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Un esperto di antisemitismo sostiene che i progressisti “hanno il diritto di escludere i sionisti”

Nasim Ahmed

7 settembre 2022-Middle East Monitor

 

Un importante esperto di antisemitismo ha affermato che i gruppi dei campus universitari “hanno il diritto di escludere i sionisti”. Scrivendo sul Times of Israel, Kenneth Stern ha affermato che, sebbene possa essere “offensivo” e controproducente, il diritto dei gruppi progressisti di escludere i sostenitori dello stato di occupazione deve essere rispettato. Stern è un avvocato statunitense che ha avuto un ruolo chiave nella stesura della controversa definizione di antisemitismo dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA).

Il suo intervento fa seguito al crescente dibattito sull’esclusione degli studenti sionisti dagli spazi progressisti. Fondato sugli ideali etno-nazionalisti del sionismo, Israele è visto da lungo tempo nei circoli progressisti come un paese razzista che sostiene il colonialismo di insediamento e la pulizia etnica. Questo punto di vista si è progressivamente diffuso negli ultimi tempi dopo che importanti gruppi per i diritti umani hanno accusato Israele di commettere il crimine di apartheid.

Con il sionismo sempre più visto come un’ideologia razzista e imperialista, i gruppi che sostengono l’uguaglianza, i diritti umani, i diritti delle minoranze e i valori progressisti in generale, escludono sempre più spesso i sostenitori di Israele dai loro spazi. Ciò è accaduto nonostante le affermazioni che il sionismo e l’affinità elettiva con lo stato dell’apartheid siano parti intrinseche dell’identità ebraica. I critici, tuttavia, hanno a lungo messo in discussione questa argomentazione e hanno respinto l’affermazione che un’ideologia politica dovrebbe essere trattata come una “categoria da proteggere [dalle discriminazioni, ndt.]” allo stesso modo del genere, della religione e della razza.

La recente polemica sulla definizione dell’IHRA è in gran parte una richiesta da parte di gruppi filo-israeliani di un consenso più ampio nel sostenere la loro affermazione che il sionismo e il sostegno allo Stato di Israele siano accettati come una categoria del genere. È una forma di difesa eccezionalista che viene respinta in blocco quando altri gruppi nella società fanno richieste simili. Ad esempio, l’ideologia politica dell'”islamismo” o il desiderio di creare uno “Stato islamico” non solo sono violentemente contrastati e condannati, ma anche qualsiasi musulmano che insista affinché le proprie opinioni politiche e la propria religione ricevano una protezione speciale viene prontamente e giustamente respinto.

Un esempio simile sarebbe se il governo indiano del BJP di estrema destra sotto il primo ministro Narendra Modi e i sostenitori di Hindutva [forma predominante di nazionalismo indù, ndt.] affermassero che è razzista e anti-indù mettere in discussione la loro richiesta di creare uno Stato esclusivamente indù. Come sta diventando sempre più chiaro, nella loro ricerca di rimodellare l’India come Stato indù, gli estremisti Hindutva si sono messi in rotta di collisione con la costituzione laica del Paese. L’istanza che l’India sia l’unico stato indù al mondo non dovrebbe fare la differenza, ma l’obiettivo è comunque la riforma dell’India come Stato etno-religioso che offre diritti e privilegi speciali agli indù all’interno di un sistema di cittadinanza a più livelli [di diritti, ndt] Lo stato modello che questi indù aspirano a replicare è Israele. Il parallelo tra le due ideologie è un potente esempio dello status speciale concesso al sionismo.

A Israele e ai suoi sostenitori viene concesso un privilegio che non è esteso a nessun’altra comunità politica. Gli enti pubblici e le istituzioni private in tutto il mondo occidentale non solo hanno acconsentito alla loro richiesta, ma hanno anche adottato la presunta “definizione funzionale” di antisemitismo prodotta dall’IHRA che confonde le legittime critiche a Israele e al sionismo con il razzismo antiebraico.

Stern non compara il sionismo a ideologie simili nel resto del mondo, ma insiste nel trattare Israele e la sua ideologia fondante allo stesso modo di qualsiasi altra ideologia politica e dei suoi seguaci. Il diritto di criticare liberamente senza essere etichettato come razzista dovrebbe essere salvaguardato, sostiene. Ammette che il sionismo stesso è termine controverso ma, tuttavia, i sentimenti su ciò che il sionismo significa personalmente per alcuni ebrei non dovrebbero essere una scusa per reprimere la libertà di parola etichettando le persone come “antisemiti” per aver criticato l’ideologia fondatrice di Israele.

Commentando le diverse percezioni del sionismo e le ragioni per cui i progressisti escludono i sostenitori di Israele, Stern ha detto: “Alcuni studenti progressisti possono interpretare il sionismo come un termine per il trattamento riservato da Israele ai palestinesi; altri possono comprendere il sionismo come la maggior parte degli studenti ebrei: il diritto degli ebrei all’autodeterminazione nella loro patria storica”.

Ha spiegato che un numero significativo e crescente di ebrei è “agnostico” riguardo al sionismo o è antisionista, il che sembra suggerire che il sionismo e l’affinità con Israele non sono così rilevanti per l’identità ebraica come affermano i gruppi filo-israeliani.

“Gli studenti antisionisti possono pensare che lasciare che un sionista lavori tra loro equivalga a non considerare se qualcuno sia nazista”, ha detto Stern, “proprio come alcune organizzazioni ebraiche potrebbero ritenere che ammettere ebrei che sostengono il Boicottaggio/Disinvestimento/Sanzioni (Il movimento BDS) contro Israele sia sottovalutarne l’antisemitismo”. Stern non è d’accordo con entrambe le posizioni ma gli studenti del campus devono poter scegliere la loro politica.”

Alle prese con la questione centrale del pezzo sul Times of Israel — se sia antisemita escludere i sionisti dagli spazi progressisti — Stern difende il diritto dei gruppi progressisti ad essere selettivi. “Se un gruppo decide che per essere un membro bisogna avere una visione particolare di Israele e del sionismo, il diritto a prendere tale decisione deve essere rispettato. Chi non è ammesso, anche se l’esclusione fa male, può trovare altri modi per esprimersi, anche creando nuovi gruppi e coalizioni”.

Stern ha criticato il modo in cui la definizione IHRA di antisemitismo è stata utilizzata da gruppi filo-israeliani contro i critici dello Stato di apartheid. Il suo ultimo intervento è un’altra difesa della libertà di associazione e di parola contro ciò che molti dicono essere una repressione delle voci pro-palestinesi e contro i pericoli di sovrapporre antisionismo ad antisemitismo.

“I gruppi ebraici hanno usato la definizione come arma per affermare che le espressioni antisioniste sono intrinsecamente antisemite e devono essere soppresse”, aveva scritto Stern sul Times of Israel due anni fa. Le preoccupazioni da lui sollevate rafforzano l’affermazione che la lotta contro l’antisemitismo, come sostiene il commentatore ebreo americano Peter Beinart, ha “perso la strada”.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Middle East Monitor.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Storia della Brigata ebraica. Gli ebrei della Palestina che combatterono in Italia nella Seconda guerra mondiale,

G.Fantoni 

Einaudi, Torino, 2022.

25 aprile 2022, Recensione di Amedeo Rossi

Dopo la pausa forzata dovuta all’epidemia di COVID-19, è ripresa come ogni anno la polemica relativa alla presenza di bandiere palestinesi e di quelle israeliane durante le commemorazioni del 25 aprile, anche se questa volta messe in ombra dalle contestazioni dalle bandiere NATO.

Pubblicato nel gennaio scorso, questo libro rappresenta probabilmente il saggio più completo ed aggiornato sull’argomento e aiuta a fare chiarezza su una serie di questioni non esclusivamente accademiche. Il saggio è diviso in due parti: la prima ricostruisce le varie vicende che portarono alla costituzione della brigata e partecipazione ad alcuni eventi bellici in Italia, nonché le sue attività successive nel nostro Paese e in Austria e Belgio; la seconda si occupa delle ragioni per cui in Italia questa vicenda ha provocato un accanito dibattito e tante polemiche.

Uno dei motivi del lungo oblio che ne ha oscurato la memoria è dovuto alla consistenza numerica (4.000 militari) e il fatto che partecipò alla campagna d’Italia quando ormai le truppe tedesche erano in ritirata. Essa combatté sostanzialmente in due scontri, in Romagna e poi in Emilia, mentre per il resto il suo apporto fu assolutamente trascurabile. Dopo la fine della guerra si dedicò all’assistenza ai profughi ebrei sopravvissuti alle persecuzioni e al tentativo di portare quelli atti alle armi in Palestina per ridurre il divario demografico rispetto alla popolazione arabo-palestinese. Alcuni componenti della brigata furono protagonisti di vendette contro ex-SS e anche civili tedeschi per le terribili sofferenze e le stragi perpetrate dai nazisti a danno degli ebrei.

La parte più interessante e significativa del libro è però la seconda. A parere di Fantoni si tratta di un tipico caso di uso politico della storia: “La Brigata ebraica serviva infatti a rilanciare la storiografia israeliana classica, essenzialmente basata su una lettura sionista della storia del mandato [britannico] palestinese e della fondazione di Israele.”

Questo recupero della memoria della Brigata, ricorda l’autore, è avvenuto prima in area anglosassone, tuttavia è in Italia che ha avuto le maggiori ripercussioni nel dibattito pubblico, in primo luogo per ragioni interne. La fine della Prima Repubblica ha dato il via ad un “uso sfacciato della storia nell’agone politico” sottolinea. Basti pensare alle varie commemorazioni che hanno ridefinito le occasioni di celebrazione ridefinendo il nostro passato, ultima ma non meno problematica l’istituzione della “Giornata nazionale della memoria e del sacrificio alpino”, il 26 gennaio di ogni anno, in ricordo della battaglia di Nikolajewka.

Le polemiche sulla Brigata ebraica si inquadrano in questo contesto. La destra, vecchia e nuova, intende evitare le accuse di antisemitismo legate alla storia del fascismo e indicare come suo principale, se non esclusivo, torto le leggi razziali. La “sinistra” vede nell’appoggio a Israele e alla sua narrazione l’opportunità di ribadire l’appartenenza al blocco occidentale.

Anche Israele ha tutto l’interesse a utilizzare la memoria della Brigata ebraica. Sottolineando la partecipazione sionista alla lotta contro il nazi-fascismo ribadisce la propria collocazione nel campo delle democrazie occidentali, e nel contempo intende sottolineare il presunto filo-fascismo e filo-nazismo degli arabi in generale e dei palestinesi in particolare.

In Italia, ricorda Fantoni, la questione della Brigata ebraica è diventata fonte di polemiche a partire dal 2004, quando era ormai evidente il fallimento del cosiddetto processo di pace (gli accordi di Oslo) Era necessario far dimenticare alla comunità internazionale il fatto che in quei 10 anni la colonizzazione dei territori occupati, la ragione principale del fallimento di Oslo, era continuata. Nel contempo le opere dei nuovi storici israeliani avevano iniziato a demolire tutti i miti fondativi del cosiddetto Stato ebraico costruiti dalla narrazione sionista. Sostenere che l’avversione degli arabi, e dei palestinesi in particolare, non era dovuta alla pulizia etnica, alla colonizzazione, all’oppressione ma all’antisemitismo intrinseco alla loro mentalità e alla religione islamica era funzionale a ribaltare le possibili critiche. Ciò sollevava Israele da ogni responsabilità, ed anzi lo legittimava a resistere. Da qui l’insistenza di storici e politici sionisti sul legame tra Hitler e Mohammed Amin al-Husseini, il Gran Muftí di Gerusalemme, indicato come l’unico rappresentante politico dei palestinesi.

Il libro di Fantoni confuta in modo dettagliato non solo queste affermazioni palesemente false, ma anche l’effettiva rappresentatività di Husseini rispetto al mondo politico palestinese dell’epoca, ricordando anche che molti arabo-palestinesi combatterono nelle file degli eserciti alleati. Lo stesso Ben-Gurion ebbe il coraggio di ammettere: “Ci sono stati l’antisemitismo, i nazisti, Hitler, Auschwitz, ma loro [i palestinesi] in questo cosa c’entravano? Essi vedono una sola cosa: siamo venuti e abbiamo rubato il loro paese. Perché dovrebbero accettarlo?” Un altro elemento che viene sollevato a sfavore dei palestinesi, afferma giustamente l’autore, è il fatto che sono in maggioranza musulmani, e quindi stigmatizzati in quanto tali.

Oltre a ribadire la scarsa importanza di un personaggio ambiguo e screditato come il Gran Muftí, Fantoni accenna alle simpatie di Jabotinsky e di altri dirigenti della destra sionista nei confronti di Mussolini. È un riferimento che sarebbe stato utile approfondire, in quanto i rapporti tra i capi sionisti sia di destra che di “sinistra” con fascismo e nazismo furono tutt’altro che cristallini. Ad esempio essi non interruppero mai i rapporti economici con la Germania nazista, e Jabotinsky non si limitò a “esprimere in alcune lettere ammirazione per il fascismo italiano”, ma arrivò ad incolpare delle leggi razziali le attività degli ebrei antifascisti.

