Produttore di armi israeliano chiude stabilimento preso di mira da Palestine Action nel Regno Unito

Haroon Siddique e Jamie Grierson

6 settembre 2025 – The Guardian

Esclusivo: il sito di Elbit Systems UK a Bristol è stato oggetto di proteste pochi giorni prima che il gruppo di azione diretta fosse messo al bando

A Bristol uno stabilimento di un produttore israeliano di armi sembra aver chiuso inaspettatamente dopo essere stato ripetutamente preso di mira da Palestine Action [associazione militante protagonista di clamorose azioni contro imprese israeliane in GB, ndt.].

Situato nel parco commerciale Aztec West, lo stabilimento britannico della Elbit Systems è stato oggetto di decine di proteste da parte di Palestine Action, tra le quali un’azione avvenuta il 1° luglio, pochi giorni prima che il gruppo di azione diretta venisse messo al bando in base alla Legge Antiterrorismo [accusata di criminalizzare il dissenso politico, è stata votata nel 2000 e inasprita nel 2023, ndt.].

Elbit deteneva il contratto di locazione dal 2019 e la sua scadenza non era prevista prima del 2029. Le proteste hanno incluso presìdi con incatenamento ai cancelli, occupazione del tetto, rottura di finestre e irrorazione della sede con vernice rossa.

Elbit Systems UK è una consociata di Elbit Systems, il più grande produttore di armi israeliano. Elbit Systems, che lo scorso anno ha registrato ricavi per 6,8 miliardi di dollari (poco meno di 6 miliardi di euro), si definisce la “spina dorsale” della flotta di droni delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) impiegata massicciamente nell’offensiva contro Gaza.

La sua produzione comprende anche sistemi per aeromobili ed elicotteri militari, barche armate a controllo remoto, veicoli terrestri e sistemi di comando e controllo.

Elbit Systems UK non ha risposto alla richiesta di commento del Guardian sullo stato del sito. Ma la proprietà, situata all’interno di una zona commerciale e industriale alla periferia di Bristol dove si incontrano le autostrade britanniche M5 e M4, era deserta quando il Guardian l’ha visitata questa settimana.

Ad eccezione di una guardia di sicurezza che si trovava in un veicolo parcheggiato all’esterno della proprietà, non era presente personale.

In precedenza il sito era di proprietà del consiglio della contea di Somerset [sud-ovest dell’Inghilterra, ndt.], anch’esso preso di mira da Palestine Action prima della vendita della proprietà lo scorso anno. The Guardian ha tentato di contattare gli attuali proprietari. Dopo che era stato preso di mira dai manifestanti attorno al sito sono state installate recinzioni e barriere.

La struttura di Aztec West è un impianto di Elbit diverso da quello di Filton, Bristol, anch’esso preso di mira da Palestine Action e per il quale 24 persone sono in attesa di processo con accuse che includono danneggiamento, disordini violenti e furto con scasso aggravato. Un individuo è inoltre accusato di lesioni personali gravi con dolo.

Prima di essere messa al bando, Palestine Action ha condotto una campagna che ha preso di mira i siti britannici della compagnia e le aziende collegate, campagna che si è intensificata significativamente dopo l’offensiva di Israele contro Gaza in risposta agli attacchi del 7 ottobre 2023 da parte di Hamas. Gli ultimi conti di Elbit Systems UK mostrano che lo scorso anno ha registrato una perdita operativa di 4,7 milioni di sterline, a fronte di un profitto di 3,8 milioni di sterline nel 2023.

Andrew Feinstein, esperto e autore di saggi sul commercio globale di armi nonché ex membro dell’Assemblea Nazionale sudafricana, ha definito la chiusura “estremamente significativa”, aggiungendo: “Dobbiamo tenere presente che Elbit Systems è una delle due più importanti aziende di armamenti israeliane, insieme alla IAI, e che è ovviamente una parte fondamentale del complesso militare-industriale israeliano”.

L’anno scorso, Elbit Systems UK ha venduto la sua consociata con sede nel West Midlands, la Elite KL (ora Calatherm). Dopo che l’utile operativo di Elite KL era diminuito del 75% nel 2022, l’azienda ha affermato che ciò era principalmente il risultato dell’aumento dei costi per la sicurezza, poiché il sito di Tamworth era stato preso di mira da Palestine Action. I nuovi proprietari hanno dichiarato che non avrebbero avuto alcuna relazione con Elbit e che avrebbero annullato i suoi contratti per la difesa.

Nel 2022, dopo 18 mesi di proteste da parte di Palestine Action e di Oldham Peace, Elbit ha venduto Ferranti P&C, parte della sua attività con sede a Oldham.

Lo scorso mese, Private Eye [bisettimanale satirico e d’inchiesta, ndt.] ha rivelato che Elbit Systems UK fa parte di un consorzio vicino ad aggiudicarsi un appalto da 2 miliardi di sterline che l’avrebbe resa un partner strategico del Ministero della Difesa. Il Financial Times ha riportato che l’ex ministro laburista Peter Hain ha scritto al ministro della Difesa, Jon Healey, esortandolo a non affidare l’appalto all’azienda, data “la devastazione in corso a Gaza”.

A Palestine Action è stato accordato un ricorso giudiziario a novembre in merito alla decisione di metterla al bando. Tuttavia, in un’udienza della corte d’appello del 25 settembre il Ministro degli Interni cercherà di annullare la decisione che concede tale ricorso.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




“Troppo affamato per pensare, troppo debole per stare seduto dritto. La concentrazione scivola via”: la vita di un docente universitario a Gaza

Ahmed Kamal Junina,

19 agosto 2025, The Guardian

È difficile tenere la mente lucida quando il corpo è gracile e disidratato, ma la solidarietà è insegnare agli studenti affamati che i loro pensieri continuano a essere importanti.

Devo ammetterlo: scrivo questo testo mentre sto morendo di fame, troppo affamato per pensare con lucidità, troppo debole per stare seduto a lungo senza afflosciarmi. Non me ne vergogno perché l’inedia mi è inflitta deliberatamente. Rifiuto la fame che provo anche mentre mi sta consumando. Non posso sopravvivere in altro modo.

Dal 2 marzo 2025 Israele ha imposto il blocco totale a Gaza. Gli aiuti che riescono a entrare o a essere distribuiti, cibo, medicine, carburante, sono pochissimi. I mercati sono vuoti e i panifici, le mense comunitarie e le stazioni di rifornimento sono chiuse.

Il 27 luglio l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha confermato 74 decessi per “malnutrizione” a Gaza quest’anno, 63 dei quali a luglio. Tra i morti ci sono 25 bambini, di cui 24 sotto i cinque anni. La fame sta dilagando in modo incontrollabile, quasi impossibile da fermare.

Un rigagnolo di aiuti è stato lanciato dal cielo. L’organizzazione umanitaria Medici senza frontiere ha chiamato questi lanci “notoriamente inefficaci e pericolosi”. I punti di distribuzione della Gaza Humanitarian Foundation, sostenuta dagli Stati Uniti e da Israele, sono stati denunciati come “trappole mortali”, e l’ONU ha avvertito che si tratta di un sistema che viola i principi umanitari ed è costato più vite di quante ne abbia salvato.

La carestia non è più una minaccia, è già qui. Alcuni giorni ho i crampi per la fame mentre provo a rivedere anche un solo paragrafo. Le mie dita sono secche e doloranti, inaridite dalla mancanza di liquidi. La fame è assordante. Leggo, ma la fame mi urla nelle orecchie. Scrivo, ma la fame mi azzanna lo stomaco ad ogni tasto che batto.

E quando cerco di calmarmi, di pensare ai modesti piaceri della quiete ronzante dei droni, la mia mente vaga: in quale tana di coniglio sarei precipitato se fossi in una biblioteca? Cosa non farei per un caffè tra un articolo e l’altro. Per un panino tra una frase e l’altra. Per uno spuntino mentre sfoglio pigramente l’ultimo numero di TESOL Quarterly [rivista di didattica della lingua inglese, N.d.T.].

Mi chiedo: come posso tenere la mente lucida quando il mio corpo è diventato così magro e disidratato?

La fame inizia con un brontolio e si diffonde rapidamente. Le gambe mi sorreggono a malapena mentre cerco di raggiungere l’Internet cafè più vicino. Una volta lì, cerco di stare al passo con il lavoro e gli impegni, ricaricare i miei dispositivi elettronici e collegarmi brevemente con il mondo esterno. Ma con una pesante borsa per il computer in spalla non mi sembra di fare una breve camminata ma un viaggio attraverso il deserto.

Alcuni giorni la sopravvivenza dipende da una singola bustina di Plumpy’Nut, una pasta nutritiva a base di arachidi che di solito viene distribuita gratuitamente nelle zone colpite dalla carestia, ma che qui è venduto a circa 3 dollari e mezzo, un prezzo che molti non possono più permettersi. Chi è più fortunato può riuscire a comprare alcuni biscotti arricchiti di vitamine a prezzi esorbitanti.

Ma il problema non è solo pagare per mangiare. È prima di tutto avere accesso ai soldi. Dato che tutte le banche di Gaza sono danneggiate e non esiste più nessun bancomat funzionante, i contanti sono diventati sia scarsi che necessari. I pagamenti elettronici non sono comuni qui, tutti gli acquisti si fanno in contanti.

Dopo quasi due anni di guerra le banconote sono strappate e logore, e spesso i negozi non le accettano. Prelevare denaro dal proprio conto può significare essere taglieggiati, perché il cambio di valuta informale al di fuori dei consueti canali bancari può costare fino al 50% di commissioni.

Tutto ciò è in netto contrasto con lo spirito di Gaza, nota per la sua generosità, in cui i vicini si si sono sempre presi cura l’uno dell’altro e dove, come molti di noi ricordano, non è mai successo che qualcuno andasse a letto affamato se qualcun altro aveva cibo da condividere.

