I soldati israeliani che hanno stuprato in gruppo un prigioniero palestinese sono ora liberi di tornare al servizio militare

Jonathan Ofir  

18 marzo 2026  Mondoweiss

La disumanizzazione della società israeliana raggiunge un nuovo minimo storico: i soldati che hanno stuprato in gruppo un prigioniero palestinese di Gaza non solo sono stati liberati, ma addirittura celebrati e raccomandati per il ritorno al servizio militare

Lunedì 16 marzo il Ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha incontrato un gruppo di soldati israeliani e si è scusato con loro per “l’ingiustizia subita a causa del sistema”, ordinando alle Forze di Difesa Israeliane (IDF) di reintegrarli immediatamente in servizio.

I soldati in questione erano quelli che avevano violentato in gruppo un prigioniero palestinese di Gaza. Solo una settimana prima dell’incontro con Katz i soldati erano stati prosciolti da tutte le accuse dopo che il caso contro di loro era stato archiviato dal nuovo Capo Avvocato Militare israeliano (CMA), il Maggiore Generale Itay Ofir.

“Giustizia è stata fatta e questa nube oscura è stata rimossa da voi e dai vostri familiari… Mi congratulo con il nuovo CMA, che, a differenza del suo predecessore, persegue una politica di protezione dei soldati e non dei terroristi”, ha dichiarato Katz lunedì. “Ho dato istruzioni all’apparato di sicurezza e alle IDF di agire affinché possiate tornare in servizio, come meglio credete e come desiderate, per contribuire a far parte della grande vittoria”.

Katz è stato solo l’ultimo politico israeliano a celebrare gli accusati di stupro. Dopo la chiusura del caso la scorsa settimana, il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha rilasciato una dichiarazione di congratulazioni: “L’accusa del sangue [archetipo antisemita relativo ad omicidi rituali, ndt.] contro i combattenti della Forza 100, nota come ‘caso Sde Teiman’, che ha diffamato Israele in tutto il mondo ad un livello senza precedenti, è stata archiviata.

È inconcepibile che ci sia voluto così tanto tempo per chiudere il caso, condotto in modo criminale contro combattenti delle Forze di Difesa Israeliane che si sono scontrati con i peggiori dei nostri nemici. Lo Stato di Israele deve dare la caccia ai suoi nemici, non ai suoi eroici combattenti.”

Lo stupro di gruppo aveva suscitato scandalo in Israele poiché nell’agosto del 2024 era trapelato un video, ripreso da una telecamera di sorveglianza nel famigerato campo di tortura di Sde Teiman, parte di una rete di campi di tortura documentata dall’organizzazione israeliana B’tselem nel suo rapporto “Benvenuti all’inferno”, anch’esso del 2024. Lo stupro di gruppo, anche con l’uso di cani, è parte integrante delle torture sistematiche che gli ostaggi palestinesi sono costretti a subire. Il caso relativo al filmato includeva anche prove forensi di gravi percosse – frattura di una costola, perforazione di un polmone – oltre alla lacerazione del retto causata da un oggetto appuntito inserito nell’ano del prigioniero.

Ma lo scandalo che ha travolto Israele non era nato dall’indignazione pubblica per questo crimine brutale e atroce. No, era il fatto che qualcuno avesse cercato di portare alla luce il crimine.

Si è scoperto che il filmato era stato diffuso all’epoca dall’ex capo dell’ufficio legale militare, maggiore generale Yifat Tomer-Yerushalmi. È stata arrestata e alla fine ha scelto di dimettersi a novembre. Queste dimissioni sono state un regalo per l’establishment politico israeliano, con il Ministro della Difesa Israel Katz che ha accelerato la nomina di Itay Ofir alla posizione vacante. Ofir (nessuna parentela con chi scrive, tra l’altro) ha fatto il suo dovere. Il caso è ora chiuso.

Ofir è un ex soldato combattente della Brigata Givati ​​e riservista della Brigata Negev, oltre ad avere una formazione giuridica. “I soldati delle Forze di Difesa Israeliane devono godere della fiducia pubblica, e quindi l’Ufficio del Procuratore Militare Generale deve godere della fiducia del pubblico”, ha dichiarato Katz durante la cerimonia di insediamento di Ofir. “Affronteremo questa crisi correggendo i gravi errori, traendone insegnamenti e mettendoli in pratica. Solo così potremo ristabilire la fiducia di cui le Forze di Difesa Israeliane hanno bisogno più di ogni altra cosa… Sono fiducioso che trasformerete questa grave crisi in un’opportunità per ricostruire e riorganizzare l’Ufficio del Procuratore Generale Militare.”