In conclusione, riguardo allo specifico problema delle polemiche che accompagnano le celebrazioni del 25 aprile, Fantoni sostiene una posizione in parte condivisibile: da anni si assiste ad un attacco condotto sia dalla destra che dal centro-sinistra nei confronti di questa ricorrenza e dell’ANPI. A suo parere la soluzione sarebbe non alimentare ulteriori polemiche, limitandosi a salvaguardare la memoria dei combattenti che liberarono il nostro Paese dalla dittatura, per “disinnescare una polemica che contribuisce a danneggiare un fronte antifascista già parecchio indebolito”. Quindi niente bandiere palestinesi o israeliane, ma neppure di altri Paesi che sono stati o sono protagonisti di una coraggiosa resistenza all’oppressione? Il punto m) dell’articolo 2 dello Statuto dell’ANPI cita tra gli scopi dell’associazione “dare aiuto e appoggio a tutti coloro che si battono, singolarmente o in associazione, per quei valori di libertà e di democrazia che sono stati fondamento della guerra partigiana e in essa hanno trovato la loro più alta espressione.” Se quella dei partigiani è una memoria viva è perché si perpetua in chi oggi combatte la stessa battaglia ovunque nel mondo e in chi con queste lotte solidarizza, non perché si rinnova con una ritualità puramente celebrativa. Per questo pare scontata quanto consolatoria la conclusione del libro: “Gli storici […] possono avere un ruolo importante per costruire un futuro di comprensione e di pace, in Palestina come altrove. Questo libro vuole essere un contributo in tale direzione.” Proprio la ricerca storica, compresi i nuovi storici israeliani, spesso citati nel libro, ha indicato chiaramente le responsabilità nel conflitto. Una parte sempre più consistente dell’ebraismo, soprattutto negli USA, le sta riconoscendo. La differenza tra chi difende senza distinguo Israele e chi propugna invece gli ideali universalistici incarnati nella Resistenza italiana è stata a suo tempo sintetizzata efficacemente da Philip Wohlstetter, intellettuale ebreo statunitense: “Per [Elie] Wiesel era ‘mai più a noi’; per [Primo] Levi ‘mai più a nessuno’.”

Chi celebra insieme alla Liberazione le lotte attuali degli altri popoli non può che concordare con Primo Levi. Ed è su questa contrapposizione che si giocano le polemiche sulla presenza delle bandiere palestinesi o su quelle della Brigata ebraica alle manifestazioni del 25 aprile.




GERUSALEMME. Re Davide contro gli abitanti di Silwan

GERUSALEMME. Re Davide contro gli abitanti di Silwan

Michele Giorgio

Novembre 2021 – Pagine Esteri

«La storia di re Davide e le radici della sua dinastia sono qui, tra questi scavi, tra queste pietre. La storia di re Davide è quella di Gerusalemme e di Israele, da tremila anni fa fino ai nostri giorni». La guida, un giovane sulla trentina, sorride, accompagna la sua narrazione con movimenti lenti della testa e delle mani rivolgendosi a un gruppo di turisti seduti sugli spalti che si affacciano sugli scavi. La vista dal “Parco archeologico della Città di Davide” è mozzafiato. In alto si scorgono le mura antiche di Gerusalemme con le cupole delle moschee di Al Aqsa e della Roccia, il terzo luogo santo dell’Islam e, secondo la tradizione ebraica, l’area del biblico Tempio. Di fronte, ad est, dominano il Monte degli Ulivi e l’antico cimitero ebraico. In basso c’è la piscina di Shiloah. La giovane guida, come i suoi colleghi, abbina costantemente archeologia e narrazione delle gesta di re Davide e di eroici combattenti ebrei lanciati alla conquista di Gerusalemme e poi nella difesa della città. Un mix che si può ascoltare anche nei filmati descrittivi disponibili nel parco, visitato ogni anno prima della pandemia da mezzo milione di turisti e gestito interamente, con l’approvazione delle autorità comunali e governative, dalla Elad, società del movimento dei coloni israeliani insediati nella zona araba di Gerusalemme, occupata nel 1967. Guide turistiche e filmati rendono invisibile una presenza ben evidente ma che “stona” all’interno della narrazione ufficiale del luogo: le centinaia e centinaia di case palestinesi del quartiere di Silwan, che avvolgono il “sito archeologico”. Abitazioni che a decine rischiano di essere demolite o confiscate ai loro proprietari palestinesi per far posto ai coloni israeliani.

Nella “Città di Davide” non c’è spazio per una storia più articolata. Il resoconto offerto tra leggenda e storia è dominante. Qui il racconto biblico è una verità assoluta, guai a sollevare dubbi perché è considerato una sorta trattato di politica internazionale, di fatto accreditato e firmato anche dagli Stati uniti. L’ex ambasciatore Usa in Israele, David Friedman, partecipando nell’estate di due anni fa alla cerimonia di inaugurazione, nell’area della “Città di Davide”, quella della cosiddetta Via del Pellegrinaggio, il percorso che anticamente avrebbe collegato la piscina di Siloam al Monte del Tempio, ha dichiarato perentorio che «Essa porta alla luce la verità storica di quel periodo cruciale della storia ebraica. La pace tra Israele e palestinesi deve basarsi su un fondamento di verità. La Città di David contribuisce al nostro obiettivo collettivo di perseguire una soluzione fondata sulla verità. È importante per tutte le parti coinvolte nel conflitto». Friedman vuole che «la verità» emerga. La sua verità ovviamente, che è quella dei coloni e di coloro che usano l’archeologia biblica per fini politici e per negare i diritti dei palestinesi.

Sul racconto biblico si fonda il programma politico di diversi partiti israeliani sionisti religiosi. Come Yemina, guidato dal primo ministro Naftali Bennett e dalla sua fedele scudiera e ministra dell’interno Ayelet Shaked. Occorre ricordare che non pochi dei laici fondatori di Israele e alcuni dei primi leader dello Stato ebraico sono stati archeologi con evidenti finalità politiche. Il più noto di una lunga lista di nomi è quello di Moshe Dayan.

Ma re Davide è davvero esistito, le vicende che gli vengono attribuite sono realmente avvenute? E più di tutto, ha davvero vissuto ed esercitato il suo potere nell’area del quartiere di Silwan, tra le pietre della “Città di Davide” allestita dai coloni? «In quell’area hanno scavato famosi archeologi del passato e scavano quelli del presente ma la prova della presenza di re Davide non è mai stata trovata», spiega l’archeologo Yonathan Mizrachi, di Emek Shaveh, una ong israeliana che si oppone a chi usa le rovine del passato come uno strumento politico e per confiscare case palestinesi. «Per prove – aggiunge Mizrachi – intendiamo ritrovamenti materiali e iscrizioni che attestino l’esistenza della tomba o del palazzo di re Davide o che siano inequivocabilmente riconducibili a lui. L’era di re Davide, sulla base della Bibbia, è indicata nel X secolo a.C. ma non si è trovato molto di quell’epoca (nel sito della “Città di Davide”). I ritrovamenti annunciati da alcuni archeologi sono controversi. Un interrogativo grava su tutto ciò che riguarda Gerusalemme ai tempi di re Davide. Quanto fosse grande e quale funzione avesse la città in quel periodo da un punto di archeologico e dei fondamentali di storia, è un’area grigia che non ci permette di affermare nulla con certezza».

Profondi dubbi sulla credibilità storica del racconto biblico vengano sollevati da anni dal professore Israel Finkelstein, archeologo israeliano di fama mondiale (alcuni dei suoi libri sono stati tradotti in italiano). Pur non facendo parte della corrente minimalista, che colloca la composizione della Bibbia nel periodo del rientro degli ebrei dalla Babilonia, il docente sostiene che gran parte di ciò che si legge nel testo sacro è stato scritto tra il VII e il V secolo a.C. e che Gerusalemme nel X secolo a.C. era solo un villaggio o un centro tribale. Non solo. Finkelstein afferma che Davide e Salomone, considerati il seme della civiltà occidentale e spina dorsale della storia antica ebraica, se sono realmente esistiti dovevano essere ben diversi dai personaggi che hanno ispirato scultori, pittori, scrittori, poeti. Davide, sostiene Finkelstein, era a capo di una minuscola e invivibile Gerusalemme. Lui e il suo successore furono trasformati in potenti re e simboli di speranza dagli ebrei nei secoli successivi. «La loro storia è stata scritta in Giudea – ha dichiarato il docente in una intervista di qualche anno fa al quotidiano Yediot Ahronot – per giustificare il dominio su un gran numero di rifugiati arrivati lì dopo la distruzione del Tempio».

Tesi respinta dai coloni e dal faro dell’archeologia biblica Eilat Mazar (deceduta di recente). Il 4 agosto 2005 Mazar, per la gioia degli ultranazionalisti, annunciò di aver scoperto nel sito di Silwan il presunto palazzo del re Davide, un edificio, disse, risalente al X secolo a.C. Nel 2010 proclamò di aver individuato le presunte antiche mura della città di Davide. Scoperte smentite, per scarsità di prove, da specialisti israeliani e stranieri che accusavano la Mazar di credere che la Bibbia sia storia vera dalla prima all’ultima parola. Per la Elad e il movimento dei coloni invece quelle scoperte legittimano le occupazioni di case palestinesi a Silwan cominciate all’inizio degli anni ’90 e l’espansione continua del sito archeologico e il proseguimento degli scavi. Lavori in gran parte sotterranei che, denunciano i palestinesi, mettono a rischio la stabilità delle loro case. Ma le loro voci restano inascoltate.

«Il momento è delicato – spiega Yonathan Mizrachi –  determinate forze politiche spingono per accelerare i progetti di esproprio e di demolizione di case palestinesi nelle aree archeologiche e con essi i piani per una possibile futura spartizione con i musulmani della Spianata delle moschee di Gerusalemme, allo scopo di ricostruire il Tempio ebraico».

 

 




Recensione Dear Palestine

Guerra arabo-israeliana (1947-1950)

Saccheggi, razzismo, espulsioni…La conquista della Palestina raccontata dai combattenti

Sono state scritte parecchie storie della prima guerra arabo-israeliana (1948-1950), ma questa è senza dubbio la prima in cui uno storico fa parlare, attraverso le loro lettere, i combattenti dei due campi. Questa corrispondenza mostra le divisioni interarabe e getta un’ombra sul comportamento dei soldati israeliani, sulla loro brutalità e sul loro razzismo, non solo nei confronti degli arabi ma anche degli ebrei marocchini e iracheni andati a combattere per Israele.

 

Sylvain Cypel

14 ottobre 2021 – Orient XXI

 

Shay Hazkani, Dear Palestine. A Social History of the 1948 War [Cara Palestina. Una storia sociale della Guerra del 1948], Stanford University Press, 2021.

 

Cara Palestina, l’opera di Shay Hazkani, storico israeliano dell’università del Maryland, costituisce uno dei primi studi di storia sociale della guerra che, tra il 1947 e il 1949, oppose da una parte le milizie armate dell’yishuv (la comunità ebraica nella Palestina mandataria britannica), poi l’esercito dello Stato di Israele dopo la sua creazione, il 15 maggio 1948, e dall’altra le milizie palestinesi e soprattutto i gruppi armati arruolati nei Paesi vicini, poi gli eserciti arabi (fondamentalmente quello egiziano e quello giordano).

In questo libro il lettore imparerà poco dello svolgimento degli avvenimenti di quella guerra, ma molto di ciò che spesso i racconti cronologici e fattuali delle guerre nascondono, cioè il contesto socioculturale nel quale sono immersi i suoi protagonisti. Per svelarlo l’autore privilegia due fonti principali: da una parte la formazione delle truppe e delle argomentazioni (compresa la propaganda) degli stati maggiori di ognuno dei campi, dall’altra lo sguardo dei combattenti su quella guerra e ciò che esso dice della sua realtà. Hazkani lo fa in parte basandosi sui discorsi dei responsabili militari, ma soprattutto – ed è la principale originalità del libro – sulle lettere dei soldati alle famiglie, come sono state conservate in vari archivi militari dopo che erano state lette dalla censura. Queste spesso sono più ricche da parte israeliana, ma l’autore riesce nonostante tutto a fare uno studio relativamente equilibrato tra i due campi.

Volontari dall’estero

Egli assegna uno spazio importante alle reclute a cui i capi militari hanno fatto appello fuori dal Paese. Da una parte i “Volontari dall’estero” (il cui acronimo in ebraico era Mahal), giovani ebrei che si arruolarono in Europa, negli Stati Uniti e anche in Marocco per aiutare militarmente il nascente, poi costituito, Stato di Israele. Si vedrà che questo gruppo offre uno sguardo sulla guerra spesso diverso da quello dei “sabra”, i giovani nati ed educati nell’yishuv. Dall’altra diverse milizie di volontari arabi arruolati in Siria, Transgiordania, Iraq e Libano per sostenere i palestinesi. Egli privilegia in particolare quella più attiva, l’Esercito di Liberazione Arabo (ALA, in arabo l’Armata Araba di Salvezza), comandata da Fawzi Al-Kaoudji. Anche qui lo sguardo sulla guerra e sul suo contesto da parte di queste reclute è spesso inaspettato.

Lo studio delle lettere come l’analisi dei discorsi dei responsabili militari fa emergere un fatto. Al di là del rapporto di forze militare, l’unità e la chiarezza di obiettivi erano dal lato israeliano, la disunione e la confusione da quello palestinese, a parte l’idea principale del rifiuto di una partizione della Palestina, giudicata sia ingiusta che profondamente iniqua (gli ebrei, all’epoca il 31% della popolazione, si vedevano assegnare il 54% del territorio palestinese). Indipendentemente dai dissensi interni, tutte le forze sioniste intendevano costruire uno Stato da cui sarebbe stato escluso il maggior numero possibile dei suoi abitanti palestinesi (il piano di partizione prevedeva che lo “Stato Ebraico” includesse…il 45% di palestinesi!). Hazkani mostra quanto la direzione politica e militare dello Stato ebraico fosse determinata, ancor prima di dichiararlo, a “ripulirlo” il più possibile sul piano etnico ed anche quanto questa aspirazione fosse condivisa dalla gran parte delle truppe.