Questo spirito non è scomparso. Le persone condividono ancora qual poco che hanno. Ma la carenza di mezzi di sostentamento ha raggiunto livelli così elevati che anche le mani più generose sono spesso vuote. Le famiglie vanno a letto affamate e si svegliano affamate.

Un giorno in particolare avevo lavorato senza fermarmi, resistendo all’annebbiamento mentale e alla spossatezza. Quando sono riuscito a raggiungere le scale del mio appartamento mi reggevo a malapena in piedi. Il livello di zuccheri nel sangue era precipitato. Sono crollato nel momento in cui sono arrivato in camera da letto. Mi hanno portato d’urgenza dal medico più vicino che mi ha somministrato una flebo per stabilizzarmi.

La mattina seguente ero di nuovo al lavoro. Non perché stessi meglio, ma perché sentivo che non potevo permettermi di fermarmi. Dovevo condurre e trascrivere delle interviste, assistere degli studenti, inviare dei messaggi. La necessità di portare testimonianza era più forte del bisogno di riposarmi.

Non è questione di ego, ma di rifiutarsi di scomparire. Di resistere alla lenta cancellazione portata dalla guerra e dalla carestia. Di continuare a credere che i nostri pensieri e il nostro lavoro continuano, anche quando devono avvenire tra le macerie. A Gaza, essere un accademico oggi significa rifiutare di essere ridotto a una statistica.

Ci sono giorni in cui andare avanti sembra impossibile. Il corpo semplicemente si rifiuta. Leggere mi dà le vertigini. La concentrazione scivola via. Insegnare diventa una battaglia per dire cose che abbiano un qualche senso.

E oltre al logorio fisico c’è un’altra erosione: quella dell’identità. Come studiosi e persone di cultura ci è richiesto di stimolare il pensiero libero e non dogmatico nei nostri studenti, ma quando la realtà di tutti i giorni è la fame, il dolore e il trasferimento forzato, iniziamo a chiederci se ancora siamo in grado di adempiere a questo compito.

Cosa significa essere uno studioso quando vengono meno le condizioni richieste per pensare, insegnare e creare? Cosa significa libertà accademica quando la libertà intellettuale, politica e pedagogica è limitata dall’assedio? Cosa significa aiutare i giovani a sviluppare il pensiero critico quando noi stessi dobbiamo lottare per reggerci in piedi? Sono questioni che si pongono non come preoccupazioni astratte ma come tensioni vissute. Ma dobbiamo andare avanti, perché fermarci vorrebbe dire rinunciare al poco che ancora siamo in grado di fare.

Mi trovo spesso a dover fare una scelta difficile in classe: evitare di discutere della crisi, per timore di traumatizzare nuovamente i miei studenti, o prenderla di petto, per aprire uno spazio di riflessione collettiva. Sono entrambi percorsi erti di insidie, ma animati dalla stessa speranza: che l’istruzione serva non solo a informare ma anche a liberare, aiutando gli studenti a credere che le loro voci hanno ancora valore.

Il lavoro continua. Progetti di ricerca, verifiche dello stato di avanzamento, seminari online, lezioni registrate, corsi di aggiornamento, anche se spesso si devono sospendere. Questa è la nostra realtà. Eppure, continuiamo a esserci, ad andare a lezione, a scrivere progetti, a fare conferenze, a partecipare a convegni, a pubblicare. Non perché siamo forti o coraggiosi, ma perché crediamo al potere trasformativo dell’istruzione. E perché fermarsi vorrebbe dire arrendersi al silenzio.

Tuttavia, la verità più elementare rimane difficile da dire a voce alta: abbiamo fame. Non per un caso fortuito, ma premeditatamente. Da quand’è che non si può più chiamare una cosa con il proprio nome? Da giorni le lenticchie spezzate sono il mio unico pasto. Trovare farina è una caccia al tesoro.

E se riusciamo a trovare gli ingredienti, cuocere il pane in un forno all’aperto è estenuante, sia fisicamente che emotivamente. Bruciamo il legno dei mobili rotti per fare il pane. Usiamo i quaderni degli appunti e la carta da riciclo come combustibile, oppure dobbiamo comprare la legna solo per terminare la cottura. Non si tratta solo di fame, ma di essere costretti a lottare per sopravvivere in silenzio.

Accendere un fuoco è una sfida formidabile. Non ci sono più fiammiferi. È quasi impossibile sostituire gli accendini, e quando se ne trova uno può avere un prezzo proibitivo.

Chi ancora ha un accendino funzionante lo ricarica con cura con piccoli quantitativi di gas. In molti casi i vicini condividono un’unica fiamma, che passa di famiglia in famiglia, un atto tranquillo di solidarietà e di spirito di resistenza.

E quindi continuiamo a documentare. Non per eroismo, ma per rimanere presenti. Perché dietro ogni relazione, ogni nota a piè di pagina, ogni lezione c’è una verità più profonda: a Gaza si produce ancora conoscenza. Persino ora. Soprattutto ora.

Cosa significa la solidarietà quando alcuni di noi devono pensare, insegnare e lavorare mentre muoiono di fame? Cosa significa inclusione quando l’accesso al cibo, all’acqua e alla sicurezza determina chi può partecipare?

Questo non è un appello alla carità. È un invito di affrontare una verità scomoda: la solidarietà non significa nulla se non nomina e chiama in causa i sistemi che escludono le persone mentre lottano per sopravvivere sotto assedio, occupazione e privazioni intenzionali.

La vera solidarietà significa porre delle domande difficili: chi può parlare? Chi può essere ascoltato? Chi può continuare a imparare e a immaginare un futuro quando cadono le bombe e la fame morde?

La solidarietà significa cambiare il modo in cui il mondo lavora con chi sta affrontando una crisi: adattare le scadenze, esentare dai pagamenti, aprire l’accesso a libri e riviste, e dare spazio alle voci provenienti da Gaza e oltre, non come vittime ma come partner alla pari. Significa comprendere che il dolore, la fame e le infrastrutture distrutte non sono “disagi” sul lavoro, sono le nostre attuali condizioni di vita.

Produrre conoscenza in un contesto di carestia significa riflettere attraverso il dolore. Insegnare a studenti che non hanno mangiato e dire loro che la loro voce conta. Continuare a dire che, contro ogni previsione, Gaza pensa ancora, si interroga ancora, crea ancora.

Questo, di per sé, è un atto di resistenza.

  • Ahmed Kamal Junina è professore associato di linguistica applicata e direttore del dipartimento di lingua inglese all’università Al-Aqsa di Gaza, e membro del Centro per la ricerca comparativa e internazionale nell’istruzione dell’Università di Bristol.

[traduzione di Federico Zanettin]




Il piano israeliano per il trasferimento forzato della popolazione di Gaza “Delinea crimini contro l’umanità”

Emma Graham-Harrison da Gerusalemme

7 luglio 2025 – The Guardian

L’esercito ha ricevuto l’ordine di trasformare le macerie di Rafah in una “città umanitaria”, ma gli esperti la definiscono un campo di concentramento per tutti i palestinesi di Gaza

Il Ministro della Difesa israeliano ha delineato un piano per costringere tutti i palestinesi di Gaza in un campo costruito sulle macerie di Rafah, un piano che esperti legali e accademici hanno definito un progetto di crimini contro l’umanità.

Secondo quanto riportato dal giornale Haaretz, Israel Katz ha affermato di aver ordinato all’esercito di prepararsi a costruire un campo, che lui ha chiamato “città umanitaria”, sui resti della città di Rafah.

Durante un briefing con giornalisti israeliani, Katz ha spiegato che i palestinesi sarebbero sottoposti a “controlli di sicurezza” prima di entrare e, una volta dentro, non sarebbe loro permesso di uscire.

Le forze israeliane controlleranno il perimetro del sito e inizialmente “trasferiranno” 600.000 palestinesi nella zona, per lo più persone attualmente sfollate nell’area di al-Mawasi.

L’obiettivo finale è concentrare l’intera popolazione di Gaza in quel campo e attuare “il piano di emigrazione, cosa che avverrà”, ha aggiunto Katz secondo Haaretz.

Da quando all’inizio dell’anno Donald Trump ha suggerito che un gran numero di palestinesi avrebbe dovuto lasciare Gaza per “ripulire” il territorio diversi politici israeliani, tra cui il primo ministro Benjamin Netanyahu, hanno iniziato a promuovere con entusiasmo la deportazione forzata, spesso presentandola come un progetto statunitense.

Michael Sfard, uno dei più importanti avvocati per i diritti umani in Israele, ha dichiarato che il piano di Katz viola il diritto internazionale e contraddice direttamente le dichiarazioni rilasciate poche ore prima dall’ufficio del capo di stato maggiore israeliano secondo cui gli sfollamenti dei palestinesi a Gaza avvengono unicamente a scopo protettivo.

“Katz ha delineato un piano operativo per un crimine contro l’umanità. Non è nulla di meno”, ha detto Sfard. “Si tratta di trasferire la popolazione nell’estremità meridionale della Striscia di Gaza in preparazione alla deportazione fuori dalla Striscia.

Mentre il governo continua a definire la deportazione ‘volontaria’, la gente a Gaza è sottoposta a così tante misure coercitive che nessuna partenza può essere considerata consensuale dal punto di vista legale.

Se cacci qualcuno dalla sua terra, in un contesto di guerra, è un crimine di guerra; se lo fai su larga scala, come lui pianifica di fare, diventa un crimine contro l’umanità”, ha aggiunto Sfard.

Katz ha presentato il suo piano poco prima che Netanyahu arrivasse a Washington per incontrare Trump, che lo sottoporrà a una forte pressione per concordare un cessate il fuoco che ponga fine – o quantomeno sospenda – la guerra ormai giunta al ventunesimo mese.

Il Ministro della Difesa ha affermato che i lavori per la “città umanitaria” potrebbero iniziare durante una tregua, aggiungendo che Netanyahu sta cercando paesi disposti ad “accogliere” i palestinesi.

