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Coloni aggrediscono alcuni villaggi palestinesi dopo un’uccisione in Cisgiordania

Redazione di Al Jazeera

17 dicembre 2021 – Al Jazeera

Il giorno dopo che palestinesi armati hanno ucciso un israeliano nella Cisgiordania occupata sono avvenuti attacchi da parte di coloni.

Fonti ufficiali palestinesi hanno affermato che coloni ebrei hanno fatto irruzione in alcuni villaggi della Cisgiordania occupata danneggiando case e automobili e picchiando almeno due persone.

Gli attacchi di venerdì sono avvenuti il giorno dopo che palestinesi armati hanno ucciso un israeliano in un’imboscata nei territori.

La morte del colono Yehuda Dimentman, ucciso quando giovedì uomini armati hanno aperto il fuoco contro la sua auto nei pressi di un avamposto illegale nella Cisgiordania occupata, minaccia di infiammare ulteriormente la violenza tra gli abitanti palestinesi e i coloni israeliani.

Giovedì gli altri due passeggeri dell’auto di Dimentman sono rimasti lievemente feriti.

Ghassan Daghlas, funzionario dell’Autorità Nazionale Palestinese che controlla le attività di colonizzazione, ha affermato che venerdì mattina gruppi di coloni sono entrati in alcuni villaggi nei pressi della città settentrionale di Nablus danneggiando macchine e case. Due palestinesi feriti sono stati portati in ospedale.

Secondo Daghlas, alcuni coloni si sono introdotti in una casa nel villaggio palestinese di Qaryout e hanno cercato di rapire un abitante, Wael Miqbel.

Foto diffuse sulle reti sociali mostrano Miqbel con lividi ed ematomi sul volto, mentre altri video e fotografie pubblicati in rete mostrano scontri tra coloni armati e abitanti palestinesi.

Parlando all’agenzia di notizie [turca] Anadolu, Jihad Salah, capo del villaggio di Burqa, nel nord-ovest della provincia di Nablus, ha affermato che i coloni hanno attaccato il villaggio con armi da fuoco.

Ha aggiunto che hanno dato fuoco a baracche del villaggio e lanciato pietre contro parecchie case palestinesi. L’agenzia di notizie palestinese Wafa ha informato che i coloni hanno attaccato la città di Sebastia, a nord di Nablus, e vandalizzato un certo numero di veicoli di proprietà di palestinesi e l’officina meccanica.

I dirigenti israeliani si sono impegnati a trovare gli aggressori responsabili della sparatoria di giovedì e l’esercito ha schierato truppe aggiuntive nella zona.

Secondo la Wafa almeno tre uomini di Burqa sono stati arrestati in incursioni notturne.

Venerdì l’esercito ha affermato che era in corso una caccia all’uomo per trovare i palestinesi armati, ma non ha dato ulteriori dettagli.

L’auto di Dimentman è stata colpita dopo che aveva lasciato un seminario ebraico nell’avamposto illegale di Homesh, una ex-colonia evacuata come parte del ritiro israeliano dalla Striscia di Gaza nel 2005. Gli ultimi attacchi sono giunti nel contesto di un’impennata di violenze tra israeliani e palestinesi in tutta la Cisgiordania e a Gerusalemme est occupate.

All’inizio del mese un ebreo ultra-ortodosso è stato gravemente ferito dopo essere stato accoltellato da un aggressore palestinese fuori dalle mura della Città Vecchia a Gerusalemme.

Una settimana prima un membro di Hamas ha aperto il fuoco nella Città Vecchia, uccidendo un israeliano. Entrambi gli aggressori sono stati uccisi dalle forze israeliane.

Questa settimana durante un’incursione nella zona di Ras al-Ain a Nablus, nella Cisgiordania occupata, truppe israeliane hanno colpito a morte un altro palestinese.

All’inizio di questo mese soldati israeliani hanno ucciso un palestinese anche nel villaggio di Beita, nella Cisgiordania occupata, durante una protesta contro le colonie illegali. Forze israeliane hanno ucciso un minorenne palestinese dopo un presunto tentativo di investimento presso un posto di controllo militare nella parte settentrionale della Cisgiordania occupata.

Israele ha conquistato Gerusalemme est e la Cisgiordania durante la guerra del 1967 in Medio Oriente. I territori sono ora abitati da più di 700.000 coloni ebrei che vivono in 164 colonie e 116 avamposti, che i palestinesi rivendicano come parte del loro futuro Stato indipendente.

In base alle leggi internazionali, tutte le colonie ebraiche nei territori occupati sono considerate illegali. I palestinesi, insieme a quasi tutta la comunità internazionale, ritengono che le colonie siano un gravissimo ostacolo alla pace.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Israele uccide due persone in Cisgiordania

Maureen Clare Murphy

14 dicembre 2021 – THE ELECTRONIC INTIFADA

Nei giorni scorsi Israele ha ucciso due palestinesi nella Cisgiordania occupata settentrionale.

Jamil Kayyal è stato ucciso domenica notte a Nablus, mentre venerdì Jamil Abu Ayyash è stato colpito alla testa da uno sparo durante una protesta nel vicino villaggio di Beita.

