“Il Donald Trump che conosco”: il discorso di Abbas alle Nazioni Unite e la crisi della politica palestinese

Ramzy Baroud

21 febbraio 2020  – palestinechronicle.

Ha sprecato un momento prezioso, il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas, l’11 febbraio scorso quando avrebbe avuto la possibilità di correggere un errore storico e ribadire le priorità nazionali palestinesi al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, con un discorso politico che fosse del tutto indipendente da Washington e dai suoi alleati.

Per molto tempo Abbas è stato ostaggio dello stesso discorso che definiva lui e la sua autorità come “moderati” agli occhi di Israele e dell’Occidente. Nonostante l’esplicito rifiuto da parte del leader palestinese dell’ “accordo del secolo” statunitense – che praticamente dichiara nulle le aspirazioni nazionali palestinesi – Abbas è ansioso di mantenere le su credenziali “moderate” il più a lungo possibile.

Certamente Abbas in passato ha tenuto molti discorsi alle Nazioni Unite e non è mai riuscito a impressionare i palestinesi. Questa volta, tuttavia, le cose avrebbero dovuto essere diverse. Washington non ha solo totalmente disconosciuto Abbas e l’ANP, ha anche rottamato il suo discorso politico sulla pace e sulla soluzione di due Stati. Inoltre, l’amministrazione Trump dà ufficialmente la sua benedizione a Israele perché annetta quasi un terzo della Cisgiordania, escluda Gerusalemme dalla trattativa ed elimini il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi.

Invece di parlare subito con i leader dei vari partiti politici palestinesi e fare passi concreti per riattivare istituzioni politiche centrali ma inattive come il Consiglio Nazionale Palestinese (PNC) e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), Abbas ha preferito incontrare a New York l‘ex primo ministro della destra israeliana Ehud Olmert, e continuare a ripetere a pappagallo la sua dedizione nei confronti di un’epoca ormai passata.

Nel suo discorso alle Nazioni Unite, Abbas non ha detto nulla di nuovo – il che, in questo caso, è peggio che non dire nulla.

“Questo è l’esito del progetto che ci è stato presentato”, ha detto Abbas tenendo in mano la mappa di come sarebbe lo Stato palestinese secondo l’“accordo del secolo” di Donald Trump. “E questo è lo Stato che ci stanno dando”, ha aggiunto Abbas, definendo il futuro Stato “gruviera”, ovvero uno Stato frammentato da insediamenti ebraici, tangenziali e zone militari israeliane.

Perfino l’espressione “gruviera”, riportata da alcuni media come fosse una nuova frase in quel discorso assolutamente ridondante, è una vecchia definizione ripetutamente utilizzata dalla stessa leadership palestinese a partire dall’inizio del cosiddetto processo di pace, un quarto di secolo fa.

Abbas si è sforzato di apparire eccezionalmente risoluto, sottolineando alcune parole, come quando ha equiparato l’occupazione israeliana ad un sistema di apartheid. Il suo discorso, tuttavia, appariva poco convincente, carente e, a volte, senza senso.

Abbas ha parlato della sua grande “sorpresa” quando Washington dichiarò Gerusalemme capitale indivisa di Israele, trasferendo successivamente l’ambasciata nella città occupata, come se non ce ne fossero stati chiari segnali e in realtà la mossa dell’ambasciata non fosse uno dei principali impegni di Trump con Israele anche prima della sua inaugurazione nel gennaio 2017.

“E poi hanno tagliato gli aiuti finanziari che ci davano”, ha detto Abbas con voce lamentosa, riferendosi alla decisione nell’agosto 2018 degli Stati Uniti di tagliare i suoi aiuti all’ANP. “Ci sono stati tagliati 840 milioni di dollari”, ha detto. “Non so chi stia dando a Trump un consiglio così orribile. Trump non è così. Il Trump che conosco non è così,” ha detto con una singolare esclamazione Abbas, come per inviare un messaggio all’amministrazione Trump che l’Autorità Nazionale Palestinese ha ancora fiducia nell’opinione del Presidente degli Stati Uniti.

“Vorrei ricordare a tutti che abbiamo partecipato alla conferenza di pace di Madrid, ai negoziati di Washington e all’accordo di Oslo e al vertice di Annapolis sulla base del diritto internazionale”, ha raccontato Abbas, manifestando un rinnovato impegno in quella stessa agenda politica che non ha raccolto alcun risultato per il popolo palestinese.

Abbas ha poi continuato dipingendo una realtà immaginaria, dove la sua Autorità starebbe costruendo le “istituzioni nazionali di uno Stato rispettoso della legge, moderno e democratico, fondato sui valori internazionali, basato su trasparenza, responsabilità e lotta alla corruzione “.

“Sì”, ha sottolineato Abbas guardando il suo pubblico con serietà teatrale, “Siamo uno dei più importanti Paesi (al mondo) che sta combattendo la corruzione”. Il leader dell’ANP, quindi, ha invitato il Consiglio di Sicurezza a inviare una commissione per indagare sulle accuse di corruzione all’interno dell’ANP, un invito sconcertante e inutile, considerando che è la leadership palestinese che dovrebbe far appello alla comunità internazionale perché collabori a far rispettare le leggi internazionali e a por fine all’occupazione israeliana.

Si è proseguito così, con Abbas indeciso tra la lettura di note pre-scritte che non propongono nuove idee o strategie, e invettive inutili che riflettono il fallimento politico dell’ANP e la mancanza di immaginazione di Abbas.

Il presidente dell’ANP, ovviamente, si è premurato di offrire la sua abituale condanna del “terrorismo” palestinese promettendo che i palestinesi non faranno “ricorso alla violenza e al terrorismo indipendentemente dall’atto di aggressione contro di noi”. Ha assicurato al suo pubblico che la sua Autorità crede nella “pace e nella lotta alla violenza”. Senza pensarci, Abbas ha dichiarato la sua intenzione di proseguire sulla strada di una “resistenza popolare e pacifica” che, di fatto, non esiste da nessuna parte.

Questa volta il discorso di Abbas alle Nazioni Unite è stato particolarmente inappropriato. In effetti, è stato un fallimento sotto ogni aspetto. Il minimo che il leader palestinese avrebbe potuto fare sarebbe stato articolare un discorso politico palestinese potente e collettivo. Invece, le sue affermazioni sono state semplicemente un triste omaggio alla sua stessa eredità, piena di delusioni e inettitudine.

Presumibilmente, Abbas è tornato a Ramallah per salutare ancora una volta i suoi fan, sempre pronti e impazienti di sollevare manifesti del leader che invecchia, come se il suo discorso alle Nazioni Unite fosse riuscito a spostare fondamentalmente la dinamica politica internazionale a favore dei palestinesi.

Bisogna dire che il vero pericolo dell’ “accordo del secolo” non sono le effettive clausole di quel piano sinistro, ma il fatto che la leadership palestinese probabilmente troverà modo di coesistere con esso, a spese del popolo palestinese oppresso, finché i soldi dei donatori continueranno a fluire e finché Abbas continuerà a chiamarsi presidente.

– Ramzy Baroud è giornalista e redattore di The Palestine Chronicle. È autore di cinque libri. Il suo ultimo è These Chains Will Be Broken: Palestinian Stories of Struggle and Defiance in Israeli Prisons” [Queste catene saranno rotte: storie palestinesi di lotta e ribellione nelle carceri israeliane], (Clarity Press, Atlanta). Il dr. Baroud è ricercatore senior non residente presso il Center for Islam and Global Affairs (CIGA), Istanbul Zaim University (IZU).

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Per Angela Merkel, «Israele uber alles !»

Iqbal Jassat

19 febbraio 2020Palestine Chronicle

Poco tempo dopo la sua visita in Sudafrica, il governo della Cancelliera tedesca Angela Merkel ha fatto un nuovo annuncio scioccante difendendo l’insieme delle azioni criminali di Israele e le sue gravi violazioni dei diritti umani.

La Germania ha preso la decisione vergognosa di minare il diritto internazionale contestando la competenza dell’Aja, affermando che la Corte Penale Internazionale (CPI) non ha il potere di indagare sui crimini di guerra di Israele contro i palestinesi.

In un’istanza depositata presso la CPI il governo Merkel ha chiesto di essere considerato « amicus curiae » (collaboratore non coinvolto nella causa giudiziaria) per impedire all’Aja di perseguire il regime di Netanyahu.

Dopo lunghi periodi di rinvii, a dicembre la procuratrice della CPI Fatou Bensouda ha finalmente annunciato che sussistono ragionevoli presupposti per indagare sulle azioni di Israele.

