Attivisti pro-Palestina compaiono in tribunale per l’attacco a una fabbrica di armi israeliana in Germania. Le famiglie affermano che dal loro arresto, avvenuto lo scorso settembre, i “Cinque di Ulm” sono detenuti in condizioni carcerarie estreme.

Kate Connolly

Lunedì 27 aprile 2026 – The Guardian

Cinque attivisti pro-Palestina sono comparsi in tribunale per l’attacco a una fabbrica di armi israeliana in Germania, accusati di aver causato danni per circa 1 milione di euro.

I pubblici ministeri affermano che gli imputati, di età compresa tra i 25 e i 40 anni, si sono introdotti illegalmente nella proprietà e hanno gridato slogan pro-Palestina mentre distruggevano attrezzature per ufficio, delicati strumenti di misurazione e rompevano finestre in un sito collegato alla Elbit Systems nella città meridionale di Ulm.

Gli attivisti hanno pubblicato online dei video in cui rivendicavano la responsabilità dell’attacco, che a loro direintendeva attirare l’attenzione sul sostegno della Germania a Israele e sulle azioni militari di quest’ultimo a Gaza.

L’apertura del processo, lunedì, è stata descritta dai presenti come caotica. Gli avvocati della difesa hanno lasciato l’aula dopo che era stato negato loro il permesso di sedersi con gli imputati che erano separati dalle tribune del pubblico da uno spesso vetro blindato.

Dopo una sospensione di due ore presso il tribunale regionale di Stoccarda, gli avvocati hanno preso posto sulle sedie degli imputati e si sono rifiutati di obbedire all’ordine del giudice di spostarsi ai propri posti.

L’udienza è stata quindi aggiornata e dovrebbe riprendere tra una settimana.

In una dichiarazione rilasciata dopo la sospensione del processo gli avvocati degli imputati hanno affermato di aver presentato un’istanza di ricusazione contro il presidente della corte, accusando il tribunale di “un’inaccettabile violazione del diritto degli imputati a un giusto processo”.

Gli attivisti berlinesi, cittadini britannici, irlandesi, tedeschi e spagnoli, sono detenuti in custodia cautelare in carceri separate dall’8 settembre, giorno in cui sono accusati di aver compiuto l’attacco e chiamato la polizia.

Il gruppo, noto come i Cinque di Ulm, è stato accusato di violazione di proprietà privata, danneggiamenti e appartenenza a un’organizzazione criminale – Palestine Action Germany – ai sensi dell’articolo 129 del codice penale tedesco.

L’accusa ai sensi dell’articolo 129 implica che le autorità considerino gli imputati una minaccia per la società, che permette di negare la libertà su cauzione. Le famiglie degli imputati affermano che i loro cari sono stati rinchiusi fino a 23 ore al giorno in cella e che l’accesso a visite, libri, telefonate e posta è stato limitato. Se riconosciuti colpevoli, rischiano fino a cinque anni di carcere.

Parlando a nome di tutti gli imputati in vista del processo, Benjamin Düsberg, avvocato di Daniel Tatlow-Devally, 32 anni, di Dublino, ha affermato di ritenere che lo Stato tedesco stia cercando di fare dei cinque, nessuno dei quali ha precedenti penali, un esempio nel tentativo di ostacolare il movimento contro il commercio di armi verso Israele.

Düsberg, uno degli otto avvocati della difesa, ha dichiarato: “Intendiamo usare il procedimento per ribaltare la situazione. Vogliamo dimostrare che non sono i nostri clienti a dover essere incolpati bensì i vertici di Elbit che hanno continuato a fornire armi anche durante il genocidio”.

Elbit Systems è il principale fornitore di armi terrestri per le Forze di Difesa Israeliane (IDF). L’azienda è stata contattata per un commento sul processo.

Facendo riferimento all’articolo 32 del codice penale tedesco, Düsberg ha affermato: “La nostra argomentazione principale sarà che le azioni dei nostri clienti in Germania – ovvero la distruzione di attrezzature di laboratorio e di uffici – erano giustificate in base al principio di assistenza d’emergenza”.

Secondo questa clausola un atto altrimenti illecito può essere giustificato se non vi è altro modo per scongiurare un danno o un attacco imminente, ha spiegato.

La Germania è il secondo maggiore fornitore di armi a Israele dopo gli Stati Uniti. La difesa sosterrà che, dal momento in cui la Corte Internazionale di Giustizia ha stabilito nel 2024 che l’accusa di genocidio contro i palestinesi di Gaza era “plausibile”, Berlino avrebbe dovuto interrompere tutte le consegne. Israele ha respinto l’accusa della CIG definendola “oltraggiosa e falsa”.

Mimi Tatlow-Golden, madre di Tatlow-Devally, laureata in filosofia, ha affermato di temere che il caso abbia una dimensione politica e che i cinque saranno “sottoposti a un processo farsa” poiché lo Stato tedesco intende lanciare un messaggio sulle potenziali sanzioni per tali azioni.

Ha dichiarato: “I cinque amici hanno provocato solo danni materiali, in un luogo specifico e con l’obiettivo di porre fine a un genocidio. Non hanno nascosto la loro identità e si sono consegnati spontaneamente per essere arrestati. Non rappresentano alcun pericolo per la collettività. Utilizzare l’articolo 129 per tenerli in detenzione… prima del processo può, a mio avviso, essere visto solo come al servizio di fini politici”.

Matthias Schuster, un altro degli avvocati della difesa, ha dichiarato: “I nostri clienti non sono pericolosi, ma [le autorità] credono che debbano essere considerati tali per giustificare le rigide condizioni di custodia a cui sono stati sottoposti”.

Nicky Robertson, la madre di Zo Hailu, 25 anni, detenuta in una prigione di Bühl nel Baden-Württemberg, ha affermato che il “trattamento estremo” ricevuto dal gruppo è sembrato “una risposta sproporzionata per danni alla proprietà”.

Hailu, cittadina britannica, è stata denudata al momento dell’arresto e le è stato dato un pannolino per adulti da indossare per sei ore, ha detto Robertson. “Queste sono persone che amano l’ambiente e i bambini. Sono ragazzi premurosi, creativi, sportivi e bravi a lavorare in squadra. Non rappresentano un pericolo per la società. Anzi, tutt’altro”, ha aggiunto.

Rosie Tricks, il cui fratello venticinquenne, Crow Tricks, anch’egli cittadino britannico, è detenuto nel carcere di massima sicurezza di Stoccarda-Stammheim, ha dichiarato che le visite sono state limitate a due ore al mese. “È bello vederli, ma conoscendo Crow come una persona socievole, vivace e divertente, la luce della nostra famiglia, è davvero penoso vederli in questa situazione”, ha detto Rosie a proposito di Crow. “La loro salute ne ha sicuramente risentito. Sembrano stare bene, ma dentro c’è molta ansia e preoccupazione.”

Gli altri imputati sono Vi Kovarbasic, un tedesco di 29 anni, e Leandra Rollo, una cittadina spagnola di 40 anni originaria dell’Argentina. A tutti e cinque è stata negata la libertà su cauzione, anche dopo la scadenza del termine di sei mesi per la detenzione preventiva.

Un portavoce del tribunale di Stoccarda-Stammheim ha dichiarato: “Il codice di procedura penale consente, a determinate condizioni, la proroga della detenzione preventiva”. In un’udienza speciale sulla detenzione tenutasi il mese scorso la Corte d’appello regionale di Stoccarda “ha esaminato tali condizioni… e ha disposto la proroga della detenzione preventiva per tutti gli imputati” basando la sua decisione “sull’esistenza di un rischio di fuga che non sarebbe sufficientemente mitigato nemmeno dal versamento di una cauzione”.

Il processo dovrebbe concludersi alla fine di luglio.

(traduzione dall’inglese di Giuseppe Ponsetti)




Israele è riuscito a sfuggire alla condanna per aver colpito le strutture sanitarie di Gaza. Non sorprende che lo stia facendo anche in Libano.

Seema Jilani

8 aprile 2026 – The Guardian

Come medico che ha lavorato in una zona di conflitto ho visto luoghi un tempo considerati sacri diventare bersagli legittimi in guerra. Tutto questo deve finire.

Il fine settimana di Pasqua ha segnato uno dei momenti più intensi della guerra di Israele contro il Libano. Domenica intorno alle 14 l’aviazione israeliana ha bombardato una zona residenziale densamente popolata vicino all’ospedale universitario Rafik Hariri, il più grande ospedale pubblico del Libano, uccidendo almeno cinque persone e ferendone altre 50.

Quando lavoravo in quell’ospedale nel 2020 curavo le persone più vulnerabili della società libanese: lavoratori migranti, palestinesi apolidi, rifugiati siriani. Quanto accaduto domenica è coerente con quella che sembra essere la più ampia strategia di Israele in Libano: organizzazioni per i diritti umani e operatori sanitari affermano che le Forze di Difesa Israeliane (IDF) stanno paralizzando le infrastrutture sanitarie, prendendo di mira ospedali e personale medico, a volte anche mentre si trovano nelle ambulanze o nei centri di primo soccorso. Israele sta inoltre praticando su larga scala lo sfollamento forzato di civili, rendendo invivibili alcune zone del Paese, mentre l’affermazione di Benjamin Netanyahu secondo cui il cessate il fuoco di due settimane con l’Iran non si applica al Libano ci fa capire che la situazione è tutt’altro che risolta.

Israele sta applicando al Libano le stesse tattiche utilizzate a Gaza. Il modello si è dimostrato efficace. Normalizza la distruzione di ospedali e attrezzature mediche e allo stesso tempo scoraggia chi cerca assistenza sanitaria. Secondo Save the Children in Medio Oriente e nella regione circostante si verifica un attacco contro le strutture sanitarie ogni sei ore, il che indica che gli ospedali stessi sono stati di fatto trasformati in zone di guerra.

Mentre lavoravo a fianco degli operatori sanitari palestinesi a Gaza nel 2023 e nel 2024 ho assistito a straordinari atti di eroismo professionale. Trascorrevano ore interminabili di guardia, dichiarando morti i propri colleghi al pronto soccorso, per lasciare il lavoro e cercare cibo e riparo solo durante le evacuazioni forzate. L’Israeli Coordination of Government Activities in the Territories [Coordinamento delle Attività Governative nei Territori israeliano, ente israeliano che gestisce i territori palestinesi occupati, ndt.] aveva promesso che l’ospedale di al-Aqsa, dove lavoravamo, e la nostra foresteria sarebbero rimasti intatti, o “immuni dal conflitto”. Ma lentamente la guerra si avvicinava. Nel gennaio 2024 un proiettile colpì le pareti del reparto di terapia intensiva. Poco dopo la mia partenza la nostra foresteria fu bombardata e la maggior parte dei pazienti e del personale medico furono costretti a lasciare l’ospedale seguendo gli ordini di evacuare le strutture della zona. Ancora oggi non so che fine abbiano fatto i miei piccoli pazienti.

Nulla di tutto ciò è paragonabile alle atrocità subite dagli operatori sanitari palestinesi. La CNN ha riportato come nel novembre 2023 il personale medico dell’ospedale al-Nasr per ordine dei militari israeliana fu costretto ad abbandonare l’ospedale con tale fretta che in seguito furono ritrovati neonati in decomposizione nei letti. Dal dicembre 2024 il direttore dell’ospedale Kamal Adwan, il dottor Hussam Abu Safiya, è detenuto, il suo avvocato afferma che è stato torturato, picchiato e gli è stato negato l’accesso alle cure mediche. Nel marzo 2025 i corpi di 15 paramedici e soccorritori sono stati ritrovati in una fossa comune, secondo le Nazioni Unite uccisi a colpi d’arma da fuoco dalle forze israeliane.

