Una nuova strada per assicurare alla giustizia i criminali di guerra

Tyler McBrien

6 agosto 2025 – The intercept

È nei tribunali nazionali, non nella CPI o nella CIG, che i palestinesi hanno le migliori possibilità di ottenere giustizia.

Molti di coloro che osservano gli orrori che si consumano a Gaza hanno riposto le loro più grandi speranze e le loro più profonde frustrazioni nelle corti supreme del mondo: la Corte Internazionale di Giustizia e la Corte Penale Internazionale. A quasi due anni dall’inizio della guerra questi organi giudiziari non hanno né impedito che si verificassero atrocità né punito i responsabili. Giornalisti e attivisti hanno accumulato ampie prove che documentano i crimini di guerra commessi dall’esercito israeliano, eppure i suoi soldati continuano a operare a Gaza impunemente.

È un errore concentrarsi esclusivamente sulla CIG, istituita dalla Carta delle Nazioni Unite per dirimere le controversie tra Stati, e sulla Corte Penale Internazionale, che persegue gli individui accusati di genocidio, crimini di guerra, crimini contro l’umanità e crimini di aggressione ai sensi dello Statuto di Roma. Così facendo, si fraintende e si enfatizza eccessivamente il loro ruolo. “Il dibattito sulla giustizia penale internazionale ruota eccessivamente attorno alla CPI, oscurando altre vie e strumenti di giustizia”, mi ha detto Brian Finucane dell’International Crisis Group [ONG internazionale impegnata nella prevenzione e definizione dei conflitti, ndt.]. Questa miopia non tiene conto anche dell’importante lavoro svolto dai tribunali nazionali. È proprio a livello nazionale che i palestinesi hanno le migliori possibilità di ottenere giustizia, poiché gli Stati nazionali cercano di adempiere ai propri obblighi internazionali attraverso indagini e procedimenti giudiziari interni.

Per molti versi le speranze e le frustrazioni riposte nella CPI e nella CIG sono comprensibili. Quando si pensa a processi internazionali, viene in mente Norimberga e il segnale dato alla comunità internazionale che si trattava dei crimini più gravi in assoluto”, ha affermato Jake Romm, avvocato per i diritti umani e rappresentante statunitense della Hind Rajab Foundation [fondazione con sede a Bruxelles, impegnata nel contrastare l’impunità israeliana per i crimini di guerra e le violazioni dei diritti umani in Palestina,ndt.]. Gaza è esattamente il tipo di grave situazione per cui sono stati istituiti questi tribunali, che dal 7 ottobre 2023 non sono rimasti completamente inattivi. All’inizio del 2024, dopo che il Sudafrica ha intentato una causa contro Israele sostenendo che avesse violato la Convenzione dell’ONU sul genocidio, la CIG ha emesso diverse serie di misure provvisorie ordinando a Israele di astenersi dal compiere atti di genocidio, di interrompere l’azione militare e garantire il flusso di aiuti umanitari. Nel novembre dello stesso anno la CPI ha emesso mandati di arresto per il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex Ministro della Difesa Yoav Gallant (insieme a tre alti comandanti di Hamas) per il crimine di utilizzo della fame come metodo di guerra e per i crimini contro l’umanità di omicidio, persecuzione e altri atti disumani.

Ma generalmente gli ingranaggi della giustizia si muovono lentamente e nel caso specifico dei palestinesi può spesso sembrare che gli ingranaggi della giustizia internazionale non si muovano affatto. La CIG probabilmente non si pronuncerà sul caso di genocidio prima della fine del 2027. E se le prospettive di vedere Netanyahu o Gallant sul banco degli imputati all’Aja sono sempre state scarse, appaiono ancora più scarse dopo che l’Ungheria, Stato parte dello Statuto di Roma, ha concesso al primo ministro ricercato di Israele un passaggio sicuro attraverso Budapest, sottraendosi all’obbligo di arrestarlo. Inoltre la CPI rimane coinvolta in una crisi dopo che il suo procuratore capo ha preso un periodo di congedo a causa di accuse di molestie sessuali, mentre i perenni problemi legati alle risorse e le pressioni politiche continuano ad affliggere la Corte e l’amministrazione Trump la prende di mira con sanzioni e altre minacce. Persino i tribunali penali internazionali speciali, come le strutture ad hoc create per i casi dell’ex Jugoslavia o Ruanda, sono soggetti al veto del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, un ostacolo insormontabile per i palestinesi.

Questi tribunali internazionali non hanno certamente soddisfatto le esigenze del momento, ma non possono lottare da soli per la giustizia globale, né sono stati concepiti per farlo. Senza un procedimento esecutivo indipendente il diritto internazionale funziona come un sistema volontario, la cui applicazione dipende dagli Stati – sia come soggetti che come agenti principali. E, secondo Chantal Meloni, professore associato di diritto penale all’Università degli Studi di Milano e consulente legale esperto del Centro Europeo per i Diritti Costituzionali e Umani, lo Statuto di Roma stabilisce “una logica molto chiara secondo cui non tutti i crimini internazionali commessi ovunque nel mondo possono sottostare alla giurisdizione della CPI, e gli Stati devono assumersi la loro parte di responsabilità per prevenire e punire questi crimini”.

Invece i tribunali nazionali spesso non devono affrontare le stesse limitazioni di risorse e possono perseguire i responsabili lungo tutta la catena di comando. La ricerca della giustizia attraverso i tribunali nazionali “può coinvolgere centinaia, persino migliaia di potenziali sospettati, a differenza della CPI, che è in grado di occuparsi solo di pochi casi”, ha affermato Mark Lattimer, direttore esecutivo del Ceasefire Centre for Civilian Rights [ONG con sede a Londra impegnata nella promozione dell’accesso alla giustizia per tutti, ndt.] . Sebbene gli Stati affrontino anche pressioni politiche interne, non devono necessariamente destreggiarsi come fa la CPI per compiacere i suoi numerosi sostenitori. Lattimer aggiunge che gli sforzi nazionali possono anche “rompere i doppi standard” fin troppo presenti nelle corti internazionali, soprattutto nei Paesi con una magistratura forte e indipendente, immune dalle conseguenze dei continui slittamenti di potere geopolitici e libera di perseguire le più gravi violazioni del diritto internazionale, indipendentemente dalla nazionalità del colpevole.

Gli sforzi per attivare la giurisdizione nazionale per i crimini internazionali non sono una novità. Un ampio corpus giurisprudenziale è emerso da procedimenti extraterritoriali sulla guerra siriana, sulle guerre balcaniche, su vari conflitti africani e, naturalmente, sulla Seconda Guerra Mondiale. Paesi come la Spagna e il Belgio disponevano già di leggi sulla giurisdizione universale, che autorizzano le autorità nazionali di qualsiasi paese a indagare e perseguire gravi crimini internazionali anche se commessi in un altro Paese, in vigore anche prima dell’adozione dello Statuto di Roma nel 1998.

Avvocati e attivisti, basandosi su questi precedenti storici, stanno spingendo le giurisdizioni nazionali ad indagare e perseguire gli atroci reati commessi dall’esercito israeliano a Gaza, con risultati tangibili in diversi Paesi. Il mese scorso le autorità belghe hanno fermato e interrogato durante un festival musicale due soldati israeliani in licenza in risposta a una denuncia presentata dalla Hind Rajab Foundation e dal Global Legal Action Network. L’episodio dell’arresto di soldati israeliani da parte di autorità nazionali con l’accusa di crimini commessi a Gaza potrebbe aver costituito un precedente, ma questi “soldati itineranti”, alcuni dei quali con doppia cittadinanza, hanno dovuto affrontare anche altre conseguenze. A gennaio, il ministro degli Esteri israeliano ha aiutato Yuval Vagdani, soldato in vacanza, a fuggire dal Brasile dopo aver appreso che un giudice federale aveva aperto un’indagine per crimini di guerra a seguito di un’altra denuncia della Hind Rajab Foundation. (Vagdani ha negato le accuse.)

Oltre ad aver presentato una denuncia alla CPI contro oltre 1.000 membri dell’esercito israeliano, la Fondazione Hind Rajab ha inoltrato elenchi di accuse e richieste di arresto alle autorità nazionali di almeno 23 Paesi. In risposta a questi e altri interventi il governo israeliano ha emesso avvisi per i soldati che si recano in determinate giurisdizioni con suggerimenti legali e altri consigli. “Sono spaventati”, dice Romm. “Per la prima volta nella storia sistemi giuridici nazionali stanno attivando la possibilità di arrestare e incarcerare questi soldati israeliani per quello che stanno facendo ai palestinesi”. Sebbene nessuna denuncia abbia ancora portato a un procedimento giudiziario è probabile che questi procedimenti continuino e potrebbero persino accelerare. A luglio 30 Paesi riuniti nel Gruppo dell’Aja [blocco inizialmente formato da otto Stati, con lobiettivo dichiarato di assicurare Israele alla giustizia sulla base del diritto internazionale, ndt.] si sono impegnati a sostenere “mandati di giurisdizione universale, nei modi e nei luoghi applicabili secondo i nostri quadri giuridici costituzionali e giudiziari, per garantire giustizia a tutte le vittime e la prevenzione di futuri crimini nei Territori Palestinesi Occupati”.

Naturalmente in diversi Paesi l’attuale contesto politico rende impossibile qualsiasi indagine sui soldati israeliani, a prescindere dalle questioni di giurisdizione e di capacità processuale. Ad aprile la Fondazione Hind Rajab ha presentato una richiesta urgente al Dipartimento di Giustizia per perseguire penalmente il soldato israeliano Yuval Shatel ai sensi della legge federale statunitense, dopo aver appreso che era stato avvistato in Texas giorni prima. Secondo un comunicato stampa della fondazione, la richiesta includeva un dossier di prove a sostegno delle accuse secondo cui Shatel avrebbe commesso “gravi violazioni del diritto internazionale umanitario durante la campagna militare israeliana a Gaza”. (Shatel e il Dipartimento di Giustizia non hanno risposto alle richieste di commento).

Tuttavia la Hind Rajab Foundation non è ingenua. Le possibilità che il Procuratore Generale degli Stati Uniti Pam Bondi ordini al Dipartimento di Giustizia di indagare sulle accuse contro Shatel sembrano a dir poco scarse, considerando soprattutto che il War Crimes Act statunitense, approvato nel 1996, è rimasto inattivo fino al dicembre 2023, quando il Dipartimento di Giustizia ha incriminato quattro russi per presunte violazioni dello statuto federale sui crimini di guerra – il primo (e unico) procedimento penale nei 30 anni di storia della legge. L’evidente riluttanza ad applicare lo statuto altrove ha suscitato critiche in concomitanza con l’intensificarsi della campagna militare israeliana a Gaza. Il 21 ottobre 2024 gli avvocati del Dipartimento di Giustizia hanno scritto una lettera al predecessore di Bondi, Merrick Garland, “sottolineando il ‘divario evidente’ tra l’approccio del dipartimento ai crimini commessi da Russia e Hamas e il suo silenzio sui potenziali crimini commessi dalle forze armate e dai civili israeliani”.

La richiesta della Hind Rajab Foundation mira a colmare questa lacuna. “C’è una discrepanza tra il dettato della legge e il modo in cui gli Stati Uniti stanno agendo”, dice Romm. “Abbiamo presentato questa richiesta perché vogliamo che procedano ad un’azione penale, e perché possono farlo. Hanno giurisdizione e i reati sono molto chiari”. Il caso Shatel è la prima richiesta di accusa presentata da HRF negli Stati Uniti, ma Romm afferma che non sarà l’ultima. “Tutto quello che posso dire è che ce ne saranno altre”, mi ha detto. “Cercheremo di far arrestare tutti quelli che possiamo”.

Non esiste prescrizione per le più gravi trasgressioni del diritto internazionale. Per gli autori di crimini di guerra, crimini contro l’umanità o genocidio, la spada di Damocle del pubblico ministero incomberà su di loro per tutta la vita. Lo hanno dimostrato a dicembre i tribunali tedeschi nel processare un ex nazista centenario, quasi 80 anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. “Nonostante questa carneficina vada avanti da quasi due anni, sulla base degli standard giudiziari è ancora agli inizi”, ha affermato Finucane. “Quando si tratta di accertare le responsabilità per i crimini più atroci l’attesa è molto lunga, e queste cose vanno avanti per decenni”.

Per chiunque chieda giustizia e accertamento delle responsabilità per i crimini israeliani a Gaza, il messaggio è chiaro: che fioriscano mille procedimenti giudiziari.

Tyler McBrien è caporedattore di Lawfare e borsista del Law & Justice Journalism Project 2024-25 [organizzazione internazionale indipendente impegnata a promuovere lo stato di diritto in tutto il mondo, ndt.].

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Mahmoud Khalil e la necropolitica del regime trumpiano di deportazione È in questione la morte.

Natasha Lennard 

11 aprile 2025 – The Intercept

Questa settimana l’amministrazione di Donald Trump si è attivata per decretare la morte di migliaia di immigrati.

Le oltre 6.000 persone vive e vegete, per lo più immigrati latinoamericani senza documenti, continuano a mangiare, dormire, respirare e lavorare sul territorio statunitense. Ciononostante i loro nomi sono stati inseriti nell’“archivio principale dei defunti” della Previdenza Sociale, la banca dati utilizzata per elencare le persone morte che non dovrebbero più riceverne le prestazioni.

Il New York Times, il primo a informare sulla perversa riconversione dell’archivio principale dei defunti, ha rilevato con inusuale chiarezza che l’amministrazione stava includendo “i nomi di persone vive che il governo crede dovrebbero essere trattate come se fossero morte.”

Inserire gli immigrati nella lista dei defunti è uno sporco espediente per impedire rapidamente l’accesso alla sopravvivenza in questo Paese, tagliandoli fuori in modo permanente dall’accesso a prestazioni, conti bancari e dalla possibilità di lavorare legalmente. È solo l’ultima mossa per rendere invivibile l’esistenza agli immigrati, in modo che siano obbligati a scegliere di andarsene, se non sono stati prima rastrellati e deportati dall’Immigration and Customs Enforcement [ICE, l’agenzia federale USA per l’immigrazione e le frontiere, ndt.].

È qualcosa di più di un espediente crudele. È in questione la morte.

L’amministrazione Trump sta esprimendo apertamente la sua volontà di condannare milioni di persone alla morte civile e sociale su molteplici fronti, dagli immigrati catalogati come morti dalla Sicurezza Sociale al diniego del rilascio del passaporto ai trans, a una corretta documentazione o a ogni forma di esistenza in base alla documentazione governativa.

Non si tratta solo di un’uccisione metaforica: l’espulsione dalla vita pubblica ufficiale può essere realmente mortale. L’escalation del dominio necropolitico —il concetto dello storico Achille Mbembe del governo organizzato per esporre certe categorie di persone a una morte prematura e all’eliminazione — da parte di Trump sta determinando una situazione fascista, che minaccia di revocare i diritti giuridici di interi settori della popolazione.

In fin dei conti i morti non possono rivendicare alcun diritto.

Queste violazioni necropolitiche non sono visibili solo nei registri della Sicurezza Sociale. Sono anche una parte implicita di molti dei casi relativi all’immigrazione che ci troviamo davanti. Si prenda per esempio quello di Mahmoud Khalil, uno studente universitario della Columbia University, dove ha partecipato alle proteste contro il genocidio, residente permanente la cui moglie, cittadina statunitense, sta aspettando il primo figlio.

Chi ha diritto ad avere diritti?” ha chiesto Khalil in una lettera del marzo scorso da un centro di detenzione dell’ICE in Louisiana. “Non sono certo gli esseri umani ammassati in queste celle. Non è il senegalese che ho incontrato, il quale da un anno è stato privato della sua libertà, la sua situazione legale è in un limbo e la sua famiglia a distanza di un oceano. Non è il detenuto ventunenne che ho incontrato, che mise piede in questo Paese all’età di nove anni solo per essere deportato senza neanche un processo.”

