Funzionari dell’amministrazione Biden che si sono dimessi a causa di Gaza affermano che gli USA hanno distrutto il diritto internazionale e hanno messo in pericolo gli americani

Philip Weiss

23 luglio 2024 – Mondoweiss

L’amministrazione Biden sopprime l’ampio dissenso al suo interno riguardo alla sua politica su Gaza, imponendo una “cultura del silenzio”, affermano alcuni di coloro che si sono dimessi.

Joe Biden ha ottenuto un’infinità di consensi dai democratici per il suo record di successi realizzati durante un solo mandato.

Ma il record di Biden sarà per sempre offuscato dal suo appoggio all’aggressione israeliana a Gaza che attraverso l’utilizzo di munizioni americane ha distrutto città e ucciso decine di migliaia di civili.

Con un notevole gesto di resistenza, 12 funzionari dell’amministrazione Biden hanno pubblicamente rassegnato le dimissioni piuttosto di portare avanti la sua politica. Il 4 luglio hanno pubblicato una lettera di “dissenso dal servizio” che definiva la politica USA “moralmente riprovevole” e “un fallimento”.

La lettera – che ha ottenuto scarsa attenzione dai media – affermava che le scelte di Biden “mettono a rischio gli interessi USA in tutta la regione.” Si riferiva agli interessi politici e economici ed anche al danno per la “credibilità” degli USA.

La scorsa settimana nove dei firmatari sono intervenuti in un webinar del gruppo di esperti DAWN sul Medio Oriente. Riassumerò i punti principali.

Alexander Smith, un ex funzionario di USAID (Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale) che si è dimesso a maggio, ha detto che, difendendo il comportamento israeliano, gli USA hanno distrutto “il sistema della legislazione sui diritti umani” creato dopo la seconda guerra mondiale.

E’ sconvolgente e davvero desolante vedere gli USA prendere ora la decisione di distruggere sostanzialmente il sistema internazionale dei diritti umani che è stato costruito dopo la seconda guerra mondiale”, ha detto.

Gli USA non sono mai stati parte attiva del diritto internazionale, ha detto Smith. “Ma non abbiamo cercato attivamente di distruggere quel sistema e di ostacolarlo. Non abbiamo cercato di affermare in modo formale che queste persone sono persone e queste altre non sono persone, fino ad ora.”

Smith ha detto che la condotta degli USA è agli antipodi delle loro azioni in Ucraina. USAID ha dei video molto eclatanti relativi al suo lavoro di aiuto agli ucraini. Quando i russi hanno bombardato un ospedale gli USA hanno espresso sdegno. Ma Israele ha bombardato 36 ospedali a Gaza col pieno sostegno degli USA.

Stacy Gilbert, una funzionaria di lungo corso del Dipartimento di Stato, ha dato le dimissioni dopo che l’amministrazione a maggio ha pubblicato un rapporto del Dipartimento di Stato/Dipartimento della Difesa (un NSM-20) che affermava che Israele non stava bloccando gli aiuti umanitari, anche se Gaza stava affrontando la carestia.

Pensavo che questa amministrazione non avrebbe falsificato i fatti”, ha detto Gilbert. “Vedere scritto in una relazione congiunta al Congresso un fatto così ovviamente dimostrabile come falso mi ha sconvolta. Quando il rapporto è uscito il 10 maggio è stato il momento in cui ho comunicato che mi sarei dimessa.”

Gilbert ha detto che lei “era in una posizione unica avendo elaborato quel rapporto per poter dire ‘Non è vero, tutti sanno che non è vero,’”

Così tanti funzionari di Biden sono contrari alla politica su Gaza che ora vi è una “cultura del silenzio” all’interno dell’amministrazione, ha detto Maryam Hassanein, un’ex collaboratrice del Dipartimento degli Interni che si è dimessa all’inizio di questo mese:

Una delle questioni principali è la cultura pervasiva del silenzio nel momento di una grave crisi – specificamente, il genocidio che sta avvenendo. Almeno all’interno del mio ente, ci si aspettava che la crisi, indotta dalle azioni israeliane e dal finanziamento e dal consenso USA, non dovesse essere materia di esplicita discussione.”

Lily Greenberg Call, un’ex funzionaria degli Interni, ha ribadito questo aspetto. “C’era una vasta cultura del silenzio e una paura di menzionare queste cose perché non erano, cito, ‘rilevanti per il nostro lavoro’”, ha detto.

Hassanein ha detto che lo scorso anno l’amministrazione ha tenuto “sessioni di ascolto” per dar voce alle preoccupazioni del personale, ma esse hanno dato a molte persone l’impressione di essere ignorate.

Hassanein ha aggiunto che vi è “una significativa quota di dissenso nell’amministrazione”. Molte persone hanno silenziosamente lasciato l’amministrazione. Altre stanno lavorando all’interno per organizzare interruzioni del lavoro e azioni di protesta.

