In Nuova Zelanda il Super Fund dà il benservito alle banche israeliane che finanziano le colonie in Palestina

Roger Fowler

5 marzo 2021 The Palestine Chronicle

In Nuova Zelanda il fondo pensione statale multimiliardario NZ Super Fund ha finalmente disinvestito da cinque delle maggiori banche israeliane perché finanziano la costruzione di colonie illegali nei territori palestinesi occupati.

Il parlamentare del partito neozelandese dei Verdi Golriz Ghahraman ha affermato in una dichiarazione a Spinoff [rivista online neozelandese, ndtr] che il Partito dei Verdi ha accolto con entusiasmo la decisione:

“Da molto tempo i valori e gli obblighi morali della nostra nazione sono calpestati da investimenti che facilitano ciò che l’ONU ha ripetutamente definito un’occupazione illegale, che causa sofferenza al popolo palestinese e si traduce in ulteriori violazioni del diritto umanitario.”

Questa settimana il PSNA [Palestine Solidarity Network Aotearoa, rete neozelandese di associazioni nata nel 2013 per sostenere la causa palestinese, ndtr] ha dichiarato che i sostenitori della Palestina in Aotearoa/Nuova Zelanda [Aotearoa è la denominazione Maori del Paese, ndtr] hanno più volte denunciato queste banche al NZ Super Fund, specialmente dopo che un rapporto di Human Rights Watch del 2018 ha accertato che esse hanno contribuito attivamente alla costruzione delle colonie, in violazione della legge internazionale.

Nel 2012 NZ Super Fund aveva già messo fine per motivi etici ai suoi investimenti in tre compagnie israeliane che stavano costruendo colonie illegali su terre palestinesi.

Janfrie Wakim, portavoce di PSNA, ha dichiarato che Super Fund NZ ha finalmente condotto una indagine accurata arrivando alla conclusione definitiva che sarebbe stato immorale continuare ad investire con queste banche.

“Sia il grande numero di notizie certe sia la legge rendono insostenibile per Super Fund NZ la possibilità di continuare ad investire con queste banche. Nessuna istituzione neozelandese dovrebbe fornire alcun sostegno alla costante espropriazione del popolo palestinese nella sua stessa terra e alla brutale occupazione israeliana.”

“Il Fondo, che mantiene ancora investimenti in altre compagnie israeliane, sostiene che presterà la massima attenzione a tutti i futuri rapporti dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani che riguardino il coinvolgimento di altre compagnie israeliane nella costruzione di colonie illegali,” ha aggiunto Waakim.

Il governo neozelandese è “ancora in ritardo”

Janfrie Wakim ha inoltre affermato che la decisione di disinvestire da parte di NZ Super Fund – insieme con gli argomenti usati – ha evidenziato ciò che definisce un terribile ritardo del governo della Nuova Zelanda.

“Il primo disinvestimento di NZ Super Fund ha riguardato il produttore di armi Elbit Systems e risale ormai al 2012.”

“Eppure, il governo neozelandese ha ammesso che sta comprando forniture militari, collaudate sui palestinesi, da Elbit Systems, vale a dire dalla stessa compagnia che NZ Super Fund ha eliminato dal proprio portfolio di investimenti nel 2012,” ha proseguito Wakim.

Per leggere il documento di NZ Super Fund sulle banche israeliane fai click qui.

-Roger Fowler è uno storico attivista per la pace e rappresentante di comunità di Auckland, Aotearoa/New Zealand e coordina Kia Ora Gaza, che organizza il sostegno di convogli di solidarietà internazionale e di Freedom Flotilla per spezzare l’illegale blocco israeliano di Gaza. Roger è il direttore di kiaoragaza.net. Ha scritto questo articolo per The Palestine Chronicle.

(traduzione dall’inglese di Stefania Fusero)




Due palestinesi feriti dai soldati israeliani durante un attacco dei coloni ebrei

Redazione, WAFA e Social Media

26 settembre 2020 – Palestine Chronicle

Secondo l’agenzia di stampa palestinese WAFA, oggi (26 settembre) due palestinesi sono stati feriti dalle forze di occupazione israeliane durante gli scontri scoppiati nel villaggio di Qusra, vicino a Nablus in Cisgiordania, in seguito a un attacco di coloni ebrei contro due allevamenti di pollame di proprietà palestinese.

Ghassan Daghlas, che monitora le attività delle colonie ebree nella Cisgiordania settentrionale, ha riferito a WAFA che un gruppo di coloni ha attaccato le aziende situate alla periferia di Qusra, saccheggiandole e distruggendone il contenuto.

I coloni hanno anche incendiato un trattore parcheggiato in una delle fattorie e danneggiato dei serbatoi dell’acqua.

Daghlas ha detto che, mentre gli abitanti correvano per proteggere le loro proprietà, dei soldati israeliani che erano in zona sono intervenuti, ma solo per proteggere i coloni, attaccando i palestinesi.

Nel corso degli scontri i militari israeliani hanno sparato proiettili di gomma verso gli abitanti del villaggio, ferendone due.

La violenza dei coloni contro i palestinesi e le loro proprietà in Cisgiordania è di routine e raramente viene perseguita dalle autorità israeliane.

La violenza dei coloni non dovrebbe essere vista separatamente da quella inflitta dall’esercito israeliano, ma inquadrata nel più ampio contesto della violenta ideologia sionista che domina tutta la società israeliana,” scrive il palestinese Ramzy Baroud, scrittore e direttore di The Palestine Chronicle.”

Secondo B’tselem, gruppo [israeliano] per i diritti umani, “la violenza dei coloni ormai da lungo tempo fa parte della vita quotidiana dei palestinesi sotto occupazione. Le forze di sicurezza israeliane permettono queste azioni, in alcuni casi fanno persino da scorta armata o partecipano agli attacchi che finiscono con il ferimento o la morte di palestinesi, oltre a danni a terreni e proprietà.

Tra Gerusalemme Est e la Cisgiordania occupata vivono tra i 500.000 e i 600.000 israeliani in colonie per soli ebrei in violazione delle leggi internazionali.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




I palestinesi non sono numeri: sul futuro della narrazione palestinese

Ramzy Baroud

23 settembre – The Palestine Chronicle

La Palestina non potrà mai essere compresa attraverso i numeri, perché essi sono disumanizzanti, impersonali e, quando necessario, possono anche essere un espediente per significare integralmente qualcos’altro. I numeri non sono adatti a raccontare la storia della condizione umana, né dovrebbero mai essere usati per sostituire le emozioni.

Di sicuro le storie della vita, della morte, e di tutto quello che vi intercorre, non possono essere veramente e completamente apprezzate attraverso carte, cifre e numeri. Questi ultimi, pur se utili a molti scopi, sono un mero assemblamento numerico di dati. L’angoscia, la gioia, le aspirazioni, la resistenza, il coraggio, la perdita, la lotta collettiva, eccetera, comunque, si possono esprimere genuinamente solo attraverso le persone che hanno vissuto queste esperienze.

I numeri, per esempio, ci dicono che più di 2.200 palestinesi sono stati uccisi durante la guerra israeliana contro la Striscia di Gaza tra l’8 luglio e il 27 agosto 2014, e che oltre 500 di loro erano minori. Più di 17.000 case sono state distrutte e migliaia di altri edifici, compresi ospedali, scuole e fabbriche sono stati anch’essi distrutti o gravemente danneggiati nel corso dei bombardamenti israeliani.