Divisioni tra arabi e palestinesi

E [l’autore] mostra con parecchi esempi quanto la divisione e la diffidenza regnassero nel campo dei palestinesi e dei loro alleati. Come scrisse dal febbraio 1948 Hanna Badr Salim, l’editore ad Haifa del giornale Al-Difa (La Difesa), “abbiamo dichiarato guerra al sionismo, ma, impegnati a combatterci tra di noi, non eravamo preparati.” I responsabili dell’ALA diffidavano delle forze palestinesi guidate da Abdel Kader Al-Husseini. Così un alto ufficiale dell’ALA raccomandò di nominare alla testa dei reggimenti ufficiali egiziani, siriani o iracheni, ma non palestinesi, di cui non si fidava. Da parte sua Husseini preferiva limitare la mobilitazione a piccoli gruppi composti solo da reclute palestinesi sicure. Di fatto l’atteggiamento delle forze arabe straniere nei confronti dei palestinesi era spesso pesantemente critico. Delle lettere di soldati arabi evocano le brutalità commesse da queste truppe contro persone che si supponeva fossero andate a liberare.

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Ma la diffidenza era essenzialmente di ordine politico. Da parte palestinese la preoccupazione principale era evidentemente di non perdere la Palestina. Da parte di chi interveniva dall’esterno, con forze più preparate, le preoccupazioni erano molto diverse e ambigue.

Alcuni combattevano per raggiungere un accordo migliore con i sionisti, altri vedevano in questa lotta una prima tappa per il rovesciamento dei regimi alleati dei colonizzatori occidentali, altri ancora intendevano inviare i loro oppositori a combattere in Palestina per ridurre la loro influenza.” Tra il siriano Salah Bitar, fondatore del partito Ba’th nel 1947, un nazionalista arabo che intendeva fare della Palestina il trampolino di una “nuova civiltà araba”, e Nouri Saïd, uomo legato ai britannici in Iraq, che cercava di utilizzare la lotta filopalestinese per distogliere dalla mobilitazione popolare contro Londra (e dunque contro se stesso), la differenza di interessi era totale. Sul terreno delle operazioni, nota Hazkani, i capi dell’ALA erano “per la maggior parte più preoccupati di fare in modo che il fervore anticolonialista dei volontari arabi non si trasformasse in una lotta ulteriore contro i regimi arabi.

Quanto alla propaganda utilizzata dalle forze arabe, contrariamente alla tesi presentata dai vincitori israeliani, “i miei lavori” scrive Hazkani, “suggeriscono che nell’ALA l’antisemitismo era trascurabile.” Ne fa qualche esempio, ma li giudica poco presenti nelle lettere dei combattenti arabi. Analogamente “le lettere mostrano che molti di loro erano lungi dall’essere dei fanatici del jihadismo radicale.” Ma, evidenzia, più si profilava la sconfitta, più dalle lettere emergeva la dimensione di guerra santa contro gli ebrei. Tuttavia dalla loro lettura Hazkani conclude che termini come “sterminio” o “gettare gli ebrei a mare” vi sono assenti.

Allo stesso modo egli smentisce totalmente l’argomento così spesso avanzato da Israele dopo questa guerra secondo cui i dirigenti arabi avrebbero invitato i palestinesi a fuggire per lasciar loro campo libero. Al contrario il 24 aprile 1948, quando i palestinesi avevano subito poco prima delle sconfitte disperanti – in una settimana venne ucciso in combattimento Abdel Kader Al-Husseini, la lotta per la Galilea volse a favore delle forze ebraiche e ci fu il massacro di Deir Yassin –  Kaoudji pubblicò un ordine in cui definì “codardo” ogni palestinese che fuggiva da casa.

Un uso smodato della Bibbia

Da parte loro, nel campo della formazione, anche ideologica, delle truppe, le milizie ebraiche e poi l’esercito israeliano si mostrarono immensamente più preparate dei loro avversari. Copiando la logica dell’Armata rossa, il campo sionista instaurò il dualismo tra l’ufficiale e il commissario politico (il “politruk”). Fin dal 1946 un’opera dello scrittore sovietico Alexander Bek sulla difesa di Mosca nel 1941 venne tradotta e diffusa tra le forze israeliane per rafforzarvi lo “spirito di corpo” (‘l’esprit de corps’, in francese nel libro) e la determinazione a utilizzare tutti i mezzi per vincere. Nell’agosto 1948 Dov Berger, capo dell’hasbara (la propaganda israeliana), distribuì agli ufficiali dei “manuali educativi” nei quali le reclute ricevevano tutte una formazione politica identica. Si noterà che i responsabili militari, all’epoca quasi tutti usciti da contesti sionisti-socialisti, fecero un uso smodato della Bibbia per strutturare l’ostilità delle truppe nei confronti del mondo arabo circostante, già equiparato ad “Amelek e alle sette nazioni”, queste tribù descritte nella Bibbia come le più ostili agli ebrei. L’autore evidenzia che “la suggestione che la guerra del 1948 fosse comparabile alle guerre di sterminio che compaiono nella Bibbia non era affatto una visione marginale, essa veniva ripetuta nel BaMahaneh”, il giornale dell’esercito israeliano.

Perciò non c’è da stupirsi del successo riscosso dal “politruk” Aba Kovner tra le truppe. Egli era un eroe, scappato dal ghetto di Vilna, dove aveva tentato senza successo di organizzare contro i nazisti una rivolta come quella del ghetto di Varsavia. Membro dell’Hachomer Hatzaïr (La Giovane Guardia), la frangia filosovietica del sionismo, era riuscito a fuggire e a raggiungere le colonne dell’Armata rossa. Poeta di talento e cugino di Meïr Vilner, capo del partito comunista [israeliano, ndtr.], nel 1948 Kovner divenne responsabile dell’educazione della celebre brigata Givati. Citando i suoi Bollettini di combattimento, Hazkani mostra come attizzasse i sentimenti più crudeli, e anche i più razzisti, dei soldati, giustificando in anticipo i crimini peggiori. “Massacrate! Massacrate! Massacrate! Più uccidete dei cani assassini, più vi migliorerete. Più migliorerete il vostro amore per ciò che è bello e buono e per la libertà.” Gli alti gradi respingeranno i suoi costanti appelli al massacro degli arabi, compresi i civili. Ma le affermazioni di Kovner continuarono a essere riprodotte nel giornale dell’esercito israeliano. Non sarà che alla fine della guerra, evidenzia Hazkani, che lo stato maggiore esigerà “un’applicazione più rigida delle regole contro l’assassinio e la brutalità” da parte della truppa.

Né il socialismo né la morale

Contrariamente ad autori che l’hanno preceduto, Hazkani stima che gli abusi israeliani furono più sistematici di quanto finora si è creduto. Numerosi villaggi palestinesi vennero rasi al suolo dopo che era stata portata a termine la “pulizia” della loro popolazione. Avvennero massacri di civili. Egli cita una nota della censura militare israeliana del novembre 1948: “Le vittorie e le conquiste sono state accompagnate da saccheggi e assassinii, e molte lettere dei soldati mostrano un certo choc.” Ma la maggior parte dei sabra avvallava queste azioni in quella che l’Ufficio della Censura definisce una “intossicazione della vittoria”. Nel novembre 1948, dopo un’esplosione di violenze, preoccupato per il rischio di perdere il controllo sui soldati, lo stato maggiore ordinò che questi crimini e saccheggi cessassero. Il soldato David scrisse ai suoi genitori: “Non era il socialismo né la fraternità tra i popoli, né la morale: era rubare e scappare.” La soldatessa Rivka concorda: “Tutto è stato saccheggiato. Sono stati rubati come bottino cibo, denaro, gioielli. Certi soldati si sono fatti una piccola fortuna.

Nell’esercito qualche combattente si sentiva offeso. Tra loro i volontari stranieri occupano una parte importante. Le loro lettere descrivono stupore, e persino disgusto, di fronte al comportamento dei sabra, che percepiscono come mancanza di sensibilità nei confronti dei palestinesi. Un sondaggio ordinato dallo stato maggiore alla fine della guerra constatò che il 55% dei volontari ebrei stranieri aveva una visione molto negativa dei giovani israeliani, percepiti come arroganti e brutali.

I sabra sono orrendi,” scrive Martin, un ebreo americano, che aggiunge: “Qui viene istituito un Golem [creatura mitica che inizialmente difende gli ebrei ma poi impazzisce e colpisce tutti indiscriminatamente, ndtr.]. Gli ebrei israeliani hanno scambiato la loro religione per una pistola.” “Io non voglio più partecipare a questa gioco e voglio tornare appena possibile,” scrive Richard, un volontario sudafricano.

Cosciente delle reticenze espresse da una parte delle truppe, il dipartimento dell’educazione dell’esercito aveva distribuito loro un fascicolo intitolato Risposte alle domande frequentemente poste dai soldati. La prima era: “Perché non accettiamo il ritorno dei rifugiati arabi durante le tregue?” Risposta degli educatori militari: “Comprendiamo meglio di chiunque altro la sofferenza di questi rifugiati. Ma chi è responsabile della propria situazione non può esigere che noi risolviamo il suo problema.” Con un tale viatico, non c’è da stupirsi della lettera di uno di questi sabra che, nello stesso momento, scrive alla sua famiglia: “Abbiamo ancora bisogno di un periodo di battaglie per riuscire ad espellere gli arabi che rimangono. Allora potremo tornare a casa.

L’ultimo aspetto innovativo del libro è quello che Hazkari dedica agli “ebrei orientali” in questa guerra, in particolare agli ebrei marocchini, che ne furono all’epoca l’incarnazione, ma anche agli ebrei iracheni. I marocchini, se ne sa poco, costituirono il 10% degli ebrei che arrivarono in Palestina e poi in Israele nel 1948-49. Molto presto dovettero affrontare un razzismo spesso sconcertante da parte dei loro correligionari ashkenaziti (originari dell’Europa centrale), che allora costituivano il 95% dell’immigrazione. Nel luglio 1949 la censura notò che “gli immigrati del Nord Africa sono il gruppo più problematico. Molti vogliono tornare nei loro Paesi d’origine e avvertono i loro parenti di non emigrare.” Di fatto le lettere dei soldati marocchini mostrano un’amarezza spesso notevole.

Gli ebrei marocchini? “Selvaggi e ladri”

Yaïsh scrive che “gli ebrei polacchi pensano che i marocchini sono selvaggi e ladri”; la recluta Matitiahou si lamenta: “I giornali scrivono che i marocchini non sanno neppure usare la forchetta.” “Noi siamo ebrei e ci trattano come arabi,” scrive il soldato Nissim alla sua famiglia, riassumendo il sentimento corrente, anch’esso intriso di razzismo. Hazkani nota che “la visione di questi immigrati cambiava rapidamente” una volta arrivati in Israele. “Gli ebrei europei, che hanno terribilmente sofferto a causa del nazismo, si vedono come una razza superiore e considerano i sefarditi come inferiori” scrive Naïm. Yakoub aggiunge: “Siamo venuti in Israele credendo di trovare un paradiso. Vi abbiamo trovato degli ebrei con un cuore da tedeschi.” Di fatto Hazkani cita una lunga inchiesta di Haaretz, giornale delle élite israeliane, secondo cui gli ebrei venuti dal Nord Africa, affetti da “pigrizia cronica”, erano “appena al di sopra del livello degli arabi, dei neri e dei berberi.

Nelle lettere si trova un’adesione agli obiettivi della guerra anche nelle reclute ebree maghrebine. “Certi soldati marocchini ricavano una grande fierezza dal fatto di aver ucciso decine di arabi” e dall’averlo raccontato alle loro famiglie, notò persino con soddisfazione il capo di stato maggiore Ygael Yadin – che peraltro aveva definito gli ebrei orientali dei “primitivi”. Ma la preoccupazione dei dirigenti israeliani era tale, afferma Hazkani, che le autorità confiscarono i passaporti di questi immigrati recenti per evitare il loro ritorno. Quanto ai soldati originari dell’Iraq, lo stesso generale Yadin espresse pubblicamente la sua preoccupazione: essi “non manifestano nei confronti degli arabi il livello di animosità che ci si aspetta da loro.

Infine, se resta ancora un elemento importante da ricavare da questo libro molto ricco, è che l’enorme sconfitta del campo palestinese, successiva a quella della rivolta contro l’occupante britannico nel 1936-39, ebbe indubbiamente un impatto fondamentale sul bilancio politico dei palestinesi: quello di fidarsi in primo luogo di se stessi in futuro. Così Burhan Al-Din Al-Abbushi, poeta di una grande famiglia di Jenin, è palesemente severo con il nemico tradizionale, l’Inglese e il sionista.

Ma Hazkani mostra che “la sua critica più dura è riservata ai dirigenti palestinesi e arabi.” Antoine Francis Albina, un palestinese cristiano espulso da Gerusalemme, offre una critica radicale: “Non dobbiamo accusare nessuno salvo noi stessi.” Il più grande errore dei palestinesi secondo lui: essersi fidati dei regimi arabi. Quanto agli israeliani, “nel mondo successivo all’Olocausto, la maggior parte dei soldati di origine ashkenazita si convinse che il matrimonio tra ebraismo ed uso della forza era una necessità, e celebrarono l’emergere di un ‘ebraismo muscolare’.

Ci volle una quindicina d’anni ai palestinesi per cominciare a superare la “catastrofe” del 1948. Quanto agli israeliani, 70 anni dopo ashkenaziti e sefarditi insieme nella loro maggioranza festeggiano il trionfo di questo ebraismo muscolare. E i loro critici israeliani contemporanei ne sono più che mai sgomenti.

