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“Il macabro piano di Israele culmina nell’annessione”

Richard Falk

24 giugno 2020 Nena News

Grazie a Trump, scrive l’ex relatore speciale delle Nazioni Unite, il governo israeliano insiste sui Territori palestinesi occupati: «Sono una necessità per la nostra sicurezza». Nessuno pensa ai diritti dei palestinesi, nessuno ha intenzione di ascoltarli. È una geopolitica da gangster nella giungla globale in aperta violazione della Carta dell’Onu.

Viviamo in tempi strani. In giro per il mondo le vite sono devastate dal Covid-19 oppure da crisi sociali, economiche e politiche. In momenti così, non sorprende che emergano il peggio e il meglio dell’umanità. Eppure la geopolitica da gangster nelle sue varie manifestazioni sembra spingersi ancora oltre.

Si pensi all’inasprimento delle sanzioni statunitensi nel bel mezzo della crisi sanitaria che colpisce società già gravemente provate e popolazioni sofferenti in Iran, Venezuela, Siria e Cuba.

Un’altra pagina nera è la danza macabra di Israele intorno alla plateale illegalità dell’annessione che il premier Benjamin Netanyahu ha promesso di avviare da luglio, grazie all’assenso del rivale e alleato di governo Benny Gantz. Israele è pronta ad annettere i territori senza nemmeno cercare di giustificare la violazione del diritto internazionale, secondo il quale uno Stato sovrano non può annettere un territorio estero occupato militarmente.

QUESTA MOSSA unilaterale di Israele per riclassificare il territorio che «occupa» nella West Bank e per incorporarlo stabilmente nell’autorità sovrana israeliana viola completamente il diritto internazionale umanitario della Quarta convenzione di Ginevra. Quella che perfino al tempo della Lega delle Nazioni era sempre stata una «norma sacra», nell’era della geopolitica post-coloniale da gangster diventa disprezzo patente per i popoli e i loro diritti.

LA MOSSA annessionista è così estrema che anche alcuni pesi massimi di Israele, fra i quali gli ex capi del Mossad e dello Shin Bet, e ufficiali in pensione delle Israel Defence Forces, lanciano l’allarme. Alcuni militanti sionisti sono contrari all’annessione in questo momento perché svelerebbe l’illusione della democrazia israeliana, e perché montano i timori che assorbire i palestinesi della West Bank minaccerebbe a tempo debito l’egemonia etnica ebraica. Naturalmente, nessuno di questi «ripensamenti» contesta l’annessione perché viola il diritto internazionale, scavalca e mina l’autorità dell’Onu e ignora i diritti inalienabili dei palestinesi. Le preoccupazioni riguardano gli impatti negativi per il paese, in termini di sicurezza a livello interno e regionale israeliana, e di status internazionale.

I critici nell’establishment della sicurezza nazionale temono di disturbare i vicini arabi e di alienarsi ulteriormente l’opinione pubblica internazionale, soprattutto in Europa; in una certa misura si dicono preoccupati anche della reazione dei «sionisti liberal», con il conseguente indebolimento dei legami di solidarietà con Israele da parte della diaspora ebraica che vive negli Stati uniti e in Europa.

ANCHE LA PARTE pro-annessione evoca la sicurezza, specialmente rispetto alla Valle del Giordano e agli insediamenti, ma in misura molto minore. Gli annessionisti fanno riferimento alla Giudea e alla Samaria di cui parla la Bibbia (il nome noto internazionalmente è West Bank). Il diritto verrebbe rafforzato dal riferimento alle profonde tradizioni culturali ebraiche nonché a secoli di connessioni storiche fra una piccola e stabile presenza ebraica in Palestina e questo territorio considerato sacro custode del popolo ebraico.

IN OGNI CASO, tanto gli israeliani critici sull’annessione quanto i favorevoli non sentono alcun bisogno di confrontarsi con i diritti e le istanze dei palestinesi. Come è sempre avvenuto lungo tutta la narrazione sionista, le aspirazioni e le rivendicazioni del popolo palestinese e la sua stessa esistenza non fanno parte dell’immaginario sionista: salvo quando si frappongono ostacoli o si crea una minaccia demografica alla regola della maggioranza ebraica. Se si considera l’evoluzione della principale corrente del sionismo, l’obiettivo di lungo periodo di emarginare i palestinesi in un unico Stato ebraico dominante che comprenda tutta la «terra promessa» di Israele non è mai stato abbandonato.