Ha tuttavia lasciato aperta una voragine che viene sfruttata da Israele e dai suoi alleati come la Germania. Bensouda ha chiesto all’Aja di pronunciarsi sulla questione della sua competenza, cosa che potrebbe inficiare e compromettere ogni possibilità di perseguire e punire i criminali di guerra del regime colonialista.

E questo nonostante che l’Ufficio della Procura abbia insistito sul fatto che Israele ha distrutto proprietà palestinesi, espulso con la forza palestinesi dalla Cisgiordania occupata e da Gerusalemme est. Bensouda ha anche incluso nel suo atto d’accusa crimini di guerra commessi nella Striscia di Gaza occupata durante l’operazione ‘Margine protettivo’ del 2014, oltre all’operazione israeliana di espulsione degli abitanti palestinesi del villaggio beduino di Khan al-Ahmar e alla costruzione di colonie in Cisgiordania.

La decisione poco accorta di Merkel di prendere le parti di Israele rafforza l’attacco di Netanyahu contro la CPI. In una recente intervista rilasciata ad una catena televisiva cristiana, il dirigente israeliano, che è stato incriminato per frode e corruzione [in Israele], ha falsamente affermato che la CPI sta conducendo un “attacco frontale” contro gli ebrei ed ha sfacciatamente invocato sanzioni contro l’Aja.

L’argomentazione della Germania nella sua istanza sembra un «copia e incolla» delle dichiarazioni di Israele, che sostiene che la competenza della CPI non si estende ai territori palestinesi occupati perché la Palestina non è uno Stato. Incredibilmente, in questo modo la Germania ignora il fatto che la Palestina è firmataria dello Statuto di Roma della CPI.

Non solo è disonesto da parte tedesca non rispettare i diritti della Palestina, ma, tentando di indurre in errore la CPI, il governo Merkel legittima settant’anni di disumanizzazione dei palestinesi da parte di Israele.

Mentre la vergognosa collusione di Merkel con Netanyahu da alcuni può essere vista come un colpo di fortuna per lui in un momento in cui rischia il carcere, per i palestinesi è chiaro che la Germania ha tradito la loro giusta e legittima causa per la giustizia. Come possono le famiglie dei martiri interpretare in altro modo l’istanza scioccante e ingiusta di Merkel, che sostiene che la CPI non ha nemmeno il potere di discutere se Israele ha commesso dei crimini di guerra?

Essendo la Germania uno dei principali membri del Tribunale dell’Aja, ha l’ingiustificato vantaggio di poter influenzare un risultato che nuocerà alle rivendicazioni di giustizia dei palestinesi. La decisione così spudorata di Merkel di schierarsi al fianco di Netanyahu è quindi un abuso di potere a causa della sua posizione privilegiata al momento delle udienze.

Gli ultimi rapporti indicano che, oltre alla Germania, Israele è attivamente impegnato nel reclutamento di diversi Paesi che appoggino la sua causa in quanto “rappresentanti non ufficiali”, poiché esso stesso ha deciso di non partecipare in modo da “evitare di dare legittimità” alla CPI.

L’Ungheria e la Repubblica Ceca, come anche l’Austria, l’Australia e il Canada si sono uniti per sostenere l’impunità di Israele.

Benché la Procuratrice Bensouda ritenga che la Palestina sia «sufficientemente uno Stato » perché all’Aja venga trasferita la giurisdizione penale sul suo territorio, la sua richiesta di verifica di questo punto di vista può far fallire l’inchiesta, essendoci una battaglia giuridica riguardo alla definizione di ciò che costituisca uno “Stato”. 

L’attacco contro la CPI – con gli appelli di Netanyahu a sottoscriverlo – arriva proprio dopo la pubblicazione da parte dell’ONU di un elenco di 112 imprese legate alle colonie illegali di Israele. E, nello stesso spirito contrario all’etica, il regime di apartheid ha attaccato il commissario delle Nazioni Unite definendolo partigiano e strumento del movimento BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni).

Schierarsi dalla parte di Netanyahu per mascherare i suoi terribili crimini contro i palestinesi può consentire alla Merkel di evitare la collera di Israele, ma questo pone la Germania dalla parte sbagliata della storia – ancora una volta !

Anche se appare incongruo che la Germania ed una manciata di Paesi vogliano impedire l’esercizio della giustizia da parte dell’Aja – cosa che peraltro si sforzano di fare – è vero che, per quanto riguarda i palestinesi, il fatto di schierarsi a fianco di Israele permette a questo Stato delinquente di continuare a commettere crimini di guerra e violazioni del diritto umanitario internazionale.

Alcuni commentatori hanno sostenuto a giusto titolo che questa assurda difesa della sistematica condotta criminale di Israele possa rappresentare un colpo mortale per la CPI.

Il timore che viene espresso è che l’azione della Cancelliera Merkel sia miope, creando un buco nero legale nei territori palestinesi occupati che potrebbe comportare la distruzione di una CPI già fortemente screditata.

Israele spera che, distorcendo i fatti e sviando gli obbiettivi della CPI, ne uscirà indenne. Le sue speranze poggiano sulla Cancelliera Merkel in quanto principale dirigente europeo che può distogliere l’Aja dalle sue responsabilità impegnandola in una battaglia giuridica semantica priva di senso, come è la questione della “giurisdizione”, e contestando la ratifica da parte della Palestina dello Statuto di Roma.

Mentre i giuristi internazionali saranno impegnati (si fa per dire) nella discussione sui concetti giuridici, spetta a Paesi come il Sudafrica alzare la voce contro i diversivi giuridici.

Il silenzio a fronte di questo ostacolo giuridico inventato di sana pianta sarà interpretato come una rinuncia a far rispettare e a difendere i diritti umani dei palestinesi.

Iqbal Jassat è membro esecutivo di Media Rewiew Network, con sede in Sudafrica.

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)




“Queste catene saranno spezzate”: il libro di Ramzy Baroud sui prigionieri palestinesi – Recensione del libro

Michael Lescher

10 febbraio 2020 – Palestine Chronicle

(These Chains Will Be Broken: Palestinian Stories of Struggle and Defiance in Israeli Prisons [Queste catene verranno spezzate: storie palestinesi di lotta e resistenza nelle carceri israeliane], di Ramzy Baroud, Clarity Press, Inc., 2020)

Fyodor Dostoevsky ha scritto che “il grado di civiltà in una società può essere giudicato visitando le sue prigioni” – un’osservazione in nessun luogo più tristemente vera che in una società la cui stessa esistenza comporti il confinamento di un altro popolo. Il nuovo libro di Ramzy Baroud, “These Chains Will Be Broken: Palestinian Stories of Struggle and Defiance in Israeli Prisons”, illustra con una straziante immediatezza il motivo per cui la Palestina contemporanea si riveli nel modo più chiaro all’interno delle prigioni che Israele ha costruito per coloro che resistono alla sua occupazione della loro terra. Viste attraverso il libro di Baroud, queste gabbie raccontano una doppia storia: da un lato, lo squallore di una società eretta sulle fondamenta di un’espropriazione; dall’altro, l’aspra determinazione dei palestinesi che, contro ogni previsione, si rifiutano di essere cancellati dalla storia.

“These Chains Will Be Broken” è una raccolta di testimonianze di prima mano che descrivono le esperienze dei detenuti palestinesi, prese o dai prigionieri stessi o da altri che li conoscono da vicino. (La storia di Faris Baroud, argomento del capitolo finale del libro e di un lontano parente dell’autore, è raccolta dagli scritti di sua madre Ria, morta nel 2017; suo figlio è morto quasi due anni dopo, ancora dietro le sbarre.)

Baroud, giornalista, studioso e consulente nel settore dei media, ha dedicato diversi precedenti libri alla lotta palestinese vista dal punto di vista degli stessi palestinesi. In “These Chains Will Be Broken”, fa un ulteriore passo avanti, tenendo sospesa la propria voce narrante in modo che i detenuti possano raccontare la propria storia a modo loro, trasportando così il lettore direttamente nella loro esperienza. Il risultato è un toccante e profondamente inquietante promemoria su come, in fondo, la storia della Palestina sia un costante ripetersi di prigionia e resistenza.

“La prigionia”, scrive Khalida Jarrar (lei stessa una dei protagonisti del libro) con una premessa illuminante, “rappresenta una posizione morale che deve essere presa ogni giorno e non può mai essere lasciata alle proprie spalle”. Che sia un avvertimento: il lettore di “These Chains Will Be Broken” è ripetutamente costretto ad assumere tale posizione morale mentre, capitolo dopo capitolo, i prigionieri palestinesi mettono a nudo le loro privazioni, le loro speranze, le loro delusioni e la loro determinazione a resistere.

