Cosa significa la campagna israeliana di distruzione dei campi profughi palestinesi in Cisgiordania

Qassam Muaddi  

11 agosto 2026  Mondoweiss

Israele ha giurato di occupare un altro campo profughi in Cisgiordania, come ha già fatto a Jenin e Tulkarem. Un nuovo raid nel campo profughi di Qalandia dimostra chiaramente che la campagna israeliana mira a porre fine non solo alla resistenza palestinese, ma anche a ciò che questi campi rappresentano

I campi profughi palestinesi in Cisgiordania sono nuovamente in cima alle notizie dopo che l’esercito israeliano ha lanciato un nuovo, prolungato raid nel campo profughi di Qalandia, che si trova a nord di Gerusalemme e appena fuori Ramallah. Nella tarda notte di martedì le forze israeliane sono entrate nel campo di Qalandia dopo averlo completamente chiuso e hanno proceduto ad arrestare dozzine di palestinesi e a condurre interrogatori sul campo, distribuendo volantini che minacciavano di arrestare i palestinesi che avessero intrapreso qualsiasi azione contro le forze israeliane.

In una precedente incursione a Qalandia lo scorso maggio i soldati israeliani avevano detto agli abitanti di “fare le valigie e andare in un paese europeo” e avevano ripetutamente evocato il nome di “Jenin” mentre si muovevano attraverso il campo. Gli abitanti hanno interpretato il riferimento a Jenin come una minaccia diretta, visto l’annientamento del campo profughi di Jenin nel nord della Cisgiordania.

L’attuale raid a Qalandia è avvenuto pochi giorni dopo che il Ministro della Difesa israeliano Israel Katz aveva annunciato di aver dato istruzioni all’esercito di occupare “un altro” campo profughi in Cisgiordania, replicando l’occupazione israeliana di tre campi profughi nella Cisgiordania settentrionale all’inizio del 2025. All’epoca l’esercito israeliano sfollò l’intera popolazione dei campi profughi di Tulkarem e Nur Shams a Tulkarem, e del campo profughi di Jenin per un totale di almeno 40.000 persone. A queste persone non fu mai permesso di tornare alle proprie case e rimangono tuttora sfollate, e molti di loro continuano a vivere in una situazione di grave crisi umanitaria.

Durante la distruzione dei campi le forze israeliane rasero al suolo ampie porzioni delle case degli abitanti aprendo larghe strade sterrate nel cuore degli insediamenti per creare, a loro dire, “vie sicure” per le operazioni militari. In realtà non si tratta solo di un tentativo da parte di Israele di “riprogettare” l’architettura dei campi, ma di eliminarli completamente come tali, trasformandoli in estensioni urbane delle città vicine e cancellando ciò che rappresentano.

Dal 2021 i campi profughi di Jenin, Tulkarem e Nur Shams sono stati centri nevralgici di gruppi di resistenza armata locali, e la dura repressione israeliana contro questi gruppi ha portato ad uno spopolamento su vasta scala.

L’attacco a questi campi profughi ha però implicazioni che vanno oltre la semplice repressione dei gruppi di resistenza palestinesi. La popolazione che è stata sfollata era già rifugiata da settant’anni e i campi svolgevano un ruolo fondamentale nella storia della lotta palestinese, rivestendo un forte valore simbolico per i palestinesi e per Israele. È proprio questo aspetto che rende i campi profughi un bersaglio costante in tutta la Cisgiordania.

Decenni di resistenza

Tutti i 19 campi profughi palestinesi in Cisgiordania furono creati tra il 1948 e il 1950 per ospitare i palestinesi che erano stati sfollati con la forza dalle loro case durante la Nakba in quello che sarebbe diventato Israele. L’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione dei rifugiati palestinesi (UNRWA) affittò appezzamenti di terreno per la costruzione dei campi con contratti di 90 anni, diventando così il detentore legale dei diritti immobiliari sui campi, che non furono mai ampliati. Per le masse di rifugiati che avevano perso tutto, questi campi divennero l’unica opzione abitativa in condizioni di vita precarie, povertà e sovraffollamento, a cui si aggiungeva lo stigma sociale dell’espropriazione.

Almeno dal 2017 i funzionari israeliani hanno spinto per la chiusura dell’UNRWA, l’agenzia delle Nazioni Unite responsabile dei campi profughi palestinesi. Benjamin Netanyahu ha affermato che l’UNRWA perpetua il problema dei rifugiati palestinesi prolungando il conflitto. Nel gennaio 2025, mentre Israele preparava l’invasione dei campi di Jenin, Nur Shams e Tulkarem, il governo ordinò all’agenzia delle Nazioni Unite di lasciare la propria sede a Gerusalemme dopo averle vietato per legge l’ingresso nel paese.

Alla fine degli anni ’50 iniziarono a emergere in tutto il Medio Oriente nei primi campi profughi i primi gruppi di resistenza palestinese. Dopo l’occupazione israeliana del 1967 iniziò a prendere forma in Cisgiordania la resistenza armata palestinese, concentrandosi nei campi profughi.

A metà degli anni ’70 il campo di Jenin vide l’emergere di uno dei gruppi più importanti in Cisgiordania: le “Pantere Nere” legate a Fatah, un gruppo paramilitare che si affermò durante la Prima Intifada del 1987. Fu nel campo profughi di Balata, alla periferia di Nablus, che la prima scintilla dell’Intifada si diffuse dal campo profughi di Jabalia in Gaza alla Cisgiordania.

Circa un decennio dopo, nei primi anni 2000 la Seconda Intifada vide i campi profughi diventare una roccaforte per le ali armate delle fazioni palestinesi, in particolare i campi di Balata e al-Ain a Nablus, il campo di Tulkarem e il campo di Jenin. Nel 2002 quest’ultimo fu bersaglio di un assedio e di una campagna di bombardamenti israeliani durata 10 giorni. Uno degli ultimi raid israeliani contro un campo palestinese durante la Seconda Intifada fu quello contro al-Ain nel 2008, per reprimere i combattenti palestinesi anche molto tempo dopo la fine dell’Intifada nella maggior parte del resto della Cisgiordania.

Più che una roccaforte militante

Nel corso degli anni la resistenza contro Israele è diventata una caratteristica fondamentale dell’identità collettiva dei campi profughi, dove palestinesi di diversa estrazione sociale hanno dato vita a nuove comunità focalizzate sull’idea di espropriazione ed emarginazione. Sebbene sia la resistenza di massa e dei gruppi armati ad aver reso famosi i campi profughi della Cisgiordania, è qualcos’altro che costituisce il nucleo della loro identità e ha creato, in primo luogo, le condizioni per una cultura della resistenza.

Nel marzo dello scorso anno Mondoweiss ha intervistato alcuni rifugiati palestinesi sfollati di recente dalle loro case nel campo di Jenin. Halima, una donna sulla sessantina che alloggiava in una scuola trasformata in rifugio nella città di Jenin, ha descritto i forti legami comunitari tra gli abitanti del campo, raccontando il momento in cui l’ha lasciato.

“Non sopportavo la vista della distruzione… Mi ha spezzato il cuore, perché ogni angolo del campo è casa mia e tutti gli abitanti sono per me come una famiglia “, ha detto Halima. “Diverse famiglie di più generazioni vivevano nello stesso edificio, e dunque le porte delle nostre case erano sempre aperte a tutti. Se a qualcuno di noi mancava qualcosa per cucinare, una medicina o qualsiasi altra cosa, bastava che andasse nella casa accanto a chiedere. È il nostro modo di vivere.”

