La dichiarazione Balfour: uno studio sulla doppiezza britannica

Avi Shlaim

Venerdì 25 agosto 2017, Middle East Eye

Sono passati quasi 100 anni da quando questo documento ha cambiato il corso della storia, eppure la Gran Bretagna non ha ancora riconosciuto il rifiuto da parte di Israele del diritto all’autodeterminazione nazionale dei palestinesi– e la sua stessa complicità.

La Dichiarazione Balfour, emanata il 2 novembre 1917, è stato un breve documento che ha cambiato il corso della storia. Ha impegnato il governo britannico ad appoggiare la fondazione di un focolare per il popolo ebraico in Palestina, disponendo che non fosse fatto niente “per pregiudicare i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche esistenti in Palestina.”

A quel tempo gli ebrei rappresentavano il 10% della popolazione della Palestina: 60.000 ebrei e poco più di 600.000 arabi. Eppure la Gran Bretagna scelse di riconoscere il diritto all’autodeterminazione nazionale della ridotta minoranza e di negarla recisamente all’incontestabile maggioranza. Nelle parole dello scrittore ebreo Arthur Koestler: c’era una Nazione che promise a un’altra Nazione la terra di una terza Nazione.

Alcuni resoconti contemporanei presentarono la Dichiarazione Balfour come un gesto disinteressato e come un nobile progetto cristiano per aiutare un antico popolo a ricostituire la propria vita nazionale nella sua patria ancestrale. Questi resoconti sgorgavano dal romanticismo biblico di alcuni funzionari britannici e dalla loro simpatia per la condizione degli ebrei nell’Europa orientale.

Studi successivi suggeriscono che il principale motivo dell’emanazione della dichiarazione era il freddo calcolo degli interessi imperiali britannici. Si credeva erroneamente, come è risultato in seguito, che gli interessi britannici sarebbero stati meglio tutelati da un’alleanza con il movimento sionista in Palestina.

La Palestina controllava le vie di comunicazione dell’impero britannico con l’Estremo Oriente. La Francia, il principale alleato della Gran Bretagna nella guerra contro la Germania, era al contempo una rivale nell’influenza sulla Palestina.

In base all’accordo segreto Sykes-Picot del 1916, i due Paesi si divisero il Medio Oriente in zone di influenza, ma vennero a un compromesso su un’amministrazione internazionale per la Palestina. Aiutando i sionisti ad occupare la Palestina, i britannici speravano di garantirsi una presenza preponderante nella zona e di escludere i francesi. I francesi definirono i britannici “perfida Albione”. La Dichiarazione Balfour era un esempio lampante di questa perenne perfidia.

Le principali vittime di Balfour

Le principali vittime della Dichiarazione Balfour, tuttavia, non furono i francesi ma gli arabi della Palestina. La dichiarazione era un classico documento coloniale europeo messo assieme da un piccolo gruppo di uomini con una mentalità totalmente colonialista. Venne formulato con assoluto spregio per i diritti politici della maggioranza della popolazione indigena.

Il ministro degli Esteri Arthur Balfour non fece nessuno sforzo per mascherare il proprio disprezzo per gli arabi.

Il sionismo, che sia giusto o sbagliato, buono o cattivo,” scrisse nel 1922, era “radicato in una tradizione di lungo periodo, nelle necessità presenti e nelle speranze future di importanza molto maggiore dei desideri e dei pregiudizi dei 700.000 arabi che ora abitano quella terra antica.” Difficilmente ci potrebbe essere una illustrazione più evidente di quello che Edward Said ha definito “l’epistemologia morale dell’imperialismo.”

Balfour era solo un languido aristocratico inglese. La vera forza motrice dietro la dichiarazione non era Balfour ma David Lloyd George, un impetuoso radicale gallese che guidava il governo. In politica estera Lloyd George era un imperialista britannico alla vecchia maniera e un usurpatore di terre. Il suo appoggio al sionismo, tuttavia, era basato non sulla corretta valutazione degli interessi britannici, ma sull’ignoranza: egli ammirava gli ebrei ma al contempo li temeva e non comprese che i sionisti erano la minoranza di una minoranza.