In questo senso il piano di partizione messo a punto dalle Nazioni unite, benché accettato nel 1947 dalla dirigenza sionista come soluzione del momento, è da interpretarsi piuttosto come una pietra miliare per il recupero della maggiore quantità possibile di terra promessa. Nel corso degli ultimi cent’anni, dal punto di vista israeliano l’utopia è diventata una realtà, mentre da quello palestinese è diventata una distopia.

IL MODO IN CUI Israele e Stati uniti affrontano questo preludio all’annessione sconcerta quanto la conseguente «scomparsa» dei palestinesi. Israele ha già privilegiato l’annessione nell’accordo di coalizione Gantz-Netanyahu, che prevede di presentare una proposta alla Knesset (Parlamento) a partire dal 1 luglio. L’unica precondizione accettata con l’accordo alla base del governo Gantz-Netanyahu fa coincidere l’annessione con le allocazioni territoriali incorporate nelle famose proposte unilaterali Trump-Kushher «Dalla pace alla prosperità».

COME PREVEDIBILE, gli Stati uniti di Trump non creano frizioni, né suggeriscono a Netanyahu di offrire una parvenza di giustificazione legale o di esplicitare gli effetti negativi dell’annessione sulle prospettive del processo di pace israelo-palestinese. Finora, il segretario di Stato americano Mike Pompeo ha dato luce verde all’annessione della West Bank ancora prima che Israele formalizzasse il proprio piano, dichiarando provocatoriamente che sono gli israeliani a dover decidere in materia: come se né i palestinesi né la legge internazionale avessero la minima importanza. Ecco un’altra indicazione del fatto che le relazioni israelo-statunitensi sono all’insegna di una geopolitica da gangster.

Ma forse, i segnali di possibili ripercussioni indurranno Washington a chiedere a Netanyahu di posticipare l’annessione o ridimensionarne la portata. E, anche se questa geopolitica sembra esaurire le residue speranze palestinesi di un compromesso politico e di una diplomazia basata su un genuino impegno di equità ed eguaglianza, voci di resistenza e solidarietà si levano contro quest’ultimo oltraggio. Nena News




Isolate e dimenticate: cosa bisogna sapere sulle “zone di tiro” di Israele in Cisgiordania

 Ramzy Baroud

14 gennaio 2020  palestinechronicle

Una notizia apparentemente ordinaria, pubblicata sul giornale israeliano Haaretz il 7 gennaio, ha fatto luce su un argomento da tempo dimenticato ma cruciale: le cosiddette “zone di tiro” di Israele in Cisgiordania.

Secondo Haaretz “Israele ha sequestrato l’unico veicolo disponibile di una equipe medica che fornisce assistenza a 1.500 palestinesi residenti all’interno di una zona di tiro militare israeliana in Cisgiordania”.

La comunità palestinese a cui è stato negato l’unico servizio medico disponibile è Masafer Yatta, un piccolo villaggio palestinese sulle colline a sud di Hebron.

Masafer Yatta, in completo e assoluto isolamento dal resto della Cisgiordania occupata, si trova nell’”Area C”, la più grande zona territoriale, circa il 60%, della Cisgiordania. Ciò significa che il villaggio, insieme a molte città, villaggi e piccole comunità isolate palestinesi, è sotto il totale controllo militare israeliano.

Non fatevi ingannare dalla fumosa logica degli Accordi di Oslo; tutti i palestinesi, in tutte le zone della Cisgiordania occupata, a Gerusalemme est e nella Striscia di Gaza assediata, sono sotto il controllo militare israeliano.

Tuttavia, sfortunatamente per Masafer Yatta e per gli abitanti dell'”Area C”, il grado di controllo vi è così soffocante che ogni aspetto della vita palestinese – libertà di movimento, istruzione, accesso all’acqua potabile e così via – è controllato da un complesso sistema di ordinanze militari israeliane che non hanno alcun riguardo per il benessere delle comunità assediate.

Non sorprende quindi che l’unico veicolo di Masafer Yatta, il disperato tentativo di realizzare un ambulatorio mobile, sia stato già confiscato in passato, e recuperato solo dopo che gli abitanti impoveriti sono stati costretti a pagare una multa ai soldati israeliani.

