1000 persone colpite direttamente dal 7 ottobre firmano una lettera che chiede con urgenza una commissione di inchiesta di Stato

I firmatari giurano di opporsi ad una “commissione di insabbiamento politico”

Michael Bachner e redazione Times of Israel

1 gennaio 2025 – Times of Israel

Mentre il governo di Netanyahu continua a contrastare una iniziativa che i sondaggi dicono essere sostenuta da una larga maggioranza, su 4 pagine di giornali compare un appello di ex ostaggi, sopravvissuti, famiglie di defunti

Circa 1000 persone le cui vite sono state direttamente colpite dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 hanno sottoscritto una lettera aperta pubblicata mercoledì su diversi importanti giornali in cui si chiede che il governo istituisca immediatamente una commissione statale di inchiesta sui tanti errori che hanno consentito il più grande disastro nella storia di Israele.

La lettera aperta ha occupato quattro pagine su ognuno dei giornali, a causa del grande numero dei firmatari.

Tra i firmatari vi sono più di 20 sopravvissuti alla prigionia, centinaia di famiglie di defunti, parenti di ostaggi ancora detenuti a Gaza, sopravvissuti all’attacco, soldati dell’esercito feriti e riservisti.

La lettera aperta è stata promossa dall’associazione October Council, che rappresenta le famiglie direttamente colpite dal massacro del 7 ottobre – in cui circa 1200 persone furono uccise, 251 prese in ostaggio e molte altre ferite – e ha fatto richiesta di una commissione di inchiesta statale.

Noi, famiglie colpite il 7 ottobre e firmatarie in calce chiediamo che il governo istituisca una commissione di inchiesta statale”, afferma la lettera. “Ci uniremo come baluardo contro ogni tentativo di istituire una commissione di insabbiamento politico. Non accetteremo un comitato in cui i destinatari dell’inchiesta designano gli inquirenti.

Solo una commissione di inchiesta statale avrà gli strumenti e il mandato per indagare su ogni cosa e ogni persona; per rivelare la verità; per dare giustizia ai caduti, agli assassinati, alle vittime e alle loro famiglie; per rafforzare la sicurezza nazionale e per impedire il prossimo disastro.”

Il primo ministro Benjamin Netanyahu e gli altri membri della sua coalizione di estrema destra hanno respinto l’ipotesi di avviare una commissione di inchiesta statale, sostenendo che una simile indagine sarebbe politicamente sbilanciata contro di loro, poiché i suoi membri verrebbero nominati dal presidente della Corte Suprema e adducendo inoltre che qualunque inchiesta dovrebbe essere avviata solo dopo la fine della guerra.

Il premier e la maggior parte dei suoi alleati politici hanno rifiutato di riconoscere ogni responsabilità per i molteplici errori che hanno portato al massacro, cercando invece di attribuire la colpa ai capi della sicurezza e ai rivali politici.

Fin dal suo esordio il governo ha cercato di riformare radicalmente il sistema giudiziario, ritenendolo eccessivamente attivo e sbilanciato contro la destra. Questi tentativi hanno incluso quello, tuttora in corso, di riformare la Corte Suprema forzando la nomina di un giudice conservatore come presidente al posto del presidente attualmente in carica, Isaac Amit, e promuovendo la candidatura di giudici ultraconservatori agli scranni dell’alta corte.

Questi sforzi sono stati duramente condannati dai magistrati e dall’opposizione – come anche dalla gran maggioranza del pubblico, secondo la maggior parte dei sondaggi di opinione – in quanto tali da compromettere le fondamenta democratiche di Israele.

Una commissione di inchiesta statale dispone dei più ampi poteri in base al diritto israeliano ed è lo strumento principale per indagare sui principali errori dei leader del Paese, dei capi della sicurezza e degli organi dello Stato. E’ normalmente guidata da un giudice in pensione della Corte Suprema. Esther Hayut sarebbe una potenziale candidata per tale ruolo, dopo il suo incarico di presidente dell’alta corte, scaduto un anno fa. Ma Netanyahu si è ripetutamente opposto duramente alla sua nomina a causa delle sue esplicite critiche ai tentativi di riforma giudiziaria.

La coalizione (di governo) ha invece proposto la creazione di un collegio di più basso livello guidato da persone nominate dal governo, o un compromesso che darebbe vita ad un gruppo con un consenso più ampio.

