Il fardello dell’imprecisione: sui limiti delle statistiche

Nicki Kattoura  

20 ottobre 2025 – Mondoweiss

Il numero di morti a Gaza rimane sconosciuto e le statistiche sono diventate uno strumento di contesa per capire l’entità del genocidio. Ma anche se avessimo un affidabile numero dei morti non riusciremmo ancora a comprendere la vastità del suo significato.

Dal 7 ottobre l’entità sionista ha ucciso a Gaza tra i 65.000 e i 680.000 palestinesi. La differenza è sconcertante, benché il numero più alto non sia necessariamente quello definitivo: è semplicemente ciò che sappiamo.

Il primo ci viene dal ministero della Sanità di Gaza, che raccoglie dati su ogni martire, compreso il suo nome e cognome, il numero di carta d’identità, l’età, il luogo di residenza, l’anno di nascita e il genere. In un’intervista a Drop Side [sito alternativo di notizie statunitense, ndt.] il dottor Zaher al-Wahaidi, direttore del Centro Informazioni, illustra il modo in cui l’identità di ogni martire sia confermata e conteggiata da ogni ospedale che riceve la vittima. Non vengono inclusi nella lista quelli che sono rimasti intrappolati sotto le macerie degli edifici distrutti o quanti muoiono per “morte indiretta”. Ciò include i bambini morti di fame, i pazienti di tumore che non hanno accesso alle cure o chi è stato ucciso da malattie a causa del collasso del sistema sanitario. Gli unici conteggiati nelle cifre ufficiali sono quelli che sono stati uccisi dall’impatto di un ordigno.

Quello di 680.000 è il nuovo dato stimato di morti sulla base di ritmo, durata e intensità della brutalità sionista. Molti ora hanno accolto quel numero nel proprio discorso, sostenendo giustamente che 65.000 è un dato talmente sottostimato che citarlo è di per sé una forma di negazione del genocidio.

L’unico fatto certo è che a Gaza non c’è un numero di morti confermato. Sappiamo che le statistiche diffuse dal ministero della Sanità sono la cifra minima. Abbiamo visto troppe tombe comuni, bambini fatti sparire dalle bombe israeliane e post di Telegram che condividono le liste quotidiane di martiri perché la quantità di uccisioni si mantenga così a lungo costante. Sappiamo che quelli che contano i nostri martiri sono stati anch’essi uccisi, che le uccisioni mirate di giornalisti hanno creato un blocco delle informazioni e che le infrastrutture necessarie per tenere il conto dei morti sono state decimate. A novembre [2023], solo un mese dopo l’inizio del genocidio, l’esercito israeliano ha invaso gli ospedali al-Shifa e al-Rantisi, che fungevano da centri per la raccolta dei dati del ministero della Sanità, portando a una interruzione nel conteggio dei morti. A causa delle dimensioni della violenza che il sionismo ha inflitto al popolo di Gaza non sappiamo quanti palestinesi sono stati uccisi.

Le statistiche sono diventate la misura del genocidio, il mezzo attraverso il quale abbiamo valutato le sue dimensioni, e per i nostri nemici [la misura] per mettere in dubbio questa situazione. In un editoriale particolarmente vergognoso Bret Stephens del New York Times afferma: “No, Israele non sta commettendo un genocidio a Gaza”, chiedendo perché il numero di morti non è dell’ordine di centinaia di migliaia. Sessantamila, sottintende, sono solo il destino di essere arabi e il solo modo in cui un palestinese può vivere è se muore prematuramente.

Lo stagnante bilancio delle vittime ha obbligato a un cambiamento temporale, spostando le sofferenze di Gaza da un conteggio del passato a una proiezione del futuro. L’80% delle case di Gaza che Israele ha bombardato ora viene compreso attraverso i 100 anni che ci vorranno per ricostruire la città costiera. L’estensione dei quartieri distrutti è quantificata attraverso i 10-15 anni necessari per rimuovere le macerie. E invece di tentare di arrivare a un bilancio attendibile dei morti i ricercatori ora stanno prevedendo quanti palestinesi di Gaza verranno uccisi dopo la fine ufficiale della guerra.

Il 19 giugno dell’anno scorso The Lancet ha pubblicato un articolo che tentava di dare conto di tutti i morti palestinesi. In esso, utilizzando una formula da 3 a 15 “morti indirette” per ogni “morte diretta”, l’articolo ha previsto che si potrebbe stimare che “senza un cessate il fuoco” oltre 186.000 palestinesi potrebbero essere morti entro la fine della guerra. Io, insieme a molti altri, ho frainteso quello che questi numeri riflettevano realmente: pensavo che Lancet stesse aggiornando il numero di morti a Gaza e non prevedendo il suo fatale esito se non si fosse raggiunto un cessate il fuoco. Non che fossero già morti 186.000 palestinesi, ma che sarebbero morti in futuro.

Al di là dell’incomprensibilità dell’inquadramento di un numero a sei cifre, sono rimasto sconvolto da questo. Innanzitutto sappiamo che non esiste una cosa come una morte indiretta. Carestia, malattie e la decimazione delle infrastrutture sanitarie sono le tecnologie della violenza dispiegate da Israele per sradicare direttamente i palestinesi da Gaza. Questa è la logica del genocidio: distruggere tutto ciò che serve per vivere e il risultato naturale sarà più morti in modo esponenziale.