Sylvain Cypel

È stato membro del comitato di redazione di Le Monde [principale giornale francese, ndtr.] e in precedenza direttore della redazione del Courrier international [settimanale francese simile ad Internazionale, ndtr.]. È autore de Les emmurés. La société israélienne dans l’impasse  [I murati vivi. La società israeliana a un punto morto] (La Découverte, 2006) e de L’État d’Israël contre les Juifs [Lo Stato di Israele contro gli ebrei] (La Découverte, 2020).

 

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)




Non c’è destra o sinistra in Israele, solo sionismo e non sionismo

Gideon Levy |

17 ottobre 2021 – Haaretz

La scorsa settimana Angela Merkel ha espresso la sua ammirazione per la solidità della nuova coalizione israeliana. L’editorialista di Haaretz Carolina Landsmann si chiede su questo sito se abbiamo a che fare con un governo ambiguo oppure con uno che ha messo allo scoperto il più grande inganno di tutti i tempi. Il giornalista Ron Cahlili afferma che la destra ideologica e la sinistra sionista sono la stessa cosa. Tutti e due evocano una vecchia storia, quella del gatto che esce dal sacco: in Israele non c’è né sinistra né destra. L’unica divisione ideologica è tra sionisti, vale a dire quasi tutti, e non sionisti, molto meno numerosi.

La cancelliera può quindi tranquillizzarsi. Quando è stato formato l’attuale governo non è avvenuto nessun miracolo e la Germania non ha nulla da imparare da esso. Non c’è stata nessunacontingenza politica”, per usare la frase coniata dal primo ministro. L’attuale coalizione si mantiene facilmente poiché è una coalizione basata sul consenso, senza grandi divari tra i suoi componenti. Il Likud [il principale partito israeliano di centro destra, ndtr.] (meno Netanyahu) e gli ultra-ortodossi potrebbero formare un’estesa coalizione trasversale, che rappresenti una società ampiamente trasversale.

Questo governo sarà ricordato come quello che, pur non volendolo, ha smascherato il grande inganno. È sorto sulle onde dell’odio provato nei confronti di Netanyahu, e vive (e continuerà a vivere) sulla base dell’unità di fondo dei suoi componenti. Se domani mattina Merav Michaeli [leader del Partito Laburista Israeliano e Ministra dei Trasporti nel Governo Bennett, ndtr.] sostituisse Naftali Bennett [leader del partito Nuova Destra e attuale primo ministro israeliano ndtr.], non si verificherebbe alcun terremoto. A parte qualche cambio di stile, Israele resterebbe uguale a quello di prima.

Il presunto incarico epocale del primo primo ministro nazional-religioso non è foriero di cambiamenti. Non perché Bennett abbia tradito la sua ideologia, ma perché questa situazione concorda sorprendentemente bene con le posizioni delle componenti di sinistra di questo governo.

Non è che la sinistra sionista sia di destra, o che la destra ideologica abbia tendenze di sinistra. E non sono tutti degli opportunisti, il che sarebbe il segno della morte dell’ideologia. Al contrario, Israele ha un’ideologia, eccome! Un’ideologia dominante che mette in ombra tutto il resto. Si chiama sionismo ed è la religione che dirige e unifica la nazione. (Quasi) tutti sono sionisti e tutti credono nella supremazia ebraica su questo Paese, compresi i territori che esso occupa.

Sinistra e destra sono uguali nel loro culto delle Forze di Difesa Israeliane [esercito israeliano, ndtr.] e dello Shin Bet [l’agenzia interna d’intelligence dello Stato israeliano, ndtr.], il cui ruolo è il mantenimento del regime della supremazia ebraica sopprimendo ogni opposizione ad esso. Quando il nuovo capo dello Shin Bet, Ronen Bar, ha affermato che il servizio di sicurezza è il bastione della democrazia, aveva ragione. Proprio come la Stasi [organizzazione di sicurezza e spionaggio della ex Repubblica Democratica Tedesca, ndtr.], il ruolo di Bar è quello di sostenere il regime che, nel linguaggio dello Shin Bet e del popolo, è chiamato democrazia, piuttosto che tirannia ebraica.

Non c’è un membro di questa coalizione che stia pensando di porre fine all’occupazione, che la pensi diversamente sull’Iran anche l’assedio di Gaza è consensuale. Questo vale anche per le IDF [Forze di Difesa Israeliane, ndtr.] e per l’operato di insediamento coloniale in corso. Pertanto, non c’è nulla di sorprendente nel silenzio degli agnelli: nel loro intimo, tutti vogliono l’occupazione.

Le differenze sono nella confezione. La sinistra vuole avere un aspetto migliore, motivo per cui i suoi rappresentanti occasionalmente si recano presso il quartier generale palestinese della Muqata a Ramallah, sollevando eventualmente anche una proposta alla Knesset [parlamento israeliano, ndtr.] riguardo ai pogrom in Cisgiordania. Non molto di più.

L’attuale governo ha scompaginato la mappa politica. Da questo momento in poi dobbiamo affermare la verità: non ci sono veri divari tra i sionisti. I non sionisti sono pochi, quasi tutti non ebrei, tutti privi di legittimazione. Ci sono differenze tra gli Haredi [gli ebrei ultra ortodossi, ndtr.] e gli ebrei laici, e divari tra gli ebrei Ashkenazi [discendenti degli ebrei provenienti dall’Europa centrale e orientale, ndtr.] e Mizrahi [gli ebrei provenienti dai Paesi del mondo arabo, ndtr.], ma i cliché su una polarizzazione in questa nazione sono vuoti e privi di significato. L’unico abisso si trova tra i sostenitori della supremazia ebraica e i loro oppositori. Ecco perché la maggior parte dei cittadini arabi del Paese non fa parte di questo gioco. Ecco perché Israele si sta avvicinando al momento della verità. Si relaziona con le proprie fondamenta nei termini di uno Stato ebraico in una terra con due popoli, esponendo la sua vera immagine in tutta la sua nudità.

Chi avrebbe mai creduto che un governo esplicitamente non ideologico che cerca di fuggire da tali argomenti come da un incendio sarebbe stato il primo governo a rivelare la verità? E la verità è che non sono molti i Paesi in cui l’ideologia appaia ancora così importante; non ci sono democrazie con una ideologia unica tirannica e dominante. Israele è uno Stato sionista proprio come l’Unione Sovietica era uno Stato comunista. Anche lì non è stato difficile mettere insieme un governo di comunisti moderati ed estremisti.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Israele non può essere accusato di niente

Israele non può essere accusato di niente, grazie alla narrazione della cultura dell’hasbara della vittimizzazione ebraica.

L’etnocentrismo ha devastato la cultura politica ebraica.

Yakov Hirsch

20 settembre 2021 – Mondoweiss

 

Il mio lavoro si concentra sulla cultura dell’hasbara: la costruzione sociale di una realtà alternativa che si centra sulla vittimizzazione del popolo ebraico che ha poco a che vedere con il mondo reale. Ma, nonostante le idee della cultura dell’hasbara siano a-storiche, i suoi concetti e discorsi sull’odio contro gli ebrei sono ora un’opinione diffusa nella cultura politica ebraica e americana. E ciò ha avuto parecchie conseguenze disastrose per il mondo in cui viviamo.

Hasbara è la parola israeliana per propaganda, e la cultura dell’hasbara sostiene che l’antisemitismo è un odio unico che va collocato in una categoria differente dalle altre forme di odio. E i guardiani della narrazione della vittimizzazione fanno tutto il necessario per continuare a mantenere questa prospettiva. In un editoriale del 2009 sul NYT riguardo ai “timori di Israele” Jeffrey Goldberg ha espresso perfettamente la prospettiva della cultura dell’hasbara riguardo all’antisemitismo “eterno”:

“L’antisemitismo è un odio sui generis che è mutevole, impermeabile alla logica ed eterno.”

È impossibile comprendere il mondo attuale senza prima capire la grande lotta della cultura dell’hasbara contro questo “odio sui generis”. I proseliti della cultura dell’hasbara sottolineano eventi della storia ebraica per trasmettere la convinzione che tutto il mondo sia ossessionato, e sempre lo sia stato, dall’eliminazione degli ebrei, arrivando fino ad oggi con l’esistenza dello Stato ebraico.

La prospettiva vittimistica di Yair Rosenberg non riflette il mondo reale. Come ho dimostrato nel mio ultimo articolo, la nuova serie di video di Rosenberg “per spiegare l’antisemitismo” ascrive agli eventi uno scorretto “significato” più ampio. Gli esseri umani, i loro pensieri e motivi individuali non sono come i sostenitori della cultura dell’hasbara di solito interpretano il mondo. I sostenitori della cultura dell’hasbara sono alla continua ricerca di quel “significato più ampio”.

Nel suo video “Al di là di sinistra e destra” Yair Rosenberg sostiene che l’antisemitismo continua a prosperare oggi perché persone di destra come di sinistra tendono a vigilare contro il fanatismo antiebraico solo quando proviene dai loro nemici politici. La voce narrante afferma che si capisce perché ciò avvenga.

“È molto più difficile parlarne quando l’intolleranza viene dai tuoi amici e alleati.” Con chi riesci a provocare dei cambiamenti, chiede: con i tuoi amici o con i tuoi nemici? Nella tua comunità o in quella di qualcun altro? Quindi, mentre la destra denuncia l’antisemitismo nella sinistra e la sinistra denuncia quello di destra, esse non condannano gli intolleranti della propria parte politica.

Nell’immaginario della cultura dell’hasbara quello che gli storici chiamano “essere antisemita” è un’incessante persecuzione degli ebrei. E di conseguenza gli ebrei devono essere protetti. Questo è il ruolo e il dovere che si sono assunti i giornalisti della cultura dell’hasbara. E, dato che secondo la cultura dell’hasbara il popolo ebraico e ora Israele sono eternamente vittime, diventano anche eternamente innocenti.

Il risultato di questa innocenza “fuori dalla storia” è che ora diventa “comprensibile” qualunque odio e razzismo che provenga dalla comunità ebraica.

Prendete in considerazione l’opinione di Yair Rosenberg sull’ ‘imbarazzante’ politica israeliana Miri Regev, ex-ministra della Cultura di Benjamin Netanyahu. Secondo Rosenberg l’estremismo di destra di Regev è comprensibile a causa dei tweet antisemiti che egli ha trovato su Twitter.

“Miri Regev è una dei ministri di Israele più di destra, demagogica e imbarazzante, ma menzogne inquietanti come queste sul potere malvagio di Israele aiutano la gente come lei ad essere eletta.”

E non si tratta solo di Rosenberg. Tutta una generazione di giornalisti della cultura dell’hasbara ha imposto a forza al mondo reale la sua prospettiva vittimistica: l’antisemitismo eterno rende comprensibile qualunque cosa Israele e i suoi sostenitori dicano. Prendete in considerazione la reazione di Jeffrey Goldberg [giornalista USA, ndtr.] all’accoglienza estasiata che l’AIPAC [principale organizzazione della lobby filoisraeliana negli USA, ndtr.] ha riservato a Donald Trump nel 2016:

“Quanti di voi sono sorpresi che un pubblico filo-israeliano abbia apprezzato un discorso filo-israeliano di Donald Trump dovrebbero smettere di essere sorpresi.”

Quello a cui dovrebbe rispondere Jeffrey Goldberg se gli venisse chiesto è: “Perché la gente dovrebbe smettere di manifestare sorpresa riguardo all’entusiasmo delirante del pubblico dell’AIPAC per Donald Trump? Quello che Goldberg dovrebbe dire è la differenza tra il pubblico dell’AIPAC e la solita folla seguace di Trump che Goldberg ha passato anni a condannare incessantemente. Perché Goldberg sta concedendo un’approvazione a un’organizzazione ebrea filo-israeliana che non attribuirebbe a un’altra aggregazione favorevole a Trump? Dov’è finito il suo usuale moralismo?” La sua risposta a questa domanda spiegherebbe parecchio.

Tutto ciò che deve avvenire per dare un senso al mondo è che Jeffrey Goldberg risponda a questa domanda.

Si noti che Peter Beinart [noto intellettuale e commentatore ebreo americano, ndtr.] non ha nessun problema a condannare quello stesso evento. Come ho già sostenuto, l’importanza culturale di Peter Beinart è che egli è il giornalista ebreo più influente senza che abbia una prospettiva vittimistica.

Il discorso della politica estera è pieno di esempi di come la prospettiva vittimistica modelli il mondo. Come Bret Stephens ha spiegato ai lettori del New York Times perché sembrava che Israele stesse per annettere i territori? Ha detto che la mano di Netanyahu era stata forzata dalle critiche globali contro Israele.

Naturalmente, secondo la prospettiva vittimistica di Stephens, annettere i territori è “comprensibile”.

Questa prospettiva vittimistica rende legittima qualunque cosa abbia fatto Netanyahu. Ho già denunciato ad alta voce quanti collaborano con Netanyahu per fuggire dal luogo del loro delitto culturale.

Si veda questo tweet di David Frum. Frum è stato dalla parte di Netanyahu contro il giornale [israeliano] progressista Haaretz. Dopo che Chemi Shalev di Haaretz ha twittato un editoriale del New York Times in cui si sosteneva che “Benjamin Netanyahu sta schiacciando la stampa libera di Israele,” Frum ha risposto:

“Il malefico piano di Netanyahu per schiacciare la stampa? Consentire l’esistenza di un giornale che non piace alla sinistra israeliana. Proprio così.”

