Una bancarella di libri tra le macerie nutre le menti affamate

Esraa Abo Qamar

15 luglio 2025- The Electronic Intifada

Nella devastazione di Gaza segni di vita riappaiono nei luoghi più inaspettati.

Eqraa Ketabak (Leggi il tuo libro) è una piccola bancarella di libri aperta a fine aprile proprio nel mezzo della distruzione del campo profughi di Nuseirat, nella Striscia di Gaza centrale.

File di romanzi, poesie, libri di filosofia, religione e self-help in arabo e in inglese sono disposti ordinatamente su assi di legno improvvisate sul marciapiede, le loro copertine colorate sfidano la polvere grigia della distruzione circostante.

Circondati da edifici parzialmente o completamente crollati e da detriti di vecchi e recenti attacchi aerei, i libri e i loro argomenti sembrano fuori posto. Con titoli che parlano di speranza, amore, perdita e resistenza come a riflettere le emozioni impresse sui volti dei passanti, la bancarella li invita a fermarsi, leggere e riconnettersi con una parte di vita che il genocidio ha cercato di cancellare.

“I libri prendono il loro posto tra le rovine”, ha scritto sui suoi social media Hassan al-Qatrawi, romanziere palestinese, accademico e cliente abituale della bancarella. “Loro [gli israeliani] ci distruggono dall’esterno, e noi ci costruiamo dall’interno. La fame di cibo è temporanea. Ma la fame di lettura è eterna”.

Dietro la modesta bancarella di libri ci sono due giovani fratelli del campo di Nuseirat. Salah e Abdullah Sarsour hanno perso la casa durante il genocidio e sono stati sfollati in una scuola vicina dove ancora oggi trovano rifugio.

Hanno sviluppato una passione per i libri fin da giovani e durante la guerra di sterminio israeliana a Gaza che dura ormai da 21 mesi nonostante tutte le difficoltà non hanno mai smesso di leggere. Sebbene reperire libri sia difficile Abdullah ha continuato fare lunghi e faticosi viaggi nel nord di Gaza, rischiando la propria incolumità e spendendo molti soldi in trasporti, per trovare un buon libro in librerie come l’iconica libreria Samir Mansour a Gaza City.

Condividere una passione

Ma anche altri, pur se meno determinati, desideravano i libri. “Non si trattava solo di noi”, ha detto Abdullah a The Electronic Intifada. “Conoscevamo altri nel nostro campo che amavano leggere, ma non tutti potevano permettersi il viaggio”.

Così invece di fare avanti e indietro i fratelli hanno deciso di portare i libri alla loro comunità. Se le persone non possono più accedere ai libri allora devono essere i libri a venire da loro

Hanno messo insieme i loro risparmi e hanno acquistato un primo grande lotto di libri dal nord per avviare la loro modesta bancarella. Il loro obiettivo non era fare soldi, affermano, ma consentire l’accesso per rendere la lettura più facile e comune.

“Si tratta di condividere la nostra passione con le persone, non solo di avviare un’attività”, ha detto Salah. “Volevamo incoraggiare le persone a leggere di nuovo”.

Secondo l’Ufficio Centrale Palestinese di Statistica, il tasso di analfabetismo in Palestina è uno dei più bassi al mondo.

A Gaza è di poco inferiore al 2%.

La maggior parte dei palestinesi di Gaza è orgogliosa del proprio profondo amore per la lettura. Nonostante siano stati privati dell’istruzione per quasi due anni a causa del genocidio in corso, non hanno mai smesso di leggere, scrivere o imparare, nemmeno in queste circostanze catastrofiche.

Eqraa Ketabak è rapidamente diventato più di un semplice luogo dove acquistare libri. È diventato uno spazio di conversazione, dove i bambini possono sfogliare storie e compensare gli anni di studio persi, dove gli anziani possono riscoprire poesie dimenticate che un tempo imparavano a memoria e dove gli scrittori possono trovare ispirazione per scrivere le proprie storie e libri.