Perfino quelli che hanno familiarità con le realtà della lotta possono trovarsi impreparati alle sue asprezze se le percepiscono, come accade a questi palestinesi, dietro le mura della prigione piuttosto che sepolte dentro la rete della propaganda israeliana. In un articolo denigratorio pubblicato (ahimè) dalla prestigiosa Yale University Press nel 2006, il portavoce della WINEP [organizzazione di esperti americana con sede a Washington DC che si occupa della politica estera degli Stati Uniti in Medio Oriente, ndtr.] Matthew Levitt ha liquidato con poche parole Majdi Hamad definendolo “un terrorista di Hamas condannato all’ergastolo per aver ucciso a Gaza dei compagni palestinesi, presumibilmente sospetti informatori.” Ma quando Hamad compare per la prima volta nel libro di Baroud attraverso gli occhi del compagno prigioniero Mohammad al-Deirawi, dà un’impressione molto diversa: “Veniva trascinato nella sua cella nel carcere sotterraneo di Nafha da un buon numero di guardie armate. Lo picchiavano e lo prendevano a calci dappertutto e, nonostante le sue catene, reagiva come il leone che era. Il suo volto era coperto di sangue. “(Apprendiamo dal libro che questo “leone” è anche “dolce e gentile con i suoi compagni”.)

Allo stesso modo i lettori occidentali possono essere sorpresi della dignità dello stesso al-Deirawi, a cui, dopo aver ricevuto una condanna a 30 anni in un tribunale militare israeliano, viene chiesto dal giudice non se abbia qualcosa da dire ma se sia disposto a “chiedere scusa”.

“Non ho nulla di cui scusarmi”, così al-Deirawi riferisce di aver risposto al giudice. “Non mi scuserò mai per aver resistito all’occupazione, per aver difeso il mio popolo, per aver lottato per i miei diritti rubati. Ma dovete scusarvi voi, e devono scusarsi coloro che demoliscono le case mentre i loro proprietari sono ancora dentro. Coloro che uccidono i bambini, che occupano la terra e commettono crimini contro persone disarmate e innocenti, sono loro che devono scusarsi.” “La mia risposta non gli è piaciuta”, aggiunge al-Deirawi, in uno dei rari momenti di ironia del libro.

I racconti nella raccolta di Baroud contengono descrizioni inevitabili di torture e maltrattamenti, ma alcuni dei dettagli più sconvolgenti riguardano atti di sadismo del tutto gratuito. Una guardia si offre di portare una tazza di tè a un prigioniero e poi versa acqua bollente sulla sua mano tesa. Una caviglia ridotta in frantumi viene “trattata” con un impacco di ghiaccio. Ad un minore incarcerato viene falsamente detto, la notte prima della sua liberazione, che sta per essere condannato all’ergastolo. Una donna tenuta in isolamento è costretta ad osservare un gatto con cui ha stretto amicizia mentre muore insieme ai suoi cuccioli dopo che sono stati avvelenati dalle guardie.

Per di più, i racconti dei prigionieri confermano che queste non sono azioni isolate; nascono dalla logica di un sistema progettato per disumanizzare le sue vittime e anche per intimidirle. Prigioniero dopo prigioniero, per esempio, offrono una descrizione orribile della “bosta” – il veicolo speciale usato per trasportare i palestinesi dalla prigione al tribunale militare e viceversa. La stravagante crudeltà di questa prigione su ruote non ha uno scopo dal punto di vista giudiziario; evidentemente per i loro carcerieri tenere i palestinesi rinchiusi in posizioni anguste, ammanettati e incatenati, dentro minuscole gabbie di metallo surriscaldate per 8-12 ore ogni volta, è fine a se stesso.

Ma tutto questo è solo una parte della storia raccontata nella raccolta di Baroud. Ci sono momenti notevoli di bellezza e coraggio. Un prigioniero separato dalla sua giovane figlia per decenni descrive la felicità provata nel sentire che sua figlia, frequentando la prima elementare, ha appreso la vera ragione della sua prigionia. Sottoposti a continui tormenti, alcuni prigionieri riescono a conseguire il diploma di scuola superiore. Una donna detenuta insulta “un omone” che le guardie hanno fatto entrare nella sua cella: “Se vuoi violentarmi, vai avanti; hai violentato la mia terra e la mia gente, quindi vai avanti e violentami.” La sua sfida mette fine alle minacce sessuali anche se le guardie hanno continuato a torturarla, dice, con sigarette e scosse elettriche sul seno.

Un altro prigioniero dedica quasi tutto il suo tempo allo studio delle lingue, traducendo libri e articoli su una vasta gamma di argomenti politici – un compito che persegue con immutato zelo anche dopo che il suo intero negozio di 4.000 articoli è stato confiscato (senza spiegazione) dalle guardie israeliane con un’incursione. Ancora, un altro prigioniero descrive come lui e i suoi compagni hanno perseverato nello sciopero della fame, nonostante le aggressioni e l’alimentazione forzata, fino a quando le loro richieste sono state finalmente soddisfatte.

La decisione di Baroud di non suddividere i suoi protagonisti in base alla natura dell’azione di resistenza per la quale sono stati imprigionati, violenta o non violenta, messa in atto all’interno di Israele o nei Territori Palestinesi Occupati, metterà a disagio alcuni lettori. Ciò è chiaramente intenzionale. Nella sua introduzione, Baroud insiste sul fatto che “sarebbe assolutamente ingiusto ingabbiare i prigionieri palestinesi in comode categorie di vittime o terroristi, in quanto le classificazioni rendono un’intera Nazione sia vittima che terrorista, un concetto che non riflette la vera natura della pluridecennale lotta palestinese contro il colonialismo, l’occupazione militare e il radicato apartheid israeliano”.

La spietata forma in prima persona di queste narrazioni conferma l’intuizione di Baroud. In mezzo alle ineludibili abiezioni e ai diritti violati della reclusione prolungata, le convinzioni politiche sono destinate a essere vissute in termini di passione condivisa, non di dettagli. Questo libro sostiene che chiunque ricerchi dei parametri diversi per comprendere la Palestina e le prassi dei suoi difensori deve prima distruggere le gabbie che pongono dei confini all’agire dei palestinesi. Fintanto che l’occupazione israeliana renderà la Palestina una vasta prigione, la resistenza sarà in ogni caso l’unico criterio in base al quale una vita palestinese possa essere valutata.

E i prigionieri qui rappresentati ne sono ben consapevoli. Come la poetessa (ed ex prigioniera) Dareen Tatour esclama alla fine del suo capitolo in “These Chains Will Be Broken”:

Lo spirito non si inchinerà,

la sua tenacia non morirà…

Per lune che sorgeranno nei nostri cieli

Dobbiamo vivere in questa oscurità.

Michael Lesher, scrittore e avvocato, ha pubblicato numerosi articoli che trattano di abusi sessuali su minori e altri argomenti, incluso il conflitto Israele-Palestina. È autore del recente libro Sexual Abuse, Shonda and Concealment in Orthodox Jewish Communities (McFarland & Co., Inc.) [Abuso sessuale, vergogna e copertura nelle comunità ebree ortodosse, ndtr.], incentrato sulla copertura di casi di abuso tra ebrei ortodossi. Vive a Passaic, nel New Jersey.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Il legame tra Mussolini e Jabotinsky: le radici nascoste del passato fascista di Israele

Ramzy Baroud e Romana Rubeo

4 febbraio 2020 – Palestine Chronicle

Non è sorprendente che il capo dell’opposizione italiana, Matteo Salvini, abbia promesso che, se diventerà il prossimo primo ministro italiano, riconoscerà Gerusalemme capitale di Israele.

Salvini guida la Lega, precedentemente nota come Lega Nord, un partito che è stato a lungo considerato una moderna espressione dell’ideologia fascista a lungo in letargo del Paese.

I precedenti di Salvini in quanto ad affermazioni a favore di Israele e di cieca fedeltà a Tel Aviv sono antichi quanto la carriera politica del personaggio. Il fatto che Salvini abbia fatto il suo debutto politico a livello nazionale con un annuncio non fatto a Roma ma a Tel Aviv è sufficiente a evidenziare la centralità di Israele nel suo discorso politico.

