Non si paga nessun prezzo per la distruzione di un villaggio palestinese?

Sarit Michaeli

26 luglio 2021 +972 Magazine

I diplomatici vedono che il nuovo governo israeliano continua ad espellere i palestinesi. Per quale motivo gli Stati continuano a tributare onori a chi compie questi crimini?

Negli annali dei tentativi israeliani di espellere comunità di pastori palestinesi nella Cisgiordania occupata, un ruolo centrale è svolto dalla burocrazia, coi suoi uffici dotati di aria condizionata, e dalle aule di tribunali. Le udienze della Corte Suprema di Israele, che quotidianamente autorizza la politica di espulsione del governo e le ordinanze di demolizione dell’Amministrazione Civile, forse non sono spettacolari come la vista del bulldozer che distrugge tende e cisterne, o della gru che solleva le macerie per depositarle in un camion. Ma è su questi magistrati, politici, e generali che ricade la maggiore responsabilità di queste distruzioni e sofferenze.

Eppure a volte basta un’immagine sola presa sul campo per ottenere il quadro globale della politica condotta da Israele per perseguitare alcune delle comunità palestinesi più svantaggiate della Cisgiordania con l’unico obiettivo di portarle alla disperazione, cacciarle via dalle loro case e comunità, per impadronirsi delle loro terre. E’ un momento topico che mette in luce tutto, chiaro come il sole che in estate picchia cocente sulla Valle del Giordano.

Lo scorso 7 luglio camion, bulldozer e altri mezzi pesanti israeliani sono arrivati in località Khirbet Humsa, un borgo di pastori formato da quattro gruppi di tende e catapecchie in cui vivono 61 persone, di cui 34 sono minori. I soldati, gli agenti della polizia di frontiera e gente assoldata dall’Amministrazione Civile – il ramo dell’esercito israeliano che controlla la vita quotidiana di milioni di palestinesi sotto occupazione – hanno iniziato senza perdere tempo la loro opera di distruzione.

Le donne delle famiglie Abu al-Kabash e Awawdeh, che si trovavano a casa mentre gli uomini erano fuori a pascolare le greggi, hanno visto i bulldozer che dopo aver tirato e strappato i pali metallici e i rivestimenti di plastica delle tende li trasferivano nei camion. Stavano a guardare mentre il conducente del bulldozer spaccava prima i serbatoi delle acque nere e poi ne buttava giù uno di acque bianche prima di colpirlo ripetutamente sul terreno arido, attento che non ne restasse più niente.

Parte degli avvenimenti è stato ripreso da una donna della comunità con un cellulare avuto in precedenza dagli attivisti di Machsom Watch [associazione di volontarie israeliane che monitora la vita dei palestinesi sotto occupazione, ndtr] prima che la batteria si esaurisse. Più in là c’erano attivisti palestinesi provenienti da altre parti della Valle del Giordano, ricercatori di B’Tselem [Centro di informazione israeliano per i diritti umani nei territori occupati, ndtr], operatori umanitari, personale ONU e diplomatici europei che documentavano. I soldati non li hanno lasciati avvicinare.

Dopo che i bulldozer hanno finito di schiacciare le tende e i recinti degli animali del villaggio, i lavoratori a contratto si sono dedicati agli effetti personali dei residenti. Per ore hanno caricato sui camion tutto ciò che si trovava nelle case appena distrutte: mobili, materassi, abiti, fornelli, cibo. Poi i camion si sono diretti in località Ein Shibli, ai margini dell’Area C della Cisgiordania, quella sotto totale controllo militare israeliano, dove hanno scaricato il tutto. Israele sta cercando di spostare i residenti espulsi proprio qui, nonostante essi rifiutino strenuamente di spostarsi da nessuna parte, men che meno a Ein Shibli, dove la mancanza di pascoli gli impedirebbe di continuare a vivere secondo le loro tradizioni.

Gli abitanti di Humsa hanno dovuto trascorrere la notte solo con i vestiti che avevano indosso, privi dei servizi basilari e di un riparo. Era la sesta volta nell’ultimo anno che la comunità ha dovuto opporre resistenza per non essere espulsa da Israele. Anche se questa demolizione è stata forse più spudorata delle altre, la giustificazione è rimasta invariata: negli anni Settanta Israele aveva designato l’area come “zona di tiro” – poco importa se ciò violava le leggi internazionali.

Nessuna ripercussione

La distruzione di Humsa non è un’aberrazione. E’ la norma che Israele ha stabilito. E’ parte dell’ininterrotta politica dei governi israeliani che creano condizioni di vita insostenibili per i palestinesi con l’obiettivo di cacciarli dalle loro case, concentrarli in enclave, ed impadronirsi delle loro terre senza problemi. Cercare di trasferire con la forza persone prive di protezione costituisce crimine di guerra per il diritto internazionale umanitario, ed è tale per lo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale dell’Aia.

La responsabilità di questo crimine è di chi lo ordina, approva e controlla: i funzionari del governo, i comandanti militari di alto livello, le alte cariche nell’Amministrazione Civile, e i magistrati della Corte Suprema che forniscono l’approvazione legale. In effetti, quando la Corte Penale Internazionale prenderà in considerazione i trasferimenti forzati [di popolazione] come parte della sua indagine sui potenziali crimini di guerra israeliani, dovrà accertare tutte le responsabilità di chi ha reso possibile tale crimine.

Alle precedenti demolizioni della comunità sono seguite visite da parte di delegazioni di alti diplomatici dell’Unione Europea. Questi hanno detto ai residenti che la UE sostiene la loro lotta per la terra e si oppone alla politica di Israele. Gli ambasciatori della UE hanno ripetuto questo messaggio tramite un’iniziativa formale presso il governo di Israele, che ha scelto di ignorarlo e di andare avanti – scelta che non ha provocato alcuna ripercussione da parte europea.

Anzi, è vero il contrario. Dopo l’ultima demolizione in ordine di tempo di Humsa, il ministro degli esteri Yair Lapid è stato accolto con ogni onore al Consiglio Affari Esteri della UE, composto dai ministri degli esteri degli Stati membri. Secondo quanto riferito, l’Unione Europea ha convenuto di accettare Israele in “Creative Europe”, uno strumento finanziario europeo per sostenere l’arte, che proibisce di finanziare le colonie, quando Israele dichiara pubblicamente di respingere la posizione UE sull’illegalità delle colonie. Gli Stati Uniti, che con la presidenza di Joe Biden hanno ripreso a parlare della soluzione dei due Stati e di diritti umani, non hanno detto alcunché sugli eventi di Humsa.

La notte del sette luglio, dopo una giornata di distruzioni, un bulldozer militare è ritornato in zona per seppellire i rottami e detriti abbandonati. Khirbet Humsa è stato cancellato dalla faccia della terra. Ai margini della zona, i residenti cercano di aggrapparsi alla loro terra in ripari di fortuna. Dopo la distruzione, di tanto in tanto arrivano in zona attivisti palestinesi ed israeliani, oltre ad operatori umanitari. I soldati che pattugliano con i loro fuoristrada li avvisano di non entrare nella zona chiusa.

I residenti di Humsa non riusciranno a sopportare le condizioni attuali ancora a lungo. Con i loro atti i responsabili di governo della cosiddetta “coalizione del cambiamento” di Israele hanno reso ampiamente chiaro di non avere alcuna intenzione di rinunciare alla politica di espulsioni e distruzioni. La chiave ce l’ha soltanto la comunità internazionale. Farà capire ad Israele che danneggiare Humsa e le altre comunità palestinesi ha un prezzo, oppure i suoi richiami ancora una volta non saranno altro che vuota retorica?

Questo articolo è stato pubblicato originariamente in ebraico su Local Call. Clicca qui per leggerlo.

traduzione dall’inglese di Stefania Fusero




Comunità palestinese in Cisgiordania distrutta per la sesta volta

Al Jazeera e agenzie di stampa

7 luglio 2021 – Al Jazeera

Le forze israeliane hanno distrutto case e attrezzature agricole a Humsa al-Baqai’a nella Valle del Giordano occupata.

Le forze israeliane hanno distrutto la comunità palestinese beduina di Humsa al-Baqai’a, nella Valle del Giordano, comprese strutture che sono state fornite dalla comunità internazionale.

Sono state sfollate almeno 65 persone, compresi 35 minori, ha detto Christopher Holt del Consorzio di Tutela della Cisgiordania, un gruppo di organizzazioni umanitarie internazionali sostenuto dall’Unione Europea, che dà assistenza agli abitanti.

La demolizione ha lasciato ancora una volta senza casa gli abitanti del villaggio, che si guadagnano da vivere essenzialmente allevando circa 4.000 pecore. In passato l’UE ha aiutato gli abitanti nella ricostruzione dopo precedenti demolizioni.

In base agli Accordi di Oslo la Valle del Giordano, che costituisce il 60% della Cisgiordania occupata, è classificata come area C – che significa sotto il pieno controllo militare e civile israeliano.

È la sesta volta che il villaggio viene distrutto dal novembre 2020, quando – secondo il Consiglio dei Rifugiati Norvegese (NRC) – sono state demolite 83 strutture nella più vasta azione di demolizione registrata negli ultimi anni.

Alcune delle case e fattorie provvisorie sono state fornite dall’Unione Europea. Humsa al-Baqai’a ha ricevuto assistenza materiale dal Consorzio di Tutela della Cisgiordania, creato per impedire il trasferimento forzato di palestinesi nella Cisgiordania occupata.

Holt ha detto che le famiglie si sono rifiutate di abbandonare la zona.

Sappiamo che ciò che è successo stamattina è che l’esercito israeliano è entrato nella comunità verso le 9 e vi ha distrutto tutto, comprese otto strutture abitative e agricole e stalle per animali, ha detto ad Al Jazeera.

Le forze israeliane hanno cercato di trasferire con la forza le famiglie, cosa illegale in quanto questo è un territorio occupato, e che le famiglie hanno rifiutato di andarsene…È un’escalation molto grave.”

Un funzionario della sicurezza israeliano ha detto che per mesi il governo ha condotto incontri con gli abitanti ed ha offerto una località alternativa nelle vicinanze. Il funzionario, che non era autorizzato a rilasciare dichiarazioni pubbliche, ha detto alla Associated Press [agenzia di stampa USA, ndtr.] che l’offerta della nuova sistemazione resta valida.

In base al diritto internazionale, ad una potenza occupante è rigorosamente vietato trasferire membri della popolazione occupata dalle proprie comunità contro la loro volontà.

Lo scorso febbraio, dopo aver eseguito demolizioni in due precedenti occasioni nello stesso mese, le forze israeliane hanno anche confiscato i serbatoi d’acqua del villaggio, lasciando la comunità senza acqua potabile e per il bestiame.

Attualmente le famiglie di Humsa al-Baqai’a non hanno riparo dai torridi 39 gradi di calore nella Valle del Giordano.

Le forze israeliane hanno nuovamente distrutto la vita delle famiglie di Humsa e adesso le stanno scacciando dalle loro case,” ha detto Caroline Ort, direttrice per la Palestina del Consiglio dei Rifugiati Norvegese.

La comunità internazionale deve condannare fermamente questa espropriazione e dimostrare che non tollererà queste sfrontate violazioni del diritto internazionale. Le autorità israeliane devono garantire immediatamente l’accesso umanitario alla comunità per soddisfare le necessità urgenti.”

Ort ha affermato che le demolizioni sono l’ultima di una “incessante serie di dimostrazioni di forza da parte delle autorità israeliane, che solo nei primi sei mesi del 2021 hanno distrutto almeno 421 strutture appartenenti a palestinesi.”