Venerdì un giudice per l’immigrazione della Louisiana ha sentenziato che Khalil può essere deportato in base alle affermazioni senza fondamento dell’amministrazione Trump secondo cui rappresenta una minaccia per la politica estera statunitense.

Questa è esattamente la ragione per cui l’amministrazione Trump mi ha spedito in questo tribunale, a 1.000 miglia di distanza dalla mia famiglia,” ha detto Khalil alla giudice dopo che lei lo ha informato della sentenza. “Spero solo che l’urgenza che avete ritenuto opportuna nel mio caso sia garantita alle centinaia di altre persone che sono qui senza processo da mesi.”

Gli avvocati di Khalil presenteranno appello contro questa decisione e stanno promuovendo un ricorso di habeas corpus in un tribunale federale del New Jersey. Come il rapimento e la detenzione di Rümeysa Öztürk,  studentessa di dottorato alla Tufts University, perché ha scritto un editoriale e la revoca del visto a centinaia di studenti a quanto pare per aver partecipato a proteste contro un genocidio, la difficile situazione di Khalil si fa beffe delle garanzie costituzionali.

La lotta di Khalil contro la deportazione sulla base di accuse infondate di “antisemitismo” e minaccia alla “sicurezza nazionale” è in effetti un banco di prova dei limiti di fondamentali diritti costituzionali e umani sotto Trump.

Il diritto di avere diritti”, menzionato per la prima volta dalla filosofa Hannah Arendt, una rifugiata dalla Germania nazista, evidenzia che una persona non è intrinsecamente titolare di diritti ma perché le venga concesso ogni altro diritto deve essere riconosciuta come parte di una comunità politica. Si potrebbe parlare di diritti universali, ma essi devono essere riconosciuti ed hanno una forza materiale solo quando sono riconosciuti dai poteri di uno Stato.

È precisamente l’eliminazione del diritto di avere diritti, il diritto di essere riconosciuti come esseri umani per legge, a cui mira Trump.

Non è un caso che i palestinesi e i loro sostenitori siano tra i primi ad essere presi di mira. Israele, gli Stati Uniti e il cosiddetto ordine internazionale basato sulle regole hanno dichiarato i palestinesi fuori dai confini del riconoscimento legittimo, vale a dire espellibili, arrestabili e potenzialmente vittime di uccisione, per 76 anni.

Vedo nella mia situazione delle somiglianze con l’uso da parte di Israele della detenzione amministrativa, l’incarcerazione senza processo o imputazione, per togliere ai palestinesi i loro diritti,” ha scritto Khalil nella sua lettera.

Gli avvocati di Khalil ritengono che sia stato preso di mira dall’amministrazione solo per aver espresso un’opinione che dovrebbe essere protetta dal Primo Emendamento. C’è persino una specifica misura nella legge su Immigrazione e Nazionalità del 1990 che dovrebbe impedire al governo di deportare persone in quanto minacce alla “politica estera” solo per aver espresso la propria opinione.

Eppure far valere questa protezione si è dimostrato inutile. Dove sono i diritti di Khalil?

Necropolitica alla luce del sole

Quando Trump ha invocato l’Alien Enemies Act [Legge sui Nemici Stranieri, ndt.] del 1798 per rastrellare immigrati venezuelani, anche quello è stato un attacco contro il diritto di avere diritti. E si è dimostrato un successo: la maggioranza degli oltre 200 uomini rastrellati sulla base di accuse assolutamente infondate di appartenenza a una gang non aveva precedenti penali. Ciò non ha impedito che venissero spediti, senza un regolare processo, in un brutale campo di prigionia nel Salvador.

Questa politica di consegna straordinaria come deportazione è diventata solo ancora più oscura con ogni nuovo dettaglio. La catalogazione come criminale da parte degli USA è stata a lungo utilizzata per togliere alla gente diritti fondamentali. La deportazione potenzialmente permanente verso un campo di prigionia totalitario non sarebbe giustificata neppure se ogni detenuto fosse stato condannato per gravi reati.

Si prenda il caso di un uomo che l’amministrazione Trump ammette sia stato erroneamente inviato nel Salvador. Nonostante questa ammissione il governo sta lottando per non dover riprendere questo uomo, arrivando venerdì perfino a sfidare un ordine del tribunale. Ciò riflette l’impegno a escludere persone ben definite dalla comunità che detiene diritti.

Il partito Repubblicano di Trump è stato definito come un “culto della morte” fin dal suo primo mandato, quando il negazionismo del COVID da parte dei MAGA [seguaci di Trump, ndt.] ha assunto forme omicide e suicide. Il rifiuto della scienza medica, l’accoglienza positiva a una decimazione ambientale, un vero e proprio attacco contro le fondamentali disposizioni del welfare, uno straordinario sfruttamento dei lavoratori, i veti all’assistenza sanitaria riproduttiva, un’inesauribile dedizione al potere delle armi sono tipiche ossessioni per la morte della reazione del capitalismo americano, imbevute sotto Trump di una carica messianica.

Come molti dei progetti trumpiani, questa volta l’amministrazione ha una modalità mortale più raffinata, violenta ed esplicitamente fascista.

Le politiche di Trump possono rendere l’intera popolazione, compresa la sua base devota, più vulnerabile a una morte e a una fragilità premature; le politiche trumpiane di dominio, tuttavia, si basano su cosiddetti nemici chiaramente definiti e minacciati come già morti, espellibili o potenzialmente vittime di uccisione.

Tuttavia c’è almeno un modo in cui il “culto della morte” di Trump fa ricadere la necropolitica sulla sua testa. Il governo necropolitico, l’ordinamento di vita e morte letale e razzista da parte delle democrazie liberali occidentali, ha tradizionalmente cercato di amministrare la morte dietro porte chiuse o lontano dalla patria.

Si supponeva che l’opinione pubblica non venisse a sapere delle torture nella prigione di Abu Ghraib in Iraq o degli abusi a Guantanamo, delle uccisioni da parte della polizia, della brutalità razzista nelle prigioni, dell’inquinamento e della distribuzione grossolanamente diseguale della devastazione ambientale, e molto altro. La mossa trumpiana è indossare la testa da morto [simbolo utilizzato anche dalle SS naziste, ndt.], adottare e potenziare questo mostruoso e palesemente diseguale quadro di morte.

Tuttavia Khalil continua a dimostrarci cosa significhi lottare per la vita. “Dopo l’udienza Khalil si è girato a guardare in faccia i 22 osservatori e giornalisti fuori dall’aula di tribunale e ha formato un cuore con le sue mani,” ha riportato l’NPR [rete di radio indipendenti USA, ndt.]. “Ha sorriso.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




I funzionari europei diranno che erano all’oscuro dei crimini di guerra di Israele. Questo documento trapelato mostra cosa sapevano.

Arthur Neslen

23 dicembre 2024 – The Intercept

Secondo gli esperti il documento interno potrebbe privare i Ministri degli Esteri europei della “negazione plausibile” per quanto riguarda i crimini di guerra a Gaza.

I Ministri degli Esteri dell’Unione Europa hanno respinto lo scorso mese una richiesta di mettere fine alle vendita di armi a Israele, nonostante le crescenti prove di crimini di guerra e potenzialmente genocidio presentate in una relazione interna ottenuta da The Intercept.

Secondo avvocati, esperti e leader politici il contenuto del documento di 35 pagine, sinora sconosciuto, potrebbe influenzare i futuri processi per crimini di guerra a carico di politici europei per complicità nell’aggressione di Israele contro Gaza.

La valutazione è stata redatta dal Rappresentante Speciale per i Diritti Umani dell’Unione Europea Olof Skoog e inviata ai Ministri europei prima della riunione del Consiglio del 18 novembre, come parte di una proposta del Capo della Politica Estera europea di sospendere il dialogo politico con Israele. La proposta è stata respinta dal Consiglio dei Ministri degli Esteri dei paesi membri dell’Unione Europea.

L’analisi di Skoog espone prove, da fonti delle Nazioni Unite, di crimini di guerra da parte di Israele, Hamas e Hezbollah dal 7 ottobre 2023, quando circa 1.200 persone sono state uccise durante un attacco condotto da Hamas in risposta al quale Israele ha attaccato la Striscia di Gaza. Le Nazioni Unite stimano che circa 45.000 persone siano morte a Gaza da allora, più della metà delle quali donne e bambini.

Anche se la relazione non risparmia Hamas e Hezbollah, gran parte dei passaggi più duri riguardano l’esercito israeliano.

“La guerra ha delle regole”, recita il documento. “Dato l’alto livello di vittime civili e sofferenza umana, le accuse si concentrano soprattutto su come i responsabili, incluso l’esercito israeliano, abbiano apparentemente omesso di distinguere tra civili e combattenti e di prendere ogni possibile precauzione per proteggere i civili e le strutture civili dagli effetti degli attacchi, in violazione dei principi fondamentali del DIU – Diritto Internazionale Umanitario”

Skoog menziona un aumento nell’uso di “linguaggio deumanizzante” da parte dei dirigenti politici e militari israeliani, cosa che potrebbe “contribuire a provare l’intento” di commettere genocidio.

“L’incitamento alla discriminazione, all’ostilità o alla violenza – come nelle dichiarazioni dei funzionari israeliani – costituisce una seria violazione della Legge Internazionale sui Diritti Umani e può configurare il crimine internazionale di incitamento al genocidio”, si legge nel documento.

Le conseguenze per gli alti funzionari dei paesi esportatori di armi verso Israele – come la Germania, l’Italia e la Francia – non sono sfuggite a Yanis Varoufakis, ex Ministro delle Finanze greco e segretario generale di DiEM25 [Movimento per la Democrazia in Europa 2025, alleanza politica europea fondata nel 2016 da Varoufakis e dal filosofo croato Srećko Horvat tra gli altri, ndt.].

Se la Corte Penale Internazionale giudica i funzionari israeliani colpevoli di crimini di guerra, ha detto Varoufakis a The Intercept, la stessa consegna del rapporto ai Ministri dell’Unione Europea assume rilevanza, perché gli europei non potranno dichiararsi all’oscuro.

“Dato il contenuto del rapporto del Rappresentante Speciale dell’Unione Europea che hanno dovuto prendere in esame, non possono plausibilmente negare che erano al corrente dei fatti ”, ha detto Varoufakis [La negazione plausibile è una misura di salvaguardia verso incaricati pubblici cui vengano taciuti attività o particolari aspetti di esse. In caso di inchiesta giudiziaria il responsabile di un ufficio o il titolare di una catena di comando può legittimamente dichiarare la propria estraneità a qualsiasi fattispecie contestata ndt.]. “Il mondo adesso sa che loro sapevano di agire in violazione del Diritto Internazionale perché ne erano stati informati dallo stesso Rappresentante Speciale per i Diritti Umani dell’Unione Europea. La Storia li giudicherà duramente. E forse anche la Corte Penale Internazionale”.

Azione diplomatica bloccata

Il documento ha avuto origine dalla richiesta inoltrata a febbraio da Spagna e Irlanda di valutare se la guerra di Israele a Gaza violasse gli articoli relativi ai diritti umani dell’Accordo di Associazione UE-Israele il quale ha permesso, tra le altre cose, scambi commerciali per qualcosa come 46.8 miliardi di euro nel 2022.

Se la commissione Europea avesse riscontrato una violazione, ciò avrebbe comportato la calendarizzazione di una discussione sulla sospensione dell’accordo. La presidente filo-israeliana della Commissione, Ursula von der Leyen, ha però rifiutato di intervenire.

Di conseguenza Skoog è stato incaricato di indagare dal servizio estero dell’UE [di fatto un Ministero degli Esteri europeo, ancorché privo di autonomia politica, ndt.], il Servizio Europeo per l’Azione Esterna, e ha presentato una relazione preliminare a luglio. The Intercept ne ha ottenuta una versione che è stata aggiornata a novembre.

Il documento, del quale precedentemente non si aveva notizia, è stato discusso internamente come parte della proposta del Servizio estero UE di sospendere il “dialogo politico” con Israele, unico aspetto delle relazioni sul quale il Servizio Estero dell’Unione abbia voce in capitolo; la relazione di Skoog sostiene con efficacia l’idea di congelarlo. La proposta è stata però respinta dai Ministri dell’Unione Europea, insieme a quella che di fatto era una raccomandazione di mettere al bando l’esportazione di armi verso Israele.

Poiché il numero di morti a Gaza corrisponde alla ripartizione demografica della popolazione civile del territorio, il rapporto ha rilevato che il quadro delle uccisioni indica “attacchi indiscriminati” che potrebbero costituire crimini di guerra.

“Quando commessi nell’ambito di un attacco diffuso o sistematico contro la popolazione civile, possono anche comportare crimini contro l’umanità”, aggiunge il rapporto.

Skoog ha esortato i Paesi europei a “negare qualsiasi autorizzazione all’esportazione” di armi “se c’è un chiaro rischio che la tecnologia o equipaggiamento militare destinato all’esportazione possa essere usato per commettere gravi violazioni del diritto umanitario internazionale”.

Sulla base di questa valutazione, alcuni politici europei saranno a rischio di complicità se Israele sarà giudicato responsabile di aver commesso crimini di guerra, ha dichiarato Tayab Ali, socio dello studio legale britannico Bindmans che ha recentemente portato in tribunale il governo britannico per le sue esportazioni di armi a Israele.

“Gli avvocati di tutta Europa stanno osservando attentamente questa situazione e probabilmente avvieranno azioni legali a livello nazionale e internazionale. Gli interessi economici non sono una difesa dalla complicità in crimini di guerra”, ha dichiarato Ali a The Intercept. “È sconcertante che, in seguito al contenuto di questo rapporto, paesi come la Francia e la Germania possano anche solo lontanamente prendere in considerazione la possibilità di sollevare questioni di immunità per proteggere criminali di guerra ricercati come Netanyahu e Gallant” – con riferimento al Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu e all’ex Ministro della Difesa Yoav Gallant.

Diana Buttu, già consulente legale e negoziatrice per l’Autorità Palestinese ha suggerito che i paesi membri abbiano respinto l’analisi della stessa Unione Europea per motivi politici.

“Dal punto di vista legale, sappiamo quali dovrebbero essere le conseguenze” ha dichiarato Buttu. “Il punto era se la politica avrebbe rispettato il diritto e purtroppo non è stato così”.

Collusione criminale

La relazione di Skoog non è tenera con le atrocità commesse da Hamas il 7 ottobre, descrivendo per esempio la cattura di ostaggi come “una violazione del diritto umanitario internazionale e un crimine di guerra”.

Gli attacchi per mezzo di razzi da parte di Hamas e Hezbollah sono stati “intrinsecamente indiscriminati… e possono costituire un crimine di guerra”, aggiunge.

L’indagine denuncia inoltre l’uso di tunnel in aree civili come equivalente all’uso di scudi umani, anch’esso un crimine di guerra. L’esercito israeliano non ha tuttavia prodotto alcuna “prova sostanziale” a sostegno di questa accusa, che, quand’anche provata, non giustificherebbe attacchi indiscriminati o sproporzionati contro aree civili.

La relazione respinge uno dei punti più importanti nella difesa israeliana dall’accusa di aver commesso crimini di guerra attaccando gli ospedali della Striscia di Gaza. Skoog osserva che “attaccare intenzionalmente ospedali… può costituire un crimine di guerra” a prescindere da qualsivoglia attività di Hamas al loro interno.

Nella sua relazione Skoog dice che il Diritto Internazionale riconosce a Israele “il diritto e anzi il dovere di proteggere la propria popolazione”, ma che esso deve essere esercitato in risposta a un attacco armato o imminente e in misura proporzionata. Essendo l’occupante, si legge nella relazione, Israele aveva anche il dovere di garantire la sicurezza e la salute di coloro che vivono sotto occupazione.

Agnès Bertrand-Sanz, esperta in questioni umanitarie di Oxfam, ha detto che la relazione “avvalora la tesi secondo la quale i governi dei paesi UE hanno agito in complicità con i crimini israeliani a Gaza”.

