“Volete sapere di che cosa mi accusano ? Anche io”.

Oren Ziv

27 Ottobre 2019 +972

Hiba al-Labadi è in sciopero della fame da 35 giorni, dopo essere stata imprigionata senza processo da Israele in agosto. Gli attivisti palestinesi e israeliani stanno ora cercando di sensibilizzare il pubblico a riguardo.

La scorsa domenica, attivisti israeliani e palestinesi hanno lanciato una campagna virale per chiedere il rilascio della cittadina giordana che sostiene uno sciopero della fame dal mese scorso, dopo essere stata imprigionata da Israele senza processo in agosto.

Hiba al-Labadi, una cittadina giordano-palestinese di ventiquattro anni, è stata arrestata dalle forze israeliane il 20 agosto al valico di frontiera del ponte Alleby; in compagnia della madre, si stava dirigendo dalla Giordania alla città di Jenin, in Cisgiordania, per un matrimonio.il suo arresto è stato giustificato con un presunto incontro tra al-Labadi ed alcuni affiliati di Hezbollah (partito islamista e gruppo militante libanese sciita,ndtr) nel corso di una precedente permanenza a Beirut, dove la giovane visitava la sorella.

Al-Labadi è in sciopero della fame da 35 giorni.

La scorsa domenica, gli attivisti israeliani hanno lanciato unazione di protesta di 30 ore in piazza Habima a Tel Aviv, durante la quale diverse donne si sono ammanettate ad una sedia posta allinterno duno stanzino trasparente, che richiamava la cella in cui al-Labadi è stata interrogata. Molti passanti si sono fermati per fotografare la rappresentazione, alcuni dei quali hanno contattato le autorità per denunciare una anziana donna legata ad una sedia. Due agenti sono accorsi sul posto per fare degli accertamenti.

La detenzione amministrativa è una pratica che Israele sfrutta per incarcerare i palestinesi (e talvolta anche alcuni ebrei) senza accuse né processo- per un periodo indefinito. Gli ordini di detenzione amministrativa vengono rivalutati ogni sei mesi, ma ai detenuti non è comunicato di che cosa li si accusi, nè vengono mostrate loro le prove a sostegno dellincarcerazione. Ne consegue che sia virtualmente impossibile difendersi contro un ordine di detenzione amministrativa.

Parliamo di una giovane donna che è in prigione da agosto senza accuse ufficiali, e nessuno in Israele ne discute, ha dichiarato Sigal Avivi, unattivista politica di rilievo nonché uno degli organizzatori delliniziativa. Secondo Avivi, gli attivisti hanno deciso di passare allazione dopo aver letto delle torture subite da al-Labadi e delle severe condizioni nelle quali è detenuta. Avivi ha inoltre aggiunto che larresto di al-Labadi è unopportunità per rinvigorire le proteste contro la pratica della detenzione amministrativa. Non possiamo più tacere, vediamo Israele utilizzare questo strumento continuamente, e ciò in violazione delle norme internazionali.

Nel corso del fine settimana, degli attivisti in Israele hanno lanciato una campagna online che riportava una fotografia di al-Labadi e la didascalia in arabo ed ebraicoHai sentito parlare di me?, mirata a portare lattenzione sulla detenzione amministrativa. I contenuti della pagina Facebook in lingua ebraica che fornisce informazioni riguardo alla detenzione della ragazza ed alla lotta per ottenerne il rilascio sono stati condivisi centinaia di volte dalla sua apertura.

Lunedì al-Labadi sarà portata davanti alla corte militare di Ofer per unudienza sul suo arresto amministrativo. Gli attivisti pianificano un presidio di protesta allesterno del tribunale.

Lo scorso sabato decine di palestinesi hanno manifestato in via Salah a-Din a Gerusalemme Est, chiedendo allesercito israeliano il rilascio di al-Labadi. La polizia ha disperso la folla con la forza arrestando due persone, e degli agenti sono stati filmati mentre buttavano a terra i manifestanti e vi si sedevano sopra nel corso dellarresto. Il fotografo e attivista Faiz Abu Rmeleh è stato spintonato da un agente mentre riprendeva gli scontri.

Attivisti israeliani protestano contro la detenzione amministrativa di Hiba al Labadi dinanzi alla prigione di Ofer il 28 ottobre. (foto: AHMAD GHARABLI / AFP)

Lavvocato Juwad Bolous, che ha fatto visita ad al-Labadi durante la detenzione, ha dichiarato che dal suo arresto la giovane è stata interrogata per sedici giorni consecutivi senza che le fosse permesso di vedere il suo legale. La maggior parte degli interrogatori è durata diverse ore, durante le quali la ragazza rimaneva legata ad una sedia ed ammanettata. Secondo Bolous, al-Labadi è stata insultata ed ha ricevuto degli sputi dagli agenti che la interrogavano, i quali hanno minacciato di arrestarne la madre e la sorella. Sistemi di oppressione e tortura sono stati sfruttati per costringerla a firmare unammissione di colpevolezza. Però, nonostante questi interrogatori crudeli, lei non ha confessato, ha scritto Bolous nel fine settimana.

Al-Labadi respinge le accuse, che non sono state rese pubbliche al di fuori di una dichiarazione dello Shin Bet ( i servizi sicurezza interni israeliani, ndtr), il quale imputava larresto a gravi questioni di sicurezza. La comunicazione dello Shin Bet lascia trasparire che la giovane è detenuta per alcuni post pubblicati sulla propria pagina Facebook in cui esprimeva sostegno per Hezbollah e per degli attacchi violenti in Cisgiordania.

Secondo i resoconti di giornalisti palestinesi, al-Labadi è stata trasferita dalla prigione di Jalma ad un ospedale di Haifa per ricevere delle cure, ma presto è stata rimessa in custodia.

Questo articolo è apparso originariamente su Local Call, in ebraico.

(Traduzione dallinglese a cura di Jacopo Liuni)




Come alcuni medici israeliani rendono possibile la tortura da parte dello Shin Bet

Ruchama Marton

7 ottobre 2019- +972

Dall’autorizzare brutali tecniche di interrogatorio al redigere referti medici falsi, alcuni medici israeliani hanno assunto un ruolo attivo nella tortura dei prigionieri palestinesi.

Se lo Shin Bet [servizi di sicurezza interni israeliani, ndtr.] gestisce una scuola per i propri agenti ed addetti agli interrogatori, il curriculum deve sicuramente includere una lezione su come dire una menzogna. Sembra che i testi insegnati non siano cambiati nel corso degli anni. Nel 1993, rispondendo alle accuse secondo cui lo Shin Bet aveva brutalmente torturato il detenuto palestinese Hassan Zubeidi, l’allora comandante delle IDF [Forze di Difesa Israeliane, l’esercito israeliano, ndtr.] del comando nord Yossi Peled disse al giornalista israeliano Gabi Nitzan che “in Israele la tortura non c’è. Ho fatto il soldato per 30 anni nelle IDF e so quello di cui sto parlando.”

Ventisei anni dopo, il vice capo dello Shin Bet ed ex-addetto agli interrogatori dello Shin Bet Yitzhak Ilan ha ripetuto la stessa frase al conduttore del telegiornale della televisione nazionale Ya’akov Eilon mentre parlava di Samer Arbeed, un palestinese di 44 anni che è stato ricoverato in ospedale in condizioni critiche dopo essere stato, a quanto pare, torturato dallo Shin Bet. Arbeed è sospettato di aver organizzato un attentato mortale che in agosto ha ucciso una ragazza israeliana ed ha ferito suo padre e suo fratello presso una sorgente in Cisgiordania. Ilan si è molto arrabbiato all’idea che lo Shin Bet sia in qualche modo responsabile delle condizioni di Arbeed.

Lasciando da parte queste assurde forme di negazione, come medico e fondatore di “Medici per i diritti umani-Israele”, sono sempre rimasto scosso da come in Israele medici israeliani collaborino e consentano le torture.

Nel giugno 1993 organizzai a Tel Aviv una conferenza internazionale per conto di MEDU contro la tortura in Israele. Alla conferenza presentai un documento medico dello Shin Bet scoperto per caso dalla giornalista israeliana Michal Sela. Nel documento al medico dello Shin Bet veniva chiesto se il prigioniero in questione avesse una qualche limitazione di carattere medico riguardo al fatto di tenerlo in isolamento, se potesse essere legato, se il suo volto potesse essere coperto o se potesse essere lasciato in piedi per lunghi periodi di tempo.

