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Nel cuore di Tel Aviv un quartiere operaio abitato da mizrahi combatte contro il trasferimento forzato

 

Nel cuore di Tel Aviv un quartiere operaio abitato da mizrahi combatte contro il trasferimento forzato

Le autorità israeliane e i magnati dell’immobiliare per decenni hanno trasferito gli abitanti di Givat Amal che vi erano stati mandati negli anni ‘50 per impedire ai rifugiati palestinesi di far ritorno alle proprie terre. Ora gli ultimi ancora rimasti lottano per la sola casa che abbiano mai avuto.

Oren Ziv

19 settembre 2021 – +972 magazine

 

Per gran parte degli ultimi dieci anni gli abitanti di Givat Amal, un piccolo quartiere operaio nella zona benestante di Tel Aviv nord abitato da mizrahi [ebrei di Paesi arabi o musulmani che vivono in Israele, ndtr.], sono vissuti nell’ansia per il proprio destino. Nel 2014, la polizia aveva sfrattato con violenza 80 famiglie di Givat Ama per far posto a lussuosi condomini sparsi su 20 lotti. Oggi 45 delle famiglie rimaste nel rione non sanno quando le autorità li verranno a cacciare.

Nel 2020 il tribunale distrettuale di Tel Aviv Court aveva emesso altri ordini di sfratto, ordinando a tutti gli abitanti di Givat Amal di lasciare le proprie case in cambio di risarcimenti per un totale di 42 milioni di (nuovi) shekel (circa 11 milioni €) provenienti dalla El-Ad Group, una società immobiliare americana con sede in Israele (separata dal gruppo di coloni che opera a Gerusalemme Est).

Ma il 9 agosto, appena 24 ore prima che 20 di quegli ordini diventassero operativi, gli abitanti hanno ricevuto comunicazione da parte delle autorità israeliane che gli sfratti erano stati rimandati a data da destinarsi. Il rinvio è arrivato dopo settimane di una fortissima opposizione da parte di attivisti e una diffusa protesta che ha bloccato le principali strade della città in aggiunta alle pressioni esercitate da membri della Knesset e ministri.

Sembrava che la sospensione volesse dire che gli abitanti avrebbero finalmente potuto tirare un sospiro di sollievo. Ma il mese scorso le autorità hanno emesso un’altra serie di ordini di sfratto per novembre quando, è opinione diffusa, la polizia cercherà di sfrattare gli ultimi abitanti di Givat Amal.

Punire gli ‘invasori’ mizrahi

La storia di Givat Amal racchiude la storia dello Stato di Israele: la fuga dei palestinesi dai loro villaggi e la loro trasformazione in eterni rifugiati, il razzismo e la discriminazione strutturale subita dagli immigrati mizrahi e la svolta di Israele verso una forma di ipercapitalismo che privilegia il profitto dei miliardari rispetto alle vite del ceto medio e della classe operaia.

Oggi, Givat Amal è un quartiere ebraico situato vicino a Bavli, una zona agiata a Tel Aviv nord. Era sorto sulle rovine del villaggio palestinese di al-Jammasin al-Gharbi, i cui abitanti musulmani vi avevano abitato almeno fino dal diciottesimo secolo; nel 1948 aveva una popolazione di 1.250 persone sparsa su circa 136 ettari di terreno. I bambini del villaggio studiavano nella vicina scuola di Sheikh Muwannis e gli abitanti si guadagnavano da vivere con i bufali (che danno il nome al villaggio) e coltivando agrumi, banane e cereali. Metà della terra del villaggio era già stata acquistata dagli ebrei prima della fondazione dello Stato di Israele.

Nel marzo 1948, mentre vigeva ancora il mandato britannico, tutti gli abitanti di al-Jammasin al-Gharbi fuggirono. Come a quasi tutti i palestinesi che furono espulsi o fuggirono durante la guerra del 1948, agli abitanti del villaggio fu impedito dalle nuove autorità israeliane insediatesi dopo la fondazione dello Stato di ritornare alle proprie case.

