lanciati all’attacco sparando senza sosta, ma io sono rimasto paralizzato. Mi sentivo un fallito, un perdente. Ogni secondo sembrava un’eternità. Mentre cercavo riparo dietro un muro mi è caduto un auricolare. C’era un gran frastuono di spari e hanno iniziato a fischiarmi le orecchie. Mi sentivo come se mi stessi disconnettendo, come se non capissi cosa stesse succedendo intorno.

Uno dei miei amici ha cercato di parlarmi, ma non capivo cosa dicesse. Mi ha afferrato per la maglietta e mi ha spinto in un posto più riparato, dietro un edificio. Alla fine dell’incidente, mi sono reso conto che avevamo molti feriti. Tre ragazzi erano gravemente feriti. Mi sentivo in colpa.

Non c’era il tempo di elaborare l’accaduto. Continuavano a spararci addosso: colpi di mortaio, razzi, esplosioni di continuo. Poi sono arrivati ​​i droni, e questo ci ha spaventati ancora di più. Non riuscivo a smettere di guardare il cielo.

Quando sono tornato a casa tutto mi sembrava strano. Dopo qualche ora mi sono reso conto di non capire più cosa significasse andare in giro per il mondo senza il rumore delle esplosioni, senza paura. I miei genitori sentivano che qualcosa non andava. Continuavano a chiedermi se avessi bisogno di qualcosa, ma non avevo la forza di aprirmi con loro. Avevano paura che mi succedesse qualcosa. Stavano cercando di convincermi a lasciare il servizio in prima linea, a trasferirmi al quartier generale.

‘Non so cosa farò se ti succede qualcosa’, mi ha detto mia madre. Mia sorella minore mi ha detto che non riesce a smettere di piangere quando non ci sono. Mi ha colpito, mi ha spezzato il cuore. Quando siamo tornati ho chiesto di parlare con un funzionario responsabile per la salute mentale ma continuavano a prendermi in giro. Dicevano che al momento c’era un problema, che dovevo aspettare. Mi sentivo come se tutto mi stesse crollando addosso, come se non potessi resistere. Ho iniziato a odiare tutti, mi sentivo solo.

Alla fine mi hanno mandato a un incontro. Il tipo mi ha chiesto se volevo farmi del male e ha detto che dovevo imparare a respirare profondamente. Mi è sembrata una cosa molto superficiale, come se il suo unico obiettivo fosse farmi tornare a combattere, non curarmi o aiutarmi. Alla fine dell’incontro mi ha raccomandato di stare via ancora qualche giorno e poi tornare.

‘È importante mantenere la continuità funzionale’, diceva. Ho cercato di spiegargli che non ero in grado di operare, che non potevo. Ha risposto che ci saremmo rivisti dopo due settimane per vedere se c’erano stati dei miglioramenti. Non sapevo cosa fare. Ho pensato di dovermi fare del male perché qualcuno mi prendesse sul serio.”

Solo dopo che Haaretz ha contattato le Forze di Difesa Israeliane a Itai è stato prescritto un trattamento intensivo per la salute mentale.

“Questeo è l’Eercito Israeliano degli ultimi due anni: le Forze di Difesa Israeliane che distruggono case».”

Elad, 28 anni, fante riservista, del nord.

“Poche ore prima di entrare in Libano il comandante di brigata è venuto a parlarci.: ‘Questo è un momento storico; distruggeremo Hezbollah. Ci saranno combattimenti feroci, i terroristi ci aspettano, forse alcuni di voi non torneranno. Ma alla fine gli abitanti del nord potranno vivere in sicurezza, tutto grazie a voi.’ Tutti esultavano; sembrava un rito pagano. … Avevo già vissuto questa situazione: prima di entrare a Gaza, prima della precedente operazione in Libano, sempre le stesse promesse, sempre le stesse delusioni.

Anche stavolta è stato lo stesso. Nel villaggio in cui siamo entrati non c’erano terroristi; le case erano vuote. Non c’erano combattimenti, solo operazioni per radere al suolo e case.

Queste sono le IDF degli ultimi due anni: le Forze di Difesa Israeliane che distruggono case. I notiziari parleranno di battaglie feroci e della distruzione delle infrastrutture terroristiche, ma la nostra missione era una sola: non lasciare in piedi nessuna struttura, distruggere tutto.

Una volta era necessario ‘incriminare’ una struttura per distruggerla, trovarvi armi, dimostrare la presenza di terroristi. Ma oggi distruggono e basta, persino scuole, cliniche; l’unica cosa che non abbiamo toccato è stato il cimitero. Hanno quasi smesso di usare gli esplosivi. Gli ufficiali hanno spiegato che erano troppo costosi e meno efficienti. Invece si avvalgono di appaltatori con escavatori militari. Alcuni vengono pagati a giornata, altri a numero di case che demoliscono. Nessuno di loro è un soldato; sono tutti civili. A quanto pare nessuno di loro ha mai fatto parte dell’esercito. Erano tutti coloni estremisti, beduini o drusi. Quando ho chiesto a uno degli appaltatori come fosse possibile mi ha risposto che erano gli unici disposti a farlo. E noi? Il nostro ruolo era quello di proteggerli.