Cosa ancora più preoccupante, la loro proiezione ha iniziato a funzionare come una profezia che impone una nuova distinzione tra i palestinesi: gli uccisi e quelli che non sono ancora stati uccisi. L’imprecisione sul bilancio dei martiri ci spinge a un macabro dilemma: se sottostimiamo i nostri martiri li condanniamo nel campo dell’inesistenza. Se li sopravvalutiamo li condanniamo a una morte predeterminata.

Ma anche se avessimo un numero preciso non capiremmo la profondità del suo significato.

Possiamo ragionare su 680.000 martiri quando è di per sé un compito impossibile visualizzarne 65.000?

Le statistiche cancellano, oscurano, confondono e derubano. Penso a quanto sia viscerale la mia risposta affettiva alle storie individuali dei morti, tanto che estrapolarla un migliaio di volte è impossibile e inevitabilmente oscurerebbe questi sentimenti. Muhammad Bhar, per esempio, era un giovane con sindrome di Down che è stato ucciso dopo che i soldati israeliani hanno scatenato i cani contro di lui. Mentre lo dilaniavano a morte Muhammad, che non era riuscito a parlare durante la maggior parte della sua vita, ha pronunciato le sue ultime parole: “Khalas, ya habibi” — “Basta così, mio caro.” I numeri per natura de-individualizzano e riducono la vita a un’equazione aritmetica, al freddo segno 1. I nostri martiri diventano indistinguibili a causa del modo in cui i numeri appiattiscono la vita in una serie di dati.

I numeri non possono comunicare la sofferenza che ha provato Muhammad, la permanenza della morte o distinguere tra il palestinese ucciso l’8 ottobre e quello ucciso oggi. Non possono comunicare le sofferenze dei palestinesi come interconnesse, quanto questo numero di palestinesi non sia solo sfollato e questo numero di palestinesi non sia solo malato, o affamato, ma che questi palestinesi sono malati e affamati e sfollati e feriti, o forse malati perché sono affamati, feriti perché sono sfollati.

Le statistiche non ci possono dire niente su come la vita sia afflitta o condannata alla morte. Un bilancio dei morti non può neppure contare i morti. Il numero non rivela le molte vite distrutte, l’amore che ora non ha nessun posto in cui andare, non rivela il dolore e la rabbia e lo strazio e lo sfinimento e i molti discorsi funebri scritti per sé che leggiamo tutti i giorni. È penosamente inadeguato, eppure continuiamo a contare, decisi a sapere quanti ce ne siano.

Spesso sentiamo l’indomito proclama: “Non siamo numeri.” Come dice il dottor al-Wahaidi nella sua intervista, “ognuno di quegli individui è più di un semplice numero: porta con sé una storia unica, una profonda tragedia, una casa piena di ricordi e una famiglia lasciata nel lutto. Non meritano di essere ricordati?” Ma il sionismo ha devastato Gaza a un tale livello che i numeri non esistono. La quantità di martiri è talmente grande che siamo obbligati ad essere imprecisi. Tale imprecisione fa sparire i palestinesi, li obbliga all’inesistenza e li condanna alla morte. Questi sono il fondamento e la logica di funzionamento del sionismo. Le loro ambizioni coloniali impongono un’unica meta ai milioni di palestinesi vissuti a partire dalla Dichiarazione Balfour [con cui nel 1917 la Gran Bretagna si impegnò a favorire la creazione di un “focolare ebraico” in Palestina, ndt.]: sparire e morire.

Vogliamo sapere il numero anche se è inafferrabile, anche se quello che rappresenta ci terrorizza o ci ricorda il nostro spregevole fallimento e anche se siamo penosamente consapevoli che non è né corretto né include tutti [i morti]. Capisco la nostra fissazione, benché io non sia sicuro di sapere da dove venga.

Forse è un segno di rispetto, o forse ci offre un simulacro di controllo sulla narrazione del genocidio. Come possiamo vendicare i nostri martiri se non sappiamo quanti sono? Come fermeremo il moto rotatorio del mondo e spingeremo le masse ad agire se non abbiamo delle statistiche accurate? Se fossimo senza numeri dovremmo cercare altrove per provare che erano qui, che vivevano e che hanno ancora importanza.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Il bilancio delle morti del genocidio di Gaza è stato rivisto al rialzo: ora supera le 680.000 unità, di cui quasi mezzo milione di bambini.

Skwawkbox,

12 settembre 2025, The Canary

Come già riferito in un precedente articolo, il numero delle persone uccise durante la guerra genocida di Israele contro i civili a Gaza supera di molto le cifre fornite dai media durante gli ultimi quasi due anni. Erano 450.000 all’inizio dell’estate, quasi tutti civili, secondo i dati dello stesso esercito israeliano.

Ma l’ultima analisi pubblicata nella rivista di medicina The Lancet rivela un bilancio molto maggiore, in cui la proporzione di minori tra le vittime del terrorismo israeliano è anche maggiore delle precedenti stime che lo ponevano al 50 percento.

La campagna genocida di Israele vede aumentare il bilancio dei morti

Nella totale distruzione di Gaza compiuta da Israele ci sono circa 120.000 corpi ancora non recuperati e quindi non inclusi nei conteggi ufficiali delle persone decedute, ma l’impatto della carestia e delle malattie dopo che per mesi Israele ha bloccato l’ingresso di generi alimentari e medicinali essenziali ha ormai superato i numeri di coloro che sono stati assassinati violentemente dall’occupazione.