“Non hanno agito nemmeno quando i loro stessi servizi li hanno messi di fronte ai fatti”, ha dichiarato. “Chi continua a esportare armi verso Israele in aperto contrasto alle chiare indicazioni contenute nella relazione è coinvolto in una palese collusione criminale”.

[Traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola]




Docente ebrea licenziata per post antisionisti

Nora Barrows-Friedman 

17 Novembre 2024 Electronic Intifada

Negli Stati Uniti gli studenti e i docenti continuano a resistere alle misure repressive delle amministrazioni universitarie volte a soffocare o addirittura criminalizzare ogni discorso a sostegno dei diritti dei palestinesi – mentre il genocidio a Gaza continua.

Accanto alle università statunitensi d’élite che chiamano la polizia antisommossa contro i propri studenti che fanno sit-in di protesta, o che tentano di impedire del tutto agli studenti di condurre proteste, alcune università hanno cercato di classificare l’ideologia politica del sionismo come un genere di identità protetta per definire il discorso antisionista come incitamento all’odio razzista.

“Da quando sono insegnante ho tenuto corsi sulla Palestina: è sempre stata centrale o costitutiva nel lavoro che svolgo”, ha detto Maura Finkelstein a The Electronic Intifada Podcast.

Finkelstein, studiosa di antropologia e scrittrice, ha insegnato al Muhlenberg College di Allentown, Pennsylvania, per nove anni.

Teneva un corso di Antropologia della Palestina, un corso che, dice, era stato approvato dal college. Ma nonostante fosse di ruolo è stata licenziata a maggio 2024 per i suoi post sui social media a sostegno dei diritti dei palestinesi e contro l’ideologia politica del sionismo, un provvedimento che è stato interpretato come avvertimento per gli altri professori anti-genocidio.

Il licenziamento è seguito a mesi di mirate persecuzioni da parte di gruppi di lobbisti e di singoli individui israeliani che hanno fatto pressione sull’università affinché licenziasse Finkelstein accusandola di “odio verso gli ebrei” per i suoi principi antisionisti. Finkelstein è ebrea.

The Intercept [organizzazione giornalistica americana di sinistra senza scopo di lucro, ndt.] ha riferito che Finkelstein “è stata oggetto di una campagna di migliaia di email anonime generate da bot, inviate ogni minuto per oltre 24 ore agli amministratori della scuola nonché a organi di informazione e politici locali per chiederne la rimozione”. L’amministrazione del college ha detto a Finkelstein che “numerose famiglie di studenti avevano chiamato per esprimere preoccupazione per le sue opinioni”, nota The Intercept. “Una petizione Change.org avviata a fine ottobre da anonimi ‘ex studenti e sostenitori del Muhlenberg College’ che chiedeva il licenziamento di Finkelstein per presunta retorica ‘pro-Hamas’ ha ottenuto oltre 8.000 firme”.

Finkelstein ha detto a The Electronic Intifada che uno dei suoi post sui social media, la ripubblicazione sul suo account personale della dichiarazione del poeta palestinese americano Remi Kanazi di rifiuto di normalizzare il sionismo, ha provocato la condanna di uno studente di Muhlenberg che non aveva mai frequentato le sue lezioni. “Poiché lo studente si identificava come sionista e poiché credeva che sionismo ed ebraismo fossero la stessa cosa, [lo studente ha affermato che] stavo violando la politica di non discriminazione sulle pari opportunità, il che sostanzialmente avrebbe negato allo studente l’accesso all’istruzione”, ha detto Finkelstein.

E ha spiegato che, nonostante lo studente non la conoscesse, “ha dato per scontato dai post sui social media che non sarebbe stato al sicuro nella mia classe. La cosa è passata attraverso un’indagine lunga tre mesi e mezzo, è passata attraverso vari comitati di docenti, personale e amministrativi, e mi è stato detto che ero stata licenziata per giusta causa, il che significa che non ho ricevuto il TFR”.

“Coincidenza perfetta”

Finkelstein afferma che secondo l’ Associazione Americana dei Professori Universitari (AAUP) è la prima professoressa di ruolo a essere licenziata dall’ottobre 2023 per il suo sostegno ai diritti dei palestinesi. “Certo, ci sono stati casi in passato”, nota, citando il licenziamento del professor Steven Salaita da parte dell’Università dell’Illinois nel 2014 [per tweet giudicati antisemiti di protesta contro il bombardamento di Gaza, ndt.] così come “innumerevoli professori associati, professori assistenti in visita, docenti, altri docenti a contratto che hanno perso i loro contratti, che hanno perso il lavoro senza lo stesso tipo di causa che avrebbe causato indignazione”.

La paura, dice, per gli accademici che adesso vengono sanzionati,è che se viene divulgata la vicenda non lavoreranno mai più nell’istruzione superiore. E penso che questa sia una minaccia reale”. Nel suo caso, spiega Finkelstein, si cristallizzano almeno due delle grandi criticità dell’istruzione superiore in questo momento. Una è la “costante erosione dei finanziamenti federali, del sostegno federale [che] ha fatto sì che queste istituzioni siano completamente, o quasi completamente, dipendenti dalle tasse universitarie e dal sostegno dei donatori”, il che crea un modello finanziario che “in realtà non riguarda l’istruzione ma la raccolta di fondi”, dice.

La seconda criticità è che gli amministratori sono nella condizione per cui “non sanno cosa sia l’ebraismo. Non sanno cosa sia il sionismo. Probabilmente non sanno molto delle decisioni che prendono. Ciò che sanno è [che] se si alienano la base finanziaria tracolleranno”. Finkelstein dice di capire perché alcuni professori abbiano paura di parlare in difesa della Palestina e potenzialmente perdere il lavoro. Ma, aggiunge, i suoi colleghi non dovrebbero autocensurarsi. “Dobbiamo tutti parlare della Palestina. Dobbiamo tutti fare lezioni sulla Palestina perché, teoricamente, non possono licenziarci tutti.”

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Trapela un documento di valutazione che dimostra che L’UE “aggiusta” le regole per consentire il commercio con le colonie israeliane

Arthur Neslen

23 ottobre 2024 – The Intercept

Una recente sentenza della Corte Internazionale di Giustizia richiede ai Paesi di porre fine a ogni sostegno all’occupazione israeliana, ma non secondo il parere legale dell’UE.

Secondo un documento di valutazione trapelato, il responsabile legale degli Affari Esteri dell’Unione Europea ha informato un alto funzionario del dipartimento che la nuova risoluzione dei giudici dell’Aia non richiede agli Stati dell’UE di vietare l’importazione dei prodotti dalle colonie israeliane.

Esperti legali hanno affermato che tale valutazione contraddice la sentenza della Corte Internazionale di Giustizia, o CIG, secondo cui gli Stati dovrebbero porre fine a ogni sostegno all’occupazione israeliana della Palestina, inclusa la Cisgiordania e la Striscia di Gaza.

In un promemoria di sette pagine Frank Hoffmeister, direttore del dipartimento legale degli Affari Esteri dell’UE, ha sostenuto che dal momento che una legge europea richiede l’etichettatura dei prodotti delle colonie il divieto alla loro importazione e vendita sarebbe quindi opinabile.

“La legge dell’UE richiede un’etichettatura che indichi da dove provengono i prodotti alimentari: dalla Cisgiordania o dalle colonie”, afferma la valutazione legale di Hoffmeister. “Un eventuale riesame delle norme europee nei confronti dell’importazione dei prodotti delle colonie è materia di ulteriore valutazione politica”.

Il parere legale, riprodotto integralmente di seguito, è stato inviato al capo della politica estera dellUE Josep Borrell il 22 luglio, tre giorni dopo che la CIG aveva deciso che gli Stati non devono fornire aiuto o assistenza nel mantenimento” delloccupazione illegale di Israele.

Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, ha dichiarato a The Intercept che l’atteggiamento dell’UE nei confronti della risoluzione della CIG è “giuridicamente erroneo, politicamente dannoso e moralmente pericoloso“.

“L’UE sta trascurando la sua responsabilità di rispettare il diritto internazionale”, ha affermato. “Questa violazione delle regole per convenienza politica erode la credibilità della politica estera dell’UE e tradisce la fiducia delle persone anche a prescindere dalla Palestina”.

“La condotta della UE stabilisce anche un pericoloso precedente in quanto tratta i suoi obblighi ai sensi del parere consultivo della CIG come facoltativi, soprattutto nel contesto delle atrocità in corso”, ha dichiarato Albanese. “Ciò implica che il rispetto del diritto internazionale è discrezionale e mina la fiducia nel sistema giuridico internazionale”.

Daniel Levy, ex negoziatore di pace israeliano e presidente del Progetto Stati Uniti/Medio Oriente, ha fatto eco alle critiche, descrivendo il parere di Hoffmeister come “un’interpretazione molto fallace e facilmente confutabile”.

Pete Stano, portavoce principale per gli affari esteri e i servizi di sicurezza della Commissione Europea, ha affermato in una dichiarazione a The Intercept: “Come regola generale non commentiamo le fughe di notizie di presunti documenti interni”.

Studiosi di diritto internazionale hanno detto a The Intercept che l’interpretazione di Hoffmeister non è corretta: [in realtà] lapposita etichettatura prevista per i prodotti provenienti dalle colonie illegali di Israele non soddisfa la richiesta della CIG di non riconoscere loccupazione di Israele.

“La Corte Internazionale di Giustizia ha chiarito che ‘tutti gli aiuti e l’assistenza’ di qualsiasi tipo da parte di tutti gli Stati al progetto di colonizzazione devono cessare. “La mia valutazione è che ciò richieda all’UE di rivedere la propria politica per porre fine a qualsiasi commercio, finanziamento o altra assistenza che in qualsiasi modo sostenga l’occupazione israeliana”, ha affermato Susan Akram, direttrice dell’International Human Rights Clinic della Boston University School of Law. “La politica attuale non è conforme al parere della CIG e non c’è nessun motivo, come afferma il parere dell’UE, ‘di un’ulteriore valutazione politica se riesaminare le norme europee“.

Akram ha affermato che il parere legale ha erroneamente equiparato la richiesta della CIG relativa al non riconoscimento dell’occupazione alla politica dell’UE di lavorare “con partner internazionali per rivitalizzare un processo politico” in vista di una soluzione a due Stati.

“Questo non è ciò che la Corte ha richiesto”, ha detto Akram. La Corte sostiene che l’intera occupazione è illegale e deve cessare il più rapidamente possibile. Ciò non dipende da negoziati, che si tratti di una soluzione a due Stati o di altro tipo”.

Il parere legale di Hoffmeister ha anche avvertito lUE di aspettarsi ulteriori contenziosi dinnanzi ai tribunali nazionali in relazione alle vendite di armi o ad altre forme di assistenza a Israele”.

Miliardi di investimenti europei

La CIG è il massimo organo giuridico al mondo per la valutazione di controversie tra Stati e i suoi pareri, pur non essendo vincolanti, hanno “grande peso giuridico e autorità morale” e sono considerati il massimo riferimento nel diritto internazionale. A settembre l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha risposto alla sentenza della CIG affermando che Israele dovrebbe porre fine alla sua occupazione di 57 anni entro 12 mesi.

Hoffmeister, autore della nota legale dell’UE, è anche direttore del gruppo di lavoro con sede a Bruxelles sulla politica estera e di sicurezza del Partito Liberal Democratico Tedesco [FDP], forte sostenitore della guerra di Israele a Gaza. L’FDP, del quale in precedenza Hoffmeister è stato vicepresidente a Bruxelles, ha chiesto il congelamento dei fondi dell’UE e della Germania alle istituzioni e ai programmi palestinesi fino a quando uno speciale accertamento non avrà garantito che nessuna somma vada “a finanziare il terrorismo islamista”.

Per oltre 100 anni i Paesi europei hanno svolto un ruolo centrale nel sostenere la colonizzazione ebraica nelle terre tra il Mar Mediterraneo e il fiume Giordano. Dalla creazione di Israele nel 1948 e dalla sua conquista dei territori occupati nel 1967 il loro sostegno commerciale e politico ha rafforzato il controllo israeliano sull’area.

Tra il 2020 e l’agosto 2023 gli investitori europei hanno erogato oltre 151 miliardi di euro in prestiti e garanzie per le aziende “attivamente coinvolte” negli insediamenti coloniali israeliani e hanno investito oltre 133 miliardi di euro in azioni e obbligazioni nelle stesse aziende, secondo la stima di una coalizione di organizzazioni contrarie agli investimenti europei nelle colonie.

La maggior parte del mondo considera gli insediamenti coloniali di civili israeliani nei territori palestinesi occupati illegali secondo il diritto internazionale. Ma oggi il progetto di colonizzazione sembra accelerare, con nuovi avamposti costruiti in Cisgiordania e pianificati nella Striscia di Gaza.

La dissonanza di queste azioni sullo sfondo di quello che alcuni chiamano “il primo genocidio trasmesso in streaming” ha portato Paesi come l’Irlanda a rilanciare una proposta di legge che vieta il commercio con le colonie israeliane, in precedenza accantonata per timore che violasse le norme dell’UE.

In una lettera pubblicata martedì sui progressi nel cammino procedurale della legge il vice primo ministro irlandese ha avvertito che se l’UE non fosse intervenuta, alcune nazioni avrebbero potuto agire autonomamente per vietare il commercio in conformità con la CIG.

“Il commercio è competenza esclusiva dell’UE e quindi l’attenzione del governo si è concentrata sul raggiungimento di un’azione a livello UE”, ha scritto Tánaiste Micheál Martin, che è anche ministro degli Affari Esteri dell’Irlanda. “Ho ripetutamente chiesto all’UE di rivedere in modo completo la relazione UE-Israele alla luce del parere consultivo. Il procuratore generale ha chiarito che se ciò non è possibile ci sono basi nel diritto UE che consentono agli Stati di agire a livello nazionale”.

Il 17 ottobre anche il governo norvegese ha invitato le sue aziende ad evitare scambi commerciali che rafforzino la presenza di Israele nei territori palestinesi occupati.

Lo stesso giorno un gruppo trasversale di 30 membri del Parlamento europeo ha sottoposto una domanda scritta alla Commissione Europea chiedendo se ora, in seguito alla sentenza della CIG, avrebbe “rispettato i suoi obblighi ai sensi del diritto internazionale e vietato urgentemente ogni commercio con le colonie illegali israeliane”.

L’anno scorso lo stesso Hoffmeister ha chiesto agli Stati di conformarsi alle decisioni della CIG e ha deplorato la Russia per non avervi ottemperato riguardo all’Ucraina.

Per quanto riguarda Gaza e la Cisgiordania, tuttavia, la sua valutazione è stata che il blocco era già “in conformità” con il dovere di non riconoscere la legittimità dell’occupazione, lasciando la questione delle colonie israeliane al processo di pace a due Stati.

Secondo Akram, professore di giurisprudenza alla Boston University, questo è anche in contrasto con la richiesta della CIG che tutti i coloni vengano rimossi immediatamente dal territorio occupato. “Non concede agli Stati discrezionalità sul consentire che questa questione sia soggetta a negoziati”, ha affermato.

Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite, ha affermato che l’immagine di sé dell’UE come mediatrice per la Palestina è stata offuscata dalla sua riluttanza a parlare delle violazioni israeliane del diritto internazionale.

“Ricorrendo a escamotage e piegando le regole universali per mantenere il commercio con queste colonie e con Israele nel suo insieme, in un momento di atrocità indicibili, l’UE rischia di diventare colpevole di aiutare e assistere un regime di apartheid e i suoi crimini atroci”, ha affermato, “implicando che i diritti dei palestinesi siano secondari rispetto agli interessi economici europei, il che danneggerebbe ulteriormente la credibilità già compromessa dell’UE tra i palestinesi e gli altri popoli del sud del mondo”.

22 luglio 2024, Valutazione Legale dell’Unione Europea sulla Sentenza della CIG

(Trascrizione)

The Intercept pubblica, di seguito, una riproduzione del promemoria del parerelegale, con l’omissione di alcune annotazioni amministrative.