Ciò rappresenta un incremento del 30% delle demolizioni rispetto allo stesso periodo del 2020”, ha affermato Ort.

Aree di tiro’

Il villaggio è una delle 38 aree beduine parzialmente o totalmente collocate all’interno di un’area che Israele ha dichiarato zona militare di prove di tiro.

Secondo l’Ufficio ONU per il Coordinamento delle Questioni Umanitarie (OCHA) le “aree di tiro” indicate costituiscono circa il 30% dell’area C, dove vivono 6.200 beduini.

Queste comunità sono alcune delle più vulnerabili nella Cisgiordania occupata, con accesso limitato ai servizi basilari quali acqua, igiene, elettricità, educazione e servizi per la salute.

Le case palestinesi nella Valle del Giordano sono soggette a demolizioni da parte delle autorità israeliane, che sostengono che sono state costruite senza permessi.

L’area della Valle del Giordano palestinese copre circa 160.000 ettari con circa 13.000 coloni israeliani che vivono in 38 insediamenti. Nel contempo, circa 65.000 palestinesi vivono in 34 comunità.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Rapporto OCHA del periodo 2 – 15 febbraio 2021

Il 5 febbraio, vicino al villaggio di Ras Karkar (Ramallah, nei pressi di un insediamento colonico avamposto [cioè, non autorizzato dal Governo israeliano] di nuova costruzione, un colono israeliano ha sparato, uccidendo un palestinese 34enne che, secondo fonti militari israeliane, aveva cercato di entrare in una casa dell’avamposto. Successivi scontri a Ras Karkar, villaggio di provenienza dell’uomo, hanno provocato il ferimento di un palestinese e di un soldato israeliano. A Nuba (Hebron), un altro palestinese 25enne è rimasto ucciso dall’esplosione di un ordigno rinvenuto nei pressi della sua casa.

In vari scontri avvenuti in Cisgiordania, sono rimasti feriti settantuno palestinesi e quattro soldati israeliani [seguono dettagli]. Trenta dei palestinesi feriti sono stati curati per aver inalato gas lacrimogeno durante una protesta svolta il 12 febbraio ad Humsa – Al Bqai’a, contro demolizioni e confische. Altri ventisette palestinesi sono rimasti feriti durante proteste: contro la realizzazione di tre insediamenti colonici avamposti su terra palestinese in Kafr Malik, Deir Jarir, Ras at Tin, Al Mughayyir (in Ramallah); contro la realizzazione di un altro [insediamento avamposto] su terreni palestinesi in Beit Dajan (Nablus); contro l’espansione degli insediamenti colonici a Kafr Qaddum (Qalqiliya). Sette palestinesi sono rimasti feriti negli scontri scoppiati durante operazioni di ricerca-arresto condotte nei Campi profughi di Ad Duheisha (Betlemme) e di Jenin, e nel villaggio di Jaba (sempre a Jenin). Altri tre sono rimasti feriti nell’area di Jenin mentre, a quanto riferito, tentavano di entrare in Israele attraverso varchi nella Barriera. Due [palestinesi] sono rimasti feriti ad Al Lubban ash Sharqiya (Nablus), in seguito all’intervento delle forze israeliane richiamate da scontri tra palestinesi e coloni; altri due, vicino al villaggio di Silwad (Ramallah), in circostanze non ancora chiare. Cinquantuno dei feriti sono stati curati per inalazione di gas lacrimogeni, dieci sono stati colpiti da proiettili di gomma, sei sono stati colpiti da proiettili di armi da fuoco ed i restanti sono stati aggrediti fisicamente o colpiti da bombolette lacrimogene. Quattro soldati israeliani sono rimasti feriti a Beituniya (Ramallah), durante un’operazione di ricerca-arresto.

In Cisgiordania le forze israeliane hanno effettuato 186 operazioni di ricerca-arresto ed hanno arrestato 172 palestinesi. I governatorati di Gerusalemme, Ramallah ed Hebron sono stati i più coinvolti (in media 28 operazioni ciascuno). In uno degli episodi, accaduto a Hebron, forze israeliane hanno fatto irruzione nel municipio arrestando i dipendenti al lavoro per il turno di notte; sarebbero stati rotti mobili e porte.

A Gaza, vicino alla recinzione israeliana del suo perimetro o in mare, al largo della costa, le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento in almeno 28 occasioni, presumibilmente per far rispettare le restrizioni di accesso [imposte ai palestinesi]. In altre tre occasioni, sempre vicino alla recinzione, le forze israeliane hanno svolto operazioni di spianatura del terreno.

Dopo una chiusura di oltre due mesi, il 1° febbraio, il valico egiziano di Rafah, al confine con Gaza, è stato aperto per quattro giorni consecutivi, in entrambe le direzioni. Il 9 febbraio, le autorità egiziane hanno annunciato che il valico rimarrà aperto in entrambe le direzioni, a tempo indeterminato. Dall’inizio di febbraio sono state registrate 6.373 uscite [da Gaza] e 3.520 ingressi.

Citando la mancanza di permessi di costruzione, sono state demolite o sequestrate 89 strutture di proprietà palestinese, sfollando 146 persone, di cui 83 minori, e creando ripercussioni su almeno 330 [seguono dettagli]. Il 3 e l’8 febbraio, nella Comunità Humsa – Al Bqai’a nella Valle del Giordano, le autorità israeliane hanno demolito 37 strutture, la maggior parte delle quali erano state donate. In ciascuno dei due episodi sono state sfollate sessanta persone, inclusi 35 minori. Questa Comunità, dislocata prevalentemente in un’area destinata all’addestramento militare israeliano, negli ultimi mesi ha subito molteplici demolizioni di massa. Una dichiarazione delle Nazioni Unite, rilasciata il 5 febbraio, ha denunciato che la pressione esercitata sulla Comunità per indurla ad abbandonare il luogo, costituisce un reale rischio di trasferimento forzato. A sud di Hebron, nelle Comunità di Ar Rakeez, Umm al Kheir e Khirbet at Tawamin, sono state sequestrate sette strutture, comprese latrine mobili, compromettendo le condizioni di vita e il sostentamento di 80 persone. Inoltre, ad Al Jalama (Jenin), i mezzi di sussistenza di circa 70 persone sono stati colpiti dalla demolizione di 13 bancarelle adibite alla vendita di bevande. A Gerusalemme Est, sono state demolite sette strutture, di cui quattro ad opera degli stessi proprietari per evitare costi aggiuntivi; una famiglia di quattro persone è stata sfollata.

Inoltre, nel villaggio di Tura al Gharbiya (Jenin), le autorità israeliane hanno demolito, a scopo punitivo, una casa, sfollando 11 persone, tra cui quattro minori. La casa apparteneva alla famiglia di un palestinese accusato di aver ucciso, a dicembre [2020], una donna israeliana. L’anno scorso, con le stesse motivazioni, sono state demolite sette strutture.

Secondo il Ministero dell’Agricoltura palestinese, le autorità israeliane hanno sradicato 1.000 alberelli vicino alla città di Tubas. Erano stati piantati in risposta allo sradicamento di migliaia di alberi, avvenuto il mese scorso nella stessa area, sulla base del fatto che la terra è stata dichiarata [da Israele] “Terra di Stato”.

Coloni israeliani, o persone ritenute tali, hanno ferito quattro palestinesi, compreso un minore, ed hanno danneggiato proprietà palestinesi, compresi alberi [seguono dettagli]. Tre palestinesi sono stati aggrediti fisicamente nel villaggio di Al Lubban ash Sharqiya (Nablus), in due separati scontri con coloni israeliani, mentre un 13enne è stato aggredito fisicamente nell’area di Hebron controllata da Israele (H2). Nel villaggio di Susiya (Hebron), un volontario straniero è stato colpito con pietre e ferito e, nel villaggio di As Samu, altri volontari stranieri e locali sono stati attaccati e derubati da persone ritenute coloni. Secondo fonti palestinesi, oltre 130 ulivi e alberelli sono stati sradicati o abbattuti nelle comunità di Khirbet Sarra (Nablus), Bruqin e Kafr ad Dik (Salfit), in At Tuwani e Bir al ‘Idd (Hebron) e in Al Janiya (Ramallah). A Bruqin sono stati rubati circa 180 pali da recinzione. Inoltre, a Beit Dajan è stata danneggiata una struttura agricola e a Qusra (entrambi a Nablus) è stato dato alle fiamme un veicolo. Un altro veicolo che transitava vicino all’insediamento di Bet El (Ramallah) è stato colpito con pietre e danneggiato. A Qawawis, un pastore ha riferito della morte di sette sue pecore a causa di una sostanza velenosa che egli ritiene sia stata spruzzata da coloni del vicino insediamento di Mitzpe Yair, i quali, egli dice, lo hanno ripetutamente attaccato mentre pascolava le sue pecore. In un altro episodio avvenuto nella zona di Ein ar Rashrash (Ramallah), un pastore ha riferito che un veicolo, verosimilmente guidato da coloni, aveva investito ed ucciso due delle sue pecore. Secondo quanto riferito, a Gerusalemme Est, autori ritenuti coloni israeliani avrebbero danneggiato una telecamera di sorveglianza e una serratura nella chiesa ortodossa rumena.

Secondo fonti israeliane, due israeliani, una ragazza di 14 anni e una donna, in viaggio sulle strade della Cisgiordania, sono stati feriti da autori ritenuti palestinesi. A quanto riferito, trenta veicoli israeliani sono stati danneggiati, prevalentemente colpiti da pietre.

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Ultimi sviluppi (fuori dal periodo di riferimento)

Il 16 febbraio, nella Comunità beduina di Humsa – Al Bqai’a, nella valle del Giordano settentrionale, le forze israeliane hanno confiscato cinque tende di sostentamento finanziate da donatori [correlato ad altri eventi descritti nel 6° paragrafo di questo Rapporto].




Rapporto OCHA del periodo 22 dicembre 2020 – 4 gennaio 2021

Il 26 dicembre, in seguito al lancio di due razzi, da Gaza verso Israele, le forze israeliane hanno effettuato una serie di attacchi aerei sulla città di Gaza, provocando il ferimento di tre palestinesi, tra cui una bambina di sei anni, e significativi danni a strutture civili adiacenti.

Secondo fonti ufficiali israeliane, gli attacchi aerei avevano come obiettivi una struttura sotterranea ed un sito utilizzati per la fabbricazione di razzi. Le strutture civili danneggiate includono due scuole, due manifatture, un ospedale, una moschea, tralicci per l’energia elettrica ed una conduttura per l’acqua; i danni a quest’ultima hanno interrotto l’approvvigionamento idrico a 250.000 persone circa. I razzi palestinesi erano stati intercettati in aria e non avevano provocato ferimenti di israeliani, né danni. Da metà agosto scorso, questo è il primo scontro con feriti e danni materiali importanti.

Nelle aree [di Gaza] adiacenti la recinzione perimetrale e in zone di mare al largo della costa, le forze israeliane hanno aperto il fuoco d’avvertimento in almeno 45 occasioni. In un episodio separato, accaduto al largo della costa di Rafah, le forze navali egiziane hanno aperto il fuoco verso una imbarcazione palestinese, arrestando tre pescatori. Nessuno di questi episodi ha provocato feriti. In queste aree, di solito, le sparatorie si svolgono per imporre restrizioni di accesso.