“Sono cresciuta nella consapevolezza che la mia famiglia era stata costretta ad abbandonare Haifa, e questa consapevolezza è un elemento condiviso della nostra identità di rifugiati”, ha continuato Halima. “Ovunque andiamo ce la portiamo dietro: provenire dal campo profughi di Jenin significa condividere con tutti gli altri del campo il fatto di essere nati rifugiati, e questo ci lega gli uni agli altri ovunque andiamo”.

In un certo senso i campi profughi hanno dato vita a una nuova forma di comunità palestinese, in cui la questione dell’espropriazione è al centro dell’identità collettiva. Più specificamente è la questione dei rifugiati palestinesi e la memoria della Nakba del 1948.

“Un campo profughi è una concentrazione degli aspetti irrisolti della questione palestinese”, ha dichiarato a Mondoweiss Abdul Rahim Al-Shaikh, professore di Studi Culturali all’Università di Birzeit.

“I campi profughi sono sempre stati luoghi marginalizzati, del tutto esclusi dai servizi, con alti livelli di povertà. Questo li ha sempre resi un monito dell’espropriazione originaria del popolo palestinese e li ha trasformati in roccaforti della resistenza”.

Ecco perché l’offensiva israeliana in Cisgiordania si concentra sui campi profughi, nel tentativo di annettere “definitivamente” il territorio e sradicare ogni forma di resistenza. Non solo per l’attività militante che i campi hanno generato per decenni, ma per ciò che rappresentano: la memoria vivente della Nakba, le loro strutture sociali collettiviste, una coscienza plasmata dall’espropriazione – e la cultura della resistenza che producono.

Qassam Muaddi è il corrispondente di Mondoweiss per la Palestina. Si può seguirlo su Twitter/X all’indirizzo @QassaMMuaddi.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Coloni israeliani irrompono nel quartier generale dell’UNRWA a Gerusalemme Est occupata

Redazione di MEMO

27 maggio 2025 – Middle East Monitor

L’agenzia Anadolu ha riferito che ieri un gruppo di israeliani di destra ha fatto irruzione nel quartier generale dell’Agenzia ONU per i Rifugiati Palestinesi (UNRWA) a Gerusalemme Est occupata.

Oggi sono orgogliosa di liberare la ex-sede dell’UNRWA nel centro di Gerusalemme,” ha affermato Yulia Malinovsky, del partito di destra Yisrael Beiteinu (Israele è la Nostra Casa) in un video condiviso sul suo account X [precedentemente Twitter, ndt.] girato all’interno della struttura.

Malinovsky, deputata della Knesset [il parlamento israeliano, ndt.], ha collegato l’incursione all’anniversario dell’occupazione israeliana di Gerusalemme Est.

Governo israeliano, siamo qui. Siete invitati a venire e vedere come la sovranità è applicata,” ha detto.

Sono dentro la sede. L’UNRWA non è più qui. Non c’è ragione perché ritorni,” ha affermato Malinovsky.

Non ci sono stati commenti immediati da parte dell’UNRWA sull’incursione dei coloni.

Nell’ottobre 2024, la Knesset ha approvato due leggi che etichettano l’UNRWA come gruppo terroristico e che vietano le sue attività nei territori palestinesi occupati, incluse misure volte ad eliminare i privilegi dell’agenzia e ad impedire qualunque relazione con essa. Queste leggi sono entrate in vigore il 30 gennaio. Israele ha fatto forti pressioni per chiudere l’UNRWA in quanto è l’unica agenzia ONU ad avere un mandato specifico per prendersi cura dei bisogni di base dei rifugiati palestinesi. Se l’agenzia non esiste più, sostiene Israele, allora non deve più esistere neppure il problema dei rifugiati e il legittimo diritto dei rifugiati palestinesi al ritorno alla loro terra sarebbe ingiustificato. Israele ha negato il diritto al ritorno a partire dagli ultimi anni quaranta, anche se la sua accettazione come membro dell’ONU era condizionata alla possibilità per i palestinesi di ritornare alle loro case e alla loro terra.

Fondata nel 1949, l’UNRWA ha funzionato come fondamentale ancora di salvezza per i rifugiati palestinesi, supportando circa 5,9 milioni di persone a Gaza, in Cisgiordania, Giordania, Siria e Libano.

Israele ha occupato Gerusalemme durante la guerra arabo-israeliana del 1967. Ha annesso l’intera città nel 1980 con un’iniziativa mai riconosciuta dalla comunità internazionale.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




L’UNRWA avverte che la crisi umanitaria a Gaza si sta aggravando a causa del maltempo invernale

  1. Redazione di MEMO

26 novembre 2024 – Middle East Monitor

L’agenzia di stampa Anadolu ha riferito che lunedì l’UN Relief and Works Agency for Palestine Refugees [Agenzia ONU Assistenza e Lavoro per i Rifugiati Palestinesi] (UNRWA) ha avvisato che l’arrivo dell’inverno sta aggravando la crisi umanitaria nella Striscia di Gaza. La funzionaria dell’ufficio stampa dell’agenzia ONU Enas Hamdan ha riferito ad Anadolu che le famiglie sfollate stanno affrontando “condizioni disastrose” in seguito a forti piogge, forti venti e grandi ondate sulla costa, oltre alla continua “grave riduzione” degli aiuti umanitari.

Hamdan ha osservato che molte tende che ospitano le famiglie di sfollati sono state danneggiate dalle condizioni atmosferiche, lasciando gli abitanti senza adeguato riparo. “Stiamo parlando di una situazione umanitaria catastrofica con riduzioni critiche di forniture invernali essenziali,” ha aggiunto.

I beni di prima necessità come la farina e le scorte alimentari sono quasi esaurite, ha affermato la funzionaria UNRWA, mentre c’è una grave carenza di teli di plastica rinforzata e nylon usati per creare tende di fortuna per famiglie sfollate.

L’UNRWA ha distribuito circa 13.000 pacchi di beni essenziali invernali nella parte meridionale e centrale di Gaza, ma queste forniture coprono solo una piccola parte delle necessità. Infatti la crisi si estende oltre la disponibilità di un rifugio e colpisce anche la sanità.

Hamdan ha indicato una significativa riduzione di forniture mediche e di medicine essenziali, aggravata da sovraffollamento e condizioni di vita inadeguate. Ha inoltre avvertito che circa 1,8 milioni di persone sfollate sono a rischio di malattie accresciuto da carenza di igiene e insufficiente assistenza sanitaria.

Descrivendo la situazione umanitaria a Gaza come “estremamente dura”, la funzionaria ha evidenziato il bisogno urgente di azioni internazionali per affrontare i bisogni degli abitanti ed alleviare le loro sofferenze. Una crescente pressione sulle parti responsabili è necessaria per permettere un maggior flusso di aiuti umanitari dentro Gaza, ha affermato Hamdan, osservando che le attuali consegne di aiuti – limitate a circa 30 camion al giorno – sono insufficienti, dato l’enorme bisogno: “Questi aiuti in entrata sono solamente una goccia nell’oceano in confronto ai disperati bisogni dei palestinesi a causa di una opprimente crisi umanitaria.”

Le sfide per gli abitanti sfollati di Gaza – stimati in circa due milioni – sono aggravate dalle operazioni militari israeliane in corso e da un devastante maltempo invernale. Le municipalità locali a Gaza hanno emesso ripetuti avvisi riguardo a una situazione umanitaria in peggioramento, ma i continui attacchi aerei israeliani, un implacabile assedio e la mancanza di risorse hanno lasciato la crisi per la maggior parte irrisolta.