Parlando dalla Casa Bianca lunedì Netanyahu ha dichiarato che Israele e gli Stati Uniti stanno collaborando con altre nazioni per offrire ai palestinesi un “futuro migliore”.

 “Chi vuole restare, può farlo; chi vuole andarsene, dovrebbe poterlo fare”, ha detto prima di cenare con Trump.

Diversi politici israeliani, compreso il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, sostengono con fervore la costruzione di nuovi insediamenti israeliani a Gaza.

Secondo Reuters, piani per la creazione di “aree di transito umanitarie” – destinate ad accogliere palestinesi dentro e forse fuori Gaza – erano già stati presentati all’amministrazione Trump e discussi alla Casa Bianca.

Il progetto, dal costo di 2 miliardi di dollari, secondo Reuters portava il nome della Gaza Humanitarian Foundation (GHF). L’organizzazione dal canto suo ha negato di aver formulato proposte e ha affermato che le slide visionate dall’agenzia “non sono un documento della GHF”.

Preoccupazioni sui piani israeliani per lo sfollamento forzato dei palestinesi erano già emerse in seguito agli ordini militari per l’operazione lanciata questa primavera.

Sfard aveva rappresentato tre riservisti che avevano presentato un ricorso con il quale chiedevano che l’esercito revocasse gli ordini di ‘mobilitazione e concentramento’ della popolazione civile di Gaza e che fosse proibito ogni piano finalizzato a deportare i palestinesi fuori dalla Striscia di Gaza.

L’ufficio del capo di stato maggiore Eyal Zamir, in una lettera in risposta alle loro richieste, ha dichiarato che né lo sfollamento dei palestinesi né il loro concentramento in una parte della Striscia di Gaza facevano parte degli obbiettivi dell’operazione.

Secondo il prof. Amos Goldberg, storico dell’olocausto all’Università Ebraica di Gerusalemme, questa dichiarazione è stata direttamente contraddetta da Katz.

Il ministro della Difesa, ha spiegato Goldberg, ha delineato un piano strutturato per la pulizia etnica di Gaza con l’obiettivo di creare “un campo di concentramento o un centro di transito per palestinesi prima di espellerli”.

“Non è né una città né un’operazione umanitaria”, ha dichiarato, commentando il progetto di Katz per il confinamento dei palestinesi.

“Una città è un luogo dove puoi lavorare, guadagnare, creare legami e muoverti liberamente.”

“Ci sono ospedali, scuole, università e uffici. Non è questo che hanno in mente. Non sarà un luogo vivibile, così come ora non lo sono le ‘zone sicure’ “.

Goldberg ha sottolineato inoltre come il piano di Katz sollevi un interrogativo urgente: cosa accadrà ai palestinesi che rifiuteranno di obbedire all’ordine israeliano di trasferirsi nel nuovo complesso?

E ha aggiunto: “Cosa accadrà se i palestinesi rifiuteranno questa soluzione e si ribelleranno, visto che non sono del tutto indifesi?”.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




L’impronta ecologica della guerra israeliana contro Gaza supera quella di molti altri stati

Nina Lakhani

Venerdì 30 maggio 2025 – The Guardian

Secondo uno studio condiviso in esclusiva con il Guardian il costo climatico della guerra è superiore alle emissioni combinate del 2023 di Costa Rica ed Estonia

Una nuova ricerca rivela che l’impronta ecologica dell’anidride carbonica rilasciata nei primi 15 mesi della guerra israeliana contro Gaza sarà superiore alle emissioni annuali causa di riscaldamento globale di più di cento Stati, aggravando l’emergenza climatica globale, in aggiunta all’enorme bilancio di vittime civili.

Uno studio condiviso in esclusiva con il Guardian ha rilevato che il costo climatico a lungo termine della distruzione, della bonifica e della ricostruzione di Gaza potrebbe superare i 31 milioni di tonnellate di anidride carbonica equivalente (tCO2e). Questa cifra è superiore alle emissioni annuali di gas serra del 2023 di Costa Rica ed Estonia combinate, eppure non vi è alcun obbligo per gli Stati di segnalare le emissioni dovute a operazioni militari all’organismo delle Nazioni Unite per il clima.

I bombardamenti incessanti, il blocco e il rifiuto di Israele di conformarsi alle sentenze della corte internazionale hanno evidenziato l’asimmetria delle rispettive macchine belliche, nonché il supporto militare, energetico e diplomatico pressoché incondizionato di cui Israele gode da parte di alleati come Stati Uniti e Regno Unito. Secondo lo studio il carburante e i razzi utilizzati dai bunker di Hamas contribuiscono con circa 3.000 tonnellate di CO2 equivalente, pari ad appena lo 0,2% del totale delle emissioni del conflitto, mentre il 50% è stato generato dalla fornitura e dall’uso di armi, carri armati e altri armamenti da parte dell’esercito israeliano (IDF).

La combustione di combustibili fossili sta causando il caos climatico, con eventi meteorologici estremi sempre più letali e distruttivi, che costringono un numero record di persone a migrare. La regione del Golfo è tra le più esposte a eventi meteorologici estremi e disastri climatici a lenta insorgenza, tra cui siccità, desertificazione, caldo estremo e precipitazioni irregolari, nonché degrado ambientale, insicurezza alimentare e carenza idrica. La ricerca, pubblicata dal Social Science Research Network, è stata avviata grazie a un crescente movimento che chiede a Stati e aziende di assumersi la responsabilità dei costi climatici e ambientali della guerra e dell’occupazione, compresi i danni a lungo termine al territorio, alle fonti alimentari e idriche, nonché delle operazioni di bonifica e ricostruzione post-bellica.

Si tratta della terza e più completa analisi condotta da un team di ricercatori con sede nel Regno Unito e negli Stati Uniti sui costi climatici dei primi 15 mesi di conflitto, in cui sono stati uccisi oltre 53.000 palestinesi, oltre ai danni diffusi alle infrastrutture e alla catastrofe ambientale. Fornisce inoltre la prima, seppur parziale, istantanea dei costi in termini di emissione di CO2 equivalente degli altri recenti conflitti regionali in cui è coinvolto Israele.

Nel complesso, i ricercatori stimano che il costo climatico a lungo termine della distruzione militare di Israele a Gaza – e dei recenti scambi militari con Yemen, Iran e Libano – equivalga a ricaricare 2,6 miliardi di smartphone o a far funzionare 84 centrali elettriche a gas per un anno. Questa cifra include la stima delle 557.359 tonnellate di CO2 equivalente derivanti dalla costruzione, durante l’occupazione, della rete di tunnel di Hamas e del “muro di ferro” israeliano. Le uccisioni e la distruzione ambientale di Gaza sono riprese quando Israele ha violato unilateralmente il cessate il fuoco dopo soli due mesi, ma questi risultati potrebbero eventualmente contribuire a calcolare le richieste di risarcimento.

“Questa ricerca aggiornata evidenzia l’urgenza di fermare l’escalation di atrocità e di garantire che Israele e tutti gli Stati rispettino il diritto internazionale, comprese le decisioni della Corte Penale Internazionale e della Corte Internazionale di Giustizia”, ​​ha dichiarato Astrid Puentes, relatrice speciale delle Nazioni Unite sul diritto umano a un ambiente pulito, sano e sostenibile. “Che gli Stati concordino o meno nel definirlo un genocidio, ciò che stiamo affrontando sta avendo un impatto grave su tutta la vita a Gaza e sta minacciando i diritti umani nella regione, e persino a livello globale, a causa dell’aggravarsi del cambiamento climatico”. Lo studio, attualmente in fase di revisione paritaria da parte della rivista One Earth, ha rilevato quanto segue:

  • Oltre il 99% delle quasi 1,89 milioni di tonnellate CO2 equivalente che si stima siano state generate tra l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e il cessate il fuoco temporaneo del gennaio 2025 è attribuito ai bombardamenti aerei e all’invasione terrestre di Gaza da parte di Israele.

  • Quasi il 30% dei gas serra generati in quel periodo è stato dovuto all’invio da parte degli Stati Uniti di 50.000 tonnellate di armi e altri rifornimenti militari a Israele, principalmente su aerei cargo e navi provenienti da depositi in Europa. Un altro 20% è attribuito alle missioni di ricognizione e bombardamento aeree israeliane, ai carri armati e al carburante di altri veicoli militari, nonché alla CO2 generata dalla produzione e dall’esplosione di bombe e artiglieria.

  • L’energia solare aveva generato fino a un quarto dell’elettricità di Gaza, rappresentando una delle percentuali più elevate al mondo, ma la maggior parte dei pannelli e l’unica centrale elettrica del territorio sono stati danneggiati o distrutti. L’accesso limitato di Gaza all’elettricità ora dipende principalmente da generatori ad alto consumo di gasolio che hanno emesso nell’atmosfera un po’ più di 130.000 tonnellate di gas serra, pari al 7% delle emissioni totali del conflitto.

  • Oltre il 40% delle emissioni totali è stato generato dai circa 70.000 camion di aiuti umanitari che Israele ha autorizzato ad entrare nella Striscia di Gaza, ritenuti dalle Nazioni Unite palesemente insufficienti a soddisfare i bisogni umanitari di base di 2,2 milioni di palestinesi sfollati e affamati.

Ma il costo climatico più significativo deriverà dalla ricostruzione di Gaza, che Israele ha ridotto a circa 60 milioni di tonnellate di macerie tossiche.

Il costo in termini di emissioni di anidride carbonica per il trasporto dei detriti e la successiva ricostruzione di 436.000 appartamenti, 700 scuole, moschee, cliniche, uffici governativi e altri edifici, nonché 5 km di strade di Gaza genererà circa 29,4 milioni di tonnellate di CO2 equivalente. Questa cifra è pari alle emissioni totali generate dall’Afghanistan nel 2023. La cifra relativa alla ricostruzione è inferiore alle stime precedenti dello stesso gruppo di ricerca a causa di una revisione della dimensione media degli isolati.