Tutto questo è vero, il genere di verità che è sintetizzata in un’accurata infografica, d’ogni tanto aggiornata nel caso che, inevitabilmente, alcuni dei feriti gravi abbiano alla fine perso la vita.

Ma un singolo documento, o un migliaio, non potrà mai descrivere in modo veritiero il reale terrore provato da un milione di bambini che hanno temuto per la propria vita durante quei terribili giorni; o trasportarci in una stanza da letto dove una famiglia di dieci membri si stringe nel buio, invocando la grazia di dio quando la terra trema, i muri crollano e i vetri si infrangono tutto intorno; o trasmettere l’angoscia di una madre che tiene in braccio il corpo senza vita di suo figlio.

E’ facile – e giustificabile – accusare i media di disumanizzare i palestinesi o, a volte, di ignorarli del tutto. Tuttavia, se vanno attribuite delle colpe, allora anche altri, compresi quelli che si ritengono “filopalestinesi”, devono riconsiderare la propria posizione. Siamo tutti, in una certa misura, collettivamente colpevoli di vedere i palestinesi come semplici vittime, sventurati, passivi, persone intellettualmente deboli e sfortunate, senza speranza di essere ‘salvate’.

Quando i numeri monopolizzano i riflettori nella narrazione di un popolo, fanno un danno maggiore di una semplice riduzione della complessità degli esseri umani a dati: cancellano anche la vita. Riguardo alla Palestina, raramente i palestinesi vengono trattati da eguali: continuano ad essere i ricettori di assistenza, aspettative politiche e indicazioni non richieste su che cosa dire e come resistere. Spesso alimentano contese politiche tra fazioni o governi, ma raramente prendono l’iniziativa e plasmano il proprio discorso politico.

La narrazione politica palestinese per anni ha oscillato tra una, costruita intorno al soggetto della vittimizzazione – che spesso è corroborata dai numeri dei morti e dei feriti – ed un’altra riguardante la fantomatica unità tra Fatah e Hamas. La prima emerge ogni qual volta Israele decide di bombardare Gaza con qualunque pretesto utile al momento, la seconda è stata una risposta alle accuse occidentali secondo cui i vertici politici palestinesi sono troppo divisi per costituire un potenziale “partner di pace” per il primo ministro di destra israeliano, Benjamin Netanyahu. Molti in tutto il mondo riescono a comprendere – o a riferirsi ai – i palestinesi solo attraverso la loro vittimizzazione o affiliazione a fazioni – che di per sé comportano ulteriori significati attinenti al ‘terrorismo’ o al ‘radicalismo’, tra le altre cose.

Tuttavia la realtà è spesso diversa dai discorsi riduzionisti dei media e della politica. I palestinesi non sono solo numeri. Non sono nemmeno spettatori di una partita politica che continua a marginalizzarli. Poco dopo la guerra del 2014 un gruppo di giovani palestinesi, con sostenitori in tutto il mondo, hanno lanciato un’importante iniziativa rivolta ad affrancare la narrazione palestinese, almeno a Gaza, dai confini dei numeri e di altre interpretazioni riduttive.

Non siamo numeri’ è stata lanciata all’inizio del 2015. La pagina del gruppo ‘Su di noi’ recita: “i numeri non riportano…le quotidiane lotte e vittorie personali, le lacrime e le risa, le aspirazioni che sono talmente universali che, se non fosse per il contesto, entrerebbero immediatamente in risonanza potenzialmente con tutti.”

Recentemente ho parlato con diversi membri del gruppo, compreso il Direttore del Progetto Gaza, Issam Adwan. E’ certamente stato emozionante ascoltare giovani palestinesi preparati e molto determinati parlare un linguaggio che trascende tutti i discorsi stereotipati sulla Palestina. Non erano né vittime né faziosi ed erano decisamente stufi del bisogno patologico di soddisfare le richieste e le aspettative occidentali.

Abbiamo dei talenti – siamo scrittori, romanzieri, poeti ed abbiamo un potenziale molto grande di cui il mondo conosce poco”, mi ha detto Adwan.

Khalid Dader, uno dei circa 60 scrittori e blogger dell’organizzazione a Gaza, contesta la definizione secondo cui loro sono ‘narratori di storie’. “Noi non raccontiamo storie, piuttosto le storie ci raccontano…le storie ci creano”, mi ha detto. Per Dader, non si tratta di numeri o parole, ma di vite vissute e di lasciti che spesso rimangono inespressi.

Somaia Abu Nada vuole che il mondo conosca suo zio, perché “era una persona che aveva una famiglia e persone che lo amavano.” E’ stato ucciso nella guerra israeliana contro Gaza del 2008 e la sua morte ha colpito profondamente la sua famiglia e la sua comunità. In quella guerra furono uccise più di 1.300 persone. Ognuna di loro era lo zio, la zia, il figlio, la figlia, il marito o la moglie di qualcuno. Nessuna di loro era solo un numero.

“ ‘Non siamo numeri’ mi ha fatto capire quanto necessarie siano le nostre voci”, mi ha detto Mohammed Rafik. Questa affermazione non può essere considerata eccessiva. Tanti parlano a nome dei palestinesi, ma raramente sono i palestinesi a parlare di sé. “Questi sono tempi di paura senza precedenti, in cui la nostra terra appare spezzata e triste”, dice Rafik, “ma non perdiamo mai il nostro senso della comunità”.

Adwan ci ricorda la famosa citazione di Arundhati Roy: “Non esiste una cosa come ‘l’assenza di voce’. Ci sono solo quelli costretti deliberatamente al silenzio, o quelli preferibilmente inascoltati.”

E’ stato piacevole parlare con dei palestinesi che stanno compiendo il decisivo passo di dichiarare di non essere numeri, perché è soltanto attraverso questa consapevolezza e determinazione che i giovani palestinesi possono sfidare tutti noi ed affermare la propria identità collettiva come popolo.

Certamente i palestinesi hanno una voce, una voce forte e in risonanza l’una con l’altra.

Ramzy Baroud è giornalista e redattore capo di The Palestine Chronicle. E’ autore di cinque libri. L’ultimo è “Queste catene saranno spezzate: storie palestinesi di lotta e resistenza nelle prigioni israeliane” (Clarity Press, Atlanta). Il dott. Baroud è ricercatore associato non residente al Centro per l’Islam e Affari Globali (CIGA), dell’università Zaim di Istambul.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Il mondo deve fermare le annessioni di Israele e cancellare la sua colonizzazione della Palestina

Ramona Wadi

9 maggio 2020 The Palestine Chronicle

Le critiche del relatore speciale delle Nazioni Unite Michael Lynk nei confronti della incombente annessione da parte di USA-Israele di altri territori palestinesi offrirebbero un buon punto di partenza per un’azione politica collettiva contro Israele se solo la comunità internazionale dimostrasse tale determinazione.

“Il piano consoliderebbe un’apartheid del 21° secolo e avrebbe come conseguenza la fine del diritto dei palestinesi all’autodeterminazione. Legalmente, moralmente, politicamente, questo è del tutto inaccettabile”, ha dichiarato Lynk.