Il 1° gennaio, un palestinese di 24 anni è stato colpito al collo da un proiettile sparato da un soldato israeliano e, al momento, è paralizzato; egli aveva cercato di impedire il sequestro di un generatore elettrico privo dell’autorizzazione richiesta da Israele. L’episodio è avvenuto ad Ar Rakeez: una delle 14 Comunità di pastori dell’area di Massafer Yatta (a sud di Hebron) i cui residenti sono a rischio di trasferimento forzato poiché l’area è stata designata da Israele come zona “chiusa” e destinata all’addestramento dei suoi militari.

In Cisgiordania, scontri scoppiati durante operazioni israeliane di ricerca-arresto, condotte nei pressi di due ospedali, hanno provocato il ferimento di due palestinesi, tra cui una donna incinta, e l’interruzione delle attività ospedaliere [seguono dettagli]. In un episodio verificatosi il 27 dicembre, nella città di Ramallah, due persone, che stavano nel cortile di un ospedale, sono state colpite da proiettili di gomma sparati dalle forze israeliane dall’esterno; è stata danneggiata anche un’ambulanza. Il 4 gennaio, nella città di Tulkarm, in un altro episodio, le cui circostanze rimangono poco chiare, le forze israeliane sono entrate in un ospedale ed hanno lanciato granate stordenti.

In Cisgiordania, in scontri con forze israeliane, sono rimasti feriti altri 89 palestinesi, compresi 16 minori [seguono dettagli]. Quarantasei feriti si sono avuti vicino al villaggio di Al Mughayyir (Ramallah), durante le reiterate proteste contro le attività di insediamento colonico, tra cui la creazione di un nuovo insediamento avamposto [non autorizzato da Israele]. Altri 30 palestinesi sono rimasti feriti nella comunità di Al Karmel, nel sud di Hebron, durante la demolizione di una casa. Nella città di Nablus, Beituniya e Al Bireh a Ramallah, e nei Campi profughi di Aqbet Jaber (Gerico) e Ad Duheisheh (Betlemme), operazioni israeliane di ricerca-arresto hanno innescato scontri con palestinesi, 11 dei quali sono stati feriti. Degli 89 feriti, 65 sono stati curati per inalazione di gas lacrimogeni, 13 sono stati colpiti da proiettili di gomma, sei sono stati aggrediti fisicamente e cinque sono stati colpiti con armi da fuoco.

Il 24 dicembre, nel villaggio di Tura (Jenin), forze israeliane hanno arrestato un palestinese sospettato dell’omicidio di una donna israeliana, il cui corpo era stato ritrovato il 20 dicembre, vicino all’insediamento di Tal Menashe. Secondo le autorità israeliane, l’uomo ha confessato di aver ucciso la donna per motivi nazionalistici. In relazione a questo episodio sono stati arrestati anche altri quattro palestinesi.

Il 3 gennaio, vicino al villaggio di Deir Nidham (Ramallah), una donna israeliana, che transitava in auto, è stata gravemente ferita da una pietra lanciata da un palestinese. Successivamente, le forze israeliane hanno condotto una serie di operazioni di ricerca nel villaggio, arrestando nove palestinesi, tra cui, secondo quanto riferito, il presunto aggressore. Secondo fonti israeliane, in Cisgiordania, in ulteriori episodi di lancio di pietre, tre israeliani sono rimasti feriti e 14 veicoli israeliani hanno subito danni.

A motivo della mancanza di permessi di costruzione rilasciati da Israele, sono state demolite o sequestrate trentaquattro strutture palestinesi provocando lo sfollamento di 22 persone e creando ripercussioni su oltre 170. Tutte le strutture prese di mira, tranne due, e tutti gli sfollamenti sono stati registrati in Area C, interessando 12 Comunità palestinesi. Le due strutture sopraccitate sono state demolite in Gerusalemme Est dagli stessi proprietari per evitare maggiori spese e multe.

In due episodi distinti, le forze israeliane hanno spianato con i bulldozer terreni agricoli e sradicato circa 850 alberi di proprietà palestinese, con la motivazione che la terra è dichiarata [da Israele] “terra di stato” [seguono dettagli]. Vicino al villaggio di Al Jab’a (Betlemme) sono stati rasi al suolo circa 1,5 ettari di terreno e sono stati sradicati 350 ulivi e 150 viti, minando i mezzi di sussistenza di almeno tre famiglie. Nella Comunità beduina di An Nuwei’ma Al Fauqa (Gerico), durante una demolizione, le forze israeliane hanno sradicato 350 ulivi.

In diversi episodi, palestinesi sono stati colpiti da pietre o attaccati in altro modo da aggressori ritenuti coloni israeliani. In due episodi distinti, avvenuti a Gerusalemme Est e Al Lubban ash Sharqiya (Nablus), un ragazzo e un uomo sono stati aggrediti fisicamente e feriti. Nei villaggi di At Tuwani (Hebron), Huwwara e Jalud (Nablus) e Kifl Haris e Sarta (Salfit), coloni hanno lanciato pietre e danneggiato veicoli, case e ulivi; nell’ultima di tali località gli aggressori hanno lanciato una granata assordante all’interno di una casa, senza provocare feriti. In tutta la Cisgiordania sono stati registrati decine di casi di lancio di pietre contro auto palestinesi; in tre degli episodi sono stati danneggiati veicoli. A quanto riferito, alcuni di questi episodi si sono verificati durante proteste di coloni per la morte di un ragazzo israeliano in un incidente d’auto: l’auto si era schiantata mentre era inseguita dalla polizia israeliana [che sospettava che gli occupanti avessero lanciato pietre contro auto palestinesi]. Alcune di queste proteste hanno comportato scontri tra coloni e polizia israeliana.

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Ultimi sviluppi (fuori dal periodo di riferimento)

Il 5 gennaio, vicino all’incrocio di Gush Etzion (Hebron), il coordinatore della sicurezza di un insediamento israeliano ha sparato, uccidendo un palestinese che, secondo quanto riportato da media, aveva tentato una aggressione con coltello.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it




Israele e il “trasferimento silenzioso” dei palestinesi fuori dalla Palestina

Ibrahim Husseini

27 settembre 2020 – Al Jazeera

Conferendo un precario status di residenza a Gerusalemme Est, Israele è riuscito a revocare e successivamente sradicare più di 14.200 palestinesi.

Gerusalemme Est occupata – Mentre un numero sempre maggiore di Paesi arabi normalizza le relazioni con Israele, si procede con una politica di “trasferimento silenzioso” – un intricato sistema che prende di mira i palestinesi nella Gerusalemme est occupata con revoca della residenza, espulsione attraverso la demolizione di case, ostacoli per ottenere licenze edilizie e tasse elevate.

Il ricercatore palestinese Manosur Manasra segnala che Israele ha iniziato questa politica ostile di trasferimento dei palestinesi da Gerusalemme est quasi immediatamente dopo la guerra del 1967 e la successiva occupazione della parte orientale della città.

Questa politica continua ancora oggi, con l’obiettivo di prendere il controllo di Gerusalemme Est.

L’espropriazione di terra per permettere l’insediamento di ebrei è avvenuta sin dal 1968 intorno a Gerusalemme est e nel cuore dei quartieri palestinesi quali i quartieri musulmani e cristiani della città vecchia e oltre, a Sheikh Jarrah, Silwan, Ras al-Amoud e Abu Tur.

Dopo la guerra del giugno 1967, Israele ha applicato la legge israeliana a Gerusalemme Est e ha concesso ai palestinesi uno status di “residente permanente”, che però è in realtà precario. B’tselem, il centro israeliano di informazione sui diritti umani nei territori palestinesi occupati, descrive questo status come “accordato a cittadini stranieri che desiderano risiedere in Israele” – senonché i palestinesi sono nativi del territorio.

I palestinesi di Gerusalemme est non hanno automaticamente diritto alla cittadinanza israeliana né l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) rilascia passaporti palestinesi. Di solito possono ottenere documenti di viaggio temporanei giordani e israeliani.

Assegnando ai palestinesi di Gerusalemme est un precario status di residenza, Israele è riuscito dal 1967 a revocare e successivamente sradicare da Gerusalemme est più di 14.200 palestinesi.

Queste misure sono unite ad una aggressiva pratica di demolizione di case. Le demolizioni di case in Cisgiordania non si sono fermate nonostante la pandemia di coronavirus.

Secondo le Nazioni Unite, il numero degli sfrattati è quasi quadruplicato da gennaio ad agosto 2020 e c’è stato un aumento del 55% delle strutture oggetto di demolizione o confisca rispetto all’anno precedente.

Il mese scorso a Gerusalemme Est sono stati demoliti 24 edifici, metà dei quali dagli stessi proprietari a seguito dell’emissione di un ordine di demolizione da parte del comune di Gerusalemme.

Lo status di “residenza permanente” si mantiene fino a che i palestinesi rimangono fisicamente in città. Tuttavia, in alcuni casi, le autorità israeliane decidono di ritirare lo status di residenza ai palestinesi di Gerusalemme est come provvedimento punitivo perché sono dissidenti politici. La persecuzione da parte di Israele degli attivisti palestinesi è tentacolare e non esclude alcuna fazione.

Il caso più recente è quello del 35enne Salah Hammouri, avvocato e attivista. Arye Deri, ministro degli Interni israeliano, afferma che Salah è membro del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP). Israele ha messo fuori legge il gruppo e vuole cacciarlo dal Paese.

In alcuni casi, le autorità israeliane annullano per rappresaglia i permessi di soggiorno dei coniugi di attivisti politici. Shadi Mtoor, un membro di Fatah a Gerusalemme Est, sta attualmente combattendo una causa nei tribunali israeliani per mantenere a Gerusalemme Est la residenza di sua moglie, originaria della Cisgiordania.

Nel 2010, Israele ha revocato la residenza a Gerusalemme di quattro alti membri di Hamas – tre dei quali sono stati eletti al parlamento palestinese nel 2006 e uno è stato ministro di gabinetto – perché rappresentano un pericolo per lo Stato. Tre ora vivono a Ramallah e uno è in detenzione amministrativa [cioè senza imputazione, ndtr.]. Il 26 ottobre è prevista un’udienza presso l’Alta Corte israeliana.

In alcuni casi, Israele non rilascia il documento di residenza a bambini il cui padre sia di Gerusalemme e la madre cisgiordana.

Il diritto internazionale condanna esplicitamente il trasferimento forzato di civili.

“In definitiva, la nostra decisione è di rimanere in questa città”, dice Hammouri.

All’inizio di settembre è stato convocato dalla polizia israeliana e informato dell’intenzione del Ministero degli Interni israeliano di revocare la sua residenza a Gerusalemme.

“Mi è stato detto che costituisco un pericolo per lo Stato e che appartengo al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina”, ha detto Hammouri.

Cittadino francese, Hammouri è nato a Gerusalemme da padre palestinese e madre francese. Nel 2017, la famiglia si è divisa quando Israele ha vietato a sua moglie, Elsa, anche lei di nazionalità francese e all’epoca incinta, di entrare nel Paese. Si disse che fosse a causa di un file segreto in possesso di Israele.

Hammouri si aspetta che, dopo la revoca formale della sua residenza, Israele lo espellerà verso la Francia. Il governo francese, in risposta, ha rilasciato una dichiarazione chiedendo a Israele di consentire ad Hammouri di continuare a risiedere a Gerusalemme.

E afferma: “Il signor Salah Hammouri deve poter condurre una vita normale a Gerusalemme, dove è nato e dove risiede”.

Il Ministero degli Esteri israeliano sostiene che Hammouri è “un agente operativo di alto livello” di un’organizzazione terroristica e continua a impegnarsi in “attività ostili” contro lo Stato di Israele.