Ma gli oppositori di Netanyahu hanno sostenuto che il premier e chi è al potere stanno cercando di sottrarsi alla responsabilità per quanto si è svolto il 7 ottobre per poter restare al potere. I sondaggi di opinione hanno mostrato che il pubblico sostiene in misura schiacciante la creazione di una commissione di inchiesta statale, anche all’interno della base elettorale della coalizione.

Meno di tre anni fa, quando erano all’opposizione, Netanyahu ed i suoi alleati politici hanno condotto una campagna a favore dell’istituzione di una commissione di inchiesta statale sullo scandalo che ha coinvolto la polizia israeliana, che avrebbe usato potenti software spia per monitorare abusivamente cittadini israeliani.

Una Commissione di Inchiesta Civile indipendente – costituita da parenti delle vittime dell’attacco alla luce del continuo rifiuto di Netanyahu di approvare una commissione di inchiesta statale – ha pubblicato i suoi risultati a novembre, attaccando Netanyahu ed accusandolo di minare il processo decisionale della sicurezza nazionale del governo, provocando una frattura tra la leadership politica e militare israeliana e lasciando il Paese impreparato al devastante attacco di Hamas.

Il rapporto inoltre asseriva che l’intero governo “aveva fallito nella sua principale missione” e che le Forze di Difesa Israeliane (l’esercito), lo Shin Bet (i Servizi Interni) ed altre organizzazioni “hanno completamente mancato il loro unico obbiettivo – proteggere i cittadini di Israele.”

I membri del comitato hanno avvertito che il loro lavoro non poteva sostituire quello di un’indagine ufficiale con il potere di convocazione di testimoni, ma hanno affermato che ciò che avevano ascoltato era estremamente preoccupante.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




L’ex capo della difesa di Netanyahu Ya’alon avverte che Israele è sulla via della “pulizia etnica” a Gaza

Redazione Times of Israel e agenzie

30 novembre 2024,Times of Israel

L’ex capo dell’esercito afferma che le forze di difesa israeliane stanno già ripulendo parti di Gaza dagli arabi; denuncia le iniziative per annettere e occupare territori palestinesi, dice che il Primo Ministro e il governo stanno portando Israele alla ‘distruzione’.

Sabato l’ex Ministro della Difesa ed ex capo di stato maggiore dell’esercito Moshe Ya’alon ha detto che la leadership di Israele, guidata da soggetti di estrema destra che tentano di ricolonizzare Gaza, sta conducendo il Paese sulla strada della pulizia etnica nella Striscia di Gaza ed ha precisato che le forze di difesa stanno già ripulendo parti di Gaza dagli arabi, allertando inoltre che il governo del Primo Ministro Benjamin Netanyahu sta portando la nazione alla “distruzione”.

La strada su cui stiamo precipitando è quella dell’occupazione, annessione e pulizia etnica nella Striscia di Gaza”, ha detto a Democrat TV l’illustre critico del governo.

Trasferimento, chiamatelo come volete, e insediamenti ebraici”, ha detto, riferendosi all’idea avanzata dall’estrema destra israeliana di un trasferimento di popolazione e “migrazione volontaria” di palestinesi da Gaza e il ripristino di insediamenti ebraici al loro posto. Netanyahu ha più volte ribadito che tali azioni non sono l’obbiettivo della guerra, né sono in programma.

Ya’alon è un politico di destra che è stato membro del Likud (principale partito di centro-destra del Paese, ndtr.) per anni e ministro della difesa del governo Netanyahu dal 2013 al 2016, ma negli ultimi anni è diventato un feroce critico di Netanyahu e delle politiche del suo governo.

Dice Ya’alon: “Guardate i sondaggi. Il 70% – a volte di più a volte poco meno – della popolazione nello Stato di Israele sostiene un percorso ebraico, democratico, liberale, ecc. anche con una separazione (dai palestinesi, ndtr.)”

Perciò non va fatta confusione. Chi vuole confonderci è colui che attualmente ci sta conducendo a niente di meno che alla distruzione”, dice.

La giornalista Lucy Aharish che lo ha intervistato ha sottolineato che Ya’alon ha usato un linguaggio sorprendente con il termine “pulizia etnica”.