Conforto

Amal Abu Saif è una scrittrice palestinese che trova conforto nei libri.

“Ogni volta che mi sento sopraffatta corro da questo mondo ad un altro attraverso i libri”, ha detto Amal a The Electronic Intifada. “Questa bancarella di libri è diventata la mia destinazione principale e l’unico posto che mi fa sentire di nuovo me stessa”.

Amal crede che leggere e scrivere siano il suo unico modo per resistere. Seguendo l’esempio del defunto e celebre poeta Mahmoud Darwish – che credeva che scrivere per gli oppressi fosse una forma di resistenza – Amal ha recentemente pubblicato il suo primo romanzo, Atheer Gaza: Amata Gaza.

“Eravamo sfollati in una piccola tenda. Non c’era niente da fare, niente università, niente lezioni, solo infinite giornate a cercare cibo e acqua e a cucinare sulla legna da ardere”, racconta Amal. “Un giorno, mi sono detta: per quanto tempo resterò ad aspettare in questo modo? No, voglio raggiungere qualcosa. Voglio fare la differenza”.

Nel gennaio 2024 ha iniziato a documentare le sue esperienze quotidiane e le sue sofferenze usando l’app per gli appunti del suo telefono. La carta è rara ed estremamente costosa. All’inizio scriveva solo un po’ alla volta. Ma mesi dopo è tornata su quegli appunti, li ha ampliati e li ha trasformati in un romanzo completo.

A luglio è stato pubblicato. Oggi il suo libro è disponibile in tutto il mondo arabo.

“Era un sogno che coltivavo da molto tempo”, ha detto Amal. “E non vedo l’ora che la guerra finisca per poter stampare e pubblicare il mio romanzo qui a Gaza.”

Già nell’aprile 2024, secondo le Nazioni Unite i bombardamenti su larga scala di Israele a Gaza avevano danneggiato o completamente distrutto 13 biblioteche pubbliche. Questo si aggiunge alla distruzione di massa di istituti scolastici lungo tutta la striscia.

Prendere di mira università e scuole insieme a insegnanti e accademici è una chiara indicazione che Israele non sta prendendo di mira solo edifici e infrastrutture. È un tentativo di cancellare la nostra storia, mettere a tacere le nostre voci e distruggere la cultura del nostro popolo.

Eppure le idee non muoiono.

E finché ci saranno idee ci sarà bisogno di libri, come testimoniano i fratelli Sarsour.

Esraa Abo Qamar è una scrittrice a Gaza.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Netanyahu ha esercitato pressioni su von der Leyen in merito all’accusa di genocidio

David Cronin

21 marzo 2025 – The Electronic Intifada

Israele cerca di tenere nascosta la sua attività di lobby contro un’azione legale finalizzata a fermare il genocidio a Gaza.

Attraverso una richiesta di accesso agli atti ho scoperto che Benjamin Netanyahu ha contattato Ursula Von der Leyen, Presidente della Commissione Europea, in merito al procedimento avviato lo scorso anno dal Sudafrica.

L’ambasciata israeliana a Bruxelles si è opposta alla divulgazione della lettera del Primo Ministro. Vergognosamente, i funzionari di Von der Leyen hanno accettato la richiesta di Israele.

Perché la Commissione Europea concede a Israele il diritto di veto su quali documenti rendere pubblici? Cosa cercano di nascondere Von der Leyen e il suo entourage?

Il ricorso presentato dal Sudafrica alla Corte Internazionale di Giustizia ha dimostrato che Netanyahu e i suoi collaboratori hanno manifestato una chiara intenzione genocida quando hanno dichiarato guerra a Gaza nell’ottobre 2023. Nella sentenza preliminare del gennaio 2024, la Corte ha giudicato l’accusa plausibile e ha ordinato la cessazione degli attacchi israeliani.

La Convenzione sul Genocidio delle Nazioni Unite impone ai governi di tutto il mondo il dovere di prevenire e punire questo crimine.