In precedenza lunedì l’ufficio stampa del governo di Gaza ha affermato che approssimativamente 10.000 tende che ospitano abitanti sfollati sono state distrutte o portate via delle onde negli ultimi due giorni a causa delle avverse condizioni metereologiche.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Un parlamentare europeo dichiara che Israele ha usato i gas lacrimogeni contro la delegazione internazionale

Redazione di MEMO

30 ottobre 2024 – Middle East Monitor

L’ex sindaca di Barcellona Ada Colau ha fatto parte di una delegazione internazionale per testimoniare le violazioni dei diritti degli olivicoltori palestinesi nella Cisgiordania occupata. Ha definito le azioni dell’esercito israeliano di occupazione “il più violento processo di colonizzazione” ed ha affermato che l’inazione dell’Unione Europea e della comunità internazionale è “intollerabile”. Colau – che è stata sindaca di Barcellona tra il 2015 e 2023 e la promotrice della decisione della municipalità di sospendere le relazioni con Israele – è arrivata in Palestina solo due giorni dopo aver effettuato il suo discorso finale al consiglio comunale di Barcellona indossando una kefiah.

Secondo Sama [agenzia di stampa araba, ndt] Jaume Asens, membro del parlamento europeo, ha riferito che le forze di occupazione israeliane hanno usato gas lacrimogeni contro una delegazione internazionale sui diritti umani vicino a Nablus, nella Cisgiordania occupata.

L’ex-sindaca di Barcellona Ada Colau, che ha fatto parte della delegazione insieme ad Asens, ha dettagliato l’incidente in un video condiviso sui social media. Lei ha affermato che l’esercito ha preso di mira la delegazione mentre era accompagnata da un gruppo di palestinesi che stavano raccogliendo le olive.

Secondo il giornale spagnolo La Vanguardia Asens e Colau sono arrivati in Palestina lunedì come parte di un gruppo internazionale per “investigare le violazioni sistematiche del diritto internazionale da parte di Israele.”

Recentemente Israele ha intensificato gli sforzi contro le organizzazioni per i diritti umani, in particolare l’United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees [Agenzia ONU per l’Assistenza ed il Lavoro per i Rifugiati Palestinesi] (UNRWA). Precedentemente il governo israeliano aveva approvato una legge che vieta i contatti con l’UNRWA, vietando di fatto ai ministri degli Esteri e degli Interni israeliani l’emissione di visti al suo staff, e l’ha dichiarata una “organizzazione terroristica.”

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Il genocidio non mi impedirà di laurearmi

Ohood Nassar

24 Settembre 2024 – The Electronic Intifada

Giugno 2024 doveva essere il coronamento del mio viaggio accademico, un momento di festa per la fine dei miei studi e l’inizio di un nuovo capitolo come insegnante.

Ovviamente questo sogno è andato in frantumi.

Il 7 ottobre 2023 il suono dei razzi squarciava la quiete mattutina. Spaventata, sono corsa da mia sorella Sumaya per chiederle cosa stesse accadendo. “Sembra che stia cominciando una nuova guerra”, ha risposto, confermando i miei timori.

Abbiamo preso lo stretto necessario e ci siamo rifugiati al piano più basso di casa nostra.

Alcuni giorni dopo è stata bombardata la mia università – l’Università Islamica di Gaza, dove studiavo Scienze dell’educazione.

Mi sentivo coraggiosa. Questa guerra non mi spezzerà. Mi laureerò. Anche se abbiamo dovuto lasciare Beit Lahiya, la nostra zona, nel nord della Striscia.

Siamo tornati quando è stato annunciato il cessate il fuoco del 24 novembre, solo per trovare la nostra casa ridotta a un cumulo di macerie.

Ho trovato i miei libri sparsi per la strada. La mia determinazione a completare gli studi è diventata ancora più forte.

Ad aprile una nuova speranza: le università della Cisgiordania hanno annunciato programmi di didattica online per gli studenti di Gaza. Ho immediatamente fatto domanda all’Università di Birzeit.

Quando è arrivato via email il certificato di iscrizione è stato come se mi avessero lanciato un salvagente.

Nonostante le terribili circostanze nel nord della Striscia e le condizioni impossibili per gli studenti in tutto il territorio, ero profondamente determinata.

Ogni giorno camminavo quasi un chilometro per avere accesso a internet e seguire le mie lezioni online o scaricare libri e altri file. Ho studiato ovunque ci fosse abbastanza campo per la mia e-SIM, anche tra le case in rovina.

Il pericolo era in agguato a ogni angolo, ma io non ho mai rinunciato al mio sogno.

Le avversità alimentano il coraggio.

Le difficoltà però sono presto diventate insormontabili. La connessione a internet è diventata instabile. Temevo di perdere una lezione o un esame a causa della debolezza del segnale.

L’11 di maggio mio padre è entrato di corsa in camera mia mentre stavo studiando e mi ha detto di prendere le mie cose perché l’intero nord era di nuovo in pericolo.

Ho preso i miei libri, le penne, alcuni vestiti e abbiamo cominciato a cercare un luogo sicuro, anche se sapevamo che nessun posto è davvero sicuro durante questo genocidio israeliano.

Ci siamo poi rifugiati presso il quartier generale dell’UNRWA, vicino all’Università Islamica.

I danni provocati da Israele alla mia università mi hanno fatta piangere.

Ho cercato di connettermi a internet. Impossibile.

Non ho avuto accesso a internet per tre settimane. Di conseguenza non ho potuto sostenere i miei esami e ho perso il mio posto all’Università di Birzeit.

È stato straziante. Ero di nuovo al punto di partenza. Ma poi mi sono ricordata delle innumerevoli notti passate a studiare a lume di candela. Mi sono ricordata che la mia famiglia mi ha sempre incoraggiata allo studio.

Mi sono ricordata che mio padre si alzava ogni mattina, si preparava per andare al lavoro e mi chiedeva come andassero gli studi. Mi rassicurava, potevo farcela, potevo completare gli studi e ottenere la lode.

Mi sono ricordata che mia madre mi sosteneva e incoraggiava costantemente, mi diceva sempre “Adoro la tua passione per lo studio e la tua determinazione a laurearti”.

Mi sono immaginata come insegnante, in piedi di fronte ai miei studenti mentre raccontavo loro delle inimmaginabili avversità superate per realizzare il mio sogno.

Non potevo, non dovevo arrendermi.

Il 28 giugno, l’Università Islamica ha annunciato che avrebbe ripreso la didattica online in due fasi.

“Questa è la mia occasione”, mi sono detta.

Se non riesci la prima volta…

Mi sono iscritta, decisa ad andare avanti nonostante tutti gli ostacoli.

Malgrado il costante timore di non potermi connettere a internet durante gli esami, mi sono rifiutata di rinunciare al mio sogno. Sapevo che una cattiva connessione poteva compromettere gli sforzi degli ultimi tre anni, ma non ho mai permesso a queste paure di scoraggiarmi.

Cose prima banali, come gli articoli di cancelleria, erano diventate quasi introvabili. Avevo solo una penna e un taccuino, dove ho meticolosamente annotato gli appunti di tutte le mie lezioni.

Durante una delle nostre evacuazioni dall’ospedale di al-Shifa ho perso il mio computer portatile, un’altra sfida da superare.

Ma ho superato la prima fase con voti eccellenti. Ho provato una gioia immensa e i risultati che ho ottenuto alimentano la mia determinazione a impegnarmi ancora di più.

Mi sono ricordata che nell’ultimo semestre prima del genocidio ho ottenuto i voti più alti della classe. Mi sono ricordata i giorni in cui la mia vita era normale, quando avevo la mia scrivania, i miei libri e le mie penne. La mia scrivania non era solo un mobile, era il mio santuario, il luogo dove provavo un profondo senso di pace.

Adesso, nella seconda fase, darò esami per 34 crediti formativi.