Schierando la Gran Bretagna con il movimento sionista, agì con l’opinione sbagliata – e antisemita – secondo cui gli ebrei erano straordinariamente influenti e che avrebbero accelerato un cambiamento storico. In effetti, il popolo ebraico era indifeso, senza nessun’altra influenza se non attraverso il mito di un potere occulto.

In breve, l’appoggio britannico al sionismo durante la guerra era radicato in un arrogante atteggiamento colonialista nei confronti degli arabi e nell’opinione sbagliata sul potere globale degli ebrei.

Un duplice obbligo

La Gran Bretagna aggravò il proprio errore originario inserendo i termini della Dichiarazione Balfour nel mandato della Società delle Nazioni per la Palestina. Quella che era stata una semplice promessa da parte di un grande potere a un alleato minore divenne a quel punto uno strumento internazionale legalmente vincolante.

Per essere più precisi, la Gran Bretagna in quanto potere mandatario assunse un duplice obbligo: di aiutare gli ebrei a costituire un focolare in tutta la Palestina mandataria e, allo stesso tempo, di proteggere i diritti civili e religiosi degli arabi. La Gran Bretagna rispettò il primo obbligo, ma mancò di onorare persino questo secondo, pur misero, impegno.

Che la Gran Bretagna fosse colpevole di doppiezza e facesse il doppio gioco è fuori discussione. Perciò la vera domanda da porsi è: questa politica immorale ha portato alla Gran Bretagna qualche vantaggio concreto? La mia risposta a questa domanda è che non ne ha portato nessuno.

La Dichiarazione Balfour è stata una palla al piede della Gran Bretagna dall’inizio del mandato [sulla Palestina] fino alla sua ingloriosa fine nel maggio 1948.

I sionisti sostennero che ogni cosa che la Gran Bretagna faceva per loro nel periodo tra le due guerre era molto lontano da quanto originariamente aveva promesso. Sostenevano che la dichiarazione implicava un appoggio ad uno Stato ebraico indipendente; i funzionari britannici ribattevano che avevano promesso solo un territorio nazionale, che non è lo stesso di uno Stato. Al contempo la Gran Bretagna subì l’ostilità non solo dei palestinesi, ma di milioni di arabi e musulmani in tutto il mondo.

Elizabeth Monroe, nel suo classico saggio Britain’s Moment in the Middle East [“Il periodo della Gran Bretagna in Medio Oriente”], fornisce un giudizio equilibrato su questa vicenda. “Valutato in base ai soli interessi britannici,” scrive Monroe, “ciò è uno dei più grandi errori della storia del nostro impero.”

Con il senno di poi, la Dichiarazione Balfour appare come un colossale abbaglio strategico.

Il risultato finale fu di permettere ai sionisti di occupare la Palestina, un’occupazione che continua fino ai nostri giorni nella forma di una espansione delle colonie, illegale ma senza sosta, in Cisgiordania a spese dei palestinesi.

Mentalità radicata

Data questa documentazione storica, ci si potrebbe aspettare che i dirigenti britannici abbassino il capo per la vergogna e rinneghino questa velenosa eredità del loro passato coloniale. Ma gli ultimi tre primi ministri britannici dei due principali partiti politici – Tony Blair, Gordon Brown e David Cameron – hanno dimostrato uno strenuo appoggio ad Israele e un’assoluta indifferenza per i diritti dei palestinesi.

L’attuale primo ministro Theresa May è uno dei leader più filo-israeliani d’Europa. In un discorso del dicembre 2016 agli “Amici conservatori di Israele”, che includono oltre l’80% dei parlamentari conservatori e tutto il governo, ha osannato Israele come “un Paese eccezionale” e “un faro di tolleranza”.

Spargendo sale sulle ferite palestinesi, ha definito la Dichiarazione Balfour “una delle più importanti lettere della storia,” ed ha promesso di festeggiarne l’anniversario.

