Massiccia incursione di Israele a Nablus, si teme in un attacco prolungato

Fayha Shalash,

10 giugno 2025, Middle East Eye

L’esercito israeliano apre il fuoco contro i palestinesi, compreso il personale sanitario, saccheggia le abitazioni e annuncia il coprifuoco nella città vecchia.

Martedì 10 giugno l’esercito israeliano ha lanciato un attacco su vasta scala nel cuore della città di Nablus nella Palestina occupata, in quello che fonti locali descrivono come la più grande offensiva degli ultimi due anni. Le forze israeliane hanno aperto il fuoco contro i palestinesi, tra cui un paramedico, hanno utilizzato gas lacrimogeni, arrestato diverse persone ed effettuato violente irruzioni nelle abitazioni durante l’offensiva ancora in corso.

In filmati circolati sui media locali si vede un palestinese con le mani alzate che si avvicina ai soldati, a cui segue una colluttazione mentre si sentono degli spari in sottofondo. Secondo i media israeliani i due palestinesi sarebbero stati uccisi dopo aver provato a impossessarsi dell’arma di un soldato. Le autorità palestinesi non hanno ancora confermato i decessi.

Mujahed Tabanja, un giornalista presente ai fatti, ha raccontato a Middle East Eye che i due uomini sono stati colpiti mentre tentavano di rientrare nelle proprie case nella città vecchia. Alle ambulanze è stato impedito di avvicinarsi per soccorrerli. La Mezzaluna Rossa palestinese di Nablus ha riferito che sono stati feriti almeno 65 palestinesi.

Un operatore della Mezzaluna Rossa, Fawaz al-Bitar, ha riferito a Middle East Eye che alcuni dei feriti sono stati raggiunti da colpi di arma da fuoco alle gambe, mentre altri sono stati aggrediti fisicamente dai soldati. Si sono verificati anche casi di intossicazione da gas lacrimogeno, che l’esercito israeliano ha lanciato nelle case e nei vicoli della città vecchia, un’area densamente popolata.

«Il nostro lavoro è stato ostacolato a più riprese e ci è stato impedito di avvicinarci ai due giovani feriti» ha riferito Bitar a Middle East Eye. «Hanno anche sparato contro un’ambulanza, e uno dei paramedici è stato colpito», ha aggiunto. L’incursione è iniziata poco dopo la mezzanotte ora locale, quando un grande numero di mezzi militari provenienti da diverse direzioni è entrato in città.

L’esercito israeliano ha dichiarato che l’operazione militare sarebbe durata 24 ore e si sarebbe concentrata nella città vecchia. Nel frattempo, tramite altoparlanti l’esercito ha annunciato un coprifuoco, intimando ai residenti di non uscire di casa fino alla mattina di mercoledì. Si tratta della prima volta che una misura di questo genere viene imposta a Nablus dalla fine della Seconda Intifada nel 2000. I contatti con diverse famiglie si sono interrotti dopo che l’esercito israeliano ha assalito le loro case.

«I soldati ci hanno puntato addosso le armi e hanno urlato contro di noi quando abbiamo provato ad entrare nella città vecchia», ha riferito Tabanja a Middle East Eye. «L’attacco si sta estendendo ad altre parti della città, compreso il campo profughi di Balata», ha aggiunto. Nel frattempo, i soldati hanno arrestato decine di giovani durante le incursioni nelle abitazioni e hanno arbitrariamente confiscati beni ai residenti.

Attacco politico

L’ampiezza dell’attacco contro Nablus, nonostante l’annuncio che sarebbe durato solo un giorno, ha suscitato timori fra i residenti, che temono che possa portare a un’aggressione militare prolungata e devastante come sta avvenendo a Jenin e Tulkarem.

Munadil Hanani, che fa parte del Comitato di Coordinamento cittadino, ha riferito a Middle East Eye che vi sono dei segnali che l’attacco potrebbe durare a lungo, notando che i soldati israeliani hanno portato avanti l’aggressione da diverse direzioni e sono arrivati con decine di mezzi militari. Inoltre, hanno portato riserve di carburante, cosa che non avviene spesso durante attacchi di breve durata.

I soldati si sono inoltre avvicendati nel corso dell’incursione, suggerendo che potrebbe rimanere a lungo in città. «Sembra essere un’incursione politica, non collegata a questioni di sicurezza» è l’opinione di Hanani. «Israele ha dichiarato che lo scopo è quello di “eliminare il terrorismo”, ma l’attacco è invece da porre in relazione alla crisi politica interna ed è un tentativo di trarre d’impaccio [il Primo Ministro Israeliano] Netanyahu», ha aggiunto Hanani. Intanto la vita a Nablus è completamente paralizzata dall’incursione, i mercati sono deserti e le scuole, le università e le istituzioni pubbliche sono chiuse fino a nuovo ordine.

[Traduzione dall’inglese di Federico Zanettin]




Una dottoressa americana è stata a Gaza e ha visto l’orrore da vicino. Cinque casi che la tormentano

Nir Hasson

29 maggio 2025 – Haaretz

Le stragi causate dai raid aerei, la fame, le deportazioni da una zona all’altra: la crudeltà di Israele sta raggiungendo nuovi livelli. La dottoressa Mimi Syed, una dottoressa americana che si è offerta volontaria per aiutare gli abitanti di Gaza, ora racconta alcune loro storie.

Siamo entrati in una fase terrificante. Secondo organizzazioni umanitarie la carestia nella Striscia di Gaza è ormai acuta. Da quando Israele ha iniziato a bloccare l’ingresso di cibo non meno di 10.000 bambini sono sprofondati in stati di malnutrizione che necessitano trattamento.

Il Primo Ministro ha annunciato la ripresa degli aiuti, ma ciò che sta arrivando è “il minimo del minimo”, come ha affermato il Gabinetto di Sicurezza. In effetti, il responsabile degli aiuti umanitari delle Nazioni Unite ha definito gli aiuti “una goccia nell’oceano rispetto a ciò di cui c’è urgente bisogno”.

Oltre alla fame l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani sottolinea i “ripetuti attacchi alle tende degli sfollati” e “la distruzione metodica di interi quartieri”.

La distruzione avviene di pari passo con le espulsioni di massa all’interno della Striscia. Nelle ultime settimane quasi un terzo degli abitanti di Gaza ha dovuto lasciare il luogo in cui viveva. Ora l’intera popolazione si sta accalcando in appena un quinto dell’enclave.

Anche il sistema sanitario è stato distrutto. L’esercito israeliano sta prendendo di mira con maggiore intensità ospedali e ambulatori (28 attacchi in una settimana), dove, a suo dire, sarebbe presente Hamas. Non consente l’ingresso di molti farmaci e attrezzature di base e ostacola l’evacuazione di moltitudini di feriti e malati per cure mediche all’estero.

Un Palestinese porta il corpo di un bambino ucciso il 26 maggio 2025. Foto: AFP/OMAR AL-QATTAA

In questo modo l’esercito, oltre ad uccidere, sta provocando ulteriori cause di decesso. Senza cure, persino infezioni e tumori facilmente rimovibili hanno un esito mortale.

E gli attacchi continuano quotidianamente. Questa settimana in un attacco ad una scuola sono state uccise trentuno persone, tra cui 18 bambini e sei donne.

“Ho avuto tanta paura”, ha detto Hanin al-Wadiya, una bambina fuggita dalle fiamme con ustioni sul viso. “Ero sotto le coperte e improvvisamente il fuoco mi ha investita. Mi sono alzata per cercare mamma e papà, ma non li ho trovati.” Tutta la sua famiglia è morta.

Il pianto di un bambino ferito ricoverato all’ospedale Al Awda il 29 maggio 2025.Foto: AFP/EYAD BABA

“Penso che tutto questo sia reso possibile dalla paura, dal razzismo e dalla disumanizzazione”, afferma la dottoressa Mimi Syed, medico d’urgenza americana che l’anno scorso ha svolto due turni di volontariato a Gaza. “Se non li consideri esseri umani, puoi fargli qualsiasi cosa”.

Sembra che questa settimana l’asticella del “fargli qualsiasi cosa” sia stata sollevata di una tacca. Sempre più civili, compresi molti bambini, vengono uccisi attraverso la carestia e gli sfollamenti forzati.

Lunedì le Forze di Difesa Israeliane [IDF] e il servizio di sicurezza Shin Bet hanno rilasciato una dichiarazione sull’attacco alla scuola Fahmi Al-Jarjawi a Gaza City. La terminologia è familiare: gli obiettivi erano ” terroristi chiave” in un “centro di comando e controllo”. Anche questa volta “sono state adottate numerose misure per ridurre il rischio di danni ai civili”.

L’attacco è iniziato verso l’una di notte. Hanin al-Wadiya, una bambina di 4 anni che alloggiava nella scuola sfollata con la sua famiglia, si è svegliata mentre le fiamme la circondavano e sua sorella urlava “Mamma, mamma!” come si vede nelle immagini del disastro.

“Ho sentito Mimi [la sorella di Hanin] chiamare la mamma, ma non riuscivo a trovarla. Ho anche gridato ‘mamma, mamma’. Sono uscita e ho iniziato a piangere”, ha raccontato Hanin in ospedale, con gli occhi gonfi e chiusi, metà del viso ed entrambe le mani coperte di ustioni. Sua madre, suo padre e sua sorella sono morti nell’incendio insieme ad altre 30 persone.

Ricoverato in un altro ospedale nel sud di Gaza c’è Adam al-Najjar, l’unico sopravvissuto di 10 fratelli la cui casa è stata attaccata due giorni prima dell’attacco alla scuola. Sua madre è uscita illesa, suo padre è rimasto gravemente ferito.

Anche in questo caso le IDF hanno affermato di aver fatto tutto il possibile; anzi, hanno rimproverato la famiglia per non essersi allontanata nonostante l’ordine di evacuazione emesso dalla divisione in lingua araba dell’Unità Portavoce delle IDF.

Ma l’ultimo ordine di evacuazione non includeva l’area in cui si trovava la casa della famiglia. Solo nell’ordine precedente, di un mese e mezzo prima, era stata ingiunta l’evacuazione da quell’area.

Gli ordini non hanno una data di scadenza e non c’è alcun segnale di cessato allarme, quindi i cittadini di Gaza devono indovinare se il pericolo è passato, e molti corrono il rischio. Non hanno scelta: i cittadini di Gaza hanno sempre meno spazio in cui muoversi; oltre l’80% dell’enclave è sotto il diretto controllo israeliano o sotto ordine di evacuazione.

Questi ordini mappe con aree contrassegnate in rosso e pubblicate su X e Telegram sono la manifestazione geografica della politica israeliana a Gaza. Lunedì il portavoce delle IDF ha emesso un altro ordine di evacuazione, uno dei più importanti della guerra: il 43% di Gaza è stato contrassegnato in rosso, con la dicitura “Zona di combattimento pericolosa”.

