Genocidio dietro le sbarre: 32 palestinesi uccisi nelle carceri israeliane nel 2025

Mera Aladam

30 dicembre 2025 – Middle East Eye

Associazioni palestinesi per i diritti affermano che negli ultimi due anni in Cisgiordania e Gerusalemme sono stati registrati 21.000 arresti

Importanti associazioni palestinesi per i diritti dei prigionieri hanno accusato Israele di commettere un “genocidio sistematico” nei confronti dei detenuti, con almeno 32 decessi di prigionieri registrati nel 2025.

Secondo un rapporto annuale pubblicato dalla Commissione Palestinese per le Questioni dei Detenuti, dalla Società dei Prigionieri Palestinesi (PPS) e da Addameer, i prigionieri sono morti a causa di “sistematiche politiche gravemente disumane”.

Queste strutture sono state trasformate in luoghi di tortura, finalizzati a spezzare fisicamente e mentalmente i prigionieri attraverso sofferenze prolungate e deliberate e politiche di pene capitali al rallentatore”, afferma il rapporto.

Secondo informazioni rivelate da Israele, da ottobre 2023 sono stati documentati almeno 100 decessi di prigionieri. Le identità di 86 di loro sono state rese note, mentre il totale reale dei morti palestinesi nelle prigioni israeliane resta ignoto.

Il rapporto specifica che 94 corpi di palestinesi – 83 dei quali sono morti durante la guerra genocidaria di Israele a Gaza – continuano ad essere trattenuti dalle autorità israeliane.

Gli scorsi due anni hanno registrato “un livello senza precedenti di brutalità ed esecuzioni sistematiche di prigionieri”, affermano le associazioni per i diritti umani, aggiungendo che il totale dei decessi durante tale periodo equivale al numero di prigionieri uccisi sotto custodia israeliana negli ultimi 24 anni.

Questi fatti provano che ciò che sta accadendo ai prigionieri palestinesi è un sistematico genocidio”, sottolinea il rapporto.

I detenuti sono sottoposti a tortura, fame, negligenza medica, violenza sessuale, isolamento di massa e privazione di tutte le fondamentali esigenze umane.

Le istituzioni per i prigionieri affermano che l’intensità dei crimini e le brutalità documentate per due anni hanno oltrepassato tutti i limiti giudiziari, violando tutte le leggi, le norme e le convenzioni internazionali.”

Arresti di massa, esecuzioni sul campo

Inoltre il rapporto mette in luce arresti di massa in tutta la Cisgiordania occupata e a Gaza.

Da ottobre 2023 sono stati registrati oltre 21.000 arresti in Cisgiordania e a Gerusalemme, inclusi 1.655 arresti di minori e 650 di donne. Nel solo 2025 sono stati registrati 7.000 arresti.

La cifra non comprende gli arresti a Gaza o nelle comunità palestinesi che vivono in Israele.

Secondo il rapporto giornalisti palestinesi e personale medico sono tra i gruppi più pesantemente presi di mira.

Le associazioni aggiungono che questi continui arresti e interrogatori su larga scala sono accompagnati da sistematiche esecuzioni sul campo, pesanti pestaggi, estese distruzioni intenzionali, saccheggi di case, confische di veicoli, denaro e oro, uso di scudi umani, nonché da terrorismo organizzato e demolizioni di case appartenenti a parenti di detenuti palestinesi.

A dicembre 2025 più di 9.300 palestinesi sono detenuti nelle carceri israeliane, anche se la cifra reale è probabilmente più alta, poiché Israele non rilascia informazioni su centinaia di persone catturate a Gaza. Circa metà di loro (4.750) sono detenute senza processo né accuse.

Il rapporto sottolinea che da ottobre 2023 alle famiglie dei prigionieri catturati a Gaza è stata negata qualunque informazione ufficiale circa il luogo dove si trovano i loro cari.

L’impunità sistematica è cruciale per l’apparato di occupazione, rispecchiando la complicità giudiziaria nel coprire i crimini contro i prigionieri palestinesi e rafforzando le politiche di apartheid e persecuzione”, aggiunge il rapporto.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Il ministro israeliano Ben Gvir promuove il capo dell’unità coinvolta nell’esecuzione di due palestinesi

Mera Aladam

1 dicembre 2025 – Middle East Eye

Il ministro di estrema destra chiede anche la fine delle indagini sulle uccisioni di palestinesi

Il ministro della sicurezza nazionale di estrema destra israeliano ha promosso il comandante di un’unità sotto copertura responsabile dell’esecuzione a distanza ravvicinata di due palestinesi disarmati a Jenin, nella Cisgiordania occupata.
La decisione di Itamar Ben Gvir di far avanzare il comandante nella polizia di frontiera al grado di colonnello arriva giorni dopo che gli omicidi hanno avuto luogo nel quartiere di Abu Dhahir
.

L’incidente di giovedì è stato ripreso in video e mostra i due uomini che emergono da un edificio con le braccia alzate e le magliette sollevate, indicando chiaramente che erano disarmati, si stavano arrendendo e non rappresentavano alcuna minaccia per i soldati.
Il ministero della salute palestinese ha identificato le vittime come Al-Muntasir Abdullah, 26 anni, e Yousef Asasa, 37 anni.

Secondo quanto riferito una fonte all’interno della polizia israeliana ha affermato che la decisione di promuovere il comandante è stata presa due settimane fa dall’ispettore generale e dal comandante di polizia senior, aggiungendo che la decisione avrebbe richiesto l’approvazione di Ben Gvir.
L’esercito e la polizia israeliani, che operano congiuntamente nell’area, hanno ammesso la sparatoria e hanno affermato che sarebbe stata avviata un’indagine.

Secondo i media locali tre agenti della stessa unità sotto copertura sono stati indagati dal Dipartimento investigativo interno della polizia con l’accusa di omicidio e sparatoria illegale.

I tre militari hanno affermato di essersi sentiti “minacciati” dopo che i due palestinesi “non hanno risposto alle loro istruzioni e hanno fatto movimenti sospetti”.

Venerdì, le Nazioni Unite hanno descritto gli omicidi come una “esecuzione sommaria”. “Siamo sconvolti per la sfacciata uccisione ieri da parte della polizia di frontiera israeliana di due uomini palestinesi a Jenin”, ha detto venerdì ai giornalisti a Ginevra il portavoce dell’ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani Jeremy Laurence.

Porre fine alle indagini sugli omicidi di palestinesi

Ben Gvir ha anche promesso di porre fine alle indagini sull’uccisione di palestinesi, da lui etichettati come “terroristi”.
In una dichiarazione video si può vedere Ben Gvir visitare la base militare dove era di stanza l’unità responsabile dell’uccisione dei due palestinesi, annunciando di essere “venuto qui ad abbracciare gli eroici combattenti”.

“Questa procedura distorta per la quale se un nostro combattente spara a un terrorista viene sottoposto immediatamente ad un’indagine, deve finire”, ha detto. “Stiamo combattendo nemici e assassini che vogliono stuprare donne e bruciare bambini”.
Le indagini militari interne israeliane sulle azioni dei soldati non portano quasi mai a un’azione penale.

Il Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura ha dichiarato venerdì che l’uso della tortura da parte dello stato israeliano è “organizzato e diffuso” ed è notevolmente aumentato dall’inizio della guerra a Gaza il 7 ottobre 2023.
Il rapporto ha osservato che Israele non ha una legislazione che criminalizzi la tortura e che le sue leggi consentono ai funzionari pubblici di essere esenti da responsabilità penale secondo il principio della “necessità”.

Dal 7 ottobre 2023 Israele ha intensificato le sue già estese operazioni militari e presenza in Cisgiordania.
Negli ultimi due anni, le forze israeliane hanno ucciso più di 1.000 palestinesi e ne hanno arrestati migliaia in tutto il territorio occupato.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Nuovi dati rivelano che dal 7 ottobre 98 palestinesi sono morti sotto custodia israeliana.

Yuval Abraham

17 novembre 2025 – +972 Magazine

Le autopsie e le testimonianze di ex detenuti suggeriscono che molti siano morti a causa di torture, negligenza medica e privazione di cibo. Secondo un archivio dell’intelligence israeliana trapelato decine di loro erano civili.

Dal 7 ottobre 2023 almeno 98 palestinesi sono morti nelle carceri israeliane e nei centri di detenzione militari, in molti casi verosimilmente come conseguenza diretta di torture, negligenza medica e privazione di cibo da parte di soldati e agenti penitenziari. Dei detenuti di Gaza, che costituiscono la maggioranza, meno di un terzo è stato classificato dallo stesso esercito israeliano come costituito da combattenti, il che significa che Israele è responsabile della morte di decine di civili palestinesi sotto custodia.

Dati finora non resi pubblici sulle morti di palestinesi in detenzione sono stati ottenuti dallesercito israeliano e dal Servizio Penitenziario Israeliano (IPS) da parte di Physicians for Human Rights–Israel (PHRI), [ONG internazionale costituita da medici che si battono contro le atrocità di massa e le gravi violazioni dei diritti umani, ndt.], che oggi ha diffuso un rapporto rendendo note queste cifre. Secondo PHRI, 98 è probabilmente una cifra notevolmente sottostimata, dato che le organizzazioni per i diritti umani non sono in grado di localizzare centinaia di altre persone presumibilmente detenute a Gaza.

+972 Magazine, Local Call e The Guardian hanno incrociato i dati di PHRI con un database interno dell’intelligence militare israeliana, trapelato e pubblicato all’inizio di quest’anno, per determinare quanti dei detenuti deceduti a Gaza l’esercito considerasse appartenenti alle ali militari di Hamas o della Jihad Islamica Palestinese. (Il database non contiene informazioni su membri di altri gruppi armati a Gaza, che secondo i rapporti dell’IPS rappresentano meno del 2% di tutti i detenuti dell’enclave dal 7 ottobre).

Secondo i dati ottenuti da PHRI almeno 68 prigionieri provenienti da Gaza sono morti sotto custodia israeliana fino alla fine di agosto. L’archivio dell’intelligence, che comprende i dati ottenuti a maggio e che, secondo diverse fonti dei servizi segreti israeliani, l’esercito considera la banca dati più completa sui combattenti palestinesi a Gaza, indicava che 21 di questi detenuti erano combattenti, deceduti sotto custodia israeliana dallinizio della guerra. Nello stesso periodo sono state documentate 65 morti tra i detenuti provenienti da Gaza nelle prigioni e nei centri di detenzione israeliani, il che suggerisce che ben 44 dei prigionieri gazawi deceduti fossero civili.

+972, Local Call e The Guardian avevano precedentemente rivelato che l’archivio interno dell’esercito indicava che i civili costituissero l’83% di tutte le vittime a Gaza e i tre quarti di coloro che erano stati arrestati e trattenuti in stato detentivo.

Oltre ai 68 gazawi, PHRI riferisce che durante la guerra e fino all’agosto di quest’anno sono morti sotto custodia israeliana 23 palestinesi della Cisgiordania e tre con cittadinanza o residenza israeliana, per un totale di 94 detenuti. Da allora sono morti sotto custodia almeno altri quattro palestinesi, tre della Cisgiordania e uno di Gaza, portando il bilancio totale delle vittime note a 98. (Questo non include altri sette casi in cui i palestinesi sono stati colpiti dal fuoco dell’esercito e sono morti sotto custodia poco dopo essere stati arrestati e prima di raggiungere le strutture carcerarie).