Ogni giorno combatto la mia battaglia per continuare gli studi. A causa della debole connessione a internet spesso mi occorrono quattro ore per guardare una lezione che ne dura meno di una.

Negli innumerevoli sfollamenti cui siamo stati costretti, oltre al computer, ho gradualmente perso tutti i miei file, il mio lavoro e i libri.

Ma continuo sul mio telefono, che devo caricare due volte al giorno. Poiché non abbiamo elettricità a casa nostra, devo portarlo in un posto dove è possibile ricaricare i telefoni grazie ai pannelli solari.

Ogni passo che faccio tra le macerie alla ricerca di accesso a internet mi avvicina alla realizzazione del mio sogno.

Niente mi impedirà di realizzarlo – non il genocidio, non la distruzione, nemmeno la mancanza di mezzi.

La mia concezione dell’istruzione è cambiata: non è più soltanto un obbiettivo personale, ma una forma di resistenza – un bagliore di speranza in mezzo al genocidio israeliano.

Ohood Nassar è una scrittrice che al momento sta completando la sua laurea in Scienze dell’educazione a Gaza.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Il capo dell’UNRWA ha affermato che il 70% delle vittime di Gaza sono minori e donne

Redazione di MEMO

1 novembre 2023 – Middle East Monitor

Il commissario generale dell’agenzia United Nations Relief and Works Organisation for Palestine Refugees [Soccorso e Lavoro per i Rifugiati Palestinesi] (UNRWA) delle Nazioni Unite Philippe Lazzarini ha affermato che il 70% dei martiri palestinesi che sono stati uccisi dai bombardamenti israeliani in corso sulla Striscia di Gaza dal 7 ottobre sono minori e donne, ammonendo che non c’è alcun posto sicuro a Gaza.

Egli ha sottolineato che stati colpiti chiese, moschee, ospedali, strutture civili che ospitano persone sfollate sono, descrivendo gli attacchi israeliani come una punizione collettiva contro i palestinesi che vivono sotto assedio.

Per parte sua, la direttrice esecutiva dell’United Nations Children’s Fund [Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia] (UNICEF) Catherine Russell ha indicato che l’aggressione israeliana ha provocato l’uccisione di più di 3.400 e il ferimento di almeno 6.300 minori.

Ha aggiunto che questo bilancio dimostra che sono stati uccisi o feriti 420 minori al giorno, evidenziando che “questi numeri dovrebbero sconvolgerci nel profondo.”

[Russell] ha affermato che le incursioni israeliane hanno provocato la completa o parziale distruzione di almeno 221 scuole e di più di 177.000 case.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




A scuola a stomaco vuoto

Ruwaida Amer

18 settembre 2023 – Electronic Intifada

Khitam Salim non riesce a preparare il pranzo che i suoi figli dovrebbero portare a scuola.

Da quando il marito è morto di leucemia quattro anni fa è una mamma single con tre bambini che frequentano la scuola elementare a Rafah, la città più meridionale di Gaza. La scuola, gestita dall’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati Palestinesi (UNRWA), non riesce a fornire i pasti ai suoi studenti, che quindi devono portarsi dei panini da casa o comprare da mangiare alla mensa.

Per il pranzo dovrebbero spendere quasi un euro al giorno, una somma che la loro mamma non può permettersi.

Nessuno mi aiuta,” dice Salim, che è disoccupata e dipende dall’assistenza sociale. “Le condizioni in cui ci troviamo sono molto difficili. I bambini vedono i loro compagni comprare da mangiare durante l’intervallo e non farlo ha un effetto psicologicamente negativo su di loro.”

Faris Qishta ha cinque figli, tutti frequentano le scuole dell’UNRWA.

Avrebbe bisogno di soldi per comprare le uniformi e il cibo e dice che non riesce a farlo.

Se non fosse per i pacchi di aiuti alimentari che riceve, dice che “la mia famiglia sarebbe morta di fame”. Tuttavia gli aiuti non comprendono i pasti scolastici.

Qishta, che faceva il taxista, ora è disoccupato.

Sono sempre alla ricerca di lavoro anche per pochi shekel per soddisfare le necessità di base dei miei bambini,” aggiunge. “Ma non riesco a trovare niente. I miei figli sono pieni di sogni e quando me li raccontano mi intristisco. Non so se il loro sarà un futuro migliore o se continuerà come ora.”

A Gaza l’UNRWA gestisce una rete di 288 scuole, con circa 300.000 studenti.

Niente colazione

Migliaia di questi bambini vanno a scuola senza colazione e senza soldi per comprarsi da mangiare durante la giornata. Dato che non hanno una dieta appropriata, molti non riescono a concentrarsi adeguatamente durante le lezioni.

L’UNRWA gestiva un programma di pasti gratis nelle sue scuole, ma per limiti di bilancio, il programma generale per le scuole è stato interrotto nel 2014 e ora li offre solo in casi particolari.

Da allora è stata costretta a fare dei tagli di spesa a causa di una grave crisi dei finanziamenti.

Sebbene sia cominciata prima, la crisi si è acutizzata con la presidenza USA di Donald Trump che, per ingraziarsi una lobby filoisraeliana estremista, introdusse tagli drastici agli aiuti all’UNRWA.

Gli USA hanno adottato una posizione più favorevole nei confronti dell’agenzia da quando è arrivato alla Casa Bianca Joe Biden, il suo successore.

Ciononostante i contributi USA sono diminuiti se li si considera su un periodo più lungo: nel 2022 ammontavano a $344 milioni, meno dei $365 che dava annualmente prima dei tagli di Trump nel 2018.

Difficoltà di finanziamento

In tale contesto le difficoltà finanziarie dell’UNRWA restano gravissime.

L’agenzia offre servizi sanitari ed educativi a un totale di circa 6 milioni di rifugiati palestinesi nella Cisgiordania occupata e a Gaza, in Giordania, Siria e Libano.

Facendo affidamento su donatori internazionali l’UNRWA quest’anno avrebbe avuto bisogno di un finanziamento di $1,75 miliardi, di cui ad agosto era stato raccolto solo il 44%.

Philippe Lazzarini, commissario generale dell’UNRWA, all’inizio di questo mese ha dichiarato che l’agenzia ha bisogno di $170-190 milioni “per fornire i servizi essenziali fino alla fine dell’anno.” Altri $75 milioni sono necessari “per continuare a fornire gli aiuti alimentari salvavita a oltre metà della popolazione di Gaza.”

Secondo gli ultimi dati disponibili, Gaza, sottoposta dal 2007 a un blocco israeliano totale ha un tasso di disoccupazione del 46%.

Said Khalid, 10 anni, frequenta la quinta elementare in una scuola dell’UNRWA nel campo profughi Beach a Gaza City.

La sua famiglia non è riuscita a comprargli l’uniforme nuova e il materiale necessario per la scuola alla riapertura dopo le vacanze estive, e inoltre non ha i soldi perché si compri da mangiare alla mensa.

So che mio papà non è avaro,” dice Said. “Se avesse i soldi me ne darebbe un po’ così potrei comprare le cose come fanno i miei compagni di classe, ma lui non ha un lavoro.”

Iyad Zaqout dirige un dipartimento di salute mentale dell’UNRWA.

Ha notato una crescente riluttanza dei bambini a parlare dell’impatto della povertà con i loro counselor. “Alcuni provano un senso di vergogna a rivelare le durissime condizioni in cui vivono le loro famiglie,” dice.

Sarah Jaber, 9 anni, fa la quarta elementare nel campo profughi di Jabalia. Il padre è un falegname, ma è disoccupato da anni.