Una petizione che chiede al governo di scusarsi per la Dichiarazione Balfour è stata firmata da 13.637 persone, compreso chi scrive. Il governo ha risposto come segue:

La Dichiarazione Balfour è una affermazione storica per la quale il governo di Sua Maestà non intende chiedere scusa. Siamo orgogliosi del nostro ruolo nella creazione dello Stato di Israele.

La dichiarazione è stata scritta in un mondo di poteri imperialisti in competizione tra loro, nel mezzo della Prima guerra mondiale e del tramonto dell’impero ottomano. In quel contesto, fondare una patria per il popolo ebraico sulla terra con cui ha legami storici e religiosi così forti era la cosa giusta e morale da fare, soprattutto di fronte a una storia di plurisecolari persecuzioni.

Molte cose sono successe dal 1917. Riconosciamo che la dichiarazione avrebbe dovuto chiedere la protezione dei diritti politici delle comunità non ebraiche in Palestina, in particolare il loro diritto all’autodeterminazione. Tuttavia la cosa importante ora è guardare avanti e garantire la sicurezza e la giustizia sia agli israeliani che ai palestinesi attraverso una pace duratura.”

Sembrerebbe che, nonostante sia passato un secolo, la mentalità colonialista dell’élite politica britannica sia ancora profondamente radicata. I dirigenti britannici dei nostri giorni, come i loro predecessori della Prima guerra mondiale, fanno ancora riferimento agli arabi come alle “comunità non ebraiche in Palestina.”

E’ vero, il governo riconosce che la dichiarazione avrebbe dovuto proteggere i diritti politici degli arabi di Palestina. Ma non riconosce l’ostinata negazione da parte di Israele del diritto dei palestinesi all’autodeterminazione nazionale e la complicità della Gran Bretagna in questa costante negazione. I dirigenti britannici, come i Borboni, re di Francia, a quanto pare non hanno imparato niente e niente hanno dimenticato nei 100 anni trascorsi [dalla Dichiarazione Balfour].

Avi Shlaim è professore emerito in Relazioni internazionali all’università di Oxford e autore di The Iron Wall: Israel and the Arab World (2014) [ed. italiana:“Il muro di ferro: Israele e il mondo arabo”, Il Ponte editrice] e di Israel and Palestine: Reappraisals, Revisions, Refutations (2009) [“Israele e Palestina: riesami, revisioni, confutazioni”].

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione di Amedeo Rossi)




L’alleanza tra i sionisti ed i suprematisti bianchi nella Casa Bianca di Trump

Ali Abunimah Lobby Watch

15 agosto 2017, Electronic Intifada

Un articolo molto discusso del New York Times sulle pressioni sul presidente Donald Trump perché licenzi il suo consigliere Steve Bannon contiene questa affermazione intrigante:

La capacità del signor Bannon di inserirsi come populista all’interno dell’amministrazione Trump è in parte dovuta ai suoi collegamenti con un pugno di ricchissimi padrini politici, compreso Sheldon G. Adelson, il magnate filo-israeliano dei casinò di Las Vegas.

Come presidente esecutivo di Breitbart News prima di unirsi alla campagna elettorale di Trump, Bannon ha trasformato il sito informativo di estrema destra in quello che ha definito come la “piattaforma per l’alt-right” – l’insieme di neonazisti, suprematisti bianchi e razzisti che sabato sono stati la nuova causa di indignazione dopo la loro violenta aggressione a Charlottesville, in Virginia.

Il silenzio di Israele

Bannon è universalmente visto come il campione dei suprematisti bianchi – alcuni dei quali hanno sfilato apertamente con bandiere naziste – e la ragione per cui Trump non li ha esplicitamente condannati immediatamente dopo che uno di loro, a quanto pare James Alex Field, di 20 anni, ha lanciato la sua macchina contro i manifestanti contrari, uccidendo la 32enne Heather Hever e ne ha ferito più di una dozzina di altri.

Da qui le rinnovate pressioni su Trump perché licenzi Bannon. Ma se Bannon appoggia i suprematisti bianchi e la far-right chiaramente antisemita, perché gode del sostegno di Adelson? Il miliardario di Las Vegas, com’è ben noto, è un importante finanziatore del partito Repubblicano USA e uno dei maggior donatori delle organizzazioni filo-israeliane negli Stati Uniti. Adelson ha affermato di essere dispiaciuto per aver fatto il servizio militare nell’esercito USA invece che in quello israeliano.