Questa cifra è notevolmente più alta di quanto si pensasse in precedenza. I dati più recenti pubblicati all’inizio di novembre da tre organizzazioni per i diritti dei prigionieri palestinesi (Addameer, la Commissione per gli Affari dei Detenuti e degli Ex-Detenuti e la Società dei Prigionieri Palestinesi) stimavano che i detenuti deceduti nelle carceri e nei centri di detenzione israeliani negli ultimi due anni siano stati 81.

Secondo Amani Sarahneh, dell’Associazione dei Prigionieri Palestinesi, tra il 1967 e l’ottobre 2023 il numero totale di palestinesi deceduti sotto custodia israeliana è stato di 237. Sebbene la documentazione relativa ai primi anni dell’occupazione israeliana della Cisgiordania e di Gaza fosse contraddittoria, il bilancio delle vittime tra i prigionieri e i detenuti palestinesi negli ultimi due anni rappresenta una netta escalation, a dimostrazione di come durante la guerra la violenza fisica, la tortura e altri abusi ai danni dei palestinesi siano diventati una normalità nel sistema carcerario israeliano.

Tuttavia PHRI osserva che 98 è probabilmente una cifra significativamente sottostimata. “Questo non è un quadro completo”, ha spiegato Naji Abbas, direttore del Dipartimento Prigionieri e Detenuti dell’organizzazione. “Siamo certi che ci siano altre persone morte in stato di detenzione delle quali non siamo a conoscenza”.

L’esercito israeliano ha fornito gli ultimi dati sui detenuti deceduti in strutture di detenzione militari nel maggio 2024, insieme a dati equivalenti pubblicati dall’IPS relativi alle carceri; in quel momento il bilancio totale delle vittime in entrambe le tipologie di strutture era di 60; ciò significa che il tasso di decessi di detenuti palestinesi sotto custodia israeliana durante i primi otto mesi di guerra era di circa uno ogni quattro giorni. Quattro mesi dopo l’IPS ha dichiarato, in risposta a una richiesta di accesso ai dati, che altri tre detenuti erano morti nelle carceri israeliane.

Dal settembre 2024 ulteriori informazioni sui decessi di palestinesi sotto custodia israeliana sono pervenute solo in risposta a richieste specifiche su singoli detenuti: in altre parole, l’esercito e l’IPS hanno confermato decessi specifici quando richiesto, ma non hanno fornito dati di propria iniziativa.

Nel frattempo, resta sconosciuto il destino di molti altri palestinesi che sarebbero stati arrestati dai soldati israeliani a Gaza. L’esercito ha informato l’organizzazione israeliana per i diritti umani HaMoked di non avere informazioni su centinaia di palestinesi che l’organizzazione sospetta siano stati arrestati dalle forze israeliane. In passato l’esercito ha comunicato alle organizzazioni per i diritti umani che alcuni individui non si trovassero sotto custodia israeliana, per poi riferire in seguito, in risposta a procedimenti legali, che erano morti.

Le famiglie a Gaza non ricevono notifiche ufficiali della morte dei loro parenti durante la detenzione israeliana e spesso ne vengono a conoscenza attraverso i media. I dati forniti dallo Stato a PHRI indicano che l’identità di almeno 18 cittadini di Gaza deceduti nelle carceri israeliane è sconosciuta e che nessuna notifica della loro morte è stata data alle loro famiglie.

Nonostante quasi 100 decessi registrati in condizioni di custodia cautelare e numerose testimonianze e altre prove di gravi abusi fisici, tra cui violenze sessuali generalizzate, come documentato in un nuovo schiacciante rapporto del Centro Palestinese per i Diritti Umani di Gaza, solo un soldato israeliano è stato processato: a febbraio  ed è stato condannato a sette mesi per aggressione a detenuti di Gaza. Altri cinque soldati sono stati accusati di maltrattamenti aggravati e di aver causato gravi lesioni personali a un prigioniero nel centro di detenzione di Sde Teiman, dopo che un filmato è trapelato ai media israeliani lo scorso anno.

Come riporta Haaretz, il massimo funzionario legale dell’esercito israeliano ha deliberatamente evitato di avviare indagini su presunti crimini di guerra commessi da soldati israeliani, anche in relazione alle morti di detenuti sotto custodia cautelare, per timore della prevedibile reazione della destra.

“Non ci sono state accuse per alcun caso di omicidio”, ha spiegato Abbas. “Questo non è solo un caso isolato. È sistemico e continuerà ad avvenire“.

Secondo i dati ottenuti da PHRI Sde Teiman è stato il centro di detenzione più letale, con la morte di 29 palestinesi dal 7 ottobre. Almeno altri due detenuti sono morti nel campo di Ofer (dove +972 ha rivelato testimonianze di gravi abusi, scosse elettriche e la diffusione dilagante di malattie), almeno uno nel campo di Anatot e almeno altri sette in diverse altre strutture di detenzione gestite dall’esercito nel sud di Israele. Cinque sono morti all’ospedale di Soroka dopo essere stati trasferiti da strutture di detenzione militari mentre erano ancora sotto custodia.

Per quanto riguarda le carceri normali gestite dall’IPS, almeno 16 detenuti sono morti nel carcere di Ketziot, almeno cinque nel carcere di Ofer, almeno sei nel carcere di Nitzan e nel Centro Medico dell’IPS (Marash), sette nel carcere di Megiddo, quattro nel complesso che comprende il carcere di Nafha e quello di Ramon, almeno uno nel carcere di Eshel, almeno tre in quello di Kishon e altri tre nel carcere di Shikma. Il luogo del decesso di altri otto è sconosciuto.

“Ogni notte sentivamo persone picchiate a morte”

+972, Local Call e The Guardian hanno esaminato 10 resoconti autoptici di palestinesi deceduti sotto custodia israeliana, redatti da medici che hanno assistito alle autopsie per conto delle famiglie dei deceduti. In cinque di questi c’erano prove di violenza come possibile causa di morte: numerose costole rotte, lividi sulla pelle o in prossimità degli organi interni e lacerazioni degli organi interni. Almeno tre decessi sono stati causati direttamente da negligenza, tra cui un caso di malnutrizione estrema, un caso di tumore del sangue non curato e un altro in cui un detenuto diabetico è stato privato di insulina.

Omar Daraghmeh, 58 anni, è morto nel carcere di Megiddo nell’ottobre 2023. Una TAC post-mortem ha rivelato un’estesa emorragia addominale, sollevando il sospetto che il decesso sia stato causato da aggressione fisica o da una caduta da un’altezza considerevole.

Anche l’autopsia di Abdel Rahman Mara’i, 33 anni, morto nello stesso carcere il mese successivo, ha rivelato segni di violenza: costole e sterno erano rotti, oltre alla presenza di lividi su tutto il corpo. Il medico che ha assistito all’autopsia di Mara’i ha attribuito la sua morte alle violenze subite.

Un detenuto che si trovava nella stessa cella di Mara’i ha raccontato a PHRI: “Circa 15 agenti [del carcere] lo hanno aggredito, tutti intorno a lui, picchiandolo violentemente. Lo hanno pestato per circa cinque minuti, soprattutto sulla testa”.

Sari Hurriyah, un avvocato palestinese con cittadinanza israeliana, arrestato nello stesso periodo di Mara’i a causa di post su Facebook, ha dichiarato al canale israeliano Channel 13 di aver assistito alla morte di Mara’i nella cella vicina. “Ogni notte sentivamo persone che venivano picchiate a morte, urlavano”, ha detto Hurriyah.

Secondo la testimonianza di Hurriyah, Mara’i ha gridato per ore dopo l’aggressione: “Sto male, ho dolore, non riesco a respirare, portatemi un medico”. Ma le guardie carcerarie sono semplicemente entrate nella sua cella e gli hanno detto di stare zitto, ha raccontato Hurriyah. Il giorno dopo, la sua voce si è spenta; le guardie si sono rese conto che era morto e lo hanno portato fuori dalla cella “in un sacco della spazzatura nero”.

Abdel Rahman Bahash, 23 anni, è morto nel carcere di Megiddo nel gennaio 2024. L’autopsia ha rilevato fratture multiple alle costole, una lesione alla milza, infiammazione e lesioni polmonari. Una possibile causa del decesso è stata l’insufficienza respiratoria dovuta a una lesione polmonare. Un altro detenuto ha raccontato che le guardie avevano aggredito Bahash; in seguito, lui aveva lamentato dolori al torace e alle costole, ma gli è stata negata qualsiasi cura medica. Quando non è riuscito più a stare in piedi, le guardie lo hanno portato via ed è morto pochi giorni dopo.

Walid Khaled Abdullah Ahmed, 17 anni, è morto nel carcere di Megiddo nel marzo 2025. Un medico presente all’autopsia ha riferito che non aveva quasi più massa grassa o muscolare e soffriva anche di colite e scabbia, il che ha fatto sospettare che fosse morto di fame. Suo padre ha dichiarato ad Haaretz: “Ho visto durante le udienze in tribunale che il ragazzo appariva magro, con il viso emaciato, come altri detenuti che soffrono di malnutrizione nelle carceri”. Secondo suo padre, Ahmed non aveva malattie pregresse.

Arafat Hamdan, 25 anni, è morto nel carcere di Ofer nell’ottobre 2023. Soffriva di diabete di tipo 1 e un detenuto che era con lui ha affermato che la morte è dovuta a negligenza: le sue condizioni sono gradualmente peggiorate fino a quando non ha smesso di mangiare e ha iniziato a perdere conoscenza a intermittenza.

“Abbiamo chiamato di nuovo il medico per visitarlo, e lui ci ha detto di chiamarlo quando Arafat fosse morto”, ha ricordato il detenuto in un rapporto di B’Tselem. “Dopo un’ora e mezza, abbiamo visto del liquido fuoriuscire dalla sua bocca. Uno dei detenuti gli ha controllato il polso e ha urlato che Arafat era morto”.

Mohammed Al-Zabar, 21 anni, è deceduto nel carcere di Ofer nel febbraio 2024. Fin dall’infanzia, soffriva di malattie intestinali e necessitava di una alimentazione specifica. L’autopsia ha indicato che è morto per mancanza dei nutrimenti necessari, con conseguente stipsi prolungata, senza che gli venissero somministrate cure mediche.

Secondo le testimonianze dei detenuti che stavano insieme a lui Thaer Abu Asab, 38 anni, è stato picchiato a morte nel carcere di Ketziot nel novembre 2023. Un detenuto ha raccontato a B’Tselem che le forze speciali hanno fatto irruzione nella cella e hanno iniziato a picchiare su tutto il corpo i detenuti con manganelli fino a farli sanguinare dalla testa. “Hanno colpito Thaer più forte”, ha raccontato. “Ha cercato di proteggersi la testa con le mani, ma ben presto ha dovuto cedere a causa dei colpi”.

Dopo che le guardie se ne sono andate Abu Asab è rimasto a terra, ancora sanguinante e privo di sensi. Il detenuto ha raccontato di aver cercato di chiamare una guardia per più di un’ora, ma nessuno si è fatto vivo. Alla fine, Abu Asab è stato portato fuori dalla cella e le guardie hanno informato i detenuti che era morto.

