Forze israeliane sparano lacrimogeni e proiettili di gomma all’interno di Al-Aqsa nel primo giorno di Eid

MEE e agenzie

11 agosto 2019 – Middle East Eye

Decine di palestinesi feriti durante le proteste dopo che a centinaia di coloni è stato consentito di entrare nell’area per una festa ebraica

Domenica la polizia israeliana ha sparato proiettili di gomma e lacrimogeni all’interno del complesso di Al-Aqsa a Gerusalemme dopo che fedeli musulmani hanno protestato contro circa 450 coloni israeliani a cui è stato consentito di entrare nel luogo sacro nonostante fosse il primo giorno di Eid al-Adha.

Le celebrazioni musulmane hanno coinciso con la festa ebraica di Tisha B’av [giorno di lutto e di digiuno che ricorda vari eventi funesti nella storia del popolo ebraico, tra cui la distruzione del Secondo Tempio, ndtr.], che vede un incremento delle visite di ebrei al complesso di Al-Aqsa.

Le azioni israeliane hanno rovinato l’atmosfera festosa all’interno della zona, mentre migliaia di fedeli musulmani vi si erano riuniti per celebrare l’Eid al-Adha.

La Mezzaluna rossa ha affermato che sono rimasti feriti almeno 61 palestinesi, di cui 15 portati in ospedale per essere curati.

La radio pubblica israeliana Kan ha detto che quattro poliziotti sono rimasti feriti.

Organizzazioni palestinesi avevano in precedenza chiesto ai musulmani di andare a pregare per l’Eid domenica ad Al-Aqsa dopo che gruppi di ebrei avevano annunciato piani per fare irruzione nell’area per celebrare la festa ebraica.

Pressioni dei coloni

Nel tentativo di alleggerire la tensione, le autorità locali avevano detto che avrebbero vietato ai non- musulmani, compresi gli ebrei, di visitare il sito domenica.

Tuttavia alcune fonti hanno detto a Middle East Eye che a centinaia di coloni israeliani è stato permesso di entrare domenica mattina, in quella che hanno affermato essere la prima volta che questo è stato consentito che avvenisse nel primo giorno di Eid. 

Più tardi durante la giornata sarebbe stato permesso ad altri coloni di entrare.

Gruppi di coloni hanno fatto pressione sulle autorità israeliane per permettere la presenza di visitatori ebrei sul luogo durante Tisha Be’Av, in modo che essi potessero piangere la distruzione di un tempio che credono si trovasse lì 2.000 anni fa.

Temendo che ai fedeli ebrei fosse consentito di entrare, domenica centinaia di palestinesi hanno tenuto una manifestazione fuori da una delle porte per impedire loro l’ingresso nella moschea sacra.

Mentre affrontavano la polizia nell’affollato complesso, i palestinesi gridavano: “Con la nostra anima e con il nostro sangue ti libereremo, Aqsa.”

Secondo testimoni ne sono seguiti tafferugli e, quando sono esplose granate assordanti e il fumo si è sparso in tutto il complesso, la folla è scappata.

È la nostra moschea, è il nostro Eid,” ha detto Assisa Abu Sneineh, 32 anni, aggiungendo che si trovava lì quando sono scoppiati gli scontri.

Improvvisamente (forze di sicurezza) sono arrivate ed hanno iniziato a picchiare e a sparare granate assordanti,” ha detto all’agenzia di notizie AFP.

Tra i feriti c’è il capo del Waqf islamico [ente religioso di controllo dei siti islamici della Spianata delle Moschee, ndtr.], Abdel Azeem Salhab, che fa parte dell’amministrazione del complesso di Al-Aqsa.

Foto postate in rete mostrano la folla scappare dalla polizia per sfuggire ai lacrimogeni e ai proiettili di gomma.

Azione irresponsabile e aggressiva’

Hanan Ashrawi, importante dirigente dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, ha accusato Israele di aver provocato tensioni religiose e politiche.

L’irruzione nel complesso della moschea di Al-Aqsa da parte delle forze di occupazione israeliane in questa mattina di Eid è un’azione di sconsiderata aggressione,” ha detto in un comunicato.

Lo status del complesso di Al-Aqsa è uno dei problemi più delicati nel conflitto israelo-palestinese.

Il complesso di Al-Aqsa – che include la moschea di Al-Aqsa e la Cupola della Roccia – è considerato il terzo luogo più sacro per l’Islam.

I musulmani credono che, come affermato dal Corano, il profeta Maometto ascese in paradiso da lì.

Da quando hanno occupato Gerusalemme est nel giugno 1967, gli israeliani hanno pregato presso il Muro del Pianto, i resti del Secondo Tempio, considerato il luogo più sacro per l’ebraismo. Agli ebrei è consentito visitare il luogo durante un orario definito, ma non di pregarvi, per evitare di provocare tensioni.

Tuttavia coloni israeliani che entrano regolarmente nel complesso spesso recitano preghiere ebraiche sul posto.

Eid al-Adha commemora dio che mette alla prova la fede di Abramo ordinandogli di sacrificare suo figlio.

L’esercito [israeliano] e il ministero della Salute di Hamas hanno detto che, indipendentemente [dagli scontri ad Al-Aqsa], domenica sul confine di Gaza un palestinese ha sparato contro soldati israeliani, che hanno risposto al fuoco e lo hanno ucciso durante il terzo incidente del genere negli ultimi giorni.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Rapporto OCHA del periodo 16 – 29 luglio 2019 (due settimane)

Nella Striscia di Gaza, il 26 luglio, un palestinese 23enne è stato colpito con arma da fuoco ed ucciso durante la manifestazione settimanale della “Grande Marcia del Ritorno” (GMR) che si svolge vicino alla recinzione perimetrale con Israele. Dal 10 maggio 2019, questa è stata la prima uccisione registrata nelle manifestazioni GMR.

Durante il periodo di riferimento, altri 473 palestinesi sono stati feriti nelle suddette manifestazioni e in attività correlate; per 188 di loro si è reso necessario il ricovero in ospedale.

In almeno dodici occasioni, le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento, allo scopo di far rispettare [ai palestinesi] le restrizioni di accesso [imposte da Israele] sulle aree di Gaza adiacenti alla recinzione perimetrale e al largo della costa. In un caso, due pescatori sono stati arrestati e la loro barca è stata confiscata; in un altro episodio, un uomo è stato arrestato mentre stava tentando di infiltrarsi in Israele attraverso la recinzione. Le forze israeliane hanno effettuato due incursioni [nella Striscia] ed hanno effettuato operazioni di spianatura del terreno vicino alla recinzione; in un’altra occasione hanno lanciato razzi illuminanti, danneggiando una abitazione nell’Area Centrale [della Striscia].

Tra il 17 e il 23 luglio, le autorità israeliane hanno restituito 35 barche da pesca che la marina israeliana aveva confiscato nell’applicazione delle restrizioni di accesso. Secondo il Sindacato palestinese dei Pescatori, ciò porta a 66 il numero totale di pescherecci restituiti dall’inizio del 2019.

Nei villaggi e nelle città della Cisgiordania, complessivamente, le forze israeliane hanno effettuato 146 operazioni di ricerca-arresto, di cui 36 a Hebron e 30 a Gerusalemme, soprattutto ad Al ‘Isawiya. Durante queste operazioni almeno 200 palestinesi sono stati arrestati.

In Cisgiordania, 75 palestinesi, tra cui 22 minori, hanno subìto lesioni da parte delle forze israeliane o per inalazione di gas lacrimogeno o perché colpiti con proiettili di gomma o proiettili di arma da fuoco o perché aggrediti fisicamente [di seguito il dettaglio]. Ad Al ‘Isawiya, durante scontri, due poliziotti di frontiera israeliani sono stati feriti da pietre; in questo villaggio, negli ultimi due mesi, le forze israeliane sono entrate quasi quotidianamente, innescando scontri con i residenti. Trentatré palestinesi [dei 75] sono rimasti feriti in operazioni di ricerca-arresto: 24 in Al ‘Eizariya ed in Al’ Isawiya (Gerusalemme), 5 nei Campi Profughi di Ad Duheishah (Betlemme) e Jenin e 3 in altrettante località diverse. Altri sei palestinesi sono rimasti feriti il 22 luglio, nel quartiere di Sur Bahir a Gerusalemme Est, nel corso di scontri innescati dalla demolizione di dieci strutture (vedi sotto). Altri 31 [sempre dei 75] palestinesi sono rimasti feriti a Kafr Qaddum (Qalqiliya), durante la protesta settimanale contro l’espansione degli insediamenti; questi ferimenti sono stati causati principalmente da proiettili di gomma e inalazione di gas lacrimogeni. Infine, 5 palestinesi sono rimasti feriti nella Comunità di Fasayil (Gerico), nel corso di scontri con le forze israeliane; i residenti protestavano contro la mancanza di elettricità in quell’area.

