Nel reparto propaganda dell’esercito israeliano

Illy Pe’ery 

April 8, 2026 +972 Magazine

Campagne di guerra psicologica, fughe di notizie selettive, accesso riservato a inviati selezionati: soldati e giornalisti rivelano come l’Ufficio del Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane controlli il discorso pubblico e promuova la narrativa di Israele all’estero

Nell’ottobre del 2023 la riserva Gili fu richiamata in servizio nell’Unità Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) e assegnata al Comando Nord. Nei giorni successivi agli attacchi di Hamas, mentre l’attenzione pubblica in Israele era concentrata sulla devastazione nel sud, Hezbollah iniziò a lanciare razzi e missili anticarro verso il nord di Israele.

“Lavoravamo con turni di 12 ore in una sala operativa sotterranea, mentre i soldati negli avamposti erano terrorizzati, ma non potevamo raccontare che il nord era in fiamme”, ha ricordato. “Nonostante i lanci incessanti minimizzavamo la situazione sul fronte settentrionale per evitare di scatenare il panico tra la popolazione. Le persone non morivano come al sud, ma ricordo di aver avuto la sensazione che stessimo dando un’immagine distorta: mostravamo molta più forza che vulnerabilità”.

L’esperienza portò Gili, che ha chiesto di usare uno pseudonimo, a mettere in discussione lo stesso sistema per cui aveva prestato servizio per anni. “Era facile ripetere di continuo che ‘Le IDF sono preparate a qualsiasi scenario'”, ha continuato. «Chi eravamo noi per metterlo in dubbio? Ma in realtà erano tutte cazzate.»

«Lo si vede anche con l’Iran: l’attenzione è quasi interamente concentrata sulla schiacciante potenza dell’esercito e non c’è quasi altro», spiega. «Non mi rassicura sentirmi dire quanto duramente stiano colpendo le Forze di Difesa Israeliane o della superiorità aerea rispetto a Teheran. In fin dei conti i missili balistici continuano a colpirci, e niente è normale. Ci sono i sistemi di difesa aerea, ma per ogni 10 intercettazioni riuscite ci sono anche colpi che vanno a segno».

Alla domanda su chi oggi ritenga credibile Gili ha risposto senza esitazione: «Nessuno. Né quello che dice il portavoce delle Forze di Difesa Israeliane, né i corrispondenti militari. Sono solo dei portavoce».

Parlando con il sito investigativo israeliano The Hottest Place in Hell [Il posto più caldo all’inferno], soldati dell’Unità Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane e corrispondenti militari di pubblicazioni israeliane hanno delineato un modello sistematico: una spinta ossessiva al controllo del discorso pubblico, un trattamento di favore per i giornalisti “comodi” mentre quelli critici vengono emarginati e puniti e, soprattutto, una cultura che si organizza sull’inganno.

Durante i primi 14 mesi della guerra di Israele a Gaza l’Unità Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane ha condotto addirittura una campagna segreta di interventi psicologici volta a plasmare l’opinione pubblica in Israele e all’estero, come ha recentemente rivelato The Hottest Place in Hell. Parallelamente a queste attività di manipolazione l’Unità aveva il compito di elaborare e distribuire filmati relativi all’attacco di Hamas del 7 ottobre contro le comunità israeliane vicino a Gaza.

Secondo le testimonianze i soldati hanno raccolto grandi quantità di materiale visivo, inclusi filmati girati dai militanti di Hamas, e lo hanno rielaborato per una rapida diffusione sulle piattaforme dei social media.

Questo processo è culminato in Testimonianza del massacro del 7 ottobre, quello che in Israele è noto come il “video delle atrocità”: una raccolta di 47 minuti di filmati grezzi prodotti sotto la supervisione del maggiore (riserva) Yuval Horowitz, capo del reparto per le campagne informative.

“Era come il Far West: non c’era alcuna restrizione”, ha affermato un soldato che ha prestato servizio nell’Unità e ha lavorato al film. «Siamo stati sommersi dai materiali e abbiamo visto di tutto. Ero sotto shock, ma allo stesso tempo c’era la pressione a diffondere tutto il possibile… era come in una campagna pubblicitaria sui social media: cosa funziona? Cosa non funziona? Cosa attira l’attenzione?»