Il giorno seguente, ha continuato il carcerato, lo Shin Bet (l’agenzia per la sicurezza interna israeliana) ha interrogato uno a uno tutti i detenuti che stavano insieme ad Abu Asab e “ha affermato che avevamo creato scompiglio e ucciso Thaer, motivo per cui eravamo rimasti tutti feriti. Hanno detto che eravamo stati noi ad attaccarci a vicenda, non le guardie… Ha detto che avevamo ucciso Thaer e volevamo incastrare la prigione”.

L’IPS si è rifiutata di rispondere all’indagine dettagliata di +972 sui decessi menzionati nel nostro rapporto, indirizzandoci invece al Coordinatore delle Attività Governative nei Territori (COGAT) perché “il COGAT è responsabile dei detenuti palestinesi non condannati”. Il COGAT ha detto a +972 che la questione dei decessi sotto custodia non è di loro competenza.

Un portavoce dell’esercito israeliano ha dichiarato che negli ultimi due anni sono state detenute a Gaza persone “ragionevolmente sospettate di essere coinvolte in attività terroristiche. Nei casi di indizi rilevanti i prigionieri vengono sottoposti a ulteriori interrogatori, screening e detenzione in strutture apposite sul territorio israeliano”.

La dichiarazione afferma che i sospettati sono “trattenuti in base a ordini di detenzione emessi in conformità con la legge e, nei casi appropriati, vengono avviati contro di loro procedimenti penali. In altri casi vengono trattenuti in custodia cautelare a causa del rischio che rappresentano, al fine di tenerli lontani dai combattimenti, nel pieno rispetto della legge israeliana e delle Convenzioni di Ginevra”.

L’esercito ha ammesso che “ci sono stati decessi di detenuti, compresi quelli arrivati ​​feriti o con una condizione medica complessa preesistente”, aggiungendo che “ogni decesso viene indagato dalla polizia militare inquirente”, i cui risultati vengono sottoposti all’Ufficio dell’Avvocatura Generale Militare per la revisione.

Il portavoce ha aggiunto: “L’affermazione secondo cui i detenuti sarebbero ‘scomparsi’ da Gaza è falsa ed erronea”.

Yuval Abraham è un giornalista e regista che vive a Gerusalemme.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




La prigione israeliana sotterranea, dove i palestinesi sono rinchiusi senza imputazioni e non vedono mai la luce

Emma Graham-Harrison  da Gerusalemme

8 novembre 2025 – The Guardian

Esclusivo: tra i detenuti di Rakefet ci sono un infermiere privato della luce naturale da gennaio e un adolescente trattenuto per nove mesi.

Israele sta tenendo in arresto decine di palestinesi di Gaza in isolamento in una prigione sotterranea dove non vedono mai la luce del sole, sono privati di un’alimentazione adeguata e non possono ricevere notizie delle loro famiglie o del mondo esterno.

Secondo le avvocate del Public Committee Against Torture in Israel [Comitato Pubblico contro la Tortura in Israele, un’ong israeliana, ndt.] (PCATI) che difendono entrambi, tra i detenuti ci sono almeno due civili tenuti da mesi senza accuse né processo: un infermiere con il camice e un giovane venditore ambulante di cibo.

I due sono stati trasferiti nel complesso carcerario sotterraneo di Rakefet in gennaio e hanno descritto sistematici pestaggi e violenze in linea con torture ben documentate in altri centri di detenzione israeliani.

La prigione di Rakefet venne aperta all’inizio degli anni ’80 per ospitare un gruppo di personaggi molto pericolosi della criminalità organizzata israeliana, ma venne chiusa qualche anno dopo in quanto inumana. Dopo gli attacchi del 7 ottobre 2023 il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir, di estrema destra, ha ordinato che tornasse in funzione.

Le celle, un minuscolo “cortile” e la stanza per gli incontri con gli avvocati sono sottoterra, quindi i prigionieri vivono senza luce naturale.

Inizialmente il carcere era previsto per un piccolo numero di detenuti di massima sicurezza che avrebbero dovuto occupare celle singole, e quando venne chiuso nel 1985 ospitava 15 uomini. Secondo i dati ottenuti dal PCATI, negli ultimi mesi vi sono stati rinchiusi circa 100 prigionieri.

In base al cessate il fuoco concordato a metà ottobre Israele ha liberato 250 detenuti palestinesi che sono stati condannati da tribunali israeliani e 1.700 prigionieri palestinesi di Gaza detenuti a tempo indefinito senza accuse né processo. Il giovane venditore ambulante rinchiuso a Rakafet è stato uno di loro.

Tuttavia la quantità di detenuti è stata così grande che anche dopo la liberazione di massa almeno altri 1.000 [prigionieri], tra cui un infermiere difeso dal PCATI, sono ancora sottoposti alle stesse condizioni.

“Benché ufficialmente la guerra sia finita, (i palestinesi di Gaza) sono ancora incarcerati in condizioni di guerra violente legalmente discutibili che violano le leggi umanitarie internazionali e rappresentano una forma di tortura,” afferma il PCATI.

I due uomini che le avvocate del PCATI hanno incontrato a settembre erano un infermiere di 34 anni arrestato nel dicembre 2023 mentre stava lavorando in un ospedale e un giovane venditore ambulante preso nell’ottobre 2024 mentre attraversava un posto di controllo israeliano.

“Nei casi dei clienti che abbiamo visitato si trattava di civili,” afferma l’avvocata del PCATI Janan Abdu: “L’uomo con cui ho parlato era un diciottenne venditore ambulante di cibo. E’ stato arrestato a un checkpoint su una strada.”

Ben-Gvir ha detto ai mezzi di comunicazione israeliani e a un deputato che Rakefet è stato rimesso in funzione per rinchiudervi Nukhba, cioè i combattenti d’élite di Hamas che hanno perpetrato i massacri del 7 ottobre [2023] in Israele e miliziani delle forze speciali di Hezbollah catturati in Libano.

I politici israeliani hanno affermato che nessun palestinese coinvolto negli attacchi del 2023 è stato rilasciato in base all’accordo di cessate il fuoco che ha consentito che il detenuto adolescente venisse riportato a Gaza. Il Servizio Penitenziario Israeliano (SPI) non ha risposto a domande relative allo status e all’identità di altri prigionieri tenuti a Rakefet, che significa “ciclamino” in ebraico.

Dati riservati israeliani indicano che la maggioranza dei palestinesi arrestati a Gaza durante la guerra erano civili. Nel 2019 la Corte Suprema israeliana ha sentenziato che è lecito trattenere i corpi di palestinesi come merce di scambio per futuri negoziati, e associazioni per i diritti umani l’hanno accusata di fare lo stesso con detenuti vivi di Gaza.

Violenza unica

Le condizioni dei palestinesi sono “intenzionalmente terribili” in tutte le prigioni, afferma Tal Steiner, direttore esecutivo del PCATI. Ex-detenuti e persone ancora in prigione nonché testimoni in incognito dell’esercito israeliano hanno raccontato nei dettagli violazioni sistematiche delle leggi internazionali.

Tuttavia Rakefet infligge una forma unica di violenza. Tenere per mesi e mesi persone sottoterra senza la luce del giorno ha “conseguenze estreme” per il benessere psicologico, afferma Steiner: “É molto difficile non subire conseguenze quando sei tenuto in condizioni talmente oppressive e difficili.”

Ciò pregiudica anche la salute fisica, compromettendo fondamentali funzioni biologiche, dai cicli circadiani necessari per il sonno alla produzione di vitamina D.

Nonostante lavori come avvocato per i diritti umani e abbia visitato prigioni del complesso carcerario di Ramla, a sud-est di Tel Aviv, dove si trova Rakefet, Steiner non aveva mai sentito parlare della prigione sotterranea prima che Ben-Gvir ordinasse di riattivarla.

Venne chiusa prima della fondazione del PCATI, quindi l’associazione di avvocati si è rivolta a vecchi archivi dei media e ai ricordi di Rafael Suissa, il capo dello SPI a metà degli anni ’80 per trovare qualcosa in più riguardo al carcere.

“(Suissa) ha scritto di essere consapevole che rimanere sottoterra in continuazione è troppo crudele, troppo inumano da sopportare per chiunque, indipendentemente da quello che possa aver fatto,” ha affermato Steiner.

Quest’estate agli avvocati del PCATI è stato chiesto di difendere due uomini tenuti nella prigione sotterranea, quindi Abdu e una collega hanno potuto visitarla per la prima volta.

Sono state portate sottoterra da guardie di sicurezza mascherate e pesantemente armate, giù per una rampa di scale sporca in una stanza il cui pavimento era disseminato di resti di insetti morti. Il gabinetto era talmente lurido che di fatto era inutilizzabile.

Telecamere di sorveglianza sulle pareti violavano il diritto legale fondamentale a un colloquio confidenziale, e le guardie hanno avvertito che l’incontro sarebbe stato immediatamente interrotto se avessero parlato delle famiglie dei detenuti o della guerra a Gaza.

“Mi sono chiesta: se le condizioni nella stanza degli avvocati sono così umilianti, non solo personalmente per noi ma anche per la nostra professione, allora qual è la situazione per i prigionieri?” dice Abdu. “La risposta è arrivata subito, quando li abbiamo incontrati.”

I clienti sono stati portati nella stanza bendati, con le guardie che li obbligavano a tenere la testa bassa e sono rimasti con mani e piedi in catene, afferma.

Saja Misherqi Baransi, la seconda avvocata del PCATI presente, dice che i due detenuti erano a Rakefet da nove mesi, e l’infermiere ha iniziato l’incontro chiedendo: “Dove mi trovo e perché sono qui?” Le guardie non gli avevano detto il nome della prigione.

I giudici israeliani che hanno autorizzato la detenzione degli uomini dopo udienze video molto brevi e durante le quali i prigionieri non avevano avvocati e non hanno saputo quali fossero le prove contro di loro, hanno detto loro che sarebbero rimasti lì “fino alla fine della guerra”.

Gli uomini hanno descritto celle senza finestre né ventilazione, che ospitano tre o quattro detenuti e hanno raccontato che spesso gli manca il respiro e si sentono soffocare.

I carcerati hanno detto alle avvocate di aver subito costantemente violenze fisiche compresi pestaggi, aggressioni con cani che portavano museruole di ferro, guardie che calpestavano i prigionieri, oltre alla negazione di cure mediche adeguate e pasti totalmente insufficienti. Questo mese l’Alta Corte israeliana ha sentenziato che lo Stato sta privando i detenuti palestinesi di cibo adeguato.

Viene loro concesso pochissimo tempo fuori dalla cella in un piccolo cortile sotterraneo, a volte solo cinque minuti a giorni alterni. I materassi vengono portati via la mattina presto, in genere verso le 4 del mattino, e riportati solo alla notte tardi, lasciando i detenuti su reti metalliche in celle praticamente senza arredo.

Le loro descrizioni corrispondono alle immagini di una visita ripresa dalla televisione fatta da Ben-Gvir per pubblicizzare la sua decisione di riaprire il carcere sotterraneo. “Questo è l’habitat naturale dei terroristi, sottoterra,” ha detto.

Si è ripetutamente vantato dei maltrattamenti ai danni dei detenuti palestinesi, un discorso che secondo gli ex-ostaggi presi durante gli attacchi del 7 ottobre hanno spinto a un peggioramento dei maltrattamenti da parte di Hamas quando erano in prigionia.