Un detenuto palestinese 31enne è morto il 16 luglio in una prigione israeliana. L’uomo era stato arrestato nel giugno 2019; dopo l’arresto la sua salute era peggiorata e, secondo il Comitato dei prigionieri, sarebbe morto per negligenza medica. Secondo resoconti dei media israeliani, il Servizio penitenziario israeliano avrebbe fornito al detenuto adeguata assistenza medica e starebbe indagando sulla sua morte.

In un episodio avvenuto il 16 luglio, un colono israeliano ha aggredito e ferito fisicamente un bambino di 6 anni nella zona di Batn al Hawa, nel quartiere Silwan di Gerusalemme Est. In altri quattro episodi, agricoltori palestinesi e residenti hanno riferito che sospetti coloni israeliani hanno vandalizzato circa 150 ulivi appartenenti a residenti di Yasuf e Wadi Qana (Salfit), e Susiya e Ash Shuyukh (Hebron). Inoltre, durante il periodo di riferimento, l’Alta Corte di Giustizia israeliana ha respinto una petizione avanzata da palestinesi per liberare una casa occupata da coloni nella zona (H2) di Hebron controllata da Israele. Dopo la sentenza, coloni hanno installato una roulotte vicino alla casa.

In Cisgiordania, durante il periodo in esame, un totale di 44 strutture di proprietà palestinese sono state demolite, sfollando 38 persone e causando ripercussioni di varia entità su oltre 6.000 altre persone [segue dettaglio]. 34 demolizioni [delle 44] erano motivate dalla mancanza di permessi di costruzione rilasciati da Israele; 32 di queste si trovavano in Area C e due a Gerusalemme Est. In Area C, le demolizioni includevano 14 strutture finanziate da donatori, tra cui quattro cisterne d’acqua che approvvigionavano le comunità di Umm al Kheir e Khashem ad Daraj (1.750 persone). Entrambe le Comunità già affrontano gravi carenze idriche; così come altre Comunità situate nel sud di Hebron. Inoltre, nel villaggio di Asira Ash Shamaliya (Nablus), le autorità israeliane hanno fatto spianare tratti di quattro strade (finanziate da donatori) che portano a terreni agricoli, colpendo oltre 4.000 residenti; le strade sono state riaperte dagli abitanti il giorno seguente.

Le restanti dieci strutture [delle 44] sono state demolite il 22 luglio, citando problemi di sicurezza. Queste includevano nove edifici residenziali (tre dei quali abitati); tutti, tranne uno, si trovavano sul “lato Gerusalemme” della Barriera, in Aree A, B e C del quartiere di Sur Bahir. Queste demolizioni hanno comportato lo sfollamento di quattro famiglie (24 persone, di cui 14 minori) e sono conseguenti ad una sentenza dell’Alta Corte di Giustizia israeliana. La sentenza è imperniata su un ordine militare che, in prossimità della Barriera, fissa una zona cuscinetto di sicurezza in cui qualunque edificio è vietato. In risposta a questa vicenda, le Nazioni Unite hanno emesso una dichiarazione, in cui si afferma che “la politica israeliana di distruggere la proprietà palestinese non è compatibile con i suoi obblighi derivanti dal Diritto umanitario internazionale”.

Secondo fonti israeliane, in tre occasioni, palestinesi hanno lanciato pietre, fuochi d’artificio e barattoli di vernice su veicoli israeliani che viaggiavano su strade della Cisgiordania, in prossimità di Gerusalemme, Hebron e Ramallah. Almeno tre auto sono state danneggiate.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it

 




L’esercito israeliano ha riconosciuto che non era necessario uccidere in tempo reale i manifestanti a Gaza

Edo Konrad

24 luglio 2019 – + 972

L’esercito israeliano ammette di aver segretamente cambiato la propria politica dopo che si è reso conto che sparare alle gambe a manifestanti disarmati era letale. Le associazioni per i diritti affermano che la rivelazione è un’ammissione che Israele ha ucciso i manifestanti senza alcuna giustificazione.

L’esercito israeliano avrebbe cambiato le regole sull’aprire il fuoco per i propri cecchini schierati lungo la barriera tra Israele e Gaza, dopo che è risultato chiaro che hanno ucciso senza che vi fosse necessità manifestanti palestinesi disarmati, cosa che le associazioni per i diritti umani ed altre denunciano da molto tempo.

Nel corso della Grande Marcia del Ritorno a Gaza i cecchini e i tiratori scelti israeliani hanno ucciso 206 manifestanti palestinesi e ferito migliaia di altri – compresi minori, medici e giornalisti. Le proteste settimanali tuttora in corso, che sono iniziate nel marzo 2018, chiedono la fine dell’assedio israeliano a Gaza e il diritto al ritorno per i rifugiati palestinesi.

La giornalista israeliana Carmela Menashe, reporter militare per la radio pubblica israeliana, all’inizio di questa settimana ha twittato che le IDF [esercito israeliano, ndtr] hanno apportato la modifica quando hanno capito che “sparare alla parte bassa del corpo sopra il ginocchio in molti casi ha provocato la morte, pur non essendo questo l’obbiettivo.” Secondo Menashe i soldati hanno ricevuto istruzioni di “sparare sotto il ginocchio e, in seguito, alle caviglie.”

Un alto ufficiale della scuola antiterrorismo dell’esercito ha detto al sito di notizie israeliano Ynet che l’obbiettivo dei cecchini “non era uccidere ma ferire, perciò una delle lezioni (apprese) è stata a che cosa dovessero sparare …Inizialmente gli abbiamo detto di sparare alle gambe, abbiamo capito che ciò poteva uccidere, per cui gli abbiamo detto di sparare sotto il ginocchio. In seguito abbiamo emesso un ordine più preciso di sparare alle caviglie.”

Una dichiarazione pubblicata mercoledì dall’associazione israeliana per i diritti umani B’Tselem accusa gli ufficiali israeliani di aver ammesso apertamente di essere a conoscenza che i loro soldati uccidevano persone che, “anche agli occhi dello Stato, non c’era ragione che venissero ammazzate.”

“Nessuno si è preoccupato di cambiare gli ordini e l’esercito ha continuato ad agire per tentativi ed errori, come se non si trattasse di persone reali che potevano essere uccise o ferite…Persone le cui vite, e le vite dei loro familiari, sono state distrutte per sempre”, ha dichiarato B’Tselem.

L’esercito israeliano ha a lungo sostenuto che le proteste presso la barriera dovrebbero essere considerate nel contesto di un conflitto armato a lungo termine con Hamas, quindi le regole per aprire il fuoco sono soggette alle norme di un conflitto armato, che consentono un più ampio margine di azione per l’uso della forza letale.

Le associazioni per i diritti umani e molte altre hanno respinto questa logica, sostenendo che trattare proteste civili come conflitti armati è illegale. Al culmine delle manifestazioni, mentre aumentava il numero delle vittime, la procuratrice della Corte Penale Internazionale ha pubblicato un avvertimento secondo cui “la violenza contro civili – in una situazione come quella attuale a Gaza” potrebbe costituire un crimine di guerra. Chiunque ordini, incoraggi o attui tale violenza, ha detto, “è passibile di incriminazione dinnanzi alla Corte.”

Nonostante le critiche internazionali e le richieste di un’indagine indipendente sull’uccisione di manifestanti disarmati a Gaza, le autorità israeliane hanno ripetuto gli ordini di aprire il fuoco sui manifestanti disarmati.

