Come la maggioranza silenziosa di Israele sta lasciando che i palestinesi della Cisgiordania vengano cacciati via

Amira Haas

10 marzo 2026 Haaretz

“Abitanti di Beita, vi consigliamo di iniziare a fare i bagagli”, commentava lunedì l’amministratore del gruppo WhatsApp in lingua ebraica “News of the Hills” [in riferimento a Hilltop Youth, i giovani delle colline, giovani coloni estremisti haredi che hanno stabilito avamposti senza base legale israeliana e operano gravi violenze contro i palestinesi. Ndt.], dopo aver spiegato che “Beita è solo un esempio di ciò che accade quando gli ebrei decidono… di comportarsi come i proprietari terrieri”. Come al solito, ha invocato Dio, concludendo il suo sermone con “C’è una sola soluzione: il trasferimento. Accadrà presto, se Dio vuole”.

L’amministratore ha poi postato il seguente consiglio meno di un giorno dopo che gli ebrei israeliani avevano preso d’assalto il villaggio di Khirbet Abu Falah e ucciso a colpi d’arma da fuoco due dei suoi residenti: “A tutti i piccoli terroristi di Abu Falah… la migliore raccomandazione che riceverete è semplicemente quella di fuggire. Trasferitevi in ​​Turchia, Dubai o in Francia… Non avete futuro qui. Le colline vi sconfiggeranno”. In quasi tutti i casi noti gli aggressori ebrei ribadiscono alle vittime palestinesi la raccomandazione di fuggire in un altro Paese.

E così, in pieno giorno, sotto le telecamere di sorveglianza delle Forze di Difesa Israeliane e del servizio di sicurezza Shin Bet e nei video degli aggrediti trasmessi in diretta streaming, le squadre terroristiche ebraiche continuano instancabilmente a sparare contro i palestinesi, a distruggere boschi e condutture dell’acqua, a violare i campi e a picchiare e tormentare donne e anziani, giovani e persino bestiame, a picchiare quasi a morte gli attivisti che praticano presenza protettiva e poi a vantarsi apertamente che l’obiettivo è espellere i palestinesi dalla loro patria.

C’è una spiegazione logica del perché possano continuare a scatenarsi e a vantarsi della loro furia.

La ragione è duplice. Il primo punto è che la loro “soluzione” di espulsione si sposa a meraviglia con i piani ufficiali oggi non più celati e con le linee politiche segrete attuate in passato. Inoltre la loro visione da incubo risponde alle speranze, ai desideri e ai lunghi anni di lavaggio etnocentrico del cervello di troppi ebrei israeliani.

Il secondo punto è che alla maggior parte dei membri della società ebraica israeliana non importerebbe se i palestinesi scomparissero completamente da questa terra, e non solo dietro recinzioni di filo spinato, muri di separazione, la Route 6 e i ristoranti di Wadi Ara.

Il primo punto afferma che dietro ogni adolescente trasandato o cowboy, con tzitzit [le frangie attaccate ai quattro angoli della camicia bianca tallit gadol, ndt.] e pistola, c’è una lunga fila di avvocati e pianificatori ben vestiti, laureati nelle migliori università, ministri e impiegati del Fondo Nazionale Ebraico, comandanti militari e dirigenti e ispettori dell’Amministrazione Civile.

Quelli che per anni hanno fatto finta che la “sicurezza” fosse l’unica ragione per dichiarare zone di tiro e divieti di coltivazione della terra. Quelli che, per mano delle forze dell’ordine, hanno ordinato la distruzione delle cisterne d’acqua e proibito alle comunità palestinesi di allacciarsi all’acqua e all’elettricità. Quelli che hanno redatto e stanno redigendo leggi e ordinanze che stabiliscono, in un linguaggio militaresco o in un magniloquente gergo legale, che i terreni pubblici saranno assegnati solo agli ebrei.

Sono loro che hanno progettato e autorizzato muri di separazione e autostrade per divorare quanti più terreni agricoli e futuri lotti edificabili palestinesi possibile – su entrambi i lati della Linea Verde, nel Negev e in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est. Il sacro terrorismo ebraico, che raggiunge ogni giorno nuove vette, non fa che accelerare notevolmente la violenza burocratica e l’espropriazione che lo Stato persegue da decenni.

Le colline hanno già vinto, anche se la soluzione finale che stanno profilando non si materializza. Stanno vincendo in virtù del fatto che solo la violenza che provoca feriti gravi o morte varca la soglia della cronaca. Stanno vincendo semplicemente perché l’opposizione sionista non ha inviato le sue migliaia di sostenitori con esperienza di combattimento a proteggere le comunità palestinesi. Le colline stanno vincendo perché i partiti di opposizione non arabi chiariscono con il loro silenzio che ciò che stanno facendo i pogromisti non li disturba. Le colline stanno vincendo perché le comunità ebraiche all’estero continuano a sostenere Israele, il che incoraggia il terrorismo ebraico a conquistare più territorio, così da poter accogliere più immigrati in cerca di una casa per le vacanze invernali.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Israele chiude cinque organi di informazione palestinesi a Gerusalemme

Redazione MEE

24 febbraio 2026 – Middle East Eye

Rabbia per i continui tentativi di eliminare la documentazione dei crimini israeliani contro i palestinesi, soprattutto alla Moschea di Al-Aqsa

Israele ha chiuso cinque organi di informazione palestinesi che riportano notizie su Gerusalemme est occupata, stigmatizzandoli come “organizzazioni terroristiche”.

Secondo la radio dell’esercito israeliano domenica il Ministro della Difesa Israel Katz ha annunciato che le pubblicazioni Quds Plus, Maraj, Al-Maydan, Al Quds al-Asima e Asima Agency sarebbero state vietate.

Pare che la decisione sia stata presa dopo che lo Shin Bet, l’agenzia di sicurezza interna di Israele, ha detto che Hamas stava cercando di scatenare tensioni a Gerusalemme durante il mese di Ramadan, utilizzando siti web come “copertura per il movimento”.

Le autorità israeliane non hanno fornito alcuna ulteriore prova a sostegno delle accuse.

Commentatori hanno affermato che la decisione fa parte di un continuo tentativo di eliminare la documentazione delle violazioni israeliane alla Moschea Al-Aqsa di Gerusalemme, uno dei siti più sacri dell’islam.

Abdullah Marouf, professore di studi su Gerusalemme, ha scritto su X: “Questo significa una sola cosa: l’occupazione sta per attuare una mossa decisiva nei prossimi giorni e settimane a Gerusalemme e alla sacra Moschea di Al-Aqsa. Ecco perché sta mettendo a tacere preventivamente tutte le voci di informazione di Gerusalemme.

La Asima Agency ha detto di aver sospeso tutte le sue attività di informazione, “non per retrocedere dalle proprie posizioni o abbandonare la propria linea, ma per proteggere i corrispondenti e i giornalisti gerosolimitani dall’oppressione e dall’aggressione dell’occupazione”.

L’agenzia ha affermato di essere un organo di informazione da Gerusalemme indipendente e autofinanziato.

Gerusalemme resterà il nostro campo d’azione, la Moschea di Al-Aqsa la nostra causa e la libera espressione è un impegno che non si spegne col tempo”, ha dichiarato.

Secondo la radio dell’esercito israeliano definire le piattaforme di informazione “terroriste” in base alle leggi antiterrorismo permette alle autorità israeliane di chiuderle, di vietare i loro contenuti e bloccare tutte le loro attività digitali.

Soffocare le voci palestinesi indipendenti’

Alcuni giorni prima della decisione la giornalista palestinese Nisreen Salem Al-Abd è stata arrestata mentre svolgeva un reportage a Gerusalemme.

In seguito è stata rilasciata, secondo un avvocato, a condizione che sarebbe rimasta agli arresti domiciliari per 10 giorni, senza poter usare il suo telefonino o i suoi social media durante gli arresti e le è stato impedito di andare alla Moschea di Al-Aqsa per 180 giorni.

Il Forum dei media palestinesi ha condannato la decisione di censurare gli organi di informazione.

E’ un chiaro tentativo di soffocare le voci palestinesi indipendenti, stravolgere il loro ruolo di rendere nota la realtà di ciò che accade e mettere a tacere la loro narrazione verso il pubblico arabo e internazionale”, ha dichiarato.

Consideriamo la decisione una patente violazione della libertà di stampa e di espressione e una trasgressione degli standard internazionali che garantiscono la libertà del lavoro di informazione.”

Le autorità israeliane hanno vietato a migliaia di fedeli palestinesi di entrare alla Moschea di Al-Aqsa nella Gerusalemme est occupata per praticare la preghiera del primo venerdì di Ramadan la scorsa settimana, nonostante avessero i permessi precedentemente concessi.

La Moschea di Al-Aqsa è stata al centro della pluridecennale occupazione israeliana della Palestina.

Per i palestinesi e per i musulmani di tutto il mondo la moschea simbolizza la lotta per la libertà, l’identità e l’indipendenza. Per molti israeliani ultra nazionalisti essa è il luogo in cui sperano di vedere eretto il terzo tempio ebraico.

Per decenni è stata governata da un accordo internazionale che manteneva il suo status religioso come esclusivo sito islamico.

Ma dall’occupazione di Gerusalemme est nel 1967 Israele ha gradualmente compromesso tale status attraverso continue restrizioni all’accesso per musulmani e palestinesi, espandendo al contempo la presenza e il controllo degli ebrei.

Negli ultimi anni vi sono state frequenti incursioni di coloni accompagnati dalle forze israeliane, mentre ai funzionari della Waqf islamica (antica istituzione del diritto islamico, fondazione pia a scopo di beneficenza, ndtr.) è stato impedito di amministrare il complesso della Moschea di Al-Aqsa.

La scorsa settimana la polizia israeliana ha arrestato l’imam di Al-Aqsa nel cortile della moschea, con un’iniziativa che secondo i palestinesi minaccia ulteriormente la sacralità del sito durante il mese sacro del Ramadan.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)

 




Lo scandalo Shin Bet di Netanyahu: chi detiene il potere?

Ramzy Baroud

8 aprile 2025 – Middle East Monitor

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha nominato Eli Sharvit nuovo capo dello Shin Bet, agenzia di sicurezza interna di Israele, solo per revocare velocemente la nomina nel giro di 24 ore. Questo episodio mette in luce la mancanza di coerenza nella leadership di Netanyahu, rafforzando la percezione che le decisioni al più alto livello del governo siano prese d’impulso e senza un chiaro piano.

È anche una prova ulteriore che Netanyahu è facilmente manipolabile, non solo dai suoi alleati di estrema destra nella coalizione, ma anche da forze esterne, governi stranieri e addirittura, da quanto riferiscono media israeliani, da sua moglie Sara.

Questo caotico processo decisionale aiuta a spiegare la profonda mancanza di fiducia che gli israeliani hanno nella loro leadership. Recenti sondaggi della pubblica opinione mostrano che una significativa percentuale di israeliani non ha fiducia nel proprio governo e chiede nuove elezioni o le dimissioni di Netanyahu. Questa sfiducia è stata attribuita all’incapacità di Netanyahu di impedire gli attacchi del 7 ottobre e di vincere la guerra trasformatasi in genocidio a Gaza.

Ma la questione va oltre questi fallimenti. Gli israeliani hanno perso fiducia in Netanyahu perché non lo considerano un leader che agisce nell’interesse nazionale. È diventato così aggrappato al potere che intende provocare una guerra civile in Israele solo per mantenere la propria posizione. Non deve quindi sorprendere che Netanyahu voglia anche sacrificare la vita di oltre 15.000 bambini a Gaza, insieme a decine di migliaia di altri civili innocenti solo per mantenersi più a lungo al potere.

Tuttavia lo scandalo dello Shin Bet è il più chiaro esempio finora della corruzione e scarso giudizio di Netanyahu.

I politici israeliani sono notoriamente in bilico e le coalizioni raramente durano a lungo. In un simile contesto il frammentato governo di Netanyahu potrebbe essere visto come un riflesso della storia israeliana di instabilità politica.