Uno studio di The Lancet basato sulla carneficina compiuta durante i primi nove mesi del massacro di Gaza da parte di Israele ha stabilito che il numero totale di morti violente fino ad aprile 2025, quasi cinque mesi fa, era di 136.000 persone. The Lancet ha inoltre stimato che ad ogni morte causata direttamente dalla violenza corrispondano almeno altre quattro morti ‘indirette’ causate dalla carestia, dalle malattie e da altre cause collegate al genocidio. Anche considerando questa cifra “al ribasso”, alle 136.000 morti violente fino ad aprile corrispondono altri 544.000 palestinesi morti a causa delle privazioni imposte.

Questo significa che il bilancio totale di morti causate dal genocidio israeliano fino ad ora raggiungerebbe la sconvolgente cifra di 680.000 persone, al 25 aprile di quest’anno, diventate molte di più dopo altri cinque mesi di omicidi di massa e carestia.

Inoltre, come ha notato l’avvocato Ali Jamal Awad, secondo lo studio di The Lancet il numero di bambini uccisi corrisponde a una percentuale molto maggiore del cinquanta percento stimato in precedenza.

Il 3 settembre 2025 il dottor Gideon Polya e il professor Richard Hill hanno calcolato il numero totale di morti a Gaza dal 7 ottobre.

Mi tremano le dita mentre lo scrivo.

In base a tutti i dati raccolti, il bilancio di morti a Gaza è di almeno 680.000.

Ma anche peggio, 380.000 sono bambini sotto i cinque anni, 99.000 hanno cinque o più anni, 63.000 sono donne e 138.000 sono uomini.

Israele ha dato inizio al genocidio a Gaza dopo aver accusato i combattenti palestinesi di avere decapitato e messo nel forno dei bambini il 7 ottobre del 2023. Nulla di questo era vero. Ma lo stato terrorista ha compiuto un massacro di bambini di una portata che si vorrebbe inconcepibile, e più di dieci volte maggiore dei “63.000” che la BBC e altri media del Regno Unito continuino ad usare, un numero già orrendo ma che non si avvicina nemmeno alla realtà dei fatti.

(Traduzione dall’inglese di Federico Zanettin




Uno studio pubblicato sullo Harvard Dataverse rivela che Israele ha “fatto sparire” quasi 400.000 palestinesi a Gaza, metà dei quali minori.

The Cradle

24 giugno 2025 – The Cradle.co

Lo studio di un professore della Ben Gurion University utilizza analisi basate sui dati e mappature spaziali per evidenziare un forte calo della popolazione di Gaza dall’ottobre 2023

Uno studio pubblicato sullo Harvard Dataverse rivela che Israele ha fatto “sparire” almeno 377.000 palestinesi dall’inizio della sua campagna genocida contro la Striscia di Gaza nel 2023.

Si ritiene che metà di questi siano minori.

Il rapporto è stato redatto dal professore israeliano Yaakov Garb, che ha utilizzato analisi basate sui dati e mappature spaziali per mostrare come l’assedio di Gaza e gli attacchi indiscriminati contro i civili nell’enclave da parte dell’esercito israeliano abbiano portato a un forte calo della popolazione.

I 377.000 palestinesi di cui si è persa traccia a causa del genocidio israeliano rappresentano circa il 17% dell’intera popolazione della Striscia di Gaza, che ora ammonta a circa 1,85 milioni. Prima della guerra a Gaza, la popolazione della Striscia era stimata in 2,227 milioni.

Secondo il rapporto, mentre alcuni sono sfollati o dispersi, si ritiene che un numero significativo sia stato ucciso dalle forze israeliane. Il Professore osserva che il bilancio ufficiale delle vittime, pari a 61.000, è chiaramente una sottostima poiché le vittime rimaste intrappolate sotto le macerie non sono incluse.

Nel rapporto Garb ha anche condannato la Gaza Humanitarian Foundation (GHF), un controverso meccanismo di distribuzione di aiuti umanitari lanciato da Stati Uniti e Israele il mese scorso.

Sostiene che “Questi centri di aiuti sembrano riflettere una logica di controllo, non di assistenza, e sarebbe improprio definirli ‘centri di distribuzione di aiuti umanitari’. Non aderiscono ai principi umanitari e gran parte della loro progettazione e del loro funzionamento è guidata da altri obiettivi che ne minano lo scopo dichiarato”.

L’ONU ha accusato la GHF di essere stata concepita per favorire i trasferimenti forzati di popolazione. Da quando ha iniziato le sue operazioni, la GHF ha causato la morte di centinaia di palestinesi in cerca di aiuto da parte delle forze israeliane.

Il rapporto, pubblicato sullo Harvard Dataverse, non è la prima pubblicazione a sostenere che il bilancio delle vittime a Gaza potrebbe, in realtà, essere significativamente superiore a quanto riportato.

La rivista medica The Lancet ha pubblicato uno studio a gennaio di quest’anno rivelando che il bilancio delle vittime del genocidio israeliano a Gaza è stato molto probabilmente sottostimato del 41% nei primi nove mesi di guerra.

Lo studio di gennaio ha evidenziato che circa il 59,1% delle vittime erano donne, bambini e anziani.

L’anno precedente, nel luglio 2024, The Lancet aveva affermato che l’attacco israeliano a Gaza avrebbe potuto causare tra 149.000 e 598.000 vittime.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)

 




I palestinesi continuano a dovere affrontare barriere sanitarie

Sharmila Devi

20 maggio 2023, The Lancet,

L’OMS afferma che l’occupazione, le divisioni politiche, la frammentazione, il blocco e gli ostacoli alla circolazione continuano a limitare l’accesso ai servizi sanitari. Lo riferisce Sharmila Devi.