Non esiste una logica militare al mondo che possa giustificare razionalmente il blocco dell’accesso alle cure mediche per una comunità isolata, specialmente quando una potenza occupante come Israele è legalmente obbligata, ai sensi della Quarta Convenzione di Ginevra, a garantire l’accesso all’assistenza medica ai civili che vivono in un territorio occupato.

È naturale che la comunità di Masafer Yatta, come tutti i palestinesi nell'”Area C” e nell’intera Cisgiordania, si senta trascurata – e apertamente tradita – dalla comunità internazionale e dalla propria leadership collaborazionista.

Ma c’è qualcosa di più che rende il villaggio di Masafer Yatta veramente unico, guadagnandogli la sfortunata definizione di bantustan [territori formalmente autogovernati dalla popolazione di colore nel Sudafrica dell’apartheid, ndtr.] all’interno di un bantustan, poiché sopravvive sottoposto ad un sistema di controllo molto più complesso rispetto a quello imposto al Sud Africa nero durante il regime dell’apartheid.

Poco dopo aver occupato la Cisgiordania, Gerusalemme est e Gaza, Israele ideò uno stratagemma a lungo termine per mantenere il controllo sui territori appena occupati. Ha destinato alcune aree alla futura ricollocazione dei propri cittadini – che ora costituiscono la popolazione di coloni ebrei illegali ed estremisti in Cisgiordania – e si è anche riservato ampie parti dei territori occupati come zone di sicurezza e aree cuscinetto.

Ciò che è molto meno noto è che, durante gli anni ’70, l’esercito israeliano ha dichiarato circa il 18% della Cisgiordania “zona di tiro”.

Queste “zone di tiro” erano presumibilmente destinate ad essere campi di addestramento per i soldati dell’esercito israeliano di occupazione – sebbene i palestinesi intrappolati in quelle regioni riferiscano spesso che all’interno delle cosiddette “zone di tiro” non si svolge quasi alcun addestramento militare.

Secondo l’Ufficio di Coordinamento delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari (OCHA) in Palestina, ci sono ancora circa 5.000 palestinesi, divisi in 38 comunità, che vivono in circostanze veramente terribili all’interno delle cosiddette “zone di tiro”.

L’occupazione del 1967 portò a una massiccia ondata di pulizia etnica che vide l’espulsione forzata di circa 300.000 palestinesi dai territori appena conquistati. Fra le molte vulnerabili comunità ripulite etnicamente c’erano anche i beduini palestinesi, che continuano a pagare il prezzo dei progetti coloniali israeliani nella Valle del Giordano, nelle colline a sud di Hebron e in altre parti della Palestina occupata.

La loro vulnerabilità è aggravata dal fatto che l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) agisce con poco riguardo per i palestinesi che vivono nell'”Area C”, lasciati da soli a sopportare e resistere alle pressioni israeliane, ricorrendo spesso all’ingiusto sistema giudiziario di Israele per riconquistare alcuni dei propri diritti fondamentali.

Gli Accordi di Oslo, firmati nel 1993 tra la leadership palestinese e il governo israeliano, dividevano la Cisgiordania in tre regioni: “Area A”, teoricamente sotto controllo palestinese autonomo e costituita dal 17,7% della dimensione complessiva della Cisgiordania; “Area B”, 21% e sotto il controllo condiviso di Israele-ANP; “Area C”, il resto della Cisgiordania sotto il totale controllo di Israele.

L’accordo avrebbe dovuto essere temporaneo, e terminare nel 1999 una volta conclusi i “negoziati sullo status finale” e firmato un accordo di pace complessivo. Invece, è diventato a priori lo status quo.

Per quanto sfortunati siano i palestinesi che vivono nell'”Area C”, quelli che vivono nella “zona di tiro” all’interno dell'”Area C” affrontano difficoltà ancora maggiori. Secondo le Nazioni Unite, le loro traversie includono “la confisca delle proprietà, la violenza dei coloni, i maltrattamenti da parte dei soldati, le restrizioni di accesso e movimento e/o la scarsità d’acqua”.

Come ci si poteva aspettare, nel corso degli anni molti insediamenti ebraici illegali sono sorti in queste “zone di tiro”, un chiaro segno del fatto che queste aree non hanno mai avuto uno scopo militare, ma erano destinate a fornire una giustificazione legale a Israele per confiscare quasi un quinto della Cisgiordania per una futura espansione coloniale.

Nel corso degli anni, Israele ha messo in atto la pulizia etnica di tutti i palestinesi che rimanevano in queste “zone di tiro”, lasciandone solo 5.000, che probabilmente subiranno lo stesso destino se l’occupazione israeliana dovesse continuare lungo la stessa direttrice di violenza.

