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Cosa c’entra l’Ucraina con la Palestina?

Ali Abunimah

18 marzo 2022 – THE ELECTRONIC INTIFADA

Da quando la Russia ha invaso l’Ucraina alla fine del mese scorso, non sono mancati i confronti con la situazione in Palestina.

Per molti dei sostenitori dei diritti dei palestinesi è istintiva l’identificazione con l’Ucraina in quanto Paese sotto attacco che si difende da una forza molto più potente.

Nessuno può restare indifferente di fronte alle scene di civili che vivono l’orrore della guerra e allo sconvolgimento delle vite di milioni di persone quando divengono rifugiati.

Gli attivisti per i diritti dei palestinesi hanno anche notato i parallelismi – e le risposte molto diverse e ipocrite – tra gli appelli al boicottaggio di Russia e Israele, nonché nell’applicazione selettiva del diritto internazionale.

Mentre la Russia è stata praticamente tagliata fuori dal mondo, Israele continua a godere dell’impunità mentre occupa e colonizza la terra dei palestinesi e impone loro un brutale regime di apartheid.

Siamo come voi

Naturalmente, l’identificazione dell’Ucraina con la difficile situazione dei palestinesi è una cosa che i leader ucraini rifiutano con insistenza. Identificano sé stessi con Israele e i loro nemici russi, presumibilmente, con i palestinesi.

A dicembre, ad esempio, il presidente Volodymyr Zelensky ha affermato che Israele è preso “spesso ad esempio dall’Ucraina” e ha affermato che “sia gli ucraini che gli ebrei apprezzano la libertà“.

“Sappiamo cosa vuol dire non avere un [proprio] Stato”, ha aggiunto Zelensky. Sappiamo cosa significa difendere un proprio Stato e la propria terra con le armi in mano, a costo della propria vita”.

Secondo il Jerusalem Post, Zelensky ha anche proclamato “nel difendere la nostra patria dovremmo comportarci come Israele”.

E’ risaputo che lo scorso maggio il leader ucraino ha dipinto Israele come vittima mentre i suoi aerei bombardavano Gaza massacrando dentro le loro case intere famiglie palestinesi.

A febbraio, prima dell’invasione russa, i funzionari ucraini si sono persino lamentati del fatto che Israele trattasse il loro paese “come Gaza” non fornendo loro abbastanza sostegno, il che implica che tali presunti maltrattamenti dovrebbero essere riservati ai palestinesi, non agli ucraini.

I funzionari ucraini hanno insistito su questa identificazione con Israele sin dall’inizio dell’invasione russa.

Penso che il nostro esercito sia uno dei migliori al mondo. Forse dopo l’esercito israeliano”, ha detto a Jerusalem Post [testata quotidiana in lingua inglese, ndtr.] Markiyan Lubkivskyi, un consigliere del ministro della Difesa ucraino. L’esercito è molto forte grazie all’esperienza e il morale è molto elevato, la motivazione è ottima. Siamo come voi”.

Lo stesso giornale ha riportato che Vitali Klitschko, sindaco della capitale ucraina Kiev, “afferma che i suoi modelli su come vincere contro ogni previsione sono Israele – un paese che ha visitato e ammira – e le IDF [esercito israeliano]”.

“Dobbiamo imparare da Israele come difendere il nostro Paese, con ogni cittadino”, ha detto Klitschko.

Intrecciate

Secondo il professore della Columbia University Joseph Massad, da qualunque parte si esamini l’argomento le connessioni esistenti con la questione palestinese sono più profonde.

“La Russia e l’Ucraina hanno entrambe relazioni e vicende che fanno parte della storia della regione che l’Occidente ha finito per chiamare Medio Oriente”, ha detto Massad a Rania Khalek questa settimana nel suo programma BreakThrough News Dispatches [Approfondimento delle notizie, organo d’informazione online no profit e indipendente con sede negli USA ndtr.].

Massad ha osservato che l’Ucraina meridionale e la Crimea erano ex regioni ottomane conquistate dagli zar russi tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo.

La città coloniale ucraina di Odessa sul Mar Nero, un tempo la città ottomana di Haci Bey, fu il luogo in cui nacque all’inizio del XIX secolo il nazionalismo greco anti-musulmano e alla fine dello stesso secolo il sionismo ebraico colonialista, ha detto Massad.