La giustificazione di Israele nel chiudere il caso

È evidente che l’“indagine” su questo crimine sia stata una farsa fin dall’inizio, soprattutto considerando come l’establishment abbia celebrato questi stupratori per tutta la durata del caso. Ciononostante, vale la pena di esaminare le ragioni legali addotte da Ofir per giustificare la sua decisione.

Il ragionamento di Ofir mette in luce quella che lui considera la mancanza di prove e quelli che definisce “problemi procedurali” relativi alla gestione del caso, in particolare la fuga di notizie e la sua discussione sui media.

Per quanto riguarda le prove, egli sottolinea il fatto che il detenuto palestinese che è stato brutalizzato si trova ora a Gaza: “In ottobre il detenuto è stato rilasciato nella Striscia di Gaza nell’ambito del piano per il rilascio degli israeliani rapiti. Questa nuova circostanza modifica significativamente le prove e rende difficile dimostrare parti importanti dell’accusa”.

Il detenuto si trova ora a Gaza. Ofir sostiene che Israele, che controlla Gaza fin nei minimi dettagli a partire dai certificati di nascita, e può telefonare ai palestinesi per avvisarli che la loro casa sta per essere bombardata, non riesce a contattarlo. E sebbene le cartelle cliniche facciano parte del caso da tempo, ora è “difficile”, per modo di dire, dimostrare le sue affermazioni. Ofir ammette che “da un lato, il materiale probatorio del caso ha presentato un quadro grave e preoccupante riguardo agli imputati”, ma ahimè, “il quadro probatorio è complesso”.

Ofir afferma inoltre che il video “non rappresenta un quadro inconfutabile delle accuse attribuite agli imputati”. Il fatto che a queste prove si aggiunga la testimonianza della vittima, oltre alle cartelle cliniche, non sembra essere d’aiuto.

Riguardo alla diffusione del video, Ofir osserva che “questi eventi” ancora una volta “ledono gravemente il diritto ad un giusto processo e il senso di giustizia ed equità che devono essere alla base di qualsiasi procedimento penale”.

Si tratta di un tentativo palesemente disperato di proteggere i soldati dalla giustizia. Ironicamente, l’espressione “protezione dalla giustizia” è stata ripetutamente utilizzata nella sentenza, nel senso di proteggere gli imputati dal sistema giudiziario. È esattamente il tipo di ragionamento che emerge dal messaggio di Katz: i soldati delle Forze di Difesa Israeliane devono essere difesi e protetti, altrimenti si starebbe dalla parte dei terroristi.

Che dire di una società che celebra gli stupratori?

 Ma non si tratta solo di una questione legale, è una questione sociale. Per comprendere la situazione attuale della società israeliana è opportuno paragonare questo caso all’omicidio di Elor Azarya nel 2016, in cui il soldato paramedico sparò in testa e uccise a bruciapelo un sospetto palestinese già inerme. Come nel caso dello stupro di Sde Teiman, anche il crimine di Azarya fu ripreso da un video. Sebbene, secondo i suoi commilitoni, ciò che fece fosse successo già “molte volte”, il suo ruolo fu quello di “mela marcia”, a dimostrazione dell’innocenza del sistema. Il processo ad Azarya fu una farsa e, dopo nove mesi di carcere, tornò a casa accolto come un eroe.

Nell’agosto del 2024, mentre la notizia del caso Sde Teiman travolgeva Israele, ero ancora convinto che l’esito sarebbe stato simbolico, simile a quanto accaduto nel caso Azarya: una simbolica bottarella sul polso, per ragioni di pubbliche relazioni internazionali. Questa era chiaramente l’intenzione dell’ex commissaria generale Yifat Tomer-Yerushalmi. Il motivo per cui fece trapelare il video era che riteneva che senza di esso il caso si sarebbe chiuso. Quindi cercò di garantire che venisse fatta giustizia, almeno in apparenza, in un caso così lampante. Ma alla fine la situazione le si ritorse contro, e ora si festeggia il fatto che il suo piano sia stato sventato. Gli stupratori, già celebrati da alcuni media come delle star, riceveranno ora un sostegno ancora maggiore per la presunta ingiustizia che avrebbero subito.