Questo rende la storia di Masafer Yatta un microcosmo della più ampia e tragica storia di tutti i palestinesi. È anche un riflesso della maligna natura del colonialismo israeliano e dell’occupazione militare, per cui i palestinesi sotto occupazione perdono la loro terra, la loro acqua, la loro libertà di movimento e, infine, persino le cure mediche di base.

Secondo le Nazioni Unite, queste dure “condizioni creano un ambiente coercitivo che fa pressione sulle comunità palestinesi affinché abbandonino quelle aree”. In altre parole, pulizia etnica, da sempre l’obiettivo strategico di Israele.

Ramzy Baroud è giornalista ed editore di The Palestine Chronicle. È autore di cinque libri. Il suo ultimo è These Chains Will Be Broken: Palestinian Stories of Struggle and Defiance in Israeli Prisons [Queste catene saranno spezzate: storie palestinesi di lotta e sfida nelle carceri israeliane], (Clarity Press, Atlanta). Baroud è ricercatore senior non residente presso il Center for Islam and Global Affairs (CIGA), dell’Università Zaim di Istanbul (IZU).

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Secondo una delegazione di Europarlamentari, la demolizione di Khan al-Ahmar è un crimine di guerra.

Ma’an News

21 Settembre 2018, Ma’an News

Betlemme – Giovedì scorso otto membri dell’Unione Europea hanno espresso la loro opposizione al piano israeliano di demolizione del villaggio beduino di Khan al-Ahmar, a Gerusalemme Est, e hanno incoraggiato Israele a riconsiderare la sua decisione.

Gli otto europarlamentari che si oppongono alla decisione di Israele sono i delegati di Belgio, Francia, Paesi Bassi, Polonia, Svezia, Regno Unito, Germania e Italia.

L’ambasciatore olandese, Karel Van Oosterom, al termine del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ha letto una dichiarazione che condanna la decisione dell’Alta Corte israeliana di demolire Khan al-Ahmar.

Continueremo a promuovere la negoziazione della soluzione a due Stati, con Gerusalemme capitale” di entrambi gli Stati israeliano e palestinese, si legge nella dichiarazione, che fa riferimento al riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele da parte dell’amministrazione Trump.

All’inizio di questa settimana, una delegazione di europarlamentari per le relazioni con la Palestina ha visitato Khan al-Ahmar, mettendo in guardia con preoccupazione che la sua demolizione potrebbe essere considerata un crimine di guerra.

L’Unione Europea e il resto della comunità internazionale hanno fortemente condannato la demolizione in quanto parte del piano di espansione degli insediamenti, e perché dividerebbe la Cisgiordania occupata, impedendo la possibile futura fondazione di uno stato palestinese con Gerusalemme Est come capitale.

Neoklis Sylikiotis, a capo della delegazione, ha affermato che l’Europarlamento continuerà a opporsi alla demolizione di Khan al-Ahmar e di altri villaggi beduini nella stessa area, tutti minacciati di trasferimento forzato dai loro territori. “Il trasferimento forzato di popolazioni in stato di occupazione è una seria violazione della Quarta Convenzione di Ginevra ed è considerato un crimine di guerra”.

Sylikiotis ha aggiunto che “la delegazione sostiene la lotta palestinese per la libertà, la giustizia e l’autodeterminazione, opponendosi contemporaneamente all’occupazione e all’apartheid israeliani”, sottolineando come l’UE si opponga all’occupazione dei territori palestinesi e sostenga la soluzione a due stati.

Da luglio Khan al-Ahmar è sotto minaccia di demolizione da parte delle forze israeliane; la demolizione comporterebbe il trasferimento forzato di più di 35 famiglie palestinesi, come parte del piano israeliano di espansione del vicino insediamento illegale di Kfar Adummim.

Nonostante il diritto internazionale proibisca la demolizione del villaggio e la confisca delle proprietà private, le forze israeliane continuano nel loro piano di espansione con trasferimenti forzati e violando i diritti umani fondamentali della popolazione.

Israele ha costantemente tentato di sradicare le comunità beduine dall’area di Gerusalemme Est per permettere l’espansione degli insediamenti nella zona, che trasforme in futuro tutta la parte orientale della Cisgiordania in zona di insediamenti.