Lo scorso maggio l’Alta Corte di Giustizia israeliana ha respinto due ricorsi delle associazioni israeliane per i diritti umani che chiedevano la fine delle uccisioni di civili disarmati presso la barriera. L’esercito israeliano in quel caso ha sostenuto che i proiettili veri potevano essere usati in risposta a “violenti disordini che costituiscono un pericolo reale e imminente per le forze dell’esercito o per i civili israeliani”, e che le regole d’ingaggio consentono “di sparare con precisione alle gambe di un importante fomentatore o istigatore [di disordini], per evitare il pericolo di una rivolta violenta.”

Lo Stato Maggiore ha anche aggiunto che “vi è un sistematico processo di elaborazione di istruzioni operative e loro implementazione”, che l’esercito ha affinato le procedure riguardo ad aprire il fuoco per “ridurre ulteriormente il più possibile le morti”, e che i casi in cui sono stati uccisi dei palestinesi sono stati riferiti allo Stato Maggiore per ulteriori indagini.

Edo Konrad è scrittore, blogger e traduttore e vive a Tel Aviv. In precedenza ha lavorato come redattore al quotidiano Haaretz ed è attualmente vice caporedattore della rivista +972 Magazine.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Rapporto OCHA del periodo 2 – 15 luglio 2019 (due settimane)

Nella Striscia di Gaza, durante il periodo di riferimento, 359 palestinesi sono stati feriti da forze israeliane in manifestazioni svolte nel contesto della “Grande Marcia di Ritorno”,

un calo significativo di feriti da quando, nel marzo 2018, iniziarono le dimostrazioni.

In almeno undici occasioni, non collegate alla “Grande Marcia di Ritorno”, le forze israeliane hanno aperto il fuoco [di avvertimento] verso agricoltori e pescatori, allo scopo di far rispettare le restrizioni di accesso ai terreni [della Striscia] prossimi alla recinzione perimetrale con Israele e, in mare, alle zone di pesca interdette [ai palestinesi]; non sono stati segnalati feriti. Due pescatori, di cui uno minorenne, sono stati arrestati e la loro barca confiscata; uno è stato rilasciato il giorno stesso. In un altra occasione, le forze israeliane sono entrate nella Striscia ed hanno svolto operazioni spianatura del terreno e di scavo in prossimità della recinzione. In un altro episodio, un palestinese è stato arrestato mentre tentava di infiltrarsi in Israele.

L’undici luglio, un 28enne palestinese, membro di Hamas, è stato ucciso con arma da fuoco dalle forze israeliane vicino alla recinzione perimetrale, ad est di Beit Hanoun, nel nord della Striscia. Secondo fonti dell’esercito israeliano, l’uomo è stato ucciso per una errata identificazione.

A Kafr Qaddum (Qalqiliya), durante la protesta settimanale contro l’espansione degli insediamenti colonici e le restrizioni di accesso [imposte ai palestinesi], le forze israeliane hanno colpito con arma da fuoco un ragazzo di 10 anni, ferendolo alla testa. Testimoni oculari palestinesi hanno dichiarato che il ragazzo non era coinvolto negli scontri quando è stato colpito. Complessivamente, durante proteste e scontri in Cisgiordania, le forze israeliane hanno ferito 18 palestinesi, tra cui almeno nove minorenni [di seguito il dettaglio]. Questi 18 ferimenti includono: quattro palestinesi feriti nella zona di Al Isawiya a Gerusalemme Est, durante scontri con forze israeliane che stavano rimuovendo un memoriale di un palestinese ivi ucciso da un poliziotto israeliano il 27 giugno; una madre ed il figlio 14enne, aggrediti fisicamente e feriti da forze israeliane nella zona di Ras al Amud, a Gerusalemme Est, mentre resistevano all’arresto del ragazzo per presunto lancio di pietre; tre palestinesi feriti a Kafr Qaddum (Qalqiliya), durante la dimostrazione settimanale; cinque palestinesi, tra cui quattro minori, sono stati feriti in scontri innescati da tre operazioni di ricerca e arresto (le forze israeliane hanno condotto 142 di tali operazioni, arrestando oltre 167 palestinesi, tra cui sei minori); due palestinesi sono rimasti feriti da forze israeliane negli scontri che hanno fatto seguito all’ingresso di israeliani in un sito religioso nella città di Nablus.

Il 6 luglio, cinque soldati israeliani di pattuglia nei pressi del checkpoint di Hizma (Gerusalemme), sono stati investiti e feriti da un veicolo guidato da un palestinese. Le forze israeliane hanno svolto operazioni di ricerca nella zona e, ad un checkpoint volante vicino a Gerusalemme, hanno arrestato la persona sospettata.

Il 10 luglio, dopo 24 anni di procedure legali, le autorità israeliane hanno sfrattato una madre e i suoi quattro figli adulti dalla loro casa nella zona di Wadi al Hilweh del quartiere di Silwan, a Gerusalemme Est. La casa è stata consegnata ad una organizzazione israeliana di coloni, Elad, che ne aveva rivendicato la proprietà.

Citando la mancanza di permessi di costruzione rilasciati da Israele (quasi impossibili da ottenere), le autorità israeliane hanno demolito o sequestrato undici strutture di proprietà palestinese nella zona C e Gerusalemme Est; non ci sono stati sfollati, ma 1.270 persone hanno subìto ripercussioni di varia entità. Tre delle strutture prese di mira dal provvedimento erano cisterne per acqua finanziate da donatori e si trovavano in Area C, nelle comunità di Dkaika, Kashem al Karem ed An Najada. Circa 1.200 persone, tra cui 400 bambini, sono state colpite dalle demolizioni o sequestri delle cisterne. Dieci delle [11] strutture prese di mira si trovavano in otto diverse Comunità dell’Area C [di seguito il dettaglio]. Era inclusa una struttura commerciale nel villaggio di Idhna (Hebron), demolita poiché si trovava all’interno di un’area designata da Israele come “zona 309A per esercitazioni a fuoco”. Le restanti nove strutture interessate in Area C [delle 10 citate] includevano una residenza disabitata, quattro strutture di sostentamento e quattro strutture agricole. Altri due edifici in costruzione sono stati demoliti nella città di Az Zaayyem ed in As Sawahira ash Sharqiya, in aree situate all’interno della zona definita da Israele come municipalità di Gerusalemme.

In otto episodi, di cui sono stati autori coloni israeliani, sono stati feriti due palestinesi e danneggiati 200 ulivi di proprietà palestinese [segue dettaglio]. Due palestinesi, tra cui un minore, sono stati aggrediti fisicamente e feriti da coloni in due diversi episodi avvenuti nella zona H2 della città di Hebron e vicino alla città di Hizma (Gerusalemme). In altri due episodi separati, fonti della Comunità locale palestinese hanno riferito che sospetti coloni israeliani hanno vandalizzato 200 ulivi e fichi e alberelli appartenenti a contadini dei villaggi di Susiya (Hebron) e dell’Area B di Turmus’ayya (Ramallah). In altri episodi, avvenuti nei villaggi di Deir Jarir (Ramallah) e Yanun (Nablus), è stato riferito che coloni hanno fatto pascolare le loro pecore su terreni agricoli palestinesi, vandalizzando circa 3,5 ha di terra coltivata a grano e orzo. In altri due episodi, coloni israeliani sono entrati nei villaggi di Awarta (Nablus) e Deir Qaddis (Ramallah), entrambi in Area B [cioé, con amministrazione palestinese e controllo israeliano per la sicurezza], hanno bucato le gomme di 25 veicoli palestinesi e spruzzato graffiti tipo “questo è il prezzo [che dovete pagare]” su quattro case, una scuola ed un asilo nido.

Media israeliani hanno riferito di nove episodi di lancio di pietre da parte di palestinesi contro veicoli israeliani; due coloni sono rimasti feriti e diversi veicoli sono stati danneggiati.

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Israele afferma che l’uccisione di un membro di Hamas a Gaza è stata frutto di un ‘malinteso’

MEE e agenzie di stampa

11 luglio 2019 – Middle East Eye

Hamas dice che la morte di un membro del suo braccio armato, che stava seguendo altri palestinesi che si avvicinavano alla barriera, “non resterà impunita”

Giovedì un portavoce dell’organizzazione ha detto che un membro palestinese del braccio armato di Hamas è stato colpito a morte dalle forze israeliane vicino alla barriera di confine nel nord della Striscia di Gaza.