Ogni giorno a ciascuna compagnia veniva assegnato un nuovo complesso di edifici del villaggio. Sembrava una corsa contro il tempo, cercare di demolire il più possibile. Ogni sera gli ufficiali dovevano riferire quante case ogni compagnia aveva demolito. Lo chiamavano ‘valutazione dei risultati’.

Una volta abbiamo ricevuto l’ordine di interrompere le demolizioni alle due del pomeriggio ma l’appaltatore si è rifiutato. Ha detto: ‘Mi hanno promesso che avremmo lavorato fino a sera. Non me ne vado da qui senza aver demolito altre case’. I comandanti hanno dovuto rivolgersi al comandante di divisione perché lo convincesse a fermarsi.

Per molti dei miei commilitoni più religiosi questa era una missione suprema. Il comandante di battaglione era il più estremista. Si rifiutava di tornare a casa, aveva sempre un sorriso in faccia. Era euforico, come un tifoso sfegatato la cui squadra vince il campionato dopo vent’anni di attesa.

Diceva: ‘Niente sarà più come prima. Ciò che distruggiamo non sarà mai più’ ricostruito.’ Quando qualcuno parlava di tornare in Israele lui lo correggeva: ‘Anche questo è Israele’.

La cosa mi disgustava parecchio. Entravamo nelle case delle persone e alcune erano ancora piene di oggetti personali, resti di vite passate, come se fossero fuggite senza aver avuto il tempo di fare i bagagli. C’erano quadri alle pareti, vestiti nelle stanze, mobili. Mi si stringeva il cuore. Mi sentivo a disagio, come se stessi entrando con la forza nelle case altrui, nelle loro vite. La maggior parte delle persone che erano con me non se ne curava. Entravano e cercavano cose da rubare, da saccheggiare. A volte non prendevano nemmeno oggetti di valore, solo souvenir: piccole tazze, caffettiere. Altri si divertivano a distruggere, puro vandalismo. Prendevano un martello e spaccavano le cose, oppure aprivano armadi e rompevano tazze e piatti. L’unica motivazione era la vendetta.

Dopo qualche settimana ho deciso che ne avevo abbastanza. Ho detto ai comandanti che al lavoro mi stavano pressando per farmi tornare con la minaccia di licenziarmi, ma era una bugia. Sentivo solo di dovermene andare da lì.

Quando sono salito a bordo dell’autocolonna per l’ultima volta, in partenza, ho guardato il Libano e ho giurato che non ci sarei mai più tornato. Quella è stata l’ultima volta.”

“La sensazione che domina là è di impotenza, che a nessuno importi davvero di noi.”

Tomer, 19 anni, fante proveniente dal nord di Tel Aviv.
“È terrificante, e chiunque dica il contrario mente. Quando c’è uno scontro con i terroristi puoi attaccare o metterti al riparo. C’è anche la copertura dell’aviazione e dei mezzi corazzati. Puoi farcela. Ma con i droni la sensazione è che sia solo questione di fortuna. Due droni sono esplosi vicino al mio plotone, anche se non ci sono state vittime.

Il comandante di compagnia ci ha fatto un discorso dicendo che era merito della nostra buona disciplina operativa, ma era una totale assurdità. Pochi metri più indietro e saremmo morti o finiti all’ospedale Ichilov [di Tel Aviv] senza una gamba. Dopo una delle esplosioni avevo un fischio nelle orecchie e non mi hanno nemmeno permesso di andare da un medico.

Siamo sinceri: la sensazione dominante è di impotenza. Ci dicono di seguire le istruzioni, di indossare l’equipaggiamento protettivo, di tenere i caschi, ma gli ufficiali non hanno soluzioni concrete. Ci dicono di piazzare gli ‘osservatori del cielo’, soldati che se ne stanno in piedi come degli idioti su una collina a guardare in alto per vedere se sta arrivando qualcosa. Questa sarebbe la soluzione di un esercito con centinaia di aerei da combattimento e un budget enorme? Come si fa a stare lì per ore mantenendo la massima concentrazione? Non è umano. La sensazione è che a nessuno importi davvero di noi.

Dopo qualche settimana ci hanno portato un sistema che in realtà non funziona bene, e persino con il puntatore [un mirino elettro-ottico intelligente] non sempre si colpisce qualcosa. Ci dicono che stanno facendo esperimenti di ogni tipo e ci chiedono di stendere le reti, ma non si possono coprire tutte le aree. Uno dei tizi religiosi ogni giorno ci legge un capitolo dei Salmi. Questo è ciò che ci resta: pregare.