Il conflitto in atto tra il governo e l’esercito, pur inusuale, può anche intendersi come parte di una crescente tendenza in cui la destra israeliana cerca di controllare tutte le istituzioni, compreso l’esercito, che storicamente è stato considerato separato dalla politica.

Gli eventi del 7 ottobre e la fallimentare guerra che ne è seguita –entrambi ora oggetto di indagini critiche – hanno spezzato il fragile equilibrio che consentiva a Netanyahu e alla sua coalizione di destra di mantenere il potere senza provocare un dissenso di massa. La pressione dell’opinione pubblica israeliana si è dimostrata essere un fattore chiave in questo equilibrismo. Per esempio la protesta popolare ha costretto Netanyahu a ridare il suo incarico all’ex ministro della Difesa Yoav Gallant nell’aprile 2023 (per poi dimissionarlo nuovamente nel novembre dell’anno scorso).

Tuttavia 18 mesi di guerra a Gaza, in Libano e ora in Siria hanno dato a Netanyahu il modo di usare lo stato di emergenza come strumento per schiacciare l’opposizione, reprimere il dissenso e ignorare le richieste di por fine alla guerra per raggiungere un accordo finale. Adesso ha trasformato la guerra in una piattaforma per perseguire un programma politico interno che non era riuscito ad attuare negli anni precedenti al 7 ottobre. Però lo Shin Bet è completamente un’altra faccenda.

Istituito nel 1949 dal Primo Ministro di Israele, David Ben-Gurion, lo Shin Bet è stato per molto tempo il cardine della sicurezza interna di Israele. Se il compito primario dell’agenzia è l’antiterrorismo, la raccolta di informazioni di intelligence e la garanzia della sicurezza dei dirigenti israeliani, il suo ruolo riveste un significato molto maggiore per la stabilità dello Stato.

Uno dei principali obiettivi dello Shin Bet è impedire lo spionaggio e le attività sovversive interne. Dati i fallimenti dell’intelligence palesati dagli eventi del 7 ottobre, qualunque significativa riorganizzazione di un’agenzia così cruciale potrebbe essere disastrosa per Israele.

Benché il capo dello Shin Bet riferisca direttamente al Primo Ministro, è stato sempre chiaro che la posizione debba rimanere al di sopra delle lotte politiche interne. Perciò la decisione di Netanyahu di licenziare Ronen Bar il 2 marzo ha sollevato violenta reazione da parte della società israeliana, addirittura maggiore della sua decisione di licenziare l’ex capo di stato maggiore dell’esercito Herzi Halevi o il Ministro della Difesa Gallant.

Le azioni del Primo Ministro hanno infranto un annoso tabù, esacerbando ulteriormente la crisi interna di Israele, già senza precedenti.

L’ex capo dello Shin Bet Naday Argaman ha persino minacciato di rivelare informazioni segrete, indicando che l’agenzia è pronta ad impegnarsi in questa lotta di potere interna, che qualcuno teme possa svilupparsi in una guerra civile.

Tuttavia l’annullamento della nomina di Sharvit come sostituto di Bar è forse l’aspetto più rivelatore di questa crisi. Sottolinea l’imprevedibilità del processo decisionale di Netanyahu e rafforza i suoi oppositori, impazienti di farlo cadere. Come ha detto il leader dell’opposizione Yair Lapid, Netanyahu è diventato “una minaccia esistenziale per Israele.”

Alcuni analisti hanno suggerito che il dietrofront di Netanyahu fosse dovuto alle pressioni degli USA, soprattutto da quando Sharvit ha scritto un articolo critico verso il presidente Donald Trump. Mentre qualcuno vede in questo una prova che l’agenda di Netanyahu sia ampiamente dettata dagli USA, questa conclusione è semplicistica. Anche se gli USA esercitano una significativa influenza, le decisioni di Netanyahu sono plasmate da una complessa gamma di fattori.

Tende a presentare l’annullamento della nomina di Sharvit non come un indice di subordinazione politica, ma piuttosto come una concessione o un’apertura strategica verso Trump. Il suo scopo è ottenere un pieno appoggio costante per il suo programma di guerra a Gaza e in tutto il Medio Oriente.

In ultima analisi, questa agenda di guerra perpetua non è sorretta da alcuna ideologia politica coerente. L’unico interesse di Netanyahu rimane quello di conservare unita la sua coalizione politica e di assicurare la propria sopravvivenza politica, niente di più e niente di meno.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Il glorioso lascito della cosiddetta “guardiana della democrazia” israeliana

Orly Noy e Amos Brison

28 marzo 2025 – +972 Magazine

Bisogna resistere ai tentativi del governo di rimuovere la procuratrice generale. Ma persino per sua stessa ammissione lei ha orgogliosamente autorizzato i crimini di Israele contro i palestinesi.

“La procuratrice generale sembra una leonessa che lotta per la ‘democrazia ebraica’, ma quando si tratta dei rapporti (dello Stato) con gli arabi si trasforma nel (ministro della Sicurezza Nazionale Itamar) Ben Gvir [esponente dell’estrema destra dei coloni religiosi, ndt.].” È così che in un’intervista dello scorso anno a Local Call [edizione in ebraico di + 972, ndt.] Hassan Jabareen, direttore dell’associazione per i diritti civili dei palestinesi Adalah, ha descritto Gali Baharav-Miara, la consulente legale del governo israeliano. Adesso che il governo sta spingendo per cacciarla dal suo incarico, la stessa Baharav-Miara sta usando questo stesso argomento nel tentativo di dimostrare la propria lealtà.

Domenica scorsa il governo israeliano ha approvato con voto unanime una mozione di sfiducia contro la procuratrice generale, facendo il primo passo sia di un lunghissimo procedimento legale per cacciarla sia la mossa forse più audace finora del tentativo iniziato due anni fa di distruggere ogni controllo giudiziario. Con una proposta di 84 pagine il ministro della Giustizia e principale sostenitore del golpe contro il sistema giudiziario Yariv Levin ha accusato Baharav-Miara di agire “come longa manus degli oppositori del governo”; nel contempo il primo ministro Netanyahu ha inveito contro “lo Stato profondo di sinistra che utilizza il sistema giudiziario per ostacolare la volontà del popolo.”

La procuratrice generale non è l’unica funzionaria importante nel mirino del governo; anche Ronen Bar, capo del servizio della sicurezza [interna, ndt.]  Shin Bet, è finito sotto attacco, e un’ingiunzione della Corte Suprema è stata l’unica cosa che gli ha permesso di rimanere al suo posto dopo che il governo ha votato per cacciarlo.

Fine modulo

All’inizio della guerra Bar è stato preso di mira da Netanyahu in quanto figura chiave del sistema della sicurezza, nel tentativo di assolvere se stesso dalla responsabilità per gli errori del 7 ottobre, nonostante [Bar] abbia apertamente riconosciuto il ruolo dell’agenzia. In seguito, come Baharav-Miara, ha provocato ulteriore collera chiedendo la creazione di una commissione d’inchiesta statale su questi errori, una cosa a cui Netanyahu si oppone strenuamente nel timore che consideri responsabile anche lui.

Ma l’iniziativa che sembra aver segnato il destino di Bar è giunta all’inizio di marzo, quando ha approvato l’avvio di un’indagine sui rapporti tra due dei collaboratori più vicini al primo ministro e il governo del Qatar, ufficialmente nemico di Israele, in uno scandalo noto come “Qatargate”. Per anni Netanyahu ha personalmente agevolato i trasferimenti finanziari del Qatar ad Hamas a Gaza, considerandolo uno strumento per indebolire l’Autorità Palestinese e approfondire le divisioni tra palestinesi. Ora, con il suo circolo più intimo sotto inchiesta per accordi segreti con Doha, c’è un crescente rischio che i rapporti stessi di Netanyahu con lo Stato del Golfo possano essere indagati ancor più nel dettaglio.

In coincidenza con la ripresa della guerra a Gaza, dove 59 ostaggi israeliani continuano a rimanere in ostaggio, questi sviluppi hanno infiammato una nuova ondata di proteste di massa in Israele, con decine di migliaia di persone scese in piazza a Tel Aviv, Gerusalemme e in altre città. Sventolando bandiere israeliane e scandendo slogan contro la dittatura, che ricordano le manifestazioni che hanno scosso il Paese per buona parte del 2023, i dimostranti hanno bloccato le principali autostrade e si sono scontrati con la polizia, che ha risposto con granate stordenti e cannoni ad acqua.

Il progettato licenziamento di Baharav-Miara e Bar, insieme al più generale rafforzamento del potere del governo, compresa l’approvazione di una nuova legge che accentua il controllo governativo sulla selezione dei giudici, è stato identificato dall’opposizione alla Knesset [il parlamento israeliano, ndt.] e nelle piazze come un assalto contro i presunti “garanti della legge”. Ma la loro risposta evidenzia una profonda contraddizione che illumina i limiti della cosiddetta democrazia israeliana.

Un via libera ai crimini di guerra

In risposta alla decisione del governo di licenziarla, Baharav-Miara ha reso pubblica una lettera in sua difesa che elenca le decisioni del governo che lei ha appoggiato nell’ultimo anno e mezzo. Alcune rappresentano una palese distorsione della legge, altre sono profondamente radicate nella discriminazione razziale e altre ancora riguardano evidenti crimini di guerra e contro l’umanità.

Dietro a quasi ogni esempio che cita nella sua lettera come prova della sua lealtà al governo ci sono orribili delitti che ha approvato. Per esempio, il cosiddetto “approccio operativo a Gaza” è un eufemismo per definire la guerra di Israele contro i palestinesi nella Striscia che ha portato ad accuse di genocidio presso la Corte Internazionale di Giustizia. Questo “approccio” include ad esempio l’uccisione indiscriminata di civili definiti “danni collaterali” in un processo di selezione di obiettivi realizzato dall’intelligenza artificiale.

La “guerra contro il terrorismo e l’incitamento al terrorismo”, di cui pure si vanta la procuratrice generale nella sua lettera, ha significato arresti di massa di cittadini palestinesi di Israele dopo il 7 ottobre anche per minime espressioni di solidarietà con il loro popolo massacrato a Gaza, e tutto ciò mentre le reti sociali in ebraico sono state inondate di espliciti incitamenti al genocidio senza alcuna conseguenza nei confronti dei responsabili. Nei mesi che hanno seguito il 7 ottobre Baharav-Miara ha appoggiato la politica delle forze di polizia di Ben Gvir per impedire ai cittadini palestinesi di protestare contro la guerra mentre il sangue scorreva nelle strade di Gaza.

Nella sua lettera Baharav-Miara ha anche ricordato ai ministri di aver ampiamente collaborato con il governo per “espandere le colonie e sostenerle”, una politica che solo pochi giorni fa è stata descritta in un nuovo rapporto dell’ONU come un crimine di guerra. Che razza di esperto di diritto si vanta di aver appoggiato una così palese violazione delle leggi internazionali? Che razza di procuratore generale è fiero di aver legittimato crimini di guerra?

Ma non si è fermata qui, ha continuato ad elencare un’agghiacciante serie di ulteriori crimini che ha appoggiato: la detenzione amministrativa, lo strumento draconiano che Israele utilizza per incarcerare palestinesi senza accuse né processo; la demolizione punitiva di case di proprietà di quelli che Israele sostiene essere “terroristi”, molti dei quali non sono neppure stati accusati, per non dire condannati, di alcun crimine; il trattenimento di cadaveri di palestinesi come merce di scambio, un atto degno delle peggiori organizzazioni criminali; la difesa della “politica del governo sull’aiuto umanitario a Gaza”, un nauseante eufemismo per [definire] la sistematica privazione di cibo a oltre 2 milioni di esseri umani. Evidentemente questo è il glorioso lascito della cosiddetta guardiana della democrazia israeliana.