Israele è sfuggito alle conseguenze di questi atti a Gaza e ora agisce impunemente in Libano. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità dal 2 marzo sono stati segnalati in Libano oltre 90 “attacchi contro le strutture sanitarie” che hanno provocato 137 feriti e 53 morti. Forse altrettanto devastante è la convinzione dei pazienti che i sistemi sanitari non siano più sicuri. Gli ospedali un tempo erano sacri. Il nuovo contesto cambia le carte in tavola per le famiglie: vale la pena andare in ospedale per far curare il proprio bambino per un attacco d’asma e, sapendo che Israele attacca gli ospedali, correre il rischio?

L’esercito israeliano sostiene che Hezbollah sfrutti sistematicamente le strutture mediche in Libano per “attività terroristiche”. Non sono state fornite prove a sostegno di queste affermazioni. Al mio ritorno da Gaza la mia ONG mi ha spiegato come rispondere a questa accusa infondata: semplicemente riportando ciò che avevo visto, ovvero dire che non ci sono prove che suggeriscano che gli ospedali vengano utilizzati come basi militari. Ma la risposta più completa e onorevole è questa: non importa minimamente se gli ospedali abbiano un duplice utilizzo per attività militari. Attaccare un ospedale è un crimine, punto e basta. I medici devono curare i pazienti senza timore né favoritismi. Se un bambino è in arresto cardiaco non interromperò il massaggio cardiaco per accertarmi delle affiliazioni politiche dei suoi genitori.

Ho lavorato nei campi profughi palestinesi per oltre 20 anni. Nel 2010, ho curato pazienti a Shatila, luogo del famigerato massacro di Sabra e Shatila del 1982. Lì ho incontrato Fatima, una madre di tre figli, che ricordava di aver camminato su innumerevoli corpi dopo i massacri e di aver trovato suo marito tra le vittime. Non so dove si trovi oggi, ma so che, in quanto palestinese apolide, non avrebbe diritto all’assistenza medica negli ospedali privati ​​in Libano. Se fosse in un’ambulanza, rischierebbe di essere presa di mira. La sua morte sarebbe solo un’altra statistica nei rapporti ufficiali che non si traducono mai in conseguenze per coloro che perpetrano crimini di guerra.

Il precedente creato a Gaza e ora in Libano è pericoloso per ogni conflitto futuro. Quando persino le ambulanze diventano un bersaglio, le regole di ingaggio vengono distorte per sempre.

(traduzione dall’inglese di Giuseppe Ponsetti)




Ex primo ministro israeliano chiede alla Corte Penale Internazionale di fermare i “terroristi ebrei” in Cisgiordania dopo il blocco dei procedimenti giudiziari.

Emma Graham-Harrison – Gerusalemme

Mercoledì 25 marzo 2026 – The Guardian

Da un’analisi del Guardian sulla violenza dei coloni emerge che dal 2020 nessun israeliano è stato perseguito penalmente per l’uccisione di civili palestinesi, mentre ex capi dell’esercito, della polizia e dei servizi segreti parlano di «terrorismo ebraico organizzato».

Secondo un’analisi condotta dal Guardian su dati giuridici e documenti pubblici, dall’inizio di questo decennio Israele non ha perseguito penalmente i propri cittadini per l’uccisione di civili palestinesi nella Cisgiordania occupata, favorendo così l’impunità nei confronti di una campagna di violenza.

Gli attacchi hanno spinto l’ex primo ministro Ehud Olmert a chiedere l’intervento della Corte Penale Internazionale (CPI) per “salvare i palestinesi e noi [israeliani]” dalla violenza dei coloni appoggiata dallo Stato, perpetrata con la complicità e talvolta la partecipazione della polizia e dell’esercito.

“Ho deciso non solo di non rimanere in silenzio, ma di richiamare l’attenzione della CPI dell’Aia affinché adotti misure coercitive ed emetta mandati di arresto”, ha dichiarato Olmert in una dichiarazione scritta inviata al Guardian.

Decine di ex comandanti della sicurezza israeliana hanno chiesto un intervento urgente per fermare gli attacchi “quasi quotidiani” contro i palestinesi. In una lettera pubblica indirizzata all’attuale capo delle forze armate del Paese hanno avvertito che la mancata lotta al “terrorismo ebraico” rappresenta una minaccia esistenziale.

Questo mese i coloni israeliani e la polizia hanno ucciso 10 civili palestinesi nella Cisgiordania occupata, tra cui due fratelli di cinque e sette anni e i loro genitori, tutti colpiti alla testa mentre la famiglia tornava a casa dopo aver fatto la spesa per il Ramadan.

“Non stiamo più parlando di una manciata di teppisti che infrangono la legge. Si tratta di attività organizzate, a volte col coinvolgimento di individui in uniforme, che sparano contro persone innocenti e incendiano proprietà e case di civili”, si legge nella lettera.

Tra i firmatari della lettera, che non è stata preventivamente annunciata, figurano due ex capi delle forze armate israeliane – uno dei quali ha anche ricoperto la carica di ministro della Difesa – cinque capi dei servizi segreti Mossad e Shin Bet e quattro ex commissari di polizia.

Nel loro appello a far rispettare la legge attribuiscono i successi militari del passato alla «forza morale» delle forze armate israeliane e affermano che essa è fondamentale per le vittorie future. «Senza di essa non abbiamo alcun diritto di esistere», affermano.

Secondo i dati dell’ONU dal 2020 i soldati e i coloni israeliani hanno ucciso almeno 1.100 civili palestinesi nella Cisgiordania occupata, almeno un quarto dei quali minorenni. Nessuno è stato incriminato per queste morti.

Secondo i dati ufficiali e quelli forniti dall’organizzazione [israeliana] per i diritti civili Yesh Din l’ultimo attacco mortale compiuto dalle forze di sicurezza israeliane nella Cisgiordania occupata che ha portato a un rinvio a giudizio risale al 2019. L’ultimo omicidio commesso da un civile israeliano che ha portato a un’incriminazione risale al 2018. Questa settimana un tribunale israeliano ha stabilito che l’imputato aveva lanciato il sasso che ha colpito Aisha Rabi [morta nel 2018 in seguito alla rottura del parabrezza della sua auto, ndt.].

Le forze di sicurezza israeliane sono responsabili della maggior parte delle vittime palestinesi nella Cisgiordania occupata, ma gli atti di violenza perpetrati da civili israeliani si sono intensificati dopo gli attacchi guidati da Hamas del 7 ottobre 2023, quando Israele ha scatenato una guerra a Gaza che, secondo una commissione delle Nazioni Unite, organizzazioni per i diritti umani e studiosi di genocidio, è da considerarsi tale.

Omicidi, incendi dolosi, furti e altri crimini commessi da coloni israeliani, inclusi episodi ripresi dalle telecamere e sospette aggressioni sessuali, sono rimasti quasi del tutto impuniti.

Secondo quanto riportato da Yesh Din tra il 2020 e il 2025 oltre il 96% delle indagini di polizia sulla violenza dei coloni nella Cisgiordania occupata si è concluso senza un’incriminazione. Su 368 casi solo otto, ovvero il 2% del totale, si sono conclusi con condanne totali o parziali.

Olmert chiede procedimenti giudiziari internazionali contro i coloni violenti che sono “aiutati, sostenuti e ispirati dagli ambienti governativi” nella loro campagna di pulizia etnica. I pogrom nei villaggi palestinesi ricordano quelli “un tempo diretti contro gli ebrei in Europa”, afferma.

“Se le forze dell’ordine israeliane non adempiranno al loro dovere, forse le autorità legali internazionali faranno ciò che è necessario per salvare i palestinesi e noi dagli atti criminali commessi da terroristi ebrei proprio sotto i nostri occhi”.

La popolazione di coloni israeliani nella Cisgiordania occupata è aumentata costantemente per diversi decenni, anche quando Olmert e l’élite della sicurezza che ora si esprime contro la violenza ricoprivano posizioni di comando o erano al potere.

“I palestinesi potrebbero accogliere con favore queste critiche israeliane, ma non hanno dimenticato che molti di questi ex funzionari hanno facilitato l’espansione delle colonie e, con essa, la violenza dei coloni e dei militari”, ha dichiarato Amjad Iraqi, analista senior di Israele/Palestina presso l’International Crisis Group [ONG internazionale che conduce ricerche e analisi sulle crisi globali, ndt.].

«Questi critici israeliani danno spesso l’impressione che la violenza dei coloni possa essere contenuta semplicemente destituendo l’attuale governo di estrema destra. Ciò avrebbe certamente un effetto, ma non tiene conto del fatto che gli insediamenti coloniali sono un progetto dello Stato che è stato plasmato e guidato da tutte le forze politiche.»

Molti israeliani cercano inoltre di tracciare una distinzione tra gli attacchi dei coloni e luso della forza da parte della polizia e dellesercito israeliani. Olmert ha chiesto lintervento della Corte Penale Internazionale solo per quanto riguarda la violenza perpetrata da civili, pur ammettendo che vi sono stati «troppi» episodi in cui israeliani in divisa hanno ucciso civili palestinesi.

Dal 2020 al 2024, l’ultimo anno per il quale sono disponibili dati, le forze di sicurezza israeliane sono state meno soggette dei coloni a essere incriminate per aver causato danni ai palestinesi.

Secondo Yesh Din i palestinesi hanno presentato 1.746 denunce per danni causati in quel periodo dai soldati israeliani nella Cisgiordania occupata, di cui oltre 600 per omicidio. Meno dell’1% delle denunce ha dato adito ad un’incriminazione.

«I sistemi di applicazione della legge israeliani, sia civili che militari, funzionano meno come meccanismi di giustizia e più come scudi per i responsabili», ha affermato Ziv Stahl, direttore di Yesh Din. «Portano ripetutamente a indagini interrotte e casi archiviati, privilegiando di fatto limmunità rispetto all’applicazione delle leggi».

Per anni il sistema giudiziario ha considerato i casi giunti in tribunale come un’arma fondamentale a difesa di Israele dinanzi ai tribunali internazionali. Quando un solido sistema giuridico nazionale persegue i reati è meno probabile che i tribunali internazionali esercitino la propria giurisdizione.

«Il sistema è programmato per favorire l’impunità, non la responsabilità», ha affermato Michael Sfard, avvocato israeliano specializzato in diritti umani. «Ma era abbastanza intelligente da prevedere anche casi molto rari nei quali i responsabili venivano chiamati a rispondere delle proprie azioni, che potevano essere citati come esempi di come funzionasse l’applicazione della legge».

Tuttavia negli ultimi anni giudici e pubblici ministeri hanno subito forti pressioni attraverso false accuse secondo cui questi casi facevano parte di un sistema sfavorevole agli imputati israeliani, e i procedimenti penali per violenze contro i palestinesi si sono in gran parte interrotti.

«Ciò ha un costo troppo alto [per il sistema giudiziario israeliano]», afferma Sfard. «A livello internazionale non stiamo pagando alcun prezzo a causa dell’impunità, mentre a livello interno loro stanno pagando un prezzo per questa parvenza di responsabilità, comunque falsa»

A febbraio due ex ministri della Giustizia del partito Likud del primo ministro Benjamin Netanyahu hanno firmato una lettera in cui accusavano l’attuale governo israeliano di consentire la «pulizia etnica attiva e orribile» dei palestinesi nella Cisgiordania occupata.

«La responsabilità giuridica e morale definitiva di porre fine a questa campagna di terrore ricade sul governo israeliano. Ebbene, esso non lo sta facendo», si legge nella lettera, di cui la stampa internazionale non ha ancora dato notizia.