Siamo bersagli immobili là fuori, e Hezbollah lo sa. Approfittano della situazione.

Poi al telegiornale dicono “cessate il fuoco, cessate il fuoco” – ma di cosa state parlando? Sapete quanti droni ci mandano contro? Questa storia non finisce mai. È così che si fa un cessate il fuoco?

I politici parlano e prendono tempo, mentre noi siamo là fuori con le mani legate. Se, Dio non voglia, mi succedesse qualcosa, qualcuno si scuserebbe con i miei genitori? No. Si limiterebbero a trasmettere una canzone triste alla radio e a leggere il mio nome al telegiornale.

Quando ne abbiamo parlato con gli ufficiali ci hanno detto che è meglio che veniamo feriti noi piuttosto che i civili al nord. Immagino abbiano ragione, ma comunque è spaventoso e soprattutto frustrante, perché non sembra che si stia facendo abbastanza per proteggerci.

Almeno tre amici del mio plotone hanno fatto testamento. Io ho scritto una lettera d’addio ai miei genitori e l’ho lasciata nella mia borsa al posto di guardia. Una sera abbiamo parlato di cosa avremmo detto ai funerali l’uno dell’altro, se uno di noi fosse morto. Era un po’ uno scherzo, ma anche un po’ serio.

Il soldato più disilluso tra noi, uno che si lamenta ogni volta che deve fare qualcosa, mi ha chiesto: ‘Dì che amavo il mio Paese. Dì che ero un vero duro, che mi offrivo sempre volontario così mio padre sarà orgoglioso’.

Io ho detto che avrei preferito un funerale tranquillo, che parlassero solo i miei genitori, forse mio fratello. Ma basta. Niente discorsi di merda degli ufficiali. Li detesto.”

“Faccio fatica a mangiare. Sento odore di sangue; mi sembra quasi di sentirne il gusto.”

Or, 36 anni, riservista di una brigata corazzata, del centro del paese.

“Il messaggio è arrivato molto più velocemente di quanto mi aspettassi: mezz’ora, forse anche meno, dopo il suono delle sirene che annunciavano la guerra. ‘Ragazzi, ci stanno chiamando, andate al deposito di emergenza.’

[La mia compagna] ha subito chiesto: ‘Cosa? Cos’è successo?’. L’ha capito subito. Me lo leggeva in faccia. Era la quinta volta. Si è fermata sulla soglia del nostro appartamento, ha allargato le braccia e si è aggrappata allo stipite della porta. ‘Non andarci’, ha detto. ‘Quel che è successo l’ultima volta succederà di nuovo. Non è giusto. Non stai pensando a me.’

Da due anni stiamo cercando di avere un figlio. Dice che è per lo stress, per la guerra, per colpa mia. È difficile darle torto. Da più di un anno ormai non sono più quello di prima.

Il momento peggiore è stato durante il precedente ciclo di combattimenti in Libano. … Molti eventi mi hanno segnato, ma uno in particolare mi ha cambiato completamente, lasciandomi emotivamente mutilato, come se qualcuno mi avesse strappato l’anima. Cinque persone, riservisti come me, sono state uccise

Ci ​​hanno chiamato per aiutare a evacuarli. La morte aleggiava nell’aria. Parti di corpi, sangue, organi esposti. Dopo che tutto fu finito, sentii che qualcosa dentro di me era cambiato. Mi ha sconvolto la mente. Sono entrato in una casa libanese e ho distrutto tutto. Ho devastato l’intero appartamento.

Da allora faccio fatica a mangiare. Sento odore di sangue; mi sembra quasi di sentirne il gusto, come se qualcuno me lo facesse gocciolare sulla lingua. Ho quasi smesso di mangiare, ho chiuso la mia attività. Tutto è crollato.

Eppure ho deciso di andare – forse perché è proprio lì che mi sento normale, con le sirene, con le esplosioni. Ogni volta che attraverso il confine mi sento di nuovo vivo.

Mi sono offerto volontario per rimanerci. Anche quando piove, anche quando tutti gli altri stanno male. Preferisco dormire sul pavimento in case semidistrutte piuttosto che tornare al nostro appartamento. Avevo la sensazione che lì, oltre il confine, fosse in qualche modo lecito dare di matto.

Tante volte siamo stati vicini alla morte. Vicino a noi cadevano colpi di mortaio, esplodevano razzi. Ma non c’erano vittime. Per quasi due mesi ho prestato servizio senza incontrare la morte. Ma un drone esplosivo ha cambiato tutto. Ha colpito un bulldozer e ha bruciato vivo il civile beduino che era venuto a ripararlo. Siamo accorsi sul posto, ma non c’era più niente da fare. È morto sul colpo. Suo figlio era accanto a lui. Era sotto shock. Continuava a gridare senza sosta in arabo ‘Padre, padre, padre’, come fosse posseduto, con lo sguardo vuoto.