Nei due mesi e mezzo trascorsi da quando Israele ha violato il cessate il fuoco di due mesi oltre 630.000 persone sono state sradicate.

I ripetuti spostamenti stanno spingendo gli abitanti di Gaza sull’orlo della sopravvivenza. È molto difficile trovare cibo e beni di prima necessità come acqua pulita, un sistema fognario funzionante, un alloggio e assistenza medica. Due milioni di persone vengono spinte in un’area sempre più ristretta, dove vivono tra le macerie o in tende che si distruggono rapidamente.

I bambini non vanno a scuola da quasi due anni. L’affollamento, il caldo, la mancanza di acqua corrente o di un sistema fognario funzionante, insieme alla sistematica distruzione del sistema sanitario, stanno aumentando notevolmente il rischio di malattie ed epidemie.

La logica brutale di questa politica è nascosta in uno degli obiettivi ufficiali della guerra: “concentrare e spostare la popolazione”.

A Gaza è soprattutto la fame a fare da padrona. La scorsa settimana, il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha annunciato la ripresa degli aiuti alla Striscia, ma sono stati ripresi con parsimonia. Ogni giorno solo poche decine di camion entrano dal valico di Kerem Shalom. Moltitudini di bambini continuano a stare in piedi per ore con una pentola vuota nella speranza di ricevere del cibo.

Martedì una grande folla ha preso d’assalto il centro di distribuzione alimentare creato da Israele. Migliaia di persone correvano tra le dune spingendosi contro le recinzioni e imploravano del cibo dagli uomini armati della sicurezza americana. (Per gli americani, si tratta di 1.100 dollari per una giornata di lavoro.)

“Non credo che gli israeliani lo vogliano. Non vogliono che tutto questo accada in loro nome”, dice Syed. “Penso che la cosa più importante che ho imparato a Gaza è che è impossibile ignorare la verità. Dopo aver visto cosa sta succedendo lì diventa molto semplice distinguere tra il bene e il male.”

Come puntualizza: “Oltre il 50% della popolazione di Gaza è composta da bambini. Il governo degli Stati Uniti sta finanziando una guerra illegale contro i bambini. Quasi tutte le agenzie umanitarie mondiali hanno definito ciò che sta accadendo a Gaza un crimine di guerra, eppure gli Stati Uniti continuano a fornire armi per commettere questi crimini.

“Mentre sono comodamente seduta a casa mia a scrivere la storia di Sami [un bambino di Gaza], mi viene in mente che questi crimini deliberati e atroci vengono ancora commessi contro bambini come Sami. Quando finirà? Quando il governo degli Stati Uniti si mostrerà per quello che una volta pensavo fosse? Non siamo stati noi a impedire alla Germania di sterminare così tante vite innocenti? Non dovremmo essere i “buoni”?

Syed ha svolto i suoi due periodi di volontariato a Gaza lo scorso agosto e a dicembre. In entrambi i casi ha constatato la morte di decine di bambini. Ha visto otto bambini morti per ipotermia in inverno, una bambina di 9 anni deceduta perché era impossibile ottenere farmaci standard per l’epilessia e una bambina di 9 mesi morta per aver bevuto acqua contaminata.

Ora, rientrata negli Stati Uniti, Syed afferma di essere ancora in contatto con i medici di Gaza: “Mi dicono che non c’è cibo. Per la prima volta li sento dire: ‘Moriremo tutti e il mondo non sta facendo nulla per salvarci'”.

Da quando è tornata negli Stati Uniti, Syed ha raccontato a chiunque volesse ascoltarla cosa sta succedendo a Gaza. Non risparmia ai suoi ascoltatori descrizioni grafiche accompagnate da foto. Di seguito sono riportate alcune delle tristi storie a cui ha assistito; la dottoressa Syed ha già raccontato parte della sua testimonianza da Gaza in altre testate giornalistiche in lingua inglese.

Sami di 8 anni portato in braccio dal fratello più grande all’ospedale Al Aqsa il 14 dicembre 2024.Foto: Moiz Salhi / AFP

Sami, 8 anni, è stato portato in braccio dal fratello maggiore. I due sono arrivati ​​all’ospedale Al-Aqsa, nel centro di Gaza, su un carretto trainato da un asino pochi minuti dopo che i frammenti di missile avevano lacerato il volto di Sami.

Giornalisti e curiosi si sono accalcati intorno a Sami e gli hanno scattato una foto; indossava una maglia a strisce rosse e bianche. La parte ferita del viso era nascosta alle telecamere, appoggiata sulla spalla del fratello.

“Sami aveva una ferita da esplosione al viso che gli aveva lacerato la maggior parte delle strutture vitali”, racconta Syed. “La ferita comprendeva bocca, naso e palpebre. Il resto del corpo era in buone condizioni, a parte un paio di ferite più lievi. Quando è arrivato in sala rianimazione è stato adagiato sul lettino senza altri adulti in vista. Era coperto da una giacca insanguinata.

Mentre giaceva davanti a me gorgogliando e soffocando con il suo stesso sangue gli ho aspirato la bocca e il naso per rimuovere eventuali ostruzioni nelle vie respiratorie. In seguito ad un leggero movimento del suo viso mi sono resa conto che aveva la mandibola completamente disarticolata e strappata via, appesa solo a un piccolo lembo di pelle. C’erano ustioni e schegge su tutto il viso e il collo.

Mentre mi occupavo di lui si è verificato un altro incidente con un elevato numero di feriti, con pazienti ancora più gravi. Sono stata costretta a spostare il piccolo Sami a terra per far spazio agli altri feriti.

Mentre lo stendevo sul pavimento sono arrivati la madre e lo zio, che urlavano per la disperazione. Sua madre si è gettata immediatamente a terra e ha iniziato a pregare Dio che suo figlio fosse risparmiato. Mi ha guardata dritto negli occhi e ha afferrata con forza la mia mano, implorandomi di fare tutto il possibile per salvarlo.

Ho annuito… ma sapevo nel mio intimo che non potevo fare una promessa del genere. Date le sue condizioni, sapevo che sarebbe stato un miracolo se si fosse salvato. Sono riuscita a stabilizzarlo temporaneamente, così da poterlo trasportare alla TAC funzionante più vicina.

Ma la TAC non si trovava all’ospedale di Al-Aqsa, bensì all’ospedale Yaffa, a pochi minuti di auto. In base alle norme di sicurezza del Ministero della Salute palestinese ai volontari stranieri era vietato l’accesso all’ospedale Yaffa, che all’epoca si trovava vicino alle postazioni militari israeliane.

Ho scelto di salire comunque sull’ambulanza per mantenere pervie le vie respiratorie e assicurarmi che arrivasse alla TAC in sicurezza”, racconta Syed. “Nella stessa ambulanza veniva trasportata per un esame diagnostico un’altra donna, tra la vita e la morte.

Respirava attraverso un tubo ed era accompagnata dal figlio adolescente che le teneva la mano. L’ambulanza ha attraversato macerie e folle di persone per strada”

Sami è stato sottoposto a una TAC ed è stato riportato ad Al-Aqsa per un intervento di ricostruzione facciale. “Il giorno dopo, stavo camminando per l’ospedale quando qualcuno mi ha afferrato il braccio.

Era la madre di Sami”, racconta Syed.

“Era seduta su un letto d’ospedale, nell’angolo di un corridoio anch’esso pieno di pazienti a terra o su brandine. Ho guardato il letto e c’era il piccolo Sami con i punti di sutura. Riusciva a malapena ad aprire la bocca per bere da una cannuccia e continuava a piangere di dolore ogni volta che si muoveva”.

Lo scorso ottobre sul New York Times è stata pubblicata una foto di una radiografia: ​​Mira, una bambina di 4 anni, aveva un proiettile conficcato in testa. È diventata un simbolo della guerra, mentre l’immagine è diventata una delle più controverse dei quasi 20 mesi di combattimenti.

Il New York Times ha pubblicato nella sezione opinioni altre tre foto di radiografie; facevano parte di un articolo firmato da 65 medici, infermieri e paramedici che si erano offerti volontari a Gaza. Questi operatori sanitari affermavano che Israele stava deliberatamente sparando ai bambini, e il Times ha ricevuto una serie di lettere che sostenevano che la notizia fosse falsa.

Il 15 ottobre la direttrice editoriale del Times, Kathleen Kingsbury, ha pubblicato una risposta: il giornale si era assicurato che tutti i medici e gli infermieri avessero lavorato a Gaza. Le immagini della TAC erano state inviate a esperti indipendenti in ferite da arma da fuoco, radiologia e traumatologia pediatrica, che ne hanno corroborato l’autenticità. Inoltre, i metadati digitali delle immagini sono stati confrontati con le foto dei bambini.

Secondo Kingsbury il Times possedeva foto che corroboravano le immagini della TAC, ma erano “troppo raccapriccianti per essere pubblicate”. Ha concluso: “Sosteniamo questo report e la ricerca su cui si basa. Qualsiasi insinuazione che le immagini siano inventate è semplicemente falsa”.

I genitori di Mira hanno raccontato ad Al Jazeera di essersi svegliati presto quel giorno di agosto nella loro tenda nella zona umanitaria di Muwasi, perché le loro figlie erano emozionate per il compleanno della sorella maggiore di Mira. Improvvisamente è scoppiata una sparatoria.

Mira è entrata nella tenda con il viso coperto di sangue e una ferita aperta sopra la fronte. Suo padre l’ha portata all’ospedale Nasser di Khan Yunis, nel sud della Striscia.

In base al crudele triage che si è reso necessario a Gaza, dopo le stragi di massa le persone con ferite cerebrali non vengono curate. La regola è che nel caso di penetrazione intracranica di proiettili o di esposizione di materia cerebrale non ha senso lottare per la vita del paziente a causa della carenza di neurochirurghi, attrezzature e materiali sanitari.

Syed avrebbe dovuto lasciare che Mira morisse. “Ho iniziato a visitarla”, racconta. “Uno dei medici mi ha detto: ‘Non perdere tempo’. Ma sentivo che si muoveva ancora; reagiva al dolore questo mi ha fatto pensare che dovevo provarci.”

La foto della radiografia del proiettile conficcato nella testa di Mira ,una bambina di 4 anni pubblicata dal New York Times. Ospedale Nasser 25 Agosto 2024.

Così ha inserito dei tubi per aiutare Mira a respirare ed è riuscita a stabilizzarla. Mira è stata sottoposta a un intervento chirurgico al cervello, il proiettile è stato rimosso e la sua vita è stata salvata.

Syed è rimasta in contatto con i genitori della ragazza e di recente ha ricevuto un video emozionante: Mira camminava e parlava. “L’ultima volta che l’ho vista apriva a malapena gli occhi”, racconta Syed.