Pulizia etnica nella Striscia di Gaza, è questo ciò che lei pensa? Che stiamo per fare questo?” ha chiesto, specificando di non aver mai pensato di sentirlo usare quel termine.

Perché ‘stiamo per’?”, ha risposto Ya’alon. “Che cosa sta avvenendo là? Che cosa sta avvenendo là? Non esiste Beit Lahia, non esiste Beit Hanoun, [l’esercito] sta attualmente operando a Jabalia e sta sostanzialmente ripulendo la zona dagli arabi.”

Il Ministro degli Esteri Gideon Sa’ar ha criticato le affermazioni di Ya’alon scrivendo su X: “Gli irresponsabili commenti dell’ex ministro Moshe Ya’alon sono scorretti e diffamano Israele senza nessun fondamento. Lo invito a ritrattare le sue parole.”

In ottobre Israele ha ordinato all’intera popolazione restante del terzo settentrionale di Gaza, stimata in circa 400.000 persone, di evacuare verso sud e avrebbe bloccato gli aiuti umanitari per settimane prima di lasciarli nuovamente entrare, per le pressioni di USA e di altri.

Dopo aver scatenato un’operazione su larga scala nel nord di Gaza le truppe israeliane hanno sfollato migliaia di persone dalle zone nel nord dell’enclave cercando di distruggere i terroristi di Hamas che secondo l’esercito si stavano riorganizzando intorno a Jabalia, Beit Lahia e Beit Hanoun.

Israele ha ripetutamente respinto le accuse di pulizia etnica sostenendo che le sue operazioni intensive nel nord di Gaza nelle ultime settimane sono una risposta operativa agli sforzi di Hamas di riorganizzarsi. Al tempo stesso politici di estrema destra non hanno nascosto il desiderio di vedere Gaza almeno in parte spopolata e gli insediamenti ebraici ricostruiti.

Voci critiche hanno accusato Netanyahu di procrastinare la guerra e rifiutare una soluzione diplomatica a causa, almeno parzialmente, delle pressioni di quei politici che hanno minacciato di lasciare il governo se la guerra fosse terminata.

Anche se Israele dice che gli ordini di evacuazione sono giustificati dallo scopo della sicurezza dei civili e per lasciare operare l’esercito, la ricercatrice di Human Rights Watch Nadia Hardman ha detto che “Israele non può semplicemente farsi scudo della presenza di gruppi armati per giustificare lo sfollamento di civili.”

Israele dovrebbe dimostrare in ogni situazione che lo sfollamento dei civili è l’unica opzione” per rispettare pienamente il diritto umanitario internazionale, ha affermato.

Il diritto bellico vieta il trasferimento forzato di popolazioni civili da un territorio considerato “occupato”, se non necessario per la sicurezza dei civili o per imperative ragioni militari.

HRW a metà novembre ha pubblicato un rapporto che ipotizza che la campagna militare di Israele a Gaza configuri il “crimine di guerra di trasferimento forzato”, soprattutto relativamente alle operazioni nel nord di Gaza.

Dichiarazioni di alti dirigenti con responsabilità di comando mostrano che il trasferimento forzato è intenzionale e costituisce parte della politica di stato israeliana e perciò configura un crimine contro l’umanità”, ha aggiunto Human Rights Watch. “Le azioni di Israele inoltre sembrano corrispondere alla definizione di pulizia etnica” nelle zone in cui i palestinesi non saranno in grado di tornare, ha detto HRW.

Il rapporto di HRW sostiene che “le azioni delle autorità israeliane a Gaza sono le azioni di un gruppo etnico o religioso volte a rimuovere un altro gruppo etnico o religioso, i palestinesi, dalle aree all’interno di Gaza con mezzi violenti.”

Ipotizza che la natura del trasferimento fosse organizzata e che l’intenzione delle forze israeliane fosse quella di assicurarsi che le zone coinvolte “rimarranno per sempre svuotate e ripulite dai palestinesi.”

HRW afferma che le conclusioni del rapporto di 172 pagine sono basate su interviste con gazawi deportati, immagini satellitari e relazioni pubbliche condotte fino ad agosto 2024.

Israele ha respinto il rapporto in quanto “profondamente fuorviante” nel descrivere “gli sforzi dell’esercito per minimizzare i danni ai civili come finalizzati ad un trasferimento forzato.”