Lo Shin Bet negò che questo documento fosse mai esistito. “Non c’è nessun documento. Era un semplice documento sperimentale che non è in uso,” sostenne l’istituzione. Quattro anni dopo venne alla luce un secondo documento, simile in modo sospetto al primo. Quel documento chiedeva ai dottori di autorizzare la tortura in base a una serie di condizioni precedentemente concordate.

Il primo documento, insieme ad altre risultanze, venne pubblicato nel libro intitolato “Tortura: diritti umani, etica medica e il caso di Israele.” Il libro non si può trovare in Israele: Steimatzky, la più antica e grande catena di librerie di Israele, ha vietato la sua vendita. Forse è un’ulteriore prova che in Israele non si pratica la tortura.

Dopo che il documento venne scoperto, MEDU si rivolse all’associazione dei medici di Israele e chiese di unirsi alla lotta contro la tortura. L’IMA [Israel Medical Association] pretese che il MEDU consegnasse i nomi dei medici dello Shin Bet che avevano firmato il documento in modo che la questione potesse essere gestita internamente.

Mi rifiutai di consegnare i nomi e dissi all’avvocato dell’IMA di non essere interessato a perseguire medici di base – volevo cambiare l’intero sistema. Ciò significava l’abolizione della legittimità concessa alle confessioni estorte sotto tortura, educare i membri dell’IMA riguardo alla non collaborazione con i torturatori, e in particolare fornire aiuto concreto a quei dottori che denunciassero sospetti di torture o interrogatori brutali.

All’epoca l’IMA si accontentò di far circolare le nostre dichiarazioni senza fare niente per impedire ai medici dello Shin Bet di cooperare con la tortura. Oltretutto l’organizzazione non rispettò i suoi obblighi di creare un ambito di discussione in cui i dottori informassero su sospette torture.

Un fallimento etico, morale e pratico

Ma non sono solo i medici nello Shin Bet e nel servizio carcerario israeliano che collaborano con la tortura. In tutto Israele i medici dei pronto soccorso stilano falsi pareri medici in sintonia con le richieste dello Shin Bet. Prendete ad esempio il caso di Nader Qumsieh, della città cisgiordana di Beit Sahour. Venne arrestato a casa sua il 4 maggio 1993 e portato cinque giorni dopo nel centro medico Soroka di Be’er Sheva. Lì un urologo gli diagnosticò un’emorragia e una lacerazione allo scroto.

Qumsieh affermò di essere stato picchiato e colpito ai testicoli durante l’interrogatorio. Dieci giorni dopo Qumsieh venne portato davanti allo stesso urologo per un controllo medico, dopo che questi aveva ricevuto una telefonata dall’esercito israeliano. L’urologo scrisse una lettera retrodatata (come se fosse stata redatta due giorni prima), senza effettuare realmente un ulteriore controllo del paziente, in cui diceva che “secondo il paziente, egli è caduto dalle scale due giorni prima di essere arrivato al pronto soccorso.” Questa volta la diagnosi fu “ematoma superficiale nella zona dello scroto, che corrisponde a contusioni locali subite da due a cinque giorni precedenti la visita.” La lettera originaria dell’urologo scritta dopo il primo esame sparì dalla documentazione medica di Qumsieh. La storia ci insegna che ovunque i medici introiettano facilmente e concretamente i valori del regime, e molti di loro diventano suoi leali servitori. Questo è stato il caso della Germania nazista, degli Stati Uniti e di vari Paesi in America latina. Lo stesso vale per Israele. Il caso di Qumsieh, insieme a innumerevoli altri casi, riflette il fallimento etico, morale e concreto del sistema sanitario israeliano di fronte alla tortura.

Già dal XVIII° secolo giuristi – più che medici – pubblicarono opinioni legali accompagnate da prove secondo cui non c’era rapporto tra provocare dolore e arrivare alla verità. Quindi sia la tortura che le confessioni estorte con la sofferenza erano legalmente prive di valore. Si può solo supporre che i capi dello Shin Bet, dell’esercito e della polizia conoscano questo pezzo di storia.

Eppure la tortura, che include una crudeltà sia psicologica che fisica, continua ad avvenire su vasta scala. Perché? Perché il reale obiettivo della tortura e dell’umiliazione è spezzare lo spirito e il corpo del prigioniero o della prigioniera. Eliminare la sua personalità.

La ragione giuridica per vietare la tortura è basata sull’idea utilitaristica che non si possa arrivare alla verità infliggendo dolore. Ma i medici sono tenuti prima di tutto al principio che sia proibito provocare danno fisico o psicologico a un paziente.

Il documento di idoneità medica dello Shin Bet consente di impedire il sonno, consente a chi interroga di esporre il prigioniero a temperature estreme, di picchiarlo, di legarlo per molte ore in posizioni dolorose, di obbligarlo a stare in piedi per ore finché i vasi sanguigni dei piedi bruciano, di coprigli la testa per lunghi periodi di tempo, di umiliarlo sessualmente, di spezzare il suo spirito recidendo i rapporti con la famiglia e gli avvocati, di tenerlo in isolamento finché perde la salute mentale.

Il modulo di idoneità medica dello Shin Bet non è lo stesso di quello utilizzato per stabilire l’idoneità per far parte della forza aerea o persino guidare un’auto. Questo tipo di “idoneità” porta il prigioniero direttamente nella camera di tortura – e il medico lo sa. Il medico sa a quale tipo di processo sistematico di dolore e umiliazione lui o lei sta prestando il proprio consenso e approvazione. Sono i medici che sovrintendono alla tortura, visitano il prigioniero torturato e stilano il parere medico o il referto patologico.

Il camice bianco passa nella camera di tortura come un’ombra in agguato durante gli interrogatori. Un dottore che collabora con le torture di Israele è complice di quello stesso sistema. Se un prigioniero o una prigioniera muore durante l’interrogatorio, il medico è complice della sua morte. Medici, infermieri, paramedici e giudici che sanno quello che avviene e preferiscono rimanere in silenzio sono tutti complici.

Ci dobbiamo opporre in modo incondizionato a qualunque forma di tortura, senza eccezioni. Noi, cittadini di uno Stato democratico, dobbiamo rifiutare di cooperare con il crimine della tortura, e a maggior ragione se si tratta di medici.

Non dobbiamo neanche nasconderci dietro l’idea che la tortura sia un sintomo dell’occupazione, dicendo a noi stessi che questa pratica sparirà quando finirà l’occupazione. La tortura è una concezione del mondo in base alla quale i diritti umani non trovano posto o non hanno valore. Esisteva molto prima dell’occupazione e continuerà ad esistere se noi non cambiamo quella mentalità.

Pratiche investigative violente e crudeli non contribuiscono alla sicurezza nazionale neppure se sono commesse in suo nome. La tortura provoca una vertiginosa distruzione del nostro stesso tessuto sociale. Non perdono i valori morali, della dignità umana e della democrazia solo quelli che praticano questo terribile tipo di “lavoro”, ma anche tutti quelli che rimangono in silenzio, che non lo vogliono sapere. Di fatto, tutti noi.

Il dottor Ruchama Marton è il fondatore di “Medici per i Diritti Umani-Israele”. Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta in ebraico su “Local Call” [edizione in ebraico di +972, ndtr.].

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




La comunità internazionale è complice delle torture di Israele ai palestinesi

Ramona Wadi

2 ottobre 2019 – Middle East Monitor

Le torture subite dal prigioniero palestinese Samer Arabeed da parte degli agenti israeliani dello Shin Bet [servizi segreti interni, ndtr.] che lo interrogavano hanno dimostrato, ancora una volta, che il divieto di tale trattamento, sancito dalla Quarta Convenzione di Ginevra, dallo Statuto di Roma e dalla Convenzione ONU contro la Tortura, è poco più di una serie di punti di riferimento utilizzati dalle associazioni per i diritti umani come monito per i torturatori.

Arabeed è stato trasferito all’ospedale Hadassah in seguito a pesanti torture dopo essere stato arrestato per la sua presunta partecipazione in agosto ad un attacco con una bomba. Una dichiarazione dell’associazione di sostegno ai detenuti e per i diritti umani, Addameer, ha riferito che Israele ha ammesso di aver utilizzato “metodi estremi ed eccezionali durante gli interrogatori, che in realtà equivalgono a torture”.

Il ministero di Giustizia israeliano ha annunciato un’indagine per decidere se si debbano avviare procedimenti penali contro i funzionari dello Shin Bet. Le torture subite da Arabeed gli hanno provocato rottura delle costole e perdita di conoscenza. Ora la sua situazione lo mette in pericolo di vita e dipendente da un macchinario di supporto vitale. Il suo trasferimento dal carcere all’ospedale è stato comunicato in ritardo alla sua famiglia e al suo avvocato.