Hamas ha indicato il nominativo dell’uomo ucciso come Mahmoud al-Adham.

In una dichiarazione ha affermato che non lascerà questa morte “impunita” e che Israele “pagherà le conseguenze di questo atto criminale.”

Secondo una fonte di Hamas che ha parlato con Haaretz, il compito di Adham era di “impedire (ai palestinesi) di oltrepassare la barriera di confine.”

L’esercito israeliano lo ha confermato al sito di informazioni, dicendo che “una prima indagine evidenzia che un membro di Hamas si è avvicinato alla zona della barriera di confine seguendo due palestinesi che si avvicinavano alla barriera.”

Le truppe dell’esercito israeliano sono giunte sul luogo e hanno identificato il membro di Hamas come un terrorista armato. Hanno iniziato una sparatoria che è nata da un equivoco. Sull’incidente verranno fatte indagini.”

Il braccio armato di Hamas ha dei punti di osservazione vicino alla barriera di confine.

Da quando massicce proteste sostenute da Hamas sono iniziate lungo la barriera di confine nel marzo 2018, a Gaza sono stati uccisi dal fuoco israeliano almeno 295 palestinesi.

La maggior parte di loro è stata uccisa nel corso delle manifestazioni, ma altri sono stati uccisi da attacchi aerei o dal fuoco di carri armati. Sono stati uccisi sei israeliani.

L’enclave è sotto assedio dal 2007, il che ha causato grave penuria e stagnazione economica.

In base ad un accordo informale raggiunto a novembre, Israele avrebbe dovuto alleggerire le restrizioni in cambio di una tregua, ma da allora Hamas ha accusato Israele di non rispettare l’accordo.

lLe forniture di combustibile, che sono coordinate con le Nazioni Unite e pagate dallo Stato del Golfo del Qatar, facevano parte di quell’accordo di tregua.

Secondo l’ONU, esse hanno migliorato la fornitura di elettricità nell’enclave, dove gli abitanti attualmente usufruiscono di circa 12 ore di elettricità al giorno.

Prima dell’accordo la fornitura quotidiana di elettricità era abitualmente solo di sei ore.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




rapporto OCHA del periodo 18 giugno-1 luglio (due settimane)

Nella Striscia di Gaza, durante il periodo di riferimento, 494 palestinesi sono stati feriti da forze israeliane nel corso delle manifestazioni tenute nel contesto della “Grande Marcia di Ritorno” che, dal 30 marzo 2018, si svolgono vicino alla recinzione perimetrale con Israele.

Oltre il 45% dei feriti è stato ricoverato in ospedale.

Sempre nella Striscia di Gaza, in almeno 12 occasioni non riconducibili alle manifestazioni della”Grande Marcia di Ritorno”, le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento verso palestinesi per far loro rispettare le restrizioni di accesso alle aree adiacenti alla recinzione perimetrale e al largo della costa; agricoltori e pescatori sono stati costretti a lasciare tali aree. Tre pescatori sono stati arrestati e un altro è rimasto ferito, oltre a danni causati a tre barche da pesca e alla confisca di reti da pesca. In due occasioni, le forze israeliane sono entrate nella Striscia di Gaza (ad est di Beit Hanoun e di Khan Yunis) ed hanno effettuato operazioni di spianatura e di scavo vicino alla recinzione perimetrale.

Il 24 giugno, Israele, in risposta al lancio di palloncini incendiari da Gaza verso i propri territori, ha sospeso le consegne di carburante, costringendo la Centrale Elettrica di Gaza ad operare a potenza circa dimezzata, riducendo di conseguenza l’erogazione di energia elettrica nei giorni dal 25 al 28 giugno.

In Cisgiordania, il 27 giugno, durante scontri nel quartiere di Al Isawiya a Gerusalemme Est, un 21enne palestinese è stato ucciso con arma da fuoco, da un poliziotto israeliano. Secondo fonti della Comunità locale, l’uomo è stato colpito al petto da distanza ravvicinata ed è deceduto poco dopo il ricovero presso un ospedale israeliano. Il suo corpo è stato trattenuto dalle autorità israeliane fino al 1 luglio. Secondo fonti israeliane, quando gli hanno sparato, l’uomo era rivolto nella direzione di poliziotti israeliani e stava accendendo un petardo. Fonti palestinesi affermano che si trattava di un astante non coinvolto negli scontri. Dopo l’omicidio, nella zona di Al Isawiya, gli scontri tra palestinesi e forze israeliane sono proseguiti per diversi giorni, provocando decine di feriti palestinesi (vedi sotto).

Ancora in Cisgiordania, durante proteste e diversi scontri, le forze israeliane hanno ferito 168 palestinesi, tra cui almeno sei minori [di seguito il dettaglio]. 134 di questi 168, (tra cui almeno tre minori) sono stati feriti durante scontri con forze israeliane avvenuti a seguito dell’uccisione del 21enne palestinese il 27 giugno (vedi sopra): 124 [dei 134] in quattro diverse occasioni verificatesi ad Al Isawiya (Gerusalemme Est) e altri 10 [dei 134] vicino a Bab Az Zawiya (Hebron). Altri 22 feriti sono stati registrati in scontri scoppiati in due operazioni di ricerca-arresto nel villaggio di Kobar e nel Campo profughi di Al Am’ari (entrambi a Ramallah). I venerdì successivi (21 e 28 giugno) un totale di dodici persone, tra cui tre minori, sono stati feriti durante le manifestazioni settimanali, tenute nel villaggio di Kafr Qaddum (Qalqiliya), contro l’espansione degli insediamenti e la violenza dei coloni. Altre tre persone [non conteggiate nel totale], tra cui una donna, sono state ferite il 19 giugno, in una manifestazione svoltasi nella città di Al Isawiya a Gerusalemme Est, per protestare contro le ricorrenti operazioni di ricerca condotte [dalle forze israeliane] nella città. Nell’Area H2 della città di Hebron, due palestinesi, un uomo di 53 anni ed il figlio 14enne, mentre tentavano di accedere, tramite il checkpoint 56, alla loro casa nella via Ash Shuhada, sono stati aggrediti fisicamente e feriti da soldati israeliani [non conteggiati nel totale].

In Cisgiordania, le forze israeliane hanno condotto 155 operazioni di ricerca-arresto ed hanno arrestato almeno 168 palestinesi, tra cui 13 minori. Il governatorato di Gerusalemme ha registrato la più alta quota di operazioni (41) e di arresti (56).

Il 29 giugno, poliziotti israeliani di confine hanno fatto irruzione nell’ospedale Al Maqased a Gerusalemme Est, interrompendo le prestazioni mediche di emergenza e arrestando due palestinesi. Secondo quanto riferito, stavano ricercando manifestanti feriti negli scontri avvenuti nelle aree di Al Isawiya e At Tur di Gerusalemme Est.

Nella zona C e a Gerusalemme Est, citando la mancanza di permessi di costruzione rilasciati da Israele (quasi impossibili da ottenere) le autorità israeliane hanno demolito o sequestrato 27 strutture di proprietà palestinese. Di conseguenza, 52 persone, tra cui 35 minori, sono state sfollate e altre 5.074 hanno subìto ripercussioni di entità diverse [di seguito il dettaglio]. Tre delle strutture demolite o sequestrate erano state fornite come assistenza umanitaria in risposta a precedenti demolizioni nei villaggi di Qusra e Majdal Bani Fadil (entrambi a Nablus). Tra le strutture colpite, 24 si trovavano in nove Comunità dislocate in Area C. Tra queste, la Comunità di pastori di Zatara al Kurshan (Betlemme), dove, il 27 giugno, sei strutture sono state demolite, provocando lo sfollamento di 46 persone, tra cui 32 minori. Tale Comunità si trova all’interno di una zona designata da Israele come “area militare chiusa”. In un’altra “area militare chiusa”, nel sud di Hebron, le forze israeliane hanno demolito un’abitazione presso la Comunità di pastori di Umm Fagarah, sfollando cinque persone, tra cui tre minori. A Barta’a ash Sharqiya (Jenin), in Area C, per mancanza di un permesso di costruzione, è stata sequestrata una roulotte, parte di un progetto per la gestione dei rifiuti. Il provvedimento ha colpito l’attuazione del progetto pensato per servire l’intero villaggio dove vivono circa 4.950 persone. Le restanti 13 strutture dislocate in Area C comprendevano due strutture abitative, cinque di sostentamento e quattro strutture agricole, oltre a due serbatoi d’acqua. Inoltre, tre strutture sono state demolite a Gerusalemme Est, inclusa una nell’area di Ras al ‘Amud, dove una famiglia palestinese di sei persone, tra cui quattro minori, è stata costretta ad auto-demolire un ampliamento della propria casa.