Inoltre Salvini è il ragazzo prodigio della politica di estrema destra italiana nel sul complesso. Prendendo in considerazione i risultati della Lega nelle elezioni europee del maggio 2019 si potrebbe sostenere che il politico italiano sia il più importante leader di estrema destra d’Europa.

Non è un segreto che Israele abbia apertamente schierato la propria politica con quella di movimenti politici di estrema destra in ascesa ovunque, soprattutto in Occidente. Ciò riguarda l’alleanza tra Israele ed India, così come i preoccupanti legami di Israele con l’amministrazione Trump, con la presidenza di Jair Bolsonaro in Brasile e il governo britannico dominato dai conservatori.

Tuttavia i rapporti di Israele con l’Italia meritano un ulteriore approfondimento e non dovrebbero essere accomunati alla crescente vicinanza politica di Tel Aviv con l’estrema destra globale. La ragione di ciò è che l’Italia è stata all’origine delle moderne ideologie fasciste, che sono direttamente legate all’ideologia sionista di Israele.

Nell’epoca successiva alla Seconda Guerra Mondiale l’Italia riuscì con successo ad eliminare la corrente politica fascista al suo interno, a cominciare dagli ultimi due anni di guerra, quando Roma si unì alla spinta internazionale contro l’alleanza nazifascista. La costituzione post-bellica italiana ha fatto il possibile per opporsi a qualunque forma di fascismo che continuava ad annidarsi all’interno della società italiana.

Fu quindi naturale che, in molte occasioni, le forze rivoluzionarie che ebbero un grande impatto nel configurare il discorso politico italiano dopo la guerra trovassero un terreno comune con la richiesta palestinese di libertà e con la continua lotta del popolo palestinese contro il sionismo e i suoi alleati reazionari ovunque nel mondo.

Sfortunatamente non è più così. Mentre in Italia la vera sinistra radicale continua nella sua ibernazione politica – un processo iniziato poco dopo il crollo dell’Unione Sovietica all’inizio degli anni ’90 – le forze di estrema destra hanno fatto passi da gigante, consentendo negli ultimi anni a gente come Salvini e alle sue orde razziste di tornare nell’arena politica. Com’era prevedibile, l’ascesa di Salvini ha iniziato a preparare la strada per riprendere l’alleanza neo-sionista-fascista a lungo latente.

Nel contempo il sorgere delle forze di estrema destra in Italia sta obbligando i partiti politici del parlamento nazionale a ridefinire i propri programmi politici avvicinandosi sempre più alla destra, nel disperato tentativo di attirare la rafforzata base elettorale di estrema destra.

I gruppi sionisti filo-israeliani, in Italia e altrove, stanno ora sfruttando la scena politica frammentata del Paese per portare avanti l’agenda internazionale di Tel Aviv.

Il 17 gennaio il governo italiano ha adottato all’unanimità la scorretta e autoreferenziale definizione di antisemitismo, così come formulata dalla filoisraeliana ‘Alleanza Internazionale per la Memoria dell’Olocausto’, che mette sullo stesso piano antisemitismo e antisionismo.

La sconcertante “definizione provvisoria” ha poco a che vedere con il razzismo e moltissimo con la politica, dato che il sionismo è un’ideologia politica moderna e non è né una razza né una religione. Un corrispettivo italiano di questa bizzarra iniziativa sarebbe come equiparare l’antifascismo e opinioni anti-italiane o anticattoliche. Se ciò suona strano nel contesto italiano, dovrebbe essere lo stesso riguardo al contesto sionista-israeliano.

Tuttavia questa apparente assurdità è del tutto ragionevole se analizzata in un contesto storiografico.

Spesso le critiche al sionismo descrivono il movimento sionista come fascista. Questa analogia apparentemente azzardata è pienamente giustificata su base storica. Infatti ciò di cui molti non sono al corrente è che, durante gli anni di formazione, le ideologie sionista e fascista avevano basi intellettuali simili e molti elementi in comune in termini di strutture ideologiche e politiche. Alcuni dei padri fondatori del sionismo, soprattutto i sionisti revisionisti, vedevano se stessi come ideologicamente fascisti e il loro passaggio dal fascismo al sionismo era logico, reso necessario solamente da un espediente politico.

Prima dell’alleanza opportunistica nel 1936 tra il capo della Germania nazista, Adolf Hitler, e il dittatore fascista italiano, Benito Mussolini, che diede come risultato le infami leggi razziali italiane, a Roma esisteva un livello di affinità tra dirigenti sionisti e fascisti.

Vladimir Jabotinsky, fondatore del sionismo revisionista, di cui l’attuale partito Likud e altri gruppi di destra ed estrema destra israeliani sono la progenie, vedeva nell’Italia una “patria spirituale”.

Durante quegli anni tutte le mie opinioni sul nazionalismo, sullo Stato e sulla società si svilupparono sotto influenza italiana,” scrisse Jabotinsky nella sua autobiografia, in riferimento ai suoi anni di formazione ideologica in Italia.

In cambio Mussolini parlò apertamente a favore del sionismo, e di Jabotinsky in particolare: “Perché il sionismo abbia successo, dovete avere uno Stato ebraico con una bandiera e una lingua ebraiche. La persona che lo capisce è il vostro fascista, Jabotinsky,” disse Mussolini nel novembre 1934 durante una conversazione privata a Nahum Goldman, fondatore del Congresso Ebraico Mondiale, come riporta Lenni Brenner nel suo libro “Il sionismo nell’epoca delle dittature.”

Il Duce si era già alleato con il movimento giovanile Betar di Jabotinsky, che si formò sul modello di idee e simboli fascisti.

Nel 1934 Jabotinsky e il suo movimento giovanile Betar erano alleati del Duce, quando il Betar fondò una base della Marina a nord di Roma,” ha scritto Steven Meyer nel suo articolo “Israele sopravviverà ai suoi fascisti?”, pubblicato nel 2002 sulla Executive Intelligence Review.

Meyer approfondisce il discorso: “‘L’idea Sionistica’, la rivista del Betar in Italiano, descriveva la cerimonia di inaugurazione che lanciò l’accademia [navale]. ‘In fila- Attenti!’ Risuonò un triplo grido ordinato dall’ufficiale al comando della squadra – ‘Viva l’Italia, Viva il Re! Viva il Duce!’, seguito dalla benedizione in cui il rabbino Aldo Lattes invocò in italiano e in ebraico dio, il re e il duce…‘Giovinezza’ (l’inno del partito fascista) venne cantato con moltissimo entusiasmo dai Betarim.

Questo racconto è confermato anche da altre fonti, come in “Mussolini e il Sionismo” [M & B Publishing, Milano, 2002] dello storico Furio Biagini. Biagini sostiene che “all’inizio Mussolini non era contrario all’aspirazione degli ebrei di creare una patria ebraica in Palestina.”

Biagini spiega anche lo sbocciare di un’alleanza tra fascisti e sionisti sulla base di una necessità geostrategica: “Nel suo disegno espansionistico nella regione mediterranea, l’Italia fascista era in diretto conflitto con la presenza britannica. La flotta inglese dominava il Mediterraneo da Gibilterra a Cipro, fino alla Palestina. Appoggiando il movimento sionista nella sua lotta contro il potere mandatario britannico, l’Italia voleva indebolire l’impero britannico nel Mediterraneo orientale, accentuando nel contempo il prestigio italiano a livello internazionale.”

In realtà Jabotinsky non era l’unico contatto di Mussolini con il sionismo, ma uno dei più importanti alleati, che si dimostrò conseguente negli anni successivi. Goldman scrive nella sua autobiografia “The Autobiography of Nahum Goldman: Sixty Years of Jewish Life”  [L’autobiografia di Nahum Goldman: sessant’anni di vita ebraica] che Mussolini era un grande ammiratore del sionismo.

Dovete creare uno Stato ebraico. Sono un sionista, e l’ho detto al dottor Weizmann. Dovete avere un vero Paese, non quel ridicolo focolare nazionale che gli inglesi vi hanno offerto. Vi aiuterò a creare uno Stato ebraico,” scrisse Goldman, trasmettendo il messaggio di Mussolini alla dirigenza sionista dell’epoca. L’entusiasmo di Mussolini per la fondazione di uno “Stato ebraico” andava in parallelo con il piano britannico di cambiare la dichiarazione Balfour del 1917, che impegnava la corona britannica a fondare uno Stato ebraico in Palestina.