Lo scorso luglio il prigioniero palestinese Nasser Taqatqa è morto dopo essere stato torturato e interrogato dallo Shin Bet. Le testimonianze di ex prigionieri palestinesi confermano il fatto che negli interrogatori israeliani si utilizza sistematicamente la tortura. Nel 2013 Arafat Jaradat morì sotto tortura mentre era detenuto nel carcere di Megiddo.

Nel novembre 2018 la Corte Suprema israeliana ha emesso una sentenza favorevole alla tortura nel caso che il detenuto sia membro di “una organizzazione terroristica individuata come tale”, sia coinvolto nella resistenza armata o quando non esista altro mezzo per ottenere informazioni. Se Israele ha stabilito questa immunità, come si può sperare che il continuo riferimento alle leggi e alle convenzioni internazionali sia sufficiente per impedire la tortura dei prigionieri palestinesi?

Definendo i dettagli sulla proibizione della tortura, la comunità internazionale evitò la responsabilizzazione, allo scopo di garantire i diritti umani agli autori e un labirinto di vicoli ciechi senza uscita per le vittime. Tra questi due estremi, le organizzazioni per i diritti umani si sono fatte carico di difendere i principi al posto dei governi, ma per il loro limitato potere o, in alcuni casi, per i loro programmi parziali, non hanno potuto realizzare nessun sistema di giustizia praticabile.

Israele è assolutamente consapevole di questa discrasia e sfrutta la mancanza di responsabilizzazione per falsificare ciò che costituisce un metodo accettabile di tattiche di interrogatorio. La totale marginalizzazione dei palestinesi da parte della comunità internazionale relativamente ai loro diritti ha facilitato la costante normalizzazione della tortura da parte di Israele, in totale violazione del diritto internazionale, in assenza di una condanna collettiva.

Il risultato è una permanente separazione tra le informazioni diffuse e il tipo di azione legale che fornirebbe ai prigionieri palestinesi una possibilità di giustizia. Le organizzazioni per i diritti umani come Addameer si vedono costrette ad una collaborazione involontaria con la diplomazia, girando continuamente a vuoto per svegliare le coscienze, che è ciò che la comunità internazionale voleva in primo luogo quando non ha potuto mantenere l’assunzione di responsabilità.

Chiedere la liberazione di Arabeed non significherà la fine della feroce violenza di Israele. E’ una mossa preventiva rispetto a nuove torture, ma dietro a questa storia ve ne sono altre che sono sfuggite alla scarsa attenzione dei media che sbatte i nomi delle vittime in prima pagina, anche se per breve tempo. Addameer da sola non può ottenere giustizia per i prigionieri palestinesi. Come minimo, dovrebbe esserci un’attenzione globale collettiva per mostrare la complicità della comunità internazionale nella tortura e la sua agenda ingannevole sui diritti umani.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

Ramona Wadi

Fa parte della redazione di Middle East Monitor.

(traduzione dallo spagnolo di Cristiana Cavagna)

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Bassam al-Sayeh, Faris Baroud e il lento omicidio dei prigionieri palestinesi

Ramzy Baroud

19 settembre Middle East Monitor

Bassam Al-Sayeh è solo l’ultima vittima della malasanità nelle prigioni israeliane. Al-Sayeh, palestinese di Nablus di 47 anni, è morto l’8 settembre scorso. Prima di lui, fu Faris Baroud a morire in una prigione di Nafha il 6 di febbraio.

Nel 2011, ad al-Sayeh fu diagnosticato un cancro alle ossa e al sangue, secondo quanto riportato da Samidoun, la Rete di Solidarietà dei Prigionieri Palestinesi. Pochi anni dopo è stato arrestato dai soldati israeliani dell’occupazione. Nel 2015 una corte militare israeliana lo ha condannato all’ergastolo per il presunto concorso nell’omicidio di un ufficiale israeliano in Cisgiordania.

Le organizzazioni e gli attivisti per i diritti umani che hanno seguito il caso avevano più volte segnalato quanto la vita di al-Sayeh fosse in pericolo a causa delle condizioni di vita estremamente dure nelle carceri di Ramleh e la scarsa attenzione medica dedicata ai malati di cancro. Si poteva fare ben poco per salvargli la vita.

In una dichiarazione del 9 settembre, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) ha accusato Israele di essere responsabile della morte di al-Sayeh. Altri gruppi hanno evidenziato come la malasanità sia un modo usato nelle prigioni israeliane per infliggere ulteriori punizioni ai palestinesi che resistono all’occupazione israeliana  persino dopo il loro arresto e condanna.

Secondo il movimento per i diritti dei prigionieri Samidoun, “Al-Sayeh è il 221º prigioniero palestinese a perdere la vita in una prigione israeliana, dove la malasanità e gli abusi medici hanno un ruolo rilevante nella contrazione di malattie e nella morte dei prigionieri palestinesi proprio come la tortura e il maltrattamento nell’assedio”.
Il gruppo di supporto ai prigionieri Addameer, di base a Ramallah, concorda: la Corte Suprema Israeliana “ha adottato una politica di malasanità volontaria contro prigionieri e detenuti”. Nell’arco delle rivolte della Seconda Intifada tra il 2000 e il 2008, 18 prigionieri sono morti per essere stata loro negata la dovuta cura medica.

Chi non muore deve affrontare il cronicizzarsi di malattie che spesso li accompagneranno per il resto della vita. Secondo Addameer “il numero di persone malate tra i prigionieri e detenuti è salito a 1000 casi, in confronto agli 800 casi di malattia registrati nel 2013”. Duecento di questi pazienti soffrono di malattie croniche, tra cui tumori, e 85 sono disabili a vita. Faris Baroud era uno di questi malati cronici e, proprio come Bassam al-Sayeh, è morto in prigione per l’omissione delle cure.

Baroud fu arrestato il 23 marzo 1991. Una corte militare israeliana lo ha condannato a 134 anni di reclusione, accusandolo di aver ucciso un colono ebreo israeliano armato che stava prendendo parte all’occupazione di Gaza.

Alla madre di Faris, Ria, fu proibito di far visita a suo figlio nella prigione di Nafha per tutti gli ultimi 15 anni. Alla donna, ormai settantenne, fu detto che la decisione era stata presa per “questioni di sicurezza”.

Faris era il suo unico figlio: era nato nel 1968, due anni dopo l’inizio dell’occupazione militare di Gaza. Suo padre, Ahmad Mohammad Baroud, era morto quando Faris era ancora un bambino. Ria, che non si risposò mai, ha dedicato la sua vita alla crescita del figlio, con cui viveva in una piccola casa nel campo profughi di Shati’, a Gaza.

Si dice che Faris sia stato torturato e tenuto in isolamento per più di dieci anni, e che gli fossero state vietate le visite dei familiari per più di metà della sua detenzione. Prima del suo arresto soffriva già di asma, condizione che si era poi aggravata.
Anni dopo il suo il suo incarceramento, Faris sviluppò una malattia renale che peggiorò per la negligenza nelle cure e fu inasprita ulteriormente dalla sua partecipazione a vari scioperi della fame per solidarietà verso altri prigionieri.

A Faris fu negata più volte la scarcerazione, da immediatamente dopo la firma degli accordi di Oslo nel 1993 a uno scambio di prigionieri nel 2011. Ne fu poi programmato lo scarceramento, insieme ad altri 29 detenuti, nel 2013 o 2014 nell’ambito di un accordo speciale anch’esso mandato a monte dal governo israeliano.

Dal 2002, a Ria fu proibito di far visita a suo figlio. Nonostante la sua salute peggiorasse e stesse perdendo la vista per un glaucoma, Ria è famosa per non aver mancato una sola delle veglie organizzate ogni lunedì dalle famiglie dei prigionieri palestinesi di fronte agli uffici della Croce Rossa, nella famosa Jala’ Street di Gaza.

A volte era l’unica a presentarsi, con in mano sempre la stessa fotografia incorniciata di suo figlio Faris vicino al cuore. Ria Baroud è morta il 18 maggio 2017, aveva 85 anni. Aveva passato quasi un terzo della sua vita lottando per rivedere suo figlio di nuovo libero.

Subito dopo la morte della madre, la salute di Faris si aggravò, sviluppando anche una forma di glaucoma molto aggressiva che secondo quanto riferito lo aveva portato a perdere l’80% della vista. Faris muore il 6 febbraio 2019 nella prigione di Nafha nel deserto di Naqab. Aveva 51 anni.

Questi non sono che cenni a due sole storie,nell’apparentemente infinita serie di episodi di sofferenza inflitta a migliaia di palestinesi e le loro famiglie.