Due settimane dopo siamo stati congedati, ma le sue parole mi sono rimaste impresse. Sono passati più di 10 anni dalla morte di mio padre e non mi sono ancora ripreso. Da allora non riesco a smettere di vederlo che chiama suo padre, con quello sguardo vuoto. Ho pensato di andare a trovarlo a Shefa-Amr [una città nel nord], ma mi vergogno.

Cosa potrei dirgli? Non sono nemmeno in grado di prendermi cura di me stesso; mi rifiuto di chiedere aiuto. È sempre stato così: mi è difficile ammettere che le cose vadano male; stupido orgoglio maschile, ego. Una settimana fa ho deciso di smettere di portare con me una pistola e l’ho chiusa in una cassaforte. Ho avuto paura che in un momento di debolezza avrei potuto combinare qualcosa.

Ma non è questo che mi spaventa davvero. La mia vera paura è che [la mia compagna] se ne vada, che decida di averne abbastanza. È difficile biasimarla. È così bella, così intelligente… perché mai dovrebbe sobbarcarsi il peso di vivere con una persona traumatizzata come me?

Non posso nemmeno prometterle che se mi richiamassero non andrei. Non voglio mentire. Lei non può capire. Dice: ‘Ti fa così male, perché sei così masochista? Ti stanno sfruttando. Lo Stato ti sta sfruttando’.

So che ha ragione, ma mi rifiuto di ascoltarla. Mi sento come un pesce fuor d’acqua. Penso solo a trovare un modo per tornare, per essere di nuovo là in Libano.

A volte entro nei gruppi online di unità che cercano volontari e penso di andare a combattere come volontario. Vado su siti web e guardo foto del Libano meridionale, video. Probabilmente la gente che leggerà questo penserà che sono pazzo, uno psicopatico. Probabilmente hanno ragione.”

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




“Servizio antiterrorismo”: fonti locali affermano che una nuova milizia palestinese opera nel sud di Gaza

Nir Hasson

26 maggio 2025 Haaretz

Filmati recenti mostrano palestinesi armati in uniforme; fonti da Gaza affermano essere il gruppo legato a un’importante personaggio di Rafah che sostiene di facilitare gli aiuti ai campi profughi, ma è stato accusato di collaborare con Israele

Una nuova milizia palestinese ha recentemente iniziato a operare nel sud di Gaza, secondo quanto riferito domenica ad Haaretz da due fonti. Secondo le fonti il gruppo è legato a un uomo che si identifica come Yasser Abu Shabab. I video circolati sui social media negli ultimi giorni sembrano confermare questa affermazione e mostrano palestinesi armati a Gaza che indossano un normale equipaggiamento militare con giubbotti antiproiettile, elmetti ed emblemi come la bandiera palestinese e una mostrina con la scritta “Servizio antiterrorismo” in inglese e in arabo.

Abu Shabab, membro di una numerosa famiglia beduina di Rafah, la città nella Gaza meridionale, è noto per essere una figura potente e ben introdotta nella Striscia di Gaza. Secondo le fonti che hanno parlato con Haaretz, in passato ha scontato pene detentive nelle carceri gestite da Hamas per reati penali. Alla fine dello scorso anno, nel contesto di un’ondata di saccheggi degli aiuti umanitari nel sud di Gaza, Abu Shabab e i suoi uomini erano stati definitivamente accusati di essere i responsabili del furto. In un’intervista telefonica del novembre 2024 con il Washington Post, Abu Shabab non negava del tutto le accuse, affermando che il suo gruppo evitava però di prendere cibo, tende o provviste destinate ai bambini. Abu Shabab ha dichiarato al Post che l’attività del suo gruppo nasceva dalla disperazione, aggiungendo: “Hamas non ci ha lasciato niente”.

In un video pubblicato la scorsa settimana si vede uno degli uomini armati di Abu Shabab fermare un veicolo della Croce Rossa per un’ispezione.

In seguito alla ripresa delle consegne di aiuti umanitari, la scorsa settimana le Nazioni Unite hanno affermato che l’esercito israeliano ha deliberatamente diretto i convogli di aiuti verso zone pericolose e soggette a saccheggi. Mercoledì 15 camion carichi di farina di uno dei primi convogli del Programma Alimentare Mondiale ammessi ad entrare nella Striscia di Gaza sono stati saccheggiati.