Chiedo sempre alla maestra se posso stare in classe durante gli intervalli,” dice. “Non voglio vedere gli altri mentre comprano alla mensa, mi fa sentire triste.”

Ruwaida Amer è una giornalista che si trova a Gaza.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Gaza: il carcere israeliano con un milione di minori è in emergenza riguardante la salute mentale

Omar Aziz

19 agosto 2022 – Palestine Chronicle

“Far del male durante un conflitto a qualsiasi bambino è fortemente inquietante”, ha affermato giovedì scorso Michelle Bachelet, l’alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, esprimendo allarme per il numero di minori palestinesi uccisi questo mese da Israele.

“L’uccisione e la mutilazione di così tanti minori durante questo anno è inaccettabile“, ha continuato.

Quindi cosa dire del fatto che Israele effettua ogni anno attacchi aerei con una tecnologia militare industrializzata all’avanguardia su un’enclave assediata composta per lo più da minori?

Il diritto umanitario internazionale è chiaro. È proibito lanciare un attacco che potrebbe uccidere o ferire accidentalmente civili, o danneggiare strutture civili, in modo sproporzionato rispetto ai concreti ed espliciti obiettivi militari. Tali attacchi devono cessare,” ha detto Bachelet.

Secondo l’Ufficio centrale di statistica palestinese il 47% dei 2,2 milioni di abitanti di Gaza sono minorenni, altri collocano la percentuale oltre il 50%.

E la popolazione di Gaza è notoriamente ammassata soprattutto all’interno degli otto campi profughi ufficialmente riconosciuti dall’UNRWA, che sono considerati alcuni dei luoghi più densamente popolati al mondo. Eppure ognuno è ancora considerato un obiettivo legittimo da parte degli aerei da guerra israeliani.

Con questa consapevolezza ciò che diventa inequivocabilmente evidente è che ogni bomba che Israele sgancia sull’enclave assediata, crimine di guerra dopo crimine di guerra, viene sganciata con la consapevolezza che i minori sono le probabili vittime.

Che si tratti di minorenni massacrati come “danni collaterali” dei cosiddetti “attacchi di precisione mirati” o colpiti semplicemente per essere palestinesi, proprio come i cinque palestinesi uccisi il 7 agosto da un attacco missilistico mentre si trovavano sulla tomba del nonno nel cimitero di Al-Falluja, a est di Jabalya. Un crimine che l’esercito israeliano ha inizialmente negato di aver commesso, una bugia che le pubblicazioni dei principali organi di informazione occidentali hanno volutamente ripetuto a pappagallo senza esitazione nonostante la comprovata reputazione di Israele di diffondere bugie e disinformazione.

 Minori che non hanno altra scelta che subire ogni ferita inferta dallo sconvolgente potere distruttivo di Israele mentre si trovano imprigionati in questa minuscola striscia di terra.

Le cifre non sono più scioccanti, ma da incubo, distopiche. Una situazione difficilmente credibile per coloro che non hanno assistito in prima persona alla realtà o prestato attenzione alle testimonianze palestinesi.

L’accademico palestinese-americano Yousef Munayyer afferma che è ora di smettere di chiamare Gaza una “prigione a cielo aperto”, ma quello che è veramente: una camera di tortura.

Immaginate un po’: un ambiente progettato con cura per incubare e infliggere traumi psicologici, sofferenza fisica e privazione economica ha prodotto proprio questo. Che sorpresa.

Secondo Save the Children, oggi l’80% dei minorenni di Gaza dichiara di vivere con depressione, dolore e paura.

Nel corso dell’attacco a Gaza del 2014 Israele ha ucciso 547 minorenni palestinesi in sette settimane. Nel maggio 2021 ne ha ucciso 67. E questo mese a Gaza sono stati uccisi almeno 17 minori.

Ma queste non sono le uniche vittime di quell’età a Gaza.

In questo momento a Gaza c’è un milione di minori brutalizzati e traumatizzati da almeno 29 aggressioni militari dal 2003, ognuno con una voce da ascoltare, con una storia da raccontare e una vita che merita molto di più.

Gli ultimi tre giorni dell’attacco sono stati davvero tragici per me. Ho avuto molti flashback delle aggressioni vissute in precedenza.

Mi hanno fatto pensare molto a dove in realtà vivo, alla prigione in cui mi trovo, sapendo che potrei morire letteralmente da un momento all’altro mentre parlo con qualcuno, mentre sono seduto, mentre guardo la TV, mentre penso a qualcosa, perché questo è quello che è successo agli altri ragazzi”.

Ma mentre i minori palestinesi cercavano di riadattarsi alla “normalità” dell’assedio e dell’impoverimento in corso dopo gli attacchi, gli esperti militari israeliani si congratulavano via etere con il primo ministro israeliano Yair Lapid per la sua operazione “pulita”.

Lunedì 9 agosto, parlando alla stazione radio FM del quotidiano Maariv [giornale popolare israeliano, ndt.], il generale Amos Yadlin, ex capo della direzione dell’intelligence militare israeliana ed esperto ricercatore di Harvard, si rallegrava:

È stato un attacco ben riuscito. È stato davvero pulito, abbiamo colpito duramente l’ala militare di Hamas (in seguito si è corretto dicendo che intendeva la Jihad islamica), abbiamo colpito marginalmente degli innocenti e non militanti, neanche un israeliano è stato colpito, ritengo che sia un risultato eccezionale” (in ebraico).

Nel frattempo il giornalista di Haaretz [quotidiano israeliano progressista, ndt.] Amos Harel e Neri Zilber dell’Israel Policy Forum [organizzazione ebraica americana che lavora per una soluzione negoziata a due Stati al conflitto israelo-palestinese, ndt.] in un podcast di un’ora di valutazione degli attacchi del 10 agosto non hanno menzionato le morti di civili palestinesi, elogiando invece i “millimetrici” attacchi di Israele.

Era già noto in quel momento che almeno 15 minori palestinesi erano stati uccisi, mettendo in luce ciò che i palestinesi affermano da decenni: la cancellazione della Palestina e la disumanizzazione dei minori palestinesi sono le fondamenta grottesche su cui fioriscono l’apartheid e la colonizzazione israeliane.

Offrendo il punto di vista di una madre sull’educazione dei figli a Gaza, la scrittrice palestinese e madre di tre figli Rana Shubair racconta a Palestine Deep Dive [Approfondimenti sulla Palestina, rivista on-line palestinese, ndt.]:

Ho cercato di proteggere (i miei figli) dal vedere le immagini in TV, ma l’ambiente in cui vivono i nostri figli non è censurato, il che significa che ovunque andranno vedranno le immagini dei martiri.

Nell’ultima aggressione (del maggio 2021) una delle amiche di mia figlia che si trovava nella sua scuola è stata uccisa. Non credo che le mie figlie l’abbiano mai davvero dimenticata perché una di loro mi dice che la vede sempre nei suoi sogni, ed è molto difficile per loro afferrare semplicemente il concetto o la nozione di morte e tutto il resto. Tutti i bambini qui a Gaza sono molto eroici, va detto, perché sono più maturi della loro età e sono stati costretti ad assorbire cose di cui i bambini di altre parti del mondo non sanno nulla. Chiedete a qualsiasi bambino qui, vi dirà che tipo di aereo ci sta sorvolando, che si tratti di un drone o di un F-16. Conoscono tutta questa terminologia di guerra, ma come genitori, cerchiamo di trovare, credo, i modi giusti per affrontare il trauma dei nostri figli.

Dopo ogni aggressione e dopo ogni mese del continuo rigido assedio di Israele e della conseguente deprivazione economica, la salute mentale dei minori di Gaza continua inevitabilmente a deteriorarsi.