Il funzionario delle Nazioni Unite ha descritto le ripercussioni dell’annessione come l’apertura di un varco per “una cascata di conseguenze negative sui diritti umani” e ha insistito sul fatto che la comunità internazionale non possa più svolgere un suo ruolo accondiscendente nei confronti delle violazioni israeliane. “L’incombente annessione è una cartina di tornasole politica per la comunità internazionale. – ha avvertito – Questa annessione non sarà annullata con i rimproveri, né l’occupazione che persiste da 53 anni morirà di vecchiaia”.

Questa non è la prima volta che Lynk rivolge verso Israele una critica più severa rispetto ai pacati commenti tipici dei funzionari e delle istituzioni delle Nazioni Unite. In passato, ha caldeggiato sanzioni internazionali contro Israele e ha sostenuto la Corte Penale Internazionale (CPI) nelle sue indagini sui crimini di guerra israeliani contro il popolo palestinese.

Le parole di Lynk attirano l’attenzione sulle falle politiche delle Nazioni Unite e sull’appoggio alle violazioni dei diritti umani commesse dai suoi stati membri. Mentre Israele va verso l’annessione, è improbabile che la comunità internazionale faccia una valutazione critica della propria complicità. I piani di annessione USA-Israele sono fondati su decenni di appoggio internazionale alla colonizzazione sionista.

Dichiararsi contrari all’annessione – uno degli ultimi passi che Israele sta intraprendendo per completare il suo progetto coloniale – non è sufficiente. Anche ridurre il processo di colonizzazione ai “53 anni di occupazione” è incoerente ed è una falsa rappresentazione delle cause della cacciata dei palestinesi.

Gli Stati Uniti potrebbero al momento giocare un ruolo preminente, ma la comunità internazionale ha enfatizzato la relazione USA-Israele per distogliere l’attenzione dal processo storico che ha portato all’attuale evoluzione. Il sostegno della comunità internazionale al progetto di colonizzazione israeliano è una grave violazione che rimane sottovalutata. Ciò che Stati Uniti e Israele hanno ottenuto sotto l’amministrazione Trump è il riflesso di un ciclo continuo di intenzionale silenzio politico a livello globale.

Con l’accensione dei riflettori sulla collusione USA-Israele, la comunità internazionale ha ottenuto una sospensione temporanea della valutazione critica delle sue azioni, in particolare della sua inazione quando sono in ballo i diritti politici del popolo palestinese.

In verità, l’azione della comunità internazionale può essere riassunta nel Piano di partizione del 1947, dopo di che il ricorso a dichiarazioni e condanne divenne il mezzo accettato diplomaticamente per sostenere nelle apparenze i diritti dei palestinesi. Le dichiarazioni di Lynk, sebbene prive di riferimenti diretti alla colonizzazione israeliana, puntano il dito contro una responsabilità internazionale.

Negli ultimi anni il compromesso sui due Stati rimane la prova più palese della responsabilità internazionale nell’impedire la rivendicazione palestinese sulla propria terra e i propri diritti. Proprio come l’annessione è stata dichiarata una violazione del diritto internazionale, anche la diplomazia dei due Stati deve essere ritenuta responsabile del fatto di aver aperto la strada all’annessione.

Ciò richiede un completo ripensamento della politica che le Nazioni Unite hanno sostenuto finora. Non ci può essere un fronte politico unificato contro Israele se non viene abbandonata la politica dei due Stati. Per fermare l’annessione è necessaria una cessazione della colonizzazione israeliana; qualsiasi provvedimento meno severo costituirebbe un’affermazione di tradimento contro il popolo palestinese.

– Ramona Wadi è una redattrice dello staff di Middle East Monitor, dove questo articolo è stato originariamente pubblicato. Ha concesso questo articolo a The Palestine Chronicle.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Nel pieno dell’epidemia da coronavirus i soldati israeliani gettano immondizia e sputano sui veicoli palestinesi in Cisgiordania

6 aprile 2020 – Palestine Chronicle

Secondo l’agenzia di stampa palestinese WAFA, mentre i palestinesi cercano di combattere la diffusione della letale pandemia da coronavirus, oggi nella città della Cisgiordania meridionale di Beit Ummar soldati israeliani hanno scaricato rifiuti contaminati ed hanno sputato sulle portiere di veicoli e sulle porte delle case.

L’attivista locale Muhammad Awad ha detto alla WAFA che un folto gruppo di soldati israeliani ha fatto irruzione in una zona di Beit Ummar – situata vicino al blocco di colonie illegali di Gush Etzion – ed ha gettato in mezzo alle case del villaggio vetri contaminati con una sostanza sconosciuta, nonché rifiuti, siringhe e guanti usati.

I soldati israeliani hanno anche sputato sulle macchine e sulle porte delle case ed insultato gli abitanti con termini razzisti, ha detto Awad, sollevando il sospetto che i soldati vogliano intenzionalmente diffondere il coronavirus tra i civili palestinesi di quella zona.

Dopo che i soldati se ne sono andati dalla città, i volontari locali del Comitato di Emergenza di Beit Ummar hanno sterilizzato le due zone e distrutto e bruciato tutto ciò che i soldati avevano gettato.

Il 31 marzo l’Euro-Med Monitor [organizzazione indipendente per la protezione dei diritti umani, ndtr.] con sede a Ginevra ha chiesto alla comunità internazionale di proteggere i palestinesi e costringere i soldati israeliani a porre fine alle incursioni nelle città e cittadine, che mettono a rischio le misure preventive messe in atto dall’Autorità Nazionale Palestinese per controllare l’epidemia da coronavirus.

Ha chiesto inoltre di indagare sul comportamento sospetto di molti soldati e coloni israeliani, che sembra essere un tentativo di diffondere il contagio, e di far sì che quanti ne sono stati responsabili rispondano dei loro atti.

Secondo il Ministero della Sanità palestinese stamattina sono stati confermati 15 nuovi casi di coronavirus in Cisgiordania, che hanno portato il totale in Palestina a 252.

(Palestine Chronicle, WAFA, reti sociali)




Un funzionario dell’ONU: Israele è giuridicamente responsabile della salute dei palestinesi

Redazione, Middle East Monitor, Reti sociali

21 marzo 2020 – Palestine Chronicle

Un importante funzionario dell’ONU ha annunciato che durante la lotta contro il coronavirus Israele è giuridicamente responsabile di fornire i servizi sanitari per garantire la salute dei palestinesi nei Territori Occupati.

Secondo il relatore speciale dell’ONU per la situazione dei diritti umani nei territori palestinesi, Michael Lynk, “l’obbligo giuridico, stabilito dall’articolo 56 della Quarta Convenzione di Ginevra, prevede che Israele, la potenza occupante, debba garantire che ogni misura preventiva necessaria a sua disposizione venga utilizzata per ‘combattere la diffusione di malattie contagiose ed epidemie’.

Link ha aggiunto: “Al centro dei tentativi da parte di Israele, dell’Autorità Nazionale Palestinese e di Hamas di contenere e bloccare questa pandemia deve essere messo in atto un approccio centrato sui diritti umani.”

Ha continuato: “Il diritto alla dignità prevede che ogni persona sotto la loro autorità debba godere di pari accesso ai servizi sanitari e dell’uguaglianza di trattamento.

In un comunicato che ha inviato giovedì, Lynk ha manifestato la propria preoccupazione per il fatto che i primi documenti informativi per incrementare la consapevolezza sulla diffusione del CODIV-19 diffusi dal ministero della Salute israeliano siano stati scritti quasi esclusivamente in ebraico.