Fonti palestinesi coinvolte nella distribuzione degli aiuti umanitari a Gaza hanno accusato Abu Shabab di collaborare con Israele. Sia fonti palestinesi che internazionali sostengono come sia inconcepibile che uomini armati possano operare a Rafah – un’area che l’esercito israeliano ha dichiarato off-limits ai civili – senza che l’esercito glielo permetta.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Recensione Dear Palestine

Guerra arabo-israeliana (1947-1950)

Saccheggi, razzismo, espulsioni…La conquista della Palestina raccontata dai combattenti

Sono state scritte parecchie storie della prima guerra arabo-israeliana (1948-1950), ma questa è senza dubbio la prima in cui uno storico fa parlare, attraverso le loro lettere, i combattenti dei due campi. Questa corrispondenza mostra le divisioni interarabe e getta un’ombra sul comportamento dei soldati israeliani, sulla loro brutalità e sul loro razzismo, non solo nei confronti degli arabi ma anche degli ebrei marocchini e iracheni andati a combattere per Israele.

 

Sylvain Cypel

14 ottobre 2021 – Orient XXI

 

Shay Hazkani, Dear Palestine. A Social History of the 1948 War [Cara Palestina. Una storia sociale della Guerra del 1948], Stanford University Press, 2021.

 

Cara Palestina, l’opera di Shay Hazkani, storico israeliano dell’università del Maryland, costituisce uno dei primi studi di storia sociale della guerra che, tra il 1947 e il 1949, oppose da una parte le milizie armate dell’yishuv (la comunità ebraica nella Palestina mandataria britannica), poi l’esercito dello Stato di Israele dopo la sua creazione, il 15 maggio 1948, e dall’altra le milizie palestinesi e soprattutto i gruppi armati arruolati nei Paesi vicini, poi gli eserciti arabi (fondamentalmente quello egiziano e quello giordano).

In questo libro il lettore imparerà poco dello svolgimento degli avvenimenti di quella guerra, ma molto di ciò che spesso i racconti cronologici e fattuali delle guerre nascondono, cioè il contesto socioculturale nel quale sono immersi i suoi protagonisti. Per svelarlo l’autore privilegia due fonti principali: da una parte la formazione delle truppe e delle argomentazioni (compresa la propaganda) degli stati maggiori di ognuno dei campi, dall’altra lo sguardo dei combattenti su quella guerra e ciò che esso dice della sua realtà. Hazkani lo fa in parte basandosi sui discorsi dei responsabili militari, ma soprattutto – ed è la principale originalità del libro – sulle lettere dei soldati alle famiglie, come sono state conservate in vari archivi militari dopo che erano state lette dalla censura. Queste spesso sono più ricche da parte israeliana, ma l’autore riesce nonostante tutto a fare uno studio relativamente equilibrato tra i due campi.

Volontari dall’estero

Egli assegna uno spazio importante alle reclute a cui i capi militari hanno fatto appello fuori dal Paese. Da una parte i “Volontari dall’estero” (il cui acronimo in ebraico era Mahal), giovani ebrei che si arruolarono in Europa, negli Stati Uniti e anche in Marocco per aiutare militarmente il nascente, poi costituito, Stato di Israele. Si vedrà che questo gruppo offre uno sguardo sulla guerra spesso diverso da quello dei “sabra”, i giovani nati ed educati nell’yishuv. Dall’altra diverse milizie di volontari arabi arruolati in Siria, Transgiordania, Iraq e Libano per sostenere i palestinesi. Egli privilegia in particolare quella più attiva, l’Esercito di Liberazione Arabo (ALA, in arabo l’Armata Araba di Salvezza), comandata da Fawzi Al-Kaoudji. Anche qui lo sguardo sulla guerra e sul suo contesto da parte di queste reclute è spesso inaspettato.

Lo studio delle lettere come l’analisi dei discorsi dei responsabili militari fa emergere un fatto. Al di là del rapporto di forze militare, l’unità e la chiarezza di obiettivi erano dal lato israeliano, la disunione e la confusione da quello palestinese, a parte l’idea principale del rifiuto di una partizione della Palestina, giudicata sia ingiusta che profondamente iniqua (gli ebrei, all’epoca il 31% della popolazione, si vedevano assegnare il 54% del territorio palestinese). Indipendentemente dai dissensi interni, tutte le forze sioniste intendevano costruire uno Stato da cui sarebbe stato escluso il maggior numero possibile dei suoi abitanti palestinesi (il piano di partizione prevedeva che lo “Stato Ebraico” includesse…il 45% di palestinesi!). Hazkani mostra quanto la direzione politica e militare dello Stato ebraico fosse determinata, ancor prima di dichiararlo, a “ripulirlo” il più possibile sul piano etnico ed anche quanto questa aspirazione fosse condivisa dalla gran parte delle truppe.