Secondo due nuovi rapporti pubblicati dall’OMS il 9 maggio 2023, notevoli ostacoli continuano a impedire il diritto alla salute nel territorio palestinese occupato, tra cui “occupazione in corso, divisioni politiche… ostacoli fisici al movimento e attuazione di un regime di permessi”.

I rapporti sono stati diffusi durante uno dei peggiori conflitti degli ultimi anni tra Israele e la Jihad islamica palestinese, che ha provocato la morte di almeno 33 persone nella Striscia di Gaza e due persone in Israele. Un cessate il fuoco avrebbe dovuto entrare in vigore alla fine del 13 maggio.

I rapporti dell’OMS documentano 750 attacchi a strutture e personale sanitario registrati nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania dal 2019 al 2022, che hanno provocato la morte di un operatore sanitario e il ferimento di 568, con 315 ambulanze e 160 strutture sanitarie colpite. “Nel 2022, abbiamo visto il maggior numero di palestinesi uccisi dalle forze di sicurezza israeliane dal 2005, spesso a seguito di un uso eccessivo della forza”, Ajith Sunghay, capo dell’Ufficio dell’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani (OHCHR) nei Territori palestinesi occupati, si legge in un comunicato stampa. “Questa tendenza è aumentata solo nel 2023. L’OHCHR e l’OMS hanno documentato che le forze israeliane hanno spesso impedito l’accesso alle cure mediche, anche per le squadre di prima risposta per raggiungere le persone con ferite potenzialmente letali”.

Dal 2019 al 2021, solo il 55% dei farmaci essenziali era disponibile nel Central Drug Store del Ministero della Salute nella Striscia di Gaza, secondo il rapporto Diritto alla Salute dell’OMS. Il rapporto invitava Israele a “porre fine al ritardo arbitrario e alla negazione dei permessi per i pazienti palestinesi”, in tutto il territorio palestinese occupato.

Solo il 65% delle richieste dei pazienti di uscire dalla Striscia di Gaza per raggiungere Gerusalemme Est, Cisgiordania, Giordania o Egitto per cure mediche sono state approvate da Israele e le ambulanze hanno dovuto affrontare un tempo medio di attesa di 68 minuti al valico di Erez tra Israele e il Striscia di Gaza. L’OMS ha anche espresso preoccupazione per i 385 interrogatori da parte delle forze di sicurezza israeliane di pazienti e dei loro compagni che hanno lasciato la Striscia di Gaza per ricevere cure mediche nel 2019-21.

La Striscia di Gaza è sotto il blocco israeliano dal 2007, quando il gruppo militante Hamas vinse le elezioni parlamentari palestinesi. Un governo palestinese separato sotto il presidente Mahmoud Abbas amministra la Cisgiordania. Sebbene i tassi di approvazione israeliana dei permessi per pazienti e accompagnatori dalla Cisgiordania fossero superiori a quelli della Striscia di Gaza, tra il 2011 e il 2021 sono state negate 331.678 domande di permesso dalla Cisgiordania.

L’altro rapporto dell’OMS, Palestine Voices 2022 to 2023, ha documentato l’impatto delle barriere all’accesso sanitario sui palestinesi. Fatma, una bambina di 19 mesi della Striscia di Gaza, è morta il 25 marzo 2022, dopo che le era stato ritardato l’accesso alla cardiochirurgia salvavita per quasi 3 mesi. Fatma è nata con una condizione cardiaca congenita nota come difetto del setto atriale e aveva bisogno di un intervento chirurgico presso il Makassed Hospital di Gerusalemme est. La sua famiglia ha chiesto tre volte i permessi per raggiungere gli appuntamenti in ospedale, ma le sono stati negati.

“Ci sono problemi sistemici che colpiscono gli operatori sanitari di Gaza e influiscono sull’accesso delle persone a un’assistenza sanitaria di qualità”, ha detto a The Lancet Sarah Davies, portavoce del Comitato internazionale della Croce Rossa a Gerusalemme.

“La regolare carenza di farmaci per il trattamento di malattie croniche, come il cancro, le malattie renali o il diabete nelle strutture sanitarie pubbliche a causa delle risorse limitate delle autorità sanitarie è ulteriormente complicata dalle difficili procedure di importazione. Questa restrizione alla circolazione di persone e merci dal 2007 impedisce anche agli operatori sanitari specializzati di ricevere una formazione iniziale e continua per garantire che le loro competenze rimangano all’interno delle linee guida delle migliori pratiche.”

Al 15 maggio, il Coordinatore delle attività governative nei Territori, l’organo del ministero della difesa israeliano che sovrintende agli affari civili nei Territori palestinesi occupati, non ha commentato i rapporti dell’OMS.

“Questi rapporti servono come duro promemoria del fatto che la comunità internazionale deve agire con urgenza per alleviare le sofferenze degli abitanti di Gaza e garantire il rispetto del loro diritto all’accesso a un’assistenza sanitaria di qualità. Non possiamo stare a guardare mentre queste violazioni dei diritti umani continuano ad avvenire”, ha dichiarato a The Lancet Aseel Aburass, coordinatore dei progetti e della ricerca per i Medici per i diritti umani in Israele.