La verità è che Baharav-Miara ha totalmente fallito nel suo dovere fondamentale di mettere in guardia il governo contro le evidenti violazioni della legge e di perseguire i responsabili di questi crimini. La lettera che ha inviato ai ministri per difendere la sua posizione è davvero un’ammissione di quanto lei sia inadeguata per il suo ruolo. Mentre lamenta che “la proposta (di licenziarla) non riguarda una maggior fiducia, ma la richiesta di fedeltà politica,” la prima parte della sua lettera è una testimonianza della lealtà criminale che ha dimostrato per le illegali e sanguinarie politiche durante la guerra. Se non fosse per gli orrori incarnati in quelle parole, ci sarebbe da ridere.

Eppure, nonostante tutto ciò, gli israeliani devono ancora uscire a protestare contro il licenziamento di Baharav-Miara perché le forze che intendono sostituirla sono ancora più moralmente corrotte e pericolose di lei. Ogni giorno in cui questo sanguinario governo rimane al potere le vite di milioni di palestinesi sono in grave pericolo e dobbiamo resistergli in ogni modo possibile finché non cadrà.

Questa è anche la ragione per cui il deputato di Hadash [partito arabo-ebraico di sinistra, ndt.] Ayman Odeh chiede ai cittadini palestinesi di unirsi alle proteste. Odeh comprende meglio di chiunque altro il ruolo che Baharav-Miara e Bar giocano in questo miserabile sistema di oppressione (va ricordato che lo Shin Bet è noto, tra le varie cose, per ricattare i palestinesi LGBTQ+ per obbligarli a diventare informatori); il suo appello perché i cittadini palestinesi scendano in piazza non è un sostegno a loro quanto piuttosto un riflesso di quanto profondamente perversa e disperata sia diventata la situazione in Israele.

È essenziale resistere a questo governo e ai suoi instancabili tentativi di proteggersi dal controllo e dal dover rendere conto delle proprie azioni. Ma dipingere la procuratrice generale – che in base alle sue stesse ammissioni ha coperto praticamente ogni crimine israeliano nella guerra genocida contro Gaza e nella persecuzione dei cittadini palestinesi – come una campionessa della democrazia è una tragica farsa.

Baharav-Miara incarna la logica etnocratica di una democrazia solo per gli ebrei. Se questi giorni amari chiariscono qualcosa è che il concetto di una democrazia selettiva non è solo immorale, ma è un’illusione assurda, scollegata dalla realtà e in ultima istanza pericolosa sia per i palestinesi che per gli ebrei.

Orly Noy è redattrice di Local Call, attivista politica e traduttrice di poesia e prosa dal Farsi. Dirige il consiglio esecutivo di B’Tselem ed è attivista del partito politico Balad [partito della minoranza araba, ndt.]. I suoi scritti riguardano le linee di intersezione e definizione della sua identità come mizrahi [ebrea originaria di un Paese a maggioranza musulmana, ndt.], donna di sinistra, donna, migrante temporanea che vive entro incessanti migrazioni e il costante dialogo tra loro.

Amos Brison è un redattore di +972 che risiede a Berlino.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Netanyahu revoca la nomina di Eli Sharvit come nuovo direttore dello Shin Bet

Redazione di MEMO

1 aprile 2025 – Middle East Monitor

L’agenzia di notizie Anadolu riferisce che martedì il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha revocato la nomina del comandante della marina israeliana in pensione Eli Sharvit come nuovo direttore del servizio di sicurezza interno Shin Bet.

Una dichiarazione dell’ufficio di Netanyahu ha espresso ringraziamenti nei confronti di Sharvit per la “volontà di assumere l’incarico”, ma gli ha detto che “dopo ulteriori riflessioni, intende sottoporre a colloquio altri candidati.”

Secondo i media israeliani, incluso il sito web di notizie del Times of Israel, la coalizione di governo si è opposta alla sua nomina a causa della sua partecipazione alle proteste di massa contro il progetto del governo relativo alla riforma giudiziaria.

I media israeliani hanno anche legato la decisione a dichiarazioni fatte precedentemente quest’anno da Sharvit che ha pubblicamente criticato le precedenti politiche sul cambiamento climatico del presidente statunitense Donald Trump.

Lunedì Netanyahu aveva annunciato che il comandante in pensione della marina israeliana Eli Sharvit sarebbe stato il nuovo direttore dello Shin Bet per sostituire Ronen Bar, anche dopo che la Corte Suprema israeliana ha emesso una ingiunzione temporanea che impedisce di porre fine all’incarico di Bar fino all’8 aprile. La Corte, tuttavia, ha permesso al primo ministro di sottoporre a colloquio potenziali sostituti.

Il governo di Netanyahu si è si è attivato il 21 marzo per rendere effettiva la fine dell’incarico di Bar il 10 aprile, a meno che non fosse nominato prima un successore definitivo.

Il tentativo di licenziare Bar segna la prima volta che un governo israeliano ha cercato di rimuovere un capo dello Shin Bet. Netanyahu ha insistito che la decisione rientri nell’ambito dei poteri dell’esecutivo e che non dovrebbe essere sottoposta a valutazione giudiziaria.

Bar ha lasciato intendere che dietro la sua rimozione ci siano le motivazioni politiche, suggerendo che Netanyahu sta cercando una “fedeltà personale” che lui non gli avrebbe garantito.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)

 




1000 persone colpite direttamente dal 7 ottobre firmano una lettera che chiede con urgenza una commissione di inchiesta di Stato

I firmatari giurano di opporsi ad una “commissione di insabbiamento politico”

Michael Bachner e redazione Times of Israel

1 gennaio 2025 – Times of Israel

Mentre il governo di Netanyahu continua a contrastare una iniziativa che i sondaggi dicono essere sostenuta da una larga maggioranza, su 4 pagine di giornali compare un appello di ex ostaggi, sopravvissuti, famiglie di defunti

Circa 1000 persone le cui vite sono state direttamente colpite dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 hanno sottoscritto una lettera aperta pubblicata mercoledì su diversi importanti giornali in cui si chiede che il governo istituisca immediatamente una commissione statale di inchiesta sui tanti errori che hanno consentito il più grande disastro nella storia di Israele.

La lettera aperta ha occupato quattro pagine su ognuno dei giornali, a causa del grande numero dei firmatari.

Tra i firmatari vi sono più di 20 sopravvissuti alla prigionia, centinaia di famiglie di defunti, parenti di ostaggi ancora detenuti a Gaza, sopravvissuti all’attacco, soldati dell’esercito feriti e riservisti.

La lettera aperta è stata promossa dall’associazione October Council, che rappresenta le famiglie direttamente colpite dal massacro del 7 ottobre – in cui circa 1200 persone furono uccise, 251 prese in ostaggio e molte altre ferite – e ha fatto richiesta di una commissione di inchiesta statale.

Noi, famiglie colpite il 7 ottobre e firmatarie in calce chiediamo che il governo istituisca una commissione di inchiesta statale”, afferma la lettera. “Ci uniremo come baluardo contro ogni tentativo di istituire una commissione di insabbiamento politico. Non accetteremo un comitato in cui i destinatari dell’inchiesta designano gli inquirenti.

Solo una commissione di inchiesta statale avrà gli strumenti e il mandato per indagare su ogni cosa e ogni persona; per rivelare la verità; per dare giustizia ai caduti, agli assassinati, alle vittime e alle loro famiglie; per rafforzare la sicurezza nazionale e per impedire il prossimo disastro.”

Il primo ministro Benjamin Netanyahu e gli altri membri della sua coalizione di estrema destra hanno respinto l’ipotesi di avviare una commissione di inchiesta statale, sostenendo che una simile indagine sarebbe politicamente sbilanciata contro di loro, poiché i suoi membri verrebbero nominati dal presidente della Corte Suprema e adducendo inoltre che qualunque inchiesta dovrebbe essere avviata solo dopo la fine della guerra.

Il premier e la maggior parte dei suoi alleati politici hanno rifiutato di riconoscere ogni responsabilità per i molteplici errori che hanno portato al massacro, cercando invece di attribuire la colpa ai capi della sicurezza e ai rivali politici.

Fin dal suo esordio il governo ha cercato di riformare radicalmente il sistema giudiziario, ritenendolo eccessivamente attivo e sbilanciato contro la destra. Questi tentativi hanno incluso quello, tuttora in corso, di riformare la Corte Suprema forzando la nomina di un giudice conservatore come presidente al posto del presidente attualmente in carica, Isaac Amit, e promuovendo la candidatura di giudici ultraconservatori agli scranni dell’alta corte.

Questi sforzi sono stati duramente condannati dai magistrati e dall’opposizione – come anche dalla gran maggioranza del pubblico, secondo la maggior parte dei sondaggi di opinione – in quanto tali da compromettere le fondamenta democratiche di Israele.

Una commissione di inchiesta statale dispone dei più ampi poteri in base al diritto israeliano ed è lo strumento principale per indagare sui principali errori dei leader del Paese, dei capi della sicurezza e degli organi dello Stato. E’ normalmente guidata da un giudice in pensione della Corte Suprema. Esther Hayut sarebbe una potenziale candidata per tale ruolo, dopo il suo incarico di presidente dell’alta corte, scaduto un anno fa. Ma Netanyahu si è ripetutamente opposto duramente alla sua nomina a causa delle sue esplicite critiche ai tentativi di riforma giudiziaria.

La coalizione (di governo) ha invece proposto la creazione di un collegio di più basso livello guidato da persone nominate dal governo, o un compromesso che darebbe vita ad un gruppo con un consenso più ampio.

Ma gli oppositori di Netanyahu hanno sostenuto che il premier e chi è al potere stanno cercando di sottrarsi alla responsabilità per quanto si è svolto il 7 ottobre per poter restare al potere. I sondaggi di opinione hanno mostrato che il pubblico sostiene in misura schiacciante la creazione di una commissione di inchiesta statale, anche all’interno della base elettorale della coalizione.

Meno di tre anni fa, quando erano all’opposizione, Netanyahu ed i suoi alleati politici hanno condotto una campagna a favore dell’istituzione di una commissione di inchiesta statale sullo scandalo che ha coinvolto la polizia israeliana, che avrebbe usato potenti software spia per monitorare abusivamente cittadini israeliani.

Una Commissione di Inchiesta Civile indipendente – costituita da parenti delle vittime dell’attacco alla luce del continuo rifiuto di Netanyahu di approvare una commissione di inchiesta statale – ha pubblicato i suoi risultati a novembre, attaccando Netanyahu ed accusandolo di minare il processo decisionale della sicurezza nazionale del governo, provocando una frattura tra la leadership politica e militare israeliana e lasciando il Paese impreparato al devastante attacco di Hamas.

Il rapporto inoltre asseriva che l’intero governo “aveva fallito nella sua principale missione” e che le Forze di Difesa Israeliane (l’esercito), lo Shin Bet (i Servizi Interni) ed altre organizzazioni “hanno completamente mancato il loro unico obbiettivo – proteggere i cittadini di Israele.”

I membri del comitato hanno avvertito che il loro lavoro non poteva sostituire quello di un’indagine ufficiale con il potere di convocazione di testimoni, ma hanno affermato che ciò che avevano ascoltato era estremamente preoccupante.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Editoriale: il terrorismo ebraico è esploso e nulla lo ostacola. Potrebbe far crollare Israele

25 agosto 2024 –Haaretz

La lettera del capo dello Shin Bet [il servizio segreto interno di Israele e territori occupati, n.d.t.] , Ronen Bar, inviata al primo ministro, ai membri del gabinetto e al procuratore generale, in cui egli avverte che il terrorismo ebraico è un pericolo per l’esistenza dello Stato, costituisce un chiarissimo segnale di allarme.

In qualsiasi Paese normale non ci sarebbe alcuna esitazione nel fare la cosa giusta. La destra radicale verrebbe cacciata dal governo e si ordinerebbe ai servizi di sicurezza di trattare il terrorismo ebraico con la stessa durezza con cui trattano il terrorismo palestinese. Ciò che è scritto nella lettera del capo dello Shin Bet è inquietante. Descrive un cambiamento nella natura delle attività terroristiche ebraiche “da attività segrete mirate ad attività ad ampio raggio alla luce del sole. Dall’uso di un accendino all’uso di armi da guerra, a volte con armi distribuite legalmente dallo Stato. Dalla fuga dalle forze di sicurezza all’attacco alle forze di sicurezza. Dall’isolamento dall’establishment al ricevere legittimità da alcuni funzionari dell’establishment”.