SERVIZIO EUROPEO PER L’AZIONE ESTERNA

Il Direttore

SG. LD

Dipartimento legale

Bruxelles, 22 luglio 2024

NOTA ALL’ATTENZIONE DELL’ALTO RAPPRESENTANTE JOSEP BORRELL FONTELLES

Oggetto: parere consultivo della CIG del 19 luglio 2024 in merito al Territorio Palestinese Occupato

I. Introduzione

Il 19 luglio 2024 la Corte Internazionale di Giustizia (“la Corte”) ha emesso il suo parere consultivo in merito alle “Conseguenze giuridiche derivanti dalle politiche e pratiche di Israele nel Territorio Palestinese Occupato, compresa Gerusalemme Est”. Ha risposto a due quesiti che l’Assemblea Generale le aveva sottoposto il 30 dicembre 2022:

(a) “Quali sono le conseguenze giuridiche derivanti dalla violazione in corso da parte di Israele del diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione, dalla sua prolungata occupazione, colonizzazione e annessione del territorio palestinese occupato dal 1967, comprese le misure volte a modificare la composizione demografica, il carattere e lo status della Città Santa di Gerusalemme, e dalla sua adozione di leggi e misure discriminatorie correlate?

(b) In che modo le politiche e le pratiche di Israele […] influenzano lo status giuridico dell’occupazione e quali sono le conseguenze giuridiche che derivano per tutti gli Stati e le Nazioni Unite da tale status?”

La presente nota presenta brevemente il parere consultivo (“il Parere”) (II), fornisce alcune osservazioni sulle sue possibili implicazioni giuridiche (III) e suggerisce una conclusione (IV). Il ragionamento dettagliato della Corte è riassunto nell’allegato 1. L’allegato 2 contiene una sintesi delle posizioni dell’UE che sono state condivise con gli Stati membri durante la preparazione delle loro osservazioni nazionali alla Corte.

II. Il Parere

Nel corso del procedimento, oltre cinquanta Stati e tre organizzazioni internazionali hanno presentato delle osservazioni. Dell’UE, solo un terzo degli Stati membri ha preso parte al processo.

Dopo aver affermato la propria giurisdizione e sottolineato che non vi è alcuna ragione stringente per cui non dovrebbe rispondere alle domande poste dall’UNGA [Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ndt.], la Corte chiarisce che Israele ha dei doveri in quanto potenza occupante in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. Tali doveri sussistono anche nei confronti di Gaza, anche dopo il ritiro della sua presenza militare, commisurati alla perdurante capacità di Israele di esercitare un controllo effettivo (controllo dello spazio aereo, accesso via terra, fornitura di determinati servizi di base).

È importante rilevare che la Corte sottolinea inoltre che un’occupazione è per sua natura temporanea. Anche un’occupazione prolungata non conferisce diritto di sovranità sul territorio occupato. Applicando gli standard pertinenti del diritto internazionale umanitario, integrati dagli obblighi in materia di diritti umani che si applicano anche alla condotta israeliana oltre i suoi confini nazionali, la Corte esamina quindi le politiche e le pratiche israeliane. La Corte è convinta che le colonie israeliane siano intese come permanenti e cita numerosi indicatori in tal senso. Sottolinea inoltre il dovere di non annettere territorio, il divieto di applicare una legislazione discriminatoria e il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese. In modo significativo la Corte ritiene che un’ampia gamma di legislazioni adottate e misure prese da Israele nella sua veste di potenza occupante costituisca una violazione dell’articolo 3 della Convenzione delle Nazioni Unite sull’eliminazione della discriminazione razziale (CERD), che proibisce la segregazione razziale e l’apartheid.

Nella parte più importante della sentenza la Corte analizza gli “effetti” delle politiche israeliane sulla legalità dell’occupazione e sugli obblighi di altri Stati e organizzazioni internazionali. Secondo la Corte l’abuso prolungato da parte di Israele della sua posizione di potenza occupante attraverso l’annessione e l’affermazione di un controllo permanente sul territorio palestinese occupato e la continua frustrazione del diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione violano i principi fondamentali del diritto internazionale. Su questa base, la Corte giunge alle seguenti conclusioni operative sostanziali:

(3) La presenza continuativa dello Stato di Israele nel Territorio Palestinese Occupato è illegittima;

(4) Lo Stato di Israele ha l’obbligo di porre fine alla sua presenza illegittima nel Territorio Palestinese Occupato il più rapidamente possibile;

(5) Lo Stato di Israele ha l’obbligo di cessare immediatamente tutte le nuove attività di colonizzazione e di evacuare tutti i coloni dal Territorio Palestinese Occupato;

(6) Lo Stato di Israele ha l’obbligo di riparare il danno causato a tutte le persone fisiche o giuridiche interessate nel Territorio Palestinese Occupato;

(7) Tutti gli Stati hanno l’obbligo di non riconoscere come legale la situazione derivante dalla presenza illegittima dello Stato di Israele nel Territorio Palestinese Occupato e di non prestare aiuto o assistenza nel mantenimento della situazione creata dalla presenza continuativa dello Stato di Israele nel Territorio Palestinese Occupato;

(8) Le organizzazioni internazionali, tra cui le Nazioni Unite, hanno l’obbligo di non riconoscere come legale la situazione derivante dalla presenza illegale dello Stato di Israele nel Territorio Palestinese Occupato;

(9) Le Nazioni Unite, e in particolare l’Assemblea Generale, che ha richiesto questo Parere, e il Consiglio di Sicurezza, dovrebbero considerare le modalità precise e le ulteriori azioni necessarie per porre fine il più rapidamente possibile alla presenza illegale dello Stato di Israele nel Territorio Palestinese Occupato.

III. Importanza e implicazioni legali

1. Lo status giuridico dei pareri consultivi

I pareri consultivi della Corte Internazionale di Giustizia non sono giuridicamente vincolanti. Tuttavia hanno grande importanza e autorità legale, perché la Corte interpreta i principi vincolanti del diritto internazionale come il diritto all’autodeterminazione e i doveri degli Stati occupanti. Pertanto, anche se formalmente non vincolante, il parere consultivo chiarisce gli obblighi di Israele ai sensi del diritto internazionale per quanto riguarda il Territorio Palestinese Occupato e gli obblighi correlati degli altri Stati e organizzazioni internazionali, tra cui l’UE.

Israele non ha partecipato al procedimento. Ha solo presentato una breve dichiarazione scritta sostenendo di non aver dato il consenso alla risoluzione giudiziaria della sua controversia con la Palestina e che la sentenza avrebbe imposto tale risoluzione senza il consenso di Israele. La Corte, tuttavia, ha respinto questa argomentazione quando ha esaminato le potenziali ragioni per cui avrebbe dovuto rendere un parere consultivo. Ha rilevato che i pareri consultivi non costituiscono una risoluzione giudiziaria delle controversie bilaterali, ma piuttosto chiariscono i principi del diritto internazionale che vanno oltre la questione di Israele e Palestina, in particolare il dovere di non riconoscimento rivolto a Stati e organizzazioni internazionali.

2. Le implicazioni legali delle parti operative

a) L’illegalità dell’occupazione prolungata e il dovere di porvi fine (OP 3 e OP 4)

Il parereè stato adottato a larga maggioranza, con le disposizioni riguardanti le colonie e le riparazioni adottate con 14 voti contro 1, mentre le disposizioni che affermano che l’occupazione è illegale e deve cessare sono state adottate con una maggioranza di 11 voti contro 4. Insieme alla vicepresidente Sebutinde (del parere che in linea di principio la Corte non avrebbe dovuto esprimersi sulle questioni), hanno votato contro questo punto i giudici Abraham, Tomka e Aurescu.

Questa divisione tra i giudici (e l’assenza di una posizione comune dell’UE sulla questione) dimostra la complessità del tema proposto. Tuttavia per la maggioranza il punto chiave era che l’attività di colonizzazione israeliana andava oltre i diritti di una potenza occupante di governare temporaneamente il territorio sotto suo effettivo controllo. Invia un forte segnale contro l’annessione di un territorio con la forza, anche se “distribuita” nel tempo e anche se praticata da coloni “privati” che hanno ricevuto un’autorizzazione ex post e sostegno dallo Stato per le loro attività illegali.

La posizione adottata dalla Corte è ampiamente in linea con le principali richieste espresse dallo Stato di Palestina, dalla Lega degli Stati Arabi e dall’Organizzazione della Conferenza Islamica, con l’importante eccezione del “diritto al ritorno” di tutti i rifugiati palestinesi nei loro luoghi di residenza originali. 2 Il parererichiede che “tutti i palestinesi sfollati durante l’occupazione” possano tornare nei loro luoghi di residenza originali”, mentre l’enunciato che precede impone la restituzione delle terre confiscate “da quando l’occupazione [di Israele] è iniziata nel 1967” (§ 270). Il parere consultivo sembra quindi approvare l’approccio dei “due Stati” per quanto riguarda i diritti di residenza, con la “linea verde” come confine di demarcazione tra di essi. Non analizza la situazione e i potenziali diritti dei palestinesi che sono diventati rifugiati prima del 1967.

Un’altra questione controversa riguarda l’interpretazione da parte della Corte dell’articolo 3 della Convenzione sull’Eliminazione della Discriminazione Razziale (CERD) sul divieto di segregazione razziale e apartheid. Mentre la Corte è stata unanime nel ritenere che “la legislazione e le misure di Israele costituiscono una violazione dell’articolo 3 del CERD” (§ 229), non ha specificato sulla base di quale dei due elementi contenuti in questa disposizione (segregazione razziale o apartheid) è giunta a questa conclusione. Mentre il presidente Salam (§§ 14-32) e il giudice Tladi (§ 36) hanno qualificato nelle rispettive dichiarazioni individuali le pratiche israeliane come “equivalenti all’apartheid” o aventi il ​​“carattere di apartheid”, i giudici Iwasawa (§ 13) e Nolte (§ 8) sostengono che la Corte non abbia raggiunto tale conclusione.

b) Il dovere israeliano di evacuare i coloni e di rendere riparazione (OP 5 e OP 6)

Probabilmente la conclusione di più vasta portata riguarda l’obbligo di Israele di “cessare immediatamente tutte le nuove attività di insediamento coloniale” e di “evacuare tutti i coloni dal Territorio Palestinese Occupato” (OP 5). L’obbligo d’evacuazione riguarda 465.000 abitanti della Cisgiordania e circa 230.000 di Gerusalemme Est. Allo stesso tempo, il parere contiene una sfumatura sulla tempistica. Mentre l’attuazione del requisito più urgente, ovvero la cessazione della nuova costruzione di insediamenti coloniali, deve avere carattere “immediato”, il “porre fine” alla “presenza illegale” deve essere attuato solo “il più rapidamente possibile” (OP 4). Ciò potrebbe essere letto in rapporto all’OP 9, secondo cui l’UNGA e l’UNSG dovrebbero considerare “modalità precise e ulteriori azioni” per porre fine alla presenza illegale dello Stato di Israele nel Territorio Palestinese Occupato. Nel caso Chagos (in cui al Regno Unito è stato chiesto, in un parere consultivo, di rispettare il fatto che le isole Chagos fanno parte delle Mauritius), l’UNGA ha adottato solo tre mesi dopo la risoluzione 73/295, in cui ha interpretato la formulazione “il più rapidamente possibile” come “non più di sei mesi dall’adozione della presente risoluzione”.

Per quanto riguarda l’obbligo di riparazione per il danno causato a tutte le persone interessate (OP 6), sorgerà la questione di come organizzare le richieste e la loro soddisfazione (istituzione di una Commissione Internazionale per le Richieste?). A causa dell’intrinseca complessità di questo punto, sarebbe saggio includerlo nelle “modalità precise” da concordare tra l’UNGA e l’UNSC ai sensi dell’OP 9.

c) L’obbligo di non riconoscimento da parte degli Stati e delle organizzazioni internazionali (OP 7 e OP 8)

Negli OP 7 e OP 8 la Corte sottolinea l’obbligo di “non riconoscere come legale la situazione derivante dalla presenza illegale dello Stato di Israele nel Territorio Palestinese Occupato”. Questo obbligo di non riconoscimento grava sia sugli Stati che sulle organizzazioni internazionali, tra cui l’Unione Europea.

L’UE ha una politica di lunga data di non riconoscimento di alcuna modifica dei confini del 1967 tra Israele e la Cisgiordania. Si è anche impegnata a lavorare all’interno delle Nazioni Unite per una soluzione equa a due Stati del conflitto, che implichi la creazione di uno Stato palestinese e quindi la fine dell’occupazione israeliana del Territorio Palestinese Occupato. La posizione precisa dell’UE sul riconoscimento (luglio 2014) è stata la seguente:

“Un accordo sui confini dei due Stati, basato sui confini del 4 giugno 1967 con scambi di territori equivalenti come concordato tra le parti. L’UE riconoscerà le modifiche ai confini precedenti al 1967, anche per quanto riguarda Gerusalemme, solo quando concordato dalle parti”.

Nelle sue conclusioni più recenti del 27 giugno 2024 il Consiglio Europeo ha invitato il Consiglio a proseguire i lavori su ulteriori misure restrittive contro i coloni estremisti in Cisgiordania e ha condannato le decisioni del governo israeliano di espandere ulteriormente gli insediamenti illegali nella Cisgiordania occupata esortando Israele a revocare tali decisioni. Ha ribadito il suo incrollabile impegno per una “pace duratura e sostenibile conformemente alle pertinenti risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, sulla base della soluzione a due Stati, con lo Stato di Israele e uno Stato di Palestina indipendente, democratico, contiguo, sovrano e vitale che vivano fianco a fianco in pace, sicurezza e riconoscimento reciproco”. Ha inoltre impegnato l’UE a “continuare a lavorare con i partner internazionali per rilanciare un processo politico a tal fine” e ha osservato “che un percorso credibile verso la realizzazione di uno Stato palestinese è una componente cruciale di tale processo politico”.

La politica concordata dell’UE è pertanto in linea con gli obblighi derivanti dal diritto internazionale come interpretati dalla Corte per quanto riguarda gli altri Stati e le organizzazioni internazionali nei punti (7) e (8) delle parti attuative della risoluzione. Le misure previste contro i coloni estremisti allineeranno ulteriormente la politica dell’UE con la risoluzione.

Un’altra questione riguarda le relazioni commerciali con i territori occupati. Qui la Corte sottolinea il dovere di distinguere i rapporti con Israele che riguardino il suo territorio e quelli con il Territorio Palestinese Occupato (§ 278). Per la Corte ciò comprende l’obbligo di astenersi da relazioni contrattuali con Israele in tutti i casi in cui pretendesse di agire per conto del Territorio Palestinese Occupato o di una sua parte su questioni riguardanti il ​​Territorio Palestinese Occupato o una parte del suo territorio. Questa visione è già seguita dall’UE, poiché la Corte di Giustizia dell’Unione europea ha delineato l’ambito territoriale di applicazione degli accordi UE-Israele e UE-OLP in linea con questo principio. Più difficile da discernere è il dovere di “astenersi dall’intraprendere relazioni economiche o commerciali con Israele riguardanti il ​​Territorio Palestinese Occupato o parti di esso che potrebbero consolidare la sua presenza illegale nel territorio” e di “adottare misure per impedire relazioni commerciali o di investimento che aiutino a mantenere la situazione illegale creata da Israele nel Territorio Palestinese Occupato” (§ 278). A questo proposito, la giurisdizione UE richiede un’etichettatura che indichi che i prodotti alimentari provengono dalla Cisgiordania e dalle colonie. La questione se a questo riguardo siano necessarie ulteriori misure costituisce materia di valutazione politica.

Tra le altre conseguenze legali, il parerepotrebbe incoraggiare ulteriori contenziosi dinanzi ai tribunali nazionali in relazione alle vendite di armi o ad altre forme di assistenza a Israele, sulla base dell’argomentazione che ciò viene utilizzato per mantenere la situazione creata dalla presenza continuativa dello Stato di Israele nei Territori Palestinesi Occupati. Il parerepotrebbe anche esacerbare i boicottaggi già esistenti e le petizioni dei cittadini per un divieto totale di commercio di prodotti provenienti dalle colonie.