Ciò ha incluso tenere per mesi gli ostaggi in tunnel sotterranei, privarli di cibo, isolarli dalle notizie dei familiari e del mondo esterno, violenze e torture psicologiche, compreso l’ordine di scavare una fossa davanti a una telecamera.

I servizi di spionaggio israeliani hanno avvertito che il trattamento dei detenuti palestinesi mette a rischio gli interessi generali del Paese in materia di sicurezza.

Misherqi Baransi dice che l’infermiere arrestato ha visto per l’ultima volta la luce del giorno il 21 gennaio di quest’anno, quando è stato trasferito a Rakefet dopo un anno passato in altre prigioni, tra cui il famigerato centro militare di Sde Teiman.

Dal giorno del suo arresto l’infermiere, padre di tre figli, non ha avuto notizie della sua famiglia. L’unico frammento di informazioni personali che le avvocate possono condividere con i detenuti di Gaza è il nome del parente che le ha autorizzate a occuparsi del caso.

“Quando gli ho detto: ‘Ho parlato con tua madre e mi ha autorizzata a incontrarmi con te,’ gli ho dato questa piccola cosa, raccontandogli almeno che sua madre è viva,” afferma Misherqi Baransi.

Quando l’altro detenuto ha chiesto ad Abdu se la sua moglie incinta aveva partorito senza problemi la guardia ha interrotto immediatamente la conversazione minacciandolo. Mentre gli agenti portavano via gli uomini lei ha sentito il rumore di un ascensore, il che le ha fatto pensare che le celle sono ancora più in basso.

L’adolescente le ha detto: “Sei la prima persona che ho visto dal mio arresto,” e la sua ultima richiesta è stata: “Per favore, torna a trovarmi.” Le sue avvocate sono state in seguito informate che il 13 ottobre è stato riportato a Gaza.

In un comunicato il SPI ha affermato di “agire in base alla legge e sotto la supervisione di controllori ufficiali” ed ha aggiunto di “non essere responsabile del procedimento giudiziario, della classificazione dei detenuti, della politica di arresti o degli arresti effettuati.”

Il ministero della Giustizia ha trasmesso le domande su Rakefet e sui detenuti all’esercito israeliano. L’esercito le ha trasmesse al SPI.

(traduzione dall’inglese da Amedeo Rossi)




In Israele lo stupro dei prigionieri palestinesi è ammesso. Far trapelare il filmato è tradimento

Lubna Masarwa

3 novembre 2025 – Middle East Eye

La diffusione di un video che mostra l’orrendo stupro a Sde Teiman ha scosso il Paese più del crimine stesso

Quando lo scorso anno è trapelato un video che mostrava soldati israeliani che stupravano un prigioniero palestinese, l’indignazione in Israele è stata immediata, ma non riguardo al crimine.

Al contrario, lo sdegno era rivolto alla fuga di notizie.

La settimana scorsa Yifat Tomer-Yerushalmi si è dimessa da avvocato dell’esercito israeliano dopo la conferma del suo coinvolgimento nella diffusione del filmato della televisione a circuito chiuso dall’interno del famigerato campo di detenzione di Sde Teiman durante la guerra genocida di Israele a Gaza.

Nel filmato si vedono soldati israeliani pesantemente armati afferrare e portare via un prigioniero palestinese bendato e poi circondarlo con scudi antisommossa per nascondere il loro stupro di gruppo.

Il palestinese che, secondo alcune informazioni, da allora è stato rimandato a Gaza, ha subito una ferita all’ano, un trauma intestinale, danni ai polmoni e costole rotte.

Dopo la diffusione del video Tomer-Yerushalmi, che ha speso tutta la sua carriera nella difesa dell’esercito israeliano, si è trovata ad essere perseguitata da politici di destra.

Il Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha criticato l’avvocatessa affermando che ha agito contro soldati israeliani e “con la fuga di notizie ha alimentato calunnie sanguinose contro lo Stato di Israele”.

Intanto i soldati accusati dello stupro hanno tenuto una conferenza stampa chiedendo un risarcimento per “il danno alla propria immagine”.

Resa dei conti morale

In un Paese che si vanta costantemente di rispettare lo stato di diritto, questo episodio avrebbe dovuto scatenare una rivalsa morale. Invece ha rivelato quanto profonda sia la disumanizzazione dei palestinesi e quanto siano diventate normali la violenza sessuale e la tortura all’interno delle strutture detentive israeliane.

Nella loro conferenza stampa davanti all’Alta Corte i quattro soldati accusati dello stupro di gruppo si sono vantati di essere ancora liberi.

Con indosso dei passamontagna, in un evidente tentativo di evitare di essere perseguiti presso la Corte Penale Internazionale, hanno dichiarato: “Vinceremo”.

Avete cercato di spezzarci, ma avete dimenticato una cosa: noi siamo la Forza 100”, hanno detto, riferendosi alla loro unità antiterrorismo.

Non si vergognavano, erano baldanzosi. Il messaggio era inequivocabile: in Israele ogni stupro può essere riproposto come gesto eroico quando la vittima è palestinese.

Intanto la leadership del Paese ha serrato i ranghi intorno agli esecutori.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha rifiutato di denunciare l’aggressione. Ha invece definito la fuga di notizie “forse il più grave attacco propagandistico che lo Stato di Israele abbia subito dalla sua fondazione.”

La sua preoccupazione era per l’immagine di Israele, non per l’uomo brutalizzato sullo schermo.

Questa inversione morale non è una falla isolata. Un recente rapporto dell’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem, intitolato “Benvenuti all’inferno”,[vedi Zeitun,rdr] ha documentato gli stupri sistematici sui detenuti palestinesi durante la guerra di Israele nell’enclave (di Gaza).

Cinquantacinque ex prigionieri hanno descritto percosse, privazione del sonno e violenza sessuale. Fadi Baker, di 25 anni, ha raccontato che i soldati lo hanno bruciato con le sigarette e gli hanno messo ai genitali delle pinze a cui erano legati oggetti pesanti. Poi è stato lasciato nudo in una cella gelata per due giorni, con musica assordante.

L’Ufficio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite ha riferito la morte di decine di palestinesi sotto detenzione israeliana dall’inizio della guerra nell’ottobre 2023.

Sistema di impunità

Queste testimonianze descrivono il quadro di un sistema detentivo governato dall’impunità. Anche quando emergono le prove – come è successo l’anno scorso nel carcere di Sde Teiman, quando sono stati arrestati dei soldati per stupro – i politici si affrettano a difendere gli accusati.

Membri di estrema destra del parlamento hanno invaso infuriati le basi militari, minacciato gli accusatori ed accusato gli organi giuridici dell’esercito di “tradire” la nazione.

I social media sono stati sommersi da richieste di “bruciare” e “lapidare” i funzionari che indagano sui soldati.

Da quando Israele ha scatenato l’attacco a Gaza gli abusi sessuali e la tortura dei palestinesi sono diventati incontrollati in tutti i territori occupati, come hanno ripetutamente documentato le Nazioni Unite e le associazioni per i diritti umani.

La pretesa che l’esercito israeliano sia “un esercito morale” – se non l’ “esercito più morale del mondo” – si è rivelata essere solo un altro tentativo delle pubbliche relazioni di coprire i crimini di Israele contro il popolo palestinese.

In Israele la divulgazione del video ha scosso gli israeliani più del crimine stesso.

Ha mostrato quanto Israele abbia perso la sua capacità di sdegno morale quando le vittime sono palestinesi.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Lubna Masarwa è giornalista e capo dell’ufficio di Middle East Eye per Palestina e Israele. Vive a Gerusalemme.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Il prigioniero palestinese Abu Shanab afferma che le autorità israeliane hanno abusato dei detenuti fino agli ultimi momenti prima del rilascio

Redazione di MEMO

14 ottobre 2025 – Middle East Monitor

Lunedì il prigioniero palestinese Kamal Abu Shanab ha affermato che le autorità israeliane hanno continuato a maltrattare i detenuti fino all’ultimo momento prima del loro rilascio, descrivendo abusi generalizzati e condizioni disumane nelle prigioni israeliane.

Abu Shanab di 58 anni è stato rilasciato lunedì come parte della prima fase dell’accordo sul cessate il fuoco che è cominciato venerdì scorso, secondo un piano che sarebbe stato mediato con il coinvolgimento degli Stati Uniti.

Parlando all’agenzia Anadolu, Abu Shanab, un abitante di Tulkarem, nella Cisgiordania occupata settentrionale, ha affermato: “La situazione nelle prigioni è molto difficile – torture, oppressione, umiliazione e paura. Ai prigionieri palestinesi succede di tutto. La situazione è indescrivibile.”

Ha mostrato i segni sui polsi e le caviglie, dicendo che il servizio penitenziario israeliano ha mantenuto i detenuti destinati al rilascio “ammanettati e incatenati sulla ghiaia per più di sei ore.”

Abu Shanab, che è stato imprigionato per 15 anni di una condanna all’ergastolo, ha ricordato che i soldati hanno espresso incredulità per la capacità di resistenza dei prigionieri: “Essi hanno detto ‘Come possono sopportare questo? Che tipo di forza hanno?’”

Ha aggiunto che i prigionieri sono stati “soggetti a umiliazioni e torture” e che “tutto è stato fatto per spezzare la loro resistenza.”

Molti ex-detenuti hanno anche affermato all’agenzia Anadolu che le condizioni nelle prigioni israeliane sono chiaramente peggiorate dall’inizio della campagna militare israeliana contro Gaza il 7 ottobre 2023, citando racconti di tortura, fame e negazione delle cure mediche.

Secondo organizzazioni per i diritti umani palestinesi e israeliane più di 10.000 palestinesi – inclusi minori e donne – rimangono nelle prigioni israeliane, molti dei quali presumibilmente subiscono trattamenti crudeli e privazioni.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Un carcerato in detenzione amministrativa muore in un ospedale israeliano

Ali Salam

1 luglio 2025 – International Middle East Media Center (IMEMC)

Lunedì un palestinese di 22 anni è morto in un ospedale israeliano mentre era detenuto in una prigione israeliana. Questo fatto porta a 73 il numero di detenuti che sono morti mentre erano incarcerati da Israele dal 7 ottobre 2023.

L’Autorità Palestinese per gli Affari Civili, la Commissione per gli Affari dei Detenuti e degli Ex-Detenuti e la Società per i Prigionieri Palestinesi (PPS) hanno riferito che Louay Faisal Muhammad Nasrallah di 22 anni, sottoposto a detenzione amministrativa [cioè senza accuse né processo, ndt.], è morto nell’ospedale Soroka, in Israele.

I gruppi di difesa dei prigionieri hanno aggiunto che Nasrallah, 22 anni, abitante della città di Jenin, nel nord della Cisgiordania, era trattenuto nella prigione del Negev sotto detenzione amministrativa dal 26 marzo 2024.

Il PPS e la Commissione per gli Affari dei Detenuti e degli Ex-Detenuti hanno riferito che, secondo la sua famiglia, Nasrallah non aveva problemi di salute prima del suo arresto a marzo del 2024.

I gruppi di difesa hanno dichiarato che dall’inizio dell’attacco militare israeliano contro la Striscia di Gaza assediata il 7 ottobre 2023, il numero di prigionieri palestinesi che sono morti nelle prigioni dell’occupazione è salito a 73.