Negli anni immediatamente successivi, 130 famiglie, quasi tutte mizrahi, furono spostate ad al-Jammasin al-Gharbi per rimpiazzare i palestinesi. Sono vissute qui fino a ora. Le autorità promisero agli abitanti che avrebbero potuto risiedere in ogni edificio che sarebbe sorto in futuro sui terreni, ma lo Stato non fornì mai al quartiere nessuna infrastruttura basilare.

Fin dall’inizio i mizrahi che abitavano ad al-Jammasin al-Gharbi, ora Givat Amal, furono visti come invasori dall’élite ashkenazita, il gruppo etnico europeo che aveva fondato lo Stato di Israele e che ne ha dominato il gotha politico, culturale ed economico per quasi tutta la sua storia. Il primo a etichettarli così fu nel 1953 Chaim Levanon, sindaco di Tel Aviv, quando il Comune condusse il primo di vari tentativi falliti di espellere con la forza gli abitanti dal quartiere.

Nel 1960 il vicesindaco Yehoshua Rabinowitz disse che gli abitanti di Givat Amal erano fatti “di un materiale umano diverso” da quelli che vivevano a Nordia, un tempo un quartiere nel centro di Tel Aviv abitato prevalentemente dal ceto medio ashkenazita. Documenti storici hanno rivelato che, fin dal primo momento in cui i nuovi residenti misero piede nel rione, il Comune li considerò una seccatura perché abbassavano il valore dei terreni.

Quindi, mentre agli ebrei ashkenaziti che vivevano nei villaggi vicini a Givat Amal fu data la possibilità di risolvere le loro dispute sulle terre o di comprare le proprietà a un prezzo simbolico, queste stesse opportunità non furono estese a quelli di Givat Amal e ad altri nuovi quartieri mizrahi. Lo Stato trascurò questi quartieri, almeno fino a quando il valore degli immobili non ha cominciato a salire nel resto del Paese e particolarmente a Tel Aviv nord, dove l’area stava diventando uno dei posti ideali per la speculazione edilizia.

Negli anni ‘60, i terreni di Givat Amal furono venduti dallo Stato a privati. I diritti dei terreni passarono di mano fra i tycoon magnati dell’immobiliare, fino a quando non sono stati divisi tra il Comune di Tel Aviv e due investitori privati: la famiglia Kozahinof e Yitzhak Tshuva, miliardario israeliano e magnate dell’immobiliare, che progettavano di costruirci grattacieli di lusso. Tshuva acquistò i diritti nel 1987 a condizione che gli abitanti fossero risarciti per aver dovuto abbandonare le proprie case. Da allora Tshuva ha sostenuto che i termini dell’accordo dovrebbero essere cambiati, dato che gli abitanti non sono mai stati i proprietari legali della terra.

Durante gli sfratti di massa del 2014 la squadra antisommossa fece irruzione nelle case di Givat Amal e allontanò con la forza abitanti e attivisti che si erano barricati dentro, lasciando molti di loro traumatizzati. Ad alcuni abitanti furono dati risarcimenti ridotti o addirittura niente, costringendoli ad andare ad abitare presso familiari o ad affittare appartamenti lontani dal posto dove erano vissuti tutta la loro vita. In seguito agli sfratti la El-Ad Group, la società di Tshuva, iniziò la costruzione di grattacieli di lusso sulle rovine delle case.

Nel 2016, Tshuva presentò al tribunale una richiesta di sfratto, sostenendo che il resto degli abitanti occupava abusivamente la sua terra. Chiese anche 2,5 milioni di shekel (circa 667.000 euro) d’affitto per il lotto. L’anno scorso il tribunale distrettuale di Tel Aviv ha deliberato che gli abitanti non dovevano essere costretti a pagare l’affitto e che tutti avevano diritto ai terreni. Il tribunale ha inoltre deciso che gli immobiliaristi avevano violato il loro accordo con lo Stato e non avevano tenuto fede alla loro responsabilità riguardo allo sfratto come all’accordo di rimborsare gli abitanti di Givat Amal nel corso degli anni.