I diritti dei prigionieri sono protetti da leggi internazionali, in particolar modo dagli Articoli 76 e 85 della quarta Convenzione di Ginevra. A Israele non dovrebbe essere permesso di continuare indisturbato questa mistificazione dei valori morali. I gruppi internazionali e le organizzazioni che rivendicano i diritti umani dovrebbero far sentire la propria voce per Bassam, Faris e le migliaia di detenuti palestinesi che soffrono e spesso muoiono soli nelle carceri israeliane.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non rispecchiano necessariamente la linea editoriale di Middle East Monitor.

(traduzione di Maria Monno)




La guerra all’innocenza: bambini palestinesi nei tribunali militari israeliani

Ramzy Baroud |

7-agosto 2019 – Foreing Policy Journal

Non si deve permettere ai tribunali militari israeliani di continuare a brutalizzare impunemente i bambini palestinesi.

E’ stato riportato che il 29 luglio, nella Gerusalemme occupata, Muhammad Rabi Elayyan, di 4 anni, è stato convocato dalla polizia israeliana per essere interrogato.

La notizia, originariamente riportata dalla Palestinian News Agency (WAFA), è stata successivamente smentita dalla polizia israeliana, probabilmente per ridurre il successivo impatto mediatico disastroso.

Gli israeliani non negano la vicenda nel suo complesso, ma sostengono piuttosto che non sia stato convocato il bambino, Muhammad, ma suo padre, Rabi ‘, che sarebbe stato convocato presso la stazione di polizia israeliana in Salah Eddin Street a Gerusalemme, per essere interrogato riguardo alle azioni di suo figlio.

Il bambino è stato accusato di aver lanciato una pietra contro i soldati israeliani di occupazione nel quartiere di Issawiyeh, un obiettivo abituale delle violenze israeliane. Il quartiere è stato anche il luogo tragico della demolizione di case con il pretesto che i palestinesi avessero costruito senza i permessi. Naturalmente, a Issawiyeh, o ovunque a Gerusalemme, la stragrande maggioranza delle richieste di costruire dei palestinesi viene respinta, mentre i coloni ebrei possono costruire senza ostacoli sulle terre palestinesi.

A tale proposito, Issawiyeh non è nuovo a comportamenti assurdi e illegali da parte dell’esercito israeliano. Il 6 luglio, una madre residente nel quartiere assediato è stata arrestata per fare pressione sul figlio adolescente, Mahmoud Ebeid, affinché a sua volta si consegnasse. La madre “è stata arrestata dalla polizia israeliana come pedina di scambio”, ha riferito Mondoweiss, citando il Wadi Hileh Information Center di Gerusalemme.

Le autorità israeliane hanno ragione di sentirsi in imbarazzo per l’intero episodio riguardante il bambino di 4 anni, da cui il tentativo di insinuare dubbi sulla vicenda. Il fatto è che il corrispondente di WAFA a Gerusalemme aveva, in effetti, verificato che il mandato era a nome di Muhammad, non di Rabi.

Mentre alcune fonti di notizie hanno sposato l’ “hasbara” [propaganda in ebraico, ndtr] israeliana, trasmettendo prontamente le proteste da parte israeliana su “false notizie”, bisogna tenere presente che questo evento non è certo un incidente isolato. Nei confronti dei palestinesi, notizie riguardanti detenzioni, percosse e uccisioni di bambini sono tra le caratteristiche più ricorrenti dell’occupazione israeliana dal 1967.

Proprio il giorno dopo la convocazione di Muhammad, le autorità israeliane hanno interrogato anche il padre di un bambino di 6 anni, Qais Firas Obaid, dello stesso quartiere di Issawiyeh, dopo aver accusato il bambino di aver gettato il contenitore di carta di un succo contro i soldati israeliani.

L’International Middle East Media Center (IMEMC) ha rivelato che “secondo fonti locali a Issawiyeh, l’esercito (israeliano) ha inviato un mandato di comparizione alla famiglia di Qais perché si recasse per essere interrogato presso l’ufficio di polizia di Gerusalemme mercoledì (31 luglio) alle 8 di mattina”. In una foto, il bambino è raffigurato mentre gli viene sottoposto davanti ad una telecamera un ordine militare israeliano scritto in ebraico.

Le storie di Muhammad e Qais sono la norma, non l’eccezione. Secondo il gruppo di difesa dei prigionieri, Addameer, attualmente nelle carceri israeliane ci sono 250 minori, e circa 700 minori palestinesi che hanno a che fare ogni anno con il sistema giudiziario militare israeliano. “L’accusa più comune rivolta contro i minori, riferisce Addameer, è il lancio di pietre, un reato punibile in base alla legge militare [con la reclusione] fino a 20 anni”.

In effetti, Israele ha molto di cui essere imbarazzato. Dall’inizio della Seconda Intifada, la rivolta popolare del 2000, circa 12.000 minori palestinesi sono stati arrestati e interrogati dall’esercito israeliano.

Ma non sono solo i minori e le loro famiglie a essere presi di mira dai militari israeliani, ma anche coloro che prendono le loro difese. Il 30 luglio, un avvocato palestinese, Tariq Barghouth, è stato condannato a 13 anni di carcere da un tribunale militare israeliano per “aver sparato in diverse occasioni contro gli autobus israeliani e le forze di sicurezza “.

Per quanto fragile possa sembrare l’accusa riguardante un noto avvocato che spara agli “autobus”, è importante notare che Barghouth è molto stimato per le sue difese in tribunale di molti minori palestinesi. Barghouth era una fonte costante di grattacapi per il sistema giudiziario militare israeliano a causa della sua strenua difesa di un ragazzino, Ahmad Manasra.

Manasra, all’età di 13 anni, è stato processato e incriminato da un tribunale militare israeliano perché avrebbe pugnalato e ferito due israeliani vicino all’insediamento ebraico illegale di Pisgat Ze’ev nella Gerusalemme occupata. Il cugino di Manasra, Hassan, di 15 anni, è stato ucciso sul posto, mentre Ahmad, ferito, è stato processato in tribunale come un adulto.

Fu l’avvocato Barghouth a contestare e denunciare il tribunale israeliano per il duro interrogatorio e per aver filmato in segreto il bambino ferito mentre era legato al suo letto d’ospedale.

Il 2 agosto 2016, Israele ha approvato una legge che consente alle autorità di “imprigionare un minore condannato per crimini gravi come omicidio, tentato omicidio o omicidio colposo anche se ha meno di 14 anni”. La legge è stata predisposta all’uopo per trattare casi come quello di Ahmad Manasra, il quale il 7 novembre 2016 (tre mesi dopo l’approvazione della legge) è stato condannato a 12 anni di carcere.

Il caso di Manasra, i video trapelati dei maltrattamenti che ha subito da parte degli interrogatori israeliani e la sua dura condanna hanno determinato una maggiore attenzione internazionale sulla difficile situazione dei minori palestinesi all’interno del sistema giudiziario militare israeliano.

“Si ravvisa come gli interrogatori israeliani facciano uso di abusi verbali, intimidazioni e minacce a quanto pare per infliggere sofferenza mentale allo scopo di ottenere una confessione”, ha detto all’epoca Brad Parker, avvocato e responsabile ufficiale per la sensibilizzazione a livello internazionale di Defence for Children — Palestine.

La Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo, di cui Israele, a partire dal 1991, è firmataria, “proibisce la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, disumani o degradanti”. Tuttavia, secondo Parker, “maltrattamenti e torture di minori palestinesi arrestati dai militari e dalla polizia israeliani sono diffusi e sistematici “.

Così sistematici, in effetti, che video e notizie sull’arresto di minori palestinesi molto giovani sono quasi una costante sulle piattaforme di social media che si occupano di Palestina e diritti dei Palestinesi.

La triste realtà è che Muhammad Elayyan, 4 anni, e Qais Obaid, 6 anni, e molti bambini come loro, sono diventati un bersaglio di soldati israeliani e coloni ebrei in tutti i territori palestinesi occupati.

Questa orrenda realtà non deve essere tollerata dalla comunità internazionale. I crimini israeliani contro i minori palestinesi devono essere efficacemente affrontati perché Israele, le sue leggi disumane e gli iniqui tribunali militari non devono poter continuare la loro incontrastata brutalità nei confronti dei minori palestinesi.

(Traduzione di Aldo Lotta)




Samah Jabr parla del fatto di essere una dei solo 22 psichiatri in Cisgiordania

Jehan Alfarra

17 dicembre 2017, Middle East Monitor

Samah Jabr è una delle prime donne psichiatra in Palestina e una dei solo 22 psichiatri che assistono i 2.5 milioni di abitanti nella Cisgiordania occupata.