Ciò significa che i palestinesi, in Israele o nei territori occupati, non hanno potuto usufruire di questo importante materiale.

In precedenza il relatore speciale aveva notato che Israele sta “violando in modo grave” i suoi obblighi internazionali riguardo al diritto alle cure mediche dei palestinesi che vivono sotto occupazione.

Relativamente alle sue preoccupazioni riguardanti Gaza, ha dichiarato:

Sono particolarmente preoccupato del potenziale impatto di COVID-19 su Gaza. Il suo sistema sanitario era al collasso anche prima della pandemia. Le sue scorte di medicinali essenziali sono cronicamente scarse.”

Gaza, con una popolazione di due milioni di persone, è sottoposta a un ermetico assedio israeliano dal 2006, quando il gruppo palestinese Hamas ha vinto le elezioni politiche democratiche nella Palestina occupata. Da allora Israele ha effettuato numerosi bombardamenti e diverse guerre su vasta scala che hanno provocato la morte di migliaia di persone.

“La verità è che a Gaza – né, francamente, nella Palestina occupata – nessuna ‘preparazione’ può bloccare la diffusione del coronavirus,” ha scritto il giornalista palestinese e redattore di “The Palestine Chronicle” Ramzy Baroud.

“Ciò di cui c’è necessità è un cambiamento fondamentale e strutturale che liberi il sistema sanitario palestinese dal terribile impatto dell’occupazione israeliana e dalle politiche del governo israeliano di continuo assedio e di ‘quarantene’ imposte per ragioni politiche – note anche come apartheid,” ha aggiunto Baroud.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




La vita culturale e educativa dei prigionieri politici palestinesi nelle carceri israeliane

Addameer

14 febbraio 2020 – Palestine Chronicle

La sistematica violazione dei diritti umani più basilari dei prigionieri e detenuti palestinesi da parte dell’occupazione israeliana ha modellato la continua lotta che essi conducono nelle prigioni israeliane.

Durante tutti questi decenni sono stati sistematicamente e deliberatamente privati di uno specifico diritto – quello all’educazione. Per avere accesso all’educazione, e anche per poter disporre di penne e carta entro le mura del carcere, i prigionieri palestinesi hanno dovuto ricorrere, tra le altre forme di resistenza, a scioperi della fame collettivi. Nel 1992, in seguito ad uno dei più importanti e famosi scioperi della fame di quell’anno, i prigionieri hanno ottenuto il diritto di usufruire dell’insegnamento secondario e superiore.

Ciò ha comportato un cambio di paradigma nel processo educativo ed ha consentito ai prigionieri di iscriversi ad istituti di insegnamento, cosa cruciale per loro, dato il numero crescente di prigionieri che volevano intraprendere un percorso universitario. Tuttavia il servizio penitenziario israeliano – sostenuto dall’Alta Corte israeliana – ha continuato a limitare il diritto all’educazione dei prigionieri. Ecco qui di seguito una sintesi della storia della lotta dei prigionieri politici palestinesi per il loro diritto all’educazione.

Al momento degli accordi di Oslo nel 1993, le le continue lotte e iniziative dei prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane avevano consentito loro di conquistare il diritto ad avere dei libri e delle biblioteche in carcere. I prigionieri organizzavano dibattiti educativi e culturali su diverse questioni legate ai diritti dei prigionieri e alla resistenza palestinese.

Nel quadro degli accordi di Oslo vennero liberati migliaia di prigionieri politici palestinesi arrestati durante l’Intifada. Benché un esorbitante numero di prigionieri sia tuttora in carcere, questo cambiamento indebolì la lotta dei prigionieri, cosa che a sua volta influenzò la situazione culturale creata all’epoca dai prigionieri. Le animate discussioni culturali divennero meno frequenti e il loro scopo si modificò, come anche la capacità dei prigionieri di organizzare scioperi della fame ed altre forme di azione collettiva per ottenere il rispetto dei loro diritti.

Il Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR), che aveva precedentemente svolto un ruolo essenziale fornendo libri, materiale educativo e test sul quoziente di intelligenza nelle carceri, soprattutto per i bambini detenuti, a metà anni ’90 iniziò a farsi da parte, fino a scomparire del tutto da alcune carceri.

A metà degli anni ’90, in seguito all’evoluzione del movimento dei prigionieri e all’abbandono da parte della CICR, i prigionieri si riorganizzarono per dare priorità all’accesso all’educazione come richiesta collettiva. Lo sciopero della fame del 1992, a cui parteciparono migliaia di prigionieri e che durò 19 giorni, ottenne parecchie vittorie. Anzitutto per la prima volta i prigionieri furono autorizzati a presentarsi all’esame di maturità, noto con il nome di “tawjihi”, per ottenere il diploma di studi secondari.

Questa vittoria, molto importante per quei prigionieri i cui studi erano stati interrotti per decenni, era tuttavia incompleta perché si limitava alle discipline umanistiche, in quanto l’occupazione israeliana continuava a rifiutare l’accesso ai diplomi di scienze o di matematica.

Inoltre i prigionieri avevano accesso solo ad un numero limitato di programmi accademici all’università aperta israeliana, come teologia, sociologia, finanza e amministrazione, psicologia e scienze politiche. Ancora, i prigionieri dovettero condurre una difficile battaglia per costringere il servizio penitenziario israeliano (SPI), incaricato di agevolare il percorso, a rispettare l’accordo invece di ostacolare deliberatamente la sua applicazione in tutti i modi. Per esempio lo SPI, che doveva approvare l’iscrizione ad un programma di studi, spesso rifiutava di farlo con il pretesto della sicurezza, del fatto che si era raggiunto il numero masssimo di iscritti al programma o di altri motivi tanto fittizi quanto arbitrari.

Inoltre non forniva per tempo il materiale didattico ai prigionieri, cosa che impediva loro di seguire i corsi, oppure li trasferiva continuamente da un carcere all’altro durante il trimestre universitario o nei periodi degli esami, costringendo molti di loro a ripeterli.

Le restrizioni relative all’educazione dei prigionieri si sono aggravate nel tempo, soprattutto nel 2006, quando Israele ha applicato una punizione collettiva che comprendeva la soppressione del diritto all’educazione di parecchi prigionieri perché il soldato israeliano Gilad Shalit era stato catturato durante un’incursione militare israeliana a Gaza. Le restrizioni sono ulteriormente peggiorate nel 2011, dopo che il Primo Ministro israeliano dell’epoca, Benjamin Netanyahu, ha annunciato che nessun prigioniero palestinese sarebbe più stato autorizzato ad ottenere il diploma di laurea o di dottorato in carcere, affermando che per i prigionieri politici “la festa è finita”.

Il discorso di Netanyahu ha comportato il divieto totale di studio dei prigionieri nelle carceri ed ha posto fine all’esame di tawjihi e ai programmi di studio dell’Università aperta israeliana, per i quali i prigionieri si erano duramente battuti. Alcuni prigionieri che stavano per ottenere il diploma hanno invano presentato denunce all’Alta Corte israeliana, perché l’Alta Corte ha giudicato il divieto legale ed ammissibile. Nella sua decisione, la Corte ha sottolineato che l’educazione dei prigionieri è un privilegio che può essere revocato se lo SPI lo decide.