Le stesse fonti hanno aggiunto che dall’occupazione della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, a giugno del 1967, il numero di palestinesi che sono morti nelle prigioni israeliane è salito a 310.

Il PPS e la Commissione per gli Affari dei Detenuti e degli Ex- Detenuti hanno riferito che il sistema carcerario israeliano ha intensificato la sua politica di torture, incluse aggressioni fisiche e molestie sessuali, mancanza di cure mediche e di cibo.

Le associazioni hanno fatto appello alla comunità internazionale perché consideri l’occupazione israeliana responsabile per i suoi crimini contro la popolazione palestinese, imponendo sanzioni e facendo terminare l’inaudita impunità israeliana.

La dichiarazione del PPS chiede alle Nazioni Unite e al Consiglio per i diritti umani di tenere una sessione di emergenza per discutere del crimine israeliano di “esecuzione dentro le prigioni israeliane.

Si appella anche al procuratore della Corte Penale Internazionale affinché includa queste violazioni dei diritti umani nel fascicolo dei crimini di guerra e genocidio.

La dichiarazione aggiunge che il PPS ha esortato tutte le organizzazioni per i diritti umani a chiedere una inchiesta internazionale indipendente che entri nelle prigioni israeliane per scoprire la verità.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Percosse brutali, malattie, fame: i miei amici palestinesi in Cisgiordania che hanno scontato la pena nelle prigioni israeliane dalla fine del 2023 sono tornati con racconti spaventosi di quella che può essere definita solo tortura sistematica

Jonathan Pollak

19 gennaio 2025 – Haaretz

Quando sono tornato in Cisgiordania l’anno scorso, dopo un lungo periodo di prigionia e arresti domiciliari in seguito al mio arresto durante una manifestazione nel villaggio di Beita, la Cisgiordania era molto diversa da come l’avevo conosciuta in precedenza. Uccisioni di civili, attacchi da parte di coloni che operavano di concerto con l’esercito, arresti su larga scala. Paura e terrore a ogni angolo. E silenzio, un silenzio inquietante e cupo.

Ancora prima della mia liberazione, avevo iniziato a rendermi conto che qualcosa di fondamentale era cambiato. Pochi giorni dopo il 7 ottobre 2023 Ibrahim al-Wadi, un mio amico del villaggio di Qusra, è stato assassinato dai coloni insieme a suo figlio Ahmed. Sono stati uccisi a colpi di arma da fuoco mentre partecipavano al funerale di altri quattro palestinesi, uccisi il giorno prima: tre da coloni che avevano fatto irruzione nel villaggio, il quarto da soldati che li accompagnavano.

Ho presto capito che stava accadendo qualcosa di orribile nelle prigioni dove sono rinchiusi i detenuti politici palestinesi. Nell’ultimo anno, mentre io riconquistavo la mia libertà, innumerevoli palestinesi, tra cui molti miei amici e conoscenti, sono stati arrestati da Israele. Quando alcuni di loro hanno iniziato a essere rilasciati e a tornare nel mondo esterno hanno raccontato storie che dipingevano un quadro raccapricciante di torture sistematiche.

I pestaggi brutali sono un tema ricorrente in ogni storia. Avvengono durante l’appello, durante le perquisizioni delle celle, ogni volta che i detenuti vengono trasferiti da un luogo all’altro. Nell’ultimo anno le udienze in tribunale si sono svolte per lo più in videoconferenza con le prigioni, senza che gli imputati fossero fisicamente portati in aula. Ma la situazione è così grave che alcuni prigionieri hanno chiesto ai loro avvocati che le udienze venissero svolte in loro assenza perché persino il tragitto dalla cella alla stanza dove è installata la telecamera è una Via Crucis di abusi fisici e umiliazioni.

Nessuna delle storie che seguono rivela qualcosa di sconosciuto. Ogni dettaglio, fino al più minuto, riempie già volumi e volumi nei rapporti delle organizzazioni per i diritti umani. Ma ciò che ho da raccontare non sono testimonianze contenute in un rapporto, bensì il frutto di conversazioni intime e spontanee con persone che conosco e che sono sopravvissute all’inferno. Nessuno di loro è più la persona che era prima. Quello che ho sentito dai miei amici è il destino di molte migliaia di altri, ed è raccontato con modifica dei nomi e omissione dei dati personali per paura di rappresaglie, un timore che è emerso in ogni conversazione.

Pestaggi e sangue

Sono andato a trovare Malek qualche giorno dopo il suo rilascio. Un cancello giallo e una torre di guardia bloccavano la strada che in passato conduceva dall’autostrada al villaggio. La maggior parte delle altre strade di accesso, attraverso i villaggi vicini, è bloccata in modo simile. È rimasta aperta solo una strada tortuosa, che passa vicino alla chiesa bizantina che Israele ha fatto saltare in aria nel 2002. Per anni questo villaggio è stato come una seconda casa per me, e questa è stata la prima volta che ci sono tornato dopo la mia liberazione.

Malek è rimasto in custodia per 18 giorni. È stato interrogato tre volte e ogni volta le domande riguardavano questioni del tutto banali. Già allora era certo che sarebbe stato posto in detenzione amministrativa – senza accuse né processo, senza prove, sotto un manto di sospetti misteriosi sconosciuti persino a lui e al suo avvocato – una misura che può essere prorogata indefinitamente. Dopotutto questo è il destino della maggior parte dei palestinesi arrestati in questi giorni.

Dopo il suo primo interrogatorio è stato incarcerato nel famigerato Russian Compound, nel centro di Gerusalemme. Durante il giorno le guardie toglievano i materassi e le coperte dalle celle per riportarli solo la sera, umidi e a volte completamente fradici. Malek paragona le fredde notti dell’inverno di Gerusalemme a frecce che gli trafiggevano la carne fino alle ossa degli arti. Ha descritto il modo in cui veniva picchiato, come gli altri detenuti, ad ogni occasione. Ogni appello, ogni perquisizione, ogni spostamento da un luogo all’altro, ogni occasione era un’opportunità per pestaggi e umiliazioni.

“Una volta, durante l’appello mattutino”, mi ha raccontato, “eravamo tutti in ginocchio con la faccia rivolta verso i letti. Una delle guardie mi ha afferrato da dietro, mi ha ammanettato mani e gambe e mi ha sbraitato in ebraico: ‘Vieni a fare un giro’. Mi ha preso per le manette da dietro la schiena e mi ha condotto, piegato, attraverso il passaggio accanto alle celle. Per uscire dalla sezione c’è una piccola stanza che devi attraversare, tra due porte, ciascuna delle quali ha una finestrella.”

So esattamente di quale stanza sta parlando: ci sono passato anch’io decine di volte. È un passaggio di sicurezza in cui si può aprire solo una porta alla volta.

“Così siamo arrivati,” ha continuato Malek, “e mi hanno messo contro la porta, con la faccia rivolta alla finestrella. Ho guardato dentro e ho visto che il pavimento era completamente ricoperto di sangue rappreso. Ho sentito la paura attraversare il mio corpo come elettricità. Sapevo esattamente cosa stava per succedere. Quando hanno aperto la porta, uno è entrato e si è messo accanto alla finestrella più lontana, l’ha bloccata e l’altro mi ha gettato dentro sul pavimento.

“Mi hanno preso a calci. Ho cercato di proteggere la testa, ma ero ammanettato, quindi non avevo davvero modo di farlo. I colpi erano brutali. Ho davvero pensato che mi avrebbero ucciso. Non so quanto è durato. A un certo punto mi sono ricordato che la sera prima qualcuno mi aveva detto: “Quando ti colpiscono, urla a squarciagola. Cosa te ne frega? Non può andare peggio, e forse qualcuno sentirà e verrà ad aiutarti”. Così ho iniziato a urlare davvero e in effetti qualcuno è arrivato. Non capisco l’ebraico, ma c’è stato uno scambio di battute tra i due. Poi se ne sono andati e lui mi ha portato fuori da lì. Sanguinavo dalla bocca e dal naso.”

Anche Khaled, uno dei miei amici più cari, ha subito violenze da parte delle guardie. Quando è uscito di prigione dopo otto mesi di detenzione amministrativa suo figlio non lo ha riconosciuto da lontano. Il tragitto tra la prigione di Ofer e il checkpoint di Beitunia, dove è stato prelevato, una distanza di poche centinaia di metri, l’ha percorso correndo. In seguito ha raccontato che non gli era stato detto che la sua detenzione amministrativa era terminata e aveva paura che il suo rilascio fosse stato un errore e che sarebbe stato immediatamente arrestato di nuovo. Anche questo era già successo a qualcuno che condivideva la cella con lui.

Nella foto che suo figlio mi ha inviato pochi minuti dopo essersi incontrati Khaled sembrava l’ombra di una persona. Segni di violenza segnavano tutto il suo corpo: le spalle, le braccia, la schiena, il viso, le gambe. Quando sono andato a trovarlo quella sera si è alzato per abbracciarmi ma quando l’ho stretto al petto ha emesso un gemito di dolore. Pochi giorni dopo gli esami hanno mostrato un edema attorno alla spina dorsale e una frattura delle costole consolidata.

Ho ascoltato altre testimonianze da parte di Nazar, che era in detenzione amministrativa già prima del 7 ottobre e da allora era passato attraverso diverse prigioni, tra cui la struttura di Megiddo. Una sera le guardie sono entrate nella cella adiacente e Nazar ha sentito dei colpi e delle grida di dolore. Dopo un po’ le guardie hanno preso un detenuto da quella cella e lo hanno gettato in una cella di isolamento. Per tutta la notte, e anche il giorno seguente, si è lamentato per il continuo dolore urlando “la mia pancia” e chiedendo aiuto. Nessuno è venuto in suo soccorso. Ha continuato la sera successiva. Verso la mattina i lamenti sono cessati.

Il giorno dopo, con l’arrivo di un medico per il giro di controllo nell’ala, hanno capito dal trambusto e dalle urla delle guardie che il detenuto era morto. Nazar non ha ancora idea di chi fosse. Dopo il rilascio è venuto a sapere che durante il periodo della sua prigionia nel carcere di Megiddo quel detenuto non era stato il solo a perdervi la vita.

Tawfiq, liberato quest’inverno dalla prigione di Gilboa, mi ha raccontato che durante un’ispezione dell’ala da parte degli ufficiali della prigione un detenuto si è lamentato del fatto che ai prigionieri non era permesso uscire nel cortile, al che uno degli ufficiali ha risposto: “Volete passare del tempo in cortile? Ringraziate di non trovarvi nei tunnel di Hamas a Gaza”.

Dopo di che per le due settimane successive i detenuti sono stati portati nel cortile e costretti a sdraiarsi sul terreno freddo per due ore, anche quando pioveva. Mentre giacevano lì, le guardie andavano in giro con i cani. A volte i cani passavano tra i detenuti, altre volte camminavano sopra di loro, calpestandoli.

Secondo Tawfiq ogni incontro di un detenuto con il suo avvocato esigeva un prezzo. “Sapevo ogni volta che la via del ritorno, tra la sala visite e l’ala, avrebbe comportato l’aggiunta di almeno tre lividi. Ma non mi sono mai rifiutato di andarci. Eri in una prigione a cinque stelle”, mi ha detto. “Non hai idea di cosa significhi essere in 12 in una cella già strapiena quando ce n’erano solo sei. Non mi importava minimamente cosa mi avrebbero fatto. Solo vedere qualcun altro che avrebbe parlato con te come con un essere umano, vedere magari qualcuno nel corridoio lungo il percorso, questo mi appagava di tutto”.