Nel mio ricorso contro il rifiuto di divulgare la lettera di Netanyahu, ho sostenuto che la trasparenza è un prerequisito per verificare se la Commissione Europea stia rispettando il diritto internazionale.

In base alle informazioni attualmente disponibili, non si può che concludere che Von der Leyen abbia favorito un genocidio.

Ha incontrato Netanyahu nell’ottobre 2023, mentre Israele compiva massacri e infliggeva enormi distruzioni a Gaza. Von der Leyen ha cercato di giustificare la violenza, suggerendo persino che Israele stesse adempiendo al dovere di proteggere la propria popolazione.

Non è la prima volta che Bruxelles occulta informazioni su richiesta di Israele.

L’Unione Europea ha precedentemente rifiutato di rispondere a semplici domande su quali ministeri e autorità israeliani partecipino ai “dialoghi sul contrasto al terrorismo” che essa organizza. Un documento interno da me ottenuto nel 2023 affermava che i diplomatici UE “temevano che gli israeliani si sarebbero offesi per la divulgazione”.

 

L’incubatore dell’industria bellica

Questa paura di offendere è evidente nel patetico comunicato diffuso dai leader UE dopo il vertice di questa settimana. Pur definendo “deplorevole” la fine della tregua a Gaza, non hanno specificato che è stato Israele a interromperla, uccidendo centinaia di palestinesi.

Dal canto suo Von der Leyen era troppo occupata a pompare denaro nell’industria bellica per versare lacrime sulla ripresa degli attacchi israeliani.

Israele trarrà quasi certamente vantaggio dall’agenda che lei sta dettando.

Lo sviluppo di nuovi droni e di sistemi di “difesa aerea” sono due priorità da lei indicate.

Israele si è ritagliata una nicchia redditizia nel mercato globale delle armi vendendo droni testati durante l’attuale genocidio e nelle precedenti offensive contro i palestinesi. E lo “scudo aereo” che Von der Leyen propone per l’Europa sembra una copia identica – o quantomeno ispirata – alla Cupola di Ferro israeliana.

Elbit Systems e Rafael – le principali aziende israeliane produttrici di droni e della Cupola di Ferro – stanno già beneficiando della corsa europea agli aumenti della spesa militare.

Le due società hanno annunciato di aver ottenuto un nuovo contratto per fornire a “paesi europei non specificati” un “sistema navale avanzato di lancio e diversione”.

I mercanti di armi riuniti al Tel Aviv Sparks Innovation Summit nei prossimi giorni discuteranno senza dubbio su come ottenere ancora più affari in Europa. “Investimenti nella difesa” è uno dei temi in programma.

I nuovi piani di Von der Leyen per sovvenzionare l’industria bellica dovrebbero favorire principalmente le aziende UE. La stessa Von der Leyen ha tuttavia garantito che le armi finanziate potranno includere fino al 35% di componenti di provenienza extra-UE.

Le società israeliane – già strettamente integrate con l’industria militare europea – trarranno vantaggio da questa sua “generosità”.

Tramite la mia sopra citata richiesta di accesso agli atti, ho anche appreso che la European Jewish Association (EJA) – un gruppo di pressione filo-israeliano – ha contattato l’ufficio di Von der Leyen (tramite diplomatici israeliani) per un possibile riconoscimento.

Sembra che l’associazione volesse premiarla ufficialmente per il suo sostegno alla guerra a Gaza. Ma è solo un’ipotesi: anche in questo caso, l’ambasciata israeliana presso l’UE si è opposta alla pubblicazione della lettera dell’EJA.

E, naturalmente, i lacchè di Von der Leyen hanno ancora una volta accettato le obiezioni di Israele. Dio non voglia che offendano uno Stato che sta commettendo un genocidio.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Il genocidio non mi impedirà di laurearmi

Ohood Nassar

24 Settembre 2024 – The Electronic Intifada

Giugno 2024 doveva essere il coronamento del mio viaggio accademico, un momento di festa per la fine dei miei studi e l’inizio di un nuovo capitolo come insegnante.

Ovviamente questo sogno è andato in frantumi.

