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Gal Gadot [attrice israeliana], Stephen Miller [nuovo consigliere politico della Casa Bianca] e Richard Spencer [giornalista e attivista di destra statunitense]: lo strano caso di ciò che li accomuna

Benny Blend

17 ottobre 2020 palestinechronicle

“Qualunque cosa si pensi del suo essere stata scelta come Cleopatra”, ha twittato Steven Salaita [studioso, autore e docente americano], “non si deve mai dimenticare che Gal Gadot ha servito con orgoglio (e continua a sostenere) un esercito coloniale noto per mutilare e uccidere civili”. Quasi subito, dice Salaita, Richard Spencer ha risposto al twitt postando le sue critiche, aprendo così il forum di Salaita ai suoi 80.000 seguaci nazisti.

“Per molte ore”, lamenta Salaita, “non sono riuscito a capire se gli orrendi commenti razzisti che si riversavano sulla mia pagina fossero di sostenitori dello Stato ebraico o di nazionalisti bianchi antisemiti”.

In queste parole Salaita condensa il paradosso che vede i sionisti indistinguibili dai nazionalisti bianchi antisemiti. Alla fine, i seguaci di Spencer non amano gli ebrei più di qualunque altro “diverso”, quindi questa sovrapposizione è sensata tanto quanto Gal Gadot, forte sostenitrice delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) nei panni di Cleopatra regina egiziana (sebbene di origine greca).

In effetti, subito dopo l’approvazione della legge di Israele sullo “Stato-Nazione” nel luglio 2018, Spencer aveva twittato:

“Apprezzo molto la legge sullo Stato Nazione di Israele. Gli ebrei sono ancora una volta all’avanguardia, nel loro ripensare una politica e una sovranità rivolte al futuro, mostrando un percorso di progresso agli europei “. E continuava: “La critica dei media liberali alla legge dello Stato-Nazione come “antidemocratica” ne rivela la falsità. Quando dicono “democratico” intendono in realtà non il governo del popolo, ma un ordine sociale liberale e multiculturale”.

Proprio quell’ambiente molto “liberale e multiculturale” aveva fornito un porto sicuro a rifugiati come la mia famiglia, ma ora qualcuno lo condanna perché cozza con la nozione di Stato ebraico di Israele. Quando fu istituito nel 1948 Israele si rifiutò di riconoscere la nazionalità, facendo così una inedita distinzione tra “cittadinanza” e “nazionalità”. Sebbene tutti gli israeliani siano poi cittadini, lo Stato è definito “nazione ebraica” che appartiene solo agli ebrei israeliani e a quelli della diaspora.

Nel luglio 2018, la coalizione di governo del primo ministro Benjamin Netanyahu ha convertito in legge il decreto dello “Stato-Nazione del popolo ebraico”. A lungo il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha chiesto ai palestinesi di riconoscere l’esistenza del suo paese come “Stato-Nazione del popolo ebraico”. In effetti, si tramuta in legge ciò che era già presente nelle istituzioni e nella vita quotidiana israeliane. Dichiarando il diritto all’autodeterminazione nazionale “unicamente per il popolo ebraico”, si toglie quel diritto ai cittadini palestinesi e va in pezzi ogni parvenza di democrazia o uguaglianza fra il popolo.

In sostanza, la legge sulla nazionalità non ha cambiato molto. Però ha trasformato il razzismo de facto in razzismo de jure, esattamente quello che i nazionalisti bianchi vorrebbero accadesse qui.

“Al centro del problema”, osserva Salaita, c’è Stephen Miller, scrittore di discorsi e consigliere politico di Donald Trump. Attingendo alle ricerche finanziate da eugenetisti e a scrittori nazionalisti bianchi, Miller ha contribuito anche agli attacchi di Trump contro i messicani e musulmani che cercano di entrare nel paese.