Tuttavia va notato che, se il discorso di Netanyahu è stato un annuncio pubblico della soppressione dei diritti dei prigionieri, lo SPI nel 2008 aveva già annullato i programmi educativi nella maggior parte delle carceri. Netanyahu non ha fatto che ratificare quanto era già in atto.

I prigionieri palestinesi ai quali sono state vietate le vie ufficiali di accesso all’educazione hanno continuato a battersi con ogni mezzo per il diritto all’educazione. Hanno cercato di colmare le lacune organizzando dibattiti culturali, corsi di alfabetizzazione e seminari educativi, creando delle biblioteche all’interno delle carceri e procurandosi giornali e riviste per i prigionieri. Molte di queste strade alternative non erano nuove, ma hanno acquisito importanza quando per i prigionieri è diventato impossibile iscriversi all’Università aperta israeliana.

Inoltre gli stessi detenuti hanno svolto un ruolo chiave nel processo educativo insegnandosi reciprocamente le lingue ed altre conoscenze.

Nel 2013 i prigionieri hanno lavorato con i ministeri competenti palestinesi per poter sostenere l’esame di tawjihi in prigione. Inoltre hanno instaurato dei legami con alcune università palestinesi ed hanno sviluppato dei programmi di laurea e di dottorato che hanno permesso a decine di prigionieri di conseguire il diploma nel corso degli anni.

Le autorità israeliane trovano continuamente nuovi modi per impedire ai prigionieri di studiare, senza contare che da anni ormai vietano i testi didattici in carcere e confiscano regolarmente i libri ed altro materiale educativo che i prigionieri riescono a fare entrare in carcere. Nel 2018 lo SPI ha confiscato circa 2.000 libri nella prigione di Hadarim, distruggendo la biblioteca che ci erano voluti anni a creare. Inoltre lo SPI punisce i prigionieri che cercano di proseguire i propri studi al di fuori delle mura carcerarie, trasferendoli in altre carceri o in altre celle.

Le donne e i minori detenuti subiscono le stesse restrizioni. Anche se nel 1997 i tribunali israeliani hanno stabilito che i minori prigionieri potevano proseguire la loro educazione secondo il programma palestinese, questo è molto lontano dalla realtà. Lo SPI autorizza gli insegnanti del ministero dell’Educazione israeliano ad insegnare solo due materie (arabo e matematica), cosa che ostacola gravemente lo sviluppo del minore. Il limitato numero di materie e l’irregolarità dei corsi compromettono enormemente i loro studi.

Le restrizioni continue e sistematiche imposte da Israele sono una violazione del diritto all’istruzione garantito da molte convenzioni internazionali, in particolare la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, il Patto Internazionale sui diritti civili e politici, il Patto Internazionale sui diritti economici, sociali e culturali e la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia.

Il diritto all’educazione è garantito anche dal diritto internazionale umanitario. L’articolo 94 della Quarta Convenzione di Ginevra stabilisce che “la potenza occupante deve incoraggiare le attività intellettuali, educative e ricreative, sportive e ludiche tra i reclusi, pur lasciandoli liberi di parteciparvi o meno. Deve prendere tutte le misure possibili per garantire il loro esercizio, in particolare mettendo a disposizione dei prigionieri locali adeguati. Devono essere messi a disposizione dei prigionieri tutti gli strumenti necessari a permettere loro di seguire i propri studi o di iscriversi a nuove discipline. L’educazione dei bambini e dei ragazzi deve essere garantita; essi devono essere autorizzati a frequentare la scuola in carcere o all’esterno. I prigionieri devono avere la possibilità di fare ginnastica, praticare sport e giochi all’aria aperta. A questo scopo, in tutti i luoghi di detenzione devono esserci sufficienti spazi all’aria aperta. Ai bambini e agli adolescenti devono essere riservate aree speciali per il gioco.”

Inoltre l’articolo 77 delle Norme standard minime per il trattamento dei detenuti delle Nazioni Unite stabilisce che: “Devono essere prese misure per garantire la formazione continua di tutti i detenuti in grado di trarne profitto, compresa l’istruzione religiosa nei Paesi dove questo sia possibile. L’educazione degli analfabeti e dei giovani detenuti è obbligatoria e le deve essere dedicata particolare attenzione da parte dell’amministrazione. Per quanto possibile, l’educazione dei detenuti deve essere integrata al sistema d’insegnamento del Paese, in modo che essi, dopo la scarcerazione, possano proseguire gli studi senza difficoltà. In tutte le strutture penitenziarie devono essere offerte attività ricreative e culturali per mantenere la salute mentale e fisica dei detenuti.”

Non solo la potenza occupante vieta ai prigionieri palestinesi di usufruire del diritto all’educazione, ma continua a prendere di mira e ad arrestare deliberatamente gli studenti palestinesi. Solo nel 2019 il numero di studenti palestinesi incarcerati è salito a circa 250-300. Nel 2019 circa 75 studenti della sola università di Birzeit sono stati arrestati perché erano membri attivi di associazioni di studenti.

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)




“Il Donald Trump che conosco”: il discorso di Abbas alle Nazioni Unite e la crisi della politica palestinese

Ramzy Baroud

21 febbraio 2020  – palestinechronicle.

Ha sprecato un momento prezioso, il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas, l’11 febbraio scorso quando avrebbe avuto la possibilità di correggere un errore storico e ribadire le priorità nazionali palestinesi al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, con un discorso politico che fosse del tutto indipendente da Washington e dai suoi alleati.

Per molto tempo Abbas è stato ostaggio dello stesso discorso che definiva lui e la sua autorità come “moderati” agli occhi di Israele e dell’Occidente. Nonostante l’esplicito rifiuto da parte del leader palestinese dell’ “accordo del secolo” statunitense – che praticamente dichiara nulle le aspirazioni nazionali palestinesi – Abbas è ansioso di mantenere le su credenziali “moderate” il più a lungo possibile.

Certamente Abbas in passato ha tenuto molti discorsi alle Nazioni Unite e non è mai riuscito a impressionare i palestinesi. Questa volta, tuttavia, le cose avrebbero dovuto essere diverse. Washington non ha solo totalmente disconosciuto Abbas e l’ANP, ha anche rottamato il suo discorso politico sulla pace e sulla soluzione di due Stati. Inoltre, l’amministrazione Trump dà ufficialmente la sua benedizione a Israele perché annetta quasi un terzo della Cisgiordania, escluda Gerusalemme dalla trattativa ed elimini il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi.

Invece di parlare subito con i leader dei vari partiti politici palestinesi e fare passi concreti per riattivare istituzioni politiche centrali ma inattive come il Consiglio Nazionale Palestinese (PNC) e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), Abbas ha preferito incontrare a New York l‘ex primo ministro della destra israeliana Ehud Olmert, e continuare a ripetere a pappagallo la sua dedizione nei confronti di un’epoca ormai passata.

Nel suo discorso alle Nazioni Unite, Abbas non ha detto nulla di nuovo – il che, in questo caso, è peggio che non dire nulla.

“Questo è l’esito del progetto che ci è stato presentato”, ha detto Abbas tenendo in mano la mappa di come sarebbe lo Stato palestinese secondo l’“accordo del secolo” di Donald Trump. “E questo è lo Stato che ci stanno dando”, ha aggiunto Abbas, definendo il futuro Stato “gruviera”, ovvero uno Stato frammentato da insediamenti ebraici, tangenziali e zone militari israeliane.