È stata firmata da oltre 20 personalità di spicco del mondo giuridico, tra cui Dan Meridor e Meir Sheetrit, entrambi ex ministri della giustizia del Likud.

«Chiunque contribuisca a questi [attacchi dei coloni], con azioni o omissioni, ne è responsabile, compresi i soldati e soprattutto i comandanti delle forze regolari e della riserva. Gli ordini di eseguire o consentire questi attacchi sono chiaramente illegali».

Anche il capo delle forze armate israeliane, Eyal Zamir, la scorsa settimana ha chiesto che si intervenga contro la violenza dei coloni, esortando «tutte le autorità del Paese ad agire contro questo fenomeno e a fermarlo prima che sia troppo tardi». Le forze armate israeliane esercitano il controllo sui territori occupati.

Al di fuori della Cisgiordania occupata, dal 2020 ci sono state due incriminazioni di membri delle forze di sicurezza israeliane per l’uccisione di civili palestinesi.

Un agente della polizia di frontiera israeliana che sparò a un uomo autistico a Gerusalemme Est nel 2021 è stato assolto due anni dopo dall’accusa di “omicidio colposo”. Nel 2023 un tenente è stato incriminato per la morte del contadino Hasan Sami Al-Borno, ucciso nel 2021 dal fuoco di un carro armato israeliano a Gaza. Non è stato processato.

La polizia israeliana non ha risposto alle richieste di commento sulle mancate indagini o il fatto di non aver impedito la violenza dei coloni.

Quique Kierszenbaum ha contribuito alla stesura dell’articolo

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




“Al-Aqsa è un detonatore”: crolla l’accordo di oltre mezzo secolo sulla preghiera nel luogo sacro di Gerusalemme

Julian Borger ed Emma Graham-Harrison da Gerusalemme

Venerdì 20 feb 2026 The Guardian

La polizia israeliana fa irruzione nel complesso, arresta il personale e limita l’accesso ai musulmani all’inizio del Ramadan

Un accordo durato sei decenni che regolava la preghiera musulmana ed ebraica nel luogo sacro più sensibile di Gerusalemme è “collassato” sotto la pressione degli estremisti ebrei sostenuti dal governo israeliano, hanno segnalato gli esperti.

Una serie di arresti fra il personale musulmano addetto alla custodia, divieti di accesso per centinaia di musulmani e crescenti incursioni da parte di gruppi ebrei radicali sono culminati questa settimana nell’arresto di un imam della moschea di al-Aqsa e in un raid della polizia israeliana durante le preghiere serali della prima notte di Ramadan.

Gli interventi della polizia di Gerusalemme e delle forze di sicurezza interna dello Shin Bet, entrambe ora sotto una guida di estrema destra, rappresentano una rottura dell’accordo sullo status quo risalente all’indomani della guerra del 1967, che stabilisce che solo i musulmani possono pregare nel complesso sacro intorno alla moschea noto ai musulmani come al-Haram al-Sharif [il Nobile Santuario, ndt.], che comprende anche il santuario della Cupola della Roccia del VII secolo. Per gli ebrei è il Monte del Tempio, il sito del primo tempio, del X secolo a.C. [distrutto dai babilonesi nel 586 a.C., ndt.], e del secondo tempio, distrutto dai Romani nel 70 d.C.

Storicamente i cambiamenti nello status quo hanno dimostrato la potenziaità di innescare disordini e conflitti a Gerusalemme e nei territori palestinesi occupati, con ripercussioni in tutto il mondo. Una visita dell’allora leader dell’opposizione israeliana, Ariel Sharon, nel 2000 diede inizio alla seconda intifada palestinese, durata cinque anni, e Hamas diede il nome di “Alluvione di al-Aqsa” al suo attacco contro Israele nell’ottobre 2023, che uccise 1.200 israeliani e innescò la guerra contro Gaza, sostenendo che fosse stato provocato dalle violazioni israeliane nella moschea di Gerusalemme.

“Al-Aqsa è un detonatore”, ha affermato Daniel Seidemann, avvocato di Gerusalemme che ha regolarmente fornito consulenza a governi israeliani, palestinesi e stranieri su questioni legali e storiche della città. “Di solito è più o meno la stessa cosa: una minaccia reale o percepita all’integrità dello spazio sacro. Ed è ciò a cui stiamo assistendo. Ci sono state frequenti provocazioni durante il Ramadan, ma ora la situazione è esponenzialmente più delicata. La Cisgiordania è una polveriera.”

Le tensioni intorno alla moschea di al-Aqsa sono aumentate vertiginosamente da quando gli israeliani di estrema destra hanno assunto posizioni chiave nella sicurezza. Il ministro della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben-Gvir – che aveva già otto condanne penali prima di entrare in carica, tra cui sostegno a un’organizzazione terroristica e incitamento al razzismo – ha dichiarato di voler issare la bandiera israeliana nel complesso e costruirvi una sinagoga.

Nell’ultimo anno Ben-Gvir ha compiuto diverse visite provocatorie ad al-Aqsa e ha sostenuto una serie di modifiche unilaterali allo status quo, consentendo agli ebrei di pregare e cantare nel complesso. A gennaio ha nominato un suo alleato ideologico, il maggiore generale Avshalom Peled, capo della polizia di Gerusalemme e, con il sostegno dichiarato del primo ministro Benjamin Netanyahu, ha permesso agli ebrei di portare con sé sul sito foglietti con le preghiere stampate, in una violazione sempre più evidente.

“Lo status quo è crollato perché vi si prega ogni giorno”, ha detto Seidemann. “In passato, la polizia era molto severa nel prevenire qualsiasi tipo di provocazione… ma queste misure sono una dimostrazione del fatto che ‘qui siamo noi ad avere il controllo, adeguatevi o toglietevi di mezzo’.”

In vista del Ramadan di quest’anno il Waqf di Gerusalemme, la fondazione nominata dalla Giordania incaricata di gestire il sito di al-Aqsa nell’ambito dell’accordo di status quo, è stato oggetto di una pressione crescente. Fonti del Waqf hanno affermato che questa settimana cinque membri del suo personale sono stati posti in detenzione amministrativa (detenzione senza accusa) dallo Shin Bet, mentre a 38 membri del personale è stato vietato l’ingresso al sito. Hanno inoltre aggiunto che a sei imam della moschea è stato negato l’ingresso.

Hanno riferito che nelle ultime settimane sono stati saccheggiati sei uffici del Waqf e al personale è stato impedito di ristrutturare le porte o effettuare altre riparazioni. Al Waqf è stato impedito di installare ripari per il sole e la pioggia o ambulatori provvisori per i fedeli [nell’area di al Aqsa]. I funzionari sostengono che sia stato persino impedito loro di portare carta igienica all’interno del sito.

L’effetto cumulativo, hanno affermato i funzionari, ha messo a dura prova la capacità del Waqf di accudire i 10.000 musulmani che si prevede si recheranno a pregare nella moschea di al-Aqsa durante il mese del Ramadan.

Il governatorato di Gerusalemme controllato dai palestinesi ha fornito cifre diverse: 25 membri del personale del Waqf sono stati banditi e quattro sono stati arrestati. Né la polizia di Gerusalemme né lo Shin Bet hanno risposto alle richieste di commento sulle accuse.

Nella prima settimana del Ramadan la polizia ha esteso l’orario di visita mattutino per ebrei e turisti da tre a cinque ore, un’altra modifica unilaterale allo status quo. Secondo l’agenzia di stampa palestinese Wafa lunedì l’imam di al-Aqsa, sceicco Mohammed al-Abbasi è stato arrestato all’interno del cortile della moschea, e dei post sui social media hanno mostrato la polizia fare nuovamente irruzione nel complesso martedì sera durante la prima preghiera notturna del Ramadan.

Mercoledì mattina circa 400 coloni sono entrati nel complesso e, secondo dei testimoni, hanno cantato, ballato e pregato ad alta voce.

“Ci sono tantissimi ingredienti che rendono questo Ramadan particolarmente pericoloso”, ha affermato Amjad Iraqi, esperto analista su Israele/Palestina presso l’International Crisis Group. “L’anno scorso è stato relativamente tranquillo, ma quest’anno c’è una convergenza di così tanti fattori, sia da parte israeliana che palestinese, che potrebbero incentivare gli attivisti del Monte del Tempio a cercare di apportare nuove modifiche”.

“Se in passato il governo israeliano si sentiva obbligato a confrontarsi con le autorità regionali, oggi gli importa molto meno di ciò che queste hanno da dire e pensare”, ha aggiunto Iraqi.

“C’è stata un‘estensione dell’impunità… Gli israeliani sono riusciti ad arrivare molto oltre i vincoli che pensavano esistessero a livello politico, militare e diplomatico, a Gaza e in Cisgiordania. Quindi perché dovrebbero sentirsi vincolati dall’opinione pubblica internazionale?”

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Un report riferisce di decine di giornalisti palestinesi picchiati, affamati o violentati

Lorenzo Tondo

19 febbraio 2026 The Guardian

Il servizio carcerario israeliano e le IDF respingono le accuse contenute nella ricerca del Comitato per la Protezione dei Giornalisti

Un rapporto sostiene che quasi 60 giornalisti palestinesi detenuti nelle carceri israeliane dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 sono stati picchiati, affamati e sottoposti a violenza sessuale, incluso lo stupro.

Il Comitato per la Protezione dei Giornalisti (CPJ) ha esaminato decine di testimonianze, fotografie e cartelle cliniche che documentano quelli che descrive come gravi abusi da parte di soldati e guardie carcerarie israeliane ai danni di giornalisti palestinesi. Il rapporto si basa su interviste approfondite condotte su 59 giornalisti palestinesi. Degli intervistati, 58 hanno riferito di essere stati sottoposti a quelle che hanno descritto come torture durante la custodia israeliana.

“Sebbene le condizioni variassero nelle diverse strutture, i modi raccontati dagli intervistati – aggressioni fisiche, posizioni di stress forzato, deprivazione sensoriale, violenza sessuale e negligenza medica – erano sorprendentemente concordi”, afferma il rapporto.

Sia il servizio carcerario israeliano che le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno respinto fermamente le accuse.

Il giornalista Sami al-Sai, che ha collaborato con l’emittente qatariota Al Jazeera Mubasher e l’emittente locale Al-Fajer TV, ha dichiarato di essere stato portato in una piccola cella nel carcere di Megiddo dove i soldati gli hanno strappato pantaloni e biancheria intima e lo hanno stuprato con manganelli e altri oggetti.

“Non ho parlato con nessuno all’interno del carcere di quanto accaduto, tranne che con due detenuti anziani che sono in carcere da 25 anni”, ha dichiarato Sai.

Nel dicembre 2025 la giornalista tedesca Anne Liedtke, arrestata a bordo di una flottiglia diretta a Gaza, ha affermato di essere stata violentata dai soldati israeliani durante la detenzione. Il giornalista italiano Vincenzo Fullone e l’attivista australiana Surya McEwen hanno mosso accuse simili.

Shadi Abu Sido, un giornalista palestinese di Gaza che lavora per Palestine Today, è stato rilasciato lo scorso ottobre dopo 20 mesi di detenzione a Sde Teiman. Era stato rapito dalle forze israeliane all’ospedale al-Shifa il 18 marzo 2024 e ha dichiarato di essere stato “incatenato, bendato e costretto a passare attraverso un corridoio di soldati che lo hanno picchiato con manganelli e calci”. In seguito ha scoperto di avere una costola rotta.