Sostiene di cercare di ridurre al minimo il numero di vittime civili e sottolinea che Hamas usa i civili di Gaza come scudi umani, combattendo da aree civili comprese case, ospedali, scuole e moschee.

Secondo le Nazioni Unite ad ottobre 2024 sono state trasferiti in tutta Gaza 1,9 milioni di palestinesi. Prima dell’inizio della guerra il 7 ottobre 2023 la popolazione ufficiale del territorio contava 2,4 milioni di abitanti.

La gran maggioranza della popolazione di Gaza risiede nella “zona umanitaria” definita da Israele, situata nell’area di al-Mawasi sulla costa meridionale di Gaza, nei quartieri occidentali di Khan Younis e a Deir al-Balah nel centro di Gaza. La dimensione della zona è cambiata molte volte, a seconda dell’evolversi delle operazioni dell’esercito israeliano contro Hamas.

Israele ha lanciato la sua operazione militare dopo che il 7 ottobre 2023 i terroristi di Hamas hanno massacrato 1.200 persone, per la maggior parte civili, nelle comunità del sud e hanno portato a Gaza 251 ostaggi.

Il Ministero della Sanità di Gaza gestito da Hamas afferma che finora nel conflitto sono state uccise o sono presumibilmente morte più di 43.000 persone nella Striscia, anche se la cifra non può essere verificata e non fa distinzione tra civili e combattenti. Israele afferma di aver ucciso circa 18.000 combattenti in battaglia fino a novembre e altri 1.000 terroristi all’interno di Israele il 7 ottobre.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Secondo un rapporto Israele aveva ottenuto, e ignorato, un documento di Hamas che dettagliava il piano per l’attacco del 7 ottobre

AFP

30 novembre 2023 – Times of Israel

Il NYT afferma che i funzionari che hanno visto il documento di 40 pagine lo hanno ignorato in quanto irrealistico, continuando a pensare che il gruppo terroristico non fosse interessato a scatenare una guerra

Giovedì il New York Times ha informato che funzionari israeliani già prima dell’aggressione del 7 ottobre erano al corrente che il gruppo terrorista palestinese Hamas stava preparando un attacco su vasta scala, ma hanno ignorato l’informazione.

Un documento ottenuto dalle autorità israeliane almeno un anno prima dell’attacco “delineava punto per punto, esattamente il tipo di invasione devastante che ha portato alla morte di circa 1.200 persone,” riporta il giornale.

Il documento di 40 pagine, che è stato visionato dal quotidiano, non specifica quando sarebbe avvenuto l’attacco. Ma fornisce un piano che sembra quello seguito da Hamas: un massiccio lancio di razzi, tentativi di abbattere il sistema di sorveglianza e un gran numero di uomini armati che penetrano sul territorio israeliano via terra e per via aerea.

Il 7 ottobre circa 3.000 terroristi di Hamas hanno fatto irruzione in Israele sotto la pesante copertura di razzi, attaccando basi dell’esercito, aggredendo comunità e un festival musicale. Circa 1.200 persone, la maggior parte delle quali civili, sono state brutalmente massacrate con un attacco senza precedenti e circa 240 persone sono state prese in ostaggio.

Il Times afferma che il documento, che include informazioni sensibili riguardo alla sicurezza sulla potenza e la dislocazione dell’esercito israeliano, ha circolato ampiamente negli ambienti dei dirigenti militari e dell’intelligence del Paese, benché non sia chiaro se sia stato visionato da dirigenti politici, tra cui il primo ministro Benjamin Netanyahu.

Lo scorso anno una valutazione dell’esercito aveva stabilito che era troppo presto per dire se il piano era stato approvato da Hamas, e quando un’analista di un’unità di intelligence per le segnalazioni del Paese ha avvertito che il gruppo stava effettuando esercitazioni di addestramento in base al piano, i suoi avvertimenti sono stati ignorati.

II giornale afferma che lei aveva avvertito che si trattava di un “progetto inteso a iniziare una guerra,”, ma un colonnello, che aveva visionato la sua analisi, aveva suggerito che se ne ricavava uno scenario improbabile e aveva detto all’analista che avrebbero “pazientemente atteso”.