“In effetti, i primi coloni ebrei che vennero a colonizzare la Palestina nel 1880 furono ebrei ucraini dell’insediamento coloniale di Odessa”.

La Crimea è stata persino identificata durante il periodo sovietico come un potenziale sito per una repubblica ebraica autonoma, un piano che venne abbandonato a causa della forte resistenza della popolazione tartara della Crimea.

Nei tempi attuali “Sia l’Ucraina che la Russia hanno politiche che sono intrecciate con il Medio Oriente”, ha osservato Massad.

L’Ucraina, ad esempio, ha fornito il terzo più consistente contingente militare per partecipare nel 2003 all’invasione e all’occupazione illegale dell’Iraq sotto la guida degli Stati Uniti.

“Per quanto riguarda la Russia, ovviamente [il presidente Vladimir] Putin ha anche avuto ottimi rapporti con Israele, allo stesso tempo è intervenuto in Siria contro gli jihadisti nemici del regime e sostenuti dagli americani e dagli Stati del Golfo”, ha detto Massad.

Tuttavia il suo intervento in Siria ha continuato a permettere agli israeliani di bombardare la Siria, ma non gli jihadisti”.

Massad ha anche sollevato la questione degli ebrei ucraini, a cui Israele chiede “di emigrare in Israele in modo da trasformarli in coloni sulla terra dei palestinesi”.

La conversazione di Massad con Khalek fornisce una grande quantità di dettagli e informazioni sulla situazione in Ucraina e sulle risposte occidentali, inclusa un’intensa ondata russofobica che rispecchia i precedenti attacchi di xenofobia che si accompagnano regolarmente alle guerre e interventi all’estero dell’America.

Informazioni che toccano anche il conformismo del pensiero e la censura nelle democrazie liberali occidentali e altri temi che Massad ha recentemente affrontato in un articolo per Middle East Eye.

È una discussione affascinante che puoi guardare nel video in cima a questa pagina.

Ali Abunimah

Co-fondatore di The Electronic Intifada e autore di The Battle for Justice in Palestine [la battaglia per la giustizia in Palestina, ndtr.], ora uscito per Haymarket Books.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Esplorare la nostra umanità: Ilan Pappé sulle quattro lezioni dall’Ucraina.

Ilan Pappe

4 marzo 2022 – Palestine Chronicle

USA Today [terzo quotidiano più venduto negli USA, ndtr.] ha informato che una foto diventata virale di un grattacielo colpito da un bombardamento russo in Ucraina è risultata essere di un grattacielo demolito nella Striscia di Gaza dall’aviazione israeliana nel maggio 2021. Pochi giorni prima il ministero degli Esteri ucraino si è lamentato con l’ambasciatore israeliano a Kiev che “ci state trattando come Gaza”. Era furioso che Israele non avesse condannato l’invasione russa e fosse interessato esclusivamente a portare via i cittadini israeliani dallo Stato (Haaretz, 17 febbraio 2022). Si è trattato di un misto di riferimenti all’evacuazione da parte dell’Ucraina di mogli ucraine sposate con palestinesi dalla Striscia di Gaza nel maggio 2021 e un ricordo a Israele del pieno appoggio del presidente ucraino all’attacco israeliano contro la Striscia di Gaza di quel mese (tornerò a quell’appoggio verso la fine di questo articolo).

In effetti quando si valuta l’attuale crisi in Ucraina gli attacchi israeliani contro Gaza dovrebbero essere citati e presi in considerazione. Non è un caso che alcune foto vengano confuse: non ci sono molti grattacieli che siano stati abbattuti in Ucraina, ma ce ne sono parecchi che sono stati distrutti nella Striscia di Gaza. Tuttavia quando si prende in considerazione la crisi ucraina in un contesto più ampio non emerge solo l’ipocrisia riguardo alla Palestina. È il complessivo doppio standard dell’Occidente che dovrebbe essere analizzato, senza rimanere neppure per un istante indifferenti alle notizie e alle immagini che ci giungono dalla zona di guerra in Ucraina: bambini traumatizzati, flussi di rifugiati, bellezze architettoniche distrutte dai bombardamenti e il pericolo incombente che ciò sia solo l’inizio di una catastrofe umanitaria nel cuore dell’Europa.