Diciotto episodi aggressivi, perpetrati da coloni israeliani, hanno provocato il ferimento di tre palestinesi e danni a proprietà palestinesi [di seguito il dettaglio]. In tre episodi separati, avvenuti nella zona H2 della città di Hebron, tre palestinesi, tra cui un minore, sono stati aggrediti fisicamente e feriti da coloni. In altri tre episodi distinti, in base a riprese video realizzate da una Organizzazione per i Diritti Umani e secondo testimoni oculari, coloni israeliani provenienti, a quanto riferito, dagli insediamenti di Homesh, Yitzhar e Beitar Illit, hanno incendiato decine di ettari di terreni appartenenti a contadini di Madama e Burin (entrambi a Nablus) e Wadi Fuqin (Betlemme), danneggiando almeno 287 ulivi. In un ulteriore episodio, riferito da fonti della Comunità locale palestinese, coloni hanno vandalizzato altri 37 ulivi e alberelli appartenenti al villaggio di Surif (Hebron). A Yasuf (Salfit), in un’area il cui accesso richiede un preliminare coordinamento con le autorità israeliane, risulta che coloni abbiano dato fuoco a circa 0,5 ettari di terra coltivata a grano e orzo. In due distinti casi, coloni hanno anche spianato circa 1,5 ettari di terra a Wadi Fukin (Betlemme) e Khirbet Samra (Tubas), danneggiando le colture. Dall’inizio del 2019, OCHA ha registrato le segnalazioni di azioni di sradicamento, di incendio o di vandalizzazione di oltre 4.100 alberi perpetrate da coloni israeliani. Sulla media mensile, ciò rappresenta un aumento del 126% rispetto al 2018 e del 37% rispetto al 2017. Gli episodi rimanenti includono la vandalizzazione di 35 veicoli e le scritte offensive spruzzate su muri di case di Deir Istiya (Salfit), Beitin e Sinjil (entrambi a Ramallah).

Secondo fonti israeliane, in Cisgiordania, palestinesi hanno lanciato pietre contro veicoli israeliani in tre occasioni: vicino a Gerusalemme, Betlemme e Ramallah. Risultano danneggiati almeno tre veicoli.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it




Rapporto OCHA del periodo 4 – 17 giugno 2019 ( due settimane)

Venerdì 14 giugno, nel corso di una protesta della “Grande Marcia di Ritorno” (GMR), sono stati feriti 238 palestinesi; 70 di essi sono stati ricoverati in ospedale.

Secondo i rapporti israeliani, sia durante manifestazione relative alla “GMR”, sia in altri giorni compresi nel periodo di riferimento [4-17 giugno], in diverse località nel sud di Israele sono scoppiati incendi innescati da palloncini incendiari lanciati da palestinesi.

Tra il 13 ed il 14 giugno si sono registrati lanci di razzi da parte di fazioni armate palestinesi e attacchi aerei da parte dell’aviazione israeliana. Secondo i media, un razzo ha colpito un edificio nella città di Sderot, nel sud di Israele. Non sono stati segnalati feriti.

Nella Striscia di Gaza, in aree adiacenti alla recinzione perimetrale e al largo della costa, allo scopo di far rispettare le restrizioni di accesso, le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento in almeno 16 occasioni, ferendo sei palestinesi. Nella zona di Rafah, le forze israeliane hanno anche effettuato un’incursione [all’interno della Striscia] e un’operazione di spianatura del terreno vicino alla recinzione perimetrale; non sono stati segnalati feriti.

In Cisgiordania, in scontri con le forze israeliane, quindici palestinesi hanno subìto lesioni da inalazione di gas lacrimogeno, proiettili di gomma e armi da fuoco. Dieci [dei 15] sono rimasti feriti durante scontri scoppiati in tre operazioni di ricerca-arresto, effettuate nel Campo profughi di Al Jalazoun (Ramallah), nella città di Ramallah e nel villaggio di Bani Na’im (Hebron). Complessivamente, nei villaggi e nelle città della Cisgiordania, le forze israeliane hanno effettuato 119 operazioni di ricerca-arresto, di cui 29 a Hebron e 24 a Gerusalemme. Altri tre feriti [dei 15] si sono avuti venerdì 14 giugno, durante la manifestazione settimanale tenuta nel villaggio di Kafr Qaddum (Qaqiliya), contro l’espansione degli insediamenti e la violenza dei coloni.

Durante il periodo di riferimento, 43 strutture di proprietà palestinese sono state demolite o confiscate a causa della mancanza di permessi di costruzione rilasciati da Israele; sono state sfollate 54 persone e coinvolte molte altre. Del totale delle strutture colpite, 32 sono state registrate in 11 Comunità dell’Area C; tra queste è compresa la Comunità di pastori di Khirbet ar Ras al Ahmar (Tubas), dove, il 12 giugno, sono state demolite 11 strutture. Questa Comunità è penalizzata perché collocata all’interno dei confini di un’area designata da Israele “zona militare chiusa”. In un’altra “zona militare chiusa” nel sud di Hebron, le forze israeliane hanno demolito quattro abitazioni nelle Comunità di Halaweh e Khallet Athab’a. Inoltre, nel villaggio di Tammun (Tubas) sono state demolite due cisterne per l’acqua, in quanto erano ubicate all’interno di una “riserva naturale”: risulta così colpito l’accesso all’acqua per i circa 13.600 abitanti del villaggio. Nello stesso villaggio e per motivi simili [ubicazione entro “riserva naturale”], le forze israeliane hanno abbattuto 390 alberi. Una delle cisterne era di uso pubblico ed era stata fornita, insieme a 150 alberi, dall’Autorità palestinese. Le restanti 11 strutture [delle 43] sono state demolite a Gerusalemme Est, di cui 2 in Kafr ‘Aqab e 4 in Bir Onah; si tratta di due Comunità situate all’interno di aree municipali di Gerusalemme, sul lato cisgiordano della Barriera.

Sono stati registrati dodici episodi, perpetrati da coloni israeliani, che hanno provocato danni a centinaia di ulivi e ad altre proprietà palestinesi. In uno di questi episodi, avvenuto il 5 giugno, coloni, probabilmente provenienti dall’avamposto di Adei Ad, hanno appiccato il fuoco a circa 30 ettari di terra appartenenti ai contadini del villaggio di Jalud (Nablus), danneggiando 900 ulivi. La Comunità locale ha riferito che, nello stesso giorno, coloni hanno bruciato altri 233 ulivi e alberelli, oltre ad alcuni ettari coltivati a grano ed appartenenti al villaggio di Al Mughayyir (Ramallah). In tre separati episodi [dei 12], nel villaggio di Ein Samiya (Ramallah), coloni hanno anche bruciato circa 0,4 ettari di coltivazioni di grano e orzo ed hanno spianato 1,5 ettari di terra appartenente ai villaggi di Yanun e Madama (entrambi a Nablus). Dall’inizio dell’anno, sono state danneggiate da coloni circa 4.000 piante di proprietà palestinese. I rimanenti episodi [dei 12] includono la vandalizzazione di sei veicoli, una scritta minatoria sui muri di una moschea nel villaggio di Kafr Malik (Ramallah) e la distruzione di una serra appartenente a un contadino di Wadi Fukin (Betlemme). Nell’area a controllo israeliano (H2) della città di Hebron, secondo testimoni oculari, coloni hanno danneggiato il muro di una casa di nuova costruzione e avviato attività di ristrutturazione in un negozio abbandonato di proprietà palestinese.

Secondo fonti israeliane, in Cisgiordania, in quattro occasioni, palestinesi hanno lanciato pietre contro veicoli israeliani vicino a Gerusalemme, Betlemme e Ramallah, causando danni a quattro veicoli.