Nell’ottobre del 1933 il capo dell’Agenzia Ebraica a Ginevra, Victor Jacobson, scrisse a Chaim Weizman, che era il presidente dell’Organizzazione Sionista Mondiale e in seguito fu il primo presidente di Israele, che “Mussolini è desideroso di aprire ancora di più le porte della Palestina all’immigrazione ebraica, soprattutto per i rifugiati che arrivano dalla Germania.”

Nella sua postfazione al libro “Stato e Libertà” il diplomatico italiano Sergio Minerbi ha scritto: “Mussolini pensava che fosse impossibile riconciliare ebrei e arabi e che essi dovessero essere politicamente separati, quindi suggerì l’idea della partizione della Palestina.”

Tutto ciò cambiò quando nel 1936 suo genero, Galeazzo Ciano, venne nominato ministro degli Esteri italiano. Fu allora che “Mussolini schierò inequivocabilmente l’Italia con Hitler,” come scrive Susan Zuccotti nel suo libro “The Italians and the Holocaust” [Gli italiani e l’Olocausto]. Il partito fascista italiano fu allora obbligato ad allontanarsi dalla dirigenza sionista, cosa che portò alla decisione di Mussolini di non incontrarsi con Jabotinsky.

In seguito al trionfo del movimento sionista, coronato nel maggio 1948 con la fondazione di Israele sulle rovine della Palestina storica, i sionisti riuscirono ancora una volta a ri-etichettare il loro movimento come una forza progressista, benché non avessero mai abbandonato la loro ideologia fascista. La legge sullo Stato-Nazione del luglio 2018, che definisce Israele come Stato etnico-razziale è stata una delle molte prove che Israele rimane fino ai nostri giorni pienamente fedele al fascismo.

Dire che il sionismo è una forma di fascismo non è né un’esagerazione né un’affermazione azzardata. Invece le radici profonde di entrambe le ideologie dovrebbero essere evidenti a qualunque avveduto studente di storia.

Il fatto che Salvini e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu stiano ora rinnovando o, quanto meno, apertamente accogliendo l’antico legame tra queste due ideologie distruttive riflette due realtà sconvolgenti: da una parte parla del fatto che l’Italia non è riuscita a sradicare il fascismo come modello politico dopo la Seconda Guerra Mondiale, e dall’altra rivela le vere basi ideologiche del sionismo, quindi dello stesso Stato di Israele.

Ramzy Baroud è giornalista e direttore di The Palestine Chronicle. È autore di cinque libri, di cui l’ultimo è These Chains Will Be Broken: Palestinian Stories of Struggle and Defiance in Israeli Prisons [Queste catene saranno spezzate: storie palestinesi di lotta e sfida nelle carceri israeliane], (Clarity Press, Atlanta). Baroud è ricercatore senior non residente presso il Center for Islam and Global Affairs (CIGA), dell’Università Zaim di Istanbul (IZU).

– Romana Rubeo è una scrittrice e giornalista italiana di PalestineChronicle.com. Rubeo ha conseguito un master in Lingua e Letteratura Straniera ed è specializzata in traduzione audiovisiva e giornalistica.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Uno studio rivela che gli israeliani non si sentono più sicuri nonostante i letali attacchi contro Gaza

5 Gennaio 2020 PALESTINE CHRONICLE

Uno studio accademico ha recentemente rivelato che, nonostante il letale attacco israeliano dello scorso novembre alla Striscia di Gaza assediata, la maggioranza degli israeliani nel sud del Paese non si sente assolutamente più al sicuro.

Due settimane dopo la fine della campagna, i ricercatori del College Tel Hai e dell’università di Tel Aviv hanno svolto uno studio per misurare la resilienza degli israeliani che vivono nelle comunità del sud”, ha riferito il quotidiano israeliano Haaretz.

Lo studio prende in esame le opinioni di 503 residenti ebrei che vivono entro un raggio di 40 km. da Gaza. La principale domanda loro posta è in che modo abbia influito sul loro senso di sicurezza l’attacco israeliano contro la Striscia del 12 novembre, che ha ucciso 34 palestinesi e ferito altre decine.

Il 63% degli intervistati ha risposto che non si sentono più sicuri dopo l’operazione, mentre il 27% ha risposto che si sentono meno sicuri di prima. Solo il 10% ha risposto di essersi sentiti più al sicuro in conseguenza dell’attacco militare contro Gaza.

L’attacco israeliano a Gaza è iniziato con l’assassinio di Bahaa Abu Al Ata, un alto ufficiale della Jihad islamica. E’ proseguito per diversi giorni, con una serie di attacchi aerei mortali su varie aree dell’assediata e impoverita Striscia di Gaza.

Il documento israeliano rivela anche che gli abitanti del sud di Israele, che spesso chiedono più azioni militari contro Gaza, “si sentono cittadini di seconda classe rispetto agli israeliani che vivono più a nord, dicendo che l’IDF (l’esercito israeliano) risponde più duramente ai razzi sparati sulla più grande area di Tel Aviv.”

Gaza è stata l’obbiettivo di molte campagne militari israeliane, comprese parecchie importanti guerre che hanno provocato l’uccisione ed il ferimento di decine di migliaia di palestinesi.

Non è la prima volta che gli abitanti e i coloni del sud di Israele esprimono il loro disappunto riguardo a ciò che considerano “uno status di seconda classe”. Nel novembre 2018 centinaia di coloni hanno organizzato una protesta per chiedere maggiore sostegno del governo nel proteggerli dai lanci di razzi provenienti da Gaza.

All’epoca il redattore di Palestine Chronicle Ramzy Baroud ha sottolineato che “nonostante le loro continue lamentele, le comunità del sud di Israele hanno visto un costante incremento delle opportunità economiche e quindi della popolazione. Questo ha posto queste zone al centro dell’attenzione dei politici israeliani, tutti alla ricerca del consenso dei leader locali e del sostegno dei loro settori economici in forte espansione.”

Il recente impegno elettorale ha fatto delle richieste e delle aspettative dei leader delle comunità israeliane del sud un elemento centrale nelle principali politiche israeliane”, ha aggiunto.

(The Palestine Chronicle)

 

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Nuovo sondaggio: più del 60% dei palestinesi vuole che Abbas lasci

The Palestine Chronicle – 18 settembre 2019

Secondo un sondaggio, il 60% dei palestinesi in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza vuole che il Presidente Mahmoud Abbas si dimetta.
Felesteen.ps riferisce che, da una ricerca condotta dal Centro Palestinese di Ricerca Politica e Sondaggi tra l’11 e il 14 settembre, emerge che il 50% dei palestinesi vorrebbe tornare all’Intifada armata, data la mancanza di passi avanti nel processo di pace, mentre il 40% chiede lo scioglimento dell’Autorità Palestinese.

Tra il 32 e il 50% degli intervistati ritiene che i risultati del governo siano peggiori di quelli del suo predecessore.
Il 56% è contrario alla soluzione dei due Stati, con il 37% che preferisce la resistenza armata e il 32% a favore di una soluzione nonviolenta della questione palestinese.

I contrari all’accordo di pace USA, l’“Accordo del Secolo”, raggiungono il 69% e il 72% boccia il coinvolgimento americano nella risoluzione della crisi dei rifugiati palestinesi.


Circa i tre quarti – il 72% – chiedono che si tengano elezioni legislative e presidenziali e vogliono che l’Autorità Palestinese tolga le sanzioni che ha imposto alla Striscia di Gaza sotto assedio.
Il sondaggio ha rilevato che il 63% dei palestinesi di Gaza si sente al sicuro, rispetto al 52% della Cisgiordania; a Gaza, il 43% ha dichiarato di sentirsi libero di criticare Hamas, mentre in Cisgiordania è il 36% che si sente libero di criticare Fatah.

(Middle East Monitor, PC, Social Media)

 

(Traduzione di Elena Bellini)




Ministri israeliani parteciperanno a un evento in onore di un rabbino che ha elogiato il massacro di palestinesi

7 agosto 2019 – Palestine Chronicle

Due ministri israeliani parleranno ad una conferenza organizzata in onore di un rabbino di destra che nel 1994 lodò il massacro di fedeli palestinesi a Hebron (al-Khalil) ed era stato in precedenza accusato di razzismo.

Il ministro dell’Educazione, rabbino Rafi Peretz, e il ministro dei Trasporti Bezalel Smotrich parleranno giovedì a un evento in cui verrà assegnato al rabbino Yitzchak Ginsburgh un premio chiamato “Cathedra for Torah and Wisdom,” [Cattedra per la Torah e la Saggezza].

Ginsburgh, un rabbino nato negli Stati Uniti, lodò l’estremista religioso Baruch Goldstein che nel 1994 uccise 29 musulmani durante la preghiera sulla Tomba dei Patriarchi, nota ai musulmani come il Santuario di Abramo.