Ad esempio, nel 2018 il 60% di essi riferiva di sentirsi meno al sicuro lontano dai propri genitori ma, secondo Save the Children, poco prima dei recenti attacchi questa cifra ha raggiunto il 90%.

Nel 2018 il 50% dei minorenni riferiva di avere paura e il 55% di provare sentimenti di dolore e pochi mesi prima di questo attacco il 78% affermava di sentirsi spaventato e l’84% di provare sentimenti di dolore.

Si può solo immaginare come si sentono oggi.

Nel corso di una trasmissione di Palestine Deep Dive, il Dr. Yasser Abu Jamei, Direttore del Programma di salute mentale della comunità di Gaza, ha sottolineato la natura persistente degli eventi traumatici che pone un limite all’applicabilità [a Gaza, ndt.] del [termine ndt.] disturbo nel modo in cui viene inteso dalla psichiatria occidentale, come “Disturbo da stress post-traumatico”, rendendo così difficile la vera e propria guarigione.

In primo luogo, la condizione pre-traumatica non consiste in una vita facile, tranquilla, ecc. No, si tratta di un assedio, di un’occupazione, con più di due terzi della popolazione di Gaza nella situazione di rifugiati. E parliamo di decenni. (L’inizio) di ciò non risale solo al 1967, arriva anche al 1948. Ma oltre a questo, vivi sotto assedio, e non solo, ma all’interno di questo assedio sei soggetto ad operazioni su larga scala … e come se ciò non bastasse avverti continuamente dei segnali, cose che ti ricordano gli eventi traumatici che accadono intorno a te. Ascolti il ​​telegiornale e vedi come sia critica la situazione. Guardi il cielo e senti di continuo i rumori intensi dei droni e tutto ciò ti fa tornare alla mente i brutti ricordi.

Poi, nel periodo successivo… non c’è un vero ritorno alla vita normale. C’è di nuovo la vita come al solito sotto l’occupazione, sotto i droni, sotto il blocco ecc. Direi che la tradizionale nozione occidentale di disturbo da stress post-traumatico non è applicabile ad un posto come Gaza, ma direi che la situazione a Gaza è più grave di così. Non possiamo davvero descriverlo semplicemente come un disturbo da stress post-traumatico nel significato comune del termine. No, è molto di più“.

Nel 1991 Israele ha ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia, che afferma che tutti i minorenni hanno i diritti fondamentali alla vita, alla sopravvivenza, allo sviluppo, alla protezione dalla violenza e a un’istruzione che consenta loro di realizzare il proprio potenziale.

Eppure, sotto il suo [regime di] apartheid Israele viola impunemente questa convenzione in tutta la Palestina. Nello stesso Israele le scuole palestinesi o arabe ricevono spesso un finanziamento per ogni alunno quasi sei volte inferiore rispetto alle scuole per studenti ebrei poiché non possono essere ammesse al finanziamento da parte dell’istituzione sionista. Successivamente subiscono discriminazioni nel mercato del lavoro e sono anche soggetti alle 65 leggi razziste di Israele.

In Cisgiordania i minorenni palestinesi sono soggetti a leggi e pratiche discriminatorie. Viene loro regolarmente negato il diritto all’istruzione nel momento in cui vengono costretti ad aspettare ai posti di blocco e le loro lezioni possono essere interrotte in qualsiasi momento dall’esercito israeliano.

Secondo [l’Associazione] Defense for Children International, in Palestina ogni anno circa 500-700 minorenni palestinesi, alcuni dei quali di appena 12 anni, sono detenuti e perseguiti nei tribunali militari israeliani illegali. L’accusa più comune contro di loro è il lancio di pietre.

Il disprezzo di Israele per i diritti più fondamentali dei bambini palestinesi, incluso il diritto stesso alla vita, rivela il proposito di Israele di raggiungere una pace futura per ciò che è veramente, una palese bugia.

Ma non solo,: il travolgente silenzio della comunità internazionale mostra che la disumanizzazione dei bambini palestinesi si estende ben oltre l’apartheid di Stato di Israele.

All’indomani dell’ultimo attacco il presidente Biden ha elogiato Israele per aver “difeso il suo popolo” e i suoi sistemi militari per “aver salvato innumerevoli vite”.

Nel frattempo, questa settimana, i politici conservatori britannici in competizione per diventare il prossimo Primo Ministro, Rishi Sunak e Liz Truss, sembrano entrambi favorevoli al trasferimento dell’ambasciata a Gerusalemme.

Da parte dell’Occidente continua ad essere all’ordine del giorno l’istigazione in luogo delle sanzioni, senza che nulla venga proposto per scoraggiare, ogniqualvolta si verifichino, ulteriori brutali bombardamenti da parte di Israele. Le armi continuano ad affluire e la protezione diplomatica continua a fare scudo contro la giustizia.

Eppure i minori palestinesi, che saranno gli artefici di un futuro veramente stabile, dimostrano continuamente di desiderare ardentemente una vita migliore, libertà, e di niente di meno che una totale liberazione.

Con tassi di alfabetizzazione tra i più elevati a livello mondiale, formazione di compagnie di danza, società di parkour e produzione di artisti di talento come l’astro nascente rapper tredicenne MC Abdel, i minori palestinesi a Gaza stanno offrendo insegnamenti di vita al resto del mondo mentre camminano tra le macerie:

Mi piace sempre sottolineare quel lato positivo di noi che viviamo in una prigione a cielo aperto. Stiamo facendo del nostro meglio qui. Come ho detto, non abbiamo molte opportunità, ma dall’altra parte stiamo cercando di tirar fuori quelle opportunità da tutte le macerie tra cui viviamo da più di 15 anni”, dice Hind a Palestine Deep Dive.

Anche il dottor Yasser Abu Jamei illustra in maniera limpida su Palestine Deep Dive questa verità, raccontando come ha visto i bambini di Gaza indossare con orgoglio gli abiti dell’Eid [Eid Al Fitr, letteralmente “festa della rottura del digiuno”, che segna la fine del Ramadan, ndt.] che non erano stati in grado di indossare nel maggio 2021 a causa degli attacchi di Israele:

Era un abbinamento paradossale. Guidi la tua macchina o cammini per strada, vedi da un lato le macerie, le rovine e le case distrutte, e dall’altro bambini molto ben vestiti che, in mezzo alle macerie, cercano di andare a scuola e ottenere la licenza media ”.

Naturalmente, l’emergenza riguardo alla salute mentale a Gaza e le continue ingiustizie del brutale apartheid e della colonizzazione di Israele non si limitano ai minorenni, ma colpiscono i palestinesi di tutte le età.

Tuttavia ultimamente ciò che è diventato del tutto chiaro è che ogni bomba sganciata da Israele e ogni giorno che l’assedio di Gaza da parte di Israele continua, costituisceono un’ingiustizia intollerabile contro coloro che sono universalmente considerati i più innocenti: i minorenni.

Sotto l’assedio di Israele Gaza continua ad essere una prigione di un milione di minorenni e attendiamo da troppo tempo che i governi di tutto l’Occidente riconoscano finalmente questa verità per porre fine all’impunità di Israele, e che le istituzioni internazionali, comprese le Nazioni Unite, agiscano senza esitazione contro questa situazione.

Omar Aziz è Direttore Associato di Palestine Deep Dive. Ha scritto questo articolo per The Palestine Chronicle.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Diritto al ritorno: la Nakba torna nell’agenda palestinese

Ramzy Baroud

23 maggio 2022 – Middle East Monitor

La Nakba è tornata all’ordine del giorno nei programmi palestinesi.