Perfino l’espressione “gruviera”, riportata da alcuni media come fosse una nuova frase in quel discorso assolutamente ridondante, è una vecchia definizione ripetutamente utilizzata dalla stessa leadership palestinese a partire dall’inizio del cosiddetto processo di pace, un quarto di secolo fa.

Abbas si è sforzato di apparire eccezionalmente risoluto, sottolineando alcune parole, come quando ha equiparato l’occupazione israeliana ad un sistema di apartheid. Il suo discorso, tuttavia, appariva poco convincente, carente e, a volte, senza senso.

Abbas ha parlato della sua grande “sorpresa” quando Washington dichiarò Gerusalemme capitale indivisa di Israele, trasferendo successivamente l’ambasciata nella città occupata, come se non ce ne fossero stati chiari segnali e in realtà la mossa dell’ambasciata non fosse uno dei principali impegni di Trump con Israele anche prima della sua inaugurazione nel gennaio 2017.

“E poi hanno tagliato gli aiuti finanziari che ci davano”, ha detto Abbas con voce lamentosa, riferendosi alla decisione nell’agosto 2018 degli Stati Uniti di tagliare i suoi aiuti all’ANP. “Ci sono stati tagliati 840 milioni di dollari”, ha detto. “Non so chi stia dando a Trump un consiglio così orribile. Trump non è così. Il Trump che conosco non è così,” ha detto con una singolare esclamazione Abbas, come per inviare un messaggio all’amministrazione Trump che l’Autorità Nazionale Palestinese ha ancora fiducia nell’opinione del Presidente degli Stati Uniti.

“Vorrei ricordare a tutti che abbiamo partecipato alla conferenza di pace di Madrid, ai negoziati di Washington e all’accordo di Oslo e al vertice di Annapolis sulla base del diritto internazionale”, ha raccontato Abbas, manifestando un rinnovato impegno in quella stessa agenda politica che non ha raccolto alcun risultato per il popolo palestinese.

Abbas ha poi continuato dipingendo una realtà immaginaria, dove la sua Autorità starebbe costruendo le “istituzioni nazionali di uno Stato rispettoso della legge, moderno e democratico, fondato sui valori internazionali, basato su trasparenza, responsabilità e lotta alla corruzione “.

“Sì”, ha sottolineato Abbas guardando il suo pubblico con serietà teatrale, “Siamo uno dei più importanti Paesi (al mondo) che sta combattendo la corruzione”. Il leader dell’ANP, quindi, ha invitato il Consiglio di Sicurezza a inviare una commissione per indagare sulle accuse di corruzione all’interno dell’ANP, un invito sconcertante e inutile, considerando che è la leadership palestinese che dovrebbe far appello alla comunità internazionale perché collabori a far rispettare le leggi internazionali e a por fine all’occupazione israeliana.

Si è proseguito così, con Abbas indeciso tra la lettura di note pre-scritte che non propongono nuove idee o strategie, e invettive inutili che riflettono il fallimento politico dell’ANP e la mancanza di immaginazione di Abbas.

Il presidente dell’ANP, ovviamente, si è premurato di offrire la sua abituale condanna del “terrorismo” palestinese promettendo che i palestinesi non faranno “ricorso alla violenza e al terrorismo indipendentemente dall’atto di aggressione contro di noi”. Ha assicurato al suo pubblico che la sua Autorità crede nella “pace e nella lotta alla violenza”. Senza pensarci, Abbas ha dichiarato la sua intenzione di proseguire sulla strada di una “resistenza popolare e pacifica” che, di fatto, non esiste da nessuna parte.

Questa volta il discorso di Abbas alle Nazioni Unite è stato particolarmente inappropriato. In effetti, è stato un fallimento sotto ogni aspetto. Il minimo che il leader palestinese avrebbe potuto fare sarebbe stato articolare un discorso politico palestinese potente e collettivo. Invece, le sue affermazioni sono state semplicemente un triste omaggio alla sua stessa eredità, piena di delusioni e inettitudine.

Presumibilmente, Abbas è tornato a Ramallah per salutare ancora una volta i suoi fan, sempre pronti e impazienti di sollevare manifesti del leader che invecchia, come se il suo discorso alle Nazioni Unite fosse riuscito a spostare fondamentalmente la dinamica politica internazionale a favore dei palestinesi.

Bisogna dire che il vero pericolo dell’ “accordo del secolo” non sono le effettive clausole di quel piano sinistro, ma il fatto che la leadership palestinese probabilmente troverà modo di coesistere con esso, a spese del popolo palestinese oppresso, finché i soldi dei donatori continueranno a fluire e finché Abbas continuerà a chiamarsi presidente.

– Ramzy Baroud è giornalista e redattore di The Palestine Chronicle. È autore di cinque libri. Il suo ultimo è These Chains Will Be Broken: Palestinian Stories of Struggle and Defiance in Israeli Prisons” [Queste catene saranno rotte: storie palestinesi di lotta e ribellione nelle carceri israeliane], (Clarity Press, Atlanta). Il dr. Baroud è ricercatore senior non residente presso il Center for Islam and Global Affairs (CIGA), Istanbul Zaim University (IZU).

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Per Angela Merkel, «Israele uber alles !»

Iqbal Jassat

19 febbraio 2020Palestine Chronicle

Poco tempo dopo la sua visita in Sudafrica, il governo della Cancelliera tedesca Angela Merkel ha fatto un nuovo annuncio scioccante difendendo l’insieme delle azioni criminali di Israele e le sue gravi violazioni dei diritti umani.

La Germania ha preso la decisione vergognosa di minare il diritto internazionale contestando la competenza dell’Aja, affermando che la Corte Penale Internazionale (CPI) non ha il potere di indagare sui crimini di guerra di Israele contro i palestinesi.

In un’istanza depositata presso la CPI il governo Merkel ha chiesto di essere considerato « amicus curiae » (collaboratore non coinvolto nella causa giudiziaria) per impedire all’Aja di perseguire il regime di Netanyahu.

Dopo lunghi periodi di rinvii, a dicembre la procuratrice della CPI Fatou Bensouda ha finalmente annunciato che sussistono ragionevoli presupposti per indagare sulle azioni di Israele.

Ha tuttavia lasciato aperta una voragine che viene sfruttata da Israele e dai suoi alleati come la Germania. Bensouda ha chiesto all’Aja di pronunciarsi sulla questione della sua competenza, cosa che potrebbe inficiare e compromettere ogni possibilità di perseguire e punire i criminali di guerra del regime colonialista.

E questo nonostante che l’Ufficio della Procura abbia insistito sul fatto che Israele ha distrutto proprietà palestinesi, espulso con la forza palestinesi dalla Cisgiordania occupata e da Gerusalemme est. Bensouda ha anche incluso nel suo atto d’accusa crimini di guerra commessi nella Striscia di Gaza occupata durante l’operazione ‘Margine protettivo’ del 2014, oltre all’operazione israeliana di espulsione degli abitanti palestinesi del villaggio beduino di Khan al-Ahmar e alla costruzione di colonie in Cisgiordania.

La decisione poco accorta di Merkel di prendere le parti di Israele rafforza l’attacco di Netanyahu contro la CPI. In una recente intervista rilasciata ad una catena televisiva cristiana, il dirigente israeliano, che è stato incriminato per frode e corruzione [in Israele], ha falsamente affermato che la CPI sta conducendo un “attacco frontale” contro gli ebrei ed ha sfacciatamente invocato sanzioni contro l’Aja.