Divisioni tra arabi e palestinesi

E [l’autore] mostra con parecchi esempi quanto la divisione e la diffidenza regnassero nel campo dei palestinesi e dei loro alleati. Come scrisse dal febbraio 1948 Hanna Badr Salim, l’editore ad Haifa del giornale Al-Difa (La Difesa), “abbiamo dichiarato guerra al sionismo, ma, impegnati a combatterci tra di noi, non eravamo preparati.” I responsabili dell’ALA diffidavano delle forze palestinesi guidate da Abdel Kader Al-Husseini. Così un alto ufficiale dell’ALA raccomandò di nominare alla testa dei reggimenti ufficiali egiziani, siriani o iracheni, ma non palestinesi, di cui non si fidava. Da parte sua Husseini preferiva limitare la mobilitazione a piccoli gruppi composti solo da reclute palestinesi sicure. Di fatto l’atteggiamento delle forze arabe straniere nei confronti dei palestinesi era spesso pesantemente critico. Delle lettere di soldati arabi evocano le brutalità commesse da queste truppe contro persone che si supponeva fossero andate a liberare.

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Ma la diffidenza era essenzialmente di ordine politico. Da parte palestinese la preoccupazione principale era evidentemente di non perdere la Palestina. Da parte di chi interveniva dall’esterno, con forze più preparate, le preoccupazioni erano molto diverse e ambigue.

Alcuni combattevano per raggiungere un accordo migliore con i sionisti, altri vedevano in questa lotta una prima tappa per il rovesciamento dei regimi alleati dei colonizzatori occidentali, altri ancora intendevano inviare i loro oppositori a combattere in Palestina per ridurre la loro influenza.” Tra il siriano Salah Bitar, fondatore del partito Ba’th nel 1947, un nazionalista arabo che intendeva fare della Palestina il trampolino di una “nuova civiltà araba”, e Nouri Saïd, uomo legato ai britannici in Iraq, che cercava di utilizzare la lotta filopalestinese per distogliere dalla mobilitazione popolare contro Londra (e dunque contro se stesso), la differenza di interessi era totale. Sul terreno delle operazioni, nota Hazkani, i capi dell’ALA erano “per la maggior parte più preoccupati di fare in modo che il fervore anticolonialista dei volontari arabi non si trasformasse in una lotta ulteriore contro i regimi arabi.

Quanto alla propaganda utilizzata dalle forze arabe, contrariamente alla tesi presentata dai vincitori israeliani, “i miei lavori” scrive Hazkani, “suggeriscono che nell’ALA l’antisemitismo era trascurabile.” Ne fa qualche esempio, ma li giudica poco presenti nelle lettere dei combattenti arabi. Analogamente “le lettere mostrano che molti di loro erano lungi dall’essere dei fanatici del jihadismo radicale.” Ma, evidenzia, più si profilava la sconfitta, più dalle lettere emergeva la dimensione di guerra santa contro gli ebrei. Tuttavia dalla loro lettura Hazkani conclude che termini come “sterminio” o “gettare gli ebrei a mare” vi sono assenti.

Allo stesso modo egli smentisce totalmente l’argomento così spesso avanzato da Israele dopo questa guerra secondo cui i dirigenti arabi avrebbero invitato i palestinesi a fuggire per lasciar loro campo libero. Al contrario il 24 aprile 1948, quando i palestinesi avevano subito poco prima delle sconfitte disperanti – in una settimana venne ucciso in combattimento Abdel Kader Al-Husseini, la lotta per la Galilea volse a favore delle forze ebraiche e ci fu il massacro di Deir Yassin –  Kaoudji pubblicò un ordine in cui definì “codardo” ogni palestinese che fuggiva da casa.

Un uso smodato della Bibbia

Da parte loro, nel campo della formazione, anche ideologica, delle truppe, le milizie ebraiche e poi l’esercito israeliano si mostrarono immensamente più preparate dei loro avversari. Copiando la logica dell’Armata rossa, il campo sionista instaurò il dualismo tra l’ufficiale e il commissario politico (il “politruk”). Fin dal 1946 un’opera dello scrittore sovietico Alexander Bek sulla difesa di Mosca nel 1941 venne tradotta e diffusa tra le forze israeliane per rafforzarvi lo “spirito di corpo” (‘l’esprit de corps’, in francese nel libro) e la determinazione a utilizzare tutti i mezzi per vincere. Nell’agosto 1948 Dov Berger, capo dell’hasbara (la propaganda israeliana), distribuì agli ufficiali dei “manuali educativi” nei quali le reclute ricevevano tutte una formazione politica identica. Si noterà che i responsabili militari, all’epoca quasi tutti usciti da contesti sionisti-socialisti, fecero un uso smodato della Bibbia per strutturare l’ostilità delle truppe nei confronti del mondo arabo circostante, già equiparato ad “Amelek e alle sette nazioni”, queste tribù descritte nella Bibbia come le più ostili agli ebrei. L’autore evidenzia che “la suggestione che la guerra del 1948 fosse comparabile alle guerre di sterminio che compaiono nella Bibbia non era affatto una visione marginale, essa veniva ripetuta nel BaMahaneh”, il giornale dell’esercito israeliano.