Per circa trent’anni ai palestinesi è stato detto che la Nakba – o Catastrofe – apparteneva al passato. La vera pace richiede compromessi e sacrifici: perciò il peccato originale che ha portato alla distruzione della loro patria storica doveva essere integralmente rimosso da qualunque discorso politico ‘pragmatico’. Erano esortati ad andare avanti.

Le conseguenze di questo cambiamento nella narrazione sono state molto gravi. Disconoscere la Nakba, l’evento più importante che ha plasmato la moderna storia della Palestina, ha comportato più della divisione politica tra i cosiddetti radicali e i presunti pragmatici amanti della pace, come Mahmoud Abbas e la sua Autorità Nazionale Palestinese. Ha anche portato alla divisione delle comunità palestinesi in Palestina e in tutto il mondo relativamente alle impostazioni politiche, ideologiche e di classe.

Dopo la firma degli Accordi di Oslo nel 1993 divenne chiaro che la lotta dei palestinesi per la libertà si stava totalmente ridefinendo e ridelineando. Non si trattava più di una lotta palestinese contro il sionismo e il colonialismo di insediamento israeliano risalente all’inizio del XX secolo, ma di un ‘conflitto’ tra due parti uguali, con uguali legittime rivendicazioni territoriali, che può essere risolta solo attraverso ‘dolorose concessioni’.

La prima di tali concessioni fu l’esclusione della questione centrale del Diritto al Ritorno per i rifugiati palestinesi espulsi dai loro villaggi e città nel 1947-48. Quella Nakba palestinese spianò la strada all’ ‘indipendenza’ di Israele, che venne dichiarata sulle macerie e il fumo di circa 500 villaggi e città palestinesi distrutti e bruciati.

All’inizio del ‘processo di pace’ ad Israele fu chiesto di onorare il diritto al ritorno dei palestinesi, anche se simbolicamente. Israele rifiutò. I palestinesi furono quindi spinti a rimandare quella questione fondamentale a ‘negoziati sullo status finale’, che non si tennero mai. Ciò significò che milioni di rifugiati palestinesi – molti dei quali vivono tuttora in campi profughi di Libano, Siria e Giordania, come anche nei territori palestinesi occupati – furono totalmente esclusi dal dibattito politico.

Non fosse stato per le costanti attività sociali e culturali degli stessi rifugiati, che insistevano sui loro diritti e insegnavano ai loro figli a fare lo stesso, termini quali Nakba e Diritto al Ritorno sarebbero stati del tutto cancellati dal lessico politico palestinese.

Mentre alcuni palestinesi rifiutarono la marginalizzazione dei rifugiati, sostenendo che il problema fosse politico e non meramente umanitario, altri furono disponibili a procedere come se questo diritto fosse irrilevante. Diversi dirigenti palestinesi legati al ‘processo di pace’ ora defunto affermarono esplicitamente che il Diritto al Ritorno non era più una priorità palestinese. Ma nessuno neppure si avvicinò al modo in cui lo stesso presidente dell’ANP Abbas configurò la posizione palestinese in un’intervista del 2012 al Canale 2 israeliano.

La Palestina oggi per me è quella dei confini del 1967, con Gerusalemme est come sua capitale. Così è ora e per sempre…Questa è per me la Palestina. Io sono un rifugiato, ma vivo a Ramallah”, disse.

Abbas aveva completamente torto, ovviamente. Che lui volesse esercitare il proprio diritto al ritorno o no, quel diritto, in base alla Risoluzione 194 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, è semplicemente “inalienabile”, il che significa che né Israele, né gli stessi palestinesi possono negarlo o rinunciarvi.

Tralasciando la mancanza di integrità intellettuale nel separare la tragica realtà del presente dalla principale causa che ne sta alla radice, Abbas mancò anche di intelligenza politica. Con il suo ‘processo di pace’ in difficoltà e in assenza di qualunque concreta soluzione politica, semplicemente decise di abbandonare milioni di rifugiati negando loro la speranza di vedersi restituire le proprie case, la propria terra o la propria dignità.

Da allora Israele, insieme agli Stati Uniti, ha combattuto i palestinesi su due diversi fronti: primo, negando loro ogni prospettiva politica e, secondo, tentando di annullare i loro diritti storicamente sanciti, soprattutto il Diritto al Ritorno. La guerra di Washington contro l’agenzia dell’ONU per i rifugiati palestinesi, UNRWA, rientra nella seconda categoria in quanto lo scopo era, e resta, proprio la distruzione delle infrastrutture giuridiche e umanitarie che consentono ai rifugiati palestinesi di considerarsi un insieme di persone che anelano al rimpatrio, alla riparazione e alla giustizia.

Eppure tutti questi tentativi continuano a fallire. Molto più importante delle personali concessioni di Abbas ad Israele, del bilancio dell’UNRWA in costante calo o dell’insuccesso della comunità internazionale nel ripristinare i diritti dei palestinesi, è il fatto che il popolo palestinese ancora una volta si stia riunificando in occasione dell’anniversario della Nakba, ribadendo così il Diritto al Ritorno per i sette milioni di rifugiati in Palestina e nella diaspora (shattat).

Per ironia della sorte, è stato Israele a riunificare inconsapevolmente i palestinesi intorno alla Nakba. Rifiutando di concedere neanche un metro di Palestina, per non parlare di concedere ai palestinesi di rivendicare alcuna vittoria, un proprio Stato – demilitarizzato o no – o di permettere ad un singolo rifugiato di tornare a casa, ha costretto i palestinesi ad abbandonare Oslo e le sue tante illusioni. L’argomentazione un tempo usuale che il Diritto al Ritorno fosse semplicemente ‘inapplicabile’ non conta più, né per la gente comune di Palestina, né per i suoi intellettuali o le sue elite politiche.

Secondo la logica politica, se qualcosa è impossibile, deve esserci un’alternativa praticabile. Tuttavia, mentre la realtà palestinese va peggiorando sotto il sempre più pesante sistema di colonialismo di insediamento e di apartheid israeliano, ora i palestinesi comprendono di non avere una possibile alternativa se non la loro unità e resistenza e il ritorno ai principi fondamentali della loro lotta. L’Intifada dell’Unità dello scorso maggio è stata l’apice di questa nuova consapevolezza. Inoltre le manifestazioni di commemorazione dell’anniversario della Nakba e gli eventi in tutta la Palestina e nel mondo il 15 maggio hanno ulteriormente contribuito a definire la nuova narrazione secondo cui la Nakba non è più un fatto simbolico e il Diritto al Ritorno è la richiesta collettiva e fondamentale della maggioranza dei palestinesi.

Oggi Israele è uno Stato di apartheid nel vero senso del termine. L’apartheid israeliano, come ogni simile sistema di separazione razziale, mira a proteggere i frutti di quasi 74 anni di folle colonialismo, furto di terra e dominio militare. I palestinesi, ad Haifa, Gaza o Gerusalemme, ora lo comprendono appieno e stanno tornando a lottare sempre più come un’unica nazione.

E poiché la Nakba e la successiva pulizia etnica dei rifugiati palestinesi sono il denominatore comune di tutte le sofferenze dei palestinesi, il termine e le sue fondamenta tornano ad essere al centro di ogni significativa discussione sulla Palestina, come avrebbe sempre dovuto essere.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Nega di essere palestinese o muori

Salman Abu Sitta 

17 marzo 2022 – Middle East Monitor

Nega di essere palestinese o muori.” Questo è il messaggio proposto ai rifugiati palestinesi dall’UNRWA [United Nations Relief and Works Agency, ossia Agenzia dell’ONU per il Soccorso e il Lavoro per i rifugiati palestinesi, ndtr.]. È un messaggio incredibilmente scioccante, contrario al diritto internazionale e al mandato stesso dell’UNRWA. L’UNRWA ha ceduto al ricatto americano per conto di Israele: tagliare i fondi a meno che la Palestina scompaia dai libri e dalla memoria.