La loro morte giunge quando Defense for Children International-Palestine [ONG internazionale per la difesa e sostegno dei diritti dei minori, ndtr.] ha dichiarato che questo è stato l’anno più letale per i ragazzi e le ragazze palestinesi dal 2014.

Jamil Kayyal, di 31 anni, è stato ucciso a colpi di arma da fuoco quando i palestinesi hanno tentato di respingere le forze di occupazione che domenica notte stavano effettuando a Nablus un’incursione a scopo di arresto.

Secondo i resoconti dei media Kayyal è stato ferito al petto, e successivamente dichiarato morto in ospedale dove è stato trasportato dai paramedici palestinesi.

Le autorità israeliane hanno affermato che le truppe gli avrebbero sparato contro dopo che Kayyal avrebbe lanciato un “ordigno esplosivo” – come esse sono solite denominare le bottiglie molotov – contro i soldati responsabili dell’assalto.

Nel corso degli ultimi anni diversi palestinesi sono stati uccisi con il pretesto di aver detenuto o lanciato bottiglie molotov, inclusa l’imboscata di ottobre del quattordicenne Amjad Abu Sultan vicino alla città di Betlemme in Cisgiordania.

Un articolo del quotidiano di Tel Aviv Haaretz suggerisce che la sparatoria mortale contro l’adolescente sia stata premeditata.

Uso eccessivo della forza

L’uso eccessivo della forza è una caratteristica importante dell’occupazione militare israeliana della Cisgiordania e della Striscia di Gaza.

Secondo il Palestinian Center for Human Rights l’uccisione del trentunenne Jamil Abu Ayyash a Beita, un villaggio vicino a Nablus, il 10 dicembre è stato un “ulteriore crimine legato ad un uso eccessivo della forza”.

Secondo l’organizzazione per i diritti umani i soldati hanno sparato ad Abu Ayyash colpendolo al capo anche se “non rappresentava alcuna minaccia imminente”, durante una delle frequenti proteste a Beita contro l’esproprio delle terre del villaggio.

A settembre un altro uomo, Muhammad Ali Khabisa, è stato ucciso dalle truppe israeliane con uno sparo alla testa nel corso delle proteste a Beita.

Gli abitanti di Beita protestano contro la costruzione di una colonia su una collina appartenente ai villaggi palestinesi.

Il nuovo avamposto, chiamato Evyatar, è stato fondato a maggio. Israele ha precedentemente evacuato Evyatar ma in seguito ad un accordo stipulato con i coloni ha permesso che gli edifici vi restassero.

Nel contesto delle proteste di Beita, dal momento del loro inizio a maggio, sono rimasti uccisi diversi palestinesi inclusi due amici, entrambi minorenni.

I due si aggiungono, secondo Defense for Children International-Palestine, ad altri 76 ragazzi e ragazze uccisi fino ad ora nel corso di quest’anno dalle forze di occupazione israeliane e da civili israeliani armati, rendendolo l’anno più letale per i minori dal 2014.

Quell’anno Israele condusse un’offensiva di 51 giorni nella Striscia di Gaza uccidendo più di 2.200 palestinesi, tra cui circa 550 bambini.

Nel 2021, secondo un monitoraggio delle vittime da parte di The Electronic Intifada, in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, e a Gaza, sono stati uccisi dalle forze di occupazione israeliane e da civili armati in totale circa 325 palestinesi.

Nello stesso periodo, nel contesto dell’occupazione, sono stati uccise dai palestinesi sedici persone tra israeliani e cittadini stranieri in Israele.

Secondo Defense for Children International-Palestine, nel maggio di quest’anno sessanta minorenni palestinesi sono stati uccisi in seguito agli attacchi israeliani a Gaza durante un’offensiva militare di 11 giorni.

Inoltre sette minori sono stati uccisi da razzi lanciati da gruppi palestinesi a Gaza, che sono caduti a breve distanza mancando i loro obiettivi situati in ​​Israele.

Secondo Defense for Children International-Palestine durante l’aggressione di maggio le forze israeliane hanno ucciso minori palestinesi usando proiettili sparati da carri armati, munizioni vere e missili lanciati da droni armati, aerei da guerra ed elicotteri Apache di origine statunitense.

Israele prende di mira le case

Molti minori sono stati uccisi insieme a più generazioni della loro famiglia nella sacralità delle loro abitazioni.

Dal 2008 Israele ha preso di mira indiscriminatamente le case palestinesi a Gaza come parte della sua strategia militare durante ripetute offensive contro l’enclave costiera assediata.

Secondo Al Mezan, un’organizzazione per i diritti umani con sede nel territorio, quasi la metà dei palestinesi uccisi a Gaza durante l’assalto del 2014 “sono stati presi come bersaglio all’interno delle loro case”.

Tra il 2008 e il 2019 “le forze israeliane hanno preso di mira nella Striscia di Gaza 46.599 case, di cui 11.291 distrutte e 35.308 parzialmente distrutte”, aggiunge l’associazione per i diritti umani.

Non solo questa pratica uccide intere famiglie all’interno delle loro case, ma il prendere come obiettivo le abitazioni “serve a ridurre gli standard abitativi” e contribuisce al deterioramento delle “condizioni sociali ed economiche e del tenore di vita delle famiglie nella Striscia di Gaza”, rileva Al Mezan.