Il lungo regno di Netanyahu non può essere compreso senza prendere in considerazione la protezione culturale garantita da questi giornalisti ebrei. Non era Jeffrey Goldberg l’esperto numero 1 al mondo su Israele e Netanyahu quando Obama e Kerry erano apparentemente così anti-israeliani? Dov’è andato? Chi meglio di Goldberg per spiegare come sia possibile che il corrotto uomo forte sacro della cultura dell’hasbara sia arrivato in un attimo a diventare dittatore degli ebrei? Ma, come previsto, una volta diventato capo-redattore dell’Atlantic [rivista USA progressista di cultura e politica estera, ndtr.]  sotto Trump, Goldberg ha perso ogni interesse in Israele e nelle questioni ebraiche che gli hanno fatto fare carriera.

Vediamo qualche altra azione “comprensibile” degli israeliani. Secondo la cultura dell’hasbara è comprensibile che gli ebrei israeliani lincino arabi. Leggete solo l’articolo di Jeffrey Goldberg del 2012 “Un quasi linciaggio a Gerusalemme”, in cui ha richiamato all’ordine la giornalista del NYT Isabel Kershner per aver definito “linciaggio” un’imboscata di ebrei contro un arabo. Ancora una volta, in base alla cultura dell’hasbara l’attacco contro arabi innocenti è comprensibile.

“Questo tipo di cose non sono realmente una novità. Avendo scritto un articolo sul corteo funebre di Meir Kahane, il rabbino razzista assassinato a New York più di 20 anni fa, posso testimoniare il fatto che teppisti ebrei, molti dei quali provenienti dai quartieri più poveri di Gerusalemme (e molti che sono discendenti di ebrei fuggiti o espulsi da Paesi arabi), si sono periodicamente scagliati contro arabi innocenti. Lo hanno fatto durante il funerale e in incidenti successivi.”

Notate il sottotesto: dopotutto questi ebrei provenivano da quartieri poveri e molti di loro erano discendenti di ebrei che fuggirono, o furono espulsi, da Paesi arabi. Quindi la loro vendetta è naturale.

Sono questo offuscamento e oscurantismo che DEVONO portare ai pogrom contro gli arabi che da allora sono diventati eventi quasi settimanali.

Il punto di vista della cultura dell’hasbara sull’innocenza di Israele di fronte all’eterno antisemitismo è la ragione per cui l’onesto Rosenberg e altri combattenti contro l’odio sono rimasti in silenzio mentre l’epoca dell’odio da anni ’30 si ripeteva di fronte a tutto il mondo. Il loro discorso vittimistico porta alla totale impunità e immunità di Benjamin Netanyahu. Si legga questo tweet di Eli Lake:

“Fantastico articolo di @LahavHarkov [giornalista israeliana del Jerusalem Post, ndtr.] su Tablet riguardo alla disponibilità di Israele nei confronti dei regimi autoritari e alla complicata posizione in cui mette lo Stato ebraico. Lo consiglio caldamente.”

C’è da meravigliarsi che Netanyahu sia andato in giro per il mondo a distribuire programmi di spionaggio informatico a regimi reazionari? I giornalisti della cultura dell’hasbara gli coprono le spalle. Secondo la prospettiva vittimistica Netanyahu è in una “posizione difficile” e cerca di proteggere Israele. Qualunque cosa Netanyahu abbia fatto è diventata “comprensibile” e nessuno lo sa più di Netanyahu. Come ho sostenuto, questo è stato il segreto del suo successo.

E dalla prospettiva della vittimizzazione ebraica Israele non può essere accusato di niente. Perché? Perché essere troppo duri con Israele “rafforzerà” gli antisemiti e provocherà il rischio della distruzione di Israele. Si veda questo tweet di Rosenberg per capire come la cultura dell’hasbara risponda alle accuse di apartheid contro Israele. Secondo la dottrina della cultura dell’hasbara, “la progressione dei tweet affatto sorprendente” è il passaggio da “Israele è colpevole di apartheid” all’idea che “l’Olocausto non ci sia mai stato”.

È proprio così? Quelli di noi che vivono nel mondo reale sanno che sono stati i soldi e la cultura dell’hasbara di Sheldon Adelson [miliardario ebreo statunitense, ndtr.] che hanno dettato la politica di Trump riguardo a Israele, per non parlare della costante pressione di suo [di Trump] genero a favore di Israele. Questo è un altro esempio del fatto che Israele e il popolo ebraico sono stati tolti dalla storia, come ho scritto nel mio ultimo articolo.

Quindi perché la cultura dell’hasbara pensa che così tanti ce l’abbiano e sempre ce l’avranno con il popolo ebraico? O, come dice Bari Weiss [giornalista del Wall Street Journal, del NYT e di Die Welt, ndtr.], perché “tutti odiano gli ebrei”?

La risposta della cultura dell’hasbara è che il popolo ebraico è migliore di qualunque altro popolo. Yair Rosenberg descrive quanto sia eccezionale il popolo ebraico.

“Nessuno che conosca gli ebrei rimarrà sorpreso che Israele abbia definito la protesta come un diritto fondamentale che è consentito persino durante un lockdown d’emergenza.”

È così che due anni fa Bari Weiss ha detto a Jake Tapper [noto giornalista televisivo USA, ndtr.] nel [centro culturale ebraico, ndtr.] 92d Street Y:

“La nostra unicità è ciò che continua a far impazzire la gente.”

L’etnocentrismo che si nota in questo articolo ha devastato la cultura politica ebraica. E non c’è una lotta ebraica più importante che smentire questa sacra prospettiva vittimista della cultura dell’hasbara.

 

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)

 




Demonizzare Durban, Oscurare il Razzismo

Richard Falk

EDITORIALE

16 agosto 2021 TRANSCEND Media Service

[Nota introduttiva: il post seguente descrive la campagna portata avanti negli ultimi 20 anni dalla propaganda filo-israeliana, sia del governo che delle ONG, per diffamare gli sforzi antirazzisti delle Nazioni Unite come una nuova specie di antisemitismo. È uno sforzo perverso che protegge le politiche e le pratiche razziste di Israele nei confronti del popolo palestinese dietro una perversa tesi secondo cui le critiche a queste politiche dovrebbero essere viste come antisemitismo. Il pezzo è stato originariamente pubblicato su Transcend Media Service e appare qui nella sua forma originale. Per il link all’originale

Contesto

16 agosto 2021 – È stata avviata un’insidiosa campagna per demonizzare la sponsorizzazione delle Nazioni Unite di un’iniziativa antirazzista per tenere una conferenza di un giorno alle Nazioni Unite il 22 settembre 2021, continuazione di quello che è diventato noto come il “Processo di Durban”. Esso identifica lo sforzo in corso negli ultimi vent’anni di attuare la Dichiarazione di Durban e il relativo Programma d’Azione adottato alla Conferenza Mondiale sul Razzismo, Discriminazione Razziale, Xenofobia and Intolleranza correlata tenutasi a Durban, in Sudafrica 20 anni fa.

La Conferenza di Durban fu controversa ancor prima che i delegati si riunissero, anticipata come un forum in cui Israele, il colonialismo, l’eredità della schiavitù e la vittimizzazione di etnie vulnerabili sarebbero stati illustrati e condannati. Era formalmente sotto gli auspici del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, il cui Alto Commissario, Mary Robinson, fu sottoposta a pressione dall’Occidente per annullare l’evento. Essa rifiutò, e invece di essere elogiata per la sua indipendenza, questa ex presidentessa di alti princìpi dell’Irlanda fu privata del sostegno di Washington per la riconferma a un secondo mandato come Alto Commissario. Israele e gli Stati Uniti si ritirarono dalla conferenza e boicottarono gli eventi di follow-up minori nel 2009 e nel 2011, il che spiega perché il prossimo raduno è indicato come Durban IV.

Alla conferenza del 2001, messa in ombra dagli attacchi dell’11 settembre agli Stati Uniti, avvenuti pochi giorni dopo la chiusura di Durban, molti discorsi furono pronunciati da rappresentanti di vari governi, inclusi molti che criticarono Israele per le politiche e le pratiche razziste perpetrate contro il popolo palestinese, inclusa l’accusa che il sionismo fosse una forma di razzismo, che era stata precedentemente affermata nella Delibera della Assemblea Generale (vedi GA Res. 3379 approvata con 72-35 voti e 32 astenuti, A/RES/3379, 10 novembre 1975; revocata nel 1991 senza spiegazione nella GA Res. 46/96). Oltre alla Conferenza intergovernativa di Durban si teneva un Forum parallelo delle ONG dedicato alla stessa agenda in cui furono pronunciati accesi discorsi e dichiarazioni. Eppure il tema di maggiore stimolo fu fornito dalla vittoriosa lotta contro l’apartheid in Sud Africa che veniva a legittimare sia l’evento sia l’attuale necessità di affrontare la lunga incompiuta agenda antirazzista.

Il risultato a Durban

I principali risultati formali della Conferenza di Durban furono due significativi e comprensivi testi conosciuti come la Dichiarazione di Durban e il Programma d’Azione di Durban. Il processo di Durban successivo al 2001 ha riguardato più o meno esclusivamente l’attuazione di questi due documenti formali delle Nazioni Unite, che sono la rappresentazione ad ampio spettro di tutta una serie di rimostranze derivanti dal maltrattamento di varie categorie di persone vulnerabili dovuto alla guerra all’applicazione della legge sui diritti umani e attraverso una varietà di mezzi, tra cui l’istruzione e l’attivismo della società civile, delle ONG e persino del settore privato. Non c’è assolutamente alcuna base per lamentarsi del fatto che Israele sia stato criticato o che le disposizioni dei documenti della conferenza possano essere correttamente interpretate come antisemite o addirittura anti-israeliane, eppure, come sarà mostrato di seguito, una tale campagna è stata incessantemente condotta per screditare tutto ciò che Durban significa, quasi esclusivamente a causa del suo presunto pregiudizio estremo nei confronti di Israele.

Una lettura corretta di entrambi i documenti porterebbe a concludere che a Israele sono state effettivamente risparmiate critiche giustificabili, molto probabilmente a causa delle pressioni esercitate sia sull’ONU che sui media prima e durante la conferenza. Se osserviamo i testi, abbiamo l’impressione che le sensibilità israeliane siano state comprese e rispettate. L’apartheid e il genocidio sono stati condannati in termini generali, ma senza alcun riferimento negativo a Israele, e di fatto un’inclusione che ha individuato Israele in un modo che avrebbe essere accolto favorevolmente. Nel par. 58 della Dichiarazione troviamo la seguente affermazione: “..ricordiamo che l’Olocausto non deve mai essere dimenticato”. E par. 61 prende atto con “profonda preoccupazione dell’aumento dell’antisemitismo e dell’islamofobia in varie parti del mondo, nonché l’emergere di movimenti razziali e violenti basati sul razzismo e su idee discriminatorie nei confronti delle comunità ebraiche, musulmane e arabe”. Sembra assolutamente perverso screditare la Dichiarazione di Durban come un’invettiva contro gli ebrei.

Nel corso dei 122 paragrafi della Dichiarazione la situazione Israele/Palestina è menzionata solo nel paragrafo 63, e poi in maniera neutrale che sembra trascurare la deliberata vittimizzazione del popolo palestinese. Si legge come segue: “Siamo preoccupati per la difficile situazione del popolo palestinese sotto occupazione straniera. Riconosciamo il diritto inalienabile del popolo palestinese all’autodeterminazione e alla creazione di uno Stato indipendente e riconosciamo il diritto alla sicurezza per tutti gli Stati della regione, compreso Israele, e invitiamo tutti gli Stati a sostenere il processo di pace e a portarlo a una rapida conclusione.” Cosa può essere offensivo anche per il più ardente sostenitore israeliano di una tale disposizione, che è sepolta in profondità in una dichiarazione di trenta pagine in un linguaggio che non punta il dito contro Israele.

La campagna anti-Durban di Israele

Eppure la realtà di Durban, la violenza della lingua usata per denunciare questi documenti e il Processo di Durban sembra estremo, e provenire da fonti note per seguire da vicino la linea ufficiale diffusa da Tel Aviv. Il colonnello britannico Richard Kemp, che scrive sul sito web notoriamente di destra del Gladstone Institute, è raramente da meno nel suo sostegno all’uso della forza da parte di Israele contro l’indifesa Gaza. Kemp definisce il Processo di Durban “come la famigerata vendetta ventennale delle Nazioni Unite contro Israele” e pronuncia il suo giudizio che “Durban IV darà nuova energia a questo vergognoso processo”. [“Fighting the Blight of Durban”, 29 luglio 2021] Kemp è a suo agio nell’invocare il linguaggio iperbolico di UN Watch che etichetta assurdamente Durban come “..la peggiore manifestazione internazionale di antisemitismo nel dopoguerra”.

UN Watch aveva espresso separatamente il suo velenoso punto di vista del processo di Durban un mese prima in un comunicato stampa dal titolo grossolanamente fuorviante, “Durban IV: fatti chiave”, 24 maggio 2021, riassunto dalla frase una “perversione dei principi dell’antirazzismo”. Questa caratterizzazione di Durban è resa più concreta affermando che fa “… affermazioni infondate contro il popolo ebraico”, è usato “per promuovere il razzismo, l’intolleranza, l’antisemitismo e la negazione dell’Olocausto… e per erodere il diritto di Israele a esistere”. Questo linguaggio diffamatorio di UN Watch dovrebbe essere confrontato con i testi della Dichiarazione di Durban e del Programma d’azione, la cui attuazione è l’obiettivo principale del Processo di Durban, per avere una visione delle oscure motivazioni di questi critici di orientamento israeliano.