Nel carcere di Ofer il giornalista radiofonico Mohammad al-Atrash ha descritto un’aggressione di massa concertata nel novembre 2023, che ha coinvolto decine di prigionieri e che lui e altri detenuti hanno definito ” Shin Bet party” o ” Ben-Gvir party” (dal nome del ministro israeliano per la Sicurezza Nazionale di estrema destra Itamar Ben-Gvir). Al-Atrash ha affermato che “è stato ordinato a dei cani addestrati di attaccare i detenuti e sono stati utilizzati strumenti metallici per provocare emorragie e cicatrici persistenti”. Osama al-Sayed, in un servizio di Al-Aqsa TV, ha raccontato dell’uso intermittente di elettroshock e spray al peperoncino tra un pestaggio e l’altro, avvenuti poco dopo una visita di Ben-Gvir alla prigione.

Undici giornalisti palestinesi hanno menzionato l’uso di un metodo di tortura noto come strappado, o quello che i giornalisti palestinesi hanno definito “impiccagione fantasma”, in cui una persona viene appesa per le braccia legate dietro la schiena e poi tirata verso l’alto.

Cinquantacinque dei 59 giornalisti intervistati hanno riferito di aver sofferto di fame estrema o malnutrizione.

Le fotografie condivise con il Guardian dal CPJ mostrano i giornalisti prima e dopo la detenzione, ritraendo uomini visibilmente emaciati e fisicamente debilitati.

Il CPJ ha calcolato nel gruppo una perdita di peso media di 23,5 kg, confrontando il peso dichiarato dai giornalisti prima e dopo la detenzione.

Ahmed Shaqoura, un reporter di Palestine Today TV, ha perso 54 kg durante i 14 mesi di detenzione israeliana nelle prigioni di Ktzi’ot e Al-Jalama.

“Non si tratta di episodi isolati”, ha affermato Sara Qudah, direttrice regionale del CPJ. “In decine di casi, il CPJ ha documentato una serie ricorrente di abusi nei confronti dei giornalisti a causa del loro lavoro”.

Quarantotto giornalisti, la maggioranza, non sono mai stati accusati di alcun reato e sono stati trattenuti secondo il sistema di detenzione amministrativa israeliano, che consente a un individuo di essere trattenuto senza accuse, in genere per sei mesi, rinnovabili a tempo indeterminato.

Un portavoce del servizio penitenziario israeliano (IPS) ha affermato che le accuse sono state “categoricamente respinte”, sottolineando che “qualsiasi denuncia concreta presentata attraverso i canali ufficiali viene esaminata dalle autorità competenti in conformità con le procedure stabilite”.

In una dichiarazione, l’IDF ha anche affermato di “respingere in toto le accuse relative agli abusi sistematici sui detenuti, comprese le accuse di abusi sessuali”.

“Nei casi appropriati quando vi è un ragionevole sospetto di reato”, ha aggiunto, “vengono adottate misure disciplinari nei confronti del personale della struttura e vengono avviate indagini penali”.

All’inizio del 2025 dei filmati di sorveglianza trapelati dal campo di detenzione di Sde Teiman sembravano mostrare soldati che aggredivano sessualmente i detenuti, scatenando uno scandalo nazionale. Il filmato è stato trasmesso dal giornalista israeliano Guy Peleg, che da allora ha denunciato di aver subito minacce e molestie.

Un recente rapporto di Medici per i Diritti Umani – Israele ha documentato 94 morti palestinesi sotto custodia israeliana dal 7 ottobre 2023.

Il CPJ stima a 252 il numero di giornalisti uccisi dall’inizio della guerra di Gaza.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Israele pronto ad avviare la costruzione di una tangenziale nel cuore della Cisgiordania

Emma Graham-Harrison

Martedì 13 gennaio 2026 – The Guardian

Il progetto stradale, parte del progetto per un nuovo insediamento illegale nell’area E1 a est di Gerusalemme, è considerato uno strumento di annessione

Israele prevede di iniziare il mese prossimo i lavori di una tangenziale che chiuderà il cuore della Cisgiordania occupata ai palestinesi e consoliderà di fatto l’annessione di un’area fondamentale per la vitalità di un futuro Stato palestinese.

La strada è un elemento chiave del progetto di un nuovo vasto insediamento illegale nell’area E1 a est di Gerusalemme che frammenterebbe la Cisgiordania occupata. Il ministro delle Finanze israeliano, Bezalel Smotrich, ha affermato che i piani mirano a “seppellire l’idea di uno Stato palestinese”.

Concepita come un corridoio di transito chiuso ai veicoli palestinesi, la tangenziale fornirà a Israele un pretesto per impedire ai palestinesi di accedere alle strade esistenti nell’area dell’insediamento pianificato, dove saranno ammessi solo i veicoli israeliani.

La tangenziale venne soprannominata “strada della sovranità” quando la costruzione iniziale fu approvata nel 2020 dall’allora ministro della Difesa, Naftali Bennett, che celebrò il ruolo del progetto come strumento di annessione. “Stiamo applicando la sovranità nei fatti, non nelle parole”, affermò all’epoca. L’attuale ministro della Difesa, Israel Katz, ha affermato lo scorso anno che la costruzione di strade e l’espansione degli insediamenti avrebbero rafforzato la “presa” di Israele sulla Cisgiordania occupata.

L’area E1 copre circa il 3% della Cisgiordania occupata, un triangolo di terra tra Gerusalemme, Betlemme e Ramallah, fondamentale per lo sviluppo e la prosperità di un futuro Stato palestinese.

Gli oppositori chiamano la tangenziale “strada dell’apartheid” perché costringe palestinesi e israeliani a sistemi di trasporto separati.

Sarà anche uno strumento per la pulizia etnica delle restanti comunità palestinesi nella zona, ha affermato Hagit Ofran, esperta di insediamenti presso il gruppo di pressione israeliano Peace Now. “Vogliono la terra, non vogliono che ci sia la gente”, ha affermato.

Se il nuovo insediamento israeliano verrà costruito di fatto separerà per i palestinesi il nord e il sud della Cisgiordania occupata, e isolerà ulteriormente Gerusalemme Est occupata dalle altre comunità palestinesi.

Costruire una strada per il transito dei palestinesi in quest’area non compenserebbe l’impatto dell’annessione della terra stessa da parte dei i coloni israeliani, ha affermato Ofran. L’imminente inizio dei lavori è stato comunicato ai palestinesi interessati dalla strada, che avevano presentato istanza ai tribunali israeliani per bloccare la tangenziale. Il loro avvocato, Neta Amar-Sheif, ha ricevuto la scorsa settimana una lettera che concedeva 45 giorni di tempo per opporsi ai lavori.

Il tracciato previsto per la strada attraversa le case della comunità di As Saraiya, destinate alla demolizione. Altre comunità, tra cui Elazariya, Abu Dis e Sawahra, saranno isolate all’interno del blocco degli insediamenti israeliani.

“In teoria, potrebbero decidere di istituire un posto di blocco a Elazariya e concedere permessi per le auto dei residenti nella zona, ma non è possibile sostenere una vita comunitaria se ci si trova in un’enclave di israeliani”, ha detto Ofran.

“Quello che probabilmente accadrà è che queste comunità saranno isolate dal loro ambiente circostante e immediatamente sfrattate o espulse”.

La costruzione della strada procede mentre Israele si prepara a iniziare a costruire oltre 3.000 case nell’area E1, adiacente all’insediamento esistente di Ma’ale Adumim. Chiunque viaggi dall’area E1 verso Israele ora deve attraversare un checkpoint per raggiungere Gerusalemme. Una volta che i palestinesi saranno esclusi dalle strade di questa zona il checkpoint verrà rimosso, consentendo agli israeliani di entrare a Gerusalemme senza interruzioni.

“Possono iniziare i lavori senza asfaltare la strada, possono persino costruire l’E1 senza la strada, ma sarà molto difficile per il traffico”, ha detto Ofran. “Se si vuole davvero attrarre persone, allora serve la strada. Fa parte dell’idea generale.”

Quando Israele ha dato l’approvazione formale al progetto E1 l’anno scorso, più di 20 paesi, tra cui Regno Unito, Francia, Canada e Australia, hanno condannato tale decisione come un’inaccettabile violazione del diritto internazionale che rischiava di alimentare la violenza.

Nel 2024, la Corte Internazionale di Giustizia delle Nazioni Unite ha stabilito che l’occupazione israeliana dei territori palestinesi è illegale e, in un molto argomentato parere consultivo, ha ordinato a Israele di porvi fine “il più rapidamente possibile” e di effettuare riparazioni complete. Da allora, tuttavia, il governo israeliano ha perseguito un programma aggressivo di espansione degli insediamenti in tutta la Cisgiordania, con scarsa opposizione interna da parte dei principali partiti politici.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Sono stato corrispondente dalla Cisgiordania. Venti anni dopo la mia ultima visita sono rimasto scioccato da quanto sia peggiorata la situazione oggi (II parte).

Ewen MacAskill

11 dicembre 2025 – The Guardian

Tra le molte persone che ho incontrato c’è una sensazione pervasiva di sconforto e che la resistenza sta lentamente diventando un ricordo.

A circa 16 km da Hebron c’è il villaggio collinare di Umm al-Khair, tristemente noto come teatro di violenti scontri con i coloni. Eid Siliman Hathaleen, un beduino palestinese e attivista di comunità del villaggio, ha sostenuto che i beduini comprarono quella terra nel 1952, ma i coloni e l’esercito israeliano stanno conducendo un’intensa campagna contro di loro. Alcune case palestinesi sono state demolite mentre i coloni estendono la loro presenza. A ottobre sette nuove case mobili sono comparse di notte in mezzo al villaggio, mentre è giunto un ordine israeliano di demolizione per altre 14 case palestinesi.

Come il resto della Cisgiordania il villaggio è sotto il costante controllo di telecamere, veicoli militari e droni. Mentre stavamo chiacchierando sono arrivati dei soldati israeliani. Hathaleen ha affermato che un’ora prima i pacifisti israeliani che si erano presentati per manifestare solidarietà con gli abitanti del villaggio erano stati portati via dopo che i soldati avevano dichiarato il posto una zona militare chiusa. I soldati ci hanno detto che anche il luogo in cui ci trovavamo era stato dichiarato ora una zona militare chiusa.

Mentre Hathaleen e i giovani soldati discutevano sull’ordine militare ci ha raggiunti un ufficiale di alto grado, pesantemente armato, con un passamontagna nero e occhiali scuri. Esasperato dalla conversazione alla fine ha detto: “Avete 4 minuti. Andatevene. Addio.” Hathaleen, secondo cui i soldati erano arrivati su richiesta dei coloni, ha filmato il battibecco con il telefonino, una provocazione potenzialmente pericolosa, ma che è finita in modo pacifico. Hathaleen ha affermato che suo padre, Siliman Hathleen, anche lui un attivista di comunità che lottava contro le demolizioni, è morto nel 2022 dopo essere stato investito da un camion della polizia israeliana. Suo cugino, Siliman Hathleen, un consulente del documentario che ha vinto l’Oscar No Other Land, a luglio è stato colpito a morte nel villaggio da un colono.

Nei villaggi palestinesi a sud di Nablus rappresentanti delle cooperative agricole e delle organizzazioni femminili ci hanno raccontato degli attacchi dei coloni che scendono dalla cima delle colline per picchiarli, distruggere le proprietà e spargere una polvere bianca velenosa per uccidere le greggi. In un villaggio i contadini, escogitando modi ingegnosi per contrastarli, hanno iniziato a coltivare verdure in barili pieni di terra non contaminata.