Bar scrive che, se Israele continua a negare l’amara verità che un’erbaccia selvatica ebraica cresciuta nei territori è ormai fuori controllo, il terrorismo ebraico farà crollare Israele. “Il fenomeno dei ‘giovani delle cime delle colline’ [gruppi di coloni molto violenti piazzati in insediamenti in posizione elevata che fungono da “avanguardie” per attaccare i vilaggi palestinesi, n.d.t.] è da tempo diventato una base per commettere violenze contro i palestinesi”.

Sottolinea che non vi è più paura di essere trattenuti in custodia amministrativa, il che deriva dalle “condizioni che vengono loro concesse in prigione e dal denaro che ricevono dopo il loro rilascio da membri della Knesset, oltre alla legittimazione e alle lodi che ricevono per le loro azioni. Ciò è accompagnato da una campagna di delegittimazione contro i servizi di sicurezza [lo stesso Shin Bet,n.d.t.]”. Bar avverte che il terrorismo ebraico potrebbe accendere un ulteriore fronte di guerra.

Il capo dello Shin Bet racconta anche dell’inazione della polizia e del sostegno segreto che i terroristi ebrei ricevono dalla polizia. Menziona specificamente Ben-Gvir e la sua visita al complesso del Monte del Tempio [la Spianata delle Moschee, n.d.t.] in occasione del Tisha B’Av [un giorno del calendario lunare ebraico che commemora una serie di eventi luttuosi tra cui la distruzione del primo e secondo Tempio, n.d.t.]. Bar sottolinea molto chiaramente che ciò “ha creato un rischio molto significativo per la sicurezza nella regione”.

Dopo la pubblicazione della lettera di Bar, in una riunione del governo Ben-Gvir ha chiesto il suo licenziamento. Netanyahu e altri ministri hanno sostenuto Bar, il che ha portato Ben-Gvir ad abbandonare la seduta. Ma l’esperienza dimostra che se la sua base è arrabbiata, Netanyahu cambierà idea. Bar è da un po’ di tempo sulla lista degli obiettivi dei Bibi-isti [seguaci di Netanyahu, n.d.t.] e dei Kahanisti [seguaci del defunto rabbino Kahan, tra cui Ben-Gvir, a suo tempo dichiarato terrorista dallo stesso Israele, n.d.t.] . In seguito alla sua lettera di avvertimento gli attacchi di questi settori contro di lui non faranno che aumentare.

La persona che ha legato il suo destino politico alla destra radicale, che ha legittimato il Kahanismo, che ha dato il controllo del governo a Ben-Gvir e ha messo i territori nelle mani di Smotrich [altro esponente dell’estrema destra dei coloni, n.d.t.] è l’ultima persona adatta a combattere il terrorismo ebraico.

Ogni giorno in cui il governo di ultra-destra continua a esistere sotto Netanyahu è un giorno in cui Israele sprofonda sempre più in un abisso dal quale sarà difficile uscire. Questo governo deve essere sostituito immediatamente.

L’articolo sopra riportato è l’editoriale principale di Haaretz, come pubblicato in Israele nelle edizioni del giornale in ebraico e inglese.

[traduzione dall’inglese di Giuseppe Ponsetti]




Un’inchiesta dell’esercito israeliano ha insabbiato le uccisioni dovute a fuoco amico il 7 ottobre

David Sheen e Ali Abunimah 

29 luglio 2024 – The Electronic Intifada 

Il primo rapporto dell’esercito israeliano reso pubblico sugli eventi del 7 ottobre 2023 elogia il generale che quel giorno ha guidato le forze israeliane in battaglia nel kibbutz Be’eri per aver ordinato a un tank di sparare contro una casa uccidendo oltre 10 civili presi in ostaggio.

Il bombardamento ha ucciso praticamente tutti quelli che si trovavano all’interno e nei pressi della casa, tra cui decine di combattenti della resistenza palestinese.

Il rapporto rappresenta un grossolano insabbiamento, non compatibile con fatti noti e un’intenzionale riscrittura di quanto avvenuto per discolpare le forze israeliane dall’uccisione di loro concittadini quel giorno.

Benché il rapporto avrebbe dovuto essere scritto da ufficiali senza alcun legame con quanti parteciparono alla battaglia, uno dei suoi autori è il tenente colonnello Elihai Bin Nun, che il 7 ottobre ha combattuto a Be’eri sotto il comando del generale Barak Hiram, il responsabile delle forze israeliane presenti quel giorno nel kibbutz, come rivelato dal New York Times.

Il sito di informazione israeliano Ynet ha evidenziato che, quando è stata svelata la partecipazione di Bin Nun alla battaglia, l’esercito ha eliminato dal rapporto ogni menzione del suo ruolo come autore.

In conseguenza di questa inchiesta l’esercito ha elogiato Hiram per aver agito in “modo professionale ed etico” avendo ordinato il fuoco letale del tank. Ha occultato la morte di civili provocata dal bombardamento, accettando la responsabilità solo per uno dei 13 ostaggi uccisi nella casa di Pessi Cohen, abitante del kibbutz.

L’esercito ammette l’uccisione di un solo civile, Adi Dagan, in quanto la sua morte è stata testimoniata direttamene dall’unico ostaggio sopravvissuto al bombardamento da parte del carrarmato, Hadas Dagan, moglie di Adi. Durante la battaglia la coppia e altri quattro civili israeliani, tra cui la stessa Pessi, si trovavano sul prato erboso fuori dalla casa, nascosti per evitare le raffiche di proiettili che per ore hanno fischiato sulle loro teste.

Mentre il resoconto completo della battaglia non è stato reso pubblico, una sintesi dettagliata di sei pagine del rapporto pubblicata dall’inviato militare della radio dell’esercito Doron Kadosh fa ulteriore luce sugli eventi. Essa riconosce che il numero di civili all’interno della casa era di sette.

Nella sua prima descrizione pubblica dell’incidente una settimana dopo l’attacco del 7 ottobre l’esercito ha affermato che nella casa erano morti non 7 ma 15 civili, e che otto di loro erano neonati.

In quella casa c’erano altre 15 persone bruciate. Tra esse 8 neonati,” ha detto a un folto gruppo di giornalisti stranieri il 14 ottobre di fronte alla casa di Pessi Cohen il capo del soccorso militare israeliano Vach. “Erano concentrati lì, li hanno uccisi e bruciati.” Erano menzogne vergognose, e, anche se il nuovo rapporto non le ripete, esso crea nuove fandonie su questo incidente divenuto celebre.

La sintesi ufficiale in inglese nota indirettamente che “due civili sono stati colpiti da schegge” e sostiene senza fondamento che la maggior parte degli altri ostaggi probabilmente è stato ucciso dai rapitori palestinesi, nonostante ogni prova suggerisca il contrario.

Nessun civile all’interno dell’edificio è stato colpito dal fuoco del carrarmato,” sostiene. “La maggior parte degli ostaggi è stata probabilmente uccisa dai terroristi.”

Queste affermazioni non sono supportate da riferimenti ad alcuna autopsia. Infatti, a causa degli effetti catastrofici del bombardamento del tank, tale esame post-mortem in molti casi sarebbe stato impossibile anche se le autorità israeliane avessero voluto farlo.

È difficile capire da cosa sia stato ucciso ognuno di loro perché non sono state effettuate autopsie, ma per me è importante che non dicano mai che tutti sono stati uccisi dai terroristi,” ha detto alla radio militare israeliana Yasmin Porat dopo aver appreso il contenuto del rapporto. “Sicuramente questo non è vero.”

Porat è una degli unici due civili sopravvissuti agli avvenimenti nella casa di Pessi Cohen. Fin dall’incidente ha continuato ad affermare che il fuoco israeliano ha probabilmente ucciso molti degli israeliani che si trovavano lì.

Il racconto israeliano contraddice ogni logica

Nel tentativo di dimostrare le proprie affermazioni secondo cui i combattenti della resistenza palestinese hanno giustiziato tutti i civili meno uno, l’esercito delinea uno scenario dettagliato che non solo contraddice le testimonianze delle sopravvissute, Hadas Dagan e Yasmin Porat, ma contrasta con il senso comune.

Il rapporto afferma che alle 18 il capo di tutte le forze che combattevano a Be’eri e che circondavano la zona, il comandante della 99esima divisione di fanteria Barak Hiram, ha ordinato che i soldati si trincerassero presso la casa di Pessi Cohen per lanciare immediatamente un attacco di terra contro la casa. “Il generale di brigata Hiram ha ordinato: iniziate la conquista prima del buio,” afferma la sintesi del giornalista Doron Kadosh. “Ha sottolineato di temere che i terroristi avrebbero approfittato dell’imbrunire per scappare a Gaza con gli ostaggi.”

Poi nota che le forze israeliane hanno aspettato fino alle 17,57 prima di iniziare l’operazione di irruzione nella casa, un’ora dopo il tramonto e due ore dopo che l’ordine era stato dato.

Alle 18, mentre secondo il rapporto Hiram ha dato l’ordine di fare irruzione prima del tramonto, il sole era già calato su Be’eri. Aver aspettato due ore per mettere in pratica quell’ordine, dopo che già da un’ora le stelle erano visibili nel cielo notturno, non è coerente con le conclusioni del rapporto secondo cui “il commando sul campo dello Shin Bet, il comandante della YAMAM e le forze presenti hanno dimostrato un grande eroismo e con la massima determinazione hanno fatto tutto il possibile fino agli ultimi istanti.”

Lo Shin Bet è il servizio segreto interno israeliano e la YAMAM è un’unità speciale paramilitare simile ai gruppi SWAT [unità speciali della polizia, ndt.] degli USA.

Un’altra affermazione fatta nel rapporto che contraddice la logica più elementare è che sono stati i combattenti palestinesi a bruciare la casa di Pessi Cohen, incendiando tutto quello che c’era dentro, compresi se stessi.

Alle 20,30, mezz’ora dopo che le forze israeliane avrebbero iniziato a fare irruzione nella casa, secondo la sintesi di Kadosh gli israeliani avrebbero ricominciato “un violento tentativo di occupare la casa”.

Per un’altra ora ha avuto luogo una dura battaglia tra le nostre forze e i terroristi, che nel frattempo hanno dato fuoco alla casa e l’hanno bruciata,” afferma l’esercito, secondo quanto raccontato nella sintesi.

Inoltre il riassunto afferma che, quando hanno iniziato a incendiarla “per impedire alle forze israeliane di farvi irruzione”, i combattenti palestinesi avevano già giustiziato i civili tenuti nella casa.

In altre parole gli autori del rapporto vorrebbero farci credere che dopo ore di intensa sparatoria i combattenti palestinesi barricati in casa si sarebbero auto-immolati. Si stenta a credere all’idea che i combattenti palestinesi avrebbero scelto di morire patendo pene terribili avvolti dalle fiamme quando avrebbero potuto rapidamente e facilmente porre fine alle proprie vite con un colpo di pistola o morendo in combattimento contro gli israeliani.

Ma questo serve come comoda scusa della ragione per cui la casa e tutti quelli che erano dentro siano stati totalmente bruciati.

Un botto terribile”

Oltre ad essere pieno di incongruenze e affermazioni improbabili, lo scenario descritto nel rapporto dell’esercito è completamente contraddetto dalle testimonianze dei civili sopravvissuti, Hadas Dagan e Yasmin Porat.

Le affermazioni dell’esercito secondo cui i proiettili sparati dal carrarmato contro la casa non hanno colpito nessuno dei civili vicino ad Hadas e a suo marito Adi non quadra con i racconti fatti dalle due donne.