E’ anche uno stretto alleato del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu – ed è qui che si può trovare la risposta.

I leader israeliani, compreso Netanyahu, sono rimasti in silenzio in maniera molto evidente riguardo ai nazisti che si sono scatenati a Charlottesville – cosa particolarmente strana dato che Israele è in genere molto lesto nello sfruttare avvenimenti internazionali a proprio vantaggio. (Dopo tre giorni di silenzio alla fine Netanyahu, martedì, ha twittato una condanna generica dell’ “antisemitismo, neonazismo e razzismo” senza citare specificamente Charlottesville).

Perché lo “Stato ebraico” è apparentemente così riluttante ad esprimersi contro i nazisti?

Le alleanze antisemite di Israele

Mentre Israele pretende di essere il protettore degli ebrei di tutto il mondo, storicamente i sionisti hanno stretto alleanza con i più letali antisemiti del mondo. Sionisti e antisemiti, dopo tutto, condividono l’analisi che gli ebrei non appartengono all’Europa, quindi perché non collaborare per trasportarli da qualche altra parte – in Palestina?

Questa odiosa alleanza continua in forme attuali, come ha osservato [in alcuni tweet] il giornalista Max Blumenthal il 14 agosto:

Un ‘liberal’ israeliano incita gli ebrei a lasciare l’America. E’ quello che vogliono che facciamo anche i nazisti che hanno marciato a Charlottesville. Che vadano entrambi al diavolo.”

Ma questa è l’essenza del Sionismo ed è la ragione per cui è stato accolto in modo così accondiscendente dai fascisti gentili [cioè non ebrei, ndt.] che vogliono anche loro che gli ebrei se ne vadano.”

Una pietra miliare della politica israeliana di oggi è rafforzare i legami con altre forze ultranazionaliste, razziste ed islamofobe in tutto il mondo – persino se sono anche anti-semite.

Un esempio lampante è l’abbraccio dello stesso di Netanyahu con il primo ministro ungherese Viktor Orban, nonostante il recente elogio di quest’ultimo a Viktor Horthy, l’alleato di Hitler durante la guerra che diresse l’uccisione di 500.000 vittime dell’Olocausto.

Gli interessi di Israele hanno assunto priorità rispetto alla preoccupazione per la sicurezza degli ebrei ungheresi, dato che Netanyahu ha ordinato al suo ministro degli Esteri di soffocare le critiche contro i richiami antisemiti di Orban.

In modo significativo Richard Spencer, l’ideologo neonazista che vuole creare una patria ariana in Nord America, ha definito la sua missione “una specie di sionismo bianco”. Spencer ha rapporti con un altro consulente importante della Casa Bianca, Stephen Miller.

Una simile alleanza ideologica prevale all’interno della Casa Bianca. E Israele l’ha protetta: Ron Dermer, l’ambasciatore israeliano a Washington, ha difeso pubblicamente Bannon nei giorni che hanno seguito le elezioni di novembre, dopo che gruppi di ebrei americani hanno duramente criticato la nomina di Bannon a posizioni di vertice.

Ideologia e convenienza

Ma l’alleanza Adelson-Bannon è anche di convenienza. L’ “Organizzazione Sionista d’America”, sostenuta da Adelson, sta conducendo una campagna contro il consigliere per la Sicurezza Nazionale di Trump H. R. McMaster, che intende presentare il generale dell’esercito come “ostile ad Israele”.

McMaster sembra anche essere uno dei principali oppositori di Bannon all’interno della Casa Bianca. Figure dell’establishment della lobby israeliana, come l’ambasciatore dell’amministrazione Obama in Israele Daniel Shapiro, sono insorte a difesa di Mc Master:

Due figure importanti della sicurezza israeliana smentiscono la frottola assurda ed offensiva che McMaster sia ostile ad Israele.”