La politica e la pratica sono “mirate a distruggere e impedire la vita familiare a Gaza” e costituiscono un atto disumano che configura il crimine di apartheid.

Le organizzazioni per i diritti umani, tra cui Al Mezan, chiedono alla Corte Penale Internazionale di mettere al centro l’apartheid nelle sue indagini sui crimini di guerra in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Rapporto OCHA del periodo 24 agosto – 6 settembre 2021

In Cisgiordania, le forze israeliane hanno sparato ed ucciso due palestinesi, uno era un ragazzo

[seguono dettagli]. Durante un’operazione notturna, condotta il 24 agosto nel Campo profughi di Balata (Nablus), forze israeliane hanno sparato uccidendo un ragazzo di 15 anni che, esse dicono, cercava di lanciare un oggetto contro i soldati. Fonti locali dicono che [il ragazzo] non fosse coinvolto nell’operazione, ma semplice spettatore. Il 2 settembre, vicino a un cancello della Barriera che conduce a Beit ‘Ur, nel villaggio di Tahta (Ramallah), un palestinese di 39 anni è stato ucciso mentre tornava dal lavoro in Israele. L’esercito israeliano ha affermato che i soldati hanno sparato a un individuo “sospetto” che aveva cercato di appiccare un incendio lungo l’autostrada, e che [l’esercito] ha aperto un’indagine sull’episodio. In Cisgiordania, dall’inizio dell’anno ad oggi, 57 palestinesi, tra cui 12 minori, sono stati uccisi dalle forze israeliane con armi da fuoco.

Nei pressi [ed all’interno] della recinzione perimetrale israeliana che circonda la Striscia di Gaza, le forze israeliane hanno sparato e ucciso un palestinese e ferito oltre 70 altri; altri due palestinesi sono morti, per ferite riportate in circostanze simili prima del periodo di riferimento [di questo Rapporto]. È morto anche un soldato israeliano che, il 21 agosto, era stato colpito da un cecchino palestinese. In più occasioni, a quanto riferito, i manifestanti palestinesi hanno fatto scoppiare esplosivi o fuochi d’artificio ed hanno lanciato pietre e altri oggetti verso la recinzione; le forze israeliane hanno sparato proiettili veri, proiettili ricoperti di gomma e lacrimogeni.

In Cisgiordania, complessivamente, le forze israeliane hanno ferito 288 palestinesi [seguono dettagli]. La stragrande maggioranza (273) dei feriti accertati è da collegare alle reiterate proteste in corso contro le attività di insediamento [colonico] vicino al villaggio di Beita (Nablus). Altre quattro persone (due sono ragazzi) sono state ferite durante le operazioni di ricerca-arresto condotte nei governatorati di Jenin, Nablus e Betlemme; i rimanenti [dei 288] sono rimasti feriti in altri episodi. Dei feriti palestinesi, sei sono stati colpiti con proiettili veri, 44 con proiettili di gomma; i rimanenti sono stati curati per inalazione di gas lacrimogeno o per aggressione fisica. Nella città di Abu Dis (Gerusalemme), un soldato israeliano è stato ferito durante un’operazione di ricerca-arresto. Oltre ai 288 palestinesi feriti direttamente dalle forze israeliane, 47 sono rimasti feriti a Beita, sia mentre scappavano dalle forze israeliane sia in circostanze che non è stato possibile verificare.

In Cisgiordania le forze israeliane hanno effettuato 118 operazioni di ricerca-arresto ed hanno arrestato 134 palestinesi. La maggior parte delle operazioni sono state condotte nei governatorati di Gerusalemme ed Hebron. Il 1° settembre, le forze israeliane hanno fatto irruzione in una scuola del quartiere di Wadi Al Joz, a Gerusalemme Est, hanno arrestato il preside e un impiegato della scuola, ed hanno sequestrato computer e documenti.

Gruppi armati palestinesi hanno appiccato incendi in Israele lanciando palloni incendiari; le forze israeliane hanno effettuato attacchi aerei su Gaza, secondo quanto riferito, contro siti militari e campi aperti, causando lievi danni a tre case. In almeno 12 occasioni, vicino alla recinzione perimetrale e al largo della costa, le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento, presumibilmente per far rispettare le restrizioni di accesso [imposte ai palestinesi]: un pescatore è stato ferito.

In Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est, a causa della mancanza di permessi di costruzione rilasciati da Israele, le autorità israeliane hanno demolito, sequestrato o costretto i proprietari a demolire 31 strutture di proprietà palestinese [seguono dettagli]. Sono state sfollate 30 persone, tra cui 21 minori, e sono stati colpiti i mezzi di sussistenza di altre 130 circa. Tutti gli sfollamenti sono stati registrati a Gerusalemme Est, a seguito della demolizione di cinque abitazioni, tre delle quali sono state demolite dagli stessi proprietari per evitare multe. Il 28 agosto, nella zona di Beit Hanina a Gerusalemme, un ragazzo palestinese di 17 anni che stava aiutando i suoi vicini a demolire la loro casa (come ordinato loro dalle autorità israeliane) è morto per la caduta di un muro di cemento. In Area C, la demolizione di 23 strutture, tra cui otto rifugi per animali a Khirbet Ar Rahwa (Hebron) e Ibziq (Tubas), ha interessato dieci Comunità. L’ultima di queste località si trova in un’area designata dalle autorità israeliane come “zona di tiro” utilizzata per l’addestramento militare.