Promosse inoltre il libro “La Torah del Re”, in cui sono trattate varie circostanze legali in base alle quali gli ebrei possono uccidere non-ebrei.

La “Cathedra for Torah and Wisdom” nel 2017 e nel 2018 ha ricevuto circa 7.162 dollari dal Dipartimento di cultura ebraica del ministero dell’Educazione. Tuttavia il ministero ha affermato di non aver finanziato l’istituzione nel 2019 e di non essere coinvolto nella selezione di chi riceve il premio.

Due settimane fa, quando Ginsburgh è stato nominato vincitore, durante la proclamazione a “Cathedra for Torah and Wisdom” ha usato il logo del Dipartimento di cultura ebraica del ministero dell’Educazione.

Il ministero ha detto ad Haaretz che “il direttore del Dipartimento (di cultura ebraica) ha ordinato che il logo venga rimosso,” aggiungendo di non essere coinvolto nella cerimonia.

Nel contempo il Comune di Giv’at Shmuel, il cui logo è stato anch’esso usato nella proclamazione, ha negato la propria collaborazione alla cerimonia e di essere al corrente che il suo logo fosse stato utilizzato.

In un tweet il ministro dei Trasporti Bezalel Smotrich ha elogiato Ginsburgh, affermando che è “un genio” e che il suo lavoro ha una “portata incomparabile. Non c’è bisogno di concordare con lui su tutto per pensare che meriti un premio.” Secondo il programma della manifestazione, “Peretz parlerà all’apertura della conferenza, e Ginsburgh riceverà il premio alla fine,” mentre “è previsto che Smotrich parli durante la cerimonia di premiazione.”

(traduzione di Amedeo Rossi)




Partito israeliano a favore dell’espulsione ha inaugurato la sua campagna elettorale

5 luglio 2019 Palestine Chronicle

Il partito israeliano di estrema destra “Otzma Yehudit” (Potere ebraico) ha inaugurato la sua campagna elettorale chiedendo l’espulsione dei palestinesi verso i loro “Paesi d’origine”.

Otzma Yehudit” ha iniziato ieri la sua campagna a Gerusalemme in vista delle elezioni politiche israeliane, che si terranno il 15 settembre, dopo che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu non è riuscito a formare una coalizione di governo in seguito alla sua rielezione il 9 aprile.

Il capo del partito Michael Ben Ari ha detto ai presenti: “Vogliamo riportare i nostri nemici nei loro Paesi (…) daremo loro una bottiglia di acqua minerale e persino un panino. Troveremo loro i Paesi d’origine in cui possano andare.”

Otzma Yehudit” ha una storia di incitamento contro i palestinesi, avendo in precedenza chiesto l’espulsione dei palestinesi sia da Israele che dai territori occupati (TPO). I suoi membri sono seguaci dichiarati del rabbino estremista Meir Kahane, il cui partito Kach venne messo fuorilegge dalla Knesset [il parlamento israeliano, ndtr.] negli anni ’80.

L’ideologia di Kahane ispirò anche il massacro compiuto da Baruch Goldstein nel 1994 alla moschea di Ibrahim a Hebron, che lasciò un bilancio di 29 fedeli musulmani morti e molti altri feriti.

A marzo la Commissione Elettorale Centrale israeliana ha pensato di escludere “Otzma Yehudit” dalla partecipazione alle elezioni di aprile a causa del suo discorso antipalestinese, mentre la Corte Suprema alla fine ha deciso di escludere solo Ben Ari dalla competizione [per la carica di primo ministro, ndtr.].

Durante il lancio della campagna di ieri il capo del partito ha attaccato questa decisione affermando che “ci hanno detto che questo (discorso) è razzista (…) hanno detto che mi hanno escluso per questo.”

Il partito ha anche annunciato che parteciperà da solo alle elezioni di settembre, confermando una separazione dall’Unione dei Partiti di Destra (URWP) – un’alleanza di destra tra Casa Ebraica [partito di estrema destra dei coloni, ndtr.] e i partiti dell’Unità Nazionale – con cui ha fatto un accordo di collaborazione prima delle elezioni di aprile.

Questo compromesso è fallito dopo che il leader dell’URWP Rafi Peretz e il numero due del partito Bezalel Smotrich hanno rifiutato di lasciare i propri seggi alla Knesset per consentire al candidato successivo, Itamar Ben Gvir di “Otzma”, di sedere in parlamento come avevano promesso in precedenza.

La legge israeliana consente a ogni parlamentare della Knesset (MK) che abbia un incarico ministeriale di abbandonare il proprio seggio alla Knesset, facendo così posto al primo candidato non eletto del proprio partito. Benché Peretz e Smotrich siano stati nominati ministri rispettivamente dell’Educazione e dei Trasporti, non hanno lasciato libero il proprio seggio per Ben Gvir.

(traduzione di Amedeo Rossi)




La falsa rivoluzione di Madonna: Eurovision, egemonia culturale e resistenza

Ramzy Baroud

22 maggio 2019Palestine Chronicle

Lo scorso marzo è mancata all’età di 51 anni Rim Banna, famosa cantante palestinese che ha musicato le poesie palestinesi più commoventi. Banna ha colto nel modo più nobile e melodioso la lotta dei palestinesi per la libertà. Se potessimo immaginare gli angeli che cantano, lo farebbero come lei.

Quando Banna è morta, tutti i palestinesi hanno pianto la sua scomparsa. Benché pochi mezzi di comunicazione internazionali abbiano dato la notizia della sua morte a un’età relativamente giovane, il fatto che sia stata vinta dal cancro non ha ottenuto molta attenzione o discussione. Tristemente la morte di un’icona palestinese di resistenza culturale che ha ispirato un’intera generazione, a cominciare dalla prima Intifada nel 1987, è stata a malapena notata come un fatto degno di nota e di riflessione, persino tra quanti pretendono di perorare la causa palestinese.

Confrontatela con Madonna, un’“artista” che si è impegnata per l’auto-esaltazione, la fama personale e l’arricchimento. Quest’ultima ha rappresentato i valori morali più degradati, utilizzando l’intrattenimento a buon mercato e soddisfacendo le più basse caratteristiche comuni per rimanere il più a lungo possibile famosa nel mondo della musica.

Mentre Banna aveva una causa, Madonna non ne ha nessuna. E, mentre Banna rappresenta la resistenza culturale, Madonna simbolizza l’egemonia culturale globalizzata – in questo caso, l’imposizione della cultura consumistica occidentale sul resto del mondo.

L’egemonia culturale definisce la relazione degli USA e di altre culture occidentali con il resto del mondo. Non è cultura come nelle conquiste intellettuali e artistiche collettive di quelle società, ma come una serie di strumenti ideologici e culturali utilizzati dalle classi dominanti per mantenere la dominazione su [popoli] svantaggiati, colonizzati ed oppressi.

Madonna, Michael Jordan, i Beatles e la Coca-Cola, rappresentano molto più di semplici interpreti e di una bevanda frizzante: sono anche uno strumento per garantire il dominio culturale, quindi economico e politico. Il fatto che in qualche città in giro per il mondo, soprattutto nell’emisfero sud, la Coca Cola scorra “più liberamente dell’acqua” la dice lunga sullo strumento economico e sulla dimensione politica dell’egemonia culturale.

Questa questione è diventata problematica quando Madonna ha deciso di esibirsi in Israele, come ha fatto varie volte in passato, in quanto parte della competizione canora Eurovision. Sapendo chi è e da che parte sta, la sua decisione non dovrebbe aver rappresentato una sorpresa – dopotutto nel suo concerto del settembre 2009 a Tel Aviv cantò avvolta in una bandiera israeliana.

Ovviamente è fondamentale che ad artisti del suo calibro ed ai partecipanti, che rappresentavano 41 diversi Paesi, venga ricordata la loro responsabilità morale verso i palestinesi occupati ed oppressi. È anche importante che ci si opponga ai continui tentativi di Israele di mascherare la sua apartheid e i suoi crimini di guerra in Palestina.

Infatti non si dovrebbe consentire che continui l’insabbiamento delle violazioni israeliane dei diritti umani utilizzando l’arte – noto anche come “art-washing” -, mentre Gaza è sotto assedio e i bambini palestinesi vengono colpiti e uccisi quasi ogni giorno, senza rimorso e senza responsabilità legale.