Nel contempo quanti di noi hanno sperimentato, informato e raccontato le catastrofi umanitarie in Palestina non possono ignorare l’ipocrisia dell’Occidente, e possiamo evidenziarlo senza sminuire per un solo momento la nostra solidarietà umana ed empatia con le vittime di ogni guerra.

Lo dobbiamo fare in quanto la disonestà etica che è implicita negli scopi ingannevoli stabiliti dalle élite politiche e dai media occidentali li porterà ancora una volta a nascondere il loro razzismo e la loro impunità in quanto continuerà a garantire l’immunità a Israele e alla sua oppressione dei palestinesi. Ho individuato quattro affermazioni false che fino ad ora sono al centro dell’impegno delle élite occidentali con la crisi ucraina e le ho strutturate come quattro lezioni.

Prima lezione: i rifugiati bianchi sono benvenuti, gli altri molto meno

L’inedita decisione collettiva dell’UE di aprire le sue frontiere ai rifugiati ucraini, seguita da una politica più prudente della Gran Bretagna, non può passare inosservata rispetto alla chiusura della maggior parte degli ingressi in Europa ai rifugiati che arrivano dal mondo arabo e dall’Africa dal 2015. La priorità chiaramente razzista che distingue in base al colore, alla religione e all’etnia tra chi cerca di salvarsi la vita è aberrante, ma è improbabile che cambi molto rapidamente. Alcuni dirigenti europei non si vergognano neppure di esprimere pubblicamente il proprio razzismo, come ha fatto il primo ministro bulgaro Kiril Petkov:

Questi (i rifugiati ucraini) non sono i rifugiati a cui siamo abituati…questa gente è europea. Queste persone sono intelligenti, sono istruite… Non è l’ondata di rifugiati a cui siamo abituati, persone della cui identità non siamo sicuri, senza un passato chiaro, che potrebbero persino essere stati dei terroristi…

Non è solo. I mezzi di comunicazione occidentali parlano tutto il tempo del “nostro tipo di rifugiati”, e questo razzismo si esprime chiaramente ai valichi di confine tra l’Ucraina e i suoi vicini europei. Questo atteggiamento razzista, con sfumature chiaramente islamofobe, non cambierà, dato che i dirigenti europei stanno ancora negando il tessuto multietnico e multiculturale delle società in tutto il continente. Una realtà umana creata da anni di colonialismo e imperialismo europei che gli attuali governi europei negano e ignorano e, nel contempo, questi governi perseguono politiche migratorie basate sullo stesso razzismo che permeava il colonialismo e l’imperialismo del passato.

Seconda lezione: puoi invadere l’Iraq ma non l’Ucraina

La mancanza di volontà dei media occidentali di contestualizzare la decisione russa di invadere all’interno di una più ampia, e ovvia, analisi di come nel 2003 siano cambiate le regole del gioco internazionale è veramente sconcertante. È difficile trovare un’analisi che evidenzi il fatto che gli USA e la Gran Bretagna violarono le leggi internazionali contro la sovranità di uno Stato quando i loro eserciti, con una coalizione di Paesi occidentali, invasero l’Afghanistan e l’Iraq. Occupare un intero Paese per scopi politici non è stato inventato in questo secolo da Vladimir Putin, è stato inaugurato dall’Occidente come uno strumento giustificato di politica.

Terza lezione: a volte il neonazismo può essere accettabile

L’analisi riguardo all’Ucraina non evidenzia neppure alcuni dei validi argomenti di Putin, che non giustificano affatto l’invasione, ma che richiedono la nostra attenzione persino durante l’invasione. Fino all’attuale crisi i mezzi di comunicazione progressisti occidentali, come The Nation, the Guardian, the Washington Post, ecc., ci hanno messi in guardia dal crescente potere dei gruppi neonazisti in Ucraina che potrebbe incidere sul futuro dell’Europa, e non solo. Gli stessi mezzi di informazione oggi ignorano l’importanza del neonazismo in Ucraina.

Il 22 febbraio 2019 The Nation informava:

Oggi crescenti notizie sulla violenza di estrema destra, dell’ultranazionalismo e dell’erosione delle libertà fondamentali stanno smentendo l’iniziale euforia dell’Occidente. Ci sono pogrom neonazisti contro i rom, crescenti aggressioni contro femministe e gruppi LGBT, censura di libri e glorificazione sponsorizzata dallo Stato di collaboratori del nazismo.”