A quanto pare la società israeliana è ora meno interessata alle pubbliche relazioni internazionali rispetto al passato, nonostante i massicci sforzi di propaganda all’estero. La vena genocida è così forte da prevalere persino sulla preoccupazione di apparire civile.

Netanyahu sostiene che sia il caso stesso ad aver diffamato Israele. Ma no, Israele si diffama da solo, non riesce a farne a meno. In altre parole, la chiusura di questo caso e i relativi commenti celebrativi mostrano il vero volto di Israele.

Questo invia un messaggio forte a tutti i torturatori israeliani: lo stupro è legale.

Sulla scia del caso Azarya, gli israeliani hanno coniato un termine popolare chiamato “effetto Azarya”, suggerendo che il processo ad Azarya abbia creato un deterrente controproducente che ha indotto i soldati a esitare a sparare ai palestinesi.

Il caso Sde Teiman, a sua volta, ha un altro effetto. La sua chiusura segnala che lo stupro è legale, permesso e forse persino benvenuto, contro quei “crudeli mostri”, come li definisce il ministro della Difesa Katz. Il predecessore di Katz, Yoav Galant, li aveva definiti “animali umani”. Chiunque avesse la felice idea di perseguire coloro che violentano questi crudeli e mostruosi animali umani ne subirà le conseguenze. La disumanizzazione della società israeliana ha raggiunto un nuovo minimo storico, e questo rappresenta un momento estremamente pericoloso per i palestinesi. Immaginate: quegli stupratori potrebbero semplicemente tornare a Sde Teiman, o in qualsiasi altra prigione del sistema di segrete di tortura, e dire “benvenuti all’inferno”.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




In Israele lo stupro dei prigionieri palestinesi è ammesso. Far trapelare il filmato è tradimento

Lubna Masarwa

3 novembre 2025 – Middle East Eye

La diffusione di un video che mostra l’orrendo stupro a Sde Teiman ha scosso il Paese più del crimine stesso

Quando lo scorso anno è trapelato un video che mostrava soldati israeliani che stupravano un prigioniero palestinese, l’indignazione in Israele è stata immediata, ma non riguardo al crimine.

Al contrario, lo sdegno era rivolto alla fuga di notizie.

La settimana scorsa Yifat Tomer-Yerushalmi si è dimessa da avvocato dell’esercito israeliano dopo la conferma del suo coinvolgimento nella diffusione del filmato della televisione a circuito chiuso dall’interno del famigerato campo di detenzione di Sde Teiman durante la guerra genocida di Israele a Gaza.

Nel filmato si vedono soldati israeliani pesantemente armati afferrare e portare via un prigioniero palestinese bendato e poi circondarlo con scudi antisommossa per nascondere il loro stupro di gruppo.

Il palestinese che, secondo alcune informazioni, da allora è stato rimandato a Gaza, ha subito una ferita all’ano, un trauma intestinale, danni ai polmoni e costole rotte.

Dopo la diffusione del video Tomer-Yerushalmi, che ha speso tutta la sua carriera nella difesa dell’esercito israeliano, si è trovata ad essere perseguitata da politici di destra.

Il Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha criticato l’avvocatessa affermando che ha agito contro soldati israeliani e “con la fuga di notizie ha alimentato calunnie sanguinose contro lo Stato di Israele”.

Intanto i soldati accusati dello stupro hanno tenuto una conferenza stampa chiedendo un risarcimento per “il danno alla propria immagine”.

Resa dei conti morale

In un Paese che si vanta costantemente di rispettare lo stato di diritto, questo episodio avrebbe dovuto scatenare una rivalsa morale. Invece ha rivelato quanto profonda sia la disumanizzazione dei palestinesi e quanto siano diventate normali la violenza sessuale e la tortura all’interno delle strutture detentive israeliane.

Nella loro conferenza stampa davanti all’Alta Corte i quattro soldati accusati dello stupro di gruppo si sono vantati di essere ancora liberi.

Con indosso dei passamontagna, in un evidente tentativo di evitare di essere perseguiti presso la Corte Penale Internazionale, hanno dichiarato: “Vinceremo”.

Avete cercato di spezzarci, ma avete dimenticato una cosa: noi siamo la Forza 100”, hanno detto, riferendosi alla loro unità antiterrorismo.

Non si vergognavano, erano baldanzosi. Il messaggio era inequivocabile: in Israele ogni stupro può essere riproposto come gesto eroico quando la vittima è palestinese.