Questa è la ragione per cui questi eventi artistici sono importanti per il governo e la società israeliani. Israele ha utilizzato l’Eurovision come distrazione rispetto allo spargimento di sangue in evidenza non lontano dalla location di Tel Aviv. Quelli che si sono adoperati per garantire il successo dell’evento, sapendo benissimo come Israele lo stia utilizzando in quanto opportunità per normalizzare la sua guerra contro i palestinesi, dovrebbero seriamente vergognarsi.

Ma, d’altra parte, dovremmo essere sorpresi? Eventi musicali come Eurovision non si trovano forse al cuore dello schema globalizzante dell’egemonia culturale centrata sull’Occidente, con l’unico proposito di imporre una visione capitalistica del mondo, in cui la cultura occidentale è consumata come una merce, non diversamente da un panino McDonald o da un paio di jeans Levi?

Chiedere alla sessantenne Madonna di evitare di intrattenere l’apartheid israeliana può essere considerato utile come strategia mediatica, perché contribuisce a mettere in luce, anche se solo momentaneamente, un problema che altrimenti sarebbe stato assente dai titoli dei giornali. Tuttavia, concentrando l’attenzione su Madonna e qualunque siano i principi dei diritti umani che lei in apparenza appoggia, abbiamo anche assunto il rischio di nobilitare inavvertitamente lei e i valori consumistici che rappresenta. Oltretutto, in questa traiettoria centrata su Madonna, abbiamo anche ignorato la resistenza culturale della Palestina, il nucleo centrale che sta dietro il “sumud” (fermezza) palestinese nel corso di un secolo.

Mentre è importante mantenere pressione su quanti sono impegnati nell’appoggiare politicamente, economicamente e culturalmente Israele, questi sforzi dovrebbero essere secondari rispetto all’appoggio alla cultura della resistenza dei palestinesi. Comportarsi come se le buffonate sul palco di Madonna rappresentassero una cultura vera, ignorando nel suo complesso la cultura palestinese, è fare come gli studiosi che affrontano la decolonizzazione dal punto di vista dei colonizzatori, non dei colonizzati. La verità è che le Nazioni non possono liberarsi realmente della mentalità colonialista senza che le loro narrazioni prendano il centro del palcoscenico in termini di politica, cultura e ogni altro aspetto della conoscenza.

L’errore dell’intellettuale consiste nel credere che si possa sapere senza capire e, ancor di più, senza sentire ed appassionarsi,” scrisse l’intellettuale antifascista italiano Antonio Gramsci. Ciò comporta che l’intellettuale e l’artista sentano “le passioni elementari del popolo, le comprendano e, quindi, le spieghino e le giustifichino.”

La verità è che fare appello al senso morale di Madonna senza immergerci appassionatamente nell’arte di Banna non farà, a lungo termine, il bene dei palestinesi. In ultima analisi solo sposare la cultura della resistenza palestinese terrà a bada i messaggi culturali egocentrici, egemonici e a buon mercato delle Madonna di tutto il mondo.

Ramzy Baroud è giornalista, scrittore e redattore di Palestine Chronicle. Il suo ultimo libro è The Last Earth: A Palestinian Story [L’ultima terra: una storia palestinese] (Pluto Press, Londra, 2018). Ha conseguito un dottorato di ricerca in Studi Palestinesi presso l’Università di Exeter ed è studioso non residente presso il Centro Orfalea per gli studi globali e internazionali, Università di California, Santa Barbara.

(traduzione di Amedeo Rossi)




I problemi dei sionisti con l’intersezionalità

Denijal Jegic

24 aprile 2019, Palestine Chronicle

La lotta dei palestinesi per i diritti umani e per la liberazione fa parte di un conflitto globale contro le strutture razziste. Le attuali proteste inclusive, come il movimento “Black Lives Matter” [“Le vite dei neri importano”, movimento USA contro le uccisioni di persone di colore, ndt.] o l’iniziativa per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS) contro Israele hanno spesso utilizzato approcci transnazionali e intersezionali, sottolineando la molteplicità di esempi di oppressione che un individuo può sperimentare.

Il riconoscimento dei legami tra l’oppressione israeliana dei palestinesi e altre manifestazioni di razzismo è stato individuato come una minaccia strategica da Israele, il cui governo si è basato sull’esclusione dei palestinesi dall’umanità e sulla divulgazione di un’opposizione binaria tra civiltà. Come dimostrano la continua denigrazione della deputata del Congresso Ilhan Omar e i recenti attacchi a studiosi come Michelle Alexander, Marc Lamont Hill e Angela Davis, i sionisti stanno cercando di arginare le analisi degli afroamericani che protestano riguardo alle sofferenze dei palestinesi.

Cos’è l’intersezionalità?

La teoria dell’intersezionalità è sorta dalla frustrazione riguardo alla riproposizione del patriarcato etero normato da parte delle femministe bianche. Kimberlé Crenshaw ha coniato il termine quando ha teorizzato che le donne di colore sono oppresse in quanto donne e in quanto persone di colore. Gli approcci intersezionali sottolineano la pluralità di fattori di identità che sono presi di mira da politiche oppressive, come la marginalizzazione di fattori razziali, etnici, religiosi, di genere, sessuali ed altri dell’identità di un individuo.

Quindi non c’è da sorprendersi che, nel discorso sionista, l’intersezionalità sia stata recentemente demonizzata in quanto “ipocrisia”, “strumento politico”, “l’ultima strategia degli odiatori di Israele,” o, secondo Alan Dershowitz [docente statunitense di diritto internazionale e accanito difensore di Israele, ndt.], “una parola in codice per antisemitismo”.

La fandonia della “fine di Israele”

In un articolo per “The Observer” [quotidiano inglese indipendente, ndt.] Ziva Dahi ha chiesto: “Gli odiatori di Israele prima o poi si sveglieranno dalla fantasia dell’intersezionalità, dalla loro ossessione per la vittimizzazione, dall’adorazione dei palestinesi e dalla demonizzazione degli israeliani?”

Bret Stephens sul New York Times si è lamentato di un presunto attacco progressista contro Israele. I sionisti hanno impiegato tentativi retorici per sminuire l’intersezionalità al fine di proteggere Israele dalle critiche. Tuttavia ogni punto proposto dai sostenitori di Israele sfrutta tradizionali miti colonialisti e un palese razzismo antipalestinese.

La libertà per i palestinesi è semplicemente incompatibile con l’espansione del sionismo che – in quanto movimento basato sull’esclusione dei palestinesi – è l’opposto dei diritti umani universali. Di conseguenza, i sostenitori del sionismo continuano a descrivere i palestinesi come una peste e una bomba demografica a orologeria, la cui sopravvivenza minaccia l’esistenza di Israele.

Stephens identifica lo slogan di protesta “dal fiume al mare” [dal Giordano al Mediterraneo, ossia il territorio della Palestina storica, ndt.] come una “richiesta noiosamente malevola per la fine di Israele come Stato ebraico.” Come ha correttamente capito, Israele, in quanto “Stato ebraico”, può esistere solo finché esclude i palestinesi.

Allo stesso modo in un attacco contro l’intersezionalità, la collaboratrice dell’ADL [Anti Difamation League, organizzazione della lobby filoisraeliana USA, ndt.] Sharon Nazarian su “The Forward” [storico giornale della comunità ebraica USA, ndt.] ha chiesto la spoliazione dei palestinesi. Ha demonizzato il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi, concesso dall’ONU, in quanto “la fine di fatto dello Stato ebraico”.

La fine apocalittica di Israele è un luogo comune sionista che rivela i fondamenti razzisti del sionismo, ossia che i palestinesi non debbono tornare alla loro patria semplicemente perché non sono ebrei, e che la messa in pratica dei diritti umani e delle leggi internazionali significherebbe la fine di Israele.

La fandonia de “gli ebrei sono sionisti”

Il sionismo è nato nel XIX° secolo, non dall’ebraismo ma da un movimento europeo di colonialismo d’insediamento che soddisfaceva le necessità dell’antisemitismo cristiano dominante all’epoca e ha prosperato sullo sfruttamento delle strutture orientaliste presenti nella cultura occidentale. I sionisti hanno abusato dell’ebraismo come scudo retorico per presentare una critica intersezionale e anticolonialista del sionismo come razzismo antisemita.

Nel suo commento sull’intersezionalità, Stephens dipinge le politiche sioniste come caratteristiche etnico-nazionali dell’ebraismo, liquidando quindi in quanto antisemiti i discorsi sulla colonizzazione, l’apartheid e il genocidio. Paradossalmente lo stesso Stephens attribuisce una connotazione politica ad ogni ebreo come sionista per giustificare il suo appoggio al sionismo e per presentare Israele come vulnerabile in un “Medio Oriente saturato di antisemitismo genocida.”