Due anni prima il Washington Post (15 giugno 2017) aveva avvertito, in modo molto perspicace, che uno scontro dell’Ucraina con la Russia non avrebbe dovuto portarci a dimenticare il potere del neonazismo in Ucraina:

Mentre la lotta dell’Ucraina contro i separatisti appoggiati dalla Russia continua, Kiev affronta un’altra minaccia a lungo termine alla sua sovranità: potenti gruppi ultranazionalisti di estrema destra. Queste organizzazioni non si vergognano di utilizzare la violenza per raggiungere i propri obiettivi, che sono sicuramente in contrasto con la tollerante democrazia di tipo occidentale che Kiev cerca apparentemente di diventare.”

Tuttavia oggi il Washington Post adotta un atteggiamento sprezzante e definisce una descrizione simile come un’“accusa falsa”:

In Ucraina agiscono una serie di gruppi nazionalisti paramilitari, come il movimento Azov e il Settore di Destra, che abbracciano un’ideologia neonazista. Benché di spicco, sembrano avere scarse adesioni. Solo un partito di estrema destra, Svoboda, è rappresentato nel parlamento ucraino, e ha solo un deputato.”

I precedenti avvertimenti di un mezzo di comunicazione come The Hill (9 novembre 2017), il principale sito indipendente di notizie degli USA, sono dimenticate:

In effetti ci sono formazioni neonaziste in Ucraina. Ciò è stato massicciamente confermato da quasi tutti i principali mezzi di informazione occidentali. Il fatto che alcuni analisti possano smentirlo come propaganda diffusa da Mosca è profondamente inquietante, soprattutto alla luce dell’attuale incremento di neonazisti e suprematisti bianchi in tutto il pianeta.”

Quarta lezione: colpire grattacieli è un crimine di guerra solo in Europa

Non solo la dirigenza ucraina ha rapporti con questi gruppi e milizie neonazisti, è anche filo-israeliano in modo preoccupante e imbarazzante. Uno dei primi atti del presidente Volodymyr Zelensky è stato il ritiro dell’Ucraina dalla Commissione delle Nazioni Unite sull’Esercizio dei Diritti Inalienabili del Popolo Palestinese, l’unico tribunale internazionale a garantire che la Nakba non venga negata o dimenticata.

L’iniziativa è stata del presidente ucraino. Egli non ha dimostrato alcuna solidarietà nei confronti delle sofferenze dei rifugiati palestinesi, né li ha considerati vittime di crimini. Nella sua intervista dopo l’ultimo barbaro bombardamento israeliano della Striscia di Gaza nel maggio 2021 ha affermato che l’unica tragedia a Gaza è stata quella patita dagli israeliani. Se è così, allora sono solo i russi che soffrono in Ucraina.

Ma Zelensky non è solo. Quando si tratta della Palestina l’ipocrisia raggiunge livelli mai visti. Un grattacielo vuoto colpito in Ucraina ha dominato le notizie e provocato profonde analisi su brutalità umana, Putin e disumanità. Ovviamente questi bombardamenti devono essere condannati, ma risulta che quelli tra i leader del mondo che guidano la condanna rimasero in silenzio quando Israele rase al suolo la città di Jenin nel 2000, il quartiere di Al-Dahaya a Beirut nel 2006 e la città di Gaza negli ultimi 15 anni in un’ondata di brutalità dietro l’altra.

Non è stata discussa, per non dire imposta, alcuna sanzione di qualunque tipo contro Israele per i suoi crimini di guerra dal 1948 in poi. Di fatto nella stragrande maggioranza dei Paesi occidentali che oggi stanno guidando le sanzioni contro la Russia persino menzionare la possibilità di imporre sanzioni contro Israele è illegale e considerato antisemita.

Persino quando è giustamente espressa la sincera solidarietà umana dell’Occidente nei confronti dell’Ucraina non possiamo ignorare questo contesto razzista ed eurocentrico. La massiccia solidarietà dell’Occidente è riservata a chi voglia unirsi al suo blocco e alla sua sfera di influenza. Questa empatia ufficiale non appare affatto quando violenze simili, e peggiori, sono dirette contro non-europei in generale, e verso i palestinesi in particolare.