(Traduzione di Veronica Garbarini)




Come Israele disumanizza la resistenza palestinese

Ramona Wadi

Lunedì 23 aprile 2018, Middle East Eye

Senza un intervento internazionale la pressione di Israele per far sparire i palestinesi completerà il ciclo di isolamento.

C’è un metodo standard con il quale la comunità internazionale reagisce alle violazioni dei diritti dei palestinesi da parte di Israele, a seconda della visibilità delle misure oppressive e che esse corrispondano alle caratteristiche di precedenti condanne. Il risultato è un processo di sensibilizzazione selettiva, in base al quale l’incarcerazione di minori palestinesi, le demolizioni di case, l’espansione delle colonie e il dislocamento forzato sono destinati a futili critiche e condanne.

Tuttavia, quando si tratta di altre misure che dimostrano direttamente l’intenzione di Israele di prendere di mira la resistenza palestinese e di far sparire palestinesi, il silenzio è sorprendente. All’inizio di febbraio i genitori di un soldato ucciso a Gerusalemme est occupata hanno detto alla Commissione per gli Affari Interni della Knesset [il parlamento israeliano, ndt.] che i corpi di palestinesi nelle mani di Israele dovrebbero essere trattenuti per sempre o gettati “in mare” come forma di deterrenza.

Durante la stessa sessione, la richiesta è stata ripetuta dal presidente della Commissione degli Affari Interni, il deputato Yoav Kisch [del Likud, principale partito israeliano, ndt.], che ha fatto riferimento alla versione USA riguardo al fatto che il corpo del leader di Al-Qaeda Osama Bin Laden sarebbe stato gettato in mare.

Precedenti storici

La riproposizione della versione USA serve a vari obiettivi. Incoraggia le azioni di uno dei principali alleati di Israele, mentre sfrutta anche la propaganda sul “terrorismo” per demolire la lotta anticolonialista palestinese – una tattica che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha utilizzato in molte occasioni con il pretesto di preoccupazioni per la sicurezza.

Ci sono precedenti storici della scomparsa di oppositori politici adottata come prassi corrente. L’America latina, dove dittature sostenute dagli USA hanno inculcato il terrore facendo sparire i propri oppositori, presenta moltissimi esempi.

Cile ed Argentina, rispettivamente sotto Augusto Pinochet e Jorge Rafael Videla, hanno fatto uso di “voli della morte”, gettando nell’oceano da elicotteri i corpi torturati di oppositori. In Argentina si stima che siano scomparse circa 30.000 persone.

L’esistenza di Israele si basa sulla premessa dell’inesistenza della Palestina. Senza che niente giustificasse le affermazioni del primo sionismo in merito ad una terra deserta, la pulizia etnica e la sistematica espulsione durante la Nakba [la “catastrofe”, cioè la pulizia etnica di centinaia di migliaia di palestinesi nel territorio divenuto poi lo Stato di Israele, ndt.] vennero in seguito perfezionate con una serie di misure oppressive che portarono agli stessi risultati in un lungo periodo di tempo.

La reazione internazionale ha favorito Israele: ripetute violazioni dei diritti umani e delle leggi internazionali non hanno suscitato che condanne ripetitive. Ciò ha consentito al governo israeliano di ampliare il proprio discorso securitario e le misure repressive.

Nel febbraio 2016 il ministro dell’Educazione israeliano Naftali Bennett [del partito di estrema destra dei coloni “Casa Ebraica”, ndt.] ha fatto un appello per “seppellire i combattenti palestinesi contro l’occupazione in cimiteri segreti e distruggere tutte le case dei loro villaggi d’origine.” Mentre Bennett è ben noto per la sua virulenza, la sua dichiarazione deve essere letta all’interno di un contesto di costante rifiuto di Israele di consegnare ai familiari del defunto i corpi dei palestinesi uccisi.

Normalizzazione della violenza israeliana

A dicembre la Corte Suprema israeliana ha sentenziato contro questa prassi, tuttavia il governo ha continuato, nonostante questa pratica contravvenga sia alla legge israeliana che all’articolo 130 della Quarta Convenzione di Ginevra.

I parlamentari israeliani hanno anche difeso questa prassi durante il recente incontro della commissione della Knesset. Accusando l’esistenza di forme di istigazione [alla violenza] durante i funerali, il deputato Mickey Levy [di Yesh Atid, partito di centro, ndt.] ha descritto la restituzione dei corpi in piena notte sotto rigide misure di sicurezza: “Ho schierato 700 soldati in modo che nessun altro se non i familiari più stretti lasciassero la casa.”