«Il Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane mente», ha dichiarato un alto corrispondente militare a The Hottest Place in Hell. «Qualche volta si tratta di manipolare i dati, ma alla fine è il pubblico a essere colto alla sprovvista.”

«All’inizio dell’Operazione Leone Ruggente», ha continuato, riferendosi all’attuale guerra con l’Iran, «le Forze di Difesa Israeliane avevano affermato di aver distrutto il 70% dei lanciamissili iraniani. Abbiamo verificato e ci siamo subito resi conto che non era vero: a volte venivano colpiti gli ingressi dei tunnel dei lanciamissili, non i lanciamissili stessi, e questi continuavano a sparare nonostante fossero stati “distrutti”. Sui principali organi di stampa nessuno l’ha messo in discussione. Ma quando la guerra finirà e i missili continueranno a cadere, la gente non capirà come la cosa sia possibile».

Dopo quasi due anni e mezzo di guerra continua sembra che la fiducia del pubblico israeliano nella narrativa dell’esercito stia venendo meno. Tra una sirena e l’altra, sempre più israeliani si chiedono: stiamo davvero raggiungendo gli obiettivi come ci viene detto? E se sì, perché continuiamo a correre nei rifugi?

Costruire un’operazione di influenza occulta

Il 29 ottobre 2023 su WhatsApp è apparso un gruppo che si chiama “Fact Check – Daily Content” [Verifica dei fatti – Argomenti quotidiani]. La descrizione in inglese presentava l’iniziativa come un progetto educativo neutrale: “un’organizzazione senza scopo di lucro che si impegna a fornire agli studenti informazioni e dati concreti sulla guerra in corso tra Israele e l’organizzazione terroristica Hamas”.

Due settimane dopo, il 12 novembre, è stato creato un canale YouTube chiamato “Fact Check” che utilizza un account statunitense e si presenta di nuovo come “organizzazione giornalistica senza scopo di lucro”. Il giorno successivo è stato aperto un account Instagram con lo stesso nome.

In realtà, come recentemente rivelato da Hottest Place in Hell, è stata l’Unità Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) a lanciare e gestire questi canali. Questa campagna di propaganda si è svolta da ottobre 2023 a dicembre 2024 sotto le spoglie di un’iniziativa mediatica indipendente e senza scopo di lucro, presentata come un organo di “fact-checking”. Durante questo periodo ha prodotto e diffuso decine di video che promuovevano la narrativa militare israeliana senza rivelarne la provenienza.

Nessuno dei canali è riuscito ad attrarre un gran numero di iscritti. Tuttavia per l’operazione sono stati reclutati decine di influencer israeliani e internazionali filo-israeliani per amplificare i messaggi orchestrati dai militari, tra cui Noa Tishby e Sarai Givaty insieme ad altre figure delle comunità ebraiche all’estero. I contenuti venivano diffusi tramite WhatsApp, YouTube e Instagram, raggiungendo milioni di spettatori.

I video promuovevano una serie di argomentazioni strettamente allineate con la propaganda ufficiale israeliana. Tra queste l’affermazione che gli ebrei non possono essere considerati colonizzatori in Palestina a causa dei loro legami storici con il biblico Regno di Giuda, mentre sono gli “arabi” i veri “colonizzatori della terra”, l’asserzione che le azioni di Israele a Gaza non costituiscono genocidio e la difesa dalle accuse di crimini di guerra mosse contro Israele dinanzi alla Corte Internazionale di Giustizia.

«I canali [su YouTube, WhatsApp e Instagram] si rivolgevano ad un pubblico straniero e si presentavano come neutrali e non affiliati a Israele», ha dichiarato a The Hottest Place in Hell un soldato coinvolto nella produzione dei video. «Ma tutto era creato all’interno della nostra Unità e chiaramente promuoveva la narrativa israeliana. La Divisione Campagne è l’area moralmente più ambigua all’interno dell’Unità Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane», ha continuato il soldato. «All’inizio sentivamo l’urgenza di mostrare al mondo ciò che avevamo vissuto. Ma molto rapidamente la situazione è cambiata. Gaza veniva rasa al suolo e la narrativa che poteva aver retto nelle prime settimane ha iniziato a sgretolarsi. Quando sono stato congedato provavo un profondo senso di repulsione per averne fatto parte».