2021 – Israele e Apartheid

È vero che nel 2021 non ci sarebbe modo di evitare di supporre che “la difficile situazione del popolo palestinese” sia un risultato diretto dell’apartheid israeliano, che non solo è condannato dal processo di Durban, ma è fermamente stabilito come crimine contro l’umanità in entrambi la Convenzione internazionale del 1974 sulla repressione e la repressione del crimine di apartheid e l’articolo 7 dello Statuto di Roma che disciplina le operazioni della Corte penale internazionale. Non è più ragionevole respingere le accuse di apartheid israeliana come estremiste, tanto meno come manifestazioni di antisemitismo. Tuttavia, poiché Israele, con il sostegno degli Stati Uniti, controlla ancora il discorso principale in Occidente, i media fissano tali risultati in un silenzio di pietra nonostante la prolungata sofferenza del popolo palestinese, un promemoria convincente che dove la geopolitica e la moralità/legalità si scontrano, la geopolitica prevale.

Riscattare il processo di Durban

Ci sono due serie di osservazioni che rendono vergognosi e spudorati questi attacchi al lodevole sforzo delle Nazioni Unite attraverso Durban di evidenziare le molte sfaccettature del razzismo e della discriminazione razziale. Il Processo di Durban è diventato il fulcro di una campagna mondiale sui diritti umani per aumentare la consapevolezza pubblica e sollevare preoccupazioni all’interno delle Nazioni Unite per quanto riguarda le molte varietà di criminalità razzista, nonché per sottolineare la responsabilità dei governi e i potenziali contributi dell’attivismo della società civile.

E’ degno di nota che Israele e il suo comportamento nella Dichiarazione di Durban e nel Programma d’Azione non ricevono neanche lontanamente l’attenzione di altre questioni come l’abuso delle popolazioni indigene, dei Rom, dei migranti e dei rifugiati. In effetti, alla luce degli sviluppi più recenti che hanno confermato le precedenti preoccupazioni sulla vittimizzazione palestinese, il Processo di Durban, semmai, può essere accusato di aver messo in secondo piano il razzismo di Israele e di essere caduto nella trappola dell’hasbara di imporre una responsabilità simmetrica all’oppressore e alla vittima, incolpando entrambe le parti, proprio per sventare la crescente tendenza del sostegno organizzato di Israele a giocare la carta antisemita come una tattica crescente per distogliere l’attenzione pubblica dal crescente consenso sul fatto che Israele operi come uno Stato di apartheid.

Forse, nell’atmosfera del 2001, era politicamente provocatorio accusare Israele di razzismo e apartheid, sebbene, come ho cercato di dimostrare, queste accuse rivolte a Israele nel dibattito aperto a Durban non hanno mai avuto seguito nell’esito formale della Conferenza di Durban. E come è stato chiarito dai suoi sostenitori, il Processo di Durban si occupa principalmente dell’attuazione della Dichiarazione di Durban e del Programma d’azione (https://www.un.org/en/durbanreview2009/ddpa.shtml ). Nel 2021, ciò che era provocatorio vent’anni fa è stato ripetutamente confermato da valutazioni dettagliate affidabili e attendibili e indirettamente approvato dalla Legge fondamentale israeliana emanata dalla Knesset nel 2018. I punti salienti di questa dinamica si sono verificati nel corso degli ultimi cinque anni:

la pubblicazione nel marzo 2017 di uno studio accademico indipendente sponsorizzato dalla Commissione economica e sociale delle Nazioni Unite per l’Asia occidentale (ESCWA) che ha concluso che le politiche e le pratiche israeliane costituivano una schiacciante conferma delle accuse di apartheid [“Le pratiche di Israele verso il popolo palestinese e la questione dell’apartheid”]

-il rapporto dell’ONG israeliana per i diritti umani, B’Tselem, “Un regime di supremazia ebraica da che Dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo: questo è Apartheid”, 12 gennaio 2021,

-il rapporto di Human Rights Watch, “Una soglia oltrepassata: le autorità israeliane e i crimini di apartheid e persecuzione”, 27 aprile 2021.

Non è più plausibile sostenere che associare il trattamento israeliano del popolo palestinese all’apartheid sia antisemita. In quanto ebreo, considero le giustificazioni israeliane per il suo comportamento nei confronti della Palestina come l’incarnazione del comportamento antisemita, che porta discredito al popolo ebraico.

Traduzione di Angelo Stefanini




Perché opporsi al sionismo non è antisemita: le radici cristiane del sionismo

Miko Peled

21 luglio 2021 – MPN NEWS

Quando Naftali Bennett, il primo leader israeliano ad indossare lo yarmulke [o kippah, copricapo circolare usato dagli ebrei maschi, ndtr.], fa riferimento alla Bibbia per giustificare le sue pretese sulla Terra d’Israele non si riferisce alle scritture ebraiche ma alla dottrina religiosa protestante.

GERUSALEMME Una volta Naftali Bennett ha dichiarato in un’intervista a Mehdi Hassan [giornalista politico, televisivo e scrittore britannico-americano, ndtr.] che, secondo la Bibbia, la Palestina o, come la chiama lui, Israele appartiene al popolo ebraico. Da alcuni la Palestina viene definita “La Terra di Israele” e in questa intervista del 2017 Bennett insiste che se Hassan vuole affermare che “la Terra non ci appartiene, dovrebbe modificare la Bibbia”.

In seguito Bennett è diventato primo ministro di Israele (un incarico che probabilmente non ricoprirà per molto tempo) e, per quanto molti siano in sintonia con questa affermazione, uno sguardo più attento a ciò che le scritture ebraiche effettivamente dicono mostra molto chiaramente che ciò che ha detto non è vero.

Secondo la Torah (le scritture ebraiche) e i discorsi di generazioni di saggi ebrei, la Terra Santa appartiene all’Onnipotente che le conferisce la grazia della santità. Al popolo ebraico fu concesso di risiedere nella Terra Santa e di godere della sua grazia purché si comportasse con rettitudine e osservasse le leggi che l’Onnipotente prescrisse nella Torah. Quando il popolo ebraico si allontanò dal sentiero della Torah, incorse nell’ira dell’Onnipotente e fu espulso dalla Terra Santa, con il divieto di tornare fino al momento della venuta del Messia e del ritorno di re David sul trono.

La Terra di Israele non ha valore in sé e per sé, ma solo come tramite per servire l’Onnipotente e seguire la Torah. Inoltre neanche la venuta del Messia ha a che fare con la sovranità ebraica sulla Terra d’Israele; è un concetto che racchiude molti significati. Soprattutto, però, si riferisce ad una trasformazione del mondo in un luogo pacifico in cui agli ebrei sarà ancora una volta permesso di risiedere pacificamente nella Terra Santa, con l’intento di seguire le leggi dell’Onnipotente in quella terra che ha ricevuto la grazia della santità. È un’idea religiosa che non ha nulla a che fare con le nozioni di conquista, nazionalità o sovranità.

Si potrebbe pensare che ciò che la Bibbia afferma riguardo alla Palestina non sia importante, ma dobbiamo riconoscere che molte persone ritengono importanti le parole delle scritture ebraiche e le riconoscono come vere parole di Dio. Pertanto, vale la pena dare un’occhiata da vicino a ciò che effettivamente sostengono la Torah e gli antichi saggi.

Dovremmo anche ricordare che il sionismo è un’ideologia laica e razzista e ai fondatori del sionismo importava poco della Bibbia o dell’ebraismo. Israele la mostruosa creazione del movimento sionista – è un regime di apartheid che sta commettendo crimini orrendi. Israele afferma di parlare e agire in nome e per il bene del popolo ebraico. Tuttavia sarebbe bene dimostrare che Israele e le rivendicazioni sioniste sulla Palestina non hanno nulla a che fare con l’ebraismo; infatti l’affermazione che la legittimità del sionismo possa essere trovata nella Bibbia è completamente falsa.

Il sionismo come idolatria

Secondo le scritture ebraiche gli ebrei furono trasformati in un popolo, il popolo ebraico, quando fu loro consegnata la Torah sul monte Sinai, una montagna nel deserto del Sinai lontana dalla Terra Santa. La trasformazione degli ebrei in una nazione non aveva nulla a che fare con l’acquisizione di terra o sovranità, né con nessuno degli altri simboli associati all’idea moderna di nazionalità. Fu realizzata attraverso un impegno religioso verso l’Onnipotente.

Nella sua dettagliata opera The Empty Wagon: Zionisms journey from identity crisis to identity theft [Il carro vuoto: il viaggio del sionismo dalla crisi di identità al furto di identità] il rabbino Yaakov Shapiro discute a lungo di questo problema. Cita il venerato rabbino Shlomo Ephraim ben Aaron Luntschitz del XVII secolo, noto come Kli Yakar (o Vaso Prezioso) per il suo commento alla Torah. Il rabbino Luntschitz ha scritto nel suo commento ai cinque libri della Torah che il popolo ebraico è semplicemente inquilino della Terra d’Israele e che l’Onnipotente è l’unico proprietario della Terra Santa. Rabbi Shapiro continua con una citazione dal Libro del Levitico [il terzo libro della Torah ebraica e della Bibbia cristiana, ndtr.] 25:23, dove l’Onnipotente dice al popolo ebraico: “La terra non deve essere venduta perché la terra è mia e voi risiedete nella mia terra come stranieri e forestieri”.

C’è una storia ancora antecedente nel Libro della Genesi, capitolo 23, dove viene chiarito che anche il patriarca Abramo si considerava uno straniero nella Terra d’Israele. Abramo vuole seppellire sua moglie Sarah nella città di Hebron e si avvicina a un uomo del posto chiedendo di poter acquistare un appezzamento di terreno da utilizzare per la sepoltura. L’uomo è d’accordo e Abramo acquista il fondo. Se la terra fosse stata sua in virtù della promessa divina non avrebbe avuto bisogno di acquistarla. In questa storia Abramo si definiva in quella terra come uno “straniero”.

Rabbi Shapiro prosegue spiegando che la sola devozione alla terra d’Israele, senza l’osservanza delle leggi della Torah e la devozione all’Onnipotente, è idolatria. Non c’è alcun valore nella Terra di per sé, dice. “L’amore per Eretz Yisroel [terra d’Israele in ebraico, ndtr.] dovrebbe essere parte dell’amore per Hashem (l’Onnipotente) e la Torah”.

Come quasi tutti sanno i Dieci Comandamenti, che fanno parte della Torah, proibiscono l’omicidio, il furto e il desiderio della casa di qualcun altro. Ciò significa che i sionisti – anche quelli come Naftali Bennett, che indossa un yarmulke – commettono idolatria, poiché il loro desiderio per la Terra deriva dalla brama, e fanno uso dell’omicidio e del furto come mezzo per ottenere quella terra. Sono ben lontani da un’onesta osservanza della Torah.

Ammonizioni, avvertimenti e proibizioni

Nelle preghiere quotidiane c’è una riga che gli ebrei ripetono regolarmente che dice “Siamo stati esiliati a causa dei nostri peccati”. Nei ventiquattro libri dell’Antico Testamento sono innumerevoli gli avvertimenti e gli ammonimenti dati dall’Onnipotente al popolo di Israele. Questo è messo ripetutamente sull’avviso che se si allontanerà dal sentiero assegnatogli dalle leggi della Torah verrà bandito dalla Terra. Ci sono numerosi passaggi in cui l’Onnipotente avverte gli ebrei che se gli voltano le spalle la Terra stessa li “vomiterà” proprio come aveva vomitato altre nazioni che vi erano vissute prima di loro. Forse il passaggio più noto proviene dal Libro del Levitico, capitolo 18, versetto 28: “Che non ti vomiti il Paese per averlo contaminato, come ha vomitato le nazioni che sono venute prima di te”.

Dopo che il popolo d’Israele fu esiliato per aver voltato le spalle alla Torah e alle sue leggi, gli fu proibito di tornare. Il grande rabbino Yoel Teitelbaum – noto come il rabbino di Satmar [movimento di ebrei principalmente ungheresi e rumeni sopravvissuti alla Seconda guerra mondiale, ndtr.], che ha ottenuto un seguito senza precedenti negli Stati Uniti e in tutto il mondo – cita questo divieto nel suo libro Vayoel Moshe. Rabbi Teitelbaum parla dei tre giuramenti che furono fatti dal popolo ebraico davanti all’Onnipotente. Questi giuramenti comprendono: non tentare mai di affrettare la fine dell’esilio (devono aspettare il Messia prima di poter tornare in Terra Santa); non tornare mai con l’uso della forza; e non ribellarsi alle altre nazioni, nazioni dove il popolo ebraico vive in esilio.

Un’interpretazione cristiana

L’idea che le scritture ebraiche promettano la Terra d’Israele agli ebrei come “patria” è una nozione cristiana che i sionisti hanno adottato. Secondo le scritture ebraiche, la Terra d’Israele non è la patria del popolo ebraico. L’Onnipotente fece degli ebrei una nazione sul monte Sinai quando impartì loro la Torah. Ciò non avvenne nella Terra d’Israele ma, come già detto, molto, molto lontano da essa. La nozione di connessione di un popolo con una patria è un’idea moderna, che coinvolge il nazionalismo e non è in alcun modo un’idea ebraica.

Il rabbino Shapiro scrive: “Il concetto sionista di Eretz Yisroel non deriva dalla Torah”. Questa idea, secondo le innumerevoli fonti che cita in The Empty Wagon, è “un’idea cristiana”. Egli continua col sottolineare che “la percezione di Eretz Yisroel come il ‘diritto di nascita’ o la ‘patria della nazione’ del popolo ebraico appare per la prima volta nelle fonti del restaurazionismo protestante cristiano”. Questa idea è nata con l’avvento del movimento protestante nella seconda metà del passato millennio; si è diffusa in tutto il mondo protestante e continua oggi con Cristiani Uniti per Israele, o CUFI, che è uno dei più significativi [movimenti] sostenitori di Israele nel mondo.