È possibile che la rabbia contro le incursioni dell’esercito israeliano e gli attacchi dei coloni, per non parlare della distruzione di Gaza, provochi una risposta su vasta scala, una terza intifada, in Cisgiordania? In un sondaggio di ottobre il Palestinian Center for Policy and Survey Research ha scoperto che il 49% dei palestinesi della Cisgiordania, e il 30% a Gaza, sono ancora favorevoli alla lotta armata come il modo più efficace per arrivare a uno Stato palestinese.

Abdaljawad Omar, assistente in filosofia all’università di Birzeit, che scrive con lo pseudonimo di Abboud Hamayel, è scettico riguardo a questa possibilità. Ha scritto un libro di imminente pubblicazione sulla resistenza palestinese. Egli non sostiene un ritorno alla violenza ma lamenta la fatica e paralisi prevalenti, quello che chiama lo “svuotamento emotivo”. Sostiene: “La rabbia si è trasformata in un risentimento impotente. Oggi in Cisgiordania di rado si lanciano pietre. È una novità… La resistenza sta lentamente diventando un ricordo.”

Nella Seconda Intifada i focolai di resistenza furono i campi profughi, molti dei quali risalgono al 1948, quando circa 750.000 palestinesi furono espulsi o fuggirono dalle proprie case [che si trovavano] in quello che diventò lo Stato di Israele. All’ingresso del campo profughi di Aida, a Betlemme, c’è un arco sopra il quale poggia una enorme chiave che simboleggia la speranza che un giorno i suoi abitanti potranno tornare in Israele a riprendersi le loro vecchie case. Attorno alle mura del campo ci sono murales che vanno da una commemorazione degli eroi palestinesi, come i giovani lanciatori di pietre e la guerrigliera Leyla Khaled, fino a un poco lusinghiero ritratto del presidente USA Donald Trump. Affrettandosi per andare a pregare un venerdì a mezzogiorno gli abitanti avevano poco tempo per parlare ma erano sprezzanti riguardo al cessate il fuoco a Gaza – Quale cessate il fuoco? – e hanno ridicolizzato il progetto di Trump di una Gaza Riviera.

La chiave di metallo da una tonnellata fissata sull’arco e i murales che celebrano la resistenza sembrano simboli di un tempo passato, un’era che sta sfuggendo, non da ultimo a causa del fatto che il sogno dei profughi di un ritorno alle proprie case d’origine in Israele quasi sicuramente non verrà mai realizzato. Durante la Seconda Intifada in un altro campo profughi a Betlemme avevo intervistato un padre che era fermamente convinto che lui, come gli altri abitanti, non avrebbe lasciato il campo se non per tornare alla sua casa d’origine. Esiste ancora questa irriducibile ostinazione? Un ex-abitante dei campi si è sorpreso sentendo che famiglie che erano state tra le più irremovibili per la prima volta stavano prendendo in considerazione la possibilità di andarsene, logorate, in parte, da disoccupazione, povertà e debiti.

L’esercito israeliano non sta aspettando che se ne vadano. All’inizio dell’anno l’IDF [l’esercito israeliano, ndt.] ha demolito vaste zone dei tre campi che erano stati all’avanguardia della resistenza durante la Seconda Intifada e fino al 2023, tutti e tre nel nord della Cisgiordania. Israele li descrive come “fulcri del terrorismo”: Tulkarem, Nur Shams e Jenin. I palestinesi dicono che l’esercito israeliano, con volantini e altoparlanti, ha avvertito gli abitanti di Aida e di altri campi che anche questi saranno distrutti, a meno che si comportino bene.

Quando nel 2002 gli israeliani organizzarono un attacco nel campo profughi di Jenin incontrarono una feroce resistenza. All’epoca intervistai un sergente israeliano, Israel Kaspi, un veterano che aveva combattuto durante la guerra dello Yom Kippur del 1973 e in Libano nel 1982 e che mi disse che gli scontri a Jenin erano stati i più intensi a cui avesse mai partecipato. Disse che i palestinesi avevano trasformato il campo profughi in una fortezza. Israele perse 23 soldati mentre combattevano di strada in strada, casa per casa e stanza per stanza, in mezzo a trappole esplosive, ordigni nascosti nei vicoli e in bidoni della spazzatura, dinamite inserita nei muri e palestinesi che sparavano da postazioni ben preparate.

All’inizio dell’anno, quando hanno attaccato i campi a Jenin, Tulkarem e Nur Shams, gli israeliani hanno perso tre soldati ma sono riusciti a svuotare i campi per un totale di 30.000 abitanti, frammentando comunità molto coese e disperdendole in sistemazioni temporanee altrove in Cisgiordania. Si stima che nei tre campi siano state distrutte 850 case e altri edifici.

Il mese scorso durante una visita ai campi di Tulkarem e Mur Shams ho potuto vedere tracce di carrarmati o bulldozer nella strada fangosa ma nessuno all’interno, in parte perché era buio, ma anche perché avventurarsi ulteriormente era pericoloso. L’esercito israeliano aveva avvertito che chiunque cercasse di entrare nei campi sarebbe stato colpito. Non si è trattato di una vana minaccia: tre giorni dopo un cameraman, Fady Yasmeen, è stato ferito nei pressi dell’ingresso durante una protesta.

Sono andato a Tulkarem con Aseel Tork, che lavora per il Bisan Centre for Research and Development, un’organizzazione senza scopo di lucro che gestisce progetti comunitari in zone rurali, in particolare per donne e giovani. Nel 2021 è stata definita da Israele un’organizzazione terrorista, iniziativa condannata, tra gli altri, dall’ufficio dell’alto commissario per i diritti umani dell’ONU.

Tork mi ha detto di credere che una terza intifada in questo momento è impossibile: “Quando sono avvenute la Prima e la Seconda Intifada la comunità palestinese nel suo complesso era coesa. C’erano poche divisioni tra di noi: ideologicamente, politicamente, geograficamente. Ora non possiamo, e non abbiamo, difeso il popolo di Gaza come avremmo dovuto. Se ci fosse stata un’intifada, sarebbe avvenuta dopo il 7 e l’8 ottobre.”

In novembre, durante un evento intitolato Poetry after Gaza [Poesia dopo Gaza] a Ramallah, nella conversazione tra un europeo e un palestinese è saltata fuori una citazione di Kafka. L’avrei sentita due volte in una settimana da palestinesi in altri contesti: “C’è tanta speranza – per Dio, un’infinità quantità di speranza – solo non per noi.”

Dove possono cercare speranza i palestinesi? Ci sono a disposizione poche risposte. Un rinnovamento dell’Autorità Palestinese? Le elezioni sono attese da tempo, ma sono problematiche da un punto di vista internazionale, dato il livello di appoggio dichiarato ad Hamas. È possibile una soluzione a due Stati, una Palestina indipendente e Israele fianco a fianco, data la quantità di territorio occupata ora dai coloni in Cisgiordania? Una soluzione a uno Stato unico, con Israele come Stato di apartheid allargato in cui i palestinesi potrebbero lottare per avere uguali diritti, sostenuti dalla comunità internazionale, come in Sud Africa? Uno stanco scrittore palestinese, dopo aver dichiarato morta la soluzione a due Stati, ha detto che si accontenterebbe della soluzione a uno Stato anche solo se ciò significasse che potrebbe finalmente spostarsi liberamente.

Il mese scorso è iniziata una campagna globale per la liberazione di Marwan Barghouti, generalmente visto come la figura più adatta ad unificare i palestinesi. Barghouti, accusato da Israele di essere il leader dei miliziani di Fatah in Cisgiordania durante la Seconda Intifada, è in un carcere israeliano dal 2002, condannato per cinque omicidi, che lui nega. La speranza di lunga data dei palestinesi è che possa uscirne come un Nelson Mandela palestinese. Benché sia di Fatah, è popolare tra i sostenitori di Hamas e delle altre fazioni. Intervistai Barghouti a Ramallah l’anno prima che venisse catturato e all’epoca scrissi che pensavo potesse essere un futuro leader. Colpiva, però non aveva il calore umano di Mandela e mi sembrò, forse ingiustamente, che fosse più un combattente da strada che un politico con una visione. Ma forse in prigione è cambiato, come fece Mandela.

Dall’attacco del 7 ottobre Barghouti è stato tenuto in isolamento ed è stato picchiato quattro volte dalle guardie carcerarie, l’ultima nel settembre scorso, secondo suo figlio Arab fino a perdere conoscenza.

Barghouti era su una lista di prigionieri che Hamas ha presentato a Israele perché venisse liberato come parte dell’accordo di cessate il fuoco di ottobre. Benché Israele abbia liberato altri condannati per omicidio si rifiuta di rilasciare Barghouti. La sua decisione potrebbe riflettere la preferenza israeliana per un leader palestinese debole e manipolabile, Abbas, rispetto a una figura potenzialmente più forte.

Basem Ezbidi, un importante politologo e membro del centro studi Al-Shabaka, che ha fatto l’università con Barghouti, mette in guardia dall’aspettarsi un salvatore politico. “In tempi di disperazione la gente tende a creare miti in cui un supereroe arriva a salvarla,” ha detto. “La gente vede Marwan Barghouti in quel modo. Ma non è un uomo che fa miracoli. Può essere più puro di altri, ma non è sufficiente essere puri: devi avere capacità politiche e la giusta visione.”

Con una mancanza di alternative dall’interno, molti palestinesi vedono nella comunità internazionale la loro maggiore speranza, credendo che si sia raggiunto un punto di svolta a causa dell’indignazione mondiale per la distruzione di Gaza. Alla conferenza di Birzeit Saleh Hijazi, un coordinatore politico del Comitato Nazionale del [movimento per] Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) palestinese, ha detto che si devono fare più pressioni su Israele ponendo fine ai rapporti militari, applicando i mandati d’arresto contro gli israeliani accusati di crimini di guerra, disinvestendo dalle imprese complici ed espellendo Israele dalle istituzioni internazionali come l’ONU, la FIFA e il Comitato Olimpico. Ha detto che a livello di Stati, come in Malaysia, che ha chiuso i porti alle navi israeliane, e persino in Europa, sono state intraprese iniziative: “Ora possiamo iniziare a veder arrivare il nostro momento Sud Africa. Ma è necessaria un’intensificazione del BDS.”

Queste campagne possono funzionare sul lungo termine, come in Sud Africa. Ma a breve o medio termine non cambieranno la vita dei palestinesi in Cisgiordania, intrappolati tra l’Autorità Palestinese che non è in grado di proteggerli e Israele, con la sua repressione militare e i suoi coloni fuori controllo. Mentre in Cisgiordania durante la Seconda Intifada il conto dei morti era molto più alto, la vita è assolutamente peggiore ora per ogni altro aspetto, ha affermato Budour Hassan, un ricercatore giuridico di Amnesty International. Hassan, che è di Nazareth, ha affermato: “Persino allora c’era speranza, forse. Ora la gente sembra completamente disperata. Si sentono totalmente abbandonati.”

Negli ultimi due anni piazza Manger a Betlemme è stata deliberatamente lasciata al buio e in silenzio nel periodo di Natale per dimostrare solidarietà con Gaza. Il 6 dicembre di fronte a migliaia di palestinesi, musulmani e cristiani, e a un pugno di turisti il sindaco di Betlemme ha riacceso l’albero di Natale. Canawati sperava che la ripresa dei festeggiamenti avrebbe rilanciato il turismo. Considerava la riaccensione dell’albero un simbolo di speranza e resilienza.