Il 7 ottobre 2023 il suono dei razzi squarciava la quiete mattutina. Spaventata, sono corsa da mia sorella Sumaya per chiederle cosa stesse accadendo. “Sembra che stia cominciando una nuova guerra”, ha risposto, confermando i miei timori.

Abbiamo preso lo stretto necessario e ci siamo rifugiati al piano più basso di casa nostra.

Alcuni giorni dopo è stata bombardata la mia università – l’Università Islamica di Gaza, dove studiavo Scienze dell’educazione.

Mi sentivo coraggiosa. Questa guerra non mi spezzerà. Mi laureerò. Anche se abbiamo dovuto lasciare Beit Lahiya, la nostra zona, nel nord della Striscia.

Siamo tornati quando è stato annunciato il cessate il fuoco del 24 novembre, solo per trovare la nostra casa ridotta a un cumulo di macerie.

Ho trovato i miei libri sparsi per la strada. La mia determinazione a completare gli studi è diventata ancora più forte.

Ad aprile una nuova speranza: le università della Cisgiordania hanno annunciato programmi di didattica online per gli studenti di Gaza. Ho immediatamente fatto domanda all’Università di Birzeit.

Quando è arrivato via email il certificato di iscrizione è stato come se mi avessero lanciato un salvagente.

Nonostante le terribili circostanze nel nord della Striscia e le condizioni impossibili per gli studenti in tutto il territorio, ero profondamente determinata.

Ogni giorno camminavo quasi un chilometro per avere accesso a internet e seguire le mie lezioni online o scaricare libri e altri file. Ho studiato ovunque ci fosse abbastanza campo per la mia e-SIM, anche tra le case in rovina.

Il pericolo era in agguato a ogni angolo, ma io non ho mai rinunciato al mio sogno.

Le avversità alimentano il coraggio.

Le difficoltà però sono presto diventate insormontabili. La connessione a internet è diventata instabile. Temevo di perdere una lezione o un esame a causa della debolezza del segnale.

L’11 di maggio mio padre è entrato di corsa in camera mia mentre stavo studiando e mi ha detto di prendere le mie cose perché l’intero nord era di nuovo in pericolo.

Ho preso i miei libri, le penne, alcuni vestiti e abbiamo cominciato a cercare un luogo sicuro, anche se sapevamo che nessun posto è davvero sicuro durante questo genocidio israeliano.

Ci siamo poi rifugiati presso il quartier generale dell’UNRWA, vicino all’Università Islamica.

I danni provocati da Israele alla mia università mi hanno fatta piangere.

Ho cercato di connettermi a internet. Impossibile.

Non ho avuto accesso a internet per tre settimane. Di conseguenza non ho potuto sostenere i miei esami e ho perso il mio posto all’Università di Birzeit.

È stato straziante. Ero di nuovo al punto di partenza. Ma poi mi sono ricordata delle innumerevoli notti passate a studiare a lume di candela. Mi sono ricordata che la mia famiglia mi ha sempre incoraggiata allo studio.

Mi sono ricordata che mio padre si alzava ogni mattina, si preparava per andare al lavoro e mi chiedeva come andassero gli studi. Mi rassicurava, potevo farcela, potevo completare gli studi e ottenere la lode.

Mi sono ricordata che mia madre mi sosteneva e incoraggiava costantemente, mi diceva sempre “Adoro la tua passione per lo studio e la tua determinazione a laurearti”.

Mi sono immaginata come insegnante, in piedi di fronte ai miei studenti mentre raccontavo loro delle inimmaginabili avversità superate per realizzare il mio sogno.

Non potevo, non dovevo arrendermi.

Il 28 giugno, l’Università Islamica ha annunciato che avrebbe ripreso la didattica online in due fasi.

“Questa è la mia occasione”, mi sono detta.

Se non riesci la prima volta…

Mi sono iscritta, decisa ad andare avanti nonostante tutti gli ostacoli.