Il concetto che l’Onnipotente abbia dato tutta la Terra d’Israele al popolo ebraico in modo permanente e incondizionato e che gli ebrei alla fine vi torneranno è un concetto protestante, non ebraico. Questa è in gran parte la ragione che sta dietro il sostegno che i sionisti sono stati in grado di ottenere da Paesi per lo più protestanti come la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, dove il sionismo cristiano ha prosperato per diversi secoli.

Dalla fine del XVI secolo a Napoleone, dalla London Society for Promoting Protestant Christianity among Jews [Società londinese per la promozione del protestantesimo cristiano tra gli ebrei] (una missione cristiana sionista che fa parte della Chiesa d’Inghilterra conosciuta oggi come Churchs Ministry Among Jewish People [Ministero della Chiesa tra gli ebrei]), a John Quincy Adams e persino ad Abraham Lincoln, l’idea del ritorno degli ebrei nella loro “patria” è stata molto diffusa tra i protestanti nel mondo.

Anche lo slogan “una terra senza popolo per un popolo senza terra” non è di origine sionista. Sebbene di solito si presume fosse uno slogan sionista, la frase fu usata già nel 1843 da un pastore restauratore cristiano, il reverendo Dr. Alexander Keith, Dottore della Chiesa di Scozia. La frase continuò ad essere usata per quasi un secolo dai restaurazionisti cristiani prima che i sionisti la adottassero. Allo stesso modo, l’idea di trasformare la lingua ebraica nella lingua “nazionale” del popolo ebraico nella loro “patria” era anch’essa un’idea protestante che fu poi adottata dai sionisti.

Quindi quando l’attuale primo ministro israeliano Naftali Bennett, che è anche il primo leader israeliano ad indossare lo yarmulke, fa riferimento alla Bibbia per giustificare le sue pretese sulla Terra d’Israele, non si riferisce alle scritture ebraiche ma alla dottrina religiosa protestante. Quando lui e altri politici israeliani come l’ex primo ministro Benjamin Netanyahu fanno queste affermazioni, non si rivolgono agli ebrei, ma ai sionisti cristiani. Gli alleati più importanti che lo Stato di Israele e i sionisti hanno sono i sionisti cristiani evangelici.

Dichiarazioni come quelle di Bennett sono fatte per assicurarsi che i sionisti cristiani continuino a lavorare per Israele e per il movimento sionista facendo pressioni sui governi e raccogliendo fondi. Questa dottrina protestante, tra l’altro, invita il popolo ebraico a tornare nella Terra d’Israele non per il beneficio del popolo ebraico. Il fine di questo ritorno è che gli ebrei possano convertirsi al cristianesimo e affrettare la seconda venuta di Gesù Cristo.

L’antisionismo non può essere antisemita

Poiché le idee espresse dai sionisti non sono chiaramente idee ebraiche, opporsi al sionismo non può essere antisemita. Una volta chiarito che le rivendicazioni sioniste sulla Terra di Israele, o Palestina, non solo non sono ebraiche, ma provengono dalla teologia protestante cristiana, comprendiamo perché opporsi al sionismo non può essere antisemita. Essere un antisionista non è affatto essere antisemita perché i principi fondamentali del sionismo in realtà non sono affatto ebrei. Sono cristiani.

Miko Peled è uno scrittore che contribuisce con MintPress News [sito di notizie online americano di sinistra, ndtr.] autore di numerose pubblicazioni e attivista per i diritti umani nato a Gerusalemme.

I suoi ultimi libri sono The General’s Son. Journey of an Israeli in Palestine [ Il figlio del generale. Viaggio di un israeliano in Palestina] e Injustice, the Story of the Holy Land Foundation Five [Ingiustizia. Storia dei cinque nella fondazione della Terra Santa].

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di MintPress News.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Perché l’occidente appoggia ‘il diritto alla difesa’ del regime di apartheid in Israele

Joseph Massad

18 maggio 2021 – Middle East Eye

In occasione del 73esimo anniversario della Nakba, il popolo palestinese è determinato ovunque a resistere a quest’oppressione coloniale e razziale e a porvi fine una volta per tutte

18 maggio 2021 – Middle East Eye

La scorsa settimana la guerra di Israele contro tutti i palestinesi che vivono sotto il suo regime di apartheid suprematista ebraico si è intensificata in risposta alla rivolta del popolo palestinese nella Palestine storica colonizzata.

A circa 140 anni dall’arrivo dei coloni ebrei europei in Palestina con l’intenzione di spogliare i nativi palestinesi delle loro terre e del sostentamento e 73 anni dopo l’insediamento di coloni che hanno rubato il Paese ai palestinesi e ne hanno espulso la maggioranza, la resistenza palestinese non si è mai placata. 

Ostinatamente gli Stati Uniti, i Paesi colonialisti dell’Unione Europea e il Regno Unito non sono stanchi del loro impegno a difendere “Il diritto di Israele a difendersi”.  Quello che questi governi intendono con questo ritornello suprematista bianco è ”il diritto di Israele di difendere” il proprio regime di apartheid e la supremazia ebraica contro la resistenza anti-colonialista dei nativi.

A loro si sono uniti i media dominanti e i canali social che soffocano ed escludono opinioni filo-palestinesi come il loro specifico contributo a difesa del diritto di Israele di difendere il proprio regime di apartheid.

‘Neutralità’ liberal

Per decenni un intero vocabolario ideologico bianco e progressista è stato arruolato con il compito di difendere il regime sionista nel corso della sua ininterrotta guerra coloniale contro il popolo palestinese. I difensori progressisti (e conservatori) di Israele ripetono che quello che succede in Palestina non è una guerra coloniale di conquista e una lotta di liberazione anti-coloniale dei nativi, ma piuttosto un “conflitto”, un termine che ha cominciato ad essere usato fin dagli inizi degli anni ’20 del secolo scorso, prima dai sionisti e poi dagli inglesi, e compare nei primi documenti sionisti, presentato come una definizione neutra.

Altri termini liberal “neutrali” definiscono questa guerra coloniale e la resistenza contro di essa “scontri” e un “ciclo di violenza”.

Nel lessico occidentale bianco progressista raramente i palestinesi sono identificati come la popolazione indigena della Palestina che sta subendo una pulizia etnica e gli ebrei israeliani non sono mai denunciati come coloni ebrei che stanno attuando una pulizia etnica.   

La resistenza palestinese è etichettata in modo “neutrale ” come “violenza” e, cosa più importante, come “terrorismo”, mentre ci si riferisce al bombardamento coloniale israeliano come “rappresaglia”, giustificata dal “diritto di Israele a difendersi”. Il termine ideologico liberal “rappresaglia ” è un’altra parola chiave presentata come “neutrale” nello stesso momento in cui si insiste che i palestinesi sono quelli che commettono “violenza” per primi.

Con ciò si intende eliminare la guerra coloniale sionista contro i palestinesi dagli anni ‘80 dell’Ottocento come causa prima delle loro disgrazie e della Nakba [la Catastrofe, ossia la pulizia etnica operata dai sionisti nel ’47-’48, ndtr.]. Questo termine “neutro” cerca di presentare la conquista coloniale della Palestina come un processo “pacifico” al quale i barbari palestinesi non bianchi hanno risposto con la violenza, contro cui l’Israele civilizzato ed europeo oggi compie delle “rappresaglie”.

La strategia dei media occidentali progressisti dominati dai bianchi spesso insiste nel rappresentare la lotta palestinese come lotta interna religiosa fra “ebrei” e “musulmani”, dipingendole come due comunità autoctone in conflitto l’una con l’altra da tempo immemore. 

Alcuni dei bianchi progressisti che ammettono che il loro impegno a sostegno del colonialismo in Palestina, dell’apartheid israeliano e della supremazia ebraica ha creato loro un conflitto di coscienza, si sono uniti in anni recenti alle armate dei difensori dei diritti umani liberal occidentali per negare i diritti nazionali indigeni dei palestinesi, in favore dei loro diritti “umani”, esigendo che Israele non violi questi ultimi. 

Questa retorica spoliticizza la lotta palestinese e ancora una volta cancella deliberatamente la natura coloniale dell’oppressione israeliana a cui i palestinesi sono sottoposti. 

Allo stesso modo, la pulizia etnica dei palestinesi è ribattezza dal lessico progressista come “sfratti” di palestinesi dalle proprie case, cosa che legittima la descrizione di Jared Kushner [genero, finanziatore dei coloni ed ex-consigliere per il Medio Oriente di Trump, ndtr.] e quella ufficiale israeliana della supremazia ebraica dei coloni nel Paese come una semplice “disputa immobiliare”.

L’età delle rivolte

I contadini palestinesi hanno per la prima volta resistito nel 1884 ai coloni ebrei europei che cominciavano a fondare un regime coloniale di apartheid e di supremazia ebraica in Palestina. I coloni ebrei russi, inizialmente finanziati dal barone Edmond de Rothschild, avviarono la pulizia etnica dei nativi palestinesi dalla terra che avevano coltivato per secoli per impiantare colonie ebraiche europee dopo il loro arrivo nel Paese dei palestinesi nel 1882-1883.

I palestinesi resistettero ai nuovi insediamenti coloniali costruiti sulle proprie terre – Petah Tikva, Gedera, Rehovot, Nes Ziyyona, e Hadera.  Nel suo libro intitolato The Arabs and Zionism before WWI [Gli arabi e il sionismo prima della prima guerra mondiale] lo storico Neville Mandel afferma che “prima o poi quasi tutte le colonie ebraiche entrarono in conflitto con” i contadini palestinesi del posto. Secondo Mandel, fra il 1904 e il 1909 scoppiarono altre rivolte di contadini palestinesi contro i coloni ebrei e parecchi palestinesi e coloni furono uccisi, il che portò all’incarcerazione di contadini da parte delle autorità ottomane.

Altre rivolte seguirono nel 1910 nel villaggio di al-Fula, dove i coloni uccisero un palestinese e gli ottomani ne arrestarono moltissimi altri. Le sollevazioni ripresero dopo la Prima guerra mondiale, quando gli inglesi conquistarono la Palestina.

Nel 1920, durante la festività di Nabi Musa che coincideva con la Pasqua ortodossa per cristiani palestinesi e con il Pesach per gli ebrei, milizie coloniali sioniste, a centinaia, marciarono nelle strade di Gerusalemme per intimidire i nativi palestinesi di cui bramavano il Paese. Questo portò a una sollevazione in città da parte dei palestinesi. Cinque ebrei e quattro palestinesi, tra cui una giovane ragazzina, furono uccisi.

Nel 1925, la rivolta dei contadini di ‘Affulah che protestavano contro l’occupazione coloniale ebraica e la pulizia etnica degli abitanti dimostrò che l’ininterrotto progetto sionista coloniale continuava a dover affrontare una dura resistenza. Nel 1929 la rivolta palestinese contro gli inglesi e gli ebrei colonizzatori esplose a Gerusalemme e presto si estese a gran parte della Palestina, uccidendo centinaia di persone di entrambe le parti.

Seguirono altre insurrezioni nel 1933, che culminarono con la formazione di bande di contadini guerriglieri guidate da Izz al-Din al-Qassam nel 1935 e nella Grande Rivolta palestinese che durò dal 1936 al 1939 e costò 5.000 vite palestinesi.

Nessuna di queste rivolte fu in grado di fermare la marcia costante della colonizzazione ebraica, dato che era sostenuta dalla potenza coloniale inglese e dalla Lega delle Nazioni, che preparava la battaglia finale per la pulizia etnica del 1947-48.

Le bande sioniste conquistarono la Palestina, insediarono una colonia ebraica e immediatamente intrapresero l’insediamento legale e istituzionale di un regime suprematista ebraico di apartheid, accompagnato da decine di massacri di palestinesi.

Massacrare i nativi

I coloni ebrei europei hanno preso in prestito molta della loro strategia coloniale e razziale da altri coloni bianchi europei. Questo include l’importante mantra che i coloni non avevano altra scelta che massacrare i nativi africani.

Difendendo i massacri coloniali dei suprematisti bianchi del popolo indigeno dei Nama in Namibia, nell’Africa meridionale, il rappresentante coloniale portoghese alla Lega delle Nazioni, Freire D’Andrade, il cui Paese aveva parecchie colonie vicino alla Namibia e al Sud Africa, nel 1923 disse che “nell’Africa meridionale esisteva un movimento anti-europeo che era di considerevole importanza; si diceva spesso era che l’Africa era per gli africani e gli europei dovevano essere gettati a mare.” 

Prendendo a prestito questa frase dei coloni bianchi, il capo dell’Organizzazione sionista, Chaim Weizmann, sostenne che nel 1930 che la Lega delle Nazioni non avrebbe dovuto concedere l’autodeterminazione democratica ai palestinesi indigeni, usando l’affermazione coloniale di D’Andrade su ciò che la richiesta di democrazia e indipendenza dei popoli indigeni comportava per i coloni europei. Ciò che i leader arabi “desiderano nel presente,” insisteva Weizmann, “è chiaramente buttarci nel Mediterraneo.”  Ci sarebbero riusciti, spiegava Weizmann, con il loro “desiderio” di stabilire “un Parlamento su base democratica, cioè un’istituzione in cui noi saremmo una piccola minoranza.” 

I coloni ebrei privarono i palestinesi non solo dei loro diritti democratici dal 1948; infatti furono loro, secondo Ilan Pappe in Ethnic Cleansing of Palestine [Pulizia etnica della Palestina, Fazi, 2008] che nel 1948 spinsero i palestinesi nel Mediterraneo e nel deserto mentre procedevano con la pulizia etnica della loro colonia d’insediamento.