Nata a Gerusalemme, Jabr è cresciuta come abitante senza diritti di cittadinanza. Nella sua vita ha vissuto sotto occupazione militare, assistendo all’impatto sul benessere psicologico dei palestinesi di avvenimenti traumatici come l’arresto e la demolizione di case.

Crescere in Palestina come abitante di Gerusalemme mi ha resa consapevole della vulnerabilità della mia situazione e mi ha fatto capire che l’ingiustizia è un agente patogeno che danneggia il benessere del popolo palestinese sotto occupazione,” dice Jabr a MEMO.

Dopo essersi laureata alla facoltà di medicina dell’università Al-Quds, Jabr ha seguito corsi di specializzazione in psichiatria e psicoterapia infantile in Francia, Inghilterra e Palestina. Oltre al lavoro clinico, dal 1998 ha anche documentato la sua esperienza scrivendo per organi di stampa e pubblicando articoli accademici su riviste specializzate.

Il mio lavoro di medico mi ha portata a contatto con le esperienze della gente,” dice, “e sento la responsabilità morale di fornire una testimonianza dei casi e delle esperienze dei palestinesi.”

Jabr mi racconta che nel corso della sua carriera ha incontrato molte vittime di torture fisiche e psicologiche, ma che quello che più la colpisce sono sempre le ferite meno visibili, meno evidenti.

Si riferisce al caso di un giovane che ora dorme con una borsa di indumenti intimi vicino al letto perché ha il costante timore di essere riarrestato. Un altro caso che ha segnato Jabr è quello di alcune sorelle la cui madre è stata arrestata dai soldati israeliani durante una perquisizione in casa. Temendo un’altra incursione le ragazze hanno dormito per mesi nella stanza centrale dell’abitazione invece che nelle loro camere da letto, totalmente vestite e con il velo.

Le persone sono più interessate alle ferite fisiche, all’amputazione di una gamba o a un trauma cranico,” spiega,” e spesso quando non c’è sangue non prestiamo attenzione.”

Parliamo di quante persone sono state uccise e di quante sono rimaste ferite, ma qui c’è molta sofferenza invisibile, nascosta.

Sento la mia responsabilità morale di non fare solo il lavoro palliativo necessario a gestire le conseguenze di maltrattamenti, ma anche di informare e di fare quanto è possibile per fermare maltrattamenti e ingiustizia.”

Continua raccontando un’altra storia di un ragazzo palestinese che le ha detto che le guardie in prigione erano più brave di suo padre perché gli davano una sigaretta da fumare mentre suo padre non voleva. “In seguito ho saputo da questo ragazzino come suo padre non ha saputo proteggerlo dall’arresto,” continua.

Questo è un piccolo esempio del tipo di danni invisibili che patiscono le persone vulnerabili e del tipo di violenza che possono avere subito nella propria cerchia familiare, ciò che può disturbare i loro sentimenti e il loro sistema di valori,” dice, “e questi esempi sono molto comuni.”

Documentare il trauma in un film

Gli incontri e le idee di Jabr riguardo all’impatto psicologico della vita in Palestina sono stati il soggetto di un documentario presentato in alcuni cinema francesi il mese scorso. Nel film, “Beyond the Frontlines: Tales of Resistance and Resilience in Palestine” [Oltre la linea del fronte: racconti di resistenza e resilienza in Palestina], Jabr racconta brani scelti dai suoi scritti riguardanti cosa significhi resistenza nel contesto dell’occupazione israeliana.

La regista francese del film, Alexandra Dols, aveva contattato Jabr verso la fine del 2012 perché voleva usare i suoi scritti come base del documentario dopo aver trovato un articolo che Jabr aveva scritto nel 2007 per il “Washington Report on Middle East affairs” [rivista USA di studi sul Medio Oriente, ndt.] intitolato “Ballare per percussionisti diversi – ma comunque ballare”, che indagava il significato di un’azione per soggetti differenti. L’articolo parte dall’incontro con una paziente che le aveva raccontato come avesse “ballato come una gallina sgozzata” quando suo figlio era stato ucciso; seguono altri incontri di quel giorno con soldati israeliani che ballavano a un posto di blocco e di se stessa che danzava durante un matrimonio in famiglia.

Inizialmente esitante, Jabr ha risposto ad Alexandra nel 2013 accettando di partecipare al documentario. La troupe è arrivata in Palestina verso la fine dell’anno.

Dols è arrivata con due volontari,” spiega Jabr, sottolineando le difficoltà incontrate dal gruppo per garantirsi i fondi per il montaggio. “Ma il fatto che non fossero finanziati da una grande istituzione per me era rassicurante,” afferma Jabr, riferendosi alle sue preoccupazioni sulla censura delle istituzioni più importanti riguardo al suo discorso. Spiega:

Vedo la resistenza come una risposta sana alla violenza della situazione e all’occupazione, in cui le persone sono soggette all’ingiustizia.”

Questa idea viene ripresa da varie voci palestinesi intervistate nel film, provenienti da una grande varietà di contesti dello spettro politico e ideologico.

Le interviste e le registrazioni dei miei articoli hanno richiesto molto tempo,” aggiunge Jabs, “ma sono soddisfatta del film.

Mi è piaciuto il modo in cui Dols ha reso i miei articoli dal punto di vista visivo. Li ha fatti leggere a me e ha proposto immagini e fotografie che li rendono più visibili e più evidenti, gli argomenti e le idee su cui avevo scritto.”

Avendo partecipato alla prima settimana di proiezioni in Francia, Jabr dice di aver trovato che il film è un grande strumento di discussione, aggiungendo che le reazioni sono state incoraggianti. “É’ un film di due ore, ma le persone sono rimaste altre due ore per discutere e fare domande,” afferma.

Alcuni operatori nel campo della salute mentale che erano presenti mi hanno messo in discussione riguardo alla neutralità e all’imparzialità,” continua. “Alcuni di loro se ne sono usciti con l’affermazione che avere delle convinzioni politiche non è professionale e ciò mi ha permesso di ragionare sulla responsabilità morale che ritengo necessaria e sull’importanza di comprendere il contesto…senza ignorare i conflitti intimi degli individui.”

In seguito alle proiezioni, Jabr ha ricevuto una lettera in cui uno spettatore le ha scritto che Israele deve volersi suicidare per aver consentito alla regista del film di entrare a Gerusalemme e a Jabr di andare all’estero per criticarlo. Ha parlato di questo scambio in un articolo scritto in seguito alla proiezione.

Il film è stato proiettato anche in Palestina ed è stato accettato al festival cinematografico “Giorni di Cinema” [che si tiene in Palestina, ndt.]. In seguito ha vinto il premio “Sunbird” [attribuito dallo stesso festival] come miglior documentario.

Anche il gruppo israeliano di operatori della salute mentale per i diritti umani “PsychoActive” ha ospitato una proiezione del film. “C’è stata ogni sorta di reazioni diverse,” afferma Jabr, “ma la prima reazione sono stati silenzio e tristezza.”

Mentre alcuni israeliani sono stati incoraggiati non solo a farsi un’idea dell’occupazione ma ad agire contro di essa, altri hanno accusato il film di essere di parte e di non presentare la prospettiva israeliana.

La regista ha chiarito fin dalla prima scena, in cui c’è una conversazione tra un israeliano e un palestinese, che aveva deciso di seguire la storia dei palestinesi,” spiega Jabr.

La salute mentale in Palestina

Cinquant’anni di occupazione hanno lasciato i palestinesi con una delle percentuali più alte di disturbi mentali in Medio Oriente, eppure i servizi di salute mentale continuano ad essere tra le aree con meno risorse a disposizione per le prestazioni sanitarie, con finanziamenti e personale insufficienti. “Queste carenze non sono solo influenzate dalla situazione sul terreno, ma anche dalla mentalità dei responsabili politici della sanità,” dice Jabr. “Ma, nonostante questi limiti, c’è stata una crescita in questa professione e stiamo facendo molto per migliorarla.”

Nella sua veste di responsabile dei servizi di salute mentale in Cisgiordania, Jabr sta cercando di sviluppare un modello di servizi che risponda alle risorse a disposizione. “Sto cercando di promuovere una gerarchia nei servizi, per cui dottori generalisti, infermieri e insegnanti possano fornire interventi a bassa intensità per appoggiare la resilienza e il benessere delle persone,” aggiunge, “per identificare quelli che hanno necessità di aiuto e indirizzare chi ha bisogno di interventi più specialistici al personale specializzato.”