Ma come gli altri pazienti sopravvissuti, Mira è sempre in pericolo. Ha bisogno di cure costanti per ridurre la pressione alla testa, soffre di debolezza al lato sinistro e deve assumere farmaci.

A gennaio la tenda della famiglia è stata colpita nel corso di un attacco e la madre di Mira ha perso un braccio. “Hanno fame, non hanno farmaci e non hanno un posto sicuro”, dice Syed, che sta cercando di aiutare la famiglia a lasciare Gaza per necessità di cure mediche.

Syed ha portato la foto della radiografia a Washington e si è confrontata con dei senatori per cercare di convincerli a smettere di sostenere Israele. “Ho incontrato scetticismo sull’autenticità della foto”, dice.

“Ma l’ho toccata, le mie mani l’hanno curata, l’ho salvata. Mettere in dubbio tutto questo mi ha davvero spezzato il cuore. Mi è stato chiesto perché Israele prendesse di mira i bambini, ma questo è normale se si vuole distruggere il futuro.”

Shaban è morto a causa della guerra. Non è stato colpito da una scheggia o da un proiettile, ma dalla distruzione delle reti fognarie e idriche di Gaza. Era nato nel dicembre del 2022. A due anni, nel bel mezzo della guerra, si è ammalato e la sua pelle è diventata giallastra. “Aveva la stessa età del mio figlio più piccolo, eppure sembrava tanto piccolo per la sua età. Il bianco degli occhi emanava un bagliore arancione fosforescente, la sua pelle aveva il colore intenso del Tang”, dice Syed, riferendosi alla bevanda in polvere. “Giaceva immobile, respirava con affanno, aveva l’addome gonfio. Ogni movimento gli causava dolore”.

Shaban soffriva di insufficienza epatica causata dall’epatite A. “Negli Stati Uniti e in ogni Paese avanzato, è molto difficile contrarre l’epatite, e anche se succede è abbastanza semplice da curare. A Gaza, non avevamo modo di aiutarlo”, racconta Syed.

La madre di Shaban ha mostrato a Syed le foto del bambino scattate un anno prima. “Quando la madre ha condiviso una foto di suo figlio di appena un anno fa, raggiante di salute e felicità, mi sono sentita sommergere da un’ondata di tristezza”, dice Syed. Il bambino aveva bisogno di un trapianto di fegato, ma anche in questo caso la famiglia non aveva ricevuto il permesso da Israele per lasciare Gaza per l’intervento.

Syed ha fotografato la madre mentre lasciava l’ospedale con il figlio. “Non riesco a liberarmi dall’immagine della madre che portava in braccio il suo bambino, il suo corpicino aggrappato a lei, entrambi avvolti nella disperazione”, dice.

“La sofferenza di questo bambino mi tormenta in modi che le parole non possono esprimere. Il medico che è in me sa che quel bambino è morto quel giorno, poco dopo essere stato dimesso dall’ospedale, ma la madre che è in me non vuole accettare la realtà.

Fatma, 29 anni, è arrivata in ospedale con tre bambini piccoli, tutti sotto i 7 anni. Non era stata ferita dalle bombe, ma sanguinava copiosamente da un seno.

“I suoi figli sedevano in silenzio al suo fianco, con i volti segnati dalla paura”, racconta Syed. “Ho cercato nella borsa con i guanti insanguinati, e ho tirato fuori qualche palloncino per distrarli. I loro volti si sono illuminati mentre dimenticavano per un attimo l’orrore che li circondava.”

Si è scoperto che la madre soffriva di un tumore al seno in stadio molto avanzato. “Mi sono trovata di fronte a una scena che, nonostante la mia esperienza in zone svantaggiate, non avevo mai visto: una massa mammaria così grande e deturpante che era chiaramente la causa della sua abbondante emorragia”, dice Syed.

La zia della paziente, che accompagnava lei e i suoi figli, ha raccontato che i medici avevano scoperto il nodulo, all’epoca delle dimensioni di un’oliva, sette mesi prima, all’inizio della guerra.

Le era stato prescritto un intervento chirurgico e la chemioterapia, ma a causa della guerra e della distruzione del sistema sanitario non ha potuto curarsi. L’Organizzazione Mondiale della Sanità aveva approvato la sua evacuazione per motivi sanitari, ma la sua richiesta è stata respinta da Israele, oppure i permessi hanno impiegato troppo tempo per arrivare.

“Era evidente che il suo cancro era curabile”, dice Syed. “In qualsiasi altro Paese, o persino a Gaza prima del 7 ottobre, avrebbe ricevuto cure e sarebbe guarita. Ma ora non potevamo fare nulla. Non avevamo le scorte di sangue per stabilizzarla ed era preferibile riservare le risorse chirurgiche necessarie per la riduzione del tumore a pazienti con maggiori speranze di guarigione.

“Sarebbe morta presto con i suoi figli accanto. Questa madre non avrebbe mai visto i suoi figli crescere, non avrebbe mai visto sua figlia laurearsi o suo figlio diventare un uomo. L’ingiustizia di tutto ciò bruciava dentro di me, un fuoco che non si sarebbe mai spento.”

Alla fine Fatma è stata trasferita in un altro ospedale. Quando Syed ha chiamato per avere notizie, le è stato detto che Fatma era morta quel giorno.

Nelle conversazioni con i medici che hanno curato civili a Gaza si parla sempre dei primi minuti dopo una strage di massa. Le descrizioni sono le stesse.

Pochi minuti dopo l’attacco missilistico o la bomba i pronto soccorso e le unità di terapia intensiva diventano una scena da film dell’orrore. Le urla di dolore si fondono con le grida di angoscia delle persone che scoprono la morte di una persona cara.

I letti, le barelle e poi il pavimento si riempiono di feriti, mentre tra di loro si formano pozze di sangue. E i medici devono ripetutamente prendere decisioni crudeli: chi scartare perché con nessuna prospettiva di sopravvivenza o perché richiede l’utilizzo di risorse in grado di salvare altre persone con più possibilità di successo.

Syed è tornata a Gaza il 4 dicembre dopo il precedente periodo di volontariato in agosto. “Il viaggio è stato straziante, con strade dissestate e bambini che camminavano da soli, tale da risvegliare un familiare senso di angoscia nello stomaco”, racconta. Dopo un’ora di macchina siamo arrivati all’ospedale Nasser. La disposizione degli alloggi era rimasta invariata: angusti letti a castello e l’onnipresente odore di fogna proveniente dal bagno.

Mentre iniziavo a disfare i bagagli una forte esplosione ha scosso l’edificio. Ho subito capito che questo attacco aereo era più vicino del solito. Le urla echeggiavano mentre la gente correva verso l’ospedale. Conoscendo fin troppo bene la procedura, mi sono precipitata verso il reparto di traumatologia.

Mentre indossavo con difficoltà i miei guanti già strappati, ho visto che due bambini piccoli venivano portati di corsa. Le loro famiglie li hanno sdraiati sul pavimento dato che non c’erano letti disponibili. Prima ancora di toccarli ho capito che non erano più in vita. Mi ha travolto un senso di totale impotenza.

“Poi è arrivata una bambina di 8 anni di nome Alaa, la stessa età di mia figlia. Suo padre mi ha spiegato che stava giocando davanti alla loro tenda quando in seguito ad un attacco aereo delle schegge sono penetrate nel suo cranio. Era gravemente ferita, il suo corpo si muoveva a malapena e la materia cerebrale era esposta. Secondo il protocollo era da considerare irrecuperabile.

Ma quando ho visto la disperazione negli occhi di suo padre non sono riuscita a stare a guardare. Ho preso dalla mia borsa il laringoscopio che avevo dovuto far passare di nascosto dall’esercito israeliano e ho assicurato la pervietà delle vie respiratorie, poi l’abbiamo portata di corsa in sala operatoria.

Pochi giorni dopo sono stata trasferita in un altro ospedale e ho perso traccia dei progressi di Alaa. Suo padre aveva promesso aggiornamenti, ma temevo il peggio. Una sera, verso la fine del mio soggiorno di un mese, ho ricevuto un messaggio con due video.

“Il primo video mostrava Alaa seduta mentre leggeva un libro con una benda attorno alla testa. Nel secondo la si vedeva camminare, leggermente instabile ma autonoma. Si è fermata al centro dell’inquadratura e ha detto: ‘Shokran doktora, anam khair’ Grazie, dottoressa, sto bene.”

Ma Alaa ha bisogno di un intervento chirurgico per la protezione del cervello, un’operazione che non può essere eseguita a Gaza. Come per altri casi, è in attesa di essere evacuata dalla Striscia.

“Negli Stati Uniti abbiamo la possibilità di intervenire in diversi modi e salvare vite umane”, dice Syed. “A Gaza anche se salvi una vita non è detto che ci sia veramente riuscito.

“Alaa potrebbe morire domani. Il suo cervello è esposto. Se domani inciampa tra le macerie o contrae un’infezione, morirà. Tutto è così incerto. La sensazione che si prova è di non fare molto, di non portare alcun cambiamento.”

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)

Vedi video della relazione del dr. Feroze Sidhwa al Consiglio di Sicurezza dell’ONU 




Gaza, la fondazione usata come facciata umanitaria per mascherare il genocidio israeliano

Pietro Stefanini

28 maggio 2025 – Middle East Eye

La Gaza Humanitarian Foundation (GHF) è l’ultimo strumento che Israele usa per stravolgere il diritto internazionale umanitario allo scopo di legittimare la violenza a Gaza.

Tra le incessanti uccisioni di massa, la morte per fame e l’espropriazione tra le rovine di Gaza, Israele continua a intrecciare gli attacchi genocidi con un discorso umanitario di attenzione alle sofferenze dei civili.

Questa volta la strategia di occultamento dell’intenzione genocidaria è la Gaza Humanitarian Foundation (GHF), una trovata di marketing di Israele e Stati Uniti rivolta al pubblico progressista internazionale come gesto di ottemperanza alle norme del diritto umanitario durante le operazioni militari.

In realtà si tratta di un altro esempio di come Israele persegue la volontà di eliminare i palestinesi con la violenza utilizzando il pretesto di azioni umanitarie.

Il 16 maggio Israele ha iniziato l’invasione territoriale denominata Operazione Carri di Gedeone, segnalando quella che sembra essere la fase finale della campagna genocida per ricolonizzare definitivamente Gaza.

Appena una settimana prima, la Integrated Food Security Phase Classification [Classificazione Integrata della Sicurezza Alimentare (IPC), lo strumento internazionale utilizzato per analizzare e classificare la gravità e l’entità dell’insicurezza alimentare acuta e cronica in un’area geografica, ndt.], aveva lanciato un allarme urgente: un palestinese su cinque a Gaza rischia di morire di fame. Un funzionario delle Nazioni Unite aveva inoltre avvertito che, a causa dell’intensificarsi dell’assedio, potrebbero morire ben 14.000 bambini palestinesi.