Secondo il Times gli avvertimenti non suggerivano che Hamas stesse probabilmente per mettere in atto il piano a tempi brevissimi, e gli ambienti dell’intelligence hanno continuato a credere che il leader di Hamas Yahya Sinwar non fosse interessato a scatenare la guerra con Israele. [Il giornale] mette in relazione gli errori dell’intelligence con quelli avvenuti negli Stati Uniti prima dell’attacco dell’11 settembre 2001.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Una commissione delle Nazioni Unite dichiara che indagherà sulle accuse di “apartheid” contro Israele

Luke Tress

28 ottobre 2022 – The Times of Israel

Il rappresentante di Israele afferma che i membri della commissione “detestano” lo Stato ebraico.

I componenti della commissione d’inchiesta definiscono il termine “un paradigma appropriato“, respingono le accuse di antisemitismo come una “manovra diversiva” e le preoccupazioni sulla sicurezza come una “finzione” e sostengono che Gerusalemme potrebbe essere colpevole di crimini di guerra

NAZIONI UNITE – Giovedì la Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite sulle violazioni dei diritti da parte di Israele e dei palestinesi ha dichiarato che indagherà sulle accuse di apartheid contro Israele, confermando i timori di Gerusalemme [Tel Aviv, capitale di Israele per il diritto internazionale, ndt.] che la controversa indagine conduca ad etichettarla con il termine infamante.

L’indagine delle Nazioni Unite in corso è stata avviata dal Consiglio per i diritti umani dopo gli 11 giorni di battaglia lo scorso anno tra Israele e i terroristi di Gaza, allo scopo di indagare le violazioni dei diritti in Israele, in Cisgiordania e a Gaza, ma si è concentrata quasi esclusivamente su Israele.

La Commissione ha pubblicato il suo secondo rapporto la scorsa settimana, chiedendo al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di porre fine all'”occupazione permanente” da parte di Israele e esortando gli Stati membri delle Nazioni Unite a perseguire i responsabili israeliani.

Giovedì, durante un briefing alle Nazioni Unite a New York, i tre membri della commissione hanno dichiarato che i prossimi rapporti riguarderanno le indagini sull’apartheid da parte di Israele. Hanno affermato che finora la ricerca si è concentrata sulle “cause profonde” del conflitto, da loro imputato alla presenza di Israele in Cisgiordania.

Navi Pillay, un’ex responsabile delle Nazioni Unite per i diritti umani che presiede la commissione, ha definito l’apartheid “una manifestazione dell’occupazione”.

“Ci stiamo concentrando sulla causa principale, rappresentata dall’occupazione, mentre l’apartheid fa parte dei suoi effetti”, dice Pillay. Ci arriveremo. Questo è il vantaggio del nostro mandato a tempo indefinito, ci consente una vasta libertà di indagine”.

Il membro della Commissione Miloon Kothari ha affermato inoltre che la natura a tempo indefinito dell’indagine permette di approfondire l’accusa di apartheid.

“Ci arriveremo perché abbiamo a disposizione molti anni e molti aspetti da approfondire”, dice.

“Pensiamo che sia necessario un approccio globale, quindi dobbiamo esaminare le questioni del colonialismo d’insediamento”, aggiunge Kothari. “L’apartheid è in sé un paradigma molto appropriato, quindi avremo un approccio leggermente diverso, ma ci arriveremo sicuramente”.

Israele ha rifiutato di collaborare con la commissione e non le ha concesso l’ingresso in Israele o nelle aree sotto controllo palestinese in Cisgiordania e Gaza. Ha respinto il rapporto della scorsa settimana, definendo la commissione non credibile né legittima. Giovedì, l’ambasciatore di Israele presso le Nazioni Unite ha affermato che i membri della commissione sono stati scelti in quanto “detestano” Israele.

I resoconti dell’inizio di quest’anno affermavano che il ministero degli Esteri stesse pianificando una campagna per sventare le accuse di apartheid da parte della commissione. Secondo quanto riferito, un cablogramma trapelato ha rivelato che i funzionari israeliani erano preoccupati per il danno che il primo rapporto della commissione avrebbe potuto causare se avesse fatto riferimento ad Israele come uno “Stato di apartheid”.