Scegli la tua guerra

Ci sono diverse questioni in gioco. Parte dell’agenda dell’ultranazionalista “Prima l’America” di Bannon è l’opposizione ad alcuni interventi militari USA, in particolare a un rinnovato “slancio” in Afghanistan ,che è appoggiato da McMaster e dal ministro della Difesa USA James Mattis.

Tuttavia ciò non è interesse né di Adelson né di Netanyahu. Bannon ed altre figure dell’estrema destra, compreso il consigliere della Casa Bianca Sebastian Gorka, sono stati gli oppositori principali dell’accordo internazionale con l’Iran sul suo programma per l’energia nucleare. Per anni bloccare o indebolire l’accordo con l’Iran è stata una delle preoccupazioni di Netanyahu.

Bannon e Gorka si sono opposti furiosamente alla recente certificazione da parte del dipartimento di Stato che l’Iran sta rispettando i termini dell’accordo.

L’accusa fondamentale dell’ “Organizzazione Sionista d’America” contro McMaster è che è troppo comprensivo con l’Iran.

Informazioni riportate da “The Forward” [storica rivista ebreo-statunitense, ndt.] hanno rivelato che Gorka è membro del gruppo ungherese di estrema destra che era controllato dai nazisti durante la guerra ed ha fornito appoggio ad una milizia antisemita.

Per chi sostiene la giustizia e si oppone alla guerra e al razzismo non c’è una “parte” da scegliere in questa battaglia. Da una parte c’è la fazione di Bannon-Adelson che sostiene il sionismo estremista, l’antisemitismo, la supremazia bianca e la possibile guerra contro l’Iran. Dall’altra, c’è quella di McMaster, appoggiata dall’apparato di Washington, che vuole perpetuare le attuali guerre imperialiste dell’America, a cominciare da un’escalation in Afghanistan.

(traduzione di Amedeo Rossi)




L’innamoramento di Israele per gli antisemiti ungheresi mette in luce l’orribile essenza del sionismo

Asa Winstanley – 26 luglio 2017,Middle East Monitor

Il sionismo, l’ideologia ufficiale dello Stato di Israele, è sempre stato un progetto politico antisemita. Benché il sionismo si sia presentato come una soluzione all’antisemitismo europeo, in realtà ha significato una sua continuazione nello spirito e nella pratica.

La premessa di base che sta dietro al sionismo è sempre stata fondamentalmente anti-ebraica. L’idea che gli ebrei non siano autentici cittadini dei loro Paesi d’origine in Europa ed altrove e che dovrebbero andarsene per diventare coloni in un Paese straniero – Israele – è tale che la sinistra politica non ha problemi a riconoscerla come antisemita quando è sostenuta dalla destra politica. Quando la stessa menzogna esce dalla bocca dei sionisti, allora (compreso qualche qualche gruppo progressista e di sinistra) viene accettata perché appoggiano Israele. E’ ora di porre fine a questa ipocrisia e di ammettere che il sionismo è antisemitismo.

Un’ulteriore prova di ciò è risultata evidente all’inizio di questo mese con la questione di George Soros in Ungheria. Il governo di destra ha lanciato una campagna di manifesti esplicitamente anti-semiti che ha preso di mira gli immigrati; i manifesti mostravano il volto sorridente di Soros e una didascalia: “Non lasciamo che Soros abbia l’ultima parola [letteralmente: che rida per ultimo, ndt.]!”

Nato ebreo ungherese, Soros è un finanziere miliardario e finanziatore di cause progressiste attraverso le sue “Fondazioni per una Società Aperta”. I beneficiari della sua generosità includono gruppi che promuovono politiche immigratorie più aperte.

Il messaggio chiaramente insito nei manifesti era che ricchi ebrei stanno dietro una trama per inondare l’Ungheria di immigrati, una tipica menzogna della propaganda fascista. “Human Rights Watch”, un’organizzazione in parte finanziata da Soros, ha condannato la campagna, affermando che “evoca ricordi dei manifesti nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale.”