Nazarian tenta di includere il sionismo nel femminismo, dipingendo quest’ultimo come un movimento ebraico. Sostiene che “escludere le donne ebree dal (femminismo)” è “inquietante”. Tuttavia il sionismo è antitetico al femminismo. Mentre il femminismo svela l’ingiustizia e sostiene l’uguaglianza, il sionismo perpetua l’ingiustizia sulla base dell’ideale di supremazia e si fonda strutturalmente sull’oppressione delle donne palestinesi.

La fandonia del “conflitto complicato e complesso”

I sionisti respingono l’analisi intersezionale, in quanto insistono sul fatto che la situazione in Palestina/Israele è un caso storicamente e geograficamente isolato che non ha niente a che vedere con il resto del mondo e sarebbe troppo complesso da capire per la gente comune o, come afferma Stephens, “molto più complicato del quadro in bianco e nero disegnato dai critici progressisti di Israele.”

Dahi lamenta che i sostenitori dell’intersezionalità riconoscano diverse forme di oppressione come costitutive di un sistema intersezionale “anche se avvengono in contesti geografici, culturali e politici non connessi tra loro.” Tuttavia l’autrice tenta di isolare la lotta palestinese nel tempo e nello spazio.

L’eccezionalità israeliana necessita proprio di questo approccio. I miti sionisti seguono la narrazione secondo cui i palestinesi non meritano la simpatia di nessuno perché sono terroristi, il terrorismo è geneticamente e culturalmente intrinseco alla palestinità, nessuno è pericoloso come i palestinesi e di conseguenza Israele, in quanto ultima e più vulnerabile colonia europea, ha il diritto di “difendersi”. I sionisti temono che i non palestinesi, invece di aderire alla narrazione israeliana, possano al contrario provare empatia per i palestinesi. È quindi semplicemente logico che gli opinionisti sionisti attacchino “Black Lives Matter”, la “National Women’s Studies Association” [Associazione Nazionale per gli Studi sulle Donne], Jewish Voice for Peace [Voce ebraica per la pace, associazione di ebrei contrari all’occupazione e al sionismo] e Students for Justice in Palestine [Studenti per la Giustizia in Palestina].

La fandonia orientalista ed islamofobica

Poi Dahi giustifica l’oppressione dei palestinesi evocando luoghi comuni orientalisti, quando afferma che i palestinesi giustiziano i gay e praticano il delitto d’onore.

Propagandare che i palestinesi meritano di soffrire a causa della loro arretratezza senza pari e che la loro lotta non può essere messa in relazione con nessun’altra lotta è parte integrante dell’ eliminazione del colonizzato da parte del colonizzatore.

La resistenza palestinese è dunque dipinta come fanatismo islamico. Sostenendo che “i nemici di Israele erano impegnati nella sua distruzione molto prima che occupasse un solo centimetro di Gaza o della Cisgiordania,” Stephens presenta Israele come sotto costante minaccia alla sua esistenza e scredita la resistenza palestinese come odio pre-politico. Sottintendere che l’occupazione israeliana del 1967 sia la causa del problema attuale è un errore dei sionisti liberali, mentre in realtà la colonizzazione della Palestina è iniziata alla fine del XIX° secolo.

Dare la colpa alle vittime

Sfruttando questa vera eccezionalità israeliana, i sostenitori del sionismo si affrettano ad accusare i palestinesi per la loro disgrazia, occultando al contempo i diseguali rapporti di potere coloniali.

Nazarian sostiene che i palestinesi “hanno ripetutamente fallito nel dimostrare un impegno per la pace” e respinge la “ben radicata delegittimazione di Israele e del sionismo” da parte della narrazione palestinese.

Incolpare i palestinesi è coerente con gli scritti di Stephens. In precedenza aveva appoggiato il colonialismo ed ha parlato di “infermità” della “mente araba”. Stephens ha difeso il massacro di palestinesi durante la Grande Marcia del Ritorno ed ha dato la colpa ai palestinesi.

Nella sua presa di posizione sull’intersezionalità, era scandalizzato che i progressisti non avessero condannato in modo sufficientemente duro i palestinesi. Assolvendo Israele dalle sue responsabilità per le sofferenze dei palestinesi, Stephens si riferisce a loro (disumanizzati con l’uso del termine “Hamas”) come “assassini”, “misogeni” e “omofobi”, che, secondo lui, non hanno futuro a causa della loro “cultura di vittimizzazione, violenza e fatalismo.”

Il mito del sionismo come liberazione

A volte il sionismo è persino presentato come un movimento progressista. In un articolo su “Tablet” [rivista ebraico-americana on line, ndt.], Benjamin Gladstone ha sostenuto l’inclusione degli ebrei nell’intersezionalità. Mentre l’autore sembra comprendere la teoria di Crenshaw, non vede gli ebrei al di fuori della cornice sionista. La sua argomentazione, secondo cui “la questione ebraica fa parte del movimento intersezionale per la giustizia” è ovviamente corretta.

Tuttavia, equiparando antisemitismo e antisionismo, postula entrambi come “gravi problemi intersezionali” e quindi ne deduce che il razzismo antiebraico è una caratteristica dell’intersezionalità. Ancor peggio, l’autore dipinge il sionismo come un “movimento di liberazione” che “ha la potenzialità non solo di coesistere, ma anche di appoggiare e dare forza ad altri movimenti di liberazione, da quello delle donne al nazionalismo palestinese.” Questo tentativo di rendere romantico un movimento colonialista di insediamento genocida cancella la difficile situazione dei palestinesi e marginalizza l’opposizione ebraica al sionismo.

Perchè l’intersezionalità è antisionista

Ci si deve chiedere se i sionisti, come esemplificato da questi autori, siano consapevoli di quello che significa il sionismo – soprattutto per le sue vittime. Nel caso in cui non fosse evidente che il sionismo si basa sulla continua esclusione e cancellazione dei palestinesi, questi testi lo rendono assolutamente chiaro. Gli autori rivelano che il sionismo crea gerarchie razziali e contrapposizione binaria tra civiltà in base a un nucleo eurocentrico. Quindi l’autore dimostra precisamente perché l’intersezionalità è antisionista.

L’analisi intersezionale insisterebbe sulle differenze tra ebrei e sionismo come ideologia politica. In effetti decostruirebbe i molteplici modi in cui gli ebrei sono oppressi all’interno e al di fuori del contesto sionista. Per esempio, il “Jews of Color and Sephardi/Mizrahi Caucus” [Assemblea degli ebrei di colore e dei sefarditi / mizrahi] ha definito come analisi intersezionale un’“organizzazione antirazzista e anticolonialista e una solidarietà per abbattere le barriere che sistemi di dominazione legati tra loro pongono tra comunità oppresse e che intendono dividerci e conquistarci.”

Mentre i sostenitori del sionismo tendono a sostenere che gli attivisti intersezionali prendono di mira esclusivamente Israele, sono gli stessi sionisti che dipendono dall’eccezionalità israeliana, presentando la libertà dei palestinesi come un genocidio per gli ebrei.

Ma, al di là di questi miti, non esiste una base etica né giuridica per difendere il trattamento strutturalmente razzista dei palestinesi da parte di Israele.

Come dimostrano i testi citati, i sionisti hanno difficoltà a proporre un argomento valido senza respingere le leggi internazionali e i diritti umani. In quanto movimento eurocentrico e orientalista, il sionismo si alimenta, retoricamente e letteralmente, di un’opposizione binaria razzista/di civiltà.

L’analisi intersezionale aiuta ad identificare l’emarginazione razziale, socio-economica, classista e sessista degli ebrei neri, dei rifugiati africani, dei palestinesi e di altri gruppi sottoposti al dominio israeliano. Può potenzialmente rafforzare una collaborazione tra le molte vittime di Israele. Ma proprio questo potenziale di decolonizzazione è molto problematico per il sionismo – un’ideologia colonialista d’insediamento che ha adottato gerarchie razziali.

Denijal Jegić è un ricercatore di post-dottorato, attualmente a Beirut, Libano. E’ l’autore di “Trans/Intifada – The Politics and Poetics of Intersectional Resistance.” [“Trans/Intifada – la politica e la poetica della resistenza intersezionale.”] (Heidelberg: Universitätsverlag Winter, 2019). Ha inviato quest’articolo a “ The Palestine Chronicle”.

(traduzione di Amedeo Rossi)