Intanto la leadership del Paese ha serrato i ranghi intorno agli esecutori.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha rifiutato di denunciare l’aggressione. Ha invece definito la fuga di notizie “forse il più grave attacco propagandistico che lo Stato di Israele abbia subito dalla sua fondazione.”

La sua preoccupazione era per l’immagine di Israele, non per l’uomo brutalizzato sullo schermo.

Questa inversione morale non è una falla isolata. Un recente rapporto dell’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem, intitolato “Benvenuti all’inferno”,[vedi Zeitun,rdr] ha documentato gli stupri sistematici sui detenuti palestinesi durante la guerra di Israele nell’enclave (di Gaza).

Cinquantacinque ex prigionieri hanno descritto percosse, privazione del sonno e violenza sessuale. Fadi Baker, di 25 anni, ha raccontato che i soldati lo hanno bruciato con le sigarette e gli hanno messo ai genitali delle pinze a cui erano legati oggetti pesanti. Poi è stato lasciato nudo in una cella gelata per due giorni, con musica assordante.

L’Ufficio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite ha riferito la morte di decine di palestinesi sotto detenzione israeliana dall’inizio della guerra nell’ottobre 2023.

Sistema di impunità

Queste testimonianze descrivono il quadro di un sistema detentivo governato dall’impunità. Anche quando emergono le prove – come è successo l’anno scorso nel carcere di Sde Teiman, quando sono stati arrestati dei soldati per stupro – i politici si affrettano a difendere gli accusati.

Membri di estrema destra del parlamento hanno invaso infuriati le basi militari, minacciato gli accusatori ed accusato gli organi giuridici dell’esercito di “tradire” la nazione.

I social media sono stati sommersi da richieste di “bruciare” e “lapidare” i funzionari che indagano sui soldati.

Da quando Israele ha scatenato l’attacco a Gaza gli abusi sessuali e la tortura dei palestinesi sono diventati incontrollati in tutti i territori occupati, come hanno ripetutamente documentato le Nazioni Unite e le associazioni per i diritti umani.

La pretesa che l’esercito israeliano sia “un esercito morale” – se non l’ “esercito più morale del mondo” – si è rivelata essere solo un altro tentativo delle pubbliche relazioni di coprire i crimini di Israele contro il popolo palestinese.

In Israele la divulgazione del video ha scosso gli israeliani più del crimine stesso.

Ha mostrato quanto Israele abbia perso la sua capacità di sdegno morale quando le vittime sono palestinesi.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Lubna Masarwa è giornalista e capo dell’ufficio di Middle East Eye per Palestina e Israele. Vive a Gerusalemme.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Il video della violenza sessuale nella prigione israeliana è l’ulteriore conferma che Sde Teiman è un luogo di torture

Jonah Valdez

9 Agosto 2024 – The Intercept

Le violenze sui palestinesi nella prigione militare israeliana sono denunciate da mesi. Gli Stati Uniti chiedono all’esercito israeliano di indagare su sé stesso.

Sde Teiman, prigione israeliana militare segreta nel deserto del Negev, aveva allarmato l’avvocata per i diritti umani Roni Pelli e altri attivisti già dal primo mese di guerra israeliana contro Gaza.

Pelli e i suoi colleghi hanno cominciato a ricevere segnalazioni da informatori circa le pessime condizioni in cui si trovavano i palestinesi detenuti a Sde Teiman. Hanno sentito di casi di violenze commesse da soldati su detenuti palestinesi e, in un caso, di un palestinese che vi era morto.

Da allora i resoconti dei media sulla prigione si sono arricchiti delle testimonianze di palestinesi ex-detenuti e informatori israeliani, i quali raccontavano in maggior dettaglio le sconvolgenti condizioni all’interno della prigione. A Maggio un’inchiesta della CNN aveva rivelato che i detenuti palestinesi erano legati e bendati, costretti per l’intera notte a stare seduti, a volte in piedi, sotto i riflettori, che i palestinesi feriti erano legati ai letti, costretti a indossare pannoloni e nutriti con cannucce, che i soldati picchiavano i detenuti per vendicare gli attacchi del 7 Ottobre, che gli arti dei prigionieri venivano amputati a causa di ferite non medicate dovute ai dispositivi di contenimento e che tali operazioni erano eseguite senza anestesia.