Da notare in modo particolare le dichiarazioni conclusive del deputato Kisch: “L’Alta Corte deve anche capire il contesto umano. È una situazione assurda – stiamo distruggendo con le nostre mani gli strumenti per lottare contro il terrorismo.”

Per supportare la normalizzazione della violenza israeliana, per l’entità coloniale è necessario disumanizzare la resistenza palestinese. L’occultamento del contesto della resistenza armata palestinese è un fattore importante per Israele – che la comunità internazionale ha rapidamente imitato.

C’è stato un altro esempio all’inizio dell’anno, quando una controversa proposta del ministro della Difesa Avigdor Lieberman [del partito di estrema destra “Israele è casa nostra”, ndt.] ha ottenuto l’approvazione preliminare della Knesset. La legge presentata renderebbe più facile ad un tribunale israeliano comminare la pena di morte a chi viene condannato per attacchi “terroristici”. L’espressione “terrorista” è applicata esclusivamente ai palestinesi coinvolti in attività di resistenza contro l’oppressione israeliana.

Criminalizzare la resistenza

Complessivamente Israele ha già perfezionato la normalizzazione delle continue violazioni, a cui il mondo non reagisce. Le distruzioni di case e le espulsioni sono classificate come relative alla questione dei rifugiati. La privazione di necessità fondamentali ricade sotto l’agenda umanitaria. L’ambiente inquinato di Gaza è stato definito “inabitabile”.

Al tempo stesso, i palestinesi coinvolti in attività di resistenza vengono criminalizzati al punto che la loro umanità viene negata.

Negli scorsi anni, tra le altre cose, il governo israeliano ha imposto l’alimentazione forzata a prigionieri palestinesi in sciopero della fame, ha perpetrato esecuzioni extragiudiziarie, ha comminato lunghe pene detentive a palestinesi che hanno lanciato pietre per resistere alla violenza dello Stato e dei coloni e ha trattenuto i corpi di palestinesi uccisi da Israele.

Nel frattempo lo Stato coloniale gode dell’impunità per le proprie provocazioni, come far sparire palestinesi in cimiteri segreti o chiedere che i loro corpi vengano gettati in mare.

In questo modo Israele sta garantendosi che tutti i palestinesi vengano puniti severamente. Le varie forme di punizione collettiva distolgono l’attenzione dal più complessivo tentativo di sottomettere completamente i palestinesi, mentre consentono alla comunità internazionale di fingere di sostenere la causa umanitaria mentre ignora palesemente l’umanità degli attori della resistenza palestinese.

Silenzio internazionale

L’assenza di indignazione per il fatto che Israele prenda di mira i palestinesi e per il suo incitamento a far sparire quelli che partecipano alla lotta anticoloniale è un’anomalia nel contesto dei diritti umani. Da una prospettiva internazionale, tuttavia, il silenzio era prevedibile.

A differenza dei movimenti sociali in America Latina, che sono stati in grado di mobilitarsi contro le violazioni e le sparizioni, i palestinesi devono affrontare un crescente isolamento, fino al punto che, per esempio, l’opposizione dell’UE alla proposta di pena di morte si è ridotta a un generico tweet. Le richieste di ministri del governo e di coloni di far sparire palestinesi non hanno suscitato reazioni a livello internazionale.

Cosa significa per i palestinesi questo silenzio collettivo e premeditato? Con la resistenza e la sopravvivenza minacciate da misure punitive, i palestinesi – sia che resistano o che rimangano passivi – stanno affrontando un programma di eliminazione che non viene messo in discussione dalla comunità internazionale.

Quanto ci vorrà per denunciare a voce alta la degenerazione delle istituzioni internazionali e il loro sfruttamento dei diritti umani? La storia ha mostrato che la pulizia etnica della Palestina nel 1948 venne ignorata dall’ONU per dare il benvenuto alla nascita di Israele.

Senza un approccio collettivo e internazionale, la sparizione dei palestinesi completerà il ciclo di isolamento, concludendosi nell’oblio.

– Ramona Wadi è una ricercatrice indipendente, giornalista freelance, critica letteraria e blogger specializzata nella lotta per la memoria in Cile e in Palestina.

Le opinioni esposte in questo articolo sono dell’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione di Amedeo Rossi)