La lunga Storia della Palestina – Come i palestinesi vedono il loro futuro e il loro passato
Ramzy Baroud
28 ottobre 2024 – The Palestine Chronicle
Stranamente è stato lo storico israeliano Benny Morris a cogliere nel segno quando ha formulato una previsione onesta sul futuro del suo paese e della sua guerra contro i palestinesi.
“I palestinesi considerano tutto da una prospettiva ampia, a lungo termine”, ha detto in un’intervista rilasciata al quotidiano israeliano Haaretz nel 2019. “Essi vedono che qui ci sono al momento cinque-sei-sette milioni di ebrei, circondati da centinaia di milioni di arabi. Non hanno motivo di arrendersi, perché lo Stato ebraico non può durare. Sono destinati a vincere. Nel giro di 30 – 50 anni, qualunque cosa accada, ci sconfiggeranno”.
Morris ha ragione. Ha ragione nel senso che i palestinesi non rinunceranno, che non può esistere una situazione in cui le società sopravvivono e prosperano per un tempo indefinito sulla base di segregazione razziale, violenza ed esclusione – esclusione dell’altro, i palestinesi, e auto-isolamento.
La stessa Storia della Palestina è una prova di questa verità. Se gli oppressi, gli abitanti nativi del territorio, non sono completamente spazzati via o decimati, probabilmente insorgeranno, combatteranno e riconquisteranno la loro libertà.
Deve essere terribilmente frustrante per Israele che tutte le uccisioni e la distruzione in corso a Gaza non siano state sufficienti a influenzare l’esito complessivo della guerra, a proposito della quale Netanyahu continua a parlare di “vittoria totale”.
La frustrazione di Israele è comprensibile perché come tutte le occupazioni militari del passato Tel Aviv continua a credere che basti una quantità sufficiente di violenza a sottomettere le nazioni colonizzate.
Ma il comportamento collettivo dei palestinesi è guidato da una mentalità diversa.
Tra i diversi approcci storiografici, gli storici francesi moderni distinguono tra “Storia evenemenziale” e “lunga durata”. In sintesi, la prima crede che la Storia sia il risultato dell’accumularsi di eventi che si susseguono nel tempo, mentre la seconda concepisce la Storia in modo ben più complesso.
La Storia per essere credibile deve essere colta nel suo insieme, non solo come totalità degli eventi recenti o antichi, ma la somma di sentimenti, l’emergere di idee, l’evoluzione della coscienza collettiva, identità, relazioni e sottili mutamenti che accadono alle società nel corso del tempo.
I palestinesi sono un perfetto esempio di come la Storia sia plasmata dalle idee e non dalle armi; dalla memoria più che dalla politica; dalla speranza collettiva, più che dalle relazioni internazionali. Essi conquisteranno infine la loro libertà perché hanno investito in una traiettoria a lungo termine di idee, memorie e aspirazioni comuni, le quali spesso si traducono in spiritualità o, meglio, una profonda, inamovibile fede che diventa sempre più forte, persino in tempi di orribili guerre.
Il professore Richard Falk, relatore speciale per le Nazioni Unite, in un’intervista rilasciatami nel 2020 ha sintetizzato la lotta in Palestina come una guerra tra quelli che hanno armi e quelli che hanno legittimità. Ha aggiunto che nel contesto dei movimenti di liberazione nazionale ci sono due tipi di guerra: la guerra propriamente detta, combattuta da soldati armati, e la guerra per la legittimità. La parte che vince quest’ultima è quella che alla fine prevarrà.
I palestinesi infatti davvero “considerano tutto da una prospettiva ampia, a lungo termine”. Condividere l’affermazione di Morris potrebbe sembrare strano dato che, dopotutto, le società sono spesso determinate dalle loro lotte di classe e agende socio-economiche interne, non da una visione a lungo termine unificata e coesa.
È a questo punto che la “lunga durata” assume massima importanza nel caso palestinese. Anche se i palestinesi non hanno sottoscritto un accordo collettivo per aspettare che gli invasori se ne vadano o che la Palestina diventi nuovamente un luogo di coesistenza sociale, razziale e religiosa, essi sono animati, anche se inconsciamente, dalla stessa energia che ha spinto i loro antenati a opporsi all’ingiustizia in tutte le sue forme.
Mentre molti politici e accademici sono occupati a rimproverare ai palestinesi la loro stessa oppressione, la società palestinese continua a evolversi sulla base di dinamiche completamente indipendenti. In Palestina per esempio la resilienza, o sumud , è una cultura profondamente radicata, difficilmente soggetta a influenze esterne, politiche o accademiche. È una cultura che è antica come il tempo. Innata. Intuitiva. Generazionale.
Questa saga palestinese ha avuto inizio molto prima della guerra, molto prima di Israele, molto prima del colonialismo moderno. Questa verità dimostra che la Storia non è mossa soltanto da semplici eventi, ma da innumerevoli altri fattori; che, mentre la “Storia evenemenziale” – gli aspetti politici, militari ed economici che concorrono a plasmare la Storia con eventi a breve termine – è importante, la Storia a lungo termine permette una più profonda comprensione del passato e delle sue conseguenze.
Questa discussione dovrebbe coinvolgere tutti coloro che hanno a cuore la lotta in Palestina e sono desiderosi di presentare una versione della verità che non sia orientata da futuri interessi politici ma da una profonda comprensione del passato. Soltanto allora potremo cominciare a liberare lentamente la narrazione palestinese da tutte le Storie di comodo calate sul popolo palestinese.
Non è cosa da poco, ma è inevitabile perché di importanza cruciale per liberarsi dai confini di linguaggio, eventi storici, ricorrenze, statistiche disumanizzanti e vero e proprio inganno sovrapposti [alla verità in modo da deformarla n.d.t].
In definitiva dovrebbe essere chiaro a ogni lettore accorto della Storia che mentre i jet da combattimento e le bombe anti-bunker possono cambiare il corso degli eventi storici nel breve termine, il coraggio, la fede e l’amore per la propria comunità determinano la Storia a lungo termine. È per questo che i palestinesi stanno vincendo la guerra per la legittimità, ed è per questo che la libertà per i palestinesi è solo una questione di tempo.
– Ramzy Baroud è giornalista e direttore di The Palestine Chronicle. É autore di sei libri. Il suo ultimo libro, una co-curatela con Ilan Pappé, è “Our Vision for Liberation: Engaged Palestinian Leaders and Intellectuals Speak out” [La nostra visione per la liberazione: leader e intellettuali palestinesi impegnati prendono posizione]. Il dott. Baroud è ricercatore senior non residente presso il Centro per l’Islam e gli Affari Globali (CIGA). Il suo sito è www.ramzybaroud.net
(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)