“Questo rapporto è un monito sconvolgente che deve far riflettere sul costo ecologico e ambientale per il pianeta della campagna genocida di Israele sulla popolazione assediata”, ha affermato Zena Agha, analista politica per la rete politica palestinese Al-Shabaka. “Ma questa è anche la guerra degli Stati Uniti, del Regno Unito e dell’Unione Europea, che hanno tutti fornito risorse militari apparentemente illimitate per consentire a Israele di devastare il luogo più densamente popolato del pianeta. Questo mette in luce l’impatto destabilizzante [regionale] dello stato coloniale israeliano e la sua inseparabilità dal complesso militare-industriale occidentale”.

La guerra contro Gaza ha anche provocato sanguinose tensioni regionali. Lo studio ha rilevato che gli Houthi in Yemen hanno lanciato circa 400 razzi contro Israele tra ottobre 2023 e gennaio 2025, generando circa 55 tonnellate di CO2 equivalente. La risposta aerea di Israele ha generato una quantità di gas serra responsabile per il riscaldamento globale quasi 50 volte superiore. Uno studio precedente ha rilevato che le emissioni del trasporto marittimo sono aumentate di circa il 63% dopo che gli Houthi hanno bloccato il corridoio del Mar Rosso, costringendo le navi cargo a percorrere rotte più lunghe.

Una stima prudente delle emissioni derivanti da due scambi di missili su larga scala tra Israele e Iran ha superato le 5.000 tonnellate di CO2 equivalente, di cui oltre l’80% è attribuibile a Israele.

In Libano, oltre il 90% della stima di 3.747 tonnellate di CO2 equivalente generate da scambi sporadici è stata generata dalle bombe dell’esercito israeliano, mentre solo l’8% dai razzi di Hezbollah. Il costo in termini di emissioni di anidride carbonica per la ricostruzione di 3.600 case distrutte nel Libano meridionale è quasi pari alle emissioni annuali dell’isola di Santa Lucia.

Lo studio si basa su una metodologia in evoluzione, nota come scope 3+ framework, che mira a rilevare le emissioni dirette e indirette in tempo di guerra attualmente assenti dai monitoraggi globali sul clima e sui conflitti. Queste possono includere degrado del suolo, incendi, danni alle infrastrutture, sfollamento di persone, aiuti umanitari, deviazioni delle navi cargo e dell’aviazione civile. I ricercatori si sono basati su informazioni open source, resoconti dei media e dati provenienti da gruppi umanitari indipendenti come le agenzie delle Nazioni Unite. I veri costi ambientali sono quasi certamente più elevati, dato il blocco mediatico imposto da Israele, che rende difficile ottenere dati su terreni agricoli distrutti, desertificazione, bonifiche e incendi, e altri impatti ad alta intensità di carbonio.

“Questo conflitto a Gaza dimostra che i numeri sono notevoli, superiori alle emissioni totali di gas serra di molti paesi, e devono essere considerati per rendere più accurati gli obiettivi in materia di cambiamenti climatici e mitigazione”, ha affermato Frederick Otu-Larbi, docente presso il Lancaster Environment Centre, ricercatore presso l’Università di Energia e Risorse Naturali in Ghana e coautore dello studio.

“Le forze armate devono fare i conti con il fatto che la loro sicurezza nazionale e la loro capacità operativa sono compromesse a causa di un cambiamento climatico da loro stessi provocato”, ha affermato Ben Neimark, ricercatore presso la Queen Mary University di Londra e coautore dello studio.

Studi precedenti hanno rilevato che le emissioni militari aumentano con la spesa e il riarmo. Il bilancio militare israeliano è arrivato nel 2024 a 46,5 miliardi di dollari, il maggiore incremento al mondo, secondo l’Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace di Stoccolma. Secondo uno studio le emissioni militari di base di Israele lo scorso anno, escludendo i costi climatici diretti del conflitto e della ricostruzione, sono salite a 6,5 ​​milioni di tonnellate di CO2 equivalente. Questa cifra è superiore all’impronta ambientale dell’anidride carbonica dell’intera Eritrea, un paese di 3,5 milioni di persone.

Tuttavia, nonostante il costo climatico della distruzione di Gaza si farà sentire a livello globale, secondo le attuali norme ONU la comunicazione dei dati sulle emissioni militari è volontaria e limitata al consumo di carburante. L’IDF, come la maggior parte delle forze armate in tutto il mondo, non ha mai comunicato i dati sulle emissioni all’ONU. Hadeel Ikhmais, responsabile dell’ufficio per i cambiamenti climatici dell’Autorità Palestinese per la Qualità Ambientale, ha dichiarato: “Le guerre non solo uccidono persone, ma rilasciano anche sostanze chimiche tossiche, distruggono infrastrutture, inquinano il suolo, l’aria e le risorse idriche e accelerano i disastri climatici e ambientali. La guerra inoltre distrugge l’adattamento climatico e ostacola la gestione ambientale. Non tenere conto delle emissioni dell’anidride carbonica è un buco nero nella responsabilità che permette ai governi di eludere i loro crimini ambientali”.

(traduzione dell’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Soldati israeliani aprono il fuoco mentre un gruppo logistico sostenuto dagli USA perde il controllo di un centro di distribuzione a Gaza

Emma Graham-Harrison

27 maggio 2025 – The Guardian

La Gaza Humanitarian Foundation, scelta da Israele, non era preparata all’arrivo di migliaia di palestinesi affamati, il personale ha dovuto abbandonare i propri posti.

I soldati israeliani hanno aperto il fuoco vicino a migliaia di palestinesi affamati mentre un gruppo logistico scelto da Israele per trasportare cibo a Gaza perdeva il controllo del suo centro di distribuzione durante il secondo giorno di operazioni.

Undici settimane di assedio totale e il protrarsi del severo blocco israeliano hanno lasciato la maggior parte degli abitanti di Gaza in condizioni di fame disperata. Martedì centinaia di migliaia di persone hanno attraversato le linee militari israeliane per raggiungere il nuovo centro di distribuzione a Rafah.

Ma la neonata Gaza Humanitarian Foundation (GHF) non era preparata a riceverli e a un certo punto il personale è stato costretto ad abbandonare i propri posti.

“Nel tardo pomeriggio l’afflusso di persone al centro di distribuzione sicuro (SDS) è stato tale che il team GHF si è ritirato per consentire a un piccolo numero di palestinesi a Gaza di ricevere gli aiuti in sicurezza e disperdersi”, ha dichiarato la fondazione in un comunicato.

Sono stati uditi colpi di carro armato e armi da fuoco israeliane e un elicottero militare ha lanciato bengala, riferisce l’Associated Press. Almeno tre palestinesi feriti sono stati portati via dalla scena, uno di loro sanguinava da una ferita alla gamba.

L’esercito israeliano ha dichiarato di aver sparato “colpi di avvertimento” vicino al complesso per ripristinare il controllo. Non è stato immediatamente chiaro se ci siano stati feriti tra le persone che cercavano di ottenere cibo.

In un discorso martedì sera il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha ammesso che c’era stata una “momentanea perdita di controllo” durante la distribuzione del cibo, ma ha aggiunto: “Fortunatamente abbiamo ripreso il controllo.”

Immagini condivise sui social media, che non è stato possibile verificare immediatamente, sembravano mostrare persone in fila tra recinzioni di filo spinato. Queste sono state in parte abbattute quando la folla si è riversata in un campo aperto dove erano presenti scatoloni.

Alcuni sono riusciti a ottenere scatole di aiuti con articoli di base come zucchero, farina, pasta e tahina, ma la maggior parte è rimasta a mani vuote.

“Non c’era nessun ordine, la gente si è precipitata a prendere, ci sono stati spari e siamo fuggiti”, ha detto all’AP [Associated Press, ndt.] Hosni Abu Amra, che stava aspettando il cibo. “Siamo fuggiti senza prendere nulla che potesse aiutarci a superare questa fame”.

Ahmed Abu Taha, che ha detto di aver sentito colpi di arma da fuoco e visto aerei militari israeliani sopra di lui, ha dichiarato: “Era il caos. La gente era nel panico”.

Il direttore e fondatore della GHF, Jake Wood, si era dimesso domenica, affermando che non sarebbe stato possibile per il gruppo fornire aiuti “rispettando rigorosamente i principi umanitari di umanità, neutralità, imparzialità e indipendenza”.

L’ONU e altre organizzazioni umanitarie avevano già rifiutato di collaborare con la GHF sostenendo che ciò avrebbe comportato la rinuncia a raggiungere i civili in tutte le zone di conflitto, compromettendo i loro valori fondamentali, e messo a rischio il loro personale e i destinatari degli aiuti a Gaza.

Avevano anche avvertito che un gruppo appena formato e senza esperienza non sarebbe stato in grado di gestire la logistica necessaria per sfamare oltre 2 milioni di persone in una zona devastata dai bombardamenti.

La portavoce del Dipartimento di Stato americano Tammy Bruce aveva definito infondate queste preoccupazioni, sostenendo che la priorità fosse far arrivare gli aiuti a Gaza, a prescindere da chi li distribuisse. Ha anche accusato Hamas di cercare di fermare i convogli organizzati dalla GHF diretti ai centri di distribuzione.

“Hanno cercato di fermare il movimento degli aiuti attraverso Gaza verso questi centri di distribuzione,” ha detto. “Non ci sono riusciti, ma ci hanno sicuramente provato. Il punto è che gli aiuti stanno arrivando e in un ambiente del genere non sorprende che possano esserci alcuni problemi.”

Tuttavia, le pericolose scene di martedì sembrano confermare molti dei timori sollevati dall’ONU.