IV. Conclusioni

Alla luce degli elementi di cui sopra il Dipartimento Legale ritiene che

1. Il parere consultivo chiarisce gli obblighi internazionali vincolanti per Israele in quanto potenza occupante del Territorio Palestinese Occupato; il fatto che il parerestesso sia di natura consultiva non modifica la natura degli obblighi legali di Israele.

2. L’illegalità di per sé dell’occupazione prolungata costituisce un nuovo elemento nell’analisi giuridica della presenza di Israele nel Territorio Palestinese Occupato.

3. Il dovere di porre fine alle attività di colonizzazione e di evacuare un numero significativo di coloni deve essere preso in considerazione in qualsiasi futura iniziativa di pace.

4. La posizione di lunga data dell’Unione europea sull’illegalità degli insediamenti oltre la Linea Verde è conforme al dovere delle organizzazioni internazionali di non riconoscere come legale la situazione derivante dalla presenza illegale dello Stato di Israele nel Territorio Palestinese Occupato. L’eventuale revisione della politica dell’UE riguardo all’importazione di prodotti dalle colonie è materia oggetto di ulteriore valutazione politica.

5. Dato che la disposizione finale (9) del parere consultivo sottolinea un ruolo particolare sia dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nel definire le modalità precise per porre fine all’occupazione illegale, qualsiasi futura iniziativa dell’UE dovrebbe tenere conto delle loro conclusioni.

Firmato

Frank Hoffmeister

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Ha denunciato il silenzio di una prestigiosa rivista medica sull’Olocausto. Ora indaga su come la rivista tratta le notizie su Gaza.

Jonah Valdez

17 ottobre 2024, The Intercept

Durante un simposio ad Harvard una storica che ha denunciato il silenzio del New England Journal of Medicine sulle atrocità naziste ha evidenziato il trattamento riservato dalla rivista a Gaza.

All’inizio di quest’anno due storici della medicina di Harvard hanno pubblicato un articolo su come una delle principali riviste mediche americane abbia intenzionalmente ignorato le atrocità naziste degli anni ’30 e ’40. L’articolo ha rivelato che il New England Journal of Medicine, una delle più longeve e prestigiose pubblicazioni mediche della nazione, scelse di non occuparsi delle politiche sanitarie razziste e antisemite del regime nazista, delle uccisioni di massa e della sperimentazione medica e, in un caso, elogiò il sistema sanitario nazista per il suo approccio alla salute pubblica.

Mercoledì il New England Journal of Medicine ha tenuto un convegno in cui i redattori, Joelle M. Abi-Rached e Allan M. Brandt, hanno potuto presentare le loro scoperte, e Abi-Rached ha colto l’occasione per criticare la rivista per aver reiterato oggi quegli errori.

“Il silenzio della rivista in merito alla polverizzazione del sistema sanitario a Gaza, all’attacco implacabile di Israele contro gli operatori sanitari, alla creazione di un disastro umanitario e sanitario pubblico e all’utilizzo della fame come arma è simile o diverso dal suo silenzio durante l’Olocausto?” ha affermato Abi-Rached verso la fine del suo discorso, intervenendo on-line da Parigi. “Come si spiega la rimozione della tragica situazione dei palestinesi dalle pagine della rivista? Cosa intendiamo per le caratteristiche delle politiche della salute se ignoriamo proprio la condizione, la salute e il benessere delle popolazioni emarginate e vulnerabili?”

Abi-Rached, recentemente fuggita dalla campagna di bombardamenti israeliana in Libano, dove è cresciuta e ha insegnato, ha chiesto perché la rivista non avesse ancora pubblicato alcun articolo sui palestinesi e Gaza.

Durante il suo discorso Abi-Rached ha ammonito che la distruzione a Gaza è parte di “una significativa erosione” delle leggi e del quadro umanitario internazionale nati dalla seconda guerra mondiale e dopo le atrocità dell’Olocausto. Ha poi osservato che nessuno dovrebbe sorprendersi che il suo articolo con Brandt, pubblicato durante la guerra a Gaza, abbia “suscitato reazioni così forti tra medici, esperti di sanità pubblica e altro personale sanitario, e il grande pubblico, che è rimasto giustamente sconvolto dal silenzio della rivista riguardo alla sofferenza dei palestinesi”.

Ha affermato che è compito degli storici, delle riviste mediche e delle università parlare e sollevare tali questioni per fare i conti sia con il passato che con il presente, riferendosi alla guerra di Israele a Gaza come “la crisi morale più allucinante del nostro tempo”.

“Quello che sta accadendo oggi a Gaza è senza precedenti. Supera di gran lunga le violazioni della imparzialità medica viste in El Salvador, Cile, Nicaragua, Guatemala, Siria, Sudan o Ucraina”, ha continuato Abi-Rached. “Stiamo assistendo oggi allo stesso deliberato e sistematico attacco contro il personale sanitario, non solo a Gaza, ma anche in Libano, dove il conflitto si è trasferito estendendosi”. (il termine “imparzialità medica” si riferisce al principio di salvaguardare l’accesso alle cure mediche in tempo di guerra).

Le osservazioni di Abi-Rached giungono in un momento in cui molti nella comunità medica stanno denunciando apertamente le atrocità commesse dall’esercito israeliano, in gran parte indotti dall’impegno di operatori sanitari che nel corso dell’ultimo anno si sono presi cura di pazienti all’interno degli ospedali di Gaza.

Più di recente Feroze Sidhwa, un chirurgo che ha lavorato all’ospedale europeo di Khan Younis, a Gaza, per due settimane tra marzo e aprile, ha scritto un editoriale per il New York Times basato sulle osservazioni di 65 medici, infermieri e paramedici che si sono occupati di pazienti durante la guerra. I medici hanno fornito immagini radiografiche che mostravano proiettili conficcati nei crani e nelle vertebre dei pazienti. Molti hanno riferito di aver curato molti bambini, spesso sotto i 12 anni, colpiti alla testa o al torace. Dei detrattori pro-Israele hanno respinto le prove come “modificate digitalmente o completamente falsificate” e il Times ha preso l’insolita decisione di pubblicare una nota in cui confermava [la veridicità del] l’articolo dopo aver svolto “ulteriori indagini di revisione sulle nostre precedenti risultanze”.

Durante la guerra a Gaza, l’esercito israeliano ha preso di mira gli ospedali con ripetuti attacchi aerei e operazioni di terra. All’inizio di questa settimana, lo studente palestinese diciannovenne Shaban al-Dalou è stato visto bruciare vivo mentre era collegato a una flebo dopo che un attacco aereo israeliano contro l’ospedale di Al-Aqsa ha incendiato le tende di centinaia di sfollati che vi si erano rifugiati.

Negli ultimi 12 mesi più di 800 operatori sanitari sono stati uccisi a Gaza e la maggior parte dei suoi ospedali sono stati distrutti dagli attacchi israeliani o fanno fatica a funzionare per la mancanza di risorse dovuta al blocco in corso delle forniture mediche.

In Libano, dove Israele ha recentemente intensificato i suoi attacchi con intensi bombardamenti e attacchi aerei su vasta scala, nelle ultime settimane circa metà dei suoi centri medici e cliniche sono stati chiusi a causa di danni strutturali o della loro vicinanza ai bombardamenti.

L’articolo di Abi-Rached E Brandt, “Nazism and the Journal”, ha ricevuto ampia attenzione dopo la sua pubblicazione a marzo, inclusa una copertura da parte del New York Times. Anche all’epoca l’assenza [sul New England Journal of Medicine] di un articolo sulla guerra di Israele a Gaza e la sua incapacità di tracciare linee di connessione tra l’Olocausto e quello che esperti hanno definito un genocidio in corso dei palestinesi hanno generato una protesta da parte di altri professionisti nel campo medico.

Mercoledì, dopo il discorso di Abi-Rached, nella sala conferenze della Countway Library della scuola sono scoppiati applausi tra la folla da parte di diverse decine di persone.

Eric Rubin, caporedattore del New England Journal of Medicine, ha risposto alle osservazioni di Abi-Rached riconoscendo che la rivista non ha ancora pubblicato alcun lavoro su Gaza. “Non significa che non pubblicheremo su Gaza”, ha detto, aggiungendo di essere aperto all’idea. Tuttavia, ha detto che è stato difficile trovare una voce unica sull’argomento.

“Secondo me, non basta dire ‘Gli attacchi agli ospedali sono malvagi’. È stato detto ovunque, non siamo gli unici a dirlo. Non basta dire che la imparzialità medica è un valore importante”, ha detto Rubin. “Quindi cosa possiamo dire che possa cambiare il modo di pensare delle persone?”

“E non sono sicuro di quale possa essere, ma ci piacerebbe essere in grado di creare una prospettiva unica”, ha aggiunto. “Non credo che l’abbiamo ancora trovata e penso che sia quello che stiamo cercando”.

Ha anche riconosciuto la portata del dissenso. Dopo la pubblicazione del numero sulle ingiustizie storiche, che includeva l’articolo di Abi-Rached e Brandt, un certo numero di lettori ha annullato i propri abbonamenti per protesta, ha detto Rubin. Gaza è ancora più spinosa, ha detto.

“Abbiamo sentito che nella sala esistono fondate controversie che non sono così nette“, ha detto Rubin, riferendosi a una domanda precedente di un partecipante.

Prima che Rubin prendesse la parola un partecipante, che ha detto che la sua famiglia vive in Israele dalla sua creazione nel 1948 e la cui figlia ha perso un’amica durante gli attacchi del 7 ottobre, ha sostenuto che l’imparzialità medica è stata “distrutta da entrambe le parti” e ha sottolineato il rifiuto di Hamas verso servizi medici forniti dalla Croce Rossa, come richiesto dal diritto internazionale. Ha anche menzionato l’accusa secondo cui Hamas usa gli ospedali “come copertura per attività militari”. Funzionari israeliani e statunitensi spesso affermano che Hamas usa gli ospedali e altre infrastrutture civili come scudo, ma le affermazioni si sono dimostrate esagerate o infondate.

Il partecipante si è identificato come co-presidente del Jewish Employee Resource Group [Organizzazione di sostegno ai dipendenti ebrei, ndt.] presso il Mass General Brigham [sistema sanitario integrato senza scopo di lucro impegnato nella ricerca medica, insegnamento e cura dei pazienti negli USA, ndt.] e ha aggiunto che un sondaggio condotto tra il personale ebreo dell’ospedale ha mostrato che un quarto di loro ha paura di lavorare in ospedale e più di due terzi “si sentono incapaci di dichiarare completamente la propria identità nel contesto lavorativo“.

“In entrambi i contesti vorremmo che ci fosse imparzialità in merito, in modo che il personale ebraico non provasse tali sentimenti, e allo stesso modo, nel contesto del conflitto bellico, le strutture sanitarie e l’assistenza sanitaria fossero considerate uno spazio neutrale da tutte le parti”, ha affermato.

Brandt, coautore insieme a Abi-Rached, ha risposto deplorando quella che considera l’erosione delle Convenzioni di Ginevra attraverso i vari conflitti in tutto il mondo e ha parlato della necessità di ripristinare la fiducia in tali norme istituzionali.

Abi-Rached ha poi respinto l’argomento “entrambe le parti” del partecipante, sostenendo che la sua logica è “un po’ pericolosa”.

“Si dovrebbe ricordare” che l’idea che “il solo fatto che combattenti o militanti vengano curati in ospedale sia una giustificazione o un pretesto sufficiente per bombardarlo, e così facendo causare ancora più danni, è esattamente ciò che i fascisti hanno storicamente usato come scusa“, ha detto, facendo riferimento a una citazione del dittatore italiano Benito Mussolini che giustificava la sua campagna di bombardamenti sugli ospedali etiopi negli anni ’30.

Abi-Rached aveva già fatto riferimento agli effetti delle guerre di Israele sul sistema sanitario in Libano in un articolo del Boston Review pubblicato all’inizio di questo mese. Nell’articolo ha descritto i momenti in cui decine di pazienti si sono riversati nell’ospedale di Beirut in cui lavorava in seguito agli attentati israeliani attraverso le esplosioni dei cercapersone.

“Siamo diventati oggetto di una macabra sperimentazione”, ha scritto. “Nuove armi vengono testate, studiate e perfezionate su vite considerate sacrificabili, con l’approvazione delle più potenti democrazie occidentali”.

“La guerra in corso fa parte dell’espansione di Eretz Israel [Grande Israele, la biblica “terra promessa”, ndt.], con sempre più colonie illegali, guidata dal messianismo del governo di estrema destra di Benjamin Netanyahu?” ha continuato Abi-Rached. “Potrebbe essere spiegato dal trauma duraturo dell’Olocausto che persiste ancora generazioni dopo, con un inquietante trasferimento dell’odio per i nazisti sugli “arabi” che in primo luogo non hanno avuto nulla a che fare con l’Olocausto?”

Jonah Valdez

Jonah Valdez è un reporter di The Intercept che si occupa di politica, politica estera degli Stati Uniti, Israele e Palestina, questioni relative ai diritti umani e ai movimenti di protesta per la giustizia sociale.

In precedenza è stato redattore del Los Angeles Times, dove è entrato a far parte del giornale come membro inaugurale della L.A. Times Fellowship. Per il Times, Valdez ha scritto articoli su giustizia ambientale, gentrificazione, trasporti, lavoro, cultura pop e l’industria di Hollywood. Valdez ha iniziato a occuparsi di notizie locali per il Southern California News Group. I suoi lavori si possono trovare anche su The Guardian, Voice of San Diego e San Diego-Union Tribune. È cresciuto a San Diego e ora risiede a Los Angeles, dove scrive anche poesie e sta lavorando alla sua prima raccolta.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Dopo che Israele ha ucciso il leader di Hamas Washington spinge per consegnare la Palestina all’Arabia Saudita

Aída Chávez

18 ottobre 2024- The Intercept

Intenzionati a realizzare un “mega-accordo” di sicurezza con l’Arabia Saudita, il Congresso e l’amministrazione Biden vedono la loro occasione.

Il capo di Hamas, Yahya Sinwar, è stato ucciso mercoledì in uno scontro tra Israele e i militanti nella Striscia di Gaza.

Sinwar, l’architetto degli attacchi del 7 ottobre, era uno dei principali obiettivi di Israele. Dopo mesi in cui Israele ha affermato che Sinwar si nascondeva nei tunnel dietro “scudi umani”, il leader di Hamas è stato gravemente ferito dal fuoco dei carri armati mentre si trovava in superficie e da solo, seduto su una sedia coperta di polvere in un appartamento in rovina, secondo le riprese dei droni diffuse dall’esercito israeliano.

Sinwar era stato descritto prima del suo omicidio come un ostacolo importante al cessate il fuoco a Gaza. Invece di concentrarsi su quell’obiettivo, tuttavia, alti funzionari statunitensi e membri del Congresso di entrambi i partiti hanno approfittato della scomparsa di Sinwar per promuovere un programma molto più ampio, tra cui un cenno alla fase successiva delle ambizioni geopolitiche americane. Dopo la notizia della morte di Sinwar il senatore Richard Blumenthal, rappresentante del Connecticut, ha affermato in un post su X: “Dopo recenti conversazioni con i leader di Israele, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, ho una fondata speranza che la morte di Sinwar crei opportunità davvero storiche per la sicurezza di Israele, la cessazione dei combattimenti e la pace e la stabilità regionali attraverso la normalizzazione delle relazioni. Bisogna cogliere l’attimo”.

Appena sotto la superficie delle osservazioni di Blumenthal c’è un mega-accordo ampiamente discusso che creerebbe di fatto a Gaza una neo-colonia del regime del Golfo sostenuto dagli Stati Uniti, impegnerebbe gli Stati Uniti ad andare in guerra per l’Arabia Saudita e ci farebbe sprofondare in una nuova guerra fredda con la Cina. I legislatori mirano a collegare queste politiche di vasta portata alla ricostruzione di Gaza per far sì che sia più difficile opporsi all’accordo. Il patto verrebbe imposto al popolo palestinese. I membri del Congresso sono stati espliciti sulla loro visione per il futuro della Palestina e della regione.