(traduzione di Amedeo Rossi)




Cosa c’è dietro la repressione contro i prigionieri palestinesi?

Yara Hawari

venerdì 25 gennaio 2019, Middle East Eye

L’amara ironia è che i palestinesi della Cisgiordania e di Gaza vivono già in una prigione a cielo aperto

Questa settimana le guardie della prigione militare israeliana di Ofer hanno messo in atto pesanti attacchi contro i prigionieri palestinesi.

Le celle sono state messe a soqquadro, effetti personali sono stati distrutti e sono state effettuate perquisizioni corporali invasive. Per molti prigionieri l’aspetto peggiore è stato la confisca di foto, lettere e semplici doni dei membri della famiglia raccolti nel corso degli anni – un’ancora di salvezza per quanti devono scontare decenni di carcere.

I prigionieri sono stati anche obbligati a togliersi i vestiti e ad attendere l’ispezione all’aperto con un freddo intenso.

Non si tratta di nuove tecniche o tattiche, ma piuttosto di quelle che vengono utilizzate periodicamente come forma di punizione collettiva contro i prigionieri palestinesi.

Punizione collettiva.

L’ultima repressione nel carcere di Ofer si è scontrata con la resistenza collettiva dei prigionieri, che si sono rifiutati di collaborare con le forze israeliane. In seguito a ciò, sono stati attaccati con lacrimogeni, taser, pestaggi, cani poliziotto e persino proiettili di acciaio ricoperti di gomma sparati da breve distanza.

Più di 150 hanno dovuto ricevere cure mediche, sei prigionieri hanno subito fratture e più di 40 sono stati feriti alla testa. Molti hanno patito per le gravi conseguenze dell’inalazione di gas lacrimogeni in seguito al fatto che sono stati lanciati candelotti lacrimogeni nelle celle chiuse.

Di conseguenza “Addameer”, l’associazione per il sostegno e i diritti umani dei prigionieri, ha emesso un comunicato in cui chiede al Comitato Internazionale della Croce Rossa di avviare un’inchiesta su queste “gravissime violazioni” delle leggi internazionali e di fornire protezione ai prigionieri palestinesi.

In risposta a queste azioni e in solidarietà con i prigionieri sono state organizzate manifestazioni sia a Ramallah [in Cisgiordania, ndtr.] che ad Haifa [in Israele, ndtr.]. Durante quest’ultima dimostrazione due attivisti palestinesi sono stati arrestati dalla polizia israeliana.

Torture e maltrattamenti

In effetti nella società palestinese il problema dei prigionieri è importante, e colpisce molte persone. Dal 1967 il 40% della popolazione maschile adulta in Cisgiordania e a Gaza – ossia circa 800.000 persone – è stato sottoposto a una qualche forma di detenzione da parte di Israele. 

La maggior parte delle comunità e delle famiglie è intimamente consapevole di cosa significhi avere un proprio caro in prigione. Attualmente, secondo i dati di “Addameer”, ci sono 5.500 prigionieri politici palestinesi.

Il sistema carcerario dell’esercito israeliano destinato specificamente ai palestinesi dei territori occupati nel 1967 è ingiusto e viola le leggi internazionali. I prigionieri sono sottoposti a torture, molestie sessuali, prolungati periodi in isolamento – a volte per un tempo fino a 10 anni – cure mediche inadeguate e condizioni di vita inumane, in violazione della Quarta Convenzione di Ginevra, con la negazione dei diritti fondamentali dei detenuti.

Un altro meccanismo utilizzato dal regime israeliano è la detenzione amministrativa, che consente di trattenere i detenuti a tempo indeterminato senza un’imputazione o un processo. La detenzione più lunga di questo tipo è durata otto anni.

Tutto il sistema è essenzialmente destinato a sconvolgere e punire la società palestinese, con una percentuale del 99% di sentenze a lunghe pene detentive.

Violenza di genere

Anche nella prigione di Damon le prigioniere hanno dovuto affrontare la repressione. All’insaputa dei più fuori e dentro la Palestina, lo scorso mese il gruppo di detenute palestinesi (54 persone) è stato spostato dal carcere di Hasharon a quello di Damon, una struttura nei pressi di Haifa. Le condizioni sono significativamente peggiorate, con celle sovraffollate e docce all’esterno e al freddo, e a molte sono stati negati gli effetti personali che avevano nella prigione precedente.

La violenza di genere di Israele contro le detenute è ben documentata da ong e gruppi per i diritti umani palestinesi. Le strategie utilizzate contro di loro includono minacce, molestie sessuali, negazione di assorbenti igienici e umiliazioni generalizzate.

Israele è probabilmente l’unico Paese al mondo che processa metodicamente minorenni nel sistema dei tribunali militari. Migliaia di minori palestinesi sono stati arrestati e giudicati dai tribunali militari durante gli ultimi due decenni.

L’amara ironia è che i palestinesi della Cisgiordania e di Gaza vivono già in una prigione a cielo aperto. Il loro movimento è limitato a determinate aree e sono costantemente sotto sorveglianza. Praticamente ogni aspetto della loro vita è controllato da Israele, mentre il sistema di incarcerazione continua a violare impunemente le leggi internazionali.

Yara Hawari è esperta di politica palestinese per “Al-Shabaka, The Palestinian Policy Network.” In possesso di un dottorato in politica del Medio Oriente all’università di Exeter, scrive spesso per diversi organi di informazione.

Le opinioni espresse in questo articolo impegnano solamente l’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Le pressioni di Israele nel controllare il discorso globale hanno contaminato il mondo della medicina

Ghada Karmi

Giovedì 8 novembre 2018, Middle East Eye

Infiltrarsi in ogni ambito della vita pubblica nel tentativo di controllare il discorso globale può certamente fare da scudo temporaneamente ai crimini di Israele – ma a lungo termine non farà che smascherare la malvagità di Israele.

Nel febbrile clima di paura riguardo all’antisemitismo che attualmente avvince la Gran Bretagna, forse non sorprende che l’infezione si sia ormai propagata a settori improbabili, compresa la professione medica.

Forse il principale esempio della ‘longa manus’ filoisraeliana all’interno del mondo della medicina è stata la pubblica umiliazione di Richerd Horton, il direttore di una delle più antiche e prestigiose riviste mediche al mondo, ‘ Lancet’. Sotto la guida di Horton la rivista ha sviluppato un’imponente copertura della sanità mondiale, mettendo in luce l’impatto dei conflitti politici e dell’ingiustizia.

Il caso di Richard Horton

Sulla base di questa impostazione etica, e colpito dalla terribile situazione dei palestinesi, nel 2010 Horton ha fondato l’Alleanza Lancet per la Salute Palestinese, un partenariato con professionisti della sanità che lavorano nei territori occupati. Questo ha fornito una valida tribuna per la ricerca e la pratica in ambito medico palestinese, migliorando drasticamente la copertura delle problematiche sanitarie che colpiscono la popolazione sotto occupazione israeliana.

Nell’estate 2014, mentre era in corso il peggior attacco israeliano contro Gaza, Lancet pubblicò una “lettera aperta a favore del popolo di Gaza”, dai toni molto forti. Venne firmata da 24 medici di diversi Paesi e descriveva nel dettaglio le strazianti conseguenze a livello medico della guerra di Israele su civili innocenti, quali armi venivano usate ed i vari tipi di aggressioni.

Si definivano senza ambiguità le atrocità commesse contro l’indifesa popolazione di Gaza come crimini di guerra.

La lettera provocò una tempesta di proteste da parte dei difensori di Israele. Venne pubblicata una lettera firmata da 500 medici, compresi cinque premi Nobel, cui seguì una grave minaccia da parte di 396 professori di boicottare l’editore di Lancet, Reed Elsevier. Vi furono richieste di cacciare Horton; lui fu bombardato da mail di odio, minacciato ed accusato di antisemitismo; la sua fotografia fu postata accanto alle immagini di nazisti; sua moglie e sua figlia subirono molestie.

Mettere a tacere le critiche

Inizialmente egli tenne testa a questo assalto, rifiutando di ritrattare la lettera o di scusarsi. Tuttavia gli attacchi contro di lui e contro Lancet erano così gravi che nell’ottobre 2014 accettò un invito da parte dell’ospedale israeliano Rambam, dove alla fine cedette alle pressioni. Esprimendo il suo profondo rammarico per aver pubblicato la lettera aperta, promise di pubblicare una ritrattazione.

Il suo pentimento non è finito lì. Nel maggio 2017 Horton ha compiuto il passo senza precedenti di dedicare un intero numero del giornale al sistema sanitario israeliano, e da allora è stato attento a mostrarsi rispettoso ed amichevole nei confronti di Israele.