È ora in corso in Francia una campagna di solidarietà che invoca il diritto di Hammouri di mantenere la sua residenza a Gerusalemme, e i diplomatici francesi a Gerusalemme stanno attualmente negoziando con i funzionari israeliani per convincerli a revocare la decisione. Hammouri intende ricorrere in tribunale contro la revoca della sua residenza.

Hammouri ha trascorso in tempi diversi più di otto anni nelle carceri israeliane. Nel 2011, dopo una condanna a sette anni di reclusione, è stato liberato grazie ad un accordo per lo scambio di prigionieri tra Hamas e Israele (noto come accordo Shalit [dal nome di un soldato israeliano rimasto per 5 anni prigioniero a Gaza e scambiato con più di 1.000 detenuti palestinesi, ndtr.]).

Sahar Francis, direttore della Prisoner Support and Human Rights Association [Associazione per il Sostegno e i Diritti Umani dei Prigionieri, ndtr.] nota come Addameer, ha detto ad Al Jazeera: “Secondo il diritto internazionale la revoca della residenza è illegale “.

Lo Stato di occupazione non ha il diritto di togliere la residenza alle persone, protette ai sensi della Quarta Convenzione di Ginevra. Si chiama trasferimento forzato, e il trasferimento forzato è proibito”, ha detto Francis.

Il FPLP si è inizialmente opposto agli accordi di Oslo del 1993, ma poi è arrivato ad accettare la soluzione dei due Stati. Tuttavia nel 2010 ha invitato l’OLP a porre fine ai negoziati con Israele e ha affermato che è possibile solo la soluzione di uno Stato unico per palestinesi ed ebrei.

“Vedo un orizzonte molto buio”, dice Khaled Abu Arafeh, 59 anni, ex Ministro dell’Autorità Nazionale Palestinese.

“Israele farà fruttare i recenti sviluppi locali e regionali della normalizzazione e il risultato sarà l’espulsione degli abitanti della Cisgiordania e la riformulazione dello status dei palestinesi del 1948”, aggiunge.

Abu Arafeh è stato Ministro per le Questioni di Gerusalemme tra marzo 2006 e marzo 2007 nel governo di Ismail Haniyeh, formato dopo che Hamas ha ottenuto la maggioranza dei seggi alle elezioni parlamentari del 2006.

Due mesi dopo la formazione del governo palestinese, la polizia israeliana ha notificato a tre membri del Consiglio Legislativo Palestinese (PLC) e al ministro del governo Abu Arafeh, tutti di Gerusalemme, che avevano 30 giorni per lasciare il loro incarico o il loro status di residenti sarebbe stato revocato.

La minaccia della polizia israeliana è stata respinta e i quattro sono ricorsi in tribunale per contestare l’ultimatum del ministero dell’Interno.

Il 29 giugno 2006, la polizia israeliana ha condotto un’ampia campagna di arresti che ha preso di mira 45 membri neoeletti del PLC e 10 ministri del governo. I membri del PLC di Gerusalemme Muhammad Abu Teir, Muhammad Totah, Ahmad Atoun e Abu Arafeh erano tra gli arrestati. Israele li ha accusati di appartenere alla lista “Riforma e Cambiamento”, affiliata al movimento islamico Hamas.

Abu Arafeh è stato condannato a 27 mesi di prigione ed è stato rilasciato nel settembre 2008. Abu Teir e Totah sono stati condannati a pene più lunghe e sono stati rilasciati solo a maggio 2010.

Il 1 giugno 2010, la polizia israeliana ha di nuovo convocato i quattro. Questa volta è stato ordinato loro di consegnare i loro documenti di identità di Gerusalemme e gli è stato concesso un mese per lasciare Israele.

Proprio quando il termine stava per scadere, la polizia israeliana ha arrestato Abu Teir.

Abu Arafeh, Atoun e Totah, presentendo un imminente arresto, si sono rifugiati nell’edificio del Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) a Sheikh Jarrah, a Gerusalemme Est. La loro permanenza è durata 19 mesi, e vivevano in una tenda all’interno dei locali. La polizia israeliana ha infine preso d’assalto l’edificio e arrestato i tre uomini.

Sono stati accusati di appartenere a un “gruppo terroristico” e di ricoprire ruoli importanti nel movimento di Hamas, nonché di istigazione contro lo Stato di Israele. Sono stati condannati a due anni di carcere. Dopo il loro rilascio, si sono stabiliti a Ramallah.

“Lontano da al-Quds [Gerusalemme per i musulmani, ndtr.], mi sento tagliato fuori, assolutamente un estraneo”, ha lamentato Abu Arafeh.

La famiglia di Abu Arafeh continua a risiedere a Gerusalemme est. “Vivo a Ramallah e loro vivono ad al-Quds”, ha detto Abu Arafeh ad Al Jazeera. “Mi vengono a trovare ogni fine settimana e poi tornano a casa.”

Atoun è attualmente in detenzione amministrativa, la sua quarta dal 2014.

Nel 2018, l’Alta Corte israeliana ha stabilito che la decisione del Ministero degli Interni di revocare lo status di residente era illegale in quanto non c’erano leggi a sostegno. Tuttavia, ha dato al ministro degli Interni sei mesi per presentare una legge alla Knesset [il parlamento israeliano, ndtr.]. La Knesset ha approvato una legge che consente la revoca della residenza a individui ritenuti non fedeli allo Stato di Israele.

Fino ad oggi i quattro palestinesi non hanno documenti d’identità che permettano loro di attraversare i posti di blocco israeliani all’interno della Cisgiordania. L’unico documento che hanno potuto ottenere è stata la patente di guida dall’Autorità Nazionale Palestinese, ma solo dopo l’approvazione da parte dell’esercito israeliano.

Poiché non hanno documenti d’identità, raramente si avventurano fuori Ramallah per paura di essere fermati e arrestati a un posto di blocco israeliano.

I quattro si sono appellati alle leggi dell’Alta Corte e hanno chiesto a Israele di fornire loro una residenza alternativa che consenta loro di vivere legalmente in Cisgiordania. Per il 26 ottobre è prevista un’udienza in tribunale, ma Abu Arafeh non si aspetta una sentenza.

Non ci aspettiamo una decisione; l’autorità di occupazione sta usando il tempo contro di noi”, ha detto.

Una donna palestinese ventiquattrenne, che ha chiesto di essere identificata come JA, è nata nella città di Betlemme in Cisgiordania. Suo padre è di Gerusalemme Est e possiede un documento di identità di Gerusalemme. Ma sua madre è di Betlemme e possiede una carta d’identità rilasciata dall’Autorità Nazionale Palestinese.

Il Ministero degli Interni israeliano ha respinto tutte le domande di rilascio di una carta d’identità a JA perché è nata in Cisgiordania. Peraltro, l’ANP non le ha rilasciato una carta d’identità perché suo padre ha un documento d’identità di Gerusalemme.

Quindi attualmente JA non ha alcun documento. Questa situazione le ha causato infiniti problemi nell’iscrizione a scuola, nella ricerca di un impiego, nell’apertura di un conto in banca e in altre necessità ordinarie. Non ha mai viaggiato.

JA sta ora intentando una causa contro il Ministero degli Interni israeliano nel tentativo di ottenere una residenza legale.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Furto di terre e deportazioni: ecco cosa prevede per il dopo annessione un importante avvocato israeliano

Meron Rapoport

20 maggio 2020 – Middle East Eye

Nella sua intervista con MEE, Michael Sfard dice che a Israele si è presentata l’occasione del secolo di annettere la Cisgiordania

A quasi 53 anni dall’occupazione della Cisgiordania, Israele è più vicina che mai ad annettere parti del territorio palestinese.

L’articolo 39 del patto di coalizione firmato dal primo ministro Benjamin Netanyahu del Likud e Benny Gantz di Blu e Bianco permette al premier, in accordo con la Casa Bianca, di proporre alla discussione nel governo un disegno di legge per mettere in pratica la sovranità di Israele e per l’approvazione in parlamento entro il primo luglio.

Dato che nella Knesset, il parlamento israeliano, c’è una chiara maggioranza per l’”applicazione della sovranità”, la nuova parola che si usa per ‘annessione’, in teoria, tra appena due mesi e mezzo, Israele potrà annettere parti della Cisgiordania – indubbiamente la mossa più significativa da quando l’ha occupata nel 1967.

Il governo insediatosi domenica metterà l’annessione come primo punto all’ordine del giorno.

Questo “in teoria”, perché con il passar del tempo dalla firma dell’accordo, la pressione su Israele sta salendo.

Solo venerdì Josep Borrrell, l’Alto rappresentante della politica estera dell’Unione europea, ha detto che l’UE userà “tutte le sue capacità diplomatiche ” per fermare l’annessione e il re di Giordania Abdullah ha previsto un “gravissimo conflitto” se si procedesse all’annessione.

Persino l’amministrazione Trump sembra meno entusiasta che alcune settimane fa. L’annessione dovrebbe far “parte di negoziati fra israeliani e palestinesi”, ha detto Morgan Ortagus, portavoce di Mike Pompeo, dopo la visita in Israele del Segretario di Stato della scorsa settimana.

Sebbene nelle ultime elezioni la sinistra israeliana sia stata pesantemente sconfitta, all’interno del Paese c’è ancora opposizione. Una figura prominente è Michael Sfard, avvocato israeliano specializzato in leggi sulla difesa dei diritti umani, consulente legale per organizzazioni di diritti umani in Israele e autore de The Wall and the Gate: Israel, Palestine, and the Legal Battle for Human Rights, [Il muro e la porta: Israele, Palestina e la battaglia legale per i diritti umani ndtr.].

In un’intervista della scorsa settimana Sfard ha messo in guardia contro le disastrose conseguenze per i palestinesi residenti nei territori annessi e per le loro proprietà. Eppure, allo stesso tempo, sostiene che, se l’annessione venisse fermata adesso, scomparirebbe dal dibattito “per cent’anni”.

Middle East Eye: Si è spesso sostenuto, persino da parte dei palestinesi, che sostanzialmente l’annessione sia già avvenuta e quindi un atto formale non farebbe una grande differenza.

Michael Sfard: Questo è un errore molto comune e rivela scarsa comprensione del significato per i singoli individui e per le comunità palestinesi e di quanto profondamente inciderà sulle loro vite e i loro diritti. Quasi sicuramente vorrà dire “nazionalizzazione” della maggior parte del territorio. Grandi porzioni di terra di proprietà di palestinesi che non vivono sul territorio saranno considerate come ‘proprietà di assenti ’.

MEE: Può spiegare meglio?

MS: La Absentee Property Act, la legge sulla proprietà degli assenti del 1950 permette di impossessarsi di proprietà di rifugiati palestinesi che se ne andarono, fuggirono o vennero deportati da ciò che nel 1948 diventò Israele. La legge definisce ‘assente’ un individuo che risiede in un “territorio nemico” o in “qualsiasi parte della Palestina Mandataria che non sia lo Stato di Israele”.

Nel 1967, quando Israele ha applicato questa legge a Gerusalemme Est, molti abitanti della Cisgiordania che avevano là delle proprietà furono definiti ‘assenti’, sebbene non avessero fatto nulla per diventarlo, non se ne erano andati. È una condizione fittizia, ma legale.

MEE: Cosa le fa pensare che ora useranno questa legge?

MS: Per molto tempo [il governo israeliano] non l’ha applicata a Gerusalemme Est, ma negli ultimi 20 anni lo sta facendo. La lobby dei coloni ha persuaso il Procuratore generale a fare eccezioni che sono state approvate dalla Corte Suprema di Israele. Sappiamo per esperienza che ogni eccezione diventa una regola, e quindi c’è l’enorme pericolo che gran parte del territorio venga dichiarato ‘proprietà di assenti’.