Il primo ministro Yair Lapid, che all’inizio dell‘anno ricopriva il ruolo di ministro degli Esteri, ha avvertito che quest’anno Israele avrebbe dovuto affrontare intense campagne rivolte ad etichettarlo come uno Stato di apartheid.

Nel corso degli ultimi due anni il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, Human Rights Watch, Amnesty International e altre [organizzazioni per i diritti umani] hanno accusato Israele di apartheid, prendendo in prestito il termine dal sistema sudafricano di discriminazione su base razziale.

Israele ha negato categoricamente le accuse di apartheid, affermando che la sua minoranza araba gode di pieni diritti civili, mentre la maggior parte dei palestinesi, che vivono al di fuori del territorio sovrano di Israele, sono soggetti al governo dell’Autorità Nazionale Palestinese sulla base degli accordi di Oslo.

Ha inoltre reagito con irritazione al termine “occupazione”, usato per descrivere le sue attività in Cisgiordania e a Gaza. Considera Gaza, dalla quale ha ritirato soldati e coloni nel 2005, come un’entità ostile governata dal gruppo terroristico islamico Hamas, e ritiene la Cisgiordania un territorio conteso soggetto a negoziati di pace interrotti da quasi dieci anni. I palestinesi rivendicano come futuro Stato indipendente la Cisgiordania, Gerusalemme Est e Gaza, territori conquistati da Israele nella guerra del 1967.

Giovedì la commissione ha presentato all’Assemblea generale delle Nazioni Unite il suo ultimo rapporto.

Il rapporto di 28 pagine accusa Israele di violare il diritto internazionale rendendo permanente il suo controllo sulla Cisgiordania e annettendo a Gerusalemme e in Cisgiordania territori rivendicati dai palestinesi e terra siriana sulle alture del Golan. Accusa inoltre Israele di politiche discriminatorie nei confronti dei cittadini arabi, di furto di risorse naturali e di violenza di genere contro le donne palestinesi.

Non menziona affatto Hamas, razzi o terrorismo, sebbene la commissione abbia ripetutamente precisato che presunti crimini palestinesi rientrano nell’ambito dell’indagine.

In passato i tre componenti della commissione sono stati aspramente critici nei confronti di Israele e Israele ha affermato che l’indagine è viziata da pregiudizi e antisemitismo.

Lapid ha definito il rapporto antisemita, “di parte, falso, istigatore e palesemente sbilanciato”.

Giovedì Pillay ha negato le accuse di aver definito in passato Israele uno Stato di apartheid. Il gruppo di monitoraggio di UN Watch [ONG internazionale la cui missione dichiarata è “monitorare le prestazioni delle Nazioni Unite sulla base della propria Carta”, ndt.] ha affermato di aver documentato più casi in cui fino al 2020 ella avrebbe accusato Israele di apartheid.

La Pillay ha anche affrontato critiche per la sua difesa di Kothari, che ha suscitato un putiferio all’inizio di quest’anno, quando ha affermato che i social media sarebbero “controllati in gran parte dalla lobby ebraica”, invocando tropi antisemiti sul potere ebraico. Ha anche chiesto perché Israele facesse parte delle Nazioni Unite.

Giovedì l’inviato israeliano alle Nazioni Unite, Gilad Erdan, ha condannato il rapporto insieme ai genitori di Ido Avigal, un bambino ucciso da Hamas durante il conflitto del 2021.

“[I commissari] sono stati scelti proprio in quanto detestano lo Stato ebraico”, ha detto Erdan.

I membri della commissione hanno affermato che le critiche di Israele non “smentiscono i risultati” del rapporto.

Anche gli Stati Uniti hanno ripetutamente condannato la commissione. Mercoledì durante un incontro con il presidente israeliano Isaac Herzog il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha denunciato l’indagine come di parte.

L’indagine “segue uno schema di vecchia data prendendo di mira Israele e non fa nulla per realizzare i presupposti per una pace”, ha affermato la Casa Bianca.

Giovedì Pillay ha respinto le accuse di antisemitismo, definendo le affermazioni “offensive” e “una manovra diversiva”.

Non siamo tutti e tre degli antisemiti. Consentitemi di chiarirlo e poi, come se non bastasse, hanno affermato che anche la relazione sarebbe antisemita. Non c’è una parola in questo rapporto che possa essere interpretata come antisemita”, ha detto. “Questa [accusa] viene sempre sollevata come diversivo.”