Persone note o ritenute coloni israeliani hanno danneggiato proprietà palestinesi in molteplici episodi [seguono dettagli]. Fonti locali indicano che, complessivamente, almeno 650 alberi di proprietà palestinese sono stati vandalizzati ad At Taybe (Hebron) e Jamma’in (Nablus). Sempre a Hebron, nell’area H2 della città, sono stati danneggiati nove veicoli; a Khirbet Bir al Idd (Hebron) il conducente di una autocisterna per acqua è stato attaccato ed un serbatoio mobile d’acqua è stato danneggiato. In due episodi sono state vandalizzate condutture dell’acqua ed una serra; ad Al Lubban ash Sharqiya (Nablus) sono stati rubati attrezzi agricoli; a Silat adh Dhahr (Jenin), almeno due case e un veicolo sono stati danneggiati da pietre lanciate da coloni.

Persone note o ritenute palestinesi hanno lanciato pietre contro veicoli israeliani in transito nei governatorati di Hebron e Ramallah, ferendo due colone. Inoltre, secondo fonti israeliane, il lancio di pietre ha danneggiato 14 auto israeliane.

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Ultimi sviluppi (successivi al periodo di riferimento)

Il 6 settembre, sei palestinesi sono evasi da una prigione israeliana. Dopo questo fatto, le autorità israeliane hanno arrestato alcuni parenti, hanno annullato le visite dei familiari ed hanno trasferito altri detenuti palestinesi in strutture diverse. In tutta la Cisgiordania, i palestinesi hanno manifestato in solidarietà con i prigionieri e le loro famiglie; ne sono seguiti scontri con le forze israeliane e alcuni feriti.

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Beita è un modello di resistenza palestinese contro Israele

Shatha Hammad

31 agosto 2021- Middle East Eye

Questa cittadina, situata in posizione strategica in Cisgiordania, da molto tempo fa gola ai coloni israeliani, ma i suoi abitanti si rifiutano fermamente di rinunciare alle proprie terre, nonostante le ripetute tragedie patite.

Alaa Dweikat è cresciuta giocando a nascondino con il papà, Imad, e quattro tra fratelli e sorelle. La piccola palestinese di nove anni non si sarebbe mai aspettata che il gioco diventasse realtà.

Imad, 38 anni, adesso è scomparso per sempre dalle loro vite, ucciso dall’ esercito israeliano a Beita, nella Cisgiordania occupata. Il 6 agosto, mentre la famiglia aspettava che arrivasse a casa per pranzo, è invece squillato il telefono. Imad era stato ucciso dai soldati israeliani in uno scontro con gli abitanti di Beita che protestavano a Jabal Sbeih, a sud di Nablus.

Lui è uno dei sette palestinesi, fra cui due adolescenti, uccisi da maggio, quando è stata lanciata una campagna di proteste contro una colonia israeliana illegale alla periferia della cittadina. Tre erano padri di famiglia e lasciano circa quindici figli.

I palestinesi di Beita protestano in modo pacifico contro l’espansione israeliana. Sono stati accolti da pallottole vere e gas lacrimogeni che hanno causato decine di feriti, molti colpiti alle gambe.

Arresti di massa hanno portato oltre 30 palestinesi della cittadina ad essere rinchiusi in carceri israeliane.

Quello che una volta era un tranquillo villaggio cisgiordano è diventato l’epicentro della resistenza palestinese.

Accolto da pallottole

Alaa, la figlia maggiore di Imad, dice che sogna di lavorare su un’ambulanza, così potrà evitare la morte delle persone, come è capitato a suo papà.

Ogni giorno penso di chiedere alla mamma quando nostro padre tornerà a casa dal lavoro, ma poi mi ricordo che è morto e che non tornerà mai più,” dice Alaa a Middle East Eye. “È molto dura. Mi manca ogni giorno.” 

Imad, come molti dei giovani di Beita, andava a Jabal Sbeih ogni venerdì per partecipare alle popolari attività pacifiche per difendere la loro terra dall’occupazione dei coloni. 

È stato colpito da “una pallottola in pieno petto ed è morto sul colpo”, dice a MEE suo fratello Bilal. “Imad stava partecipando come gli altri ad attività pacifiche e non a una guerra. Non c’è nessun motivo per cui i cecchini israeliani sparino pallottole vere.”

Dalla sua uccisione, Fathiya, la mamma di Imad, 77 anni, non riesce più a dormire. Qualche volta riesce ad assopirsi per qualche ora, ma poi si sveglia di botto e si siede sulla soglia in attesa dell’impossibile ritorno di Imad. 

Lo vedo dappertutto. Non riesco a smettere di attendere il suo ritorno, anche se gli ho detto addio e so che è morto. Viviamo con un dolore che durerà per sempre,” dice a MEE, cullando il figlio di Imad di tre mesi. 

Famiglie che vivono lo stesso dolore  

Said Dweikat siede davanti a casa sua affacciata su Beita e beve un caffè. Stormi di uccelli volteggiano in cielo.