L’indagine suggerisce che non si trattasse di un’iniziativa isolata, ma parte di un più ampio schema di operazioni psicologiche condotte dall’Unità Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane.

Nel maggio 2021, durante quella che l’esercito israeliano ha soprannominato “Operazione Guardiano delle Mura”, la Divisione Campagne dell’Unità ha lanciato un’iniziativa sui social media con l’hashtag #GazaRegrets, volta a incrementare il sostegno alle azioni militari a Gaza tra l’opinione pubblica israeliana. Nell’ambito del progetto i soldati gestivano account falsi che condividevano immagini di raid aerei israeliani a Gaza con quell’hashtag, interagendo con gli account social dei sostenitori del Primo Ministro Benjamin Netanyahu e di altri politici di destra, il tutto senza rivelare la loro affiliazione all’esercito.

A seguito di un’inchiesta di Haaretz che ha smascherato la campagna, l’esercito ha riconosciuto il proprio coinvolgimento e l’ha definita un “errore”. Tuttavia, le scoperte di The Hottest Place in Hell indicano che metodi simili hanno continuato a essere impiegati negli anni successivi.

L’approccio “bastone e carota” dell’esercito

L’Ufficio Stampa delle Forze di Difesa Israeliane funge in primo luogo da punto di contatto tra il pubblico e le forze armate attraverso la stampa. Per ottenere informazioni, verificare i dettagli o intervistare ufficiali delle forze armate i giornalisti devono passare attraverso questo Ufficio, conferendogli un potere che, secondo i giornalisti e i soldati intervistati da The Hottest Place in Hell, viene spesso forzato per distorcere la copertura mediatica e di conseguenza la percezione che il pubblico israeliano ha dell’esercito.

Roni si è arruolata nell’esercito israeliano nel 2019 e ha prestato servizio in questo Ufficio. Come molti altri è stata richiamata come riservista dopo il 7 ottobre e ha svolto a rotazione diversi ruoli tra cui rispondere alle richieste dei giornalisti e distribuire comunicati stampa. “Era quasi come una droga”, ha ricordato. “La misura della responsabilità affidatami mi aveva profondamente coinvolta. Ero reperibile 24 ore su 24, 7 giorni su 7, ricevevo telefonate continuamente. Mi sentivo come se stessi facendo qualcosa di enorme”.

L’ufficio stampa è suddiviso in diverse sezioni all’interno delle divisioni e dei dipartimenti dell’esercito. I portavoce sul campo, in genere ufficiali con il grado di capitano o maggiore, sono integrati nei comandi e nelle brigate e sono responsabili delle risposte alle richieste dei media.

Ad esempio, se un giornalista chiede informazioni su un incidente in Cisgiordania, il quartier generale inoltra la richiesta al team portavoce del Comando Centrale che raccoglie i dettagli dalle unità competenti e formula una risposta ufficiale. I portavoce sul campo hanno anche il compito di individuare “notizie” all’interno delle sezioni che possano essere proposte ai media, fungendo essenzialmente da ufficio stampa.

Il ruolo più comune dell’Unità tuttavia è quello di interfacciarsi con i media, con dipartimenti specializzati che si occupano rispettivamente di televisione, stampa, digitale e radio. Quando i giornalisti desiderano una risposta in merito al loro articolo in genere contattano il dipartimento corrispondente alla loro testata, ad eccezione di un gruppo selezionato di 16 reporter israeliani che appartengono alla cosiddetta “cellula dei corrispondenti”.

«I membri della cellula ricevono briefing esclusivi, partecipano a conferenze, hanno linee dirette e sono invitati a eventi speciali», ha spiegato Roni. «C’erano giornalisti e testate che non venivano ammessi per anni e altri venivano riassegnati a dipartimenti meno prestigiosi, ad esempio dalla redazione nazionale di InterRadio a quella di testate locali, poiché erano critici nei confronti delle Forze di Difesa Israeliane. Io non ero al livello in cui venivano prese queste decisioni, ma spesso tutto dipendeva dall’atteggiamento del giornalista nei nostri confronti: è un sistema di dare e avere.»