Malgrado il costante timore di non potermi connettere a internet durante gli esami, mi sono rifiutata di rinunciare al mio sogno. Sapevo che una cattiva connessione poteva compromettere gli sforzi degli ultimi tre anni, ma non ho mai permesso a queste paure di scoraggiarmi.

Cose prima banali, come gli articoli di cancelleria, erano diventate quasi introvabili. Avevo solo una penna e un taccuino, dove ho meticolosamente annotato gli appunti di tutte le mie lezioni.

Durante una delle nostre evacuazioni dall’ospedale di al-Shifa ho perso il mio computer portatile, un’altra sfida da superare.

Ma ho superato la prima fase con voti eccellenti. Ho provato una gioia immensa e i risultati che ho ottenuto alimentano la mia determinazione a impegnarmi ancora di più.

Mi sono ricordata che nell’ultimo semestre prima del genocidio ho ottenuto i voti più alti della classe. Mi sono ricordata i giorni in cui la mia vita era normale, quando avevo la mia scrivania, i miei libri e le mie penne. La mia scrivania non era solo un mobile, era il mio santuario, il luogo dove provavo un profondo senso di pace.

Adesso, nella seconda fase, darò esami per 34 crediti formativi.

Ogni giorno combatto la mia battaglia per continuare gli studi. A causa della debole connessione a internet spesso mi occorrono quattro ore per guardare una lezione che ne dura meno di una.

Negli innumerevoli sfollamenti cui siamo stati costretti, oltre al computer, ho gradualmente perso tutti i miei file, il mio lavoro e i libri.

Ma continuo sul mio telefono, che devo caricare due volte al giorno. Poiché non abbiamo elettricità a casa nostra, devo portarlo in un posto dove è possibile ricaricare i telefoni grazie ai pannelli solari.

Ogni passo che faccio tra le macerie alla ricerca di accesso a internet mi avvicina alla realizzazione del mio sogno.

Niente mi impedirà di realizzarlo – non il genocidio, non la distruzione, nemmeno la mancanza di mezzi.

La mia concezione dell’istruzione è cambiata: non è più soltanto un obbiettivo personale, ma una forma di resistenza – un bagliore di speranza in mezzo al genocidio israeliano.

Ohood Nassar è una scrittrice che al momento sta completando la sua laurea in Scienze dell’educazione a Gaza.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Boicottaggio Eurovisione in Israele

Artisti internazionali invocano il boicottaggio di “Eurovisione” in Israele

The Electronic Intifada

Ali Abunimah – 7 settembre 2018

 

Più di 140 importanti artisti internazionali hanno appoggiato la richiesta palestinese di boicottare il “Concorso Canoro Eurovisione” del prossimo anno se verrà ospitato in Israele.

Nel contempo sono emerse ulteriori prove della manipolazione da parte di Israele della competizione del 2018, e gli organizzatori dell’Eurovisione hanno chiesto che, come Paese ospitante del prossimo anno, Israele garantisca la libertà di espressione e di movimento.

“Eurovisione 2019” dovrebbe essere boicottata se verrà ospitata da Israele, finché continua con le sue gravi e decennali violazioni dei diritti umani dei palestinesi,” affermano gli artisti in una lettera pubblicata venerdì da “The Guardian” [giornale inglese di centro sinistra, ndtr.].

La lettera si riferisce a come Israele solo il 14 maggio ha massacrato più di 60 palestinesi a Gaza, due giorni dopo che Netta Barzilai aveva vinto l’Eurovisione 2018, garantendo ad Israele il diritto di ospitare l’edizione del prossimo anno della rinomata competizione.

Tra i firmatari ci sono gli ex partecipanti all’Eurovisione di vari Paesi, compresi Charlie McGettigan, che vinse il concorso canoro per l’Irlanda nel 1994, e i finalisti finlandesi di Eurovisione Kaija Kärkinen (1991) e Kyösti Laihi (1988).