La città sembra calma, ma i suoi abitanti hanno subito violenze quotidiane. Ogni casa è legata con qualcuno che è stato ucciso durante le manifestazioni. Inoltre molti abitanti sono ancora curati per le ferite riportate e molte case hanno subito raid frequenti e arresti.

Qui ogni giorno c’è una famiglia che si aspetta che uno dei suoi figli sia ucciso, ferito o arrestato dall’esercito israeliano. Ciascuno di noi dice: ‘Adesso tocca a me’,” racconta Said a MEE. 

Di solito Said prendeva il caffè con il fratello, Shadi. Ma Shadi è stato ammazzato il 27 luglio, non mentre protestava, ma mentre lavorava come volontario per il comune di Beita e apriva le pompe dell’acqua all’ingresso della città. Gli israeliani sostengono che fosse armato con una barra di metallo, in realtà erano i suoi attrezzi da idraulico.

Lascia cinque figli.

“I suoi bambini ci chiedono dov’è il loro papà; noi diciamo che è in paradiso. E loro rispondono: ‘Non vogliamo il paradiso, vogliamo un padre’. Non riesco più a rispondere alle loro domande, è molto doloroso,” dice Said, con le lacrime che gli scorrono sulle guance. 

L’intera cittadina è sconvolta dall’uccisione di Shadi, dice Said. Dato che era un idraulico era andato praticamente in tutte le case di Beita.

E come se la sua morte non fosse già abbastanza tragica, l’esercito israeliano, dopo averlo ammazzato, ha trattenuto il suo corpo per due settimane, aggiungendo altro dolore e rabbia al dolore che già provavano.

“Ogni ora penso a come farò a passare l’ora successiva senza Shadi, come vivrò la mia vita senza di lui,” dice Said. 

Rubare Jabal Sbeih 

Per Beita la storia recente, fatta di violenza e resistenza, è cominciata il 2 maggio, quando gli abitanti hanno notato delle lucine in cima a Jabal Sbeih.

Dei coloni, accompagnati dall’esercito, stavano costruendo un avamposto illegale senza che ci fosse stata prima alcuna comunicazione di confisca della terra.

Non è la prima volta che Israele cerca di prendere il controllo della collina. Nel 1978, con l’apertura dell’autostrada 60 per le colonie, l’esercito israeliano ci aveva costruito un avamposto militare, costringendo i proprietari palestinesi a rivolgersi ai tribunali israeliani per recuperare le proprie terre, cosa che erano riusciti a fare nel 1994.

L’avamposto militare è stato smantellato, poi ricostruito durante la Seconda Intifada del 2000-2005 e poi di nuovo smantellato. 

Huthayfa Budair, che possiede delle terre sulla collina, dice che quattro anni fa gli abitanti hanno cominciato a notare l’avanzata dei coloni nella zona, attirati dalla sua posizione strategica.

C’è stata un’insurrezione popolare con la partecipazione di tutti gli abitanti e siamo riusciti a cacciare i coloni dalla zona,” dice Huthayfa. 

Nonostante ciò quest’anno i coloni sono ritornati a Beita. In soli sei giorni hanno installato 40 roulotte e asfaltato una strada che porta alla collina, battezzando l’avamposto “Givat Eviatar”.

Il 9 giugno l’esercito israeliano ha cominciato a smantellare l’avamposto, sostenendo che era stato costruito durante una situazione tesa a livello di sicurezza e senza previa regolarizzazione. Comunque, poco dopo l’esercito si è appropriato dell’avamposto e ha dichiarato Jabal Sbeih zona militare, impedendo ai palestinesi di ritornare alle proprie terre.

È emerso che i coloni hanno stretto un accordo con il governo in base al quale lascerebbero le loro roulotte sulla collina in modo che l’esercito se ne prenda cura fino a quando la terra non sarà dichiarata proprietà dello Stato di Israele e a quel punto potranno ritornare.

Huthayfa ha i documenti che certificano la sua proprietà di cinque dunam [0,5 ettari, N.d.T.] a Jabal Sbeih. Altre cinque famiglie di Beita sono riuscite a fornire i documenti di proprietà, come anche alcune famiglie dei vicini villaggi di Qabalan e Yatma.

Nonostante ciò, il 15 agosto la Corte Suprema israeliana si è rifiutata di accettare un ricorso contro l’avamposto presentato dai proprietari, una decisione condannata come prematura dal Jerusalem Center for Legal Aid and Human Rights [Centro per l’Assistenza Legale e i Diritti Umani di Gerusalemme] (JLAC), che l’aveva presentato a nome dei palestinesi.

La Corte Suprema ha rinviato la sentenza sulla legalità dell’avamposto e sull’accordo dei coloni con il governo fino a quando la zona non sarà ispezionata e si prenderà una decisione finale che la dichiari “terra statale”. Essa sostiene che i proprietari hanno il diritto di presentare immediatamente appello se la zona sarà dichiarata “terra statale”, ma secondo lo JLAC la petizione non verrà esaminata fino a quando non si prenderà una decisione sullo status giuridico del territorio.