Poco dopo, nello stesso mese di maggio, un’inchiesta dell’Intercept aveva rivelato la scomparsa di centinaia di medici palestinesi detenuti in Israele, riportando la testimonianza di un chirurgo che era stato picchiato e seviziato a Sde Teiman. Un mese dopo, un’ulteriore inchiesta di Haaretz rivelava che l’esercito israeliano stava indagando sulla morte di 48 palestinesi di Gaza che erano sotto custodia israeliana, di cui 36 detenuti a Sde Teiman. I media israeliani hanno cominciato a riferirsi alla prigione come alla “Guantanamo Israeliana”.

In seguito all’inchiesta della CNN Pelli, che rappresenta l’Associazione per i Diritti Civili in Israele, su mandato di cinque organizzazioni per i diritti umani ha presentato istanza presso la Corte Suprema israeliana affinché il governo chiuda Sde Teiman. Sperano che, se accolta, la loro istanza possa stabilire un precedente che porti alla chiusura di tutte le prigioni militari israeliane.

“Era talmente enorme che non potevamo ignorarlo”, ha dichiarato Pelli a The Intercept.

Mentre in Israele le organizzazioni per i diritti umani e civili si spendevano senza riserve per difendere i diritti dei palestinesi detenuti sia nei campi militari che nelle prigioni del sistema carcerario ufficiale, sulla questione gli Stati Uniti hanno dimostrato scarsa sollecitudine.

Il Dipartimento di Stato [Ministero degli Esteri n.d.t.] statunitense ha commentato i fatti di Sde Teiman solo quando è stato incalzato dai giornalisti in seguito alla diffusione dell’inchiesta della CNN. A maggio il viceportavoce del Dipartimento Vedant Patel ha detto: “stiamo studiando queste e altre accuse di violenze contro detenuti palestinesi”. Questi ha aggiunto che gli Stati Uniti hanno comunicato in modo “chiaro e coerente a ogni nazione, incluso Israele, che deve trattare tutti i detenuti con umanità, dignità, in accordo con la legge internazionale e che deve rispettarne i diritti umani”. Egli ha poi dichiarato che gli Stati Uniti hanno chiesto allo stesso governo israeliano di indagare su tali accuse.

Dopo che l’inchiesta di Haaretz ha dato notizia di decine di morti non ci sono stati nuovi commenti. Più tardi, nella stessa settimana di giugno, il New York Times ha pubblicato un’inchiesta sulle condizioni detentive a Sde Teiman, nella quale sono riportate testimonianze di ex-detenuti secondo le quali i loro carcerieri israeliani li hanno sottoposti a stupro anale per mezzo di un’asta metallica, tra le altre torture. Queste rivelazioni esplosive erano sepolte nella parte finale di un articolo di quasi 4.000 parole, nell’introduzione del quale si menzionavano “pestaggi e altre violenze” e il cui titolo descriveva Sde Teiman come “la base dove Israele ha incarcerato migliaia di Gazawi”. Di nuovo, nemmeno una parola dal governo statunitense.

I funzionari statunitensi non hanno rilasciato ulteriori dichiarazioni su Sde Teiman fino a martedì, quando l’emittente televisiva israeliana Channel 12 ha mandato in onda un video di sorveglianza trapelato da Sde Teiman nel quale si vedono soldati israeliani perpetrare presumibilmente uno stupro di gruppo su di un detenuto palestinese.

Il Dipartimento di Stato ha reagito chiedendo all’esercito israeliano di indagare su sé stesso.

Dieci soldati israeliani sono stati arrestati e sosterranno le accuse derivanti dal presunto stupro di gruppo. Il giorno successivo è stato arrestato un altro soldato, sospettato di aver pestato detenuti palestinesi mentre erano bendati e ammanettati. Sembra che durante l’episodio il soldato si sia filmato.

Un nuovo rapporto dell’ONG israeliana B’Tselem, basato su anni di segnalazioni di violenze sui palestinesi nelle prigioni israeliane, dimostra che Sde Teiman non è l’unica prigione israeliana dove i palestinesi sono torturati.

Pubblicato questa settimana, un giorno prima che Channel 12 diffondesse il video trapelato [dalla prigione di Sde Teiman], il rapporto di B’Tselem sostiene che la maggior parte dei palestinesi detenuti ha dovuto sopportare violenze e torture sotto custodia israeliana. Il rapporto invita la Corte Penale Internazionale a “investigare e promuovere procedimenti penali contro gli individui sospettati di organizzare, dirigere e commettere questi crimini”. Lo stesso rapporto sostiene che “non ci si può aspettare che gli organismi investigativi israeliani” ritengano il loro stesso governo responsabile di potenziali violenze, poiché “tutti gli apparati di stato, incluso quello giudiziario, sono stati mobilitati a sostegno di tali campi di tortura”.