Anche la comunità ebraica ungherese ha manifestato preoccupazione, e l’ambasciata israeliana a Budapest inizialmente ha fatto lo stesso. Tuttavia, ore dopo, il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu – che è anche il ministro degli Esteri – in un comunicato rilasciato dal ministero degli Esteri ha scavalcato l’ambasciata. Il “chiarimento” ha sostenuto che George Soros “minaccia continuamente i governi israeliani democraticamente eletti” ed ha affermato che finanzia organizzazioni “che diffamano lo Stato ebraico e cercano di negargli il diritto di difendersi.”

B’tselem, il gruppo per i diritti umani israeliano che si dedica a documentare le violazioni a danno dei palestinesi da parte di Israele, è un altro gruppo sostenuto dalle fondazioni di Soros.

Il “chiarimento” di Netanyahu è molto significativo in quanto ha offerto un appoggio al primo ministro ungherese Viktor Orban. Lo scorso mese Orban ha elogiato il leader ungherese della Seconda Guerra Mondiale Miklos Horthy, definendolo uno “statista eccezionale”. Horthy fu un alleato di Adolf Hitler e il suo regime collaborò con i nazisti nella deportazione degli ebrei. Mezzo milione di ebrei ungheresi furono uccisi durante l’Olocausto nazista.

Ciononostante Netanyahu ha dato il proprio sostegno al leader ungherese alla vigilia della sua visita a Budapest all’inizio del mese, durante la quale ha lodato le credenziali filo-israeliane di Orban. “C’è un nuovo antisemitismo che è rappresentato dall’anti-sionismo e che consiste nel delegittimare l’unico Stato ebraico,” ha detto Netanyahu dopo colloqui con Orban. “L’Ungheria è, in molti modi, all’avanguardia degli Stati che vi si oppongono.”

Questa è in sintesi la politica israeliana: l’antisemitismo è ridefinito da “odio degli ebrei in quanto tali” a “critiche contro Israele”. Ciò ha raggiunto un culmine talmente estremo che persino ai sionisti non ebrei è consentito di uscirsene con i giudizi anti-ebraici più stravaganti finché appoggiano Israele sempre e comunque.

La faccenda ci ricorda un cartone animato orribilmente antisemita creato nel 2015 da un’organizzazione di coloni israeliani che riceve finanziamenti pubblici. Il grottesco esempio di propaganda era un attacco generalizzato contro B’tselem, Yesh Din e altri gruppi israeliani per i diritti umani. In esso un personaggio losco, con il naso grande definito come “Lo ebreo” [nel testo inglese “Ze Jew”], ha delle monete europee lanciategli in cambio di bugie propagandistiche inventate contro Israele. Classico esempio antisemita di incitamento contro gli ebrei critici di Israele, era persino intitolato “L’ebreo eterno”, come un film di propaganda nazista del 1940.

Come ha scritto recentemente Haaretz in un editoriale sulla faccenda di Soros, “Chi sostiene progetti universalisti e lotta per i diritti umani, compresi i diritti delle minoranze e degli stranieri, in Israele è denunciato come nemico.”

Attivisti ebrei nei movimenti di solidarietà con la Palestina in Gran Bretagna raccontano sistematicamente di essere vittime delle denunce più ferocemente antisemite da parte dei sionisti, che spesso esprimono l’auspicio che gli attivisti o le loro famiglie fossero stati uccisi durante l’Olocausto.

Riguardo a Soros, la destra ungherese e quella israeliana sembrano aver trovato una causa comune. Poco dopo che Netanyahu ha appoggiato la campagna di odio anti-semita di Orban, un parlamentare del suo partito di estrema destra, il Likud, ha proposto quella che ha chiamato la “Legge Soros”, per bloccare le donazioni ai gruppi di sinistra che godono di finanziamenti stranieri.

L’innamoramento di Israele per gli antisemiti ungheresi mette in luce l’orribile essenza del sionismo. La sua china verso il fascismo sempre più esplicito continua a ritmo sostenuto.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Come Israele è passata dal sionismo ateo allo Stato ebraico

 Shlomo Sand 21 gennaio, 2017, Haaretz

La sintesi di sionismo e socialismo si è disintegrata, aprendo la strada ad una simbiosi vincente di religione ed etno-nazionalismo

E’ triste leggere le recenti denunce degli intellettuali israeliani circa il collasso dell’unica democrazia ebraica del Medio Oriente. La malinconia laica suscita probabilmente l’identificazione tra i lettori – ma, ahimè, non li illumina.