Le immagini di folle disperate che si affollano per ottenere aiuti sono “strazianti”, ha detto il portavoce dell’ONU Stéphane Dujarric, a maggior ragione dal momento che l’ONU e i suoi partner hanno un “piano dettagliato, basato su principi e operativamente valido” per far arrivare gli aiuti.

Il rivolo di cibo che attualmente raggiunge Gaza non è sufficiente per sfamare la sua popolazione, ha aggiunto. “Continuiamo a sottolineare che un aumento significativo delle operazioni umanitarie è essenziale per scongiurare la carestia e soddisfare le esigenze di tutti i civili, ovunque si trovino”.

Israele sta cercando di sostituire le organizzazioni umanitarie che portano aiuti a Gaza. Da tempo sostiene, senza fornire prove, che Hamas interrompe le reti di approvvigionamento per trarre profitto dagli aiuti.

La GHF utilizza mercenari armati per distribuire cibo in complessi sorvegliati dall’esercito israeliano. In precedenza ha ammesso che questo metodo esclude alcune delle persone più vulnerabili di Gaza, poiché solo coloro che sono in grado di percorrere lunghe distanze e trasportare pesanti scatole di cibo potranno sfamare le loro famiglie in questo modo.

E nonostante spingesse per il controllo del cibo e di altre forniture che entrano a Gaza, l’esercito israeliano non si era preparato adeguatamente a distribuire gli aiuti e “pianificava di dirigere la popolazione usando armi da fuoco”, ha riferito a Haaretz una fonte interna al settore della sicurezza.

“L’hanno gestita come una situazione di routine in cui dei sospetti entrano in una zona di combattimento, ma non puoi dirigere una popolazione di quelle dimensioni con armi da fuoco se vuoi che si sentano al sicuro mentre raggiungono le aree che hai aperto”, ha detto al giornale.

La fonte ha affermato che l’idea originale dell’esercito di dirigere la folla usando armi da fuoco suggerisce che “non hanno pensato e non hanno pianificato” di utilizzare altri mezzi, come recintare l’area.

La GHF ha affermato che la decisione di abbandonare il centro di distribuzione “è stata presa in conformità con il protocollo GHF per evitare vittime” e che entro la fine di martedì aveva distribuito 8.000 scatole di cibo: abbastanza per sfamare 44.000 persone per mezza settimana secondo i suoi calcoli. Si tratta solo del 2% della popolazione di Gaza. La fondazione ha dichiarato che le consegne saranno aumentate durante la settimana.

Immagini condivise sui social media che sembravano mostrare il contenuto delle scatole, ma che nell’immediato non è stato possibile verificare, suggerivano che si trattasse di pasti miseri, principalmente riso, pasta e farina con alcune lattine di fagioli e verdure provenienti da Israele.

La GHF non ha rivelato chi finanzia il suo lavoro, sebbene le immagini iniziali mostrassero scatole con i loghi di tre piccole organizzazioni umanitarie con esperienza a Gaza. Nessuna ha risposto alle domande sul loro lavoro con la GHF, ma anche se avessero accettato di collaborare con l’organizzazione a lungo termine non avrebbero la capacità di soddisfare le esigenze complessive.

“Indipendentemente dal fatto che la GHF operi o meno, sappiamo da decenni di esperienza e dai quasi 600 giorni in cui abbiamo risposto a questa catastrofe a Gaza che questo vergognoso esercizio di militarizzazione degli aiuti non funzionerà”, ha detto Bushra Khalidi, responsabile delle politiche di Oxfam nel territorio palestinese occupato.

“Anche nelle condizioni più ottimali, non esiste una società logistica in grado di sfamare 2,1 milioni di persone dall’oggi al domani. L’umanitarismo non consiste solo nel distribuire pacchi alimentari per sfamare le persone affamate; si tratta di garantire che le persone abbiano i mezzi per sopravvivere”.

Dalla fine del cessate il fuoco a marzo le forze israeliane hanno preso il controllo di gran parte di Gaza, lanciando pesant iattacchi che secondo le autorità sanitarie locali hanno ucciso quasi 4.000 palestinesi.

Il bilancio totale delle vittime degli attacchi israeliani a Gaza ha ora superato i 54.000, per lo più civili. Israele ha scatenato la guerra dopo che gli attacchi transfrontalieri di Hamas del 7 ottobre 2023 hanno ucciso circa 1.200 persone, per lo più civili, e ne hanno prese 250 in ostaggio.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Oltre 160 medici di Gaza detenuti nelle prigioni israeliane fra segnalazioni di torture

Annie Kelly, Hoda Osman e Farah Jallad

25 febbraio 2025 The Guardian

Medici anziani affermano di aver subito abusi fisici per mesi, e l’ONU chiede il rilascio di coloro che sono ancora detenuti

Si ritiene che almeno 160 operatori sanitari di Gaza, tra cui più di 20 dottori, siano ancora all’interno delle strutture di detenzione israeliane, mentre l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha espresso profonda preoccupazione per il loro benessere e la loro sicurezza.

Healthcare Workers Watch (HWW, Osservatorio sugli operatori sanitari), una ONG medica palestinese, ha detto che è stata confermata la detenzione di 162 membri del personale medico nelle prigioni israeliane, tra cui alcuni dei medici più anziani di Gaza, e che altri 24 sono scomparsi dopo essere stati prelevati dagli ospedali durante il conflitto.

Muath Alser, direttore di HWW, ha affermato che la detenzione di un gran numero di dottori, infermieri, paramedici e altri operatori sanitari di Gaza è illegale ai sensi del diritto internazionale e sta aumentando le sofferenze dei civili negando loro cure e competenza medica.

“Il fatto che Israele prenda così di mira il personale sanitario sta avendo un impatto devastante sul provvedere assistenza sanitaria ai palestinesi, con sofferenze estese, innumerevoli morti evitabili e l’effettiva soppressione di intere specialità mediche”, ha affermato Alser.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) afferma di aver verificato che dall’inizio della guerra 297 operatori sanitari di Gaza sono stati arrestati dall’esercito israeliano, ma l’Organizzazione non aveva dati aggiornati su quanti siano stati rilasciati o siano rimasti in detenzione.

HWW afferma che i suoi dati dimostrano un numero leggermente più alto e di aver verificato che l’esercito israeliano ha imprigionato 339 operatori sanitari di Gaza.

L’OMS ha affermato di essere “profondamente preoccupata per il benessere e la sicurezza degli operatori sanitari palestinesi in detenzione israeliana” a seguito di segnalazioni secondo cui i detenuti nelle strutture carcerarie israeliane sarebbero regolarmente sottoposti a violenza e maltrattamenti.

L’avvocato che rappresenta il dottor Hussam Abu Safiya, direttore dell’ospedale Kamal Adwan, il cui arresto a dicembre da parte delle forze israeliane aveva scatenato una condanna internazionale, ha di recente affermato che gli era stato permesso solo ora per la prima volta di vedere Abu Safiya detenuto nella prigione di Ofer a Ramallah e che gli ha raccontato di essere stato torturato, picchiato e che gli erano state negate le cure mediche. Il Guardian e l’Arab Reporters for Investigative Journalism (ARIJ) hanno ascoltato anche la testimonianza dettagliata di sette medici anziani che hanno affermato di essere stati prelevati da ospedali, ambulanze e posti di blocco a Gaza, trasferiti illegalmente oltre confine in strutture carcerarie gestite da Israele e sottoposti a mesi di torture, percosse, fame e trattamenti disumani prima di essere rilasciati senza accuse.

“Francamente, per quanto racconti ciò che ho vissuto in detenzione, è solo una frazione di ciò che è realmente accaduto”, ha detto il dottor Mohammed Abu Selmia, direttore dell’ospedale al-Shifa, che è stato detenuto per sette mesi nelle prigioni israeliane prima di essere rilasciato senza accuse. “Sto parlando di manganellate, percosse con il calcio dei fucili e aggressioni con i cani. C’era poco o niente cibo, niente igiene personale, niente sapone nelle celle, niente acqua, niente servizi igienici, niente carta igienica… Ho visto lì persone che morivano… Sono stato picchiato così duramente che non potevo stare in piedi o camminare. Non passava giorno senza torture”. In una dichiarazione al Guardian, il dottor Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’OMS, ha condannato la attuale detenzione di personale medico da parte di Israele e ha detto di essere profondamente preoccupato per il loro benessere.

L’Ufficio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite (UN OHCHR) ha affermato che Israele deve rilasciare immediatamente anche il personale medico trattenuto arbitrariamente e “porre fine a tutte le pratiche che si concludono con sparizioni forzate, torture e altri maltrattamenti”.

L’UN OHCHR ha precedentemente affermato che “è evidente” che la detenzione di un gran numero di operatori sanitari da parte dell’esercito israeliano ha contribuito al collasso del sistema sanitario a Gaza. Ajith Sunghay, capo dell’ufficio per i territori palestinesi occupati presso l’UN OHCHR, ha affermato: “I responsabili di crimini ai sensi del diritto internazionale devono essere chiamati a risponderne”.

In base alle convenzioni di Ginevra (l’insieme di leggi internazionali che regolano la condotta delle parti in conflitto) i medici devono essere protetti, non presi di mira o attaccati durante il conflitto e deve essere loro consentito di continuare a fornire assistenza medica a coloro che ne hanno bisogno.

Tedros ha affermato: “Gli operatori sanitari, le strutture in cui lavorano e i pazienti di cui si prendono cura… non devono mai essere bersagli. Infatti, secondo il diritto umanitario internazionale, dovrebbero essere attivamente protetti”.

È noto che due dei medici più anziani di Gaza, il dottor Iyad al-Rantisi, consulente ostetrico e ginecologo presso l’ospedale Kamal Adwan, e il dottor Adnan al-Bursh, capo del reparto ortopedico dell’ospedale al-Shifa, sono morti in detenzione.