Un altro meccanismo con cui Israele esproprierà terre è la confisca per pubblica utilità. In ogni Paese ci sono delle leggi simili, per costruire strade, ecc.

MEE: Al momento ciò non è possibile in Cisgiordania?

MS: Ora no, secondo le leggi dell’occupazione e i principi applicati in questi anni dalla Corte suprema di Israele e dal Ministro della giustizia. Questa è la ragione per cui Israele ha usato ogni stratagemma giuridico, come dichiararle terre pubbliche. Ma una volta che un territorio è annesso, allora il “pubblico” sono gli israeliani e si può espropriare nel loro interesse. È chiaro che è questo che sarà fatto. Ecco il motivo per cui Israele sta annettendo questi territori.

MEE: É questa la ragione? Non è un gesto simbolico e politico?

MS: Naturalmente c’è un aspetto simbolico e di orgoglio nazionale, ma senza impadronirsi delle terre, l’annessione non soddisferebbe le fantasie annessioniste. Già ora i coloni nei loro insediamenti si sentono parte di Israele. L’unica restrizione è lo sviluppo, il fatto che ci sono molte terre agricole intorno ad essi sulle quali è difficile per loro espandersi.

MEE: Quindi il motivo principale è impossessarsi di terre?

MS: Ne è decisamente l’aspetto principale. Il conflitto israelo-palestinese è sostanzialmente per il territorio, non è né religioso né culturale, è territoriale. L’annessione, senza impadronirsi delle terre, non è una vittoria.

Questa è la prima cosa. La seconda è che alcune, probabilmente molte, delle comunità palestinesi che saranno coinvolte dovranno fronteggiare il pericolo della deportazione forzata. Per 53 anni Israele ha avuto il controllo del registro della popolazione palestinese e la sua politica ha impedito ai palestinesi di cambiare l’indirizzo in certe zone, come quelle a sud del Monte Hebron, nella Valle del Giordano e nel cosiddetto ‘Jerusalem Envelope’.

Quindi ci sono molte comunità, la maggior parte piccole e deboli che, se controlli la carta d’identità rilasciata ai loro abitanti dall’amministrazione civile israeliana [l’autorità militare che controlla i territori occupati ndtr.], sono registrate altrove in Cisgiordania. Dopo l’annessione diventeranno stranieri illegali in Israele e a rischio di deportazione. Naturalmente non avverrà il giorno dopo, ma alla lunga questo sarà il loro destino.

MEE: Lei è uno di quelli che da molto tempo ha sostenuto che quello che Israele sta facendo in Cisgiordania sia un tipo di apartheid. L’annessione non la aiuterà a convincere la comunità internazionale che è così? 

MS: L’accusa di apartheid è stata mossa a Israele da molti anni, espressa dagli attivisti dei diritti umani più radicali e politicamente periferici. L’annessione sposterà questo modo di pensare in un campo politico più convenzionale. Se Israele in passato ha sostenuto che non vuole governare i palestinesi e che la situazione presente è temporanea, l’annessione significherà perpetuare il dominio sui palestinesi e la loro oppressione, una situazione che si penserà che sia definitiva. 

MEE: Quindi non aiuterà persone come lei?

MS: Sicuramente rafforzerà questo argomento, ma non voglio barattare la forza del mio ragionamento in cambio dell’occupazione dei territori e della deportazione dei palestinesi. La gente che pensa che questo sia uno sviluppo positivo perché genererà un’opposizione più forte contro le politiche israeliane non valuta o non capisce appieno le conseguenze enormi dell’annessione e probabilmente sopravvaluta l’opposizione internazionale. Israele è uno Stato molto potente e più volte ci sono state cose commesse da Israele che si pensava che la comunità internazionale non avrebbe perdonato – ma l’ha fatto.

MEE: Cosa potrebbe fermare Israele? 

MS: Ci sono tre campi in Israele che voteranno a favore. Uno è quello ideologico, niente cambierà il suo punto di vista. Il secondo lo farà per motivi politici interni. Per loro i costi superano i benefici, potrebbero opporre resistenza. Fra i costi ci sarebbero la sicurezza, costi economici e, più importante di tutti, il danno alla posizione di Israele all’interno della comunità internazionale.

Il terzo gruppo è Netanyahu stesso. Un uomo, una missione. I suoi interessi sono completamente diversi. Non penso che al momento siano ideologici. Il problema principale è la sua sopravvivenza e il ruolo che può giocare l’annessione.

C’è ancora una cosa. Si tratta probabilmente del passo più importante di Israele dalla sua dichiarazione di indipendenza, eppure, per la maggior parte, la decisione non avverrà a Gerusalemme, ma a Washington.

MEE: Molti centri di potere della sicurezza israeliana, al centro e persino a destra, vogliono fermarla per continuare con lo status quo dell’occupazione. Non si sente a disagio a trovarsi insieme a loro? 

MS: Lo chieda a loro, ma io penso che non capiscano che in Medio Oriente lo status quo non esiste. Se si ferma l’annessione, non torneremo alla situazione precedente. In realtà io penso che fermarla sarà il passo più importante per far avanzare una giusta soluzione del conflitto israelo-palestinese.

Molti tasselli del puzzle vanno al loro posto, una situazione che la destra israeliana non avrebbe mai potuto sognarsi: un presidente alla Casa Bianca che non solo sostiene l’annessione, ma anzi ci spinge a farla, un’Europa molto debole, una maggioranza nel parlamento israeliano, l’opinione pubblica israeliana che negli ultimi vent’anni ha virato costantemente a destra e i palestinesi più deboli che mai.

Lo dicono le stelle. Se, in questa situazione che sembra perfetta, si previene l’annessione significherà che i confini di una possibile soluzione al conflitto israelo-palestinese saranno ridefiniti. Se oggi non potessimo annettere, allora probabilmente non succederà nei prossimi cent’anni.

Questo creerà un’enorme frattura nel campo degli annessionisti. Hanno aspettato 2000 anni, il messia è arrivato, si è fermato alla nostra porta, ma non l’ha aperta e se n’è andato.

MEE: Quindi lei è ottimista?

MS: Non sono sicuro che scommetterei che non succeda. Ma credo che ci sia un percorso ragionevole per far sì che non accada e la comunità internazionale gioca un ruolo primario. Il nostro compito è la mobilitazione di quelle forze che lo impediranno.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Se si propagasse la pandemia, i villaggi beduini non riconosciuti potrebbero ‘diventare come il nord Italia’

Oren Ziv

29 marzo 2020 – +972 Magazine

Privati dei servizi essenziali, i villaggi non riconosciuti del Naqab non sono in grado di affrontare il coronavirus – e il governo israeliano non interviene.

Abitanti e attivisti affermano che i villaggi beduini non riconosciuti nel Naqab / Negev nel sud di Israele  si trovano ad affrontare una crisi in conseguenza della pandemia da coronavirus. Per la mancanza di infrastrutture e servizi sanitari, le comunità non sono in grado di seguire le linee guida stabilite dal Ministero della Salute israeliano.

Attiah al-Aasem, presidente del Consiglio Regionale dei Villaggi Non Riconosciuti del Naqab, avverte che “il coronavirus aggraverà i problemi quotidiani nei villaggi”. In assenza di servizi come acqua, fognature e raccolta dei rifiuti, aggiunge al-Aasem, gli abitanti devono fare del loro meglio per prendersi cura di se stessi.

“Il Naqab potrebbe diventare come il nord Italia”, afferma Salame Alatrash, capo del Consiglio Regionale di Al-Kasom.

Qui le persone vivono in condizioni di grande affollamento. Una baracca di 50 metri può ospitare da sette a dodici persone”, afferma. “Il governo è a conoscenza del grave affollamento e della mancanza di infrastrutture. E cosa hanno fatto in tutti questi anni? Noi li abbiamo avvertiti che ciò avrebbe portato al disastro.”

“Un abitante di un villaggio non riconosciuto afferma che non ci sono stati provvedimenti e che non sono disponibili dispositivi di protezione individuale. “Siamo consapevoli [della situazione], ma come ci proteggeremo?” dice. “Abbiamo paura, ma abbiamo la necessità di recarci al supermercato.”

‘Stiamo vivendo nella paura e nel panico’

Nei 37 villaggi non riconosciuti del Naqab vivono circa 150.000 persone. A causa del pluridecennale rifiuto del governo israeliano di concedere loro lo status legale, questi villaggi si vedono negati i servizi essenziali come l’acqua, un sistema fognario o la raccolta dei rifiuti, e sono in continua lotta per resistere alle demolizioni di case e ai trasferimenti forzati. Il loro relativo isolamento dai centri urbani ha contribuito, per il momento, a tenere a bada la pandemia, ma gli abitanti temono che una volta arrivato il virus la mancanza di infrastrutture possa provocare un’epidemia di massa.

“Questa crisi sta evidenziando una realtà che in tempi normali passa inosservata”, afferma Sari Arraf, un avvocato dell’organizzazione palestinese per i diritti umani Adalah. “Sta mettendo in evidenza la disuguaglianza che devono affrontare i villaggi non riconosciuti. Se fossero state soddisfatte le richieste che avevamo fatto di collegare i villaggi alle infrastrutture essenziali, non ci troveremmo in una situazione che sta mettendo in pericolo non solo gli abitanti dei villaggi non riconosciuti, ma anche l’intera popolazione del Naqab.”

“Viviamo nella paura e nel panico”, afferma Aziz Abu Mdeghem, abitante di Al-Araqib, che le autorità israeliane hanno demolito 175 volte negli ultimi 10 anni. “Non abbiamo modo di proteggerci dal coronavirus. Non possiamo conservare il cibo e non c’è nessun posto nelle vicinanze dove possiamo lavarci le mani regolarmente, perché non c’è acqua corrente”.

Gli abitanti hanno paura di lasciare il villaggio per procurarsi il cibo e temono il giorno in cui uno dei loro vicini potrebbe essere costretto ad autoisolarsi, perché il villaggio non è in grado di consentire un simile distanziamento.

Alatrash, il capo del consiglio di Al-Kasom, ha segnalato la stessa preoccupazione al Ministero della Sanità, chiedendo diverse settimane fa il permesso di trasformare le scuole del suo distretto in centri di isolamento. Sta ancora aspettando di ricevere il consenso.

Mentre Al-Araqib non ha acqua corrente, altri villaggi non riconosciuti sono in grado di utilizzare punti di approvvigionamento idrico isolati a pagamento installati dalla compagnia idrica nazionale israeliana. Questi punti di accesso possono trovarsi a chilometri di distanza dai villaggi e non forniscono acqua a sufficienza per le comunità.

“I villaggi ricevono la quantità minima di acqua al massimo costo”, afferma Arraf. Il prezzo si basa su due tariffe: il volume della fornitura e l’entità del surplus del consumo oltre la fornitura. Gli utenti abituali dell’acqua pagano per una determinata quantità, al di sopra della quale pagano un extra. I beduini residenti “pagano il doppio fin dalla prima goccia d’acqua, il che rende costoso rispettare le linee guida del Ministero della Salute. È assurdo “, aggiunge Arraf. Inoltre, poiché gli abitanti hanno dovuto costruire le proprie reti idriche utilizzando lunghe tubazioni non interrate all’interno dei loro villaggi, spesso sorgono problemi di pressione e qualità dell’acqua.