Perciò non c’è da stupirsi del successo riscosso dal “politruk” Aba Kovner tra le truppe. Egli era un eroe, scappato dal ghetto di Vilna, dove aveva tentato senza successo di organizzare contro i nazisti una rivolta come quella del ghetto di Varsavia. Membro dell’Hachomer Hatzaïr (La Giovane Guardia), la frangia filosovietica del sionismo, era riuscito a fuggire e a raggiungere le colonne dell’Armata rossa. Poeta di talento e cugino di Meïr Vilner, capo del partito comunista [israeliano, ndtr.], nel 1948 Kovner divenne responsabile dell’educazione della celebre brigata Givati. Citando i suoi Bollettini di combattimento, Hazkani mostra come attizzasse i sentimenti più crudeli, e anche i più razzisti, dei soldati, giustificando in anticipo i crimini peggiori. “Massacrate! Massacrate! Massacrate! Più uccidete dei cani assassini, più vi migliorerete. Più migliorerete il vostro amore per ciò che è bello e buono e per la libertà.” Gli alti gradi respingeranno i suoi costanti appelli al massacro degli arabi, compresi i civili. Ma le affermazioni di Kovner continuarono a essere riprodotte nel giornale dell’esercito israeliano. Non sarà che alla fine della guerra, evidenzia Hazkani, che lo stato maggiore esigerà “un’applicazione più rigida delle regole contro l’assassinio e la brutalità” da parte della truppa.

Né il socialismo né la morale

Contrariamente ad autori che l’hanno preceduto, Hazkani stima che gli abusi israeliani furono più sistematici di quanto finora si è creduto. Numerosi villaggi palestinesi vennero rasi al suolo dopo che era stata portata a termine la “pulizia” della loro popolazione. Avvennero massacri di civili. Egli cita una nota della censura militare israeliana del novembre 1948: “Le vittorie e le conquiste sono state accompagnate da saccheggi e assassinii, e molte lettere dei soldati mostrano un certo choc.” Ma la maggior parte dei sabra avvallava queste azioni in quella che l’Ufficio della Censura definisce una “intossicazione della vittoria”. Nel novembre 1948, dopo un’esplosione di violenze, preoccupato per il rischio di perdere il controllo sui soldati, lo stato maggiore ordinò che questi crimini e saccheggi cessassero. Il soldato David scrisse ai suoi genitori: “Non era il socialismo né la fraternità tra i popoli, né la morale: era rubare e scappare.” La soldatessa Rivka concorda: “Tutto è stato saccheggiato. Sono stati rubati come bottino cibo, denaro, gioielli. Certi soldati si sono fatti una piccola fortuna.

Nell’esercito qualche combattente si sentiva offeso. Tra loro i volontari stranieri occupano una parte importante. Le loro lettere descrivono stupore, e persino disgusto, di fronte al comportamento dei sabra, che percepiscono come mancanza di sensibilità nei confronti dei palestinesi. Un sondaggio ordinato dallo stato maggiore alla fine della guerra constatò che il 55% dei volontari ebrei stranieri aveva una visione molto negativa dei giovani israeliani, percepiti come arroganti e brutali.

I sabra sono orrendi,” scrive Martin, un ebreo americano, che aggiunge: “Qui viene istituito un Golem [creatura mitica che inizialmente difende gli ebrei ma poi impazzisce e colpisce tutti indiscriminatamente, ndtr.]. Gli ebrei israeliani hanno scambiato la loro religione per una pistola.” “Io non voglio più partecipare a questa gioco e voglio tornare appena possibile,” scrive Richard, un volontario sudafricano.

Cosciente delle reticenze espresse da una parte delle truppe, il dipartimento dell’educazione dell’esercito aveva distribuito loro un fascicolo intitolato Risposte alle domande frequentemente poste dai soldati. La prima era: “Perché non accettiamo il ritorno dei rifugiati arabi durante le tregue?” Risposta degli educatori militari: “Comprendiamo meglio di chiunque altro la sofferenza di questi rifugiati. Ma chi è responsabile della propria situazione non può esigere che noi risolviamo il suo problema.” Con un tale viatico, non c’è da stupirsi della lettera di uno di questi sabra che, nello stesso momento, scrive alla sua famiglia: “Abbiamo ancora bisogno di un periodo di battaglie per riuscire ad espellere gli arabi che rimangono. Allora potremo tornare a casa.