La storia degli ultimi 73 anni della resistenza palestinese all’apartheid israeliano e alla supremazia, comunque, sarebbe stata cancellata non solo dai coloni sionisti e dal loro Stato di nuovo insediamento, ma anche da tutti i loro sponsor imperialisti in Europa e dalle colonie di insediamento nordamericane che, a loro volta, hanno fornito e continuano a rifornire Israele di denaro e armi per avanzare con la sua colonizzazione e la pulizia etnica e rimangono sostenitori entusiasti del “diritto di Israele a difendere se stesso” e il suo regime di apartheid e di suprematisti ebrei da ogni resistenza indigena. 

Unire i palestinesi

L’attacco in corso da parte di sionisti e israeliani contro il popolo palestinese ancora una volta distrugge tutti gli strenui tentativi del colonialismo ebraico di dividere i palestinesi e aiuta a cementare l’unità di questo popolo colonizzato contro il suo usurpatore coloniale.

Nel 1948 Israele divise i palestinesi: quelli espulsi dai suoi confini e quelli sottomessi alla supremazia ebraica all’interno di quei confini. I palestinesi in Israele furono ulteriormente divisi secondo criteri sionisti razzisti così cari agli ebrei sionisti europei, ma completamente estranei ai palestinesi.

Quindi i drusi arabi palestinesi che appartenevano a una denominazione religiosa vennero etnicizzati come “drusi”, mentre gli allevatori palestinesi furono etnicizzati come “beduini”. Entrambi i gruppi arabi palestinesi furono legalmente separati dai palestinesi musulmani e dai palestinesi cristiani di tutte le denominazioni, anche se Israele ora continua i suoi sforzi per separare gli ultimi due ed etnicizzarli. 

Quando Israele conquistò il resto della Palestina nel 1967 il suo primo atto fu separare i palestinesi di Gerusalemme Est dal resto della Cisgiordania e dopo il 1993 cominciò a separare i palestinesi in Cisgiordania e Gaza con i checkpoint permanenti dell’esercito israeliano.

Nel 2000 ha separato i palestinesi della Cisgiordania a occidente del muro dell’apartheid di nuova costruzione da quelli che vivono sul suo lato orientale. Nel 2005 ha separato i palestinesi di Gaza dai palestinesi della Cisgiordania, tutto ciò mentre cerca di de-palestinizzare i palestinesi espulsi che vivono in esilio dal 1948, un tentativo che negli ultimi dieci anni cerca di ridefinire chi è un rifugiato palestinese riconosciuto dall’ONU, per ridurre il loro numero da sette milioni a poche migliaia.

Nonostante tutti questi sforzi di etnicizzazione, razzializzazione e denazionalizzazione, l’unità palestinese continua, anche perché tutti i palestinesi continuano a essere sottomessi e oppressi dal sionismo e dalla supremazia ebraica israeliana.

La rivolta dell’altra settimana ancora in corso contro l’apartheid israeliano e la supremazia ebraica nella colonia di insediamento, nei suoi confini del 1948 così come in quelli del 1967, prova questa unità e l’apartheid in cui tutti i palestinesi che vivono sotto il dominio israeliano sono sottoposti e che impedisce a tutti i palestinesi che Israele ha espulso fuori dai suoi confini di tornare a casa.

Questa settimana la marcia lungo il confine fra Palestina e Giordania dei palestinesi espulsi e dei loro alleati giordani dimostra ancora una volta che l’unità palestinese continua nonostante i coloni ebrei e il loro Stato. 

La resistenza continua

Durante la scorsa settimana, come è successo dal 1948, anche l’unità del governo israeliano e della popolazione ebrea israeliana si è manifestata nel fatto che tutti gli ebrei israeliani (con poche eccezioni degne di nota) prestano servizio nell’esercito coloniale israeliano e restano riservisti per decenni dopo aver finito il loro servizio militare obbligatorio che dura vari anni.

Mentre l’esercito israeliano e i civili ebrei estremisti attaccano e assassinano i palestinesi in Cisgiordania e Gaza, la polizia israeliana e i coloni ebrei attaccano i palestinesi a Gerusalemme Est e nelle città palestinesi colonizzate in Israele.

Ebrei intenzionati a portare avanti un pogrom e folle di linciatori aiutati dalla polizia hanno attaccato comunità palestinesi, bruciando bambini con bombe incendiari e distruggendo negozi a Giaffa, attaccando passanti ad Haifa, uccidendo giovani a Lydda, aggredendo palestinesi nelle loro auto a Ramleh e commettendo altre atrocità. 

La reazione più importante dei Paesi occidentali di suprematisti bianchi è stata di affermare chiaramente che sono al fianco di Israele e il suo “diritto” di difendere il suo regime di apartheid e la supremazia ebraica.

In risposta e in questo 73esimo anniversario della Nakba, il popolo palestinese perseguitato ovunque è determinato a resistere a questo persistente marchio europeo di oppressione coloniale e razziale e mettervi la parola fine una volta per tutte. 

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Joseph Massad è professore di storia politica e intellettuale araba moderna alla Columbia University di New York. È autore di numerosi libri e articoli, sia accademici che giornalistici. Tra le sue opere figurano: “Colonial Effects: The Making of National Identity in Jordan” [Effetti coloniali: la creazione dell’identità nazionale in Giordania], “Desiring Arabs” [Arabi Desideranti] e, in francese, “La persistance de la question palestinienne” [La persistenza della questione palestinese] (La Fabrique, 2009). Più di recente ha pubblicato “Islam in Liberalism” [L’Islam nel liberalismo]. I suoi libri e articoli sono stati pubblicati in una decina di lingue.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




I palestinesi non vogliono antisemiti nei loro cortei

Kamel Hawwash

17 maggio 2021 – Middle East Monitor

Come presidente della Palestine Solidarity Campaign [Campagna di Solidarietà con la Palestina] in Gran Bretagna sono stato orgoglioso di lavorare con i nostri partner per organizzare sabato un corteo stimato in 150.000 partecipanti da Marble Arch [arco di trionfo nei pressi di Hide Park, ndtr.] di Londra all’ambasciata israeliana a Kensington. Con noi c’erano il Palestinian Forum in Gran Bretagna, i Friends of Al-Aqsa [Amici di Al-Aqsa], la coalizione Stop the War [Ferma la guerra, ndtr.], CND e l’associazione musulmana della Gran Bretagna.

Discorso dopo discorso abbiamo espresso il nostro rifiuto dei letali bombardamenti di Israele contro Gaza che hanno fatto seguito ai tentativi di compiere una pulizia etnica a Sheikh Jarrah a danno degli abitanti palestinesi e all’indicibile violenza inflitta ai fedeli nella moschea di Al-Aqsa. C’è stato anche un supporto unanime ai palestinesi che si sono uniti nella Palestina storica come mai prima d’ora. L’apartheid israeliano, il colonialismo di insediamento, il razzismo e l’occupazione colpiscono tutte le aree della Palestina sotto occupazione. Nessun luogo è risparmiato dall’aggressione e dall’ oppressione sioniste, compresi quei palestinesi che hanno la cittadinanza israeliana perché nel 1948 sono rimasti nella loro terra in quello che ora è Israele.

C’è stato anche ripudio nei confronti dei leader dalla cosiddetta comunità internazionale, che sono rimasti in silenzio riguardo alla violenza inflitta ai palestinesi a Sheikh Jarrah, a Bab El-Amoud (la Porta di Damasco) e all’interno del complesso di Al-Aqsa. Gli stessi dirigenti, compresi tra gli altri il presidente USA e i rappresentanti dei governi britannico, francese e tedesco, si sono affrettati a sincronizzare il loro orologio discriminatorio contro i palestinesi quando il primo razzo è stato lanciato da Gaza verso Israele.

Il loro discorso è stato semplicemente che Israele ha il diritto all’autodifesa. Non è stata fatta alcuna menzione al diritto dei palestinesi all’autodifesa – in effetti il nostro diritto legittimo di resistere all’occupazione israeliana – come se fossimo persone inferiori. Invece gli americani hanno sostenuto che solo Paesi o Stati hanno il diritto all’autodifesa. La Palestina ha chiesto il riconoscimento come Stato da decenni. Tuttavia i principali Paesi del mondo, come gli USA, la Gran Bretagna, la Francia e la Germania, hanno ignorato questa richiesta, nonostante alcuni dei loro parlamenti abbiano approvato risoluzioni che impongono ai governanti di riconoscere lo Stato di Palestina.

Tuttavia questa è semantica e non dovrebbe essere utilizzata come scusa per negare al popolo palestinese il diritto all’autodifesa perché farlo sconvolgerebbe lo status quo favorevole a Israele. Cosa importante, la Corte Penale Internazionale ha accettato di avere giurisdizione sui Territori Palestinesi Occupati perché la Palestina è riconosciuta dall’ONU come Stato osservatore ed è stata ammessa allo Statuto di Roma. Quindi è uno Stato ed ha il diritto all’autodifesa.

Le persone possono avere diverse opinioni su cosa significhi autodifesa. Nel caso di Israele, sembra che utilizzerà ogni mezzo violento a disposizione per mettere in atto quello che considera il suo diritto. Tuttavia basta guardare alle distruzioni e devastazioni provocate a Gaza. Non c’è una giustificazione di “autodifesa” per il massacro di uomini, donne e bambini innocenti con quelle che dovrebbero essere armi intelligenti che costano milioni di dollari. Non ci sono scuse per la demolizione di grattacieli che ospitano centinaia di persone, indipendentemente dal fatto che l’esercito abbia o meno avvertito gli abitanti per telefono o con razzi “leggeri” che stava per privarli di una casa. Non ci sono scuse per aver fatto saltare in aria il grattacielo che ospitava gli uffici di mezzi di comunicazione come Al Jazeera, che ha informato del barbaro bombardamento. Non ci sono scuse per la distruzione di banche e altre infrastrutture della società civile. Israele ha fatto tutto ciò per “autodifesa”. Non sono sicuro che distruggere una banca o privare i palestinesi della propria casa possa rendere i cittadini israeliani più sicuri.

Questa è una violenza assolutamente folle contro una popolazione imprigionata, assediata, senza un posto in cui rifugiarsi nella zona più densamente popolata al mondo. Israele ha di nuovo traumatizzato un’intera generazione che crescerà pronta ad unirsi alla resistenza.

Né io né la PSC vogliamo vedere qualcuno ucciso o ferito a causa dell’insistenza di Israele nel negare ai palestinesi il loro diritto all’autodeterminazione nella loro patria e il legittimo diritto dei rifugiati di tornare a casa.

Né vogliamo la sorprendente solidarietà cui abbiamo assistito nelle strade di Londra, Brighton, Birmingham, Manchester e Newcastle e in molti altri luoghi in Gran Bretagna e altrove, segnata da alcuni come espressione di odio verso gli ebrei, che non hanno niente a che vedere con gli eventi che si sviluppano in Palestina, derivanti dalle ripugnanti politiche e pratiche di Israele.

In quanto antirazzista e anche presidente di un’organizzazione di solidarietà antirazzista, io e la mia organizzazione prendiamo le distanze da ogni tentativo di accusare gli ebrei britannici delle azioni di Israele. Quest’ultimo è guidato dalle politiche della sua dirigenza di estrema destra e dall’ideologia sionista che ha insediato Israele nella mia patria, la Palestina, con l’aiuto e la complicità della Gran Bretagna.

Né io la PSC o i nostri alleati vogliamo che i razzisti prendano parte alle nostre manifestazioni e raduni. Cosa ancora più importante, il popolo palestinese non vuole l’appoggio di razzisti che tentano di utilizzare la nostra causa per vomitare il proprio odio contro gli ebrei.

Quindi sono rimasto realmente scioccato e sconvolto quando ho visto un filmato ampiamente diffuso domenica sulle reti sociali in cui la bandiera della pace, la bandiera palestinese, copriva automobili in cui alcuni antisemiti hanno attraversato zone ebraiche a Londra e gridato oscenità razziste. Ciò non è stato fatto in nome dei palestinesi, lo condanno incondizionatamente e chiedo alle autorità di prendere ogni misura necessaria per fronteggiare questi razzisti.

Ho pubblicato immediatamente questo tweet:

“Questa gente non parla per i palestinesi e non abbiamo bisogno né vogliamo il loro appoggio. Il nostro problema riguarda il sionismo, non gli ebrei. Non voglio che partecipino alle nostre manifestazioni o cortei.”

Non è questo il momento per discutere sulla definizione di antisemitismo, ma rifiuto il tentativo di proteggere Israele attraverso nuove definizioni di questa piaga razzista. Per me è semplice: l’antisemitismo è l’odio contro gli ebrei perché sono ebrei. Detesto ogni forma di razzismo. Credo fermamente che noi, palestinesi britannici, stiamo fianco a fianco con gli ebrei britannici nel rifiuto di ogni forma di razzismo, esattamente come facciamo con ogni altra minoranza.

Sfileremo di nuovo a Londra il prossimo sabato e ci saranno cortei e marce in tutta la Gran Bretagna e nel mondo. La nostra rabbia sarà rivolta contro Israele, non contro gli ebrei britannici o di altri luoghi. Dico a quanti vengono alle manifestazioni: non portate cartelli con immagini antisemite o che fanno riferimento al nazismo. Non gridate slogan antisemiti. Contestate quelli che lo fanno, perché non li vogliamo ed essi non aiutano la nostra causa. Portate cartelli che appoggino i palestinesi e sventolate la bandiera palestinese.

Non vogliamo antisemiti nella nostra società e non vogliamo antisemiti nei cortei e nei raduni in solidarietà con i palestinesi o negli eventi filo-palestinesi. Per il bene dei nostri fratelli e sorelle palestinesi, rendiamo gli eventi palestinesi zone libere dall’antisemitismo e concentriamoci e facciamo pressione contro l’apartheid israeliano. Palestina libera.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)