In passato, Israele ha difeso le sue operazioni militari sul sistema sanitario di Gaza sostenendo che gli ospedali venivano utilizzati da Hamas come centri di comando militare e che gli operatori sanitari detenuti erano sospettati. Secondo il diritto internazionale, le strutture sanitarie possono perdere il loro status di protezione e diventare obiettivi militari se vengono utilizzate per atti che siano “dannosi per il nemico”.

Volker Türk, alto commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, ha affermato che fino ad oggi Israele non è riuscito a comprovare le sue accuse.

Il Guardian ha sottoposto tutte le accuse dei dottori relative alla loro detenzione alle Forze di difesa israeliane (IDF), che non hanno risposto sui singoli casi ma hanno fornito una dichiarazione generale in cui affermavano di “operare per ripristinare la sicurezza dei cittadini di Israele, riportare a casa gli ostaggi e raggiungere gli obiettivi della guerra operando secondo il diritto internazionale. Durante i combattimenti nella Striscia di Gaza sono stati arrestati i sospetti di attività terroristiche. I sospettati in questione sono stati portati in Israele per ulteriore detenzione e interrogatori. Coloro che non sono coinvolti in attività terroristiche vengono rilasciati nella Striscia di Gaza il prima possibile”.

L’IDF ha affermato di fornire a ogni detenuto indumenti adatti, un materasso, cibo e bevande regolari e accesso alle cure mediche. Ha anche affermato che l’ammanettamento dei detenuti avviene in conformità con le politiche dell’IDF. Ha affermato di essere a conoscenza di incidenti in cui i detenuti sono morti in detenzione e che vengono condotte indagini per ciascuna di queste morti.

“L’IDF agisce in conformità con il diritto israeliano e internazionale al fine di proteggere i diritti dei detenuti trattenuti nelle strutture di detenzione e interrogatorio”, ha affermato.

I resoconti dei medici sono simili a quelli di altri ex detenuti palestinesi che descrivono abusi e torture sistematici nel periodo in detenzione israeliana.

All’inizio di questo mese un soldato israeliano è stato condannato a sette mesi di prigione per abusi sui detenuti, la prima condanna del genere in Israele.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Il sistema britannico per il controllo dell’esportazione di armi è inefficace, sostiene un ex-diplomatico

Patrick Wintour, Redattore diplomatico

9 Febbraio 2025 – The Guardian

L’ex-funzionario del Ministero degli Esteri afferma di avere osservato pratiche che ‘travalicano il limite della complicità in crimini di guerra’

  • Mark Smith: Ho assistito a illegalità e complicità in crimini di guerra. Ecco perché ho dato le dimissioni dal Ministero degli Esteri britannico

Il sistema britannico per il controllo dell’esportazione delle armi è inefficace, soggetto a manipolazioni politiche e ha permesso che si travalicasse il limite della complicità in crimini di guerra, ha dichiarato un ex-diplomatico del Regno Unito.

Mark Smith, che ha dato le dimissioni dal Ministero degli Esteri ad agosto, ha scritto in un articolo per The Guardian che ai funzionari veniva ordinato di manipolare le risultanze sull’uso improprio delle armi inglesi da parte degli alleati e, quando non vi si attenevano, i loro rapporti venivano modificati dai loro superiori in modo da lasciare intendere che il Regno Unito rispettasse la legge.

Nel fare appello ai funzionari in servizio presso il Ministero degli Esteri affinché mettano fine alla loro collaborazione con un sistema corrotto, Mark Smith ha scritto: “Ciò cui ho assistito non è soltanto immorale, ma travalica il limite della complicità in crimini di guerra”.

“L’opinione pubblica ha il diritto di sapere come queste decisioni vengano prese a porte chiuse e come le disfunzioni del sistema permettano al governo di perseverare nell’illecito e al contempo sottrarsi al pubblico scrutinio”.

Ha anche scritto che i suoi tentativi di sollevare questi problemi sono stati bloccati e che gli è stato ordinato di non metterli per iscritto, nel caso essi diventassero oggetto di una richiesta di accesso alle informazioni [Il Freedom of Information Act (FOIA), diffuso in oltre 100 paesi al mondo, è la normativa che garantisce a chiunque il diritto di accesso alle informazioni detenute dalle pubbliche amministrazioni, ndt.].

Smith ha prestato servizio come consulente alla vendita di armi specializzato in Medio Oriente e in seguito ha ricoperto la carica di secondo segretario presso l’ambasciata del Regno Unito a Dublino.

“Il modo in cui il Ministero degli Esteri ha gestito tali questioni è un vero e proprio scandalo. I funzionari sono costretti al silenzio. Le procedure sono manipolate in modo da ottenere esiti politicamente convenienti. Chi denuncia è ostacolato, isolato e ignorato”, ha scritto.

Nonostante la maggior parte delle sue critiche siano rivolte al precedente governo conservatore per le vendite di armi all’Arabia Saudita, che le ha impiegate in Yemen, e a Israele, Smith non assolve neanche il Labour. Ha accolto favorevolmente il bando all’esportazione di armi verso Israele a settembre, ma ritiene che da allora il governo sia rimasto a guardare mentre Israele continuava a commettere crimini di guerra.

Lo scorso settembre il Regno Unito ha proibito la vendita di armi da usare a Gaza, ma ha esentato tutte le componenti per il programma relativo ai jet F-35, un’eccezione che ora è oggetto di scrutinio da parte dell’autorità giudiziaria. Le leggi del Regno Unito affermano che il governo non rilascerà licenze di esportazione “se c’è un chiaro rischio che i prodotti possano essere utilizzati per commettere o facilitare una grave violazione del diritto umanitario internazionale”. Il Ministero degli Esteri continua a sostenere che non ha potuto accertare se il bombardamento di Gaza da parte di Israele abbia violato il diritto internazionale.

La più grave tra le accuse di Smith è probabilmente quella secondo la quale i funzionari avrebbero chiesto di attenuare le prove che le armi provenienti dal Regno Unito sono state usate per commettere crimini di guerra, cosa che costituirebbe una chiara manipolazione di quello che dovrebbe essere un processo oggettivo di raccolta di prove.

Scrive Smith: “L’esempio più scandaloso di questa manipolazione si è verificato mentre mi occupavo di vendite di armi all’Arabia Saudita durante la sua campagna militare in Yemen. Il governo britannico era pienamente consapevole che gli attacchi aerei sauditi stavano provocando enormi perdite tra i civili.

“Durante una riunione di alto livello con importanti funzionari, inclusi consulenti legali e Avvocati della Regina, è stato riconosciuto che il Regno Unito ha oltrepassato la soglia legale oltre la quale le vendite di armi devono essere interrotte. Eppure invece di consigliare ai ministri di sospendere le esportazioni, l’attenzione si è spostata su come ‘tornare dalla parte giusta’ della legge.

“Piuttosto che combattere l’illecito, i funzionari hanno fatto ricorso a tattiche di differimento, come posticipare le scadenze per la presentazione di relazioni e richiedere informazioni aggiuntive e inutili. Questo approccio ‘in attesa di prove ulteriori’ ha fornito una scappatoia, permettendo che le vendite di armi continuassero mentre il governo fingeva di rispettare la legge.

“Ho espresso ripetutamente le mie preoccupazioni ma sono state respinte. Uno dei miei colleghi, altrettanto turbato da ciò cui avevamo assistito, ha dato le dimissioni per questo motivo. Ho presto seguito il suo esempio”.

Smith scrive che l’approvazione delle vendite di armi dal Regno Unito a Israele tra ottobre 2023 e settembre 2024 è stata ancora più scioccante: “I ripetuti bombardamenti di Gaza da parte di Israele hanno ucciso migliaia di civili e distrutto infrastrutture vitali, azioni platealmente incompatibili con il diritto internazionale. Eppure il governo del Regno Unito ha continuato a giustificare le vendite di armi a Israele grazie agli stessi vizi procedurali e alle stesse tattiche elusive”.

Ha detto che dall’ambasciata britannica in Irlanda, un paese che sostiene con forza uno Stato palestinese, ha chiesto chiarimenti alla sede centrale del Ministero degli Esteri in merito ai presupposti giuridici per la vendita di armi a Israele, ma le sue richieste sono state “accolte con ostilità e ostruzionismo”.

“Le mie email non hanno avuto risposta. Mi è stato intimato di non mettere per iscritto le mie preoccupazioni. Avvocati e funzionari più alti in grado mi hanno bombardato di stizzite raccomandazioni di ‘stare al mio posto’ e cancellare la corrispondenza. Chiaramente nessuno voleva affrontare la questione fondamentale: come può essere ancora legale continuare a vendere armi a Israele?

“Ho seguito ogni possibile procedura interna per sollevare il problema. Mi sono rivolto all’ufficio per la segnalazione delle violazioni, ho scritto ai miei superiori, ho persino tentato di contattare direttamente il Ministro degli Esteri. A ogni passo mi sono scontrato con ritardi, ostruzionismi ed espliciti rifiuti. È chiaro che il sistema non è progettato per assumersi le sue responsabilità, al contrario, è progettato per difendersi a ogni costo”.

La testimonianza di Smith potrebbe risultare determinante nell’azione legale che diverse organizzazioni per i diritti umani stanno organizzando in merito alla continua vendita di componenti per gli F35 venduti a Israele e che possono essere usati a Gaza.

Secondo un portavoce del Ministero degli Esteri: “Queste accuse dipingono un ritratto distorto di questo governo. I nostri controlli sulle licenze di esportazione sono tra i più severi al mondo e sono rigorosamente guidati da pareri legali. Appena insediato, il Ministro degli Esteri ha ordinato un riesame dell’ottemperanza di Israele al diritto umanitario internazionale e il 2 settembre abbiamo sospeso le licenze di esportazione verso Israele per l’uso in operazioni militari nel conflitto di Gaza”.