La mancanza di infrastrutture fa sì che, anche in tempi normali, le ambulanze non possano raggiungere i villaggi a causa dell’assenza di strade asfaltate. Non è quindi chiaro come potrebbe arrivare l’assistenza medica se le vittime del coronavirus richiedessero un’evacuazione urgente.

“Qui siamo tutti in crisi”, afferma Alatrash. “Questa non è una situazione normale e non c’è distinzione tra ebrei e arabi: dobbiamo lavorare insieme”.

Tutto è stato annullato, eccetto le demolizioni’

Le misure del governo israeliano per combattere la pandemia potrebbero avere gravi conseguenze economiche per molti dei villaggi non riconosciuti. “Ci sono migliaia di beduini che sono lavoratori temporanei e guadagnano 150-200 shekel [38-51 euro, ndtr.] al giorno nell’agricoltura, nei ristoranti, hotel e lavando le automobili”, afferma Alatrash. “Non hanno diritto alla disoccupazione e se questa crisi persiste, avranno bisogno di un sostegno che non possiamo fornire”.

Nel frattempo, fino a lunedì scorso, nonostante lo stato di emergenza, le autorità israeliane stavano ancora effettuando demolizioni di case e distruggendo i raccolti appartenenti a villaggi beduini non riconosciuti. La preoccupazione principale degli abitanti di Al-Araqib rimane il rischio di perdere la casa, anche se dall’inizio dell’epidemia le autorità, diversamente dal solito andamento settimanale, hanno demolito le loro baracche solo una volta. “Le demolizioni delle case sono il nostro coronavirus”, afferma Abu Mdeghem.

Domenica scorsa, gli urbanisti e gli ispettori del ministero delle finanze sono arrivati nel villaggio di Rahma e hanno distribuito avvisi di demolizione per gli edifici che erano stati ristrutturati dopo essere stati danneggiati da inondazioni due settimane prima. Gli abitanti hanno rilevato che i funzionari sono arrivati senza dispositivi di protezione individuale e sono entrati nelle loro case in gruppi di otto persone, senza mantenere alcuna distanza tra loro.

“Tutto è stato annullato, eccetto le demolizioni contro i beduini”, dice al-Aasam. “Questo è ciò di cui lo Stato si preoccupa: di qualcuno che stia piazzando una lamiera o stia martellando su un chiodo. La distribuzione degli ordini [di demolizione] è una scusa: vogliono sfruttare l’opportunità di danneggiare le persone, che ora non hanno il tempo per costruire perché sono impegnate a preoccuparsi del coronavirus”.

Le visite degli ispettori rischiano di mettere in pericolo gli abitanti, aggiunge al-Aasem. “Qualcuno di loro potrebbe avere il virus, dal momento che si è diffuso in tutto il Paese.”

In seguito alla visita degli ispettori, un certo numero di organizzazioni per i diritti ha fatto un appello al governo affinché interrompa tutte le attività di demolizione contro le case e le terre dei villaggi non riconosciuti, soprattutto nel corso della pandemia, sottolineando che tali operazioni mettono a repentaglio non solo la salute degli abitanti dei villaggi, ma anche i tentativi di contrastare l’epidemia da coronavirus. Devono ancora ricevere una risposta.

Tuttavia, nonostante la persistenza delle operazioni di demolizione ci sono segnali che il governo stia iniziando a modificare i suoi interventi nei villaggi non riconosciuti, nella consapevolezza della potenziale catastrofe. Il 22 marzo, per la prima volta dall’istituzione dell’Autorità per lo Sviluppo e l’Insediamento dei Beduini nel Negev (chiamata di solito “Autorità Beduina”), il ministero dell’Agricoltura ha deciso che l’organismo avrebbe gestito, in cooperazione con vari ministeri, aiuti governativi per i villaggi non riconosciuti.

Normalmente l’Autorità Beduina è responsabile della cosiddetta “regolarizzazione” dei villaggi non riconosciuti e svolge attività di applicazione della legge, demolizioni e sfratti. Nei giorni scorsi, tuttavia, l’ente ha inviato dei dipendenti a distribuire materiale in lingua araba su come affrontare la pandemia. Secondo l’Autorità, il suo personale avrebbe avuto il compito di identificare i bisogni della popolazione beduina.

Il responsabile dell’Autorità Beduina, Yair Maayan, ha riferito a Local Call [sito di notizie israeliano, versione in ebraico di +972, ndtr.] che sono state congelate tutte le attività, comprese le demolizioni, e che “tutti i dipendenti stanno lavorando con la popolazione per cercare di prevenire la malattia”. Con una mossa del tutto inusuale, Maayan ha scritto al Ministero delle Finanze, dopo che i suoi ispettori avevano distribuito avvisi di demolizione in uno dei villaggi, chiedendo loro di interrompere tutti questi interventi. Invece di effettuare demolizioni e sfratti, ha scritto, il dipartimento dovrebbe “concentrarsi sulla sensibilizzazione e sulla riduzione delle infezioni da coronavirus”.

Tuttavia, Haia Noach, direttrice esecutiva del Negev Coexistence Forum – una delle organizzazioni che ha chiesto allo Stato di fermare le demolizioni – afferma che, mentre l’Autorità Beduina è competente sulle demolizioni, non è competente in merito alla salute pubblica. “Lasciare che queste persone [nell’Autorità] affrontino la situazione, – sostiene – significa abbandonare la comunità”.

Interruzione massiccia dell’istruzione

All’inizio della crisi le scuole israeliane sono state chiuse e il Ministero dell’Educazione ha creato dei programmi online nazionali per l’apprendimento a domicilio da parte degli studenti. Ma il progetto, chiaramente, non ha tenuto conto della popolazione di lingua araba, afferma il dott. Sharaf Hassan, che dirige un comitato di valutazione dell’educazione araba. “Non hanno pensato al divario tra ebrei e arabi. Circa un terzo degli studenti arabi non ha la tecnologia necessaria per accedere alle lezioni”.

Secondo Hassan circa la metà degli studenti arabo-palestinesi in Israele non partecipa all’apprendimento a distanza e metà vive al di sotto della soglia di povertà. Inoltre, aggiunge, non tutte le famiglie hanno accesso a un computer, per non parlare della disponibilità di corrente elettrica o di Internet.

Nel migliore dei casi, i bambini dei villaggi non riconosciuti devono lottare per accedere all’istruzione. Ora, tuttavia, il comitato per i villaggi non riconosciuti stima che circa il 70% degli studenti di queste comunità non partecipi all’apprendimento a distanza, a causa della mancanza di risorse.

“La mancanza di preparazione per una situazione di emergenza è dovuta a una discriminazione di lunga data”, afferma Hassan. Nel caso in cui l’apprendimento a distanza debba continuare per un lungo periodo, il governo deve garantire che gli studenti senza accesso a Internet possano comunque ricevere un’istruzione, fornendo loro router e computer.

Anche l’accesso alle informazioni sulla pandemia è stato un problema. “La gente ha impiegato un po’ di tempo per capire che la chiusura delle scuole non fosse dovuta a una vacanza”, afferma Huda Abu Obeid, attivista e abitante del Naqab. “Non c’erano abbastanza informazioni in arabo. Le stesse organizzazioni sanitarie, per un senso del dovere, hanno iniziato a distribuire le linee guida. È preoccupante.”

“Abbiamo bisogno di una task force che includa medici che conoscano la comunità e che fornisca delle soluzioni”, afferma Noach. “Lo Stato deve assumersi la sua responsabilità”.

Nel contempo al-Aasem propone una rapida fornitura di servizi essenziali, come un ambulatorio medico, anche se solo provvisorio. “Se riconoscessero i villaggi – afferma – e fornissero loro le infrastrutture essenziali, saremmo in grado di prevenire questo disastro”.

Oren Ziv è fotoreporter, membro fondatore del collettivo di fotografia Activestills e cronista di Local Call. Dal 2003 ha documentato una serie di problemi sociali e politici in Israele e nei territori palestinesi occupati, con particolare attenzione verso le comunità di attivisti e le loro battaglie. La sua attività di reporter ha messo a fuoco le proteste popolari contro il muro e le colonie, l’edilizia popolare e altre questioni socio-economiche, le lotte contro il razzismo e la discriminazione e le battaglie per la libertà degli animali.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




I palestinesi non hanno altra scelta: restare e lottare

David Hearst

29 gennaio 2020 – Middle East Eye

Una nuova ondata di lotte deve ora iniziare per ottenere la parità dei diritti in uno Stato che comprenda tutta la Palestina storica

Per anni sulla strada dei piani messianici di Benjamin Netanyahu per stabilire lo Stato di Israele fra il fiume e il mare, c’è stata una trappola per elefanti.

Si tratta del dato demografico secondo il quale, in quello spazio, c’erano più palestinesi che ebrei. Secondo i dati dell’Ufficio Centrale di Statistica (CBS) del 2016 forniti alla Commissione di Difesa e Affari Esteri della Knesset israeliana, fra il fiume Giordano e il mar Mediterraneo c’erano 6,5 milioni di mussulmani e 6,44 milioni di ebrei, anche se quei dati ora sono superati. La commissione si riferiva ai musulmani, non ai palestinesi, escludendo perciò i palestinesi cristiani.

Ciò significa che il piano di annessione di Netanyahu da solo non può funzionare. Le enormi infrastrutture di calcestruzzo con cui Israele ha cosparso di cemento la Cisgiordania che occupa – colonie, muri, strade e tunnel – e lo stato di apartheid imposto, crudele e totale più di quello messo in pratica in Sud Africa, sono tutti palliativi – medicine con cui ridurre il dolore di uno Stato a maggioranza ebrea, senza eliminarne la causa.

Un’altra Nakba

Si può annunciare quante volte si vuole, come ha fatto ieri Donald Trump, che Israele occuperà la valle del Giordano e quindi circa il 30% della Cisgiordania e imporre la legge israeliana sulle colonie, ma senza spostare fisicamente numeri sempre maggiori di palestinesi fuori da uno Stato di Israele ingrandito, poco cambia. L’annessione diventa solo un’altra forma di occupazione.

Perciò al centro della “visione” di pace di Trump e Netanyahu sta un trasferimento di popolazione, in massa, un’altra Nakba o Catastrofe.

Questa è una pace per modo di dire. È il silenzio che si sente nei villaggi palestinesi nel 1948, a Beit Hanoun nel 2014, quando nel nord di Gaza Israele ha bombardato una scuola dell’ONU affollata di centinaia di civili sfollati, uccidendone 15 e ferendone 200, o ad Aleppo est o a Mosul, dopo averle bombardate, una dopo l’altra, fino a ridurle in macerie. È la pace creata dalla totale e completa sconfitta della lotta dei palestinesi per costruire uno Stato sulla propria terra.

Il piano segreto

Per me quindi il centro della visione apocalittica non sta nei discorsi suprematisti di Trump o Netanyahu, in cui entrambi proclamano “missione compiuta”, e la vittoria totale del movimento sionista sui palestinesi. Sta invece in un paragrafo ben sepolto nelle 180 pagine del documento, il documento più dettagliato, si vanta Trump, mai prodotto prima su questo conflitto. Esattamente.

È il paragrafo che dice che lo scambio di terre fatto dagli israeliani potrebbe includere le ” aree popolate e non popolate “. Il documento è preciso sulla popolazione a cui si riferisce, è la popolazione palestinese del 1948 del cosiddetto triangolo settentrionale di Israele – Kafr Qara, Baqa-al-Gharbiyye, Umm al-Fahm, Qalansawe, Tayibe, Kafr Qasim, Tira, Kafr Bara e Jaljulia.