Vi sono anche il compositore Brian Eno, i commediografi Eve Ensler e Caryl Churchill, i registi Mike Leigh e Ken Loach e l’attore di Arrested Development [“Ti presento i miei”, serie televisiva USA trasmessa anche in Italia, ndtr.]  Alia Shawkat. Molti dei firmatari sono musicisti, tra cui Moddi dalla Norvegia, Nick Seymour del gruppo australiano “Crowded House” e il cantautore catalano Lluís Llach.

Altri sostenitori dell’appello sono il direttore del teatro nazionale portoghese Tiago Rodrigues, l’attore, cantante e commediografo italiano Moni Ovadia e l’artista comico francese Tardi. Il PACBI, la Campagna Palestinese per il Boicottaggio Accademico e Culturale di Israele, ha accolto con favore la dichiarazione degli artisti. Ha anche sottolineato che l’“Unione Europea della Radiodiffusione”, l’ente internazionale che produce l’Eurovisione, negli scorsi giorni ha “chiesto che Israele rispetti la libertà di espressione e di movimento come condizione per ospitare il concorso.”

Secondo il quotidiano israeliano “Haaretz”, l’“Unione Europea della Radiodiffusione” ha chiesto al governo del primo ministro Benjamin Netanyahu garanzie scritte che “ai visitatori di Israele sia consentito di viaggiare ovunque senza restrizioni indipendentemente dalle loro opinioni politiche o dal loro orientamento sessuale, e che Kan (la radiodiffusione pubblica israeliana) abbia la completa libertà di montare la trasmissione.”

“Le condizioni riguardanti la libertà di movimento e di espressione sono poste solo a Paesi in cui ci sono preoccupazioni a questo proposito,” ha informato Haaretz.

Gilad Erdan, il ministro israeliano degli Affari Strategici, che ha sistematicamente bloccato l’ingresso nei territori controllati da Israele di attivisti solidali con i palestinesi o critici nei confronti delle violazioni israeliane dei diritti umani, ha chiesto che Netanyahu rifiuti queste condizioni.

“Non capisco in base a quale diritto l’‘Unione Europea della Radiodiffusione’ abbia l’audacia di arrivare e fare simili richieste e domande, contrarie alle leggi di uno Stato democratico, che a una persona debba essere consentito l’ingresso in Israele anche se lavora giorno e notte per danneggiare Israele in modo da boicottarlo e isolarlo,” ha affermato Erdan.

Altri ministri hanno insistito che nessuna prova di Eurovisione si tenga durante il sabato ebraico, una condizione che renderebbe praticamente impossibile lo svolgimento della competizione.

Funzionari pubblici israeliani incaricati di lottare contro il movimento internazionale di solidarietà con la Palestina vedono il fatto di ospitare l’Eurovisione come un “progetto nazionale” e il governo sta spendendo milioni di dollari per organizzare un evento che sperano contribuirà a ripulire l’immagine di Israele, soprattutto in seguito ai recenti massacri di manifestanti della “Grande Marcia del Ritorno” a Gaza.

Fonti ufficiali dell’Eurovisione hanno in precedenza espresso preoccupazione per i tentativi di Israele di utilizzare la competizione canora come parte della sua campagna di propaganda internazionale, compresa l’insistenza iniziale affinché si tenga a Gerusalemme.

Ma Israele ha rinunciato a questa richiesta in giugno, ed ha affermato che Gerusalemme sarebbe solo una delle varie possibili sedi, comprese Tel Aviv, Haifa e Eilat.

Con le possibilità a quanto sembra limitate a Gerusalemme e Tel Aviv, l’annuncio della città ospitante è atteso da un momento all’altro.

“Capiamo che l’“Unione Europea della Radiodiffusione” chieda che Israele trovi un luogo ‘non divisivo’ per l’Eurovisione 2019,” affermano gli artisti nella loro lettera su “The Guardian” – un riferimento a quanto Tel Aviv sia vista dai responsabili di Eurovisione come una sede meno discutibile di Gerusalemme.

Ma gli artisti affermano che l’“Unione Europea della Radiodiffusione” “dovrebbe annullare del tutto il fatto che sia Israele ad ospitare la competizione e spostarla in un altro Paese con migliori risultati in termini di diritti umani. L’ingiustizia divide, mentre il perseguimento della dignità e dei diritti umani unisce.”