In Hate Monger: Stephen Miller, Donald Trump, and the White Nationalist Agenda (2020, Mercanti di odio: SM, DT e il programma dei nazionalisti bianchi), Jean Guerrero traccia l’ascesa di Miller sino a diventare l’architetto delle politiche di Trump su confini e immigrazione.

E’ interessante notare che, nel 2004, ancora studente alla Duke University, Miller aveva guidato un’iniziativa dell’associazione Students for Academic Freedom fondata da David Horowitz per protestare contro l’assegnazione da parte dell’Università di un palco al Palestine Solidarity Movement, movimento palestinese centrato sulla resistenza all’occupazione israeliana con l’azione diretta e non violenta (Guerrero, p. 90).

Nel marzo del 2007 Miller organizzò un dibattito sull’immigrazione con Richard Spencer, allora studente universitario. Come scrive Guerrero, Spencer si definiva “sionista” per i bianchi, appropriandosi in tal modo di una espressione di sostegno allo Stato ebraico nonostante nella sua sfera di influenza “alternativamente bianca” (p. 101) [alt-white o anche alt-right è un movimento di subcultura politica non strutturato promosso da Spencer che sostiene ideologie di destra e suprematismo bianco, ndtr.] sia diffuso l’antisemitismo.

Contribuendo alla confusione, Guerrero definisce “sionista” un termine “ebraico”, aggravando così (almeno per me) la confusione del far coincidere il sionismo con l’ebraismo piuttosto che riconoscerlo come movimento politico separato.

In questo modo, Miller ha tempestivamente indicato ciò che Salaita chiama “fulcro”, consentendo sia ai nazionalisti bianchi che ai sionisti di lanciare insulti alle critiche di Salaita sull’ultimo ruolo da protagonista di Gadot.

A sua volta Spencer ha definito il suo obbiettivo una “sorta di sionismo bianco”, che incoraggerebbe i bianchi a costruire una patria simile a Israele, un Altneuland – un vecchio, nuovo paese, ha spiegato, usando un termine attribuito a Theodor Herzl, fondatore del sionismo moderno.

“L’ho detto ai sionisti”, conclude Salaita, “quando ai nazisti piace quello che fai, devi davvero ripensarci”.

– Benay Blend ha conseguito il dottorato in Studi Americani presso l’Università del New Mexico. I suoi lavori accademici includono ” ‘Né la patria né l’esilio sono parole’: ‘Conoscenza locale’ nelle opere di scrittori palestinesi e nativi americani” in un volume a cura di Douglas Vakoch e Sam Mickey (2017). Ha scritto questo articolo per The Palestine Chronicle.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Come le università fungono da avamposti del controllo colonialista israeliano

Josh Ruebner

11 agosto 2020 – The Electronic Intifada

Enforcing Silence: Academic Freedom, Palestine and the Criticism of Israel [Imporre il silenzio: libertà accademica, Palestina e le critiche contro Israele], David Landy, Ronit Lentin e Conor McCarthy (a cura di), Zed Books (2020).

Oggi sono poche le persone in ambito accademico che possano raccontare meglio di Rabab Abdulhadi l’oppressione amministrativa e le aggressioni giudiziarie che sono pena e tormento per molti professori.

Abdulhadi, docente associata presso la San Francisco State University [università dello Stato della California], è stata oggetto di tre fallite denunce da parte del filoisraeliano Lawfare Project [organizzazione lobbystica filoisraeliana USA, ndtr.] intese a mettere a tacere la sua militanza per i diritti dei palestinesi.

La sua introduzione a questa raccolta di saggi sui tentativi di Israele e dei suoi sostenitori di zittire il dibattito accademico è appropriata: “Non vedo la mia vicenda come una questione privata o un’esperienza individuale: riflette e rappresenta storie comuni a noti intellettuali dentro e fuori l’ambito accademico che intendano esprimersi a favore della giustizia per la e nella Palestina.”