La sintesi nota che, dopo aver sparato alle 17,33 e alle 18,27 due proiettili di tank contro il sentiero fuori dalla casa, alle 18,34 e alle 18,57 sono stati sparati contro la casa altri due colpi. Nel riassunto il terzo proiettile “ha rimbalzato per terra e ha colpito il tetto all’ingresso dell’edificio. Il tetto è crollato in seguito all’impatto e pezzi di cemento sono caduti su Adi e Hadas Dagan, che erano all’esterno della casa. Adi è morto, Hadas è stata ferita ma è rimasta in vita,” afferma l’esercito.

Ci sono prove che la granata non è esplosa e che quelli che hanno colpito Adi e Hadas erano pezzi di cemento del tetto colpito,” aggiunge la sintesi. Secondo l’esercito questa conclusione è stata raggiunta dalla “perizia tecnica” dell’esercito, non da un esame forense o da un’autopsia indipendenti.

La ricostruzione di Hadas Dagan suggerisce qualcosa di diverso. “Improvvisamente un botto terribile … Per me era chiaro che si trattava di un carrarmato… E poi una seconda esplosione,” ha raccontato Dagan al Channel 12 israeliano a dicembre. “Per me è assolutamente evidente che io e Adi siamo stati feriti da schegge del proiettile del carrarmato, perché è avvenuto proprio in quel momento.”

Dagan ha descritto nei minimi particolari di essere rimasta distesa vicino a suo marito Adi e di aver messo il pollice sul buco nella sua “arteria principale” nel tentativo di bloccare il copioso fiotto di sangue, per poi togliere la mano solo quando si è resa conto che era morto.

Mentre stava parlando Dagan ha indicato con il pollice e un dito le dimensioni della ferita di suo marito: circa quelle di una grossa moneta.

È da notare che, nonostante abbia descritto chiaramente il letale bombardamento del carrarmato, Dagan abbia manifestato comprensione per il “dilemma” in cui secondo lei si è trovato l’esercito.

In base alla sintesi, il secondo bombardamento del carrarmato contro la casa mirava “al tetto, alle tegole. La granata è caduta. Non si sa ancora se qualcuno degli ostaggi è stato colpito, ma in base alle prove si stima che lì nessuno lo sia stato.”

Riguardo a Yasmin Porat, settimane dopo, in un’intervista con l’emittente radiofonica statale Kan, ha ricordato come Dagan le abbia raccontato che almeno altri due civili, tra cui il compagno di Porat, Tal Katz, erano stati sicuramente uccisi dalle stesse granate che hanno ferito Hadas e ucciso suo marito Adi.

Yasmin, quando le due fortissime esplosioni hanno colpito ho sentito come se volassi in aria,” Porat ha ricordato che le ha raccontato Dagan. “Mi ci sono voluti due o tre minuti per aprire gli occhi… Quando l’ho fatto o ho visto che il mio Adi stava morendo… A quel punto anche il tuo Tal ha smesso di muoversi.”

Porat ha spiegato che Dagan l’ha poi informata di come lo stesso carrarmato abbia ucciso anche il civile più giovane prigioniero nella casa, la dodicenne Liel Hatsroni.

Ricordo che, quand’ero lì la prima ora (della battaglia), lei (Liel Hatsroni) non ha mai smesso di gridare,” ha detto Porat a Kan, notando che i suoi ricordi coincidevano con quelli di Dagan. “La ragazzina non ha smesso di gridare in tutte quelle ore. Non smetteva di gridare,” Porat ricorda che Dagan le ha detto: “Yasmin, quando le due granate sono esplose lei ha smesso di gridare. Allora si è fatto silenzio.”

Quindi cosa ne deduci?” riflette Porat. “Che dopo quel gravissimo incidente, la sparatoria, che è terminata con due granate, è stato praticamente allora che tutti sono morti.”

Hatsroni e la sua prozia e tutrice Ayala sono state dichiarate ufficialmente morte solo un mese e mezzo dopo la battaglia perché di loro era rimasto ben poco per identificarle. Un parente delle Hatsroni ha detto a The Electronic Intifada che, dopo la battaglia, di Ayala, Liel e del suo fratello gemello Yanai sono rimaste solo ceneri.

Testimoni oculari uccisi a Gaza

Il confronto tra la cronologia degli avvenimenti e le testimonianze delle sopravvissute stabilisce che Liel Hatsroni è stata ferita a morte dalla quarta granata del carrarmato che si dice sia stata sparata alle 18,57, ed è probabile che contemporaneamente Yanai e Ayala siano stati feriti mortalmente.

Nel suo rapporto tuttavia l’esercito sostiene che la battaglia è continuata per altre due ore e mezza, fino alle 21,30, e durante questo tempo gli Hatsroni e gli altri quattro civili tenuti nella casa sono stati giustiziati dai combattenti palestinesi.

Questa versione dei fatti libera le forze israeliane dalla responsabilità per la loro morte, ma ciò è inequivocabilmente smentito dalla testimonianza di Hadas Dagan. Dopo aver descritto nei dettagli come il bombardamento del carrarmato abbia ucciso suo marito Adi, Hadas ha detto a Channel 12 come esso abbia posto fine alla battaglia nel suo complesso, ore prima rispetto a quello che sostiene l’esercito.

Ho sentito un altro sparo da dentro la casa e poi non ho più sentito niente. E ho aspettato che mi uccidessero. Non so quanto tempo sono rimasta distesa lì. Ho visto che non è spuntata nessuna testa. Ho visto le ombre, tutte. Nessuno si muoveva,” ha affermato.

Dagan ha detto a Channel 12 di essere stata effettivamente portata via dal campo di battaglia da forze israeliane verso le 20,15. “Improvvisamente ho sentito delle voci: ‘C’è un ostaggio che ha sollevato la testa!’ E ho visto puntini luminosi, lampadine frontali, e quelle figure armate nel buio. Mi hanno circondata,” ha ricordato Hadas a Channel 12.

Mi hanno messa seduta lì in un veicolo. Ho sentito che dicevano: ‘Ne abbiamo una qui gravemente ferita.’”

L’esercito conferma l’affermazione di Hadas Dagan secondo cui è stata portata via dal campo di battaglia a quell’ora, stimando che sia avvenuto alle 20,10. “I combattenti che cercavano di fare irruzione nella casa hanno notato Hadas Dagan ferita dal tetto della casa, ancora viva, e l’hanno evacuata lontano dalla casa”, afferma la sintesi.

Tuttavia nella narrazione dell’esercito l’allontanamento di Dagan dal campo di battaglia non avrebbe segnato la fine delle ostilità, ma piuttosto l’inizio di scontri più violenti.

Nel frattempo un combattente (israeliano) che parla arabo ha cercato di stabilire un dialogo con i terroristi, ma questi hanno sparato contro di loro in continuazione e non si sono arresi,” aggiunge la sintesi. “Nei primi minuti due combattenti di YAMAM sono stati gravemente feriti nella battaglia per fare irruzione nella casa.”

Poi, secondo il riassunto, alle 20,30 un soldato israeliano si è avvicinato alla casa dei Cohen ed ha preso contatto all’interno della casa con Ayala Hatsroni, che in quel momento sarebbe stata ancora viva. “Gli ha detto che avevano assassinato i suoi figli,” afferma la sintesi. Allora il soldato ha sentito “una lunga raffica di spari, e poi silenzio. Da quel momento i combattenti YAMAM non hanno più sentito grida o voci di ostaggi.”

La fonte dell’esercito per questa affermazione sospettosamente conveniente è il capo ispettore Arnon Zmora, ma la sua dichiarazione non può essere verificata in modo indipendente in quanto è stato ucciso in combattimento nella Striscia di Gaza all’inizio di giugno, un mese prima della pubblicazione del rapporto.

E ovviamente anche l’altra parte di questa presunta conversazione, Ayala Hatsroni, è morta. Allo stesso modo non si può ottenere una nuova testimonianza dal tenente colonello Salman Habaka, che ha sparato le ultime granate del carrarmato contro la casa dei Cohen, in quanto anche lui è stato ucciso nella Striscia di Gaza a novembre, e il comandante che l’ha chiamato perché partecipasse a quella battaglia è anche lui morto in combattimento una settimana dopo.

Giorni dopo la battaglia di Be’eri, quando gli è stato chiesto di deliziare gli israeliani con il racconto di “aver salvato una famiglia” il 7 ottobre, Habaka ha esitato, affermando solo che “abbiamo distrutto i terroristi prima di far entrare la fanteria per portar fuori la gente.”

Le prove suggeriscono in modo schiacciante che Habaka ha accuratamente descritto il combattimento alla casa di Pessi Cohen: prima le forze israeliane hanno sparato granate del carrarmato che hanno ucciso tutti quelli che si trovavano dentro e attorno alla casa, e solo dopo hanno evacuato l’unico civile sopravvissuto che era ancora lì, Hadas Dagan.

Nessuna prova di esecuzioni

La sintesi del rapporto completo dell’esercito israeliano fatta da Doron Kadosh nota che i corpi di tutti e sette i civili tenuti nella casa di Pessi Cohen – i tre Hatsroni, altre tre nonne abitanti a Be’eri e un palestinese di Gerusalemme est occupata che i combattenti della Qassam [la milizia armata di Hamas, ndt.] hanno obbligato a fungere da traduttore – erano carbonizzati. Le identità degli Hatsroni e del palestinese, Suhaib al-Razim, hanno potuto essere confermate solo grazie a test del DNA.

Eppure il rapporto dell’esercito sostiene che questi sette sono morti non a causa delle granate del carrarmato che potrebbero facilmente averli dilaniati, o del fuoco che ha totalmente bruciato i loro corpi, ma da colpi di arma da fuoco, da pallottole che sarebbero state sparate dai loro rapitori palestinesi prima che bruciassero.

Tuttavia l’esercito ammette che non ci sono prove di questa asserzione. “L’inchiesta afferma che la maggior parte degli ostaggi nella casa dei Cohen è stata uccisa dai terroristi e non colpita dalle granate (del carrarmato), ma ciò non può essere confermato, afferma l’IDF, perché i corpi sono stati bruciati,” ha informato Haaretz.

Oltretutto l’affermazione dell’esercito secondo cui i sette civili presi in ostaggio nella casa sono stati giustiziati dai loro rapitori palestinesi non può essere verificata “perché sia le forze di sicurezza che l’unità ZAKA che si è occupata dei cadaveri non hanno conservato in modo corretto le prove forensi dei corpi per consentire di verificare se sono stati uccisi da armi da fuoco o accoltellati,” ha notato il Jerusalem Post.

ZAKA, un’organizzazione ebraica ultra-ortodossa che raccoglie corpi e li prepara per l’inumazione rituale, è stata fondamentale nel diffondere numerose falsità riguardo agli eventi del 7 ottobre, inventando di sana pianta crimini di barbara atrocità mai avvenuti, ma che continuano ad essere utilizzati come pretesto e giustificazione del genocidio israeliano in corso a Gaza.

Familiari ancora all’oscuro

Mentre il rapporto dell’esercito sostiene di avere “presentato alle famiglie in lutto i propri accertamenti su come è morto ogni cittadino tenuto nell’edificio,” un rappresentante di una di queste famiglie ha negato alla rete nazionale israeliana di aver ricevuto questi esami.

Non abbiamo sentito niente di nuovo, non comprendiamo ancora come la maggioranza delle persone sia stata uccisa nella casa di Pessi, non hanno fatto le autopsie,” ha detto un parente a Kan Channel 11.

Il disappunto è stato condiviso da altri abitanti di Be’eri, ha detto la portavoce del kibbutz Miri Gat Mesika. “Sappiamo da quale angolo e dove il carrarmato è entrato, che tipo di granata ha usato, com’è fatta, ecc.,” ha detto alla testata israeliana Ynet. “Fino ad oggi non abbiamo ricevuto una risposta su come i nostri amici nella casa di Pessi siano stati uccisi quel giorno. Quello che era più importante e rilevante per noi è stato omesso nei dettagli e nelle conclusioni del rapporto.”

Comunque le cause della loro morte possono di fatto essere facilmente accertate incrociando il rapporto dell’esercito con la testimonianza resa dall’unica sopravvissuta all’ultimo bombardamento del tank, Hadas Dagan.