Nonostante la sentenza, il problema dello sfratto non è scomparso. Il tribunale ha deciso che ogni lotto di terra, su cui insiste una media di tre famiglie, i figli e i nipoti degli abitanti originari che furono portati a vivere a Givat Amal negli anni 1950, avrebbe avuto diritto a un indennizzo di circa 3 milioni di shekel (801.000 euro circa). Questa cifra non basta alle famiglie per trovare alloggi alternativi e certamente non per tre famiglie che sono costrette a dividersi l’ammontare.

Gli abitanti hanno quindi fatto ricorso alla Corte Suprema per cercare di bloccare gli sfratti. La Corte ha respinto l’istanza nel 2020.

Nel corso degli anni, membri della Knesset, sia di sinistra che di destra, dai deputati Ofer Cassif e Dov Khenin di Hadash [partito israeliano di sinistra, ndtr.], all’estrema destra di Ayelet Shaked [della Nuova Destra, ultranazionalista, ndtr.], che al momento è ministra degli Interni, hanno espresso il loro forte sostegno agli abitanti di Givat Amal. Nel 2018, la Knesset ha approvato in prima lettura la “Legge di Givat Amal”, secondo la quale gli abitanti del quartiere che non erano mai stati risarciti avrebbero ricevuto alloggi alternativi. Ma a causa della crisi politica che allora affliggeva Israele, quattro elezioni in due anni, la procedura legislativa non si è mai conclusa e la legge non è mai stata approvata.

 ‘Dove possiamo andare?’

Gli abitanti di Givat Amal non vedono il rinvio come una vittoria o la fine della loro lotta. Sono determinati a continuare la battaglia fino a quando le loro richieste non saranno accolte: una casa in cambio di una casa o indennizzi per i 70 anni durante i quali sono vissuti nel quartiere nel quale le autorità li avevano trasferiti agli inizi degli anni ‘50.

“C’è felicità velata dalla tristezza perché lo sfratto non è stato annullato, ma solo rimandato,” dice Yossi Cohen, 67 anni, nato a Givat Amal, dove è vissuto fino a oggi. Nei primi tempi dello Stato di Israele le autorità avevano trasferito la famiglia Cohen a Givat Amal da Neve Tzedek, un quartiere di mizrahi, uno slum che col tempo è diventato una delle zone più ricche di Tel Aviv. Suo padre è di origini siriane ed è stato uno dei primi ebrei ad  arrivare a Givat Amal. “Faceva parte dell’Haganah [una delle forze paramilitari sioniste pre-Stato ebraico] e lui e circa altri 15 uomini furono portati qui a guardia del villaggio. Mia madre arrivò solo alcuni mesi dopo perché le condizioni erano dure. Quando arrivarono, andarono ad abitare nelle case dei palestinesi.”

Cohen dice che gli sfratti che avrebbero dovuto aver luogo due settimane fa sono stati rinviati dopo l’ispezione delle autorità nel quartiere in preparazione per il trasferimento forzato. “Sono arrivati e si sono accorti che lo sfratto sarebbe stato pericoloso e che per il momento non erano pronti a eseguirlo,” spiega. “Se c’è lo sfratto, potrebbe costare vite umane. Ne hanno tenuto conto, ma, prima o poi, la polizia dovrà eseguirlo. Ci hanno dato del tempo sperando in una soluzione a causa della pressione da parte della polizia e dei membri della Knesset che ci sostengono. Gli imprenditori hanno i soldi e non avrebbero problemi a indennizzarci, una casa in cambio di una casa.”

Cohen non vede altra scelta se non continuare a lottare contro gli sfratti. “Il Comune di Tel Aviv e lo Stato sono responsabili della situazione in cui siamo oggi,” dice. “Hanno venduto la terra a condizione che ci avrebbero dato alloggio negli edifici che sarebbero stati costruiti su questi terreni. Dato che ciò non è stato concesso, possono riprendersi le terre degli imprenditori.”