Il fatto che non abbia potuto contribuire al volume con un capitolo, come aveva precedentemente previsto, è proprio un esempio del fenomeno descritto in dettaglio nelle pagine del libro. Il tempo che avrebbe avuto a disposizione per scriverlo è stato impegnato a rispondere a un ricorso amministrativo inviatole con la minaccia di un’azione disciplinare a causa del suo impegno.

In un altro capitolo del volume David Landy, professore associato di Sociologia al Trinity College di Dublino, fa riferimento a questa strategia come “attacchi price tag [prezzo da pagare, termine usato da coloni israeliani estremisti negli attacchi contro i palestinesi, ndtr.] contro chi critica Israele, nel senso che chi critica sarà costretto a pagare per ogni critica fatta a Israele.”

Correttamente Landy identifica questi attacchi – il termine è preso dalle aggressioni dei coloni contro i palestinesi e le loro proprietà nella Cisgiordania occupata – “come estensione delle pratiche di controllo colonialista.”

Analogamente altri contributi al libro considerano la repressione di ogni discorso accademico critico nei confronti di Israele come una logica derivazione delle politiche di dominio del colonialismo d’insediamento contro il popolo nativo palestinese.

Ronit Lentin, docente associata di sociologia in pensione, anche lei del Trinity College di Dublino, specifica come Israele abbia “reclutato con successo professori universitari israeliani come collaboratori partecipi nella colonizzazione della Palestina.” Scrive che questo modello serve come “risorsa, o schema, per ostacolare la libertà accademica e la libera discussione sulla colonizzazione israeliana della Palestina nel resto del mondo.”

Altri tentativi di esportare il controllo colonialista di Israele sul popolo palestinese sono più sottili, come documenta Hilary Aked nel suo saggio sul proliferare dei dipartimenti di studi su Israele nelle università della Gran Bretagna.

Questi dipartimenti sono ben finanziati da una piccola congrega di donatori filo-israeliani a corollario della propaganda ufficiale “Brand Israel” [Marchio Israele] che intende “approfondire il discorso su Israele in modo che il Paese non venga visto solo attraverso la prospettiva della violenza di stato,” spiega Aked.

Eliminazionismo”

In questa raccolta sono ampiamente documentati in modo persuasivo gli attacchi ben finanziati e orchestrati contro il dibattito accademico critico con Israele.

Il caso di Steven Salaita ritorna continuamente in quasi tutti i saggi del libro. Salaita venne licenziato da un incarico appena ottenuto all’Università dell’Illinois a Urbana-Champaign e cacciato dal corpo accademico per i suoi tweet “incivili” in risposta al massacro di bambini palestinesi da parte di Israele a Gaza nel 2014.

Il licenziamento di Salaita fu una propaggine delle “macchinazioni punitive degli eliminazionisti del colonialismo di insediamento,” scrive nel contributo più provocatorio ed importante del libro C. Heike Schotten, che insegna scienze politiche all’università del Massachussett di Boston.

La logica è quella di eliminare i nativi attraverso la totale assimilazione nella “missione civilizzatrice” del colonizzatore o con la loro cancellazione se si rifiutano.

Assunto per insegnare nel dipartimento di studi sui nativi, Salaita venne licenziato perché rappresentava [in quanto figlio di due immigrati ispanici ma di origine palestinese e giordana, ndtr.] e insieme sosteneva l’esistenza e la resistenza dei popoli nativi (in Palestina o altrove), e sono esattamente questa rappresentatività e questo sostegno ad essere inconcepibili,” afferma Schotten (corsivo nell’originale).

Anche l’influenza neoliberista, l’integrazione nella logica di mercato e la mercificazione delle università rende il corpo insegnante suscettibile di pressioni interne ed esterne affinché righi dritto su Israele.

Nick Riemer, docente di inglese e linguistica all’Università di Sidney, sostiene che le amministrazioni delle università utilizzano le lamentele dei sionisti come “strumento per il controllo sociale nei campus.”