Mentre l’attenzione internazionale si concentra nuovamente sull’uso della fame come arma di guerra, la GHF stava già svolgendo la sua funzione anche prima di diventare operativa. Molte importanti testate giornalistiche hanno iniziato a discutere della legittimità dell’iniziativa del GHF, distogliendo di fatto l’attenzione dai massacri quotidiani in corso.

Una foglia di fico per coprire il genocidio

La relativamente oscura GHF, costituita in Svizzera, ha recentemente iniziato a distribuire gli aiuti in centri controllati dall’esercito israeliano e da appaltatori privati stranieri. Tutti gli aiuti forniti dalle Nazioni Unite o da altre organizzazioni dovrebbero essere distribuiti attraverso questi siti designati.

Quanto emerso dopo il primo giorno di operazioni è scioccante, ma del tutto prevedibile.

Dapprima i palestinesi disperati e affamati sono stati ammassati dentro a gabbie in condizioni disumanizzanti all’interno di una zona militarizzata, in attesa di piccole porzioni di cibo che non avrebbero potuto sfamare a lungo le famiglie. Poi, quando chi era incaricato di distribuire gli aiuti ha perso il controllo ed è scoppiato il caos, l’esercito israeliano ha aperto il fuoco sulla folla, a quanto si è appreso uccidendo almeno una persona e ferendone 48.

L’obiettivo del piano che coinvolge la GHF è quello di fornire una limitata quantità di cibo a una popolazione allo stremo per la fame a condizione che accetti il trasferimento di massa da una parte all’altra del territorio di Gaza.

Nelle parole di Tom Fletcher, sottosegretario generale delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari, si tratta di una “foglia di fico per ulteriori violenze e sfollamenti”. Anche il capo del GHF, Jake Wood, un ex marine statunitense che ha prestato servizio nelle guerre imperialiste in Iraq e Afghanistan, recentemente dimessosi, si è rifiutato di portare avanti il piano.

Si tratta di un sistema che evoca fortemente pratiche radicate nella storia coloniale del genocidio in generale e nel fenomeno dei campi di concentramento in particolare.

I campi di concentramento sono nati tra la fine del XIX e all’inizio del XX secolo allo scopo di segregare le popolazioni indigene in riserve ed espellere le popolazioni indesiderate dai loro luoghi di residenza originari verso spazi inabitabili per far posto allo sviluppo del territorio per i coloni.

Israele sta sperimentando questo tipo di zone di internamento fin dalla prime fasi del genocidio.

Dopo il fallimento dell’esperimento condotto dall’esercito israeliano nel gennaio 2024 delle “bolle umanitarie”, zone che avrebbero dovuto essere amministrate da figure locali senza legami con Hamas, Israele ha preso in considerazione l’esternalizzazione della consegna degli aiuti a società di sicurezza private.

Una svolta nella decisione di Israele di subappaltare la distribuzione degli aiuti si è avuta dopo quello che è diventato noto come il “massacro della farina” del 29 febbraio 2024, quando i soldati israeliani hanno sparato indiscriminatamente su folle di palestinesi che cercavano disperatamente di raccogliere farina a sud-ovest di Gaza City. L’attacco ha ucciso almeno 112 persone e ne ha ferite circa 760.

In seguito a questo gli Stati Uniti hanno iniziato a lanciare cibo su Gaza dal cielo, con un’operazione che è presto diventata il simbolo dell’inefficacia di tali misure. In un’occasione, un bancale di aiuti sganciato da un aereo militare statunitense ha ucciso cinque palestinesi e ne ha feriti altri 10 dopo che i paracadute non si sono aperti correttamente.

In coordinamento con gli Stati Uniti, l’esercito israeliano ha anche supervisionato la costruzione di un molo galleggiante temporaneo davanti alla costa di Gaza, apparentemente destinato a facilitare la consegna di aiuti umanitari via mare.

Un nuovo piano

Oltre che a scopo di distrazione e per conferire legittimità all’Operazione Carri di Gedeone, i punti di distribuzione degli aiuti creati dalla GHF potrebbero anche fornire una copertura per le operazioni di controinsurrezione israeliane.

Questo è ciò che sembra essere accaduto nel giugno 2024, quando sono comparse immagini che mostrano le forze speciali israeliane operare vicino al molo durante una missione per recuperare i prigionieri israeliani detenuti da Hamas.

L’operazione, che ha provocato l’uccisione di oltre 200 palestinesi, ha portato molti osservatori locali e internazionali a concludere che il molo è stato usato per camuffare un’azione militare.

Durante la stessa operazione, le forze israeliane, travestite da civili, hanno usato camion di aiuti umanitari per infiltrarsi nel campo profughi di Nuseirat a Gaza e compiere l’assalto mortale.

Insieme alla GHF, Israele sta cercando di introdurre un nuovo piano di distribuzione degli aiuti, in cui le forniture essenziali saranno fornite a persone pre-selezionate. I destinatari riceveranno messaggi di testo sui loro telefoni cellulari che li informeranno su quando e dove ritirare le loro razioni di aiuti, ma solo dopo averne verificato l’identità tramite un software di riconoscimento facciale.

Gli Stati Uniti e Israele giustificano queste misure sostenendo che sono necessarie per impedire ad Hamas di rubare gli aiuti, ma hanno offerto poche prove concrete a sostegno di questa affermazione.

Non può sfuggire che questa aggressiva facciata umanitaria che viene usata per mascherare il terrore e la distruzione della violenza coloniale prevale anche tra l’estrema destra sionista e religiosa israeliana. Figure di spicco di quest’area, tra cui ministri come Bezalel Smotrich, hanno proposto di ridefinire l’espulsione di massa dei palestinesi in Egitto e oltre nei termini di una “soluzione umanitaria”.

La legittimazione della violenza genocida

Quello a cui stiamo assistendo è perciò un tentativo di umanitarizzazione del genocidio, che si sovrappone, in parte, ai concetti di “camuffamento umanitario” e “violenza umanitaria”.

Questi concetti hanno la capacità di rivelare come Israele distorce le norme di protezione del diritto internazionale umanitario su evacuazioni, zone sicure e scudi umani – per citare alcuni esempi importanti – allo scopo di legittimare la violenza genocida.

Attraverso questi ripetuti tentativi di umanitarizzazione Israele tenta anche di appropriarsi di pratiche radicate nel sistema umanitario globale contemporaneo, ovvero la fornitura di aiuti e il reinsediamento dei rifugiati.

Ciò comporta l’attuazione di una politica di completa distruzione in collaborazione con le organizzazioni umanitarie, gli appaltatori di sicurezza privati e i militari disposti a fornire assistenza umanitaria, nonché la ridefinizione delle espulsioni genocide come forma benevola di reinsediamento umanitario.

Le organizzazioni umanitarie internazionali che operano a Gaza si sono finora giustamente rifiutate di collaborare con la GHF.

È importante che la catastrofe in corso diventi un momento di riflessione per un settore umanitario internazionale troppo a lungo afflitto dalla collusione con le potenze dominanti attraverso concetti individualistici di neutralità.

La solidarietà anticoloniale con i movimenti di liberazione rimane l’unica strada da percorrere per ribadire collettivamente la necessità dell’emancipazione di tutti.

(traduzione dall’inglese di Federico Zanettin)




Un ex-ministro della Difesa afferma che l’esercito israeliano ha avuto 15.000 soldati morti o feriti

12 marzo 2025 – Middle East Monitor

L’ex-ministro della Difesa israeliano Moshe Ya’alon ha affermato che 15.000 soldati sono stati uccisi o feriti dal 7 ottobre 2023 nella guerra genocida contro la Striscia di Gaza assediata.

Ya’alon ha detto al quotidiano Yedioth Ahronoth che la guerra contro la Striscia di Gaza ha provocato centinaia di morti e migliaia di feriti tra i soldati dell’Israel Defence Forces (IDF) [l’esercito israeliano, ndt.]. Ha sottolineato la necessità di approvare una legge che ponga fine alle esenzioni date agli ebrei ultraortodossi dal servizio militare obbligatorio per compensare la grave mancanza di uomini nell’IDF.

Inoltre Ya’alon ha affermato che il coinvolgimento degli americani nel cessate il fuoco e nei negoziati in Qatar è stato il risultato del fatto che Israele per motivi politici non ha rispettato i suoi impegni in base all’accordo [raggiunto con Hamas]. Ha spiegato che il primo ministro Benjamin Netanyahu ha provato a guadagnare tempo e sostituito il gruppo professionale di negoziatori con un altro che è politicamente sottomesso a lui.

Riguardo alla nomina del nuovo capo di stato maggiore dell’IDF, il generale Eyal Zamir, e alle elevate speranze che Netanyahu e il suo governo nutrono nella vittoria a Gaza, Ya’alon ha affermato che sia Netanyahu sia il ministro delle finanze Bezalel Smotritch [esponente dell’estrema destra religiosa, ndt.] hanno addossato la colpa del fallimento militare a Gaza al capo di stato maggiore uscente e che ora ripongono grandi speranze su Zamir, anche se l’esercito è destinato a implementare il volere della dirigenza politica e la vittoria in una guerra non si basa solo sul capo di stato maggiore.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Mia sorella è stata il 166° medico ad essere assassinato a Gaza

Ramzy Baroud

15 ottobre 2024 – Middle East Monitor

La vostra vita andrà avanti. Con nuovi avvenimenti e nuovi volti: i volti dei vostri figli, che riempiranno la casa di chiasso e risate.

Queste sono state le ultime parole scritte da mia sorella in un messaggio a una delle sue figlie.

La dottoressa Soma Baroud è stata assassinata il 9 ottobre quando gli aerei da guerra israeliani hanno bombardato il taxi che la trasportava insieme ad altri sfiniti abitanti di Gaza nei pressi della rotonda di Bani Suhaila vicino a Khan Yunis, nella parte meridionale della Striscia di Gaza.

Ancora non so se stesse andando all’ospedale in cui lavorava o se lo stesse lasciando per tornare a casa. Ma che importanza ha?

La notizia del suo assassinio (che è stato un omicidio politico; Israele ha deliberatamente preso di mira e ucciso 986 operatori sanitari, tra cui 166 medici) è arrivata tramite una schermata copiata da una pagina Facebook: Aggiornamento: questi sono i nomi dei martiri dell’ultimo bombardamento israeliano su due taxi nella zona di Khan Yunis…” Seguiva un elenco di nomi. “Soma Mohammed Mohammed Baroud” era il quinto della lista, il numero 42.010 nell’elenco sempre più lungo dei martiri di Gaza.

Mi rifiutavo di credere alla notizia, anche quando altri post hanno iniziato a spuntare ovunque sui social media, indicando il suo nome come il quinto, a volte sesto nella lista dei martiri dell’attacco aereo di Khan Yunis.