Certo, nulla nella lettera aperta su Gaza che ha correttamente pubblicato durante la guerra era falso o esagerato; casomai, la situazione di Gaza oggi è ancor più spaventosa. L’autore di questa devastazione è quello stesso Israele i cui amici hanno attaccato Horton così ferocemente non molto tempo fa, e che con tanta sofferenza egli ha dovuto placare.

Le linee rosse di Israele

Horton non è l’unico obbiettivo di questa caccia alle streghe in ambito medico. Secondo recenti notizie, la Scuola di Medicina Tropicale di Liverpool, che il mese scorso aveva invitato la collega britannica Baronessa Jenny Tonge a parlare ad un convegno sulla salute materna, ha improvvisamente ritirato l’invito. Avrebbe dovuto partecipare ad un gruppo di lavoro di esperti sulla diseguaglianza nella sanità nel mondo in via di sviluppo, dove lei ha ampiamente lavorato in diverse missioni ufficiali.

Janet Hemingway, la direttrice della scuola, ha spiegato che si sono sentiti obbligati ad agire a causa di un presunto “sentimento antisemita” e di “riscontri esterni” da parte di partecipanti al convegno. Erano presumibilmente preoccupati che la sua partecipazione contravvenisse all’ “etica organizzativa” della scuola e che avrebbe stornato l’attenzione dalla questione dell’ineguaglianza nella cura della maternità al problema dell’antisemitismo.

Prima della sua carriera parlamentare, Tonge ha esercitato la professione medica ed è stata membro della Facoltà di Ostetricia e Ginecologia del Royal College per la Pianificazione Familiare e la Salute Riproduttiva . Ha ripreso quel ruolo quando è entrata in politica come portavoce per la sanità del partito liberaldemocratico e più di recente come presidente del Gruppo Parlamentare interpartitico del Regno Unito sulla popolazione, lo sviluppo e la salute riproduttiva.

Ma presto ha incontrato l’opposizione degli amici di Israele. Nel 2004, quando era deputata liberaldemocratica, Tonge ricorda che il suo intervento su “Un punto di vista liberale sulla salute” presso la Società Medica di Londra fu annullato a causa delle accuse di essere simpatizzante dei palestinesi e di criticare Israele.  

Come personaggio politico, oggi Tonge è disprezzata da Israele e dai suoi amici per il suo presunto antisemitismo nell’esprimere opinioni problematiche, come la sua osservazione che i recenti assassinii di fedeli ebrei a Pittsburgh potrebbero essere in relazione ai maltrattamenti di Israele contro i palestinesi. Attaccare Tonge a livello politico è una cosa, ma gli amici di Israele adesso stanno premendo per renderla oggetto di disprezzo anche come professionista della salute – dando il messaggio che, se si oltrepassano le linee rosse di Israele, si viene esclusi da ogni settore della vita pubblica.

La caccia alle streghe in ambito medico

Analogamente, Derek Summerfield, importante psichiatra britannico e esplicito critico della politica israeliana, nel 2007 è stato costretto a disdire la propria partecipazione ad un importante incontro medico organizzato dalla ‘Royal Society of Medicine’ dalle pressioni di membri filoisraeliani.

I suoi tentativi di indagare il ruolo di medici israeliani nella supervisione della tortura ai prigionieri palestinesi si erano scontrati con un continuo ostruzionismo.

Intanto l’Unione Europea ha ricevuto pressioni perché raccomandasse a tutti i suoi Stati membri ed istituzioni di adottare la definizione di antisemitismo dell’Alleanza Internazionale in Ricordo dell’Olocausto, che deliberatamente fa coincidere le critiche ad Israele con l’antisemitismo ed ha già influenzato la libertà di parola.

Nel maggio scorso Israele si è spinto oltre, chiedendo all’UE di sospendere i finanziamenti alle Ong che sostengono il movimento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni (BDS). 

Lo scopo di questi sforzi è mettere a tacere le critiche alla politica israeliana. Ma Israele dovrebbe stare attento a ciò che intende fare. Infiltrare ogni ambito della vita pubblica nel tentativo di controllare il discorso globale può certamente fare da scudo temporaneamente ai crimini di Israele – ma a lungo termine non farà che destare un diffuso senso di risentimento e ostilità.

Ghada Karmi è una dottoressa palestinese, accademica e scrittrice.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Guai ai vinti

Ahron Bregman, La vittoria maledetta. Storia di Israele e dei Territori occupati. Einaudi, Torino 2017, pp. XXXVII – 340, 33 €.

Recensione di Francesco Ciafaloni

Ahron Bregman, nato nel ‘58 in Israele, ha partecipato come ufficiale di artiglieria dell’esercito israeliano – é facile scoprirlo in rete – alla campagna del Litani nel 1978 e alla Guerra del Libano del 1982. In un’intervista ad Haaretz nel 1988 dichiarò che avrebbe rifiutato di presentarsi se fosse stato richiamato come riservista nei territori occupati, emigrò in Inghilterra e condusse al King’s College il suo lavoro di storico, soprattutto sulle guerre di Israele e sulle politiche dell’occupazione, che aveva direttamente conosciuto e rifiutato.

La vittoria maledetta, quella di Israele del ‘67, è la storia delle politiche di occupazione e repressione, area per area, periodo per periodo, nei territori occupati, da Gerusalemme Est alla Cisgiordania, al Golan. A differenza di Cinquant’anni dopo di Chiara Cruciati e Michele Giorgio, non ha due soggetti in conflitto, gli israeliani, occupanti, e i palestinesi, occupati, ma un solo soggetto: Israele. La vittoria maledetta, secondo l’autore, e come sembra evidente a tutti col senno di poi, non è mai messa in forse da rivolte o scelte degli occupati. Il libro sostiene che Israele, in 50 anni di occupazione, di rivolte, conflitti, trattative, Camp David 1 e 2, Oslo, governi di destra e di sinistra, Rabin, Begin e Dayan, non ha mai veramente pensato di rinunciare a parte della sua sovranità sui territori tra il Giordano ed il mare. Carter pensò che la rinuncia su alcuni territori fosse possibile; lo pensò il ministro degli Esteri marocchino. Ceausescu, dopo un incontro, sostenne che “Begin vuole la pace ed è sufficientemente forte per concederla.” Sadat, alla Knesset, offrì pace e accoglienza in cambio della restituzione dei territori occupati. Ma il Governo di Israele non ha mai pensato a una cessione di sovranità. “Al cuore – scrive Bregman – vi era l’idea che, mentre Israele avrebbe garantito l’autonomia personale delle popolazioni palestinesi che vivevano in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, grazie alla quale esse avrebbero potuto condurre la propria vita senza alcuna ingerenza israeliana, i palestinesi da parte loro non avrebbero detenuto alcun controllo del territorio perché questo sarebbe rimasto proprietà di Israele e sottoposto esclusivamente alla sua sovranità.” Il programma di Begin per l’autonomia palestinese prevedeva un consiglio amministrativo di 11 membri eletti a suffragio universale diretto, paritario e segreto: “la sicurezza e gli affari esteri, gli attributi della sovranità più importanti, avrebbero continuato ad essere materia di Israele.”

Il libro racconta le trattative, gli accordi di Oslo, i mutamenti di maggioranze, ma come schermaglie all’interno di una posizione inamovibile della potenza vincitrice, Israele, sulla sovranità. La documentazione, in parte di colloqui e posizioni riservate, è abbondante. È il contrario di molte cronache giornalistiche secondo cui il rifiuto a impegnarsi in una firma definitiva è stato sempre dei palestinesi, per diffidenza, per timore di perdere consensi. L’autore sostiene che non di un ingiustificato rifiuto si è trattato, ma dell’impossibilità di accettare la pura e semplice rinuncia all’indipendenza, anche solo di una parte, dei territori occupati.

In questo quadro complessivo, le storie delle singole aree sono storie di scelte arbitrarie di Israele subite dagli abitanti dei territori occupati; o, peggio, di trattamenti inumani e degradanti di prigionieri. Il controllo della forza ha sempre permesso ai vincitori di consentire o proibire, secondo la propria convenienza del momento, senza possibilità per i palestinesi di ricorrere ad una autorità imparziale, come avviene oggi con la dichiarazione di importanza militare di una certa area. Come è avvenuto anche nel Golan, che è territorio siriano, in cui spostamenti ritenuti temporanei si sono rivelati deportazioni permanenti.