Munther Amira, l’unica persona ad apparire qui con il suo vero nome, è stato rilasciato inaspettatamente prima della fine programmata della sua detenzione amministrativa. A tutt’oggi nessuno sa perché. Contrariamente a molti altri che erano stati ammoniti di non parlare di ciò che avevano subito in prigione e che ancora temono ritorsioni, non appena è stato rilasciato Amira si è presentato davanti a una telecamera e ha parlato apertamente del disastro nelle prigioni, definendole “cimiteri per i vivi”.

Mi ha raccontato che una notte un’unità di primo soccorso con due cani ha fatto irruzione nella loro cella nella prigione di Ofer. Hanno costretto i detenuti a spogliarsi fino alle mutande e di sdraiarsi sul pavimento, quindi hanno ordinato ai cani di annusare il corpo e il viso dei detenuti. Dopodiché hanno ordinato ai prigionieri di vestirsi, li hanno portati nelle docce e li hanno infradiciati di acqua fredda con addosso i vestiti.

In un’altra occasione ha provato a chiedere aiuto dopo che un detenuto aveva tentato di uccidersi. La punizione per la richiesta d’aiuto è stata un’altra retata da parte dei paramedici. Questa volta tutti nella cella sono stati costretti a sdraiarsi uno sopra l’altro e sono stati percossi con i manganelli. A un certo punto una delle guardie ha allargato loro le gambe e li ha colpiti sui testicoli con una mazza.

Fame e malattie

Durante i suoi tre mesi di detenzione Munther ha perso 33 chili. Non so quanto peso abbia perso Khaled, è stato sempre magro, ma nella fotografia inviatami ho visto uno scheletro. In seguito nel soggiorno della sua casa la luce della lampada a soffitto rivelava due profonde cavità dove prima c’erano le guance. Gli occhi erano cerchiati di rosso, come quelli di chi non dorme da settimane. La pelle flaccida che pendeva dalle braccia sottili sembrava appiccicata in maniera artificiale, come un involucro di cellophane. Gli esami del sangue di entrambi gli uomini mostravano gravi carenze.

Tutti coloro con cui ho parlato, indipendentemente dalla prigione in cui erano stati, hanno descritto quasi esattamente la stessa dieta, anche se occasionalmente interveniva un aggiornamento o, più precisamente, un declassamento. L’ultima versione che ho sentito, dalla prigione di Ofer, era: colazione: 1,5 confezioni di formaggio per una cella da 12 detenuti, tre fette di pane a persona, da due a tre verdure, di solito un pomodoro o un cetriolo, per cella. Ogni quattro giorni, 250 grammi di marmellata per cella.

Per pranzo, a persona: una piccola tazza di plastica usa e getta riempita di riso, due cucchiaini di lenticchie, un po’ di verdura, tre fette di pane. Per cena: due cucchiaini (non cucchiai) di hummus e tahini, un po’ di verdura e tre fette di pane a persona. Ogni tanto un’altra tazza di riso, a volte un’unica polpetta di falafel o un uovo, che di solito aveva un odore piuttosto nauseabondo, a volte con puntini rossi, a volte blu. Tutto qui.

Nazar ha detto a riguardo: “Non è solo la quantità. Ciò che portano non è adatto al consumo umano. Il riso è cotto solo a metà, quasi tutto è andato a male. E sai, ci sono anche dei ragazzini lì, che non sono mai stati in prigione prima. Abbiamo cercato di prenderci cura di loro, di dare loro un po’ del nostro cibo andato a male. Ma se dai via un po’ del tuo cibo, anche una goccia, è come se ti stessi suicidando. Ora c’è una carestia nelle prigioni, e non è dovuta a un disastro naturale, è la politica del servizio carcerario israeliano”.

Ultimamente la fame è persino aumentata. A causa del sovraffollamento il servizio carcerario sta trovando il modo di rendere le sezioni ancora più anguste. Gli spazi pubblici, come il commissariato, o qualsiasi altro luogo l’amministrazione carceraria potesse rivendicare come propria, si sono trasformati in altre celle. Il numero di detenuti nei reparti, già prima stipati al massimo, è solo aumentato. Ci sono sezioni che hanno ospitato 50 detenuti in più, ma senza nessun alimento aggiuntivo per loro. Quindi non c’è da stupirsi che i detenuti perdano un terzo o anche di più del loro peso corporeo nel giro di pochi mesi.

Nelle prigioni il cibo non è l’unica cosa a scarseggiare. Ai detenuti è proibito, ad esempio, possedere qualsiasi cosa che non sia un set di vestiti. Una maglietta, un paio di mutande, un paio di calzini, un paio di pantaloni, una felpa. Tutto qui. Per l’intera durata della loro detenzione. Ricordo che una volta, quando l’avvocato di Munther, Riham Nasra, è andato a trovarlo, lui è arrivato scalzo in sala visite. Era inverno e a Ofer faceva un freddo gelido. Quando gli ha chiesto perché fosse a piedi nudi lui ha risposto solo: “Non ce ne sono”.

Secondo una dichiarazione del tribunale rilasciata dallo stesso servizio carcerario circa un quarto di tutti i prigionieri palestinesi soffre di scabbia (una malattia della pelle contagiosa e pruriginosa). Al momento della liberazione di Nazar la pelle era già in fase di guarigione. Le lesioni non sanguinavano più ma le croste gli coprivano ancora gran parte del corpo.

“L’odore nella cella è qualcosa che le parole non possono descrivere. È come una puzza di putrefatto, ci siamo seduti lì e siamo marciti: la nostra pelle, la nostra carne. Non siamo esseri umani lì, siamo carne in putrefazione”, ha detto. “Ma come potrebbe essere altrimenti? L’acqua di solito manca del tutto, è disponibile solo un’ora al giorno, e a volte non abbiamo avuto acqua calda per giorni. Ci sono state settimane intere in cui non mi sono fatto la doccia. C’è voluto più di un mese per avere del sapone. Ci sediamo lì, con gli stessi vestiti, perché nessuno ha un cambio di vestiti, e sono coperti di sangue e pus, e c’è un tanfo, non di rifiuti, ma di morte. I nostri vestiti erano infradiciati dai corpi in putrefazione”.

Tawfiq racconta che “c’era solo un’ora di acqua corrente al giorno. Non solo nella doccia, ovunque, compresi i gabinetti. Quindi in quell’ora 12 persone nella cella dovevano fare tutto ciò che richiedeva acqua, incluso fare i propri bisogni. Ovviamente è impossibile. E inoltre, poiché quasi tutto il cibo era andato a male, la maggior parte di noi aveva sempre disturbi di stomaco. Puoi immaginare da solo quanto puzzasse la nostra cella”.

In queste condizioni lo stato fisico dei detenuti inevitabilmente peggiora. Una perdita di peso così rapida, ad esempio, porta il corpo a consumare il tessuto muscolare. Quando Munther è stato rilasciato, ha raccontato a sua moglie Sanaa, un’infermiera, che era così sporco mentre era dentro che il sudore aveva macchiato i suoi vestiti di arancione. Lei lo ha guardato e gli ha chiesto: “E l’urina?” Al che lui ha risposto: “Ho anche urinato sangue.” “Ya ahbal!” gli ha urlato – “Idiota! Non era sporcizia, era il tuo corpo che espelleva i muscoli che aveva consumato per sopravvivere.”

Gli esami del sangue di quasi tutti quelli che conosco hanno rivelato che soffrivano di malnutrizione e di gravi carenze di ferro, oltre che di altri minerali e vitamine essenziali. Ma anche le cure mediche erano un lusso. Cosa accade oggi nelle infermerie delle prigioni va oltre la mia comprensione, ma dal punto di vista dei detenuti è come se non esistessero. Per coloro che stavano ricevendo trattamenti continuativi le cure sono semplicemente state interrotte. Di tanto in tanto un paramedico fa il giro della prigione ma non viene somministrato alcun trattamento e la “visita” non è altro che una conversazione attraverso la porta della cella. A volte può passare una settimana o più senza che si presenti un paramedico.

Nella migliore delle ipotesi la risposta medica è il paracetamolo e nella maggior parte dei casi è più simile a un’istruzione di “bere acqua”. Naturalmente non ce n’è abbastanza nelle celle perché per la maggior parte del giorno manca l’acqua corrente.

Stupro e aggressioni sessuali sono citati quasi esclusivamente come voci, come qualcosa che è successo ad altri. L’unico che me ne ha parlato esplicitamente è stato Burhan. Era nella prigione di Ketziot, nel Negev, e c’è stato un raid nella sua ala. Le guardie li hanno fatti uscire dalla cella uno ad uno dopo averli ammanettati con fascette di plastica. Mentre aspettava il suo turno ha sentito suppliche di aiuto e grida di dolore, insieme a imprecazioni da parte delle guardie.

Giunto il suo turno è stato condotto in un’area comune dell’ala. Lì ha visto i detenuti che erano stati fatti uscire dalla cella prima di lui sdraiati sul pavimento uno sopra l’altro, nudi e sanguinanti. Una guardia lo ha spogliato, gli ha bendato gli occhi e poi, con calci, imprecazioni e minacce, lo ha spinto a terra. Li hanno pestati, racconta, mentre giacevano lì, nudi e senza poter vedere, mentre i cani camminavano intorno a loro e annusavano i loro corpi.

A un certo punto ha sentito un dolore terribile al retto mentre un oggetto di qualche tipo veniva spinto dentro di lui. Non sa, o non vuole dire, per quanto tempo sia andato avanti, in che modo esattamente, o se anche altri siano stati aggrediti. Tornato in cella, sono rimasti tutti semplicemente seduti a fissare il vuoto. Nessuno ha detto una parola. Racconta però che per un po’ di tempo è stato difficile camminare, in parte a causa delle percosse, e che per una settimana dopo lincidente ha trovato sangue nelle feci e nelle urine. Ricevere cure mediche non era un’opzione.

Mentre i resoconti di stupro sono tabù e raramente citati, l’umiliazione sessuale è evidente per tutti: sui social media sono stati pubblicati video di detenuti condotti completamente nudi dal personale del servizio carcerario. Ciò poteva essere documentato solo dalle guardie stesse, orgogliose delle loro azioni. L’uso di una perquisizione corporea come opportunità per perpetrare un’aggressione sessuale, solitamente tramite un colpo all’inguine con la mano o con il magnetometro, è un’esperienza quasi standard, che viene menzionata regolarmente dai detenuti che hanno scontato la pena in varie prigioni.

Essendo un uomo, naturalmente non ho sentito nulla di prima mano riguardo alle violenze sessuali sulle donne. Ma quello che ho sentito più volte è che c’è una carenza di prodotti per ligiene mestruale e che il ciclo viene usato come strumento di umiliazione. Dopo le prime percosse subite il giorno del suo arresto Munira è stata portata nella prigione di Hasharon, nel centro di Israele. Tutti vengono sottoposti a una perquisizione corporale allingresso del carcere ma la perquisizione integrale non è la norma: secondo i regolamenti del servizio carcerario essa richiede un sospetto ragionevole che il detenuto nasconda un oggetto proibito e l’autorizzazione dellufficiale responsabile.