Anzi, lo JLAC sostiene che la Corte Suprema ha già deciso sugli appelli con “totale negligenza”, e ignorato “abusi lampanti commessi dai coloni sulle terre su cui non hanno alcun diritto, il che indica che i tribunali non hanno alcun problema legale ad aggirare le leggi”.

Resistenza creativa

Negli ultimi mesi i giovani di Beita hanno sviluppato modi creativi per resistere ai coloni e alle pallottole dell’esercito israeliano, tramite una campagna che chiamano “stato di confusione”.

È una combinazione di metodi tradizionali di resistenza, come lanciare pietre e bruciare pneumatici, e tattiche nuove come l’uso di laser, altoparlanti e rumori che sembrano esplosioni.

I manifestanti e quanti partecipano alla protezione delle terre dall’espansione dei coloni si sono organizzati in gruppi che a turno agiscono giorno e notte, ognuno con una missione specifica. La zona è costantemente monitorata e gli abitanti di Beita vi si recano regolarmente. 

Ogni venerdì noi giovani ci portiamo le fionde mentre gli anziani hanno le bandiere palestinesi. Usiamo anche pneumatici incendiati, fuochi d’artificio e palloni,” ha detto a MEE un venticinquenne parlando in condizioni di anonimato.

Noi monitoriamo i giornali israeliani sulle reti sociali e osserviamo le reazioni dei coloni. Abbiamo scoperto che siamo riusciti a metterli sotto pressione e a costringerli a lasciare la colonia – neppure loro si sentono al sicuro, circondati da un costante rifiuto popolare alla loro presenza.” 

Noi vogliamo conservare Beita e le sue terre. Siamo riusciti a cacciarli dalla montagna parecchie volte. Questa sarà l’ultima, non ritorneranno più,” aggiunge. 

Una volta che le famiglie recupereranno le loro terre, dice, l’intera cittadina festeggerà. “Sarà come un matrimonio nazionale.” 

Un altro attivista, anche lui parlando a condizione di anonimato per paura di rappresaglie israeliane, dice a MEE: “Siamo qui tutto il tempo per salvaguardare l’approccio dei nostri antenati alla conservazione delle nostre terre e per prevenire attacchi o confische ad ogni costo, anche della nostra vita e libertà.”

Beita è nota per la sua resistenza e, nel corso degli anni, è stata costretta ad affrontare parecchie volte l’esercito israeliano a causa della sua posizione geografica affacciata sulla strada fra Nablus e Gerico. 

Beita ha sempre combattuto a sostegno di Gaza e dei prigionieri (palestinesi) ed è contraria a ogni azione intrapresa da Israele in Cisgiordania. Noi sacrifichiamo martiri, feriti e prigionieri e ciò non ci spaventa né ci impedisce di continuare,” dice l’attivista.

Beita non conosce la calma. È sempre in fiamme e se l’esercito israeliano evita di compiere dei raid è perché sa che li pagherebbe a caro prezzo.”

Anche se i coloni se ne sono andati da Jabal Sbeih, il confronto continua, seppure in tono minore.

Gli abitanti hanno giurato di non ritirarsi fino a quando non saranno rientrati in possesso dell’intera collina.

“Anche se l’avamposto sarà smantellato e noi saremo ritornati a Jabal Sbeih, Beita non smetterà la sua lotta finché non si sarà riottenuta tutta la Palestina,” dice l’attivista. “Noi speriamo che l’esperienza di Beita si diffonda in tutti i villaggi palestinesi che quotidianamente fronteggiano la costruzione di colonie.”

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Quattro palestinesi colpiti e uccisi da armi da fuoco in un’incursione dell’esercito israeliano a Jenin

Al Jazeera – agenzie di stampa

16 Agosto 2021 – Al Jazeera

Lunedì mattina sono scoppiati scontri quando l’esercito israeliano ha fatto irruzione nel campo profughi di Jenin nel nord della Cisgiordania occupata.

Almeno quattro uomini palestinesi sono stati colpiti a morte durante gli scontri con l’esercito israeliano nel campo profughi di Jenin, nel nord della Cisgiordania occupata.

Saleh Mohammed Ammar, di 19 anni, e Raed Ziad Abu Seif, di 21, sono stati colpiti da armi da fuoco lunedì e sono morti per le ferite poco dopo l’arrivo all’ospedale cittadino di Jenin, secondo una fonte della struttura sanitaria.

Due cittadini sono arrivati al pronto soccorso, colpiti dall’esercito israeliano, e sono morti poco dopo, in seguito alle ferite”, ha detto una fonte interna all’ospedale, secondo i media locali.

Alcune fonti hanno riferito che i corpi dei due altri uomini, uno dei quali identificato come Noor Jarrar e l’altro come Amjad Iyad Azmi, sono stati portati via dalle forze israeliane.

Il governatore di Jenin ha confermato i decessi.

Almeno due altri palestinesi sono stati arrestati. Uno è stato colpito ad una mano e l’altro, identificato come Mohammed Abu Zina, è stato portato via da casa sua durante l’incursione.

Nel frattempo nel campo profughi di Jenin sono iniziati i cortei funebri per le vittime.

Testimoni hanno detto che un gruppo di palestinesi è stato coinvolto in scontri con i membri della Musta’ribeen della polizia israeliana – un’unità di infiltrati composta da israeliani travestiti da palestinesi.