Ho continuato a chiamarla, più e più volte, sperando che la linea gracchiasse un po’ e dopo un breve silenzio la sua voce gentile e materna dicesse: “Marhaba Abu Sammy. Come stai, fratello?” Ma non ha mai risposto alla chiamata.

Le avevo ripetuto che non doveva preoccuparsi di inviare elaborati messaggi scritti o audio, data la precarietà della connessione Internet e dell’energia elettrica.

Ma passavano diversi giorni senza che scrivesse, spesso a causa della mancanza di una connessione Internet. Poi, arrivava un messaggio, anche se mai breve. Buttava giù un fiume di pensieri, passando dalla sua lotta quotidiana per sopravvivere alle paure per i figli, alla poesia, a un versetto del Corano, a uno dei suoi romanzi preferiti e così via.

“Sai, quello che hai detto l’ultima volta mi ricorda Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez”, mi ha detto in più di un’occasione, prima di portare la conversazione sui più complessi pensieri filosofici. Ascoltavo e ripetevo semplicemente: “Sì… assolutamente… sono d’accordo… al cento per cento”.

Per noi Soma era una figura straordinaria. Questo è esattamente il motivo per cui la sua improvvisa mancanza ci ha scioccati fino all’incredulità. I ​​suoi figli, sebbene cresciuti, si sono sentiti orfani. Ma non diversamente dai suoi fratelli, me compreso.

Ho scritto di Soma come personaggio centrale nel mio libro My Father Was a Freedom Fighter [Mio padre è stato un combattente per la libertà, ndt], perché era davvero centrale nelle nostre vite e nella nostra stessa sopravvivenza in un campo profughi di Gaza.

Primogenita e unica figlia femmina, dovette sobbarcarsi una quota di lavoro e aspettative molto più grandi rispetto a noi. Era solo una bambina quando il mio fratello maggiore, Anwar, ancora neonato, morì in una clinica dell’UNRWA nel campo profughi di Nuseirat a causa della mancanza di medicine. Allora conobbe la sofferenza, il tipo di sofferenza che con il tempo si trasformò in uno stato di dolore permanente che non l’avrebbe mai abbandonata fino al suo omicidio a Khan Yunis per opera di una bomba israeliana fornita dagli Stati Uniti.

Due anni dopo la morte di Anwar nacque un altro bambino. Abbiamo chiamato anche lui Anwar, in modo che potesse portare avanti l’eredità del primo ragazzo. Soma amava il nuovo arrivato, e nei decenni a venire ha mantenuto con lui un’amicizia speciale.

Mio padre iniziò la sua esistenza come lavoratore minorile, poi combattente nell’Esercito di Liberazione della Palestina, agente di polizia durante l’amministrazione egiziana di Gaza, poi di nuovo lavoratore, perché si rifiutò di unirsi alla polizia di Gaza finanziata da Israele dopo la Naksa [lo sfollamento di circa 280.000-325.000 palestinesi dalla Cisgiordania e dalla Striscia di Gaza, ndt.] del 1967 (la Guerra dei sei giorni).

Un uomo intelligente, di sani principi e intellettuale autodidatta, mio ​​padre fece tutto il possibile per garantire un minimo di dignità alla sua piccola famiglia; e Soma, da bambina, spesso scalza, lo sostenne in ogni momento del suo cammino. Quando decise di diventare un commerciante, come quando comprava oggetti scartati e strani in Israele e li riconfezionava per venderli nel campo profughi, Soma fu la sua principale aiutante. Nonostante la guarigione della pelle i tagli sulle dita dovuti al confezionamento, uno ad uno, di migliaia di rasoi, rimasero come testimonianza della difficile esistenza vissuta.

“Il mignolo di Soma vale più di mille uomini”, ripeteva spesso mio padre, per ricordarci, per quanto fossimo cinque ragazzi, che nostra sorella sarebbe sempre stata l’eroina principale della storia della famiglia. Ora che è una martire, quel lascito è stato assicurato per l’eternità.

Anni dopo i miei genitori la mandarono ad Aleppo per conseguire una laurea in medicina. Tornò a Gaza, dove trascorse oltre tre decenni a curare le sofferenze degli altri, ma mai la sua.

Ha lavorato, tra l’altro, all’ospedale Al-Shifa e al Nasser Hospital. In seguito, ottenne un’altra specializzazione in medicina di base e aprì una clinica tutta sua. Non faceva pagare i poveri e faceva tutto il possibile per curare le vittime della guerra.

Come equipe hanno voluto mettere in primo piano i diritti delle donne all’assistenza medica e hanno ampliato la visione della medicina di base includendovi il trauma psicologico, con particolare enfasi sulla centralità e sulla vulnerabilità delle donne in una società dilaniata dalla guerra.

Quando mia figlia Zarefah è riuscita a farle visita a Gaza poco prima della guerra in corso mi ha poi raccontato che “quando zia Soma entrava in ospedale un seguito di donne, medici, infermiere e altro personale medico la circondava in totale adorazione”.

A un certo punto sembrava che tutte le sofferenze di Soma stessero finalmente dando i loro frutti: una bella casa a Khan Yunis, con un piccolo uliveto e qualche palma; un marito amorevole, docente di legge e infine preside della facoltà di giurisprudenza di una prestigiosa università di Gaza; tre figlie e due figli, con titoli di studio che spaziano dall’odontoiatria alla farmacia, dal diritto all’ingegneria.

Anche sotto assedio la vita, almeno per Soma e la sua famiglia, sembrava gestibile. È vero, non le è stato permesso di lasciare la Striscia per molti anni a causa del blocco, e quindi per anni e anni ci è stata negata la possibilità di vederla. È vero, era tormentata dalla solitudine e dall’isolamento: da qui la sua storia d’amore con García Márquez e la costante citazione del suo principale romanzo. Ma almeno suo marito non è stato ucciso o andato disperso. La sua bella casa e la clinica erano ancora in piedi. E lei viveva e respirava, comunicando i suoi preziosi spunti filosofici sulla vita, la morte, i ricordi e la speranza. E poi…

“Se solo potessi trovare i resti di Hamdi, così potremmo dargli una degna sepoltura”, mi ha scritto lo scorso gennaio, quando circolava la notizia che suo marito fosse stato giustiziato da un quadrirotore israeliano a Khan Yunis. Poiché il suo corpo era scomparso si aggrappava a una flebile speranza che fosse ancora vivo. I suoi ragazzi, d’altra parte, continuavano a scavare tra le macerie e i detriti della zona in cui Hamdi era stato colpito, sperando di trovarlo e dargli una degna sepoltura. Spesso durante i loro tentativi di dissotterrare il corpo del padre venivano attaccati dai droni israeliani. Scappavano e poi tornavano con le loro pale per continuare il loro triste compito.

Per sfruttare al meglio le possibilità di sopravvivenza la famiglia di mia sorella decise di dividersi tra campi profughi e altre abitazioni nel sud di Gaza. Ciò significava che Soma doveva spostarsi e viaggiare costantemente, spesso percorrendo lunghe distanze a piedi, tra città, villaggi e campi profughi, solo per controllare i suoi figli, dopo ogni incursione e ogni massacro.

Queste speranze semplici e ragionevoli sembravano un miraggio, soprattutto quando il mese scorso la sua casa nella zona di Qarara, a Khan Yunis, è stata demolita dall’esercito israeliano. “Il mio cuore soffre”, ha scritto. “Tutto è andato. Tre decenni di vita, di ricordi, di conquiste, tutto trasformato in macerie”.

Ha sottolineato che quella storia non parlava di pietre e cemento. “È molto più grande. È una storia che non può essere raccontata del tutto, per quanto a lungo scriva o parli. Sette anime hanno vissuto qui. Si mangiava, beveva, rideva, si litigava e, nonostante tutte le sfide della vita a Gaza, siamo riusciti a ritagliare per la nostra famiglia una vita felice”.

Pochi giorni prima di essere uccisa mi ha detto che aveva dormito in un edificio semidistrutto di proprietà dei suoi vicini a Qarara. Mi ha mandato una foto scattata da suo figlio, mentre era seduta su una sedia improvvisata sulla quale pure dormiva, in mezzo alle rovine. Appariva stanca, molto stanca.

Non c’era niente che potessi dire o fare per convincerla ad andarsene. Ha insistito dicendo che voleva tenere d’occhio le macerie di ciò che restava della sua casa. La sua logica non aveva senso per me. L’ho supplicata di andarsene. Mi ha ignorato e ha continuato a inviarmi foto di ciò che aveva recuperato dalle macerie, una vecchia foto, un piccolo ulivo, un certificato di nascita…

Il mio ultimo messaggio per lei, poche ore prima che venisse uccisa, è stato una promessa che quando la guerra fosse finita, avrei fatto tutto ciò che era in mio potere per risarcirla per tutto questo. Che l’intera famiglia si sarebbe incontrata in Egitto, o in Turchia, e l’avremmo ricoperta di regali e di un amore familiare sconfinato. Ho concluso con: “Cominciamo a pianificare ora. Qualunque cosa tu voglia. Dillo e basta. In attesa delle tue istruzioni…” Non ha mai visto il messaggio.

Anche quando il suo nome, come l’ennesima vittima del genocidio israeliano a Gaza, è stato menzionato nelle notizie palestinesi locali, mi sono rifiutato di crederci. Ho continuato a chiamare. “Per favore, Soma, per favore, rispondi”, supplicavo.

Solo quando è comparso un video in cui dei sacchi bianchi per cadaveri arrivavano al Nasser Hospital sul retro di un’ambulanza ho pensato che forse mia sorella se n’era davvero andata.

Alcuni sacchi recavano i nomi delle altre persone menzionate nei post sui social media. Ogni sacco è stato portato fuori separatamente e appoggiato a terra. Un gruppo di persone piangenti in lutto, uomini, donne e bambini, si sono precipitate ad abbracciare il corpo, urlando le stesse grida di agonia e disperazione che hanno accompagnato dal primo giorno questo genocidio in atto.

I suoi colleghi hanno trasportato il suo corpo adagiandolo delicatamente a terra. Stavano per aprire il sacco per confermare la sua identità. Ho distolto lo sguardo.

Mi rifiuto di vederla sotto altri aspetti se non quello che desiderava: una persona forte, che esprimeva amore, gentilezza e saggezza; qualcuno il cui “mignolo vale più di mille uomini”.

Ma perché continuo a controllare i miei messaggi nella speranza che mi scriva per dirmi che tutta la faccenda è stata un grosso, crudele malinteso e che sta bene?

Mia sorella Soma è stata sepolta sotto un piccolo cumulo di terra, da qualche parte a Khan Yunis.