Il documento continua: “La Visione contempla la possibilità, soggetta all’accordo delle parti, che i confini di Israele vengano ridisegnati in modo che le comunità del Triangolo vengano a far parte dello Stato di Palestina. In questo accordo, i diritti civili degli abitanti delle comunità del Triangolo saranno assoggettate alle leggi, ove applicabili, e alle decisioni giudiziarie delle autorità competenti.”

Questa è la parte nascosta ma più pericolosa di questo piano. Il Triangolo ospita circa 350.000 palestinesi, tutti cittadini israeliani, abbarbicati sul confine nord-occidentale della Cisgiordania. Umm al-Fahm, la città principale, ha dato i natali ad alcuni dei più attivi difensori di Al Aqsa.

Yousef Jabareen, un membro della Knesset della Lista Araba Unita [formata da partiti arabi di Israele e terza forza nel parlamento israeliano, ndtr.] mi ha detto: “Umm al-Fahm è la mia città, Wadi Ara è la mia anima. Il Triangolo è la patria di centinaia di migliaia di cittadini arabo-palestinese che vivono sulla propria terra. Il programma di annessione e trasferimento di Trump e Netanyahu ci strappa dalla nostra patria e revoca la nostra cittadinanza; un danno esistenziale a tutti i cittadini della minoranza araba. Ora è il momento per gli ebrei e gli arabi che hanno a cuore democrazia e uguaglianza di schierarsi e lavorare insieme contro questo pericoloso piano.” 

‘Pulizia etnica’ ufficiale

Per anni i leader israeliani di centro o di destra hanno giocherellato con il “trasferimento statico” di queste popolazioni fuori da Israele. All’idea di uno scambio di popolazione e territori avevano alluso gli ex primi ministri Ehud Barak e Ariel Sharon. Ma è stato solo Avigdor Lieberman ad aver sposato la causa dell’espulsione dei palestinesi. 

Egli propugna di privare un numero ipotetico di 350.000 palestinesi del Triangolo della loro cittadinanza israeliana e costringere l’altro 20% della popolazione israeliana non ebrea a fare un “giuramento di lealtà” a Israele quale ” Stato Sionista Ebraico ” o affrontare l’espulsione in uno Stato palestinese.

Due anni fa Netanyahu aveva suggerito a Trump che Israele avrebbe dovuto liberarsi del Triangolo. Oggi questi piani di pulizia etnica sono stati suggellati in un documento ufficiale della Casa Bianca. 

Ayman Odeh, un membro palestinese della Knesset, ha twittato che l’annuncio di Trump dà “il semaforo verde alla revoca della cittadinanza a centinaia di migliaia di cittadini arabo- palestinesi che vivono nel nord di Israele”.

Sostegno a Trump

L’altro aspetto notevole dell’annuncio di martedì alla Casa Bianca è stata la presenza nell’uditorio degli ambasciatori degli Emirati, Bahrain e Oman. Arabia Saudita, Egitto ed Emirati Arabi Uniti hanno accolto il piano senza riserve. Anche il Qatar lo ha fatto, sebbene abbia aggiunto che lo Stato palestinese dovrebbe essere negoziato con i confini del 1967 e i palestinesi dovrebbero mantenere il diritto al ritorno.

Trump ha detto di essere stato stupito dal numero di chiamate che ha ricevuto dai leader di tutto il mondo a sostegno del suo piano, incluso il Primo Ministro britannico, Boris Johnson.

Buttando al vento quattro decenni di politica estera britannica sulla soluzione dei due Stati, Johnson ha sostenuto il piano di Trump con tutto il peso del Regno Unito. Anche il ministro degli esteri Dominic Raab ha dato appoggio all’accordo “chiaramente una proposta seria che riflette i grandi sforzi e il lungo tempo richiesto.” ha detto.

“Non riesco a credere alle dimensioni del sostegno ricevuto stamattina.” si è vantato Trump. “Mi hanno chiamato dei leader, Boris [Johnson] ha chiamato; così tanti hanno chiamato. Tutti mi dicono ‘cosa possiamo fare per aiutare’”.

Ci sono alcuni comunque che si sono resi conto del pericolo di questo piano. Il Senatore Chris Murphy è uno di loro. Ha twittato: “L’annessione unilaterale della valle del fiume Giordano e delle colonie esistenti, dichiarata illegale dalle leggi USA e internazionali, riporta indietro di decenni il processo di pace. E pone un rischio reale di violenze e un’enorme destabilizzazione in luoghi come la Giordania.”

 A casa da soli

Nessuno dovrebbe sottovalutare la portata storica della dichiarazione appena fatta. La soluzione dei due Stati o l’idea che uno Stato palestinese contiguo sia attuabile e possa essere creato a fianco di uno Stato a maggioranza ebraica è morta. Ed era morta ben prima degli accordi di Oslo. 

Ai sostenitori arabi come il re di Giordania Hussein venne detto sia dai sovietici, Yevgeny Primakov, che da James Baker, l’allora Segretario di Stato, che non si sarebbe mai ottenuto uno Stato palestinese indipendente. E questo ben prima della conferenza di Madrid che precedette Oslo. Il re non aveva bisogno di presenziare al funerale del suo amico Yitzhak Rabin, assassinato nel 1995, per rendersene conto. Lo sapeva già. Ma adesso è veramente morto. 

Gli USA ora hanno dato il loro imprimatur ufficiale ai confini orientali dello Stato di Israele. La mappa (vedi map Middle East Eye published) dice tutto. Lo Stato palestinese immaginato dal piano sembra la TAC del cervello di una vittima dell’Alzheimer. Lo Stato palestinese è interamente divorato.

Il messaggio di questa mappa per i palestinesi di qualsiasi fazione è ora totalmente chiaro. Dimenticate le vostre divisioni, dimenticate cosa è successo tra Fatah e Hamas a Gaza nel 2007, accantonate pretese di colpi di stato e unitevi. Unitevi contro una minaccia esistenziale.

I palestinesi sono completamente soli. Tutti i punti fermi delle loro posizioni di negoziazione sono spariti. Non hanno Gerusalemme, niente diritto al ritorno, nessun rifugiato può ritornare, niente Alture di Golan e ora niente Valle del Giordano. Non hanno alleati arabi. La Siria è distrutta, l’Iraq diviso, Egitto e Arabia Saudita sono ora fantocci nelle mani di Israele. I palestinesi hanno perso il supporto della più popolosa e ricca Nazione araba.

Non hanno un posto dove fuggire. L’Europa è chiusa per ogni futura migrazione di massa. Hanno una sola alternativa: restare e lottare. Uniti possono annullare i piani israeliani suprematisti di pulizia etnica. L’hanno fatto in precedenza e lo possono fare di nuovo.

Una nuova lotta

Ora i palestinesi devono far fronte a questa situazione. Il riconoscimento di Israele da parte dell’OLP nel 1993 è finalmente arrivato a fine corsa, come si poteva immaginare. Le leggi USA e internazionali e le risoluzioni ONU non sarebbero mai venute in loro soccorso e, ma solo in questo senso, il brutale piano di Trump ha fatto un favore ai palestinesi. Ha fugato fantasie durate decenni.

Quella che deve cominciare ora è una nuova ondata di lotte per l’uguaglianza dei diritti in uno Stato su tutto il territorio della Palestina storica. Questo comporterà una lotta enorme. Nessuno dovrebbe sottostimare cosa succederà se i palestinesi insorgeranno ancora una volta. Ma nessuno dovrebbe aver alcun dubbio sulle conseguenze dell’accettazione.

Questa è la prima volta dal 1948 che tutti i palestinesi possono unirsi per farlo. Devono cogliere questa opportunità o scomparire e diventare una nota a piè pagina della storia.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente le opinioni editoriali di Middle East Eye.




“Ci sposteranno, ma solo da morti”: scontro fra Israele e i beduini nel Negev

Jack Dodson

17 gennaio 2020 – Middle East Eye

Le autorità israeliane hanno intenzione di trasferire 36.000 beduini che vivono nella regione desertica per far posto a ebrei israeliani e progetti industriali e militari

Mohammad Danfiri, dal recinto delle pecore della sua famiglia beduina nel deserto del Negev, guarda verso i due ripetitori cellulari in cima alla collina vicina. Sono situati in uno spazio aperto fra il limitare tra il suo villaggio e un altro, un’area, spiega, dove sarà costruito un ampliamento della principale autostrada orientale di Israele.

Una fila di case sta a circa 60 metri dalle torri dove sono stati approvati i progetti per l’autostrada. Ma il governo israeliano sta procedendo con dei progetti per cacciare non solo i residenti più vicini alla strada progettata.

L’intera popolazione del villaggio, 5.000 persone e molte altre del circondario, verrà trasferita in unità abitative temporanee secondo il piano del governo, limitando seriamente la possibilità di allevare pecore e sviluppare l’agricoltura, le attività principali delle comunità beduine.

Danfiri è uno degli almeno 36.000 beduini del Negev israeliano che si trova ad affrontare l’espulsione (in arabo la Nakba, la catastrofe) a causa di vari progetti come l’ampliamento della superstrada.

Per mettere in pratica questi piani di sviluppo proposti da enti governativi, dall’esercito israeliano, da aziende private e da gruppi no-profit, l’Autorità israeliana per gli insediamenti beduini, l’ente governativo responsabile per la gestione dei rapporti tra beduini e Stato, mira a trasferire decine di migliaia di persone in alloggi temporanei.

I beduini chiamano questi alloggi provvisori “caravan”, perché sono casette mobili in cui gli israeliani intendono insediare intere famiglie. A ottobre, una commissione edilizia distrettuale israeliana ha cominciato a valutare se approvare questi piani di trasferimento.

I residenti che possono essere trasferiti vivono in villaggi che il governo ritiene “non riconosciuti”, sebbene la maggior parte sia vissuta su quei terreni o nelle vicinanze fin dalla fondazione del Paese nel 1948. Durante gli ultimi 50 anni, Israele ha cercato di spostare i beduini in comunità “riconosciute”, sostenendo ripetutamente che quelli delle aree non riconosciute non hanno diritti sulle terre.

I villaggi non riconosciuti non sono provvisti di infrastrutture o servizi governativi. Non ci sono mezzi di trasporto, strade, scuole e le autorità israeliane non riconoscono i leader locali né negoziano con loro.

Di conseguenza le comunità vivono una vita di sussistenza su una terra ostile. Molti allevano pecore per venderne la carne. Alcuni riescono a trovar lavoro in aziende israeliane nei dintorni.

‘Nessuna soluzione’

Danfiri, 47 anni, racconta di essere cresciuto nel villaggio dove l’unica fonte idrica era un pozzo che raccoglieva acqua piovana. Lui e i suoi amici tiravano su l’acqua e sua mamma usava il foulard per filtrare la sporcizia. I venerdì gli adulti attaccavano una televisione alla batteria di un’auto per guardare i cartoni animati e i film egiziani.

“Oggi i bambini hanno tutto” dice Danfiri, riferendosi ai pannelli solari che ora sono installati sopra molte case beduine. “Frigoriferi, internet, tutto è immediatamente disponibile.”

Danfiri dice che per proteggere lo stile di vita della comunità i beduini respingeranno i piani governativi di trasferimento. Nel caso dovessero assolutamente spostarsi, dice che rifiuteranno i “caravan” e staranno il più vicino possibile alle loro case originarie, anche se di fianco a un cantiere.

“Non ci sposteremo, lotteremo” dice. “Non succederà … un progetto come questo farebbe sparire la cultura e il patrimonio culturale dei beduini.”