L’argomentazione della Germania nella sua istanza sembra un «copia e incolla» delle dichiarazioni di Israele, che sostiene che la competenza della CPI non si estende ai territori palestinesi occupati perché la Palestina non è uno Stato. Incredibilmente, in questo modo la Germania ignora il fatto che la Palestina è firmataria dello Statuto di Roma della CPI.

Non solo è disonesto da parte tedesca non rispettare i diritti della Palestina, ma, tentando di indurre in errore la CPI, il governo Merkel legittima settant’anni di disumanizzazione dei palestinesi da parte di Israele.

Mentre la vergognosa collusione di Merkel con Netanyahu da alcuni può essere vista come un colpo di fortuna per lui in un momento in cui rischia il carcere, per i palestinesi è chiaro che la Germania ha tradito la loro giusta e legittima causa per la giustizia. Come possono le famiglie dei martiri interpretare in altro modo l’istanza scioccante e ingiusta di Merkel, che sostiene che la CPI non ha nemmeno il potere di discutere se Israele ha commesso dei crimini di guerra?

Essendo la Germania uno dei principali membri del Tribunale dell’Aja, ha l’ingiustificato vantaggio di poter influenzare un risultato che nuocerà alle rivendicazioni di giustizia dei palestinesi. La decisione così spudorata di Merkel di schierarsi al fianco di Netanyahu è quindi un abuso di potere a causa della sua posizione privilegiata al momento delle udienze.

Gli ultimi rapporti indicano che, oltre alla Germania, Israele è attivamente impegnato nel reclutamento di diversi Paesi che appoggino la sua causa in quanto “rappresentanti non ufficiali”, poiché esso stesso ha deciso di non partecipare in modo da “evitare di dare legittimità” alla CPI.

L’Ungheria e la Repubblica Ceca, come anche l’Austria, l’Australia e il Canada si sono uniti per sostenere l’impunità di Israele.

Benché la Procuratrice Bensouda ritenga che la Palestina sia «sufficientemente uno Stato » perché all’Aja venga trasferita la giurisdizione penale sul suo territorio, la sua richiesta di verifica di questo punto di vista può far fallire l’inchiesta, essendoci una battaglia giuridica riguardo alla definizione di ciò che costituisca uno “Stato”. 

L’attacco contro la CPI – con gli appelli di Netanyahu a sottoscriverlo – arriva proprio dopo la pubblicazione da parte dell’ONU di un elenco di 112 imprese legate alle colonie illegali di Israele. E, nello stesso spirito contrario all’etica, il regime di apartheid ha attaccato il commissario delle Nazioni Unite definendolo partigiano e strumento del movimento BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni).

Schierarsi dalla parte di Netanyahu per mascherare i suoi terribili crimini contro i palestinesi può consentire alla Merkel di evitare la collera di Israele, ma questo pone la Germania dalla parte sbagliata della storia – ancora una volta !

Anche se appare incongruo che la Germania ed una manciata di Paesi vogliano impedire l’esercizio della giustizia da parte dell’Aja – cosa che peraltro si sforzano di fare – è vero che, per quanto riguarda i palestinesi, il fatto di schierarsi a fianco di Israele permette a questo Stato delinquente di continuare a commettere crimini di guerra e violazioni del diritto umanitario internazionale.

Alcuni commentatori hanno sostenuto a giusto titolo che questa assurda difesa della sistematica condotta criminale di Israele possa rappresentare un colpo mortale per la CPI.

Il timore che viene espresso è che l’azione della Cancelliera Merkel sia miope, creando un buco nero legale nei territori palestinesi occupati che potrebbe comportare la distruzione di una CPI già fortemente screditata.

Israele spera che, distorcendo i fatti e sviando gli obbiettivi della CPI, ne uscirà indenne. Le sue speranze poggiano sulla Cancelliera Merkel in quanto principale dirigente europeo che può distogliere l’Aja dalle sue responsabilità impegnandola in una battaglia giuridica semantica priva di senso, come è la questione della “giurisdizione”, e contestando la ratifica da parte della Palestina dello Statuto di Roma.

Mentre i giuristi internazionali saranno impegnati (si fa per dire) nella discussione sui concetti giuridici, spetta a Paesi come il Sudafrica alzare la voce contro i diversivi giuridici.

Il silenzio a fronte di questo ostacolo giuridico inventato di sana pianta sarà interpretato come una rinuncia a far rispettare e a difendere i diritti umani dei palestinesi.

Iqbal Jassat è membro esecutivo di Media Rewiew Network, con sede in Sudafrica.

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)




“Queste catene saranno spezzate”: il libro di Ramzy Baroud sui prigionieri palestinesi – Recensione del libro

Michael Lescher

10 febbraio 2020 – Palestine Chronicle

(These Chains Will Be Broken: Palestinian Stories of Struggle and Defiance in Israeli Prisons [Queste catene verranno spezzate: storie palestinesi di lotta e resistenza nelle carceri israeliane], di Ramzy Baroud, Clarity Press, Inc., 2020)

Fyodor Dostoevsky ha scritto che “il grado di civiltà in una società può essere giudicato visitando le sue prigioni” – un’osservazione in nessun luogo più tristemente vera che in una società la cui stessa esistenza comporti il confinamento di un altro popolo. Il nuovo libro di Ramzy Baroud, “These Chains Will Be Broken: Palestinian Stories of Struggle and Defiance in Israeli Prisons”, illustra con una straziante immediatezza il motivo per cui la Palestina contemporanea si riveli nel modo più chiaro all’interno delle prigioni che Israele ha costruito per coloro che resistono alla sua occupazione della loro terra. Viste attraverso il libro di Baroud, queste gabbie raccontano una doppia storia: da un lato, lo squallore di una società eretta sulle fondamenta di un’espropriazione; dall’altro, l’aspra determinazione dei palestinesi che, contro ogni previsione, si rifiutano di essere cancellati dalla storia.

“These Chains Will Be Broken” è una raccolta di testimonianze di prima mano che descrivono le esperienze dei detenuti palestinesi, prese o dai prigionieri stessi o da altri che li conoscono da vicino. (La storia di Faris Baroud, argomento del capitolo finale del libro e di un lontano parente dell’autore, è raccolta dagli scritti di sua madre Ria, morta nel 2017; suo figlio è morto quasi due anni dopo, ancora dietro le sbarre.)

Baroud, giornalista, studioso e consulente nel settore dei media, ha dedicato diversi precedenti libri alla lotta palestinese vista dal punto di vista degli stessi palestinesi. In “These Chains Will Be Broken”, fa un ulteriore passo avanti, tenendo sospesa la propria voce narrante in modo che i detenuti possano raccontare la propria storia a modo loro, trasportando così il lettore direttamente nella loro esperienza. Il risultato è un toccante e profondamente inquietante promemoria su come, in fondo, la storia della Palestina sia un costante ripetersi di prigionia e resistenza.

“La prigionia”, scrive Khalida Jarrar (lei stessa una dei protagonisti del libro) con una premessa illuminante, “rappresenta una posizione morale che deve essere presa ogni giorno e non può mai essere lasciata alle proprie spalle”. Che sia un avvertimento: il lettore di “These Chains Will Be Broken” è ripetutamente costretto ad assumere tale posizione morale mentre, capitolo dopo capitolo, i prigionieri palestinesi mettono a nudo le loro privazioni, le loro speranze, le loro delusioni e la loro determinazione a resistere.