Niente più messaggi da lei.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

Ramzy Baroud è un giornalista e direttore del Palestine Chronicle. È autore di cinque libri. Il suo ultimo è These Chains Will Be Broken: Palestinian Stories of Struggle and Defiance in Israeli Prisons” [Queste catene saranno spezzate: storie palestinesi di lotta e ribellione nelle prigioni israeliane, ndt.] (Clarity Press). Baroud è un Ricercatore Senior non residente presso il Center for Islam and Global Affairs (CIGA) e anche presso l’Afro-Middle East Center (AMEC). Il suo sito web è www.ramzybaroud.net

(traduzione dall’inglese di Aldo lotta)




Nuovo attacco ai dispositivi di Hezbollah uccide 14 persone in tutto il Libano

Nader Durgham, Josephine Deeb, Rayhan Uddin

18 settembre 2024-Middle East Eye

Secondo il ministero della Salute libanese almeno 450 persone sono state ferite dalle esplosioni delle loro radio portatili.

Almeno 14 persone sono state uccise e centinaia sono rimaste ferite mercoledì quando le radio portatili utilizzate da Hezbollah sono esplose in tutto il Libano nell’ultimo attacco israeliano al movimento libanese. Sono stati segnalate esplosioni di dispositivi da Tiro e Saida nel sud fino a Sohmor nell’est del Libano che secondo il ministero della Salute libanese hanno incendiato edifici e veicoli e ferito almeno 450 persone.

Nella periferia sud di Beirut, un’esplosione ha colpito mentre centinaia di persone in lutto si riunivano per un funerale organizzato da Hezbollah per le vittime di un attacco quasi identico il giorno prima in cui sono esplosi migliaia di cercapersone usati dal movimento. Nelle esplosioni di martedì dodici persone sono state uccise e quasi 3.000 ferite, un attentato che ha suscitato orrore e rabbia nei libanesi di tutte le fazioni politiche. Tra le persone uccise dai cercapersone vi sono due bambini e quattro operatori.

Mentre mercoledì sera il rumore dell’esplosione risuonava sul luogo del funerale, protetto da una stretta sorveglianza, la folla si è dispersa nel panico e le strade che escono dalla periferia sud di Beirut, nota come Dahiyeh, sono state intasate dalle auto che cercavano di allontanarsi.

Ambulanze e camion dei pompieri hanno attraversato la città per la seconda volta in due giorni.

“Ora vado solo a vedere se la mia famiglia sta bene”, ha detto a Middle East Eye un uomo fuggito dal funerale spiegando che i suoi parenti vivono in un edificio frequentato da membri di Hezbollah. Dahiyeh è una vasta area in cui vivono molti sostenitori e membri del partito.

“Amico, butta via quel tuo dispositivo”, MEE ha sentito un uomo dire a un altro.

Sebbene Israele non abbia commentato direttamente gli attacchi effettuati attraverso l’esplosione dei dispositivi, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato di aver promesso che le migliaia di israeliani sfollati a causa dei combattimenti transfrontalieri sarebbero tornati alle loro case.

Yoav Gallant, ministro della difesa israeliano, ha affermato: “Stiamo aprendo una nuova fase nella guerra”.

Israele e Hezbollah, un movimento nato dalla resistenza all’occupazione israeliana del Libano meridionale nel 1982-2000, combattono da quasi un anno.

Il loro ultimo conflitto è iniziato quando Hezbollah ha iniziato a lanciare razzi contro Israele per aiutare ad alleviare la pressione su Hamas mentre l’esercito israeliano iniziava la sua guerra a Gaza nell’ottobre 2023. I combattimenti hanno ucciso centinaia di libanesi, per lo più combattenti di Hezbollah, e decine di israeliani. Sebbene Israele minacci regolarmente di invadere il Libano come risposta, Hezbollah insiste sul fatto che non cerca un’escalation e porrà fine ai suoi attacchi una volta che gli israeliani accetteranno un cessate il fuoco con Hamas a Gaza. Russia ed Egitto hanno affermato che l’attacco di martedì è stato un tentativo di trascinare la regione in una guerra più ampia. Il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha affermato che gli oggetti di uso civile non dovrebbero essere trasformati in armi.

Come un incubo’

Sia i cercapersone esplosi martedì che le radio esplose il giorno dopo sarebbero stati importati in Libano da Hezbollah circa cinque mesi fa.

I cercapersone Gold Apollo sono stati ricondotti a un produttore di elettronica taiwanese, che ha affermato di aver concesso a un’azienda con sede a Budapest la licenza per produrre il cercapersone.

Diversi resoconti dei media hanno affermato che l’agenzia di intelligence israeliana Mossad ha piazzato esplosivi nei cercapersone.

Una fonte vicina a Hezbollah ha detto a MEE che l’attacco mediante i cercapersone è stato uno “shock” per “l’apparato di sicurezza” del movimento e che è stata immediatamente avviata un’indagine.

Chi ha ordinato i cercapersone è un uomo d’affari con legami con il partito. Gli è stato offerto un prezzo molto buono per i dispositivi”, ha detto la fonte. “È stata negligenza da parte di Hezbollah perché non hanno ispezionato o testato attentamente i cercapersone come avrebbero dovuto, dato che si fidavano della persona che li aveva procurati.”

Elias Jradeh, membro del parlamento e oculista, ha affermato che le ferite che ha visto martedì mentre operava in un ospedale dove venivano trasferiti casi gravi riguardavano soprattutto gli occhi, il viso e le mani.

“Molte persone tenevano il cercapersone vicino al viso per leggere il messaggio ricevuto quando il dispositivo è esploso”, ha detto Jradeh a MEE.

“Hanno subito danni a uno o entrambi gli occhi e in alcuni casi il danno era irreparabile. Altri hanno anche avuto il volto sfigurato”.

Secondo una fonte vicina a Hezbollah i cercapersone che sono esplosi non erano usati dai combattenti, ma piuttosto dall’ampia rete di membri civili del partito che lavorano in diverse istituzioni, tra cui medici, amministratori, operatori dei media e altri. La fonte ha detto che i cercapersone sono generalmente usati per direttive, convocazioni, emergenze o per indicare uno stato di allerta.

Descrivendo il momento in cui sono avvenute le detonazioni coordinate deil cercapersone, un residente di Dahiyeh ha detto a MEE: “Si sentivano scoppiettii in tutta la strada. Le persone venivano letteralmente colpite a una a una. Era surreale, come un incubo”. Persone da tutto il Libano si sono precipitate a donare il sangue in un’atmosfera di sostegno e solidarietà con le vittime dell’attacco che ha sconvolto il paese, e che molti hanno definito “indiscriminato” e “terroristico”.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Libano: dodici morti e 2.750 feriti dopo le micidiali esplosioni dei cercapersone

Nader Durgham, Rayhan Uddin, Heba Nasser a Londra

17 settembre 2024-Middle East Eye

Il movimento libanese giura che punirà Israele dopo l’eccezionale attacco ai suoi membri

Almeno 12 persone sono state uccise e 2.750 ferite in Libano martedì dopo che i cercapersone comunemente usati da Hezbollah sono esplosi, in un eccezionale attacco che il movimento e il governo libanese hanno attribuito a Israele.

Hezbollah ha affermato che “esplosioni misteriose” hanno fatto saltare i cercapersone di “varie unità e istituzioni di Hezbollah” e che in risposta Israele avrebbe ricevuto “la giusta punizione”.

Tra i morti c’è una bambina di 10 anni che è stata uccisa nella valle della Bekaa nel Libano orientale quando il cercapersone di suo padre, che è un membro di Hezbollah, è esploso.

Tra le vittime vi sarebbe anche il figlio di un parlamentare di Hezbollah.

Un funzionario libanese, che ha fatto dichiarazioni in forma anonima perché non autorizzato a parlare con i media, ha detto a Middle East Eye di sospettare che le autorità israeliane abbiano manomesso i cercapersone per “provocare una guerra”.

Secondo i media siriani e iraniani dei membri di Hezbollah sono anche rimasti feriti e sono stati portati in ospedale in Siria dove sostengono il governo di Bashar al-Assad.

Mojtaba Amani, ambasciatore iraniano in Libano, è tra i feriti. Il leader di Hezbollah Hassan Nasrallah è rimasto illeso, ha detto il suo gruppo.

Caos negli ospedali di Beirut

Subito dopo le esplosioni persone coperte di sangue sono state viste barcollare per le strade di Beirut assistite dai passanti.

Le ambulanze hanno trasportato di corsa le vittime negli ospedali della capitale, ma molti di questi hanno rapidamente raggiunto la capienza massima.

Nella periferia meridionale di Beirut, un’area comunemente nota come Dahiyeh dove vivono molti sostenitori e membri di Hezbollah, sono state erette tende mediche di emergenza per curare i pazienti.

Fuori dall’ospedale universitario Rafic Hariri, nel sud di Beirut, il personale medico ha messo letti di emergenza fuori all’ingresso per accogliere i feriti il ​​più rapidamente possibile.

Si sono raccolte preso gli ospedali anche molte persone per rispondere alle richieste di donazioni di sangue.

“Sto ancora cercando di capire cosa sia successo. Sto solo aspettando che mio marito esca dal pronto soccorso”, ha detto a MEE una donna che ha chiesto di rimanere anonima fuori dall’ospedale Hotel-Dieu de France.

Alcuni spettatori sono stati rimproverati per aver scattato fotografie dei membri feriti di Hezbollah.

Attacco di assoluta novità

I cercapersone interessati provenivano da una nuova spedizione che Hezbollah aveva ricevuto nei giorni scorsi, ha riferito il Wall Street Journal. Un funzionario di Hezbollah ha detto al WSJ che centinaia di combattenti avevano tali dispositivi e ha affermato che un malware potrebbe aver causato il surriscaldamento e l’esplosione dei cercapersone. Alcune persone hanno sentito i cercapersone riscaldarsi e li hanno gettati via prima che esplodessero, ha aggiunto il funzionario.

Non è ancora chiaro come i cercapersone siano stati fatti esplodere. Alcuni hanno ipotizzato che all’interno dei dispositivi siano stati in qualche modo piazzati degli esplosivi. Israele non ha commentato l’attacco o l’accusa di esserne responsabile

Dall’inizio dell’attacco guidato da Hamas contro Israele il 7 ottobre e della successiva guerra a Gaza, Hezbollah e l’esercito israeliano sono stati coinvolti in scambi a fuoco. I combattimenti hanno ucciso centinaia di libanesi, per lo più combattenti di Hezbollah, e decine di israeliani.

Il movimento libanese, che è la più forte potenza militare non statale al mondo, afferma di attaccare Israele in solidarietà con i palestinesi di Gaza e che smetterà di combattere se il governo israeliano accetterà un cessate il fuoco con Hamas. Israele ha ripetutamente minacciato di invadere il Libano in risposta agli attacchi di Hezbollah. Martedì mattina, il servizio di sicurezza interna israeliano Shin Bet ha affermato di aver sventato un complotto di Hezbollah per uccidere un ex funzionario della difesa israeliana, utilizzando un esplosivo azionato a distanza.