Tuttavia durante la perquisizione integrale a cui Munira è stata sottoposta non era presente alcun ufficiale di grado elevato e certamente non è stata autorizzata nessuna procedura sulla base di un ragionevole sospetto. È stata spinta da due guardie di sesso femminile nella piccola stanza usata per i controlli di sicurezza, dove ha dovuto togliersi i vestiti, compresi mutandine e reggiseno, e inginocchiarsi. Dopo averla lasciata sola per qualche minuto una guardia è tornata, l’ha percossa e se ne è andata. Alla fine le hanno gettato addosso i vestiti e ha potuto vestirsi.

Il giorno dopo era il primo giorno del ciclo. Ha ricevuto un assorbente e ha dovuto arrangiarsi per tutta la durata. Lo stesso valeva per le altre. Al rilascio soffriva di infezione e grave infiammazione delle vie urinarie.

Epilogo

Sde Teiman, un campo di prigionia dell’esercito vicino al confine di Gaza, era chiaramente il posto peggiore in cui essere incarcerati e presumibilmente è per questo che è stato chiuso e trasformato in un centro di detenzione temporaneo. In effetti è difficile pensare alle descrizioni di orrori e atrocità che sono emerse da quel recinto di tortura senza immaginare che fosse stato progettato per fungere da centro del nono girone dell’inferno. Ma non è un caso che lo Stato abbia accettato di trasferire i detenuti di quel carcere in altri luoghi, principalmente Ketziot e Ofer, che non sono molto migliori.

Sde Teiman o no, Israele sta tenendo migliaia di palestinesi in recinti di tortura; dal 7 ottobre almeno 68 sono stati uccisi. Di questi, quattro detenuti sono morti solo dall’inizio di dicembre. Uno, Mohammed Walid Ali, 45 anni, del campo profughi di Nur Shams, vicino a Tul Karm in Cisgiordania, è stato ucciso solo una settimana dopo essere stato preso in custodia.

Tutte le forme di tortura – fame, umiliazione, violenza sessuale, percosse, uccisioni e costrizione a vivere in celle sovraffollate – non sono semplicemente azioni casuali. Considerate nel loro insieme, come dovrebbero, costituiscono la politica israeliana.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Un rapporto rivela che i soldati israeliani commettono sistematicamente violenze sui palestinesi a Hebron

Oren Ziv

9 dicembre 2024 – +972magazine

Frustati con una cintura, colpiti all’inguine, minacciati di stupro: i palestinesi riferiscono uno schema ricorrente di attacchi arbitrari nella città della Cisgiordania quest’anno.

Arresti casuali, violenza e umiliazione da parte di soldati israeliani senza motivo: questa negli ultimi mesi è la vita quotidiana dei palestinesi nella città di Hebron, nella Cisgiordania occupata, secondo le testimonianze raccolte dall’organizzazione per i diritti umani B’Tselem e pubblicate la scorsa settimana in un nuovo rapporto.

Mentre la maggior parte della resistenza armata in Cisgiordania è concentrata nelle città settentrionali di Jenin, Tulkarem e Nablus, i soldati israeliani sembrano aver deciso che, dopo il 7 ottobre, tutti i palestinesi siano sostenitori di Hamas, e nessuno innocente.

“Sembra che i palestinesi residenti a Hebron possano in ogni momento essere fatti vittime di violenze brutali, inflitte loro mentre sbrigano le loro faccende quotidiane”, spiega il rapporto. “Queste vittime sono state scelte casualmente, senza alcun rapporto con le loro azioni”.

Nessuno dei 25 palestinesi che hanno rilasciato la propria testimonianza a B’Tselem aveva preso parte ad azioni violente, né si era unito a proteste non-violente. Soltanto due tra di loro erano stati effettivamente arrestati e portati via, in strutture militari, ed entrambi sono stati in seguito rilasciati senza che alcuna accusa venisse formulata. Gli altri 23 sono stati liberati dopo che le violenze sono terminate.

In diversi casi i soldati hanno ispezionato i cellulari dei palestinesi alla ricerca di “prove” del loro sostegno ad Hamas: “Un’immagine ‘sospetta’ o segni di aver seguito aggiornamenti su Gaza … sono stati sufficienti a giustificare il trasferimento a una delle postazioni militari disseminate in tutta Hebron e ore di violenze fisiche e mentali, sotto la minaccia delle armi, ammanettati e bendati” osserva il rapporto.

Con più di 200.000 residenti, Hebron è la città palestinese più popolosa in Cisgiordania nonché l’unica che ospita al suo interno coloni israeliani: circa 900 coloni vivono sotto la protezione di circa 1.000 soldati israeliani.

L’incremento nelle vessazioni e violenze contro i palestinesi a Hebron non è un fenomeno isolato. Dal 7 ottobre in Cisgiordania l’esercito israeliano ha ucciso più di 730 palestinesi, in parte a causa del significativo ricorso alle forze aeree nella zona per la prima volta dalla fine della Seconda Intifada, circa 20 anni fa. Contemporaneamente i coloni israeliani con l’aiuto dell’esercito hanno sottoposto a pulizia etnica più di 50 comunità rurali palestinesi.

I fatti oggetto dell’indagine dei ricercatori di B’Tselem hanno avuto luogo nella zona centrale di Hebron tra maggio e agosto di quest’anno. Quasi tutte le vittime sono giovani uomini. Il gran numero di testimonianze, la presenza di diversi soldati nella maggior parte degli episodi e il fatto che essi abbiano a volte avuto luogo all’interno di strutture militari sono tutti fattori che suggeriscono che gli arresti casuali e la violenza possano essere la politica non ufficiale dell’esercito nella città.

Il soldato ha chiesto se mi piacesse Hamas e poi mi ha colpito ai testicoli’

Hisham Abu Is’ifan, 54 anni, sei figli, residente nel quartiere Wadi Al-Hassin di Hebron, stava andando a svolgere il suo lavoro di impiegato presso il Ministero dell’Istruzione quando è stato fermato e attaccato dai soldati il 12 giugno.

“[Un soldato] si è avvicinato e mi ha spinto, poi mi ha ordinato di dargli la mia carta d’identità e il telefono”, testimonia Abu Is’ifan a B’Tselem. “Prima che potessi dargli il telefono, mi ha afferrato per la nuca e mi ha spinto a terra. La schiena mi faceva molto male e ho urlato… Poiché continuavo a urlare per il dolore, il soldato si è seduto su di me schiacciandomi il petto con le ginocchia fino a quando ho sentito di non poter più respirare per il dolore”.

Yasser Abu Markhiyeh, 52 anni, 4 figli, residente nel quartiere di Tel Rumeida, è stato sottoposto a violenze a un posto di blocco a Hebron il 14 di luglio a causa di ciò che i soldati hanno trovato sul suo cellulare. “Quando l’ho raggiunto, [il soldato] mi ha ordinato di dargli la mia carta d’identità”, racconta. “L’ho fatto, e lui mi ha detto di sbloccare il telefono e darglielo. L’ho sentito parlare con qualcuno via radio e fare il mio nome.

Dopo circa cinque minuti, quattro soldati sono arrivati al posto di blocco”, continua Abu Markhiyeh. “Uno di loro mi ha parlato in arabo e mi ha accusato di aver contattato Al Jazeera e calunniato l’esercito israeliano. Gli ho risposto che tre settimane prima io avevo in effetti riferito ad Al Jazeera di essere stato attaccato dai soldati il 22 di giugno… Allora mi ha legato le mani dietro la schiena con fascette serracavi, stringendole molto. Due soldati mi hanno assalito e hanno cominciato a picchiarmi, anche ai testicoli, per diversi minuti”.

Mahmoud ‘Alaa Ghanem, un diciottenne che vive nella città di Dura, nel distretto di Hebron è stato attaccato dai soldati a Hebron l’8 luglio. Come per Abu Markhiyeh, anche il suo cellulare è stato ispezionato dai soldati. Quando hanno aperto l’account Instagram di Ghanem hanno trovato un meme raffigurante un soldato israeliano intento a salvare bambini il 7 ottobre con la scritta “Photoshop”, una derisione dell’evidente incapacità dell’esercito di contrastare l’attacco di Hamas quel giorno.

“Mi ha chiesto di quell’immagine, e io ho detto che era solo un’immagine”, riferisce Ghanem a B’Tselem. “Ha detto ‘Te lo diamo noi Photoshop’”.

Dopo alcuni minuti, Ghanem è stato messo sul pavimento di una jeep e portato via. “Uno dei soldati mi ha preso per i capelli e mi ha sbattuto la faccia contro il portellone posteriore, tre volte di fila”, dice. “Ho sentito che la mia bocca e il mio naso sanguinavano. Il soldato mi ha chiesto, ‘Ti piace Hamas?’ Ho detto di no e lui mi ha afferrato per il braccio, me l’ha girato attorno al collo e mi ha strangolato… Due soldati hanno cominciato a schiaffeggiarmi e chiedermi di nuovo ‘Ti piace Hamas?’ Ho di nuovo detto di no, e poi uno di loro mi ha colpito con forza ai testicoli. Ho urlato per il dolore, e poi lui mi ha colpito di nuovo nello stesso punto, più forte. Li ho supplicati in nome di Dio di smettere di colpirmi”.

Ci hanno frustati con una cintura su tutto il corpo’

Alcune delle testimonianze descrivono violenze fisiche che vanno al di là dei pestaggi. “Uno dei soldati è venuto da me e ha messo la sua sigaretta sulla mia gamba destra”, riferisce a B’Tselem Muhammad A-Natsheh, ventiduenne di Tel Rumeida che è stato fermato il 14 luglio. “L’ha spenta lentamente, in modo che facesse più male. Uno di loro ha chiesto: ‘Fa male?’ Quando ho detto di sì, mi ha dato un pugno alla nuca, è salito in piedi sulle mie gambe e le ha schiacciate con forza”.

Continua A-Natsheh: “Uno di loro ha preso una sedia da ufficio e l’ha messa sulle mie gambe. Di quando in quando ci si sedeva, cosa molto dolorosa. Hanno continuato a insultarmi per tutto il tempo, uno di loro mi ha anche sputato addosso. É continuato per circa un’ora, poi uno dei soldati mi ha detto in arabo: ‘Ti stupreremo’. Uno di loro mi ha afferrato la testa e un altro soldato cercava di farmi aprire la bocca e spingervi dentro un oggetto di gomma, ce l’ho messa tutta per non aprire la bocca. Ho sentito uno di loro che diceva in ebraico: ‘Filmalo, filmalo’”.

“Poi è arrivato un soldato che parlava arabo”, ricorda. “È venuto da me e mi ha ordinato di alzarmi in piedi, ma non ci riuscivo. Mi ha preso per il collo, mi ha sollevato e mi ha fatto stare in piedi faccia al muro, e poi con le mani ha cominciato a spingermi la testa a destra e a sinistra con violenza, dicendo ‘Se ti vedo di nuovo in questo posto ti violento e ti uccido. Farò lo stesso a chiunque io veda qui’.

Il fenomeno dei soldati che registrano le violenze con i propri telefoni per poi condividerli è stato riferito da diverse testimonianze. “I soldati hanno portato del ghiaccio e me l’hanno messo nelle mutande”, racconta a B’Tselem Qutaybah Abu Ramileh, venticinquenne del quartiere di Al-Salayma, fermato l’8 luglio insieme al fratello Yazan, 22 anni. “Dopo, mio fratello Yazan mi ha detto che hanno fatto lo stesso a lui. Hanno anche versato qualche alcolico sui nostri vestiti. Ho sentito un soldato parlare a una ragazza al telefono. Credo fosse una videochiamata. Ridevano e si prendevano gioco di noi”.