“Una nazione sovrana indipendente chiamata ‘Palestina’ con garanzie che rassicurino Israele sul fatto che in futuro non ci siano altri 7 ottobre”, ha affermato il senatore Lindsey Graham, rappresentante del Sud Carolina, in una recente intervista. “Sarà più simile a un emirato che a una democrazia. MBS e MBZ negli Emirati Arabi Uniti arriveranno e ricostruiranno Gaza… creeranno un’enclave in Palestina”, riferendosi a Mohammed bin Salman, il principe ereditario dell’Arabia Saudita, e al presidente degli Emirati Arabi Uniti Mohamed bin Zayed Al Nahyan.

Graham, uno dei più assertivi falchi del Congresso, ha anche elogiato Blumenthal per essere “un democratico che cerca di ottenere voti” per un accordo che richiede agli Stati Uniti di “andare in guerra per l’Arabia Saudita”.

Nonostante le affermazioni di volere giustizia per i palestinesi o di sostenere una soluzione a due Stati, i funzionari americani fanno pochi accenni all’autodeterminazione palestinese. Nessuno dei piani postbellici offerti comporta un’elezione o un processo che avrebbe consentito ai palestinesi di avere voce in capitolo sul loro futuro dopo aver sopportato l’emergenza umanitaria della guerra israeliana contro di loro.

L’eredità di Biden

Mentre alcuni membri, come il deputato Adam Schiff, democratico della California, hanno focalizzato la loro risposta alla morte di Sinwar più strettamente sulla fine della guerra a Gaza, molte figure influenti di Capitol Hill l’hanno collegata a una visione regionale più ampia.

Il presidente della commissione per le relazioni estere del Senato Ben Cardin, democratico del Maryland, ha rilasciato una dichiarazione in cui ha chiesto agli Stati Uniti di “tracciare un percorso che rifiuti di accettare una regione in conflitto perpetuo” e invece abbracci “un futuro che soddisfi le aspirazioni di pace, sicurezza, prosperità, dignità e riconoscimento reciproco per israeliani e palestinesi e per tutti i popoli della regione”.

Giovedì il Segretario di Stato Antony Blinken ha parlato con il Primo Ministro e Ministro degli Esteri del Qatar, nonché con il Ministro degli Esteri saudita Faisal bin Farhan, del “lavoro per riportare a casa gli ostaggi, porre fine alla guerra a Gaza e tracciare un percorso che consentirà alla popolazione di Gaza di ricostruire le proprie vite e realizzare le proprie aspirazioni liberi dalla guerra e dalla morsa di Hamas”, secondo un tweet del Dipartimento di Stato.

I funzionari del Presidente Joe Biden hanno spinto per un accordo con l’Arabia Saudita durante tutto il suo mandato, considerandolo cruciale per l’eredità del presidente. I funzionari statunitensi erano sul punto di finalizzare un accordo prima che venisse ostacolato dagli attacchi di Hamas. Solo un mese dopo il 7 ottobre un ex consigliere senior di Biden in Medio Oriente, Brett McGurk, ha delineato la strategia in un blog dell’Atlantic Council.

Secondo il nuovo libro di Bob Woodward “War” in un incontro poco prima dell’attacco del 7 ottobre Graham ha detto a Biden che solo un democratico avrebbe potuto garantire un trattato di difesa tra Stati Uniti e Arabia Saudita. “Ci vorrà un presidente democratico per convincere i democratici a votare per andare in guerra per l’Arabia Saudita”, avrebbe detto Graham.

Biden avrebbe risposto: “Facciamolo”.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Il video della violenza sessuale nella prigione israeliana è l’ulteriore conferma che Sde Teiman è un luogo di torture

Jonah Valdez

9 Agosto 2024 – The Intercept

Le violenze sui palestinesi nella prigione militare israeliana sono denunciate da mesi. Gli Stati Uniti chiedono all’esercito israeliano di indagare su sé stesso.

Sde Teiman, prigione israeliana militare segreta nel deserto del Negev, aveva allarmato l’avvocata per i diritti umani Roni Pelli e altri attivisti già dal primo mese di guerra israeliana contro Gaza.

Pelli e i suoi colleghi hanno cominciato a ricevere segnalazioni da informatori circa le pessime condizioni in cui si trovavano i palestinesi detenuti a Sde Teiman. Hanno sentito di casi di violenze commesse da soldati su detenuti palestinesi e, in un caso, di un palestinese che vi era morto.

Da allora i resoconti dei media sulla prigione si sono arricchiti delle testimonianze di palestinesi ex-detenuti e informatori israeliani, i quali raccontavano in maggior dettaglio le sconvolgenti condizioni all’interno della prigione. A Maggio un’inchiesta della CNN aveva rivelato che i detenuti palestinesi erano legati e bendati, costretti per l’intera notte a stare seduti, a volte in piedi, sotto i riflettori, che i palestinesi feriti erano legati ai letti, costretti a indossare pannoloni e nutriti con cannucce, che i soldati picchiavano i detenuti per vendicare gli attacchi del 7 Ottobre, che gli arti dei prigionieri venivano amputati a causa di ferite non medicate dovute ai dispositivi di contenimento e che tali operazioni erano eseguite senza anestesia.

Poco dopo, nello stesso mese di maggio, un’inchiesta dell’Intercept aveva rivelato la scomparsa di centinaia di medici palestinesi detenuti in Israele, riportando la testimonianza di un chirurgo che era stato picchiato e seviziato a Sde Teiman. Un mese dopo, un’ulteriore inchiesta di Haaretz rivelava che l’esercito israeliano stava indagando sulla morte di 48 palestinesi di Gaza che erano sotto custodia israeliana, di cui 36 detenuti a Sde Teiman. I media israeliani hanno cominciato a riferirsi alla prigione come alla “Guantanamo Israeliana”.

In seguito all’inchiesta della CNN Pelli, che rappresenta l’Associazione per i Diritti Civili in Israele, su mandato di cinque organizzazioni per i diritti umani ha presentato istanza presso la Corte Suprema israeliana affinché il governo chiuda Sde Teiman. Sperano che, se accolta, la loro istanza possa stabilire un precedente che porti alla chiusura di tutte le prigioni militari israeliane.

“Era talmente enorme che non potevamo ignorarlo”, ha dichiarato Pelli a The Intercept.

Mentre in Israele le organizzazioni per i diritti umani e civili si spendevano senza riserve per difendere i diritti dei palestinesi detenuti sia nei campi militari che nelle prigioni del sistema carcerario ufficiale, sulla questione gli Stati Uniti hanno dimostrato scarsa sollecitudine.

Il Dipartimento di Stato [Ministero degli Esteri n.d.t.] statunitense ha commentato i fatti di Sde Teiman solo quando è stato incalzato dai giornalisti in seguito alla diffusione dell’inchiesta della CNN. A maggio il viceportavoce del Dipartimento Vedant Patel ha detto: “stiamo studiando queste e altre accuse di violenze contro detenuti palestinesi”. Questi ha aggiunto che gli Stati Uniti hanno comunicato in modo “chiaro e coerente a ogni nazione, incluso Israele, che deve trattare tutti i detenuti con umanità, dignità, in accordo con la legge internazionale e che deve rispettarne i diritti umani”. Egli ha poi dichiarato che gli Stati Uniti hanno chiesto allo stesso governo israeliano di indagare su tali accuse.

Dopo che l’inchiesta di Haaretz ha dato notizia di decine di morti non ci sono stati nuovi commenti. Più tardi, nella stessa settimana di giugno, il New York Times ha pubblicato un’inchiesta sulle condizioni detentive a Sde Teiman, nella quale sono riportate testimonianze di ex-detenuti secondo le quali i loro carcerieri israeliani li hanno sottoposti a stupro anale per mezzo di un’asta metallica, tra le altre torture. Queste rivelazioni esplosive erano sepolte nella parte finale di un articolo di quasi 4.000 parole, nell’introduzione del quale si menzionavano “pestaggi e altre violenze” e il cui titolo descriveva Sde Teiman come “la base dove Israele ha incarcerato migliaia di Gazawi”. Di nuovo, nemmeno una parola dal governo statunitense.

I funzionari statunitensi non hanno rilasciato ulteriori dichiarazioni su Sde Teiman fino a martedì, quando l’emittente televisiva israeliana Channel 12 ha mandato in onda un video di sorveglianza trapelato da Sde Teiman nel quale si vedono soldati israeliani perpetrare presumibilmente uno stupro di gruppo su di un detenuto palestinese.

Il Dipartimento di Stato ha reagito chiedendo all’esercito israeliano di indagare su sé stesso.

Dieci soldati israeliani sono stati arrestati e sosterranno le accuse derivanti dal presunto stupro di gruppo. Il giorno successivo è stato arrestato un altro soldato, sospettato di aver pestato detenuti palestinesi mentre erano bendati e ammanettati. Sembra che durante l’episodio il soldato si sia filmato.

Un nuovo rapporto dell’ONG israeliana B’Tselem, basato su anni di segnalazioni di violenze sui palestinesi nelle prigioni israeliane, dimostra che Sde Teiman non è l’unica prigione israeliana dove i palestinesi sono torturati.

Pubblicato questa settimana, un giorno prima che Channel 12 diffondesse il video trapelato [dalla prigione di Sde Teiman], il rapporto di B’Tselem sostiene che la maggior parte dei palestinesi detenuti ha dovuto sopportare violenze e torture sotto custodia israeliana. Il rapporto invita la Corte Penale Internazionale a “investigare e promuovere procedimenti penali contro gli individui sospettati di organizzare, dirigere e commettere questi crimini”. Lo stesso rapporto sostiene che “non ci si può aspettare che gli organismi investigativi israeliani” ritengano il loro stesso governo responsabile di potenziali violenze, poiché “tutti gli apparati di stato, incluso quello giudiziario, sono stati mobilitati a sostegno di tali campi di tortura”.

Quando durante una conferenza stampa mercoledì gli è stato chiesto se gli Stati Uniti avrebbero chiesto un’indagine indipendente in riferimento al rapporto, il portavoce del Dipartimento di Stato Matt Miller ha rifiutato di discuterne e ha detto “Dovrei esaminare le specifiche indagini indipendenti richieste ed esprimere un giudizio nel merito”. Ha affermato che l’esercito israeliano deve indagare su sé stesso.

Un portavoce delle forze di difesa israeliane ha detto che l’esercito israeliano “respinge le accuse di violenza sistematica, incluse quelle di violenza sessuale, nelle proprie strutture detentive” e ha affermato che esso osserva la legge israeliana così come quella internazionale. L’esercito ha indicato l’arresto dei soldati sospettati nel caso delle violenze di Sde Teiman come prova del fatto che esso fa rispettare tali leggi quando esse vengono violate.

Il Dipartimento di Stato non ha risposto alle richieste di commenti.

Le prove di violenze in quella di Sde Teiman e in altre prigioni sono soltanto le ultimissime rivelazioni di violenze commesse dall’esercito israeliano, i cui comandanti sono accusati di crimini di guerra dalla Corte Penale Internazionale. Nonostante le prove, gli Stati Uniti continuano a finanziare la guerra di Israele contro Gaza, cui hanno contribuito con più di 15 miliardi di dollari dal 7 Ottobre.

Eitay Mack, un altro avvocato per i diritti umani israeliano, il quale ha rappresentato i palestinesi incarcerati dall’esercito israeliano nella Cisgiordania occupata, ha detto che gli Stati Uniti dovrebbero fare di più per prevenire violazioni dei diritti umani come quelle che si sono viste a Sde Teiman.

Egli ha sottolineato che gli Stati Uniti hanno il potere di emettere sanzioni contro singole unità dell’esercito. I 10 soldati israeliani arrestati nel caso del presunto stupro di gruppo di Sde Teiman fanno parte dell’unità dell’esercito israeliano Force 100. Gli Stati Uniti hanno già imposto sanzioni contro coloni israeliani che hanno commesso violenze contro i palestinesi in Cisgiordania. Mack ha anche menzionato la legge Leahy, una legge del 1997 che proibisce agli Stati Uniti di prestare assistenza a “qualsiasi unità delle forze di sicurezza di un paese straniero se il Segretario di Stato ha informazioni credibili che quell’unità ha commesso una grave violazione dei diritti umani”.

L’amministrazione del presidente Joe Biden ha mostrato una certa riluttanza a mettere condizioni agli aiuti militari, anche quando essa ha ammesso di aver fornito a Israele armi [tali] da commettere possibili violazioni della legge internazionale.

“Gli Stati Uniti dovrebbero applicare le proprie regole sugli aiuti militari – dovrebbero usarle per fare pressione su Israele”, ha detto Mack. “Io non credo che i governi del mondo agiscano secondo morale”, ha aggiunto, “ma gli Stati Uniti dovrebbero applicare la legge, la legge Leahy, se non altro per rispettare la procedura”.

Mack ha ammesso che punire singole unità coinvolte nelle violenze di Sde Teiman non risolverebbe il problema delle violenze capillarmente diffuse in tutto il sistema delle prigioni israeliane.

Le prigioni militari, come quella di Sde Teiman, sono strutture detentive costruite all’interno di basi militari israeliane, dove i detenuti sono spesso trattenuti in attesa di essere interrogati. Esse sono del tutto estranee al Servizio Carcerario Israeliano, le cui strutture sono gestite da guardie civili e funzionari. Che i secondini commettessero violenze sui palestinesi detenuti in entrambi i tipi di prigione era cosa nota ben prima del 7 Ottobre, e i prigionieri palestinesi provenienti dai territori palestinesi occupati sono soggetti a corti militari anziché civili – cosa che ha contribuito a orientare organizzazioni come la Corte di Giustizia Internazionale nel concludere che il sistema legale israeliano è una forma di apartheid.

Mack ha detto di aver rappresentato un palestinese della Cisgiordania occupata che mentre si trovava in una prigione del Servizio Carcerario Israeliano è stato afferrato per il collo da un agente israeliano, tirato su e scaraventato sul pavimento della sua cella, riportandone la frattura dello zigomo.

Nonostante questo, le strutture afferenti al Servizio Carcerario Israeliano tendenzialmente offrono condizioni migliori rispetto al loro equivalente militare, letti migliori, miglior cibo e maggiori possibilità di movimento. Dall’inizio della guerra a Gaza però, Mack e Pelli hanno notato che le prigioni del Servizio Carcerario Israeliano hanno precluso ai palestinesi ogni contatto con il mondo esterno. Ai detenuti è stato impedito di comunicare con le loro famiglie e con i loro avvocati, mentre è stata limitata la libertà di movimento all’interno delle strutture, poste in regime di isolamento.

Insieme al suo gruppo, ACRI, Pelli ha presentato un’ulteriore istanza alla Corte Suprema con l’obbiettivo di permettere alla Croce Rossa l’accesso all’interno di prigioni e campi militari, in modo da garantire ai detenuti adeguate cure mediche – il che è obbligatorio sia per la legge israeliana che per quella internazionale. Alla Croce Rossa è stato invece negato l’accesso a ogni prigione dall’inizio della guerra. L’istanza menziona le morti di almeno due detenuti in campi militari e altri sei nelle prigioni del Servizio Carcerario Israeliano, due dei quali mostravano “segni di gravi violenze” sui loro corpi. La corte deve ancora deliberare in materia, mentre il governo continua a chiedere proroghe nel procedimento.

Ad Aprile Pelli ha presentato ancora un’altra istanza, chiedendo che il Servizio Carcerario Israeliano mettesse fine a “una politica della denutrizione nei confronti dei prigionieri e detenuti palestinesi”, cosa che – ha argomentato – è di fatto una forma di tortura e viola la legge internazionale. Dal 7 di Ottobre, si legge nel documento, questa politica ha lasciato che i prigionieri soffrissero di una fame estrema e costante, oltre che di una pessima qualità del cibo. L’istanza riporta testimonianze di palestinesi ex detenuti che hanno perso decine di chili, tra i quali un diabetico che è stato costretto a mangiare dentifricio per alzare i livelli di zucchero nel proprio sangue.