Perfino quelli che hanno familiarità con le realtà della lotta possono trovarsi impreparati alle sue asprezze se le percepiscono, come accade a questi palestinesi, dietro le mura della prigione piuttosto che sepolte dentro la rete della propaganda israeliana. In un articolo denigratorio pubblicato (ahimè) dalla prestigiosa Yale University Press nel 2006, il portavoce della WINEP [organizzazione di esperti americana con sede a Washington DC che si occupa della politica estera degli Stati Uniti in Medio Oriente, ndtr.] Matthew Levitt ha liquidato con poche parole Majdi Hamad definendolo “un terrorista di Hamas condannato all’ergastolo per aver ucciso a Gaza dei compagni palestinesi, presumibilmente sospetti informatori.” Ma quando Hamad compare per la prima volta nel libro di Baroud attraverso gli occhi del compagno prigioniero Mohammad al-Deirawi, dà un’impressione molto diversa: “Veniva trascinato nella sua cella nel carcere sotterraneo di Nafha da un buon numero di guardie armate. Lo picchiavano e lo prendevano a calci dappertutto e, nonostante le sue catene, reagiva come il leone che era. Il suo volto era coperto di sangue. “(Apprendiamo dal libro che questo “leone” è anche “dolce e gentile con i suoi compagni”.)

Allo stesso modo i lettori occidentali possono essere sorpresi della dignità dello stesso al-Deirawi, a cui, dopo aver ricevuto una condanna a 30 anni in un tribunale militare israeliano, viene chiesto dal giudice non se abbia qualcosa da dire ma se sia disposto a “chiedere scusa”.

“Non ho nulla di cui scusarmi”, così al-Deirawi riferisce di aver risposto al giudice. “Non mi scuserò mai per aver resistito all’occupazione, per aver difeso il mio popolo, per aver lottato per i miei diritti rubati. Ma dovete scusarvi voi, e devono scusarsi coloro che demoliscono le case mentre i loro proprietari sono ancora dentro. Coloro che uccidono i bambini, che occupano la terra e commettono crimini contro persone disarmate e innocenti, sono loro che devono scusarsi.” “La mia risposta non gli è piaciuta”, aggiunge al-Deirawi, in uno dei rari momenti di ironia del libro.

I racconti nella raccolta di Baroud contengono descrizioni inevitabili di torture e maltrattamenti, ma alcuni dei dettagli più sconvolgenti riguardano atti di sadismo del tutto gratuito. Una guardia si offre di portare una tazza di tè a un prigioniero e poi versa acqua bollente sulla sua mano tesa. Una caviglia ridotta in frantumi viene “trattata” con un impacco di ghiaccio. Ad un minore incarcerato viene falsamente detto, la notte prima della sua liberazione, che sta per essere condannato all’ergastolo. Una donna tenuta in isolamento è costretta ad osservare un gatto con cui ha stretto amicizia mentre muore insieme ai suoi cuccioli dopo che sono stati avvelenati dalle guardie.

Per di più, i racconti dei prigionieri confermano che queste non sono azioni isolate; nascono dalla logica di un sistema progettato per disumanizzare le sue vittime e anche per intimidirle. Prigioniero dopo prigioniero, per esempio, offrono una descrizione orribile della “bosta” – il veicolo speciale usato per trasportare i palestinesi dalla prigione al tribunale militare e viceversa. La stravagante crudeltà di questa prigione su ruote non ha uno scopo dal punto di vista giudiziario; evidentemente per i loro carcerieri tenere i palestinesi rinchiusi in posizioni anguste, ammanettati e incatenati, dentro minuscole gabbie di metallo surriscaldate per 8-12 ore ogni volta, è fine a se stesso.

Ma tutto questo è solo una parte della storia raccontata nella raccolta di Baroud. Ci sono momenti notevoli di bellezza e coraggio. Un prigioniero separato dalla sua giovane figlia per decenni descrive la felicità provata nel sentire che sua figlia, frequentando la prima elementare, ha appreso la vera ragione della sua prigionia. Sottoposti a continui tormenti, alcuni prigionieri riescono a conseguire il diploma di scuola superiore. Una donna detenuta insulta “un omone” che le guardie hanno fatto entrare nella sua cella: “Se vuoi violentarmi, vai avanti; hai violentato la mia terra e la mia gente, quindi vai avanti e violentami.” La sua sfida mette fine alle minacce sessuali anche se le guardie hanno continuato a torturarla, dice, con sigarette e scosse elettriche sul seno.

Un altro prigioniero dedica quasi tutto il suo tempo allo studio delle lingue, traducendo libri e articoli su una vasta gamma di argomenti politici – un compito che persegue con immutato zelo anche dopo che il suo intero negozio di 4.000 articoli è stato confiscato (senza spiegazione) dalle guardie israeliane con un’incursione. Ancora, un altro prigioniero descrive come lui e i suoi compagni hanno perseverato nello sciopero della fame, nonostante le aggressioni e l’alimentazione forzata, fino a quando le loro richieste sono state finalmente soddisfatte.

La decisione di Baroud di non suddividere i suoi protagonisti in base alla natura dell’azione di resistenza per la quale sono stati imprigionati, violenta o non violenta, messa in atto all’interno di Israele o nei Territori Palestinesi Occupati, metterà a disagio alcuni lettori. Ciò è chiaramente intenzionale. Nella sua introduzione, Baroud insiste sul fatto che “sarebbe assolutamente ingiusto ingabbiare i prigionieri palestinesi in comode categorie di vittime o terroristi, in quanto le classificazioni rendono un’intera Nazione sia vittima che terrorista, un concetto che non riflette la vera natura della pluridecennale lotta palestinese contro il colonialismo, l’occupazione militare e il radicato apartheid israeliano”.

La spietata forma in prima persona di queste narrazioni conferma l’intuizione di Baroud. In mezzo alle ineludibili abiezioni e ai diritti violati della reclusione prolungata, le convinzioni politiche sono destinate a essere vissute in termini di passione condivisa, non di dettagli. Questo libro sostiene che chiunque ricerchi dei parametri diversi per comprendere la Palestina e le prassi dei suoi difensori deve prima distruggere le gabbie che pongono dei confini all’agire dei palestinesi. Fintanto che l’occupazione israeliana renderà la Palestina una vasta prigione, la resistenza sarà in ogni caso l’unico criterio in base al quale una vita palestinese possa essere valutata.

E i prigionieri qui rappresentati ne sono ben consapevoli. Come la poetessa (ed ex prigioniera) Dareen Tatour esclama alla fine del suo capitolo in “These Chains Will Be Broken”:

Lo spirito non si inchinerà,

la sua tenacia non morirà…

Per lune che sorgeranno nei nostri cieli

Dobbiamo vivere in questa oscurità.

Michael Lesher, scrittore e avvocato, ha pubblicato numerosi articoli che trattano di abusi sessuali su minori e altri argomenti, incluso il conflitto Israele-Palestina. È autore del recente libro Sexual Abuse, Shonda and Concealment in Orthodox Jewish Communities (McFarland & Co., Inc.) [Abuso sessuale, vergogna e copertura nelle comunità ebree ortodosse, ndtr.], incentrato sulla copertura di casi di abuso tra ebrei ortodossi. Vive a Passaic, nel New Jersey.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)