“Uno dei soldati ci ha presi a calci in testa e in faccia mentre malediceva noi e le nostre madri”, ha continuato. “Poi all’improvviso ho sentito provenire dall’alto il suono di una cintura in cuoio, e uno di loro ha cominciato a frustarci con la cintura sulle nostre teste e su tutto il corpo… I soldati hanno calpestato i nostri piedi (nudi). Le frustate con la cintura sono continuate per almeno tre minuti, poi i soldati hanno portato un secchio e me lo hanno messo in testa. Più tardi ho capito che ne avevano messo uno anche a Yazan. Hanno cominciato a giocare con una palla o qualcosa di simile, e la tiravano contro il secchio sulla mia testa. Quando la palla colpiva il secchio faceva male. Era difficile respirare e mi sembrava di soffocare”.

Come in diversi video usciti da Gaza negli ultimi mesi, la violenza sui palestinesi da parte dei soldati a Hebron è spesso accompagnata dall’ingiunzione ai trattenuti di condannare Hamas. Mu’tasem Da’an, giornalista, 46 anni, 8 figli, del quartiere di Wadi A-Nasara, è stato fermato il 28 luglio e gli è stato ordinato di sbloccare il telefono.

“Hanno cercato un po’ e hanno trovato contenuti relativi alla guerra a Gaza”, ha raccontato. “I soldati mi hanno bendato e mi hanno portato a piedi per circa 250 metri alla base militare vicino al cancello meridionale della colonia di Kiryat Arba… Hanno cantato canzoni in ebraico che parlano di vendetta contro Hamas, elogiano Israele e inneggiano all’uccisione di donne e bambini. Ci hanno fatto ripetere le parole e maledire i palestinesi. Capisco l’ebraico molto bene”.

Anche se la maggior parte delle vittime sono uomini, tra coloro che hanno rilasciato a B’Tselem la propria testimonianza ci sono anche alcune donne. ‘Abir Id’es-Jaber, 33 anni, 4 figli, del quartiere di Al-Manshar, è stata attaccata insieme a suo marito il 21 agosto, mentre erano nella loro auto.

“I soldati ci hanno ordinato di andarcene”, ha detto. “Mio marito ha fatto manovra, e i soldati ci stavano ancora circondando. Uno di loro mi ha guardata e mi ha fatto l’occhiolino. Mi ha fatto un sorriso beffardo e poi l’ho visto togliere la sicura a una granata stordente e gettarla tra le mie gambe. Ho spinto via la granata ed è caduta sotto il sedile. Ho gridato ‘Granata! Granata!’ e mi sono riparata dall’altra parte. (Mio marito) si era voltato verso di me quando ho gridato, quindi la granata gli è scoppiata sotto al viso. È svenuto. Grazie a Dio, l’auto si è fermata da sola”.

In risposta alla richiesta di commento da parte di +972, un portavoce dell’esercito israeliano ha dichiarato di non essere a conoscenza di nessuno dei casi riportati eccetto quello riguardante Abu Markhiyeh. “L’esercito tratta i trattenuti in conformità con il diritto internazionale e agisce per investigare e gestire episodi eccezionali che esulano dagli ordini”, recita la dichiarazione. “Nei casi in cui ci sia il sospetto di un reato penale che giustifica l’apertura di un’inchiesta, viene lanciata un’indagine penale militare e alla sua conclusione le risultanze sono sottoposte all’esame della Procura Generale militare”.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Morire all'”Inferno”: il destino dei medici palestinesi incarcerati da Israele

Simon Speakman Cordall

24 novembre 2024 – Aljazeera

Secondo recenti rivelazioni uno dei medici più importanti di Gaza potrebbe essere stato violentato a morte. Non è l’unico.

Attenzione: questo articolo include descrizioni o riferimenti a violenze sessuali che alcuni lettori potrebbero trovare inquietanti.

La vita del dottor Adnan Al-Bursh è in netto contrasto con il modo in cui il carismatico 49enne è morto.

A dicembre il primario di ortopedia dell’ospedale al-Shifa di Gaza stava lavorando all’ospedale al-Awda nel nord di Gaza quando lui e altri medici sono stati arrestati dall’esercito israeliano per riferite “ragioni di sicurezza nazionale”.

Secondo quanto dichiarato dall’organizzazione israeliana per i diritti umani HaMoked, quattro mesi dopo le guardie della prigione di Ofer hanno trascinato Al-Bursh e lo hanno scaricato nel cortile della prigione, nudo dalla vita in giù, sanguinante e incapace di stare in piedi.

Avendolo riconosciuto alcuni prigionieri hanno portato Al-Bursh in una stanza vicina, dove è morto pochi istanti dopo.

Entrare in un “Inferno”

Il dott. Al-Bursh era diventato una presenza costante nella vita di molti attraverso i video-diari che postava prima del suo arresto.

I suoi video lo mostravano con i suoi colleghi mentre scavavano fosse comuni nel cortile di al-Shifa per seppellire le persone perché Israele non permetteva che i loro corpi venissero portati in un cimitero, o mentre intervenivano su feriti e moribondi con poca o nessuna attrezzatura e aspettavano insieme l’assalto israeliano contro un ospedale dove migliaia di persone avevano cercato sicurezza.

L’assalto è avvenuto a metà novembre quando, in scene catturate dal dott. Al-Bursh, l’esercito israeliano ha ordinato ai pazienti, al personale e a circa 50.000 sfollati rifugiati ad al Shifa di andarsene.

Il dott. Al-Bursh ha raggiunto l’ospedale indonesiano nel nord di Gaza dove ha lavorato fino a quando anche quello non è stato preso di mira, a novembre, e si è trasferito all’ospedale Al-Awda.

Lì è stato arrestato e condotto in un sistema carcerario che l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem descrive come “Inferno”.

Israele spesso imprigiona operatori sanitari come il dottor Al-Bursh per “indagini” e li mantiene in condizioni orribili.

“La maggior parte dei medici e infermieri [detenuti da Israele e che hanno parlato con PHRI] ha riferito di essere stati sottoposti ad interrogatori al fine di ottenere informazioni ma senza che gli venisse rivolta alcuna accusa”, ha affermato Naji Abbas, direttore del dipartimento dei prigionieri di Physicians for Human Rights Israel [Medici per i diritti umani – Israele].

“Il nostro avvocato ha visitato decine di operatori sanitari che [sono] ancora in detenzione israeliana da lunghi mesi senza accuse o senza un giusto processo e la maggior parte di loro non ha mai visto un avvocato”, ha aggiunto.

Il Ministero della Salute palestinese a Gaza riferisce che dall’inizio della guerra a Gaza nell’ottobre 2023 Israele ha arrestato almeno 310 operatori sanitari palestinesi.

Molti di loro hanno denunciato abusi e trattamenti crudeli, tra cui l’imposizione di posizioni forzate, la privazione di cibo e acqua e la violenza sessuale, compreso lo stupro.

“Gli operatori sanitari con cui abbiamo parlato sono stati trattenuti per un periodo compreso tra sette giorni e cinque mesi”, ha affermato Milena Ansari di Human Rights Watch (HRW), il cui rapporto di agosto sulla detenzione arbitraria e la tortura degli operatori sanitari ha documentato la situazione.

“Molti non vengono nemmeno accusati, vengono solo poste loro domande generiche, come: ‘Chi è il tuo imam?’, ‘In quale moschea vai?’ o anche ‘Sei un membro di Hamas?’, ma senza fornire alcuna prova”, ha detto.

Di male in peggio e poi diventa un “Inferno”

I resoconti diffusi delle torture e dei maltrattamenti sui prigionieri palestinesi nelle prigioni israeliane sono di lunga data.

Tuttavia tutti gli analisti con cui ha parlato Al Jazeera hanno notato due fasi distinte nel drammatico deterioramento delle condizioni e nell’aumento degli abusi: la prima dopo la nomina di Itamar Ben-Gvir a ministro della sicurezza nazionale nel 2022, seguita dall’esplosione di maltrattamenti dei detenuti dopo l’inizio della guerra israeliana a Gaza nell’ottobre 2023.

“Non gli importa se sei di Gaza o di Gerusalemme, se sei un medico o un lavoratore: se sei un palestinese, sei il nemico”, ha affermato Shai Parness dell’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem.

“È brutale e sistematico”, ha detto di un sistema che il rapporto di agosto di B’Tselem, Welcome To Hell, ha descritto come “una rete di campi di tortura”.

“Non è solo violenza, umiliazione e abuso sessuale, è tutto”, ha detto Ansari.

“I resoconti di violenza fisica e sessuale sono abituali. Tra le persone abusate fisicamente le ferite alla testa, alle spalle e, nel caso degli uomini, tra le gambe e il sedere sono abbastanza comuni”, ha aggiunto Ansari.

Ha descritto nei dettagli il caso di un paramedico che ha riferito a HRW di aver incontrato un altro detenuto che sanguinava dall’ano, il quale ha raccontato come tre guardie israeliane si fossero alternate a violentarlo con i loro fucili M16.

“Ridurre i loro diritti”

A luglio, nel rispondere alle accuse di sovraffollamento da parte dello Shin Bet, l’agenzia di sicurezza interna di Israele, Ben-Gvir si è vantato delle condizioni abominevoli nei suoi sistemi carcerari, scrivendo su X: “Da quando ho assunto la carica di ministro della sicurezza nazionale, uno degli obiettivi più importanti che mi sono prefissato è quello di peggiorare le condizioni dei terroristi nelle prigioni e di ridurre i loro diritti al minimo richiesto dalla legge”.

All’inizio della stessa settimana ha pubblicato un video in cui affermava: “Si dovrebbe sparare ai prigionieri invece di dar loro da mangiare”.

“Era terribile, è sempre stato terribile”, ha detto Abbas ad Al Jazeera, “Ma le cose sono diventate molto pesanti dopo la nomina di Ben-Gvir. Da ottobre è come un altro mondo. È diventato orripilante.

“Prima della guerra c’erano centinaia di prigionieri palestinesi con malattie croniche. Ora in prigione ci sono migliaia di persone in più, il che significa molte più persone con condizioni croniche che non vengono curate”.

A luglio, in seguito all’arresto di soldati israeliani accusati di torture sistematiche e stupri presso il centro di detenzione di Sde Teiman, manifestanti israeliani, tra cui politici eletti, hanno preso d’assalto Sde Teiman e la vicina base di Beit Lid chiedendo il rilascio dei soldati arrestati.

In seguito Ben Gvir ha scritto al primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu condannando l’arresto dei soldati per stupro e tortura in quanto “vergognoso” e dicendo delle condizioni nel suo sistema carcerario: “I campi estivi e la pazienza per i terroristi sono finiti”.

Secondo una dichiarazione rilasciata dall’esercito israeliano alla Sky News del Regno Unito, il dottor Al-Bursh è stato portato da Al-Awda a Sde Teiman.

Un altro detenuto, il dottor Khalid Hamouda, ha valutato che più o meno un quarto dei circa 100 prigionieri di Sde Teiman erano operatori sanitari.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)