Ci possiamo orientare come persone di coscienza tra le nostre risposte alle calamità e la nostra responsabilità per evidenziare l’ipocrisia che in molti modi ha aperto la strada a queste catastrofi. Legittimare a livello internazionale l’invasione di Paesi sovrani e consentire la continua colonizzazione e oppressione di altri, come la Palestina e il suo popolo, porterà in futuro a ulteriori tragedie come quella dell’Ucraina, e ovunque sul nostro pianeta.

Ilan Pappé è docente all’università di Exeter. È stato in precedenza professore associato all’università di Haifa. È autore di La pulizia etnica della Palestina [Fazi, 2008], The Modern Middle East [Il moderno Medio Oriente], Storia della Palestina moderna. Una terra, due popoli [Einaudi, 2014] e Ten Myths about Israel [Dieci miti su Israele]. Pappé è considerato uno dei “nuovi storici” israeliani che, da quando all’inizio degli anni ’80 sono stati resi pubblici documenti ufficiali britannici e israeliani sull’argomento, hanno riscritto la storia della creazione di Israele nel 1948. Ha concesso questo articolo a The Palestine Chronicle.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Israele ha molto da perdere da una guerra Russia-Ucraina

Anshel Pfeffer

24 gennaio 2022 – Haaretz

Essendo uno dei pochi Paesi ad avere stretti legami diplomatici sia con Kiev che con Mosca, Israele cercherà di tenersi in disparte se le due parti entreranno in guerra.

L’ottobre scorso, nell’incontro con Vladimir Putin a Sochi, Naftali Bennett si è offerto di organizzare un vertice tra il presidente russo e il suo omologo ucraino, Volodymyr Zelenskyy. Secondo un articolo di Barak Ravid su Walla [sito internet israeliano di informazione, ndtr.], la proposta è stata avanzata dal primo ministro israeliano con il benestare di Zelenskyy, ma Putin ha rifiutato. Pochi mesi prima, il predecessore di Bennett, Benjamin Netanyahu, aveva fatto un’offerta simile a Putin, anch’essa respinta.

Un vertice Russia-Ucraina a Gerusalemme avrebbe effettivamente senso per tutta una serie di elementi. Israele è uno dei pochi Paesi ad avere stretti legami diplomatici sia con Kiev che con Mosca. Si tratterebbe di un volo breve da entrambe le capitali, come testimonia l’afflusso di decine di jet d’affari russi e ucraini all’aeroporto Ben Gurion ogni fine settimana e durante le festività religiose.

Israele è sia un comodo luogo di incontro per le classi oligarchiche di entrambi i Paesi sia, nei momenti di tensione, anche un rifugio e una sede di riunioni. Durante il precedente conflitto tra le due parti nel 2014 le hall degli alberghi di lusso di Tel Aviv erano piene della crema delle élite economiche russe e ucraine, che trovavano qui un rifugio finché la tempesta non fosse passata.

Israele è anche uno dei pochi posti al mondo in cui, a causa di accordi discreti, coloro che temono per la propria vita a causa della longa manus delle agenzie di intelligence russe hanno la garanzia di non subire dei danni. Acerrimi rivali come l’oligarca favorito di Putin, Roman Abramovich, e il miliardario nazionalista ucraino Ihor Kolomoyskyy, possiedono case sontuose in Israele.

Putin e Zelenskyy si sentirebbero entrambi a casa in Israele anche grazie alle centinaia di migliaia di loro connazionali russi e ucraini emigrati in Israele negli ultimi tre decenni. Russia e Ucraina rimangono in cima alla lista dei Paesi da cui gli ebrei fanno l’aliya [l’emigrazione ebraica in Israele, ndtr.].

C’è ancora un altro motivo per cui i leader israeliani sarebbero felici di fare tutto il possibile per ridurre le tensioni che potrebbero portare a una guerra Russia-Ucraina. Molto semplicemente, Israele ha molto da perdere se ciò accadesse.

Mentre i principali alleati strategici di Israele negli ultimi 50 anni sono stati gli Stati Uniti – e la situazione rimarrà tale nel prossimo futuro – da quando Putin è salito al potere e ha intrapreso l’aggressiva politica estera post-sovietica della Russia, Israele si è trovata a dover fare i conti con una crescente attenzione nei confronti degli interessi del Cremlino. Soprattutto negli ultimi anni, sotto i presidenti Barack Obama, Donald Trump e ora Joe Biden, gli Stati Uniti hanno ridotto la propria presenza in Medio Oriente, creando un vuoto da riempire a favore della Russia.