L’analista militare Mustafa Asaad ha descritto l’attacco dei cercapersone come un “metodo rivoluzionario” che utilizza una tecnologia “all’avanguardia”. Ha detto a MEE che Israele sembra essersi introdotto nelle “reti di comando e comunicazione di Hezbollah, aver identificato i militanti uno per uno, analizzato i loro movimenti e poi diretto una forma di attacco cinetico sull’intera banda larga”.

Asaad è scettico sul fatto che i cercapersone contenessero trappole esplosive e sostiene che un simile schema sarebbe stato troppo semplice e facilmente individuabile al momento della consegna.

Temendo che i servizi segreti e militari di Israele, tecnologicamente molto avanzati, potessero infiltrarsi nelle sue comunicazioni Hezbollah ha fatto sempre più affidamento su dispositivi e metodi più rudimentali, come cercapersone e corrieri. A febbraio Nasrallah ha esortato i suoi seguaci a stare attenti agli smartphone e ai social media.

Secondo Asaad “quelli presi di mira finora sembrano essere agenti nel ramo della sicurezza e controspionaggio, operativi sul campo e i livelli di comando più alti”.

“Questo significa che l’intera piattaforma di comunicazione è stata hackerata e violata e si può solo immaginare da quanto tempo”, ha detto.

“Nel complesso questo è un duro colpo per Hezbollah e significa che l’intera struttura è stata compromessa. Non puoi sostituire intere unità di sicurezza da un giorno all’altro e non puoi trovare dei rimpiazzi così facilmente e addestrarli durante una guerra totale”.

Ragip Soylu ha contribuito a questo reportage da Ankara, Turchia.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Guerra contro Gaza: giornalista palestinese ucciso durante un attacco israeliano contro una tenda usata come ricovero per i giornalisti

Mohammed al-Hajjar

22 luglio 2024 – Middle East Eye

Lunedì l’esercito israeliano ha colpito una tenda usata come ricovero dei giornalisti presso l’ospedale dei Martiri di Al Aqsa, nella zona centrale di Gaza.

Almeno una persona, il giornalista Haydar Ibrahim al-Msaddar, è stata uccisa mentre molti altri sono stati colpiti e hanno subito gravi ferite.

Secondo le autorità locali, Msaddar era un ricercatore e uno specialista in questioni relative ai media.

Secondo il suo amico e collega, il giornalista Islam Bader, Msaddar, era specializzato nello studio della propaganda e della pubblica opinione.

Tutto quello che c’era nella tenda era equipaggiamento giornalistico,” ha detto a Middle East Eye Youssef al-Hindi, un soccorritore che si è presentato sulla scena dopo aver sentito l’esplosione.

Con in testa un elmetto da giornalista trovato sulla scena, Hindi ha detto di ritenere che la tenda dei giornalisti sia stata colpita intenzionalmente.

Khalil al-Dakran, un dottore dell’ospedale Martiri di Al-Aqsa, concorda. Afferma che è stata la seconda volta che una tenda è stata colpita nell’area dell’ospedale.

Questo dimostra che il genocidio e i massacri nella Striscia di Gaza continuano,” dice Dakran a Middle East Eye.

Questo è molto pericoloso in quanto gli ospedali stanno fornendo servizi sanitari mentre i cittadini vengono colpiti.”

Secondo l’ufficio stampa del governo dell’enclave palestinese Msaddar è il 163-esimo giornalista ad essere ucciso da Israele nella Striscia di Gaza dall’inizio della guerra il 7 ottobre,.

Mentre il Committee to Protect Journalists [Comitato di Protezione dei Giornalisti] (CPJ) da un bilancio inferiore, con un totale di 108 giornalisti vittime nella guerra (103 palestinesi, due israeliani e tre libanesi), esso afferma che la guerra contro Gaza è stato “uno dei periodi più mortali per i giornalisti da quando il comitato ha cominciato a raccogliere dati nel 1992.”

Secondo il ministero della Sanità dell’enclave da quando è cominciata la guerra di Israele contro Gaza oltre 39.000 palestinesi sono stati uccisi.

Gli ospedali sono stati ripetutamente colpiti dall’esercito israeliano, e quelli ancora funzionanti hanno una capacità limitata. Sono anche al collasso per il numero di persone uccise e ferite e stanno lottando per curare pazienti a causa dall’assedio israeliano a Gaza.

Dakran ha affermato che “l’ospedale sta attraversando una pessima situazione, dal momento che è impossibilitato ad accettare la quantità di feriti che sta ricevendo giornalmente, specialmente per la mancanza di medicine e di equipaggiamento medico.”

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Il massacro di Nuseirat: per i media razzisti coloniali occidentali i palestinesi massacrati non esistono

Linah Alsaafin

10 giugno 2024 – Middle East Eye

Biden e Netanyahu stanno precipitando verso il baratro, e gli effetti del prolungamento di questo genocidio si ritorceranno prima o poi contro i loro interessi.

I particolari delloperazione militare congiunta USA-Israele che sabato ha ucciso e ferito quasi 1.000 palestinesi nel campo profughi di Nuseirat non evidenziano affatto leroismo tanto celebrato o la precisione che i titoli dei media occidentali hanno sbandierato in prima pagina.

Ma in un mondo distopico in cui luccisione di almeno 50.000 uomini, donne e bambini nellarco di otto mesi non fa batter ciglio ai vertici dellordine globale a guida occidentale, può essere giustificato ritenere che qualsiasi missione che distrugge centinaia di vite civili per recuperare quattro ostaggi sia motivo di festeggiamenti.

E’ ancora peggio quando i 274 palestinesi uccisi e i 698 feriti nel massacro del campo profughi di Nuseirat vengono deliberatamente eliminati dalla copertura giornalistica, o appena citati come un dettaglio insignificante in un titolo o di sfuggita in un sottotitolo.

La copertina domenicale del New York Times, un giornale che ha volontariamente distrutto le sue ultime vestigia di credibilità per agire come sfacciato stenografo della propaganda israeliana, mostrava con orgoglio il titolo “In una missione a Gaza l’esercito israeliano libera 4 ostaggi”.

La copertina era correlata da una foto di un ostaggio israeliano sorridente rilasciato (citato per nome) e circondato da soldati trionfanti. I palestinesi uccisi sono relegati in una nota a piè di pagina.

La BBC e la Reuters seguono una linea simile, scegliendo di aprire rispettivamente con “Quattro ostaggi israeliani liberati in un raid nel centro di Gaza” e “Secondo l’esercito le forze israeliane salvano quattro ostaggi vivi a Gaza”.

La CNN ha scelto di concentrarsi sulla logistica anziché sulle vittime della strage: “L’operazione israeliana per salvare 4 ostaggi ha richiesto settimane di preparazione”, ha scritto diligentemente.

Più schietto il tono del Washington Post: “Una rara giornata di gioia nel mezzo di un massacro con il salvataggio di 4 ostaggi”. Un secondo titolo iniziava ancora con “Recuperati quattro ostaggi israeliani vivi” e aggiungeva come post scriptum il numero provvisorio dei palestinesi uccisi: “Secondo dichiarazioni ufficiali almeno 210 persone uccise a Gaza”.

E poi c’è il Sunday Times, inequivocabile e sfacciato nei toni, scritto con una sorta di stile mozzafiato, come se descrivesse la trama ridondante di un film d’azione di Hollywood.

“Audace raid libera a Gaza la prigioniera della motocicletta” [Noa Argamani catturata il 7 ottobre da Hamas mentre si trovava sul sedile posteriore di una moto], esordiva il titolo, per poi proseguire nella pagina successiva con: “Un attacco chirurgico, un feroce scontro a fuoco e i festeggiamenti hanno rotto il silenzio del sabato”.

La carneficina che questo attacco chirurgico” ha lasciato dietro di sé, i corpi mutilati dei palestinesi che giacciono di traverso sulle strade del mercato, le decine di edifici e case distrutte vengono completamente omessi.

Dilagante disumanizzazione

C’è un che di macabro nel fatto che anche quando vengono menzionati i palestinesi ciò avviene in quella forma inerte che ormai siamo abituati ad aspettarci da questi mezzi di informazione, senza un contesto e senza alcun riferimento a chi sta facendo loro cosa.

Il Guardian spicca per il suo singolare modo di raccontare latroce assalto di sabato: Israele salva quattro ostaggi mentre degli attacchi nelle vicinanze uccidono 93 palestinesi”.

Il lettore rimane stupito di fronte all’evidente dissociazione e all’enorme buco nella trama. Quali attacchi? Condotti da chi? Cos’è importante da sapere riguardo a “nelle vicinanze”?

In fin dei conti questi titoli non sorprendono e sono il prodotto di decenni di dilagante disumanizzazione. La dichiarazione del Dipartimento di Stato americano sulloperazione non fa alcuna menzione dei palestinesi uccisi, perché i corpi neri e di pelle olivastra semplicemente non contano per gli interessi imperialisti.

Il fatto che loperazione di salvataggio di quattro israeliani sia avvenuta a scapito di alcune centinaia di palestinesi è, come afferma Maya Mikdashi, accademica e redattrice di Jadaliyya [rivista online indipendente dell’Arab Studies Institute, ndt.], puro razzismo coloniale”.

Non c’è motivo di gioire per il fatto che 274 palestinesi hanno dovuto essere brutalmente uccisi affinché questi quattro prigionieri israeliani – sani e in buona forma rispetto alle figure distrutte, malconce e scheletriche dei palestinesi liberati dalle carceri israeliane – possano tornare alle loro famiglie.

In ogni caso nessuno doveva essere ucciso, dato che Hamas lo scorso ottobre si era offerto di liberare i prigionieri civili in cambio del fatto che lesercito israeliano non invadesse la Striscia di Gaza.

Secondo il portavoce dell’ala militare di Hamas, Abu Obeida, l’operazione, che ha definito un “molteplice crimine di guerra”, ha ucciso anche altri prigionieri israeliani, ma non ha specificato le circostanze né il numero. “Il nemico è riuscito a recuperare alcuni ostaggi commettendo un terribile massacro, ma nel farlo ne ha uccisi alcuni altri”, ha detto.

Non c’è dubbio che luso della forza militare letale non sia la strada più efficace per liberare i prigionieri israeliani. Il rilascio della maggior parte degli ostaggi israeliani, 105, è avvenuto lo scorso novembre attraverso una tregua temporanea che ha visto anche la liberazione dei prigionieri palestinesi.

Gli attacchi israeliani sulla Striscia di Gaza hanno ucciso un numero imprecisato di ostaggi israeliani, e quelli salvati” a febbraio sono stati solo due, a scapito della morte di 74 palestinesi.

Ma il primo ministro Benjamin Netanyahu, il fiero esecutore di questo genocidio, e i membri altrettanto violenti ed estremisti che compongono il suo governo, sono sempre stati franchi riguardo alle loro intenzioni. Non c’è mai stato un impegno per la liberazione dei prigionieri israeliani né per la sicurezza di Israele.