A volte sembra che le parole non siano altro che attrezzi di scena nelle mani di abili acrobati da circo. Ad esempio, c’è una profonda relazione tra i termini laicismo e ateismo, ma non sono affatto coincidenti o identici. Tra gli intellettuali israeliani, e non casualmente, le differenze tra i due termini sono molto più vaghe che in altri ambiti del discorso nazionale.

Ad esempio, una persona può essere laica nel senso politico del termine e credere in un potere superiore (come il prof. Yeshayahu Leibowitz [grande filosofo religioso israeliano, ndr.] dell’ultimo periodo) oppure un ateo può non essere davvero laico (come il Primo Ministro David Ben-Gurion nei suoi ultimi anni). Il laicismo è – non soltanto, ma principalmente – un punto di vista politico, mentre l’ateismo è prima di tutto un punto di vista filosofico.

Nello sviluppo storico della democrazia liberale – e, in effetti, anche nella crescita di alcune delle democrazie autoritarie – laicismo ha voluto dire la separazione tra religione e Stato. O, per essere più precisi, una rottura del tradizionale nodo gordiano tra la società politica e la Chiesa (o le chiese).

E’ pur vero che la secolarizzazione dello spazio pubblico-politico non è mai stata totale – si veda ad esempio le bandiere di Svezia e Norvegia [contenenti entrambe una croce, ndr.] – o il rapporto duraturo tra il Regno Unito e la Chiesa Anglicana. Ma la legislazione riguardo allo stato civile, alla neutralità su questioni di credo e rito, all’istruzione pubblica senza l’intervento del clero e alla definizione della cittadinanza e della nazionalità senza criteri religiosi, è diventata la norma nella maggioranza dei Paesi nel XX° secolo (fatta eccezione in quelli del Medio Oriente e del Nord Africa).

Il sionismo, come movimento nazionale che si ribellò all’ebraismo storico, fu principalmente ateo. La maggior parte dei suoi leader e attivisti smisero di credere nella redenzione attraverso l’arrivo del Messia, l’antica essenza del credo ebraico, e presero il proprio destino nelle loro stesse mani. Il potere del soggetto umano sostituì il potere del Dio onnipotente.

I rabbini lo sapevano, ed erano terrorizzati – e, pertanto, la maggior parte di loro divenne dichiaratamente anti-sionista. A partire dal rabbino chassidico [Chassidismo: movimento ebraico mistico diffuso a livello internazionale, ndr.] Sholom Dovber Schneersohn, l’Admor di Lubavitch, fino al rabbino Capo Riformista degli USA Isaac Mayer Wise, fondatore della Reform Central Conference, i Mitnagdim [movimento costituito da ebrei lituani ortodossi, rabbini e talmudisti, ndr.] gli Hasidim, gli Ortodossi, i Riformisti e i Conservatori, tutti videro nell’ascesa del sionismo la fine dell’ebraismo. A seguito della radicale opposizione dei rabbini tedeschi, Theodor Herzl fu costretto a trasferire il Primo Congresso Sionista da Monaco alla città svizzera di Basilea.

Ma a partire dai primi passi del consolidamento e della costituzione del movimento sionista, esso fu obbligato a selezionare meticolosamente e nazionalizzare accuratamente alcune delle credenze religiose, al fine di trasformarle in miti fondanti della nazione.

Per i sionisti atei, Dio era morto quindi la Terra Santa è divenuta la patria; tutte le feste tradizionali [religiose ndr.] sono diventate feste nazionali; Gerusalemme ha smesso di essere la città celeste per diventare la capitale del tutto terrena di un popolo eterno. Ma non sono state queste decisioni, o molte altre, che hanno impedito che il nazionalismo laico fungesse da fondamento per la realizzazione dello Stato di Israele.