Se contiamo solo Liel Hatsroni, Adi Dagan e Tal Katz, che sono tutti morti sicuramente in seguito all’ultimo bombardamento da parte del carrarmato, raggiungiamo un bilancio minimo di tre civili uccisi dal fuoco del carrarmato. Se includiamo tutti e sette i civili tenuti nella casa che sono stati trovati carbonizzati (compresi i tre Hatsroni, Suhaib al-Razim, Zehava Hacker, Hannah Siton and Hava Ben-Ami) raggiungiamo il numero di nove civili probabilmente uccisi nella casa di Pessi Cohen dalle granate del carrarmato.

Un altro civile che era sdraiato sul prato, Tal Siton, è morto a causa del bombardamento da parte del carrarmato o nel fuoco incrociato che lo ha preceduto. Due civili, Ze’ev Hacker e Pessi Cohen, secondo la testimonianza di Hadas Dagan sono sicuramente morti durante le ore della sparatoria. Solo un civile, il fratellastro di Pessi Yitzhak Siton, sicuramente è morto per mano dei combattenti palestinesi, che gli hanno sparato a morte attraverso una porta all’inizio dell’occupazione del kibbutz.

Secondo il riassunto “la quarta e ultima granata è stata sparata” alle 18,57. E aggiunge: “Dopo il lancio di quattro granate e quando le forze hanno visto che i terroristi non si arrendevano, si è deciso di effettuare un’occupazione pianificata della casa ed è stata pianificata l’operazione per la presa della casa.”

Tuttavia questa “operazione di occupazione” non sarebbe iniziata fino alle 19,57, un’ora più tardi: “Comando ‘VAI’, l’operazione di conquista della casa è iniziata.”

Se Hiram ha davvero ordinato il bombardamento di una casa piena di ostaggi da parte del carrarmato “per mettere pressione sui terroristi”, come sostiene il capo di stato maggiore Herzi Halevi nella sintesi ufficiale, allora perché le forze sotto il comando di Hiram non hanno approfittato di quella pressione e non sono corse nella casa per eliminare i combattenti della resistenza che vi si trovavano, mentre erano colti di sorpresa dal bombardamento del carrarmato?

Perché le forze israeliane hanno aspettato, in base al loro stesso racconto, due ore dopo l’ordine di Hiram e un’ora dopo l’ultimo lancio di granate del carrarmato, quando il cielo era già buio?

L’ovvia risposta è che le forze israeliane non avevano più fretta di irrompere nella casa perché le decine di combattenti palestinesi e i sette civili che erano ancora all’interno erano già morti, inceneriti dal bombardamento da parte del carrarmato. A quanto pare la combustione della granata ha creato un tale inferno che è passata un’ora intera prima che i soldati israeliani mettessero piede all’interno. Ogni prova disponibile suggerisce che, ordinando il fuoco del carrarmato sulla casa di Pessi Cohen, probabilmente Hiram ha posto fine alle vite di almeno nove civili, sette dei quali bruciati vivi.

Un’accusa totalmente nuova

Così come sostiene senza prove che i civili all’interno della casa sono stati uccisi dai loro rapitori, il rapporto dell’esercito israeliano introduce un inedito pretesto per il bombardamento ordinato da Hiram: sarebbe stato giustificato dall’incombente minaccia da parte dei combattenti palestinesi di uccidere se stessi e i loro prigionieri.

Le affermazioni che supportano questo pretesto sono incongruenti sia all’interno del rapporto che alla luce delle precedenti asserzioni di quanti erano presenti sul posto.

Il resoconto ufficiale afferma: “Dopo che si è sentito sparare da dentro la casa e che i terroristi hanno comunicato l’intenzione di commettere suicidio e uccidere gli ostaggi, le forze di sicurezza hanno deciso di fare irruzione nella casa per cercare di salvare gli ostaggi e hanno condotto operazioni di combattimento in condizioni difficili.”

Pare sia la prima volta che Israele ha sostenuto che una esplicita minaccia rappresentata dai combattenti palestinesi abbia spinto Hiram a ordinare al carrarmato di fare fuoco.

Il resoconto ufficiale non specifica come questa minaccia sia stata comunicata, ma lascia l’impressione che sia avvenuto nel contesto dei negoziati con i rapitori.

La sintesi di Doron Kadosh, della radio dell’esercito israeliano, fornisce una versione in parte diversa. Sostiene che un gruppo dello Shin Bet avrebbe cercato di intercettare le comunicazioni tra i combattenti palestinesi nella casa di Pessi Cohen e i loro superiori nella Striscia di Gaza e che, dopo che le forze israeliane hanno fatto esplodere due granate del carrarmato fuori dalla casa, avrebbero sentito che i palestinesi annunciavano la loro intenzione di suicidarsi. Alle 16,32, nota il rapporto, “i terroristi hanno informato i loro comandanti che erano circondati e intendevano uccidersi.”

Al contrario la sintesi ufficiale non cita comunicazioni intercettate. Anche così, a differenza del resoconto ufficiale, la versione più dettagliata degli eventi fornita dalla sintesi di Kadosh non sostiene che i combattenti palestinesi abbiano affermato esplicitamente che pensavano di uccidere i prigionieri israeliani, ma solo che si volessero suicidare.

Cosa i combattenti palestinesi abbiano detto o pensato – sempre che qualcosa del racconto israeliano sia vero – senza audio o una trascrizione rimane una questione di supposizioni. Ma, data la nota dottrina della resistenza palestinese, più probabilmente i combattenti avrebbero detto di aver intenzione di morire come martiri – intendendo che, in una situazione in cui non avevano altre vie d’uscita, avrebbero combattuto fino alla morte certa piuttosto che arrendersi.

Non sarebbe stato lo stesso che uccidere intenzionalmente se stessi e gli ostaggi.

È anche da notare che le affermazioni dell’esercito israeliano secondo cui il suo attacco contro la casa era motivato dalla minaccia di uccidere i prigionieri guarda caso compaiono per la prima volta nel contesto di un rapporto che giustifica il bombardamento con i carrarmati e assolve l’ufficiale di alto grado che lo ha ordinato. Data l’incoerenza e la tardiva comparsa di questa affermazione, esse dovrebbero anche essere valutate alla luce di precedenti racconti forniti da quanti erano lì.

La sopravvissuta alla battaglia Yasmin Porat è stata coerente nei suoi resoconti: con parole sue, durante tutto il dramma i palestinesi hanno trattato i prigionieri “umanamente” e hanno garantito loro che non avevano intenzione di ucciderli.

Secondo Porat i combattenti non hanno maltrattato o fatto del male gratuitamente ai loro ostaggi. Il loro scopo dichiarato era portare gli israeliani a Gaza e rilasciarli rapidamente in cambio di palestinesi detenuti da Israele.

Quanto a Hiram, sembra non aver mai sostenuto in precedenza che i palestinesi abbiano comunicato l’intenzione di uccidere a breve se stessi e gli ostaggi, neppure nella sua intervista auto-giustificatoria e piena di invenzioni con Ilana Dayan, la conduttrice del prestigioso programma investigativo Uvda di Channel 12 del 26 ottobre 2023.

Hiram ha raccontato a Dayan che un gruppo di negoziatori portato sul posto “ha cercato di comunicare con loro e ha chiamato i rapitori palestinesi.

Hanno risposto?” chiede Dayan.

Ci hanno risposto con un razzo di RPG [lanciarazzi di fabbricazione sovietica, ndt.]” ha affermato Hiran. A quel punto, racconta Hiram a Dayan, ha ordinato alle forze speciali “di fare irruzione all’interno e cercare di salvare i cittadini intrappolati in quegli edifici.”

In quella “battaglia veramente eroica” – come l’ha definita l’adulatrice Dayan – Hiram ha sostenuto che sono stati salvati quattro ostaggi. Tuttavia in nessun momento le forze israeliane hanno salvato alcuna persona viva dalla casa e, come notato, non ci sono prove credibili che siano mai entrati nella casa se non molto dopo il bombardamento del carrarmato, quando tutti quelli che si trovavano all’interno erano già morti.

Neppure nel contesto di questo racconto largamente falso, fornito meno di tre settimane dopo i fatti, Hiram ha pensato di sostenere che la sua azione sia stata provocata da una minaccia di uccidere gli ostaggi e se stessi da parte dei rapitori.

Hiram ha parlato anche al New York Times per un articolo del 22 dicembre, che è stato uno dei pochissimi sui media occidentali ad occuparsi dell’incidente.

Secondo il Times, quando il 7 ottobre è scesa la notte nel kibbutz Be’eri il comandante della forza paramilitare specializzata, o gruppo SWAT, che si trovava sul posto e Hiram “hanno iniziato a discutere”. “Il comandante dello SWAT pensava che, in seguito alla comparsa di Porat e di uno dei combattenti palestinesi, altri rapitori si sarebbero arresi”. Ma Hiram “voleva che la situazione si risolvesse al tramonto,” ha riportato il Times.

Secondo il generale e altri testimoni pochi minuti dopo i miliziani hanno lanciato una granata anticarro a razzo,” secondo il Times.

I negoziati sono finiti,” ha ricordato di aver detto al comandante del carrarmato il generale Hiram. “Fate irruzione, anche a costo di vittime civili,” ha aggiunto il giornale.

È allora che un carrarmato ha sparato quello che il Times descrive come “due granate leggere” contro la casa. Come citato sul Times, Hiram non ha menzionato il fatto che i combattenti palestinesi avrebbero detto di aver intenzione di uccidere se stessi e gli ostaggi, da cui la necessità di un’azione immediata per salvarli.

Un altro veterano dell’incidente, un certo colonnello Ashi, ha rilasciato il proprio resoconto in un’intervista con la rete ufficiale israeliana Kan, mandata in onda il 1 marzo.

Secondo Ashi tutti i civili uccisi nella casa di Pessi Cohen erano già morti quando Hiram ha dato l’ordine di sparare le granate.

Non credo che ci fossero ancora persone vive lì,” ha affermato Ashi. “Per quanto ne so le bombe del carrarmato hanno colpito in alto, sopra le travi della casa, quindi non penso affatto che qualcuno ne sia rimasto ferito.”

Ashi ha aggiunto: “In seguito sono entrato nella casa e di nuovo non penso che qualcuno sia stato ferito dalla granata sparata all’interno.”

Il racconto di Ashi è totalmente smentito dalle sopravvissute Hadas Dagan e Yasmin Porat, e contraddice il suo stesso comandante Barak Hiram, che ha sostenuto che il bombardamento era motivato dal desiderio di liberare gli ostaggi vivi.

Nonostante le palesi contraddizioni con le mutevoli versioni degli eventi date da Hiram, neppure Ashi sostiene che un’imminente minaccia da parte dei rapitori palestinesi abbia provocato il bombardamento del carrarmato.

Pentola a pressione”?

Benché il rapporto non usi esplicitamente questo termine, il resoconto ufficiale dell’esercito israeliano sembra dipingere retrospettivamente l’incidente alla casa di Pessi Cohen come un’ordinaria applicazione della cosiddetta procedura militare della “pentola a pressione”, una forma di esecuzione extragiudiziaria abitualmente utilizzata contro i palestinesi nella Cisgiordania occupata.

Tuttavia c’è scritto che il bombardamento del carrarmato è stato effettuato “in modo professionale, una decisione congiunta presa congiuntamente dai comandanti di tutte le organizzazioni di sicurezza dopo un’attenta riflessione e una valutazione della situazione” con l’“intento di mettere pressione sui terroristi e salvare i civili presi in ostaggio all’interno.”

Nella procedura della pentola a pressione l’esercito circonda un edificio e vi spara contro proiettili progressivamente più potenti, iniziando con quelli piccoli, passando poi a mitragliatrici dei carrarmati, alle granate dei carrarmati o ai missili anticarro, nel tentativo di obbligare ad arrendersi una persona ricercata che si trova all’interno. Se si rifiuta di uscire alla fine le forze israeliane demoliscono la casa su di lei.

In tali casi la demolizione finale della casa intende uccidere gli occupanti. Persino in base agli standard dell’esercito israeliano questa forma di attacco ovviamente non sarebbe servita a salvare gli ostaggi.