Quando durante una conferenza stampa mercoledì gli è stato chiesto se gli Stati Uniti avrebbero chiesto un’indagine indipendente in riferimento al rapporto, il portavoce del Dipartimento di Stato Matt Miller ha rifiutato di discuterne e ha detto “Dovrei esaminare le specifiche indagini indipendenti richieste ed esprimere un giudizio nel merito”. Ha affermato che l’esercito israeliano deve indagare su sé stesso.

Un portavoce delle forze di difesa israeliane ha detto che l’esercito israeliano “respinge le accuse di violenza sistematica, incluse quelle di violenza sessuale, nelle proprie strutture detentive” e ha affermato che esso osserva la legge israeliana così come quella internazionale. L’esercito ha indicato l’arresto dei soldati sospettati nel caso delle violenze di Sde Teiman come prova del fatto che esso fa rispettare tali leggi quando esse vengono violate.

Il Dipartimento di Stato non ha risposto alle richieste di commenti.

Le prove di violenze in quella di Sde Teiman e in altre prigioni sono soltanto le ultimissime rivelazioni di violenze commesse dall’esercito israeliano, i cui comandanti sono accusati di crimini di guerra dalla Corte Penale Internazionale. Nonostante le prove, gli Stati Uniti continuano a finanziare la guerra di Israele contro Gaza, cui hanno contribuito con più di 15 miliardi di dollari dal 7 Ottobre.

Eitay Mack, un altro avvocato per i diritti umani israeliano, il quale ha rappresentato i palestinesi incarcerati dall’esercito israeliano nella Cisgiordania occupata, ha detto che gli Stati Uniti dovrebbero fare di più per prevenire violazioni dei diritti umani come quelle che si sono viste a Sde Teiman.

Egli ha sottolineato che gli Stati Uniti hanno il potere di emettere sanzioni contro singole unità dell’esercito. I 10 soldati israeliani arrestati nel caso del presunto stupro di gruppo di Sde Teiman fanno parte dell’unità dell’esercito israeliano Force 100. Gli Stati Uniti hanno già imposto sanzioni contro coloni israeliani che hanno commesso violenze contro i palestinesi in Cisgiordania. Mack ha anche menzionato la legge Leahy, una legge del 1997 che proibisce agli Stati Uniti di prestare assistenza a “qualsiasi unità delle forze di sicurezza di un paese straniero se il Segretario di Stato ha informazioni credibili che quell’unità ha commesso una grave violazione dei diritti umani”.

L’amministrazione del presidente Joe Biden ha mostrato una certa riluttanza a mettere condizioni agli aiuti militari, anche quando essa ha ammesso di aver fornito a Israele armi [tali] da commettere possibili violazioni della legge internazionale.

“Gli Stati Uniti dovrebbero applicare le proprie regole sugli aiuti militari – dovrebbero usarle per fare pressione su Israele”, ha detto Mack. “Io non credo che i governi del mondo agiscano secondo morale”, ha aggiunto, “ma gli Stati Uniti dovrebbero applicare la legge, la legge Leahy, se non altro per rispettare la procedura”.

Mack ha ammesso che punire singole unità coinvolte nelle violenze di Sde Teiman non risolverebbe il problema delle violenze capillarmente diffuse in tutto il sistema delle prigioni israeliane.

Le prigioni militari, come quella di Sde Teiman, sono strutture detentive costruite all’interno di basi militari israeliane, dove i detenuti sono spesso trattenuti in attesa di essere interrogati. Esse sono del tutto estranee al Servizio Carcerario Israeliano, le cui strutture sono gestite da guardie civili e funzionari. Che i secondini commettessero violenze sui palestinesi detenuti in entrambi i tipi di prigione era cosa nota ben prima del 7 Ottobre, e i prigionieri palestinesi provenienti dai territori palestinesi occupati sono soggetti a corti militari anziché civili – cosa che ha contribuito a orientare organizzazioni come la Corte di Giustizia Internazionale nel concludere che il sistema legale israeliano è una forma di apartheid.