La ragione principale dell’incapacità del sionismo di instaurare un’identità laica con una costituzione – in cui la religione sia separata dallo Stato – va ricercata altrove. La natura problematica della definizione di “ebreo” secondo criteri laici – culturali, linguistici, politici o “biologici” (nonostante tutti gli sforzi è ancora impossibile determinare chi è ebreo mediante il DNA) – fu ciò che escluse l’opzione di una identità laica. Ad esempio Ben-Gurion – il futuro fondatore dello Stato – era convinto, come molti altri, che la maggioranza della popolazione della Terra di Israele non fosse stata esiliata, bensì convertita all’Islam durante la conquista Araba, e quindi in origine fosse evidentemente ebraica.

Nel 1948 egli aveva già rinunciato a questa idea confusa e pericolosa, per affermare invece che il popolo ebraico era stato esiliato con la forza e aveva vagato in isolamento per 2000 anni. Poco prima egli aveva consegnato alla debole e impoverita corrente religiosa sionista un dono prezioso: nella famosa lettera dello “status quo”, tutte le leggi riguardanti il matrimonio, l’adozione e la sepoltura furono lasciate direttamente al Rabbino Capo. Il timore di assimilazione fu l’incubo condiviso sia dal Giudaismo sia dal Sionismo, e alla fine questo timore ebbe il sopravvento.

In breve tempo, il principio di adottare la definizione religiosa fu accettato nella politica identitaria: un “ebreo” è qualcuno che è nato da una madre ebrea o convertita e non è membro di un’altra religione. In altre parole, chi non risponde a questi requisiti non può essere parte del risveglio del “popolo ebraico”, nonostante adotti la cultura israeliana, parli in ebraico fluente e festeggi il Giorno dell’Indipendenza israeliana. Si tratta di un processo storico molto logico: poiché non esiste una cultura ebraica laica, è impossibile essere parte di qualcosa che non esiste attraverso strumenti laici.

E poi arrivò il 1967. Lo Stato di Israele si espanse in modo significativo, ma allo stesso tempo un’ampia quota di popolazione “non-ebrea” venne tenuta insieme sotto la muscolosa ala ebraica del paese. I vincoli ebraici dovettero essere rinsaldati di fronte ai confusi fraintendimenti che tendevano a prodursi come risultato del campo minato della questione territoriale – demografica.

Da quel momento in poi, più che mai, l’enfasi fu posta sul titolo di “ebraico” – in altre parole, l’appartenenza allo Stato riguardava chi è nato da madre ebrea o si è convertito secondo la legge ebraica, e, Dio ce ne scampi, non era il Paese di tutti i suoi cittadini. Le giustificazioni addotte alla bramosia nei confronti delle nuove colonie fecero affidamento infatti molto di più sull’idea biblica della Terra Promessa e molto meno sulla rivendicazione sionista di autodeterminazione. Ecco perché non è una coincidenza che, contestualmente, l’establishment religioso sia diventato sempre più invasivo.

Come è accaduto al socialismo e al nazionalismo liberale, la crisi delle ideologie laiche di fronte alla globalizzazione capitalistica ha anche prodotto un’atmosfera ideale per l’ascesa delle identità “premoderne”, principalmente etnico-religiose, ma anche etnico-biologiche. E se queste identità devono ancora ottenere la vittoria completa in tutto il mondo occidentale, in altri angoli del pianeta – dall’Europa dell’Est al Terzo Mondo – hanno conseguito considerevoli successi. In Israele, a seguito del precedente background etnocentrico, le nuove-vecchie identità sono diventate molto popolari. La sintesi di sionismo e socialismo si è completamente disintegrata, aprendo la strada alla simbiosi vincente di religione e forte nazionalismo etnico.

Per i sionisti pseudo-laici – e non soltanto per loro – questa nuova situazione è difficile ed opprimente. Ma poiché essi non hanno risposte ai problemi identitari e alle contraddizioni che sono state parte della società israeliana fin dalla sua nascita, a quanto pare possiamo prevedere ulteriori catastrofi.

Chi scrive è l’autore di “Twilight of History” (Ed. Verso 2017)

Traduzione Viviana Codemo