Israele si trova in una posizione piuttosto peculiare per quanto riguarda le sue alleanze militari. Non è un membro della NATO, e ciò non è mai stato in previsione. Ma negli ultimi anni ha avuto legami militari sempre più stretti con la maggior parte dei membri dell’alleanza occidentale, comprese frequenti esercitazioni congiunte in Israele e in quei Paesi. Per quanto in queste esercitazioni l’obiettivo nascosto non sia mai stata specificamente la Russia, o qualsiasi altro Paese, gli eserciti che vi partecipano insieme usano dottrine e protocolli della NATO, mentre il nemico immaginario ha sistemi d’arma di fabbricazione russa.

D’altra parte negli ultimi sei anni e mezzo – dal dispiegamento russo in Siria – Israele ha coordinato strettamente le sue operazioni aeree con la Russia contro obiettivi iraniani in quell’area. Sebbene Israele non informi direttamente i russi degli obiettivi previsti, sia il sistema per evitare un conflitto tra i due eserciti che i taciti accordi tra il Cremlino e Gerusalemme hanno consentito a Israele di continuare ad operare sulla Siria senza scontrarsi con le forze russe.

Il rapporto con la NATO è una risorsa strategica per Israele, ma il coordinamento con la Russia in Siria è una necessità cruciale. Nei giorni scorsi gli aerei da combattimento russi hanno svolto – e trasmesso sulla televisione di Stato russa – un’esercitazione congiunta con l’Aeronautica militare siriana, sorvolando la parte della Alture del Golan controllata dai siriani, cosa che potrebbe essere stato un promemoria per Israele riguardo le regole sul campo.

Un’altra considerazione strategica è la speranza di Israele di vendere gas naturale ai Paesi europei. I piani per realizzare nel Mediterraneo orientale un gasdotto da Israele alla Grecia, e da qui al resto del continente, sono attualmente sospesi. Tuttavia, se dovesse scoppiare una guerra e una possibile cessazione delle forniture di gas russo all’Europa occidentale in pieno inverno diventasse realtà, ci sarebbe una domanda di gas israeliano per mitigarne la carenza. Israele sarebbe ovviamente felice di venderlo, ma sarebbe anche preoccupato che ciò non venga visto come una mossa anti-russa.

E inoltre c’è la costante preoccupazione di Israele per le comunità ebraiche che si troverebbero in pericolo nel caso e nel momento in cui scoppiassero le ostilità.

Al momento non vi è alcun segno di un aumento delle richieste di aliya dall’Ucraina, ma le cose potrebbero cambiare molto rapidamente. Putin è sempre stato vicino a personalità ebraiche e ha ostentatamente represso l’antisemitismo. Lo stesso Zelenskyy è ebreo e anche il governo ucraino è stato molto preoccupato di mostrare che protegge le comunità ebraiche. Ma la realtà persiste: entrambi i Paesi hanno profonde tradizioni di ebreo-fobia che tradizionalmente si manifesta in tempi di guerra e caos.

La capacità di Israele di dare un contributo nell’evacuazione degli ebrei ucraini dalla zona di guerra in caso di necessità dipenderà in larga misura dalla sua abilità nel mantenere le sue relazioni con entrambe le parti.

Le amministrazioni statunitensi succedutesi non hanno mancato di notare l’equilibrismo di Israele quando si tratta della Russia e hanno cercato di smarcarlo, con scarso successo. In passato Israele ha rifiutato di unirsi alle condanne degli interventi russi promosse dagli Stati Uniti. Sotto pressione russa Israele ha anche interrotto gli accordi sulla sicurezza e i trattati sulle armi, prima con la Georgia nel 2008, alla vigilia dell’invasione russa, e poi con l’Ucraina in anni più recenti.

Naturalmente Israele spera di mantenere il suo status di alleato più vicino e affidabile dell’America in Medio Oriente. Ma quando si tratta di Putin, e di qualsiasi guerra o invasione che egli stia pianificando, vuole rimanere rigorosamente in disparte.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)