Un giornalista ha raccontato a The Hottest Place in Hell che a volte il suo lavoro giornalistico gli è costato caro a livello professionale. «Ero molto critico nei confronti delle Forze di Difesa Israeliane e la cosa non piaceva. Delle persone all’interno dell’esercito mi dicevano che le mie critiche erano eccessive, anche alcuni membri dell’Ufficio del Portavoce», ha affermato. Per anni è stato boicottato dall’Ufficio, finché la sua testata non ha esercitato pressioni e costretto l’esercito ad ammetterlo nella cellula.

«Quando sono entrato a far parte della cellula dei corrispondenti ho capito che non era finita lì: ci sono delle “caste” all’interno del gruppo, con una chiara priorità per i giornalisti meno critici», ha continuato. «I corrispondenti televisivi sono favoriti, soprattutto quelli considerati allineati alla narrativa delle IDF. La gerarchia è evidente: ad esempio, durante i briefing su Zoom, alcuni giornalisti di spicco non partecipano nemmeno, ma pubblicano comunque le informazioni, il che significa che le hanno ricevute in anticipo.»

«L’Ufficio del Portavoce delle IDF opera con un approccio basato su premi e punizioni», ha dichiarato un altro corrispondente militare di alto livello, parlando in anonimato. «Se li critichi, vieni punito».

Yaniv Kubovich, corrispondente militare di Haaretz, è stato autore di diverse importanti inchieste in tempo di guerra. Parlando con The Hottest Place in Hell ha affermato che quando chiedeva chiarimenti al portavoce delle Forze di Difesa Israeliane l’obiettivo principale dell’Unità era quello di bloccare la pubblicazione, non di fornire informazioni accurate.

«Mi rivolgevo a loro con tutto quello che avevo, ma erano concentrati solo sul farmi abbandonare la storia ed evitare una risposta», ha detto. «Dal 7 ottobre, con tutto il trauma subito, le Forze di Difesa Israeliane stanno facendo di tutto per sopprimere le notizie che denunciano fallimenti, problemi etici o carenze di comando, invece di esaminare cosa sia realmente accaduto. In questo senso sono tornate alla stessa arroganza di prima: la convinzione che nessuno possa criticarle attraverso la stampa».

Kubovich, membro di lunga data della cellula dei corrispondenti, l’ha descritta sostanzialmente come uno strumento di controllo. «Il rapporto tra il Portavoce delle IDF e la cellula dei corrispondenti è assurdo. La dipendenza è assoluta», ha affermato. «Gli consente di decidere quando parliamo e con chi.

Siamo in guerra da così tanto tempo e abbiamo incontrato il Capo di Stato Maggiore forse due volte. Da quando [il Capo di Stato Maggiore Eyal] Zamir si è insediato non abbiamo incontrato il comandante del Comando Meridionale nemmeno una volta, nonostante sia il fronte più critico. Non incontra i giornalisti critici perché potrebbero minare il morale.»

Fughe selettive di notizie e accesso esclusivo

Durante il suo servizio Roni ha contribuito a decidere se e come rispondere ai giornalisti. “Quando sceglievamo di non rispondere, spesso si trattava di reportage molto problematici, ma anche di giornalisti con cui preferivamo non avere a che fare”, ha affermato. Un’altra pratica consisteva in fughe selettive di notizie o, come ha detto Roni, assicurarsi che «alcuni materiali venissero pubblicati da una testata e non da un’altra».

Questo è quanto è successo nel dicembre 2024 quando, per due settimane, l’Ufficio del Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane si è rifiutato di spiegare come gli attivisti di Uri Tsafon, un gruppo israeliano che promuove la colonizzazione del Libano meridionale, fossero riusciti ad attraversare il confine indisturbati. Dopo aver inizialmente negato che dei civili avessero oltrepassato il confine, l’ufficio ha cambiato idea e ha fatto trapelare l’informazione a Doron Kadosh, corrispondente militare della Radio dell’Esercito Israeliano. Kadosh ha poi promosso la versione dell’esercito sull’incidente, definendolo un «grave incidente oggetto di indagine», aggiungendo che «erano state intraprese diverse operazioni per bloccare i varchi nella recinzione».