Gli agenti di questa unità normalmente si infiltrano in zone palestinesi con l’intenzione di arrestare delle persone. La Maan (agenzia di informazione palestinese, ndtr.) ha riferito che gli agenti si trovavano dentro il campo ore prima che le forze israeliane irrompessero nella zona.

Secondo Maan, gli agenti della Musta’ribeen hanno aperto il fuoco “direttamente su un numeroso gruppo di giovani” appena le truppe israeliane sono entrate nel campo.

Testimoni hanno riferito che sono stati lanciati contro i palestinesi anche granate assordanti e candelotti lacrimogeni.

La polizia israeliana ha affermato in una dichiarazione che i soldati hanno sparato contro “aggressori” dopo che i palestinesi hanno aperto il fuoco contro le “forze in borghese” dell’esercito.

Nessuno tra le forze israeliane è stato ferito nell’incidente. Esse sarebbero state in missione per arrestare una persona, ha detto la polizia.

L’alto dirigente palestinese Hussein Al Sheikh ha accusato Israele di “un crimine odioso” ed ha twittato: “La comunità internazionale dovrebbe vergognarsi del suo silenzio su fatti come questi e della propria incapacità di dare protezione al popolo palestinese da questa oppressione”.

Nelle scorse settimane vi sono stati numerosi scontri tra israeliani e palestinesi nel nord della Cisgiordania occupata, soprattutto a Jenin e Beita.

Beita è teatro di ricorrrenti manifestazioni contro l’occupazione illegale israeliana e l’espansione delle colonie, che spesso si risolvono in scontri.

La lotta contro le forze israeliane è costata la vita a molti palestinesi ed ha provocato centinaia di feriti.

Colonie illegali

Circa mezzo milione di persone vivono in colonie illegali israeliane nella Cisgiordania occupata, accanto a 2 milioni e 800mila palestinesi.

A partire da maggio i palestinesi hanno organizzato proteste quasi quotidiane a Beita per gridare la loro rabbia contro un vicino avamposto illegale di coloni israeliani.

La colonia è stata evacuata all’inizio di luglio, ma le truppe dell’esercito israeliano rimangono posizionate là, mentre le autorità decidono sul loro destino. Se la colonia verrà autorizzata, i suoi fondatori potranno prendervi la residenza in modo permanente.

Gli abitanti di Beita hanno giurato che proseguiranno la loro campagna finché anche l’esercito non abbandonerà l’avamposto.

La Cisgiordania occupata è parte del territorio in cui è previsto uno Stato palestinese in base alla soluzione di due Stati.

Israele ha occupato la Cisgiordania durante la guerra del 1967 e tutti gli insediamenti al suo interno sono considerati illegali dalla maggior parte della comunità internazionale.

Le forze israeliane effettuano sovente incursioni in diverse zone in tutta la Cisgiordania, in cui arrestano e spesso uccidono dei palestinesi.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)

 




Tre eroiche missioni compiute da militari anonimi

Amira Hass

14 giugno, 2021 Haaretz

Sul rafforzamento del regime di Hamas nella Striscia di Gaza e altre conquiste non trascurabili recentemente compiute dall’esercito israeliano

In tempo di guerra sappiamo ciò che fanno le forze di difesa israeliane [esercito israeliano, ndtr]. I soldati, anche se la loro identità non viene rivelata o resa pubblica, ricevono l’abbraccio collettivo della nazione. In tempo di pace non sono sconosciuti solo i soldati, lo sono anche le loro azioni. Ma perché sottovalutarli, perché non lodarli apertamente davanti ai loro genitori? Per esempio: nei sei giorni fra il 3 e il 9 giugno, i soldati dell’IDF [forze di difesa israeliane, ndtr] hanno ucciso tre palestinesi, e ne hanno ferito decine, compiuto 151 blitz in Cisgiordania e Gersusalemme Est, arrestato 99 persone, compresi 16 minorenni, e demolito dieci tende e nove baracche nella zona di Gerico.

Ed ora passiamo dal generale a tre esempi specifici:

La data: 11 giugno

La missione: proteggere in generale l’impresa coloniale e in particolare l’avamposto illegale di Evyatar, vicino a Nablus, che potenzialmente potrebbe espandersi fino a comprendere 600 dunam (circa 15 acri, come rivelato la scorsa settimana ad Haaretz da Daniella Weiss, segretaria generale del movimento coloniale di Nahala, che ha costruito l’avamposto).

L’obiettivo: manifestanti palestinesi che vivono nel villaggio di Beita, sulla cui terra, oltre a quella di altri due villaggi (Yatma and Qabalan), si sta costruendo Evyatar.

L’intervento: l’omicidio per colpi di armi da fuoco del quindicenne Muhammad Said Hamail, il ferimento di undici persone sempre per colpi di armi da fuoco e di altre sei persone per l’utilizzo di proiettili metallici rivestiti di gomma, crisi respiratorie in circa 60 manifestanti per l’uso di gas lacrimogeni e il pestaggio di altri sei.

Il risultato: altre famiglie palestinesi in lutto per avere avuto l’ardire di opporsi al mitzvah [comandamento, ndtr] del furto di terre.