Mack ha detto di aver rappresentato un palestinese della Cisgiordania occupata che mentre si trovava in una prigione del Servizio Carcerario Israeliano è stato afferrato per il collo da un agente israeliano, tirato su e scaraventato sul pavimento della sua cella, riportandone la frattura dello zigomo.

Nonostante questo, le strutture afferenti al Servizio Carcerario Israeliano tendenzialmente offrono condizioni migliori rispetto al loro equivalente militare, letti migliori, miglior cibo e maggiori possibilità di movimento. Dall’inizio della guerra a Gaza però, Mack e Pelli hanno notato che le prigioni del Servizio Carcerario Israeliano hanno precluso ai palestinesi ogni contatto con il mondo esterno. Ai detenuti è stato impedito di comunicare con le loro famiglie e con i loro avvocati, mentre è stata limitata la libertà di movimento all’interno delle strutture, poste in regime di isolamento.

Insieme al suo gruppo, ACRI, Pelli ha presentato un’ulteriore istanza alla Corte Suprema con l’obbiettivo di permettere alla Croce Rossa l’accesso all’interno di prigioni e campi militari, in modo da garantire ai detenuti adeguate cure mediche – il che è obbligatorio sia per la legge israeliana che per quella internazionale. Alla Croce Rossa è stato invece negato l’accesso a ogni prigione dall’inizio della guerra. L’istanza menziona le morti di almeno due detenuti in campi militari e altri sei nelle prigioni del Servizio Carcerario Israeliano, due dei quali mostravano “segni di gravi violenze” sui loro corpi. La corte deve ancora deliberare in materia, mentre il governo continua a chiedere proroghe nel procedimento.

Ad Aprile Pelli ha presentato ancora un’altra istanza, chiedendo che il Servizio Carcerario Israeliano mettesse fine a “una politica della denutrizione nei confronti dei prigionieri e detenuti palestinesi”, cosa che – ha argomentato – è di fatto una forma di tortura e viola la legge internazionale. Dal 7 di Ottobre, si legge nel documento, questa politica ha lasciato che i prigionieri soffrissero di una fame estrema e costante, oltre che di una pessima qualità del cibo. L’istanza riporta testimonianze di palestinesi ex detenuti che hanno perso decine di chili, tra i quali un diabetico che è stato costretto a mangiare dentifricio per alzare i livelli di zucchero nel proprio sangue.

Secondo l’ONG per i diritti umani HaMoked, che si occupa della popolazione carceraria israeliana ed è stata tra le organizzazioni che hanno presentato l’istanza per la chiusura di Sde Teiman, dal 7 Ottobre il numero di palestinesi imprigionati è quasi raddoppiato, dai 5.192 prima della guerra ai 9.623 di inizio luglio, cosa che ha esacerbato il già preesistente problema del sovraffollamento. Più di 4.000 detenuti palestinesi sono in detenzione amministrativa, detenzione che può essere prolungata indefinitamente e senza accuse. Molti sono rilasciati dopo settimane di detenzione senza accuse.

Il rapporto di B’Tselem cita le istanze presentate da Pelli e dalla sua organizzazione, dove le prigioni sono definite come “un buco nero normativo” in cui “i palestinesi non hanno diritti né protezioni”.

Il rapporto dice che gli incarcerati sono per la maggior parte uomini e ragazzi, anche se dal 7 Ottobre non mancano donne e bambini. “Alcuni sono in prigione semplicemente per aver espresso solidarietà per le sofferenze dei palestinesi”, si legge nel rapporto. “Altri sono stati presi in custodia nel corso delle attività militari nella Striscia di Gaza, per il solo motivo di ricadere sotto la vaga definizione di ‘uomini in età di combattimento’. Alcuni sono stati imprigionati perché sospettati, fondatamente o meno, di operare in organizzazioni armate palestinesi o di sostenerle”.

Lo stesso rapporto mette in luce le testimonianze dirette di 55 palestinesi che sono stati detenuti nelle prigioni israeliane, tra i quali 21 provenienti da Gaza e 4 con cittadinanza israeliana. Hanno denunciato “frequenti atti di violenza grave e arbitraria, aggressioni sessuali, umiliazione e degradazione, deliberata denutrizione, condizioni forzosamente insalubri, privazione del sonno, divieti e misure punitive contro le pratiche religiose; confisca di tutti gli effetti personali e collettivi e negazione di cure mediche adeguate”.