«I giornalisti di guerra che non pendono dalle labbra del Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane muoiono di fame», ha detto Roni. «Ci vuole molto impegno per trovare fonti al di fuori del sistema, e questo ci dava un grande vantaggio». Questa dinamica va oltre l’accesso ai briefing o alle risposte ufficiali. Come ha osservato Roni, questi rapporti di “dare e avere” si traducono in potere, prestigio e incentivi finanziari.

«Alla fine lavoriamo per gli ascolti», ha detto un giornalista, parlando in forma anonima a The Hottest Place in Hell. «Quando succede qualcosa, la cellula dei corrispondenti viene informata per prima: sono i primi a pubblicare. Se non fai parte di quel gruppo e non sei abbastanza preparato come giornalista pubblichi con 10 minuti di ritardo rispetto agli altri e sei irrilevante».

Di fatto l’Unità del Portavoce usa la fiducia del pubblico non solo per gestire le informazioni, ma anche per influenzare la concorrenza commerciale tra le testate giornalistiche. «L’Unità fornisce una certa notizia a Canale 12 perché ha ascolti elevati, ma poiché aveva già fornito loro notizie precedenti, crea interferenze nella concorrenza», ha osservato il giornalista.

«Questo crea un circolo vizioso nell’intero sistema», ha affermato un altro giornalista. «Abbiamo discusso tra di noi se valesse la pena contrastare l’Unità. Ma in definitiva i proprietari vedono che i concorrenti ottengono le notizie e vogliono lo stesso. Tutto si riduce al controllo dei giornalisti e alla repressione delle critiche».

Il portavoce delle Forze di Difesa Israeliane ha rifiutato di commentare.

Illy Pe’ery è una giornalista investigativa e redattrice associata della rivista online israeliana indipendente The Hottest Place in Hell.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Soldati israeliani hanno usato un ottantenne gazawi come scudo umano. Poi lo hanno ucciso

Illy Pe’ery 

16 febbraio 2025 – +972 Magazine

Alcuni soldati gli hanno messo una miccia esplosiva al collo e lo hanno obbligato a perlustrare edifici per otto ore. Quando è stato rilasciato un altro reparto lo ha ucciso.

Un ufficiale superiore della brigata Nahal dell’esercito israeliano ha legato una miccia esplosiva attorno al collo di un ottantenne palestinese e lo ha obbligato a fare da scudo umano, ordinandogli di perlustrare case abbandonate e minacciandolo di fargli saltare in aria la testa. Dopo averlo usato a questo scopo i soldati hanno ordinato all’uomo di scappare con sua moglie, ma dopo essere stati avvistati da un altro battaglione entrambi sono stati uccisi sul posto.

I soldati che hanno assistito alla scena hanno detto alla rivista israeliana d’inchiesta The Hottest Place in Hell [Il Posto Più Caldo dell’Inferno, pseudo-citazione dantesca riferita agli ingnavi, ndt.] che questo incidente è avvenuto a maggio nel quartiere di Zeitun, a Gaza City. Mentre perlustravano le case della zona alcuni soldati si sono imbattuti nella coppia di anziani nella loro abitazione, che hanno detto ai soldati arabofoni di non essere stati in grado di scappare nel sud di Gaza a causa delle loro difficoltà motorie; i figli erano già scappati e l’uomo aveva bisogno di un bastone per camminare.

“A quel punto il comandante ha deciso di utilizzarli come ‘zanzare’, ha spiegato un soldato in riferimento a una procedura rivelata di recente in base alla quale l’esercito obbliga civili palestinesi a servire come scudi umani in zone di conflitto per proteggere i soldati dall’essere colpiti o saltare in aria.

Alcuni soldati hanno tenuto la donna in casa mentre l’uomo, con il suo bastone, è stato fatto camminare davanti ai soldati del reparto. “É entrato in ogni casa prima di noi in modo che, se dentro ci fossero stati (ordigni esplosivi) o miliziani, sarebbe stato colpito lui al nostro posto,” ha spiegato un militare.