Siamo fortemente impegnati per la giustizia, lo stato di diritto e i diritti umani e non dovremmo essere costretti a subire tali insulti. Sono totalmente falsi, tutte falsità e bugie”, afferma.

Dice che Israele potrebbe essere colpevole di crimini internazionali, inclusi crimini di guerra, per il trasferimento di civili nei “territori occupati”, riferendosi agli insediamenti coloniali in Cisgiordania, dove vivono quasi 500.000 israeliani.

Kothari ha definito i coloni un “corpo paramilitare”.

“Possono fare quello che diavolo vogliono, possono fare irruzione nelle case, possono distruggere gli ulivi”, ha detto.

Pillay ha respinto, definendole “una finzione” dietro cui il Paese cerca di “nascondersi”, le preoccupazioni sulla sicurezza citate da Israele come giustificazione per il mantenimento di una presenza in Cisgiordania.

“Alcune delle politiche israeliane in Cisgiordania hanno solo lo scopo di giustificare in modo apparente problemi di sicurezza”, ha affermato.

La commissione ha chiesto a Israele di ritirarsi immediatamente dalla Cisgiordania, senza fare nessuna richiesta ai palestinesi.

Kothari respinge l’idea di un ritiro israeliano come parte di colloqui di pace verso una soluzione a due Stati, un processo sostenuto da gran parte della comunità internazionale.

“Come possiamo parlare di pace o negoziati senza che prima vengano prese delle misure da parte israeliana?” afferma Kotari.

Mentre la maggior parte degli israeliani sostiene una soluzione a due Stati, Israele ritiene che un ritiro unilaterale dalla Cisgiordania senza garanzie di sicurezza creerebbe uno Stato terroristico alle sue porte, indicando come esempio Gaza, dove ha condotto guerre ripetute per ostacolare gli attacchi missilistici di Hamas contro i civili. Israele giustifica anche il suo blocco sulla Striscia di Gaza, mantenuto insieme all’Egitto, come misura di sicurezza necessaria per fermare il terrorismo.

Il primo rapporto, pubblicato a maggio, faceva una breve menzione degli attacchi missilistici e del terrorismo palestinese, ma condannava la “persistente discriminazione contro i palestinesi” da parte di Israele come causa della violenza tra le due parti.

Giovedì la commissione ha affermato che “condanna qualsiasi forma di violenza”.

Il commissario Chris Sidoti ha detto che i rapporti futuri avranno “una copertura più completa” e che i dati su Israele sono limitati perché Israele non ha consentito l’ingresso ai commissari.

“Se ci sarà dato il permesso di entrare in Israele faremo queste domande ai funzionari competenti”, afferma Kothari. “Dateci la vostra versione delle cose perché vogliamo riportare i fatti con equità“.

I commissari non hanno accesso neppure a Gaza o in Cisgiordania.

La commissione è stata istituita l’anno scorso durante una sessione speciale del Consiglio per i diritti umani nel maggio 2021 a seguito dei combattimenti tra Israele e terroristi palestinesi nella Striscia di Gaza. L’UNHRC ha incaricato l’organismo di condurre un’indagine su “tutte le presunte violazioni del diritto umanitario internazionale e tutte le presunte violazioni e abusi delle leggi internazionali sui diritti umani” in Israele, Gerusalemme est, Cisgiordania e Gaza.

La commissione è stata la prima ad ottenere dall’organismo per i diritti umani delle Nazioni Unite un mandato a tempo indefinito – piuttosto che avere il compito di indagare su un crimine specifico – e i critici affermano che delle indagini così prolungate mostrino la presenza di pregiudizi anti-israeliani all’interno del consiglio dei 47 Stati membri. I fautori sostengono la commissione come una modalità per tenere gli occhi aperti sulle ingiustizie affrontate dai palestinesi durante decenni di dominio israeliano.

Sembrano accettare un’occupazione senza fine, ma si lamentano di questa commissione. Il mandato a tempo indeterminato ci consente di affrontare in profondità alcuni di questi problemi”, sostiene Pillay.

La commissione ha anche dichiarato di non aver avviato l’indagine – l’hanno fatto gli Stati membri – e ha detto di ritenere che le Nazioni Unite dovrebbero istituire più indagini a tempo indefinito.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)