Il Ministero degli Esteri ha dichiarato di non poter commentare i singoli casi, ma di avere una procedura consolidata per la gestione dei problemi interni.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Guerra Israele-Gaza Secondo uno studio pubblicato su Lancet il bilancio delle vittime a Gaza è più alto del 40% rispetto al numero ufficiale

Redazione e agenzie.

10 gennaio 2025-The Guardian

L’analisi stima che il bilancio delle vittime alla fine di giugno era di 64.260, di cui il 59% donne, bambini e persone con più di 65 anni.

Una ricerca pubblicata sulla rivista medica Lancet stima che il numero di morti a Gaza durante i primi nove mesi della guerra tra Israele e Hamas sia stato circa il 40% più alto rispetto ai numeri registrati dal ministero della Salute del territorio palestinese.

L’analisi statistica peer-reviewed è stata condotta da accademici della London School of Hygiene & Tropical Medicine, della Yale University e di altre istituzioni utilizzando un metodo statistico chiamato “analisi cattura-ricattura”. [capture-recapture o anche capture-mark-recapture è un metodo statistico per stimare la consistenza numerica di una popolazione sulla base di due campionamenti, n.d.t.]

I ricercatori hanno cercato di valutare il bilancio delle vittime della campagna aerea e terrestre di Israele a Gaza tra ottobre 2023 e fine giugno 2024 e hanno stimato per questo periodo la cifra di 64.260 decessi dovuti a lesioni traumatiche. Lo studio ha affermato che il 59,1% erano donne, bambini e persone di età superiore ai 65 anni. Non ha fornito una stima dei combattenti palestinesi tra i morti.

Fino al 30 giugno dell’anno scorso, il ministero della Salute di Gaza aveva segnalato un bilancio di 37.877 vittime nella guerra iniziata il 7 ottobre 2023 dopo l’attacco guidato da Hamas al sud di Israele in cui erano state uccise 1.200 persone e più di 250 prese in ostaggio.

Secondo i funzionari sanitari palestinesi un totale di oltre 46.000 persone sono state uccise nella guerra di Gaza su una popolazione prebellica di circa 2,3 milioni.

I media internazionali non sono riusciti a verificare in modo indipendente il numero delle vittime a Gaza poiché Israele non consente ai giornalisti stranieri di entrare nel territorio.

Un alto funzionario israeliano, commentando lo studio pubblicato venerdì, ha affermato che le forze armate israeliane hanno fatto di tutto per evitare vittime civili. “Nessun altro esercito al mondo ha mai adottato misure così ampie”, ha affermato il funzionario.

“Queste includono l’invio di un preavviso ai civili per evacuare, zone sicure e l’adozione di tutte le misure necessarie per prevenire danni ai civili. Le cifre fornite in questo rapporto non riflettono la situazione sul campo”.

Lo studio di Lancet ha affermato che la capacità del ministero della Salute palestinese di tenere registri elettronici dei decessi si era precedentemente dimostrata affidabile, ma si è deteriorata durante la campagna militare di Israele, che ha incluso incursioni in ospedali e altre strutture sanitarie e interruzioni delle comunicazioni digitali.

Israele accusa Hamas di utilizzare gli ospedali come copertura per le sue operazioni, cosa che il gruppo militante nega.

Lo studio ha utilizzato i dati sul bilancio delle vittime del ministero della Salute, un sondaggio online lanciato dal ministero ai palestinesi perché segnalassero i decessi dei parenti e i necrologi sui social media per stimare che ci sono stati tra 55.298 e 78.525 decessi per lesioni traumatiche a Gaza al 30 giugno 2024.

La stima più accurata dello studio sarebbe di 64.260 morti, il che significherebbe che il ministero della Salute aveva fino a quel momento sottostimato il numero di decessi del 41%. La stima rappresentava il 2,9% della popolazione di Gaza prima della guerra, “o circa uno su 35 abitanti”, si afferma nella ricerca.

La cifra riguarda solo i decessi per ferite traumatiche e non include i decessi per mancanza di assistenza sanitaria o cibo, o le migliaia che si ritiene siano sepolte sotto le macerie.

Il Palestinian Central Bureau of Statistics (PCBS) stima che, oltre al bilancio ufficiale delle vittime del ministero della Salute, altri 11.000 palestinesi siano dispersi e presumibilmente morti.

I ricercatori hanno esaminato attentamente i tre elenchi, alla ricerca di sovrapposizioni. “Nell’analisi abbiamo tenuto conto solo di coloro che erano stati confermati morti dai loro parenti o dagli obitori e dagli ospedali”, ha affermato Zeina Jamaluddine, epidemiologa presso la London School of Hygiene & Tropical Medicine e autrice principale dello studio.

“Poi abbiamo esaminato le sovrapposizioni tra i tre elenchi e, in base alle sovrapposizioni, è stato possibile arrivare a una stima totale della popolazione uccisa”, ha detto Jamaluddine all’Agenzia France-Presse.

Tuttavia, i ricercatori hanno avvertito che gli elenchi degli ospedali non sempre forniscono la causa del decesso quindi è possibile che fossero incluse persone con decessi non traumatici, il che avrebbe potuto portare a una sovrastima.

Patrick Ball, uno statistico presso l’Human Rights Data Analysis Group con sede negli Stati Uniti, non coinvolto nella ricerca, ha utilizzato metodi di cattura-ricattura per stimare il numero di morti nei conflitti in Guatemala, Kosovo, Perù e Colombia.

Ball ha detto all’AFP che questa tecnica ben collaudata è stata utilizzata per secoli e che i ricercatori hanno raggiunto “una stima attendibile” per Gaza.

Kevin McConway, professore di Statistica Applicata presso la Open University britannica, ha affermato che c’è “inevitabilmente molta incertezza” quando si fanno stime da dati incompleti, ma che è stato “ammirevole” che i ricercatori abbiano utilizzato tre diversi approcci per verificare le loro stime.

Le agenzie France-Presse e Reuters hanno contribuito a questo rapporto

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




‘Il senso di colpa del sopravvissuto è straziante’: il dolore di aver perso 21 familiari in un attacco aereo a Gaza

Kaamil Ahmed

9 ottobre 2024 – The Guardian

Il giornalista Ahmed Alnaouq, che vive a Londra, incanala il dolore dando voce a giovani scrittori palestinesi attraverso la sua piattaforma

Una raffica di messaggi in piena notte ha rivelato ad Ahmed Alnaouq che la casa della sua famiglia a Deir al-Balah non era il posto più sicuro a Gaza – come lui aveva creduto. E’ stato in quella notte di autunno circa un anno fa che ha saputo che quasi tutta la sua famiglia era stata sterminata in un attacco aereo israeliano.

A migliaia di chilometri di distanza, a Londra, si era svegliato improvvisamente provando una profonda inquietudine, dice. Pochi minuti prima suo padre, i suoi fratelli, i suoi figli ed un cugino erano stati uccisi – 21 familiari tutti insieme.

Quella bomba quel giorno ha cambiato la mia vita per sempre. Vivo qui (a Londra), ma loro sono tutto ciò a cui tengo”, dice Alnaouq.

Solo un cugino e suo figlio sono sopravvissuti all’attacco, che sarebbe stato ancora peggiore se fosse avvenuto pochi giorni prima. Più di 50 parenti erano ammassati nella casa a causa della sua presunta sicurezza, proprio nel centro di Deir al-Balah nella parte centrale della Striscia di Gaza – molto lontano da Gaza City, che fino allora era stata l’epicentro delle operazioni israeliane. Ma molti di quei parenti sono andati via appena prima dell’attacco del 22 ottobre.

Alnaouq aveva sperimentato la perdita di familiari uccisi in guerra già prima del conflitto dell’anno scorso. Nella guerra a Gaza del 2014 suo fratello fu ucciso in un altro attacco aereo israeliano. Il dolore che ha provato allora, dice, era diverso. Quella volta dovette piangere solo un fratello, ma questa volta ha perso la sua intera famiglia. Quando pensava ad una persona, sentiva che i suoi pensieri scivolavano verso un’altra.

Inoltre quando suo fratello venne ucciso lui viveva a Gaza sotto l’assedio imposto da Israele, che lo costrinse ad occuparsi della propria sopravvivenza anche durante il lutto. Questa volta, lontano da Gaza, ha provato un senso di colpa nuovo per lui.

Ha incanalato quel senso di colpa parlando senza sosta a favore dei palestinesi – soprattutto quelli di Gaza – anzitutto attraverso la sua piattaforma per giovani scrittori palestinesi, ‘Non siamo numeri’.

Sono più determinato. La motivazione è cento volte più forte di quanto sia mai stata. Non si tratta solo della mia famiglia, ma anche di tutto ciò che sta avvenendo in Palestina, perché adesso tutto è ingigantito”, dice. “Ora vedo la gente con cui vivevo, la mia famiglia, che viene bombardata e io sono qui a Londra, nel Regno Unito, in un Paese che è complice in un modo o nell’altro.”

Era scettico sullo scrivere per un pubblico internazionale, che secondo lui non capiva i palestinesi e li vedeva unicamente attraverso la lente della violenza, ma la piattaforma è decollata.

E’ stata utile per far crescere scrittori in lingua inglese fornendo sessioni di formazione e mettendoli in relazione con tutor all’estero. Molti di quegli scrittori adesso lavorano nel giornalismo, fonti cruciali per riferire dall’interno di Gaza, soprattutto dal momento che Israele non autorizza i giornalisti stranieri a entrare. Altri gestiscono blog o scrivono poesie che consentono una visione alternativa della vita quotidiana nella Striscia.

L’organizzazione ha subito delle perdite – l’ufficio che veniva usato dagli scrittori per riunirsi e fare formazione è stato bombardato e l’anno scorso quattro membri e il co-fondatore sono stati uccisi.

Ma il gruppo produce più contenuti che mai, pubblicando ogni giorno e cercando di pagare gli scrittori con l’aiuto di donazioni – cosa che prima non faceva, ma che è più propenso a fare ora che così tanti si trovano in gravi necessità.