Un rapporto pubblicato da Medici Senza Frontiere (MSF) il 4 aprile, ha dettagliato l’impatto sulla salute delle misure militari israeliane a Masafer Yatta e dintorni, un’area della Cisgiordania dove, nel 2022, la Corte Suprema israeliana ha consentito lo sfollamento forzato dei palestinesi per far posto a una zona militare. Secondo il rapporto, ai pazienti veniva regolarmente negato l’accesso ai villaggi in cui MSF fornisce servizi medici se la loro carta d’identità mostrava che provenivano da un altro villaggio.

Il 15 maggio, l’ONU per la prima volta ricordato ufficialmente con eventi e incontri a New York il 75° anniversario della Nakba, che significa catastrofe in arabo e si riferisce allo sfollamento di massa dei palestinesi quando Israele fu fondato nel 1948.

Per i due rapporti dell’OMS vedere https://www.emro.who.int/opt/information-resources/right-to-health.html

Per il rapporto di MSF vedere https://msf.org.uk/article/palestine-new-msf-report-reveals-health-impact-coercive-measures-masafer-yatta

Per la commemorazione ONU della Nakba vedere https://www.un.org/unispal/nakba75/

Traduzione di Angelo Stefanini




Dopo le pressioni a favore di Israele The Lancet censura una lettera sulla situazione sanitaria a Gaza

Omar Karmi

1 ottobre 2020 – The Electronic Intifada

Con un nuovo picco nel numero di infezioni da coronavirus, Gaza sta ancora una volta affrontando la prospettiva molto concreta che il suo sistema sanitario venga sopraffatto.

Gaza non sta solo facendo fronte ad una pandemia globale. Sottoposta dal 2007 al blocco israeliano e ai successivi attacchi militari, la fascia costiera è alle prese con uno dei più alti livelli di povertà e disoccupazione del mondo, oltre che con infrastrutture fatiscenti, anche nel settore sanitario.

Una grave carenza di medicine e attrezzature mediche, direttamente collegate all’assedio israeliano, combinata con le devastazioni di una pandemia, potrebbe preludere al completo collasso del servizio sanitario.

Almeno una di queste cose potrebbe essere risolta abbastanza rapidamente se Israele allentasse o ponesse fine al blocco.

Ma rimarcarlo non è così semplice come potrebbe sembrare, come hanno scoperto con sgomento da varie parti del mondo quattro professionisti nel settore medico e nei diritti umani.

A marzo, quando la pandemia ha colpito per la prima volta Gaza, David Mills del Children’s Hospital e Bram Wispelwey del Brigham and Women’s Hospital, entrambi di Boston, Rania Muhareb, in precedenza aderente al gruppo palestinese per i diritti umani Al-Haq, e Mads Gilbert, dell’ospedale universitario della Norvegia settentrionale, hanno scritto una breve lettera a The Lancet, una delle principali riviste mediche del mondo.

Le pandemie causeranno maggiori danni alle “popolazioni gravate da povertà, occupazione militare, discriminazione e oppressione istituzionalizzata”, evidenziano gli autori, che esortano la comunità internazionale ad agire per porre fine alla “violenza strutturale” che viene inflitta ai palestinesi a Gaza.

“Una pandemia da COVID-19, in grado di paralizzare ulteriormente il sistema sanitario della Striscia di Gaza, non dovrebbe essere vista come un inevitabile fenomeno biomedico vissuto allo stesso modo dalla popolazione mondiale, ma come un’ingiustizia biosociale che si potrebbe prevenire, radicata in decenni di oppressione israeliana e complicità internazionali”, concludono.

La lettera – “La violenza strutturale nell’era di una nuova pandemia: il caso della Striscia di Gaza” – è stata puntualmente pubblicata online il 27 marzo.

Solo tre giorni dopo, tuttavia, con una mossa insolita se non senza precedenti per The Lancet, la lettera è stata ritirata senza commenti. (Può ancora essere letta, su un motore di ricerca che pubblica testi accademici). [https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0140673620307303]

Boicottaggio

“Una volta che abbiamo saputo [della cancellazione], abbiamo contattato The Lancet per una spiegazione”, ha detto Wispelwey, che insegna anche presso la Harvard Medical School.

Secondo Wispelwey The Lancet avrebbe solo detto che “il nostro commento aveva provocato una grave crisi”, ma non ha offerto alcun dettaglio, nessun ulteriore commento e nessuna spiegazione pubblica per i lettori.

Gli autori hanno dedotto che la lettera avesse suscitato scalpore tra i sostenitori di Israele all’interno della comunità medica.

Un attivista di spicco, Daniel Drucker, rinomato endocrinologo canadese, il 29 marzo su Twitter ha criticato The Lancet e il suo editore, Richard Horton.

“Mentre il mondo combatte contro COVID-19”, ha scritto, The Lancet e Richard Horton “colgono l’occasione” per pubblicare lettere “che colpiscono Israele”.

Drucker ha anche paragonato l’antisemitismo a un virus, sostenendo che “l’antisemitismo, l’antisionismo e l’invettiva anti-israeliana sono ceppi altamente correlati”.

Drucker non è nuovo a questo tipo di difesa a favore di Israele. Nel 2014, dopo che la rivista aveva pubblicato “Una lettera aperta a favore del popolo di Gaza” per protestare contro gli effetti dell’aggressione militare israeliana di quell’anno, ha preso parte ad una campagna molto efficace contro The Lancet.

L’ attacco provocò la morte di oltre 2.200 persone, per lo più civili, tra cui 550 minorenni.