Il libro ha un solo protagonista vero, ma dà voce a innumerevoli testimoni della parte sconfitta; testimoni della umiliazione, dell’impossibilità di prevedere, di conoscere i criteri del giusto e dell’ingiusto in base a cui dovevano comportarsi; dell’impossibilità di considerare sicuro neanche lo spazio della propria casa, il percorso dei propri figli.

È difficile per gente civile credere a quello che succede laggiù. L’umiliazione, la paura, le difficoltà materiali, l’angoscia del sapere che, senza alcuna ragione, puoi venir trattenuto, rimandato indietro, indurre la tua famiglia a pensare che, forse, come migliaia di altre persone, sei stato arrestato.” (citato da Izzeldin Abuelaish, Non odierò).

La distruzione delle case, su cui molto si è battuto e molto ha scritto Jeff Halper, è uno dei temi ricorrenti.

Sono particolarmente dettagliate le descrizioni di maltrattamenti e torture di detenuti: “Si picchiava il detenuto appeso a un sacco chiuso, con la testa coperta e le ginocchia legate; lo si legava tutto contorto a una conduttura esterna, con le mani dietro la schiena per ore.” (da un rapporto dell’asociazione israeliana per i diritti umani “B’Tselem”).

Non è un libro che si proponga di raccontare una storia equilibrata di un lungo conflitto in cui non si è direttamente coinvolti. È il libro di un cittadino dello Stato vincitore, che ha combattuto per il proprio Stato, ha partecipato all’ oppressione, si rifiuta di continuare a farlo e sceglie l’esilio per non farlo più. È un libro di denuncia non solo del proprio governo ma anche del proprio Stato, perché se ne denunciano gli atti costitutivi. Bregman non accetta l’apartheid costitutivo dello Stato di Israele, non crede alla possibilità di una via di uscita e perciò se n’è andato.

Il libro si legge con angoscia perché è il racconto di una serie di trappole a cui i palestinesi (o i siriani che abitavano le alture del Golan), una volta sconfitti e occupati, non hanno avuto la possibilità di sottrarsi. Le situazioni sono presentate dal punto di vista di chi le subisce, come mi sembra giusto.

L’autore, come è immaginabile data la sua storia, deve aver avuto accesso a fonti interne riservate, a testimonianze di chi ha condotto le trattative e preso le decisioni. Ha sostenuto che Ashraf Marwan, egiziano, genero di Nasser, nel ‘70 si arruolò nel Mossad, il servizio segreto israeliano, ma poi lo ingannò nel ‘73, durante la guerra dello Yom Kippur. Marwan fu trovato morto sotto la finestra della sua casa a Londra, il giorno in cui doveva incontrare Bregman, che ne ha raccontato la storia in un suo libro, The spy that fell to earth.

Vorrei aggiungere che La vittoria maledetta non è una storia di complotti ma la storia di una tragedia sociale, una delle molte di questo nostro secolo. È una storia di fatti evidenti interpretati secondo una tesi molto netta. Che l’oppressione ci sia e i fatti siano veri non è in dubbio. Che le trattative siano fallite è storia nota. Che siano fallite per la inflessibile volontà di Israele di non rinunciare alla sovranità su tutti i territori tra il Giordano e il mare, e quindi sulle popolazioni che li abitano, è la tesi che l’autore ritiene dimostrata dalle sue fonti.




L’Autorità Nazionale Palestinese e Hamas guidano Stati di polizia paralleli — Human Rights Watch

Annelies Verbeek

23 ottobre 2018, Electronic Intifada

Un nuovo rapporto di Human Rights Watch ritiene sia l’Autorità Nazionale Palestinese in Cisgiordania che Hamas a Gaza colpevoli di fare largo uso di arresti arbitrari e di tortura per reprimere le critiche e l’opposizione politica.

Il rapporto, intitolato “Due autorità, un sistema, zero dissenso”, è il risultato di due anni di ricerca. Si avvale di 86 casi di studio e 147 interviste, la maggior parte di ex detenuti.

Venticinque anni dopo Oslo, le autorità palestinesi hanno ottenuto un potere molto limitato in Cisgiordania e a Gaza, eppure, laddove hanno autonomia, hanno sviluppato stati di polizia paralleli”, ha detto Tom Porteous, un rappresentante di Human Rights Watch.

Gli appelli dei dirigenti palestinesi per salvaguardare i diritti dei palestinesi suonano vuoti dal momento che sopprimono il dissenso.”

Gli arresti arbitrari prendono di mira soprattutto coloro che criticano le autorità o esprimono sostegno per l’opposizione politica sui social media, sui giornali e nei campus universitari. Secondo Human Rights Watch le autorità spesso giustificano gli arresti sulla base di leggi generiche che criminalizzano attività che “provocano tensioni settarie” o “offendono le più alte autorità.”

Il rapporto riferisce numerosi esempi di casi individuali di abuso. Un uomo, precedentemente incarcerato da Israele, è stato in seguito arrestato 15 volte dalle forze di sicurezza dell’ANP per essersi affiliato al gruppo di Hamas quando era in prigione.

Un altro esempio è la detenzione per 15 giorni di un giornalista di Gaza che ha scritto su Facebook: “Mi chiedo se i figli dei nostri dirigenti dormono sul pavimento come i nostri figli”. È stato accusato di “uso scorretto della tecnologia” e definito “un istigatore alla sovversione”.

Tortura “abituale, deliberata e largamente utilizzata.”

Nel rapporto si afferma che la tortura e gli abusi durante la detenzione sono “abituali, deliberati e largamente impiegati”.

Entrambe le autorità utilizzano frequentemente un metodo di tortura chiamato ‘shabeh’, in cui i detenuti sono costretti in posizioni dolorose.

Human Rights Watch descrive i metodi usati come “analoghi alle annose prassi israeliane contro i palestinesi.”

Altri abusi documentati includono l’uso di scosse elettriche e colpi [inflitti] con cavi.

Human Rights Watch chiede agli USA e all’ Unione Europea, che sostengono finanziariamente l’Autorità Nazionale Palestinese, come anche al Qatar, all’Iran e alla Turchia, che sostengono Hamas, di sospendere l’assistenza alle forze di sicurezza coinvolte nei diffusi arresti arbitrari e torture. Inoltre raccomanda che gli arresti arbitrari e gli abusi da parte dell’ANP e di Hamas siano inclusi in ogni futura inchiesta della Corte Penale Internazionale sulla Palestina.

Sia Hamas che l’ANP negano che gli abusi siano sistematici e che vadano oltre casi limitati ed eccezionali. Inoltre entrambe le autorità affermano che tali casi vengono sottoposti ad indagine quando siano portati all’attenzione delle autorità.

Lo staff di Human Rights Watch non ha potuto recarsi a Gaza a parlare con le autorità di Hamas riguardo alle accuse, poiché Israele ha negato l’ingresso ai ricercatori.

Sia l’ANP che Hamas sono dotati di meccanismi interni idonei per presentare denunce contro gli abusi delle autorità. Centinaia di denunce sono state presentate da cittadini e organizzazioni per i diritti umani ma, secondo il rapporto di Human Rights Watch, solo “una esigua minoranza” ha avuto come esito un’azione disciplinare.

Associazioni per i diritti umani in Cisgiordania hanno posto l’Autorità Nazionale Palestinese – guidata da Mahmoud Abbas – sotto attenzione particolare a causa del suo coordinamento sulla sicurezza con Israele. L’ANP trasmette ad Israele le registrazioni dell’intelligence e degli interrogatori e vi sono stati casi documentati in cui gli israeliani che li interrogavano hanno detto ai prigionieri palestinesi di aver ricevuto le registrazioni dei loro interrogatori dall’ANP.

C’è la sensazione che non si possa criticare la leadership palestinese perché questo distoglierebbe l’attenzione dall’occupazione israeliana”, ha detto Yara Hawari del gruppo di esperti palestinese al-Shabaka.

Ma noi dobbiamo parlare degli abusi in modo da fornire il quadro completo. L’ANP e Hamas non stanno nel vuoto. Molte delle violazioni dei diritti umani che commettono avvengono sotto gli occhi di Israele e con l’avallo israeliano.”

Questo abuso di potere dimostra che le leadership palestinesi sono assolutamente deboli ed incapaci di guidare il loro popolo”, ha detto Hawari a ‘The Electronic Intifada’.

Ciò è triste. Ma io penso che questo tipo di rapporti sia importante perché dà ai palestinesi l’opportunità di ragionare su che genere di leadership in realtà vogliono e su che cosa, piuttosto che su chi, verrà dopo Abbas.”

Annelies Verbeek è una giornalista belga che vive a Ramallah.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)