Il contesto: la costruzione dell’avamposto illegale è iniziata ai primi di maggio per separare i circostanti villaggi palestinesi l’uno dall’altro; l’esercito ha lasciato che i coloni continuassero ad erigere le strutture nonostante l’ordine di demolizione emesso dall’Autorità civile. I palestinesi hanno manifestato a Beita e finora tre sono rimasti uccisi, ma continuano a manifestare. L’esercito ha bloccato l’ingresso principale del villaggio.

Il senso dell’attività: Golia, ornato dalle stelle di Davide, cerca di sottomettere, zittire e paralizzare Daoud [variante araba del nome Davide, ndtr]

La data: 9 giugno

La missione: criminalizzare ed indebolire le organizzazioni della società civile palestinese.

L’obiettivo: Health Work Committee, ONG nata nel 1985, che opera per garantire alla comunità palestinese l’accesso a prestazioni sanitarie di elevata qualità. L’ONG ha quattordici ambulatori permanenti e mobili che operano in villaggi e cittadine in Cisgiordania.

L’intervento: alle 5 del mattino un’unità militare israeliana con un gran numero di veicoli ha operato un blitz nel quartiere sud-orientale di Al-Bireh, Sateh Marhaba, facendo irruzione nel quartier generale dell’organizzazione, che occupa due piani dell’edificio di Al-Sartawi. L’unità ha confiscato hard disk e schede di memoria, nonché documenti dagli schedari. Ha bloccato l’ingresso principale con barre di ferro a cui ha appeso un’ordinanza di chiusura di sei mesi; l’ordinanza include il divieto di accesso agli uffici per i dipendenti, che verranno altrimenti arrestati e processati per violazione di un’ingiunzione militare.

Il risultato: l’indebolimento della capacità della ONG di fornire prestazioni sanitarie e proseguire le proprie ricerche in materia di salute pubblica.

Il contesto: le importanti ONG palestinesi nel campo della salute, agricoltura e diritti delle donne sono state costituite negli anni ottanta da organizzazioni palestinesi di sinistra con il duplice obiettivo di lottare per la liberazione nazionale e promuovere il principio dell’uguaglianza sociale. E’ da parecchio tempo che Health Work Committee viene preso di mira dall’esercito, dal servizio di sicurezza dello Shin Bet [l’agenzia di intelligence per gli affari interni dello stato di Israele, ndtr] e da organizzazioni di spionaggio private quali NGO Monitor [organizzazione con sede a Gerusalemme che analizza e riporta i risultati della comunità internazionale delle ONG, ndtr], in quanto diversi dei suoi dipendenti sono legati al fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. Walid Abu-Ras, direttore amministrativo e finanziario del gruppo, è agli arresti con l’accusa di essere coinvolto nell’attacco alla sorgente di Ein Bubin sulle terre del villaggio di Dir Ibzi’a, ad ovest di Ramallah, in cui è rimasta uccisa la diciassettenne Rina Shnerb.

Il senso dell’attività: compiere una rappresaglia contro le migliaia di palestinesi che necessitano delle cure della ONG.

La data: dal 22 maggio in avanti

La missione: distruggere qualsiasi parvenza di un ritorno alla normalità.

L’obiettivo: i due milioni di abitanti della Striscia di Gaza

L’intervento: chiusura dei valichi di frontiera per ridurre ad un minimo “umanitario” sia l’entrata delle merci sia l’ingresso e l’uscita dei palestinesi. C’è l’interdizione a fare entrare il carburante, l’interdizione a commercializzare prodotti agricoli dalla Striscia, l’interdizione a introdurre articoli per posta (compresi i passaporti rilasciati a Ramallah).

I risultati: i malati si aggravano, in bilico fra la vita e la morte, perché non sono autorizzati ad uscire da Gaza per farsi curare quando sussiste ancora qualche speranza di guarigione. Il mercato locale è invaso da prodotti agricoli originariamente destinati ai mercati in Israele e Cisgiordania, e gli agricoltori di Gaza perdono le loro entrate. Le ore in cui arriva l’energia elettrica sono limitate, i luoghi di lavoro paralizzati, aumentano le persone senza lavoro bisognose di assistenza e carità. Si annullano i progetti di viaggi all’estero per lavoro-salute-studio attraverso il valico di Rafah con l’Egitto, per non parlare dei progetti di visita a familiari all’estero.

Il contesto: dal 1991 Israele sta unilateralmente implementando non la “soluzione dei due Stati”, come si aspettavano i sostenitori degli Accordi di Oslo, [sottoscritti nel 1993 fra Arafat e Rabin, ndtr] bensì la “soluzione” delle dieci enclaves palestinesi (Gaza, Hebron, Yatta, Betlemme, Ramallah, Salfit, Tulkarm-Nablus, Jenin, Tubas e Gerico). Il modello è la Striscia di Gaza; quelle in Cisgiordania sono riproduzioni in scala ridotta. Il presente di Gaza rappresenta il futuro-non-troppo-lontano delle altre enclaves, se non faranno i bravi.

Il senso dell’attività: fingere che Israele stia punendo Hamas, mentre in realtà sta aiutando questa organizzazione a consolidare il proprio regime nella segregazione della Striscia.

traduzione dall’inglese di Stefania Fusero