Smith ha detto di essersi dimesso la scorsa primavera dopo che il suo previsto intervento sugli effetti della carestia sulla salute di mamme e bambini a Gaza è stato improvvisamente cancellato. Non si trattava di un discorso politico, ma di un intervento che constatava “i fatti” relativi agli effetti sulle donne incinte e sui bambini di “quando si affama una popolazione”.

Quell’intervento è stato improvvisamente cancellato dalla programmazione della conferenza…proprio all’ultimo momento”, ha detto Smith. “E’ stato davvero desolante” assistere a questo mentre l’amministrazione Biden si esprime apertamente sulle condizioni in Ucraina. “Per me i diritti umani sono universali”.

Il Dipartimento di Stato sta vanificando gli sforzi per avvertire i funzionari americani che potrebbero essere perseguiti per il loro ruolo in un genocidio, ha detto Josh Paul, un ex alto funzionario di Stato.

Paul ha detto che quando gli USA hanno fornito armi per l’attacco saudita allo Yemen “è stata inviata alle alte sfere una nota legale e non è stata approvata”, che avvertiva della responsabilità giuridica delle singole persone in conseguenza alla loro complicità in quegli attacchi. Ciò è accaduto solo perché “un avvocato molto coraggioso” ha redatto la nota.

Quella persona non lavora più per il Dipartimento di Stato in parte per quel motivo”, ha detto Paul. Nel caso della guerra di Gaza nessun individuo di quel tipo sta scrivendo simili avvertimenti.

A nessuno è consentito neppure di discutere i danni per l’interesse nazionale USA, dice Annelle Sheline, ex funzionaria del Dipartimento di Stato.

Non so se c’è un modo per noi di riguadagnare credibilità come difensori dello stato di diritto e dei diritti umani”, dice Sheline.

C’è urgente necessità di discutere un cambio di politica, ma il governo non lo permetterà, dice. “Per anni ogni seria discussione su un ripensamento della politica USA è stata attivamente negata o sottoposta ad autocensura, sia all’interno che all’esterno del governo. E’ qualcosa che ho osservato al (Dipartimento di) Stato prima del 7 ottobre.”

L’amministrazione Biden non solo avalla attivamente il genocidio, ma sta procurando un danno irreparabile alla sicurezza nazionale”, dice Sheline.

Per esempio, “il perseguimento della competizione tra grandi potenze era davvero un obbiettivo strategico” per la Casa Bianca – per superare Cina e Russia a livello mondiale. Ma quell’obbiettivo è stato messo da parte quando si è trattato di sostenere Israele.

Gli esperti hanno elencato molte leggi USA che l’amministrazione Biden sta infrangendo.

Tariq Habash ha detto di aver dovuto lasciare il Dipartimento dell’Educazione a causa della “quasi quotidiana disumanizzazione delle vite dei palestinesi e nel vedere le nostre armi fornite incondizionatamente provocare la morte e la distruzione di così tante persone e infrastrutture civili.”

Quella è stata la linea rossa di Habash perché lui è palestinese, ma ha detto di avere punti di intesa con altri impiegati federali. Vedono che la politica USA ha “minato lo status dell’America in tutto il mondo e….in realtà ha reso meno sicuri gli americani qui a casa loro.”

Harrison Mann, un ex funzionario dell’intelligence della Difesa, ha ribadito il concetto che la politica di Biden reca danno agli americani.

Abbiamo rivoltato l’opinione mondiale, e specialmente quella regionale, contro gli Stati Uniti in un modo tale che non avevamo visto forse dall’invasione dell’Iraq. Questo alimenta l’odio che indubbiamente provocherà il terrorismo in futuro. Penso sia solo questione di tempo perché raccogliamo ciò che abbiamo seminato laggiù.”

Il mondo sa che Israele non potrebbe sostenere l’intensità e la portata del suo attacco senza “l’inesauribile flusso” di armi dagli Stati Uniti, e la guerra ha fatto stare tutti peggio. Mann ha detto:

Israele ha fatto di sé stesso un paria mondiale ed ha trascinato con sé gli USA. Penso che gli Stati Uniti abbiano definitivamente perso la capacità di usare un ragionamento basato sui valori per mobilitare gli alleati mondiali.

Philip Weiss

Philip Weiss è caporedattore di Mondoweiss.net ed ha creato il sito nel 2005-2006.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




La guerra di Israele agli aiuti europei per i palestinesi.  

Asa Winstanley

 

18 dicembre 2020 – Middle East Monitor

 

Chiunque visiti la Cisgiordania, come ho fatto io in diverse occasioni, avrà notato qualcosa di piuttosto comune, specie nelle comunità rurali: insegne, cartelloni, targhe che pubblicizzano l’Unione Europea e altri donatori nei confronti delle comunità palestinesi.

L’esempio più insidioso di questo fenomeno neocoloniale è l’Agenzia USA per lo Sviluppo Internazionale (USAID) che, essendo in realtà controllata dal Dipartimento di Stato, è una ramificazione del “soft power” dell’impero americano.