Alla fine del luglio 2014, e nel bel mezzo dell’offensiva israeliana, quella lettera aveva ricevuto più di 20.000 adesioni e i cui nominativi The Lancet annunciò che, in seguito a “numerose dichiarazioni minacciose nei confronti dei firmatari”, non li avrebbe pubblicati.

Tra le dichiarazioni minacciose, è stato poi rivelato, c’erano attacchi personali contro Horton, con l’accusa di antisemitismo e la sua raffigurazione in uniforme nazista. Sua moglie è stata aggredita verbalmente e a sua figlia è stato detto dai compagni di classe che suo padre era un antisemita.

In risposta a quella lettera, Drucker ha avviato una petizione per mantenere le pubblicazioni scientifiche e di medicina “libere da opinioni politiche controverse”.

La petizione ha ottenuto più di 5.000 firme e ha indotto medici filo-israeliani in tutto il mondo, ma soprattutto in Nord America, a boicottare The Lancet per cinque anni.

Mettere a tacere il dissenso

Alla fine, e dopo che nel 2017 The Lancet ha dedicato un intero numero al sistema sanitario israeliano, il boicottaggio è stato revocato.

Ma Wispelwey afferma che il timore è che le riviste mediche siano ora soggette a censura indiretta o autocensura sulla Palestina a causa del “generalizzato effetto dissuasivo” della campagna contro The Lancet.

Il resoconto di cui è stato cofirmatario a marzo, dice Wispelwey, non era formulato con un tono più perentorio rispetto agli articoli pubblicati altrove negli organi di informazioni ordinari e in quelli israeliani.

Wispelwey sostiene: “La violenza della risposta suggerisce l’impressione che questo spazio – riviste mediche accademiche – sia interdetto anche a idee, documentazioni e narrazioni pubbliche sul contesto sanitario palestinese che contengano critiche a Israele”.

Electronic Intifada ha riferito a marzo che il prospetto di diffusione dei dati ampiamente utilizzato per il COVID-19, diffuso dal Center for Systems Science and Engineering della Johns Hopkins University, aveva effettivamente cancellato i palestinesi unificando i dati riguardanti Israele, la Cisgiordania occupata e la Striscia di Gaza.

Quella decisione è stata alla fine revocata, ma silenziare le voci filo-palestinesi, nel mondo accademico e altrove, è stato ben documentato da tutti, da Edward Said [famoso intellettuale statunitense palestinese, deceduto nel 2003, ndtr.] a Judith Butler [filosofa post-strutturalista statunitense, esperta di filosofia politica ed etica, ndtr.].

È una prassi che mostra pochi segni di cedimento.

Proprio il mese scorso le principali compagnie di comunicazione sociale – Zoom, Facebook e YouTube – hanno fatto il possibile per impedire un evento organizzato dalla San Francisco State University con Leila Khaled, un’icona della resistenza palestinese ed ex combattente del Fronte popolare per la liberazione della Palestina, ora ultrasettantenne.

E in tutto il mondo i gruppi filo-israeliani stanno facendo pressioni sui governi a tutti i livelli per vietare il movimento di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni, che accusano di antisemitismo.

L’argomento [utilizzato] per mettere a tacere le critiche al trattamento dei palestinesi da parte di Israele nelle pubblicazioni mediche e scientifiche è che queste dovrebbero essere prive di contenuto politico “divisivo”.

Ma questo, ha detto Rania Muhareb, studiosa e ricercatrice giuridica di Al-Haq nel momento in cui veniva scritta la lettera di marzo, è falso.

Le questioni di salute pubblica sono molto chiaramente politiche – l’assistenza sanitaria universale è un ovvio esempio – e le disuguaglianze sociali e politiche sono riconosciute come cause profonde dei problemi di salute. Nelle zone di conflitto è impossibile separare le cose.

“La concretizzazione del diritto alla salute è strettamente collegata al rispetto di altri diritti fondamentali”, ha detto Muhareb a The Electronic Intifada.

Vite in gioco

A Gaza, quando si tratta di salute la politica è sicuramente coinvolta.

Esercitando il controllo totale su tutte le importazioni a Gaza, compresi gli aiuti umanitari, l’esercito israeliano non è tuttavia riuscito a stabilire alcun piano di emergenza per Gaza mentre la regione impoverita cerca di far fronte al COVID-19.

Il rifiuto di Israele di agire persiste nonostante il fatto che in base al diritto internazionale risulti una potenza occupante e quindi sia legalmente responsabile del benessere di base di tutti a Gaza.

E ciò non avviene per mancanza di allarmi. Le organizzazioni per i diritti umani palestinesi, israeliane e internazionali hanno ripetutamente chiesto a Israele di formulare un piano o, più efficacemente, di revocare del tutto l’assedio prima che sia troppo tardi.

I numeri raccontano una storia inquietante: quando la pandemia ha colpito per la prima volta Gaza a marzo era limitata ai pochi viaggiatori che entravano e uscivano dalla fascia costiera assediata.

Era facile identificarli e metterli in quarantena.

Il primo decesso legato al COVID-19 si è verificato a maggio, circa due mesi dopo i primi casi confermati, ed è anche avvenuto in una struttura di isolamento.

Ma una volta che alla fine di agosto è iniziata la diffusione all’interno della comunità, i numeri sono aumentati.

I casi confermati sono balzati dai 200 alla fine di agosto a oltre 2.600 il 25 settembre. Ci sono stati 17 morti.