Secondo l’ONG per i diritti umani HaMoked, che si occupa della popolazione carceraria israeliana ed è stata tra le organizzazioni che hanno presentato l’istanza per la chiusura di Sde Teiman, dal 7 Ottobre il numero di palestinesi imprigionati è quasi raddoppiato, dai 5.192 prima della guerra ai 9.623 di inizio luglio, cosa che ha esacerbato il già preesistente problema del sovraffollamento. Più di 4.000 detenuti palestinesi sono in detenzione amministrativa, detenzione che può essere prolungata indefinitamente e senza accuse. Molti sono rilasciati dopo settimane di detenzione senza accuse.

Il rapporto di B’Tselem cita le istanze presentate da Pelli e dalla sua organizzazione, dove le prigioni sono definite come “un buco nero normativo” in cui “i palestinesi non hanno diritti né protezioni”.

Il rapporto dice che gli incarcerati sono per la maggior parte uomini e ragazzi, anche se dal 7 Ottobre non mancano donne e bambini. “Alcuni sono in prigione semplicemente per aver espresso solidarietà per le sofferenze dei palestinesi”, si legge nel rapporto. “Altri sono stati presi in custodia nel corso delle attività militari nella Striscia di Gaza, per il solo motivo di ricadere sotto la vaga definizione di ‘uomini in età di combattimento’. Alcuni sono stati imprigionati perché sospettati, fondatamente o meno, di operare in organizzazioni armate palestinesi o di sostenerle”.

Lo stesso rapporto mette in luce le testimonianze dirette di 55 palestinesi che sono stati detenuti nelle prigioni israeliane, tra i quali 21 provenienti da Gaza e 4 con cittadinanza israeliana. Hanno denunciato “frequenti atti di violenza grave e arbitraria, aggressioni sessuali, umiliazione e degradazione, deliberata denutrizione, condizioni forzosamente insalubri, privazione del sonno, divieti e misure punitive contro le pratiche religiose; confisca di tutti gli effetti personali e collettivi e negazione di cure mediche adeguate”.

Un palestinese che è stato detenuto a Sde Teiman ha riferito a B’Tselem di essere stato condotto insieme ad altri in un magazzino, dove è stato costretto a denudarsi e inginocchiarsi prostrato mentre i soldati lo interrogavano e picchiavano. Durante lo spostamento verso un’altra struttura, lui e altri venivano picchiati se parlavano o facevano qualche rumore. Durante i pestaggi è rimasto ferito alla gamba sinistra. Mentre il dolore alla gamba era in seguito andato intensificandosi per diversi giorni, i soldati hanno ignorato le sue lamentele e lo hanno colpito alla gamba ferita. La gamba dovette infine essere amputata. Ciò non è bastato a mettere fine alle torture, poiché l’uomo ha riferito di essere stato costretto a restare in piedi per ore sulla gamba rimastagli, in modo da impedirgli di dormire. É stato in seguito rilasciato e restituito alla sua famiglia a Gaza senza che nessuna accusa venisse formulata a suo carico, dice il rapporto.

B’Tselem sostiene nel suo rapporto che le violenze fanno parte di una politica sistematica intesa a torturare i palestinesi, implementata dal Ministro per la Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir, che supervisiona il Sistema Carcerario Israeliano, con il sostegno del Primo Ministro Benjamin Netanyahu e di tutto il governo israeliano.

“Il problema principale è che non si tratta solo delle strutture militari [come Sde Teiman]”, dice Pelli. “Oggi, sotto queste condizioni e con questo ministro, tutto è terribile”.

Sde Teiman è tornata al centro dell’attenzione a fine luglio, quando una folla di estremisti di destra ha fatto irruzione nella base dopo che inquirenti militari vi si sono recati per interrogare i soldati sospettati dello stupro di un prigioniero palestinese. La folla si è introdotta anche in un’altra base, dove i soldati erano stati condotti per essere interrogati. Ben Gvir ha definito “niente meno che vergognoso” lo “spettacolo” della polizia che andava a interrogare i soldati – che egli chiama “i nostri eroi migliori”. L’incidente ha messo in evidenza la crescente polarizzazione tra il governo di estrema destra del primo ministro e il comando militare del paese.

Gli arresti non sono un segnale di maggiore responsabilità da parte del governo, secondo Mack, ma sono decisioni politiche prese dal Generale Maggiore Yifat Tomer-Yerushalmi, procuratore capo militare in entrambe i casi. Anche prima della diffusione del video, la vittima dello stupro ha ricevuto cure mediche in un ospedale pubblico civile dove il personale medico ha riscontrato lesioni compatibili con la violenza sessuale, ha detto Mack, cosa che ha costretto l’esercito a indagare.

“È un fallimento totale”, dice, incolpando Tomer-Yerushalmi per quella che considera una risposta morbida alle precedenti accuse di violenze sui prigionieri durante la guerra.

Le udienze relative all’istanza di chiusura di Sde Teiman sono proseguite fino a mercoledì di questa settimana, quando i manifestanti di destra hanno interrotto i lavori. Nel corso del procedimento, i manifestanti hanno regolarmente criticato Pelli e i suoi colleghi come “traditori” o difensori dei militanti di Hamas, racconta Pelli.

Durante l’udienza, gli avvocati dell’esercito hanno sostenuto che non ci sono più problemi a Sde Teiman, poiché hanno ridotto la popolazione carceraria da più di 700 a meno di 30 detenuti temporanei a breve termine. I militari hanno affermato che i prigionieri rimanenti non rappresentano un rischio per la sicurezza e non sono più legati o bendati, a differenza dei precedenti detenuti della struttura.

Pelli ha argomentato che le loro condizioni di vita sono ancora in violazione del diritto internazionale, in quanto i prigionieri continuano a essere tenuti in gabbie senza letti o servizi igienici adeguati e viene ancora negato loro l’accesso alla Croce Rossa o agli avvocati. Ha anche avvertito che la popolazione carceraria potrebbe aumentare di nuovo in qualsiasi momento durante la guerra in corso.

“Non si può scattare un’istantanea di questa giornata, se è estremamente dinamica”, ha detto Pelli. “Perché se domani l’IDF entrerà [in un villaggio] a Gaza e tratterrà tutti gli uomini, prenderà 200 persone… quali sono i limiti? La guerra non è finita”.

Ultimo aggiornamento: 13 Agosto 2024

L’articolo è stato aggiornato per includere il commento di un portavoce dell’esercito israeliano ricevuto dopo la pubblicazione.

(Traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Biden avrebbe dovuto rinunciare a causa di Gaza, ma la sua uscita di scena potrebbe essere un punto di svolta

Prem Thakker

21 luglio 2024 – The Intercept

Kamala Harris è meno gravata dal disastroso appoggio di Biden alla guerra di Israele, suscitando qualche speranza nei sostenitori dei palestinesi.

Domenica, alla vigilia della visita del primo ministro Benjamin Netanyahu negli Stati Uniti, il presidente Joe Biden ha annunciato che non correrà per la rielezione nel 2024.

Mentre l’annuncio potrebbe aver dissipato le preoccupazioni generali che circondavano la capacità di governare del candidato democratico, soprattutto rispetto al candidato repubblicano Donald Trump, aleggia ancora in modo consistente sulla campagna elettorale la questione che ha provocato proteste di massa contro il candidato democratico: il sostegno pressoché incondizionato di Biden alla guerra di Israele contro Gaza.

Durante tutti i bombardamenti israeliani contro Gaza Biden ha tenuto un atteggiamento sostanzialmente deferente e solidale. Ora alcuni vedono la sua rinuncia come una possibilità per rivedere la politica USA verso Israele.

L’ex-incaricato politico di Biden per il ministero dell’Educazione Tariq Habash, che ha dato le dimissioni a gennaio per protesta contro la politica di Biden nella guerra di Gaza, nota che una parte significativa della base è già disillusa da Biden a causa della sua ritrosia nell’applicare le leggi statunitensi e nel chiamare Israele a rispondere delle violazioni delle leggi umanitarie internazionali. La decisione di Biden giunge anche solo due giorni dopo che la Corte Internazionale di Giustizia ha stabilito che l’occupazione israeliana della Palestina rappresenta una forma illegittima di apartheid.

“Chiunque sostituisca il presidente nella candidatura deve dimostrare agli elettori che ci sarà un sostanziale cambiamento di politica che ponga fine alla disumanizzazione dei palestinesi e sostenga i diritti umani dei palestinesi, le leggi internazionali e la pace,” ha detto Habash.

“Ovviamente sia i democratici che i repubblicani devono percorrere un lungo cammino,” ha aggiunto. “La visita di Netanyahu questa settimana è emblematica di questo, come lo è il rifiuto del presidente Biden di attenersi alla sua linea rossa, di applicare la [legge] Leahy [legge che proibisce di fornire assistenza a Stati che violano i diritti umani, ndtr.] o quella sull’Assistenza all’Estero [che vieta di fornire assistenza a Paesi che violano i diritti umani, ndt.], di raggiungere un cessate il fuoco permanente o il ritorno degli ostaggi palestinesi e israeliani.”

Molti critici hanno notato che la posizione di Biden sulla guerra di Israele ha rivelato segnali preoccupanti sulla sua capacità di governo e duttilità molto prima del fatidico dibattito [con Donald Trump] di giugno.”

“Non è stato il fallimento del dibattito di Biden a mostrare che non è adatto a governare. Sono state le decine di migliaia di bombe che ha spedito per uccidere le famiglie palestinesi,” ha affermato in un comunicato la U.S. Campaign for Palestinian Rights [Campagna USA per i Diritti dei Palestinesi]. “Il rifiuto di Biden di rispettare le leggi internazionali o di applicare le leggi USA ha aggravato l’illegale occupazione militare israeliana. Venerdì l’ultimo parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia ha affermato che ogni Stato ha l’obbligo legale ‘di non fornire aiuto o assistenza alla perpetuazione della situazione creata dal rifiuto israeliano di rispettare i diritti dei palestinesi.”

Riley Livermore, maggiore dell’aeronautica militare, che quando ha dato le dimissioni a giugno ha affermato che l’amministrazione Biden “è complice di genocidio”, sostiene che, indipendentemente da chi sostituirà Biden, l’attuale contingenza presenta la possibilità di un punto di svolta nella politica statunitense riguardo alla guerra di Israele.

“Ciò detto, Biden non si è ritirato a causa delle pressioni su quanto è stata brutale la sua politica a Gaza. Dal mio punto di vista il genocidio in corso a Gaza ha avuto un impatto da minimo a nullo sulle pressioni perché rinunciasse. Sono ancora sconfortato dal fatto che al partito Democratico non importi dei palestinesi e continui ad offrire un sostegno incondizionato a Israele,” dice Livermore a The Intercept, ripetendo di aver dato le dimissioni a causa delle politiche di Biden su Gaza, non per la sua età.

Un importante consigliere democratico ha detto a The Intercept di essere stato molto preoccupato del procedimento affrettato per rimpiazzare il candidato, e che questo non ha avuto molto a che fare riguardo a come il sostegno di Biden a una guerra che a Gaza ha ucciso 15.000 minori possa aver irreparabilmente danneggiato le sue possibilità tra segmenti fondamentali dell’elettorato: “Il Paese ha bisogno di ascoltare un candidato contrario alla guerra che veda i palestinesi come esseri umani,” afferma. “È importante che il nostro prossimo candidato sia scelto attraverso un processo democratico in una convention aperta.”

Biden, molti rappresentanti eletti e assemblee di partito hanno già reso noto il loro sostegno alla vicepresidente Kamala Harris perché guidi il binomio democratico a novembre. E ci sono stati segnali che lei potrebbe allontanarsi dal sostegno incondizionato di Biden alla campagna militare israeliana a Gaza.

Alla fine dello scorso anno Harris avrebbe sollecitato la Casa Bianca ad essere più sensibile verso le sofferenze dei palestinesi e più decisa contro Netanyahu per cercare una pace a lungo termine. A marzo a Selma, Alabama, Harris ha fatto un discorso chiedendo con forza un “immediato cessate il fuoco” e sollecitando Israele a fare di più per incrementare il flusso di aiuti a Gaza. “Non ci sono scusanti,” ha insistito. Mentre sembrava che il discorso segnasse un cambiamento nella posizione dell’amministrazione sulla guerra, sono emerse alcune informazioni secondo cui funzionari del Consiglio per la Sicurezza Nazionale avevano edulcorato parti del suo intervento.

“Dobbiamo avere un obiettivo su cui iniziare a lavorare subito, per la pace e misure di sicurezza uguali per israeliani e palestinesi.” In seguito, sempre a marzo, Harris ha detto: “I palestinesi hanno il diritto all’autodeterminazione, alla dignità e dovremmo lavorare su questo.”

Queste notizie non sono passate inosservate alle persone che sperano in un cambiamento nella politica USA.

Livermore dice di essere fiducioso che se Harris diventerà il prossimo presidente coglierà l’opportunità per cambiare drasticamente la posizione statunitense verso Israele. “Harris ha l’alternativa tra ascoltare la sua umanità e la volontà della stragrande maggioranza del popolo americano o dare retta ai donatori e a particolari gruppi di interesse, continuando a rendere il genocidio parte del suo programma e così facendo a delegittimare gli Stati Uniti sul piano internazionale.”

“Dirigenti come me ed altri leader religiosi afroamericani che hanno firmato lettere aperte per fare pressione su Biden affinché chieda un cessate il fuoco permanente a Gaza pensano che, se candidata, Harris sarebbe molto più solidale con la causa palestinese,” ha affermato in una dichiarazione il reverendo Michael McBride, pastore e fondatore del Black Church PAC [Comitato delle Chiese Afroamericane]. “Ciò potrebbe contribuire a rivitalizzare una parte della base decisamente dubbiosa sul voto a Biden.”

Anche Waleed Shahid, cofondatore del Uncommitted National Movement [Movimento Nazionale Non Impegnato], che ha raccolto oltre 700.000 persone in tutto il Paese che hanno espresso voti di protesta contro l’appoggio incondizionato di Biden a Israele, ha notato una maggiore disponibilità dei dissenzienti nei confronti di Harris.

“Anche se non è affatto un’esponente della causa [palestinese], ho sentito molte persone notare che la vicepresidente Harris ha manifestato una reazione emotiva profondamente diversa verso le storie delle sofferenze dei palestinesi rispetto al presidente Biden,” ha affermato in una dichiarazione. “Mentre la vicepresidenza ha poteri limitati, molti ritengono che lei rappresenterebbe un miglioramento rispetto alla gravissima mancanza di empatia di Biden per i palestinesi e ai suoi legami con la vecchia guardia dell’AIPAC [principale associazione della lobby filo-israeliana negli USA, ndt.] all’interno del partito. Tuttavia scontrarsi con il potere dell’AIPAC nell’establishment del partito Democratico rimane un arduo compito indipendentemente da chi sia il candidato.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




I medici trafugati di Gaza

Kavitha Chekuru

24 maggio 2024 – The Intercept

Centinaia di medici palestinesi sono scomparsi nelle carceri durante la detenzione israeliana

Sono due mesi che Osaid Alser non ha più notizie di suo cugino, Khaled Al Serr, un chirurgo dell’ospedale Nasser della città di Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza.

Prima della fine di marzo erano in regolare contatto, per quanto almeno potessero consentirlo le infrastrutture disastrate della comunicazione. Al Serr aveva creato un gruppo WhatsApp di telemedicina in cui lui e Osaid, un chirurgo residente negli Stati Uniti, reclutavano medici dagli Stati Uniti, dal Regno Unito e dall’Europa per dare consigli ai loro oramai esausti colleghi di Gaza.

Mi ha riportato il caso di una ferita da arma da fuoco in una settantenne”, ha detto Osaid riferendosi ad Al Serr. La ferita era alla testa. E in quel momento mancava proprio un neurochirurgo”.