Un palestinese che è stato detenuto a Sde Teiman ha riferito a B’Tselem di essere stato condotto insieme ad altri in un magazzino, dove è stato costretto a denudarsi e inginocchiarsi prostrato mentre i soldati lo interrogavano e picchiavano. Durante lo spostamento verso un’altra struttura, lui e altri venivano picchiati se parlavano o facevano qualche rumore. Durante i pestaggi è rimasto ferito alla gamba sinistra. Mentre il dolore alla gamba era in seguito andato intensificandosi per diversi giorni, i soldati hanno ignorato le sue lamentele e lo hanno colpito alla gamba ferita. La gamba dovette infine essere amputata. Ciò non è bastato a mettere fine alle torture, poiché l’uomo ha riferito di essere stato costretto a restare in piedi per ore sulla gamba rimastagli, in modo da impedirgli di dormire. É stato in seguito rilasciato e restituito alla sua famiglia a Gaza senza che nessuna accusa venisse formulata a suo carico, dice il rapporto.

B’Tselem sostiene nel suo rapporto che le violenze fanno parte di una politica sistematica intesa a torturare i palestinesi, implementata dal Ministro per la Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir, che supervisiona il Sistema Carcerario Israeliano, con il sostegno del Primo Ministro Benjamin Netanyahu e di tutto il governo israeliano.

“Il problema principale è che non si tratta solo delle strutture militari [come Sde Teiman]”, dice Pelli. “Oggi, sotto queste condizioni e con questo ministro, tutto è terribile”.

Sde Teiman è tornata al centro dell’attenzione a fine luglio, quando una folla di estremisti di destra ha fatto irruzione nella base dopo che inquirenti militari vi si sono recati per interrogare i soldati sospettati dello stupro di un prigioniero palestinese. La folla si è introdotta anche in un’altra base, dove i soldati erano stati condotti per essere interrogati. Ben Gvir ha definito “niente meno che vergognoso” lo “spettacolo” della polizia che andava a interrogare i soldati – che egli chiama “i nostri eroi migliori”. L’incidente ha messo in evidenza la crescente polarizzazione tra il governo di estrema destra del primo ministro e il comando militare del paese.

Gli arresti non sono un segnale di maggiore responsabilità da parte del governo, secondo Mack, ma sono decisioni politiche prese dal Generale Maggiore Yifat Tomer-Yerushalmi, procuratore capo militare in entrambe i casi. Anche prima della diffusione del video, la vittima dello stupro ha ricevuto cure mediche in un ospedale pubblico civile dove il personale medico ha riscontrato lesioni compatibili con la violenza sessuale, ha detto Mack, cosa che ha costretto l’esercito a indagare.

“È un fallimento totale”, dice, incolpando Tomer-Yerushalmi per quella che considera una risposta morbida alle precedenti accuse di violenze sui prigionieri durante la guerra.

Le udienze relative all’istanza di chiusura di Sde Teiman sono proseguite fino a mercoledì di questa settimana, quando i manifestanti di destra hanno interrotto i lavori. Nel corso del procedimento, i manifestanti hanno regolarmente criticato Pelli e i suoi colleghi come “traditori” o difensori dei militanti di Hamas, racconta Pelli.

Durante l’udienza, gli avvocati dell’esercito hanno sostenuto che non ci sono più problemi a Sde Teiman, poiché hanno ridotto la popolazione carceraria da più di 700 a meno di 30 detenuti temporanei a breve termine. I militari hanno affermato che i prigionieri rimanenti non rappresentano un rischio per la sicurezza e non sono più legati o bendati, a differenza dei precedenti detenuti della struttura.

Pelli ha argomentato che le loro condizioni di vita sono ancora in violazione del diritto internazionale, in quanto i prigionieri continuano a essere tenuti in gabbie senza letti o servizi igienici adeguati e viene ancora negato loro l’accesso alla Croce Rossa o agli avvocati. Ha anche avvertito che la popolazione carceraria potrebbe aumentare di nuovo in qualsiasi momento durante la guerra in corso.

“Non si può scattare un’istantanea di questa giornata, se è estremamente dinamica”, ha detto Pelli. “Perché se domani l’IDF entrerà [in un villaggio] a Gaza e tratterrà tutti gli uomini, prenderà 200 persone… quali sono i limiti? La guerra non è finita”.

Ultimo aggiornamento: 13 Agosto 2024

L’articolo è stato aggiornato per includere il commento di un portavoce dell’esercito israeliano ricevuto dopo la pubblicazione.

(Traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)