“Il sistema sanitario di Gaza è stato spinto sull’orlo del collasso”, afferma Mads Gilbert, un chirurgo che per molti anni ha lavorato a Gaza.

Il blocco israeliano e i ripetuti attacchi militari hanno minato irrimediabilmente l’erogazione di assistenza sanitaria a Gaza, dice, e hanno lasciato ospedali e cliniche incapaci e impreparati ad affrontare una pandemia.

Gilbert racconta a The Electronic Intifada: “Il timore è che un’epidemia incontrollata di COVID-19 nella Striscia di Gaza gravi in modo eccessivo sul sistema sanitario di Gaza, peggiorando in questo modo ulteriormente la vulnerabilità dei palestinesi alla pandemia in condizioni di violenza strutturale”.

Commento obiettivo

Commento obiettivo per i medici professionisti? Non secondo Zion Hagay dell’Israeli Medical Association, la cui risposta alla lettera ormai scomparsa scritta da Gilbert ed altri è stata pubblicata nell’ultima edizione online di The Lancet.

Hagay ha denunciato la lettera di marzo come “retorica politica” e ha difeso il blocco israeliano [di Gaza] come “una risposta necessaria al contrabbando di armi e alla violenza incessante contro Israele”.

Ha elogiato Israele per aver “permesso” ai pazienti palestinesi di “continuare a entrare in Israele per ricevere cure mediche salvavita”.

Ma i palestinesi di Gaza devono affrontare un percorso gravoso e ampiamente criticato per ottenere dai militari israeliani i permessi per viaggiare per curarsi o per qualsiasi altra ragione.

A causa del ritardo e del rifiuto dei permessi da parte di Israele i pazienti palestinesi muoiono regolarmente per mancanza di cure. Nel solo 2017 ci sono stati 54 decessi di questo tipo documentati dall’OMS.

Hagay ha anche omesso di notare che il Segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres – del quale invece cita le lodi per la cooperazione tra Israele e l’Autorità Nazionale Palestinese in risposta al COVID-19 – ha ampiamente descritto Gaza come una delle crisi umanitarie più “drammatiche” del mondo e ha chiesto che venga revocato l’assedio.

Ma oltre a questo, dice Wispelwey, è stato “sbalorditivo” che The Lancet abbia deciso di pubblicare una lettera in risposta a un articolo che era già stato rimosso.

“Ciò rende l’intera situazione più assurda”, afferma Wispelwey. “Pubblicare una risposta a un articolo ora ‘scomparso’ e consentirgli di fare dei commenti sulla sua rimozione?”

“La censura e la sorveglianza sono metodi classici di controllo coloniale”, aggiunge.

Piuttosto che ambire ad un falso “equilibrio” di punti di vista che non riesca a tenere conto dei differenziali di potere, sostiene Wispelwey, dobbiamo “iniziare a riconoscere, chiamare col loro nome e resistere a queste costrizioni nella medicina accademica e altrove”.

The Lancet non ha voluto commentare.

Omar Karmi is an associate editor with The Electronic Intifada and a former Jerusalem and Washington, DC, correspondent for The National newspaper.

Omar Karmi è un redattore associato di The Electronic Intifada e un ex corrispondente da Gerusalemme e Washington per il quotidiano The National [quotidiano indipendentista scozzese, ndtr.].

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Le pressioni di Israele nel controllare il discorso globale hanno contaminato il mondo della medicina

Ghada Karmi

Giovedì 8 novembre 2018, Middle East Eye

Infiltrarsi in ogni ambito della vita pubblica nel tentativo di controllare il discorso globale può certamente fare da scudo temporaneamente ai crimini di Israele – ma a lungo termine non farà che smascherare la malvagità di Israele.

Nel febbrile clima di paura riguardo all’antisemitismo che attualmente avvince la Gran Bretagna, forse non sorprende che l’infezione si sia ormai propagata a settori improbabili, compresa la professione medica.

Forse il principale esempio della ‘longa manus’ filoisraeliana all’interno del mondo della medicina è stata la pubblica umiliazione di Richerd Horton, il direttore di una delle più antiche e prestigiose riviste mediche al mondo, ‘ Lancet’. Sotto la guida di Horton la rivista ha sviluppato un’imponente copertura della sanità mondiale, mettendo in luce l’impatto dei conflitti politici e dell’ingiustizia.

Il caso di Richard Horton

Sulla base di questa impostazione etica, e colpito dalla terribile situazione dei palestinesi, nel 2010 Horton ha fondato l’Alleanza Lancet per la Salute Palestinese, un partenariato con professionisti della sanità che lavorano nei territori occupati. Questo ha fornito una valida tribuna per la ricerca e la pratica in ambito medico palestinese, migliorando drasticamente la copertura delle problematiche sanitarie che colpiscono la popolazione sotto occupazione israeliana.

Nell’estate 2014, mentre era in corso il peggior attacco israeliano contro Gaza, Lancet pubblicò una “lettera aperta a favore del popolo di Gaza”, dai toni molto forti. Venne firmata da 24 medici di diversi Paesi e descriveva nel dettaglio le strazianti conseguenze a livello medico della guerra di Israele su civili innocenti, quali armi venivano usate ed i vari tipi di aggressioni.

Si definivano senza ambiguità le atrocità commesse contro l’indifesa popolazione di Gaza come crimini di guerra.