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Ultimi sviluppi (fuori dal periodo di riferimento)

Il 18 giugno, le autorità israeliane hanno esteso a dieci miglia nautiche la zona di pesca consentita lungo la costa di Gaza. Il blocco navale totale era stato imposto il 13 giugno, secondo quanto riferito, in risposta al lancio di palloncini incendiari dalla Striscia di Gaza verso il sud di Israele.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it

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Alcuni rapporti svelano che negli attacchi contro Gaza sono stati deliberatamente presi di mira civili

Oren Ziv

14 giugno 2019 – +972

Due diverse inchieste di B’Tselem e Human Rights Watch hanno stabilito che l’esercito israeliano e gruppi armati palestinesi hanno illegalmente colpito la popolazione civile durante la più recente escalation a Gaza.

Secondo un nuovo rapporto di B’Tselem [organizzazione israeliana per i diritti umani, ndtr.] reso noto mercoledì, nella sua ultima campagna a Gaza Israele ha ucciso 13 civili palestinesi che non erano coinvolti nelle ostilità né affiliati a gruppi di miliziani. Due delle vittime erano bambini e tre erano donne, una delle quali a fine gravidanza. “Queste morti sono il prevedibile risultato dell’illegale e immorale politica israeliana di bombardare case a Gaza,” ha stabilito B’Tselem.

In base all’inchiesta di B’Tselem, dal 3 al 6 maggio Israele ha lanciato attacchi aerei ed ha bombardato più di 350 obiettivi a Gaza, ferendo 153 persone. L’associazione per i diritti umani ha anche scoperto che nessuno degli attacchi “è stato preceduto dal alcun adeguato avvertimento che potesse dare agli abitanti l’opportunità di cercare rifugio o di salvare i propri beni.”

Durante questo periodo i gruppi di miliziani legati ad Hamas e alla Jihad Islamica hanno lanciato circa 700 razzi contro Israele, uccidendo tre persone e ferendone 123. Un razzo lanciato da uomini della Jihad Islamica ha colpito una casa a Gaza ed ha ucciso una donna incinta e la sua nipotina di un anno, e un missile anticarro sparato da quei gruppi ha ucciso un civile israeliano. Secondo il rapporto “il fatto di prendere di mira la popolazione civile in Israele è illegale e immorale,”.

Come negli attacchi precedenti, il rapporto ha rilevato che Israele ha di nuovo preso di mira edifici residenziali e uffici. Secondo le Nazioni Unite, è stato distrutto un totale di 33 unità abitative e altre 19 sono state gravemente danneggiate, lasciando senza casa 52 famiglie – 327 palestinesi, tra cui 65 bambini. Altre centinaia di abitazioni sono state parzialmente danneggiate.

B’Tselem ha sottolineato che sparare contro strutture residenziali in aree densamente popolate come la Striscia di Gaza “comporta inevitabilmente il rischio di danneggiare civili. Il pericolo non è ipotetico: negli scorsi anni Israele ha già ucciso migliaia di civili, comprese centinaia di minori, in attacchi aerei contro le loro case.” Nella sola operazione ‘Margine protettivo’ del 2014 Israele ha ucciso almeno 1.055 palestinesi – tra cui 405 minori e 229 donne – che non avevano preso parte alle ostilità.

Il rapporto evidenzia anche come questi attacchi non siano stati provocati da combattenti criminali che hanno trasgredito gli ordini militari, ma di fatto “parte di una politica formulata da personalità del governo e da importanti comandi militari.” Gli attacchi “hanno avuto l’appoggio dei corpi MAG [Military Advocate General, ufficio legale che fornisce la consulenza legale per giustificare le prassi dell’esercito israeliano, ndtr.], che emanano pareri giuridici che sostengono questa politica.”

Israele, continua il rapporto, ha giustificato questi attacchi affermando che sono conformi alla legge umanitaria internazionale, ma “quest’interpretazione è irragionevole, legalmente errata e basata su una visione del mondo moralmente distorta. Dovrebbe essere categoricamente rifiutata.”

In un altro rapporto reso pubblico anch’esso mercoledì, una ricerca di Human Rights Watch sull’escalation di maggio ha confermato i risultati di B’Tselem: “Quattro attacchi israeliani hanno colpito bersagli che non sembravano contenere alcun obiettivo militare o potrebbero aver provocato sproporzionate perdite civili in violazione delle leggi di guerra.” HRW ha anche affermato che, dato che i razzi sparati dai gruppi armati palestinesi non potevano prendere di mira un particolare obiettivo militare, il loro uso in zone civili è “intrinsecamente indiscriminato in violazione delle leggi di guerra.”

Entrambi i rapporti includono testimonianze di sopravvissuti agli o testimoni degli attacchi. Un missile sparato contro la casa della famiglia al-Madhun nel quartiere di al-‘Atatrah della città occidentale di Gaza Beit Lahiya ha ucciso quattro persone: ‘Abd a-Rahim al-Madhun, 60 anni, suo figlio ‘Abdallah al-Madhun, 21 anni, membro del braccio militare della Jihad islamica; sua nuora, Amani al-Madhun, 36 anni, madre di quattro figli che era incinta di nove mesi, e il loro vicino, Fadi Badran, di 33 anni. L’attacco ha anche ferito sei bambini.

Muhammad al-Madhun, figlio di ‘Abd a-Rahim, che era in casa al momento del bombardamento, ha detto a B’Tselem: “Sono arrivato a casa alle 14,30. Mia moglie e i bambini erano andati a dormire, perché pensavamo che non avremmo potuto chiudere occhio di notte, data l’escalation e i bombardamenti. Sono andato a dormire accanto a loro.”

“Mi sono alzato alle 17 e mi sono seduto in soggiorno a prendere un caffè con mio cugino e un vicino. Sono andato in cucina per fare il caffè per il mio vicino e quando sono tornato improvvisamente ho sentito una pesante esplosione in casa. Era fortissima, ma in un primo momento ho pensato che provenisse da qualcosa che era successo fuori. Mi ci è voluto un momento prima di capire che era avvenuta in casa. L’ho compreso quando ho visto schegge di vetro, di metallo, pietre, sabbia, polvere e fumo intorno a me. Sono rimasto lì scioccato e non mi potevo muovere. Sono semplicemente rimasto lì ed ho sentito i detriti e le macerie che cadevano giù attorno a me.

Ho chiamato i vicini e ho chiesto loro di tirare fuori da sotto i detriti i feriti – mia moglie e due dei miei bambini. Il mio vicino Muhammad al-Far è uscito dalle macerie e si è messo a camminare verso la strada portando mia figlia Fatimah di due anni e mezzo. L’ho sentita gridare e lamentarsi per il dolore.

Sono stato portato in ambulanza all’ospedale Indonesiano. Sono stato visitato ed hanno constatato che stavo bene. Sono andato ad identificare i corpi. Ho identificato quello di mia moglie Amani ed ho anche visto il corpo del feto. Poi ho identificato i corpi di Fadi Badran e di mio fratello Abdallah.”

Il padre di Mohammad è morto alla fine della giornata all’ospedale al-Shifa per le ferite riportate.

In un altro attacco due missili hanno colpito il tetto di un edificio di cinque piani, sempre a Beit Lahiya. L’esplosione ha ucciso sei persone di due famiglie, compreso un bambino di 3 mesi.

In quell’attacco Mohammad Abu al-Jidyan, 26 anni, ha perso entrambi i genitori. Stava tornando a casa quando suo padre l’ha chiamato per dirgli di affrettarsi a causa degli attacchi lanciati contro Gaza. “Circa 5 minuti dopo che mio padre aveva chiamato, sono arrivato al portone e sono entrato nell’edificio. In quello stesso momento l’appartamento in cui vivo con i miei genitori è stato bombardato,” ha detto al-Jidyan a B’Tselem.

“Sono corso su per le scale per vedere cosa fosse successo. Ho visto tutti i vicini correre giù e ho temuto che la mia famiglia fosse stata uccisa. Nessuno mi ha sentito. C’è un appartamento vuoto al quarto piano. Quando sono arrivato lì ho visto che il quinto piano, dove vivevamo i miei genitori, mio fratello ‘Abd a-Rahman ed io, era crollato e caduto sul quarto. Date le condizioni in cui era tutto quanto, ero sicuro che i miei genitori e mio fratello fossero caduti come martiri.