USAID promuove in ogni parte del mondo dei cambi di regime e gli “interessi nazionali” americani – un eufemismo che sta in realtà per gli interessi delle maggiori corporazioni statunitensi – sotto la parvenza di aiuti umanitari. Una volta fotografai un manifesto USAID a Ramallah che era stato deturpato dalla scritta in inglese: “Non vogliamo il vostro aiuto”. Questo legittimo scetticismo palestinese nei confronti degli “aiuti” occidentali è motivato da un semplice fatto fondamentale: la causa palestinese non è assolutamente una mera questione umanitaria: è una questione politica.

Gli aiuti di USA e Europa ai palestinesi hanno un vizio di fondo, ritengo intenzionalmente, in quanto si pongono come se i palestinesi fossero stati sradicati da un uragano, dalla siccità o da altra calamità naturale. Sappiamo bene invece che i profughi palestinesi furono cacciati dalle proprie terre in seguito alla pulizia etnica perpetrata dal braccio armato di un movimento politico razzista, il sionismo. Prima e dopo la fondazione di Israele nel 1948, circa 800.000 palestinesi furono cacciati dalle proprie case sotto la minaccia delle armi. Questo non fu una calamità naturale; fu una decisione deliberata presa a freddo dai sionisti.

In quel contesto molti palestinesi vennero uccisi, e le loro case e villaggi furono cancellati dalle carte geografiche dal nascente Stato di Israele. Da allora Israele ha impedito sistematicamente a loro e ai loro discendenti di tornare nelle loro terre – che è loro diritto legittimo – semplicemente perché non sono ebrei. 

Gli aiuti destinati dall’Europa ai palestinesi sembrano più tesi a placare la coscienza dei progressisti europei che ad aiutare davvero i palestinesi nel lungo termine. La UE ostenta quanto “aiuti” e finanzi progetti palestinesi nella Cisgiordania occupata, ma questi progetti ignorano sia il fondamentale problema dell’occupazione israeliana sia la politica coloniale israeliana che costringe costantemente gli abitanti originari fuori dalle loro terre.

Di fatto, sia le scuole palestinesi sia altri progetti finanziati con gli aiuti della UE vengono abitualmente demoliti, danneggiati o rubati da Israele, che provvede quindi a sostituirli con insediamenti illegali. Questa settimana il mio collega David Cronin, che lavora a The Electronic Intifada, appellandosi alla libertà di informazione, è riuscito a quantificare la portata di questa distruzione degli aiuti della UE, rivelando che i danni e i furti perpetrati da Israele solo negli ultimi cinque anni ammontano complessivamente a più di 2 milioni di dollari. Dio solo ne conosce la cifra totale.

Cronin sostiene inoltre che quasi 20 anni fa i ministri degli Esteri della UE dichiararono pubblicamente che “si riservavano il diritto di richiedere il risarcimento” ad Israele per tali demolizioni “nelle sedi appropriate”. Tuttavia quella debole contestazione non si è tradotta in nulla di fatto.

Eppure, nonostante tali distruzioni vadano avanti da decenni, la UE continua a finanziare progetti in Cisgiordania, sapendo bene che probabilmente essi verranno prima o poi distrutti dall’esercito israeliano. E nel frattempo la UE non fa nulla per affrontare la causa che è alla radice di questa devastazione, vale a dire l’occupazione israeliana.

A dire il vero, la UE fa esattamente il contrario. L’Europa continua a premiare Israele con generose donazioni, sovvenzioni e investimenti scientifici e militari, per non parlare del sostegno politico e diplomatico. Tutto ciò mentre Israele, a tutti gli effetti, porta avanti una guerra contro i progetti UE che dovrebbero in teoria aiutare le comunità palestinesi.

 La nuova ambasciatrice israeliana in Gran Bretagna, l’oltranzista di destra Tzipi Hotovely, invoca abitualmente la distruzione delle comunità palestinesi per far largo alle colonie e ad altre infrastrutture funzionali alla occupazione israeliana in Cisgiordania. Inoltre, come altri politici israeliani, attacca e demonizza frequentemente sia la UE sia associazioni per i diritti umani guidate da dissidenti israeliani, questi ultimi perché, sostiene lei, sono il prodotto di un efferato complotto finanziato con fondi europei. L’anno scorso, in un video particolarmente scioccante, Hotovely è arrivata addirittura ad usare termini esplicitamente antisemiti per attaccare uno di questi gruppi ebraici israeliani per i diritti umani.  

 Ma badate bene, la UE non è la vittima innocente di questa guerra che Israele conduce contro gli aiuti finanziati dall’Europa. I politici e i burocrati europei sono anzi parte della farsa.

La priorità deve essere la fine dell’occupazione e del sistema di apartheid imposto ai palestinesi. Il minimo che Bruxelles può e deve fare è smettere immediatamente di sostenere Israele.

 Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale del Middle East Monitor.

(traduzione dall’inglese di Stefania Fusero)