La lettera provocò una tempesta di proteste da parte dei difensori di Israele. Venne pubblicata una lettera firmata da 500 medici, compresi cinque premi Nobel, cui seguì una grave minaccia da parte di 396 professori di boicottare l’editore di Lancet, Reed Elsevier. Vi furono richieste di cacciare Horton; lui fu bombardato da mail di odio, minacciato ed accusato di antisemitismo; la sua fotografia fu postata accanto alle immagini di nazisti; sua moglie e sua figlia subirono molestie.

Mettere a tacere le critiche

Inizialmente egli tenne testa a questo assalto, rifiutando di ritrattare la lettera o di scusarsi. Tuttavia gli attacchi contro di lui e contro Lancet erano così gravi che nell’ottobre 2014 accettò un invito da parte dell’ospedale israeliano Rambam, dove alla fine cedette alle pressioni. Esprimendo il suo profondo rammarico per aver pubblicato la lettera aperta, promise di pubblicare una ritrattazione.

Il suo pentimento non è finito lì. Nel maggio 2017 Horton ha compiuto il passo senza precedenti di dedicare un intero numero del giornale al sistema sanitario israeliano, e da allora è stato attento a mostrarsi rispettoso ed amichevole nei confronti di Israele.

Certo, nulla nella lettera aperta su Gaza che ha correttamente pubblicato durante la guerra era falso o esagerato; casomai, la situazione di Gaza oggi è ancor più spaventosa. L’autore di questa devastazione è quello stesso Israele i cui amici hanno attaccato Horton così ferocemente non molto tempo fa, e che con tanta sofferenza egli ha dovuto placare.

Le linee rosse di Israele

Horton non è l’unico obbiettivo di questa caccia alle streghe in ambito medico. Secondo recenti notizie, la Scuola di Medicina Tropicale di Liverpool, che il mese scorso aveva invitato la collega britannica Baronessa Jenny Tonge a parlare ad un convegno sulla salute materna, ha improvvisamente ritirato l’invito. Avrebbe dovuto partecipare ad un gruppo di lavoro di esperti sulla diseguaglianza nella sanità nel mondo in via di sviluppo, dove lei ha ampiamente lavorato in diverse missioni ufficiali.

Janet Hemingway, la direttrice della scuola, ha spiegato che si sono sentiti obbligati ad agire a causa di un presunto “sentimento antisemita” e di “riscontri esterni” da parte di partecipanti al convegno. Erano presumibilmente preoccupati che la sua partecipazione contravvenisse all’ “etica organizzativa” della scuola e che avrebbe stornato l’attenzione dalla questione dell’ineguaglianza nella cura della maternità al problema dell’antisemitismo.

Prima della sua carriera parlamentare, Tonge ha esercitato la professione medica ed è stata membro della Facoltà di Ostetricia e Ginecologia del Royal College per la Pianificazione Familiare e la Salute Riproduttiva . Ha ripreso quel ruolo quando è entrata in politica come portavoce per la sanità del partito liberaldemocratico e più di recente come presidente del Gruppo Parlamentare interpartitico del Regno Unito sulla popolazione, lo sviluppo e la salute riproduttiva.

Ma presto ha incontrato l’opposizione degli amici di Israele. Nel 2004, quando era deputata liberaldemocratica, Tonge ricorda che il suo intervento su “Un punto di vista liberale sulla salute” presso la Società Medica di Londra fu annullato a causa delle accuse di essere simpatizzante dei palestinesi e di criticare Israele.  

Come personaggio politico, oggi Tonge è disprezzata da Israele e dai suoi amici per il suo presunto antisemitismo nell’esprimere opinioni problematiche, come la sua osservazione che i recenti assassinii di fedeli ebrei a Pittsburgh potrebbero essere in relazione ai maltrattamenti di Israele contro i palestinesi. Attaccare Tonge a livello politico è una cosa, ma gli amici di Israele adesso stanno premendo per renderla oggetto di disprezzo anche come professionista della salute – dando il messaggio che, se si oltrepassano le linee rosse di Israele, si viene esclusi da ogni settore della vita pubblica.

La caccia alle streghe in ambito medico

Analogamente, Derek Summerfield, importante psichiatra britannico e esplicito critico della politica israeliana, nel 2007 è stato costretto a disdire la propria partecipazione ad un importante incontro medico organizzato dalla ‘Royal Society of Medicine’ dalle pressioni di membri filoisraeliani.

I suoi tentativi di indagare il ruolo di medici israeliani nella supervisione della tortura ai prigionieri palestinesi si erano scontrati con un continuo ostruzionismo.

Intanto l’Unione Europea ha ricevuto pressioni perché raccomandasse a tutti i suoi Stati membri ed istituzioni di adottare la definizione di antisemitismo dell’Alleanza Internazionale in Ricordo dell’Olocausto, che deliberatamente fa coincidere le critiche ad Israele con l’antisemitismo ed ha già influenzato la libertà di parola.

Nel maggio scorso Israele si è spinto oltre, chiedendo all’UE di sospendere i finanziamenti alle Ong che sostengono il movimento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni (BDS). 

Lo scopo di questi sforzi è mettere a tacere le critiche alla politica israeliana. Ma Israele dovrebbe stare attento a ciò che intende fare. Infiltrare ogni ambito della vita pubblica nel tentativo di controllare il discorso globale può certamente fare da scudo temporaneamente ai crimini di Israele – ma a lungo termine non farà che destare un diffuso senso di risentimento e ostilità.

Ghada Karmi è una dottoressa palestinese, accademica e scrittrice.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye

(Traduzione di Cristiana Cavagna)