“Quelli che hanno perso la speranza se ne sono andati,” mi ha detto Canawati (dal 2023 un numero stimato di 4.000 palestinesi ha lasciato Betlemme per andare all’estero). “Io non me ne andrò mai, indipendentemente da quello che succeda. So che ci sono molti come me,” ha affermato Canawati. Descrivendosi come un ottimista, spera che la reazione per Gaza spingerà i leader del mondo ad appoggiare la causa palestinese e che i negoziati avviati da Trump porteranno a un accordo di pace e a uno Stato palestinese sovrano.

Ma ha moderato questo ottimismo con sgomento nei confronti degli estremisti del governo israeliano e tra i coloni. Ribadendo la disperazione che ho trovato in tutta la Cisgiordania il sindaco ha detto: “Gli estremisti non vogliono una soluzione a due Stati o a uno Stato. Gli estremisti non vogliono darci il nostro Stato o che facciamo parte del loro Stato. Vogliono la terra senza il popolo. Vogliono solo che ce ne andiamo.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Sono stato corrispondente dalla Cisgiordania. Venti anni dopo la mia ultima visita sono rimasto scioccato da quanto sia peggiorata oggi la situazione (I parte).

Ewen MacAskill

11 dicembre 2025 – The Guardian

Tra le molte persone che ho incontrato c’è una sensazione comune di disperazione e che la resistenza stia lentamente diventando un ricordo.

Improvvisamente a novembre di fianco a un’autostrada nella Cisgiordania palestinese sono comparse delle bandiere israeliane. Più di 1.000 sono state piazzate a circa 27 metri di distanza una dall’altra su entrambi i lati della strada lungo circa 16 km. Sono state sistemate a sud di Nablus, nei pressi di villaggi palestinesi regolarmente presi di mira da coloni israeliani estremisti. Le ho viste il mattino dopo che erano state piazzate mentre mi dirigevo verso quei villaggi. Il loro messaggio fa eco alle scritte onnipresenti tracciate dai coloni in tutta la Cisgiordania: “Non avete futuro in Palestina.”

In confronto ai 70.000 palestinesi uccisi a Gaza e agli oltre 1.000 in Cisgiordania dall’ottobre 2023 le bandiere non rappresentano niente più che una provocazione marginale. Tuttavia riflettono quanto si stia rafforzando la dominazione israeliana in Cisgiordania, una terra che secondo le leggi internazionali è riconosciuta come palestinese. Durante la Seconda Intifada, la rivolta palestinese dal 2000 al 2005, i coloni israeliani non avrebbero osato piantare simili bandiere per timore di finire sotto il fuoco dei palestinesi. Ora non più.

Sono tornato il mese scorso per la prima volta in Cisgiordania dopo 20 anni. All’inizio degli anni 2000 ci ero stato regolarmente come inviato per il Guardian per aiutare i colleghi di stanza a Gerusalemme a coprire la Seconda Intifada. La rivolta era molto più violenta della prima, durata dal 1987 al 1993. L’immagine indelebile della prima è quella di giovani palestinesi che lanciano pietre contro i soldati israeliani. La seconda fu uno scontro su larga scala, con Israele che attaccava le città e cittadine palestinesi con artiglieria, carri armati, elicotteri e aerei da guerra mentre i palestinesi rispondevano con fucili ed esplosivi.

I palestinesi tendevano imboscate a soldati e coloni in Cisgiordania, rendendo pericolose le strade, soprattutto di notte, e terrorizzavano Israele con attentatori suicidi mandati al di là del confine per attaccare fermate di autobus, caffè, alberghi e ovunque in luoghi affollati. Vennero uccisi più di 3.000 palestinesi e più di 1.000 israeliani.

Non avevo previsto di scrivere qualcosa riguardo al mio viaggio in Cisgiordania del mese scorso, ma ho cambiato idea quando ho visto quanto sia peggiorata la vita quotidiana dei palestinesi, quanto siano diventati sfiduciati e quanto controllo esercitino ora Israele e i coloni sulla popolazione palestinese. Mi aspettavo che le condizioni dei palestinesi fossero peggiori, ma non fino a questo punto.

Ero stato invitato a partecipare all’università di Birzeit, nelle vicinanze di Ramallah, a una conferenza organizzata da “Progressive International”, un’ampia coalizione di organizzazioni e personalità di sinistra di tutto il mondo fondata, tra gli altri, dall’ex-ministro delle Finanze greco Yanis Varoufakis e dal senatore USA Bernie Sanders nel 2020. La conferenza sulla decolonizzazione della Palestina era stata organizzata insieme da Progressive International, dal centro studi palestinese Al-Shabaka e dall’Ibrahim Abu-Lughod Institute of International Studies di Birzeit. I docenti e gli studenti dell’università hanno una lunga storia di proteste e scontri con le forze israeliane, da cui negli ultimi due anni il campus è stato ripetutamente attaccato.

Dopo la conferenza alcuni partecipanti sono partiti per varie zone della Cisgiordania. Ero curioso di sapere perché non ci fosse stata una rivolta palestinese in Cisgiordania simile alla Seconda Intifada per sostenere i loro compatrioti a Gaza. Ero anche curioso di scoprire quanto appoggio ci fosse per Hamas in Cisgiordania e se qualcuno credeva che nei prossimi decenni avremmo potuto vedere uno Stato palestinese indipendente. Le loro risposte sono state differenziate e complesse, ma sono emersi alcuni temi costanti. Uno è quanto siano scoraggiati. L’altro è quanto ora sembri lontana la prospettiva di una Palestina sovrana e indipendente.

Ramallah, il centro politico, culturale ed economico della Cisgiordania, mi è sembrata più pulita, meno caotica e in alcuni posti più prospera dell’ultima volta che ci ero stato, non molto diversa da molte città europee: cartelloni pubblicitari di ristoranti, di cioccolaterie specializzate e dell’apertura di nuove palestre. Giovani palestinesi alla moda sedevano chiacchierando in caffè e bar; secondo alcuni della vecchia generazione in genere sono meno interessati alla politica.

Ma quest’aria di normalità e prosperità è doppiamente illusoria. Primo, Ramallah non è rappresentativa del resto della Cisgiordania. Secondo, una delle ragioni per cui sembra così diversa e meno caotica è l’assenza di tanti contadini delle zone circostanti che solevano piazzarsi in fila lungo i lati delle strade con i loro sacchi di frutta e verdura. Di fronte a un crescente intrico di posti di blocco e cancelli israeliani che rendono incerto il percorso, molti agricoltori non fanno più il viaggio fino a Ramallah. Gli ostacoli rappresentano un deterrente non solo per i contadini, ma in generale per il commercio e gli affari in tutta la Cisgiordania.

Secondo l’ONU alla fine della Seconda Intifada in Cisgiordania c’erano 376 posti di controllo e barriere. Oggi se ne stimano 849, molti dei quali sorti negli ultimi due anni. Checkpoint e barriere sono un argomento ricorrente di conversazione tra i palestinesi, più o meno come il meteo in Gran Bretagna. Anche se un’app che dà informazioni fornite da autisti di bus e altri utenti della strada offre un aiuto, non è sicuro, come ho scoperto, che le strade siano aperte. L’occupazione è codificata con colori: le barriere in ferro rosse sono chiuse per la maggioranza del tempo, quelle gialle sono aperte più spesso. Le targhe gialle israeliane garantiscono un accesso a strade vietate a chi viaggia con quelle verdi palestinesi.

Negli ultimi due anni le incursioni dell’esercito israeliano nel centro di Ramallah sono diventate più frequenti. I soldati israeliani arrivano in forze, arrestano qualcuno e se ne vanno. Ad agosto in un’incursione hanno preso di mira i cambiavalute, hanno fatto cinque arresti e, secondo i palestinesi, hanno lasciato più di una decina di feriti da proiettili veri, pallottole di gomma e lacrimogeni.

Durante una vasta operazione nel 2002 Israele occupò buona parte della città. I suoi carrarmati e bulldozer colpirono il complesso presidenziale riducendone una buona parte in rovina e assediando Yasser Arafat, allora leader palestinese. La scarsa illuminazione, le stanze anguste in cui venne confinato fino a poco prima della sua morte nel 2004 sono state lasciate intatte e fanno parte del museo e mausoleo di Arafat. I resti del complesso sono un simbolo di sfida in un tempo in cui i palestinesi erano uniti e c’era una sensazione di speranza.

Una delle principali differenze tra la Seconda Intifada e l’attuale situazione è che Arafat aveva tacitamente appoggiato la rivolta. La sua organizzazione, la laica Fatah, combattè insieme agli islamisti, Hamas e la Jihad Islamica palestinese, e al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, di sinistra. Invece Mahmoud Abbas, il successore di Arafat, eletto presidente nel 2005, negli ultimi due anni ha resistito alle pressioni perché lanciasse una nuova rivolta in Cisgiordania. Secondo i sondaggi e i palestinesi con cui ho parlato la decisione di Abbas è impopolare tra i palestinesi della Cisgiordania.

Tra i pochi che ho trovato favorevoli alla decisione di Abbas c’è stato Maher Canawati, il sindaco di Betlemme, che, come Abbas e Arafat, è un membro di Fatah. Ha affermato che Abbas ha dovuto affrontare molte critiche. “La gente voleva che dicesse: ‘Andiamo a combattere.’” Ma la prudenza del presidente è stata confermata, ha detto Canawati. “Le persone in Cisgiordania hanno compreso che questo non è il momento per fare quello che hanno fatto nella Prima e nella Seconda Intifada. Non vogliamo dare loro un pretesto per attaccarci. Siamo inermi, non siamo al livello degli israeliani,” ha sostenuto Canawati. “Se avessimo deciso di ribellarci ciò avrebbe dato loro il via libera per rispondere come hanno fatto a Gaza.”

Dall’ufficio del sindaco si può vedere la chiesa della Natività, dove alcuni gradini portano a una grotta venerata dai cristiani come il luogo in cui è nato Gesù. Nel 2002, durante la Seconda Intifada, le forze israeliane hanno assediato la chiesa per 39 giorni, sparando ai miliziani palestinesi rinchiusi all’interno. Pochi turisti ricordano che vicino ai gradini per arrivare alla grotta furono lasciati a decomporsi i corpi dei palestinesi uccisi.

Non che in questi giorni ci siano molti turisti. Canawati, un cristiano la cui famiglia ha vissuto a Betlemme dal XVII° secolo e possiede I Tre Archi, uno dei maggiori fornitori di souvenir biblici della Palestina, ha affermato che negli ultimi due anni il turismo è sceso fin quasi a zero.

Non è solo il turismo a soffrire. L’economia della Cisgiordania nel suo complesso è disastrosa. Il reddito pro capite è sceso del 20% e la disoccupazione si aggira intorno al 33%. Oltre a questo, mentre la popolazione sta soffrendo l’Autorità Palestinese, formalmente responsabile di amministrare la Cisgiordania e guidata da Fatah, è sinonimo di corruzione, malversazione, loschi traffici e nepotismo. I palestinesi con cui ho parlato erano infuriati per come molto spesso gli impieghi siano assegnati non in base al merito ma ai rapporti familiari, ai contatti, a bustarelle o all’affiliazione politica.

Non è difficile trovare degli esempi. Mentre girovagavo nel centro di Tulkarem, nel nord della Cisgiordania, un venditore ambulante mi ha chiamato per fare due chiacchiere. Ha detto di essere stato uno studente modello all’università, di essersi laureato in diritto e mi ha orgogliosamente mostrato il suo attestato di membro dell’ordine degli avvocati palestinesi. Quindi perché stava lavorando in un banco di frutta e verdura? Ha affermato che semplicemente non ha contatti all’interno dell’AP che gli consentano di iniziare una carriera forense.