 

La campagna israeliana di condizionamento

Nel contempo, è emersa un’ulteriore prova dei tentativi israeliani di influenzare il voto nel concorso del 2018 per contribuire a garantire la vittoria di Netta Barzilai.

Il 13 maggio, in giorno dopo la competizione del 2018, i gestori dell’applicazione Act.IL [per prodotti della Apple, ndtr.] hanno inviato un messaggio ai sostenitori rivendicando il merito di aver raggiunto “centinaia di migliaia di votanti che hanno appoggiato Netta portandola ad una bella vittoria.”

Di recente “The Electronic Intifada” ha ottenuto una copia dell’email.

L’ applicazione Act.IL sostenuta dal governo israeliano è utilizzata per lanciare false campagne di massa sui media sociali – una strategia nota come “astroturfing” – perché sembri che Israele abbia un maggiore appoggio dell’opinione pubblica di quanta ne ha in realtà.

“L’ applicazione Act.IL è un prodotto della collaborazione tra centri studi israeliani, gruppi lobbistici e il ministero degli Affari Strategici, che ha investito quasi 600.000 dollari nel progetto,” ha informato in maggio “The Electronic Intifada”.

Act.IL si è vantato di aver intrapreso la sua campagna per influenzare l’Eurovisione in collaborazione con gruppi antipalestinesi quali “StandWithUS” [organizzazione californiana antimusulmana e filoisraeliana, ndtr.] e il “Consiglio Israelo-Americano” [gruppo americano filoisraeliano, ndtr.], e con un account sulle reti sociali che si chiama come, ma a quanto pare non legato a, la nota agenzia israeliana di spionaggio e assassinii “Mossad”.

Israele ha utilizzato l’applicazione Act.IL anche per cercare di manipolare sondaggi di opinione riguardo a se dovesse essere boicottata l’Eurovisione in Israele.

Tra gli altri, Act.IL sostiene che il suo tentativo è stato “alimentato” dal “Consiglio Israelo-Americano”, il gruppo lobbistico diretto e foraggiato dal finanziere filoisraeliano condannato per evasione fiscale Adam Milstein.

Lo scorso mese “The Electronic Intifada” ha rivelato con un’esclusiva che Milstein viene nominato in un documentario di Al Jazeera censurato come il principale finanziatore di “Canary Mission”, un sito informatico anonimo che calunnia e perseguita studenti e docenti che sostengono i diritti dei palestinesi.

Una campagna sostenuta da un governo per influenzare il voto popolare dell’Eurovisione per fini politici di uno Stato reietto è chiaramente scorretta e contrasta con lo spirito della competizione, le cui norme vietano ai partecipanti di promuovere alcuna causa politica o di fare discorsi o gesti politici.

L’“Unione Europea della Radiodiffusione” non ha risposto a una richiesta di informazioni da parte di “The Electronic Intifada”.

 

(traduzione di Amedeo Rossi)




Alta Corte israeliana autorizza crimine di guerra

I giudici israeliani danno l’approvazione definitiva a un crimine di guerra a Khan al-Ahmar

The Electronic Intifada

Tamara Nassar – 5 settembre 2018

 

 

L’Alta Corte israeliana ha dato l’approvazione definitiva alla deportazione della comunità palestinese di Khan al-Ahmar, nella Cisgiordania occupata.

Il gruppo israeliano per i diritti umani B’Tselem afferma che la decisione renderà i giudici complici di un crimine di guerra se la demolizione – che dovrebbe avvenire a giorni – avrà luogo.

Inizialmente la corte a maggio aveva approvato la demolizione dell’intero villaggio, ma l’azione era stata temporaneamente sospesa a luglio, dopo che gli avvocati dei circa 200 abitanti di Khan al-Ahmar avevano presentato due ricorsi all’Alta Corte.

I giudici hanno accettato uno dei ricorsi ed hanno tenuto un’udienza in agosto.