Ma concepire l’incidente come l’applicazione di una procedura ben definita potrebbe, nella mente degli autori del rapporto, giustificare le uccisioni in un modo più presentabile per l’opinione pubblica israeliana.

Forse corrisponderebbe più adeguatamente alla direttiva Hannibal, la regola d’ingaggio dell’esercito israeliano, ampiamente applicata il 7 ottobre, che consente l’uccisione di prigionieri insieme ai loro rapitori per impedire che israeliani vengano presi in ostaggio come moneta di scambio.

Imputando ai combattenti della resistenza palestinese le orrende morti che ha provocato, l’esercito assolve il generale di brigata Barak Hiram e lo applaude per aver agito “in coordinamento e con professionalità di fronte a una situazione difficile e complessa.”

La conduzione della battaglia da parte di Hiram è stata guidata dall’obiettivo “di salvare quanti più cittadini possibile,” afferma il capo di stato maggiore Halevi nella sintesi ufficiale del rapporto in ebraico. L’11 luglio, presentando il rapporto ai media israeliani, il portavoce dell’esercito, contrammiraglio Daniel Hagari, ha lodato Hiram per il suo comportamento alla casa di Pessi Cohen il 7 ottobre: “Barak ha agito nel modo migliore possibile. Ha creato l’ordine dove c’era il caos,” ha affermato Hagari.

I complimenti dell’esercito per la conduzione delle operazioni da parte di Hiram quel giorno sarebbero stati eliminati dalla versione presentata, ore prima che il rapporto venisse reso pubblico, agli abitanti di Be’eri e ai loro parenti.

Se l’esercito avesse osato condividere con loro il suo grande elogio di Hiram “ogni uovo rimasto dopo la colazione gli sarebbe stato lanciato addosso,” ha detto a Ynet uno dei presenti.

Significative omissioni

Non sorprende che il rapporto non citi il modo in cui il colonello Golan Vach, comandante dell’unità di soccorso del fronte interno dell’esercito israeliano, ha raccolto i corpi dei morti dopo la battaglia e ha mentito su di essi alla stampa: ha detto a decine di giornalisti di aver raccolto personalmente nel soggiorno di Pessi Cohen i corpi carbonizzati di 15 israeliani, tra cui “otto neonati” che non sono mai esistiti.

Non fa menzione neppure del fatto che Hiram si è impossessato della storia inventata da Vach riguardo agli otto neonati giustiziati dai combattenti palestinesi e ha ripetuto questa sanguinosa calunnia senza fondamento nella sua intervista di ottobre a Ilana Dayan dell’israeliano Channel 12.

In quell’intervista Hiram ha mentito anche quando ha sostenuto che i combattenti palestinesi hanno legato gli otto inesistenti bambini insieme a due adulti e poi li hanno giustiziati tutti e dieci.

Come Dayan, la maggioranza dei media israeliani sta ripetendo acriticamente le menzogne dell’esercito riguardo alla battaglia presso la casa di Pessi Cohen e ignorando la notevole mole di prove che le smentiscono totalmente.

Akiva Novick, inviato dell’emittente pubblica israeliana Kan, ha rimproverato le critiche a Hiram su X, noto in precedenza come Twitter,: “Ora dovrebbero dimostrare umiltà e chiedergli scusa,” ha postato Novick dopo la pubblicazione del rapporto.

Un altro giornalista, Nati Kalish della stazione radiofonica religiosa Kol Chai, ha chiesto un’azione legale contro i detrattori di Hiram: “Chiunque dica anche solo la minima cosa sull’eroe israeliano Barak Hiram deve essere processato per calunnia,” ha twittato Kalish.

Hiram è stato osannato da un suo collega ufficiale che ha anche lui inventato storie di atrocità il 7 ottobre, il maggiore Davidi Ben Zion. “Barak Hiram, tu sei un eroe israeliano! Il popolo ebraico ti saluta,” ha twittato Ben Zion.

Ben Zion, che ha falsamente affermato di aver visto 40 neonati israeliani giustiziati da Hamas, ha aggiunto: “Grazie per quello che hai fatto a Be’eri e scusa per il coro di calunniatori che si è affrettato a giudicarti ingiustamente.”

Il portale d’informazione israeliano Walla ha dato notizia che, pronto ad essere promosso in anticipo a comandante della divisione Gaza o a un’altra posizione importante, il 15 luglio Hiram ha iniziato ad addestrare il successore che lo sostituirà come comandante della Brigata 99.

Benché abbia nascosto come il fuoco del carrarmato ha ucciso almeno tre civili e probabilmente tre volte tanto, se non di più, il rapporto critica anche duramente la condotta di soldati e ufficiali israeliani che il 7 ottobre hanno combattuto a Be’eri.

L’indagine ha rilevato che centinaia di soldati di varie unità si trovavano nei pressi dell’ingresso del kibbutz, ma non vi sono entrati; che le truppe hanno portato via soldati feriti anche mentre civili venivano uccisi nelle proprie case e rapiti verso la Striscia di Gaza; che non hanno aiutato i civili che cercavano di salvarsi; che a volte hanno lasciato il kibbutz senza aver informato i propri comandanti. Ha anche scoperto che i soldati hanno combattuto in modo non professionale in una zona piena di civili,” ha informato Haaretz.

L’IDF [l’esercito israeliano, ndt.] ha fallito nella sua missione di proteggere gli abitanti del kibbutz Be’eri,” ha concluso il portavoce militare Hagari. È penoso e difficile per me dirlo.”

Se questo è il disprezzo che Israele dimostra per le vite dei suoi stessi civili e per la verità riguardo a come sono morti, allora il suo spregio per le vite dei palestinesi, le vittime del genocidio da parte di Israele, non può che essere superiore come ordine di grandezza.

David Sheen è l’autore di Kahanism and American Politics: The Democratic Party’s Decades-Long Courtship of Racist Fanatics [Il Kahanismo e la politica americana: il fidanzamento durato decenni tra il partito Democratico e i razzisti fanatici] e Ali Abunimah è direttore esecutivo di The Electronic Intifada.

(tradotto dall’inglese da Amedeo Rossi)




Giustiziati nel sonno: come le forze israeliane hanno assassinato tre palestinesi durante un’incursione in un ospedale della Cisgiordania

SHATHA HANAYSHA

30 gennaio 2024 – Mondoweiss

Le forze israeliane travestite da operatori ospedalieri e civili sono entrate nell’ospedale Ibn Sina di Jenin e hanno assassinato tre palestinesi mentre dormivano. Questo sfrontato omicidio segna un’escalation senza precedenti nella guerra di Israele contro i palestinesi in Cisgiordania.

Abeer Al-Ghazawi è andata a dormire la scorsa notte sentendosi rassicurata, sapendo che suo figlio, Basel, era in un letto dell’ospedale Ibn Sina di Jenin, accompagnato da suo fratello Mohammed. Per lei l’ospedale rappresentava il posto più sicuro nella loro città natale, Jenin. Per mesi, l’esercito israeliano ha intensificato le sue operazioni nella città settentrionale della Cisgiordania e nel suo campo profughi, conducendo violenti raid e attacchi di droni che hanno ucciso decine di persone.

Basel, 19 anni, era in cura per un grave infortunio subito lo scorso ottobre quando un attacco di droni israeliani lo ha reso paraplegico, costretto su una sedia a rotelle. Ad accompagnarlo in ospedale c’erano il fratello maggiore Mohammed, 24 anni, e il loro amico Mohammed Jalamneh, 28 anni. Secondo testimoni, nelle prime ore del mattino di martedì 30 gennaio, i tre giovani dormivano nella stanza d’ospedale di Basel quando un’unità sotto copertura delle forze speciali israeliane è entrata nella loro stanza al terzo piano dell’ospedale e li ha giustiziati a bruciapelo, con armi da fuoco silenziate.

Una decina di membri delle forze speciali israeliane travestiti da operatori ospedalieri e civili palestinesi – tra cui soldati vestiti da donne palestinesi velate, uno con un marsupio per infanti e lavoratori dell’ospedale, e un altro travestito da paziente su sedia a rotelle – si sono infiltrati nell’unità di terapia intensiva dell’ospedale, aggredendo l’infermiera di turno.

Ripresi dalle telecamere a circuito chiuso, i soldati israeliani travestiti possono essere visti muoversi nel reparto ospedaliero con i fucili d’assalto spianati. Mentre alcuni soldati depongono i loro marsupi e altri travestimenti, si può vedere almeno un soldato che tiene sotto tiro un civile. Il civile è in ginocchio con le mani dietro la testa. Il soldato israeliano toglie la giacca all’uomo e poi gliela mette in testa.

Fuori dall’inquadratura delle riprese della telecamera di sorveglianza diffuse dall’ospedale Ibn Sina le forze speciali si sono fatte strada verso la stanza di Basel. Lì sono entrate nella stanza dove dormivano i tre giovani. I soldati hanno sparato cinque colpi, uccidendo Basel, suo fratello Mohammed e il loro amico Mohammed mentre dormivano. Nel giro di 10 minuti le forze si sono ritirate dalla scena.

Un testimone oculare e paziente dell’ospedale, che ha chiesto l’anonimato, ha informato Mondoweiss di aver sentito delle urla nel corridoio, di essere uscito e di aver visto tre persone armate davanti a lui. Uno dei soldati, ha raccontato il testimone, tratteneva l’infermiera di turno e “la picchiava continuamente sulla testa”.

I soldati hanno urlato all’uomo di tornare nella sua stanza. Ha detto a Mondoweiss che quando ha tentato di uscire di nuovo dalla sua stanza per vedere cosa stava succedendo i soldati hanno sparato verso la sua stanza.

Ha continuato affermando che, dopo che i soldati si erano ritirati, si è precipitato nella stanza in cui erano entrati solo per trovare i tre martiri “che giacevano nei loro letti, con il sangue che scorreva dalle loro teste”. Ha detto che l’operazione all’interno della stanza non è durata più di tre minuti e che si è reso conto, quando li ha sentiti parlare ebraico, che le persone che ha visto erano “musta’ribeen”, il termine arabo per le unità speciali delle forze israeliane che si travestono da palestinesi per effettuare rapimenti e omicidi nei territori palestinesi occupati.

Il testimone ha descritto quello che ha visto come “la scena più straziante” a cui aveva assistito in vita sua. Quando ha cercato di sdraiarsi e riposare dopo l’attacco ha detto che non riusciva a dormire, perché la scena orribile dei letti d’ospedale insanguinati gli scorreva nella mente.

Mondoweiss ha visitato la scena dell’assassinio poche ore dopo che ha avuto luogo. Il letto accessibile ai disabili dove dormiva Basel era macchiato di sangue. Il cuscino su cui giaceva era insanguinato e coperto di frammenti di cervello e cranio.

Accanto al letto di Basel c’erano i resti del suo ultimo pasto.

Inoltre il sangue di suo fratello e del loro amico era schizzato sulle pareti e sul pavimento della stanza dove dormivano.

Lo Shin Bet (Shabak), l’agenzia di intelligence interna israeliana, e l’esercito israeliano hanno riconosciuto in una dichiarazione congiunta di essere coinvolti nell’operazione all’interno dell’ospedale. Hanno dichiarato di aver “bloccato un gruppo di militanti di Hamas che si nascondevano nell’ospedale Ibn Sina nella città di Jenin mentre pianificavano di lanciare un attacco a breve”.

Mohammed Jalamneh è stato rivendicato da Hamas come un suo membro e i due fratelli, Basel e Mohammed, sono stati rivendicati come membri dal gruppo palestinese della Jihad islamica. Si dice che tutti e tre i giovani fossero combattenti della Brigata Jenin, un gruppo di resistenza palestinese all’interno di Jenin e nel campo profughi di Jenin che comprende più fazioni della resistenza.

Mentre Basel era effettivamente disabile e relegato su una sedia a rotelle, né lui né suo fratello o l’amico erano attivamente impegnati in un combattimento armato quando sono stati colpiti alla testa. Secondo l’ospedale quando sono stati assassinati i tre stavano dormendo.