Condivideva questi casi e chiedeva aiuto”, continua Osaid. “Era come chiedere ‘C’è qualche neurochirurgo che può aiutarmi? Come posso risolvere questo problema?’”

Secondo Osaid, Al Serr costituiva uno strumento naturale di condivisione per la conoscenza medica attraverso la chat di gruppo. “Voleva sempre dare una mano, gli è sempre piaciuto usare le mani per cercare di risolvere un problema e avere un risultato immediato”.

A febbraio lesercito israeliano ha invaso lospedale Nasser. Lattacco ha lasciato lospedale svuotato, un ulteriore centro sanitario distrutto nel complesso di un sistema sanitario devastato da uno schiacciante carico di lavoro e da un implacabile attacco militare da parte di Israele.

Tuttavia Al Serr ha mantenuto un certo ottimismo. Il suo ultimo post su Instagram è stato caricato a metà marzo, un breve video che mostrava l’esterno dell’ospedale il giorno prima, con sottotitolato un messaggio di esultanza:

Finalmente!! Dopo più di un mese di interruzione dell’energia il nostro personale è stato in grado di riparare il generatore e riportare l’elettricità all’ospedale Nasser. Nelle ultime due settimane stiamo cercando di pulire i reparti e prepararli per la riapertura.

Sei giorni dopo, il 24 marzo, le forze israeliane hanno nuovamente fatto irruzione nell’ospedale. Qualche giorno prima Osaid aveva chiesto se Al Serr stesse bene. Non è mai arrivata alcuna risposta. È stato il loro ultimo scambio.

I suoi parenti credono che Khaled Al Serr, insieme ai superstiti del personale dellospedale già in declino, sia stato fatto prigioniero da Israele.

Già a novembre erano emerse notizie di medici detenuti e scomparsi nel nord di Gaza. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, almeno 214 membri del personale medico di Gaza sono stati arrestati dall’esercito israeliano. Allinizio di maggio, la detenzione e la presunta tortura del personale medico di Gaza avevano fatto notizia quando le autorità israeliane hanno annunciato la morte di Adnan Al-Bursh, un noto chirurgo e capo del reparto di ortopedia dellospedale Al-Shifa. Dopo essere stato preso in custodia a dicembre i funzionari hanno riferito che Al-Bursh era morto ad aprile mentre si trovava nella prigione di Ofer, una struttura di detenzione israeliana nella Cisgiordania occupata.

Il caso del dott. Adnan solleva serie preoccupazioni sulla possibilità che sia morto in seguito alle torture per mano delle autorità israeliane. La sua morte richiede unindagine internazionale indipendente”, ha dichiarato la settimana scorsa Tlaleng Mofokeng, relatrice speciale delle Nazioni Unite sul diritto alla salute. Luccisione e la detenzione di operatori sanitari non è un metodo di guerra legale. Hanno un ruolo legittimo ed essenziale nel prendersi cura delle persone malate e ferite durante i periodi di conflitto”.

Secondo il Ministero della Sanità Al-Bursh è uno degli almeno 493 operatori sanitari palestinesi uccisi a Gaza dal 7 ottobre. L’esercito israeliano ha sistematicamente preso di mira gli ospedali dal nord al sud della Striscia sostenendo che Hamas opererebbe nelle strutture. Il personale medico degli ospedali di Gaza ha ripetutamente smentito tale affermazione. Questa settimana le forze israeliane hanno lanciato nuovi attacchi contro gli ospedali Kamal Adwan e Al-Awda nel nord, con notizie di personale medico arrestato mercoledì e giovedì all’ospedale Al Awda.

Mentre verso la fine dellanno le truppe di terra si facevano strada nel sud di Gaza gli attacchi agli ospedali nella città meridionale di Khan Younis aumentavano. A febbraio, durante l’assedio dell’ospedale Nasser da parte dellesercito israeliano Al Serr era lunico chirurgo generale presente.

“È un medico molto scrupoloso”, ha detto di Al Serr Ahmed Moghrabi, un chirurgo plastico che in precedenza ha lavorato all’ospedale Nasser.

Entrambi i medici pubblicavano spesso sui social media i casi raccapriccianti da cui era sommerso l’ospedale Nasser, soprattutto perché gli attacchi alla struttura aumentavano e la copertura mediatica internazionale era scarsa.

Ho visto bambini e donne fatti a pezzi”, ha detto Moghrabi a The Intercept, spiegando il motivo per cui ha iniziato a postare sui social media. “Volevo mostrare al mondo cosa sta succedendo sul campo.”

L’ultima volta che ha visto Al Serr è stato a febbraio. Loro” – lesercito israeliano- “ha circondato lospedale e siamo rimasti intrappolati”, ricorda Moghrabi. E lospedale è rimasto sotto assedio per tre settimane. Non potevamo nemmeno spostarci da un edificio all’altro. Non potevamo dare un’occhiata sbirciare dalle finestre. Altrimenti i cecchini avrebbero potuto spararci”.

Moghrabi ha lasciato l’ospedale a metà febbraio, durante la prima invasione. “Abbiamo evacuato a mezzanotte”, riferisce. Lesercito ha istituito un posto di blocco non lontano dal cancello dellospedale. Hanno controllato davvero tutti. Hanno arrestato il mio infermiere ed è rimasto in carcere due mesi”.

Per quanto riguarda Al Serr, Osaid dice che suo cugino se n’è andato poco dopo l’evacuazione di febbraio per andare a Rafah e verificare le condizioni dei genitori, ma che è tornato all’ospedale Nasser per aiutare a riaprirlo e curare i pazienti.

Dallattacco allospedale di fine marzo non si hanno quasi più notizie di Al Serr. Le uniche briciole di informazione sono state più allarmanti che rassicuranti. La prima è stata una connessione di Al Serr al suo WhatsApp a metà aprile. “È stato attivo online l’ultima volta il 12 aprile”, afferma Osaid, “il che, a mio avviso, mi dice che gli hanno confiscato il telefono e che quindi hanno avuto anche accesso al suo contenuto.”

Poi, pochi giorni dopo, il 17 aprile, il quotidiano Al Mayadeen ha rilasciato unintervista con un palestinese che si è identificato come Ahmed Abu Aqel, che ha affermato di essere stato arrestato e rilasciato da Israele. Moghrabi ha detto a The Intercept che Abu Aqel ha lavorato in precedenza come infermiere presso l’ospedale Nasser.

Vestito con una felpa grigia e pantaloni di una tuta, un abbigliamento comune tra i detenuti palestinesi rilasciati, Abu Aqel ha detto di avere un messaggio da parte dei medici detenuti dell’ospedale Nasser.

Sono sottoposti a percosse, uccisioni e torture quotidiane”, ha detto Abu Aqel. C’è un messaggio in particolare da parte di un medico, il dottor Nahed Abu Taimah, direttore della chirurgia presso il Nasser Medical Complex. La sua situazione è molto difficile e sta soffrendo in circostanze molto difficili e tragiche. Ha bisogno di cure, di essere visitato dalla Croce Rossa e rilasciato urgentemente”.

“Un mio collega era tenuto accanto a me”, riferisce Abu Aqel. Il suo nome era Khaled. Davanti a me gli hanno strappato tutta la barba con delle pinze. La sua barba è stata strappata. Questa è una delle centinaia [di situazioni] di cui sono a conoscenza.”

Osaid ritiene che si riferisca a Khaled Al Serr.

Anche se Abu Aqel non ha detto dove è stato trattenuto – dove potrebbe trovarsi ancora Al Serr – Osaid pensa che probabilmente si tratti di Sde Teiman, una base militare e centro di detenzione nel deserto israeliano del Negev. Ci sono state numerose denunce di abusi, torture e decessi di detenuti a Sde Teiman.

In una dichiarazione a The Intercept ricevuta dopo la pubblicazione di questo articolo un portavoce dellesercito israeliano non ha risposto a domande specifiche sugli operatori sanitari in detenzione, ma ha negato qualsiasi situazione diffusa di abusi nei confronti dei palestinesi sotto custodia. “Il maltrattamento dei detenuti durante il loro periodo di detenzione o durante gli interrogatori viola i valori dell’esercito israeliano e contravviene agli ordini ed è quindi assolutamente proibito”, ha detto il portavoce. “I reclami concreti riguardanti comportamenti inappropriati vengono inoltrati alle autorità competenti per le valutazioni.”

A parte la testimonianza poco circostanziata di Abu Aqel e un segnale su WhatsApp, non ci sono state informazioni o aggiornamenti su dove si trovi Al Serr o sulle sue condizioni.

Spezza il cuore non sapere nulla dei tuoi cari”, dice Osaid. Non sappiamo se è vivo o no. Non sappiamo se sta bene o no”.

Quei palestinesi abbastanza fortunati da essere stati rilasciati dalla prigionia offrono scorci strazianti su ciò che accade allinterno dei centri di detenzione israeliani.

A dicembre Khaled Hamouda, un altro chirurgo, stava lavorando all’ospedale Kamal Adwan, nel nord di Gaza. Un mese prima era stato sfollato dall’ospedale indonesiano, dove esercitava abitualmente. A Kamal Adwan Hamouda era anche un paziente, in cura per le ferite riportate in un attacco aereo sulla sua casa di famiglia a Beit Lahia. La moglie, la figlia, il padre e un fratello, tra gli altri parenti, erano rimasti uccisi nell’attacco.

Dopo circa 10 giorni dallattacco le forze israeliane hanno ordinato sia al personale medico che ai civili rifugiati nellospedale Kamal Adwan di andarsene. Hamouda ha riferito che all’amministrazione dell’ospedale è stato detto che le persone avrebbero potuto andarsene recandosi in un altro ospedale senza essere arrestate.

Non è quello che è successo. Hamouda e alcuni suoi colleghi sono stati invece presi in custodia dai militari israeliani.

“Quando hanno attaccato l’ospedale hanno chiesto a tutti gli uomini e i giovani di età superiore ai 15 anni e al di sotto dei 55 anni di tenere la carta d’identità e di uscire dall’ospedale”, afferma Hamouda. I loro occhi sono stati bendati e sono stati portati ammanettati in un altro luogo, anche se Hamouda non sa bene dove.

Subito dopo la loro cattura hanno cominciato a diffondersi sui social media le immagini di decine di detenuti trattenuti dai soldati israeliani nel nord di Gaza. In una foto un gruppo di uomini sta a torso nudo in primo piano mentre un soldato sembra scattare loro delle foto. Non è passato molto tempo prima che delle persone identificassero Hamouda tra quegli uomini.

“Era il giorno in cui ci hanno prelevato dall’ospedale Kamal Adwan e ci hanno chiesto di guardare verso la macchina fotografica”, ricorda Hamouda. “È lunica prova che sono stato fatto prigioniero in quel giorno. Nessuno ha saputo cosa ci fosse successo finché questa foto non è arrivata ai media.

Hamouda dice che in seguito è stato portato a Sde Teiman, dove lui e altri detenuti sono stati costretti a rimanere in ginocchio. Se non lo facevano, venivano puniti. “Gli hanno ordinato di stare con la mano sopra la testa per circa tre o quattro ore”, racconta a proposito di uno dei prigionieri.

“Purtroppo, quando hanno saputo che ero medico e chirurgo generale, mi hanno trattato peggio”, ricorda. Mi hanno aggredito e mi hanno picchiato alla schiena e alla testa”. Hamouda dice che i soldati volevano sapere se aveva informazioni sugli israeliani tenuti prigionieri a Gaza, ma lui non ne sapeva nulla.

Mentre era detenuto ha visto anche una persona della comunità medica da lui conosciuta: il dottor Adnan Al-Bursh. Hanno portato il dottor Adnan verso le 2 o le 3 del mattino. È stato trattato in modo orribile. Soffriva”, riferisce Hamouda. Mi ha detto: Khaled, mi hanno picchiato. Mi hanno aggredito violentemente.’” Hamouda riferisce che Al-Bursh gli ha anche detto di avere una costola fratturata. Hamouda è riuscito a procurargli medicine e cibo ma, due giorni dopo, il medico ferito è stato portato via.

Hamouda ricorda che, nonostante le sue condizioni e le dure circostanze della prigionia, Al-Bursh gli ha fornito delle informazioni: “Tua madre si trova all’ospedale Al-Awda e sta bene, l’ho curata”. Hamouda è stato riconoscente per il messaggio: Questa informazione è stata molto, molto preziosa per me perché non sapevo nulla della mia famiglia, in particolare di mia madre. Allora lho abbracciato, gli ho baciato la testa e lho ringraziato perché era lunica speranza che una volta uscito l’avrei ritrovata”.

Dopo tre settimane Hamouda è stato rilasciato. Riferisce a The Intercept che lui e altri detenuti sono stati portati al valico di frontiera di Kerem Shalom nel sud e alla fine sono andati a Rafah. I suoi figli sopravvissuti e sua madre erano ancora nel nord e sarebbero passati due mesi prima che potessero riunirsi. Si considera fortunato perché è stato rilasciato.

“Tutti i miei colleghi medici che sono stati arrestati con me, dopo o prima di me sono stati tenuti lì per circa tre o quattro o cinque mesi”, ha detto. “Alcuni sono ancora prigionieri.”

A Gaza i medici erano fondamentali anche prima della guerra, soprattutto nelle circostanze legate al continuo ripetersi delle restrizioni al confine e degli attacchi militari israeliani.

Ogni due o tre anni”, dice Hamouda, rimaniamo intrappolati in una qualche guerra o attacco da parte dellesercito israeliano. Quindi il nostro lavoro è importante per le persone che ne sono colpite”.

Anche il padre di Hamouda era stato medico e voleva che suo figlio seguisse le sue orme. Mi ha consigliato di diventare un medico”, ha detto Hamouda, perché questo va a beneficio per le persone”.

Soddisfare la necessità di prendersi cura delle persone, ritiene Hamouda, è il motivo per cui gli operatori sanitari sono diventati dei bersagli così comuni in questa guerra. Non è una coincidenza”, dice. Attaccano intenzionalmente le case di chi è in grado di curare i feriti in modo da riuscire a modificare qualcosa nella situazione del nord”.

Queste considerazioni sono condivise da Osaid, che afferma che suo cugino Al Serr sarebbe stato d’accordo: sono diventati medici per aiutare le persone. Con la quota di omicidi in corso da un po’ abbiamo sempre bisogno di chirurghi per riparare le ferite traumatiche che le persone subiscono”, sostiene Osaid. E quindi per me, nel crescere a Gaza, il desiderio di aiutare e curare le persone ferite [è stata] una reazione naturale ”.

I post di Al Serr su Instagram mostrano principalmente come abbia documentato la marea degli spaventosi casi che gli sono arrivati ​​davanti: un flusso costante di civili fatti a pezzi da schegge e proiettili, punteggiato da attacchi ripetuti e crescenti allospedale Nasser. Uno dei suoi ultimi post, però, offre un barlume di speranza: due bambini nati il ​​giorno dell’invasione dell’ospedale, a febbraio.

Per il suo post successivo Al Serr si è avventurato fuori dallospedale, a ricordare come la guerra non abbia lasciato indenne nessuno a Gaza. Era un breve video del suo quartiere, con le case e gli edifici trasformati in cumuli di macerie e il percorso verso la sua casa sepolto lì sotto.

Ha sempre voluto metter su una famiglia”, dice Osaid di suo cugino, avere figli, costruirsi una vita e vivere in pace”.

Dopo due mesi di assenza di notizie da Al Serr quel capitolo della sua vita sembra una possibilità sempre più lontana.

È stato molto coraggioso. Stava facendo il suo lavoro. Il nostro lavoro come chirurghi non è solo curare le ferite e ripararle, ma anche difendere i nostri pazienti. Quindi lui li stava difendendo.

“Spero davvero che stia bene.”

Aggiornamento: 27 maggio 2024

Questo articolo è stato aggiornato per includere una dichiarazione dell’esercito israeliano ricevuta dopo la pubblicazione.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)