Per una comunità che si riconosce in uno stile di vita tradizionale basato sull’agricoltura, la rimozione forzata è vista come l’ultima mossa di una campagna governativa decennale per concentrarli in aree specifiche. Per gente come Danfiri ciò significa rinunciare a una parte della propria identità.

Ovunque io vada la cosa di cui sono più fiero è essere un beduino. Ed è soprattutto nei villaggi non riconosciuti che i beduini conservano di più la loro cultura tradizionale.” dice.

Adalah, una ONG [israeliana] con sede a Haifa specializzata nei diritti sanciti dalla legge per gli arabi in Israele, si oppone ai piani per vari motivi. Innanzitutto, sostiene l’organizzazione, le unità residenziali progettate non sono adatte, a termini di legge, perché non hanno infrastrutture adeguate e non rispettano le norme relative alle dimensioni abitative.

Il mese scorso l’ONG ha anche pubblicato un libro bianco, sostenendo che i piani rappresenterebbero un approccio che considera i cittadini israeliani del Negev “separati ma uguali”.

Un sistema si baserebbe sulla pianificazione di una rete che operi per il beneficio, il benessere e lo sviluppo futuro di cittadini e comunità ebraiche israeliane e che pone i cittadini ebrei israeliani al centro del processo” scrive.

L’altro sistema si baserebbe sulla pianificazione di una rete che operi per l’evacuazione e il trasferimento dei cittadini beduini in residenze temporanee imponendo all’intera popolazione palestinese beduina una situazione opprimente senza averla consultata.”

Adalah afferma anche che il piano farà crescere la povertà dei beduini che sono trasferiti e di quelli che vivono nelle comunità dove verranno costruiti i campi, perché potrebbe danneggiare l’accesso al lavoro per entrambi i gruppi.

Myssana Morany, un’avvocatessa che lavora per Adalah, dice che non è chiara la velocità con cui i piani verranno eseguiti e quante persone verranno trasferite in totale. Dato che il modo di esprimersi del governo sui piani che hanno presentato è vago, dice, ciò rivela un progetto più ampio che potrebbe coinvolgere fino a 80.000 persone. Per questo stesso motivo l’assenza di un numero preciso di unità abitative significa che il governo può sfrattare quante persone vuole.

Per noi ciò significa che non hanno una soluzione per le persone che progettano di far sgombrare” dice Morany.

Hussein El Rafaiya, 58 anni, è di Birh Hamam un villaggio non riconosciuto e dal 2002 al 2007 è stato a capo di un comitato che rappresenta i villaggi non riconosciuti. Israele non riconosce l’autorità del comitato e non negozia con loro.

Rafaiya ha ricordato esempi fatti nel corso degli anni di pressioni israeliane sulle comunità beduine per costringerle ad andarsene dalle loro case, per esempio decenni di demolizioni di case e sfratti effettuati dal governo.

Noi non abbiamo nessuna possibilità di risolvere la situazione per vie legali” dice Rafaiya, spiegando che la legge israeliana semplicemente non riconosce le rivendicazioni dei beduini sulla terra o sulle case.

Questo non è il comportamento di uno Stato: è un comportamento da criminali … Tutti quegli sforzi per l’Autorità Beduina [ente governativo creato nel 2007 per occuparsi dei beduini, ndtr.]non sono stati abbastanza efficaci, così hanno deciso di creare questi campi temporanei di sfollati.”

Agli inizi del 2020, la commissione urbanistica del distretto meridionale israeliano deciderà se procedere. I due piani residenziali temporanei del governo enfatizzano la necessità di sfrattare “urgentemente” i beduini in base ai progetti di sviluppo. Agli occhi dei gruppi per i diritti umani è un modo per escogitare una soluzione rapida ma giuridicamente inefficace per espellere la gente.

Una presenza in espansione

In anni recenti l’esercito israeliano ha spostato delle basi nel Negev nel tentativo di espandervi la presenza militare e industriale e per aumentare la popolazione. Il governo ha anche investito risorse per promuovere Be’er Sheba, la più grande città meridionale, come un hub per la tecnologia e l’imprenditorialità.

Il Negev è diventato il luogo di un’ampia gamma di progetti, inclusi parchi solari, centrali elettriche, serre e altre imprese industriali. Il governo ha espresso interesse nel sostenere le coltivazioni di marijuana a scopo medico, l’industria manifatturiera e la difesa informatica, tutto tramite fondi e sussidi.

Secondo il Ministero dell’Economia dello Stato, l’idea è di far concorrenza alla Silicon Valley.

Uno dei protagonisti di questo processo è il Jewish National Fund [Fondo Nazionale Ebraico] (JNF) un’organizzazione con sedi negli USA e a Gerusalemme che ha ricevuto un’autorizzazione governativa speciale da parte di Israele per acquistare e sviluppare dei terreni per i coloni ebrei.

Supervisiona molti progetti nella regione, spesso bonificando enormi distese di terreni per piantare foreste. Alcune comunità non riconosciute di beduini si trovano in aree destinate a essere evacuate per i progetti del JNF.

Sul sito del JNF, dove si presenta il piano per il Negev, si illustra un progetto per insediarvi 500.000 persone provenienti da altre parti della regione.

Il deserto del Negev rappresenta il 60% del territorio di Israele ma ospita solo l’8% della popolazione del Paese” c’è scritto. “E in queste cifre sbilanciate noi vediamo un’opportunità di crescita senza precedenti.”

Il “Progetto Negev” del JNF dà grande evidenza alla priorità di sostenere le comunità beduine della regione, ma elenca collaborazioni solo con città beduine “riconosciute”.

Nessun portavoce del JNF ha risposto a un’email con cui si richiedeva un commento.

Thabet Abu Rass, il co-direttore di Abraham Initiatives, un’ONG che opera per i diritti politici in Israele, ha detto di non essere d’accordo con il piano governativo principalmente perché non tiene conto di nessuna delle necessità delle comunità beduine.

È un modo diverso per parlare dello sradicamento delle persone. Qui il problema è lo sradicamento delle persone.” ha detto Rass.

Il governo israeliano sta investendo un sacco di soldi nella pianificazione. Se da un lato è bene pianificare per la gente, dall’altro non va bene pianificare contro la loro volontà … i beduini non hanno voce in capitolo.”

Rass rammenta molti casi in cui il governo d’Israele ha fatto dei piani per il Negev senza consultare i beduini e senza accettare o neppure prendere in considerazione i loro diritti sulla terra.

La terra in Israele è una questione che ha motivazioni ideologiche” ha detto Rass. “Israele si definisce uno Stato ebraico e per loro è importante controllare sempre maggiori estensioni di territorio.”

Per Rafaiya i progetti sono semplicemente inaccettabili. I beduini delle comunità riconosciute non si sposteranno.

Questo piano per noi è un disastro” dice Rafaiya. “Lo Stato può venire e distruggere case e comunità. Ma noi ci sposteremo solo da morti, saremo seppelliti nella nostra terra.”

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Guardate Hebron e vedrete l’occupazione nel suo complesso

Eyal Hareuveni

29 settembre 2019 +972 Magazine

Le colonie, i checkpoint ed i muri che sono la realtà della popolazione palestinese di Hebron vengono ora replicati ovunque in tutta la Cisgiordania.

Chi visita per la prima volta la colonia ebraica nel centro della città vecchia di Hebron potrebbe avere l’impressione di essere finito nel cuore dell’oscurità. È qui che le politiche di occupazione militare israeliana hanno toccato il picco della barbarie: reggimenti di soldati sono dispiegati per proteggere 700 coloni ebrei che vivono in un’enclave che è diventata un luogo di degrado urbano in conseguenza delle misure di sicurezza dell’esercito. I 200.000 palestinesi residenti della città non possono fare nulla per contrastare le misure oppressive che rendono insopportabili le loro vite.

A Hebron l’esercito ha distrutto o sigillato le case dell’epoca mamelucca [regno egiziano durato dalla metà del XIII alla metà del XVI secolo, ndtr.] che costeggiano il cosiddetto Cammino dei Fedeli, un sentiero riservato esclusivamente ai coloni ebrei in quanto è il loro percorso verso la Tomba dei Patriarchi [la moschea di Ibrahim per i musulmani, ndtr.]. Shuhada Street, un tempo vivace fulcro commerciale dell’intera Cisgiordania meridionale, è immersa nel silenzio; i commercianti hanno abbandonato i loro negozi e quasi tutti gli abitanti se ne sono andati. Né è possibile ignorare le decine di checkpoint attrezzati con tecnologie avanzate di riconoscimento facciale. Queste riproposizioni nel XXI secolo delle fortezze medievali mantengono la colonia ebraica separata dal resto di Hebron.

Alcuni palestinesi sono rimasti, anche se le loro vite sono controllate e gestite dalle forze di sicurezza israeliane. Quasi tutti dicono che, se solo avessero potuto, avrebbero lasciato la città fantasma in cui da tempo Israele li ha intrappolati. Ogni attività quotidiana – andare a scuola o al lavoro, fare o ricevere visite dai famigliari, partecipare a feste di famiglia, addirittura andare a fare la spesa – comporta stare in fila ai checkpoint e subire un trattamento umiliante.

Quasi ogni giorno, nella pressoché totale impunità, soldati, poliziotti e coloni commettono violenze contro i palestinesi. I soldati li sottopongono a perquisizioni umilianti, fanno incursione nelle loro case nel cuore della notte ed eseguono finti arresti. Tutti questi sono normali aspetti dell’occupazione in generale, ma ad Hebron sono molto più continui.

Nel 2007 Hagai Alon, allora collaboratore dell’ex Ministro della Difesa Amir Peretz [dirigente del partito Laburista israeliano, ndtr.], disse che lo scopo di queste politiche era di “svuotare Hebron dagli arabi” – in altri termini, scacciare la popolazione civile con la forza. In base al diritto umanitario internazionale, il trasferimento forzato di popolazione civile è un crimine di guerra.

Il modello di Hebron non è unico. Le forze di occupazione usano le stesse tattiche in tutta la Cisgiordania, in modi differenti ma con lo stesso scopo – la sempre più violenta espulsione dei palestinesi dalle loro case e dalle loro terre. Insediamenti, checkpoint e muri circondano i principali centri urbani palestinesi, ed anche villaggi come Susiya e Khan al-Ahmar. Gli abitanti di questi due villaggi devono anche affrontare la minaccia di espulsione nel tentativo di spingerli a forza in enclave più grandi. Lo stesso avviene nella Valle di Shiloh, nel blocco di colonie di Talmonim, in tutta la Valle del Giordano dove sono sorti gli avamposti, a Gerusalemme est, intorno a Betlemme e nel sud della Cisgiordania. In altre parole, avviene ovunque.

Il meglio di Israele ha preso parte a questa ingiustizia: i giudici della Corte Suprema, gli alti ufficiali dell’esercito e degli apparati di sicurezza, i membri dell’Avvocatura Generale dell’esercito, l’ufficio della Procura di Stato e, ovviamente, politici di destra e di sinistra. Tutti hanno tollerato la violenza, a Hebron e dovunque in Cisgiordania. Tutti hanno legittimato l’espulsione dei palestinesi e il furto delle loro proprietà – e non solo ad Hebron. Tutti hanno appoggiato la continua oppressione dei palestinesi, anche dopo che gli atroci effetti di questa politica sono diventati evidenti.

I coloni amano dire: “Hebron: infine e per sempre”. Ma Hebron è molto più di ciò: è qui, là e dovunque. Guardate Hebron e vedrete tutti i territori occupati.

Eyal Hareuveni è un ricercatore di B’Tselem. Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta in ebraico su ‘Local Call’.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)