Canawati ha riconosciuto che c’è corruzione ma ha mitigato la sua accusa aggiungendo “come in altri Paesi”. Data l’impopolarità di Abbas, dell’AP e di Fatah, gli ho chiesto che risultati avrebbe Hamas se ci fossero elezioni in Cisgiordania. Hamas non avrebbe “possibilità”, ha sostenuto, benché praticamente tutti gli altri con cui ho parlato prevedessero che Hamas avrebbe vinto. In assenza di elezioni politiche nazionali – non ce ne sono state dal 2006 – le votazioni per il consiglio studentesco all’università di Birzeit sono viste come una sorta di indicatore. Nelle ultime elezioni, nel 2023 e prima del 7 ottobre, un blocco islamico affiliato ad Hamas aveva vinto 25 dei 51 seggi, mentre un gruppo legato a Fatah ne aveva ottenuti 20 e un altro affiliato al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina 6.

Il massacro del 7 ottobre, in cui più di 1.200 israeliani e stranieri sono stati uccisi e circa 250 presi come ostaggio, inevitabilmente ha provocato una forte reazione. Perché, chiedono rabbiosamente i palestinesi, prendere il 7 ottobre come punto di inizio? Perché non cominciare con gli attacchi aerei israeliani contro Gaza che hanno fatto migliaia di morti palestinesi tra il 2005 e il 2023? Essi vedono Hamas come parte della resistenza e pochi di quelli che ho incontrato erano disposti a criticare l’attacco.

Una delle eccezioni è Omar Haramy, direttore di Sabeel, un centro della teologia della liberazione palestinese con sede a Gerusalemme. Secondo lui il fatto che la società civile palestinese non abbia aperto una seria discussione sul massacro è un problema. Mentre parlavamo si trovava nei pressi della Porta di Giaffa all’entrata della Città Vecchia di Gerusalemme, vicino alla stazione di polizia israeliana di Kishle. Haramy, che ha detto di essere stato portato lì e interrogato molte volte, ha suggerito che, se i palestinesi avessero fatto pressioni su Hamas fin da subito, forse avrebbe rilasciato i bambini, le donne e gli anziani che erano stati presi in ostaggio: “Questi sono i nostri valori come palestinesi? Prendere bambini in ostaggio? Per l’amor di Dio. Noi non siamo così.” Secondo lui le varie fazioni e partiti politici sono un peso nella spinta verso la liberazione: “Sono tutti complici, senza elezioni, senza un progetto. È tutto triste e confuso.”

Il cambiamento più grave dal mio ultimo viaggio nella regione è l’espansione delle colonie israeliane. Ci sono 3.3 milioni di palestinesi che vivono in Cisgiordania, compresi 435.000 a Gerusalemme est. Il numero di coloni israeliani è salito dai 400.000 ai tempi della Seconda Intifada ai più di 700.000 oggi. Ma queste cifre non trasmettono il livello dell’intrusione delle colonie, il loro impatto soffocante, l’occupazione di ulteriori cime delle colline che sovrastano città, cittadine e villaggi e persino collocate in mezzo a loro, dietro muri e filo spinato, spesso a pochi metri dalle case dei palestinesi e protette dai soldati israeliani.

Durante la Seconda Intifada avevo intervistato il capo di una piccola colonia nel centro di Hebron, la cui popolazione era nella stragrande maggioranza palestinese. Quando gli ho chiesto cosa pensasse dei palestinesi mi rispose che erano “animali”. Quando gli ho detto che lo avrei citato, non fece nessun tentativo di rettificare la sua affermazione. Non sono mai riuscito a scrollarmi di dosso il ricordo di quel disprezzo sbrigativo.

Ma è moderato in confronto a quello che sta avvenendo oggi, in quanto i coloni, incoraggiati dagli estremisti che fanno parte del governo israeliano, con crescente frequenza e ferocia vessano i palestinesi scatenandosi nei villaggi in totale impunità, intimidendoli nel tentativo di cacciarli. (segue)

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




La prigione israeliana sotterranea, dove i palestinesi sono rinchiusi senza imputazioni e non vedono mai la luce

Emma Graham-Harrison  da Gerusalemme

8 novembre 2025 – The Guardian

Esclusivo: tra i detenuti di Rakefet ci sono un infermiere privato della luce naturale da gennaio e un adolescente trattenuto per nove mesi.

Israele sta tenendo in arresto decine di palestinesi di Gaza in isolamento in una prigione sotterranea dove non vedono mai la luce del sole, sono privati di un’alimentazione adeguata e non possono ricevere notizie delle loro famiglie o del mondo esterno.

Secondo le avvocate del Public Committee Against Torture in Israel [Comitato Pubblico contro la Tortura in Israele, un’ong israeliana, ndt.] (PCATI) che difendono entrambi, tra i detenuti ci sono almeno due civili tenuti da mesi senza accuse né processo: un infermiere con il camice e un giovane venditore ambulante di cibo.

I due sono stati trasferiti nel complesso carcerario sotterraneo di Rakefet in gennaio e hanno descritto sistematici pestaggi e violenze in linea con torture ben documentate in altri centri di detenzione israeliani.

La prigione di Rakefet venne aperta all’inizio degli anni ’80 per ospitare un gruppo di personaggi molto pericolosi della criminalità organizzata israeliana, ma venne chiusa qualche anno dopo in quanto inumana. Dopo gli attacchi del 7 ottobre 2023 il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir, di estrema destra, ha ordinato che tornasse in funzione.

Le celle, un minuscolo “cortile” e la stanza per gli incontri con gli avvocati sono sottoterra, quindi i prigionieri vivono senza luce naturale.

Inizialmente il carcere era previsto per un piccolo numero di detenuti di massima sicurezza che avrebbero dovuto occupare celle singole, e quando venne chiuso nel 1985 ospitava 15 uomini. Secondo i dati ottenuti dal PCATI, negli ultimi mesi vi sono stati rinchiusi circa 100 prigionieri.

In base al cessate il fuoco concordato a metà ottobre Israele ha liberato 250 detenuti palestinesi che sono stati condannati da tribunali israeliani e 1.700 prigionieri palestinesi di Gaza detenuti a tempo indefinito senza accuse né processo. Il giovane venditore ambulante rinchiuso a Rakafet è stato uno di loro.

Tuttavia la quantità di detenuti è stata così grande che anche dopo la liberazione di massa almeno altri 1.000 [prigionieri], tra cui un infermiere difeso dal PCATI, sono ancora sottoposti alle stesse condizioni.

“Benché ufficialmente la guerra sia finita, (i palestinesi di Gaza) sono ancora incarcerati in condizioni di guerra violente legalmente discutibili che violano le leggi umanitarie internazionali e rappresentano una forma di tortura,” afferma il PCATI.

I due uomini che le avvocate del PCATI hanno incontrato a settembre erano un infermiere di 34 anni arrestato nel dicembre 2023 mentre stava lavorando in un ospedale e un giovane venditore ambulante preso nell’ottobre 2024 mentre attraversava un posto di controllo israeliano.

“Nei casi dei clienti che abbiamo visitato si trattava di civili,” afferma l’avvocata del PCATI Janan Abdu: “L’uomo con cui ho parlato era un diciottenne venditore ambulante di cibo. E’ stato arrestato a un checkpoint su una strada.”

Ben-Gvir ha detto ai mezzi di comunicazione israeliani e a un deputato che Rakefet è stato rimesso in funzione per rinchiudervi Nukhba, cioè i combattenti d’élite di Hamas che hanno perpetrato i massacri del 7 ottobre [2023] in Israele e miliziani delle forze speciali di Hezbollah catturati in Libano.

I politici israeliani hanno affermato che nessun palestinese coinvolto negli attacchi del 2023 è stato rilasciato in base all’accordo di cessate il fuoco che ha consentito che il detenuto adolescente venisse riportato a Gaza. Il Servizio Penitenziario Israeliano (SPI) non ha risposto a domande relative allo status e all’identità di altri prigionieri tenuti a Rakefet, che significa “ciclamino” in ebraico.

Dati riservati israeliani indicano che la maggioranza dei palestinesi arrestati a Gaza durante la guerra erano civili. Nel 2019 la Corte Suprema israeliana ha sentenziato che è lecito trattenere i corpi di palestinesi come merce di scambio per futuri negoziati, e associazioni per i diritti umani l’hanno accusata di fare lo stesso con detenuti vivi di Gaza.

Violenza unica

Le condizioni dei palestinesi sono “intenzionalmente terribili” in tutte le prigioni, afferma Tal Steiner, direttore esecutivo del PCATI. Ex-detenuti e persone ancora in prigione nonché testimoni in incognito dell’esercito israeliano hanno raccontato nei dettagli violazioni sistematiche delle leggi internazionali.

Tuttavia Rakefet infligge una forma unica di violenza. Tenere per mesi e mesi persone sottoterra senza la luce del giorno ha “conseguenze estreme” per il benessere psicologico, afferma Steiner: “É molto difficile non subire conseguenze quando sei tenuto in condizioni talmente oppressive e difficili.”

Ciò pregiudica anche la salute fisica, compromettendo fondamentali funzioni biologiche, dai cicli circadiani necessari per il sonno alla produzione di vitamina D.

Nonostante lavori come avvocato per i diritti umani e abbia visitato prigioni del complesso carcerario di Ramla, a sud-est di Tel Aviv, dove si trova Rakefet, Steiner non aveva mai sentito parlare della prigione sotterranea prima che Ben-Gvir ordinasse di riattivarla.

Venne chiusa prima della fondazione del PCATI, quindi l’associazione di avvocati si è rivolta a vecchi archivi dei media e ai ricordi di Rafael Suissa, il capo dello SPI a metà degli anni ’80 per trovare qualcosa in più riguardo al carcere.

“(Suissa) ha scritto di essere consapevole che rimanere sottoterra in continuazione è troppo crudele, troppo inumano da sopportare per chiunque, indipendentemente da quello che possa aver fatto,” ha affermato Steiner.

Quest’estate agli avvocati del PCATI è stato chiesto di difendere due uomini tenuti nella prigione sotterranea, quindi Abdu e una collega hanno potuto visitarla per la prima volta.

Sono state portate sottoterra da guardie di sicurezza mascherate e pesantemente armate, giù per una rampa di scale sporca in una stanza il cui pavimento era disseminato di resti di insetti morti. Il gabinetto era talmente lurido che di fatto era inutilizzabile.

Telecamere di sorveglianza sulle pareti violavano il diritto legale fondamentale a un colloquio confidenziale, e le guardie hanno avvertito che l’incontro sarebbe stato immediatamente interrotto se avessero parlato delle famiglie dei detenuti o della guerra a Gaza.

“Mi sono chiesta: se le condizioni nella stanza degli avvocati sono così umilianti, non solo personalmente per noi ma anche per la nostra professione, allora qual è la situazione per i prigionieri?” dice Abdu. “La risposta è arrivata subito, quando li abbiamo incontrati.”

I clienti sono stati portati nella stanza bendati, con le guardie che li obbligavano a tenere la testa bassa e sono rimasti con mani e piedi in catene, afferma.

Saja Misherqi Baransi, la seconda avvocata del PCATI presente, dice che i due detenuti erano a Rakefet da nove mesi, e l’infermiere ha iniziato l’incontro chiedendo: “Dove mi trovo e perché sono qui?” Le guardie non gli avevano detto il nome della prigione.

I giudici israeliani che hanno autorizzato la detenzione degli uomini dopo udienze video molto brevi e durante le quali i prigionieri non avevano avvocati e non hanno saputo quali fossero le prove contro di loro, hanno detto loro che sarebbero rimasti lì “fino alla fine della guerra”.

Gli uomini hanno descritto celle senza finestre né ventilazione, che ospitano tre o quattro detenuti e hanno raccontato che spesso gli manca il respiro e si sentono soffocare.