“Prima devono risarcirci e poi possono fare tutto quello che vogliono con i terreni,” dice Levana Ratzabi, 75 anni, che è vissuta nel quartiere da quando aveva due anni. La sua famiglia fu sfrattata da Neve Tzedek prima di arrivare a Givat Amal. “Portarono qui mia mamma con la forza e ora vogliono buttarci fuori. Dove dovremmo andare?”

Ratzabi e gli altri abitanti dicono che furono portati nel quartiere per impedire ai palestinesi di al-Jammasin al-Gharbi di farvi ritorno. “Siamo vissuti nelle case dei palestinesi, senza servizi, acqua o luce. Questa è la terra che Ben-Gurion (primo premier di Israele) e il Comune di Tel Aviv hanno dato a noi invece che ai palestinesi,” spiega Ratzabi.

“In tutti questi anni non hanno piantato un fiore o [messo] una panchina, neppure un lampione o una strada, niente,” dice Cohen. “Noi abbiamo pagato le tasse comunali proprio come in tutti gli altri quartieri di Tel Aviv nord, eppure qui non c’è neppure la rete fognaria.”

“Nel corso degli anni non hanno offerto alle famiglie l’opzione di comprare i terreni,” dice Ronit Aldouby che abita a Givat Amal ed è uno degli organizzatori della lotta contro gli sfratti.

“Negli anni ’50 il governo emise un’ordinanza che permetteva agli abitanti del posto di comprare la terra su cui vivevano prima che fosse venduta ad altri, ma lo Stato non informò la gente di qui che chiese di comprare i terreni, ma questi non gli sono mai stati venduti.”

Secondo Aldouby questa decisione contro gli ebrei mizrahi fu implementata in diversi quartieri e villaggi nel Paese. “Volevano espropriare dei diritti gli abitanti mizrahi, molte proprietà [palestinesi] abbandonate furono vendute a membri dell’establishment, ma non solo a loro. [Gli accordi] erano basati sul razzismo e le proprietà furono vendute principalmente a ebrei ashkenaziti che ottennero le chiavi di ville vuote. Ma negli slum e nei posti dove erano stati collocati gli ebrei mizrahi nessuno si preoccupò di mettere in regola le terre.”

Aldouby aggiunge che negli anni ’50, agli ebrei ashkenaziti che vivevano appena oltre la strada da Givat Amal, in maggioranza impiegati governativi o comunali, fu dato alloggio nel quartiere di Shikun Tzameret, anche là su terreni che appartenevano ad al-Jammasin al-Gharbiand anch’essi considerati “proprietà di assenti.” (Secondo una legge israeliana del 1950 le proprietà i cui i proprietari se ne erano andati dopo il 29 novembre 1947 potevano essere requisite dallo Stato, ma in effetti si applica esclusivamente a proprietà palestinesi.) Oggi Shikun Tzameret è considerato uno dei quartieri più ricchi di tutto il Paese.

Tracce dei villaggi palestinesi erano ancora visibili fino agli sfratti del 2014. Oggi si possono trovare strutture palestinesi adibite a sinagoga, alcune case palestinesi ristrutturate e un cimitero musulmano.

Le famiglie che sono rimaste nel quartiere ora vivono in mezzo a un vasto cantiere edilizio, circondate da recinzioni, blocchi stradali, rumori industriali e polvere. Uno degli edifici a 50 piani dove gli appartamenti si vendono a 6 -8 milioni di shekel (1.600.000-2.130.000 euro), è finito mentre altri due sono in costruzione. Quando gli edifici saranno terminati, l’El-Ad Group e la famiglia Kozahinof avranno eretto sette grattacieli per un totale di oltre 1.400 appartamenti.