Le mie due sorelle ed io abbiamo perso tutta la famiglia – nostro padre, nostra madre e nostro fratello – senza un avvertimento e senza la possibilità di dirci addio. L’attacco è stato così brutale che non abbiamo neppure trovato i loro corpi tutti interi. Quando abbiamo sepolto i miei genitori, il corpo del mio fratellino era disteso nella stessa tomba con mia madre. Era nato dopo dieci anni di tentativi di rimanere incinta…Mi sento solo al mondo, senza i miei genitori e senza la nostra casa, che è rimasta completamente distrutta. Spero di riuscire a trovare la forza per superare quello che ci è successo.”

L’alleggerimento del blocco contro Gaza che Israele aveva accettato di mettere in atto nell’ultima serie di negoziati deve ancora essere realizzato pienamente e, dato che è previsto che le proteste presso la barriera di confine ricomincino venerdì, probabilmente è solo questione di tempo prima che ci sia un’altra ‘escalation’ nelle ostilità. Di conseguenza sarebbe saggio per Israele riconoscere il pesante prezzo che i palestinesi della Striscia di Gaza pagano persino durante periodi di ‘calma’ mentre resistono a condizioni di vita insopportabili a causa del blocco.

Una versione in ebraico di questo articolo è già stata pubblicata su Local Call.

(traduzione di Amedeo Rossi)




L’OMS occulta la responsabilità di Israele per le uccisioni a Gaza

Maureen Clare Murphy

5 giugno 2019 – Electronic Intifada

Nell’arco di un anno tra la popolazione di Gaza, che ammonta a due milioni di persone, ci sono stati circa 7000 feriti da arma da fuoco.

Molti dei feriti hanno subito danni estesi ed in alcuni casi irreversibili alle ossa, alle strutture vascolari e ai tessuti molli.

Centinaia di loro dovranno subire amputazioni se non potranno accedere a cure specialistiche complesse per le loro disastrose ferite.

Tre operatori sanitari sono stati uccisi e oltre 700 feriti.

Sono state rinviate migliaia di operazioni non urgenti in quanto il sistema sanitario, già in crisi, ha affrontato successive ondate di vittime che necessitavano di interventi d’emergenza.

I casi di violenza di genere esaminati dagli operatori del servizio sono raddoppiati in quanto le famiglie hanno avuto difficoltà a fronteggiare ulteriori pressioni economiche e traumi.

Questi allarmanti fatti emergono dall’esame dei dati sui traumi dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) relativamente alle proteste della Grande Marcia del Ritorno a Gaza, iniziata nel marzo 2018.

Occultati

I dati forniti dall’OMS sono una lettura sconvolgente. Ma il rapporto nasconde il fatto che questa violenza che spezza e traumatizza i corpi è frutto di una deliberata politica israeliana.

Qualunque cura efficace deve fare una diagnosi corretta delle cause e non solo dei sintomi.

Nell’anno che è seguito all’inizio della Grande Marcia del Ritorno, a Gaza sono stati feriti più di 28.000 palestinesi e uccisi 277, compresi 52 minori, la maggior parte dei quali assassinati durante le manifestazioni di massa disarmate lungo il confine est e nord di Gaza.

Nonostante il carattere civile delle proteste, come affermato da un’equipe di ricercatori delle Nazioni Unite, l’OMS afferma che le uccisioni e i ferimenti sono avvenuti “a causa di scontri con le forze di sicurezza israeliane.”

Si tratta di una grossolana mistificazione dell’uso israeliano della forza contro manifestanti pacifici e disarmati, ufficialmente sancito da ordini di sparare per uccidere o menomare civili, persino se sono minorenni, che non costituiscono alcuna plausibile minaccia.

L’uccisione di circa 60 palestinesi durante le manifestazioni del 14 maggio 2018 è stata un massacro.

Secondo la commissione di inchiesta dell’ONU, quel giorno durante le proteste di Gaza City le forze israeliane di occupazione hanno sparato quasi a una persona al minuto tra le 9,30 e le 17,30.

Alcuni manifestanti hanno cercato di superare la barriera di confine, o hanno tirato pietre o rimandato indietro in direzione dei soldati candelotti di gas lanciati da Israele. Ma questi non erano scontri tra due gruppi armati, come suggerirebbe l’uso del termine “scontri” da parte dell’OMS.

I medici che quel giorno hanno curato i feriti hanno detto, come sintetizzato nel rapporto della commissione ONU, che “le ferite assomigliano a quelle che di solito si possono riscontrare durante una guerra.”

I medici dell’ospedale hanno detto ai ricercatori che alle loro strutture arrivavano “ferite terribili una dopo l’altra”, i pazienti presentavano grandi ferite esposte agli arti inferiori, “la loro pelle ed i tessuti sottostanti….spappolati dalla potenza del proiettile.”

Nel loro rapporto i ricercatori dell’ONU dichiarano che nei mesi delle proteste circa 1.600 persone “sono state ferite da proiettili o frammenti di metallo di rimbalzo, colpi e proiettili frammentati e colpi passati da un corpo all’altro – il che dimostra chiaramente il pericolo di sparare proiettili veri ad alta velocità in mezzo ad una folla di manifestanti.”

L’incredibile numero di vittime non è “il risultato di scontri con le forze di sicurezza israeliane”, è l’uso illegale di forza letale contro persone indifese da parte di un potere occupante che mira alla completa capitolazione della popolazione sotto il suo controllo.

“Sono state commesse gravi violazioni dei diritti umani, che potrebbero configurare crimini contro l’umanità”, affermano i ricercatori dell’ONU.

12 anni di assedio

Il rapporto dell’OMS specifica che le proteste hanno luogo nel contesto di un assedio di 12 anni contro Gaza, però non afferma esplicitamente che l’assedio è imposto da Israele.

L’OMS afferma che il sistema sanitario di Gaza “disponeva già di risorse insufficienti e versava cronicamente in difficoltà”. Durante il primo mese delle proteste della Grande Marcia del Ritorno la metà del totale di farmaci a Gaza aveva raggiunto il livello zero di scorte – meno di un mese di rifornimento.

Un duro stallo tra la dirigenza politica palestinese, con la conseguenza che il personale degli ospedali governativi riceveva solo una parte del salario dovuto, ha inoltre “ridotto la capacità delle istituzioni locali a Gaza di fornire servizi essenziali.”

“Nel solo 2018 hanno lasciato Gaza 84 medici”, afferma l’OMS.

E nonostante tutto questo, come riferito nel rapporto, migliaia di medici volontari a Gaza hanno mantenuto attivo il sistema sanitario ed hanno salvato vite.

Grazie alla presenza di volontari di comunità esperti, solo due pazienti su 6.000 che sono stati feriti agli arti da proiettili ad alta velocità durante le proteste sono morti dissanguati.

Secondo l’OMS, un protocollo di percorso per i traumi, dal primo soccorso nel luogo del ferimento all’ospedale e al trattamento postoperatorio e riabilitativo, ha salvato centinaia di vite.

Tre medici che salvavano vite, due dei quali volontari, sono stati uccisi durante le proteste.

Eppure la responsabilità di Israele per la loro morte è occultata nel rapporto dell’OMS.

L’OMS afferma che “vi è stata un’ondata di incidenti violenti che ha coinvolto il settore sanitario” durante l’anno di proteste, con 446 incidenti a Gaza nel 2018, rispetto ai 24 segnalati nell’anno precedente.

Oltre agli operatori sanitari uccisi, 730 sono stati feriti e più di 100 ambulanze ed altri veicoli sanitari sono stati danneggiati.

Ma il rapporto non identifica il responsabile: Israele.

Lo si confronti con le conclusioni inequivocabili dei ricercatori dell’ONU, che dichiarano:

“Sulla base di numerose interviste alle vittime e ai testimoni e della conferma di riprese video in molte situazioni, la Commissione ha riscontrato ragionevoli motivi per ritenere che i cecchini israeliani abbiano colpito deliberatamente operatori sanitari, nonostante vedessero che erano chiaramente contraddistinti come tali.”