I carcerati hanno detto alle avvocate di aver subito costantemente violenze fisiche compresi pestaggi, aggressioni con cani che portavano museruole di ferro, guardie che calpestavano i prigionieri, oltre alla negazione di cure mediche adeguate e pasti totalmente insufficienti. Questo mese l’Alta Corte israeliana ha sentenziato che lo Stato sta privando i detenuti palestinesi di cibo adeguato.

Viene loro concesso pochissimo tempo fuori dalla cella in un piccolo cortile sotterraneo, a volte solo cinque minuti a giorni alterni. I materassi vengono portati via la mattina presto, in genere verso le 4 del mattino, e riportati solo alla notte tardi, lasciando i detenuti su reti metalliche in celle praticamente senza arredo.

Le loro descrizioni corrispondono alle immagini di una visita ripresa dalla televisione fatta da Ben-Gvir per pubblicizzare la sua decisione di riaprire il carcere sotterraneo. “Questo è l’habitat naturale dei terroristi, sottoterra,” ha detto.

Si è ripetutamente vantato dei maltrattamenti ai danni dei detenuti palestinesi, un discorso che secondo gli ex-ostaggi presi durante gli attacchi del 7 ottobre hanno spinto a un peggioramento dei maltrattamenti da parte di Hamas quando erano in prigionia.

Ciò ha incluso tenere per mesi gli ostaggi in tunnel sotterranei, privarli di cibo, isolarli dalle notizie dei familiari e del mondo esterno, violenze e torture psicologiche, compreso l’ordine di scavare una fossa davanti a una telecamera.

I servizi di spionaggio israeliani hanno avvertito che il trattamento dei detenuti palestinesi mette a rischio gli interessi generali del Paese in materia di sicurezza.

Misherqi Baransi dice che l’infermiere arrestato ha visto per l’ultima volta la luce del giorno il 21 gennaio di quest’anno, quando è stato trasferito a Rakefet dopo un anno passato in altre prigioni, tra cui il famigerato centro militare di Sde Teiman.

Dal giorno del suo arresto l’infermiere, padre di tre figli, non ha avuto notizie della sua famiglia. L’unico frammento di informazioni personali che le avvocate possono condividere con i detenuti di Gaza è il nome del parente che le ha autorizzate a occuparsi del caso.

“Quando gli ho detto: ‘Ho parlato con tua madre e mi ha autorizzata a incontrarmi con te,’ gli ho dato questa piccola cosa, raccontandogli almeno che sua madre è viva,” afferma Misherqi Baransi.

Quando l’altro detenuto ha chiesto ad Abdu se la sua moglie incinta aveva partorito senza problemi la guardia ha interrotto immediatamente la conversazione minacciandolo. Mentre gli agenti portavano via gli uomini lei ha sentito il rumore di un ascensore, il che le ha fatto pensare che le celle sono ancora più in basso.

L’adolescente le ha detto: “Sei la prima persona che ho visto dal mio arresto,” e la sua ultima richiesta è stata: “Per favore, torna a trovarmi.” Le sue avvocate sono state in seguito informate che il 13 ottobre è stato riportato a Gaza.

In un comunicato il SPI ha affermato di “agire in base alla legge e sotto la supervisione di controllori ufficiali” ed ha aggiunto di “non essere responsabile del procedimento giudiziario, della classificazione dei detenuti, della politica di arresti o degli arresti effettuati.”

Il ministero della Giustizia ha trasmesso le domande su Rakefet e sui detenuti all’esercito israeliano. L’esercito le ha trasmesse al SPI.

(traduzione dall’inglese da Amedeo Rossi)




In seguito alle rivelazioni di +972 Microsoft revoca i servizi cloud all’Unità 8200 di Israele.

Yuval Abraham

25 settembre 2025 – +972Magazine

Il colosso della tecnologia ha bloccato l’accesso dopo che abbiamo rivelato che l’esercito israeliano aveva utilizzato i suoi server per archiviare milioni di intercettazioni telefoniche dei palestinesi.

Secondo quanto riportato dal Guardian Microsoft ha informato il Ministero della Difesa israeliano, in una lettera alla fine della scorsa settimana, di aver revocato l’accesso dell’esercito israeliano alla tecnologia che stava utilizzando per archiviare enormi quantità di informazioni di intelligence sui civili palestinesi in Cisgiordania e a Gaza.

La decisione fa seguito a un articolo di denuncia pubblicato il mese scorso da +972 Magazine, Local Call e dal Guardian che rivelava come l’Unità 8200, l’agenzia d’élite per la guerra informatica dell’esercito israeliano, stesse archiviando registrazioni intercettate di milioni di chiamate da cellulare di palestinesi sulla piattaforma cloud di Microsoft Azure, creando una delle raccolte di dati di sorveglianza più invasive al mondo su un singolo gruppo di popolazione. Secondo l’indagine congiunta, questi dati sono stati utilizzati negli ultimi due anni per pianificare attacchi aerei letali a Gaza, nonché per arrestare palestinesi in Cisgiordania.

Per quanto ne sappiamo questa è la prima volta che una grande azienda tecnologica statunitense revoca l’accesso dell’esercito israeliano a uno qualsiasi dei suoi prodotti dall’inizio della guerra a Gaza. Microsoft continua tuttavia a collaborare con altre unità militari israeliane che sono suoi clienti di lunga data.

La lettera di Microsoft al Ministero della Difesa israeliano, visionata dal Guardian, afferma che l’azienda ha avviato un’indagine esterna “urgente” a seguito della nostra denuncia e ha riscontrato che l’esercito israeliano ha violato i termini di servizio di Microsoft utilizzando la sua piattaforma cloud per archiviare i dati di sorveglianza. Secondo il Guardian la lettera affermava che, poiché l’azienda ha “trovato prove” a supporto della nostra segnalazione, ha deciso di sospendere i servizi di archiviazione e intelligenza artificiale connessi al progetto in esame. Aggiungeva che Microsoft “non ha come obiettivo quello di facilitare la sorveglianza di massa dei civili”.

Giovedì, riporta il Guardian, il vice amministratore delegato e presidente di Microsoft Brad Smith, ha inviato un’e-mail al personale per informarlo della decisione, spiegando che l’azienda ha “cessato e disattivato una serie di servizi a un’Unità del Ministero della Difesa israeliano”. Ha aggiunto: “Non forniamo tecnologia per facilitare la sorveglianza di massa dei civili. Abbiamo applicato questo principio in ogni paese del mondo e lo abbiamo ribadito ripetutamente per oltre due decenni”.

Questa decisione senza precedenti arriva nel mezzo delle crescenti proteste contro Microsoft e altri giganti della tecnologia i cui servizi Israele ha utilizzato per il suo attacco a Gaza che dura da due anni e in cui i civili hanno costituito la stragrande maggioranza delle vittime. Il mese scorso gli attivisti hanno organizzato una manifestazione fuori dal data center di Microsoft nei Paesi Bassi dopo che la nostra indagine ha rivelato che ospitava 11.500 terabyte di dati militari israeliani, equivalenti a circa 195 milioni di ore di audio.

Secondo il Guardian l’Unità 8200 ha rapidamente trasferito la quantità di dati di sorveglianza dai server Microsoft all’esterno dopo pochi giorni dalla pubblicazione della nostra indagine; secondo le fonti del Guardian l’Unità prevedeva invece di trasferire i dati alla piattaforma cloud di Amazon Web Services, dai cui servizi l’esercito è sempre più dipendente dal 7 ottobre.

Tuttavia molti altri progetti militari israeliani che coinvolgono i servizi Microsoft rimangono inalterati. A gennaio un’indagine condotta da +972, Local Call e dal Guardian, basata su documenti trapelati dal Ministero della Difesa israeliano e dalla filiale israeliana di Microsoft, ha rivelato che il gigante tecnologico “ha una presenza in tutte le principali infrastrutture militari in Israele”, con decine di unità dell’esercito israeliano – tra cui forze aeree, terrestri e navali – che si affidano ai servizi cloud di Microsoft. Inoltre durante il periodo più intenso del bombardamento aereo israeliano su Gaza le vendite di servizi di intelligenza artificiale di Microsoft al Ministero della Difesa israeliano sono aumentate significativamente.

Il progetto di sorveglianza di massa ospitato sui server cloud di Microsoft è nato nel novembre 2021, quando Yossi Sariel, allora comandante dell’Unità 8200, si è recato presso la sede centrale del gigante tecnologico a Seattle per incontrare l’amministratore delegato Satya Nadella. Secondo un documento interno di Microsoft ottenuto dal Guardian che riassume l’incontro, Sariel ha informato alti funzionari dell’azienda di voler archiviare enormi quantità di informazioni di intelligence – fino al 70% dei dati dell’Unità, incluso materiale altamente riservato – sui server di Azure.

Un funzionario dell’intelligence ha dichiarato a +972, Local Call e al Guardian che, prima della partnership con Microsoft, l’Unità 8200 disponeva sui suoi server interni solo della capacità di archiviazione necessaria per conservare le registrazioni delle telefonate di decine di migliaia di palestinesi definiti dall’esercito come “sospetti”. Ma grazie alla capacità di archiviazione pressoché illimitata di Azure l’unità ha potuto iniziare a salvare sui suoi server le chiamate intercettate di molti altri palestinesi a Gaza e in Cisgiordania, consentendo quello che diverse fonti israeliane hanno descritto come l’ambizioso obiettivo del progetto: archiviare “un milione di chiamate all’ora”.

Questa massiccia raccolta di dati di sorveglianza ha permesso all’esercito di ottenere informazioni potenzialmente incriminanti su praticamente qualsiasi palestinese in Cisgiordania, dati che potevano, in pratica, essere utilizzati per ricattare, mettere in detenzione amministrativa o addirittura per giustificare retroattivamente le uccisioni.

Non tutti nell’Unità avevano visto con favore la decisione di Sariel di trasferire le informazioni riservate dell’esercito sui server Microsoft all’estero sia a causa dei costi che della delicatezza del materiale. Ma Sariel aveva insistito, esprimendo chiaramente il suo entusiasmo per il potenziale del progetto.

La nostra indagine ha anche rilevato che la dirigenza di Microsoft considerava il consolidamento dei legami con l’Unità 8200 un’opportunità commerciale redditizia. Nell’incontro del 2021 a Seattle Nadella aveva affermato che la partnership con l’Unità 8200 era “fondamentale” per Microsoft, mentre documenti interni descrivevano il progetto congiunto come “un punto di forza per il marchio”.

Ma di fronte alla crescente indignazione interna e pubblica contro l’azienda – e al crescente numero di organizzazioni per i diritti umani che hanno stabilito che Israele sta commettendo un genocidio a Gaza – i calcoli di Microsoft potrebbero essere cambiati.

Inizialmente l’azienda ha annunciato a maggio, in seguito alla nostra indagine di gennaio, che una revisione interna non aveva trovato prove che l’esercito israeliano stesse utilizzando la sua tecnologia per danneggiare i palestinesi. Tuttavia l’indagine esterna avviata in risposta alla nostra ultima indagine, supervisionata dagli avvocati dello studio legale statunitense Covington & Burling, ha portato l’azienda a bloccare l’accesso dell’Unità 8200 ad alcuni dei suoi servizi di cloud storage e di intelligenza artificiale.

Secondo il Guardian l’email di Smith al personale sottolinea che la nostra denuncia ha portato alla luce “informazioni a cui [Microsoft] non poteva accedere alla luce dei nostri impegni in materia di privacy dei clienti”. Ha aggiunto: “La nostra verifica è in corso”.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)