Secondo Cohen, i tribunali e le autorità stanno resistendo a raggiungere un accordo di risarcimento per paura di creare un precedente: lotte simili sono in atto in altri quartieri di Tel Aviv, come Kfar Shalem e Abu Kabir, entrambi villaggi palestinesi dove ebrei mizrahi furono collocati negli anni che seguirono la fondazione di Israele e stanno lottando contro i tentativi di sfratto. “Ostacolano la giustizia per paura delle conseguenze legali in altri casi, in modo che neanche in altri luoghi ottengano ciò a cui hanno diritto,” dice Cohen che spera che un possibile successo a Givat Amal abbia un effetto positivo sulle lotte in altri quartieri.

‘Questo è un vero inferno’

Ho incontrato alcuni degli abitanti di Givat Amal ad agosto davanti alla casa della famiglia Alfasy-Fihamin all’ingresso del quartiere. La nonna, Amalia Fihamin, di origini iraniane, è mancata questo mese all’età di 82 anni. Quattro giorni prima che se ne andasse, le autorità israeliane sono arrivate a casa e hanno consegnato ai membri della famiglia un ordine di sfratto mentre Fihamin era sul letto di morte.

Le proteste agli inizi di agosto si sono svolte durante la shiva per Fihamin, la settimana di lutto nell’ebraismo. I manifestanti si sono radunati vicino alla tenda della shiva che era stata montata vicino alla casa da dove si irradiava il blocco delle strade nella zona e da cui è partita la marcia.

Questo è un vero inferno,” dice Mali Alfasy-Fihamin, figlia di Amalia, mentre impacchetta le cose della mamma. “Non ho provato nulla durante la shiva. Ho ricevuto telefonate tutto il giorno e ho dovuto trattare con la polizia, ma non avevo nessun posto dove andare. In tutta onestà, dopo la morte della mamma mi sono arresa. Ho detto a tutti: non voglio niente, ma alcuni attivisti che ci hanno supportato per molti anni sono venuti e mi hanno detto: ‘Siamo con te.’ Mi rende più forte, non posso fare tutto da sola, ma con il loro sostegno questo sfratto non filerà liscio.”

Nell’aprile 2021, il Comune di Tel Aviv ha venduto i restanti diritti di 120 appartamenti in due grattacieli di lusso a tre imprese immobiliari per 365 milioni di shekel (oltre 97 milioni di euro). Nonostante il cambio di proprietà, gli accordi firmati nel 2014 tra gli abitanti e la città obbligano l’El-Ad Group ad attuare gli sfratti.

Quello stesso mese, il tribunale distrettuale di Tel Aviv ha deciso con un’altra sentenza che lo Stato è venuto meno alle proprie responsabilità verso gli abitanti di Givat Amal. Nella sentenza, la giudice Michal Agmon-Gonen ha scritto che il risarcimento offerto agli abitanti era insufficiente, disorganizzato e concesso solo in casi in cui gli investitori avessero presentato denuncia contro le famiglie che chiedevano di restare nelle proprie case. “Gli abitanti, i loro genitori e nonni hanno sempre avuto ragione nel sostenere di essere stati portati nel quartiere dalle autorità del nascente Stato di Israele e che le promesse che avevano ricevuto non erano state adempiute” ha scritto Agmon-Gonen nella sua sentenza.

“I nostri genitori sono morti e noi abbiamo un piede nella tomba,” dice Cohen. “La gente che vive qui ha 70 o 80 anni.  Quando lo Stato ci darà i nostri risarcimenti?”

 

Oren Ziv è un fotoreporter, membro fondatore del collettivo di fotografia Activestills [gruppo di fotoreporter israeliani, palestinesi e internazionali impegnati contro oppressione, razzismo e discriminazione, ndtr.] e giornalista della redazione di Local Call [sito internet di informazione in lingua ebraica che fa capo alla redazione di +972, ndtr.]. Dal 2003 ha documentato una serie di tematiche sociali e politiche in Israele e nei territori palestinesi occupati, con particolare attenzione alle comunità di attivisti e alle loro lotte. Il suo reportage si è concentrato sulle proteste popolari contro il muro e gli insediamenti, sugli alloggi a prezzi accessibili e altre questioni socioeconomiche, sulle lotte contro il razzismo e la discriminazione e sulle battaglie animaliste.

 

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)