Devastare Gaza

L’importante è sempre stato devastare la Striscia di Gaza, ridurre la sua popolazione e sfollare con la forza i restanti palestinesi, in linea con la visione di una colonia di insediamento espansionista.

I dettagli su come questa presunta missione di salvataggio sia andata a buon fine, con il pieno sostegno e la partecipazione degli Stati Uniti, sono oltremodo ignobili.

I soldati hanno deciso di nascondersi all’interno di due veicoli, tra cui un camion di aiuti umanitari, un crimine contro i diritti umani e un palese atto di perfidia che l’Occidente ha ripetutamente accusato Hamas di aver compiuto senza presentare alcuna prova credibile.

Abdullah Jouda, uno studente di farmacia di 23 anni che è stato sfollato quattro volte, racconta come dopo aver sentito un trambusto in strada ha aperto la porta e si è trovato davanti il camion. Ha anche incrociato lo sguardo con un agente delle forze speciali.

“Sono uscite dal camion persone vestite di nero con fasce dei [miliziani delle brigate] Qassam avvolte intorno alla testa”, ha scritto su X. “Per un momento, mi sono sentito come se fossi in un film americano.”

Jouda ha chiuso la porta ed è corso di sopra dove si trovava la sua famiglia.

“Sembrava letteralmente che fossero iniziati gli orrori del giorno del giudizio”, afferma. La famiglia si è riparata in un angolo della casa mentre i proiettili piovevano intorno a loro ininterrottamente per 30 minuti. Il camion è rimasto al suo posto, prima che il fuoco di copertura lo colpisse con un missile lanciato da un F-16, mandando in frantumi le finestre di vetro della casa e ferendoli tutti.

“Poi siamo scesi in strada e siamo scappati. Quando siamo arrivati ​​alla fine della strada, hanno distrutto l’intero isolato, compresa la casa in cui ci trovavamo. Non dimenticherò mai i particolari di questo giorno cruciale“, conclude. “La cosa più importante è che siamo ancora vivi.”

Neppure la tempistica di questa operazione è stata casuale. Come a voler dimostrare lassoluta arroganza nel causare intenzionalmente il massimo delle vittime civili, per aprire la strada, una volta scoperte, alle forze israelo-americane gli aerei da guerra hanno colpito il mercato affollato durante il giorno.

Inoltre il camion degli aiuti era partito dal cosiddetto molo galleggiante degli aiuti americano, simbolo di un’occupazione non tanto abilmente camuffata, che sabato si è rivelata essere una struttura militare in collegamento con Israele, dando alla fine ragione agli scettici.

Tutto ciò non sorprende e conferma il fatto che, nonostante Israele abbia portato avanti questa brutale aggressione contro i palestinesi, esso rappresenta semplicemente la fanteria di quello che è sempre stato un genocidio rifornito, sostenuto e pagato dagli Stati Uniti.

Prolungare il genocidio

Il presidente Joe Biden, un sincero e ardente sionista, potrebbe porre fine a questo incubo per i 2,3 milioni di palestinesi della Striscia di Gaza con una semplice telefonata.

Ma negli ultimi otto mesi si è rifiutato di imporre alcuna conseguenza [per le proprie azioni] al governo israeliano. Al contrario, incoraggia attivamente la continuazione del genocidio, impiegando allo stesso tempo il doppio linguaggio degli appelli e delle proposte di cessate il fuoco. Ma la presenza stessa e il ruolo di Israele come risorsa imperiale valgono più di qualsiasi vita palestinese, se non di tutte.

Come ha affermato lex funzionario del Dipartimento di Stato Aaron David Miller, non c’è dubbio” che Biden non nutra per i palestinesi la stessa profondità di sentimenti ed empatia che riserva agli israeliani.

È per questo che le immagini raccapriccianti del cervello esposto di un ragazzo, il cui corpo inerte prende improvvisamente vita, non provoca nessuna commozione in coloro che stanno dietro il genocidio di Gaza.

È per questo che le strazianti testimonianze del massacro di Nuseirat da parte dei sopravvissuti che hanno visto le forze israelo-americane fare irruzione nelle loro case per giustiziare i loro familiari a sangue freddo si percepiscono a malapena nellapproccio degli Stati Uniti al proprio sistema di violenza e brutalità.

Ma questi continui omicidi e questa barbarie mai vista sono solo una vile facciata che nasconde ciò che è palesemente ovvio: Biden e Netanyahu stanno precipitando verso labisso, e gli effetti del protrarsi di questo genocidio si ritorceranno prima o poi contro i loro interessi.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Linah Alsaafin è una giornalista palestinese che ha scritto per Al Jazeera, The Times Literary Supplement, Al Monitor, The News Internationalist, Open Democracy e Middle East Eye.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Diversi palestinesi feriti in seguito ai nuovi attacchi dei coloni in Cisgiordania

Fayha Shalash , Ramallah

13 aprile 2024 – Middle East Eye

Gli attacchi sono avvenuti il giorno dopo che centinaia di coloni hanno devastato il villaggio di al-Mughayyir, uccidendo un palestinese e ferendone altri 25.

Sabato coloni israeliani hanno attaccato dei villaggi nella Cisgiordania occupata, ferendo diversi palestinesi e dando fuoco a case e automobili, con la totale protezione dell’esercito israeliano.

L’attacco è avvenuto il giorno dopo che centinaia di coloni, molti dei quali armati, hanno devastato il villaggio di al-Mughayyir, a nordest di Ramallah, dopo che venerdì un adolescente israeliano era scomparso da una vicina colonia.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu sabato ha detto che il ragazzo israeliano scomparso è stato trovato morto in Cisgiordania.

Barakat Dawabsha, un abitante di Duma, a sud di Nablus, ha detto a Middle East Eye che più di 500 coloni armati hanno attaccato il villaggio dai lati nord, ovest e sud.

Ha detto che parecchie persone sono state ferite da proiettili veri e decine di case e veicoli sono stati bruciati. I coloni hanno anche assalito le persone con bastoni e pietre, causando ulteriori traumi. Dawabsha afferma: “L’esercito israeliano protegge i coloni. Ho visto con i miei occhi un soldato dare fuoco ad un veicolo. La situazione è molto difficile e le persone cercano di proteggere le loro case e proprietà con i loro corpi”.

La Mezzaluna Rossa palestinese ha detto che i soldati israeliani hanno impedito alle sue squadre di entrare nel villaggio per curare i feriti. Alla fine un’ambulanza è stata lasciata entrare dopo tre ore.

Secondo Dawabsha decine di palestinesi abitanti del villaggio non hanno potuto ritornare alle loro case da venerdì sera a causa delle chiusure imposte dall’esercito israeliano in diversi villaggi a sud di Nablus e a nord di Ramallah per condurre le ricerche del colono scomparso.

Decine di veicoli e autobus pieni di coloni stanno ancora arrivando agli ingressi di Duma per partecipare al feroce attacco.

Secondo la Wafa [agenzia stampa ufficiale dell’Autorità Palestinese, ndt.]

da sabato mattina i coloni israeliani hanno attaccato anche le cittadine di Silwad, Turmus Aya, Sinjil e Deir Dibwan.

Il più terribile attacco negli ultimi anni’

Centinaia di coloni spalleggiati da soldati venerdì pomeriggio hanno attaccato al-Mughayyir, sparando agli abitanti e bruciando proprietà palestinesi. Secondo la Mezzaluna Rossa Palestinese, un palestinese, identificato come il 26enne Jihad Abu Alia, è stato ucciso e altri 25 sono stati feriti, inclusi otto con pallottole vere.

Kazem al-Hajj, uno degli attivisti che si oppongono alle colonie israeliane nel villaggio, ha detto a Middle East Eye che l’attacco è stato “il più terribile degli ultimi anni.”

Appena gli abitanti del villaggio hanno sentito dell’attacco dei coloni hanno cercato di contrastarli dirigendosi verso la zona a nord. Jihad Abu Alia era uno di loro, ma è stato colpito alla testa dai proiettili dei coloni ed è caduto immediatamente a terra”, dice Hajj.

Abu Alia è morto dissanguato perché i soldati israeliani hanno impedito alle ambulanze di raggiungere il ferito.

Durante l’assalto i coloni hanno dato fuoco a più di 40 strutture palestinesi e a 50 veicoli ad al-Mughayyr, provocando incendi anche nei terreni agricoli vicini.

La scena era terribile, nuvole di fumo riempivano il villaggio e il suono delle ambulanze non cessava in mezzo alle intense e continue sparatorie”, dice Hajj.

I coloni provenivano dall’avamposto Mallahi, creato negli ultimi due anni sopra il campo dell’esercito israeliano Jabeit, originariamente costruito su terra palestinese a nord di Ramallah.

Hajj ha detto che il villaggio ha subito attacchi quotidiani da parte dei coloni “che perseguivano una politica di insediamento pastorizio per controllare i terreni del villaggio”, con la palese protezione dei soldati israeliani.

In isolamento

Diverse ore dopo l’inizio dell’attacco l’esercito israeliano si è ritirato dal villaggio, ma è rimasto ai suoi ingressi imponendo una chiusura totale e installando posti di blocco.

Le forze israeliane hanno anche devastato parecchi villaggi palestinesi vicini e hanno condotto operazioni di ricerca con il sostegno di un elicottero.

Durante la notte cinque palestinesi sono stati feriti in un altro attacco dei coloni nel villaggio di Abu Falah vicino a Ramallah, come riferito dall’agenzia stampa ufficiale palestinese Wafa.

Il giornalista Mohammed Turkman ha detto che i soldati hanno deliberatamente attaccato i giornalisti mentre documentavano l’attacco dei coloni a al-Mughayyir.

Uno dei soldati mi ha preso di mira e un altro mi ha sparato direttamente. Fortunatamente il proiettile è finito vicino a me, ma avrei potuto essere uno dei feriti”, ha detto Turkman a MEE.

Turkman ha detto che il vasto attacco è stato condotto dai coloni da un lato e dai soldati dall’altro, mentre veniva totalmente impedito alle ambulanze di avvicinarsi.

I giornalisti non hanno potuto lasciare il villaggio dopo che l’esercito israeliano si è ritirato e ha isolato al-Mughayyir e sono stati costretti a rimanere a casa di Hajj.

Due auto bruciate durante il pogrom dei coloni al villaggio al-Mughayyir. Foto Mohammed Turkman

Non è la prima volta che abbiamo subito aggressioni durante il nostro lavoro. Durante ogni reportage i soldati cercano di attaccarci, soprattutto se intorno ci sono dei coloni”, dice Turkman.

Al-Mughayyr è rimasto isolato sabato e le forze israeliane hanno impedito che il corpo di Abu Alia fosse portato nel villaggio per il funerale, costringendo a rimandarlo fino a quando l’esercito non rimuoverà i posti di blocco.

(Traduzione dall’inglese di cristiana Cavagna)