Questa è la scoperta a cui siamo arrivati dopo il primo incontro con le scuole UNRWA e, tra tutti i posti, proprio in quelle a Gaza.

A settembre dell’anno scorso la Palestine Land Society [Società Palestinese della Terra] aveva lanciato un concorso fra studenti delle scuole superiori a Gaza con il titolo “Questo è il mio villaggio.” Gli studenti dovevano scrivere un tema sulle loro origini in Palestina, fare una ricerca sulle proprie radici chiedendo a genitori e nonni dei loro villaggi di origine e di come fossero diventati rifugiati durante la Nakba (Catastrofe), come fossero arrivati nei campi dell’UNRWA e di cosa sia il loro Diritto al Ritorno. Gli studenti dovevano ottenere testimonianze autentiche dalle proprie famiglie e dai vicini, condurre la propria ricerca su altre fonti e aggiungere, se possibile, foto, mappe o ricordi familiari.

Le scuole pubbliche di Gaza hanno accolto l’idea e informato gli studenti. Le scuole dell’UNRWA, per ordine del personale straniero, hanno proibito la distribuzione dei volantini di invito dell’UNRWA.

Sfidando la proibizione, abbiamo chiesto ai volontari di distribuire i volantini agli studenti ai cancelli delle scuole. La risposta è stata straordinaria. Hanno presentato domanda 1800 studenti. Prevedibilmente la maggioranza assoluta proveniva da scuole dell’UNRWA.

Quattro dei cinque finalisti erano rifugiati e provenivano da queste scuole. Alla cerimonia di premiazione i rappresentanti dell’UNRWA non si sono presentati. Assolutamente vergognoso!

In tutte le scuole abbiamo distribuito mappe della Palestina che mostrano i villaggi svuotati dei loro abitanti e quelli esistenti nel 1948. Di nuovo le scuole dell’UNRWA le hanno rifiutate per ordini superiori.

Com’è possibile che l’UNRWA volti le spalle al proprio mandato e violi il diritto internazionale?

La risposta, timida, ma poco convincente, è stata che i donatori americani, su istruzione di Israele, avevano seguito pedestremente la compiacente Unione Europea e proibito riferimenti alla storia e alla geografia palestinesi, a città e villaggi palestinesi, alla Nakba e alla pulizia etnica per evitare il taglio dei fondi ai servizi dell’UNRWA.

Un ricatto odioso: nega di essere palestinese e o morirai di fame o i tuoi figli senza le scuole vagheranno per le strade. Far tacere la Palestina, negare i crimini di guerra della Nakba, rinnegare la propria patria, la Palestina, questo è il prezzo che si deve pagare per un po’ di cibo e la privazione di un’identità, destinati a essere per sempre dei rifugiati. Neanche George Orwell avrebbe potuto immaginare un tale scenario, né Shakespeare nel suo Mercante di Venezia.

Ciò è avvenuto in nome della “Neutralità”, in un documento intitolato Framework for Cooperation between the US and UNRWA 2021-2022 (Cooperation Framework), [Quadro di Cooperazione fra gli USA e l’UNRWA 2021-2022] che equipara vittima e carnefice.

Si sa che questo documento nella sua interezza, inclusi gli allegati, definisce gli impegni fra UNRWA e gli Stati Uniti per il 2021 e il 2022 riguardo agli interventi.

Questo Quadro non costituisce un accordo internazionale e non stabilisce alcun obbligo fra le parti giuridicamente vincolante né in base al diritto internazionale né alle leggi nazionali. L’UNRWA non ha alcuna autorità per firmarlo.

Abbiamo scritto a Philippe Lazzarine, Commissario Generale dell’UNRWA, facendoglielo notare e sottolineando come, nelle scuole dell’UNRWA si impedisca agli studenti di sapere dove siano Majdal, Faluja [due villaggi palestinesi spopolati nel 1947-49 che ora si trovano in territorio israeliano, ndtr.], Isdud [l’attuale città israeliana di Ashdod, ndtr.], di cosa sia la Nakba, della cacciata del proprio popolo e della distruzione di 500 villaggi.

Questa è davvero una guerra senza precedenti contro i rifugiati e contro i palestinesi come popolo. Contrasta con il mandato dell’UNRWA, che dovrebbe essere perseguito, come stabilito dalla Risoluzione 302 dell’Assemblea Generale fermo restando il paragrafo 11 della Risoluzione 194.

Va parimenti contro l’Articolo 29(1) della Convenzione dei Diritti del Fanciullo. Cancellare la storia e geografia dei minori, negando o limitando le loro opportunità e diritti di conoscere i propri villaggi di origine, come siano diventati rifugiati, il loro diritto al ritorno e il motivo per cui è loro negato, viola tutti e cinque i commi dell’Articolo 29(1) della Convenzione.

Inoltre contravviene alle disposizioni contro le discriminazioni della Convenzione per l’Eliminazione di tutte le forme di Discriminazione Razziale – CERD (articoli 5(e)(v)) e, in base alla Convenzione per la Soppressione e la Punizione del Crimine di Apartheid (articolo 2(c)), è uno degli indicatori dell’apartheid. Fin dagli anni ’80 l’applicabilità ai palestinesi di entrambe le convenzioni è stata ampiamente analizzata dalla commissione ONU della Dichiarazione dei diritti umani (a cominciare dalla CERD) e più recentemente dal rapporto dell’ESCWA [Commissione Economica e Sociale delle Nazioni Unite per l’Asia occidentale] e dai rapporti di ONG locali e internazionali come Amnesty International, Human Rights Watch e B’tselem.

Lo Statuto di Roma del 1998, la base giuridica della Corte Penale Internazionale, definisce come criminali di guerra anche i complici dei criminali di guerra. Mettere a tacere i crimini di guerra rientra fra queste violazioni. Perciò stendere un velo di silenzio sulla storia e sulla geografia palestinesi è un crimine di guerra.

Abbiamo anche scritto a Moritz Bilagher, direttore ad interim dell’’UNRWA – dipartimento Istruzione, e ad altri funzionari. Ci è stato suggerito di intitolare la mappa della Palestina da distribuire “Palestina storica.” Qui stiamo spaccando il capello in quattro. Etichettare la mappa con la dicitura “Palestina storica” annulla la distinzione fra Palestina come luogo geografico e Palestina come Stato.

La Palestina è la patria dei palestinesi da almeno 2.000 anni. Il suo popolo è conosciuto in tutto il mondo come “palestinesi”, anche nei documenti dell’UNRWA.

La Palestina come Stato è una questione politica, non sta all’UNRWA prendere una decisione in materia. Né la Palestina né Israele come Stati hanno dei confini generalmente riconosciuti, o sono riconosciuti universalmente dagli Stati membri dell’ONU.

I comitati popolari nei campi profughi hanno protestato contro questa azione con modalità che senza dubbio con il tempo si amplieranno. Un gruppo di avvocati di diritto internazionale sta mettendo a punto una memoria ufficiale sul tema che potrebbe portare a una petizione presso il Consiglio per i Diritti Umani.

Noi invitiamo tutti coloro che sono interessati a protestare contro il ricatto USA e l’asservimento dell’UNRWA.

Mandate le vostre proteste a:

UNRWA Commissioner General Philippe LazzarineLazzarini@unrwa.org

UNRWA Acting/ Head, Education Dpt, Moritz BilagherM.bilagher@unrwa.org

UNRWA Head of External Relations, Tamara AlrifaiT.alrifai@unrwa.org

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)