Mercoledì l’Alta Corte l’ha respinto, ha revocato la sospensione provvisoria e ha dato alle autorità israeliane il via libera per espellere gli abitanti entro una settimana.

Il giornale israeliano “Haaretz” [di centro sinistra, ndtr.] ha affermato che i giudici “hanno detto che il principale problema di questo caso non era se si dovesse portare a termine l’espulsione, ma dove sarebbero stati risistemati gli abitanti.”

Israele vuole deportare a forza gli abitanti di Khan al-Ahmar in una zona nei pressi di una discarica nota come al-Jabal ovest.

Uno dei giudici ha respinto la richiesta degli abitanti di sospendere l’evacuazione finché non avranno trovato un luogo alternativo per andare a vivere ed ha criticato il loro rifiuto di vivere nei pressi della discarica.

Molto prima della decisione della corte di mercoledì Israele ha iniziato i preparativi per la demolizione del villaggio.

 

Non c’è giustizia nei tribunali israeliani

Nella loro sentenza, i giudici dell’Alta Corte israeliana “hanno descritto un mondo immaginario con un sistema di pianificazione uguale per tutti che prende in considerazione le necessità dei palestinesi, come se non ci fosse mai stata un’occupazione,” ha detto mercoledì B’Tselem.

“La realtà è diametralmente opposta a questa fantasia: i palestinesi non possono costruire legalmente e sono esclusi dai meccanismi decisionali che determinano come saranno le loro vite,” ha aggiunto l’associazione. “I sistemi di pianificazione sono esclusivamente destinati a beneficiare i coloni.”

“Questa sentenza mostra ancora una volta che chi è sotto occupazione non può chiedere giustizia nei tribunali dell’occupante,” ha affermato B’Tselem.

 

I dirigenti israeliani festeggiano un crimine di guerra

I dirigenti israeliani hanno lodato i giudici per aver approvato la deportazione della comunità, che in base alle leggi internazionali è un crimine di guerra.

Secondo le leggi che governano un’occupazione militare, un occupante può spostare persone in caso di necessità militari. Ma Israele vuole espellere gli abitanti di Khan al-Ahmar dalla zona est di Gerusalemme, dove è impegnato in un’intensa colonizzazione – anche questa in violazione delle leggi internazionali.

Yuli Edelstein, il presidente del parlamento israeliano e membro del partito di governo Likud, si è vantato su twitter che “la pressione” da parte dell’Unione Europea non sia riuscita a bloccare la decisione della corte.

“In Israele c’è una legge e chiunque è uguale di fronte ad essa,” ha affermato Edelstein – l’esatto contrario della realtà.

Diplomatici europei hanno fatto visita a Khan al-Ahmar nello scorso anno per mostrare il proprio sostegno alla comunità, ma, a parte un tale atto simbolico, l’Unione Europea – che fornisce ad Israele notevoli somme in aiuti e commercio – non ha preso nessuna iniziativa per chiedere conto ad Israele.

Allo stesso modo l’UE non ha fatto niente quando Israele ha demolito o confiscato scuole o altri edifici per i palestinesi che essa o suoi Stati membri hanno finanziato.

Pare che diplomatici europei abbiano detto a media israeliani che continuare con la demolizione di Khan al-Ahmar “innescherebbe una reazione da parte di Stati membri dell’UE.”

Ma, visto il lungo elenco di mancate reazioni dell’UE, simili avvertimenti dovrebbero essere presi con una notevole dose di scetticismo.

Anche il ministro della Difesa Avigdor Lieberman si è rallegrato per la decisione della corte, twittando che “Khan al-Ahmar sarà evacuato.”

Ha lodato i giudici per “una decisione coraggiosa e necessaria di fronte ad una campagna ipocrita orchestrata da Abu Mazen (il capo dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas), dalla sinistra e dai Paesi europei.”

Fino a mercoledì sera i portavoce dell’UE non avevano ancora rilasciato una reazione alla decisione della corte.

 

(traduzione di Amedeo Rossi)