Come le uccisioni e i ferimenti di manifestanti, l’uccisione e la menomazione di operatori sanitari sono la conseguenza diretta di ordini di aprire il fuoco da parte di Israele – non le “conseguenze di scontri.”

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Maureen Clare Murphy è capo redattrice di Electronic Intifada e vive a Chicago.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Rapporto OCHA del periodo 21 maggio- 3 giugno 2019 (due settimane)

Durante il periodo di riferimento, 234 palestinesi sono stati feriti dalle forze israeliane nel corso delle manifestazioni della “Grande Marcia di Ritorno” (GMR) che, dal 30 marzo 2018, si svolgono vicino alla recinzione perimetrale israeliana [sul lato interno a Gaza].

Per oltre il 16% dei feriti è stato necessario il ricovero in ospedale.

Presso la recinzione perimetrale e al largo delle coste di Gaza, in almeno sette casi non riferibili alle manifestazioni GMR, le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento nell’apparente tentativo di far rispettare [ai palestinesi] le restrizioni di accesso a tali zone; due palestinesi sono stati feriti ed il lavoro di agricoltori e pescatori è stato interrotto. Non sono state segnalate incursioni.

In Cisgiordania, il 31 maggio, in due separati episodi accaduti a Gerusalemme e nei dintorni, due palestinesi, tra cui un ragazzo di 16 anni, sono stati colpiti e uccisi dalle forze israeliane [segue dettaglio]. Il ragazzo è stato ucciso vicino al checkpoint di An Nu’man (Betlemme) quando le forze israeliane hanno aperto il fuoco contro un gruppo di palestinesi che tentavano di attraversare la Barriera ed entrare in Gerusalemme senza permesso. Antecedentemente, quello stesso giorno, in due diversi punti della Città Vecchia di Gerusalemme, un palestinese 19enne aveva pugnalato e ferito due israeliani, tra cui un ragazzo di 16 anni; l’aggressore era stato successivamente colpito e ucciso dalla polizia israeliana. Secondo quanto riferito, si tratterebbe di un palestinese residente nel villaggio di Abwain (Ramallah), entrato in Gerusalemme Est senza permesso. Alla chiusura del presente bollettino il suo corpo risulta ancora trattenuto dalle autorità israeliane. Dall’inizio del 2019, in attacchi e/o presunti attacchi palestinesi, sono stati uccisi due israeliani e cinque aggressori e/o presunti aggressori palestinesi.

Sempre in Cisgiordania, durante proteste e molteplici scontri, le forze israeliane hanno ferito 114 palestinesi, tra cui 53 minori: un incremento significativo rispetto ai due precedenti periodi di riferimento, quando la media era stata di 44 feriti [segue dettaglio dei 114 feriti]. Ventitré feriti sono stati registrati il 2 giugno, in scontri scoppiati nella Città Vecchia di Gerusalemme durante due distinte proteste tenute contro l’ingresso nel Complesso della Moschea di Al Aqsa / Monte del Tempio di coloni e altri gruppi israeliani entrati per commemorare l’anniversario di ciò che, in Israele, viene definita “la riunificazione di Gerusalemme” [avvenuta in seguito alla “Guerra dei sei giorni” del 1967]. Altri 70 palestinesi, tra cui 30 minori, hanno inalato gas lacrimogeno ed hanno avuto necessità di cure mediche dopo che le forze israeliane hanno sparato lacrimogeni contro palestinesi che, nei pressi del checkpoint di Qalandiya (Gerusalemme), tentavano di attraversare la Barriera ed entrare, senza permesso, in Gerusalemme Est per partecipare alla preghiera di mezzogiorno del venerdì. Altri tre ferimenti sono stati registrati in scontri scoppiati in due operazioni di ricerca-arresto; nel complesso, le forze israeliane hanno condotto 110 di tali operazioni, arrestando oltre 146 palestinesi, tra cui almeno otto minori. Altri nove palestinesi sono rimasti feriti, nella città di Nablus, in scontri con le forze israeliane conseguenti all’ingresso di coloni israeliani al sito religioso della Tomba di Giuseppe. Quasi il 71% delle [114] lesioni è stato provocato dall’inalazione di gas lacrimogeno richiedente cure mediche, il 20% è stato causato da aggressioni fisiche, il 7% da proiettili di gomma e il 2% da proiettili di armi da fuoco.

Nella Valle del Giordano, per consentire esercitazioni militari, le forze israeliane hanno sfollato temporaneamente, per quattro volte, 12 ore ogni volta, 141 palestinesi; l’80% di essi è costituito da donne e minori. Si tratta dei residenti delle Comunità di pastori di Tell al Khashaba, Lifjim e Humsa al Bqai’a, costretti a lasciare incustodito il loro bestiame e, nella maggior parte dei casi, costretti a trascorrere la notte all’aperto o presso Comunità vicine. Tali Comunità sono esposte al rischio di trasferimento forzato e i ripetuti sfollamenti per esercitazioni militari fanno parte del contesto coercitivo.

In Area C, citando la mancanza di permessi di costruzione, le autorità israeliane hanno demolito o sequestrato dodici strutture di proprietà palestinese; otto di queste erano state fornite come assistenza umanitaria. Di conseguenza, 19 persone, tra cui nove minori, sono state sfollate e 107 persone sono state altrimenti coinvolte. Delle otto strutture donate, tre strutture abitative e quattro tende per animali, erano state fornite in risposta a precedenti demolizioni avvenute nelle Comunità di pastori di Al Hadidiya e Khirbet ar Ras al Ahmar, nella parte settentrionale della Valle del Giordano, in un’area designata come “zona per esercitazioni a fuoco” per addestramento militare. La restante struttura donata, una sezione di una conduttura idrica di nuova costruzione, era destinata al rifornimento di acqua per l’area di Khallet al Foron a sud di Hebron. Le altre [4] strutture demolite includevano una casa in costruzione a Khallet al Louza, una struttura agricola ad Al Khader (entrambe a Betlemme), un deposito ad Az Za’ayyem (Gerusalemme) e un recinto per animali a Khirbet ar Ras al Ahmar, nella parte settentrionale della Valle del Giordano.

Secondo fonti ufficiali israeliane, il terzo e il quarto venerdì di Ramadan, le autorità israeliane hanno permesso, rispettivamente a 61.597 e 90.254 palestinesi in possesso di documenti della Cisgiordania, di entrare in Gerusalemme Est per le preghiere. Complessivamente, ogni venerdì di Ramadan, una media di 79.946 palestinesi ha attraversato uno dei tre checkpoint di ingresso in Gerusalemme Est; l’anno scorso la media era stata di 87.075. I maschi sopra i 40 anni, o sotto i 16, e le donne di tutte le età hanno potuto attraversare i checkpoint senza alcun permesso. Quest’anno, ai residenti di Gaza non sono stati rilasciati permessi per il Ramadan.

Coloni israeliani hanno provocato il ferimento di quattro palestinesi e danni a proprietà palestinesi in sette circostanze [segue dettaglio]. Tre palestinesi sono stati aggrediti fisicamente e feriti da coloni in due distinti episodi verificatisi nella zona H2 [a controllo israeliano] della città di Hebron. Un altro palestinese è stato ferito nella Città Vecchia di Gerusalemme dal lancio di pietre da parte di coloni. Nella zona di Wad Al Hussain (Hebron), secondo fonti locali palestinesi, coloni israeliani di Kiryat Arba hanno distrutto un tratto di una recinzione in pietra (lunga 200 metri) che circonda un terreno agricolo, hanno incendiato raccolti e danneggiato tre ulivi e un fico. A quanto riferito, in altri due episodi, coloni israeliani hanno danneggiato una casa disabitata di proprietà di palestinesi e spruzzato scritte tipo “questo è il prezzo” sui muri di un distributore di carburante palestinese nel villaggio di Kafr Laqif (Qalqiliya).

Secondo fonti israeliane, in almeno un caso, palestinesi hanno lanciato pietre e danneggiato un veicolo privato israeliano vicino a Gerusalemme, mentre un colono israeliano è stato ferito, sempre per lancio di pietre da parte di palestinesi, nella Città Vecchia di Gerusalemme.

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nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it