Tuttavia, nonostante le gravi accuse secondo cui l’assassinio costituisce un crimine di guerra, i responsabili israeliani hanno festeggiato l’operazione.

“Mi congratulo vivamente con i commando della marina della polizia israeliana per la loro impressionante operazione di ieri sera in collaborazione con l’IDF e lo Shin Bet nel campo profughi di Jenin che ha portato all’eliminazione di tre terroristi”, ha dichiarato il Ministro della Sicurezza Nazionale israeliano Itamar Ben Gvir nel corso del video su X (ex Twitter).

Walid Jalamneh, padre del martire Mohammed, ha respinto e denunciato la dichiarazione ufficiale dell’esercito israeliano esprimendo il suo sgomento per l’intrusione nell’ospedale e la violazione della sacralità delle strutture mediche. Ha affermato che l’attacco è stato un “crimine evidente e una violazione delle leggi internazionali”.

Ha detto: “Sì, è vero che mio figlio è ricercato dagli occupanti [israeliani], ma l’irruzione nell’ospedale in questo modo mentre era in compagnia del suo amico e il suo fratello malato è un crimine

La Brigata Jenin, l’ala militare del Movimento della Jihad islamica, ha denunciato in un comunicato l’assassinio dei tre martiri all’interno dell’ospedale.

Il gruppo ha promesso di rispondere e ha affermato il proprio impegno a “continuare il cammino aperto dai martiri con il loro sangue puro”, sostenendo che questi omicidi non indeboliranno la loro determinazione.

Il Ministero della Sanità palestinese ha rilasciato una dichiarazione in cui invita urgentemente l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, le istituzioni internazionali e le organizzazioni per i diritti umani a porre tempestivamente fine alla “serie quotidiana di crimini commessi dall’occupazione contro le persone e i centri sanitari nella Striscia di Gaza” e in Cisgiordania” e ad offrire la “protezione necessaria alle strutture e al personale medico”.

La dichiarazione sottolinea inoltre che questo crimine è “parte di una serie di decine di crimini commessi dalle forze di occupazione contro strutture e personale medico” e ricorda che il diritto internazionale prevede una protezione generale e specifica per i luoghi civili, compresi gli ospedali, come stipulato nella Quarta Convenzione di Ginevra e Primo e Secondo Protocollo aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra del 1977, nonché dalla Convenzione dell’Aja del 1954.

Wesam Sbeihat, direttore del Ministero della Salute a Jenin, ha dichiarato a Mondoweiss: “L’intrusione nei reparti e nelle stanze dell’ospedale, così come l’esecuzione e l’assassinio all’interno dell’ospedale di un paziente e dei suoi compagni è un crimine che viene documentato e aggiunto all’elenco dei crimini dell’occupazione contro le équipe mediche e gli ospedali. L’occupazione deve essere ritenuta responsabile dei suoi crimini”.

Sbeihat ha proseguito: “Abbiamo anche il referto medico del paziente assassinato oggi; è stato sottoposto a riabilitazione medica per mesi contrariamente a quanto affermato dagli occupanti secondo cui si nascondeva all’interno dell’ospedale”.

Dal 2022 Israele tenta di eliminare la resistenza nel campo e nella città di Jenin attraverso vari mezzi, tra cui bombardamenti aerei, omicidi ed esecuzioni di militanti. Tuttavia questa è la prima volta che gli occupanti hanno invaso un ospedale ed effettuato un’operazione di assassinio al suo interno.

Questo fatto è anche successo pochi giorni dopo che la Corte Internazionale di Giustizia ha stabilito che l’accusa di genocidio avanzata dal Sudafrica contro Israele era “plausibile”, ordinando a Israele di “prevenire atti di genocidio” a Gaza.

Dall’inizio della campagna militare israeliana nella Striscia di Gaza il 7 ottobre l’esercito e il governo israeliani hanno continuato a perpetuare la narrazione secondo cui i gruppi militanti palestinesi utilizzano gli ospedali per le loro operazioni. Nonostante la mancanza di prove concrete dell’esistenza di “centri di comando” di Hamas all’interno o sotto gli ospedali di Gaza, Israele ha continuato ad attaccare gli ospedali di Gaza mentre le sue forze di terra si facevano strada attraverso la Striscia.

Il capo di stato maggiore dell’esercito israeliano, Herzi Halevi, ha commentato l’assassinio avvenuto in ospedale, sostenendo che i tre giovani erano “coinvolti in una cellula terroristica che pianificava un grave attacco contro civili israeliani”. Halevi ha affermato che l’esercito israeliano “non permetterà che gli ospedali diventino una copertura per il terrorismo”.

Ha continuato: “Non vogliamo trasformare gli ospedali in campi di battaglia. Ma siamo ancora più determinati a non permettere che gli ospedali a Gaza, in Giudea e Samaria [così chiamano la Cisgiordania, ndtr.], in Libano, in superficie o nei cunicoli dei tunnel e nei tunnel sotto gli ospedali, diventino un luogo che funge da copertura per il terrorismo e che consente ai terroristi di nascondere armi, riposarsi, uscire per sferrare un attacco”.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Guerra Israele-Palestina: coloni e soldati “commettono gravi abusi” su palestinesi e attivisti

Redazione di MEE

19 ottobre 2023 – Middle East Eye

Sulla base di un report di Haaretz tre palestinesi e cinque attivisti israeliani di sinistra detenuti, legati, picchiati e umiliati sessualmente dalle forze israeliane

Uno degli uomini, Mohammed Matar, 46 anni, noto come Abu Hassan, ha riferito ad Haaretz che quanto hanno vissuto è stato simile alle torture e agli abusi sui prigionieri perpetrati dalle forze statunitensi nella prigione irachena di Abu Ghraib.

I palestinesi sono stati rilasciati in serata da funzionari dellAmministrazione Civile, lorgano di governo israeliano nella Cisgiordania occupata. Sono stati portati all’ospedale di Ramallah gravemente feriti e dopo aver subito il furto della maggior parte delle cose in loro possesso, tra cui un’auto e dei contanti.

Un portavoce dell’esercito israeliano ha detto ad Haaretz che è stata aperta un’indagine sull’incidente e che come risultato un comandante è stato rimosso.

I Palestinesi denudati e torturati dai coloni. Foto (social media)

Lo stesso giorno degli attivisti israeliani di sinistra giunti sul posto con un bambino sono stati aggrediti e trattenuti per diverse ore.

I soldati e i coloni hanno minacciato di ucciderli e hanno continuato a picchiare alcuni di loro. Gli attivisti, che sono stati rilasciati dopo tre ore di prigionia, hanno raccontato che a un certo punto un giovane colono in abiti civili è stato incaricato di sorvegliarli.

La violenza dei coloni

Abu Hassan e Mohammed Khaled, 27 anni, entrambi dipendenti dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) che avevano trascorso sette settimane a Wadi al-Siq in aiuto degli abitanti, hanno riferito al giornalista di Haaretz Hagar Shezaf che erano già saliti in macchina per lasciare il villaggio quando sono arrivati i coloni e i soldati in uniforme militare, tutti armati e per la maggior parte a volto coperto”.

Secondo quando riferito da Abu Hassan e Khaled i coloni, dopo averli catturati, bloccati a terra e legate le loro mani con delle corde hanno iniziato a picchiarli con le armi, tenendo la loro testa bloccata al suolo e calpestandoli.

Sono stati mostrati alcuni coltelli, secondo i coloni e i soldati di proprietà dei palestinesi, ma che secondo questi ultimi erano stati introdotti nei loro bagagli.

I prigionieri palestinesi hanno detto ad Haaretz che durante la loro prigionia ad un certo punto è sopraggiunto del personale che ha dichiarato di far parte dello Shin Bet, lagenzia di sicurezza interna israeliana, che li ha interrogati e commesso abusi su di loro. Lo Shin Bet ha negato le accuse.

I tre palestinesi detenuti e torturati hanno riferito che era difficile distinguere i coloni dai soldati.

I prigionieri affermano che dopo una prima fase della detenzione sono stati condotti con gli occhi bendati e le mani legate con filo d’acciaio in un edificio vuoto.

“Ci hanno messo a pancia in giù e uno di loro ha portato un coltello e ci ha strappato i vestiti”, dice Abu Hassan ad Haaretz. Siamo rimasti solo in mutande”.

Hanno continuato a picchiarci, afferma Khaled. Ci hanno picchiati anche con un tubo di ferro e dei coltelli. Mi hanno colpito ovunque, sulle mani, sul petto e sulla testa. Ovunque. Ci hanno spento addosso le sigarette, hanno cercato di strapparmi le unghie”.

Abu Hassan dice che la sua faccia è stata sbattuta nella spazzatura ed escrementi che coprivano il pavimento dell’edificio. Sono stati interrogati e gli è stato chiesto ripetutamente dove intendessero “effettuare l’attacco con i coltelli” che sostenevano fossero in nostro possesso. Riferiscono di aver anche subito domande personali sulle loro famiglie.

La violenza è continuata per tutto il tempo, dice Abu Hassan ad Haaretz. Ci hanno versato addosso dellacqua, ci hanno urinato addosso. Dopodiché qualcuno con in mano un bastone ha provato a ficcarmelo nel sedere. Ho resistito con tutte le mie forze finché non ha desistito”.

Secondo i due palestinesi dopo circa sei ore sono stati portati fuori dall’edificio pieno di escrementi, a piedi nudi e in mutande. Non erano a conoscenza della presenza di un terzo palestinese, Majed, che era stato legato con una corda e a cui era stato sequestrato il telefono e che in seguito ha trascorso due notti in ospedale.

I tre palestinesi sono stati rilasciati in serata.

“Tutti gli arabi sono una merda”

Secondo il report nel frattempo cinque attivisti israeliani di sinistra sono stati trattenuti per ore dai coloni.

Quando ci hanno visto, hanno iniziato a inseguirci, ha riferito ad Haaretz uno degli attivisti. “Alcuni di loro erano in uniforme, o per metà in uniforme e per metà in abiti civili, ma i veicoli erano civili.”

Abu Hassan dice ad Haaretz che pensava di essere stato preso di mira e sottoposto ad abusi così gravi in quanto conosciuto tra i coloni come attivista che aiuta le comunità di pastori della zona.

“Hanno voluto trasmettere due messaggi: primo, che gli ebrei sono furiosi in seguito [ai fatti riguardanti, ndt.] la Striscia di Gaza, secondo, che noi arabi non dobbiamo osare a metterci contro di loro”, prosegue.

Ho detto loro che ero contro Hamas e contro la Jihad islamica palestinese ma a loro non interessava. Hanno detto che tutti gli arabi sono una merda e che dovremmo essere mandarli in Giordania. Ciò che è accaduto non ha nulla a che fare con la legge, lordine o la condotta di un Paese civile. Si tratta semplicemente di gang coordinate”.

Gli eventi si svolgono in un contesto di crescente violenza e tensione in Cisgiordania a causa della guerra israelo-palestinese in corso.

Le forze israeliane hanno imposto un rigido blocco in tutta la Cisgiordania, chiudendo le città, posizionando barriere e blocchi di cemento agli ingressi di villaggi e città e sparando sui manifestanti.

Dal 7 ottobre, dopo lo scoppio della guerra a seguito di un attacco a sorpresa condotto da Hamas contro Israele, hanno ucciso decine di civili palestinesi e ne hanno arrestato almeno 870. Allo stesso tempo, gli attacchi dei coloni sono aumentati del 40%.

Dallo scoppio della guerra nella Cisgiordania occupata sono state uccise almeno 72 persone mentre a Gaza sono morte almeno 3.785 persone e 1.400 in Israele.

Martedì scorso, due giorni prima dellattacco contro i palestinesi e gli attivisti di sinistra, il ministro israeliano di estrema destra della sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir ha annunciato che il suo ministero è in procinto di acquistare 10.000 fucili per armare le squadre di sicurezza civile anche negli insediamenti coloniali in Cisgiordania.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)