Quelle rimostranze forniscono “argomentazioni contro membri del corpo docente che sono in genere anche impegnati in una serie di altre attività che li mettono regolarmente in conflitto con le autorità universitarie”, come la partecipazione sindacale e lo schierarsi apertamente contro l’amministrazione dell’università.

Sinead Pembroke, che ha conseguito un dottorato in sociologia all’University College di Dublino, critica il crescente ricorso a personale docente a contratto come misura per limitare i costi, privando molti accademici di un rapporto stretto con i colleghi e di protezione legale qualora vengano presi di mira per le loro opinioni politiche. In conseguenza di ciò molti si autocensurano.

Controintuitivo

Molti dei saggi del libro mettono in dubbio l’utilità di appellarsi alla libertà accademica per proteggere il dibattito sulla Palestina.

A prima vista ciò sembra controintuitivo, in quanto i docenti universitari potrebbero sostenere in modo credibile e convincente la loro prerogativa di fare ricerca, insegnare e parlare come meglio credono senza intromissioni.

Tuttavia questi stessi principi potrebbero essere utilizzati dai sionisti nella loro opposizione al movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS) in appoggio ai diritti dei palestinesi.

La nozione di libertà accademica “non offre la necessaria chiarezza politica per mostrare cosa sia effettivamente in gioco nella differenza tra i sostenitori e gli oppositori del boicottaggio,” scrive Riemer.

Invece, aggiunge Riemer, “la ragione più efficace per boicottare e difendere chi boicotta è porre fine all’apartheid contro i palestinesi,” chiedendo a chi propone il BDS di favorire un discorso fondato sui valori (corsivo nell’originale).

E, come nota John Reynolds, del dipartimento giuridico dell’Università Statale d’Irlanda Maynooth, la libertà accademica è utilizzata sempre più spesso dalla destra per dare corpo a razzismo e suprematismo. “Quando si tratta di esprimere posizioni anticolonialiste e antirazziste, la libertà accademica risulta vulnerabile e condizionata,” afferma.

Al contrario, “gli argomenti riguardanti la libertà accademica messi al servizio del colonialismo” hanno avuto una rinascita “che diffonde forme e progetti di destra molto particolari,” come l’apologia di atrocità colonialiste.

Studenti e governo

Questa raccolta avrebbe potuto prestare maggiore attenzione alla repressione sia amministrativa che fuori dalle università contro studenti che si organizzano per appoggiare i diritti dei palestinesi.

Gli studenti attivisti sono sottoposti a una sopraffazione forse ancor più dura rispetto al corpo docente, attraverso misure disciplinari amministrative, con i discorsi di monitoraggio di personale professionale filo-israeliano nei campus e con la deleteria schedatura da parte di siti in rete come “Canary Mission” [che si dedica a schedare, denunciare e calunniare chi sostiene la causa palestinese, ndtr.].

Il libro collettivo avrebbe anche beneficiato di un approfondimento sui tentativi autoritari del governo USA di assimilare le critiche contro Israele al fanatismo antiebraico con lo scopo di ridurre i finanziamenti alle università considerate troppo permissive nei confronti di discorsi che critichino lo Stato.

Questa problematica intrusione e prevaricazione del governo è incarnata da Kenneth Marcus, recentemente nominato sottosegretario per i diritti civili presso il ministero dell’Educazione USA.

Marcus ha aperto la strada alla strategia di sporgere reclami, con il ministero che sostiene falsamente che gli studenti ebrei vengono maltrattati e discriminati a causa delle critiche contro Israele nei campus.

Prestando servizio nell’amministrazione Trump, Marcus ha portato avanti questo programma pretestuoso con conseguenze potenzialmente di lunga durata Se non prende in considerazione queste pressioni da parte del governo, qualunque discussione riguardo al far tacere le università sulla Palestina è incompleto.

Josh Ruebner è professore associato del Dipartimento di Studi su Giustizia e Pace presso la Georgetown University [prestigiosa università privata USA con sede a Washington, ndtr.].

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)