Alnaouq dice che il gruppo ad un certo punto dovrà ripensare a come supportare i tanti scrittori che sono adesso dispersi in tutta Gaza, in Egitto o ancora più lontano. Al tempo stesso si stanno preparando a pubblicare due antologie del lavoro dell’organizzazione che usciranno il prossimo anno, che lui spera forniranno uno sguardo su ciò che è la vita a Gaza, soprattutto prima della guerra.

La gente in occidente pensa che tutti i nostri problemi siano iniziati il 7 ottobre, ma per capire Gaza non consideratela a partire dal 7 ottobre, leggete le nostre storie”, dice Alnaouq.

Crede che possano gettare un po’ di luce sul sentimento di disperazione che ha invaso il territorio palestinese.

Arrivano ancora ad Alnaouq notizie di morte da Gaza. A settembre gli hanno detto che una cugina e i suoi tre figli sono stati uccisi. Si chiede che cosa sia accaduto a molti altri con cui ha perso i contatti.

Alnaouq definisce Gaza una “cartina di tornasole” per la moralità del mondo, per vedere se si alzerà in piedi e porrà fine alla violenza.

L’eliminazione di Hamas non giustifica l’uccisione dell’intera popolazione di Gaza”, dice. “Ogni singolo giorno, per un anno, abbiamo visto cose che non si potranno mai cancellare. Abbiamo assistito a cose che non potremo mai dimenticare, sentito storie che non possiamo ignorare”, dice.

Da allora sono stato molto, molto impegnato a parlare della Palestina e della mia famiglia. Le persone dall’esterno potrebbero pensare che io sono più privilegiato degli altri palestinesi e forse lo sono, perché ho il mio lavoro qui, vivo bene”, dice.

Ma la vita non ha alcun significato – il senso di colpa del sopravvissuto è straziante. Anche quando faccio qualcosa di buono, vinco un premio, nulla ha significato, la vita non ha nessun significato.”

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Lo storico voto dell’ONU a favore delle sanzioni contro Israele cambierà le prospettive per i palestinesi?

Omar Barghouti

Giovedì 19 settembre 2024 – The Guardian

Nel corso della nostra pluridecennale resistenza contro lo spietato regime di oppressione da parte di Israele i palestinesi non hanno mai perso la speranza

Quando il 18 settembre 2024 l’assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato a larga maggioranza una risoluzione che chiede delle sanzioni contro Israele il Canada si è astenuto, obiettando che la risoluzione “si allinea con il boicottaggio, il disinvestimento, le sanzioni, a cui il Canada si oppone fermamente”. Questa formulazione, ipocrisia a parte, capovolge in realtà la verità. Lanciato nel 2005, il movimento non violento e antirazzista BDS, ispirato dalla lotta anti-apartheid sudafricana e dal movimento per i diritti civili degli Stati Uniti, ha costantemente sostenuto i diritti dei palestinesi in linea con il sistema giuridico internazionale.

Il BDS chiede di porre fine all’occupazione illegale e all’apartheid di Israele e di sostenere il diritto dei rifugiati palestinesi a tornare e ottenere dei risarcimenti. È l’assemblea generale delle Nazioni Unite che sta finalmente iniziando ad “allinearsi” con l’urgente compito di applicare il diritto internazionale in modo coerente anche a Israele. Come afferma Craig Mokhiber, ex alto funzionario dell’ONU per i diritti umani, la sentenza della Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) rende il BDS “non solo un imperativo morale e un diritto costituzionale e umano, ma anche un obbligo giuridico internazionale”.

Questa risoluzione, ben lungi dall’essere semplicemente l’ennesima approvata dall’ONU, costituisce una sentenza storica. È la prima volta in assoluto che l’assemblea generale abbia chiamato in causa il regime di apartheid di Israele e la prima volta in 42 anni che abbia richiesto delle sanzioni per porre fine alla sua occupazione illegale, come stabilito dalla ICJ a luglio.

Molti palestinesi e attivisti solidali restano comunque scettici. A quasi un anno dall’inizio del genocidio di Israele contro 2,3 milioni di palestinesi nella Striscia di Gaza occupata e assediata Israele commette quotidianamente atrocità, mostrando un livello senza precedenti di presunta inviolabilità, o quello che persino il mite segretario generale dell’ONU chiama “totale impunità”. In collaborazione con le potenze occidentali egemoniche, guidate dagli Stati Uniti, Israele non solo sta sterminando decine di migliaia di palestinesi autoctoni, ma nel contempo sta anche distruggendo i principi stessi del diritto internazionale.

Molti esperti di diritti umani dell’ONU concordano. In una dichiarazione rilasciata lo stesso giorno hanno affermato che “l’edificio del diritto internazionale è in bilico, mentre la maggior parte degli Stati evita di prendere misure significative per rispettare i propri obblighi internazionali riaffermati nella sentenza [della ICJ]”. Hanno scritto che per rispettare la sentenza gli Stati devono imporre all’occupazione illegale e al “regime di apartheid” di Israele radicali sanzioni economiche, commerciali, accademiche e di altro tipo, indicando come misura più urgente un totale embargo militare.

Già nell’ottobre 2023, a pochi giorni dall’attacco genocida di Israele a Gaza, il presidente colombiano Gustavo Petro ha messo in guardia contro “la crescita senza precedenti del fascismo e, di conseguenza, la morte della democrazia e della libertà… Gaza è solo il primo esperimento nel considerarci tutti sacrificabili”. In altre parole, “ora o mai più”, come hanno affermato gruppi ebraici progressisti e antisionisti. Ciò significa che la priorità più urgente dell’umanità ora è porre fine al genocidio di Israele, riconoscendo insieme che la giustizia per i palestinesi si interseca e si intreccia con le lotte per la giustizia razziale, climatica, economica, di genere e sociale.

Le decisioni della ICJ, lo storico voto dell’assemblea generale e le dichiarazioni degli esperti dell’ONU sono tutte espressione della crescita di una maggioranza globale che non solo sostiene la lotta per l’emancipazione palestinese ma anche la missione fondamentale di salvare nientemeno che l’umanità da un’era contraddistinta dal “diritto del più forte”, mai vista dalla seconda guerra mondiale, che sta relegando le istituzioni dell’ONU nel dimenticatoio della storia.

Comunque i palestinesi non si fanno illusioni che la luce della giustizia si accenda su di noi grazie alla ICJ o all’ONU, quest’ultima storicamente responsabile della Nakba del 1947-49, della pulizia etnica della maggior parte dei palestinesi e dell’istituzione di Israele come colonia di insediamento su gran parte dell’area della Palestina storica. Il totale fallimento del sistema giudiziario internazionale, dominato dalle potenze coloniali euro-americane, nel fornire gli strumenti di base necessari, inequivocabili e giuridicamente vincolanti per fermare il primo genocidio televisivo al mondo, per non parlare del garantire la giustizia, la dice lunga.

Abbiamo il diritto internazionale dalla nostra parte. Abbiamo un’etica superiore come popolo autoctono che combatte un sistema di oppressione depravato e genocida per ottenere i nostri diritti. L’etica e la legge sono necessarie nella nostra o in qualsiasi altra lotta di liberazione, ma non sono mai sufficienti. Per smantellare un sistema di oppressione gli oppressi hanno invariabilmente bisogno anche di potere: il potere del popolo, il potere della base, il potere di una coalizione trasversale, il potere della solidarietà e il potere dei media, fra l’altro.

Nel costruire il potere del popolo i palestinesi non stanno elemosinando al mondo la carità; stiamo chiedendo una solidarietà significativa. Ma prima di tutto stiamo chiedendo la fine della complicità. L’obbligo etico più forte in situazioni di terribile oppressione è di non fare del male e di riparare il danno fatto da te o in tuo nome.

Come ha dimostrato la lotta che ha posto fine all’apartheid in Sudafrica, porre fine alla complicità statale, corporativa e istituzionale nel sistema di oppressione di Israele, in particolare attraverso le tattiche non violente del BDS, è la forma più efficace di solidarietà, di costruzione del potere popolare per aiutare a smantellare le strutture dell’oppressione.

Tuttavia, a quasi un anno dal genocidio c’è chi si lamenta di una “stanchezza da genocidio”. Ma i palestinesi, in particolare a Gaza, non possono permettersi il lusso della “stanchezza da genocidio”, poiché Israele continua a massacrare, affamare e sfollare con la forza, commettendo ciò che gli esperti dell’ONU hanno identificato come “distruzione totale di case, città, scuole e insegnanti, sistema sanitario, genocidio culturale e, più di recente, ecocidio”.

I palestinesi non hanno mai perso la speranza nella nostra resistenza pluridecennale al regime spietato di oppressione di Israele. Questa speranza sconfinata non è radicata in un pio desiderio o in una fede ingenua in una vittoria inevitabile che cada dal cielo, ma nel costante sumud [termine arabo di ampio significato culturale; possibili traduzioni parziali: fermezza, perseveranza, resilienza, resistenza, ndt.] del nostro popolo, nella risolutezza a voler continuare a vivere nella nostra patria, nella libertà, nella giustizia, nell’uguaglianza e nella dignità. È inoltre radicata nella crescita ispiratrice del movimento di solidarietà globale e nel suo impatto.

Inoltre, come dice lo scrittore britannico-pakistano Nadeem Aslam, “La disperazione va guadagnata. Personalmente non ho fatto tutto il possibile per cambiare le cose. Non mi sono ancora guadagnato il diritto alla disperazione”. A meno che voi non vi siate guadagnati quel diritto dovete continuare a organizzarvi, continuare a sperare, continuare a porre fine alla complicità nella vostra sfera personale di influenza. Con un radicalismo strategico possiamo prevalere e prevarremo sul genocidio, sull’apartheid e su tutta questa indicibile oppressione.

Omar Barghouti è uno dei fondatori della campagna palestinese per il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni [BDS].

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)