Secondo uno dei soldati, prima di iniziare la perlustrazione un ufficiale ha preso una miccia, utilizzata per collegare cariche esplosive, l’ha attaccata a un innesco esplosivo e l’ha girata attorno al collo dell’anziano “in modo che non potesse scappare, benché stesse camminando con un bastone. Gli è stato detto che se avesse fatto qualcosa di sbagliato o non avesse eseguito gli ordini il soldato dietro di lui avrebbe tirato il cavo e lui sarebbe stato decapitato.”

Dopo otto ore così i soldati hanno riportato a casa l’anziano e hanno ordinato a lui e a sua moglie di andarsene a piedi verso la “zona umanitaria” nel sud di Gaza. Secondo le testimonianze i soldati non hanno informato le forze di altre divisioni che si trovavano nei dintorni che una coppia di anziani stava per attraversare l’area. “Dopo 100 metri l’altro battaglione li ha visti e gli ha immediatamente sparato,” ha affermato un soldato. “Sono morti così, in strada.”

Come indicato anche da altre testimonianze raccolte da The Hottest Place in Hell, le regole d’ingaggio dell’esercito su quando aprire il fuoco a Gaza stabiliscono esplicitamente che chiunque si muova in una zona di combattimento dopo che sia passato il “tempo di evacuazione” definito è considerato un nemico combattente, anche quando si tratti di una coppia di anziani ottantenni. L’esercito israeliano lo nega, ma la procedura esiste.

Il mese scorso The Hottest Place in Hell ha evidenziato un altro caso di Procedura della Zanzara, sempre messa in atto dalla brigata Nahal. Secondo questo reportage, un palestinese che aveva ottenuto il permesso di rimanere in un edificio con i soldati è stato colpito a morte da un comandante che non era stato informato della sua presenza. In risposta all’articolo l’IDF [l’esercito israeliano, ndt.] ha affermato che l’incidente era stato indagato e che “la lezione era stata appresa”.[ vedi Zeitun, ndt]

In risposta a un’inchiesta di Haaretz dello scorso agosto che denunciava la Procedura della Zanzara, il portavoce dell’IDF ha affermato: “Le direttive e gli ordini dell’IDF vietano l’utilizzo di civili gazawi trovati nella zona per compiti militari che mettano deliberatamente in pericolo la loro vita. Gli ordini e le istruzioni dell’IDF a questo proposito sono stati chiariti alle truppe.” L’uso di civili come scudi umani è stato vietato anche dalla Corte Suprema israeliana durante la Seconda Intifada in seguito all’adozione da parte dell’esercito della tattica nota all’epoca come la “Procedura del Vicino”. Tuttavia alcuni soldati hanno testimoniato a The Hottest Place in Hell che, soprattutto dal 7 ottobre, “questa procedura è diventata di norma nell’esercito.”

“La Procedura della Zanzara è assolutamente istituzionalizzata ed è veramente una zona grigia all’interno dell’esercito,” ha affermato un soldato della brigata Nahal, spiegando che l’esercito tenta di nasconderla incolpando i soldati più giovani: “E’ un qualcosa che arriva come un ordine esplicito dal livello del comandante di battaglione in giù. Ma da qualche parte a livello del comando di brigata lo negano tassativamente. Quando iniziano i problemi attribuiscono la responsabilità a un livello di comando inferiore e dicono di non farlo.”

“Persino quando [le conclusioni] delle inchieste vengono pubblicate non c’è verso che l’IDF ammetta che si tratta di un ordine ufficiale,” ha spiegato un soldato. “Ma se chiedi a ogni soldato in prima linea che combatte a Gaza non ce n’è uno che ti dica che non succede. Non c’è alcun battaglione, almeno nell’esercito regolare, che possa onestamente dire di non aver usato questa pratica.”

L’uso di una miccia esplosiva come parte della Procedura della Zanzara non era ancora stato riportato. È possibile che sia avvenuto anche altrove, ma questo è stato un fatto estremo,” ha detto un soldato. Il portavoce dell’IDF ha risposto: “In seguito a un’indagine basata sull’informazione fornita da questa richiesta [di spiegazioni] sembra che il caso sia sconosciuto. Se si dovessero ricevere dettagli aggiuntivi si condurranno ulteriori accertamenti.”

Illy Pe’ery è una giornalista d’inchiesta e co-redattrice della rivista on line indipendente israeliana The Hottest Place in Hell.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)