L’ultimo aspetto innovativo del libro è quello che Hazkari dedica agli “ebrei orientali” in questa guerra, in particolare agli ebrei marocchini, che ne furono all’epoca l’incarnazione, ma anche agli ebrei iracheni. I marocchini, se ne sa poco, costituirono il 10% degli ebrei che arrivarono in Palestina e poi in Israele nel 1948-49. Molto presto dovettero affrontare un razzismo spesso sconcertante da parte dei loro correligionari ashkenaziti (originari dell’Europa centrale), che allora costituivano il 95% dell’immigrazione. Nel luglio 1949 la censura notò che “gli immigrati del Nord Africa sono il gruppo più problematico. Molti vogliono tornare nei loro Paesi d’origine e avvertono i loro parenti di non emigrare.” Di fatto le lettere dei soldati marocchini mostrano un’amarezza spesso notevole.

Gli ebrei marocchini? “Selvaggi e ladri”

Yaïsh scrive che “gli ebrei polacchi pensano che i marocchini sono selvaggi e ladri”; la recluta Matitiahou si lamenta: “I giornali scrivono che i marocchini non sanno neppure usare la forchetta.” “Noi siamo ebrei e ci trattano come arabi,” scrive il soldato Nissim alla sua famiglia, riassumendo il sentimento corrente, anch’esso intriso di razzismo. Hazkani nota che “la visione di questi immigrati cambiava rapidamente” una volta arrivati in Israele. “Gli ebrei europei, che hanno terribilmente sofferto a causa del nazismo, si vedono come una razza superiore e considerano i sefarditi come inferiori” scrive Naïm. Yakoub aggiunge: “Siamo venuti in Israele credendo di trovare un paradiso. Vi abbiamo trovato degli ebrei con un cuore da tedeschi.” Di fatto Hazkani cita una lunga inchiesta di Haaretz, giornale delle élite israeliane, secondo cui gli ebrei venuti dal Nord Africa, affetti da “pigrizia cronica”, erano “appena al di sopra del livello degli arabi, dei neri e dei berberi.

Nelle lettere si trova un’adesione agli obiettivi della guerra anche nelle reclute ebree maghrebine. “Certi soldati marocchini ricavano una grande fierezza dal fatto di aver ucciso decine di arabi” e dall’averlo raccontato alle loro famiglie, notò persino con soddisfazione il capo di stato maggiore Ygael Yadin – che peraltro aveva definito gli ebrei orientali dei “primitivi”. Ma la preoccupazione dei dirigenti israeliani era tale, afferma Hazkani, che le autorità confiscarono i passaporti di questi immigrati recenti per evitare il loro ritorno. Quanto ai soldati originari dell’Iraq, lo stesso generale Yadin espresse pubblicamente la sua preoccupazione: essi “non manifestano nei confronti degli arabi il livello di animosità che ci si aspetta da loro.

Infine, se resta ancora un elemento importante da ricavare da questo libro molto ricco, è che l’enorme sconfitta del campo palestinese, successiva a quella della rivolta contro l’occupante britannico nel 1936-39, ebbe indubbiamente un impatto fondamentale sul bilancio politico dei palestinesi: quello di fidarsi in primo luogo di se stessi in futuro. Così Burhan Al-Din Al-Abbushi, poeta di una grande famiglia di Jenin, è palesemente severo con il nemico tradizionale, l’Inglese e il sionista.

Ma Hazkani mostra che “la sua critica più dura è riservata ai dirigenti palestinesi e arabi.” Antoine Francis Albina, un palestinese cristiano espulso da Gerusalemme, offre una critica radicale: “Non dobbiamo accusare nessuno salvo noi stessi.” Il più grande errore dei palestinesi secondo lui: essersi fidati dei regimi arabi. Quanto agli israeliani, “nel mondo successivo all’Olocausto, la maggior parte dei soldati di origine ashkenazita si convinse che il matrimonio tra ebraismo ed uso della forza era una necessità, e celebrarono l’emergere di un ‘ebraismo muscolare’.

Ci volle una quindicina d’anni ai palestinesi per cominciare a superare la “catastrofe” del 1948. Quanto agli israeliani, 70 anni dopo ashkenaziti e sefarditi insieme nella loro maggioranza festeggiano il trionfo di questo ebraismo muscolare. E i loro critici israeliani contemporanei ne sono più che mai sgomenti.

Sylvain Cypel

È stato membro del comitato di redazione di Le Monde [principale giornale francese, ndtr.] e in precedenza direttore della redazione del Courrier international [settimanale francese simile ad Internazionale, ndtr.]. È autore de Les emmurés. La société israélienne dans l’impasse  [I murati vivi. La società israeliana a un punto morto] (La Découverte, 2006) e de L’État d’Israël contre les Juifs [Lo Stato di Israele contro gli ebrei] (La Découverte, 2020).

 

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)